Tintoretto vita e opere

 


Tintoretto vita e opere

 

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Tintoretto vita e opere

 

Il Tintoretto nasce a Venezia nel 1518.
Il nome originale dell’artista era Jacopo Robusti, ma essendo figlio di un tintore, gli venne attribuito il soprannome di Tintoretto che conservò per tutta la vita, per rispetto della tradizione di attribuire ai figli il vezzeggiativo della professione del genitore.
Egli,già in gioventù, cominciò a mostrare il suo talento nella pittura tanto che a quindici anni cercò di entrare nella bottega di Tiziano e quando si accorse delle grandi capacità del giovane, lo allontanò quasi subito. Nonostante questo la sua formazione è comunque vicina al tonalismo tizianesco. Fondamentale per la sua maturazione artistica è stato il contatto con al scuola di disegno fiorentino-romana del quale Michelangelo è il principale riferimento dal quale apprende il movimento dei corpi e il volume. Oltre allo studio di questi due artisti del rinascimento, egli intensifica lo studio della luce come strumento per mettere in evidenza e dare volume ai personaggi ed ha la capacità di rendere l’immagine molto teatrale e scenografica. La luce del Tintoretto evidenzia i personaggi e gli oggetti staccandoli da qualsiasi contesto reale e proiettandoli nello spazio scenografico di una fantasia che prefigura la futura sensibilità barocca.
Successivamente egli diviene capo di una bottega e comincia a lavorare freneticamente per la confraternita di San Marco e per quella di san Rocco della quale diventa un pittore ufficiale.
Egli inoltre è un grande ritrattista e fa un uso della luce per caratterizzare la psicologia dei personaggi, che viene messa in risalto dai lineamenti e dai particolari che sono sempre modellati da una luce intensa e indagatrice.
Nel 1594 è colpito da una febbre altissima che in pochi giorni provoca la sua morte.
La fama di Tintoretto sarà riconosciuta solo nei secoli successivi, quando sarebbe apparso più evidente il suo contributo all’arte barocca.

LE OPERE:

 La prima opera con cui il Tintoretto si impone per la prima all’attenzione dei suoi contemporanei è  il miracolo dello schiavo. Esso è conservato nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia e si tratta di un grande olio su tela ( 4x5 metri) realizzato per la Scuola Grande di San Marco, una delle maggiori confraternite della città.
Il soggetto si rifa al miracolo di san Marco che interviene rendendo invulnerabile uno schiavo che era stato sorpreso dal padrone pagano mentre venerava le reliquie del santo.
Il padrone decide di dargli una punizione severa, per fargli capire la lezione, ovvero tagliargli le gambe e accecarlo in modo che egli non possa più ne scappare ne contemplare le reliquie.  Ma al momento del martirio gli oggetti utili per torturare lo schiavo si spezzano a contatto con la sua pelle ed appare improvvisamente il santo che però non viene visto da nessuno.
Lo schiavo è rappresentato a terra vicino agli oggetti del martirio spezzati per volere divino, in cielo è rappresentato il santo, orientato in senso opposto, in ardita prospettiva dal sotto in su, mentre a destra siede un vecchio (probabilmente il padrone)  al quale uno dei carnefici mostra un oggetto rotto. Anche la folla partecipa alla composizione conferendo una grande teatralità all’insieme. Essa è percorsa da un moto violento: i personaggi a sinistra si sporgono incuriositi ed inorriditi verso destra; mentre quelli a destra si ritraggono spaventati. In questo movimento possiamo ritrovare le caratteristiche dello stile di Michelangelo che si riscontrano anche nel volume dei volti e nella postura dello schiavo.
Un altro elemento importante per la composizione è il colore che sullo sfondo diventa incerto al fine di incrementare illusoriamente il senso di sprofondamento prospettico.
La protagonista della composizione però è la luce con la quale l’artista riesce a far risaltare gli sguardi dei personaggi caratterizzandone la psicologia. Un’altra innovazione introdotta da Tintoretto è l’uso della prospettiva accidentale ovvero obliqua e  non più al centro della composizione.

