Economia aziendale aspetti generali

 


Economia aziendale aspetti generali

 

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Economia aziendale aspetti generali

LA COMPONENTE ORGANIZZATIVA
l. Aspetti generali
L'attività economica è svol­ta allo scopo di garantire la disponibilità dei prodotti e dei servizi ne­cessari per soddisfare i bisogni manife­stati dagli individui e dai gruppi. sociali. Si è anche osservato che nel corso dell'evoluzione storica, numerose circostanze hanno determina- to il trasferimento prevalente dell'attività economica, nelle fasi della produzione e del consumo, in organismi specializzati, le aziende, nelle quali si realizzano i processi produttivi e di consumo. Tra queste circo­stanze, quelle più direttamente riferibili alla dimensione economica appaiono la divisione del lavoro, lo sviluppo delle tecnologie innova­tive e l' affermarsi su larga scala degli scambi in virtù dell'utilizzo del­la moneta. Ci soffermiamo sulla divisione del lavoro. La divisione del lavoro consente di incrementare a livelli dimensio­nali maggiori i risultati dell'attività economica. In virtù della divisione del lavoro si ottiene un generale incremento della produttivi­tà, sia se si considera una singola azienda che il sistema economico nel suo complesso. La divisione del lavoro può essere osservata sia a livello macroeconomico che a livello microeconomico. Nel primo caso emerge il fatto che la produzione di beni e servizi differenti è svolta da aziende che ope­rano in settori differenti. Nel secondo caso, invece, la divisione del lavoro riguarda la suddivisione del ciclo produttivo svolto da ciascuna azienda in molteplici fasi, ognuna delle quali è affidata a lavoratori o gruppi di lavoratori diversi. In altre parole, con la divisione del lavoro a livello macroeconomico si guarda a ciò che accade nel sistema eco­nomico complessivo, mentre a livello microeconomico si guarda all'interno di ciascuna azienda. Ed è a questo secondo livello che emerge la componente organizza­tiva. Infatti, se la divisione del lavoro all'interno delle aziende si tradu­ce nella individuazione e scomposizione dell'intero ciclo produttivo in fasi separate, più o meno complesse, è evidente che occorre strutturare e coordinare le diverse attività, in modo da garantire l'efficiente funzio­namento del sistema aziendale. La frammentazione del ciclo produttivo in numerosi processi comporta la necessità di identificare secondo le più conve­nienti modalità le attività e soprattutto il loro continuo coordinamento. L'organizzazione in tal senso può essere definita come l'insieme di attività che consentono di realizzare il coordinamento e l'integrazio­ne del lavoro all'interno dell'azienda. L'organizzazione, infatti, riguarda il lavoro applicato alla compo­nente tecnica, cioè i mezzi. Dalla combinazione della componente per­sonale e della componente tecnica si creano le condizioni per attuare i cicli produttivi.
-Il problema organizzativo nasce dalla divisione e dalla specializzazione del lavoro che impone il coordinamento degli individui. L'organizzazione, quindi, definisce i criteri, i metodi e le procedure necessarie per consentire il coordinamento delle attività specializzate sul fondamento della divisione del lavoro. In sintesi, la componente organizzativa:

  1. definisce le attività da svolgere, classificandole in base ad una plu­ralità di parametri;
  2. ripartisce i compiti in insiemi affidati ad unità organizzative allo scopo individuate;
  3. attribuisce le responsabilità e l'autorità alle unità organizzative, sta­bilendo le relazioni necessarie per favorire il coordinamento delle attività.

L'organizzazione è parte integrante dell'amministrazione aziendale, svolgendo una fondamen­tale funzione strumentale alla gestione. Per altro verso, però, l'orga­nizzazione è essa stessa una condizione posta al conseguimento degli obiettivi aziendali.
La suddivisione dei compiti e delle responsabilità deve essere tale da assicurare processi decisionali conformi ai bisogni di adegua-mento della struttura aziendale alla realtà esterna e di controllo dell'ef­ficienza interna. Carenze e distorsioni nella componente organizzativa sono quindi destinate a riflettersi sulle altre componenti compromet­tendo la capacità dell'azienda di conseguire le proprie finalità. Prendendo spunto da queste considerazioni, si può affermare che l'organizzazione è la componente del sistema che consente di dotare l'azienda di tutte le risorse, sia tecniche che umane, necessarie per la realizzazione nel modo più efficiente dei processi produttivi. Inoltre, e in senso più definito, l'organizzazione concerne l'applicazione del la­voro umano, definendo compiti, regole e responsabilità. L'organizzazione assu­me una crescente rilevanza, considerando la maggiore complessità degli attuali processi produttivi, basati sempre più sulle conoscenze, sul sapere tecnologico incorporato nei prodotti o nei servizi. Il vantag­gio competitivo, allora, nasce anche dalla capacità di creare un clima organizzativo favorevole e coerente con le risorse umane disponibili.
2. La localizzazione aziendale e la dimensione ottima
La localizzazione identifica l' ambito territoriale ove l'azienda intende svolgere la propria attività, situandosi in un preciso punto del territorio che specifica I' ubicazione. Nella scelta risultano variamente influenti alcuni aspetti connessi ai mercati di approvvigionamento dei fattori produttivi e della manodopera, ai mercati di collocamento dei prodotti o ancora ai mezzi di comunicazione e di trasporto.  La scelta definitiva della localizzazione e conseguente ubicazione deriva dal risultato della combinazione dei vari elementi richiamati ai quali possono aggiungersi ulteriori aspetti non strettamente economici quali il clima, il collegamento con deter­minati soggetti privati o pubblici, la presenza di agevolazioni finan­ziarie, ecc. La possibilità di soddisfare simultaneamente gli elementi influenti la localizzazione è più agevole per quelle attività che, per importanza e dimensione, possono «dividersi» nel senso di ubicare in zone territo­riali differenti le varie componenti strutturali aziendali (stabilimenti, direzione, uffici amministrativi), ciò evidentemente in funzione dello svolgimento più efficace ed efficiente delle varie funzioni aziendali. Per alcuni settori di attività, la divisione aziendale costituisce una esi­genza produttiva legata alla necessità di presenza capillare sul territo­rio ai fini di una adeguata penetrazione del mercato. E il caso ad esem­pio delle aziende di credito e delle compagnie di assicurazioni, che, secondo modalità differenti, danno vita appunto alle cosiddette azien­de divise. Il riferimento è progres­sivo processo di integrazione dei mercati, indotto dallo sviluppo delle tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni, dall'abbattimento delle barriere normative nazionali e dalla crescente riduzione dei co­sti di trasporto. Tale processo di integrazione, che quando riferito alle implicazioni sul più ampio contesto sociale è conosciuto con il termi­ne globalizzazione, comporta l'allargamento dei mercati, di approv­vigionamento, di sbocco e di quelli finanziari.  Le aziende scelgono di produrre laddove emergono nuovi consumatori, allo scopo di sfruttare economie di prossimità ai mercati di sbocco, nel secondo caso la localizzazione delle fasi produttive in paesi esteri è originata soprattutto dalla possibilità di usufruire di costi del lavoro notevol­mente inferiori di quelli esistenti nei paesi di origine. Passando all'elemento dimensionale, è noto come le unità di pro­duzione vengano spesso classificate in piccole, medie o grandi impre­se. Tale classificazione si connette, in linea di principio, al grado di attività delle stesse in termini di livello produttivo. Il concetto di dimensione aziendale, in realtà, è complesso ed inde­terminato. Complesso in quanto carattere dell'azienda dipendente sia dagli assetti operativi ed organizzativi entro i quali si svolge la gestio­ne, sia dalla struttura dei mercati con i quali l'azienda opera; indeter­minato, perché è difficile individuare soddisfacenti parametri di misurazione'  . La quantità di produ­zione realizzabile, quindi, è funzione dipendente dagli investimenti in fattori produttivi concretamente realizzati. Gli investimenti, d'altronde, generano un corrispondente fabbisogno finanziario che può essere sod­disfatto convenientemente solo se esistono le condizioni per un'econo­mica copertura attraverso il capitale proprio o di terzi.
La dimensione d'impresa, quindi, è condizionata da una pluralità di variabili, la cui reciproca coerenza, sia quantitativa che qualitativa, è necessaria per garantire l'equilibrio della gestione. Quando i processi produttivi diventano complessi, alcuni fattori produttivi assumono caratteristiche di specificità, anche da un punto di vista qualitativo, creando difficoltà in ordine al loro reperimento. Questi fattori produttivi diventano difficil­mente sostituibili data la loro scarsità, o lo sono a costi elevati, condizio­nando in modo notevole il conseguimento degli obiettivi generali. La relatività del concetto di dimensione deriva anche dal riferimen­to posto a base dell'analisi. Un'azienda definita piccola, media o gran­de in una realtà economica, se rapportata ad un contesto diverso, può assumere una connotazione dimensionale diversa.  I parametri più comuni riguardano aspetti strutturali ritenuti signifi­cativi, come l'ammontare delle immobilizzazioni tecniche, la capacità produttiva che esprime i volumi quantitativi ottenibili, il numero degli addetti, il capitale investito. Altri si soffermano sui livelli operativi rea­lizzati in un dato periodo, ad esempio il fatturato o il valore aggiunto. In realtà, in considerazione della relatività concettuale del fenome­no dimensionale delle aziende, sembrano più confacenti parametri qualitativi come il peso economico, inteso come maggiore o minore capacità dell'impresa a continuare i processi produttivi, e ad influen­zare i mercati di riferimento.  In ogni caso, al di là di tali aspetti, problema fondamentale dell'im­prenditore non è tanto quello di stabilire a priori una data dimensione, piccola o grande, bensì è quello di ricercare e pervenire, nel continuo divenire d'azienda, alla dimensione ottima, ossia alla combinazione più efficiente in termini di produttività e redditività'26. Il che significa acquisizione di una dotazione strutturale efficiente e funzionale agli scopi aziendali.
3. La struttura organizzativa
La divisione del lavoro ed il conseguente bisogno di coordinamento delle diverse fasi in cui esso può essere articolato, rappresentano l'aspetto nevralgico del problema organizzativo. La scelta dei criteri di individuazione, classificazione ed assegnazione alle unità organizzative di conseguenza determinate, del lavoro da svolgere, crea la struttura organizzativa di ciascuna impresa. Essa agisce, funziona mediante le relazioni stabilite tra le unità organizzative; quindi, in definitiva, la progettazione della struttura organizzativa si risolve nella determinazione dei criteri e delle relazioni che governano la divisione ed il coordinamento del lavoro da svolgere per realizzare il processo di trasformazione economica. I criteri di divisione del lavoro seguono due logiche che in comune determinano il grado di specializzazione: la divisione orizzontale e la divisione verticale.
La divisione orizzontale concerne la parcellizzazione dell'intero processo produttivo in una serie di attività elementari, individuate in funzione delle caratteristiche tecniche (tempi di effettuazione previsti, conoscenze richieste, numero degli addetti, ecc.) o in funzione della natura e dei mercati di sbocco dei prodotti. Le attività elementari sono raggruppate in compiti ed attribuiti a determinate posizioni, cioè alle unità organizzative elementari. L'insieme dei compiti assegnati a ciascuna posizione costituisce una mansione. I compiti presentano livelli variabili di difficoltà tecnica, in forza dei quali viene graduato il tempo assegnato alla loro esecuzione ed il risultato atteso. Essi prevedono, inoltre, livelli graduati di discrezionalità delle modalità tecniche da seguire e dell'autonomia decisionale. Le mansioni, invece, costituite da una pluralità di compiti da svolgere, sono caratterizzate da varietà ed evidenziano un contenuto di discrezionalità ed autonomia coerente con il risultato richiesto ad una individuata posizione. Le posizioni, a loro volta, sono ordinate in organi ai quali è attribuito lo svolgimento di funzioni complesse, identificate in base all'omogeneità delle operazioni o alle fasi del complessivo ciclo produttivo. Gli organi, quindi, non si identificano con le persone che ne fanno parte, rappresentando, invece, un nucleo di competenze e di contributi che deve essere garantito al processo produttivo.
I criteri adottati nella divisione del lavoro in senso orizzontale determinano il tasso di specializzazione delle attività elementari. Un lavoro è molto specializzato quando è costituito da un numero limitato di attività elementari e da un contenuto tecnico poco significativo. Queste riflessioni costituiscono premessa al concetto di divisione verticale, la quale, invece, riguarda la definizione delle competenze di comando e di coordinamento, distribuendo le stesse a vari livelli. Questo criterio di attribuzione del lavoro stabilisce le relazioni tra gli organi e l'articolazione gerarchica della struttura organizzativa. Alcuni organi, infatti, risulteranno in una posizione gerarchica di comando, altri in una posizione di subordinazione con discrezionalità ed autonomia decisionale limitata. La distribuzione del potere tra i vari organi definisce il grado di accentramento della struttura; esso rivela se il processo decisionale si concentra in pochi organi ovvero è distribuito lungo più livelli. Il potere è distribuito utilizzando lo strumento della delega, mediante il quale si trasferiscono ad organi posti a livelli gerarchici inferiori parte delle competenze. Il conseguente decentramento se da un lato realizza una struttura flessibile d' altro lato introduce necessità di maggiore coordinamento per il rischio di comportamenti non conformi agli obiettivi strategici dell'azienda. Ovviamente non bisogna confondere il decentramento organizzativo con l'eventuale decentramento fisico dell'azienda.
A tal proposito, è utile riproporre la classificazione tradizionale degli organi in:
organi volitivi che detengono il controllo dell'impresa, coincidendo quindi con il soggetto economico; essi decidono le strategie e gli obiettivi generali;

  1. —organi direttivi, i quali hanno il compito di eseguire le decisioni degli organi volitivi, definendo gli obiettivi più specifici da attribuire ai diversi organi e verificando il loro conseguimento;
  2. —organi operativi o esecutivi chiamati all'esecuzione delle attività richieste per la realizzazione dei processi produttivi, coerentemente con gli obiettivi stabiliti.

Un'ulteriore classificazione richiama il concetto di organi di line ed organi di staff, i primi assegnatari di potere i secondi, invece, di funzioni di consulenza o di supporto.  La struttura organizzativa assume, in concreto, configurazioni le più diverse, in relazione alla dimensione aziendale, alla natura dell'attività svolta, all'ampiezza della gamma di prodotti o servizi realizzati, e all'ampiezza dei mercati di sbocco. Essa è formalizzata utilizzando strumenti che diventano sempre più complessi in considerazione della complessità dell'oggetto che intendono rappresentare. Un primo strumento è l'organigramma che consiste in una rappresentazione grafica che evidenzia gli organi della struttura ed i livelli gerarchici nei quali sono situati. Inoltre,: sono identificabili le relazioni che collegano gli organi al medesimo livello, in senso orizzontale quindi, ovvero tra livelli successivi perciò di natura gerarchica.  L'organigramma, ovviamente, non può esplicitare in modo compiuto le mansioni, i compiti corrispondenti alle diverse posizioni, né le modalità previste per l'esecuzione delle attività. Intervengono a tale scopo i mansionari, documenti dettagliati con i quali sono descritte le mansioni o i compiti attribuiti, le procedure ed i regolamenti che stabiliscono la sequenza di svolgimento delle operazioni, le procedure da attuare, i comportamenti da seguire e sono definite le relazioni tra gli organi, nel momento dell' attuazione delle attività che concretizzano i processi produttivi.
4. I principali modelli di struttura organizzativa
Si è già detto che le strutture organizzative dipendono da molti fattori divenendo vieppiù articolate con l'aumentare della complessità aziendale.  Il primo modello proposto è la struttura elementare tipica delle piccole aziende, estremamente semplice in quanto le diverse funzioni non sono ben distinte. Tutte le attività fanno riferimento all'imprenditore, coadiuvato da dipendenti con posizioni intermedie ma con scarsa autonomia, in quanto prevale uno stretto rapporto gerarchico. Il vantaggio della- struttura elementare risiede nella possibilità di formare rapporti diretti tra l'imprenditore ed i dipendenti, per cui i costi di coordinamento sono ridotti. Qualora si dovesse affermare una vocazione alla crescita dimensionale, spesso emergono difficoltà legate alla riluttanza dell'imprenditore a differenziare le competenze delegando parte del potere, compromettendo, in molti casi, le opportunità di sviluppo. La differenziazione delle funzioni è, invece, alla base della struttura funzionale largamente diffusa come modello organizzativo. Il criterio di fondo parte dalla considerazione che l'azienda è suddivisa in una serie di aree funzionali; per cui l'attribuzione delle posizioni ed il raggruppamento in organi avviene seguendo la logica delle aree. Il modello prevede la formazione di due livelli gerarchici:
1) direzione generale, preposta alla elaborazione delle strategie, alla composizione di eventuali conflitti tra le aree ed al controllo dei risultati;
2) aree funzionali, le quali concorrono all'elaborazione delle decisioni e, ovviamente, rendono operativi gli indirizzi stabiliti, deliberando gli opportuni provvedimenti all'interno di ciascuna di esse. Alle aree sono affiancati spesso organi di staff, che supportano l'attività dei livelli gerarchici.
La struttura funzionale è adatta alle aziende impegnate soltanto in un settore, definito per tipologia di prodotto, tecnologia o mercato.I vantaggi sono collegati all'alto tasso di specializzazione ottenuto dalle aree, al conseguente incremento dei rendimenti delle risorse impiegate ed allo sfruttamento delle conoscenze tecniche che maturano al loro interno. Emerge il rilevante ruolo di coordinamento svolto dagli nani del primo livello (o da eventuali organi inter-funzionali a tal fine costituiti), in modo da indirizzare l'azione verso obiettivi condivisi. Ai vertici delle aree funzionali sono decentrate invece, le responsabilità inerenti specifici ambiti del complessivo lavoro aziendale.  Le aziende che diversificano la produzione o che operano simultaneamente su più mercati, infatti, entrano in relazione con ambienti competitivi caratterizzati da condizioni e opportunità specifici. In tal caso, è necessario procedere ad una scomposizione della complessiva attività aziendale in insiemi omogenei, divisioni o aree strategiche d'affari, individuati secondo criteri dettati dalle caratteristiche dei prodotti, dalle tecnologie impiegate o dai mercati d'intervento, per ognuno dei quali è. possibile costruire una strategia competitiva propria. La struttura organizzativa assume in queste situazioni la configurazione multidivisionale. All'interno della struttura aziendale si creano delle divisioni nelle quali si svolgono tutte le funzioni inerenti un determinato prodotto od un determinato mercato di sbocco. Le divisioni sono organizzate come delle imprese e riproducono al proprio interno una struttura funzionale. Il vertice aziendale conserva le prerogative di definizione degli indirizzi strategici, di gestione delle risorse finanziarie, di composizione dei conflitti tra le divisioni e di controllo dei risultati. Le divisioni godono di ampia autonomia, comunque graduata in funzione del potere decisionale delegato dagli organi centrali; infatti, la formulazione delle strategie competitive delle singole divisioni può essere delegata alle direzioni di queste, ovvero conservata dal vertice aziendale che demanda alle divisioni l'attuazione delle decisioni operative. Il modello multidivisionale attua un consistente decentramento esplicitando segmenti di attività caratterizzati da autonomia, per i quali è agevole procedere alla misurazione dell'efficienza, dell'efficacia e del contributo alla redditività complessiva dell'azienda. Uno dei limiti del . modello qui richiamato, riguarda il rischio di incremento dei costi causato dalla moltiplicazione delle aree funzionali che svolgono le stesse mansioni, ma in divisioni diverse. Un'evoluzione della struttura multidivisionale è la struttura a matrice tipica delle aziende che producono su commessa.
È opportuno, qui, soffermarsi sulla classificazione delle aziende in base alla modalità di svolgimento del ciclo produttivo. Un' azienda produce per il magazzino se la produzione viene programmata ed attuata in base a determinate previsioni di assorbimento del mercato, prima che la domanda del prodotto si esprima effettivamente; un'azienda produce su commessa quando è la domanda, il cliente che commissiona un determinato prodotto secondo parametri tecnici da questi stabiliti. La produzione su commessa ha per oggetto, di solito, prodotti complessi (stabilimenti, impianti, navi, opere infrastrutturali, ecc.), la cui ultimazione richiede tempi lunghi. La struttura a matrice si caratterizza per la presenza di organi posti ai lati di una immaginaria matrice, rappresentati dalle aree funzionali, sul lato orizzontale, e dalle unità di progetto (o dai responsabili di progetto) sul lato verticale. I progetti relativi alle singole commesse attingono dalle aree funzionali le risorse che necessitano, per cui ogni singola area funzionale interagisce con una pluralità di unità di progetto. L' intento di questa struttura organizzativa è di associare i vantaggi della struttura funzionale e della struttura multidivisionale. 
5. Funzioni e processi aziendali
La gestione aziendale, come più volte affermato, si concreta in un complesso di operazioni e attività coordinate finalizzate al raggiungi­mento delle finalità aziendali. Pur evidenziando i caratteri di unitarietà e correlazione esistenti tra le numerose operazioni che caratterizzano la vita di un'impresa, è possibile pervenire a delle scomposizioni astratte dell'unità economica aziendale, ciò al fine di migliorare la comprensio­ne e l'analisi del fenomeno aziendale. In tal senso, si distinguono due principali modalità di studio dell'azien­da e cioè:

  1. lo studio per funzioni;
  2. lo studio per processi.

L'impostazione per funzioni si rivolge ad identificare i singoli sub-sistemi operativi in base ai quali risorse, fattori produttivi utilizzati e competenze risultano accomunati da un punto di vista tecnico. In relazione a ciò, si individuano le varie funzioni: produttiva, finanziaria, am­ministrativa, ecc. Lo studio aziendale per processi fonda la propria impostazione sugli obiettivi delle operazioni, che, quindi, seppure tecnicamente diverse risultano accomunate dall'identità del fine per il quale ven­gono effettuate.
5.1. Le funzioni aziendali
Al fine di meglio analizzare e comprendere il sistema aziendale, nei suoi aspetti gestionali, è opportuno fare riferimento anche a quelle che si denominano funzioni aziendali. Con tale espressione si intendono indicare i sub-sistemi operativi in base all'omogeneità delle operazio­ni da un punto di vista tecnico.
In proposito, è tradizionalmente diffusa l'impostazione secondo cui si distinguono le seguenti principali funzioni aziendali:

  1. pianificazione strategica;
  2. marketing;
  3. produzione e logistica;
  4. ricerca e sviluppo;
  5. finanza;
  6. organizzazione e personale;
  7. controllo gestionale.

Dette funzioni possono essere a loro volta variamente raggruppate tra
a)          funzioni caratteristiche (definite spesso «operative»);
b)          funzioni integrative (o «ausiliarie»).
Le prime sono direttamente rivolte al raggiungimento degli obiettivi aziendali, assumendo caratterizzazione specifica in funzione del settore di attività; sono tali il marketing, la produzione e la logistica, la ricerca e sviluppo. Le seconde, invece, svolgono prevalentemente un'attività di sup­porto al governo aziendale, anche se ciò non deve far pensare a fun­zioni meno importanti delle precedenti.
5.1.1. LE FUNZIONI CARATTERISTICHE
Come poc'anzi detto le funzioni caratteristiche assumono caratte­rizzazione specifica in relazione alla stretta connessione con l'attività operativa svolta dall'azienda. Nello specifico trattasi del marketing, della ricerca e sviluppo (r&s) e della produzione logistica.
LA FUNZIONE DI MARKETING
La funzione di marketing può definirsi come una funzione com­plessa rivolta a regolare i rapporti tra azienda ed ambiente esterno, nel senso di favorire l' analisi dell'ambiente in cui l' azienda opera, ciò al fine di conoscere meglio le esigenze del mercato, per pervenire a combinazioni aziendali in grado di soddisfare tali esigenze rendendo disponibili i prodotti o servizi adeguati. A tal fine, l'impresa, svolgendo specifiche azioni, attua delle vere e proprie strategie di marketing che trovano in appositi strumenti previ­sionali (piani) la definizione dell'obiettivo di mercato che si intende raggiungere (cosiddetto target market) e l'insieme delle variabili atte a favorire il raggiungimento dell'obiettivo stesso. Quindi, i piani di marketing, seguendo una sequenza di fasi, si pro­pongono di individuare i percorsi in grado di favorire l' attuazione delle strategie aziendali in funzione del prodotto offerto e/o del mercato scelto. Preliminarmente, 1' analisi dell'ambiente comporta la necessità di distinguere le variabili sulle quali l'impresa determina un controllo da quelle variabili svincolate in misura più o meno totale da tale possibi­lità di controllo. Infatti, sfuggono totalmente al controllo dell'impresa tutti i fattori che abbiamo identificato come costitutivi dell'ambiente generale e cioè: l'ambiente naturale, la cultura, l'ambiente sociale, la variabile demografica, la tecnologia, la sfera politico-legislativa e l'am­biente economico. Pur non essendo totalmente soggette al controllo dell'impresa, altre variabili possono essere comunque influenzate dalle scelte aziendali; è il caso della concorrenza esistente e potenziale, dei fornitoti, dei clienti e degli intermediari. Le variabili che, invece, risultano completamente dipendenti dall'im­presa sono costituite dai seguenti elementi:

  1. prodotto;
  2. prezzo;
  3. distribuzione;
  4. promozione.

L'insieme di tali elementi costituisce il cosiddetto marketing miX134. Brevemente, il prodotto, da intendersi in senso lato, va sempre più as­sumendo una definizione ampia comprendendo, oltre al beneficio spe­cifico richiesto dal cliente, anche ulteriori aspetti connessi a caratteristi­che e attributi del prodotto ed al servizio di assistenza (pre-vendita e post-vendita) al cliente. Ovviamente, le strategie aziendali fondate sul prodotto non posso­no prescindere, tra gli altri aspetti, dal cosiddetto ciclo di vita, ossia dal percorso che ordinariamente un prodotto rivela circa la capacità di po­sitivi riflessi econdmico-finanziari. Si distinguono in tal senso le se­guenti fasi:

  1. progettazione, che coincide con la fase di ideazione e successiva rea­lizzazione del prodotto da offrire. Si tratta della fase preparatoria alla presentazione del prodotto sul mercato, che comporta il sostenimento di costi e, quindi, impieghi finanziari spesso anche consistenti;
  2. introduzione e lancio, è la fase in cui il prodotto risulta appunto «introdotto» sul mercato, ciò attraverso i relativi canali distributivi e con il sostegno di apposite campagne pubblicitarie. Questo è nor­malmente il momento di maggiore sforzo economico-finanziario
  3. sviluppo, è la fase in cui l'impresa penetra nel mercato, potendo fruire dell'assenza di concorrenti e godendo, quindi, di un «vantag­gio competitivo» che le consente di operare con effetti fortemente positivi in termini economico-finanziari.
  4. maturità, fase in cui l'impresa vive pienamente il confronto con i concorrenti, cercando di mantenere con appropriate politiche la propria quota di mercato.
  5. declino, è la fase che chiude il ciclo, ciò sia per scelta aziendale, sia per cambiamenti dei gusti del mercato o superamento tecnologico dei prodotti offerti che escono fuori-mercato.

