Teorie economiche

 


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Teorie economiche

 

SCIENZA DELLE FINANZE

 

LE PRINCIPALI TEORIE ECONOMICHE

 

ECONOMIA FEUDALE: dalla caduta dell'Impero Romano d'occidente, 476 d.c., fino al 1500.

PRIMA FASE: vede un'economia quasi esclusivamente basata sull'agricoltura, organizzata secondo il sistema curtense, a carattere chiuso: il feudo (feudatari, servi della gleba, artigiani) è un mondo autonomo e autosufficiente.

SECONDA FASE: intorno all'anno mille, i servi della gleba, liberati, continuano a coltivare le terre versando ai proprietari metà sia dei prodotti, sia dei guadagni; si verifica un esodo dalle campagne verso le città; le innovazioni nelle tecniche e negli strumenti di lavorazione della terra comportano un incremento della produzione e il sistematico ricorso allo scambio; il fiorire delle attività commerciali fa emergere una nuova classe sociale, quella dei mercanti, tramite tra produttori e consumatori.

 

MERCANTILISMO: dal 1500 fino al 1750. L'evoluzione dell'economia da feudale a mercantilista avviene per le seguenti cause:

  • crescente ampiezza del mercato (scoperte geografiche > fondazione di colonie > importazioni ed esportazioni);
  • sviluppo delle scienze (scoperte di Galileo e di Copernico);
  • formazione dei grandi Stati nazionali (Francia, Spagna, Inghilterra);
  • riforma protestante, per cui dalla rigida morale medievale che condanna l'accumulo delle ricchezze si passa alla morale protestante che valuta positivamente l'attività commerciale.

Per il mercantilismo, il commercio dipende dalla moneta e lo Stato, che si vuole forte, deve proteggere il commercio attraverso una tassazione molto contenuta e una politica protezionistica che sviluppi le esportazioni ma ostacoli le importazioni, limitando così l'uscita di moneta. L'intervento dello Stato è indispensabile.

J. B. Colbert, ministro di Luigi XIV, nel 1600 è il massimo esponente del mercantilismo; egli inaugura l'epoca dello Stato interventista: favorisce la nascita e lo sviluppo delle industrie e, con interventi mirati, migliora la qualità dei prodotti francesi.

 

FISIOCRAZIA (governo della natura): dal 1758 al 1780, si sviluppa in Francia e risente delle idee illuministe.

Secondo questa dottrina, esiste un ordine economico naturale consistente in un insieme di leggi fisiche e morali che domina la società; la libertà di iniziativa economica e il libero scambio non devono essere limitati, lo Stato ha il solo compito di armonizzare le leggi umane con quelle naturali; si afferma il principio del laissez faire e l'intervento dello Stato non è indispensabile.

F. Quesnay, fondatore della scuola fisiocratica, teorizza che la società è articolata in tre classi: i proprietari fondiari, la classe produttiva degli agricoltori e la classe sterile (artigiani, mercanti...). La terra è l'unica fonte di ricchezza, i proprietari terrieri sono i legittimi detentori di tale ricchezza pertanto sono l'unica classe tenuta al pagamento delle imposte.

La fisiocrazia getta le basi del sistema economico liberista, teorizzato in Inghilterra nel corso del XVIII secolo.

 

ECONOMIA CLASSICA (sistema liberista e società capitalistica): dal 1776 al 1848, si sviluppa sullo sfondo della rivoluzione industriale e si fonda sulla fiducia assoluta nella piena libertà di iniziativa economica; si  afferma la concezione liberista del mercato come sistema economico in grado di autoregolarsi per cui lo Stato ha un compito residuale che consiste nel fornire i servizi pubblici essenziali per ottener i quali i cittadini sono tenuti al pagamento di imposte.

A.Smith (autore, nel 1776, delle “Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni”) considerato il padre della scienza economica, fa riferimento ad una “mano invisibile”, in grado di convogliare le azioni dei singoli individui verso il benessere comune.

J.B. Say elabora la teoria del consumo: l'attività pubblica si riduce ad un consumo improduttivo di ricchezza; la spesa pubblica grava sui cittadini causando loro una diminuzione di reddito che potrebbe, invece, essere impegnato per incrementare la produzione.

W. Senior mette a punto la teoria dello scambio per cui i tributi pagati dai singoli sono il prezzo dei beni e dei servizi prodotti dagli enti pubblici: tra l'uno e gli altri dovrebbe esistere equivalenza economica.

J.S. Mill sostiene la teoria della finanza sociale: consapevole delle differenze create dal sistema liberale tra le varie classi sociali, Mill auspica interventi pubblici per tutelare “i contraenti deboli del patto sociale”.

