La borsa storia e concetti

 


La borsa storia e concetti

 

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La Borsa

Le origini della borsa

 

L' origine viene fatta normalmente risalire al Collegium Mercatorum (quinto secolo avanti Cristo), cioè a un settore del Foro Romano dove si svolgeva un'attività per certi versi molto simile agli odierni scambi di valori mobiliari. Tuttavia, senza andare troppo indietro nel tempo fino a scomodare la storia romana, sembra che il termine Borsa (ma su questo non tutti gli storici concordano) derivi dal nome di una antica famiglia di banchieri fiamminghi, i Van der Burse. I quali avevano come stemma di casato tre borse e il curioso marchio era scolpito sul frontale del loro palazzo, nel quale si radunavano spesso gli uomini d'affari del tempo per trattare le lettere di credito. C'è anche chi vorrebbe questa famiglia di origine italiana, per l'esattezza veneta. Il cognome, in sostanza, sarebbe stato proprio Borsa. Diventato Van der Borse quando un ramo di questa famiglia si trasferì stabilmente in Olanda. Un fatto è comunque certo: la Borsa è nata e si è sviluppata con il commercio. La prima Borsa con caratteristiche abbastanza vicine a quelle odierne è quella di Anversa, sorta nel 1531. Quella di Milano, che è sempre stata considerata la più importante del nostro paese risale al 1808. Le altre, invece, sono nate secondo il seguente ordine cronologico : 1600 Venezia; 1775 Trieste; 1801 Roma; 1810 Napoli; 1850 Torino; 1855 Genova; 1861 Bologna; 1862 Palermo. Oggi tutte queste borse non sono più operative. Quella di Milano nella centralissima piazza degli Affari (un indirizzo diventato sinonimo di mercato mobiliare, come Wall Street a New York) ospita vari uffici. A partire da quello del Consiglio di Borsa, l'ente che si è trasformato in società privata a cui è demandata la gestione amministrativa del mercato. L'antico salone delle grida, invece, è oggi adibito a manifestazioni e mostre.

 

Crisi del ’29 e crollo di Wall Street

L’effetto che la Borsa valori ha sull’economia, la storia, la società e la cultura è evidente soprattutto se si analizza la crisi economica che colpì gli Stati Uniti alla fine degli anni ’20, proprio a causa del crollo di Wall Street, crisi che si sarebbe poi espansa in tutta Europa.
Dopo essersi concentrati sugli investimenti esteri e con un’economia in continua crescita, nel 1927 i finanzieri di Wall Street rivolsero la propria attenzione al mercato  interno e cominciarono ad acquistare azioni in borsa provocando un aumento dei prezzi. Con il continuo incremento del volume degli acquisti i prezzi diventarono sempre più alti e si creò così un boom apparentemente naturale che spinse gran parte del pubblico a investire i propri capitali in borsa: si stima che a metà del 1929 circa nove milioni di statunitensi su una popolazione di 122 milioni, avesse investito del capitale in borsa. Molti impegnarono tutti i propri risparmi, incoraggiati da consulenti disonesti o incompetenti; era tale la fede nella capacità del mercato di garantire profitti eccezionali che non appena veniva avviata un’impresa, spesso con programmi ingannevoli o addirittura fraudolenti, tutti correvano ad acquistarne le azioni. A un certo punto cominciò tuttavia a serpeggiare il timore che anche questa crescita inaspettata sarebbe cessata. La Federal Reserve Bank, la banca centrale statunitense, alzo allora il tasso di interesse, ma solo dell’1%, e suggerì alle banche di non concedere denaro in prestito per gli investimenti in borsa, suggerimento in seguito ritirato dietro pressione di uno dei suoi direttori che aveva forte interessi nelle operazioni di borsa. Alcuni promotori finanziari decisero che avrebbero potuto realizzare un maggiore profitto trasformandosi da speculatori al rialzo a speculatori al ribasso e iniziarono a svendere le proprie azioni. La vendita delle azioni acquistò gradualmente velocità e il 23 ottobre più di 6 milioni di azioni vennero negoziate a prezzi sempre più bassi. Il giorno seguente, il “giovedì nero”, ne furono negoziate più del doppio. Il lunedì 9 milioni di azioni cambiarono di mano; il valore delle azioni era calato di 14 miliardi di dollari in meno di una settimana. Poi, il “martedì nero”, si verificò il crollo della borsa; il prezzo delle azioni di numerose imprese di grandi dimensioni, come la General Elettric, precipitò. Ciò ebbe un riflesso immediato sulle altre borse degli Stati Uniti da Chicago a San Francisco.
Fu la ed solita fine di un decennio contrassegnato dall’ottimismo dalla prosperità e da un alto grado di occupazione. Come logica conseguenza svanì la fiducia nelle banche e nei banchieri, nella borsa e negli agenti di cambio; molto fecero bancarotta e dilagò la piaga della povertà; in molti casi fu precluso il riscatto delle ipoteche; la disoccupazione crebbe di quasi 2 milioni di unità in sei mesi. Anche se inizialmente in molti pensarono che si trattasse solo di un necessario aggiustamento del mercato, il crollo di Wall Street segnò l’inizio della grande depressione mondiale e creò le condizioni per il New Deal inaugurato da Fraklin Delano Roosvelt nel 1933.

 

La Borsa valori

 

Disciplina giuridica

Il termine borsa valori indica oggi un mercato per la compra-vendita di titoli di società, strumenti finanziari e valute estere. Le borse valori, originariamente erano accessibili a tutti coloro che volessero comprare o vendere ma ben presto si capì che per rendere eseguibili le contrattazioni era necessaria una organizzazione formale e di conseguenza l’accesso alla borsa e le sue attività vennero regolate con apposite norme. L’attuale impianto giuridico della borsa italiana è stabilito dal TUF, il testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, nel quale sono state inserite diverse disposizioni europee contenute nella direttiva europea sui servizi di investimento (direttiva EuroSim). L’attuale disciplina prevede che l’organizzazione della borsa e degli altri mercati abbia carattere di impresa e sia affidata a società per azioni, anche senza scopo di lucro; queste società di gestione, sottoposte alla sorveglianza della Consob, deliberano il regolamento del mercato; inoltre precisa il ruolo delle società di gestione e cosa il regolamento del mercato deve determinare. Sempre secondo il TUF è la Consob che deve rilasciare l’autorizzazione all’esercizio dei mercati regolamentati una volta accertata la sussistenza dei requisiti e appurata la conformità del regolamento di borsa con le discipline europee.