L'altra variabile del marketing mix è quella del prezzo, elemento a cui i processi decisionali dei clienti sono tradizionalmente sensibili. Le politiche di prezzo consistono nei vari metodi di determinazione del prezzo, compresi gli aspetti connessi (per esempio, condizioni di pagamento, offerte speciali, ecc.) i quali trovano in alcu­ni fattori il relativo riferimento:

  1. costi, ossia identificazione di una configurazione di costo (costo pieno, costo incrementale, ecc.) atta ad individuare il livello infe­riore al di sotto del quale la fissazione del prezzo risulterebbe, se praticata per periodi medio-lunghi, decisiva in senso negativo;
  2. domanda, nel senso di considerare i livelli della domanda, in termini di analisi dell'andamento e correlate politiche di fissazione dei prezzi;
  3. concorrenza.

La variabile distribuzione consiste nel percorso seguito dal bene of­ferto dall'impresa per raggiungere il destinatario finale, ossia il cliente. Tale percorso assume la denominazione di canale distributivo il quale, oltre ai due estremi (produttore e cliente), può trovare ulteriori soggetti (intermediari) che possono allungare la «lunghezza» del percorso di­stributivo. E’ possibile distinguere canali distributivi di differente «lunghezza», ossia:

  1. canale diretto, che si ha nel momento in cui il produttore raggiunge
    il consumatore direttamente senza la presenza di intermediari;
  2. canale corto, tipico della grande distribuzione, laddove è il detta­gliante a rappresentare l'unico intermediario presente fra produtto­re e consumatore;
  3. canale lungo, quando il numero di intermediari è uguale o superiorea due (ad esempio dettagliante, grossista, agenti di commercio, ecc.).

Ultima variabile del marketing mix è quella relativa alla promozio­ne che identifica l'insieme degli strumenti promozionali rivolti varia­mente a creare l'immagine dell'impresa e far conoscere i prodotti. Gli obiettivi della promozione possono  identificarsi con attività atte a stimolare la domanda. Ancora un ulteriore obiettivo è quello di informare per convincere e per fare conoscere l'azienda ai potenziali clienti. Peraltro, la creazione dell'immagine aziendale deriva dalla combina­zione di elementi interni ed esterni all'azienda, riconducibili a fattori e comportamenti connessi alla comunicazione, ai rapporti interni del perso­nale e del personale verso l' esterno, all'ampiezza dei servizi offerti, ecc.
G li strumenti promozionali sono rappresentati da'":

  1. forme di vendita mediante personale;
  2. pubblicità;
  3. vendite promozionali.

La vendita mediante personale più che una vera e propria forma di vendita costituisce un' attività informativa rivolta ai singoli clienti, al fine di informarli e convincerli all'acquisto del prodotto aziendale. In relazione a ciò, si evince che essa è una forma promozionale adottabi­le in particolare per i prodotti di tipo complesso che necessitano di un' assistenza pre-vendita adeguata.
Con l'espressione pubblicità si identifica una forma impersonale di comunicazione, rivolta normalmente a fasce ampie di consumatori, ope­rata tramite l'uso di mass-media quali televisione, giornali, radio, ecc. Gli obiettivi della pubblicità si riferiscono comunemente alla solle­citazione della domanda.
Le vendite promozionali, ossia la promozione in senso lato è l'insie­me delle attività di marketing tese a favorire il processo di acquisto dei consumatori e migliorare l'efficacia dell'attività distributiva, ciò me­diante azioni di sollecitazione con effetto a breve termine.
Anche nel caso della promozione si è in presenza di uno strumento atto a favorire la creazione dell'immagine aziendale.
Una ultima forma di promozione è poi quella rappresentata dal direct marketing (posta, telemarketing, ecc.) che, pur potendosi configu­rare come un canale impersonale di vendita, rappresenta comunque uno strumento di promozione e comunicazione, nonché di fidelizza­zione della clientela.

LA FUNZIONE RICERCA E SVILUPPO
Nell'ambito dell'impresa si è sviluppata una funzione rivolta alla produzione del fattore produttivo «conoscenza», rilevando variamente in funzione del ruolo che l'impresa stessa inten­de assumere nei confronti dell'ambiente. In sostanza, la funzione di ricerca e sviluppo assolve al fondamen­tale compito di consentire all'azienda il miglioramento delle proprie capacità di adattamento alle mutevoli condizioni del mercato, ma so­prattutto di influire sullo stesso attraverso i risultati ottenibili dallo svolgimento di tale attività (invenzioni, conoscenze di processo, ecc.).  L'attività di sviluppo costituisce la prosecu­zione logica dell'attività di ricerca, consentendo di selezionare le idee innovative mediante la sperimentazione e la conseguente realizzazio­ne, in termini di industrializzazione e commercializzazione. Peral­tro, nell'ambito della stessa attività di ricerca è utile distinguere :

  1. la ricerca di base, che, assumendo un carattere essenzialmente esplo­rativo, si dirige all'acquisizione di nuove conoscenze scientifiche. e tecnologiche che servono di base per eventuali successive analisi e sperimentazioni;
  2. la ricerca applicata, che è un'attività che si rivolge a specifici obiet­tivi di applicazione innovativa in termini di prodotto e/o di proces­so, i quali, in relazione al grado di profondità e «produzione» della ricerca della conoscenza, denotano la presenza di comportamenti alternativamente difensivi, di inseguimento e di avanguardia.

LA FUNZIONE PRODUZIONE E LOGISTICA
È la funzione fisicamente più evidente nell'ambito di un'impresa in quanto concerne 1' insieme di attività di trasformazione delle materie acquistate dall'impresa in prodotti, con l'obiettivo di soddisfare le aspettative del mercato. La funzione produttiva basandosi sull' impiego di risorse tecniche, umane e informative deve garantire la predisposizione e razionale uti­lizzazione della capacità produttiva necessaria allo svolgimento effica­ce ed efficiente dell'attività tecnica in senso stretto"2.A tal fine, può essere utile ricordare le varie tipologie di processi produttivi , si ricordano:

  1. la produzione su commessa, caratterizzata dal fatto che il prodotto viene ottenuto su richiesta del cliente, rivela una struttura non ne­cessariamente specifica per la realizzazione del prodotto. Tale mo­dalità di produzione si differenzia dalla produzione su progetto che pure presenta caratteri simili, anche se in tal caso si è in presenza di strutture specifiche e riferibili a prodotti molto complessi e di di­mensione rilevante;
  2.  la produzione in serie (per lotti o in linea) che identifica quelle produzioni in cui il prodotto risulta ottenuto in quantità molto elevata e ciò senza che necessariamente esista un ordine precedente.

Le considerazione che in seguito vengono esposte riguardano il caso più comune di un'impresa che progetta i propri prodotti e li offre al mercato con una varietà tale da soddisfare il maggior numero di esigenze. Da un punto di vista operativo la fase a monte del processo produttivo riguarda la progettazione del prodotto e del sistema produttivo. Per quanto concerne il primo le informazioni fondamentali pro-vengono dall'area marketing che individua ed interpreta le esigenze e le opportunità del mercato e delinea le caratteristiche che il prodotto deve avere per poter essere competitivo. Questi imput, infatti, permettono di definire le specifiche tecniche ed estetiche del prodotto, le soluzioni tecnologiche e costruttive e la relativa convenienza economica. Naturalmente il passaggio successivo è la determinazione dei metodi di produzione e delle tecnologie utilizzabili, dei cicli di fabbricazione e delle attrezzature necessarie per ottenere quel determinato prodotto. Tale processo di progettazione ed ingegnerizzazione non si limita a predispone il sistema di produzione ma si occuperà di definire
—          il grado di automazione degli impianti, in funzione dell'impiego di tecnologie
—          le modalità di impiego sia delle risorse tecniche che delle risorse umane;
—          la disposizione fisica dei reparti e degli impianti in funzione della sequenza delle operazioni da eseguire.
Con riferimento a tale ultima attività è importante ricordare che i modelli principali di layout degli impianti sono:

  1. layout per processo, nel quale gli impianti sono disposti secondo un criterio di omogeneità delle tecnologie ed è quindi più adatto per produzioni diversificate in lotti medio piccoli;
  2. layout per prodotto, nel quale le risorse tecniche ed umane sono disposte sulla base della sequenza di operazioni previste dal ciclo di fabbricazione e quindi più adatto a produrre in grandi volumi a flus­so continuo o in serie.

Analoga importanza ai fini della progettazione del sistema produt­tivo riveste, inoltre, l'analisi e la definizione dei processi di acquisto e gestione degli approvvigionamenti poiché da essi dipendono il con­trollo sui costi di produzione e sulla qualità del prodotto ed il livello di prestazioni logistiche che andremo ad analizzare .È importante ricordare che in un primo momento la funzione logisti­ca aveva come obiettivo quello di gestire l' attività di trasporto e di im­magazzinamento e distribuire il prodotto alla rete di vendita.. Nel momento in cui è suben­trata la necessità di definire le politiche aziendali ed in particolare quelle di produzione orientandole alle effettive richieste provenienti dal merca­to il modello logistico tradizionale si è dimostrato inadeguato. L'obiettivo fon­damentale della logistica è quello di mettere in relazione la funzione produzione con le vendite in modo da garantire la consegna dei pro­dotti richiesti nei tempi e nei quantitativi effettivi, mantenendo i costi logistici al più basso livello . Il criterio di fondo si basa, infatti, sul presupposto che la durata del ciclo di fabbricazione sia pari o inferiore al tempo che il mercato è disposto ad attendere tra il momento dell'emissione dell'ordine ed il ricevimento effettivo . È evidente che nell'attuale sistema competitivo per operare sul mercato diviene fondamentale una corretta politica delle scorte.
Mentre in passato le scorte costituivano una ricchezza poiché permettevano all'impresa di rispondere con una stabilità qualitativa e quantitativa alle richieste del mercato, attualmente proprio l'intensa variabilità della domanda le ha trasformate in oneri e rischi che è necessario gestire. Le tecniche di gestione si distinguono in tecniche di gestione a scorte e tecniche di gestione a fabbisogno (MRP). Il primo modello, utilizzato per quei beni la cui domanda deriva direttamente dalle richieste del mercato (prodotti finiti, pezzi di ricambio), parte dalla previsione dei consumi, determinata analizzando le vendite degli anni precedenti, al fine di stabilire una quantità da tenere in giacenza per soddisfare la domanda. Quando le scorte scendono al disotto di un livello considerato accettabile viene emesso un ordine per il reintegro delle scorte. Nelle tecniche di gestione a fabbisogno, invece, il calcolo del fabbisogno viene eseguito sulla base del Piano principale di Produzione (MSP) scomposto ed analizzato in funzione della distinta base. Questo sistema, partendo dalle previsioni di vendita del prodotto finito indicate nel MSP determina il fabbisogno di tutti i codici posti ai livelli successivi a quello zero (prodotto finito) riportati nella distinta base. L'esigenza di rispondere sempre più perfettamente alla varietà della domanda attraverso "un livello di scorte tendente a zero ha generato una nuova filosofia gestionale denominata JIT (just in time). Questa è una politica di produzione e gestione delle scorte che si pone come obiettivo quello di ridurre al minimo o annullare le stesse. Il presupposto logico è quello di ridurre i costi di gestione delle scorte eccedenti il fabbisogno delle imprese e che quindi non producono utilità. I requisiti di tale modello sono:
1.          produzione di tipo flessibile e discontinua che consente un controllo dei flussi dei materiali e l'eliminazione delle scorte;
2.          frequenti rapporti con i fornitori attraverso una localizzazione degli stessi nelle immediate vicinanze dello stabilimento;
3.          domanda tendenzialmente costante ed adeguato e frequente collegamento con i clienti attraverso sistemi di produzione elettronica dei dati.
5.1.2. LE FUNZIONI INTEGRATIVE O AUSILIARIE
Trattasi di una serie di funzioni che rivestono particolare importanza ponendosi, a vario livello, a supporto dei processi de­cisionali degli organi di governo aziendale. Esse possono ricondursi alle seguenti:

  1. organizzazione e gestione del personale
  2. finanza;
  3. amministrazione e controllo;
  4. pianificazione strategica

LA FUNZIONE ORGANIZZATIVA E DI GESTIONE DEL PERSONALE
Tale funzione si occupa di uno dei più importanti fattori produttivi presenti nel sistema aziendale, e cioè, il fattore lavoro, ciò sia a livello direzionale, sia a livello esecutivo.
LA FUNZIONE FINANZA
Tradizionalmente il ruolo assegnato alla finanza aziendale è quello del reperimento delle risorse finanziarie sul mercato dei capitali attra­verso l'osservazione del costo, la composizione delle forme di finan­ziamento, l'adozione di tecniche connesse alla gestione della liquidità e della distribuzione dei dividendi. Verso la metà degli anni 50, però, si percepì l'importanza di ampliare tale ruolo poiché si comprese la necessità di affrontare le problematiche di reperimento delle risorse finanziarie anche in termini di efficace impiego delle stesse. Si pose, dunque, maggiore attenzione al rapporto tra investimenti e correlati finanziamenti, nonché tra costo del finanziamen­to e potenziale rendimento dell'investimento. In virtù di questa nuova visione la finanza non si occupa solo della ricerca delle fonti di finanziamento più adeguate ma anche della ge­stione dei flussi finanziari. Gli obiettivi, dunque, della funzione finanza riguardano:
1. la scelta di una struttura finanziaria che sia la più conveniente sia da un punto di vista economico-finanziario che di rapporto tra capi­tale di rischio e capitale di terzi; ciò comporta l' osservazione di tre differenti dimensioni aziendali:

  1. la coerenza tra fonti di copertura e fabbisogno totale,
  2. l'equilibrio tra finanziamento interno e finanziamento esterno;
  3. il costo delle varie fonti di finanziamento, inteso come compen­so richiesto dal finanziatore.
  4. la politica dei dividendi. Esiste, infatti, uno stretto legame tra poli­tica dei dividendi e struttura finanziaria poiché la prima è attuate in funzione dell'accantonamento e distribuzione del risultato prodot­to, dell'ammontare da distribuire, dell'individuazione delle fonti per il suo finanziamento;
  5. la valutazione degli investimenti in capitale fisso; ovvero la conve­nienza economica ad effettuare un investimento. Tale convenienza viene determinata ponendo a confronto le entrate e le uscite moneta­rie prodotte dallo stesso.

Da un punto di vista tecnico la fattibilità finanziaria di un investimento viene valutata attraverso l' adozione di criteri ma­tematici, che tengono conto del differente valore tra i flussi di inve­stimento e di recupero, oppure tramite criteri finanziari il cui presup­posto è l'attualizzazione finanziaria dei flussi. Appartengono alla prima categoria il metodo del tempo di recupero che assume come elemento di confronto il periodo di tempo entro il quale vi è il rein­tegro monetario del capitale investito, ed il metodo del tasso annua­le medio per il quale il riferimento è dato dal rendimento percentua­le medio del capitale investito (redditi annui/valore investimento). Sono, invece, metodi finanziari l'EVA (eccesso di valore attualizza­to) per il quale due investimenti vengono valutati in base al valore attuale dei redditi annui dell'investimento determinati in funzione di un determinato tasso di attualizzazione ed il tasso interno di rendi­mento per il quale il confronto avviene in funzione di quel tasso di attualizzazione che rende uguale il valore attuale dei redditi annui all' importo dell' investimento.

  1. la gestione degli equilibri finanziari e monetari. In linea generale per equilibrio si intende la coerenza nel tempo e nello spazio dei movimenti in entrata ed in uscita, in modo più approfondito si trat­ta scelte in termini di gestione del rischio di liquidità ovvero di bi­lanciamento dei movimenti monetari in senso stretto;
  2. la gestione del capitale circolante, intesa come analisi finanziaria degli investimenti in beni strumentali, del magazzino e dei crediti. Obiettivo della funzione finanza nel problema della determinazione del livello delle scorte è quello di rendere minimi i costi di acquisi­zione e di utilizzo delle scorte stesse.
  3. le scelte in termini di strumenti di finanziamento, che comporta un'analisi tecnica delle varie forme di investimento con riferimento alla natura ed agli effetti prodotti da ciascuno sulla struttura economico finanziaria dell'impresa.

LA FUNZIONE DI PIANIFICAZIONE STRATEGICA
La variabilità dei risultati nel tempo e l'impossibilità di prevedere con precisione il futuro, sempre più incerto in funzione del dinamismo ambientale, definisce il rischio di impresa. Da ciò deriva l'esigenza per l'azienda di procedere ad un'adeguata funzione previsionale, in grado di anticipare e controllare i fatti di gestione, ciò attraverso un'apposita attività di definizione delle strategie aziendali e di elaborazione dei piani e programmi, atti a concretizzare le strategie stesse. L' assolvimento di tale funzione, denominata di pianificazione, è, peraltro, connesso alla natura dell'azienda ed al livello di razionalità amministrativa raggiunto. Vi sono aziende, invero, la cui natura consente agevolmente lo svolgimento della pianificazione, altre in cui tale attuazione appare più difficoltosa. In sostanza, la funzione di pianificazione aziendale sarà sicuramente più agevole nelle aziende in cui l'organizzazione amministrativa assume elevata efficacia. In particolare, con l'espressione pianificazione strategica si individua una funzione atta a riflettere, attraverso appositi strumenti (piani e preventivi), il moto futuro dell'azienda nella sua interezza, servendo da guida per l'azione amministrativa e da controllo sull'efficienza economica dell'azienda149. Ciò anticipando le possibili minacce che possono prospettarsi per l'impresa in futuro e cercando di identificare nel contempo le opportunità che le si offrono.
In ogni impresa, la pianificazione strategica si articola in un proces­so costituito da più fasi partendo dall'analisi dell'ambiente. Sulla base di tale analisi, gli organi di pianificazione meglio defini­scono il campo di attività in cui l'azienda ritiene opportuno operare, prefissando gli obiettivi da raggiungere, ciò considerando le opportu­nità e minacce rilevate e programmando l'impiego delle risorse secon­do caratteri di efficacia ed efficienza. La definizione delle strategie aziendali poggia su alcuni elementi fondamentali quali l'identificazione delle combinazioni prodotti-mercati in cui l'azienda intende operare, la scelta delle risorse (tec­niche e umane) da utilizzare e l'allocazione delle stesse. La definizione delle particolari combinazioni produttive dà luogo al business o aree strategiche d'affari (ASA) e rende possibile l'indivi­duazione degli attori con cui l'impresa si confronta nel gioco competi-rivo relativamente ad un certo business, valutando i punti di forza e di debolezza dei concorrenti. Per «missione» di un business si intende il percorso strategico fon­damentale, espresso in fasi corrispondenti al ciclo di vita del prodotto, di un ideale «ciclo evolutivo» che caratterizza quel business. In relazione a ciò, l'impresa può sviluppare tali strategie e prende­re, in funzione di ciascuna di esse, le relative decisioni in merito alle diverse posizioni in cui essa si trova. Sul piano pratico, la funzione di pianificazione si attua attraverso un' azione amministrativa tesa a costituire un siste­ma di conoscenze prospettiche sulla vita dell'azienda, concretandosi nei cosiddetti piani di impianto o strategici, diretti a predeterminare le strutture aziendali, sulle quali si svilupperà la gestione, e i piani di esercizio o operativi (cosiddetti budget) che mirano a predeterminare l' andamento delle operazioni aziendali per un concreto periodo di tempo sulla base della struttura aziendale già esistente.
LA FUNZIONE DI CONTROLLO GESTIONALE
Si tratta in sostanza di un' attività volta alla "produzione" di infor­mazioni (specialmente di tipo economico-finanziario) con le quali analizzare e rendere noti i risultati della gestione. Tale attività di con­trollo ha come destinatario principale delle relative informazioni il management aziendale, ovvero coloro che, all'interno dell'azienda, devono prendere le decisioni e rispondere dei risultati ottenuti. Ciò comporta l'esigenza di prevedere un vero e proprio sistema informativo atto a favorire la raccolta di dati che, adeguatamente ela­borati, possano generare informazioni variamente utilizzabili a livello interno ed esterno all'azienda. Le rilevazioni rappresentano lo strumento conoscitivo diretto a classificare, ordinare, e riassumere metodologicamente le quantità eco­nomiche originarie derivanti dalle singole operazioni aziendali. L'importanza della funzione di controllo emerge ad ogni evidenza costituendo un processo di continua ponderazione della gestione pas­sata, presente e futura. In effetti, la produzione e razionalizzazione dei flussi di informazione utili alla gestione dell'impresa ed ai soggetti interessati all'andamento della stessa, rappresentano un unitario pro­cesso direzionale157 che si esplicita a livello di:

  1. controllo preventivo;
  2. controllo consuntivo.

Si denomina controllo preventivo, il controllo atto a verificare l'adeguatezza e la validità dei programmi aziendali rispetto agli obiet­tivi aziendali. Le connesse rilevazioni, che si denominano preventive, mirano a predeterminare le quantità riflettenti il futuro svolgimento della vita aziendale.
Il controllo consuntivo, fondato su rilevazioni di tipo concomitante e susseguente, è volto alla verifica periodica dei risultati delle opera­zioni intraprese dall'azienda nel fluire della gestione, ciò al fine di verificare se i risultati delle azioni stesse sono coerenti con gli obietti­vi prefissati dai programmi aziendali, intervenendo nei casi di scosta--mento dagli obiettivi.
Gli strumenti a disposizione dell'impresa per l'esercizio di tali con­trolli, si sostanziano, in definitiva, nei tradizionali strumenti del control­lo di gestione di cui si dirà oltre, che, assumendo connotazione sia con­tabile sia extra-contabile, costituiscono nel loro insieme il sistema aziendale di reporting' e precisamente:

  1. l.  piani e programmi;
  2. contabilità analitica;
  3. contabilità generale e bilancio;
  4. rilevazioni extra-contabili

5.2. I processi aziendali
Con l'espressione processo si intende un insieme di attività correlate aventi un obiettivo comune. Ne deriva che il concetto di attività è più ristretto di quello di processo, in quanto per attività si intende un insieme di operazioni svolte in successione. Il processo aziendale si sviluppa, quindi, secondo un insieme di attività interdipendenti, svolte utilizzando input di varia natura utilizzati per ottenere un dato output.  Da ciò discende che nell'ambito di un processo le varie funzioni aziendali si intrecciano e si combinano con la comune finalizzazione del raggiungimento degli scopi aziendali. Ad esempio, nell'ambito dei processi produttivi è riscontrabile il processo di approvvigionamento dai fornitori che interessa contestualmente più funzioni aziendali (funzione produttiva, funzione commerciale, funzione amministrativa, ecc.). La logica di fondo dell'impostazione per processi è basata sul concetto pregnante che obiettivo preminente è l' orientamento al cliente finale ed alla sua soddisfazione. Da ciò si suppone che ogni attività aziendale, anche quelle svolte esclusivamente all'interno dell'unità economica, denoti la presenza di un fornitore e di un cliente. In definitiva, un processo aziendale può raffigurarsi come una catena in cui ogni anello assume contestualmente la natura di fornitore (dell'anello che lo segue) e di cliente (dell'anello che lo precede), ciò dovrebbe favorire lo svolgimento di attività di qualità, corrispondendo alle aspettative del «cliente», inteso in senso lato.
LA FASE ISTITUTIVA DELLE IMPRESE
1. Premessa
E’ possibile individuare il percorso ordinario nell'ambito del quale rac­chiudere le varie vicende aziendali, distinguendo:

  1. la fase istitutiva, corrispondente alla nascita dell'azienda, ossia al momento in cui, su impulso della componente umana si dà vita ad un'attività organizzata di mezzi e persone;
  2. la fase del funzionamento, corrispondente al periodo in cui, una volta sorta, l' azienda vive, cresce e si sviluppa, producendo e distri­buendo ricchezza;
  3. la fase della cessazione, che, laddove intesa in senso assoluto, è la fase conclusiva del processo aziendale.

2. La fase pre-natale
La nascita di una nuova impresa costituisce il passo decisivo di una fase lungo la quale si progetta e si realizza una nuova attività organizzata. E’ possibile individuare una vera e propria fase prenatale della vita di un'impresa, identificabile essenzialmente nel processo decisorio che precede il momento istituzionale di formalizzazione del progetto aziendale. Essa rappresenta, invero, un momento propedeutico della vita aziendale, durante il quale si formula e si valuta l'opportunità di dar vita al progetto aziendale ipotizzato. La fase istituzionale rappresenta idealmente l'esito positivo del processo decisorio pre-natale, nel senso di costituire la naturale prosecuzione della decisione di intraprendere un'attività imprenditoriale. Nella fase pre-natale, in altre parole, l'idea o intuizione del soggetto promotore, maturata sulla base di fattori prettamente individuali (caratteristiche personali, propensione al rischio, motivazione, esperienza), si trasforma in un progetto/formula imprenditoriale, una volta risolti i problemi di convenienza economica e individuata la combinazione di variabili (sistema competitivo, sistema di prodotto, sistema degli interlocutori sociali, struttura tecnico-produttiva) che consente di realizzare gli obiettivi istituzionali secondo criteri di razionalità amministrativa. È evidente, pertanto, da un lato, l'esigenza dell'imprenditore di ac­quisire informazioni e conoscenze a vari livelli: dal marketing alla ri­cerca, dalla produzione alla finanza, ecc., e da altro lato, la necessità di basarsi sull'opera di individui e/o istituzioni che presentino le specifi­che competenze e professionalità richieste dalle varie fasi del percor­so, ciò al fine di pervenire ad un progetto aziendale che presenti ampie possibilità di successo. In definitiva, emerge come alla base della nascita di una qualsivoglia tipologia di impresa si ponga un'idea imprenditoriale, ossia un'idea che, oltre a rivelarsi creativa e innovativa, deve potersi considerare realizzabile. Il concetto di realizzazione cui intendiamo riferirci deve, evidente­mente, ancorarsi a due principali aspetti strettamente interdipendenti:
— la realizzabilità in senso tecnico-produttivo, ossia a livello di realizzazione concreta della formula innovativa;
— la realizzabilità, in termini di sostenibilità economico finanziaria del progetto stesso.
Non si deve tra­scurare  il rilievo dei fattori "ambientali" di varia natura (politica, cul­turale, economica, geografica) che presentano un'indubbia influenza sulla nascita e funzionamento delle imprese, fino ad arrivare persino a veri e propri condizionamenti. Possono di­stinguersi:

  1. variabili di contesto di tipo generale non immediatamente condizio­nanti poiché incidenti nel lungo periodo, essenzialmente riconduci­bili al dinamismo ambientale, ovvero alle trasformazioni dell'am­biente generale a seguito di cambiamenti: geografico-demografici dell'ambiente naturale; ideologico-tecnologici
  2. variabili ambientali specifiche influenzanti la genesi d'impresa, che consistono in condizioni ambientali facilitanti od ostacolanti il pro­cesso di genesi come ad esempio, l'esistenza di network relazionali, la possibilità di partecipare a corsi formativi inerenti il business, l'accesso a finanziamenti agevolati a favore dell'avvio di nuove im­prese, il ricorso a parchi scientifici di supporto, ecc.