 

APPROFONDIMENTI

Nell'opera di Adam Smith: “An inquiry into the nature and causes of the wealth of nations” apparsa nel 1776, sono contenuti due passaggi famosi. Il primo afferma: “non è certo alla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi”. Il secondo passaggio dice pressapoco così: “Siccome ogni individuo si sforza, nella misura del possibile, di impiegare il suo capitale in modo che il suo prodotto possa avere il massimo valore, ogni individuo opera necessariamente per rendere il reddito della società il massimo possibile. In effetti egli non intende, in genere, perseguire l'interesse pubblico, ne' è consapevole delle misura in cui lo sta perseguendo. Quando dirige la sua attività in modo tale che il suo prodotto sia il massimo possibile, egli mira al suo proprio guadagno ed è condotto da una mano invisibile a perseguire un fine che non rientra nelle sue intenzioni. Perseguendo il suo interesse, egli spesso persegue l'interesse della società....”.

 

Adam Smith è da tutti ritenuto il padre fondatore della scienza economica ma, forse, a torto: Antonio Serra, filosofo ed economista vissuto nel seicento, nel Regno di Napoli, diceva le stesse cose, probabilmente più avanzate, nel suo “Breve trattato delle cause che possono far abbondare li regni d'oro e d'argento dove non sono miniere” del 1613.

 

Le teorie liberiste si traducono nel capitalismo, un sistema economico caratterizzato dai seguenti elementi:

  • proprietà privata dei mezzi di produzione;
  • larga diffusione del lavoro salariato;
  • meccanizzazione dei processi produttivi;
  • espansione dei mercati;
  • presenza del capitale cioè di una ricchezza che, anziché essere accumulata o consumata, viene investita in processi produttivi che generano nuova ricchezza.

L'affermazione completa del capitalismo avviene in Inghilterra, nel corso del XVIII secolo, sullo sfondo della Rivoluzione industriale.

La società capitalistica è così composta:

CAPITALISTI

Sono i detentori del capitale cioè della ricchezza necessaria per attivare la produzione.

PROPRIETARI TERRIERI

Sono i nobili cui spetta una remunerazione in cambio della cessione in uso delle loro terre ai capitalisti.

LAVORATORI O PROLETARI

Sono coloro che cedono la loro forza – lavoro in cambio di un salario.

 

La questione sociale: la rivoluzione industriale porta alcuni radicali cambiamenti:

  • l'introduzione di nuove macchine e nuove tecnologie determina la concentrazione dei lavoratori in un unico luogo, la fabbrica, dove trova pratica applicazione la teoria della divisione del lavoro. L'attività produttiva è divisa in fasi affidata ad un solo lavoratore o a piccoli gruppi in modo da ottenere una sempre più marcata specializzazione.
  • Il principio della divisione del lavoro nell'attività produttiva viene perfezionato e applicato in America, nel XX secolo prima con il taylorismo poi con il fordismo (il primo teorizza il sistema della catena di montaggio, il secondo la utilizza per la produzione di automobili).
  • Se la divisione del lavoro porta buoni risultati sul piano economico, le condizioni dei lavoratori sono penose; tra l'altro, sono largamente utilizzati sia il lavoro femminile sia quello minorile.
  • L'opinione pubblica non rimane insensibile a tale situazione: si registrano, infatti, interventi legislativi intesi a migliorare le condizioni dei lavoratori (es. legge sulle fabbriche del 1831); e, dopo la metà del XIX secolo, nascono le prime associazioni di lavoratori, tra cui le società di mutuo soccorso, i sindacati e i partiti politici.

 

Il pensiero socialista e il sistema collettivista: nell'ottocento nasce il socialismo, un movimento profondamente critico nei confronti del sistema capitalista.

L'ECONOMIA MARXIANA .Karl Marx (1818-1883) ritiene inevitabile la “lotta di classe” tra i lavoratori sfruttati e i datori di lavoro, sfruttatori. Questi ultimi si appropriano,ingiustamente del cosiddetto “plusvalore” cioè della differenza tra il valore dei beni prodotti e il salario pagato determinando, in questo modo, una concentrazione della ricchezza nelle loro mani e una condizione di fame e di miseria per i lavoratori; lo Stato, peraltro, incrementa e consolida il potere della classe borghese. In questa situazione, è inevitabile una rivoluzione che consenta alla classe operaia di ribaltare il sistema e porre le basi di una nuova società più giusta ed equa: la società comunista.

Le idee di Marx sono alla base della Rivoluzione russa del 1917 che determina l'affermazione del sistema economico collettivista.

L'ECONOMIA NEOCLASSICA (fine 800). E' una corrente di pensiero che condivide molti principi della scuola classica; nel suo ambito assumono rilievo le teorie di seguito indicate.