 

Nel 1557 Tintoretto realizza Susanna e i Vecchioni, che oggi si trova al Kunsthistorisches Museum di Vienna. 
Susanna era una donna bellissima che era moglie di un babilonese. Due vecchi giudici folgorati da questa bellezza decidono di nascondersi nel suo giardino mentre lei era distratta. Ella sentendosi sola abbandona il formalismo e  si spoglia dedicandosi alla sua toilette. A questo punto i vecchi non si limitano solo a guardare la bellezza della ragazza me cercano perfino di possederla. Ella spaventata dimenandosi riesce a fuggire. I giudici si vendicano contro Susanna e l’accusano di avere un’amante. Le parole dei giudici vengono ritenute vere e Susanna era condannata ad essere lapidata. Fortunatamente apparve un profeta che smascherò la storia condannando i due giudici. Per la prima volta si vede un’opera idealizzata, in quanto non rappresenta una scena reale, ma allo stesso tempo realistica nell’atteggiamento della ragazza che, sicura di essere sola, si lascia andare ad una postura scomposta e trasandata e nella scena. Qui il corpo, pur rispondendo al manierismo, prende spunto da Michelangelo, ed attraverso la luce riesce a dare importanza al corpo di Susanna di cui le membra vengono messe in evidenza rispetto all’ombra del resto della composizione come se fossero dotate di una luminescenza propria. La prospettiva accidentale è data dalla siepe fiorita dietro alla quale i due vecchi si nascondono. Egli, inoltre, per dare più profondità alla composizione usa la tecnica della prospettiva tonale, esaltando la luce che assume un atteggiamento freddo.

L’opera più celebre del Tintoretto, ed anche l’ultima, è L’ultima Cena.
L’opera,pur riprendendo un tema comune, presenta varie innovazioni. In primo luogo l’ambientazione, all’interno di una specie di osteria popolare e poi la composizione con la mensa disposta trasversalmente, scorciata dalla prospettiva.
 Il colore  la luce so0no i protagonisti dell’opera. Per realizzare gli effetti luminosi Tintoretto ha disposto i modelli e poi ha messo dietro al dipinto una serie di candele. La luce proviene per la maggior parte da una lampada ad olio presente sul soffitto, ma si sovrappone a quella quasi fluorescente emanata dagli Apostoli intorno a Gesù, dove il chiarore si fa più intenso. Non si tratta di una semplice aureola ma piuttosto di una fonte luminosa autonoma che conferisce al personaggio un rilievo di sicura soprannaturalità. Alle luminescenze divine dei commensali si oppone la luce livida e spettrale degli angeli che vengono rappresentati come se fossero fantasmi luminosi e rendono il clima quasi imminente alla tragedia. C’è molta teatralità nell’immagine infatti i personaggi vengono illuminati attraverso lo studio attento delle luce esattamente come è fatto in teatro per accentuare il pathos.

 

L’opera rappresenta il ritrovamento del corpo di San Marco.
Nella rappresentazione sono presenti una serie di figure che stanno aprendo tutte le tombe per ritrovare quella del santo, ma ad un certo punto appare una figura con un crocifisso in mano che ordina loro di fermarsi e di non aprire più tombe in quanto egli fa comparire il corpo ( quello nudo sdraiato accanto all’uomo). È il santo stesso e gli uomini, una volta riconosciuto il cadavere si inginocchiano per adorarlo.
La prospettiva è accentuata dagli archi a tutto sesto, si tratta sempre di prospettiva accidentale, che rendono l’immagine più suggestiva.

 

Fonte:

http://clp07.altervista.org/110111__ReggianiTintoretto.doc

Autore del testo: Reggiani

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Parola chiave google : Tintoretto vita e opere tipo file : doc

 

Tintoretto vita e opere

 

Jacopo Robusti nasce a Venezia nel 1518 ed è universalmente conosciuto come il Tintoretto. Il soprannome gli deriva dall'attività del padre che è un tintore di tessuti, mestiere tra l'altro redditizio in quei tempi. A 15 anni, già abile nel disegno e nell'uso dei colori, entra nella bottega di Tiziano. E passa alla tradizione la voce che Tiziano allontani ingiustamente l'allievo, intuendone la bravura e la potenziale concorrenza.
La maturazione artistica avviene tramite il contatto con la scuola di disegno fiorentina-romana. Il punto di riferimento viene in particolare fissato in Michelangelo, da cui Tintoretto prende spunto per il movimento dei suoi personaggi e per il volume. Studia inoltre lo stesso Tiziano e la sua tecnica pittorica sull'uso dei colori.
Tintoretto mette così insieme due particolari aspetti di due grandi maestri ed elabora l'invenzione straordinaria di accendere di luce i suoi disegni. Lo studio della luce è dunque la nuova e mirabile invenzione del maestro veneziano. Essa diventa per lui il mezzo per dare volume ai personaggi, staccandoli da ogni contesto reale, e per rendere l'immagine teatrale e scenografica.
Il Vasari, anche se lo definisce un disegnatore disordinato e superficiale, ammette tuttavia che il suo sia “il più terribile cervello che abbia avuto mai la pittura”, volendo con ciò sottolineare le sue innovazioni stilistiche e la sua eccezionale produttività.
Scoperto il proprio genio Tintoretto inizia a lavorare freneticamente con la confraternita di San Marco e di San Rocco, di cui diventerà il pittore ufficiale. Viene anche richiesto come ritrattista e nei ritratti usa la luce per meglio caratterizzare la psicologia dei volti.
Mai completamente apprezzato nell'età a lui contemporanea, nè in patria  nè all'estero, Tintoretto godrà di grandissima fama solo nei secoli successivi, quando sarà evidente il suo contributo non solo all'arte barocca, ma addirittura ad alcune ricerche impressioniste.
Nel 1594, mentre è intento a dipingere “ l'Ultima Cena”, il pittore è colto da una febbre altissima che lo conduce alla morte.

