La follia

 

 


 

La follia tema tesina per scuola media e licei classico e scientifico

 

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LA FOLLIA

 

QUEL MISTERO OLTRE LA RAGIONE

 

  di Di Tuoro Gaetano
 

 

INTRODUZIONE

 

 

 

".......Gli uomini mi hanno definito pazzo, ma non è ancora ben chiaro se la pazzia sia o non sia la più alta forma di intelligenza e se le manifestazioni più meravigliose e profonde dell'ingegno umano non nascano da una deformazione morbosa del pensiero, da aspetti mentali esaltati a spese dell'intelletto normale.....
........È vero! Sono sempre stato nervoso, molto, spaventosamente nervoso; ma perchè dite che sono pazzo? La malattia ha acuito i miei sensi, non li ha distrutti, non li ha soffocati. Molto affinato era in me il senso dell'udito... udivo tutte le cose del Cielo e della Terra. .....e udivo anche molte cose dell’inferno........"
(Edgar Allan Poe)

 

I pazzi sono davvero tali o è il resto del mondo che li fa sentire folli?

Dire che cosa sia realmente la follia è un'impresa abbastanza ardua, eppure in tanti hanno provato a dare un valido significato e questo termine.  Nel passato come nel presente, la follia si è manifestata in tanti suoi piccoli aspetti: attraverso il genio degli scienziati, i versi dei poeti, le melodie dei musicisti, i colori vivaci sulle tele degli artisti, le gesta inconsulte dei potenti. La prima difficoltà è già tutta racchiusa nell’etimo del termine follia, dal latino follis: mantice, sacco vuoto, pallone gonfio d’aria. Per traslazione, il folle è colui che ha la testa vuota, piena d’aria.


Numerose ,invece, sono le difficoltà che cospirano alle spalle di chi intenda, oggi, riflettere filosoficamente sulla follia. Un autorevole dizionario filosofico come quello di André Lalande, dopo aver sottolineato la genericità, la vaghezza del termine, il suo ricorrere pressoché unicamente nel linguaggio comune e ordinario, rinvia il suo lettore alle pagine dedicate all’aliénation mentale. Non diversamente Abbagnano, alla voce “pazzia” del suo Dizionario di Filosofia conclude con un rinvio alla voce psicosi. All’interno del vocabolario scientifico il termine follia sostanzialmente fatica a trovare posto, espulso, soppiantato e specificato nella precisione dei quadri nosografici.
Le ricerche più attendibili sulla nascita della follia e sulla sua evoluzione nel corso della storia sono quelle di Michael Foucault nella sua opera Storia della follia nell’Età classica  pubblicata nel 1963.


Foucault pone l’inizio della storia della follia nel Medioevo; periodo storico in cui l’uomo perde le proprie certezze e cerca in ogni modo di raggiungere il bene. In questo periodo la follia è legata all’antitesi tra il bene e il male, il folle è considerato sotto due punti di vista: da una parte come l’effige dell’insensatezza e della dissolutezza umana, collocato ai margini della società ma mai escluso da essa; dall’altra come il detentore di un sapere oscuro e impenetrabile, che può accedere a realtà impercettibili all’uomo comune:

 

“il folle, nella sua innocente grullaggine, possiede questo sapere così inaccessibile e così temibile… lo porta in una sfera intatta, piena ai suoi occhi di un sapere invisibile”
(Storia della follia nell’Età)

 

Dal Rinascimento in poi, in particolare con filosofi come Descartes e Montaigne, l’orizzonte della follia si restringe facendo prevale l’interpretazione allegorica di questa; prende vita così quel meccanismo che renderà il folle nella visuale comune come una minaccia, prendendo il posto dei lebbrosi nei reietti della società. Nascono, inoltre, in questo periodo le prime strutture, che si diffonderanno a macchia d’olio nel XVII secolo, in cui venivano rinchiusi i malati psichici, offensivi verso la  morale, condannati come complici del male. In questi secoli si sviluppano anche gli studi filosofici e medici sulla follia; importanti, infatti, sono gli studi di Descartes sulla fisionomia del cervello umano, poi proseguiti nell’800 e nel 900. I filosofi giungono anche ad ipotizzarne le cause: in prossime, dovute ad alterazioni del sistema nervoso e del cervello; e in lontane, dovute ad avvenimenti dell’anima, violenti o intensi, o a rapporti col mondo esterno (le famose “passioni dell’anima” di Descartes). Sembra così che il filosofo sia chiamato a prendere atto di questa trasformazione-traduzione della follia nella malattia mentale.


È nel nostro tempo che accade la semplificazione della follia nei quadri della malattia mentale ed è sempre nel nostro tempo che possiamo porre l’interrogazione sul perché di questo accadimento.
Nel campo medico e scientifico ci fu una vera e propria rivoluzione con l’avvento del metodo freudiano e con la Psicoanalisi. 