 

Assetto dei mercati mobiliari italiani dopo la privatizzazione

L’organo istituzionale al vertice del mercato mobiliare è il Ministero del tesoro, che esercita la sua competenza generale con l’emanazione di decreti; mentre la funzione di vigilanza è affidata alla Consob la Banca d’Italia ha compiti di controllo. Le società di gestione che sono state costituite in questi anni sono: la Borsa Italiana s.p.a., MTS s.p.a., MIF s.p.a.; ma l’attuale disciplina prevede la possibile creazione di altre società che volessero entrare in competizione.
La Borsa Italiana s.p.a. gestisce la borsa valori, il mercato ristretto (che negozia titoli che aspirano a essere quotati in borsa) e l’IDEM (Italian Derivates Market) dove vengono negoziati i futures e le option. La borsa valori a sua volta è divisa i diversi mercati: MTA è il mercato telematico azionario, MOT è il mercato telematico delle obbligazioni e dei titoli di Stato a cui si è affiancato l’EuroMOT, MCW è il mercato dei Coverd Warrant, MPR è il mercato dei contratti a premio ed infine l’ultimo mercato creato è il TAH (Trading After Hours) che dal 15 maggio consente contrattazioni di titoli fino alle 20 e successivamente fino alle 22 in modo da continuare le contrattazioni fino alla chiusura del NASDAQ.

 

I principali mercati della Borsa Italiana

 

Il mercato telematico MTA

Quando si parla di circuito telematico, si intende la rete di computer su cui si scambiano le azioni delle società quotate sul listino ufficiale di Borsa. Si tratta del mercato principale di Piazza Affari, dove il tipo di negoziazione che si svolge è detto “in continua”. Ciò significa che, per tutte le ore in cui la borsa è aperta, in qualunque momento la domanda e l’offerta di azioni si possono incrociare per concludere compravendite. Gli intermediari inseriscono nei loro computer le proposte di negoziazione, cioè manifestano la loro disponibilità a comprare o vendere un determinato quantitativo di azioni a un determinato prezzo.
Nel mercato telematico azionario si negoziano, per quantitativi minimi (lotti minimi) o loro multipli, contratti di compravendita, relativi ad azioni, obbligazioni convertibili, diritti di opzione, warrant e covered warrant. I quantitativi minimi sono stabiliti dalla Borsa Italiana.

La giornata sul circuito telematico è scandita da una serie di fasi:

  1. preapertura: gli intermediari inseriscono gli ordini di compravendita ricevuti dalla clientela;
  2. validazione: in questa fase avviene un controllo prima dell’inizio delle contrattazioni;
  3. apertura: i titoli vengono trattati a un prezzo prefissato (prezzo di apertura);
  4. negoziazione: gli intermediari continuano a inserire proposte di negoziazione e concludono scambi di azioni;
  5. chiusura: è la fase conclusiva, a questo punto si calcola per ciascuna azione il prezzo ufficiale che verrà pubblicato sui quotidiani.

 

Il mercato Ristretto

Il mercato Ristretto è una nicchia della Borsa i cui viene trattato un gruppo sempre meno consistente di azioni. In passato era considerato una sorta di anticamera del mercato principale, ma oggi sembra destinato a scomparire: molti dei titoli che vi erano quotati sono passati al mercato principale, è nato così il Nuovo Mercato per le piccole e medie imprese, e i requisiti per l’accesso al mercato principale sono oggi meno severi di un tempo. Nel Mercato Ristretto non esiste la fase di negoziazione; ci sono solo la preapertura (gli intermediari immettono le loro proposte), la validazione (il computer controlla e convalida) e l’apertura in cui si incrociano domanda e offerta. Il prezzo così fissato è il prezzo della giornata.

Idem
Sull’Idem (Italian Derivates Market), il mercato italiano dei derivati, si scambiano contratti di future sull’indice di borsa Mib30 e Midex, contratti di opzione sempre sul  Mib30 e i contratti di opzione su singoli titoli quotati.

 

Titoli quotati

A seconda dell’emittente, i titoli quotati nel mercato mobiliare si possono distinguere in titoli pubblici e titoli privati: i titoli pubblici sono buoni del debito pubblico emessi dallo Stato (BOT, BTP, CCT, CTZ …) mentre i titoli privati possono consistere in azioni od obbligazioni di società quotate in borsa.
I titoli di Stato o pubblici sono emessi dallo stato per finanziare il proprio fabbisogno e rappresentano il vero debito che lo Stato contrae nei confronti dei sottoscrittori. Le quantità e la tipologia delle emissioni vengono stabilite dal ministero del Tesoro mentre il collocamento avviene tramite un sistema di asta, effettuato dalla Banca d’Italia; all’asta partecipano direttamente banche Sim mentre i risparmiatori partecipano in modo indiretto tramite gli intermediatori finanziari egli uffici postali. A partire dal 4 gennaio 1999 tutte le emissioni sono denominate in euro e i titoli quotati precedentemente sono stati convertiti in euro. Il passaggio dei titoli da Lire in Euro a portato un modifica rilevante per quanto riguarda la quantità minima di titoli che si possono vendere o comprare: da 5 milioni è passata a 1000 euro (quasi 2 milioni) dal 4 gennaio 1999.

Titoli pubblici:

BOT
I titoli più noti al grande pubblico sono sicuramente i Bot e la loro presenza nei portafogli è ancora massiccia nonostante il mercato stia spingendo molti risparmiatori verso il mercato azionario. I Bot hanno rappresentato il primo punto d’incontro fra Stato e risparmiatore consentendo all’emittente pubblico di ampliare la sua gamma di offerta e al risparmiatore prodotti diversi dai tradizionali libretti di deposito.
Elemento fondamentale dei Bot è la breve scadenza; le scadenze previste sono a 3, 6 e 12 mesi e vengono indicate all’atto dell’emissione. Il Bot è l’unico titolo di stato che addebita ai sottoscrittori l’imposta del 12,5% all’atto dell’emissione.

CTZ
I Ctz sono gli ultimi nati fra i titoli di Stato, la prima emissione fu collocata i a febbraio 1995 ma l’interesse suscitato negli investitori fu subito elevato. Qualcuno ha definito questo titolo “bottone”, perché sembra un Bot annuale raddoppiato, ma in realtà è l’unico zero coupon di Stato, almeno per il momento. In effetti è un vero e proprio titolo privo di cedole, perché la sua durata complessiva, da 18 a 24 mesi dall’emissione, lo fa rientrare tra i titoli pluriennali e paga interessi in un'unica soluzione alla data del rimborso.

BTP
I Buoni del Tesoro Pluriennali sono titoli la cui durata, come dice il nome, è superiore all’anno e prevede il pagamento di cedole. Caratteristica fondamentale del Btp è la cedola fissa che ne accompagnerà tutta la vita, fino al rimborso finale. Questa categoria di titoli, definiti a cedola fissa, comprendono scadenze abbastanza diverse tra loro: si vada un minimo di 18 mesi a un massimo di 30 anni. I due limiti di durata hanno subiti e subiranno cambiante per potere avvicinare le tipologie dei nostri titoli a quelle degli altri Paesi.

