Commercio internazionale

 


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Commercio internazionale

 

Le ragioni e i risultati del commercio internazionale.

 

La storia dell’uomo è anche una storia di commerci. È sufficiente ritornare con la memoria ai primi insegnamenti scolastici per rammentarsi che i popoli antichi commerciavano attivamente tra di loro, al punto che i primi trattati commerciali sembrano risalire addirittura all’epoca assiro-babilonese, contemporaneamente dunque alla scoperta della scrittura. Se l’uomo ha sempre commerciato, e lo ha fatto anche nei momenti più cupi della sua storia, lo ha fatto sia per necessità, procurarsi dei beni che non poteva produrre in loco, sia per guadagno o per questi due motivi assieme, e spesso furono ragioni commerciali ad influenzare il comportamento politico ei paesi europei, come nel periodo mercantilista del XVI e XVII secolo. È soltanto agli inizi del XIX secolo, con l’opera dell’economista inglese David Ricardo, che le ragioni del commercio internazionale cominciano ad assumere una compiuta sistemazione teorica.

Commerciare beni comporta necessariamente per uno stato una scelta, spesso complessa, ma che volendola semplificare potremmo definire come la scelta se produrre un dato bene in loco oppure importarlo. Come ogni scelta che deve essere compiuta dallo stato dà origine ad una politica, così la necessità di scegliere tra diverse opzioni in materia commerciale dà luogo alla politica commerciale; può essere una politica liberale, che tende a favorire tale scambio, oppure protezionistica, che tende invece a bloccarlo, o, come molto più comunemente avviene, un insieme delle due con una differenziazione secondo i settori economici coinvolti.

Scegliere una data opzione politica generalmente comporta, almeno nel breve periodo, vantaggi per alcune persone e svantaggi per altre. La politica commerciale non sfugge a questo dilemma anzi, come accenneremo nel seguito di questo capitolo, spesso questo dilemma viene acuito dagli effetti che determinate scelte di politica commerciale possono avere nel breve termine sul lavoro delle persone. Occorre però notare che la politica commerciale non agisce in totale isolamento rispetto alle altre politiche economiche, di cui è soltanto uno degli strumenti a disposizione. I suoi effetti, positivi o negativi, possono essere acuiti o alleviati dalle altre scelte di politica economica che un governo è chiamato a compiere.

A questa stretta interdipendenza non potremo dedicare nelle pagine seguenti che brevi cenni, soffermandoci piuttosto sul fatto che negli ultimi cinquant’anni il GATT prima e il WTO poi si siano inseriti in un’ottica secondo la quale solo una politica commerciale liberale è economicamente sensata e in grado di portare benefici ai paesi che la perseguono. Prima di passare a descrivere il WTO è dunque importante esaminare brevemente la teoria economica del commercio internazionale, le opzioni di politica commerciale che esistono per un paese e i risultati ottenuti in cinquant’anni dal sistema commerciale internazionale.

 

I benefici del commercio internazionale.

Per spiegare le teorie economiche si fa spesso ricorso a delle semplificazioni e la teoria che è alla base del liberismo nel commercio internazionale non fa eccezione. Supponiamo allora che il mondo sia composto da solo due paesi confinanti, ad esempio l’Italia e la Francia, e che questo mondo sia piuttosto primitivo per cui l’interesse principale degli italiani e dei francesi sia di soddisfare i rispettivi bisogni primari di mangiare e di coprirsi. Entrambi i paesi possono produrre una determinata quantità di grano e di vestiti che è il risultato della forza lavoro a disposizione e della produttività di questa forza lavoro. Può accadere che questi due paesi siano in grado di sopperire perfettamente al loro fabbisogno interno e che dunque non abbiano necessità di trovare, attraverso il commercio, i prodotti mancanti. Nei casi in cui l’economia sia chiusa al commercio internazionale e il paese faccia riferimento alla sola produzione nazionale si parla di autarchia. Se però questi due paesi decidono di aprirsi al commercio, potranno raggiungere un tenore di vita superiore.

Può darsi che, dati i costi di produzione, la Francia sia più efficiente nella produzione del grano rispetto all’Italia e l’Italia nei vestiti rispetto alla Francia. In questo caso il vantaggio che deriva dall’aprirsi al commercio internazionale è evidente, dato che ciascun paese scambia il prodotto nella cui produzione è più efficiente per quello in cui lo è meno. Aprirsi al commercio internazionale conviene però anche nel caso in cui un paese è meno efficiente dell’altro nella produzione di tutti i beni.