  • La scuola marginalista secondo cui ogni soggetto raggiunge la posizione di equilibrio quando riesce a distribuire la propria spesa in modo che le utilità marginali ponderate (rapporto tra utilità marginali e relativi prezzi) dei vari beni acquistati risultino uguali.

              E. Sax sostiene che la classe politica è tenuta a capire i bisogni pubblici dei cittadini e a provvedere a

              soddisfarli secondo il principio dell'utilità marginale: in questo modo, l'attività finanziaria pubblica 

              si organizza in modo razionale.

  • I socialisti della cattedra: Wagner e Stein sono favorevoli ad un moderato intervento dello Stato in economia a fini redistributivi.

 

LE TEORIE POLITICO SOCIOLOGICHE (Griziotti e Mosca) affermano che, per comprendere i fenomeni finanziari, non sono sempre sufficienti gli strumenti tipici dell'economia, ma è opportuno soffermarsi sul movente politico e sociologico dell'attività finanziaria dello Stato.

 

La crisi economica del 1929.  Nel 1929 l'economia americana entra in un periodo di crisi senza precedenti che, a partire dal crollo della Borsa di New York, determina il fallimento di numerose imprese e la chiusura di importanti settori produttivi con ripercussioni gravissime sull'occupazione; nel 1933 risultano senza lavoro circa tredici milioni di persone: un lavoratore americano su quattro. Le premesse della crisi sono da ricercare nel decennio precedente; la sequenza degli avvenimenti che precedono il crollo di Wall Street si può così ricostruire:

crollo delle esportazioni (dovuto alla ripresa dell'economia agricola europea dopo la prima guerra mondiale e alla conseguente diminuzione delle importazioni di prodotti dagli Stati Uniti) > sovrapproduzione agricola > crollo dei prezzi > crisi delle imprese agricole > riduzione dei consumi > contrazione della produzione > fallimento delle imprese > aumento della disoccupazione > crisi economica del 1929: il 24 ottobre di quell'anno, passato alla storia come “il giovedì nero”, i listini della Borsa di New York crollano. Si verifica un forte ribasso di valore dei titoli, il che spinge moltissime persone a vendere quelli di cui sono possessori aggravando ulteriormente la situazione: in meno di quattro giorni il valore dei titoli si abbassa del 40%.

Il New Deal (Nuovo Corso) è il nome del piano promosso dal Presidente Franklin Delano Roosevelt per risollevare l'economia del Paese, le cui tappe possono così riassumersi: promozione di opere pubbliche (tra cui la costruzione di dighe atte a consentire lo sfruttamento idroelettrico del fiume Tennessee) che danno lavoro a molte persone > sussidi economici per i disoccupati > garanzie di salari minimi per i lavoratori dipendenti > forme di assicurazione per la vecchiaia > sussidi ai coltivatori affinchè la produzione sia ridotta e venga consentita la risalita dei prezzi.

 

LA TEORIA KEYNESIANA. L'esperienza del New Deal evidenzia la necessità di sostenere il sistema economico con azioni da parte dello Stato; J. M. Keynes, in  particolare, asserisce che la costruzione di grandi opere pubbliche può attivare la ripresa economica e favorire un'economia di piena occupazione.

Secondo Keynes, è conveniente affrontare fasi di disavanzo del Bilancio statale (deficit spending), allo scopo di dare stimolo alla domanda nei momenti di sottoccupazione per passare poi a fasi di avanzo una volta superata la situazione di squilibrio. La situazione di disavanzo significa che lo Stato affronta spese maggiori rispetto alle entrate di cui dispone; ciò implica la necessità di ricorrere a prestiti monetari che lo Stato si impegna a restituire, maggiorati di interessi, in tempi successivi. Il ricorso sistematico alla politica di deficit spending determina, pertanto, l'aumento del debito pubblico.

Il circuito virtuoso ipotizzato da Keynes può così esprimersi: sottocupazione > opere pubbliche > creazione di posti di lavoro > aumento del reddito delle famiglie > possibilità di aumentare i consumi > aumento della domanda > aumento della produzione > creazione di posti di lavoro.....

 

APPROFONDIMENTO

Il moltiplicatore della spesa pubblica: ipotizziamo che, in un dato momento, la domanda globale sia bassa, le potenzialità produttive del sistema non sono adeguatamente sfruttate e vi è un certo livello di disoccupazione. Lo Stato interviene con un programma di lavori pubblici assumendo manodopera o facendo in modo che sia assunta dalle imprese. Alla relativa spesa corrisponde un incremento del reddito nazionale pari al valore dell'opera realizzata; allo stesso tempo, i lavoratori assunti cominciano a spendere i salari percepiti e a richiedere sul mercato beni e servizi che prima, essendo disoccupati, non potevano acquistare. L'accresciuta domanda stimola le imprese ad aumentare la produzione: si crea, così, un nuovo flusso di beni e di servizi che incrementa ulteriormente il reddito nazionale. Inoltre, per aumentare la produzione, le imprese assumono nuovi lavoratori.... Dopo un certo tempo, il reddito nazionale presenta un incremento molto superiore all'entità della spesa pubblica iniziale.