Utilizzando invece le parole di Antonello Sciacchitano, il quale osservava come sia un luogo comune dell’immaginario collettivo l’intendere la follia quale minus ontologico, possiamo esercitare una riflessione sul pensiero di Schopenhauer in modo da evidenziare come il meno della follia può essere inteso come un più:

 

“Il filosofo parla di sragione, lo storico di assenza d’opera, lo psichiatra di perdita del rapporto con la realtà, lo psicoanalista di sottrazione del fantasma da parte della madre. Non è molto sbagliato esprimersi così. Nella follia c’è del meno. Non sarà per caso un più? si chiede per automatismo mentale l’analista”

 

FILOSOFIA

La nevrosi vs Genialità-Follia
Freud e Schopenhauer

 

La follia in psicoanalisi potrebbe essere definita come una sovrapposizione della parte istintuale su quella razionale.                    

Secondo Sigmund Freud il comportamento ordinario non è altro che il risultato di un continuo processo dialettico tra la parte più selvaggia e disorganizzata del cervello, l'Es, e quella più pesata e razionale, il Super-io. Nel momento in cui una delle due parti prevale in maniera eccessiva sull'altra il comportamento può apparire irrazionale e privo di logica.

Sigmund Freud

filosofia la follia

 

 

 

Freud si laureò a Vienna nel 1881 e si specializzò in neurologia. Nel 1885 si recò a Parigi per studiare le malattie nervose, in particolare l’isteria, malattia dalle cause sconosciute e dai sintomi molto gravi come la volontà di non mangiare e di non parlare. La scienza dell’epoca, sotto l’influsso del positivismo, riteneva che a ogni malattia mentale corrispondesse una lesione organica. Freud, ritornato a Vienna, studiò con il suo collega Breuer le cause della malattia e giunse ad affermare che essa non era collegata a nessuna  lesione fisica. Utilizzò l’ipnosi per giungere ad una spiegazione dei sintomi della malattia stessa. Nel 1895 pubblicò con Breuer gli studi sull’isteria, dove tramite l’ipnosi dimostrò di aver acquisito due elementi fondamentali relativi alla malattia: i sintomi dell’isteria sono collegati a precisi episodi della vita del soggetto, i quali si possono eliminare attraverso al loro riproduzione sotto ipnosi: tale metodo fu definito “catartico”. Il caso di Anna O.,studiato nel libro, è la storia di una ragazza che mentre cura il padre ammalato è colpita da tratti isterici.


Una notte ella vegliava nella più grande ansia il malato che era in preda a una febbre altissima, tutta in tensione perché da Vienna doveva arrivare un chirurgo per operarlo. La madre era uscita, e Anna sedeva accanto al letto, col braccio destro penzolante lungo la spalliera della sedia. Cadde cosi in una reverie,  e vide un serpente nero come sbucare dalla parete e avvicinarsi al malato per morderlo. (E’ molto probabile che la ragazza avesse visto realmente parecchi serpenti nel prato dietro casa e ne fosse rimasta spaventata). Cercò di scacciare la bestia, ma sembrava paralizzata. Il braccio destro, che penzolava dietro la sedia, si era addormentato diventando insensibile e paretico, e quando ella lo guardò, le dita si trasformarono in tanti serpentelli con teschi. E’ probabile che ella abbia cercato di allontanare il serpente con la mano destra paralizzata, così che l’anestesia e la paralisi dell’arto vennero ad associarsi con l’allucinazione del serpente.
Quando questa svanì, ella, in preda all’angoscia, cercò di parlare, ma non ci riuscì. Non poteva esprimersi in nessuna lingua, finché non le vennero in mente le parole di una filastrocca inglese e da quel momento poté pensare e parlare solo in quella lingua.” 

                 
(Studi sull’isteria)  

Attraverso l’ipnosi risultò che i sintomi isterici si presentavano perché certi episodi vissuti dalla ragazza nell’infanzia le erano riaffiorati alla mente ed essa li aveva rimossi, in quanto in contrasto con le cure umorali per il padre. Sotto ipnosi tali episodi venivano rivissuti e permisero quindi la guarigione della ragazza.

“Si era d’estate, in un periodo di afa intensa, e la paziente aveva sofferto moltissimo la sete; ché, senza ragioni plausibili, all’improvviso ella non era riuscita più a bere. Così, prendeva un bicchier d’acqua, ma non appena lo portava alle labbra lo respingeva bruscamente come se fosse affetta da idrofobia. Naturalmente, in quei brevi attimi, era in stato di assenza. Per alleviare in qualche modo la sete che la torturava, la paziente mangiava solo frutta. Dopo circa sei settimane di un tale stato di cose, un giorno, mentre in ipnosi stava parlando della sua antipatica governante inglese, le uscì finalmente detto, con evidenti segni di ribrezzo, che una volta era entrata nella sua stanza e aveva visto il suo odioso cagnolino che beveva in un bicchiere. Per una forma di cortesia, la paziente non aveva detto nulla. Ora, dopo esser riuscita ad esprimere violentemente tutta la sua collera repressa, ella chiese di bere e trangugiò una grande quantità di acqua senza il minimo disturbo; si svegliò dall’ipnosi col bicchiere alle labbra. Da allora il sintomo scomparve definitivamente”       

                                 
(Studi sull’isteria)

Da quel momento però Breuer non volle più collaborare con Freud.