Supponiamo che la Francia sia meno produttiva dell’Italia per cui per produrre un quintale di grano occorrano due lavoratori e per produrre un vestito ne occorrano sei, mentre in Italia si ottengono gli stessi risultati con un solo lavoratore per settore. Se i sei lavoratori tessili francesi smettono di produrre vestiti e si concentrano sulla produzione del grano noteremo che si avrà un vestito in meno e tre quintali di grano verso l’Italia, essa libera i tre lavoratori che erano necessari per produrre quel risultato. Di questi tre lavoratori solo uno è però necessario per produrre il vestito che non si fabbrica più in Francia, mentre la produzione dei due rimanenti lavoratori, sia essa di grano o di vestiti, è il guadagno che si è ottenuto dal commercio. Attraverso il commercio dunque, la Francia e l’Italia non solo ottimizzano la loro produzione ma possono anche consumare di più rispetto ad una situazione di autarchia. Questo esempio tiene a condizione che i lavoratori francesi si spostino dalla produzione dei vestiti a quella del grano, vale a dire verso la produzione più efficiente; se lo spostamento avvenisse in senso inverso il risultato finale sarebbe negativo.

L’esempio qui illustrato costituisce il fulcro del principio del vantaggio comparato, definito da Ricado all’inizio del secolo XIX. Esso ci dice, nel nostro esempio, che la Francia ha un vantaggio comparato rispetto all’Italia nella produzione del grano e che se la Francia decide di esportare verso l’Italia allora gli conviene esportare grano, il prodotto in cui ha tale vantaggio, ed importare vestiti dove si trova in svantaggio. Comportandosi in tale modo la Francia pagherà meno il vestito che compra dall’Italia che se lo producesse essa stessa. Se nelle relazioni commerciali i paesi seguono questo principio, allora non solo il mondo avrà a propria disposizione un numero maggiore di beni pur utilizzando le stesse risorse, ma ciascun paese avrà uno sconto sui prodotti importati rispetto all’eventuale produzione nazionale.

Il mondo reale però non è così semplice come lo abbiamo sin qui descritto; senza dilungarci sul fatto che nel nostro esempio non si parla né di salari né di capitale finanziario che sono gli elementi fondamentali delle economie moderne, basti pensare al numero di paesi che esistono e dei beni, spesso simili, che vengono prodotti. Né l’esempio fornito ci dice come si possa individuare il prodotto o i prodotti in cui un paese ha un vantaggio comparato. Occorre dunque complicare il nostro esempio con diverse variabili, cosa che numerosi economisti hanno naturalmente fatto, giungendo comunque sempre a sottolineare la validità di fondo del principio del vantaggio comparato per la spiegazione dei benefici che possono derivare dal commercio internazionale.

Dalla nozione di vantaggio comparato possiamo però già trarre alcune indicazioni importanti su determinate caratteristiche del commercio internazionale. La prima indicazione è che tutti i paesi, grandi o piccoli che siano, hanno un vantaggio comparato in un qualche specifico bene e dunque hanno un interesse allo scambio di beni con altri paesi. La seconda indicazione è che se dal commercio internazionale un paese nel suo insieme guadagna, all’interno di quel paese ci potranno essere dei costi importanti da pagare per raggiungere quel risultato. Si pensi ad esempio alle difficoltà che possono sorgere nel trasformare i lavoratori specializzati nel settore tessile del nostro esempio in agricoltori e viceversa o alle perdite che possono derivare agli imprenditori che avevano investito nel settore svantaggiato prima dell’apertura del mercato nazionale alle merci straniere. Queste perdite possono essere compensate con un’adeguata politica fiscale o sociale, o possono essere prevenute, come vedremo nel paragrafo successivo, con una politica protezionistica che però comporta dei costi importanti per la collettività.

 

I costi del protezionismo commerciale.

Un paese che voglia proteggere la produzione nazionale di un determinato prodotto può fare ricorso ad una panoplia di strumenti, divisibili in barriere tariffarie e non tariffarie. L’introduzione di queste barriere altera il corso degli scambi commerciali prima delineati.

Riprendiamo il nostro esempio del commercio tra Italia e Francia e supponiamo che la Francia desideri tutelare i propri produttori tessili che sono meno efficienti nel mercato internazionale e supponiamo, prendendo l’esempio più semplice, che applichi una tariffa (o dazio) sulle importazioni italiane. Questa tariffa corrisponde generalmente ad una percentuale del valore del prodotto che si vuole importare, che dunque risulta più caro sul mercato nazionale. L’applicazione della tariffa provoca due conseguenze, che sono in gran parte l’opposto dei benefici derivanti dalla teoria del vantaggio comparato. La prima conseguenza è che aumenta il prezzo che i consumatori devono pagare per procurarsi i vestiti e dunque diminuisce il loro benessere; la seconda è che i produttori nazionali diventano competitivi perché possono vendere ad un prezzo superiore a quello determinato dal libero mercato. Questo falsa la produttività interna al paese favorendo le imprese meno efficienti e dunque riducendo le possibilità produttive del paese stesso.