La valutazione di convenienza economica nella istituzione dell’impresa
Ciò che si vuole sostenere è che la costituzione di una impresa non può essere lasciata al caso o all' approssimazione, in quanto lo svolgimento di un'attività aziendale si fonda su definiti elementi costitutivi e su principi di razionalità amministrativa dai quali non si può prescindere. Si desume come sin dalla sua nascita una struttura organizzativa atta allo svolgimento di un'attività economica deve seguire percorsi di raziona­lità amministrativa, servendosi di strumenti idonei a favorire processi decisionali adeguati per pervenire alla scelta economicamente più con­veniente. La sopravvivenza e lo sviluppo di un'azien­da dipendono dal rispetto di determinate condizioni di funzionamento, è a tali condizioni che ci si deve riferire per stabilire la convenienza all'istituzione o meno dell'azienda.
Il percorso che conduce alle conseguenti scelte si basa sulla cosiddetta "verifica di fattibilità" del progetto aziendale che trova nel business pian lo strumento essenziale. Questo consiste in una serie di rappresentazioni quali-quantitative riferite al progetto e fondate su studi ed analisi di vario tipo, nonché su calcoli riportati in piani e pre­ventivi, onde individuare minacce ed opportunità, vantaggi e svantaggi potenzialmente derivanti dall'iniziativa .In relazione a ciò, risulta, quindi, di fondamentale ausilio la funzione aziendale di programmazione, ossia il sistema di determinazioni preven­tive, denominato anche sistema di pianificazione, che, costituito da un insieme di piani e preventivi accuratamente elaborati, trova nel seguente percorso logico il proprio fondamento:

  • raccolta di dati storici
  • apprezzamento critico dei dati raccolti
  • determinazione dei dati preventivi, ossia modifica dei dati storici in relazione sia alle condizioni di operatività attuali sia alle prospetti­ve e agli orientamenti futuri della vita aziendale.

Circa la dimensione degli stessi valori si distingue tra valuta­zioni medie e valutazioni standard, volte rispettivamente a fornire un quadro mediamente riferibile ad aziende operanti nello specifico settore ovvero un quadro economico-finanziario ideale. Obiettivo preminente in tale fase è, quindi, quello di pervenire all' individuazione della dimensione ottima di cui si è detto precedentemente, ossia ad una dotazione in termini di struttura e composizione che favo­risca, oltre che l'efficacia del processo produttivo, anche l'efficienza nei suoi aspetti correlati, ottimizzazione, quindi sia in senso tecnico sia in senso propriamente economico.
4. Il fabbisogno finanziario iniziale
Nel momento in cui si avvia un' attività economica, tra gli altri aspetti, assume specifico rilievo la misura di risorse finanziarie di cui l'azienda deve dotarsi al fine di procedere allo svolgimento dell'attivi­tà produttiva. Il fabbisogno finanzia­rio iniziale, ossia l' individuazione della misura dei mezzi finanziari necessari per avviare tale attività sia uno dei problemi da affrontare in sede di verifica della fattibilità del progetto aziendale. La determinazione di tale fabbisogno risulta connessa con alcuni fattori fondamentali da por­re alla base del relativo calcolo e, cioè:

  • la dimensione aziendale;
  • il settore di attività.

Al fine di procedere ad una adeguata determinazione del fabbisogno finanziario iniziale, si rende necessaria, oltre che la presenza di opportune competenze professionali, anche l'adozione di idonei stru­menti operativi .Gli strumenti in questione devono favorire la conoscenza di informazioni inerenti, da un lato, la misura degli investimenti strutturali di lungo termine, nonché gli inve­stimenti di breve termine (fattori produttivi a fecondità semplice) e, da altro lato, la ricerca delle forme più convenienti di copertura del fabbi­sogno finanziario connesso.E’ opportuno il ricorso ad appositi piani finanziari atti a favorire l'individuazione della misura di tale fabbisogno. Attraverso tali piani si procede concretamente all'identificazione del complesso dei beni durevoli e dei fattori di breve durata necessari per il funzionamento azien­dale, nonché il conseguente effetto economico-finanziario.
5. Le fonti di finanziamento (cenno e rinvio)
Una volta operato il calcolo del fabbisogno finanziario iniziale si pone il problema del­le «fonti» necessarie per la relativa copertura. Le fonti da cui attingere la ricchezza necessaria per tali acquisizioni trovano primariamente nei proprietari dell'azienda il principale riferi­mento. Nel momento in cui ciò avviene, la ricchezza sarà normalmen­te conferita (dall'imprenditore o dai soci in caso di forma collettiva) sotto forma di mezzi monetari ossia fattori generici (denaro o titoli rappresentativi) che rappresentano, quindi, una fonte di derivazione «propria» (cosiddetto capitale proprio). Tuttavia il fabbisogno finanziario aziendale risulti raramente coperto nella sua totalità dalla dotazione conferita dal sog­getto aziendale. Ne discende, quindi, che la ricchezza necessaria per lo svolgimento dell'attività produttiva può derivare anche dal ricorso al cosiddetto ca­pitale di prestito o di credito, ossia al finanziamento indiretto o diretto di soggetti terzi all'azienda. Si parlerà  di ricorso al capita­le di terzi, identificabile, in definitiva, nei «debiti», ossia in obbligazioni dell'azienda connesse a somme di denaro ricevute in prestito e da restituire ad una data scadenza, ciò sia per operazioni di vero e pro­prio finanziamento diretto (debiti di finanziamento) sia per operazioni di dilazione della data di pagamento o finanziamento indiretto (debiti di fornitura o di funzionamento).Il debito di fornitura o di funzionamento si connette alla possibilità di acquisire i fattori produttivi dai fornitori, facendo ricorso al credito eventualmente concesso dagli stessi, anziché pagare per contanti, generando così i cosiddetti debiti di funzionamento (o di regolamento) .

Il ricorso a terze economie, nel senso di procacciamento di mezzi finanziari attraverso il ricorso al prestito, genera i cosiddetti debiti di finanziamento, normalmente connessi con il credito bancario. L'azienda riceve da terzi mezzi finanziari da impiegare per l'ac­quisto dei fattori produttivi. Entrambe le tipologie di debito rappresentano, , delle forme di finanziamento. Anche i debiti di funzionamento costituisco­no delle forme, seppure indirette di finanziamento, in quanto la pos­sibilità che i fornitori concedono all'azienda di pagare a termine, an­ziché in contanti, evita all' azienda di procurarsi immediatamente dei mezzi finanziari.
Il ricorso all'indebitamento (finanziario o di fornitura) comporta per l'azienda degli oneri espressi dagli interessi che si devono corrispondere per la disponibilità, diretta o indiretta, dei mezzi finanziari.

 

.6 Le operazioni di costituzione
Nella fase istitutiva l'impresa avvia una serie di attività rivolte all'allestimento della struttura organizzativa dell' azienda .Il novero delle atti­vità svolte risulta piuttosto ampio comprendendo interventi riguardanti:

  • aspetti prettamente giuridici e/o legali, ad esempio autorizzazioni, ottenimento di licenze, iscrizioni in pubblici registri, adempimenti fiscali, ecc.;
  • aspetti di carattere aziendale, quali ad esempio progettazioni, studipreparatori, ricerche di mercato, consulenze professionali, ecc.

Trattasi, ad ogni evidenza, di attività che comportano l' impiego di mezzi finanziari ai fini della predisposizione dell'assetto organizzati­vo-giuridico dell'azienda, con acquisizione di utilità economiche identificabili in fattori produttivi specifici (seppure non in senso tecni­co), senza i quali la combinazione economica non sarebbe in grado di avviare la propria attività per il raggiungimento dei prefissati obiettivi. Il compimento di tali operazioni genera un effetto finanziario di  segno negativo(VFP)ed un effetto economi­co patrimoniale di segnò positivo che con il decorrere del tempo sarà oggetto di variazione economica (costi di utilizzo).

7. La dinamica economico-finanziaria nella fase istitutiva la struttura del capitale di funzionamento

La fase istitutiva di ogni azienda necessita di una dotazione iniziale di ricchezza atta a consentire il reperimento dei mezzi aziendali necessari per lo svolgimento dell'attività produttiva. Tale ricchezza sarà nor­malmente conferita dall'imprenditore sotto forma di mezzi monetari (denaro o titoli rappresentativi). Dal lato delle fonti, si parlerà in tal caso di capitale proprio di apporto .Seguendo un'impostazione tradizionale, la rappresentazione dei conferimenti iniziali può operarsi distinguendo, da un lato, appunto i mezzi conferiti e, da altro lato, la relativa fonte di derivazione .In sostanza, l'insieme dei mezzi e delle fonti costituisce il capitale dell'impresa, il quale, corrispondendo all'equazione A=P+N, può raf­figurarsi . a struttura aziendale (A) e le fonti da cui la stessa discende (P +N), risulta al momento costituito solo da mezzi finanziari derivanti da fonti proprie (/V).
Fonti proprie —> risorse finanziarie Ossia (A = N.):
Il denaro conferito rappresenta un fattore pro­duttivo «generico» che deve essere adeguatamente impiegato per l'ac­quisizione dei mezzi tecnici necessari per lo svolgimento dell'attività produttiva. I primi impieghi riguardano le acquisizioni dall'esterno di fattori che in un'impresa industriale possono, ad esempio, riguarmenti, impianti, macchinari, materie prime, materiali di consumo. Prima di procedere agli impieghi in fattori tecnici, sorge l'esigenza di procedere all'assolvi­mento di obblighi giuridici ed alla fruizione di servizi strettamente connessi all'avvio dell'azienda che comportano il sostenimento dei cosiddetti costi di impianto

In sostanza, è avvenuto che i mezzi finanziari inizialmente conferi­ti dal soggetto aziendale sono stati impiegati per l' acquisizione dei vari fattori tecnici produttivi a fecondità semplice e a fecondità ripetu­ta, favorendo una modifica nella sezione dei mezzi i quali nel loro to­tale si riconducono  sempre e comunque alla fonte ini­ziale.
Tabella n. 9


MEZZI (A)          FONTI DEI MEZZI (N + P)
ZONA FINANZIARIA
(-) denaro e titoli rappresentativi          (+)         capitale di apporto
ZONA ECONOMICA
(+) fattori produttivi a fecondità semplice
(+) fattori produttivi a fecondità ripetuta

Sotto il profilo delle variazioni finanziarie ed economico-patrimo­niali, le operazioni di acquisto in oggetto daranno luogo al seguente schema:
Tabella n. 10

 

Variazioni finanziarie

Effetto economico-patrimoniale

Operazioni
di acquisto

"VFP
denaro
+ debiti

+ fattori produttivi specifici
.


Alcuni fattori produttivi possono essere acquistati facendo ricorso a quello che si è denominato capitale di terzi, ossia debito di fornitura e/o prestiti derivanti da terze economie (rispettivamente debiti di funzionamento e debiti di finanziamento).
Af+ Ae = Pf +No

 

Il quadro sopra esposto può definirsi rappresentativo della struttura del capitale di funzionamento dell'impresa, seppure, tuttavia, una precisazione si renda opportuna. Il riferimento all'espressione «capitale» non deve intendersi riferito a fondi liquidi (risorse finanziarie) del pari esso non coincide esattamente con le rappresentazioni derivanti dal modello contabile'78. Partendo, invero dal concetto secondo cui il capitale è rappresentato dai «beni economici a disposizione di diritto e di fatto del soggetto giuridico dell' azienda»179, nel momento in cui qui parliamo di struttura del capitale, intendiamo considerare l'insieme dei fattori/utilità economiche acquisite dall'azienda, ivi incluso il fattore lavoro'80, al fine dello svolgimento dell'attività produttiva (A), indipendentemente dalle modalità di rappresentazione contabile.

A tale capitale (denominato capitale lordo o patrimonio lordo) si contrappongono le fonti di finanziamento di varia natura, proprie (N) e di terzi (P) che hanno favorito l'acquisizione della dotazione azien­dale. Ne deriva, quindi che:
A=P+N
Dei mezzi aziendali (A), che costituiscono la dota­zione complessiva della quale l' azienda si avvale per il suo funziona­mento, solo la parte che non è gravata da debiti può considerarsi pro­prietà dell'imprenditore o dei soci e cioè:
A—P=N
La grandezza N si denomina capitale netto ed assume una evidente connotazione quantitativa, coincidente con la parte dei mezzi (ossia delle attività) di pertinenza del soggetto proprietario.
'n ALDÒ AMADUZZI, L'azienda, cit., pp. 95-96. CAPITOLO SECONDO
LA FASE DEL FUNZIONAMENTO
1. La dinamica economico-finanziaria dei mezzi aziendali nel funzionamento: schema generale
Esaminiamo la dinamica economico-fi­nanziaria nel corso della vita dell'azienda. Invero, una volta acquisiti i fattori produttivi può avere inizio la vera e propria attività di funziona­mento aziendale che si concreta nella combinazione dei fattori stessi, con conseguente trasformazione (nel caso delle imprese industriali) da cui derivano i prodotti.

Data una dotazione iniziale di utilità acquisite (fattori produttivi o mezzi) i conseguenti consumi, totali o parziali, delle singole utilità acquisite daranno vita all'ottenimento di una utili­tà economica complessa rappresentata appunto dai prodotti.
Fattori Produttivi —* Consumi/utilizzazioni —> Utilità complesse
Ora, è evidente che il passaggio da utilità semplici ad utilità com­plesse (prodotti finiti) comporta una serie di fasi lavorative che gra­dualmente "trasformano" le utilità semplici (, in utilità composte per giungere, infine, all'utilità complessa (prodotto finito).
Utilità semplici —> Utilità composte --> Utilità complesse
Si consideri che anche durante le fasi di esecuzione e di ottenimen­to del prodotto, l' azienda continuerà ad acquisire (con relativa varia­zione finanziaria) dei fattori produttivi necessari per il processo tecni­co. Trattasi essenzialmente di fattori produttivi a fecondità semplice a consumo immediato (ad esempio energia elettrica, prestazioni lavorative, ecc.). Il capitale apparirà sostanzialmente invariato, ri­sultando, infatti, modificata solo la sezione economica dei mezzi che evidenzierà la «trasformazione» dei mezzi combinati in prodotti finiti pronti per la vendita. Dai consumi delle singole utilità (materiali e immateriali) si genera una utilità complessa (prodotto), il cui valore è economicamente maggiore della semplice sommatoria delle stesse uti­lità consumate.

Il valore incorporato nei prodotti finiti, rappresenta, in sostanza, il maggior valore (o valore aggiunto) che la combinazione produttiva è in grado di generare operando, in termini di trasformazione tecnico-produttiva  sulle risorse disponibili. Tale maggior valore incorporato nei prodotti/servizi offerti dall'impresa, costituisce una grandezza potenziale, ciò sino a quando la collocazione sul mercato, attuata mediante la ven­dita, non favorisce il ritorno sotto forma finanziaria delle risorse ini­zialmente impiegate.

 


 



Sulla base di quanto fin qui esposto, emerge come lo svolgimento del
processo produttivo si sviluppi secondo un percorso in cui si gene­ra un
continuo interscambio tra zona finanziaria e zona economica del capitale
dell'impresa. I mezzi finanziari iniziali si convertono dappri­ma in mezzi
economici, i quali a loro volta si riconvertono, alla fine del ciclo, in mezzi
finanziari e così via.

 

La dotazione che l'azienda si intende dare deve tendere verso una composizione
di fattori tale da favorire la funzionalità aziendale. Ciò comporta, quindi, la
necessità di individuare la dimensione ottima, ossia la dimensione più conveniente
in termini di efficacia ed efficienza . In relazione a ciò, la composizione delle fonti
di finanziamento deve basarsi su criteri razionali e decisioni adeguate.

 

Quindi, se rispetto ad una data posizione di partenza Al — P, = N, le successive variazioni differenziali (in aumento o in diminuzione) di A, si rivelassero rispettivamente maggiori o minori delle variazioni differenziali di (in aumento o in diminuzione) di P1, si avrà automaticamente un incremento di N, e viceversa.




2. La formazione del reddito di impresa: il reddito totale
Riassumendo il processò produttivo azienda-le comporti l'esigenza di acquisire le utilità necessarie allo svolgimen­to dell'attività e, quindi, l'acquisizione di:

  • fattori generici (denaro, titoli rappresentativi);
  • fattori tecnici materiali ed immateriali (impianti, macchinari, at­trezzature, materie prime, brevetti, locazioni fabbricati, ecc.);
  • fattore lavoro (acquisizione prestazioni personale dipendente);
  • altre utilità immateriali (organizzazione, campagne promozionali).

Si è, inoltre, rilevato come per l'acquisizione di tali fattori l'azienda ricorra a fonti di finanziamento di differente origine e cioè fonti pro­prie (conferimenti dell'imprenditore e dei soci) e fonti di terzi (debiti di finanziamento e debiti di funzionamento).
Dalla combinazione dei fattori acquisiti si pervenga ad una rotazione mezzi finanziari ->mezzi economici --> mezzi finanziari, ( acquisto merci -> trasformazioni -> vendita ). In sostanza, in presenza di un sano e regolare funzionamento della combinazione produttiva, la dotazione aziendale iniziale riferibile al capitale proprio (N) dovrebbe essere destinata ad incrementarsi, e ciò senza interventi di conferimento dell'imprenditore o della proprietà in genere. La de­cisione di non proseguire nell'attività comporta l'integrale utilizzazio­ne dei fattori produttivi acquisiti, procedendo alla vendita di tutti i pro­dotti ottenuti ed eventualmente anche dei fattori produttivi non utilizzati (fase della liquidazione). La sezione dei mezzi aziendali (A) dovrebbe essere interamente rappresentata da mezzi finanziari che serviranno prima­riamente ad estinguere i debiti (fonti di terzi P) eventualmente ancora presenti. Solo a questo punto la struttura del capitale contrapporrà la sezione dei mezzi finanziari residui alla sezione delle fonti ancora da estinguere rappresentate dal capitale netto, ossia dal capitale riferibile ai proprietari. Confrontando questa ricchezza finale con la ricchezza inizialmente conferita, al momento della costituzione, si potrà desu­mere se l' andamento riferibile all'intera vita dell'azienda ha prodotto un incremento o un decremento.
Quindi, data una posizione iniziale Ao = Po +No alla fine di un de­finito intervallo di tempo si potranno avere le seguenti situazioni finali:
A. < P.
Posizione finale negativa

A. = P.
Posizione finale di pareggio

A.>P.=(A.=P.+N.)
Posizione finale positiva
Laddove la posizione finale integrasse la condizione A. = P., in quanto il pareggio tra mezzi aziendali ancora disponibili e debiti ancora da estinguere rivela che il capitale proprio inizialmente apportato dall'imprenditore (No) è andato perduto.
Se, invece, l'effetto del funzionamento aziendale avesse generato una posizione finale A. > P. che equivale a dire A.= Pn+ N. o ancora A.— P.= N., si renderà necessario verificare se la grandezza N. si sia incrementata rispetto ad No, ciò per l'effetto di positive variazioni dif­ferenziali di A rispetto a P.
Ora, la presenza di incremento denota, in linea di principio, un an­damento positivo dell'azienda, nel senso che la combinazione produt­tiva avviata ha favorito la produzione di ricchezza, nel senso di conse­guimento di reddito, esplicitata dall'incremento oggettivamente desumibile dal confronto tra capitale finale (Cf) e capitale iniziale (Ci). Si parla in tali casi di reddito totale (R)
Rt=Cf>Ci
Con l'espressione reddito si indica il risultato aziendale riferibile al sog­getto che ha immesso nell'impresa il capitale iniziale188.

 

 

Al fine di considerare l'eccedenza appena esposta come rappresentativa di reddito vero e proprio, occorre, tuttavia, operare al­cune precisazioni, poiché non ogni valore differenziale, per quanto rappresentativo di incremento rispetto alla grandezza di partenza (il capitale iniziale), può identificarsi come reddito.
A tal proposito, si rende opportuno procedere ad una serie di opera­zioni rivolte dapprima ad un calcolo di normalizzazione e successiva­mente ad una verifica di congruità economica.
CALCOLO DI NORMALIZZAZIONE
La fase di normalizzazione si articola in due distinte operazioni:
1) la prima rivolta a rendere omogenee le due unità monetarie che esprimono le grandezze a confronto (capitale finale e capitaleiniziale), nel senso cioè che le variazioni del potere di acquisto della moneta eventualmente intercorse nel periodo di tempo che divide la costituzione dell' azienda dalla sua cessazione, devono essere annullate adottando adeguati coefficienti di svalutazione o rivalutazione;
2) la seconda atta a considerare eventuali ulteriori immissioni di capitale (oltre quindi quella di apporto iniziale) operate dalla proprietà durante la vita dell'azienda, così come di eventuali prelevamenti di utili o diminuzioni di capitale effettuate durante il funzionamento.
VERIFICA DI CONGRUITÀ. ECONOMICA
Operata la normalizzazione di cui ai due punti precedenti, occorre­rà verificare se la differenza incrementativa riscontrabile dal confronto sia rappresentativa di una semplice eccedenza ovvero di una ecceden­za atta a remunerare congruamente il capitale inizialmente conferito dalla proprietà. Si parla di remunerazione del capitale conferito in quanto fino a questo punto tutti i fattori impiegati dall'azienda durante l'attività aziendale, espressi dai costi di acquisizione e di utilizzazione, dovrebbero aver trovato remunerazione, nel senso di copertura me­diante i ricavi di vendita. Del pari, il fattore denaro ricevuto da terzi a titolo di capitale di prestito dovrebbe essere stato remunerato dagli interessi connessi che l'azienda ha corrisposto ai finanziatori.
Rimane, invece, ancora privo di compenso il fattore denaro quale capitale apportato dall'imprenditore (o dai soci in caso di forma collet­tiva), al quale deve, quindi, spettare la conseguente remunerazione ri­ferita all'intero periodo di vita dell'azienda. In effetti, le risorse finan­ziarie (fattori generici) apportate dalla proprietà, non presentando un costo per la loro «acquisizione», comportano il sorgere di un «onere figurativo», di cui tenere conto'89.
Su tale ultimo aspetto, in particolare, conviene sin d'ora chiarire il significato da attribuire al concetto di reddito totale, poiché, attese le precisazioni appena esposte, affinché l'incremento riscontrato possa considerarsi reddito, non è sufficiente che lo stesso corrisponda ad una semplice eccedenza del capitale finale rispetto a quello iniziale, bensì è necessario che l'eccedenza sia di misura tale da aver reso convenien­te l'investimento operato nel capitale di rischio dell'azienda per tutti gli anni di durata della vita aziendale.



Per procedere a tale valutazione di congruità, occorre riferirsi ad un parametro in grado di consentire il riscontro di un investimento conve­niente o meno. A tal fine, è utile il ricorso al concetto di costo oppor­tunità, inteso quale misura del sacrificio derivante dalla rinuncia gene­rata dalla scelta di investimento .  Mediante tale concetto si valuta qual è il rendimento eventuale (utile) a cui si è rinun­ciato, nel momento in cui si è deciso di investire il capitale costituendo l'azienda, anziché operare un investimento alternativo. Più precisa­mente, il rendimento derivante dall'investimento operato in azienda risulterà conveniente nel momento in cui risultasse superiore al rendi­mento derivante dall'investimento alternativo a cui si è rinunciato per procedere appunto alla costituzione dell'azienda.

 

Evidentemente, al fine di poter parlare di rinuncia, occorre essere in presenza di un parametro di riferimento atto a garantire una certezza di rendimento, ossia di investimenti privi di rischio. In tal senso, il riferi­mento, tradizionalmente identificato nei titoli di Stato.
Pertanto, nel momento in cui un investimento connesso al conferì-mento di capitale di rischio in un'azienda risultasse inferiore al rendi­mento connesso a tale parametro, l'investimento nell'impresa si rive­lerà non conveniente e quindi svantaggioso per l' investitore; discorso opposto nel caso di rendimento superiore.
3. La formazione del reddito di impresa: risultato di periodo e reddito di esercizio
L'impren­ditore e i soci di un'impresa non possono immaginare di attendere la cessazione dell'azienda nella quale hanno investito per conoscere la convenienza dell'investimento. Del pari, gli stessi soggetti difficil­mente possono apparire disposti ad attendere la fine della vita aziendale per raccogliere i frutti del loro investimento, senza avere la possibi­lità di ricevere, almeno parzialmente, una parte della ricchezza prodotta e di loro spettanza. Peraltro, emerge chiaramente come atten­dere la


cessazione potrebbe significare anche conseguire rendimenti insoddisfacenti o addirittura perdite, che, invece, la conoscenza tem­pestiva di eventuali criticità potrebbe evitare, adottando gli opportuni provvedimenti.
In relazione a ciò, si rende necessario pervenire ad intervalli di tem­po più brevi alla valutazione dell'andamento economico-finanziario della gestione, favorendo così la possibilità di intervenire con adegua­ti correttivi ed accorgimenti sia nel caso di 'andamenti non soddisfa­centi, sia in presenza di andamenti positivi che possono, invero, essere ulteriormente migliorati; senza contare poi quei casi in cui la cono­scenza tempestiva di andamenti negativi irreversibili può favorire la cessazione anticipata (rispetto ai tempi previsti) dell'impresa che, per quanto in perdita, risulta sicuramente meno dannosa di cessazioni aziendali generate da disfunzione con liquidazioni forzate in applica­zione di procedure concorsuali.
All'esigenza amministrativa di conoscenza periodica degli andamenti economico-finanziari dell'azienda, si affianchi anche un obbligo di legge che im­pone a tutte le imprese la redazione del cosiddetto bilancio di eserci­zio, che consiste nell'insieme di documenti rivolti a rappresentare, secondo determinate regole, la situazione patrimoniale e finanziaria dell'impresa, nonché il connesso risultato economico riferiti ad un da­to intervallo di tempot91.
Ora, per procedere alla determinazione periodica di tale andamento si suole fare riferimento convenzionalmente a singoli intervalli di tem­po, denominati periodi amministrativi, la cui durata coincide con i dodici mesi dell'anno solare. Entro tali intervalli di tempo si sviluppa il complesso delle operazioni gestionali che si denomina esercizio. Quindi, ne deriva che si determina il risultato periodico, comunemente denominato reddito di esercizio (o risultato economico di periodo).