 

I fondamenti della Psicoanalisi

Freud cercava di studiare le cause dell’isteria, poi le trovava definendole genericamente irritazioni oggettive nella convinzione che la loro origine era sessuale. Freud abbandonò l’ipnosi perché non era applicabile a tutti i pazienti e perché le verità scoperte sotto ipnosi non venivano ricordate al risveglio. Cosi egli puntò sul metodo che egli chiamò “metodo delle libere associazioni”, secondo cui il paziente poteva dire al medico tutto ciò che gli passava per la mente senza vincoli di sorta. In tal modo il paziente diventava parte della sua terapia e si legava maggiormente al medico in base ad una relazione affettiva chiamata “Transfert”, nel senso che ciò che si era provato per i genitori veniva trasferito su medico stesso. Per questo Breuer non voleva più lavorare con Freud: aveva scambiato le manifestazioni di Anna O. rivolti a lui come persona e non rivolte a lui come sostituzione del padre.

 

La rimozione

Freud si chiede per quale motivo i suoi pazienti hanno dimenticato molte esperienze di vita, che soltanto sotto terapia venivano richiamate alla memoria. La risposta è che queste esperienze sono vissute come vergognose e dolorose ed è per questo che vengono allontanate dalla coscienza. In ciò consiste la rimozione che è un meccanismo di difesa, tramite il quale l’Io si ripara da un impulso minaccioso. Nella nevrosi l’Io si ritira da quest’impulso minaccioso, che però resta comunque presente con tutta la sua carica energetica e quindi pur rimanendo lontano cerca delle vie indirette per venire allo scoperto e scaricare così la sua energia: queste vie indirette sono meccanismi della nevrosi. Freud, con “la teoria della rimozione”, cercò di capire i meccanismi delle nevrosi e ne indicò anche la possibile cura. Infatti si rese conto che doveva scoprire le rimozioni ed eliminarle attraverso un lavoro di interpretazione e valutazione di ciò che la rimozione aveva escluso dalla coscienza. Questa cura venne chiamata psicoanalisi.

 

L’inconscio
filosofia la follia

 

 

 

L’inconscio è la struttura della psiche. Dalla rimozione emerge il concetto di inconscio. Secondo Freud ogni atto della nostra vita psichica nasce dall’inconscio e riaffiora nella coscienza solo in minime parti: infatti la maggior parte della vita psichica rimane inconscia a causa della rimozione. L’inconscio ha diversi caratteri dalla coscienza: non esiste in esso il principio di contraddizione, per cui possono coesistere due tendenze opposte come l’amore e l’odio, inoltre non esiste negazione, perché ogni desiderio per l’inconscio è sempre attuabile e per finire nell’inconscio non esiste né lo spazio né il  tempo. Inoltre Freud intese poi spiegare in che modo funziona l’apparato psichico e giunse così a distinguere tre diverse istanze l’Io, L’ES e il Superio. L’Io corrisponde alla coscienza grazie alla quale l’uomo  è razionalmente consapevole di se stesso . L’ES (pronome neutro in terza persona nella lingua tedesca paragonabile all’ ”Id” latino) è un inconscio in cui sono presenti le pulsioni psichiche sia innate, sia acquistate con la rimozione. Nell’inconscio tutto funziona in base al principio del piacere che ignora la realtà esterna per realizzare i suoi desideri. Il Superio è prevalentemente inconscio ed è paragonabile alla coscienza morale: esso è come un giudice o un censore dell’Io, in quanto si forma sia dall’infanzia interiorizzando le regole e i divieti dei genitori. In età adulta la società con le sue leggi prende il posto dei genitori. L’Io deve stare dunque in equilibrio tra l’ES ,che non conosce regole, e il Superio ,che impone regole, senza dimenticare che bisogna fare i conti anche con la realtà esterna. Le difficoltà dell’Io sono comuni a tutti, ma quando i conflitti ciclici fanno sì che l’Io venga prevaricato dall’ES o dal Superio allora nascono le nevrosi.

 