L'acceleratore della spesa pubblica: l'incremento della spesa pubblica determina sia un aumento della domanda di beni di consumo sia un aumento degli investimenti privati; le imprese che producono beni strumentali espandono la loro attività e, oltre ad assumere manodopera, saranno indotte a effettuare nuovi investimenti, creando una nuova domanda di mezzi di produzione. Dunque, l'incremento della produzione determina, a sua volta, un incremento degli investimenti (investimenti indotti) e questi rendono possibile un nuovo incremento della produzione, dell'occupazione e del reddito. Questo processo cumulativo di effetti è detto “effetto acceleratore” perchè rende più veloce e intensa la crescita.

 

SISTEMA A ECONOMIA MISTA è basato sull'iniziativa economica privata e su interventi pubblici, dal momento che viene riconosciuto allo Stato il ruolo di coordinatore dell'economia nazionale.

Lo Stato italiano si configura come sistema a economia mista come si evince dalla lettura dell'art.41 della Costituzione: “L'iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perchè l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

La scelta dei Costituenti deriva da una analisi degli aspetti positivi e negativi del sistema liberista e del sistema collettivista ed è influenzata dal pensiero keynesiano; la scelta è, inoltre, influenzata dal carattere compromissorio della Costituzione italiana: il confronto tra esponenti di partiti di sinistra ed esponenti della destra liberale sfocia in un accordo in base al quale la nostra economia è di stampo liberista ma con ampi spazi di intervento da parte dello Stato volti a tutelare l'interesse collettivo e a evitare una iniqua distribuzione del reddito.

Allo Stato, dunque, spetta il ruolo di guidare l'attività economica attraverso la programmazione economica che si realizza mediante progetti predisposti dal Governo, caratterizzati dalla flessibilità e dalla adattabilità alle situazioni contingenti.

 

LO STATO SOCIALE O WELFARE STATE è una forma di Stato in cui si persegue la finalità di ridurre le discriminazioni sociali, effettuando interventi a favore delle categorie meno agiate o socialmente deboli.

In Italia esso trova fondamento nell'art. 38 della Costituzione:

“Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto di mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Gli inabili e i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.

Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi e istituti predisposti o integrati dallo Stato”.

 

TEORIE FINANZIARIE CONTEMPORANEE.

  • TEORIA DELLE SCELTE PUBBLICHE(Tullock e Buchanan) studia i comportamenti dei protagonisti delle scelte pubbliche (politici, burocrati, elettori) che , nel loro comportamento sono influenzati da interessi individuali o personali.
  • TEORIA DELLA BUROCRAZIA: i funzionari pubblici, non potendosi appropriare dei profitti conseguiti (come i manager privati) si comportano in modo da massimizzare la propria utilità (potere personale, numero di dipendenti, stipendio...).

             In particolare, Niskanen sostiene che il burocrate riesce a raggiungere il massimo dell'utilità perchè

             detiene quello che può essere definito il “monopolio informativo”.

 

Il Corriere della Sera del 13 Novembre scorso pubblica un articolo sul pensiero di due economisti italiani contemporanei, Alesina e Giavazzi, che può essere così sintetizzato: non c'è alcun dubbio che spetti ai rappresentanti politici democraticamente eletti prendere le decisioni per il Paese ma il sospetto è che, oggi, si tenti di restituire allo Stato un ruolo egemone. I due professori scrivono che la politica deve assomigliare a un croupier imparziale che fissa le regole ma non deve mai sedersi al tavolo da gioco perchè, con tutta probabilità, non resisterebbe alla tentazione di barare.

Aggiungono, poi, che in Italia, c'è stata una fase, negli anni novanta, in cui si era giunti alla progressiva separazione tra economia e politica con la conclusione delle Partecipazioni statali, con la creazione di authority indipendenti e con la sottrazione di imprese e banche all'influenza diretta dei partiti; oggi, invece, l'autonomia dell'economia è di nuovo in pericolo mentre l'Italia, fanalino di coda dei Paesi Ocse, avrebbe bisogno di una iniezione di modernità per curare i suoi atavici mali. Inoltre, politici ed economisti dovrebbero rispettarsi e dialogare: il silenzio non è una strategia lungimirante; quando queste due categorie smettono di capirsi significa che qualcosa di molto serio non va...

 

Fonte: http://share.itismajo.it/polotecnicobraidese/Classe5B/Materiali/teorie%20economiche.doc

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