3.1. L'incidenza dei fattori produttivi nella formazione del reddito di esercizio
Ribadiamo come i risultati economici costituiscano il riflesso della gestione, ossia delle operazioni aziendali nello svolgimento delle qua­li confluiscono le forze personali, i mezzi aziendali e la componente organizzativa. Data una combinazione produttiva iniziale e indivi­duato un intervallo di tempo convenzionale, si cercherà di capire come si forma l'incremento di valore che lo svolgimento del processo pro­duttivo dovrebbe correttamente generare. La ricchezza che un' azienda riesce ad ottenere in un dato periodo non deriva necessariamente dall'integrale utilizzo della dotazione di mezzi che l'azienda può presentare all'inizio del periodo, bensì deriva, solo da quella parte della dotazione che è stata utilizzata e consumata a tal finet93.
Un semplice esempio
Si consideri un artigiano che al fine di produrre un mobile in legno da destinare alla vendita, acquisti i mezzi necessari alla fabbricazione. A tal fine, si acquisiscono, con risorse finanziarie conferite dal sogget­to stesso, i seguenti mezzi:

  • un macchinario del valore di €. 20.000,
  • materia prima legno per un valore di €. 3.000,
  • materie sussidiarie e di consumo per un valore di C. 600, per un impiego totale di €. 23.600.

È evidente che per ottenere il mobile in legno si utilizzeranno inte­gralmente le materie prime ed i materiali di consumo, ipotizzando quindi un acquisto assolutamente «preciso» (e quindi senza alcuna uti­lità residua) di tali mezzi, con un consumo totale dei mezzi stessi, misurabile in C. 3.600. Il macchinario, invece, avendo natura di fattore produttivo a fecondità ripetuta, pur essendo stato utilizzato per la fab­bricazione del mobile, non ha interamente ceduto l'utilità posseduta, ma avrà ceduto solo una parte di tale utilità, nella misura necessaria all' ottenimento del prodotto mobile.

Ne discende che nel momento in cui si rendesse opportuno con­frontare la successiva ricchezza derivante dalla vendita del mobile (ad un dato prezzo), con i fattori consumati per il suo ottenimento e vendi­ta, non è corretto confrontare tale ricchezza con tutti i fattori acquisiti (ossia con i costi sostenuti per la relativa acquisizione: €. 23.600), poi­ché di questi deve considerarsi solo la parte utilizzata (o consumata) per l' ottenimento e la vendita del prodotto.
Alla fine di ogni periodo ammi­nistrativo (generalmente il 31 dicembre di ogni anno), si renderà ne­cessario comprendere in quale misura i fattori produttivi di vario tipo siano stati acquisiti e, soprattutto, quanta parte di questi sia stata utiliz­zata ai fini della produzione della ricchezza'94.
3.1.1. L'INCIDENZA DEI FATTORI PRODUTTIVI MATERIALI A FECONDITÀ SEMPLICE: LE RIMANENZE DI MAGAZZINO
Introducendo la dimensione temporale, è bene ricordare che i mez­zi economici che hanno la natura di fattori produttivi a fecondità sem­plice, avendo l'attitudine a cedere la loro utilità in un solo atto produt­tivo, tenderanno a non permanere in azienda alla fine di ogni periodo, mentre i mezzi aventi natura di fattori produttivi a fecondità plurien­nale tenderanno ad esaurire la loro utilità lungo più periodi. E’opportuno sche­matizzare le modalità di partecipazione dei vari mezzi aziendali di na­tura economica alla formazione del risultato stesso.
Considerando i fattori tecnici, partiamo dai fattori a fecondità sem­plice di tipo materiale che in un'azienda di tipo industriale possono essere variamente rappresentati da materie prime, materiali di consu­mo, ecc. e che in un'azienda di tipo mercantile consistono essenzial­mente nelle merci. Tali fattori, per la cui acquisizione si sostengo­no dei costi misurati da variazioni finanziarie passive (uscite di cassa o aumento di debiti o diminuzione di crediti), hanno l'attitudine a ce­dere l'utilità posseduta nel momento stesso in cui risultano utilizzati nel processo produttivo, permanendo in azienda per tempi tendenzial­mente brevi e, quindi, favorendo un rapido rigiro finanziario.
Può accadere che i fattori acquisiti entro tale periodo possano risultare non ancora utilizzati alla chiusura del periodo stesso, momento in cui occorre procedere alla determinazione del risultato di periodo. In relazione alla già evidenziata correlazione tra utilizzi e ric­chezza prodotta, si rende necessario misurare quanta parte dei fattori acquisiti è stata utilizzata, in modo da poter correttamente attribuire al periodo in questione solo i consumi dei fattori acquisiti, consumi che, rappresentati economicamente dai costi, hanno favorito, unitamente ad altre utilizzazioni, la produzione di ricchezza, mediante il consegui­mento di ricavi.

Ad esempio, ipotizzato che in un dato periodo si sono acquistate merci per un costo complessivo di €. 20.000, al fine di considerare quanta parte di tali fattori sia stata utilizzata per conseguire i ricavi di vendita, è necessario verificare l'eventuale presenza di rimanenze di magazzino, ossia la presenza, alla fine del periodo amministrativo, di merci non ancora utilizzate, in termini di vendita. Supponendo che in magazzino siano riscontrate merci, valutabili in €. 4.000, si desume che non tutte le merci acquisite nel periodo siano state utilizzate, poi­ché una parte è ancora presente in magazzino. Ne deriva che il costo attribuibile all'esercizio ai fini della determinazione del risultato di periodo non può consistere nel valore di acquisizione dell'intero stock (€. 20.000), bensì deve essere rappresentato dalla quella parte di valo­re corrispondente ai fattori utilizzati, che in termini monetari è otteni­bile detraendo dal costo complessivo il valore monetario attribuito alle merci in rimanenza, ossia 20.000 meno 4.000196.
In definitiva, il contributo che le merci hanno offerto alla formazio­ne del risultato di periodo è rappresentato dal cosiddetto costo di uti­lizzazione (Cu) che deriva dalla differenza tra valori riferiti a fattori assunti in carico dall'azienda (Eca) in un dato periodo e valori connes­si alla eventuale rimanenza dei fattori assunti in carico (R4.).
Costo di utilizzazione (Cu) = Costi di acquisizione (IC) — Rimanenze attive finali (Raf)
Nell'ambito delle aziende di produzione in­dustriale, in tali realtà produttive la combinazione tecnica comporti un vero e proprio processo di trasformazione di specifici beni che, acqui­siti in forma grezza (materie prime), subiscono un apposito trattamen­to, a livello di lavorazione, ai fini dell' ottenimento di un otuput finale variamente elaborato (prodotto finito).
In relazione a ciò, discende che anche per tali fattori il ragionamen­to operato per le merci può ribadirsi con l'unica rilevante differente che differentemente dalle merci la parte "utilizzata" del fattore produt­tivo/materia prima potrebbe anche essere stata semplicemente trasfe­rita in un bene intermedio senza anco­ri aver generato la realizzazione attesa con la vendita del prodotto.
Ne deriva la necessità di distinguere tali fattori produttivi a fecondi­tà semplice in ragione dello stato di avanzamento del processo di tra­sformazione, poiché nella realtà operativa accade normalmente che nel momento in cui giunge la chiusura di un dato periodo amministra­tivo, si possono presentare differenti situazioni in funzione del grado di lavorazione subito dai fattori stessi e cioè:

  • laddove in presenza di fattori che rivelano ancora la forma grezza del momento della loro acquisizione, si parlerà, come detto, di ri­manenze di materie prime;
  • allorquando in presenza di completamento del processo di trasfor­mazione, si parlerà di prodotti finiti;
  • a livello intermedio, se il riferimento è, invece, a fattori per i quali 1' iter di trasformazione non è ancora completato si parlerà varia­mente di semilavorati o di prodotti in corso di lavorazione'97

In definitiva, nelle realtà imprenditoriali industriali, risulterà, per­tanto, necessario distinguere:
le rimanenze di magazzino in forma grezza (Rag), rappresentate essenzialmente dalle materie prime, per le quali è possibile ribadire quanto già visto a proposito del fattore produttivo merci nel caso delle aziende mercantili;
le rimanenze di magazzino in forma lavorata (Rai), rappresentate
dalla combinazione definitiva o meno, di più fattori produttivi (se­milavorati e prodotti in corso di lavorazione) per la cui illustrazione del meccanismo di formazione della rimanenza si rende, invece, necessario trattare prima dell'incidenza degli altri fattori produttivi.

 

3.1.2. L'INCIDENZA DEI FATTORI PRODUTTIVI MATERIALI ED IMMATERIALI A FECONDITÀ SEMPLICE E A CONSUMO IMMEDIATO
Ai fini dello svolgimento della fase tecnica di trasformazione, il processo produttivo richiede la partecipazione congiunta di ulteriori tipologie di fattori produttivi. Ciò emerge nelle aziende di produzione industriali. La dotazione di utilità eco­nomiche, in termini di servizi industriali (gas, energia elettrica, acqua, forza motrice, ecc.) e di prestazioni lavorative, genera una serie di ac­quisizioni che, come precedentemente accennato, partecipano all'otte­nimento dell'utilità complessa, favorendo la definizione di un costo di utilizzazione globale derivante dalla differenza tra tutti i costi di acqui­sizione dei fattori produttivi e le relative rimanenze finali.
Il principale elemento di differenziazione di tali mezzi rispetto alle materie prime o ad altri materiali di consumo, è rappresentato dal fatto che trattasi o di fattori materiali riguardo ai quali l'acquisizione coin­cide generalmente con l'immediato consumo (acqua, gas, combustibi­le, energia elettrica, ecc.) o di fattori immateriali in cui l'utilizzo non genera appunto un consumo materiale (attività di distribuzione e di vendita, attività di marketing). In ogni caso, attesa la contestualità del consumo con l'acquisizione o l' immaterialità del fattore, raramente è riscontrabile, per tali fattispecie, la possibilità di avere utilità acquisite e non ancora utilizzate (e quindi rimanenze)'.
Nell'ambito dei fattori produttivi a fecondità semplice di tipo im­materiale, un particolare riferimento deve, per varie ragioni, riservarsi a quelle operazioni riguardanti acquisizioni di utilità connesse a beni di proprietà di soggetti terzi, così come riflessi peculiari attengono le acquisizioni di utilità direttamente riconducibili a prestazioni lavorati­ve effettuate a vario titolo.
In effetti, la necessità per un'azienda di disporre, ai fini produttivi, di un mezzo, come ad esempio un fabbricato, senza doverlo acquisire in proprietà, favorisce formule riconducibili ai contratti di locazione che, dietro pagamento di un corrispettivo (canone di locazione o cano­ne di affitto) consentono al conduttore di fruire della disponibilità di un bene (mobile o immobile) di terza proprietà.
Ora, è bene precisare che in tali casi il fattore che si acquisisce non è l'immobile, nel senso di proprietà, bensì la sua disponibilità fisica. Il costo che si sostiene per tale disponibilità serve ad identificare, in un certo senso, l'utilità economica che potrà derivare da ciò.
Anche per quanto concerne il fattore lavoro ciò che si acquisisce è costituito dalla presta­zione che l'individuo è pronto a rendere disponibile a favore dell'azien­da con il suo materiale intervento, così come l'utilità economica con­nessa a tale prestazione è, in linea di principio, misurata dalla remunerazione corrisposta .

In entrambi i casi, il riferimento per la formazione del risultato di periodo non può essere costituito dal valore dell'immobile o dalla capacità lavorativa dei sin­goli individui, ma è rappresentato dal «prezzo» pagato per acquisirne la disponibilità ed il conseguente uso.
Ribadite la caratteristica delle varie tipologie di fattori di non pre­sentare, di norma, utilità acquisite e non ancora utilizzate (e quindi nessuna rimanenza), è, quindi, possibile distinguere nell' ambito dell'unica categoria di fattori produttivi a consumo immediato (ci):

  • i fattori (materiali ed immateriali), che possiamo denominare a consumo immediato effettivo la cui relativa utilizzazione (e conse­guente incorporazione nel bene intermedio o nel bene finale)2°2 coincide sostanzialmente con l'atto di acquisizione di un fattore tecnico materiale (parte dei servizi industriali) o immateriale, gene­ralniente non tecnico e, quindi, non incorporabile nel bene in corso di lavorazione o finito (servizi amministrativi e commerciali)23;
  • i fattori la cui utilizzazione (e conseguente incorporazione nel bene intermedio o nel bene finale) non è correlabile con l'atto di acquisi­zione, bensì con la disponibilità del fattore stesso.11 riferimento è, dunque, a fattori/utilità a consumo immediato virtuale, nel senso che ad essere oggetto di consumo non è un bene, bensì la disponi­bilità che l' azienda ha di un bene (ad esempio bene immobile in locazione) o di prestazioni lavorative204.

Un cenno a parte deve, infine, riservarsi al fattore generico denaro, in quanto suscettibile di generare utilità economica, nel senso di pote­re di acquisto atto a consentire l'acquisizione dei fattori produttivi spe­cifici. Tale fattore generico può, per certi versi, considerarsi un fattore produttivo a fecondità semplice, in conseguenza del fatto che una vol­ta impiegato esaurisce la sua utilità di potere di acquisto.
3.1.3. L'INCIDENZA DEI FATTORI PRODUTTIVI IMMATERIALI A FECONDITÀ SEMPLICE: I RISCONTI ATTIVI
Generalmente l'acquisizione della tipologia dei «fattori» di cui si è discusso nel precedente paragrafo avviene sulla base di contratti che, a fronte di accordi riferiti a periodi pluriennali o infrannuali, risultano ancorati, ai fini della effettiva disponibilità, al pagamento periodico (mensile, trimestrale, semestrale, annuale, ecc.) del corrispettivo, fa­vorendo quindi il sorgere di un effetto economico che si correla in di­retta proporzione con il trascorrere del tempo.
Sulla base di ciò, è chiaro che fino a quando le cadenze riguardano intervalli di tempo che si collocano interamente entro quello che ab­biamo denominato periodo amministrativo, non sorgono particolari problemi di attribuzione dei relativi consumi e quindi dei connessi co­sti che, presumendo la loro correlazione alla ricchezza realizzata nel periodo, risulteranno imputabili interamente al periodo stesso, senza generazione di specifiche rimanenze. Ad esempio, il pagamento di un canone di locazione o di uno stipendio con cadenza mensile (con rife­rimento ad inizio o fine mese) non comporta alcun problema di attri­buzione.

E’ possibile riscontrare situa­zioni in cui si generano rimanenze specifiche del fattore considerato. Ciò avviene normalmente in presenza di operazioni in cui la disponi­bilità acquisita del fattore risulta distribuita lungo due o più periodi amministrativi consecutivi. Come accade di frequente nei contratti di locazione con scadenze dei canoni tali da interessare due periodi am­ministrativi diversi.
Un esempio servirà meglio a chiarire la situazione: l'ipotesi è quel­la della locazione da parte di un'impresa industriale di un bene immo­bile da adibire ad uso amministrativo, con canoni semestrali, da €. 6.000 ciascuno (scadenze 1/3-1/9).
Ora, supponendo il pagamento anticipato dei semestri, per ogni an­no di locazione, mentre il pagamento del canone dell' 1/3/n appare in­teramente attribuibile al periodo amministrativo, il secondo canone (1/9/n) si trova ad interessare per 4 mesi (da settembre a dicembre) il periodo amministrativo n e per altri due mesi (gennaio e febbraio) il periodo amministrativo n+1. Da qui l'esigenza di determinare corret­tamente quanta parte del costo sostenuto (in via semestrale) per acqui­sire la corrispondente disponibilità dell'immobile (€. 6.000) sia attri­buibile all'esercizio n, in quanto consumata, e quanta parte all'esercizio n+1, quale «rimanenza» di utilità2°6.
A tal fine, per il primo semestre è indubbio che si devono conside­rare gli €. 6.000 nella loro totalità, per il secondo semestre, si rende necessario un semplice calcolo proporzionale:
6000 x 2 = 2.000
6


Quindi, del canone semestrale pagato il 1/9, si presume siano stati utilizzati, ai fini produttivi i 4/6 dello stesso (costo di utilizzazione), mentre i 2/6 ne rappresentano la rimanenza.
Come dire che, con riferimento al periodo amministrativo n, a fron­te di un costo complessivo sostenuto per E. 12.000 (canoni 1/3 e 1/9) gli utilizzi di competenza dello stesso ammontano ai 6.000 euro del primo canone semestrale, più i 4/6 del secondo semestre e cioè €. 4.000, per un totale di E. 10.000.
I ricavi che si sono conseguiti nel periodo amministrativo considerato (esercizio n) relativamente alle vendite dei prodotti dell'azienda, si sono realizzati anche grazie all'utilizzo del bene immobile, per la cui disponibilità si è sostenuto un costo totale annuale che, seppure complessivamente ammontante a E. 12.000, ri­sulta utilizzato fino a 10.000 (periodo intercorrente da marzo a dicem­bre), evidenziando una rimanenza di utilità, in termini di disponibilità dell'utilizzo del fabbricato per altri due mesi (del periodo amministra­tivo n+1), equivalenti in termini monetari a €. 2.0002°7.
In questi casi si sia in presenza di mezzi aziendali (seppure di natura immateriale) che, ana­logamente a quanto visto per i fattori di natura materiale, generano, per la parte non ancora utilizzata, delle rimanenze attive finali di eser­cizio, anche se nel caso dei fattori immateriali si può parlare più cor­rettamente di rimanenze puramente contabili (una sorta di magazzino virtuale), precisamente definite come risconti attivi, nel momento in cui le utilizzazioni economiche avvengono in diretta proporzione tem­porale (r.( a piccola sarebbe il punto ).

I risconti attivi derivano, pertanto, da operazioni che nel periodo hanno avuto la loro manifestazione finanziaria senza che si sia verifi­cata la completa manifestazione economica corrispondente a quella. Essi rappresentano, in particolare, la parte economicamente non con­sumata di una più ampia utilità già acquisita.
Quindi, analogamente a quanto visto per i fattori materiali, la parte consumata o utilizzata, salvo incorporazioni nell'ambito di utilità complesse, contribuisce alla formazione del risultato di periodo, men­tre la parte non utilizzata (risconto attivo) continua a rappresentare un elemento del capitale utilizzabile nei processi produttivi dei successivi periodi amministrativi.
In definitiva, anche qui, a fronte di un costo di acquisizione di una utilità (ca) si contrapporrà un valore residuo, rappresentato appunto dal risconto attivo (ra), dalla cui differenza emergerà il relativo costo di utilizzazione (ca = Car a)2°8
3.1.4. L'INCIDENZA DEI FATTORI PRODUTTIVI A FECONDITÀ RIPETUTA: LA PROCEDURA DI AMMORTAMENTO
Passando a considerare i fattori produttivi a fecondità ripetuta, partiamo dall'esame' di quei mezzi aventi natura materiale. Li riferi­mento è, quindi, essenzialmente rivolto a tutti i mezzi di proprietà dell'azienda rappresentati da beni immobili, macchinari, impianti, at­trezzature industriali e commerciali, strumenti informatici, automezzi, mobili e arredamenti, ecc. generalmente destinati ad uso strumentale ossia strettamente operativo.
Trattasi di fattori le cui capacità reiterative favoriscono la distribuzione della relativa utilità economica posseduta lungo intervalli temporali medio-lunghi, con conseguente allunga­mento dei tempi di rotazione, ossia del ritorno sotto forma finanziaria dei mezzi (fattori a lento rigiro). È, infatti, per questo motivo che, si parla alternativa­mente anche di immobilizzazioni o di attività fisse"). Anche per questi fattori di lunga durata si rende necessario individuare la parte di utilità acquisita che si è utilizzata ai fini produt­tivi in ogni singolo periodo amministrativo. A tal fine, è evidente che il graduale utilizzo del


bene porta il relativo valore d'uso a diminuire tendenzialmente nel tempo, per quanto sia sempre possibile riscontra­re situazioni che richiedono variazioni in aumento del valore iniziale (cosiddette rivalutazioni). A livello concreto, risulti universalmen­te diffusa la pratica dell'ammortamento. Trattasi di procedura tecni­co-contabile, mediante la quale si procede all'individuazione dell'ut­lità consumata e, contestualmente, alla determinazione del valore di rimanenza.
Con tale procedura si misura, in termini quantitativi, l'utilità econo­mica che tali fattori produttivi hanno ceduto, in seguito al loro utilizzo, ai processi produttivi svolti durante il periodo amministrativo. In defi­nitiva, mediante l'ammortamento si ripartisce l'utilità economica posseduta da ogni fattore produttivo a fecondità ripetuta lungo tutto il periodo di utilizzo.
Il costo di utilizzazione di tali fattori di lunga durata si denomina tecnicamente quota di ammortamento (Q), e si avranno, quindi, tante quote di ammortamento per quanti sono i fat­tori produttivi a fecondità ripetuta. Il calcolo della quota di ammortamento avviene rapportando il costo di acquisizione del fattore per la durata economica prevista. Ad esempio, se con riferimento ad un impianto avente un costo di acquisizione di C. 400.000 euro, si prevede un periodo di utilità economica di 10 anni, la quota di ammortamento, evidentemente basata su una stima, ammon­terà annualmente a €. 40.000 euro (400.000:10). Dopo il primo anno di utilizzo, si sarà, stimato un utilizzo, in termini di consumo dell'utilità al fine di produrre ricavi, per €. 40.000 (che confluiranno nella formazione del risultato economico di periodo) ed un valore re­siduo ancora da utilizzare di €. 360.000 (in senso lato rimanenza). In assenza di adeguamenti del valore storico di acquisizione, l'effettiva incidenza dei fattori produttivi a fecondità ripetuta di natura materiale trova espressione non solo con l'ammortamento, ma anche con ulteriori opportuni interventi (generativi di specifiche acquisizioni e quindi di ulteriori costi) che, sempre legati ai fattori tecnici in questione, si dirigono variamente a mantenerne l'efficienza (manutenzioni e riparazioni) o a favorirne il rinnovo (accantonamenti a fondi di rinnovo), contribuendo, quindi, a rappresentare il sostanziale effetto economico di tali fattori214.
Quanto appena affermato per i fattori materiali di lunga durata, può ripetersi, in linea di principio, per quei fattori a fecondità ripetuta sprovvisti del carattere della materialità. Il riferimento attiene in particolare alla natura immateriale di tali mezzi che genera in molti casi l'inevitabile aleatorietà dei connessi processi valutativi rivolti all'individuazione delle misure di utilizza­zione della residua utilità economica. Tale problema riguarda impieghi di capitale consistenti in attività di marketing, di ricerca e sviluppo (r&s), di organizzazione del personale, ecc. Quindi, in tali casi, l'assenza di fisicità dei mezzi evidenzia l'elevata aleatorietà che si esprime, non solo in relazione alla previsione degli esiti futuri, ma ancor prima alla possibilità di ravvisare proprio tale utilità futura. E per questo motivo che il periodo di ammortamento lungo cui l'utilità deve essere econo­micamente ripartirsi è opportuno sia prudenzialmente breve.

