Acquedotti

 

 

 

Acquedotti

 

Gli acquedotti: Tesina

Gli acquedotti sono ,da sempre, una delle invenzioni idriche più importanti nella storia dell’umanità, poiché grazie ad essi si è reso enormemente facile il trasporto dell’acqua, indispensabile per la vita umana, da una zona all’altra, anche se queste erano molto distanti tra loro.

I primi acquedotti sono sorti nel periodo greco, ad opera proprio dei greci, nel 470 a.C. seguendo nel corso dei secoli un’evoluzione costante per quanto riguarda la struttura idrica , lo scavo dei vari canali e la conformazione delle varie tubature, adibite al trasporto dell’acqua potabile in tutta la città. Gli acquedotti sono importantissimi per la corretta distribuzione dell’acqua in tutte le zone non solo di una città, ma anche di intere nazioni. Oramai, infatti, tutte le città ne possiedono almeno otto o anche di più, anche se quest‘ultimo dato riguarda, purtroppo, solamente i paesi sviluppati economicamente, come Europa, America , Australia e buona parte dell’Asia, mentre esistono ancora moltissime città, soprattutto africane, che non possono permettersi di avere un’ acquedotto, per loro quindi il problema dell’acqua è serio e più che mai attuale.

Gli acquedotti sono stati costruiti per la prima volta a Napoli, sempre nel periodo greco, e ancora oggi ci sono vari resti di strutture molto antiche, conservatesi nel tempo. Dai locali sotto San Paolo e Sant'Anna di Palazzo (vedi Quartieri Spagnoli) è possibile visitare una zona della "città sotterranea" che si estende fin sotto San Gregorio Armeno. Una delle più importanti opere realizzate in età romana da Augusto fu l'acquedotto, lungo più di 170 km. Da un bacino artificiale alimentato dal Serino, si diramavano due condotti, uno verso Beneventum e l'altro verso Neapolis. Quest'ultimo giungeva a Napoli seguendo le pendici di Capodimonte, dello Scudillo, del Vomero, fino a Posillipo. Il tronco principale giungeva per Fuorigrotta a Puteoli e terminava alla Piscina Mirabilis. L'acquedotto correva in parte in galleria, in parte all'aperto su arcate in laterizio, delle quali resta traccia nei cosiddetti Ponti Rossi. In città, il sistema di distribuzione era tutto sotterraneo. Nei secoli successivi i cunicoli furono riutilizzati con la costruzione di nuovi rami. Un uso ancora più intenso si ebbe durante la seconda guerra mondiale, allorché si dovettero allestire i rifiugi antiaerei: l'accesso fu realizzato allargando i pozzi e i cunicoli di collegamento ampliati per rendere agevole il passaggio.

 



Immagini di Napoli sotteranea


Acquedotti romani
 


Mappa degli acquedotti romani
Gran parte delle notizie che abbiamo sugli acquedotti romani le dobbiamo a Sesto Giulio Frontino. Da Frontino sappiamo i percorsi degli acquedotti, i nomi dei costruttori, l'acqua trasportata, l'ubicazione delle sorgenti, il tipo di struttura muraria ed ogni altro tipo di informazione correlata con la realizzazione di queste opere.
In tutto l'impero gli acquedotti rappresentarono il punto di arrivo della capacità tecnologica e costruttiva dei Romani; tuttora si possono ammirare imponenti resti. Solo a Roma, l'acqua era fornita da undici acquedotti; vediamoli nel dettaglio:

Appio
Il primo acquedotto, edificato nel 312 a.C.. Lungo 16 chilo*-metri (le sorgenti si trovavano sulla via Collatina), raggiungeva, con un percorso quasi tutto sotterraneo, Porta Maggiore, si dirigeva poi verso l'Aventino per terminare al foro Boario, a porta Trigemina .

Anio Vetus
Così chiamato per la sua provenienza dalla valle dell'Aniene, sopra Tivoli. Il suo percorso era di 63 chilometri, sotterranei fino a Porta Maggiore, per poi terminare nella zona dell'attuale stazione Termini; un ramo secondario portava acqua alle terme di Caracalla.

Acqua Marcia
Così chiamato da Q. Marcius Rex, pretore urbano, che nel 144 a.C. realizzò quest'acquedotto la cui acqua scaturiva dalle sorgenti Rosoline presso Marano Equo al Km. 61.5 della via Tiburtina Valeria.

Acqua Tepula
Il nome deriva dalla sua temperatura, che rimaneva sempre intorno ai 16-17 gradi, anche d'inverno . L'acquedotto, costruito nel 126 a.C. scaturiva tra Marino e Castel Savelli, nella valle Preziosa, e scorreva in un condotto sotterraneo di cui non si sa nulla. Nel 33 a.C le sue acque furono miscelate con quelle dell'acquedotto della Giulia, sensibilmente più fredde.

Acqua Giulia
Costruito nel 33 a.C. da M. Vipsanio Agrippa, scaturiva da sorgenti a Squarciarelli, presso l'omonimo ponte, sopra a Grottaferrata. L'acqua era ottima e leggermente frizzante. Insieme alla Tepula, a cominciare dalla zona di Capannelle l'acquedotto incontrava l'acqua Marcia (proveniente dalla valle dell'Aniene), sulle cui sostruzioni ed arcate si appoggiava fino a Porta Maggiore e nel successivo percorso di distribuzione in città. 

Acqua Vergine
Condotto a Roma da Agrippa nel 19 a.C., le sue sorgenti sono ubicate nella tenuta della Rustica; il condotto, tutto sotterraneo è ancor oggi in uso. La distribuzione a Roma dell'acqua Vergine era garantita da 18 castelli di distribuzione, dei quali uno era sotto il Pincio, ed uno presso l'attuale chiesa di S. Ignazio. Di fronte una porticina, esattamente corrispondente allo specus dell'acquedotto è sormontata da uno stemma della famiglia della Rovere. In quel punto le condutture furono deviate per la realizzazione della fontana di Trevi. Altre derivazioni dall'acquedotto principale giungevano al Campidoglio e probabilmente anche a Trastevere.

Alsietino
Condotto a Roma sotto Augusto nel 2 d.C. in occasione dell'inaugurazione della naumachia in Trastevere. La naumachia era un'ellisse con il diametro maggiore pari a 533 metri, situato tra le attuali piazze S. Cosimato e S. Maria. L'acqua veniva captata dal lago di Martignano e, data l'origine lacustre dell'acqua, è immaginabile che essa venisse usata unicamente per le naumachie o per l’irrigazione dei campi. Non è escluso un utilizzo come forza motrice per i mulini di Trastevere.

Claudio
L'acquedotto, inaugurato nel 52 d.C., sotto l'imperatore Claudio, è uno dei più monumentali di Roma.
Le sorgenti, come per l'Acqua Marcia, erano poste nella valle dell'Aniene, presso l'odierna Arsoli; dopo un percorso di 69 km, in gran parte fiancheggiando gli altri grandi acquedotti romani, giunge a Porta Maggiore. Qui le sue acque venivano mescolate con quelle dell'Anio Novus e quindi distribuiti, attraverso una fitta rete in tutta Roma.
A sud di Porta Maggiore ancora oggi possiamo ammirare una importante diramazione dell'acquedotto, voluta da Nerone, per portare l'acqua alla Domus Aurea, presso il Colosseo.

Anio Novus
Iniziato da Caligola nel 38 d.C. e terminato, insieme all'acquedotto Claudio nel 52 d.C., prendeva l'acqua direttamente dal fiume Aniene, da cui il nome, all'altezza di Agosta, nei pressi di Subiaco.
E' senza dubbio l'opera piu' imponente dell'architettura idraulica romana, avendo una portata di 200.000 metri cubi al giorno ed il maggior livello rispetto al suolo all'arrivo a Porta Maggiore che permetteva la distribuzione
dell'acqua anche alle zone piu' alte della citta'.