La prima opera con la quale Tintoretto attira l'attenzione dei contemporanei è il Miracolo dello schiavo ( altrimenti noto come il Miracolodo di San Marco).

 

Si tratta di un grande olio su tela del 1548, realizzato per la Scuola Grande di San Marco. Oggi si trova all'Accademia di Venezia. Secondo la tradizione uno schiavo senza diritti viene colto a venerare le reliquie del Santo dal proprio padrone pagano, che lo condanna così al martirio. Allo schiavo dovrebbero rompere le gambe e accecare gli occhi, ma d'improvviso gli oggetti del martirio si spezzano nelle mani degli esecutori.
Tre sono i personaggi principali. A terra vi è lo schiavo, steso fra gli strumenti di torutra spezzati. In cielo vi è San Marco, che non viene scorto dalla folla. A destra, infine vi è il padrone in un atteggiamento di naturale stupore.
La scena, ricca di luci e movimento, si svolge sotto una pergola, tra un edificio colonnato e delle rovine, con sullo sfondo una piazza e un rigoglioso giardino.
Evidenti in questo dipinto sono le influenze michelangiolesche, nei corpi, soprattutto nello schiavo disteso sul terreno, e nel movimento. Infatti la folla che assiste al prodigio è percorsa da un moto violento, ben visibile nelle figure di sinistra, che si contorcono e si sporgono verso destra per osservare meglio, e nelle figure di destra, che si ritraggono.
Il colore è impiegato in modi differenti: nei primi piani è violento e pastoso, per conferire volume e tonicità ai corpi, mentre sullo sfondo è più incerto, al fine di conferire un certo senso prospettico.
Ma la vera protagonista dell'opera è la luce, fosca per sottolineare la tragedia e accesa per dare profondità. San Marco, in volo, brilla invece di una luce propria e innaturale che sottolinea il divino.
Grazie al particolare impiego della luce tutta la composizione esprime una certa teatralità.
Particolare è l'uso della prospettiva accidentale, caratteristica di molte opere del pittore.

Susanna e i Vecchioni
Quest'opera si trova oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna.
Secondo l'Antico Testamento Susanna, moglie di un ricco babilonese, era di grande bellezza, virtù e purezza. Accadde che due vecchi giudici, invaghitisi della donna, si nascosero nel giardino del suo palazzo; ella, credendosi sola, si spogliò per fare il bagno abbandonando ogni formalità e comportandosi con naturalezza. Dopo averla a lungo spiata, i vecchi uscirono dal proprio nascondiglio per possederla, ma poichè Susanna non volle accondiscendere alle loro turpi voglie, venne da questi vendicativamente accusata di avere un amante. Susanna venne condannata, secondo la tradizone del tempo, alla lapidazione. Solo il provvidenziale intervento del profeta Daniele fece emergere la menzogna dei due giudici che vennero in seguito giustiziati.
Il quadro è tagliato prospetticamente dalla siepe fiorita dietro la quale si celano i due vecchi e questo particolare, che pare accidentale, è invece assai innovativo. Il corpo di Susanna ha un'innocente scompostezza, giustificata dalla sua coscienza di essere sola, ed è estremamente realistico. Gli echi manieristici e il riferimento a Michelangelo sono certamente visibili in tale corpo, ma le membra tondeggianti della bella Susanna emergono dal giardino quasi fossero dotate di una luminescenza propria.
Per dare profondità è anche impiegata la prospettiva tonale

L'Ultima Cena

E' l'ultima opera di Tintoretto. Attualmente si trova a Venezia nella Chiesa di San Giorgio Maggiore. La grande tela riprende un tema molto comune alla pittura del tempo, ma presenta importanti innovazioni. In primis l'ambientazione che è all'interno di un'osteria popolare. Poi la composizione col tavolo della mensa che è disposto trasversale (non è dunque parallelo al piano come ad esempio nell'Ultima Cena di Leonardo).
L'atmosfera  anche in questo quadro è realistica giacché riproduce quella di una taverna veneziana dell'epoca.
La luce diventa in questo dipinto la protagonista principale e assoluta, fino ad incutere soggezione. Essa proviene per la maggior parte da una lampada a olio appesa al soffitto. La luce diventa spettrale e percorre l'ambiente irregolarmente, caricandolo di mistero. La luce sfuma poi lateralmente, laddove stanno gli angeli che assumono fattezze da fantasmi.
Altre luci, quasi fluorescenti, sono emanate dai contorni degli Apostoli ed una di un intenso chiarore scaturice dal Cristo. Per realizzare questi effetti luminosi pare che Tintoretto abbia posto delle candele dietro ai modelli. Nella composizione la luce trasmeette il pathos.

