Michelangelo Merisi detto Caravaggio biografia vita e opere

 


Michelangelo Merisi detto Caravaggio biografia vita e opere

 

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MICHELANGELO MERISI detto IL CARAVAGGIO (1571- 1610)

 

Nato a Milano più o meno dove oggi ci sono le messaggerie musicali. La famiglia di Michelangelo era originaria di Caravaggio e possedeva appezzamenti li, ma lui era nato a Milano come confermano recenti studi. Muore nel 1610 su di una spiaggia di Portoercole in toscana di malaria. Indubbia la sua formazione lombarda anche se di quando dipinge qui non abbiamo nessun lavoro. Di Caravaggio abbiamo opere dei periodi in cui è stato a Roma, Napoli, Malta.

 

Nel 1592 Michelangelo Merisi lascia Milano alla volta di Roma e quando arriva a Roma è già un pittore di grandi capacità. Senza dubbio frequentò la bottega di Simone Peterzano pittore originario di Bergamo dal quale non eredita lo stile, controriformista di second’ordine bensì la capacità e l’abitudine di scegliere soggetti semplici e umili. La religiosità di Caravaggio è una religiosità umile come quella di Peterzano. Merisi ambienta le sue scene umilmente ma senza la teatralità di Tintoretto e i suoi personaggi quasi straccioni, i personaggi del Caravaggio appartengono al popolo ma conservano una grande dignità. Ma non sono solo artisti a formare Caravaggio, il clima milanese di quel tempo sicuramente lo ha influenzato in molte scelte.

 

Il Cardinale Federico Borromeo influenza la formazione del Caravaggio non in campo pittorico ma in campo ideale, quello che il Cardinale gli trasmette sono valori di carità verso i più poveri e condivisione. Ma ci sono altri soggetti lombardi che hanno influenzato la pittura di Caravaggio: Gianbattista Moroni da Bergamo, Gerolamo Savoldo da Brescia, il Romanino, il Moretto da Cremona, la famiglia Campi, più in particolare Vincenzo Campi, Sofonisba Anguissola (la prima donna che incontriamo nella pittura italiana); dal veneto Lorenzo Lotto, da Bologna Annibale Carracci ( che Caravaggio conosce a Roma). La sua pittura è influenzata anche dall’arte fiamminga soprattutto per quanto riguarda le nature morte.

 

Quando si reca a Roma entra in due bottegucce subito nel 1592, successivamente, nel 1593 entra in bottega del Cavalier D’Arpino Giuseppe Cesari. I primi lavori di Caravaggio che conosciamo seguono la moda romana dell’epoca, un’ artista quasi alle prime armi doveva dipingere secondo la moda per farsi conoscere. In quei anni a Roma erano molto di moda le Nature morte o figure con nature morte queste riscuotevano un’enorme successo tra l’aristocrazia moderna.

 

FANCIULLO CON CANESTRA o FANCIULLO BORGHESE (1592/93) Roma Galleria Borghese


Pur essendo un’opera giovanile contiene diversi elementi che caratterizzeranno sempre la pittura del Caravaggio. La figura a mezzo busto tagliata ai fianchi in piedi davanti ad una parete umilmente vuota. Vuoto voluto per attirare maggiore attenzione sul soggetto senza distrazioni. Usava lo stesso modo di dipingere di Leonardo: in uno specchio, perché in uno specchio non ci sono elementi della stanza che ti distraggono dal soggetto che stai dipingendo. Uno degli elementi che troveremo ricorrenti nella pittura del Caravaggio è l’abbinamento figura umana e natura morta. La natura morta era si un retaggio della tradizione fiamminga ma la novità italiana e più in particolare romana sta nell’affiancare a questa la figura. Un altro elemento che seguirà Caravaggio quasi sempre nel suo stile pittorico e l’assenza di un’ambientazione: un muro spoglio è la sola ambientazione che conosce Caravaggio se non per qualche eccezione. La pittura di questo artista ha un aspetto particolare una luce forte molto contrastane che provoca una grande modulazione chiaroscurale proventiente da fuori il campo del quadro in diagonale. Una luce definita”selettiva” per il fatto che ( più evidente nelle opere mature) sembra selezionare elementi da sottolineare o da nascondere. Il canestro retto dal giovane contiene ogni ben di Dio di frutta ma troviamo una differenza con le nature morte della tradizione fiamminga: nelle fiandre la natura era rappresentata come perfetta quasi idealizzata, con i frutti al massimo della maturazione qui troviamo, sì, una natura appetibile e invitante ma anche l’imperfezione di una mela leggermente ammaccata. Caravaggio non dipinge un mondo ideale, ma un mondo reale. Il naturalismo è diverso dal realismo il primo descrive una natura selezionata, perfetta, su misura, idealizzata derivante dal procedimento Raffaellesco e successivamente Manierista; in un secondo è superiore è così com’è.
un’altro aspetto che anche qui fa capolino è l’Androginia: l’ambiguità di sesso. Il giovane ci sembra un po’ effemmintato sia per l’atteggiamento che per i lineamenti delicati, lo sguardo e gli incarnati (coloriti femminili). Alcuni sostengono l’omosessualità del Caravaggio ciò non ha fondamento.

 

FANCIULLO MORSO DA UN RAMMARRO (1594-1595) Firenze fondazione Longhi

Di queste tele esistono due versioni: una (a sinistra) conservata alla fondazione Longhi, fondazione dedicata ad un grande studioso e collezionista del Caravaggio che alla sia morte ha regalato la sua collezione alla città di Firenze; la seconda ( a destra) è conservata al Londra alla National Gallery. Queste tele hanno molte cose in comune con il Fanciullo della Galleria Borghese: l’assenza di un’ambientazione particolare, la presenza della luce fuoricampo, l’accostamento figura umana e natura morta e l’androginia. La resa della trasparenza del vaso è spettacolare è riuscito anche a scorciare una finestra nel riflesso dell’ampolla. Il ramarro morsica il dito medio del giovane e la sua espressione e un misto tre stupore e dolore, espressione sottolineata dall’azione della mano. Caravaggio con questi elementi introduce un concetto morale e religioso: Vanitas. Anche le cose più belle sono destinate a morire e quindi anche le cose più belle nascondono qualcosa di negativo. Esprime un Memento Mori e allusioni alla morte. il giovane è tentato dalla golosità della frutta ma viene morso dal Ramarro. Questa profonda religiosità la ereditò dal Cardinale Federico Borromeo. Ancora una volta l’uso che fa della luce è finalizzato a sottolineare questi aspetti: illumina la smorfia e la mano ingannata ma lascia in ombra il male, il ramarro. Siamo anco ancora nel peiodo della bottega del Cavalier D’Arpino.

 

ILBACCO DEGLI UFFIZI 1596

Tela contenente una variante sul tema delle figure abbinate alle nature morte. Il bacco rappresentato non è un personaggio anonimo o idealizzato. Caravaggio spesso frequentava osterie dove si beveva molto e faceva schizzi di visi di personaggi che lo colpivano.

 

Coglieva scorci di vita comune questo per esempio è un classico frequentatore, un po’ alticcio di osterie. Interessante il modo in cui tiene il bicchiere: tenta una posizione elegante ma sbaglia perché non conosce il galateo. Bacco è carnevalesco e improvvisato è uno scherzo che è al limite tra il serio e il ridicolo. Non si è mai vista una divinità appoggiata ad un materasso e indossante una tonaca improvvisata che probabilmente è poco più di una tovaglia. Sembra quasi che Caravaggio abbia copiato un beone con un tralcio di vite in testa e una tovaglia addosso in un’osteria. La tela si carica di grosse allusioni e notevoli significati morali e religiosi: un’allusione chiara è a Cristo, perché Dioniso è una divinità dell’antica grecia che , come il Cristo, muore e risorge. Espediente utilizzato molto spesso nel medioevo. Il vino è un chiaro simbolo eucaristico, basta vedere il largo uso nei sarcofagi romani di putti d’ispirazione pagana con tralci di vite. Anche qui è presente l’androginia retaggio anche manieristico  alchemico: l’unione degli opposti: bene-male, preda- predatore nella realtà a volte prevale l’uno a volte l’altro. la perfezione sta dove i contrari si fondono. La cultura manieristica viene in parte assorbita dal Caravaggio. Nella frutta, anche qui possiamo riconoscere qualche frutto marcio (memento mori).

 

CANESTRA DELL’AMBROSIANA 1596

Famosissima unica natura morta isolata del Caravaggio. Insistente paragone tra bello e invitante e marcio e malvagio subdolo. viene espresso il concetto di vanitas. La cesta di vimini è situata sul bordo di un tavolo in una posizione piuttosto precaria Caravaggio ci vuole mostrare la precarietà della realtà della vita.

Ora Caravaggio ha fatto esperienza ha già un nome e grazie all’intercessione del suo grande mecenate il Cardinale Francesco Maria Del Monte, che ne capisce le doti, riceve importanti commissioni.