CCT
I Cct sono titoli pubblici che vengono definiti indicizzati perché la loro cedola, successiva alla prima, è variabile: essi offrono migliori opportunità di difesa degli investimenti quando i tassi aumentano. Esattamente l’opposto di quanto si verifica per i Btp. Due caratteristiche ambedue collegate al valore delle cedole future, sono fondamentali: il rendimento ei Bot in asta e una maggiorazione da aggiungere al valore base della cedola stessa.
I Certificati di Credito del Tesoro sono titoli a medio lungo termine emessi dal Tesoro per finanziare il debito pubblico allungando nel contempo la scadenza media.

 

Titoli privati:

 

Obbligazioni

Le obbligazioni sono titoli di credito autonomo rappresentativi di prestiti contratti da una persona giuridica (Stato, banche, società per azioni e in accomandita per azioni) presso il pubblico, regolati dal Codice Civile agli art. 2410 e seguenti. I titoli obbligazionari incorporano un diritto di credito del sottoscrittore verso l’emittente, riguardante il pagamento di una somma nominale che risulta dai titoli a una data scadenza, nonché il pagamento degli interessi sull’importo dato a credito. Alle società a responsabilità limitata non è consentita l’emissione di obbligazioni.
Si distinguono quindi dalle azioni perché, mentre quest’ultime assicurano al suo titolare il diritto di partecipazione alla gestione della società e un dividendo che è subordinato all’esistenza di utili, le obbligazioni attribuiscono al titolare solo un credito che deve essere soddisfatto comunque alla scadenza prevista, a prescindere dai risultati dell’esercizio sociale.
Possono essere emessi alla pari (quando il prezzo di emissione è uguale al valore nominale delle obbligazioni), sopra la pari (quando il prezzo di emissione è superiore al valore nominale delle obbligazioni) e sotto la pari: in queste ultime oltre agli interessi, i sottoscrittori potranno lucrare la differenza tra il valore nominale di rimborso e il prezzo di emissione. Generalmente le obbligazioni hanno diritto a un interesse annuale fisso, ma nella pratica, al fine di invogliare i risparmiatori alla sottoscrizione, si sono venuti a configurare altri tipi di obbligazioni che attribuiscono il diritto di partecipare a un sorteggio periodico di premi, solitamente consistenti in un interesse superiore rispetto a quello previsto (obbligazioni a premio); oppure che conferiscono in sede di rimborso delle obbligazioni, una somma maggiorata che tenga conto della svalutazione monetaria di quanto investito (obbligazioni indicizzate) e ancora che attribuiscono oltre a un interesse fisso annuale un diritto alla partecipazione agli utili di esercizio. Altra ipotesi di obbligazione è quella che dà la facoltà ai possessori di convertire il loro credito in azioni della società emittente o di altra società.
Al fine di impedire un indebitamento della società che non sia sufficientemente garantito, l’art. 2410 del Codice civile stabilisce quale limite del prestito obbligazionario l’ammontare del capitale versato ed esistente secondo l’ultimo bilancio d’esercizio, non è quindi sufficiente che il capitale sia solo sottoscritto. Questo limite può essere superato qualora: 

  • le obbligazioni eccedenti rispetto all’ammontare del capitale sociale versato siano assistite da  ipoteca su immobili di proprietà sociale, non oltre comunque i 2/3 del valore di questi ultimi;
  • le obbligazioni eccedenti siano garantite da titoli nominativi emessi o garantiti dallo Stato
  • sia concessa apposita autorizzazione in considerazione di particolari casi di interesse pubblico.

La regola della corrispondenza tra capitale sociale e prestito obbligazionario si riflette sulla disciplina legislativa della riduzione del capitale, che può avvenire solo in  proporzione delle obbligazioni rimborsate.
L’emissione di un prestito obbligazionario deve essere deliberata dall’assemblea straordinaria e inscritta nel registro delle imprese. La delibera deve prevedere l’emissione di una serie di obbligazioni aventi tutte le stesse caratteristiche; per tale ragione si definiscono titoli di massa.
La legge prevede anche l’organizzazione della collettività degli obbligazionisti per la tutela degli interessi comuni. L’assemblea degli obbligazionisti delibera col voto favorevole di almeno la metà delle obbligazioni non ancora estinte, escludendosi dalla deliberazione le obbligazioni possedute dalla società. Oggetto delle delibere assembleari possono essere: nomina o revoca del rappresentante comune, modificazione delle condizioni del prestito, proposta di amministrazione controllata e di concordato, costituzione di un fondo spese e altri argomenti di interesse comune degli obbligazionisti. Le deliberazioni dell’assemblea vincolano anche gli obbligazionisti assenti o dissenzienti. L’estinzione del prestito obbligazionario coincide con il totale soddisfacimento dei creditori e avviene di norma mediante estrazione a sorte e sulla base di un piano di ammortamento predeterminato.

 

Azioni

Le azioni sono documenti che rappresentano l’unità di misura della partecipazione del socio alla società e quindi anche l’insieme dei diritti e dei doveri che si connette allo status di socio. Secondo la prevalente dottrina, tali documenti per le loro caratteristiche di trasmissibilità vengono inquadrati nell’ampia categoria dei titoli di credito, pur distinguendoli dagli altri in quanto non solo incorporano una quota del capitale ma sono anche espressione concreta del rapporto di partecipazione con l’organizzazione e l’attività della società emittente.
Secondo l’art. 2355 del Codice civile, le azioni possono essere nominative o al portatore. Tuttavia tale disposizione non è entrata in vigore in quanto per ragioni fiscali è stata disposta la nominatività obbligatoria dei titoli azionari. L’attuale normativa prevede che unicamente le azioni di risparmio siano al portatore, salvo diversa volontà assembleare. Le azioni non possono essere emesse per un valore inferiore al loro valore nominale, che è uguale per tutte ed è ottenuto suddividendo il capitale sociale per il numero delle azioni emesse e tutte conferiscono ai possessori uguali diritti. Diverso dal valore nominale è quello effettivo che dipende dall’andamento degli affari e dei guadagni della società.
Altra importante caratteristica delle azioni è la loro indivisibilità. Nel caso di comproprietà di una azione, i diritti dei proprietari devono essere esercitati da un rappresentante comune. Se il rappresentante comune non è stato nominato, le comunicazioni e le dichiarazioni fatte dalla società a uno dei due comproprietari sono efficaci nei confronti di tutti.
Le azioni attribuiscono all’intestatario un complesso di diritti nei confronti della società emittente, che possono essere a contenuto patrimoniale diretto o indiretto.