Traiano
Edificato da Traiano nel 109 d.C. allo scopo di portare acqua a Trastevere, convoglia a Roma le acque che scaturiscono lungo le pendici del lago Sabatino (Bracciano). Un castello di distribuzione dell'acquedotto, che entrava a Roma dal
Gianicolo, è stato rinvenuto nel 1850, nella villa Lais, presso porta S. Pancrazio; sui tubi erano annotati i nomi degli utenti, tra cui l'imperatore Traiano stesso.

Alessandrino
Edificato da Settimio Severo nel 226 d.C.; le sorgenti erano ubicate presso Colonna, nella tenuta detta di Pantano. Molti resti rimangono lungo il suo percorso, che attraversava la valle dell'Osa, Torre Angela, Tor Bella Monaca, Tor Tre Teste ed il fosso di Centocelle (si veda il percorso turistico lungo l'acquedotto

 

Gli acquedotti romani a Porta Furba

 

Il sistema degli acquedotti romani

Il tratto della via Latina successivo alla villa di Demetriade, che un tempo era tra i più caratteristici della Campagna Romana, con sepolcri, cisterne e acquedotti immersi fra prati e boschetti, è ora soffocato dalla speculazione edilizia, e le arcate dell'acquedotto di Claudio e dell'acquedotto Felice si scorgono appena in mezzo a capannoni e baracche. Nonostante il degrado, chi si avventura nella zona compresa tra la via Tuscolana e la via Appia Nuova, raggiunge un'area archeologica straordinaria, dove passano ben sette acquedotti antichi: l'acquedotto di Claudio su cui corrono i resti dell'acquedotto Anio Novus, alcune arcate dell'acquedotto Marcio, a sua volta sormontato dai due acquedotti dell'Aqua Tepula e dell'Aqua Iulia, e l'acquedotto Anio Vetus che passa sottoterra. Infine, all'altezza di porta Furba si staccava dall'acquedotto Marcio la diramazione dell'acquedotto Antonianiano, che alimentava le Terme di Caracalla.  Degli undici acquedotti che rifornivano Roma in età imperiale, questi erano senz'altro i più importanti, convogliando il 74% dei 13 metri cubi d'acqua che ogni secondo entravano in città. Nel 1585 Sisto V utilizzò le arcate dell'acquedotto Marcio per costruire un ottavo acquedotto: l'acquedotto Felice, che riportò l'acqua a Roma dopo quasi mille anni ed è tuttora funzionante.  Non è casuale che ben otto acquedotti si trovino a passare più o meno nello stesso luogo; la direttrice Capannelle-porta Maggiore si trova infatti su una lingua di terra rialzata, che segna lo spartiacque fra i bacini del basso Tevere e dell'Aniene, per cui fu naturale utilizzarla per portare l'acqua a Roma alla quota più alta possibile.

 

L'acquedotto Marcio

Raggiungendo via del Mandrione da via Arco di Travertino troviamo sulla sinistra uno dei rarissimi tratti dell'acquedotto Marcio scampati agli architetti di Sisto V; (un altro tratto superstite lo vedremo dietro al casale di Roma Vecchia). I resti che vediamo qui sono probabilmente i 10 archi meglio conservati dell'intero acquedotto.

L'acquedotto Marcio a via del Mandrione
I pilastri si appoggiano su fondamenta anch'esse in opera quadrata di tufo; i blocchi più bassi delle fondamenta, quelli cioè a contatto col suolo, sono di tufo di Grotta Oscura, un tufo poroso giallo-grigio, mentre il resto è formato da blocchi di tufo rosso dell'Aniene. Sopra le fondamenta, i pilastri sono di nuovo costituiti da blocchi di tufo di Grotta Oscura. Le competenze ingegneristiche acquisite con la costruzione dell'acquedotto permisero, due anni più tardi (142 a.C.), la costruzione del primo ponte in pietra sul Tevere, il ponte Emilio (che noi chiamiamo "ponte Rotto"). E' abbastanza ben conservato, seppur pieno di detriti, lo "specus", cioè il canale dell'acqua; costruito sempre in opera quadrata, ha le fiancate costituite da tre linee di blocchi di tufo di Grotta Oscura sovrapposti, mentre al di sotto e al di sopra il fondo e la copertura sono formati da lastroni di peperino messi di piatto. Il condotto è rivestito all'interno di cocciopisto, un tipo di intonaco impermeabile ottenuto impastando la calce con frammenti di mattoni. Al di sopra del canale dell'acqua Marcia, in qualche punto si riconosce anche il condotto, in opera reticolata, dell'acqua Tepula, sul quale si intravedono i resti di quello dell'acqua Iulia.



Gli acquedotti Marcio e Tepula a via del Mandrione
Le arcate dell'Aqua Marcia erano state progettate per uno, e non per tre acquedotti sovrapposti; per questo esse vennero più volte rafforzate, dai muri in opera reticolata del I secolo fino ai rivestimenti in laterizio al tempo dell'imperatore Tito (79-81 d.C.) e dell'imperatore Diocleziano (284-305 d.C.), questi ultimi ancora presenti in entrambi i fianchi dell'acquedotto.



Gli acquedotti Marcio e Tepula con brandelli del pavimento dell'aqua Iulia

 

Gli acquedotti dell'Aqua Claudia e Aqua Marcia a via del Mandrione

Imbocchiamo ora via del Mandrione verso porta Furba; l'acquedotto Felice, che fin qui si era appoggiato all'acquedotto Claudio, passa sulla sinistra della strada e si sovrappone al tracciato dell'Aqua Marcia. Nel lungo muro che ne risulta, con molta buona volontà è possibile riconoscere, frammisti alle strutture dell'acqua Felice, sia i pilastri in opera quadrata di tufo dell'Aqua Marcia, sia rinforzi in calcestruzzo apportati in seguito; dopodiché l'acqua Felice riattraversa la strada per appoggiarsi di nuovo all'acquedotto di Claudio. Via del Mandrione è tra l'altro una strada di servizio romana per la manutenzione periodica degli acquedotti, che passava in mezzo tra le arcate dell'acquedotto Claudio a destra, e le arcate dell'acquedotto Marcio a sinistra. Il basolato della strada romana è stato scoperto nel 1997 all'interno del terreno della Banca d'Italia. Entrambi gli acquedotti avevano le piscine limarie a Capannelle.



L'acquedotto Claudio e la strada di servizio all'interno della Banca d'Italia


Negli ultimi cento metri di strada la folta siepe sulla sinistra è l'unica cosa rimasta sul tracciato originario delle arcate dell'acquedotto Marcio, che dovevano essere scomparse già nel '500. L'acquedotto di Claudio compare a destra in tutta la sua imponenza. L'opera, realizzata in opera quadrata di tufo rosso dell'Aniene, è seminascosta però dai rinforzi apportati nelle epoche successive; il massiccio rivestimento in laterizio, più basso dell'acquedotto, che sporge formando un gradino risale al tempo dell'imperatore Settimio Severo; tale rivestimento fu utilizzato dagli architetti di Sisto V come base per il condotto dell'acqua Felice.