 

 

RIPOSO DALLA FUGA IN EGITTO 1597-1599 Galleria Doria Pampini

Prima opera sacra del Caravaggio. dipinge solo due opere con il paesaggio per imposizione del tema e della commissione ( l’altra opera è il sacrificio di Isacco agli Uffizi). La natura descritta è di un chiaro sapore Giorgionesco nei suoi valori tonali. La scena viene raffigurata in maniera originale. Un angelo allieta il riposo di Maria suonando uno strumento a corde. Giuseppe non si riposa ma regge lo spartito all’angelo. Sembra che stia suonando una ninna nanna per il bambino. La musica scritta sullo spartito che regge Giuseppe è stata decifrata e riconosciuta come un brano scritto da un musico fiammingo del fine 400 inizio 500: un cantico d’amore che lo sposo rivolge alla sposa. Questo brano esordisce dicendo “quampulurales” che significa Quanto sei bella. Secondo la liturgia ecclesiastica la sposa è simbolicamente Maria e  vice versa lo sposo è Cristo, la chiesa e Dio. La scena è composta secondo una sorta di scala tra umano e divino con l’angelo come intermediario. Giuseppe è umano umile scalzo, è il classico povero uomo.

 

 

Siede su di un materasso ha vicino una fiasca di vino (simbolo eucaristico, ma anche della debolezza umana) e ha dietro l’asino. Dove sta la vergine con il bambino è tutto fiorito e rinato. La progressione da umano a divino è accentuata anche dal contesto in cui sono inseriti i vari personaggi. Scena carica di valori umani, di un realismo diverso da quello di Tintoretto. La bellissima figura serpentinata dell’angelo con il panneggio che si attorciglia probabilmente gli è stata ispirata da Annibale Carracci dall’angelo eseguito per lo studiolo di Odoardo Farnese, oggi conservato nel museo di Capodimonte a Napoli. Caravaggio è un fenomeno isolato, senza vincoli, sotto un’apparente normalità si cela un messaggio particolare espresso nel calore del sacro della realtà.

 

 

CAPPELLA CONTARELLI

Matteo Contarelli (francese) gli commissiona tre tele per la sua cappella (Contarelli) nella chiesa di Luigi dei francesi appartente al clero francese. S. MATTEO IN MARTIRIO, VOCAZIONE DI S. MATTEO, e una pala d’altare S. MATTEO E ANGELO.

S. MATTEO IN MARTIRIO 1599-1602

La più difficile e terza versione per i molti pentimenti dell’artista. L’analisi a raggi infrarossi ha rivelato ancora qualche retaggio manierista che riconosciamo in Taddeo e Federico Zuccari. La luce è la vera protagonista dell’opera, proviene dal santo che la irradia intorno a se. È presente un probabile autoritratto di Caravaggio. Il carnefice richiama sicuramente gli ignudi sistini. Qui la luce si carica di una valenza simbolica pur essendo realistica. La luce diventa una luce Agostiniana. S. Agostino vedeva nella luce la presenza divina portatrice di salvezza redentrice. Chi vede la luce può sperare nella redenzione. Dio mostra la salvezza a chiunque anche al carnefice che è persino il primo a cui è offerta la possibilità di salvarsi. La luce radente, diagonale, selettiva delle opere giovanili si riempie di concetti cristiani.

 

 

VOCAZIONE DI S. MATTEO 1599-1600

Qui è immortalato il momento in cui S. Matteo riceve la vocazione. Prima di essere chiamato da Gesù, Matteo era un gabbeliere (esattore delle tasse). La scena è ambientata nella penombra di una taverna umile. Cinque personaggi attorno ad un tavolaccio di legno sono intenti a contare dei soldi. Si tratta di Matteo e i suoi colleghi. Improvvisamente entra Gesù accompagnato da Pietro. Lo indica: Dio ha deciso che Matteo dovrà scrivere la vita di Gesù. Matteo si indica come per chiedere: “proprio io”. Espediente del Caravaggio per far capire all’osservatore chi è Matteo all’interno del gruppo di uomini. Il gesto del Messia è sottolineato dal fascio di luce che si dirige verso il santo. Si tratta della stessa luce agostiniana che abbiamo incontrato nel martirio. Luce sia reale sia mistica. Luce che investe tutti ma solo alcuni smettono di contare il denaro per guardare Cristo. Caravaggio introduce il concetto di libero arbitrio: contrappone la tesi protestante alla tesi cattolica, la prima è la tesi della predestinazione: è gia tutto scritto e predestinato e all’uomo non è dato di capire la volontà divina, la seconda tesi (libero arbitrio) sostiene che sta all’uomo decidere se accettare il messaggio cattolico o rifiutarlo. La salvezza è offerta a tutti ma chi sceglie il peccato la rifiuta. C’è n motivo preciso che giustifica questi concetti: la cappella Contarelli è situata nella chiesa di S. Luigi dei francesi chiesa appartenente al clero spagnolo. Nel 1598 in Spagna Enrico IV (re cattolico) aveva sconfitto  i protestanti ugonotti. E con l’editto di Nant ufficializza la vittoria cattolica e bandisce gli Ugonotti. Probabilmente il committente (  Matteo Contarelli) e Caravaggio hanno voluto sottolineare questo aspetto. Le analisi radiografiche hanno dimostrato che la figura di S. Pietro è stata aggiunta in un secondo momento probabilmente per sottolineare il fatto che essendo Pietro il primo pontefice la salvezza può arrivare solo attraverso la mediazione della chiesa cattolica. Concetto controriformista. Sicuramente Caravaggio lo ha aggiunto anche per riequilibrare la composizione dell’opera. Maurizio Calvesi e Maurizio Fagiolo Dell’Arco (critici moderno) sostengono che è proprio per questo motivo che lo inserisce oltre al fatto che così l’osservatore vede del Cristo le parti essenziale per capire il senso della composizione: la mano e il viso. Il gesto del cristo è una palese citazione della creazione di Adamo di Michelangelo. Il volto di Cristo è un volto attuale pettinato secondo la moda romana del tempo. Anche il gruppo è vestito secondo la moda del tempo ma rappresentano comunque una parte umile. Della pittura sacra del Caravaggio cogliamo un altro aspetto: il Pauperismo. Il pauperismo è un movimento religioso di origine nordica che sostiene la povertà come una virtù, il pontificato di quel tempo era tutto altro che povero. Emerge il carattere Polemico del Caravaggio. Secondo i pauperismi i poveri sono più amati da dio, come dice anche Gesù. Opera rivoluzionaria. A questa opera possiamo associare, per il ruolo mediatrice della chiesa un’altra opera del Caravaggio:

LA MADONNA DI LORETO O DEI PELLEGRINI

Conservata nella  chiesa di S. Agostino a Roma 1604. Presente anche qui il Pauperismo nei due personaggi umili e scalzi. Il simbolo più importante utilizzato qui dal Caravaggio è la rappresentazione simbolica della chiesa attraverso Maria che si sporge da una soglia in pietra che rappresenta simbolicamente la prima pietra della prima chiesa eretta da S. Pietro. Anche lo stipite ha una valenza simbolica è il simbolo di S. Agostino che all’epoca era considerato lo stipite della chiesa.

 

 

 

S. MATTEO E L’ANGELO

Tela rifiutata dalla committenza già a Berlino. Il santo è rappresentato come uno zoticone, ignorante, analfabeta che per scrivere la vita di cristo deve farsi guidare la mano dall’angelo. Siede a gambe incrociate, posizione sconveniente per l’epoca, anche perché così facendo Caravaggio ha messo in evidenza il grosso e sporco piede del santo, con il fine Pauperistico. L’espressione del santo è un sorriso che esprime soddisfazione e, allo stesso tempo, stupire. Quest’opera, definita indecente e “priva di decoro” ha un’interessante precedente: S. Matteo e l’angelo del Romanino.

 

 

 

 

 

S. MATTEO E L’ANGELO ROMANINO

Opera eseguita per la chiesa di S. Giovanni Evangelista a Brescia, ancora di sapore Manierista. Ci sono degli elementi comuni all’opera che fu rifiutata al Caravaggio e andò persa durante la seconda guerra mondiale. Anche qui l’angelo suggerisce cosa scrivere a S. Matteo. Caravaggio produce una seconda versione meno contestabile della prima.

 

 

S. MATTEO E L’ANGELO (2^ versione)

S. Matteo è vestito bene, ha sì i piedi nudi ma veste il manto apostolico. Ora scrive autonomamente ed è espresso meno il pauperismo. C’è una certa spontaneità nell’atto dello scrivere. È colto di sorpresa traballa perché una delle gambe dello sgabello è giù dal gradino, grazie a questo espediente l’opera risulta più dinamica e immediata. L’angelo è sostanzialmente un angelo tradizionale, come quello del Riposo durante la fuga in Egitto, ma la novità sta nel suo contare. Questo potrebbe volerci suggerire che l’angelo stia contando le generazioni prima di Cristo, come di fatto comincia il Vangelo secondo Matteo. (nel tetramorfo il simbolo di Matteo è l’angelo).  Maurizio Calvesi, critico e studioso del Caravaggio, ha supposto una seconda interpretazione di quest’opera. Secondo lui l’angelo vuole sottolineare il primato del vangelo secondo Matteo come nella tradizione cattolica contraria al Protestantesimo. Secondo Calvesi, quindi, il gesto dell’angelo deriva da un’esigenza controriformista, ma questa teoria è discutibile. La posizione dello sgabello oltre a trasmettere dinamismo alla scena sporge anche verso di noi quindi è un elemento mediatore che ci coinvolge nel’opera. Questo espediente ha due precedenti.