Diritti a contenuto patrimoniale diretto:

  • diritto a una parte proporzionale degli utili netti del patrimonio netto risultante dalla liquidazione della società (salvo diritti a favore di altre categorie di azioni);
  • diritto di opzione nella sottoscrizione di azioni o obbligazioni convertibili (al fine di permettere al socio di mantenere la sua posizione all’interno della società in termini percentuali);
  • diritto di recesso dalla società esercitabile nei casi previsti dall’art. 2437 del Codice civile;
  • diritto di essere liberati dall’obbligo di effettuare i versamenti ancora dovuti sulle azioni non liberate, nel caso di riduzione del capitale per esuberanza dello stesso rispetto al conseguimento dell’oggetto sociale (art. 2445 Codice civile);

diritti a contenuto patrimoniale indiretto:

  • diritto di partecipazione all’assemblea de soci e di esercitare il diritto di voto, tale diritto per alcune categorie di azioni è soggetto a limitazioni;
  • diritto di richiedere la convocazione dell’assemblea quando la domanda sia fatta da tanti soci che rappresentino almeno 1/5 del capitale sociale;
  • diritto di intervento alle assemblee;
  • diritto di impugnazione delle delibere assembleari (art. 2377 Codice civile);
  • diritto di denunciare al collegio sindacale i fatti ritenuti censurabili (art. 2408 Codice civile);
  • diritto di prendere visione del libro dei soci, dei libri delle adunanze e delle deliberazioni delle assemblee;
  • altri diritti di cui agli artt. 2408-2409-2330-2392-2393;

A fronte dei diritti appena citati, l’azionista ha anche degli obblighi tra cui i principali sono:

  • obbligo del conferimento (art. 2342 Codice civile); nel caso di conferimento di beni in natura deve presentare una relazione giurata di stima;
  • obbligo di non esercitare il diritto di voto nei casi in cui il socio abbia, per conto proprio o di terzi, un’interesse in conflitto con la società (art. 2373 Codice civile).

 

Categorie di azioni:

 

Azioni privilegiate

La legge, attraverso l’art.2351 del Codice civile, prevede espressamente che con l’atto costitutivo di una società siano stabilite categorie speciali di azioni, privilegiate nella ripartizione degli e nel rimborso del capitale allo scioglimento della società. In contropartita di questi privilegi,il legislatore ha previsto che vi possano essere limitazioni al diritto di voto, che viene mantenuto solo nelle delibere di assemblea straordinaria (modifiche dell’atto costitutivo, emissione di obbligazioni, nomina e poteri dei liquidatori). Nel caso le azioni privilegiate godano anche del pieno diritto di voto si definiscono preferenziali.
Le azioni con privilegio nella ripartizione degli utili generalmente conferiscono il diritto a una determinata quota dell’utile distribuibile, prima che venga assegnato il dividendo alle azioni ordinarie.
Possono anche aversi azioni privilegiate (intendendo con questo termine sia le azioni privilegiate in senso stretto sia le azioni preferenziali) con dividendo cumulabile (in genere per un massimo di tre esercizi) che pertanto consentono entro un certo numero di anni il recupero dei dividendi non corrisposti i precedenza per mancanza o insufficienza di utili. Il privilegio può riguardare anche il rimborso del capitale per scioglimento della società, e può essere costituito dal diritto all’attribuzione di una somma pari al valore nominale delle azioni (da rimborsi con diritto di precedenza rispetto al rimborso delle altre categorie di azioni in essere), o ancora dal diritto al rimborso di una somma maggiorata rispetto a quella spettante alle azioni ordinarie.
L’emissione di azioni privilegiate, ma con diritto di voto limitato alle sole delibere di assemblea straordinaria, viene particolarmente promossa da quei gruppi di comando che desiderano realizzare l’afflusso di nuove risorse finanziarie con vincolo di capitale, senza per questo vedere pregiudicato il proprio controllo sulla società.
La facoltà di emettere azioni a voto limitato (nelle diverse forme) è comunque concessa nella percentuale massima del 50% del capitale sociale, per contenere eventuali abusi  dei gruppi di controllo che in alcuni casi e con motivazioni diverse sono arrivati a chiedere la quotazione ufficiale delle sole azioni privilegiate.

 

Azioni di risparmio

Le azioni di risparmio sono azioni prive di diritto di voto, dotate di particolari privilegi di natura patrimoniale, emesse da società italiane con azioni quotate in mercati regolamentati italiani o di altri Paese dell’Unione europea.
L’atto costitutivo determina il contenuto del privilegio, le condizioni, i limiti, le modalità e i termini per il suo esercizio; stabilisce altresì i diritti spettanti agli azionisti di risparmio in caso di esclusione dalle negoziazioni delle azioni ordinarie o di risparmio. Le azioni devono contenere, in aggiunta alle indicazioni prescritte dall’art. 2354 del Codice civile, la denominazione di “azioni di risparmio” e l’indicazione dei privilegi che le assistono; le azioni possono essere al portatore (caso unico nell’ordinamento italiano relativamente ai titoli azionari) purché interamente liberate. Le azioni appartenenti agli amministratori, ai sindaci, e ai direttori generali devono essere nominative.
Il valore nominale complessivo delle azioni di risparmio, in concorso con quello delle azioni con voto limitato, non può superare la metà del capitale sociale. Se, in conseguenza della riduzione del capitale per perdite l’ammontare delle azioni di risparmio e delle azioni a voto limitato supera la metà del capitale sociale, il rapporto sopra indicato deve essere ristabilito entro due anni mediante emissione di azioni ordinarie da attribuire in opzione ai possessori di azioni ordinarie; la società si scioglie se il rapporto tra azioni ordinarie e azioni di risparmio e con voto limitato non è ristabilito entro tale termine.
Della parte di capitale sociale rappresentata da azioni di risparmio non si tiene conto ai fini della costituzione della assemblea e della validità delle deliberazioni.

 

Strumenti derivati

Future

Il future è uno strumento comunemente considerato atipico, in quanto nessuna norma del nostro ordinamento fornisce una precisa definizione di tale prodotto. Solo la Banca d’Italia, con l’emanazione delle istruzioni per la compilazione dei bilanci degli enti creditizi e finanziari, ha fornito il significato e la definizione da attribuire a questo strumento.
Il future è uno strumento derivato standardizzato con cui una parte si impegna a ricevere o a consegnare ad una data futura determinate attività, oppure a versare o riscuotere un importo determinata, a un prezzo prefissato sulla base di un indicatore di riferimento, definito strumento finanziario sottostante.
I contratti future vengono quotati presso borse specializzate. L’introduzione di questi prodotti nell’ambito del sistema di contrattazione nei mercati regolamentati ha determinato l’esigenza di standardizzare e rendere omogenei gli accordi bilaterali. Pertanto oggi si parla di prodotto standardizzato, in quanto un qualsiasi future viene contratto fra due parti, secondo condizioni prefissate in ordine a quantitativi minimi delle contrattazioni, modalità di contrattazione dei titoli, modalità di quotazione, calcolo delle variazioni giornaliere e scadenze. Conseguenza di questo processo di standardizzazione è il notevole grado di liquidità intrinseco a tali prodotti, reso possibile dal facile acquisto o dalla facile vendita dei contratti medesimi, che vengono quotati giornalmente.
I contratti future sono schematicamente riconducibili a due grandi categorie:

  • commodities futures: rappresentano impegni di acquisto o di vendita di merci a largo mercato;
  • financial futures: rappresentano impegni sui valori mobiliari. Fra questa tipologia di prodotti rientrano:
    • interest rate future: sono contratti che contengono l’impegno di acquistare o vendere a termine titoli a reddito fisso;
    • currency future: sono contratti che contengono l’impegno di acquistare o vendere a termine valuta estera;
    • stock index future: sono contratti che contengono l’impegno a consegnare o ritirare a termine il differenziale tra il valore dell’indice di borsa alla stipula del contratto e il valore dello stesso indice alla scadenza prestabilita.