L'acquedotto Claudio in via del Mandrione

 

Porta Furba, l'acquedotto Felice e la fontana di Clemente XII

Quando nel 1574 papa Gregorio XIII apriva porta S. Giovanni e inaugurava la via Appia Nuova, l'unico acquedotto rimasto in funzione era l'acquedotto Vergine, e gli abitanti di Trastevere e di molti altri rioni erano costretti a bere l'acqua del Tevere, talvolta depurata dentro le cisterne, talvolta no. I colli erano praticamente disabitati e coltivati a vigneto, mentre per la città giravano gli "acquaroli", i venditori d'acqua. Per questo motivo, il 5 maggio 1585 papa Sisto V (Felice Peretti), ad appena 10 giorni dall'elevazione al pontificato, intraprese la costruzione di un nuovo acquedotto, lungo 28,7 km, chiamato acquedotto Felice dal nome di battesimo del papa; l'opera, che avrebbe condotto a Roma le acque della campagna tra Zagarolo e Palestrina, aveva lo scopo di rifornire la parte alta della città (Esquilino, Viminale, Quirinale) allora priva di una rete di distribuzione idrica, nonché di alimentare le sei fontane della villa papale presso le Terme di Diocleziano. La direzione dei lavori fu inizialmente affidata a Matteo Bartolani da Castello; quando questi però spese una quantità ingentissima di denaro per costruire un condotto che non pendeva dalle sorgenti verso Roma, ma da Roma verso le sorgenti, Sisto V incaricò della direzione Giovanni Fontana, che sostituì il Bartolani e portò a termine l'opera in soli due anni. Come per altre opere rinascimentali, non ci si fece scrupolo di demolire importanti resti del passato. Così, per la costruzione dell'acquedotto, Sisto V si servì dei materiali dell'acquedotto di Claudio e degli archi dell'acquedotto Marcio; sopra le fondamenta romane furono così innalzate le nuove arcate, che, come si può vedere, sono più piccole e rade delle arcate tipiche degli acquedotti antichi, ed hanno i piloni più massicci. In alto, il condotto è coperto con una volta a botte per proteggere l'acqua da polvere, terra ecc. L'aver ricalcato l'acquedotto Marcio indusse tra l'altro Sisto V nell'erronea convinzione di aver ricondotto a Roma l'acqua Marcia e l'acqua Appia.



L'acquedotto Felice a via Nocera Umbra

 

L'acquedotto Anio Vetus (Aniene Vecchio)

L'acquedotto Anio Vetus fu il secondo acquedotto di Roma, costruito dai censori Marcio Curio Dentato e Fulvio Flacco tra il 272 e il 269 a.C. con il bottino ricavato dalla vittoria su Pirro. L'acqua era captata dal fiume Aniene all'altezza di Vicovaro, tramite un laghetto artificiale che permetteva la decantazione delle acque. L'acquedotto aveva una portata di 180.000 metri cubi d'acqua al giorno, e seguiva, per mantenersi in quota, un percorso tortuoso e lunghissimo (circa 64 km) quasi sempre sotterraneo; questo sia perché non era stata sviluppata la tecnica delle grandi arcate in opera quadrata, sia perché l'Italia non era ancora del tutto pacificata, il che costituiva un pericolo per un acquedotto troppo evidente. Dalle Capannelle il tracciato dell'acquedotto, sempre sotterraneo, corre parallelamente agli altri, e all'altezza di via del Quadraro diventa più o meno coincidente con la sede della ferrovia. In età imperiale l'urbanizzazione intensiva della zona tra Vicovaro e Mandela provocò l'inquinamento dell'acqua, che da allora in poi fu destinata esclusivamente all'irrigazione e alle fontane.

 

L'aqua Claudia tra porta Furba e via Demetriade

Da porta Furba possiamo costeggiare un tratto dell'acquedotto di Claudio in cui i piloni originali in opera quadrata di tufo fanno capolino in mezzo alle fasciature laterizie successive. Sulla destra si vedono due degli archi originali in opera quadrata, un tipo di muratura costituito da grossi blocchi di pietra (in questo caso di tufo) di forma parallelepipeda, disposti gli uni sugli altri formando una struttura regolare. I piloni, la cui base misura in generale circa 3,5 metri per lato, sono alti circa 20 metri. Il canale per l'acqua ha una sezione di quasi 2 metri quadrati, e poteva portare a Roma quasi 190.000 metri cubi d'acqua al giorno.


L'acquedotto Claudio tra porta Furba e via Demetriade
Sopra il canale dell'Aqua Claudia si intravede un secondo canale, più o meno della stessa sezione, costruito stavolta in laterizio; è l'acquedotto Anio Novus, cioè Aniene Nuovo, così chiamato per distinguerlo dall'Anio Vetus, costruito più di 3 secoli prima e le cui acque erano ormai buone solo per le fontane. Le arcate dell'acquedotto di Claudio furono rafforzate all'interno, al tempo dell'imperatore Adriano (117-138 d.C.), con due ordini di archi in calcestruzzo rivestiti in laterizio, di cui troviamo un esempio sulla destra al di là della strada; i due archi in laterizio sovrapposti che si vedono sono l'unica parte dell'acquedotto rimasta dopo che i blocchi di tufo furono asportati nel passato per servire come materiale da costruzione. Guardando alla sinistra delle arcate, si riconoscono i lavori di restauro del tempo dell'imperatore Settimio Severo (193-211 d.C.): per prima cosa gli spazi vuoti rimasti sotto gli archi doppi di Adriano furono riempiti di calcestruzzo, quindi le pareti furono fasciate con un muro in laterizio con tre ordini di arcate. Il muro di Settimio Severo è ancora visibile lungo quasi tutta la parete, ma solo nella parte più bassa, dal momento che un ulteriore restauro, portato in epoca successiva, ricostruì la metà superiore del rivestimento, arrivando ad inglobare perfino i due canali dell'Aqua Claudia e dell'Anio Novus. Le acque avevano un tale contenuto calcareo che periodicamente era necessario interrompere il flusso per scrostare le pareti dei canali. Degli appositi tombini consentivano di entrare nel canale; i residui di materiale calcareo venivano poi gettati nei pressi, e una tale attività, durata ininterrottamente per centinaia di anni, provocò l'accumulo di tali quantità di materiale che questo fu usato in molti casi come pietra da costruzione. Da queste parti, dall'acquedotto Marcio si staccava l'acquedotto Antoniniano, che passava sulla via Latina nei pressi di via dei Cessati Spiriti ed alimentava le terme di Caracalla.

 

Gli altri acquedotti di Roma

Oltre ai sei acquedotti che abbiamo descritto, Roma aveva altri cinque acquedotti principali più varie diramazioni secondarie. Il più antico di tutti gli acquedotti principali fu l'Aqua Appia, realizzato dallo stesso costruttore della via Appia Antica. L'acqua era captata dalla via Prenestina a 7-8 km da Roma, e arrivava in città ad una quota molto bassa, per terminare al foro Boario (dove oggi è l'Anagrafe); lì era il porto della Roma repubblicana, meta di viaggiatori provenienti da tutto il Mediterraneo, e quindi la presenza di acqua potabile rivestiva anche fini evidentemente propagandistici. L'acquedotto Appio, a parte qualche tratto urbano in blocchi di tufo, non è stato più ritrovato. Al tempo di Augusto fu costruito l'acquedotto Vergine, che è l'unico rimasto sempre in funzione sin dall'antichità, ed alimenta oggi la fontana di Trevi. L'acqua Alsietina prendeva l'acqua dal lago di Martignano e serviva per le grandi naumachie che si tenevano a Trastevere. Un altro acquedotto, che oggi alimenta il fontanone del Gianicolo, fu costruito da Traiano captando l'acqua di numerose sorgenti ai bordi del lago di Bracciano. L'ultimo grande acquedotto è stato l'Alessandrino, che aveva le sorgenti a Pantano Borghese sotto Colonna, e portava l'acqua a Roma con 24 km di archi in laterizio; il tratto più spettacolare lo si attraversa a viale P. Togliatti.