 

 

LA DEPOSIZIONE

Conservata nella pinacoteca vaticana e datata 1605. È una palese citazione sella pietà di Michelangelo. Fu eseguita per la cappella Vittrice in S. Maria in Vallicella. Los pigolo della lapide viene verso l’osservatore.

 

 

 

 

 

CENA IN EMMAUS National Gallery 1599

Si tratta di una delle ultime opere eseguite da Caravaggio nella Bottega del Cavalier d’Arpino Giuseppe Cesari.  Sia il braccio del personaggio di destra che la sedia di quello di sinistra vengono verso di noi. Sono presenti delle nature morte. Qui troviamo una luce meno selettiva. Anche qui la canestra di fruttà è in bilico sul tavolo.

La fama del Caravaggio è in continua ascesa e Tiberio Cerasi, tesoriere del papa Clemente IIX Aldobandini, gli commissiona due tele da inserire assieme ad un’ Assunzione del Carracci.

 

 

CROCEFISSIONE DI S. PIETRO 1600/1602

Qui tutti gli elementi caratteristici del Caravaggio si accentuano. Viene del tutto eliminato un contesto o uno sfondo.

 

 

 

 

 

 

Fonte: http://www.blocconote.it/alisce/scuola%5Carte%5CIL%20CARAVAGGIO.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 


 

Michelangelo Merisi detto Caravaggio biografia vita e opere

MICHELANGELO MERISI(CARAVAGGIO)


Michelangelo Merisi detto il Caravaggio nacque a Milano il 29 settembre 1571 dai genitori Fermo Merisi e Lucia Aratori, originari di Caravaggio, un piccolo centro del Bergamasco, dove si erano sposati nel precedente gennaio.[2] Fu battezzato il giorno dopo nella chiesa di Santo Stefano in Brolo[3], nel quartiere milanese dove alloggiavano le maestranze della Fabbrica del duomo delle quali faceva probabilmente parte anche il padre di Michelangelo, di mestiere mastro muratore. Nel 1576 a causa della peste, la famiglia Merisi lascia Milano e si trasferisce a Caravaggio per sfuggire all'epidemia, ma qui muoiono il padre e i nonni del pittore. Nel 1584 la vedova e i suoi quattro figli tornano a Milano dove il tredicenne Michelangelo viene accolto nella bottega di Simone Peterzano, pittore di successo, tardomanierista di scuola veneta: «il contratto di apprendistato lo firma la madre, il 6 aprile 1584: per poco più di quaranta scudi d'oro [...] Va dietro il maestro ad affrescare, nella chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, in quella di San Barnaba».[4]L'apprendistato del giovane pittore si protrasse per circa quattro anni, durante i quali apprese la lezione dei maestri della scuola lombarda e veneta. Giulio Mancini, uno dei suoi biografi, nelle "Considerazioni sulla pittura" del 1621, racconta dell'infanzia di Caravaggio, sottolineando il forte carattere dell'artista già in quei primi anni: «Studiò in fanciullezza per quattro o cinque anni in Milano, con diligenza ancorché di quando in quando, facesse qualche stravaganza causata da quel calore e spirito così grande». Il 6 aprile 1588 scadeva il contratto con il suo maestro; il giovane pittore probabilmente in quegli anni abbandonò Milano per trasferirsi a Venezia, e conoscere da vicino l'opera dei grandi maestri del colore, Giorgione, Tiziano e Tintoretto.In ogni caso, al di là della certa frequentazione della bottega del Peterzano, il seguito dell’apprendistato di Caravaggio e in particolare gli anni che vanno dal 1588 al 1592, resta piuttosto nebuloso e così l'individuazione delle fonti che hanno influenzato la sua pittura. Secondo il Longhi – in alternativa alla tesi “veneta” – di capitale importanza per lo sviluppo del futuro stile di Caravaggio sarebbe stata la riflessione giovanile sull’opera di alcuni maestri lombardi, soprattutto di area bresciana, quali il Foppa, il Bergognone, Savoldo, Moretto e Il Romanino (che il Longhi definisce precaravaggeschi), maestri che avrebbero posto le basi di quelli che saranno i capisaldi dell’arte del Merisi. A questa scuola, il cui capostipite è individuato dal Longhi nel Foppa, si dovrebbero infatti l’avvio della rivoluzione luministica e la caratterizzazione naturalistica (contrapposta a certa aulicità rinascimentale) dei soggetti dipinti. Elementi centrali della pittura del Caravaggio.Nel 1592 Caravaggio si trasferisce a Roma e ha rapporti, più o meno fugaci, con diversi pittori locali. Prima presso un non meglio identificato pittore siciliano, autore di opere grossolane destinate alle fasce più modeste del mercato, poi ha un breve sodalizio con Antiveduto Gramatica e, infine, frequenta per alcuni mesi la bottega del Cavalier d'Arpino. Successivamente per una malattia viene ricoverato presso l'Ospedale della Consolazione e a causa di questo evento interrompe il rapporto con il Cesari. Durante queste esperienze probabilmente Caravaggio venne impiegato come esecutore di nature morte e come realizzatore di parti decorative di opere più complesse, ma in merito non si ha nessuna testimonianza certa. Un'ipotesi, priva in ogni caso di riscontro documentale, è che Caravaggio possa aver realizzato i festoni decorativi della Capella Olgiati, nella Basilica di Santa Prassede a Roma, cappella affrescata dal Cavalier d’Arpino.


Fonte: http://www.emmedante.altervista.org/michelangelo.doc                                       

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

Il Narciso di Caravaggio

 

Michelangelo Merisi detto Caravaggio


Narciso (1598-1599, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica)

 

Il quadro riprende il mito ovidiano di Narciso che, specchiatosi nell'acqua e come predetto dagli oracoli divini, si invaghisce a tal punto della sua figura che, preso dal desiderio di se stesso, affoga nello stagno e viene trasformato nel fiore che porta il suo nome.

La rappresentazione è costruita magistralmente secondo una struttura circolare e speculare: al centro della composizione, dominata quasi interamente dall'oscurità, spicca il ginocchio illuminato del fanciullo. Un fascio di luce quasi surreale investe le spalle e la schiena di Narciso evidenziando le eleganti decorazioni della sua veste.

 

Autore del testo: Marinella

http://www.atuttascuola.it/allegati/italiano/letteratura%20e%20pittura.doc

 

Conversione


La Catechesi di Caravaggio

 

Facciamo un piccolo percorso insieme, a partire dall’arte, ma non per interessarci di storia dell’arte, non con l’occhio del tecnico e dello studioso, ma da contemplativi che cercano attraverso cinque immagini scelte con sapienza, di meditare su questa parola, conversione, attraverso arte, sguardi e mani.
Vedremo soprattutto come il gioco degli sguardi e dei contatti, in particolare delle mani, sia capace di comunicare qualcosa di grandioso su quella che è la parola che sta al cuore del vangelo: “Convertitevi”, e lo dice Gesù parlando all’inizio della sua missione.
Le immagini che sono state indicate, cinque opere di Michelangelo Merisi detto Caravaggio, sono in una successione logica, teologica e cronologica. Accidentalmente, non era scontato che avvenisse così, ma la prima è del 1598, la seconda del ‘99, la terza del ‘600, la quarta del 1601 e la quinta del 1602 o 3, non abbiamo una data esattissima, però è non prima del 1602 e non dopo il 1603. Quindi proprio sono in successione perfetta, nella storia personale di Caravaggio, questo uomo che era esattamente come dipingeva, cioè pieno di contrasti.
I chiaroscuri li aveva dentro, un uomo non senza fede, e non senza tormenti, non propriamente un buon animatore salesiano diremmo, conoscendo appena la sua biografia, e le sue avventure piuttosto agitate. Caravaggio quando si appassionava a qualcosa era grandioso, ma con la stessa veemenza si gettava nei giochi e perfino nelle risse fino a prendere a colpi di accetta gli eventuali dissenzienti che non erano tanto d’accordo con lui.
Quando si fermava a guardare quello che aveva dentro o quello che stata dispiegando sulle tele, era quasi capace di diventare una porta, un varco… e riuscire a dire delle cose, senza le parole, con il linguaggio delle immagini che ancora oggi toccano il nostro cuore.