 

Option

Sono contratti che attribuiscono ad una parte, dietro pagamento di corrispettivo, il diritto, ma non l’obbligo, di acquistare o di vendere una determinata attività, o strumento sottostante, ad un certo prezzo ed a una determinata scadenza, oppure di riscuotere un importo determinato in base all’andamento di un indicatore di riferimento. Nella transazione intervengono due parti denominate holder e writer; si dice holder il venditore e writer l’acquirente.
L’oggetto del contratto può essere rappresentato da merci, titoli, future, valute, tassi di interesse o indici di borsa. Con l’opzione gli operatori formulano ipotesi in ordine all’evoluzione futura dei prezzi di un determinato prodotto finanziario; l’oggetto della contrattazione è il diritto ad esercitare una data facoltà di acquisto o di vendita. L’utilizzo di questi strumenti ha natura prettamente speculativa, infatti la posizione fra l’acquirente e il venditore dell’opzione è del tutto asimmetrica. La parte acquirente dell’opzione ha il diritto di esercitare o meno l’opzione; per lui il rischio finanziario è limitato ad un ammontare massimo prestabilito che è dato dal prezzo dell’opzione; se l’esercizio dell’opzione si rivela conveniente e sufficiente non esercitarla, rimanendo esposti solo per il costo dell’opzione. Il suo guadagno per contro è potenzialmente illimitato. Viceversa, chi vende l’opzione, nel caso di esercizio della medesima da parte dell’acquirente, è obbligato a eseguire la prestazione; pertanto è teoricamente esposto ad un rischio illimitato e a un guadagno che trova un limite nel valore convenuto dell’opzione.
Le opzioni sono di due tipi:

  • call option: è il contratto in base al quale all’acquirente, a fronte di un premio, è attribuito un diritto, ma non l’obbligo, di acquistare un ammontare predefinito di un’attività finanziaria ad una certa data;
  • put option: all’acquirente è attribuita la facoltà, a fronte della corresponsione di un premio, di dichiarasi venditore di una data attività finanziaria ad una scadenza prefissata.

Le option si possono dividere in base la natura dello strumento sottostante in:

  • currency option: attribuiscono il diritto di vendere o comprare valuta estera;
  • stock index option: sono opzioni su indici azionari;
  • option su titoli di stato: che, come dice il nome, hanno per oggetto titoli di stato.

 

Warrant

I warrant sono strumenti finanziari che conferiscono ai detentori la facoltà di sottoscrivere o di acquistare o di vendere, alla o entro la data di scadenza, un certo quantitativo di azioni contro versamento di un importo prestabilito o da stabilire, secondo criteri prefissati nel caso di warrant per sottoscrivere o per acquistare e, viceversa, incassando un importo prestabilito o da stabilire nel caso di warrant per vendere.
Generalmente i warrant sono usati come strumenti accessori per rendere più interessanti emissioni di prestiti obbligazionari convertibili e operazioni di aumento di capitale della società emittente.
Pur essendo sempre collegato a un’operazione principale, il warrant può avere vita autonoma e un suo mercato, qualora sia previsto dal regolamento di emissione o sia ritenuto implicitamente ammissibile. Infatti il regolamento di emissione può prevedere che il warrant circoli separatamente dal titolo principale, con possibilità di autonoma negoziazione.
Il warrant ha un largo mercato soprattutto nei casi in cui esso sia riferito a società primarie e con buone prospettive economico-reddituali. Il prezzo del warrant sul mercato secondario è essenzialmente funzione dei seguenti parametri:

  • prezzo di esercizio e quotazione di mercato dell’azione di compendio;
  • periodo previsto per l’esercizio della facoltà;
  • aspettative sull’andamento della Borsa e soprattutto dell’azione di compendio.

 

Covered warrant

Verso la fine degli anni Ottanta il warrant fu presentato sul mercato svizzero e tedesco, utilizzando però come sottostante di riferimento indici di Borsa e valute; era quindi possibile assumere una posizione ribassista (put) oltre a quella tradizionalmente rialzista (call).
Al 1992 risale la prima emissione di covered warrant destinata agli investitori istituzionali del mercato italiano: la Citybank aveva quotato warrants call e put sul cambio dollaro/lira. Da allora il mercato secondario interbancario, estendendosi progressivamente anche verso investitori individuali, si è sviluppato con ritmi di crescita talmente elevati che nel 1998 il mercato italiano dei derivati (Idem) è arrivato a quotare nel listino ufficiale della borsa di Milano i covered warrant, negoziati sul mercato telematico azionaria (MTA). Per il gran numero di emissioni i principali quotidiani finanziari pubblicano una selezione dei titoli più scambiati nell’ultima seduta di Borsa.
La negoziazione è analoga a quella di qualunque titolo quotato sul mercato telematico, il che garantisce una maggiore trasparenza e facilità di accesso al prodotto, con conseguente aumento dei volumi trattati. Di fatto il warrant è  un’opzione cartolarizzata, cioè incorporata in un titolo negoziabile ufficialmente quotato che attribuisce il diritto ma non l’obbligo a comprare (warrant call) o vendere (warrant put) una certa di quantità di una attività finanziaria o di una merce (sottostante9 a un prezzo prefissato (base o strike price) entro una certa data (americano) o a una certa data (europeo). La quantità di sottostante che si ha diritto di acquistare o vendere è determinata dal multiplo. Rispetto a quelli tradizionali, i covered warrant hanno la caratteristica di essere emessi da intermediari finanziari e non dalle stesse società che emettono i corrispondenti titoli azionari.

 

Gli indici di borsa

Gli indici di Borsa servono per misurare ogni giorno l’andamento dei prezzi delle azioni; sono strumenti più o meno sofisticati che registrano il rialzo o il ribasso delle quotazioni di Piazza Affari. In Borsa esistono diversi indici, ciascuno dei quali misura l’andamento dei prezzi a modo suo; per questo, capita spesso che l’andamento di un indice sia diverso  da quello di tutti gli altri.
Gli indici di Borsa sono ponderati, cioè tengono conto delle dimensioni delle singole società quotate; la misura borsistica delle dimensioni di una società quotata è la capitalizzazione, che si ottiene moltiplicando il numero di azioni in circolazione di una società per il loro prezzo di mercato.

Mibtel
Il Mibtel è nato all’inizio del 1994, ma è diventato l’indice più importante di Borsa, preso da tutti  come punto di riferimento per misurare l’andamento dei prezzi. È un indice continuo, viene cioè calcolato una volta al minuto, tenendo conto della continua variazione dei prezzi delle azioni, in modo che se ne possa seguire l’andamento durante tutta la seduta di Borsa.