Introducendo una tariffa lo stato nel suo insieme si autoinfligge una perdita, che potrebbe essere in parte alleviata dal fatto che lo stato riceve un introito finanziario dalla riscossione dei dazi. La ricerca economica internazionale è tuttavia concorde nel ritenere che la possibilità che l’introito risultante dalla tariffa possa essere superiore ai costi prodotti dalla tariffa stessa è minima e praticamente limitata solo ai grandi paesi che possono avere un’influenza sul prezzo mondiale dei prodotti.

Conclusioni simili si raggiungono anche per l’altro strumento tradizionale di protezione commerciale, le quote, che aumentano indirettamente il prezzo dei beni importati attraverso una limitazione della quantità dei prodotti che possono essere importati. Esiste però una fondamentale differenza tra le quote e le tariffe: con le quote, il governo non riceve alcun introito fiscale in quanto la tariffa rimane la stessa, per cui l’aumento di prezzo viene incamerato da quelle imprese che ottengono il diritto di importare entro i limiti previsti dalla quota. In molti casi questi diritti sono riconosciuti ad imprese straniere, il che da un lato rende politicamente più facile imporre la quota ma dall’altro aumenta i costi per il paese protezionista.

 

Le scelte della politica commerciale.

La teoria economica dimostra univocamente che il commercio è preferibile al protezionismo ma nonostante ciò politiche protezionistiche sono, a seconda dei settori, perseguite da tutti i paesi. La ragione di questa contraddizione risiede nel fatto che anche il liberalismo ha i suoi costi e sono dei costi, sociali e politici, che nel breve termine possono essere molto elevati. Ad alcuni di questi costi abbiamo fatto riferimento prima, quando abbiamo parlato della difficoltà di trasformare, nel mondo semplificato del nostro esempio, un lavoratore tessile in un agricoltore. Passando al mondo reale, possiamo facilmente farci un’idea della posta in gioco.

La realtà produttiva di molti paesi, soprattutto quelli sviluppati, è caratterizzata non tanto dalla specializzazione in alcuni prodotti ben determinati, quanto nella produzione di prodotti lavorati e semilavorati spesso simili. Questa diversità si riflette nell’interscambio tra i paesi stessi cha spesso commerciano tra loro prodotti simili. Se prendiamo ancora il caso dell’interscambio italo-francese noteremo che questo è caratterizzato, soltanto per nominare alcuni dei prodotti più conosciuti, da auto, abbigliamento e prodotti alimentari e lo stesso vale per l’interscambio tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Tale realtà è il risultato di un lungo processo storico ed economico, al quale una certa dose di protezionismo non è indifferente. Essa è per i singoli governi un dato di fatto con il quale confrontarsi nelle scelte politiche.

Prendiamo un esempio di una politica economica che viene giudicata da molte fonti come chiaramente protezionistica per comprendere le difficoltà di tali scelte: la politica agricola europea. Questa politica si basa, per quanto attiene agli aspetti commerciali, sul combinato disposto di elevati dazi doganali all’importazione di merci agricole straniere e di supporto economico alla produzione agricola europea che comprende la sovvenzione delle esportazioni. Da un punto di vista puramente economico questa politica produce degli effetti chiaramente negativi; primo fra tutti quello di far pagare ai consumatori europei di più per gli stessi prodotti. Liberalizzarla dovrebbe dunque avere un forte sostegno popolare e invece negli ultimi trent’anni di vita dell’Unione europea nulla è stato più difficile. Diverse ragioni spiegano questa difficoltà.

La prima è che la politica agricola europea non risponde a delle finalità puramente commerciali. Essa è altresì lo strumento per consentire a molti agricoltori, che non sarebbero assolutamente in grado di fronteggiare la concorrenza straniera, di continuare a lavorare la terra e conseguentemente di controllarla, il che soprattutto nelle zone collinari e di montagna, dove normalmente il lavoro agricolo è di per sé meno redditizio, può avere evidenti benefici ambientali. Senza contare gli aspetti culturali e del mantenimento delle tradizioni delle campagne che andrebbero persi se le campagne si spopolassero.

Gli stessi risultati potrebbero essere forse raggiunti con altre politiche che consentissero al contempo la liberalizzazione, ma è chiaro che qualunque altra soluzione venga adottata molti agricoltori europei sarebbero costretti a perdere il lavoro, o quanto meno a spostarsi in altri settori produttivi, e questo ci porta alla seconda difficoltà: gli agricoltori europei hanno un forte potere politico. In molti paesi europei gli abitanti delle zone rurali eleggono proporzionalmente più deputati degli abitanti delle città e questo naturalmente influisce sul comportamento dei partiti politici. Qualunque partito che sostenga delle riforme improntate al liberalismo in questo settore sa che rischia di alienarsi una parte importante del suo elettorato e soprattutto una parte ben organizzata per difendere i suoi interessi.