 

GLI ACQUEDOTTI DI SERINO

Nell’agosto dell’anno 1936, durante i lavori per allacciare le sorgenti del gruppo Acquaro-Pelosi all’esistente acquedotto di Serino per la città di Napoli, venne messa alla luce una pregevole lastra in marmo cipollino, recante una scritta romana databile tra il 317 ed il 326 D. C., probabilmente risalente al 324 D.C.  

Lapide romana del IV sec. d.C.
fons augustea di serino

i nostri principi:
fl. costantino pio, felice e vittorioso, fl. giulio crispo e fl. claudio costantino, nobili cesari, comandarono che fosse riscostruito, a loro spese, colla munifica, consueta liberalità, l'acquedotto della fonte augustea, andato in rovina col tempo per la grande incuria, e lo restituirono all'uso delle città sottoscritte.
(questa lapide) dedica ceionio giuliano, viceconsole giurisdicente l'agro pontiniano, e preposto all'acquedotto stesso.
nomi delle città:
pozzuoli - nola - atella - napoli - cuma - acerra - baia - miseno

 

Tale lapide alta 190 centimetri, larga 87 e spessa 17 centimetri, testimoniava il restauro dell’acquedotto alimentato dalle sorgenti del gruppo alto a spese dell'Imperatore Antonino Pio e dei suoi figli Crispo e Costantino.
La fonte viene definita “Augustea” al pari di una epigrafe mutila rinvenuta a Pozzuoli, dedicata ad un “cura(tori) a(quae) Ag(ustae)“, rivendicando ad Augusto la realizzazione dell’opera e confermando quanto già si ipotizzava con l’esame dei resti esistenti del canale in muratura, per il trasporto delle acque, canale eseguito in reticolato, di foggia tipicamente augustea.
Lo Sgobbo che ha curato la traduzione italiana della lapide, sostiene che la successione con la quale vengono elencate le città, alimentate dall’acquedotto, dipende dal loro decrescente consumo idrico (e quindi dalla loro estensione ed importanza).
Gli studi e le ricerche fatti nel passato, su tale opera di primaria necessità per l’alimentazione idrica in Campania, sono stati soprattutto finalizzati al ripristino dell’antico acquedotto, per alimentare in primis la città napoletana, che nel tempo ha sostituito per importanza commerciale e strategica la città romana di Pozzuoli, con il conseguente aumento di popolazione, giusta ricompensa al desiderio di diventare capitale di un regno.
Il primo che ha studiato l’importante opera augustea è stato, nel XVI secolo, l’ingegnere napoletano Pietrantonio Lettieri che, per incarico del viceré spagnolo Don Pedro di Toledo, per ben quattro anni, seguì i resti e le tracce dell’antico acquedotto sino a Napoli, lasciandone accurata testimonianza.
Ancora più particolareggiato risulta lo studio dell’architetto Felice Abate che, verso la metà del 1800, con il saggio “Studi sull’acquedotto Claudio e progetto per fornire di acqua potabile la città di Napoli”, riproponeva il ripristino dell’acquedotto romano per riportare a Napoli le acque di Serino.
Tra gli altri studi è qui opportuno ricordare quelli di I. Sgobbo nel 1938 e di O. Elia nel 1978.
L’acquedotto augusteo di Serino è probabilmente databile tra gli anni 30 ed i 20 dopo la nascita di Cristo. Si ricorda che il cognato di Augusto Marco Vipsanio Agrippa viene preposto nel 33 A.C. all’ufficio di Curator Aquarum e inizia grandi ed estesi lavori per migliorare l’uso degli acquedotti romani; lo stesso edifica in Roma nuovi acquedotti: nel 33 viene portata nella capitale l’acqua Giulia con un’opera lunga 21,6 chilometri e nel 19 sempre A.C., con un acquedotto sotterraneo, giunge nella Capitale l’acqua Vergine, acquedotto attualmente funzionante per i giochi d’acqua della Fontana di Trevi.
Sono ipotizzabili analoghi lavori di ingegneria civile in Italia e nell’Impero.
L’acquedotto Augusteo viene anche edificato in un periodo nel quale vanno aumentando le già sensibili richieste idriche degli importanti porti di Pozzuoli, città comunque già servita da un altro acquedotto locale, l’Acquedotto Campano, che captava alcune sorgenti del retroterra.

 

 

Tra il capo di Posillipo e capo Miseno, tra il primo secolo avanti Cristo e la fine del secondo dopo Cristo, erano posizionati i porti più significativi del Mediterraneo: il porto commerciale di Pozzuoli, che sarà per lungo tempo il principale porto di Roma: il “portus Julius” costruito nei laghi di Lucrino (molto più ampio di oggi) e Averno; quello militare nella zona di Bacoli; vi erano anche vicini i porti di Cuma, Baiae e di Nisida e non lontano quello di Napoli.
E’ probabile anche che, durante gli anni trenta a.C., con la pacificazione dell’Impero Romano per mano di Augusto, aumentando notevolmente i traffici commerciali ed agricoli tra Roma ed i territori d’oltremare, e quindi l’importanza del porto di Pozzuoli, si decise di ampliare il vecchio porto ormai insufficiente, così creando ulteriore spazio per i moli commerciali, e scaricare il grano necessario alla città di Roma, le derrate e tutte le merci provenienti dall’Oriente. Tale ampliamento, tra l’altro permise un maggiore arrivo dei cittadini dell’Impero in Italia, secondo i canoni della “Pax Augustea” (basti ricordare che San Paolo dall’Oriente passò per Pozzuoli per andare a Roma).
Il porto nuovo costruito sotto Capo Miseno e denominato “misenate”, vasto ed importante, capace di contenere la grande flotta imperiale, fu dotato di ampie sovrastrutture, di cantieri, delle abitazioni dei funzionari e dei militari, di terme, palestre e quant’altro (tavola III). Il bacino portuale conteneva anche il mar Morto ed esisteva un canale di collegamento tra le acque del golfo di Pozzuoli e quelle del canale di Procida. La zona ebbe una espansione edilizia, estesa e di pregio: di fatto si sentì la necessità di acqua potabile e per i servizi.

 

Tavola III

ville rustiche

  1. lucullo1
  2. di pietra salata
  3. vedio pollione-aug.
  4. bruto-c.mario-giulia
  5. cicerone 1
  6. orpilio-nerone
  7. stufe di nerone
  8. pisoni-claudio
  9. g.cesare
  10. v. con cisterne
  11. tomba di agrippina
  12. 100 camerelle q.ortalo
  13. v. presso il faro
  14. lucullo 2
  15. servilio vatia

porti
p1 pausilipana
p2 nisida
p3 iulius-pozzuoli
p4 lacus baiae
p5 iulius militare
p6 cuma
strade grotte
vco via per collem
vcr via per criptam
vc via campana
vd via domiziana
gs grotta di seiano
gc grotta di cocceio
cn cripta neapolitana

serbatoi
m piscina mirabilis
d draconaria
c piscina cardito
  -piscina lusciano
  -100 camerelle
v vas. rione terra
sa sacello degli augustali
te teatro

terme
t baia
tb bagnoli
tc cuma
tr via terracina
ta agnano
tp pozzuoli
sn stufe di nerone
ta terme di apollo
cs casa degli spiriti

L’ampliamento del porto di Pozzuoli, realizzato con il lavoro di numerosi schiavi, è databile intorno al 37 A. C., nell’ultima fase della guerra tra Pompeo “Magno” ed Ottaviano e, per permettere un rifugio funzionale e dare alla flotta militare maggiore sicurezza, fu decisa la costruzione del nuovo porto speciale presso capo Miseno e Punta Pennata. Tale porto fu destinato a contenere la flotta militare romana del Mediterraneo Centro-occidentale e fu sede del suo consolato (comando generale) sotto il comando del "praefectus classis misenensis".
Anche il nuovo porto venne realizzato con la geniale opera di Vipsanio Agrippa, luogotenente di Augusto, e suo genero, certo con la collaborazione dell’architetto Cocceio. Tale opera militare, così importante e vasta, non poteva non essere dotata di acqua abbondante e di buona qualità.
Lungo tutto il litorale, tra la otiosa Neapolis, l’attiva Puteoli e capo Miseno, sorsero altre numerose e lussuose ville, numerose altresì quelle rurali e le terme. In particolare estese, ben conservate ed ultimamente restaurate sono le vestigia della splendida villa edificata su Capo Posillipo, alla Gaiola, da Vedio Pollione, nobile romano, e da lui chiamata “Pausilypana” (cessazione del dolore) (tavola IV a).