 

Mib30
Il Mib30 è simile a un altro indice, il Comit30, e misura i prezzi delle azioni dal 31 dicembre 1992. Il Mib30 non misura però l’andamento di tutta la borsa, ma soltanto quello delle trenta azioni più importanti in termini di valore di mercato (capitalizzazione) e di scambi. Anche il Mib30 come il Mibtel è un indice continuo, e, alla fine della giornata l’indice è calcolato sull’ultimo prezzo di ciascun titolo che compone il paniere.
Il paniere dei 30 titoli che compongono l’indice Mib30 viene generalmente rivisto due volte all’anno (nei mesi di marzo e settembre), escludendo le tre società con il valore più basso in termini di scambio e capitalizzazione e aggiungendone tre nuove che presentino scambi e capitalizzazione superiori a quelli delle tre escluse. Viene anche aggiornato in occasione di operazioni straordinarie sulle società facenti parte dell’indice (es. scissioni).

 

Midex
L’indice Midex è formato da un paniere di titoli rappresentativi delle 25 società italiane che presentano scambi e capitalizzazione immediatamente inferiori a quelli inclusi nel Mib30; pertanto nella sua composizione possono essere presenti anche società che provengono dal Mib30, il cui tasso di capitalizzazione sia sceso; viceversa se un titolo del Midex si attesta su valori di capitalizzazione abbastanza elevati può entrare a far parte del paniere delle 30 blue chips.

 

Comit
L’indice Comit è analogo al Mib, cambiano i dettagli, qualche accorgimento, ma nella sostanza è un indice basato sui prezzi ufficiali della giornata, e dunque viene calcolato una volta al giorno.
L’indice Comit è il più “anziano” tra gli indici correntemente utilizzati dagli esperti: la sua serie storica risale al 1972. Per questo motivo è ancora molto utilizzato dagli analisti tecnici, cioè coloro che studiano i grafici per capire quale sarà la futura evoluzione della Borsa.

 

Gli indici settoriali
Gli indici settoriali misurano l’andamento dei prezzi delle azioni appartenenti a un ben definito comparto del listino, come per esempio quello assicurativo o quello bancario. Gli indici settoriali sono divisi in 6 macrosettori:

  • materie prime ( risorse di base e petrolio);
  • beni di consumo ( auto, beni di consumo durevoli, media, tessili e beni di lusso, trasporto e turismo);
  • beni di consumo non ciclici (alimentari e farmaceutico);
  • finanziari (banche assicurazioni e altri servizi);
  • industriali (chimici, costruzioni, elettromeccanici e altri);
  • servizi di pubblica utilità (telecomunicazioni, energia).

 

Le Borse estere

Le famiglie italiane storicamente hanno sempre investito sempre molto poco all’estero, anche sono stati sciolti i vincoli della normativa valutaria, l’impiego del risparmio oltre frontiera è rimasto ai minimi termini. Dal 1990, anno in cui è stata recepita la direttiva comunitaria volta alla liberalizzazione dei movimenti di capitali, ci si è avviati verso la piena libertà valutaria; in pratica da allora ciascun residente può trasferire i propri soldi in un altro Paese.
A questa scarsa propensione all’investimento estero bisogna aggiungere la resistenza delle famiglie italiane all’impiego in azioni, complici gli elevati rendimenti dei titoli di Stato che, fino al 1996, hanno disincentivato l’impiego del risparmio in capitale di rischio. Così anche negli anni della crisi valutaria e della svalutazione della lira, la maggior parte dei flussi di capitali che le famiglie dirottavano all’estero sono stati impiegati in obbligazioni, o altre forme di investimento a reddito fisso, mentre era scarsissima la quota del portafoglio destinata alle azioni estere.
Ma è ragionevole presumere che la scala delle preferenze di investimento dell’italiano medio stia cambiando notevolmente per diverse ragioni:

 

La globalizzazione
La prima ragione di questa inversione di tendenza è l’ormai compiuto processo di globalizzazione, ovvero la creazione di un unico, grande mercato finanziario su scala mondiale. A questo processo hanno contribuito diversi fattori, come il cambiamento della mentalità operativa, la caduta dei vincoli normativi valutari e la tecnologia, potente veicolo in grado di consentire una diffusione globale delle informazioni e una omogeneizzazione delle tecniche d’investimento.
Gli effetti della globalizzazione sono molteplici; tra i più evidenti vi è il fenomeno della quotazione degli stessi titoli su più mercati (come l’Eni, trattata sia a Milano sia a New York) e quello della quotazione di società su mercati stranieri (come Fila e Natuzzi a Wall Street).

 

L’evoluzione degli strumenti
La seconda ragione è l’evoluzione degli strumenti di investimento e in particolar modo dei prodotti del risparmio gestito. I fondi comuni  sui mercati esteri hanno reso accessibile una molteplicità di opportunità di investimento anche ai risparmiatori che non investirebbero mai al di fuori dei confini nazionali. Questi prodotti in Italia hanno avuto finora un discreto successo, ed è presumibile una loro ulteriore espansione in futuro. Il perché è da ricercare nella caduta dei rendimenti delle obbligazioni nel 1996, discesa accompagnata dal calo dell’inflazione e dal cammino verso l’Unione monetaria europea. In regime di tassi di interesse basso è normale che aumenti la propensione delle famiglie a diversificare le forme finanziario di impiego dei risparmi.

 

Le grandi piazze finanziarie

Soltanto pochi anni fa grandi piazze finanziarie per l’investitore individuale erano irraggiungibili. Oggi, invece, grazie all’integrazione dei mercati, questi importanti centri finanziari sono sempre più a portata di mano, e il progressivo utilizzo di strumenti elettronici di contrattazione e di comunicazione degli ordini consente di abbassare commissioni e costi operativi per un investimento all’estero. Ecco, allora, che l’attenzione dei risparmiatori si rivolge sempre più spesso al di fuori di un orizzonte domestico alla ricerca delle opportunità più vantaggiose, delle condizioni migliori di efficienza e di liquidità del mercato. Inoltre, la scelta di collocare all’estero una quota del proprio portafoglio finanziario rappresenta l’elemento centrale di una strategia volta a ripartire i rischi e a migliorare la performance dei propri investimenti. Investendo sui mercati esteri si ha la possibilità di scegliere le blue chips del mercato, ovvero i titoli delle società leader nel mondo per capitalizzazione borsistica.