 

Passando all'esposizione di alcuni esempi, ricordiamo le utilità economiche pluriennali generate da impieghi nel fattore lavoro. Il rife­rimento è evidentemente non alle remunerazioni periodiche che i lavoratori. dipendenti percepiscono (salari e stipendi), bensì a tutti gli im­pieghi riferibili all'avvio ed al potenziamento delle prestazioni lavorative in termini di addestramento, formazione, qualificazione, ecc., i cui effetti economici sono, invero, distribuibili lungo un inter­vallo di tempo più ampio del singolo esercizio.
Ulteriori esempi in tal senso sono costituiti dagli impieghi in cam­pagne pubblicitarie di lancio di nuovi prodotti gli investimenti in ricerca e sviluppo, gli stessi impieghi che ogni impresa è chiamata a sostenere per spese legali, studi di fattibilità ed indagini di mercato in fase istitutiva (costi di impianto) o in particolari straordinari momenti (ristrutturazioni, riorganizzazioni, ecc.). La procedura di am­mortamento identifica la quota di utilità ceduta dal fattore produttivo a fecondità ripetuta che è stata trasferita ed incorporata (unitamente alle utilità cedute da altri fattori) in beni che, a seconda dei casi, sono giun­ti ad uno stadio di lavorazione intermedio o finale o che possono anche essere stati già venduti.
3.1.5. LE UTILIZZAZIONI DEI FATTORI CONNESSI A MANIFESTAZIONI FINANZIARIE FUTURE: I RATEI PASSIVI E I FONDI PER RISCHI ED ONERI
Occorre riserva­re alcune brevi considerazioni a quegli eventi che, pur non avendo ancora avuto manifestazione finanziaria, hanno, tuttavia, generato, nel periodo amministrativo, degli effetti economici.
In effetti, può accadere nella realtà di incontrare operazioni azien­dali le quali, pur non avendo ancora generato un movimento finanzia­rio vero e proprio (movimento di cassa o variazioni di crediti e debiti) hanno prodotto di fatto dei riflessi in termini economici. Anche tali eventi devono valutarsi come produttivi di effetti economici.
A livello di acquisizione di fattori produttivi, il fenomeno può rife­rirsi all'acquisizione di utilità economiche rappresentate da fattori im­materiali a fecondità semplice, per i quali l' effetto economico si corre-la in via direttamente proporzionale con il trascorrere del tempo21 .
il caso ad esempio delle locazioni o delle operazioni di prestito di som­me di denaro. In sostanza, richiamando gli esempi precedentemente esposti per i risconti attivi, può accadere che nell'ambito di un contrat­to di locazione, concernente la disponibilità temporanea di una struttu­ra di proprietà di terzi al fine di svolgere una data attività, si concordi il pagamento di canoni rivolti ad un periodo temporale riguardante più periodi amministrativi.
Ad esempio, ipotizzando una locazione, si considera il pagamento di due canoni semestrali di €. 9.000 cadauno (totale annuo €. 18.000) il quale, anziché avvenire in via anticipata, sia operato posticipatamen­te, ossia alla fine dei semestri. Ciò significa che il primo canone (€. 9.000) sarà pagato alla fine del primo semestre, ossia il 1/9/n, mentre il secondo (sempre di €. 9.000) si pagherà il 1/3/n+1.
In conseguenza di ciò, attesa la completa attribuzione al periodo amministrativo n, del primo canone, con coincidenza delle manifesta­zioni economiche e finanziarie, per quanto concerne il secondo canone si rileva come, alla chiusura del periodo (31/12/n), il secondo semestre sia iniziato a decorrere dal 1/9/n, con relativo utilizzo del bene immo­bile, quantunque al riguardo non sia stata ancora pagata, neanche a ti­tolo parziale, alcuna somma. Atteso che per determinare il risultato economico di periodo interessa appunto solo l'aspetto economico, ciò che qui rileva non è la manifestazione finanziaria (non ancora avvenu­ta), inerente 1' acquisizione della disponibilità dell'immobile, bensì in­teressa l'aspetto economico concernente il «consumo/utilizzo» del fattore immateriale «disponibilità dell'immobile» che ha evidente mente contribuito nel periodo 1/9/n-31/12/n alla produzione dei ricavi conseguiti nel periodo amministrativo n. Ne deriva la necessità di cal­colare quanta parte del costo, che finanziariamente si sosterrà solo alla data del 1/3/n+1 (e cioè €. 9.000), possa considerarsi già maturata sul piano economico.
Anche in tale caso, il calcolo avviene in diretta proporzione del tempo e, quindi:
9.000 x 4 6.000 6
Quindi, alla chiusura del periodo amministrativo n, sono stati «uti­lizzati», ai fini produttivi, oltre che i 9.000 euro relativi al primo seme­stre, anche €. 6.000 inerenti parte del secondo semestre (4 mesi su 6), che per quanto non ancora manifestati sul piano finanziario, hanno determinato evidenti effetti economici. Sul piano della formazione del risultato di periodo, si parlerà in tali casi di componenti a manifesta­zione finanziaria futura (ci), che evidenziano «consumi economici» di fattori. Il fatto che poi non si sia ancora verificato il fatto finanziario comporta il sorgere di un componente di capitale avente natura finan­ziaria presunta che si denomina rateo passivo.
In definitiva, il rateo passivo rappresenta una sorta di debito pre­sunto avente il compito di misurare il consumo (costo) attribuito al periodo amministrativo n secondo competenza economica, ciò, quin­di, con riferimento ad operazioni che hanno avuto la loro manifesta­zione economica nel periodo, senza avere la corrispondente manife­stazione finanziaria.
L'esigenza di tenere in debito con­to la netta distinzione tra le grandezze denominate rateo e risconto. In particolare, sulla base di quanto precedentemente esposto, si è verificato che nell'ambito delle attività riconducibili allo svolgimento del processo produttivo, tra gli altri fattori produttivi necessari all'at­tuazione della combinazione produttiva, é possibile riscontrare dei fat­tori il cui effetto economico si correla in diretta proporzione con il trascorrere del tempo.
Trattasi come visto in precedenza di fattori produttivi riconducibili ad acquisizioni di "disponibilità" di un bene o servizio, ossia all'uso dello stesso (ad esempio prestiti di denaro, locazioni di beni, ecc.), per i quali l'aspetto economico, come già ricordato, risulta "misurato" sul­la base di un parametro di tipo temporale. Da ciò, la possibilità di di­stinguere:

  • le utilità economiche di fattori immateriali a fecondità sempli­ce acquisite (con apposita variazione finanziaria rappresentata da usci­ta di denaro o sorgere di debiti), ma non ancora consumate (risconti attivi o rimanenze virtuali);
  • le utilità economiche di fattori immateriali a fecondità sempli­ce acquisite (senza apposita variazione finanziaria) e già consumate (incorporate nelle utilità complesse)23, per le quali si rende necessario considerare una variazione finanziaria potenziale passiva denominata rateo passivo.

Mentre i risconti attivi sorgono in seguito al mancato utilizzo di porzioni di fattori produttivi immateriali già acquisiti mediante appo­sita variazione finanziaria (certa o assimilata), i ratei passivi rappre­sentano il debito potenziale connesso a porzioni di fattori produttivi immateriali utilizzate, la cui acquisizione non ha ancora generato la corrispondente variazione finanziaria certa o assimilata (uscita di de­naro o insorgenza di un debito).
Volendo raffigurare i due diversi fenomeni, la distinzione in oggetto può apparire maggiormente agevole:


Utilità economica          —› parte utilizzata
immateriale acquisita con
variazione finanziaria   —> parte non utilizzata

--> incorporata in beni composti —> risconto attivo

Utilità economica          —3 parte utilizzata       --> incorporata in beni composti
immateriale acquisita senza
variazione finanziaria   -3 parte non utilizzata -4 non ancora acquisita

E’ opportuno fare riferimento ad un ulteriore fenomeno ri­conducibile ad eventi, i cui effetti economici si sono già manifestati, senza avere la corrispondente manifestazione finanziaria che avverrà, invero, in un periodo amministrativo successivo.
Si tratta, a ben vedere, di situazioni che propriamente non riguarda­no direttamente consumi di fattori produttivi, bensì effetti economici negativi variamente connessi a rischi ed oneri che pur trovando origine nel presente, genereranno solo in futuro la connessa manifestazione finanziaria (peraltro incerta sotto alcuni aspetti).
Ne discende, quindi, che i fenomeni in questione trovano sostanza variamente in:

  • eventi futuri rappresentativi di consumi e perdite certi nella loro manifestazione, ma incerti nella misura o data di sopravvenienza;
  • eventi futuri rappresentativi di veri e propri rischi, che in caso di futura verificazione genererebbero delle perdite.

In sostanza, i fenomeni di cui si discute riguardano avvenimenti, variamente incerti circa la possibilità di verificazione (rischi) ovvero la misura e/o la data di sopravvenienza (oneri futuri), che risultano acco­munati dal fatto di trovare origine ed effetto economico nel presente e manifestazione finanziaria in futuri periodi.
Altro esempio, concerne la possibilità di dover corrispondere in fu turo ai clienti acquirenti dei prodotti aziendali, dei premi o dei buoni sconto (tipico è l'esempio delle aziende alimentari). Si tratta, in so­stanza, di una sorta di strumento incentivante le vendite. Tali iniziative comportano l'impiego di risorse finanziarie, e quindi consumi, la cui manifestazione finanziaria dell'evento, connessa al premio al cliente, si rifletterà in futuro, mentre l' origine economica del fenomeno deve ricondursi al periodo in cui la vendita del prodotto, da cui il premio deriva, è avvenuta.
Gli esempi continuare con ulteriori situazioni i quali comportano l'integrazione della sezione dei consumi con una quota commisurata all'evento considerato. Tale quota, denominata tecnica­mente accantonamento, rivelando, come poc' anzi precisato la manife­stazione finanziaria futura, non può essere misurata da una variazione finanziaria certa e/o assimilata29. Di conseguenza, si assegna tale compito di misurazione ad una grandezza finanziaria presunta che si denomina fondo per oneri futuri o fondo per rischi futuri, con la spe­cifica indicazione, a seconda dei casi, dell'evento di riferimento
Sulla base di quanto esposto, è, pertanto, possibile affermare che tali grandezze si dirigono, in linea di principio, ad integrare e/o retti­ficare, misurazioni di grandezze già riscontrate, la cui determinazione si è rivelata o potrebbe rivelarsi non del tutto calibrata.
Ciò, comporta, quindi, i seguenti riflessi:

  • dal lato economico, l' attribuzione al periodo di un consumo sui ge­neris, atto a rappresentare l' incidenza economica dell' evento sul risultato di periodo;
  • dal lato finanziario, il sorgere di un debito presunto, connesso alla manifestazione finanziaria futura dell'evento che si colloca nell' am­bito del capitale tra le fonti di finanziamento.

 

3.1.6. LE RIMANENZE DI MAGAZZINO IN FORMA LAVORATA
Nell' ambito delle aziende di produzione industriali si riscontra la presenza di un processo di tra­sformazione che comporta una sequenza di fasi lavorative attraverso le quali i vari fattori produttivi vanno via via combinandosi assumendo dimensioni differenti che, prima di giungere al prodotto finito pronto per la vendita, si identificano con i cosiddetti semilavorati e con i pro­dotti in corso di lavorazione.
Trattasi di beni che, ancora in fase di lavorazione, incorporano, tuttavia, insie­mi di utilità provenienti da consumi già operati in fase di precedenti lavorazioni22'.
Il riferimento è agli utilizzi operati fino ad un dato mo­mento che, in correlazione allo stadio di lavorazione raggiunto, riguar­derà utilizzi variamente riconducibili a materie prime, materiali di consumo, forza motrice, prestazioni lavorative, utilizzo di macchinari ed impianti, ecc.
Nel momento in cui alla fine di un dato periodo amministra­tivo si riscontrano nel deposito appunto beni semilavorati ovvero pro­dotti in corso di lavorazione, ne discende che il relativo processo lavo­rativo non è ancora completato, con la conseguenza che anche tali beni costituisco­no, a tutti gli effetti, delle vere e proprie rimanenze, con la differenza (rispetto a quanto visto prima) che in questo caso la rimanenza riguar­da essenzialmente le utilizzazioni di fattori acquisiti, per le quali il processo produttivo non si è ancora completato.
Anche gli stessi prodotti finiti rappresentano una rimanen­za, ossia un mezzo ancora da utilizzare per la generazione di ricdhez­za.
Il problema da affrontare in tali casi è costituito dal valore assegnabile ai fattori nei diversi gradi di lavorazione.
Ne consegue che ai fini del calcolo del costo di utilizzazione globa­le (C.) sorgerà l'esigenza di considerare congiuntamente gli utilizzi connessi ad altri fattori produttivi che contribuiscono tecnicamente al processo di fabbricazione (fattore lavoro, servizi industriali, utilizzi di fattori produttivi a fecondità ripetuta, ecc.).
Costo di utilizzazione (C.1) = Costi acquisizione fattori* — Rimanenze attive finali * materie prime, fattore lavoro, servizi industriali, ecc.
Tali utilizzi generano, quindi, utilità economiche che, sebbene già impiegate sul piano strettamente tecnico, risultano ancora incorporate in utilità complesse o composte (prodotti finiti o in corso di lavorazio­ne) che solo con la conseguente vendita favoriranno il definitivo utiliz­zo in senso economico
In conclusione le rimanenze di magazzino di cui si discute, se con­siderate nel loro complesso, risultano costituite sia da utilità economi­che singole connesse a fattori acquisiti non ancora utilizzati sul piano tecnico ed economico (materie prime, materiali di consumo, ecc.), sia da utilità economiche singole che, legate a fattori già utilizzati sul pia­no strettamente tecnico (oltre alle materie prime trasformate, il fattore lavoro, i servizi industriali, ecc.) risultano ancora incorporate in fattori produttivi rappresentativi delle utilità complesse destinate alla vendita (i prodotti finiti) o in corso di completamento (semilavorati e prodotti in corso di lavorazione).

Si ribadisce, quindi, la distinzione già richiamata in precedenza, tra rimanenze di magazzino in forma grezza (Rad e rimanenze di magaz­zino in forma lavorata ((k) che nel loro insieme costituiscono in ge­nerale le Rimanenze attive finali di magazzino (Raf=aR g ±Ray24.
3.1.7. DINAMICA DEI MEZZI AZIENDALI: SCHEMA DI SINTESI
Riferendosi ad ogni singolo periodo amministrativo, i vari fattori produttivi, e le rela­tive utilità economiche possedute, cedano le stesse utilità in combina­zione, evidenziando utilizzi totali e parziali.
In estrema sintesi le singole utilità acquisite in un dato periodo am­ministrativo dall'impresa, alla chiusura dello stesso periodo possono denotare varie condizioni e cioè:

  • assenza di utilizzo, in tal caso i relativi residui costituiscono dei mezzi ancora da utilizzare, ossia delle rimanenze economiche degli elementi attivi del capitale di funzionamento. Nel caso dei fattori produttivi a fecondità semplice tale mancato utilizzo può riguardare ad esempio: giacenze di materie prime ancora allo stato grezzo, utilità economiche immateriali acquisite anticipatamente (del tipo delle locazioni) per la parte non ancora maturata economicamente, ecc.,
  • utilizzazione tecnica (trasferimento dell'utilità economica), feno­meno tipico del processo di trasformazione delle aziende industria­li, in seguito ad utilizzo tecnico del fattore, la cui utilità semplice risulta incorporata per trasferimento, congiunto con altre utilità semplici ed alle quote di ammortamento, in una utilità complessa (prodotto finito o in corso di lavorazione) non ancora realizzata sul piano della completa rotazione economico-finanziario e, quindi, costitutiva di un mezzo ancora da "utilizzare" sul piano economico. Ne rappresentano tipici esempi i mezzi destinati alla vendita ai vari livelli di lavorazione (prodotti in corso di lavorazione, semilavorati, prodotti finiti) derivanti dalla razionale combinazione di consumi di materie prime, gli utilizzi della forza lavoro acquisita, le utilità acquisite a livello di- servizi industriali, le quote di ammortamento di beni strumentali;

 

— utilizzazione economica, nel senso che l'utilità posseduta dal singo­lo fattore non solo è stata ceduta tecnicamente all'utilità, bensì risulta definitiva-mente realizzata sul piano della rotazione economico finanziaria a seguito della collocazione sul mercato.
3.2 Ricavi di esercizio e rimanenze passive

Completato il discorso concernente le utilizzazioni dei fattori pro­duttivi, vale a dire i costi che danno luogo ai componenti negativi del risultato economico di periodo, rivolgiamo ora la nostra attenzione agli effetti positivi generati dalla combinazione di tali utilizzazioni dei fattori produttivi. Il riferimento è evidentemente alla ricchezza genera­ta dal completamento del processo economico-produttivo, ovvero i ricavi, espressione che sintetizza tale realizzazione e che costituisce la principale componente positiva nella formazione del risultato econo­mico di periodo.
Rappresentando il riflesso della fase conclusiva del processo pro­duttivo aziendale, ossia la vendita dei prodotti e delle merci o il corri­spettivo dei servizi forniti, è chiaro che la relativa misura deve poter essere in grado di coprire adeguatamente i costi correlati, ossia i costi concernenti le utilizzazioni dei fattori che hanno generato le utilità complesse da cui sono poi derivati gli stessi ricavi. In proposito, come si vedrà nel paragrafo che segue, si rende necessario fissare dei prezzi di vendita atti non solo a remunerare congruamente i costi sostenuti ma anche idonei ad assicurare all'impresa un congruo margine di guadagno.

Peraltro, simmetricamente a quanto visto dal lato delle utilizzazio­ni, anche per i ricavi si rende necessario considerare la possibilità di sfasamento tra aspetto finanziario e aspetto economico. Ribadito, in-vero, che è solo l' aspetto economico quello che qui interessa, può ac­cadere che vi siano delle variazioni finanziarie attive che misurano ri­cavi assegnabili a futuri periodi amministrativi.
In sostanza, si tratta di operazioni che hanno già avuto manifestazio­ne finanziaria, ma che sul piano economico non possono considerarsi maturate e, quindi, attribuibili al periodo amministrativo in chiusura. Si verifica, invero, che i ricavi di vendita, pur avendo avuto la relativa manifestazione finanziaria, non presentano ancora il comple­tamento della maturazione economica.
In tali ipotesi, la parte economicamente non ancora maturata si de­nomina rimanenza passiva (R) e deve portarsi in detrazione dei ricavi conseguiti (V), ciò al fine di evidenziare quella parte dei ricavi che compete economicamente al periodo amministrativo in chiusura, rin­viando al futuro la parte dei ricavi che non vede ancora come avvenute le connesse utilizzazioni e, quindi, i relativi costi.

Peraltro, nel momento in cui tali ricavi anticipati si maturassero in diretta proporzione al tempo saremmo in presenza, mutatis mutandis, di fenomeni analoghi ai Risconti attivi. In tali casi si parlerà, tuttavia, di Risconti passivi (r p), ossia di rimanenze relative ad operazioni gene­ratici di ricavi già manifestati sul piano finanziario, ma non ancora sul piano economico.
3.3. I componenti a manifestazione finanziaria futura: i ratei attivi
Un ulteriore cenno deve, infine, riservarsi a tutte quelle situazioni in cui la maturazione proporzionalmente temporale di un ricavo si collega all'ipotesi opposta di manifestazione finanziaria posticipata. In tali casi, la maturazione economica del ricavo deve considerarsi nell'am­bito del risultato economico di periodo quale ricavo a manifestazione finanziaria futura, la cui misurazione si affida ad un componente fi­nanziario di capitale avente natura di credito presunto e che si denomi­na rateo attivo (r
4. La struttura del reddito di esercizio
Struttura del reddito di periodo (primo esercizio)


 

Il processo di trasformazione che tipicamente si svolge nell'ambito delle aziende di produzione industriali si riflette in un costo di utilizzazione globale, quale risultato delle seguenti somme algebriche:
ACQUISIZIONI FATTORI PRODUTTIVI A FECONDITà SEMPLICE ( Ca+ca+ci+cs) –
RIMANENZE FATTORI IN FORMA GREZZA ( Rag e Ra) =
COSTO DI UTILIZZAZIONE FATTORI PRODUTTIVI A FECONDITà SEMPLICE ( Cu+cu+ci+cs) +
QUOTE DI AMMORTAMENTO (Q) =
COSTO DI  UTILIZZAZIONE LORDO (Cut)
Quindi:
COSTO DI UTILIZZAZIONE LORDO (Cuti)
RIMANENZE FATTORI (IN FORMA SEMILAVORATA O FINITA) (R.)) COSTO DI UTILIZZAZIONE NETTO GLOBALE (Cui)
In tale grandezza (C.) convergono, in definitiva, tutti i consumi di fattori produttivi materiali ed immateriali sia a fecondità semplice sia a fecondità ripetuta (Cu ca ci cs e Q) che, risultando già al netto dei re­lativi fattori grezzi non ancora utilizzati (R e ra), dovranno anche scontare quella parte di utilità da essi ceduta, ma ancora incorporata in elementi non ancora venduti che rappresentano delle rimanenze a tutti gli effetti (semilavorati, prodotti in corso di lavorazione e prodotti fini­ti — R,,). Quindi si avrà:
Cui= (Cu+ ca+ ci+ cs+ Q) — Raf
Cut= Consumi tecnici — Raf = Consumo economico connesso alle vendite
Il che, secondo una impostazione differente, equivale a dire che data una dotazione totale iniziale di fattori produttivi a fecondità ripe­tuta e semplice, materiali ed immateriali (mezzi aziendali), le utilità economiche derivanti dalla stessa dotazione risulteranno in parte an­cora incorporate in beni grezzi (materiali ed immateriali) o intermedi (nel complesso Raf) e nelle utilità residue dei fattori a fecondità ripe­tute ed in parte definitivamente utilizzate.
Infatti, se:
209
DOTAZIONE TOTALE FPFS FPFR
RIMANENZE MATERIALI GREZZE (RA G)
RIMANENZE VIRTUALI (RA)
RIMANENZE LAVORATE (RA)
RESIDUE UTILITÀ FPFR 
COSTO DI UTILIZZAZIONE NETTO GLOBALE (Cur)
In buona sostanza il confronto tra dotazione totale e rimanenze finali attiene, da un lato, la sommatoria dei costi di acquisi­zione relativi a tutti i fattori produttivi tecnici, materiali ed immateria­li a fecondità semplice e ripetuta, e, da altro lato, la rimanenza finale in termini di sommatoria delle varie tipologie di rimanenze di magaz­zino e di risconti attivi tecnici, oltre le utilità residue di fattori produt­tivi a fecondità ripetuta. Tutte le utilizzazioni con­cernenti tali fattori (avvenute nell' esercizio) rimarranno definitivamente attribuite al periodo amministrativo solo quelle corrispondenti appun­to al costo di utilizzazione globale che ha trovato realizzazione nella vendita dei prodotti finiti mediante i ricavi, per il resto si opera il rinvio nell'ambito delle rimanenze finali attive di magazzino, dei risconti at­tivi finali e dei fattori a fecondità ripetuta.
A completare tale quadro, deve ulteriormente considerarsi un ulte­riore elemento di costo che interviene nell'ambito dei «consumi». Questo si riferisce al fattore «servizio pubblico», il quale, seppure non paragonabile ad un vero e proprio fattore di produzione, comporta un costo connesso al prelievo da parte dello Stato, in termini di imposte e tasse (t).
Alla fine del primo esercizio avremo, quindi:
(C„-i-c„+q+cs+Q—R.))+H-Ue=R+r,
ovvero
Citt+t+Ue=Rt

 

che equivale a dire
Ue=(R + rs) —(C+ t)
ove:
= costo di utilizzazione netto globale
C. = costo di utilizzazione dei fattori produttivi a fecondità semplice materiali
(ECa - Rag)

  • = costo di utilizzazione fattori produttivi a fecondità semplice immateriali (ca - ra)
  • = costi di utilizzazione fattori a consumo immediato (lavoro, servizi industriali) cs = costi a manifestazione finanziaria futura

Q = utilizzazioni fattori produttivi non tecnici a fecondità ripetuta
t = imposte e tasse
R = Ricavi di competenza (t V - Rp)
rs = ricavi a manifestazione finanziaria futura
RL = ricavi totali
Rai = rimanenze in forma lavorata
Ue = utile di esercizio
Da ciò discende che, ai fini di una gestione equilibrata R, > Cut, quantunque, come meglio si vedrà oltre (capitolo terzo), l'eccedenza della produzione di ricchezza sui consumi è condizione necessaria, ma non sufficiente per poter parlare di equilibrio economico.
Quanto fin qui esposto, riferito ad un ipotetico primo esercizio di attività di un' azienda, può ribadirsi per gli esercizi successivi al primo, con la differenza che, in tali ipotesi, la dotazione di mezzi aziendali, dalla cui combinazione derivano i ricavi, è costituita sia dalle nuove acquisizioni di fattori produttivi necessari per le successive produzioni sia dalla dotazione già acquisita e non ancora utilizzata proveniente dai periodi amministrativi precedenti, con le relative posizioni finan­ziarie di credito e debito.
Nel caso di esercizi successivi al primo, quindi, i costi di utilizza­zione dei fattori produttivi a fecondità semplice derivano dalla som­matoria dotazione iniziale + nuove acquisizioni fattori — rimanenze finali. In definitiva, la dotazione iniziale di ogni periodo è data dalla rimanenza finale del periodo precedente. È per questo motivo che tec­nicamente alla dotazione iniziale di fattori produttivi, si assegna la de­nominazione di rimanenze attive iniziali. Stesso discorso, con le dovu­te differenze, deve ripetersi per i fattori produttivi a fecondità semplice di tipo immateriale che generando risconti attivi alla fine di ogni eser­cizio, comportano la presenza, all'inizio dell'esercizio immediata­mente successivo, di risconti attivi iniziali.
Struttura del reddito di periodo (esercizio successivo al primo)
Ovviamente, anche per i fattori produttivi a fecondità ripetuta si continueranno a calcolare i relativi costi di utilizzazione, Il risultato economico così come determinato, denominato utile di esercizio, derivante dall'eccedenza dei ricavi rispetto ai costi diventa esso stesso parte del capitale andando a costituire il relativo incremen­to e, quindi, 1' aumento della grandezza Capitale Netto che scaturisce dalla differenza tra i mezzi aziendali e le fonti di terzi (A — P = N).

 

5. Capitale di funzionamento e reddito di esercizio
L'esposizione fin qui operata, rivolta all'analisi della dinamica aziendale in funzione delle grandezze interrelate del reddito di esercizio e del capitale di funzionamento, non ha considerato appieno l'aspetto valutativo, peraltro accennato, da cui le grandezze stesse as­sumono misura.
Nella sua essenza il capitale di funzionamento rappresenta quindi utilizzazioni future e remunerazioni relative a utilizzazioni future, lad­dove il reddito rappresenta il risultato di una comparazione tra utiliz­zazioni avvenute e remunerazioni correlative a quelle utilizzazioni232.

 

6. La "determinazione" del reddito di esercizio
nella sua correlazione con il capitale di funzionamento
L'espressione dei risultati gestionali periodici trovi negli aspetti valuta­tivi il problema su cui focalizzare 1' attenzione.
Come già accennato, i fattori acquisiti dall' azienda generano la produzione di incremento solo nel momento in cui, risultando utilizza­ti in combinazione, cedono l'utilità posseduta favorendo l'ottenimento del prodotto e la successiva vendita. Non si è mancato, peraltro, di evidenziare che, nel momento in cui il funzionamento aziendale risul­ta suddiviso in più periodi amministrativi, le utilità acquisite dall' azien­da in un dato esercizio possono anche rimanere temporaneamente inu­tilizzate, in attesa di impieghi in successivi periodi.
Conseguentemente, alla fine di ogni processo produttivo il capitale di funzionamento dell'impresa risulterà modificato rispetto alla fase di partenza nel senso che alcuni mezzi aziendali avranno già svolto la loro funzione cedendo l'utilità incorporata e contribuendo al relativo incremento, denominato contabilmente utile.