La scoperta della sessualità infantile

Ricordando le cause delle nevrosi, Freud scoprì i conflitti fra gli impulsi sessuali e la resistenza del soggetto contro di essi. La scoperta più importante di Freud in questo ambito è il conflitto avvenuto nella prima fase della vita. Da ciò Freud discerne che esiste una vita sessuale prima dell’età adulta. Nei racconti dei pazienti di Freud ricorrevano episodi infantili che si riferivano a seduzioni subite da parte di un genitore o di un fratello maggiore. Ciò convinceva Freud che l’origine delle nevrosi fosse da attribuire a questi rapporti incestuosi dell’infanzia e pensava che il problema fosse risolto. In questo periodo Freud utilizza anche il materiale fornito dai sogni dei suoi pazienti.
Nel 1896 morì il padre di Freud. Il dolore di quel lutto portò Freud a scavare profondamente in se stesso iniziando un’autoanalisi che durerà dal 1897 al 1901 e che sarà molto importante per lo sviluppo della psicoanalisi. Analizzando i suoi sogni in relazione alla morte del padre, trovò in essi il bisogno di liberarsi da una colpa verso suo padre: trovò in tutto ciò le tracce della seduzione infantile che già aveva riscontrato e si rese conto che esse coprivano sentimenti molto più complessi provenienti  da desideri contraddittori nei confronti dei genitori. Freud capì che le scene di seduzione non erano mai avvenute nella realtà, ma esprimevano fantasie collegate a desideri. In tal modo viene elaborata la teoria della sessualità infantile, il cui nucleo essenziale è costituito dal complesso di Edipo. Alla base di questo complesso vi è una vera passione d’amore: il desiderio di possesso nei confronti del genitore di sesso opposto porta il bambino a vivere in termini conflittuali la relazione con il genitore delle stesso sesso. La gelosia e l’invidia che spingono fino all’odio e al desiderio di morte, si scontrano con l’amore e il bisogno di confermare la propria identità sessuale. L’esistenza di fratelli e sorelle complicano le cose. La rinuncia di questa passione avviene per la paura della punizione per la perdita dell’amore del genitore rivale. La rinuncia della pretesa edificata avviene attraverso il meccanismo della rimozione e si manifesta nel bambino come una nevrosi con atteggiamenti repressivi e fobie. Il superamento di questa fase conduce il bambino ad investire la pulsione sessuale verso altre mete di carattere sociale in quanto i suoi interessi si spostano al di fuori della famiglia. Questo processo è chiamato sublimazione. Intorno al quinto anno di vita, segue un periodo di latenza della vita sessuale,che dura fino alla pubertà, da cui prende avvio la sessualità adulta. Per sessualità, Freud, non intende più soltanto ciò che si riferisce alla “genialità”, egli interpreta la sessualità come una funzione somatica tesa verso il piacere e che soltanto in parte riguarda la riproduzione. All’energia degli istinti sessuali Freud dà il nome di libido. Normalmente la libido segue una sua evoluzione dalla sessualità infantile alla sessualità adulta. Può avvenire, tuttavia, che esperienze negative durante lo sviluppo causino una sua fissazione in uno stadio precedente ed una regressione a tale stadio. È cosi possibile che una nevrosi insorga nella persona adulta. Tale estensione del concetto di sessualità abbatte le frontiere tra normalità e perversione, intendendo con perversione ogni attività sessuale che abbia come meta il conseguimento del solo piacere senza finalità riproduttive. Il bambino è un essere perverso per eccellenza perché la sua libido si sposta nelle sue fasi evolutive verso mete diverse corrispondenti a diverse zone erogene. Le fasi evolutive sono tre:1) la fase orale, di cui la zona erogena è la bocca; 2)la fase anale, in cui l’oggetto erotico sono le feci; 3) la fase fallica di cui la zona erogena è il pene o il clitoride. Una perversione diventa patologica quando invece di manifestarsi puramente a lato di uno scopo e dell’oggetto sessuale e normale, tende a sostituirli completamente e prende il loro posto in tutte le circostanze: il caso di voyeurismo, del sadomatismo, feticismo.

 

L’interpretazione dei sogni

Freud dopo la morte del padre nel 1896, giunse a capire che i sogni hanno un significato e una loro logica, simile a quella dei sintomi nevrotici. Il sogno per Freud è un prodotto psichico completo,che, pur essendo interpretato, deve essere scomposto nei suoi diversi elementi la cui analisi fa affiorare una logica nascosta. Secondo Freud, nel sogno, si distinguono due livelli: 1) un contenuto manifesto, cioè quell’insieme di immagini, parole, sensazioni, che il sognatore ricorda e racconta al risveglio e che ricostituisce una trasposizione deformata del vero significato del sogno; 2) un contenuto latente, cioè l’insieme dei desideri inconsci del sognatore che non sono più riconoscibili nel contenuto manifesto in quanto sono mascherati. Il sogno, una volta interpretato è l’espressione più diretta del mondo dell’inconscio e infatti il sonno è una condizione psichica durante la quale, l’Io si riposa, abbandonando in parte e temporaneamente le sue difese di fronte all’emergere degli impulsi dell’ES. Tuttavia una parte dell’azione dell’Io riamane attiva e funziona come censura onirica, proibendo ai desideri inconsci di manifestarsi nella loro sincera natura. Per tanto i contenuti onirici vengono mascherati per rendere irriconoscibile il significato proibito del sogno. I desideri rappresentati possono essere recenti o di origine remota. Un sogno esprime allo stesso tempo più desideri e sono quelli infantili (i desideri) che causano maggiormente l’attività onirica. Per lavoro onirico Freud intende quel procedimento che trasforma il significato latente del sogno nel suo significato manifesto. L’interpretazione psicanalitica deve ripercorrere in senso inverso il lavoro onirico. Ecco i meccanismi che permettono al significato profondo del sogno di manifestarsi in modo chiaro: 1) lo spostamento fa sì che un impulso profondo, diretto verso una persona, nel contenuto manifesto del sogno, può apparire rivolto verso una altra; 2) la condensazione fa sì che impulsi diversi possano fondersi tra loro nel sogno manifesto in modo da essere inconoscibili: per esempio nel sogno una persona può apparirci con alcune caratteristiche appartenenti ad una persona diversa; 3) il simbolo, che è un sogno che accoglie in sé una forte carica emotiva e attraverso di esso si esprimono uno o più impulsi diversi o profondi della psiche. L’interprete del sogno deve riuscire a percorrere in senso inverso il lavoro onirico, sciogliendo gli enigmi prodotti dal lavoro di spostamento, di condensazione e di simbolizzazione.