 

 

 

 


Tale villa, riccamente decorata e comprendente vasti locali, odeon, auditorium, gruppi termali, terrazze e giardini sul mare, nonché un vasto teatro capace di contenere fino a 2000 spettatori, e persino un accogliente porticciolo, fu, dallo stesso Pollione, lasciata in eredità ad Augusto che, già proconsole di tutto l’Impero dal 23 A.C., ne diventò proprietario nel 15 A. C., alla morte dell’amico.
Le acque di Serino, prima di giungere a Pozzuoli e Miseno, dopo un percorso di circa 100 chilometri, alimentavano numerose città, anche non prossime al canale di adduzione, mediante diramazioni spesso considerevoli. Si pensi a Pompei, il cui castellum aquae posizionato a Porta Vesuvio, il punto più alto della città, era rifornito mediante un canale derivato, probabilmente interrato, che proveniva da Sarno, costeggiando le pendici del Monte Somma, dopo un percorso valutabile in sei chilometri, alimentazione certo distrutta a seguito dell’eruzione del 79 d.C.

 

 

Altre città, alimentate mediante lunghe diramazioni, erano come ricordato dalla lapide Nola, Atella, Acerra, Cuma, questa con una condotta libera in muratura parallela alla grotta della pace (o grotta di Cocceio). La città di Napoli, sfiorata dal canale augusteo, aveva il castellum aquae all’altezza degli attuali quartieri spagnoli, posizionato al di fuori della murazione cittadina. Ancora oggi una della traverse di Via Pasquale Scura si chiama Via del Formale.
L’opera acquedottistica romana, superata Napoli, era dotata di una diramazione alimentante le splendide ville della collina di Posillipo, sino alla Pausilypana. Il canale, traversata la grotta per Pozzuoli, la cripta neapolitana, ove era posizionato in destra all’altezza delle reni della volta, si divideva in due rami. Il primo dei quali, passando su un mirabile ponte-canale sul mare, alimentava l’isolotto di Nisida, ove era edificata la splendida villa di M. Licinio Lucullo figlio del proprietario della Luculliana, l’altro, il principale, interrato a mezza costa sulle colline prospicienti il mare, giungeva a Pozzuoli riversando le acque, prelevate dalle sorgenti dell’avellinese, nelle numerose cisterne dagli ampli volumi. Un altro ramo di notevole importanza alimentava, come visto, la città di Cuma ed il suo porto; altra importante cittadina alimentata era la ridente e ricercata Baia, ricca di ville nobiliari ed imperiali, e così via.
Le sezioni del canale dell’acquedotto augusteo non sono certo costanti, ma dipendenti dalla natura e tipologia dei terreni attraversati (tavola IV b). Generalmente tale opera si sviluppava nei terreni collinari dell’Appennino, correndo a mezzacosta.

 

 

Numerose erano le gallerie in roccia: il traforo del monte Paterno, ad esempio, lungo 1.768 metri, era altresì dotato  di numerosi cunicoli verticali ed inclinati, costruiti per l’ispezione e la manutenzione; la costruzione di cunicoli montani verticali ed obliqui è caratteristica delle cripte augusteae delle zone misenate e cumana.
Per superare i dislivelli esistenti nelle valli l’opera correva su ponti-canale, dei quali il più esteso risultava quello presso Pomigliano d’Arco, a Palma nella piana Campana, lungo oltre 3500 metri con archi alti sino a 4-5 metri.
L’acquedotto augusteo di Serino, inoltre, alimentava numerose ville rurali e sul mare e molteplici gruppi termali, prima di giungere alle vasche terminali della “Piscina Mirabilis”, avente una capacità di 12.600 metri cubi; essa era al servizio del nuovo porto militare di Miseno.

 

Probabilmente servita dallo stesso canale era anche alimentata, al termine della estesa opera idraulica, la grossa vasca della Dragonara avente un volume pari a circa la metà dell'altra. I volumi idropotabili di tale serbatoio erano probabilmente al servizio dell’abitato locale, sviluppatosi intorno al nuovo impianto militare, e degli addetti al porto: non è comunque certo che tale ulteriore serbatoio di accumulo fosse alimentato dall'acquedotto o piuttosto riempito anche da acque di pioggia.

 E' opportuno rammentare alcune delle numerose vasche di accumulo, veri e propri serbatoi idraulici di Pozzuoli, come le Piscine Cardito e Lusciano, le numerose vasche del Rione Terra e quelle a servizio delle molteplici ed estese ville marine o rurali: i serbatoi della Pausillipana, le Cento Camerelle, la Luculliana a Miseno, le ville di Cicerone o quelle di Baia e molte altre (ricorda la tavola III).
In merito alle numerose ed estese terme, note sono quelle presso Agnano in via Terracina; ma ancora più importante il maestoso complesso termale di Baia. La zona di Pozzuoli-Baia era, anche dotata di molteplici cisterne private ed a servizio di caserme, terme ed edifici pubblici nei quali giungeva probabilmente anche l’acqua da un ulteriore più antico acquedotto di non certa datazione: l’Acquedotto Campano, posizionato però ad un livello inferiore rispetto all’acquedotto augusteo.
Qui è necessario ricordare che i Romani usavano, nel caso di acque poste al di sotto del loro utilizzo, vari e notevoli impianti di sollevamento, mossi dall’energia al tempo più facile da reperire e meno costosa: il lavoro degli schiavi.

 

Notevole è l’invenzione della pompa di Ctesibio, studioso del medio Oriente trasferitosi a Roma. Tale macchina, in uso già dal I sec A.C., era un meccanismo idraulico aspirante-premente che permetteva di portare l’acqua a notevoli altezze, seppur sollevando volumi idrici non elevati; era infatti usata soprattutto nelle città per spegnere gli incendi.


 