Narciso
“Io mi guardo”
Fine dell’introduzione, viaggiamo dentro le cinque opere che sono cinque nomi grandiosi di Caravaggio a partire dal ‘Narciso’ opera giovanile 1598 vi dicevo, che Michelangelo Merisi quasi sicuramente dipinge nei primissimi tempi in cui si trova a Roma. Lui è di provenienza lombarda, anche artisticamente parlando, è molto debitore della scuola lombarda della metà del ‘500, da cui impara parecchio, anche se poi elabora una sua poetica, molto precisa, inconfondibile fatta appunto di quei potentissimi, quasi violenti chiaroscuri che ce lo rendono riconoscibile fra mille.
Il ‘Narciso’ quasi sicuramente è suo, ma anche un’opera discussa, per essere precisi è un’opera su cui alcuni studiosi sono dubbiosi sul fatto che sia davvero di Caravaggio, ma per molti motivi è molto probabile che sia davvero sua, che l’attribuzione a Caravaggio non sia campata per aria.
La ninfa Lirope, madre di Narciso, era stata un giorno nella sua gioventù circondata dai flutti di un fiume, Censo, una divinità fluviale; circondata e sedotta dai flutti e dalle anse di questo corso d’acqua concepisce da questa divinità fluviale un figlio di inaudita bellezza. Mai nessuno era stato bello quanto Narciso. In effetti tanta bellezza preoccupava la madre che come tutte le madri vede lontano e sa che una sovrabbondanza di doti per il figlio, oltre che una grande possibilità, può diventare un grande pericolo, una temibile insidia. La madre interpellò non a caso Tiresia, il vecchio e cieco profeta, indovino, proprio per conoscere qualcosa del futuro, del destino di suo figlio. Tiresia annunciò alla donna che questo giovane avrebbe raggiunto la vecchiaia se non avesse mai conosciuto se stesso, la propria immagine, il proprio aspetto. Fu per questo che con scientifica ed efferata precisione la madre di narciso fece in modo che mai nella sua vita il giovane si potesse imbattere in uno specchio, che mai gli potesse accadere di conoscere la propria immagine.
Non poteva però prevedere quello che il destino aveva comunque stabilito, che vedeva Narciso non solo bellissimo, ma anche, in fondo, solo; solo perché, sprezzante e superbo, respinge chiunque di lui si invaghisca, e perfino la dolce Eco. La dolce ninfa vagando nei boschi, aveva incontrato Narciso e se ne era infatuata, ma viene respinta in malo modo, tanto che, soffrendo le pene inguaribili di un amore non corrisposto, (Credo abbiate già l’intuizione che una delle sofferenze più grandi che ci possano essere in questa vita è amare qualcuno e non esserne riamati. Ed è il dolore di Dio. Dio ama chi non si lascia amare, e per questo prova la stessa infinita, struggente pena, tanto da consumarsi e da disperdere completamente tutto quello che era e di lei rimane soltanto la voce raminga, senza quiete, che continua a rimbalzare di luogo in luogo nelle valli solitarie, proprio perché un amore non corrisposto porta a chiudersi in una penosissima solitudine).
Narciso era solo, ma era solo per l’ostilità che manifestava a chiunque lo avvicinasse, fino a quando succede quello che il destino aveva stabilito e che la madre non avrebbe potuto evitare: assetato trova la sua immagine riflessa sulle acque alle quali si stava avvicinando per bere e senza riconoscersi immediatamente, se ne invaghisce come ipnotizzato da un fascino indicibile, irresistibile, che tenta di afferrare di abbracciare di raggiungere rendendosi poi conto che anche il suo sarebbe stato un amore impossibile, non avrebbe mai potuto effettivamente amare colui che gli piaceva così tanto, che non è altro che la rappresentazione di sé.
E così Narciso si lascia andare a questo disperato sconforto e muore in questa maniera misera e tragica. L’immagine che noi stiamo vedendo, che è anche interessante dal punto di vista stilistico perché il riflesso di per se è una immagine impossibile, Caravaggio fa entrare il riflesso studiando l’effetto dell’immagine in uno specchio d’acqua da un punto di vista che poi è differente da quello che l’osservatore ha effettivamente davanti alla scena. Se noi fossimo fisicamente davanti allo specchio d’acqua assieme a Narciso, noi non vedremmo questo riflesso fatto così, lo vedremmo da un’altra angolatura molto molto meno leggibile.
Caravaggio fa secondo la logica delle carte da gioco che hanno le due parti speculari, tenendo conto di alcuni fenomeni ottici ma anche dichiarando che il riflesso è una immagine impossibile. L’idea dell’amore impossibile, di una realtà virtuale che non potrà mai riempirti veramente il cuore, viene in qualche modo comunicata dall’artista facendoci vedere un riflesso che nella realtà fisica noi non potremmo vedere in questo modo.
Ed è proprio qui che vorremmo attirare innanzitutto la vostra attenzione. Se dovessimo dare un titolo alternativo e spiritualmente indovinato, dovremmo darle un titolo semplicissimo, perfino banale, che però è quello che ci permetterà di tracciare una sorta di filo conduttore: “Io mi guardo”. In questo ripiegamento su di sé, si trova la radice di ogni insoddisfazione … non propriamente quel ‘conosci te stesso’ che stava scritto sull’oracolo di Delfi e che era estremamente sapiente, oppure la verità di cui parla S.Agostino che fin da giovane riflette su come è fatto il cuore umano e si rende conto che finché viviamo dispersi e continuamente distratti non arriveremo mai al bello della vita, soltanto quando riusciamo a compiere il viaggio più breve e più difficile che esista al tempo stesso, il viaggio della persona verso il proprio cuore, allora potremmo trovare forse la pace e la verità.
Questo ‘io mi guardo’ è quel gioco, quel sortilegio della ricerca di sé e dell’interpretazione della vita come un continuo tentativo di soddisfare i tuoi appetiti. Ebbene, se tu credi che il livello della vita consista nella soddisfazione dei tuoi appetiti, primo è impossibile, nel senso che non ci riusciremo mai fino in fondo, secondo è distruttivo, è la via dritta che porta al suicidio, un po’ perché da una parte si svilupperà una fatale nausea, quello che prima ci ingolosiva smodatamente, se non sta al giusto posto, finirà per nausearci, e un po’ perché è frustrante portandoci a consumarci e a rovinarci, da tanti punti di vista, perfino fisicamente, fino alla depressione, fino alla disperazione, fino alla autodistruzione..
Dobbiamo liberarci dalla maledizione di puntare tutto sulla autorealizzazione, cioè, il vangelo non è una sorta di manuale per realizzare se stessi, come se la cosa più importante della vita fosse arrivare a dire: ‘Ecco io mi sono realizzato, io ce l’ho fatta!’. Non è questo lo spirito del vangelo, il brivido che ti prende quando ne hai fra le mani le pagine e le ascolti attentamente. Sappiamo tutti, anche se qualcuno lo ha dimenticato, che le cose più belle della vita sono quando puoi dire: “L’ho fatto sorridere, l’ho fatto crescere, l’ho salvato, magari sono tutto malconcio semiferito, ma vivaddio la creatura l’ho salvata ce l’ho fatta”. E’ la soddisfazione più grande e la percezione di sé più bella che ci può capitare di avere. Quando abbiamo visto che siamo riusciti a far vivere qualcun altro. A costo di andare ‘contro natura’, di averci perso, di aver rischiato, o addirittura perduto, la vita nostra.
Una testimonianza. Pierluigi Molla è il figlio più grande di Gianna Beretta Molla. Gianna è una donna dei dintorni di Milano che ha sposato uno che è morto tre mesi fa, più che novantenne. Suo marito quando era un ragazzo come voi e frequentava la parrocchia, era un giovane di fede, si esprimeva ogni tanto in un modo che suggerisco anche a voi. Diceva: “Signore, fammi incontrare una mamma santa per i miei figli!”.
Quando era un ragazzo la sua principale richiesta al Signore, pensando alla vita di coppia non era trovare una ragazza bellissima o simpaticissima o divertente, ma  trovare una donna che fosse una mamma santa per i propri figli, perché se sarà una mamma santa per i propri figli, sarà il massimo da poter desiderare per sé. E l’ha trovata, e santa veramente, e hanno generato quattro figli e quando la quarta figlia era nel grembo di sua madre un male terribile aveva iniziato a radicarsi, un male che avrebbe potuto forse essere vinto a prezzo di un intervento così invasivo che oltre a salvare la donna, forse, avrebbe certamente compromesso lo sviluppo futuro della piccola che era nel grembo. Gianna con suo marito, hanno parlato, hanno pregato e hanno deciso di far vivere la bambina, la madre dà la vita ai figli, non sacrifica la loro per salvare la propria, e tutti d’accordo andarono in quella direzione. E’ nato il piccolo, Gianna l’ha avuto in braccio per due giorni, e poi è entrata in coma ed è passata da questo mondo alla sua pienezza, con lo sguardo a vedere dei suoi figli dall’altra parte del mondo che è qui accanto, non è lontana, ma noi non la vediamo normalmente. E la cosa straordinaria che fa venire i brividi a pensarci è che Pierluigi, suo fratello e le due sorelle compresa questa qui che la mamma l’ha vista solo in fotografia, erano tutti in piazza S Pietro quando dal balcone della basilica vaticana è stato messo giù il grande drappo con la foto gigantesca della mamma il giorno che Giovanni Paolo II l’ha dichiarata santa pubblicamente , perché oltre a questo Gianna ha fatto tanti miracoli e ancora oggi ne fa.
Allora il bello della vita non è questo, non è il narcisismo, guardare se stessi e dire “o che bello che sono”, “o come sono soddisfatto”, “o come sto bene io”, chiudendomi in un mondo che alla fine mi porterebbe ad annegarmi in questo autocompiacimento. Magari inizia bene, ma inevitabilmente finisce male, chi invoca questa strada prima o poi sperimenterà un’ebbrezza enorme da cui alcuni non si riprendono.