Il ritrovamento del corpo di San Marco

E' custodito nella Pinacoteca di Brera a Milano. Il dipinto mostra l'attimo in cui San Marco appare ad alcuni uomini che stanno profanando delle tombe per ritrovare il suo corpo. Il corpo del Santo appare inanime e disteso, investito da una luce quasi abbacinante. Gli altri personaggi si inginocchiano accanto al corpo.
La prospettiva è ancora accidentale. La tela offre infatti una visione prospettica di una lunga ed obliqua galleria, cupa nell'impianto architettonico ma illuminata da  fasci di luce che fanno risaltare le volte ed i sarcofagi. In fondo all'inquadratura, ancora luminosa, appare una tomba che è in fase di apertura.

 

Fonte:

http://clp07.altervista.org/110111_MilazzoTintoretto.doc

Autore del testo: Milazzo

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IACOPO ROBUSTI detto il TINTORETTO (1518-19/1594)

 

Soprannominato il Tintoretto per la professione del padre (tintore di stoffe). Lavora solo a Venezia. E’ assolutamente falsa la convinzione che sia stato allievo di Tiziano.
I rudimenti della pittura deve averli appresi da un pittore mediocre veneto cretese. Numerosi a Venezia erano specializzati in pitture molto contrastate. Per analizzare la formazione di Tintoretto, bisogna prima fare altrettanto con il contorno di pittori manieristi veneti che hanno contribuito alla stessa: Paris Bordone, Andrea Schiamone, Jacopo Bassano e Bonifacio Veronese, artisti portatori di questo nuovo linguaggio. Questi pittori si aggiornano sulla moda artistica delle altre regioni tramite il contributo delle nobili famiglie veneziane che vogliono essere all’altezza delle migliori corti e si scoprono mecenati di manieristi toscani  del rilievo del Salviati, del Vasari, di Jacopo Sansovino e di Federico Zuccari ( affresca con Vasari la cappella del Brunelleschi). Da non dimenticare che non lontano operavano Giulio Romano a Mantova e il Pordenone a Cremona. Inoltre, dal momento che Venezia era un grande centro di scambi commerciali, circolavano alcuni disegni del Parmigianino e alcune stampe fiamminghe: un panorama variegato.
Tintoretto inizialmente ha dovuto gareggiare con colossi come Tiziano e Paolo Veronese, ma è riuscito a dominare lo scenario veneziano, favorito da fatto che Tiziano non opera solo a Venezia e dal suo modo di fare: ha una forte personalità, ha la capacità di lavorare molto velocemente e quindi si aggiudicava molte committenze perché bruciava tutti sui tempi.
A Venezia in quel tempo erano presenti una serie di scuole, una sorta di enti di beneficenza umanitari, associazioni di ricchi veneziani che facevano mecenatismo ed elemosina.

TELERI PER LA SCUOLA DI S. MARCO

Esegue quattro teleri in due tappe: il primo nel 1548, il secondo, il terzo e il quarto nel 1563.

MIRACOLO DI S. MARCO – LIBERAZIONE DELLO SCHIAVO  Galleria dell’Accademia Venezia (5,14 m x 4.28 m)

 

Episodio già noto: un precedente era già stato rappresentato da Jacopo Sansovino che aveva scolpito una formella nella cantoria di sinistra di S. Marco. E’ una tavola non ancora tipicamente tintorettesca. Ci troviamo in presenza di una forte accelerazione dinamica: dallo schiavo si espande un moto pluridirezionale. Un elemento che ritroveremo spesso nell’opera di Tintoretto è il ruolo centrale della luce, ottenuto attraverso il moltiplicarsi delle sorgenti luminose. In questo caso le fonti luminose sono due: la luce solare, la luce dell’aureola del santo. La luce del santo illumina tutto il gruppo sulla sinistra, mentre la parte di destra è in penombra per via del pergolato, per cui la luce diurna illumina la parte destra ma è filtrata dal pergolato e lo sfondo nel quale la luce è completamente libera. La luce forma dei contrasti forti, delle chiare lumeggiature. Avviene un definitivo superamento del tonalismo giorgionesco. Tintoretto ricorre in questo telero molto frequentemente alla figura serpentinata e fa soprattutto frequente ricorso ai contrapposti, ottenendo così la formazione di immagini speculari.
Le architetture si ispirano in parte a Giulio Romano per la classicità e in parte a Sebastiano Serio e Michele Sanmicheli. Torna il disegno che era scomparso con Giorgione, si può notare nelle architetture e negli impianti prospettici. Ritorna anche la prospettiva lineare.