Questo acquedotto campano di Pozzuoli, che il Beloch definisce, senza tentativi di ulteriore precisazione, d’età greco-romana, serviva probabilmente la città di “Dicearchia” (così chiamata dai Greci) già da prima che entrasse in funzione l’acquedotto augusteo, non potendo ipotizzarsi che in età repubblicana un porto già importante fosse sprovvisto con continuità di un congruo volume d’acqua. L’opera costituita da un canale di larghezza 70 centimetri per circa due metri di altezza, captava alcune sorgenti locali, posizionate nell’immediato retroterra, certo più copiose rispetto ad oggi, trasportando l’acqua lungo la via Campana, distaccandosene poi per scendere nella parte più bassa della città, nella piazza principale nella quale ha termine.
E’ interessante notare come le più capaci e significative vasche di accumulo, costituenti, il più delle volte, veri e propri serbatoi, fossero situate al termine del lungo canale augusteo. Ad avviso di chi scrive tale tipo di manufatto, tra l’altro costoso, si rendeva necessario per conservare sensibili scorte idriche per le navi e per le attività portuali, o anche per le ricche ville, soprattutto durante i probabili fuori servizio del canale dell’acquedotto, per gli interventi di ispezione o peggio per le riparazioni che dovevano essere frequenti nell’antichità, così come avviene per gli acquedotti moderni.
Ricordiamo che agli interventi di ispezione e di riparazione provvedevano degli specialisti (così come avviene oggi), che erano addetti a lavori esclusivi.
Riportiamo qui cosa dice nel libro “De aquaeductu Urbis Romae”, alla fine del primo secolo d.C., il console romano curator aquarum Sesto Giulio Frontino, preposto al controllo degli acquedotti romani dall’imperatore.
§ 116: Resta da considerare la tutela dei canali. Prima che inizi a parlarne è necessario illustrare brevemente la familia che è preposta a ciò. Due sono le familiae: pubblica l’una, di Cesare l’altra. Più antica è la pubblica che dicemmo lasciata da Agrippa ad Augusto e da questi resa pubblica: si compone di 240 uomini.
Di 460 uomini è la famiglia di Cesare, costituita da Claudio quando portò le aquae nell’Urbe.
§ 117: L’una e l’altra famiglia, tuttavia, sono divise in varie specie di funzioni: villici, castellarii, ispettori, silicarii, stuccatori ed altri operai.
Alcuni di questi è necessario che rimangano fuori città per quei lavori di lieve entità che, tuttavia, sembrano richiedere una pronta assistenza.
Gli uomini in città eseguiranno con sollecitudine ogni lavoro relativo alle stazioni dei castella e delle fontane, specialmente nei casi di emergenza, affinché da più quartieri si possa trasportare in quella in cui sovrasti la necessità, un supplemento di abbondanti acque.
Questo gran numero di uomini dell’una e dell’altra famiglia, solito per parzialità e negligenza degli addetti, ad essere impiegato in lavori privati, abbiamo stabilito di richiamarlo a disciplina ed alle pubbliche funzioni, dettando il giorno prima il lavoro da svolgere e facendo compilare in un diario anche ciò che è stato compiuto ogni giorno (gli odierni ordini di servizio n.d.a.).
§ 120: I lavori di riparazione derivano da queste cause: qualche parte può cadere in rovina per vetustà, o per negligenza dei proprietari, o per la violenza del maltempo, o per difetto dell’opera mal costruita, cosa che accade più sovente nei lavori recenti.
§ 121: In generale per vetustà o per violenza del maltempo soffrono quelle parti delle condutture sostenute da arcate, o che sono situate sulle pendici dei monti e quelle parti delle arcate che sono tracciate attraverso il fiume. Pertanto questi restauri vanno eseguiti con sollecita fretta.
Meno soggetti a lesioni sono i condotti sotterranei, non esposti né alle gelate né al calore.
Vi sono danni poi di tipo tale che si può intervenire senza interrompere il flusso o che non si possono riparare se non deviandolo, come per i lavori da eseguire nel canale medesimo.

 

 

§ 122: Questi lavori prendono origine da una duplice causa: o dall'accumulo di deposito calcareo, che indurendosi talvolta in una crosta, impedisce il flusso dell’acqua, o dal deterioramento dei rivestimenti interni, da cui derivano infiltrazioni che inevitabilmente danneggiano i fianchi dei condotti e i muri di sostegno. Anche gli stessi pilastri, costruiti in tufo, si deteriorano sotto un peso tanto grande.

 

La lettura dell’opera di Frontino testimonia l’alta civiltà tecnologica e di gestione del servizio acqua; di fatto potrebbe sembrare riferito ai nostri tempi.
E’ certo che questo tipo di organizzazione fosse estesa a tutte le opere, soprattutto idrauliche, dell’Impero, data la profonda e sociale cultura dell’acqua presso i Romani.
Una notazione particolare va dedicata alla pendenza nell’acquedotto augusteo di Serino. Ricordiamo che la pendenza di un canale può esprimersi come il rapporto tra il dislivello tra due punti e la loro distanza orizzontale; si misura generalmente in metri di quota persi per ogni chilometro di lunghezza di canale.

Dioptra

Le sorgenti di Serino, e precisamente quelle superiori di Acquaro-Pelosi, captate dai Romani, sono situate a 330 metri circa sul livello del mare, la platea della Piscina Mirabilis, lontana da queste circa 100 chilometri, è situata sui 2 metri sul livello del mare (al tempo di Augusto probabilmente intorno ai 10 metri, per il noto fenomeno del bradisismo flegreo).
Da tali dati si può dedurre che la pendenza media dell’acquedotto augusteo era di poco superiore al tre per mille, ovvero che l’acqua trasportata perdesse tre metri per ogni chilometro percorso.
In realtà la pendenza variava tratto per tratto. Il già citato Abate, dopo gli studi sull’antica opera romana di Serino, divide il percorso in una serie di tratti a pendenza pressoché costante: dal primo tratto, che nasce dalle sorgenti, ove la pendenza è del 7,33 per mille, alla "caduta della Laura" ove in 1,484 chilometri si perdono 153,61 metri, al traforo sotto il monte Paterno (0,52 metri per chilometro) al ponte canale di Pomigliano (0,39 metri per chilometro), e così via sino all’ultimo tratto da lui studiato sino ai “Ponti Rossi” ingresso alla città di Napoli, ove la pendenza risulta dello 0.16 per mille, e la platea del canale è posizionata a 41,4 metri sul livello del mare. Dalle sorgenti Acquaro ai Ponti Rossi il canale, secondo Abate è lungo circa 75 chilometri.

 

 

Nei moderni canali a pelo libero, costruiti per il trasporto dell’acqua potabile, la pendenza, certo di valore costante durante il tracciato, varia mediamente tra i 0,20 ed i 0,60 metri per chilometro. Tale risultato è certo dovuto alle diversità tecnologiche relative ai periodi considerati.
Al tempo dei Romani erano in uso, per il controllo del piano orizzontale strumenti come il “chorobates” e la “libra aquaria”, per la verticalità esisteva l’archipendolo o “dioptra”, e la groma aiutava validamente per le triangolazioni e la divisione agrimensoria. Diversamente dagli strumenti moderni quali il livello (l‘errore di quota, per una livellazione di media precisione, non deve superare 1-2 millimetri per chilometro), il tacheometro ed il teodolite, per gli angoli e le distanze.
E’ stupefacente come i Romani, con strumenti tanto rudimentali, siano riusciti a realizzare opere tanto avanzate. Di questi strumenti e di tanto altro parla, con dovizia, l’architetto del I secolo A.C. Marco Vitruvio Pollione nel suo libro sulle costruzioni: De Architectura.
La difficoltà di realizzare nei canali una pendenza costante, almeno per lunghi tratti, crea problemi di non piccola entità derivanti o dalla eccessiva velocità delle acque o dalla loro lentezza nello scorrere nello speco. Anche le brusche variazioni di regime idraulico determinano disconnessione della vena liquida con conseguente creazione di rigurgiti, schiume e risalto del pelo dell’acqua (salto del Bidoni). Da ciò ne consegue il deposito del materiale a volte trasportato, l’erosione delle murature nei tratti ove la velocità si presenta troppo elevata e soprattutto deposito a causa dell’ossigenazione dei sali di calcio lungo le pareti o sul fondo, sali che costituiscono quelle incrostazioni stratificate cui fa cenno Frontino nella sua opera. Tali incrostazioni diffuse nei canali romani, di misura tale, che a volte ne viene impedito totalmente il passaggio della stessa acqua, come visto, richiedevano periodici interventi di pulizia con chiusura totale del flusso idrico. Tra l’altro non è certo facile eliminare tali incrostazioni, senza danneggiare altresì l’opera muraria.