 

Tale utile determina, nella sezione delle fonti, l'incremento del ca­pitale netto che risulta ora costituito, oltre che dal capitale di apporto, proprio dall'incremento in questione. Nella sezione dei mezzi, il com­pletamento del ciclo completa la rotazione con il ritorno sotto l'origi­naria forma finanziaria dei mezzi stessi. Questi, si uniscono, quindi, sia ad eventuali altre risorse finanziare non ancora utilizzate, sia ad altri mezzi economici che non hanno ancora svolto totalmente la loro funzione, incorporando utilità residua da cedere234.
Ora, a rendere maggiormente complesso il ragionamento, si è pre­sentato un ulteriore aspetto legato proprio a quelle utilità economiche che, completato un ciclo produttivo, ancora residuano e che, come già evidenziato rappresentano a tutti gli effetti mezzi aziendali da utilizza­re per successivi cicli.
In effetti, emerge chiaramente come il calcolo del consumo dei fat­tori produttivi (ossia delle utilizzazioni) da correlare alla ricchezza re­alizzata che, lo ricordiamo assume carattere soggettivo, debba basarsi sul necessario mantenimento dell'integrità economico-finanziaria del capitale, ossia della capacità della combinazione produttiva di favorire l'invarianza del valore del capitale mediante l'effetto reintegrativo ge­nerato dalla ricchezza realizzata (ricavi)235.
Da ciò discende che, operando tali apprezzamenti, occorre tenere
conto di diversi problemi variamente riconducibili ai seguenti aspetti: possibili variazioni sia dei prezzi di scarnbio dei fattori produttivi sia del potere di acquisto della moneta; necessità di considerare il valore che la residua utilità economica rivela, in termini di uso, nell'ambito di una combinazione produtti­va che, caratterizzata dal nesso di complementarità dei suoi ele­menti costitutivi (mezzi aziendali), risulta collocata nell'ambito del più ampio sistema aziendale.
In definitiva, è possibile affermare come ai fini della rappresenta­zione gestionale periodica di impresa si combinino due processi di misurazione/valutazione intimamente interconnessi riconducibili ai seguenti:
— il rapporto, in termini di stretta correlazione, tra utilità consumate e ricchezza prodotta nel periodo amministrativo considerato;

— la determinazione del valore attribuibile alle utilità residue ancora da utilizzare ai fini dello svolgimento della combinazione produtti­va.
Ne consegue che, avendo presente il concetto di integrità economi­co-finanziaria del capitale, ogni incremento/decremento della dotazio­ne patrimoniale dell'impresa deriva dalla congiunta considerazione:

  • degli effetti derivanti dallo svolgimento dell'attività produttiva, in termini di determinazione del reddito, ossia di correlazione tra uti­lità consumate e ricchezza realizzata;
  • dagli effetti derivanti dal processo valutativo volto ad attribuire ra­zionali valori economici alle utilità/fattori suscettibili di ulteriore utilizzo.

Da ciò emerge chiaramente la stretta correlazione tra le due deter­minazioni, atteso che le grandezze economiche connesse ai mezzi aziendali, sulle quali calcolare periodicamente i consumi (da cui le ulteriori produzioni di ricchezza), una volta superata la fase di acqui­sizione (e relativo valore originario), troveranno il relativo riferimento proprio nei valori adeguati, non solo in conseguenza. dell'utilizzo/consumo eventualmente avvenuto, ma anche in funzione della utilità futu­ra ancora ritraibile dai fattori stessi.
Richiamiamo adesso la struttura del capitale di funzio­namento, schematizzando la stessa mediante la seguente equazione:
Af + A, = Pf + P, + N, + U,

Ove:
Af = elementi attivi della zona finanziaria Ae= elementi attivi della zona economica P, = elementi passivi della zona finanziaria Pe= elementi passivi della zona economica Na = capitale netto iniziale
Ue = utile di periodo

 

 

Partendo da tale struttura è, invero, evidente che la zona finanziaria, rappresentata da fattori generici quali il denaro, i crediti ed i debiti, presenta una obiettiva determinazione: assoluta nel caso del denaro e dei titoli rappresentativi, relativa nel caso dei crediti e dei debiti. A questi si aggiungono ulteriori elementi finanziari a carattere presunto, atteso che la relativa manifestazione finanziaria si lega al futuro.
La relatività dei crediti e dei debiti si giustifica, invero, con il grado di esigibilità, e cioè con il presunto grado di realizzazione degli stessi.
Del pari elevato è il grado di incertezza dell'area finanziaria nel momento in cui si è in presenza di crediti e debiti espressi in moneta non di conto (cosiddette partite in monete estera), poiché in tali casi all'incertezza concernente il grado di esigibilità, si aggiunge anche

l'incertezza riguardante le previsioni del cambio in base al quale alla scadenza i valori saranno convertiti in moneta di conto.
Passando ad esaminare la zona economica il grado di incertezza cresce ancora di più, in quanto si è in presenza di quella parte dei mez­zi rappresentata da fattori/mezzi tecnici o di produzione. In sostanza, il riferimento è rivolto a tutti i fattori che presentano utilità residua, siano essi a fecondità semplice o a fecondità ripetuta.
Ora, nel caso dei fattori produttivi a fecondità semplice, la possibi­lità di ritrovare utilità residua si connette con quei mezzi che, pur aven­do l' attitudine a cedere (e quindi esaurire) la relativa utilità nel breve periodo, risultano ancora integri su questo piano. In tali casi, come visto, si parla tecnicamente di rimanenze attive.
Il riferimento è a fattori produttivi strettamente tecnici come le ma­terie prime principali e sussidiarie, che si incorporano nel prodotto, ed i materiali di consumo che favoriscono indirettamente tale incorpora­zione.
Dal lato dei fattori produttivi a fecondità ripetuta, il riscontro di utilità residua appare fenomeno normale, in relazione all'attitudine di tali fattori/mezzi di cedere la loro utilità solo attraverso più atti produt­tivi. Il riferimento è rivolto sia ai fattori di tipo materiale, quali mac­chinari, impianti, automezzi, ecc. sia a fattori di tipo immateriale qua­li i brevetti, i costi per campagne promozionali, ecc.
Nella sezione delle fonti dei mezzi, oltre alla zona finanziaria già richiamata, costituita dai debiti, si riscontra la zona economica rappre­sentata dal Capitale Proprio che in questo caso è riferibile al Capitale di apporto e all'Utile di esercizio236.
Peraltro, tale ricchezza incrementativa (l'utile), può essere varia­mente destinata:

  • alla distribuzione, sotto forma finanziaria, al proprietario o ai soci,
  • all'impiego all'interno dell' azienda (reinvestimento Nell'ipotesi di mancata distribuzione dell'utile, lo stesso assume la funzione di riserva del capitale, ossia di fonte aggiuntiva posta ad incremento e difesa del capitale di ap­porto237

Rispetto alla situazione di costi­tuzione, che alcuni fattori risultano già acquisiti ed ancora utilizzabili dall'azienda, mentre per quei fattori totalmente consumati si dovrà procedere al rinnovo (prevalentemente i fattori produttivi a fecondità semplice), per cui risulterà utilizzata la ricchezza prodotta dall'azien­da, anche con possibile potenziamento derivante dall'incremento con­seguito dal completamento del primo ciclo produttivo238. Tale fenome­no di autoalimentazione, evita, pertanto, il ricorso a terze economie, con l'accensione di ulteriori debiti per finanziare la gestione, favoren­do, quindi, la condizione di autosufficienza dell'azienda.
Ne discende che, in senso economico, il capitale è tale in quanto capace di produrre reddito (ossia frutti), ciò essenzialmente se proiet­tato in periodi futuri. Più precisamente, si è sostenuto che il capitale è tale in quanto capace di produrre reddito, dalla cui misurazione discende la misurazione del capitale stesso.
Pertanto, nel momento in cui la ricchezza prodotta dalle vendite si rivelasse superiore alla misura necessaria a remunerare i consumi delle utilità impiegate (comprese quelle conferite dai proprietari) il mantenimento all'interno dell'impresa di tale extra-ricchezza (cosiddetto profitto) si rende necessario e ciò al fine di potenziare la combinazione produttiva, assicurando così la sopravvivenza dell'impresa e favorendo il possibile sviluppo245.
In relazione a ciò, è opportuno, in conclusione, ribadire come tale politica di auto potenziamento appaia necessaria al fine di consentire al sistema aziendale di rinnovarsi e svilupparsi presentando combinazioni adeguate alla continua evoluzione dell'ambiente in cui le aziende operano, ciò confermando la dinamicità dello stesso.

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CAPITOLO TERZO
L'ECONOMICITÀ
E GLI EQUILIBRI AZIENDALI
1. La condizione per il regolare funzionamento dell'impresa
Le aziende di produzione (imprese) sono state considerate quali sistemi complessi volti allo svolgimento di un'attività produttiva al fine della creazione di valore246.
La creazione del valore diviene finalità preminente dell'impresa, in quanto connessa sia alla produzione di beni e servizi atti a soddisfare i bisogni del mercato e dei consumatori in genere, sia alla generazione della ricchezza rimuneratrice della componente personale tutta (lavoratori dipendenti, manager, proprie­tari).
Tale considerazione consente di distinguere una finalità naturale o originante (soddisfacimento dei bisogni) da una finalità istituzionale (creazione del valore). In stretta connessione, la perdurabilità dell'azienda nel tempo, identificata quale caratteristica implicita per il perseguimento delle finalità aziendali si esplicita nella continuità dell'azienda, rappresentando sostanzialmente l'obiettivo funzionale dell'impresa in combinazione con la condizione di economicità.
In particolare, tale condizione di economicità si concreta nella ca­pacità dell'azienda di produrre ricchezza in quantità adeguata ai fat­tori produttivi impiegati e nell'equa distribuzione della stessa tra co­loro che, a vario titolo, hanno concorso alla sua produzione248.

Nel momento in cui obiettivo istituzionale è il funzionamento nel tempo, si deve conseguentemente parlare di capacità dell'azienda di operare nel contesto economico di appartenenza, garantendosi, in pri­mo luogo, la sopravvivenza e, in un' ottica prospettica, lo sviluppo.
2. L'economicità aziendale
La continuità nel tempo del sistema azien­dale, rappresentando l' obiettivo preminente da raggiungere, richiede la capacità costante nel tempo di pervenire al raggiungimento delle condizioni atte a favorire ciò, prima fra tutte la condizione di economicità configurabile nella capacità aziendale di produ­zione ed equa distribuzione della ricchezza.
Ne discende che la struttura aziendale e la conseguente gestione devono essere funzionali al raggiungimento di tale condizione/obietti­V0253 che può essere analizzata sotto vari profili, strettamente interrela­ti, riconducibili ai seguenti equilibri"4:

  • equilibrio economico (o efficienza economica);
  • equilibrio tecnico (o efficienza tecnico-produttiva).

In linea di principio, un' impresa si dice in equilibrio economico nel momento in cui attraverso la propria attività produttiva riesce ad ottene­re risultati economici rappresentativi di «reddito» e, quindi, in grado di remunerare costantemente le utilizzazioni dei fattori utili allo svolgi­mento del processo produttivo, compresi gli elementi per i quali l'azien­da non ha direttamente sostenuto un impiego di ricchezza, in termini di potere di acquisto, e cioè: gli interessi sul capitale di rischio apportato dall'imprenditore o dai soci nel caso di impresa collettiva, il salario direzionale ed il compenso per il rischio derivante dall' attività impren­ditoriale. Connesso con il concetto di equilibrio economico risulta quello di equilibrio monetario-finanziario a livello di struttura patrimoniale-finanziaria e connessa sincronica cor­relazione trà le entrate e le uscite monetarie e variazioni finanziarie che misurano i riflessi economici delle operazioni gestionali. Si sottolinea, peraltro, che a differenza della condizione di equilibrio economico (proiettata nel medio-lungo periodo) l' equilibrio monetario, in partico­lare, è una condizione di breve termine, in quanto l'azienda deve in ogni momento essere pronta a far fronte con i propri mezzi finanziari agli impegni finanziari che via via si manifestano nel corso della gestione255.
In definitiva, emerge come l' efficienza economica sia funzione di tre equilibri strettamente interrelati tra loro riconducibili e cioè; equi­librio economico, equilibrio patrimoniale ed equilibrio finanziario.



Dal confronto tra componenti connessi alle utilizzazioni dei fattori impiegati e componenti di ricchezza correlata deve emergere non una semplice eccedenza di questi ultimi sui primi, dovendosi trattare, invero, di una eccedenza di misura tale da remune­rare anche quei consumi inerenti la disponibilità dei capitali conferiti dai soci (interessi di computo) e l'eventuale opera imprenditoriale pre­stata dal proprietario (salario direzionale). Pertanto, solo nel momento in cui l'incremento periodico (contabilmente denominato utile) pre­senta i caratteri appena richiamati si sarà in presenza di reddito29. Ne deriva, pertanto, che all'espressione 'utile' si deve attribuire un sem­plice significato contabile di eccedenza dei ricavi sui costi, senza cioè alcuna valutazione circa la misura e la congruità di tale eccedenza. Il reddito, invece, assume un significato propriamente economico, coin­cidendo con l'utile contabile, solo nel momento in cui l'eccedenza contabile è di misura tale da potersi considerare sufficiente a remune­rare tutte le utilizzazioni dei fattori impiegati (comprese quelle riferite ai fattori a riflesso figurativo). Di conseguenza:


Appare fondamentale soffermarsi sulla nozione di equilibrio economico257 che, basandosi sulla capacità dell'azienda di produrre durevolmente reddito, rappresenta il fattore fondamentale dell' economicità, coincidendo con questa, laddove risultano presenti determinate caratteristiche della grandezza stessa.
Nell' accezione tradizionale, l'equilibrio economico si esprime me­diante la capacità dell'impresa di remunerare (reintegrare) costante­mente tutti i fattori produttivi impiegati nell'attività dell'impresa, compresi i fattori con riflesso figurativo.
Quindi, ribadiamo che un'azienda si considera in equilibrio econo­mico nel momento in cui attraverso la propria attività produttiva riesce ad ottenere risultati economici in grado di reintegrare, non solo le uti­lizzazioni dei fattori che, ai fini dello svolgimento del processo produt­tivo, sono stati acquisiti in dotazione dall'esterno, ma anche quei fat­tori che risultano conferiti all'impresa da parte dei proprietari sotto forma di denaro stesso (fattori generici) ovvero di opera imprendito­riale (fattore lavoro). È evidente, invero, che anche per tali fattori si rende opportuno considerare l'esigenza di pervenire alla relativa re­munerazione.
In buona sostanza, si è in presenza di reddito, laddove l'attività ge­stionale evidenzia l'attitudine a produrre un flusso di ricchezza (ricavi) tale da favorire la copertura di tutte le utilizzazioni (costi) dei fattori produttivi necessari per lo svolgimento dell'attività produttiva, com­presi gli interessi sul capitale di rischio ed il salario direzionale, oltre il rischio di impresa (cosiddetti oneri figurativi)258. Con ciò ribadendo la stretta connessione esistente tra determinazione del reddito e neces­sità di mantenimento dell'integrità economica del capitale.

3.2. La determinazione dei prezzi di vendita
Affinché la condizione di equilibrio economico possa essere rag­giunta correttamente, si rende opportuno soffermarsi sulla misura che i ricavi derivanti dalle vendite devono rivelare ai fini del razionale fun­zionamento aziendale.
Da ciò discende che solo le ipotesi di combinazioni prezzi/quantità connesse ad adeguata funzionalità tecnico-commerciale possono favo­rire l'identificazione di ricavi congrui, e non certo i casi di prezzi ingiustificatamente elevati ed imposti sul mercato261.
Da un punto di vista meramente quantitativo la misura dei ricavi di vendita trova nella congruità dei prezzi di vendita il necessario riferi­mento, rendendo, quindi, opportuno individuare le procedure di fissa­zione del prezzo di vendita. In sostanza, considerato che al fine di po­ter vendere i prodotti o servizi aziendali è necessario sostenere dei costi per acquisire e combinare i vari fattori della produzione, la pos­sibilità per l'azienda di conseguire reddito si lega, come visto, alla copertura (congrua) degli stessi ed all'ottenimento di una eccedenza in grado di remunerare equamente anche gli oneri figurativi. Ne deriva, dunque, l'esigenza di parametrare correttamente il prezzo di vendita all'insieme dei costi di produzione262.
A tal fine, risulta utile il ricorso ad un tipico strumento della conta­bilità analitica, il costo di prodotto che permette l' attribuzione di uno o più costi .di fattori produttivi ad un dato oggetto, risultante da tutta o parte dell'attività produttiva dell'impresa263.

Nello specifico, rileva la distinzione tra costi speciali (o diretti) e costi comuni (o indiretti), basata sul criterio discriminante dell'ogget­tività della misurazione264. In relazione a ciò, si considerano costi spe­ciali quei costi che rispetto all'oggetto di costo si possono misurare "oggettivamente" moltiplicando la quantità del fattore impiegato per il suo prezzo unitario (ad esempio le materie prime o la quota di ammor­tamento di un impianto utilizzato esclusivamente per la produzione di uno specifico bene); mentre si intendono comuni quei costi di fattori impiegati contemporaneamente per più oggetti, per i quali non è pos­sibile pervenire ad una individuazione specifica delle quantità consu­mate dai vari oggetti (si pensi all'ammortamento di un impianto utiliz­zato per più tipologie di prodotto)265.
Nel momento in cui l'oggetto di riferimento è il prodotto finito (nelle aziende industriali), ecco che la relativa configurazione può ar­ticolarsi in quattro tipologie di costo e cioè266:

  • costo primo
  • costo tecnico
  • costo totale
  • costo economico

Il costo primo attiene tutti i costi connessi a fattori produttivi che sono stati impiegati esclusivamente per l'ottenimento di un dato bene. È chiaro che trattasi di costi speciali/diretti di natura strettamente tec­nica, normalmente riconducibili alle materie prime direttamente im­piegate ed alla manodopera diretta.
Aggiungendo al costo primo, anche una quota di costi (cosiddetti costi generali tecnici) che, pur riguardando un fattore non esclusiva­mente impiegato per quella produzione (e quindi costi comuni/indiret­ti), rappresentano dei costi di trasformazione, si perverrà al costo tec­nico che, quindi, considera tutti i costi (speciali e comuni) sostenuti per l'utilizzazione dei fattori produttivi strettamente tecnici, necessari per la fabbricazione del prodotto. In effetti, deducendo dal costo tecni­co il costo delle materie prime, si otterrà il costo di trasformazione che, è rappresentato dal complesso di costi necessari per trasformare le materie prime in prodotto finito268. Ad esempio, con riferimento ad un'azienda operante nel settore tessile il costo primo sarà rappresenta­to dall'insieme di costi speciali quali le materie prime (essenzialmente tessuti), la manodopera specializzata, gli ammortamenti per macchi­nari specifici, ecc. Aggiungendo al costo primo i costi connessi all'energia elettrica, ai materiali di consumo, agli ammortamenti di macchinari generici, gli stipendi per personale tecnico, si otterrà il co­sto tecnico.
L'utilità di tale struttura di costo (tipica delle aziende industriali) permette di conoscere in quale misura incide il processo tecnico sulla formazione del valore di un dato prodotto, favorendo analisi sull'effi­cienza del processo stesso. Una volta configurato il costo tecnico, ai fini della determinazione del prezzo di vendita si rende, ancora, opportuno considerare i costi connessi ad ulteriori fattori che, per quanto non strettamente utilizzati nel processo tecnico produttivo, si rendono comunque necessari per l'attuazione dello stesso. Si tratta, invero di costi relativi all'attività amministrativa in senso stretto (stipendi amministrativi, fitti, spese di cancelleria, spese telefoniche, ecc.), costi di distribuzione (costi di pubblicità, costi di intermediazione, costi di vendita, ecc.), oneri finan­ziari (interessi passivi connessi a finanziamenti da terzi) e costi di na­tura fiscale (imposte)

 



Tali costi, generalmente di natura comune, vanno a sommarsi al costo tecnico determinando il costo totale o complessivo, ossia il com­plesso dei costi che l'azienda ha dovuto sostenere per acquisire e com­binare i fattori produttivi al fine di completare il processo produtti­vo.

Fissando il prezzo di vendita dei propri prodotti, sulla base del costo totale, l'azienda non riuscirebbe a remunerare gli oneri figurativi, che si ri­conducono comunque a fattori utilizzati nel processo produttivo, non favorendo alcuna produzione di reddito e, quindi, alcun incremento di capitale.
Affinché la produzione possa giudicarsi economica è, quindi, ne­cessario che il prezzo di vendita remuneri non solo il costo totale, ma anche gli oneri figurativi (interessi sul capitale proprio e salario dire­zionale), pervenendo a quello che si denomina costo economico, il quale rappresenta, in definitiva, il riferimento atto a stabilire la conve­nienza economica ad attuare una data produzione, costituendo il prez­zo minimo remuneratore a cui l'azienda può collocare tale prodotto272.

3.3. Le grandezze di riferimento dell'equilibrio economico

Nel momento in cui il calcolo del reddito risulta operato secondo le modalità precedentemente viste, l'espressio­ne reddito di impresa può apparire non appropriata se riferita alla sola grandezza differenziale che, come appena ricordato, si correla, invece, direttamente con la copertura delle utilizzazioni dei fattori produttivi conferiti dall'imprenditore. Conseguentemente, laddove con l'espres­sione reddito si intendesse riferirsi all'intero organismo aziendale, con­siderato a sé stante, ecco che risulta più appropriata l'espressione red­dito dell'impresa, con conseguente relativa configurazione275.
In tale ottica, l'angolo di visualizzazione risulta rivolto all'azienda quale entità in cui convergono gli interessi di più parti sociali (quindi oltre ai proprietari, anche i lavoratori dipendenti, i finanziatori esterni e lo Stato); ne discende che la ricchezza prodotta potrà configurarsi riferendosi ad una grandezza diversa dal reddito, identificabile nel va­lore aggiunto276.
In particolare, la grandezza in questione, oltre a fornire una dimen­sione allargata della ricchezza generata dall'attività aziendale, favori­sce un'adeguata analisi della ricchezza stessa, grazie ai plurimi riflessi informativi da essa derivanti a vario livello tra cui:

  • l' accrescimento di valore che i beni acquisiti ed impiegati dall'azien­da hanno avuto in seguito allo svolgimento dell'attività produttiva;
  • la ricchezza rivolta alla remunerazione delle componenti sociali di­rettamente o indirettamente interessate all'andamento aziendale (proprietari, lavoratori dipendenti, finanziatori, Stato).

Emerge chiaramente come entrambi i significati riflettano un valo­re differenziale (positivo) tra la ricchezza che l'azienda ha attinto dall'ambiente esterno (valore dei fattori) e la ricchezza che l'azienda ha ceduto verso l'esterno (valore dei prodotti)277, con ciò, quindi, con­siderando l'azienda quale entità, svincolata dall'angolo di visualizza­zione della proprietà o di altro portatore di interesse. Di conseguenza, e differentemente dalla configurazione del reddi­to, la grandezza valore aggiunto tende a confrontare la ricchezza pro­dotta (derivante dalle vendite) con le utilizzazioni di fattori produttivi non direttamente riconducibili al fattore lavoro (sia esso dipendente o connesso all' opera imprenditoriale) ed al fattore capitale (di fonte pro­pria o di terzi), favorendo con ciò l'analisi della distribuzione della ricchezza prodotta dall'azienda tra le varie parti sociali direttamente coinvolte. Quindi: Tale configurazione di valore aggiunto si denomina "lorda" e si dif­ferenzia da quella definita "netta" che esclude dal confronto anche i riflessi economici derivanti dalle utilizzazioni dei fattori produttivi a fecondità ripetuta (ammortamenti)279.
In tal senso, quindi il valore aggiunto lordo costituisce la ricchezza atta a remunerare i fattori fondamentali (capitale e lavoro) che hanno determinato lo svolgimento dell'attività produttiva., mentre quello net­to considera anche la ricchezza che deve remunerare la struttura azien­dale.

A completamento un breve cenno ad una espressione performance, espressione di chiara derivazione anglo-sassone, con la quale si identificano, a vari livelli, i risultati con­seguiti dall'impresa.
In relazione a ciò, riteniamo opportuno. precisare che, laddove ri­volto esclusivamente a determinazioni di tipo quantitativo, il concetto di performance non dovrebbe assumere significati particolarmente differenti rispetto al risultato di periodo derivante dalla dinamica aziendale. Diversamente, se a tale espressione si intende attribuire un significato più ampio e non ristretto ai tradizionali riscontri quantitati­vi sorge l'esigenza di operare le necessarie distinzioni rispetto al con­cetto di reddito precedentemente esposto.
Da altro lato, il concetto in questione potrebbe tendenzialmente coincidere con quello di valore aggiunto poc'anzi esposto, quantunque sia da ritenere che la performance intesa in senso ampio implichi la considerazione di elementi sociali ed economici generali, con conse­guente esigenza di adozione di strumenti conoscitivo/informativi che vanno ben oltre la tradizionale rappresentazione contabile281.
3.4. L'equilibrio reddituale
Per il concetto di reddito totale, è utile ritornare sul reddito di esercizio inteso quale risultato economico attribuibile alla gestione di un esercizio, ossia risultato delle operazio­ni aziendali allo svolgimento delle quali partecipano tutte le forze del sistema aziendale. Il reddito di esercizio di un' azienda non può ritenersi un risultato economicamente compiuto, poiché la sua entità si ricollega sia ad operazioni del passato sia alle condizioni future dell'azienda. Il reddito è, invero, «un'entità ipotetica e astratta»: ipotetica poiché alla sua formazione concorrono valori stimati basati sul fondamento di previsioni e di apprezzamenti discrezionali; astratta, in quanto variabile in funzione degli scopi posti a base dell' astrazione. In sostanza, il concetto di reddito, inteso in senso economico affon­da le proprie radici nella teoria economica del consumo personale,
secondo la quale lo stesso si considera come «godimento psichico pro­veniente dall'utilizzo di beni e servizi». In base a tale interpretazione è reddito solo la ricchezza prodotta e consumata, mentre la ricchezza prodotta, ma risparmiata è solo consumo potenziale non rappresentati­vo di reddito.
Da ciò è poi derivata l'interpretazione, più aderente alla realtà, che, tenendo conto della necessità aziendale di conservazione del capitale e di mantenimento della prosperità e del reddito futuro, considera reddi­to il massimo valore consumabile da un individuo in un dato periodo, ciò senza pregiudicare il benessere di cui lo stesso godeva all'inizio del periodo stesso. Tale impostazione, che rappresenta uno sviluppo della tesi fisheriana, pone l'accento sul fatto che è reddito, non solo la ricchezza consumata, ma anche la ricchezza prodotta e non consuma­ta, in quanto portata a «risparmio»285. Ne discende che il reddito di esercizio, se razionalmente determinato, costituisce il massimo valore consumabile senza compromettere l'equilibrio dell'impresa.
Evidentemente, la richiamata configurazione di reddito, seppur espressiva di equilibrio economico, appare minima, poiché, conside­rando il dinamismo ambientale in cui le aziende operano, la stessa ri­schia di divenire insufficiente nel lungo periodo. Da ciò discende la necessità di formulare previsioni e programmi in ordine agli andamen­ti futuri della produzione e dei finanziamenti aziendali.
Emerge, quindi, una posizione di minimo equilibrio (equilibrio og­gettivo) che, collocata in una prospettiva di crescita e sviluppo, costi­tuisce il punto di partenza di una fascia positiva di elasticità, il cui picco massimo è costituito dall'uguaglianza tra il costo marginale (al­largato agli oneri figurativi) ed il prezzo di mercato. Tra i due estremi (puntó minimo e punto massimo) si colloca un "campo di scelta" all'interno del quale il soggetto aziendale giudicherà più o meno equa la posizione di equilibrio da perseguire (equilibrio soggettivo).