TRAFUGAMENTO DEL CORPO DI S. MARCO (1562)

E’ rappresentato il momento in cui alcuni mercanti veneziani trafugano la salma del santo in Egitto.
Scoppia un temporale che rende possibile ai veneziani il trafugamento.
Anche qui la luce ha un ruolo determinante. Non è una luce né diurna né naturale, quasi sulfurea che esplode, dando allo scenario un’impronta fiabesca. Questa luce è data dal lampo, ma ha un effetto non naturalistico. Il lampo rende incandescenti gli edifici, li illumina in maniera esasperata, dando l’impressione che non abbiano volume o che siano di vetro. Le architetture sono di stampo sammicheliano. Alcuni elementi della realtà sono trasformanti in espressioni visionarie. L’intento non è quello di rappresentare un mondo fiabesco, ma di proporre un effetto teatrale coinvolgente che deve essere in grado di catturare le emozioni dell’osservatore. Tintoretto non vuole indurre chi guarda a riflettere ma ad emozionarsi; gli effetti di luci ed ombra devono renderlo partecipe, l’atmosfera deve essere suggestiva.  La luce a destra diventa una linea luminosa: questo evidenzia un disegno fatto con i bagliori di luce, bagliori che vengono esaltati dal contrasto con il tono cromatico dei personaggi che creano una macchia più scura. Sullo sfondo c’è una catasta di legna preparata dagli infedeli per bruciale il corpo di S. Marco. Nel fuggi fuggi generale, Tintoretto non rinuncia ai contrapposti e alle posizioni studiate.

RITROVAMENTO DEL CORPO DI SAN MARCO Brera 4.05mx4.05m

Tintoretto ci conduce nel luogo misterioso dove i mercanti stanno profanando alcune tombe in cerca della salma di san Marco. Il luogo, come di consueto, nell’opera di Tinoretto non è chiaro. È buia per essere una chiesa e troppo grande perché sia una cripta. L’ambientazione è classica del panorama manierista in ibrido tra realtà e immaginazione. Possiamo osservare in alto i mercanti che profanano le tombe in cerca della salma del Santo. Anche qui la luce è l’elemento protagonista. Ci sono almeno tre sorgenti di luce. In primo piano ne sono presenti due. La prima è situata al di fuori della tela (diagonale da destra), mentre la seconda è la figura in piedi a sinistra: il santo stesso. Marco fa comparire il suo cadavere e la profanazione in atto. Egli emana una luce divina. Da lui parte un fascio luminoso che incrocia l’altro e crea una luce contrastata. Questi bagliori ci ricordano la cacciata di Eliodoro di Raffaello. La terza fonte luminosa è situata sullo sfondo dove alcuni mercanti veneziani hanno appena scoperchiato una tomba pavimentale e con delle lanterne ci stanno guardando dentro. Questo è uno degli elementi di maggior suggestione. La prospettiva qui applicata è ancora tradizionale. Ma l’innovazione di Tintoretto è la sua resa della profondità tramite sia l’uso della luce che della prospettiva geometrica. Ma per Tintoretto la luce rimane un fattore espressivo non spaziale.

TELERI PER LA SCUOLA DI SAN ROCCO

I teleri che eseguì per la scuola di san Marco, resero Tintoretto famoso. Agli inizi degli anni sessanta un’altra scuola veneziana, la più prestigiosa, la scuola di san Rocco. Era un edificio molto grande con enormi saloni. È qui che Tintoretto realizzerà alcune tra le sue migliori opere. La scuola bandisce un importante concorso al quale partecipano grandi nomi come: San Micheli, Paolo Veronese, Francesco Salviati. Il concorso viene bandito il 31 maggio del 1564. Le condizioni sono che entro tre settimane entro il 20 giugno dello stesso anno tutti i partecipanti dovevano consegnare un bozzetto per la glorificazione di S. Rocco. Tintoretto, uomo molto scaltro, diventa amico del custode della scuola dal quale si fece fornire informazioni sulla futura ubicazione dell’opera oggetto del concorso. Il 20 Giugno tutti i partecipanti si presentano con il proprio bozzetto ma Tintoretto si presenta a mani vuote. Egli invita tutti a seguirlo nella sala accanto dove appare grandiosa sul soffitto la sua opera finita.