 

Svariate opere e fase ultima del suo pensiero

Nel 1904 Freud pubblicò un libro dal titolo Psicologia della vita quotidiana. In questo libro vengono interpretati gli atti mancati, cioè le dimenticanze, i lapsus verbali, smarrimenti di oggetti e alcuni gesti automatici, in cui facilmente ogni individuo può incorrere nella sua vita quotidiana. Freud dimostro che questi errori di comportamento e questi gesti, sono il prodotto di un’intenzione inconscia che si rende manifesta attraverso l’analisi. È importante che Freud abbia messo in risolto l’analogia tra i processi psichici che producono nevrosi e quelli che producono interruzioni lievi e temporanee del controllo della coscienza. Nel 1905 Freud pubblicò un altro volume dal titolo  Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. Esso serve a liberare dai desideri proibiti che non riescono ad essere espressi per motivi di ordine morale. Nel motto di spirito esiste sia un significato nascosto sia un significato manifesto come nei sogni e quindi si presta ad un’interpretazione. Il motto può essere prodotto attraverso la sintesi del discorso in una parola chiave, attraverso un gioco di parole (esempio: gli ordinari non furono nella di straordinario, e gli straordinari non furono nulla che sia soltanto ordinario). Con il motto di spirito siamo in presenza di un appagamento di desideri altrimenti censurati. Essi procurano un effetto piacevole che si manifesta con il riso e che riporta al mondo infantile del gioco. Il motto inoltre ha un carattere sociale, nel senso che è un modo di comunicare tra gli uomini. Partendo dal motto di spirito, si fa strada per Freud la possibilità di interpretare con la psicoanalisi le elaborazioni culturali degli uomini, letterarie e artistiche. Per esempio Freud pubblica a questo riguardo i seguenti saggi:  Un ricordo di infanzia di Leonardo Da Vinci, Il Mosè di Michelangelo e Gradiva. Secondo Freud, l’artista si ritira  nel mondo della fantasia sfuggendo da una realtà non appagante: in tal modo le opere d’arte soddisfano diversi desideri inconsci; ma esse si rivolgono ad un pubblico riescono, comunicando, a suscitare gli stessi desideri istintivi che ne sono alle origini. Nell’ultima fase del suo pensiero Freud si convinse dell’esistenza di due pulsioni contrapposte, quella vitale libidica e la pulsione della morte. Quest’ipotesi fu elaborata nel libro Al di là del principio del piacere del 1920. In quest’opera Freud distinse: 1) un istinto di conservazione dell’individuo e della specie che si chiama “Eros” (il dio greco dell’amore); 2) un opposto istinto di distruzione e di morte che si chiama “Thanatos”(il dio greco della morte), che è una tendenza al ripristino di uno stato anteriore, disgregante, che agisce come distruzione del vivente nella psiche e in ogni cellula umana, una sorta di forza chimica e biologica che tende al ritorno dello stato inorganico. Questa forza diventa manifesta quando si rivolge all’esterno e si palesa nella forma dell’aggressività e nell’autodistruzione. L’Eros invece ha come fine quello di complicare la vita allo scopo di conservarla, aggregando in unità sempre più vaste, le particelle disperse della sostanza vivente. La pulsione di amore e di morte agiscono in modo conservativo, poiché mirano al ripristino di uno stato turbato dell’apparire della vita. L’apparire della vita sarebbe dunque la causa della continuazione della vita e al tempo stesso dell’aspirazione alla morte e , dunque, la vita sarebbe una lotta e un compromesso fra queste due tendenze. Freud ha dato un contributo alla psicologia della religione da un punto di vista antropologico. Nell’opera Totem e tabù del 1913, costatando l’esistenza del tabù dell’incesto, anche nelle società primitive organizzate secondo il sistema del totemismo, Freud, sottolinea la coincidenza tra i due principali tabù del totemismo: non uccidere il totem e non congiungersi con donne dello stesso clan totemico. Riprendendo l’ipotesi Darwiniana, secondo la quale ciascun clan è capeggiato da un unico maschio dominatore, padre di tutti i figli e marito di tutte le donne dell’orda; Freud,  ipotizza che un giorno i figli, esclusi dal potere, in comune accordo, uccisero il padre e ne mangiarono il cadavere. Ma nessuno dei figli riuscì a sostituirsi al padre perché ogni fratello lo impedì all’altro. Pentiti della loro azione, i patricidi, si organizzarono in clan secondo i principi del totemismo che avevano la funzione di scongiurare la ripetizione del delitto. L’isogamia (cioè il divieto di sposare le donne dello stesso clan di appartenenza) e l’adorazione di un animale totem, simulacro oggetto di culto e sostitutivo del padre, derivano da questa vicenda primordiale commemorata ogni anno con un rito solenne, il così detto banchetto totemico, durante il quale viene mangiato l’animale totem-sacro e poi pianto. Il rito serve ad esprimere il senso di colpa per il delitto commesso (il peccato originario) ed è l’origine dell’organizzazione sociale, della religione e delle regole morali. Il padre ucciso, sostituito con l’animale sacro divinizzato, diventerà l’evoluzione della società, il prototipo della divinità. La comunione cristiana, secondo Freud, conserva una traccia del primitivo banchetto totemico. Con tutto ciò, Freud  voleva sottolineare  che alla base delle religioni c’è il desiderio edipico di ribellarsi al padre. Nell’opera dal titolo L’avvenire di un’illusione, Freud dice che la religione si fonda sulle più intime angosce degli uomini e ribadisce che essa. È un’illusione da cui l’umanità deve liberarsi grazie al progresso delle scienze. Nell’ opera Il disagio della civiltà, Freud studia il rapporto tra le pulsioni individuali e la costituzione della società con le sue esigenze. Il principio del piacere non tiene conto dell’esigenze della realtà (o società): l’Io deve strutturarsi facendo interagire le pulsioni interne con il mondo esterno, ma qui si creano problemi oggettivi che non sono immediatamente compatibili con le pulsioni dell’Io e poi bisogna tener presente la presenza di altri uomini, con cui l’Io deve fare i conti. Nessuno può fare a meno dei propri simili ma il principio del piacere riduce gli altri a strumenti per soddisfare le proprie esigenze. A queste condizioni la società nasce come guerra di tutti contro tutti (“…Omnium bellum contra omnes…”, Thomas Hobbes ). Una società può strutturarsi in modo efficace solo in una relativa situazione di equilibrio, basandosi sull’accordo. I conflitti vanno regolati con le leggi. Ciò significa che il principio del piacere viene tenuto a freno. Freud usa l’espressione “disagio della società” per indicare la necessità sociale che al principio del piacere non venga data piena soddisfazione. Per questa ragione la società sottopone a regole e a controlli l’intera sfera della vita sessuale e ne limita in modo rigoroso l’aggressività umana perché non sfoci nella guerra, ma se poi la guerra diventa una realtà, anch’essa deve essere sottoposta a regole (per esempio la convenzione di Ginevra e il divieto di usare i gas e l’arma atomica), alla fine però bisogna riconoscere con Freud che la società limita fortemente la libera realizzazione della vita psichica. Tuttavia senza questa limitazione la società non avrebbe mai potuto evolversi. Quindi la società deve permettere il massimo delle soddisfazioni per il principio del piacere che sia però compatibile con il massimo rispetto per il principio della realtà.