Accostando a quella immagine un breve tratto del vangelo: 
Ed ecco, un tale si avvicinò e gli disse: "Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?". Gli rispose: "Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti". Gli chiese: "Quali?". Gesù rispose: "Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso". Il giovane gli disse: "Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?". Gli disse Gesù: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!". Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.

E credendo che il bello della vita fosse avere, l’aveva detto anche a Gesù, candidamente: Maestro cosa devo fare per avere la vita eterna? Gesù gli cambia completamente prospettiva, e lui non ci sta, perché è come Narciso, non vede nient’altro che se stesso. Il bello della vita è invece che è fatta di quelle cose che abbiamo anche a casa nostra, mentre tutto oggi è costruito per convincerci che il bello della vita sta in quello che tu non hai ancora. Fino ad arrivare al ridicolo, alla pubblicità dove trovi il papà manager, vestito in completo gessato sempre in giro per il mondo a fare affari incredibili e ogni tanto passa per casa e comunque ha a cuore la sua piccola che gli mette una pasta nel taschino e al papà scende una lacrimuccia, non si sa se per la bambina o per la pasta che non riesce a mangiare perché troppo di fretta; dall’altra parte la mamma, anzitutto una linea invidiabile, non un capello fuori posto, anche se stira, rassetta, spazza, pulisce, dopo che ha messo tutto a posto è perfettamente energica e rilassata come all’inizio, e sta lì, tranquilla, arriva a casa il bambino, il clima festoso, l’orsacchiotto, poi passa la pubblicità e i ragazzi si guardano intorno, ed elevano a Dio la loro preghiera: “Signore, perché a me sono toccati questi genitori?”
Cioè la realtà virtuale ti vuole convincere che il bello è ciò che ancora non hai e ti fa dimenticare invece il bello della vita. Apri gli occhi, non chiuderti in un mondo fatto di illusioni e di stupidaggini, renditi conto che delle volte sei seduto su un tesoro e non te ne sei accorto, ce l’hai lì, a portata di mano. D’altra parte, non so se ci avete mai pensato, ma il Figlio di Dio, secondo voi, perché è vissuto trent’anni della sua vita, trent’anni, a Nazareth, senza aprire bocca? Trenta contro i tre che ha speso predicando e facendo miracoli, due-tre anni circa di vita pubblica, eclatante, sorprendente, cruciale, ma i primi trenta li ha trascorsi nei legami quotidiani di cui è fatta la nostra vita domestica. Tra affetto e lavoro, tra quelle cose che noi alle volte giudichiamo un peso o una banalità e che invece l’occhio di Dio vede come una occasione clamorosa. Madre Teresa di Calcutta diceva: la santità non consiste nel fare cose grandi, ma nel fare le cose piccole con grande amore. E’ l’esatto contrario della traiettoria che Narciso ci traccia.

 

La vocazione di Matteo
“Tu mi guardi”
Secondo passaggio, seconda geniale e meravigliosa opera di Caravaggio, è questo dipinto che si trova in San Luigi dei Francesi a Roma, accanto al Senato della Repubblica Italiana. I rettori della Chiesa di San Luigi dei Francesi, consigliati dal cardinale Del Monte affidano a Caravaggio il compito di riempire i tre lati della cappella Contarelli. Contarelli voleva in qualche modo essere ricordato in quella cappella che nella chiesa è in fondo a sinistra, con un ciclo di opere dedicate a San Matteo. L’apostolo che il vangelo chiama anche Levi con un nome abbastanza diffuso in Israele,  che stando alla descrizione delle pagine evangeliche era un pubblicano, come esattore delle tasse fino al giorno in cui Gesù fece irruzione nella sua vita. Se non ci dicono che si tratta della vocazione di Matteo, potremmo fare un po’ di fatica ad identificare il soggetto, perché guardando l’immagine a destra non è difficilissimo riconoscere Gesù e Pietro, i tratti abbastanza riconoscibili, la presenza appena accennata dell’aureola che aiuta,
Se però guardiamo la parte sinistra del dipinto, rimaniamo sconcertati, perché siamo davanti ad una compresenza dell’impossibile, cioè mentre i personaggi a destra sono di duemila anni fa, i personaggi a sinistra sono dell’epoca dell’autore, vestono i costumi di quel momento, questa è una scena impossibile, storicamente parlando, sembra quasi voler dire: la vocazione di Matteo non è soltanto accaduta un tempo, accade adesso, perché ci sono delle cose che capitano nel mentre uno passa, e che non passano più. Sono capaci di parlare ora, a tutti, come se stessero capitando in questo momento. L’altro aspetto straordinario del dipinto è l’evidenza in cui è collocata una finestra, per dichiararne la totale inutilità. Caravaggio la mette molto in evidenza perché, nello stesso tempo, vuole cancellarla, perché la finestra che dovrebbe servire per dare luce evidentemente non ha questo scopo nel dipinto. La luce viene da un’altra parte, viene dal luogo da cui proviene Cristo ed entra in un ambiente piuttosto scuro che è la ricostruzione di una taverna napoletana dell’epoca, che comunque è caratterizzata da una certa penombra, non solo fisica, penombra spirituale, interiore, che fa diventare l’ambiente l’anima dei suoi frequentatori, è chiaro che questo fascio di luce che arriva dalla parte da cui Cristo sta arrivando, è una luce soprannaturale, allegorica, è la luce della grazia, della verità, della vocazione, della chiamata, viene a squarciare improvvisamente il buio in cui prima credevi di tenere qualcosa.
In effetti, che cosa sanno vedere quelli che stanno al tavolo, alcuni di loro nient’altro che monete, incapaci quasi di accorgersi che è entrato qualcuno, che c’è un dialogo in atto, che qualcuno sta chiamando e qualcuno si sta chiedendo se è proprio il chiamato, con una sorpresa, uno stupore non troppo nascosto, eppure qualcuno al tavolo non sa far altro che concentrarsi, curvo e miope, sui soldi, l’unica realtà per cui ha occhi. Altro esempio di chi perde il bene della vita perché si è concentrato ossessivamente su qualche cosa che non potrà mai riempirgli il cuore, che tu ti illudi possa renderti felice. Che si tratti dei soldi, del sesso, del cibo, sono varianti sul tema ma il meccanismo è sempre lo stesso: chiuderti in una specie di sogno, che un po’ alla volta diventa un incubo, da cui non salterai più fuori, illudendoti che ritroverai la pienezza della vita, e non è così. Caravaggio fa anche una citazione, in genere gli artisti amano citare gli altri grandi artisti, evocando qualche cosa che tutti riconoscono senza bisogno di dirlo esplicitamente. Caravaggio non poteva non ricordare la volta della cappella Sistina, la seconda delle grandi fasi pittoriche, che Sisto IV prima e Giulio II poi hanno fatto dipingere le pareti laterali ad una serie di artisti del ‘400 toscano, Michelangelo la volta e sempre Michelangelo la parete di fondo con il Giudizio universale, le tre grandi fasi. E sulla volta, non al centro, perché al centro ci sta un’altra cosa, che è la creazione della donna, vicino al centro c’è la creazione dell’uomo con gli indimenticabili gesti, Dio padre tende il braccio e vuole toccare sfiorare il corpo di Adamo, il quale ergendosi dalla terra stende a propria volta il suo braccio per congiungere il proprio dito al dito di Dio e questa specie di primo contatto sta alla radice della vita e della creazione, un gesto così semplice anche abusato, anche a livello pubblicitario.
Adamo sta sulla terra, ha dietro un corso d’acqua, e dietro lo sfondo del cielo. Ci sono i quattro elementi del mondo antico (aria, acqua, terra e fuoco), perché il corpo di Adamo è caldo, ha il fuoco dentro, ed ha il rossore della pelle viva, di un essere vivo, E Dio lo tocca e sta inscritto nel cielo, perché Dio è la mente che ha concepito tutto l’universo. Questo braccio di Dio che è il braccio destro di Dio è esattamente quello di Cristo. E come il braccio di Dio nella creazione di Michelangelo, il personaggio che tende il braccio verso il suo interlocutore è Dio, quanto colui che ha creato il primo uomo, E in fondo tirare fuori l’uomo dalle tenebre di una vita sprecata, da una esistenza condotta ad accumulare e a contare soldi, cioè tesori falsi ed inconsistenti, è veramente dargli una nuova vita, farlo rinascere, spalancargli davanti un futuro bene, un percorso che non si sarebbe immaginato. Pietro un po’ più timido, siamo ancora all’inizio della sua carriera, tenta di riprodurre il segno di Gesù, gli fa eco, è come se nel quadro Gesù dicesse: “Tu” e l’altro: “Io?”. E Pietro dicesse: “Sì, sì, proprio tu!”. Cioè: ‘Ti ha scelto!’. Vi accorgete da questa dinamica di gesti che Caravaggio ci riporta al tema di Narciso. L’uomo prescelto non stende il braccio verso il Signore, ma lo orienta verso di sé, è il medesimo braccio che Adamo nella creazione stende, il braccio sinistro, che invece di essere slanciato verso Dio, il braccio del cuore, il braccio dell’amore, è ancora girato verso di sé. Certo, materialmente è ancora la risposta che dice: “Stai chiamando proprio me?”, ma spiritualmente è un’immagine chiarissima, l’uomo chiuso nell’autoripiegamento, come Narciso. Non è ancora uscito fuori da questa gabbia. E alcuni dei suoi vicini non ne escono affatto, nemmeno percepiscono la voce che chiama.  A questo dipinto dovremmo mettere come sottotitolo spirituale: “Tu mi guardi!”. Tu mi guardi, prima ancora che io abbia fatto qualche cosa per te. Matteo non ha chiamato Gesù, non è stato come Andrea e Giovanni che vedono passare Gesù e Giovanni Battista lo indica e dice : “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” e loro si mettono a seguire Gesù di Nazareth, perché vorrebbero capire di più di questo strano e affascinante personaggio che passa di là. E Gesù si volta e dice: “Che cercate? Maestro dove abiti? Venite e vedrete”. E quelli vanno e vedono e non lo lasceranno più. Però avevano preso loro l’iniziativa, non è che Gesù li aveva scelti, portati con sé, Gesù passava di lì e vedendolo passare e sentendo quello che diceva il Battista, vanno con Gesù, e Gesù se ne accorge.  In questo caso, Levi non si aspettava minimamente una visita del genere, non era pronto, non era preparato, non aveva fatto nessun corso di preparazione, di formazione, nessun ritiro, non frequentava una scuola salesiana o un oratorio che lo potesse predisporre favorevolmente alla grazia, niente di tutto questo. Era nel posto sbagliato, ed era già irrimediabilmente compromesso con una esistenza che poteva andare solo di male in peggio. Statisticamente parlando, è Gesù che prende l’iniziativa, lui vede in Levi qualche cosa di cui neanche Levi era cosciente. E pensate a questo punto le domande che ci vengono su nello spirito e nel cuore: Ma che cosa ci vede Gesù in me? Come mai scommette su di me? Si fida di me, mi affida dei compiti, mi chiama, mi fa proposte, mi lancia in avventure incredibili, ma che cosa ci vede in me? D’altra parte l’occhio di Gesù ha questa potenza incredibile, e questa preveggenza sorprendente, e commovente. Gesù ha questo occhio qui, tu mi guardi, e in me vede qualcosa di cui io stesso mi meraviglio, perché o non vedo niente, o vedo troppo, come Narciso, che credeva di essere Dio in terra, e così finisce per rovinarsi da solo, oppure mi butto via, perché in me vedo solo schifezze, che non valgono niente, errori, inconsistenza. Tu che cosa ci vedi in me, che ti fermi sulla porta di casa mia e stendi il braccio dicendo: io ti voglio? E’ incredibile, cioè Dio ha una passione incredibile per questi strani esseri bizzarri che siamo noi, egli ha una passione così forte in cuore che gli viene da dire che io con questi ci voglio passare l’eternità, ma cosa gli salta in testa? Cosa ci trova in noi ? Si è cacciato nei pasticci da solo volendo con noi condividere l’eternità. E sa che noi non gli lasceremo una goccia di sangue nelle vene, quando viene in mezzo a noi per farci sapere che cosa gli passa per il cuore.
Il cammino potrebbe continuare ricordando il salmo 129:
Quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza
- lo dica Israele -,
quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza,
ma su di me non hanno prevalso!
Sul mio dorso hanno arato gli aratori,
hanno scavato lunghi solchi.
Il Signore è giusto:
ha spezzato le funi dei malvagi.
Si vergognino e volgano le spalle
tutti quelli che odiano Sion.
Siano come l'erba dei tetti:
prima che sia strappata, è già secca;
non riempie la mano al mietitore
né il grembo a chi raccoglie covoni.
I passanti non possono dire:
"La benedizione del Signore sia su di voi,
vi benediciamo nel nome del Signore".