Nel 1564 gli viene affidata la decorazione dell’intera scuola nel giro di pochi anni realizza più di ceno teleri di dimensioni smisurate. Il percorso pensato e voluto del Tintoretto è quello contrario a quello che si fa oggi visitando la scuola. La prima sala è la SALA DELL’ALBERGO. All’interno di questa si riuniva il gran consiglio della scuola. Tintoretto tratta come tema la passione di cristo. All’interno di questa sala appare una profonda attenzione per la sofferenza umana. Nella sala si decidevano le iniziative benefiche da finanziare. Qui sta la giustificazione del riferimento alle sofferenze umane. I protagonisti delle tele della sala rappresentavano anche l’oggetto delle donazioni della scuola. Sulla parete di fondo Tintoretto dipinge su una tela grande 12.20m x 5.36m

 

LA CROCEFISSIONE

La primissima impressione che avvertimao entrando in questa sala e guardando la tela di fondo è che qualcuno ci venga in contro. Tintoretto nella rappresentazione della scena dipinge una sorta di palco con un vertice verso di noi. Questo porta alla formazione di un triangolo con vertice verso di noi. Il Cristo è sul vertice del triangolo così facendo Tintoretto inventa un movimento che ci suggerisce che Gesù ci accolga con le braccia aperte. L’unica croce già issata e quella di Cristo le altre due stanno per essere tirate su, in questo modo ottiene il vuoto attorno a Cristo che viene evidenziato. L’isolamento di Cristo è doppiamente efficace.                                                                

 

SALA GRANDE DELLA SCUOLA DI SAN ROCCO

Gli affreschi in questa sala coprono tutto il soffitto e tutte le pareti. Sul soffitto sono presenti scene veterotestamentarie, sulle pareti scene neo testamentarie. Distribuzione tematica tipica della tradizione quattrocentesca, stessa distribuzione che vediamo nella cappella Sistina: sulla volta episodi del vecchio testamento affrescati da Michelangelo, sulle pareti tavole del Botticelli, Ghirlandaio… Questa distribuzione tematica vuole l’antico testamento come anticipazione del nuovo testamento. Il tema generale è la salvezza. Nel campo occupato da episodi del vecchio testamento il tema è la salvezza materiale, mentre nel capo occupato da episodi del nuovo testamento il tema è la salvezza spirituale.

LA SALITA AL CALVARIO

Questo telero si trova nella parete in cui ci sono delle finestre. Ciò riduce si fatto la superficie pittorica. Tintoretto abilmente spezza in due la scena: inserisce i personaggi in una salita lungo un tornante a gomito in modo che l’osservatore è in grado di vedere tutti i personaggi in salita al monte calvario. Non è difficile notare anche qui la molteplice presenza di più fonti di luce. I ladroni sono ingombrati dalla roccia, ma parzialmente illuminati da un’altra fonte di luce. Nonostante il fondo cupo, le figure risaltano, ma lo stacco non polarizza la nostra attenzione. Nella parte alta tintoretto immagina un cielo nuvoloso ma rischiarato. La figura del Cristo risulta forzata: il suo corpo è quasi parallelo all’inclinazione della roccia, cosa fisicamente impossibile, questa forzatura trova giustificazione in fini espressivi. La marcata posizione che assume il Messia sottolinea il peso della croce e la stanchezza che sta provando Gesù. Viene trascinato come un cane da un aguzzino senza volto è un uomo umiliato. Ha un volto rigato dal sangue, provato, esausto ma nobile, non manifesta eccessivamente il dolore. È la sua impassibilità che ci vuole commuovere. È evidente un contrasto tra l’espressione di Gesù  quella del centurione che con fare trionfante sventola una bandiera. Dietro di lui si staglia una massa di fantasmi. Con il manierismo di Tintoretto tornano: la profondità dei contenuti, la drammaticità, la forza della comunicazione. Per ciò va inquadrato nel periodo della controriforma.