 

 

 

Schopenhauer, genio e follia

 

 

 

Le meccaniche che muovono e strutturano la follia sembrano definire nel contempo il sottosuolo dell’esperienza artistica e filosofica.
Gli stretti legami tra follia, esperienza estetica, estasi, entusiasmo, provar-stupore, aver vertigini, riemergono e vengono attentamente considerati nelle osservazioni che si dipanano nei capitoli centrali del terzo libro del Mondo come volontà e rappresentazione.

 

Arthur Schopenhauer: breve riassunto sul suo pensiero

 “Il Velo di Maya”
Schopenhauer  distingue tra il fenomeno e la cosa in sé come fa Kant. Mentre per Kant il fenomeno è la realtà e la cosa in sé è un concetto limite, per Schopenhauer il fenomeno è una semplice illusione, mentre la cosa in sé è la realtà che si nasconde dietro l’illusione del fenomeno. Il fenomeno è detto quindi “Velo di Maya”. Il fenomeno è una rappresentazione che esiste soltanto dietro la coscienza. La rappresentazione ha due aspetti: il soggetto rappresentante e il soggetto rappresentato. Il soggetto e l’oggetto esistono soltanto dentro la rappresentazione.
Anche Schopenhauer, come Kant, ritiene che nella nostra mente ci siano tre forme a priori e che sono soltanto tre: spazio, tempo e casualità. La casualità assume forme diverse manifestandosi in quattro modi:

  1. come principio del divenire (che regola i rapporti tra gli oggetti                    naturali);
  2. come principio della conoscenza (che regola i rapporti tra premesse e conseguenze);
  3. come principio dell’essere (che regola i rapporti spaziotemporali e quelli aritmetico geometrici;
  4. come principio dell’agire (che regola i rapporti fra un’azione e i suoi motivi).

Essendo la rappresentazione un’illusione ingannevole se ne deduce che la vita è sogno cioè una rete di inganni. Ma al di là del sogno esiste la vera realtà su cui l’uomo deve interrogarsi.