Ne discende che il raggiungimento di una condizione "perfetta" di equilibrio risulta assicurata dall' ottenimento di risultati economici tali da produrre tendenzialmente un extra-reddito (cosiddetto profitto)288. Diversamente, un'azienda capace di remunerare tutti i fattori produtti­vi impiegati (compresi gli oneri figurativi), ma non in grado di rag­giungere risultati superiori a questo, pur potendosi considerare in po­sizione di minimo equilibrio economico, assumerebbe, in realtà, una condizione statica, rapidamente superabile in un ambiente in via di sviluppo, giungendo in breve ad una successiva situazione di squili­brio. Da ciò discende che il profitto così inteso rappresenta, come si vedrà tra breve, un ulteriore margine di ricchezza da reimpiegare ade­guatamente nel processo produttivo, ciò ai fini della continuità e dello sviluppo della vita dell'impresa e della collettività in cui essa opera.
In stretta connessione, l'equilibrio reddituale delle imprese trova proprio fondamento nelle cosiddette politiche di stabilizzazione dei redditi, ossia nell' adozione di politiche gestionali atte a stabilizzare la capacità dell'impresa a conseguire risultati economici rappresentativi di reddito, tendenti al profitto, ossia alla posizione di equilibrio econo­mico perfetto289.
3.5. La congruità della grandezza reddito e delle sue componenti
Riservando la nostra attenzione alla grandezza reddito, evidenzia­mo come la relativa definizione finora richiamata, connessa a quella di equilibrio economico, appaia essenzialmente basata sull'individuazio­ne dell'eccedenza derivante dal confronto tra il flusso di ricavi conse­guito ed il flusso di costi sostenuto in un dato periodo.
Per essere in presenza di red­dito non è sufficiente un risultato economico positivo di semplice ec­cedenza dei ricavi sui costi (ciò che contabilmente si chiama utile di
esercizio), ma occorre che tale eccedenza sia tale da remunerare ade­guatamente quelli che si sono denominati oneri figurativi, e cioè:

  • la remunerazione del capitale investito;
  • il premio per il rischio di impresa;
  • il salario direzionale.

Partendo dalla remunerazione del capitale di rischio, si evidenzia come la stessa costituisca un calcolo di interesse, in termini di rendi­mento, quale compenso per l'utilizzo di un capitale.
In proposito, alcune brevi considerazioni, si rendono opportune in ordine ai due elementi costitutivi del calcolo, ossia la base di riferi­mento (il capitale) ed il tasso di remunerazione.
Sotto il primo profilo, ci si chiede se la remunerazione debba atte-nere il solo capitale apportato dai proprietari o anche la ricchezza via via risparmiata mediante accantonamenti alle cosiddette riserve.
La  dottrina privilegia il primo riferimento (capitale di apporto),
È da ritenere più equa una base che tenga conto anche di quella parte delle riserve costituita da 'capitale degli azionisti'
Passando al tasso di remunerazione , come già è stato detto , il riferimento fondamentale per valutare la convenienza dell'imprenditore o dei soci ad investire nell' azienda specifica, è costituito dal tasso di rendimento degli inve­stimenti privi di rischio e cioè dal rendimento che i capitali apportati nell'azienda potrebbero o avrebbero potuto avere se investiti in impie­ghi alternativi senza rischio o a rischio limitato, ciò ovviamente tenen­do conto dai riflessi derivanti dall'effetto inflativo.
Tale parametro rappresenta, tuttavia, il riferimento che per durata e sicurezza appare come la migliore approssimazione della componente di cui trattasi. In sostanza, tale criterio, denominato del tasso-opportunità, si basa sulla convenienza per «l'investitore» ad impiegare capitali ad un tasso di rendimento non inferiore a quello derivante da investimenti alternativi riscontrabili sul mercato295.
Strettamente connesso con la determinazione dell'interesse di com­puto del capitale è l'elemento che considera il cosiddetto rischio di impresae cioè del rischio economico riferibile all' attività intrapresa, quale rischio che l'incerto affluire dei ricavi non sia tendenzialmente atto a fronteggiare nel dinamismo dell'ambiente le esigenze di con­grua remunerazione dei fattori produttivi296. Tale rischio si manifesta, inoltre, con l'eventualità di non poter smobilizzare tempestivamente il capitale investito nell'azienda2".
Circa il salario direzionale, è opportuno sottolineare che tale onere figurativo è un elemento presente sostanzialmente nelle sole imprese individuali e, in qualche misura, nelle società di persone. Esso è costi­tuito dalla remunerazione che spetta per l'opera direzionale svolta dall'imprenditore nell'ambito della sua azienda, e si potrebbe pararne-care con i valori medi riscontrabili nei salari corrisposti per attività direzionale svolta in aziende similari, per attività e dimensione300.
Il ragionamento fin qui condotto, inerente la congruità della gran­dezza reddito, rischia di non apparire pienamente corretto, nel mo­mento in cui si prescindesse dalle modalità di formazione dei compo­nenti attraverso il cui confronto si perviene al risultato economico. In sostanza, il concetto di reddito per essere correttamente inteso non può basarsi solo sulla congruità dell'eccedenza dei ricavi sui costi, ma dovrebbe anche considerare la congruità dei relativi componenti positivi e negativi, nel senso di razionale formazione dei costi e dei ricavi da cui l'eccedenza stessa scaturisce, senza cioè distorsioni connesse va­riamente alla presenza di costi sottodimensionati o a ricavi sovradi­mensionati, ciò con possibili effetti negativi a scapito di altre compo­nenti sociali dell'azienda e dell'ambiente esterno alla stessa, ambiente inteso anche in senso ecologico30í. Solo, in tal caso, infatti, si sarà in presenza di una piena condizione di economicità302.
Quindi, il concetto di reddito per poter essere correttamente inteso, non deve basarsi solo sulla congruità dell'eccedenza dei ricavi sui co­sti, ma anche sulla congruità dei suoi componenti, senza cioè distorsio­ni connesse ad esempio alla presenza di contenimenti di costi in rela­zione a salari sottodimensionati o ancora a ricavi di vendita elevati diretta conseguenza di situazioni di tipo monopolistico. In tal caso, si dovrebbe, invero, parlare di situazione di economicità parziale.
Con tale espressione, ci si vuol, invero, riferire a quei casi in cui il raggiungimento della posizione di equilibrio economico avviene in se­guito a fenomeni particolari connessi ad esempio alla possibilità di praticare prezzi di vendita (imposti politicamente o amministrativa mente) che, favorendo situazioni di sostanziale monopolio, generano ricavi notevolmente più elevati di quelli che potrebbero derivare dalla libera concorrenza, con evidente danno per i soggetti che acquisiscono i beni/servizi prodotti dall'azienda, o ancora alle situazioni in cui la produzione di reddito si connette alla presenza di remunerazioni mani­festamente incongrue di alcuni fattori produttivi, primo fra tutti il fat­tore lavoro, in seguito a salari sottodimensionati o, ancor peggio, di lavoro minorile (illegale) e senza la presenza dei necessari contributi previdenziali di legge.

3.6. Profitto e valore aziendale
Breve cenno merita di essere rivolto, infine, alla gran­dezza denominata profitto che è rappresen­tativa dell' extra-reddito, e cioè dell'eccedenza di ricchezza che per­mane dopo la remunerazione di tutti i fattori produttivi compresi gli oneri figurativi, e che l' azienda è in grado di conseguire per varie mo­tivazioni. Avremo_
RICCHEZZA PRODOTTA (RICAVI VENDITE)
CONSUMI FATTORI PRODUTTIVI A FECONDITÀ SEMPLICE

  • fattori tecnici materiali ed immateriali
  • fattore lavoro
  • risorse finanziarie

CONSUMI FATTORI PRODUTTIVI A FECONDITÀ RIPETUTA

  • fattori tecnici materiali ed immateriali
  • prelievo fiscale

CONSUMI A RIFLESSO FIGURATIVO
PROFITTO
Il profitto si connette con i vantaggi che la combina­zione produttiva è in grado di favorire risultando innovativa e, quindi, più competitiva rispetto alle altre aziende. Tale vantaggio competitivo consente alle aziende di godere dei connessi effetti positivi in termini di risultati economici e, più in generale, di produzione del valore.
ça possibilità di conseguire risultati economici rappre­sentativi di profitto può derivare da-particolari circostanze di natura fortuita legate ad eventi imprevisti o eccezionali, difficilmente ripeti-bili e, comunque, conseguenti più a casualità e fortuità che a vera e propria capacità imprenditoriale".
Tale eccedenza deve correttamente permanere in azien­da, ciò ai fini della sua espansione e del suo sviluppo, risultando, quin­di, come una sorta di compenso spettante all'organismo aziendale, ri­guardato obiettivamente nella sua unità305.
In linea di principio, il profitto può, pertanto, identificarsi nella ric­chezza economica che la combinazione aziendale è in grado di espri­mere in termini di produzione, ossia di valore creato. Essa trova la sua origine nelle capacità dell'azienda stessa di posizionarsi sul mercato godendo di una particolare situazione favoreVole determinata dall'in­sieme di più variabili variamente riconducibili alle doti imprenditoria­li, alla localizzazione ed ubicazione, all'organizzazione aziendale (co­esione elemento personale), ai rapporti con i fornitori ed i finanziatori, alla fidelizzazione dei clienti, alle capacità conoscitive e tecnologiche, ecc.
Tale insieme di variabili, rappresentato evidentemente da fattori in­tangibili, costituisce a tutti gli effetti un mezzo aziendale, seppure in­tangibile, denominato tecnicamente avviamento. Questa grandezza, trovando la propria origine nel funzionamento aziendale, deriva sia dall'effetto combinatorio positivo determinato dai vari fattori, produtti­vi impiegati nell'attività aziendale sia dalla capacità sistemica dell'im­presa di risultare funzionale. Da ciò discende il conseguente effetto di generazione di valore che trova espressione a vari livelli peraltro inter­relati

  • ad un primo livello, in termini di produzione periodica di ricchezza, esplicitata nei risultati economici di esercizio rappresentativi ap­punto di reddito e di profitto;
  • ad un secondo livello, in termini di capacità prospettica di produrre redditi e profitti anche in futuro (avviamento), la quale riconducen­dosi appunto alla specifica capacità aziendale di godere di effetti economici vantaggiosi, non risulta esplicitata nei risultati di perio­do, andando a potenziare il capitale aziendale e, quindi, la creazio­ne di valore nel lungo periodo.

L'avviamento, dunque, costituendo esso stesso un mezzo aziendale trova espressione in una capacità intrinseca all'azienda, che esiste in quanto esiste quella specifica combinazione aziendale e continuano ad essere presenti quegli elementi competitivi precedentemente richiamati (doti imprenditoriali, vantaggio localizzativo, organizzazione azienda­le, ecc.)307. Trattasi, peraltro, di una grandezza che non potendo trovare agevole compiuta definizione in termini quantitativi, non è rappresen­tabile nella tradizionale configurazione del capitale di funzionamento, contribuendo, invero, a determinare quello che si denomina capitale economico, inteso ,quale valore dell'impresa nel suo insieme come complesso economico in esercizio atto a produrre redditi in futuro308.
In tale ottica, può pertanto dirsi che la presenza di risultati rappre­sentativi di profitto assume valore segnaletico della presenza di avvia­mento dell'azienda, costituendone una sorta di espressione periodi­ca309.
Quanto fin qui esposto, può rappresentarsi con un semplice esempio:


Reddito (R)

=

?

Capitale di apporto (C)

=

100.000

Rendimento investimenti privi di rischio (i)

=

3%

Premio di rischio (p)

=

5%

Quindi, applicando la formula:

 

 

R=C(i+p),
avremo
R = 100.000 (0.03 + 0.05) = 8.000 (valore tendenziale di riferimento)

252       Parte Seconda — La dinamica gestionale nelle varie fasi di vita dell'impresa
3.7. Costi, ricavi e volumi produttivi: il punto di equilibrio
La ricchezza ottenuta dalla vendita dei prodotti si rivolga a rigenerare, in primo luogo, il processo produttivo azienda­le, poiché i mezzi finanziari via via affluiti con le vendite consentono il rinnovo dei fattori produttivi mentre in parte dovrebbe essere pre­levata dai proprietari, ciò evidentemente nella misura atta a remunera­re quei fattori conferiti direttamente dai proprietari (risorse finanziarie proprie ed opera imprenditoriale).
Al fine di raggiungere tale obiettivo di remunerazione dei vari consumi, rappresentati dai costi di produzio­ne311 e dagli oneri figurativi, è necessario che la ricchezza derivante dalle vendite (ossia i ricavi complessivi) sia di misura tale da sopra­vanzare i costi correlati.
A favorire l'individuazione del volume minimo di vendite che per­mette la copertura dei costi di esercizio, si ricorre all'analisi costi-vo­lumi-risultati (CVR) che si fonda sulla costruzione di diagrammi di redditività (cosiddetti break-even charts) attraverso i quali identificare il punto di equilibrio (break-even point), ossia il punto a partire dal quale l'impresa, pareggiando i costi di consumo, comincia a consegui­re un utile e, quindi, a verificare se il risultato economico è tale da integrare il concetto di reddito312.
I diagrammi ín questione richiedono l'indicazione sull'asse delle ascisse dei vari volumi di vendita calcolati, mentre sull' asse del­le ordinate si riportano sia i costi complessivi (CT) imputabili all'eser­cizio sia i ricavi com­plessivi (RT) pure computati sui vari volumi in base al prezzo di collocamento.


3.8. Vantaggio competitivo e creazione del valore
Il principio naturale che governa l'at­tività economica sia rappresentato dalla condizione secondo cui essa deve essere condotta in modo da minimizzare i mezzi necessari a svol­gerla, ma tale da raggiungere il massimo risultato possibile che soddi­sferà il soggetto economico.
È opportuno, peraltro, sottolineare che il «massimo risultato possi­bile» ottenibile deve conseguirsi nel rispetto di quei principi fonda­mentali a cui l'azienda deve rispondere, e che ancora richiamiamo, vale a dire:

  • continuità, intesa come l'attitudine a durare nel tempo, pur operan­do in un ambiente mutevole;
  • autonomia, ovvero la capacità dell'impresa di essere interlocutore diretto degli altri portatori di interessi senza interventi di sostegno;
  • economicità o equilibrio economico durevole, condizione necessariaper la sopravvivenza e l'autonomia dell'impresa consistente nel raggiungimento e mantenimento nel tempo di un adeguato equilibrio tracosti sostenuti e ricavi percepiti mediante l'offerta di beni e servizi.

Proprio il rispetto di tali principi costituisce la condizione necessa­ria e sufficiente per il "successo aziendale" e per la creazione di valore nell'ambito delle entità economiche imprenditoriali319. Occorre preci­sare che il valore deve essere inteso come valore economico, ciò poi-. ché grazie ad esso (quindi tramite la capacità dell'impresa di produrre redditi futuri equilibrati ed adeguati) l'impresa riesce a perseguire il suo scopo di perdurabilità.
In tale ottica, il valore economico può identificarsi con la somma dei redditi futuri attesi, ponderati in funzione del tempo e del loro gra­do di incertezza. In questa determinazione si esprime la capacità dell'impresa di contemperare gli obiettivi di breve con quelli di lungo periodo. Emerge l'importanza che lo svolgimento di una qualsiasi attività aziendale possa fondarsi sulla presenza di un vantaggio competitivo.
Nel contesto competitivo il comportamento delle aziende si articola in due strategie di fondo:

  • una strategia basata sui costi, nella quale l'obiettivo è ideare, pro­durre e commercializzare un prodotto in maniera più economica rispetto ai propri concorrenti. In tal modo ponendolo sul mercato allo stesso prezzo essa riuscirà ad ottenere un incremento di reddi­tività (valore economico);
  • una strategia basata sulla differenziazione, il cui fine è quello di fornire al cliente un prodotto che per fattori di qualità e di servizio e per caratteristiche intrinseche viene da questi percepito come unico o superiore. Tale vantaggio potrà tradursi in un incremento della redditività poiché permetterà all'impresa, anche a parità di prezzo, di ampliare la quota di mercato o la fidelizzazione del cliente o,
  • comunque, di praticare un addizionale di prezzo sul prodotto.
  • L'impresa non può, però, scegliere a priori una strategia escludendo totalmente l' altra. Chi sceglie la differenziazione deve valutare la sua struttura dei costi e deve confrontarla con quella dei concorrenti, al-fine di poter realmente compensare la superiorità di prezzo acquisita.
  • Alle predette si affianca una terza strategia detta della focalizzazio­ne, la quale a sua volta potrà essere di costo o di differenziazione. La differenza sostanziale rispettò alle precedenti risiede nel contesto com­petitivo di riferimento, che in questa coincide con un segmento ristret­to di un più ampio settore di attività.
  • Pertanto, in relazione alla dimensione del contesto competitivo l'impresa ha la possibilità di scegliere di operare secondo tre alternati­ve strategiche che generano differenti vantaggi competitivi.
  • Il vantaggio competitivo è, dunque, la capacità dell'azienda di svi­luppare e sostenere nel lungo termine competenze distintive in grado di generare un differenziale che possa essere recepito positivamente dal mercato nel quale opera. Differenziale che come abbiamo visto può coincidere con una riduzione dei costi, una differenziazione del prodotto o una capacità di operare in maniera peculiare su mercati ri­stretti e non ancora individuati da altre imprese.
  • La sostenibilità del vantaggio competitivo conseguito risiede nella capacità dell'azienda di resistere agli effetti erosivi prodotti dal com­portamento della concorrenza e dall'evoluzione del settore nel quale opera321.
  •  
  • 4. L'equilibrio patrimoniale e l'equilibrio finanziario 4.1. Premessa
  • Tra i fattori costitutivi dell'economicità aziendale si individua anche l'equilibrio fi­nanziario.
  • Con tali espressione si intende più specificatamente indicare la ca­pacità dell'impresa di assumere una struttura finanziaria atta a ga­rantire un sincronico flusso delle entrate e delle uscite, e di conse­guenza positivi riflessi in termini economici323.
  • È, quindi, possibile identificare due dimensioni, strettamente inter­connesse, dell'equilibrio finanziario, ossia324:
  • una dimensione statica, inerente la struttura patrimoniale e finan­ziaria assunta dall'azienda (in termini di composizione degli inve­stimenti e delle fonti di finanziamento, nonché delle loro correla­zioni fonti-impieghi);
  • una dimensione dinamica, riguardante l' adeguatezza della gestione finanziaria, nel senso di capacità amministrativa di razionalizzare i percorsi finanziari dell'impresa, in un'ottica sincronica di naziona­lizzazione delle scelte e dei flussi.
  • La dimensione statica consideri anche l'equilibrio patrimoniale, ossia la capacità dell'azienda di dotarsi di una struttura equilibrata degli impieghi e del­le fonti di finanziamento.
  • Non si manca di ricordare l'indissolubile intreccio tra sfe­ra finanziaria, sfera patrimoniale e sfera economica, le quali rappre­sentano aspetti, interdipendenti e collegati, della medesima gestione, i cui effetti influenzano reciprocamente i rispettivi equilibri che, ricor­diamo ancora, rappresentano parti del più ampio equilibrio azienda­le325. In proposito, rilevano, quindi:
  • la delimitazione della sfera finanziaria e della sfera patrimoniale;
  • la determinazione del fabbisogno finanziario e delle correlate for­me di finanziamento;

— la razionalizzazione della struttura finanziaria e dei relativi flussi.
Il riferimento alla sfera finanziaria, rivolta all'identificazione delle mo­vimentazioni di denaró e dei debiti e crediti, può meglio precisarsi di­stinguendo nell'ambito di questa una sub-area monetaria, riguardante le sole variazioni di numerano (in sostanza le effettive uscite ed entra­te di denaro). In base a tale ultima distinzione, è possibile quindi deli­mitare il concetto di equilibrio monetario, inteso quale capacità dell'impresa di far fronte, nel breve periodo, agli impegni finanziari con i mezzi disponibili.
4.2. Le dimensioni della sfera finanziaria
Nella dinamica gestionale aziendale, i pro­cessi aziendali generano una sorta di rotazione tra mezzi finanziari e mezzi economici, nel senso che i mezzi finanziari si convertono all'ini­zio del ciclo in mezzi economici ed i mezzi economici si riconvertono in mezzi finanziari al termine del ciclo. In relazione a ciò, rileva il concetto di fabbisogno finanziario e cioè dell'ammontare delle risorse necessarie per lo svolgimento di una data attività.
4.2.1. IL FABBISOGNO FINANZIARIO
La genesi del fabbisogno finanziario risiede, in linea di principio, nell' anteriorità della manifestazione dei costi rispetto ai ricavi, feno­meno, invero, comune a gran parte delle aziende di produzione.
Tale percorso si presenta sin dalla costituzione di ogni azienda, in quanto l'attivazione del processo produttivo comporta l'esigenza in termini di conoscenza della misura dei mezzi finanziari necessari all' avvio dell' attività.
Appare chiaro come la determinazione del fabbisogno finanziario iniziale, risulti connessa con alcuni fattori fondamentali da porre alla base del relativo calcolo e, cioè:

  • la dimensione aziendale;
  • il settore di attività.

Partendo dalla considerazione del primo aspetto, è evidente la cor­relazione tra dimensione aziendale e fabbisogno finanziario, in quan­to, in prima approssimazione, al crescere della dimensione dell'azien­da, soprattutto in termini di struttura, maggiori saranno le relative esigenze finanziarie.

Si rende necessaria l'adozione del cosiddetto piano finanziario che generalmente comprende:

  • il piano degli investimenti, che rappresenta lo strumento atto a ra­zionalizzare le decisioni riguardanti l' allocazione delle risorse aziendali tra i vari investimenti;
  • il piano dei finanziamenti, il quale riguarda, invece, il reperimento dei mezzi finanziari occorrenti per fronteggiare il fabbisogno di ca­pitale evidenziato dal piano degli investimenti.

L'esigenza di procedere alla redazione dei piani richiamati trova adeguato sostegno nel sistema di previsioni d'azienda che si esprime nella combinata collaborazione tra funzione di programmazione e fun­zione di controllo.
In sintesi, il piano degli investimenti può articolarsi in più piani, tra loro interdipendenti e collegati, atti ad evidenziare il complesso dei beni durevoli e dei fattori di breve durata necessari per il funzionamen­to aziendale, nonché il conseguente effetto economico-finanziario. A tal fine, si richiamano, pertanto:

  • il piano degli investimenti durevoli;
  • il piano degli investimenti di breve durata;
  • il piano economico medio;
  • il piano del fabbisogno finanziario iniziale.

Il piano degli investimenti durevoli è configurabile in un prospetto in cui risulta esposto il complesso dei beni durevoli (materiali ed im­materiali) che assumono la natura di fattori produttivi a fecondità ripe­tuta.
Esempi

  • Terreni

— .Fabbricati

  • Impianti
  • Macchinari ed attrezzature tecniche
  • Mobilio ed arredamenti
  • Automezzi
  • Brevetti, diritti di concessione, marchi, ecc.
  • Costi di impianto o di costituzione

Il collegamento di tale piano con il fabbisogno finanziario iniziale emerge chiaramente, poiché esso segna l'entità della prima parte del fabbisogno finanziario dell'impresa che, in valori globali coincide con il totale dei valori monetari di ciascun elemento patrimoniale elencato nel prospetto.

Ad esempio:

  •  
  • Fabbricati         800.000
  • Impianti            100.000
  • Macchinari ed attrezzature tecniche    20.000
  • Mobilio ed arredamenti            10.000
  • Automezzi         60.000
  • Costi di impianto           10.000

Totale   1.000.000
Il fabbisogno finanziario necessario per la dotazione della struttura sopra indicata ammonta ad 1.000.000 di euro, importo pari al totale dei valori monetari degli investimenti di lunga durata necessari per l'avvio del processo produttivo aziendale.

 

Successivamente, si rende necessario procedere anche alla previ­sione degli impieghi in fattori produttivi a fecondità semplice. In rela­zione a ciò, si dovrà valutare la misura, in termini di costi, di fattori quali:

  • fattore lavoro (stipendi e salari)
  • materie prime e materiali di consumo
  • costi per servizi industriali
  • spese amministrative

Appare utile la predisposizione del piano economico medio e cioè, di un piano che, diretto a stabilire la convenienza a costituire una impresa, pone a raffronto i costi ed i ricavi in funzione della determinazione di un risultato economico me­dio, in sostanza un prospetto del risultato economico medio di perio­do.
Oltre alla specifica utilità che siffatto piano rivela in termini di ana­lisi della potenziale redditività della costituenda impresa, ai fini della determinazione del fabbisogno finanziario iniziale, occorre natural­mente considerare i costi che l'impresa ha previsto di sostenere media­mente in un periodo amministrativo per lo svolgimento della sua atti­vità produttiva. Tra questi costi si dovrà ovviamente tenere conto solo di quelli che generano variazioni finanziarie (cosiddetti costi monetari quali costi di utilizzo fattori, costi di manodopera, oneri finanziari, ecc.), poiché i costi che non hanno diretto riscontro finanziario non devono computarsi (ad esempio ammortamenti, accantonamenti a fon­di rischi, ecc.).
Il totale dei costi denominati monetari rappresenterà la somma an­nua complessiva che l'impresa dovrà mediamente destinare all'acqui­sto dei fattori produttivi a fecondità semplice, la cui misura non costi­tuisce, tuttavia, il connesso fabbisogno finanziario. Ciò in quanto per pervenire a tale grandezza occorre tenere conto della velocità di circo­lazione degli stessi fattori, e cioè del numero delle volte in cui in un periodo annuale essi ritornano sotto forma monetaria.
Tale determinazione che assume il nome di tasso di rinnovo del processo produttivo:
(T=        Durata periodo amministrativo/Durata processo)
Il valore annuo sarà determinato, quindi, rapportando al totale dei costi monetari il relativo tasso di rinnovo. Tale misura risulterà nor­malmente aumentata di un importo inerente la presenza di un fondo cassa da tenere costantemente disponibile in azienda per esigenze cor­renti.