 

 

LA NATIVITA’

Telero diviso in due parti perfettamente coordinati tra loro. La scena sacra della nascita di Gesù è ambientata all’interno di una stalla fatiscente, con il soffitto crollato. La scena è divisa da un soppalco sopra la sacra famiglia riceve due contadine sotto altri contadini si accingono a rendere omaggio a il neonato. Probabilmente a ispirare questa impostazione al Tintoretto è stato Dürer che aveva prodotto una raccolta di incisioni chiamata La Piccola Passione contenente una natività con la stessa struttura. Nella parte bassa il Tintoretto si concentra nella rappresentazione di due particolari che sottolineano la povertà del teatro della scena. La povertà della stalla che ospita la nascita di Gesù è sottolineata da una serie di particolari: il pagliericcio giallo, un gallo che razzola, la ruota abbandonata di un carro, un pavone appollaiato su attrezzi da lavoro. In questo modo il Tintoretto insiste sulla caratterizzazione della scena,te sulla dimensione popolana del luogo. Il destinatario delle opere del Tintoretto è spesso il popolo. Questo si inquadra perfettamente nel clima della Controriforma, quando era necessario un messaggio forte e immediatamente comprensibile da tutti. Altrettanto umile è la parte alta. Dai particolari si possono notare quanto la pennellata dell’artista è veloce e impetuosa. La Vergine si comporta come una qualsiasi madre. Scosta il panno che avvolge Gesù e offre la visione di quel tenero bambino alle due contadine. Nobile aspetto di quel bambino che diventerà poi il salvatore del mondo. Il messia è nato in mezzo alla paglia questo sottolinea la sua umiltà. In questa scena Tintoretto crea volutamente un contrasto tra ambientazione e comportamento dei personaggi: l’estrema umiltà della scena contrasta con la forte teatralità dei personaggi. Questo contrasto è un accorgimento tipico del manierismo. I personaggi sembrano quasi i sacri attori di quei caratteristici presepi viventi. Chiara presenza di contrapposti michelangioleschi. La luce in questo telero è ancora una volta protagonista. Le figure sembrano quasi bagnate di una “pioggia dorata”. La fonte di luce questa volta si trova all’esterno della capanna, più precisamente sopra il tetto scoperchiato; nel cielo svolazzano i cherubini accorsi ad assistere alla sacra nascita. La luce viene filtrata attraverso le travi del tetto scoperchiato creando un contrastato gioco di luci e ombre con un risultato decisamente espressivo.

 

MOSE’ CHE FA SCATURIRE ACQUA DALLA ROCCIA

Telero posto sul soffitto L’episodio vede il popolo ebraico protagonista. Il popolo eletto viene dissetato e quindi salvato dall’intervento divino tramite il miracolo di Mosé. In questa opera si trova una particolare rappresentazione non della dimensione individuale ma di quella collettiva. Non c’è un solo protagonista, ma una massa, una folla. In questi teleri, spesso è un gran numero di persone ad occupare la scena. Il motivo si può ricondurre al fatto che questi quadri sono dedicati al popolo.
E’ chiaro che ci sia una folla nella quale i fedeli si possono identificare. Anche qua la dimensione popolare richiama il clima controriformista.
La figura di Mosé ricorda quella di Cristo. L’acqua che zampilla dalla roccia, allude al fiotto di sangue che esce dal costato di Gesù in croce. Ogni volta che avviene un miracolo, siamo in presenza di un intervento divino, raffigurato di spalle in una posizione ricercata e raffinata, dentro una sorta di bolla di sapone.
La rappresentazione del miracolo nel corso del ‘400 aveva un po’ perso il suo valore esemplificativo, con Tintoretto siamo testimoni di una maggiore valorizzazione del miracolo come atto divino d’esempio. Masaccio, nella cappella Bracacci, rappresenta sullo sfondo il miracolo di S. Pietro, mentre lascia il primo piano Gesù che ordina allo stesso S. Pietro di andare al fiume a pescare un pesce. In questo dipinto il miracolo in sé aveva un ruolo marginale. Ecco come con il Tintoretto riacquista rilievo.
Le raffigurazioni dei miracoli diverranno sempre più frequenti fino a raggiungere l’apice nel 600 con il barocco.
Valorizzando il miracolo si valorizza anche la Chiesa, perché solo la Chiesa è in grado di farsene interprete. Le luci risultano sempre più sulfuree e brucianti. Qui ci troviamo di fronte al culmine del luminismo tintorettesco.

 

SALA BASSA (Terzo settore)

Il tema della stanza è l’ascesi verso Dio. L’attuale percorso di vista è inverso rispetto a quello concepito da Tintoretto. Nell’idea di Tintoretto era previsto prima un passaggio nella sala dove era rappresentato il tema della passione, successivamente si sarebbe passati nella sala dove era raffigurato il tema della salvezza e infine in quello della rappresentazione del tema dell’ascesi.
Tale percorso riprende la metafora del dogma cattolico: attraverso la passione di Cristo si arriva alla salvezza e di qui all’ascesi. Si sottolinea quindi una forte presa di posizione a favore della Chiesa della Controriforma.