 

New York
New York è la più grande piazza finanziaria del mondo. Le due maggiori Borse valori, il New York Stock Exchange (Nyse) e il NASDAQ, che da anni si contendono la supremazia, hanno una capitalizzazione complessiva pari a 16.000 miliardi di dollari. Tali dimensioni è pari circa 30 volte quella raggiunta dal mercato azionario italiano. La caratteristica principale del mercato statunitense è di essere fortemente internazionalizzato. Nel listino del Nyse sono quotate circa 500 società straniere di cui 11 italiane. Una presenza simile caratterizza gli scambi del NASDAQ e dell’Amex, la terza borsa statunitense. In pratica, attraverso il mercato nordamericano è possibile investire nelle principali azioni di tutto il mondo. Normalmente i titoli esteri sono quotati anche nelle rispettive Borse domestiche, e i prezzi sono del tutto allineati nelle diverse piazze finanziarie, con le oscillazioni dovute soltanto al diverso fuso orario che caratterizza le contrattazioni. Gli scambi si chiudono a New York quando in Italia sono le ore 22. l’equilibro nei prezzi delle azioni, indipendentemente dal mercato nel quale vengono quotate, dipende dal fatto che eventuali dislivelli sono immediatamente pareggiati dagli intermediari con operazioni di arbitraggio. Tali operazioni, generalmente eseguite a fini di copertura dagli investitori istituzionali, o speculativi. Una specificità della Borsa statunitense consiste nel fatto che, nel caso delle società estere, non vengano normalmente quotate azioni, ma una sorte di certificati sostitutivi di queste chiamati ADR (American depositary receipt ). Gli ADR rappresentano la proprietà di un singolo titolo o di un numero determinato di titoli e sono emessi da banche che normalmente hanno in deposto fiduciario i titoli sottostanti.
Il ricorso agli ADR si spiega con la necessità di uniformare i titoli alla normativa del mercato statunitense, spesso più rigida di quelle adottate negli altri Paesi.
Occorre considerare, a questo proposito, che i bilanci della società Usa sono classificati con regole contabili specifiche diverse da quelle in vigore nei Paesi europei, Italia compresa. È   possibile che un’aziende risulti in attivo se classificata con i criteri americani, e mostri invece bilanci in deficit adottando gli standard continentali (o viceversa).
Anche le regole di trasparenza americane sono differenti; una differenza che va a vantaggio degli investitori, poiché le società quotate sono obbligate a rendere periodicamente pubblici numerosi dati sulla proprio attività. Ad esempio, è obbligatorio pubblicare bilanci trimestrali; tale regola entrerà in vigore in Italia nel 2000.

 

Tokyo
Quella di Tokyo è la maggiore delle otto Borse valori giapponesi. Le contrattazioni hanno preso avviò nell’aprile del 1948, con la rinascita dell’attività economica nipponica dalle macerie della seconda guerra mondiale. Il listino iniziale comprendeva 485 azioni, con una capitalizzazione totale di 122 milioni di yen. Alla fine del 1997 erano diventate 1.805 azioni con una capitalizzazione totale di 281 trilioni di yen.
Le azioni domestiche sono distinte in due sezioni. Nel listino principale sono comprese le società che quotano più di 20 milioni di azioni, hanno un numero minimo di azionisti e possono vantare requisiti minimi riguardanti scambi e capitalizzazione, devono inoltre possedere bilanci in utili. Nel listino secondario, gli standard sul capitale e sulla platea degli azionisti sono meno rigidi e il vincolo della redditività è assente. Ogni anno la Borsa valuta le società ed effettua nel caso trasferimenti dalla prima alla seconda sezione, o viceversa.

 

Londra
Non si può parlare di Borsa senza citare Londra, dove la borsa come strumento moderno di finanziamento delle attività economiche, è nata con la rivoluzione industriale del XVIII secolo. Le sue origini si rintracciano nelle contrattazioni organizzate nelle caffetterie da quanti raccoglievano le “scommesse” di investimento in società anonime di capitale. L’incremento di queste negoziazioni informali spinse i brokers a concentrare le proprie attività in un luogo fisico chiamato Stock Exchange. Avveniva nel 1773. Da allora è stata una crescita continua fino ai giorni nostri, in cui la piazza finanziaria londinese è per importanza la terza al mondo dopo New York e Tokyo. Londra dopo New York è anche la piazza finanziaria più internazionalizzata al mondo con 516 compagnie estere quotate.
Le azioni straniere sono trattate in un circuito ad hoc, il Seaq international, in cui operano 50 intermediari (market makers), che espongono le quotazioni di circa 1.000 strumenti finanziari.

 

Francoforte
L’avvio dell’unione monetaria ha promosso la Borsa tedesca come piazza finanziaria di primaria importanza su scala continentale, al punto di mettere in discussione , in alcuni segmenti del mercato, la consolidata leadership di Londra. Ma quello che ha rappresentato il vero punto di svolta nella crescita del mercato tedesco è stata la privatizzazione di Deutsche Telekom e la fusione, avvenuta nel 1998, tra le due case automobilistiche Daimler e Chrysler, che ha trasferito a Francoforte il nuovo ponte di comando del nuovo aggregato societario.
Attualmente a Francoforte sono quotate 3.576 società, con una capitalizzazione complessiva di 1.046 miliardi di euro. Le contrattazioni vanno dalle 8 alle 17; il principale indice della Borsa tedesca è il Dax, un paniere che include le 30 principali azioni del listino.

 

Nuovo Mercato e New Economy

Il nuovo mercato è il mercato regolamentato destinato alla negoziazione di azioni ordinarie di emittenti nazionali ed esteri ad alto potenziale di sviluppo.
Anche in Italia le piccole e medie imprese ad alto tasso di crescita hanno finalmente accesso ai mercati finanziari; a partire dal 29 gennaio 1999, infatti, è divenuto operativo in nuovo mercato che è entrato a far parte del circuito europeo EURO.NM, che già comprendeva i nuovi mercati di Francoforte, di Parigi, di Bruxelles e di Amsterdam.
Gli obbiettivi di tale mercato sono di:

  • creare un canale di finanziamento appositamente progettato per rispondere ai bisogni di imprese giovani e dinamiche con elevati tassi di crescita e ambiziosi progetti di sviluppo;
  • fornire una visibilità europea alle società italiane ad alto tasso di crescita, con tutti i vantaggi connessi a una quotazione domestica.

Il nuovo mercato si rivolge pertanto a:

  • società operanti in settori innovativi e ad alta tecnologia con fabbisogni finanziari legati a un progetto o ad un programma di sviluppo;
  • società operanti in settori tradizionali con innovazioni di prodotto, di processo o distributive che comportano una crescita significativa;
  • società gestite da manager – imprenditori che cercano partnership per programmi ambiziosi di sviluppo;
  • società già quotate su altri mercati che desiderano allargare la loro base azionaria domestica.