La deposizione
“Io ti guardo”
La terza tappa, 1600, l’anno dopo, è la deposizione che Caravaggio dipinge per la cosiddetta Chiesa nuova di Roma, un’altra commissione abbastanza importante, pittura conservata nei Musei Vaticani. Una rappresentazione della ‘Deposizione’ dove i personaggi sono tutti assiepati, stretti l’uno all’altro, da una inquadratura che lo spigolo della lastra tombale ci lascia intuire, ribadita dallo sguardo di Nicodemo che chinandosi ad appoggiare delicatamente il corpo di Gesù a noi rivolge lo sguardo, a noi che siamo all’altezza della mensa dell’altare, e che abbiamo al di sopra della mensa dell’altare questo grande dipinto con Nicodemo che guarda esattamente nella nostra direzione. E sembra riecheggiare quello che dice l’evangelista Giovanni subito dopo che il corpo di Gesù in croce è stato trafitto dalla lancia: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. Perché l’amore non corrisposto, l’inizio della storia che stiamo ora ricostruendo, la maledizione che aveva condannato Eco a vagare infelice per le valli solitarie per il rifiuto sprezzante di Narciso, è la stessa pena che affligge Dio nei nostri confronti: Dio ci guarda con amore infinito, e non viene corrisposto. Molti non si accorgono che Lui ci ama, altri lo sanno e se ne dimenticano, altri lo sanno e tuttavia lo deludono o lo tradiscono, o lo rinnegano.
Alla fine nessuno gli era rimasto fedele fino in fondo. E a questo Figlio di Dio, che ci ama di amore infinito, che perfino a quello che sa, che sta andando a venderlo porge un boccone, come farebbe un papà con il suo bambino, con una tenerezza infinita, che persino quando quello lì torna per dargli un bacio che è il segnale falso e disgustoso per le guardie che dovranno catturare Gesù, perfino in quel momento Gesù a costui dice: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’Uomo?”. E Gesù sa che cosa c’è dentro Giuda, e cosa sta per capitare e cosa c’è alle spalle di quell’incontro e di quel falso bacio, eppure lo chiama ‘amico’. Beh, un amore così grande non si era mai visto sulla faccia della terra. E davanti ad un amore così grande, anche i più ciechi ed i più chiusi aprono gli occhi.
Allora se all’inizio è “io mi guardo”, e davanti alla vocazione di Matteo è “tu mi guardi”, qui comincia a capitare qualcosa di nuovo, è: “Io ti guardo!”, perché “davanti a te che ti offri inerte, e dolcissimo, fino a morire per amore del tuo amore, io a te rivolgo lo sguardo”. Caravaggio sottolinea con le varie sfumature, più composte, il dolore e la commozione che circondano il corpo abbandonato alla morte di Gesù, con Maria di Cleofa che solleva le mani come gli antichi oranti nelle iscrizioni delle lapidi paleocristiane, come anche oggi fa il sacerdote quando solleva le mani in gesto di preghiera. Al dolore molto più sfuggente e intimo di Maria di magdala che china il capo in pianto silenzioso, a quello senza parole di Maria, la Madre di Gesù, che dietro è vestita con il suo abito blu e la mano stesa ad accompagnare con un ultimo sguardo di dolcezza il figlio che viene deposto nella tomba, a Giovanni che è rivestito dei suoi abiti verde scuro e rosso sta accompagnando il corpo del Signore e il braccio del figlio di Dio è ancora una volta il braccio dell’Onnipotente del Michelangelo, che tocca il regno della morte, laddove bisogna dare la vita ad Adamo che là dentro, nella penombra, aspettava da secoli questo incontro, nella speranza che un bel giorno venisse l’ora del riscatto. E con il terzo dito Gesù tocca la lastra tombale, quasi a lasciarci intendere per quanto tempo dovrà restare in lotta là dentro, per cambiare la condizione di tutti i morti che lui ha voluto conoscere direttamente. E in quell’istante mentre ancora parlava un gallo cantò, diceva poco prima il Vangelo, allora il Signore voltatosi guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: “prima che il gallo canti oggi mi rinnegherai tre volte”, e uscito pianse amaramente. E quelle lacrime sono l’inizio della salvezza, la grande differenza tra Pietro e Giuda, Giuda continua come Narciso a guardare solo sé, Pietro rivolge lo sguardo a Gesù e incrociando negli occhi, non può fare a meno di scoppiare in lacrime e di trovare la via della salvezza.

Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell'altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: "Non sei anche tu uno dei discepoli di quest'uomo?". Egli rispose: "Non lo sono". Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.
Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: "Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto". Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: "Così rispondi al sommo sacerdote?". Gli rispose Gesù: "Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?". Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.
Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: "Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?". Egli lo negò e disse: "Non lo sono". Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l'orecchio, disse: "Non ti ho forse visto con lui nel giardino?". Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

L’incredulità di San Tommaso
“Tu mi riguardi”
“L’incredulità di Tommaso”, anche se l’incredulità è il passo immediatamente precedente, proprio per questo potremmo anche chiamarlo la serietà, la concretezza di Tommaso il quale non ha detto “io non credo”, ma ha detto “se io non vedo se io non tocco, non crederò”. Perché il modo in cui Gesù è morto, è troppo serio per credere a buon mercato che adesso le cose vadano avanti felicemente. No, no, andiamoci piano, Gesù è morto in modo tale che falsificava radicalmente tutto quello che aveva detto fino a quel momento, Il Dio così vicino a lui, il Dio di misericordia e di amore non si era fatto vedere, a prima vista. Aveva lasciato morire il suo Messia nell’abbandono più totale, nello squallore più tremendo, malfattore in mezzo ai ladroni, deriso dai nemici, abbandonato dagli amici. Morto in quel modo, Gesù era la prova che aveva torto, e che soltanto se è proprio lui, soltanto se è veramente Dio e io tocco la carne e vedo il foro che hanno fatto i chiodi nella sua carne, nei suoi piedi, e quello della lancia nel suo costato, allora io posso crederci.
Dopo che è morto in quel modo, Gesù non si può più seguire se non è veramente risorto. Il destino di Gesù è una questione così seria che ne va anche del suo messaggio, o Gesù è veramente risorto ed è Dio vivente, oppure non merita di essere ascoltato, anzi, saremmo i più illusi di tutti. E Tommaso guidato dalla dolcezza di Cristo che con la sua mano prende quella di Tommaso e la introduce nella piaga, mette il dito dentro il costato aperto di Cristo, con gli altri apostoli che osservano attentissimamente la scena perché, diciamocelo apertamente, gli altri apostoli non avevano avuto il coraggio di avanzare una simile richiesta, ma in fondo anche loro avrebbero voluto toccare, vedere se era proprio Lui o se avevano le traveggole. Tommaso è semplicemente un po’ più schietto e un po’ più onesto, e dice apertamente “o io lo tocco oppure la cosa non mi convince”.
Vi accorgete anche che Caravaggio dipinge la scena senza ambientazione, cioè voi non siete in grado di dire dove avviene l’evento, non c’è niente, ma proprio niente, che vi permetta di identificare il luogo fisico in cui questo evento capita, che è una maniera anche questa allegorica di dire con il linguaggio dell’arte: non solo nel cenacolo, quel giorno, otto giorni dopo la Resurrezione, quando Tommaso fece effettivamente questo gesto, ma in qualche modo è qualcosa di così grandioso che va al di là dello spazio e del tempo. Cioè è come se stesse capitando adesso una cosa del genere, troppo grande. Allora se il primo dipinto Narciso andrebbe sottotitolato “io mi guardo”, il secondo, la conversione di Matteo “tu mi guardi”, e il terzo, la deposizione di Cristo nella tomba “io ti guardo”, questo quarto dipinto andrebbe sottolineato “tu mi riguardi”. Che vuol dire “tu mi guardi di nuovo”, letteralmente, ma anche “tu c’entri con me”, “tu mi riguardi” e in effetti, Gesù aveva guardato Tommaso l’ultima volta durante l’ultima cena, quando lui come tutti gli altri avevano giurato e spergiurato “noi non ti abbandoneremo mai, noi dovunque tu vada saremo con te qualunque cosa capiti saremo al tuo fianco”, e Pietro a nome del gruppo diceva: “Signore, mai e poi mai ti tradiremo”. Forse Pietro gli ha detto così sottovoce: “Io non so gli altri, ma io ti garantisco, andrei fino alla morte”. E Gesù dice a Pietro: “Stanotte prima che il gallo abbia cantato per due volte, tu per tre volte avrai addirittura detto che non mi hai mai conosciuto in vita tua”. Allora quando Gesù appare nel cenacolo, nello stesso luogo, e per la prima volta ha davanti questi apostoli che per la prima volta da quel momento lo hanno davanti a loro, ci saremmo aspettati probabilmente che entrando dicesse loro: “Guai a voi!”, e non come dice il Vangelo quando Gesù entrando dicesse: “Pace a voi!”.
Sfido che dopo soffia su di loro lo Spirito Santo e li manda a perdonare i peccati, nessuno più di loro in quel momento poteva sapere cosa vuol dire sentirsi perdonare. E gli andava fino alle fondamenta della carne la percezione avuta in quel momento. Ora Gesù riguarda Tommaso, lo guarda di nuovo, e con questo occhio di divina e infinita misericordia. E accetta la sfida, tu vuoi entrare in contatto con me fino in fondo, hai capito tutto, perché io non sono fatto per essere guardato a distanza, non sono venuto per essere ammirato, comunque, uno qua e l’altro là. Io sono fatto perché si entri in me. Sono venuto per questo.
E’ quello che dice il Vangelo: “Convertitevi!”. Perché? Perché il regno dei cieli è vicino. Non vi siete accorti dice Gesù, il regno di Dio è li, casa sua è li, dall’altra parte della strada, non c’è nemmeno un dobermann con 57 denti affilati che vi deve sbranare appena voi passate il cancello. No, l’ingresso è libero, gratis, non occorre neanche avere le chiavi, uno vuole entrare, entri dentro, ma cosa aspettate.
Invece appena passa il primo con una bancarella, via a vedere cosa ha da vendere e ce ne infischiamo del... Regno dei Cieli. Gesù dice convertitevi, cioè non è una questione morale, è una questione della traiettoria degli uomini, non vi accorgete che Dio è a portata di mano ed è venuto a farsi assalire da chi lo vuole conoscere? E per cosa state sprecando tempo allora? Qui sembra proprio dire con questo gesto a Tommaso (non solo lo tocca, gli sta proprio dicendo): “Vieni, entra!”, cioè si passa di lì per entrare nel mio castello. Perché, diciamo la verità, in milioni di noi non sappiamo niente, e questo era vero anche per il Sinedrio dei farisei, che però, a differenza di altri, pretendeva di sapere tutto, e si tenevano da Dio a distanza immensa. Cosa che Gesù smaschera apertamente, fino a rimetterci la pelle. E dirà loro senza mezzi termini: ‘Se voi diceste siamo ciechi, non ci sarebbe problema, ma ci vediamo benissimo, questo è il punto. Mentre altri che sono ciechi mi hanno trovato e riconosciuto’. Dio è ancora uno sconosciuto per noi. Del Signore sappiamo e gustiamo ancora pochissimo. Cosa aspettiamo ad entrare nel suo mistero? Mica penserete ragazzi che la mistica è un privilegio riservato a cinque o sei persone nel mondo, no? Non dico che dobbiamo avere tutti le visioni e l’estasi, ma una profonda esperienza di Dio è a portata di mano, non lasciamocela scappare. E questo gesto qui, e questo sguardo attonito con la fronte corrugata sta dichiarando esattamente questo. Il brano del vangelo che abbiamo ricordato conclude giustamente: “Metti qua il tuo dito guarda le mie mani, stendi la tua mano mettila nel mio costato, e non essere più incredulo, ma credente!”. Rispose: “Tommaso, Mio Signore e mio Dio”. Attenti! Non soltanto ‘Signore’, ‘Dio’: ha aggiunto quel piccolo e potentissimo aggettivo, carico dei migliori affetti di cui è capace un cuore, “Mio Signore, mio Dio!”.
Tu mi riguardi. Davanti a te non posso più essere indifferente. Da quando sei entrato nella mia vita, il mio unico obiettivo è riuscire ad entrare nella tua.

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo".
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: "Pace a voi!". Poi disse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!". Gli rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!".