 

Negli acquedotti attuali, realizzati con pendenze pressoché costanti, il fenomeno è di fatto inesistente, tranne in alcuni punti ove esiste una areazione più intensa: punti di sbocco o salti repentini di quota. Il Canale principale di Serino, realizzato nel 1885, e con pendenza costante di 0,5 metri al chilometro, nei suoi più di 115 anni di funzionamento non presenta lungo le pareti la minima traccia di depositi calcarei.

 

Interessante notazione può farsi sull’acquedotto romano per Beneventum, anch’esso alimentato dalle sorgenti di Serino, più precisamente dal gruppo sorgentizio più basso: Urciuoli, con portate maggiori, variabili tra i mille e duemila litri al secondo.
Tale opera idraulica, studiata tra il XVIII e XIX secolo, da tal Francesco Criscitelli, e databile tra la fine del I secolo d.C. e la metà del secondo, presenta svariate singolarità tecniche che vale la pena di menzionare.
Il canale dell’acquedotto, probabilmente lungo tra i 34 ed i 36 chilometri, nasceva dalla polla principale del gruppo sorgentizio. Il caput aquae era posto a circa 324 metri sul livello del mare; l’arrivo, in una cisterna dopo l’arco di Tito in Benevento, era situato ad una quota non superiore ai 150 metri. Da tali dati si ricava la pendenza media del manufatto di circa 5 metri per chilometro.
In effetti i tratti dell’opera che si succedevano lungo il percorso, che si sviluppava lungo il letto del fiume Sabato, attraversandolo anche con dei ponti-canale ad arcata unica, presentavano valori di pendenza diversi, anche notevoli. Il tratto iniziale aveva una pendenza di 1 metro al chilometro; presso il villaggio di Prata tale valore saliva ad oltre 7 metri al chilometro, da Altavilla Irpina a Ceppaloni risultava di oltre 13 metri al chilometro, infine il valore succitato, nel territorio beneventano, era di 2 metri al chilometro.
Orbene lo spessore delle incrostazioni, rilevato nei vari tratti visibili del canale, è strettamente collegato con la pendenza locale dello stesso, e quindi alla velocità ed alla areazione dell’acqua trasportata.
Nel primo tratto succitato presso il “caput aquae”, le incrostazioni di calcare sono state misurate in 3 cm. di spessore; nel tratto presso la cittadina di Altavilla, furono valutate di spessore circa 25 cm. a strati (come se durante il funzionamento dell’acquedotto vi fossero stati dei periodi nel quale il canale risultava asciutto). Il Criscitelli, nel terzo tratto del canale, tra i villaggi di Altavilla e Ceppaloni, ove maggiore era la pendenza, misurò incrostazioni in platea di spessore sino a 50 cm. Con valori ancora maggiori sui piedritti, (Tav. IX a), nell’ultimo tratto del tracciato verso Benevento, ove come visto la pendenza diminuisce, lo spessore delle incrostazioni risulta minore, tranne alcuni tratti particolari, presso l’arco di Costantino, dove erano prevedibili variazioni di regime idrico.

 

Tavola IX a

Nell’acquedotto di Benevento fu riscontrata, altresì, un intervento tecnico di tipo particolare, quasi sicuramente eseguito a causa sia della instabilità e pericolosità dei terreni attraversati dal manufatto, che dall’esistenza di polle d’acqua non buona al di sotto della platea del canale.
Il costruttore, o molto probabilmente il curatore di un restauro posteriore, ha rivestito la platea del canale con lastre di piombo ricoperte poi di laterizio, in modo da isolare le acque da eventuali infiltrazioni idriche non gradite e ancor più per vanificare piccoli movimenti del terreno instabile che avrebbero danneggiato il canale stesso.
I piedritti dell’opera sono, generalmente eseguiti in calcestruzzo, nel nucleo, con frammenti in ciottoli calcarei e con paramento in tufello e laterizi spessi 3,5 cm., alternati in filari di 10.
La sezione dell’opera di presa, esistente alle sorgenti Urciuoli, si presenta larga 70 cm., alta 1,70 m., coperta con tegole in laterizio posate alla cappuccina.
Le pareti dei piedritti sono rivestite da un doppio stato impermeabile, il primo spesso 4,5 cm. in cocciopesto, il secondo di 0,5 cm. in cocciopesto finemente tritato e calce; al di sopra è depositata un’incrostazione calcarea di 3,5 cm.
L’ultimo degli acquedotti di Serino è, come si è detto inizialmente, quello inaugurato nel 1885. Costruito, in soli quattro anni, per trasferire a Napoli le portate idropotabili necessarie ad alimentare i cinquecentomila abitanti della popolosa città partenopea, era, per l’epoca nella quale veniva realizzato, un’opera dai grandi contenuti tecnici, progettata con tale lungimiranza che ha permesso di alimentare da sola sino al 1945 Napoli e numerosissimi comuni viciniori. Vero è che nel 1936 furono captate ed inviate, mediante i medesimi impianti, le sorgenti alte del gruppo Acquaro-Pelosi; con tale immissione il canale ancora oggi trasporta, nei periodi di morbida delle sorgenti, sino a 2350 litri al secondo.

 

I lavori dell’acquedotto vennero divisi in cinque parti distinte che ne costituirono l’insieme:
L’allacciamento delle sorgive.
La conduttura libera in muratura a partire dalle sorgenti e sino ai castelli di presa dei grandi sifoni sulla collina di Cancello, eccezion fatta di due sifoni (rovesci) intermedi per gli attraversamenti dei valloni profondi di Tronti e Gruidi.
Le condotte forzate, o grandi sifoni a partire dalla Collina di Cancello sino ai serbatoi sulle colline di Napoli.
I due serbatoi cittadini.
La distribuzione in città.
I lavori di allacciamento che furono compiuti nelle sorgenti Urciuoli diedero dei risultati eccellenti, superiori ad ogni previsione, giacché la portata che da esse si ricavò fu superiore ai 2 metri cubi al secondo.
Il sistema di allacciamento, secondo il quale si procedette, è quello del drenaggio sotterraneo: diviso il territorio delle polle in tre zone, a seconda della posizione ed importanza delle varie sorgive, furono costruiti tre canali coperti, destinati a raccoglierne e convogliarne le acque, ed al principale tra questi, furono attribuite dimensioni maggiori che agli altri due.
La profondità alla quale furono collegati questi collettori, varia secondo la configurazione del soprassuolo; però in generale si trovano superiori alla vena acquifera, di maniera che dove essi giacciono incassati nel tufo non venne fatta alcuna platea; attraverso tale apertura risalivano le acque sorgive.
Le polle immediatamente laterali al percorso del collettore versano in esse le loro acque per apposite luci lasciate nel piedritto corrispondente, di apertura proporzionata alla importanza della medesima sorgiva.
All’esterno e lateralmente ai piedritti lo scavo si aprì per una certa larghezza in più e lo si riempì sino al livello della cappa di ciottoli calcarei puliti e lavati: di tal modo si avvolse il collettore in una incamiciatura permeabilissima, attraverso la quale anche le sorgive elevate possono trovare facile e comoda via. (tavola IX c).

 

Tavola IX c

Su tutto si distesero due strati di pura argilla fortemente battuta e cementata tra loro da un frapposto velo di calce idraulica in polvere e al di sopra un vagliato riempimento in terra, il tutto a protezione delle sorgive dalle acque superficiali.
La raccolta di queste acque avviene in un fabbricato di pianta quadrata diviso in tre piani dall’ultimo del quale parte il canale dell’acquedotto. (Tav. X). Nella tavola è anche indicato il punto di partenza dell’antico acquedotto romano per Beneventum (c). Inoltre vi è indicata la pianta della sorgenti Urciuoli prima della loro captazione e disegnate le tracce dei collettori drenanti.