Il nuovo mercato è organizzato e gestito dalla Borsa Italiana S.p.A. secondo le norme previste nel regolamento deliberato dall’assemblea ordinaria della stessa società il 4 dicembre 1998 e ritenuto dalla Consob idoneo ad assicurare la trasparenza del mercato, l’ordinato svolgimento delle negoziazioni e la tutela degli investitori.
Alla negoziazione del nuovo mercato possono essere ammessi, su domanda dell’emittente, e sempre che siano soddisfatte determinate condizioni, le azioni ordinarie emesse da società nazionali o estere.
Possono essere ammesse alle negoziazioni le azioni ordinarie rappresentative del capitale di emittenti che abbiano pubblicato e depositato, conformemente al proprio diritto nazionale almeno un bilancio di esercizio, eventualmente anche consolidato, relativo ad almeno un esercizio annuale. Gli emittenti devono avere sottoposto il bilancio a revisione contabile a sensi dell’art. 156 del TUF o della corrispondente disciplina di diritto estero applicabile. L’ammissione alle negoziazioni non può essere disposta se la società di revisione ha espresso un giudizio negativo o si è dichiarata impossibilitata a esprimere un giudizio.
Il patrimonio netto contabile dell’emittente al momento della presentazione della domanda di ammissione alle negoziazioni deve essere di ammontare pari ad almeno 3 miliardi di lire o importo equivalente in euro. Ai fini dell’ammissione alle negoziazioni, le azioni devono soddisfare il requisito della sufficiente diffusione che si presume realizzata quando le azioni siano ripartite tra il pubblico o presso investitori professionali per almeno il 20% del capitale, rappresentato da azioni ordinarie.

 

Trading online

Il trading online consente di effettuare l’acquisto e la vendita di titoli di Borsa in tempo reale, attraverso una semplice connessione al Web. L’idea di trading online ebbe origine nel 1982 per opera di un fisico americano, Bill Porter – fondatore di E-trade (http://www.etrade.com) il più grande operatore di mercato della rete -  che la sperimentò sui primi servizi telematici ben prima della diffusine di internet. L,obbiettivo di Porter era dare possibilità a tutti gli investitori di operare autonomamente in Borsa, facoltà che fino a quel momento era prerogativa dei soli mediatori professionali. Negli Stati uniti e in atri paesi d’Europa è già un fenomeno, in Italia lo sta diventando velocemente; sono sempre più numerosi gli Istituti di Credito e le Società di Intermediazione Mobiliare che mettono a disposizione degli utenti della Rete i propri servizi online, dal controllo del proprio       conto corrente all’opportunità di “giocare in borsa”.
Per operare direttamente da casa o dall’ufficio con il proprio computer ed effettuare la compravendita di titoli online sulla piazza italiana è necessaria la preventiva autorizzazione dei gestori del servizio. L’attivazione del servizio presso una banca richiede l’apertura di un conto corrente presso uno degli istituti che hanno già attivato il servizio di trading online (se però la banca presso la quale l’utente possieda già un conto corrente è abilitata ai servizi online, è sufficiente richiedere il modulo apposito. Questo conto fungerà da riferimento per le operazioni di trading online ma potrà essere utilizzato dall’utente anche per le operazioni tradizionali. Attualmente, la maggior parte dei gestori (società o banche) non richiede un importo minimo per la fruizione del servizio e la somma del investimento rimane a discrezione dell’utente. L’attivazione del servizio presso una Società di Intermediazione Mobiliare si effettua invece tramite un bonifico bancario indirizzato alla SIM stessa; il versamento comporta l’istituzione di un proprio dossier titoli nel quale vengono prelevati e versati i proventi delle transazioni effettuate. Nel caso in cui il cliente avesse attivati il servizio di home banking nella banca dove effettua il bonifico potrà effettuare l’operazione completamente online. In entrambi i casi,  all’utente vengono fornite una user ID (nome in codice del cliente) e una password con le quali operare online sui mercati italiani, e anche in mercati internazionali se la SIM scelta lo permette.
A seconda della società scelta, l’utente potrà avere a disposizione due soluzioni diverse per cominciare a operare. Alcuni gestori distribuiscono ai loro clienti una soluzione software, composta da un Cd contenente il programma che l’utente dovrà installare sul proprio computer per attivare e gestire il servizio. Altre mettono a disposizione dei loro clienti una soluzione browser, vale a dire l’indirizzo della pagina internet (URL) alla quale gli utenti potranno accedere unicamente digitando i dati identificativi dei quali sono stati forniti. Il servizio di trading online abilita l’utente a effettuare transazioni su azioni e obbligazioni del mercato italiano e sta progressivamente allargando l’offerta anche a mercati europei come quello francese o quello tedesco, sino ad arrivare a quello statunitense. L’utente che effettua un’operazione di compravendita agisce in pochi secondi direttamente sul mercato azionario. La funzione della banca o della società che offre il servizio è limitata al passaggio dell’ordine sul mercato borsistico e non implica alcuna altra attività; naturalmente l’utente online non potrà trarre vantaggio dalla esperienza di chi svolge professionalmente attività di consulenza. Il trading online offre inoltre alcuni vantaggi non  immediatamente evidenti rispetto al servizio tradizionale, come la possibilità di attaccare il prezzo (aggiudicarsi l’azione al prezzo migliore) nel momento stesso in cui è possibile farlo ed è vantaggioso farlo.
La riduzione al minimo delle attività di intermediazione comporta una consistente riduzione dei costi sugli ordini effettuati; attualmente le banche chiedono in media dal 4 al 7 per mille sulle operazioni effettuate, contro l’1,95 per mille per le corrispondenti operazioni effettuate online.

 

New Economy: analogie con gli anni ’20

La prima volta che si parlò di New Economy fu negli anni venti, allora le azioni che tutti richiedevano erano quelle della General Motors, della Rca o della Westinghouse, le aziende leader nei nuovi mezzi di comunicazioni: radio e automobili. Proprio come fino a poco tempo fa tutti chiedevano Tiscali, Opengate, Tecnost e le altre internet company. Anche allora la borsa registro un enorme incremento, pari al 340 per cento, con grande entusiasmo e ottimismo. Si sa come andò a finire nel ’29 mentre il futuro dei titoli internet è ancora incerto, nonostante il crollo registrato poco tempo fa, ed è molto probabile che l’evoluzione del nuovo mercato non si sia arrestata a questa prima discesa di assestamento dei prezzi.
Negli anni ’20 come avviene adesso, in tutta la società si parlava di azioni e borsa e i termini tecnici entrarono nel linguaggio comune. Allora vi erano poco più di 2 milioni di americani con azioni ma la speculazione era entrata a far parte delle cultura. Personaggi famosi e popolari come Groucho Marx e Charlie Chaplin parlavano dei propri investimenti nelle loro interviste.
La storia dimostra che quasi ogni mercato in crescita spinge la popolazione  a speculare in borsa, a buttarsi nella mischia senza avere conoscenze tecniche adeguate; negli anni venti il boom di Wall Street fu influenzato molto dall’emancipazione delle donne che cominciarono ad acquistare azioni con il risultato che in media il 30% del capitale di aziende americane era in mani femminili, oggi, come detto, il boom deve molto alla diminuzione della rendita dei Bot, strumento prediletto dell’italiano medio, e al progressivo avvicinamento delle masse al mondo della borsa.

 

Fonte: http://ipertestiscuola.altervista.org/varie/borsa.zip

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

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