La via di accesso alla cosa in sé

Se noi fossimo soltanto conoscenza e rappresentazione, non potremmo mai uscire dalla rappresentazione puramente esteriore di noi stessi e delle cose. Ma, poiché noi siamo anche corpo, allora, noi viviamo con noi stessi anche dal nostro interno cioè godendo e soffrendo.E’ questa esperienza interna che permette all’uomo di afferrare la cosa in sé. Infatti ripiegandoci su noi stessi, ci rendiamo conto che la cosa in sé del nostro essere è la volontà di vivere. Infatti noi siamo vita e volontà di vivere e il nostro corpo manifesta all’esterno questo nostro desiderio interiore. Pertanto il mondo fenomenico è il modo attraverso cui si rende visibile la volontà di vivere. Da quanto detto si capisce il significato del titolo del capolavoro di Schopenhauer “Il mondo come volontà e rappresentazione”. La volontà di vivere non è soltanto la cosa in sé dell’uomo ma è la cosa in sé di tutte le cose, è la cosa in sé dell’intero universo.

Caratteri della volontà di vivere

La parola “volontà” per Schopenhauer non significa volontà cosciente, ma energia o impulso senza alcun comportamento razionale. La volontà è oltre lo spazio e il tempo quindi è unica, perché non è soggetta al principio di individuazione che invece è presente in tutti gli altri enti, che perciò sono molteplici. La volontà è anche eterna, appunto perché è fuori dal tempo. Infine, essendo fuori dal mondo, non ha causa e non ha scopo ed è un impulso inconsapevole. Essa è l’unico assoluto e Dio non esiste. Dapprima la volontà si oggettiva in un sistema di forme immutabili, senza spazio e senza tempo, che Schopenhauer chiama idee, considerati gli archetipi del mondo. In una seconda fase la volontà si oggettiva nei vari individui del mondo naturale. In questo mondo e nell’uomo la volontà si presenta in gradi diversi e nell’uomo si manifesta nei suoi gradi massimi: la maggiore consapevolezza però implica un maggiore dolore.

 

Il pessimismo

Se l’essere è la manifestazione di una volontà infinita allora la vita è dolore. Infatti volere significa desiderare e il desiderare significa stare in una tensione dovuta la fatto che non si ha qualche cosa che si vorrebbe avere. Ottenendo quello che si vuole, si ha un piacere parziale, perché poi si desidera un'altra cosa e cosi all’infinito. Inoltre anche quel minimo appagamento che si ottiene, conduce presto alla saturazione e quindi alla noia. Per tanto la vita è un continuo oscillare tra il dolore e la noia. Tutto quello che si ottiene , anche un minimo piacere, quando si raggiunge una tale cosa non è altro che la cessazione momentanea del dolore. Tutto nel mondo soffre, perché in tutto c’è la volontà di vivere. Il male non è soltanto nel mondo, ma nel principio stesso da cui il mondo dipende, cioè la volontà. E questa volontà, unica nella sua essenza si auto lacera nel mondo in una guerra continua del tutto contro tutto e di tutti contro tutti. Per tanto in questa vicenda cosmica l’individuo è soltanto uno strumento per la continuazione della specie e non ha in sé alcun valore. Attraverso l’amore, la volontà pensa solo alla continuazione della specie e per questo che l’atto sessuale è accompagnato da un particolare piacere. È dovuto solo a questo che la donna prima è piena di attrattive e poi da anziana le perde. L’amore procreativo è una vergogna perché mette al mondo individui destinati a soffrire