La terza difficoltà deriva dal fatto che è molto più facile in termini politici far pagare qualcosa in più a tutti, che molto ad una ben definita cerchia di persone. Nel caso in esame sono i consumatori europei che, al momento dell’acquisto dei prodotti agricoli, sopportano la gran parte dei costi. Probabilmente essi sarebbero felici di pagare qualcosa in meno ma, a parte il fatto che molti di essi sono comunque disposti a fare questo sacrificio per dei prodotti di cui pensano o sperano di sapere da dove vengono, è difficile che si mobilitino per una differenza che con poca probabilità riescono a quantificare. Minacciate gli agricoltori di perdere il lavoro e, logicamente, otterrete una reazione di tutt’altro tipo. 

Potremo dunque concludere che la scelta politica a favore della liberalizzazione è una scelta spesso difficile da compiere perché comporta dei costi importanti nel breve periodo per una serie ben individuabile di categorie produttive, quelle precedentemente protette, e dunque di elettori, a fronde dell’apporto di un beneficio economico diffuso i cui beneficiari non sono sempre facilmente individuabili. Questo è vero soprattutto quando i beneficiari sono i consumatori in generale. La conclusione è meno netta quando siamo invece in grado di determinare i soggetti che possono ottenere degli importanti benefici dall’apertura al commercio di un settore di un’economia straniera o nazionale. Tali soggetti saranno sia le imprese (ed i relativi lavoratori) che esportano su tale mercato sia le imprese che potranno importare a prezzi più bassi le materie prime o i prodotti semilavoratori necessari per la loro produzione.

In questo caso è possibile cercare di compensare i sacrifici a breve termine che derivano da una diminuzione della protezione nazionale con i benefici che derivano dalla liberalizzazione di altri mercati, per cui vi sia in assoluto, nel paese, una maggioranza a favore delle misure di liberalizzazione. Questa è una delle ragioni per cui la liberalizzazione commerciale raramente è unilaterale e perché le agende dei negoziati commerciali, specialmente quelli che hanno luogo sotto l’egida del Wto, sono spesso caratterizzate dalla copertura contemporanea di diversi settori economici. Ne risultano dei negoziati complessi e spesso di lunga durata, come nel caso dell’ultimo round del Wto, ma anche una maggiore liberalizzazione di quella che sarebbe stata possibile se ci si fosse concentrati su di un solo settore.

L’altra possibilità, in realtà complementare alla prima, di cui dispone un paese che vuole liberalizzare è quella di compensare le categorie che risultano penalizzate nel processo di liberalizzazione con adeguate politiche fiscali e/o sociali.

L’esempio della politica agricola europea consente infine di introdurre una caratteristica tipica della politica, compresa quella commerciale: i portatori di determinati interessi tendono ad organizzarsi per promuovere la tutela. Questi gruppi vengono spesso identificati con il nome inglese di lobbies e se una volta erano una particolarità soprattutto del sistema politico americano, sono poi diventate sempre più comuni anche in Europa. Tradizionalmente le lobbies rappresentavano soprattutto il mondo produttivo, ed in particolare modo gli interessi delle industrie, e si guardava al loro operare con un certo sospetto. Negli ultimi decenni si è tuttavia assistito alla formazione di gruppi di pressione per la tutela di altri interessi come, ad esempio quelli ambientali e alla definizione di regole più chiare al loro operare. L’importanza di questi gruppi nella formulazione della politica commerciale varia a seconda dei gruppi e a seconda dei paesi; essa è comunque, come dimostra l’esempio agricolo, rilevante. Non bisogna tuttavia cadere nel tranello di credere che solo le lobbies industriali siano efficaci. Gli eventi di questi ultimi anni forniscono ampie dimostrazioni del contrario.

 

I risultati della liberalizzazione.

Dalla nascita del GATT nel 1948 ad oggi, il mondo nel suo insieme ha perseguito una politica volta a facilitare e a liberalizzare gli scambi internazionali prima delle merci e più recentemente anche dei servizi.

 

[ma, si liberalizza anche per quello che dimostra la teoria dei giocchi.]

 

I risultati di questa liberalizzazione su scala globale sono stati impressionanti. Come emerge dalla figura seguente, in cinquant’anni il mondo ha aumentato la propria ricchezza complessiva di circa sei volte e il volume delle esportazioni di merci di quasi venti volte, con un incremento del commercio negli ultimi dieci anni maggiore della crescita del Prodotto interno lordo (Pil).

 

Fonte: http://www.glocaltrento.com/int_affairs/ia_documents/COMMERCIO_INTERNAZIONALE.doc

Sito web: http://www.glocaltrento.com/int_affairs/ia_economics.html

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

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