 

La Madonna dei Pellegrini
“Guardaci, Signore”
E ora si conclude con il quinto dipinto del 1602/1603, la cosiddetta Madonna dei Pellegrini di Loreto, che dalla porta della santa casa di Loreto, la casa di Nazareth, smontata e rimontata nel santuario del centro Italia, visitatissima e veneratissima, esce fuori con il suo bambino, piuttosto cresciuto a dir la verità, a salutare ed accogliere i pellegrini che sono lì a pochi centimetri e sfiorano senza toccare, con rispetto e devozione, la santissima Madre di Dio ed il suo fanciullo. Tanto è povera ed essenziale la tavolozza di Caravaggio alla destra, nel dipingere i poveri che con abiti un po’ laceri sono arrivati alla fine dell’estenuante viaggio, tanto è raffinata e preziosa nella parte sinistra del dipinto, dove il miglior vermiglio e lapislazzuli si usano per rivestire la Madonna, ancora una volta con quell’accostamento impossibile di età differenti. La Madre di Dio vestita come era al suo tempo e come l’iconografia di sempre ha vestito la Madonna: tunica rossa e mantello blu e un velo semitrasparente che le cinge quello che potremmo definire il più bel decolletè della storia dell’arte. E dall’altra parte i contemporanei, i pellegrini d’oggi che giungono alla porta della Santa casa. Osserverete stranamente, e ancora una volta misticamente, che dentro alla casa, non ce lo aspetteremmo, ma è così, è buio, la luce è tutta fuori. Colpisce vivida la facciata, un po’ sbrecciata, di quella casa, quella porta, sulla quale esce la Madonna, che non pesa, sfiora il terreno, in realtà come vedete dalla posizione dei piedi non appoggia a terra, è senza gravità, colei che come una apparizione viene ad accogliere i pellegrini, perché in effetti i pellegrini che vanno a Loreto come in tutti i santuari di questo mondo non vanno a guardare una statua, come se fossero degli idolatri, vanno a cercare Lei, l’intimità con Lei e con il suo Bambino, ove è la nostra pace. E Loro sperano di vedere, di sentire, quasi di toccare, raggiungendoli con la fede, non tanto con i chilometri percorsi a piedi. Non è un caso che i piedi infangati dei pellegrini ci vengano messi in primo piano da Caravaggio, non tanto per dire che sono ‘poveracci’, quanto per sottolineare la differenza con quelli ‘immacolati’ di Maria. Camminare nella polvere, e sporcarsi, vuol dire essere peccatori, vuol dire che lungo il cammino in questo mondo tutti ci infanghiamo, l’unica che ha camminato in terra senza sporcarsi di fango è lei, l’Immacolata, quasi un’isola pulita, rimasta illesa nell’alluvione universale fangosa del peccato che tutti noi ha travolto. E su quell’isola fiorisce il giglio della salvezza. Il bambino Gesù. Tante voci si sovrappongono come sottotitoli a questo tema, volgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi e mostraci Gesù dopo questo esilio.
Perché il pellegrinaggio a Loreto o altrove non è che la metafora di tutta la vita al termine della quale speriamo di giungere davvero alla porta della santa casa, di quella dove Lei e Lui ci verranno benedicenti ad accogliere per portarci dove loro sono. “Guardali, Gesù!” sembra dire Lei a suo figlio, con il gesto del collo e del capo, orientando lo sguardo del bambino a loro. Perché il bello della fede è che prima tu vedi solo te stesso, poi Gesù ti vede, ti guarda, poi tu guardi Gesù e poi capisci che lui ti riguarda e a quel punto non state lì soltanto a guardarvi voi due, ma vuoi che Lui veda altri e vuoi che altri vedano Lui, cioè vuoi che capiti a qualcun altro la fortuna grandiosa che è capitata a te quando lo hai conosciuto. Avendo interiormente lo sguardo fisso agli occhi di Cristo, anche se non sappiamo bene di che colore siano, e aspettiamo un giorno di poterlo vedere e sapere, andiamo in giro cercando di far vedere ad altri il suo sguardo che ti cambia la vita.

Salve, Regina, madre di misericordia,
vita, dolcezza e speranza nostra, salve.
A te ricorriamo, esuli figli di Eva;
a te sospiriamo, gementi e piangenti
in questa valle di lacrime.
Orsù dunque, avvocata nostra,
rivolgi a noi gli occhi
tuoi misericordiosi.
E mostraci, dopo questo esilio, Gesù,
il frutto benedetto del tuo Seno.
O clemente, o pia,
o dolce Vergine Maria!

 

Fonte: http://www3.chiesacattolica.it/diocesi/udine/catechesi/allegati/caravaggio_conversione.doc
di don Alessio Geretti

 

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio (Milano, 29 settembre 1571 – Porto Ercole, 18 luglio 1610), è stato un pittore italiano attivo a Roma, Napoli, Malta e in Sicilia fra il 1593 e il 1610. Fu uno dei pittori italiani più rilevanti e il suo nome è ancora conosciuto in tutto il mondo.

Quest’artista nasce a Milano nel 1571 e si forma presso la bottega del pittore Simone Peterzano nella città di Milano, dove apprende i modi di due tradizioni diverse: da un lato il realismo lombardo, dall'altro il rinascimento veneto.
A vent'anni si trasferisce a Roma, prima presso Lorenzo Siciliano, poi presso Antiveduto Gramatica e quindi dal Cavalier d'Arpino.
Quest’ultimo gli affida l'esecuzione di quadri rappresentanti fiori o frutta, genere disprezzato dagli accademici del tempo perché ritenuti soggetti inferiori rispetto a dipinti in cui erano rappresentate figure umane.
Tra i primi dipinti dell'artista c'è il Bacchino malato1, dipinto nel 1591 circa, che viene considerato un autoritratto eseguito nel periodo in cui fu ricoverato in ospedale per malaria. Il suo primo quadro di figure, dipinto nel 1595 circa, è il Riposo durante la fuga in Egitto2, nel quale è chiaro il richiamo ai grandi maestri bergamaschi e bresciani come Savoldo. È altrettanto evidente il richiamo alla cultura romana. In questo periodo Caravaggio abbandona la bottega del Cavalier d'Arpino e passa sotto la protezione del cardinal Francesco Maria Del Monte che lo immette in un ambiente culturale molto più stimolante.
La sua maturazione verso uno stile personale è evidente soprattutto nei dipinti della cappella Contarelli a Roma. Con il Martirio di San Matteo ha inizio la poetica caravaggesca del rapporto luce-ombra che poi si svilupperà nelle opere successive. Nel dipinto rappresentante la Vocazione di San Matteo il racconto è immerso nella realtà del tempo, con personaggi con abiti moderni. Del dipinto rappresentante San Matteo e l'angelo esistevano due versioni, ma il primo fu rifiutato dai committenti perché rappresentava un San Matteo popolano in atteggiamento ritenuto scandaloso all'epoca. Prima di compiere quest'opera Caravaggio riceve alcune commissioni per altri due dipinti per la cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo.
Successivamente esegue per la chiesa di Santa Maria in Vallicella la Deposizione. La composizione ha una struttura piramidale che ricorda le composizioni di Michelangelo.
Tra il 1606 e il 1607 Caravaggio vive nella città di Napoli, qui si conservano alcune sue importanti opere: la tela con Le sette opere di Misericordia e La flagellazione di Cristo.
Nel 1608 Il pittore si trova a Malta, dove viene nominato cavaliere, il gesto rappresenta una riabilitazione per la vita sregolata dell'artista che dovette fuggire da Roma dopo aver ucciso un uomo durante una rissa. Qui esegue quella che è la sua tela più vasta: la Decollazione del Battista3. La scena è piuttosto spoglia, rappresenta un ambiente squallido, con colori spenti.
Dopo essere stato espulso dall'ordine dei cavalieri di Malta fugge a Siracusa, dove dipinge il Seppellimento di Santa Lucia e anche in questo

 

3 - Decollazione del Battista

caso, come nelle successive opere realizzate a Messina, si conferma la sua tendenza a lasciare grandi spazi vuoti su tele di dimensioni notevoli.
Nel 1609 è di nuovo a Napoli, dove viene ferito gravemente. Nel 1610, sulla spiaggia di Port'Ercole, dove era in attesa di rientrare a Roma per ricevere la grazia, viene arrestato e incarcerato per due giorni poiché scambiato per un’altra persona, perdendo così tutti i suoi averi. Due giorni dopo, sulla stessa spiaggia mentre cercava di recuperare le sue cose, morì di "febbre maligna", come scrive il Bellori. Era il 18 luglio del 1610 Caravaggio non aveva ancora 39 anni.

 

Si è ipotizzato che il Caravaggio sia stato omosessuale per via di alcune sue opere rappresentanti ragazzi seducenti. Questa ipotesi è stata però smentita poiché alcuni documenti testimoniano che Caravaggio abbia frequentato delle prostitute, specie nei suoi anni romani.

La pittura caravaggesca si distingue per un "realismo drammatico", il suo realismo nasce dall'etica religiosa instaurata da Carlo Borromeo nella sua diocesi lombarda: non consiste nell'osservare e copiare la natura, ma nell'accettare la dura realtà dei fatti, nel dire tutta la verità, nell'assumere le massime responsabilità. Quanto alla morte, il pensiero della morte è dominante nel Caravaggio, come già in Michelangelo Buonarroti per cui, però, la morte era liberazione e sublimazione, mentre per il Caravaggio è soltanto la fine, l'enigma della tomba.
La particolare tecnica pittorica e realizzativa di Caravaggio fu una delle chiavi del suo successo. Fino al suo avvento nella pittura, lo stile che caratterizzava la maggior parte degli artisti era estremamente legato ad un tipo di cultura accademica che si basava prevalentemente sullo studio dell'arte classica, con forti influssi derivati dai grandi protagonisti del periodo d'oro del Rinascimento italiano. La rivoluzione di Caravaggio sta nel naturalismo della sua opera, espresso nei soggetti dei suoi dipinti e nelle atmosfere in cui la plasticità delle figure viene evidenziata dalla particolare illuminazione che teatralmente sottolinea i volumi dei corpi che escono improvvisamente dal buio della scena.


Autore: Riccardo Formisano
Fonte:http://www.emmedante.altervista.org/caravaggio.doc

 

Michelangelo Merisi detto Caravaggio biografia vita e opere

 

 

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