Il nuovo canale di Serino, lungo metri 59.551, si svolge attraverso un percorso parte a mezza costa, parte in galleria naturale all’interno dei monti, parte in pianura secondo la configurazione naturale dei declivi attraversati e, ove ciò non sia possibile, esso si svolge su ponti canali anche di notevole lunghezza (tav IX b).
Il canale in muratura, a blocchi di pietra varia, ed a pelo libero, è costruito con sezioni molto diverse tra di loro, variabili a seconda della spinta statica trasmessagli dai terreni attraversati.
I ponti canali sono oltre 20 con uno sviluppo di oltre 1800 m. (tavola XI), il più lungo dei quali passa sopra Rio Noci con 31 arcate e lunghi quasi 500 metri; da sottolineare la somiglianza di tali manufatti con quelli costruiti dai Romani (tavola XI a e XI b).

Tavola XI a - Ponte-canale Rio Vergine 1885

I profondi e scoscesi valloni dei Tronti e dei Gruidi sotto Altavilla Irpina, furono attraversati dall’acquedotto con due batterie di tubazioni metalliche (sifoni rovesci in ghisa).

Il problema di fornire giornalmente la città di Napoli dalla collina di Cancello, punto nel quale arriva l’acquedotto principale in condotta libera, ora descritto, fu efficacemente risolto da una batteria di condotte forzata metallica in ghisa, composta da tre grandi sifoni rovesci, uno con diametro interno di 700 mm., destinato all’alimentazione del serbatoio alto e gli altri due, col diametro interno di 800 mm., destinati per il servizio basso della città.
L’origine dei sifoni aveva luogo in due vasche o castelli di presa posti a differente altezza sul versante del colle di Cancello verso Napoli.
Dai succitati castelli di presa, costruiti con solida muratura fino ai serbatoi cittadini si sviluppa, iniziando dai piedi della collina, parte della piana campana, nella quale sono interrate le grosse condotte di adduzione.
Queste dopo un percorso di oltre 22 km forniscono i due serbatoi cittadini dell’epoca delle portate destinate alle due reti ad essi connessi.

 

Il serbatoio più basso posto in vicinanza della reggia di Capodimonte, in sottosuolo, ha un volume di oltre 82.000 metri cubi, per l’epoca veramente considerevoli; esso è costituito da cinque vasche scavate nel tufo giallo napoletano alte 10,80 m. larghe 9,25 m. e nelle quali lo sfioro dell’acqua si trova a 8 m. rispetto alla platea; la quota altimetrica rispetto al mare è di m. 92,50 (tav. XII).
Il secondo serbatoio più alto dello Scudillo, posto alla quota di metri 183 sul mare, aveva una capacità complessiva di 20.000 metri cubi. Tale serbatoio alimentava tutte le utenze medio alte della Napoli di fine 800 sino a Torre Ranieri. Nel tempo la capacità di tale serbatoio è stata aumentata sino a 145.000 metri cubi.
Dalla descrizione, in vero sommaria e parziale che sin qui è stata fatta, risaltano comunque grosse analogie costruttive dell’opera moderna rispetto a quelle dei più antichi acquedotti romani di Serino e di acquedotti analoghi della romanità, sia per le opere per il modo con il quale era realizzata la distribuzione dell’acqua potabile, che per la captazione attenta delle sorgive.
Anche riguardo la costruzione del canale a pelo libero, condotta in muratura che trasporta l’acqua dalle sorgenti verso gli “utenti”, dei ponti per l’attraversamento delle valli, o dei sifoni rovesciati, delle gallerie per trapassare le montagne, si può ben affermare che essa presenta tecniche costruttive praticamente uguali nei due periodi, pur così lontani tra di loro.

Tavola XIII

Si confronti nella tavola XIII gli strumenti simili e le modalità costruttive del 1885 e romane per il sollevamento dei pesi e nella realizzazione degli archi dei ponti.

Le capacità tecniche dei romani sono testimoniate anche dal fatto che le città anche non troppo grandi, come Pompei ed altre, erano alimentate con condotte in pressione generalmente in piombo; esse erano costruite piegando le spesse lastre del metallo e saldando i lembi tra di loro; tale rete idrica, che nasceva da una vasca di ripartizione (in Pompei era ubicata a Porta Vesuvio), ove necessario, veniva servita da vasche di carico di secondo ordine; poste ai crocevia della città, alimentanti anche fontane pubbliche. Gli impianti di distribuzione erano dotati di diramazioni di utenza.

La città di Pompei, come si può rilevare dalla figura, ci dà la possibilità di verificare con certezza lo stato della alimentazione idrica nelle città romane nel periodo dell’Impero; questa certezza deriva dal ritrovamento di numerosi reperti scoperti a Roma, in Francia in Ispagna, Africa etc., che dimostrano come all’epoca fosse diffuso un sistema di trasporto e distribuzione dell’acqua potabile tecnicamente molto avanzato ed affidabile.

I canali a pelo libero, che alimentavano i serbatoi erano adeguati ai terreni attraversati e ai dislivelli incontrati; i sistemi di captazione adottati permettevano una salvaguardia delle acque igienica e sicura; infine lo stesso sistema di gestione ed esercizio di tutta l’opera acquedottistica prevedeva, con il lavoro delle familiae una organizzazione agile e moderna che permetteva interventi pronti. In modo simile a quello odierno.
Notevole ed ammirevole era la capacità dei Romani di gestire e controllare il territorio; si noti a tal uopo la ricostruzione fatta della zona puteolana al tempo dell’inizio dell’Impero (tavola XV).
Tale forte ammirazione per l’opera romana sussiste ancor più se si considera la diversa capacità tecnologica odierna di produrre e soprattutto l’attuale esistenza di materiali tecnologicamente più avanzati come l’acciaio o la possibilità di usufruire dell’energia elettrica nell’epoca antica surrogata da capaci schiavi.
Possiamo quindi con certezza affermare che le capacità di alimentare le città al tempo dei romani erano notevolmente all’avanguardia non solo per le profonde e sentite idee sociali, ma soprattutto per la possibilità all’epoca di far convergere ed operare in Italia le maggiori personalità tecniche e realizzative esistenti in tutto l’impero. Anche la legislazione romana sugli acquedotti prevedeva la salvaguardia del servizio idrico e del bene pubblico acqua considerato una conquista sociale per ogni tipo di cittadino ed un bene da salvaguardare.

Tav. XV

 

In conclusione il concetto della “res publica” era ben radicato nella società romana; non ci deve quindi stupire, e possiamo condividere quanto afferma Sesto Giulio Frontino, nominato dall’imperatore Nerva curator aquarum, per la riorganizzazione dell’amministrazione delle acque nel 97 d.C. Tale incarico di solito veniva affidato agli uomini più  capaci e ragguardevoli della città. Frontino nel suo trattato “De aquaeductu Urbis Romae” afferma:
“ogni incarico dell’imperatore richiede particolare attenzione ed io stesso sono stimolato da una naturale sollecitudine e da una operosa lealtà, non solo a svolgere ma ad amare l’incarico commessomi. Ora che Nerva Augusto, imperatore non so se più solerte o più amante della cosa pubblica, mi ha affidato l’amministrazione delle acque per l’uso, l’igiene ed anche la sicurezza della città, incarico sempre ricoperto dagli uomini più illustri della città, ritengo di primaria importanza e, soprattutto, indispensabile essere bene a conoscenza del compito intrapreso, così come ho sempre fatto nei precedenti incarichi”.

 

Autore :  www.scuolepie.it

Fonte: http://www.scuolepie.it/scuolepie/progetti/ACQUA/Ambito%20Storico/Gli%20acquedotti.doc

 

 


 

Acquedotti

 

 

Visita la nostra pagina principale

 

Acquedotti

 

Termini d' uso e privacy

 

 

 

Acquedotti