MARIA MADDALENA e MARIA EGIZIACA IN MEDITAZIONE

Qui ci viene presentato un Tintoretto che abbiamo conosciuto precedentemente: la differenza più evidente con gli altri lavori è l’assenza della folla. In entrambe le pale c’è un solo personaggio. Si tratta di due fantastici notturni quasi crepuscolari. Le protagoniste sono entrambe immerse nel silenzio più totale della natura. Tutte due sono sole in riva ad un ruscello, in meditazione, in raccoglimento: questo è ciò che ci vuole trasmettere il Tintoretto. E’ solo attraverso il raccoglimento e la solitudine che avviene l’ascesi verso Dio. Il ruscello è così realistico che ci sembra di sentirne il rumore. Qui la natura non è descrittiva, ma evocativa. Il creato, bello, meraviglioso e misterioso, fa da sfondo alla meditazione. Gli alberi sembrano tubi incandescenti, a metà strada tra realtà e fantasia. E’ una delle sue ultime tele, lo scopo che si prefigge il Tintoretto non è quello di farci ragionare o riflettere, ma quello di emozionarci, renderci partecipi. Il suo è un continuo invito a lasciarci trasportare, a immedesimarci nelle scene e nel suo percorso spirituale.

Siamo nella fase finale della vita di Tintoretto, intorno agli anni 80, egli ora dirige una grandiosa bottega e, ormai anziano, svolge prevalentemente il ruolo di regista.

IL PARADISO (22 m x 7m)

E’ la tela più grande del mondo. E’ prevalentemente un lavoro di bottega. Copre tutta la parete del salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, a Venezia.
La serie di vortici concentrici ci risucchiano verso l’alto dove si sta svolgendo l’incoronazione della Vergine.
L’ULTIMA CENA (1592/94)

Conservata nella chiesa di S. Giorgio maggiore a Venezia, chiesa edificata dal Palladio. E’ evidente la posizione innovativa della tavola in tralice, non più la tradizionale tavolata frontale che divide il gruppo sacro e l’osservatore. L’effetto che ottiene Tintoretto quello di creare un coinvolgimento molto efficace all’interno del quale l’osservatore non si sente escluso ma partecipe. Adotta anche altri espedienti. La scena è ambientata in un’osteria del tempo e ciò si capisce dalla presenza di altri clienti e dal via vai dei camerieri. E’ un luogo di ristori poco elegante. Tintoretto non esita a soffermarsi, ma senza mai esagerare, su particolari che sottolineano l’ambientazione popolare, per esempio il gatto che si aggrappa al cesto e ne sbircia il contenuto, il cane accucciato sotto il tavolo in attesa che cadano degli avanzi. Dall’uso dei particolari si può dire che il Tintoretto anticipa il verismo. L’utilizzo abbondante di particolari potrebbe essere fonte di distrazione per l’osservatore .Ma qui ci sono solo tocchi per fornire familiarità con la scena sacra. Questo quadro ha un significato profondamente religioso ma, grazie alla quotidianità della scena è alla portata di tutti.
Il segreto della pittura di Tintoretto consiste nella sua capacità di trattare grandi temi con un linguaggio semplice e coinvolgente. Il punto di vista dell’osservatore è quello di un cliente che si accinge a scendere gli ultimi gradini di accesso ad una osteria che si trova ad un piano interrato.
Anche qui, possiamo riconoscere il contrasto manieristico tra il realismo dell’ambientazione e la teatralità dei personaggi, evidente in modo particolare nella postura da ballerino del cameriere di spalle, che assume un contrapposto michelangiolesco.
Sono presenti ben tredici fonti di luce. Undici sono gli apostoli (escluso Giuda), uno è Gesù e uno il lampadario. Queste luci creano un forte contrasto chiaroscurale e sottolineano la presenza di entità spirituali: angeli di vetro soffiato. Possiamo riconoscere un altro contrasto concettuale tra la semplicità e il realismo dell’ambientazione nell’osteria con il soprannaturale rappresentato dagli angeli che hanno la funzione di catturare l’attenzione dell’osservatore.
L’impianto prospettico della pavimentazione, ha una funzione diversa da quella tradizionale, inventata da Piero della Francesca, di misurazione dello spazio, Qui la prospettiva ha una funzione suggestiva. Ci cattura e ci porta verso lo sfondo. L’ultimo gioco che esula dalla tradizione quattrocentesca è l’assenza della simbologia eucaristica del pane e vino. Cristo è rappresentato mentre dà l’eucarestia agli apostoli e questo per ribadire l’importanza di questo sacramento negato dalla riforma.

 

Fonte: http://www.blocconote.it/alisce/scuola%5Carte%5CTINTORETTO.doc
Sito web da visitare: http://www.blocconote.it/alisce/scuola.asp

 

 

 

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Tintoretto vita e opere

 

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