 

 

A scopo esemplificativo, si porta uno schema rudimentale di piano economico medio riferito ad una impresa industriale.
Quindi, considerando i soli costi monetari, l'importo medio annuo di fabbisogno finanziario connesso ai fattori a fecondità semplice as­somma a:

  • costi di utilizzo materie              400.000
  • costi di manodopera     150.000
  • costi per servizi industriali        200.000
  • oneri finanziari e fiscali              180.000

Totale costi monetari   930.000
Ipotizzando una durata media del ciclo monetario di circa quattro mesi, il relativo tasso di rinnovo del ciclo sarà pari a 3 mesi (12/4). Ne deriva che il fabbisogno finanziario connesso ai fattori di breve durata assommerà approssimativamente a:
930.000: 3 = 310.000
Come già affermato tale importo risulterà aumentato di un fondo cassa da tenere costantemente presente in azienda. Si immagini, nel nostro caso, un fondo di 20.000 euro che fa salire il relativo fabbiso­gno a euro 330.000.
Una volta completati i piani degli investimenti come sopra richia­mati, la parte corrispondente del piano finanziario si articolerà sulla base della distinzione tra:

  • fabbisogno finanziario connesso agli investimenti di lunga durata;

 

  • fabbisogno finanziario iniziale connesso agli investimenti di breve durata;
  • fondo cassa.

Riprendendo i dati dei nostri esempi si avrà:


— fabbisogno finanziario investimenti di lunga durata

1.000.000

— fabbisogno finanziario investimenti di breve durata

310.000

— fondo cassa

20.000

Fabbisogno finanziario iniziale

1 .330.000

 

 

 

Si può affermare che il fabbisogno finanziario corren­te di un'impresa si articola tra:

  • rinnovo dei fattori produttivi a fecondità semplice, per la cui coper­tura si ricorre alla provvista graduale (funzione della durata del ci­clo monetario) che la gestione operativa corrente garantisce nel bre­ve termine (generalmente infrannuale)334, al fine di pervenire all'integrale ricostituzione delle dotazioni;
  • rinnovo dei fattori produttivi a fecondità ripetuta, per i quali, essen­dosi in presenza di utilità pluriennali, il correlato fabbisogno di rin­novo (integrale) si manifesta solo a distanza di tempo (ultrannuale). Da ciò l'esigenza che la gestione aziendale sia in grado di favorire il recupero graduale nel tempo dei mezzi finanziari necessari per il rinnovo, ciò mediante la copertura delle utilizzazioni (rappresentate dagli ammortamenti) con i ricavi annuali335.

La copertura del fabbisogno finanziario corren­te dovrebbe normalmente essere assicurata dal flusso di ricavi genera­to dalla gestione operativa dell'impresa stessa.

 

Il piano finanziario, oltre ad indicare il fabbisogno emergente dalla programmata struttura aziendale e dalla conseguente gestione corren­te, si deve completare con l'individuazione delle fonti di copertura del fabbisogno stesso.
Riguardo le varie specie di fonti, ricordiamo, in estrema sintesi le principali classificazioni tra336:

  • fonti interne e fonti esterne;
  • fonti proprie e fonti di terzi.

La prima classificazione separa i finanziamenti derivanti da fonti esterne all'azienda da quelli che la gestione aziendale è in grado di generare. In tale ottica, si intendono come esterne tutte le fonti che non siano direttamente riconducibili alla stessa gestione (in buona sostanza gli utili). Quindi, risultano esterni tanto i finanziamenti concessi da soggetti terzi (banche, fornitori, ecc.) quanto i finanziamenti operati dalla proprietà a titolo di capitale di rischio (capitale netto, capitale sociale).
La seconda classificazione separa, invece, le fonti proprie, costitui­te dai mezzi propri conferiti in sede di costituzione o di aumento del capitale, dall'imprenditore o dai soci nel caso di forme collettive, dalle fonti di terzi, intese in senso stretto quali fonti provenienti da indebita-mento con terzi.
Brevemente, le fonti proprie sono caratterizzate da:

  • stabilità;
  • obbligo di rimborso solo alla cessazione dell'attività aziendale;
  • assenza di obbligo di remunerazione.

Nell' ambito delle fonti proprie, oltre al capitale di apporto, rientra­no ovviamente gli utili conseguiti dall'impresa che non vengono di­stribuiti e che costituiscono le cosiddette riserve.

 

Sempre nell'ambito delle riserve è poi possibile ricondurre i contri­buti che l'impresa è in grado di ottenere da enti ed istituzioni pubbli­che in relazione a leggi di agevolazione finanziaria. E’ possibile, per le aziende richiedenti (solitamente piccole e medie imprese), ricevere finanzia­menti a vari livelli (comunitario, nazionale, regionale, ecc.). Con i fi­nanziamenti in questione, denominati finanziamenti a fondo perduto, le imprese beneficiarie si trovano una fonte di finanziamento esterno che diviene ad ogni titolo capitale proprio, ciò senza che sorga alcun onere finanziario o obbligo di restituzione o vincolo che non sia costi­tuito dal rispetto delle regole di ammissione al finanziamento stesso337.
Le fonti di terzi derivano, invece, dal ricorso a finanziamenti da terze economie, trovando espressione nei debiti di funzionamento e nei debiti di finanziamento, i quali in vario modo implicano il sosteni­mento di oneri.
In concreto le fonti di terzi presentano i seguenti caratteri:

  • obbligo di restituzione secondo tempi e modalità determinate;
  • onerosità.

E’possibile riscontrare varie tipologie di forme di finanziamento esterne all'azienda quali338:
FORME DI FINANZIAMENTO DI LUNGA DURATA (OLTRE CINQUE ANNI)

  • prestiti obbligazionari
  • mutui
  • prestiti subordinati e prestiti senza scadenza

FORME DI FINANZIAMENTO DI MEDIO TERMINE (TRA UNO E CIN­QUE ANNI) E DI BREVE TERMINE (MENO DI UN ANNO):

  • aperture di credito
  • anticipazioni a scadenza fissa
  • finanziamenti assistiti da garanzia cambiaria
  • project financing
  • factoring
  • leasing

Partendo dalle forme di finanziamento di lunga durata (prestiti obbligazionari e mutui), rileviamo come il prestito obbligazionario costituisca una forma di finanziamento basata sull'emissione di titoli obbligazionari da parte dell'impresa. Il costo del prestito è rappresen­tato in questo caso dagli interessi che periodicamente l'impresa corri­sponde agli obbligazionisti, impegnandosi, peraltro, alla restituzione, ad una data scadenza, del capitale ricevuto. E opportuno precisare che l'emissione dei prestiti obbligazionari è dalla legge consentita solo al­le forme collettive azionarie, dato il rispetto di alcune condizioni sta­bilite dalla legge339.
L'altra tradizionale forma di finanziamento di lungo termine è il mutuo che è rappresentativo di un finanziamento oneroso in base al quale una parte (mutuante) concede ad un'altra parte (mutuatario) la disponibilità per un certo periodo di tempo di una somma di denaro. L'operazione di mutuo, di durata generalmente lunga (10, 20, 30 anni) ha una struttura che può variare in funzione delle condizioni che pos­sono ricondursi essenzialmente a due forme:

  • a tasso di interesse fisso;
  • a tasso di interesse variabile.

In entrambi i casi, si predispone un «piano di ammortamento» del prestito con rate periodiche comprensive dei due elementi costitutivi e cioè: capitale e interessi.

Nel caso dei prestiti subordinati, si è in presenza di veri e propri debiti verso terzi finanziatori, il cui diritto al rimborso può essere eser­citato solo dopo che siano stati soddisfatti tutti gli altri creditori non subordinati. È proprio tale «rimborso subordinato» al rimborso di tutti gli altri debiti dell'azienda a favorire l' assimilazione parziale al capi­tale proprio.
In realtà, si tratta di una forma di finanziamento da terzi di medio-lungo termine che, ai vantaggi connessi al consolidamento delle passi­vità e contestuale miglioramento della struttura finanziaria a breve dell'impresa, contrappone un carico di oneri finanziari notevole in conseguenza dell'ovvio maggiore tasso di interesse riconosciuto per tale forma di finanziamento.
I prestiti senza scadenza (perpetuai) sono, invece dei finanziamenti ricevuti da terzi, che, pur comportando un costo in termini di interessi passivi (normalmente crescenti nel tempo), non presentano una defini­ta data di scadenza che consente di assimilare nella sostanza tali forme di debito ai mezzi propri.
Passando alle forme di finanziamento di breve termine, si ricorda dapprima l' apertura di credito in c/c, che consiste nell'affidamento concesso all'azienda da una banca, relativamente alla possibilità di utilizzo di risorse finanziarie messe a disposizione entro limiti presta­biliti (fido) e ad un tasso di interesse convenuto.
Tecnicamente l'utilizzo delle risorse messe a disposizione dalla banca può avvenire in funzione delle esigenze dell'impresa, poiché la somma coincidente con il fido non viene necessariamente prelevata interamente sin dal primo momento, ciò consentendo di operare i prelevamenti in ragione delle necessità, tenendo, inoltre, conto che durante il rapporto è parimenti possibile operare dei versamenti di somme di denaro atti a ri­durre l'esposizione debitoria dell'impresa verso la banca.
Pur potendosi ricondurre alle forme di finanzia­mento a breve termine, questa tipologia di finanziamento non presenta

una scadenza prestabilita, potendosi, quindi, in concreto protrarre an-
che per lunghi anni.
Diversa dall'apertura di credito, è la forma dell' anticipazione a scadenza fissa, ossia la erogazione somme di denaro da parte di una banca, per le quali l'impresa che riceve il prestito si impegna a rimbor­sare nel breve periodo (ad una scadenza fissa) le somme ricevute, au­mentate ovviamente degli interessi. In tali casi, la somma viene ini­zialmente erogata in unica soluzione dalla banca (o dalle banche consorziate in caso di anticipazione concessa in pool) a favore dell'im­presa che a fronte del prestito viene chiamata ad offrire delle garanzie rappresentate da titoli o da merci.
Una forma particolare di anticipazione si connette con' i crediti aziendali, nel senso che le imprese che operano vendite con concessio­ne di dilazioni di regolamento ai clienti, possono ottenere finanzia-menti secondo varie formule riconducibili alle seguenti:

  • anticipazione salvo buon fine, in cui l'impresa riceve prima della scadenza l' importo del credito (che può essere rappresentato da fat­ture o ricevute bancarie), ciò senza che avvenga la cessione del cre­dito stesso;
  • sconto di cambiali, in cui l'impresa, cedendo formalmente ad una banca i crediti verso clienti rappresentati da cambiali attive, riceve il netto ricavo dei crediti stessi sempre con clausola salvo buon fine. In questo tipo di finanziamento la banca richiede normalmente la presenza di alcuni requisiti di «bancabilità» dei titoli cambiari, con­nessi alla scadenza breve, la firma di persone solvibili, la presenza di garanzie personali, ecc.

Il project financing è una specifica forma di finanziamento, partico­larmente adatta per le imprese che operano su commessa, ossia su or­dinazioni di clienti inerenti opere generalmente di lunga durata.
La forma di finanziamento in questione comporta l' erogazione del­la somma di denaro da parte dell'istituto finanziatore, ciò prima dell'esecuzione della commessa, favorendo lo smobilizzo anticipato dei crediti connessi all'avanzamento dei lavori della commessa. Le
modalità di rimborso del prestito, il cui costo, ancorato alle condizioni del mercato, è anche influenzato dalla posizione contrattuale dell'im­presa richiedente, si collegano direttamente alle entrate derivanti dalla commessa.
Anche il riporto bancario costituisce una forma di finanziamento, ciò nel momento in cui il riportato (impresa) trasferisce in proprietà al riportatore (finanziatore) titoli di credito di una data specie per un de­terminato prezzo. In relazione a ciò, il riportatore assume l'obbligo di trasferire al riportato, alla scadenza di un prestabilito termine, la pro­prietà di altrettanti titoli della stessa specie, dietro rimborso del prez­zo, evidentemente aumentato rispetto alla prima operazione in misura pari al costo del finanziamento.
Tale forma di finanziamento, che presenta analogie tecniche con le anticipazioni, si basa su titoli di credito costituiti normalmente da tito­li mobiliari, anche se è possibile riscontrare riporti su valute.
Una ulteriore forma di finanziamento è costituita poi dal cosiddet­to factoring. Trattasi di una modalità di finanziamento effettuata da operatori specializzati a ciò (cosiddetti factor) per certi versi simile alle già richiamate anticipazioni su crediti, in quanto comporta la pos­sibilità per l'impresa richiedente di ricevere in via anticipata l'importo di un credito, ovviamente al netto dello sconto e delle commissioni e spese derivanti dall'operazione.
Precisato che il ricorso ai contratti di factoring è tipico di quelle imprese che operano politiche di vendita basate su regolari dilazioni di pagamento, è opportuno evidenziare come in questi casi tali contratti riguardino normalmente l'intero portafoglio clienti di un'impresa, o comunque una consistente parte dei crediti della stessa.
L'operazione di factoring può assumere due principali forme:

  • factoring pro-solvendo;
  • factoring pro-soluto.

Il factoring pro-solvendo consiste in una operazione di prestito che può a sua volta articolarsi secondo differenti modalità di funzionamen­to a seconda che i relativi crediti fungano da vera e propria garanzia per il finanziamento ovvero da «titoli» che vengono scontati con anti­cipo del netto ricavo.
Nel primo caso, si è in presenza di una sorta di anticipazione a sca­denza fissa su crediti, mentre nel secondo caso l'operazione ricorda più le modalità dello «sconto di cambiali». In ogni caso, l'importo anticipato dal Factor risulta ovviamente al netto degli interessi e delle commissioni e spese concernenti l'operazione. Il rischio di insolvenza rimane, peraltro, in capo al creditore cedente ed è per questo motivo che si parla anche di factoring con rivalsa.
Diversamente, nel caso di factoring pro-soluto, si è in presenza di una vera e propria cessione dei crediti, poiché il factor «acquista» -di fatto gli stessi, assumendosi in pieno il rischio di insolvenza e l'onere della gestione dei crediti34°.
Il leasing finanziario, infine, consiste in una forma di finanziamen­to in base alla quale un'impresa, rivolgendosi ad un istituto specializ­zato di leasing, può disporre, senza dover procedere all'acquisto im­mediato, di un bene nella forma della locazione. In sostanza, l'isti-tuto di leasing interviene nell'operazione acquistando o finanziando la co­struzione del bene richiesto dall'impresa divenendone proprietario. Successivamente concede in locazione tale bene all'impresa richie­dente, dietro pagamento di una serie di canoni comprensivi di una quo­ta parte del valore del bene e di una quota parte relativa agli interessi dovuti sul capitale impiegato.
Si evidenzia come al termine del periodo contrattuale di locazione è normalmente prevista la cosiddetta clausola di riscatto, che consente al conduttore di riscattare appunto la
proprietà del bene dietro paga­mento di una somma già stabilita inizialmente in contratto.
Una ultima annotazione deve, infine, riservarsi a quelle situazioni in cui il finanziamento risulta operato da parte di un socio dell'impresa ovvero da una società appartenente al medesimo gruppo societario.
Invero, nell'ipotesi di finanziamento dei soci, occorre distinguere le situazioni in cui il socio assume la veste di terzo finanziatore a tutti gli effetti, ciò operando un prestito alla società che si impegna a restituire quello che diviene un vero e proprio debito di finanziamento ad una certa scadenza, pagando nel contempo un interesse, seppure general­mente fissato ad un tasso piuttosto basso. Laddove, invece, l'erogazio­ne delle somme da parte del socio venisse operata in conto capitale, ossia a titolo di capitale proprio, si sarebbe in presenza dei cosiddetti versamenti in conto capitale che, oltre a risultare infruttiferi, non sono soggetti a restituzione, se non al momento della liquidazione della so­cietà stessa.
Nel caso di prestito ricevuto da una società dello stesso gruppo si è in presenza di un prestito che, considerando le due aziende come sin­gole entità giuridicamente distinte, assume gli stessi caratteri di un qualsiasi finanziamento da terzi.

Anche gli stessi de­biti di funzionamento (o di fornitura) costituiscono, come già eviden­ziammo, dei finanziamenti, seppure indiretti. Le relative dilazioni, in­fatti, seppure non sempre espressamente, comportano l'inclusione nel prezzo di vendita praticato dai fornitori di un interesse «implicito» la cui misura definisce il costo della dilazione stessa, la quale, comun­que, consente di abbreviare la durata del ciclo monetario e, quindi, la necessità di copertura del fabbisogno finanziario.
La scelta delle varie fonti di finanziamento costituisce un passaggio fondamentale ai fini di una razionale struttura finanziaria dell' impresa.
I fattori principali a cui fare riferimento sono rappresentati dai se­guenti:

  • la struttura legale che l'impresa intende assumere;
  • la composizione degli investimenti (di lungo termine e di breve ter­mine);

le condizioni del mercato finanziario e del mercato creditizio;

  • la convenienza economica;

le politiche di approvvigionamento e le politiche di vendita pro­grammate dall'impresa;

  • il regime fiscale che disciplina le varie fonti di finanziamento.

Riguardo al primo fattore, è evidente come la struttura legale possa influire direttamente sulla composizione delle fonti di finanziamento, ciò sia in relazione alla possibilità di rendere più consistente la fonte del capitale proprio (forme societarie), sia riguardo alle opportunità offerte solo da alcune tipologie societarie.

4.2.3. LE CORRELAZIONI FONTI-IMPIEGHI
Gli investimenti necessari all'avvio e al funzionamento del proces­so produttivo aziendale e le fonti di finanziamento destinate alla coper­tura del fabbisogno finanziario generato dagli stessi determinano la struttura finanziaria dell'impresa.
Evidentemente tale struttura, al fine di favorire il perseguimento dell'equilibrio finanziario ed aziendale in genere, deve rispettare dei criteri di razionalità, inerenti in particolare la presenza di alcune logi­che correlazioni. In particolare, attesa la contestuale presenza di inve­stimenti di lunga durata e di impieghi di breve durata è evidente il differente percorso che gli stessi seguono in termini di durata dei tem­pi di rotazione. Invero, mentre i fattori produttivi a fecondità semplice hanno una rotazione tendenzialmente breve, i fattori produttivi a fe­condità ripetuta presentano tempi di ritorno sotto la forma finanziaria piuttosto lunghi. In relazione a ciò, ne deriva l'esigenza di finanziare le differenti tipologie di mezzi con adeguate fonti di finanziamento in grado di rispettare la rotazione più o meno lenta degli investimenti. Quindi, è chiaro che nel caso dei fattori produttivi a fecondità ripetuta materiali ed immateriali (fabbricati, impianti, macchinari, automezzi, brevetti, ecc.), la relativa lunga durata, segnata dalla contestuale proce­dura di ammortamento, necessita di una fonte di finanziamento di lun­go termine tendenzialmente di natura propria.
Il finanziamento di un investimento di lunga durata con fonte propria favorisce:
assenza di tensioni di liquidità legate ai tempi di restituzione di eventuali debiti;
— l' assenza di oneri finanziari connessi agli stessi debiti;
la possibilità di procedere al rinnovo dell'investimento, grazie alle quote di ammortamento che via via favoriscono il recupero globale dei mezzi finanziari nel tempo.
Viceversa, l'eventuale finanziamento di un investimento di lunga durata con una fonte di terzi di lunga durata favorirebbe quanto meno la presenza di oneri finanziari. A ciò si aggiunga l'impossibilità di procedere al rinnovo degli impianti tramite il cumulo delle risorse re­cuperate mediante le quote di ammortamento le quali, almeno in parte risulterebbero assorbite dal pagamento appunto degli interessi.
In definitiva, emerge chiaramente come il fabbisogno finanziario connesso agli investimenti di lunga durata (materiali, immateriali e finanziaria) debba trovare integrale copertura in fonti proprie, o al più, in combinazioni di fonti proprie (in ogni caso tendenzialmente preva­lenti) e fonti di terzi di lunga durata (tipo mutui e prestiti obbliga­zionari)342.
In corrispondenza di tale modalità di copertura, che definisce la positività del cosiddetto margine di struttura, si può riscontrare la con-testuale automatica positività del margine di disponibilità, ossia del confronto tra mezzi di breve durata (fattori produttivi a fecondità sem­plice, crediti e liquidità) e fonti di finanziamento di breve durata343.
Ulteriormente utile a tal proposito può risultare il calcolo del cosid­detto ciclo monetario che consiste nella determinazione della durata media del percorso che impiega la moneta dal momento dell'acquisto dei fattori produttivi, relativa trasformazione, fino al momento del ri­torno generato dalla vendita e, più precisamente dall'incasso.
Il calcolo semplificato del ciclo monetario della gestione aziendale si ottiene sommando algebricamente la dilazione media dei crediti e debiti di fornitura a cui si aggiunge la rotazione media del magazzino. In relazione a ciò, la durata del ciclo tenderà a crescere al crescere della prevalenza dei tempi di rotazione dei crediti e del magazzino ri­spetto ai debiti. Alcuni esempi serviranno a meglio cogliere. l' utilità dello strumento:

4.3. I processi di autofinanziamento e l'analisi dei flussi finanziari
A completamento dell'analisi dell'equilibrio finanziario, è necessa­rio operare un cenno ad ulteriori fenomeni rilevanti ai fini dello studio dell'equilibrio finanziario.
In primo luogo, in relazione al funzionamento aziendale, la capaci­tà dell' azienda di perseguire condizioni di equilibrio duraturo dovreb­be favorire la possibilità di attuare le cosiddette politiche di autofinan­ziamento mediante i processi di ritenzione degli utili aziendali.
L' autofinanziamento è un fenomeno che, trovando origine nell'aspetto economico della gestione, può considerarsi espressione di una specifica politica aziendale mediante la quale l'azienda tende a soddisfare il proprio fabbisogno finanziario con risorse provenienti dal funzionamento del proprio processo produttivo344.
Evidentemente, per ottenere ciò è necessario che il flusso dei ricavi generati dallo svolgimento dell'attività economica sia costantemente in grado di rinnovare i processi produttivi oggetto dell'attività stessa. garantendo nel contempo la remunerazione degli oneri figurativi. Sostanzialmente nel momento in cui il flusso di ricavi generato dal­le vendite fosse in grado di sopravanzare i costi gestionali e gli oneri figurativi, il profitto perseguito favorirà un duplice effetto346:
— sul piano economico-patrimoniale, oltre alla rigenerazione dei fattori produttivi consumati (compresa la remunerazione degli oneri
figurativi), si avrà il potenziamento gestionale mediante reinvesti-
mento della extra-ricchezza ottenuta (profitto) con ampliamento
della capacità produttiva;
— sul piano finanziario, si avrà il ritorno sotto forma monetaria delle risorse impiegate a vario titolo (finanziamento dei costi sostenuti) e la contestuale presenza di una eccedenza finanziaria (in linea di principio pari alla misura del profitto trattenuto in azienda), il cui reimpiego nel processo produttivo favorisce lo sviluppo aziendale. Da quanto affermato, l' autofinanziamento si riconduce ad un auspicabile processo di potenziamento patrimoniale, in quanto incrementa
la misura dei mezzi propri stabilmente investiti in azienda, limitando la diminuzione di risorse finanziarie altrimenti destinate alla distribu­zione ai soci347. In senso proprio il significato di autofinanziamento dovrebbe limitarsi al solo auto potenziamento o auto generazione derivante dagli utili patrimonializzati e non anche estendersi ad ogni possibile politica gestionale che trova nella raziona­lizzazione dei flussi il proprio fondamento.

 

In effetti, mentre lo studio della struttura finanziaria, nella sua com­posizione e nelle conseguenti correlazioni, costituisce l'aspetto statico della gestione finanziaria, l' analisi dei flussi ne rappresenta l'aspetto dinamico.
Al riguardo, dato un fondo di valori (variamente costituito dal pa­trimonio aziendale considerato totalmente o parzialmente) se ne stu­diano le variazioni, ciò utilizzando appositi prospetti denominati ren­diconti finanziari.
La configurazione di disponibilità mone­taria netta ed il concetto di cash-flow operativo, entrambi strumenti di elevata capacità segnaletica della capacità finanziaria dell'impresa.
La disponibilità monetaria netta consiste nel confronto tra la som­ma algebrica dei valori in cassa e conti correnti bancari e postali attivi con i conti correnti bancari passivi come rilevati all'inizio dell'eserci­zio e la stessa somma algebrica come rilevata alla fine dell'esercizio.
DISPONIBILITÀ MONETARIA NETTA
1/1/n Cassa e banche c/c attivi — Banche c/c passivi = = saldo netto (a)
31/12/n Cassa e banche c/c attivi — Banche c/c passivi = = saldo netto (b)
A — B = DISPONIBILITÀ MONETARIA NETTA
Ai fini della relativa analisi, si rende necessaria la pre­disposizione del già citato rendiconto finanziario, atto appunto ad evi­denziare le variazioni determinate dalla gestione aziendale in termini di generazione ed assorbimento delle risorse finanziarie che hanno de­terminato la differenza rilevata nella misura della disponibilità mone­tari netta.
Peraltro, nel momento in cui tale analisi risulta limitata ai flussi monetari generati dall'attività di gestione, il riferimento è rivolto al cosiddetto cash-flow operazionale o operativo. La grandezza in que­stione si ottiene sulla base della considerazione della natura monetaria dei ricavi di vendita e dei costi di produzione.
In sostanza, la determinazione del cash-flow operazionale parte dall'assunto che non tutti i ricavi di vendita- dell'esercizio hanno già generato l'entrata monetaria, così come non tutti i costi di produzione del medesimo esercizio hanno generato la relativa uscita finanziaria.

Quindi, depurando tali valori della misura non ancora manifestata mo­netariamente si otterrà appunto il flusso di cassa operativo che dà co­gnizione della capacità della gestione operativa di generare o drenare, a seconda dei casi, risorse finanziarie.

 

Fonte: http://download1123.mediafire.com/md15ugzrp5bg/orzkbc86wa6nfjn/Lineamenti+di+Economia+aziendale+-+parte+4.docx

http://download2196.mediafire.com/o3o1ntko0rbg/8zs1w230f7zj7vf/Lineamenti+di+Economia+aziendale+-+parte+3.docx

Sito web da visitare: https://m.facebook.com/notes/unisalentoius-spaccio-riassunti/riassunti-dei-libri-disponibili-database-in-continuo-aggiornamento/117560628324656/

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