Le vie di liberazione del dolore

La vera risposta al dolore del mondo consiste nella liberazione della volontà di vivere. Schopenhauer elenca così le varie tappe della liberazione , che sono: l’arte, la morale e l’ascesi.
L’arteper Schopenhauer è la conoscenza libera e disinteressata che si rivolge alle idee, cioè ai modelli eterni delle cose. Nell’arte infatti questo “mio amore personale”, come quello tra Renzo e Lucia ne I promessi sposi o tra Petrarca e Laura, diventa con l’arte l’amore a livello universale in quanto l’arte ne evidenzia l’essenza immutabile valida per tutti. Quindi il soggetto che contempla le idee, cioè gli aspetti universali della realtà, non è più l’individuo soggetto alla volontà, ma il puro soggetto del conoscere cioè il puro occhio del mondo. In tal modo l’individuo risulta sottratto alla catena dei bisogni e dai desideri quotidiani con un appagamento perfetto. In tal modo si supera sia la volontà, sia il dolore sia il tempo. Tuttavia la funzione liberatrice dell’arte e solo temporanea e quindi non è una via per uscire dalla vita ma è soltanto un conforto per la vita.
La morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. Quindi la morale nasce da un sentimento di pietà attraverso cui avvertiamo come nostre le sofferenze degli altri. Quindi tramite questa pietà noi sperimentiamo l’unità metafisica di tutti gli esseri. La morale si compone di due virtù cardinali: la giustizia e la carità (Agape). La giustizia consiste nel non fare il male e nel riconoscere agli altri ciò che noi riconosciamo a noi stessi. La carità si identifica con la volontà positiva e attiva di fare del bene al prossimo. Al suo massimo livello, la pietà consiste nel fare propria la sofferenza di tutti gli esseri e deve assumere su di sé il dolore cosmico. La morale tuttavia rimane pur sempre all’interno della vita e quindi presuppone un qualche attaccamento ad essa. Pertanto Schopenhauer non ha raggiunto il suo traguardo di liberazione totale della volontà di vivere perché l’amore per il prossimo tipico della morale presuppone questa volontà.
L’ascesi è l’esperienza per la quale l’individuo cessando di volere la vita e dunque la volontà stessa, vuole annullare il proprio desiderio di esistere e di volere. Il primo passo dell’ascesi è la castità perfetta che libera dall’impulso alla generazione. Le altre manifestazioni dell’ascesi (la rinuncia dei piaceri, l’umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio, la penitenza corporale) tendono a sciogliere la volontà di vivere dalle proprie catene. Anche se la volontà fosse interamente vinta in un solo individuo essa morirebbe tutta, perché è una e una soltanto. La soppressione della volontà di vivere è l’unico atto di libertà che sia possibile all’uomo. Quando egli riconosce la volontà come cosa in sé, si sottrae nello stesso tempo alla sua tirannia. La coscienza del dolore come essenza del mondo è un quietivo del volere, nel senso che lo annulla e fa in modo che l’uomo diventi libero. Quando l’uomo diventa libero entra in quello stato che i cristiani chiamano di grazia. Mentre nei mistici cristiani l’ascesi si conclude con l’unione con Dio, invece in Schopenhauer si conclude con l’accesso al Nirvana buddista. Il nirvana è l’esperienza del nulla, che non è il niente ma è un nulla relativo al mondo, cioè la negazione del mondo stesso pur rimanendo qualche cosa da parte nostra.

Genialità-Follia

Nell’approfondire i caratteri del genio, del suo distanziarsi dall’uomo volgare (der gewöhnliche Mench),si renderà pressoché necessario il riferimento ai fenomeni propri della follia.
Anzitutto la contemplazione del genio si costruisce facendo astrazione dal principio di ragione, in tutte le sue forme: la genialità è appunto l’attitudine a mantenersi nel luogo dell’intuizione pura, luogo in cui avviene la perdita, la rinuncia del Sé. Risulta pertanto inseparabile da un oblio completo della propria personalità e di tutte le relazioni che sostiene (e la sostengono) nel mondo. Nell’intuizione estetica non siamo più consapevoli di noi stessi, ma solo degli oggetti intuiti. Essa è anche esperienza di un annullamento (sia pure temporaneo) della propria volontà, e quindi del dolore. Nella contemplazione dell’idea il genio infrange la sua servitù (der Dienst) alla volontà, non è più lo strumento che le procura i mezzi per soddisfarla. La voce della volontà individuale tace, il genio non è altro che il più alto grado dell’oggettità, ossia la direzione oggettiva dello spirito, in opposizione alla direzione soggettiva, che fa capo alla propria persona, alla propria volontà.
Di particolare interesse sono per noi le ricadute della posizione im-personale del genio nella vita pratica, nella vita di tutti i giorni. Non più servo della volontà individuale, teso interamente alla conquista dell’idea, egli guarda alla vita con occhi del tutto diversi da quelli dell’uomo comune, non interessandosi tanto di considerare e organizzare la sua via nella vita, quanto piuttosto di contemplare la vita stessa, in ciò che vi è di permanente, di essenziale, di incausato. La conoscenza, mentre per l’uomo volgare è la lanterna che illumina la via (la sua via individuale nella vita), per l’uomo di genio è invece il sole che illumina il mondo. La considerazione delle molteplici relazioni che la sua individualità intrattiene con gli oggetti del mondo non trova posto nell’attività contemplativa del genio; ponendosi altrove rispetto al campo d’applicazione del principio di ragione, la genialità non potrà che risultare deficitaria per quanto riguarda la prudenza (die Klügheit) e la saggezza pratica, con tutti i correlati che tale deficienza immancabilmente produce nello svolgersi della vita quotidiana. Già qui Schopenhauer sta costruendo la strada che porterà all’analogia conclusiva tra la genialità e la follia.
Da questo punto in poi Schopenhauer procede a grandi passi sino al parallelo finale genialità-follia, conclusivo del trentaseiesimo capitolo: tutto ciò che viene detto del genio è già nutrito dall’intenzione finale di chiarire la genialità nella follia.
A questo riguardo è interessante che venga ‘ricordata’ la ripugnanza del genio nei confronti della logica e la sua scarsa attitudine alla discussione. È proprio la conversazione che separa la genialità dal modo comune di vivere, di conoscere, di dialogare: il genio ha tendenza al monologo. Ad orecchie educate al principio di ragione il dis-correre del genio, che sembra non vedere il suo interlocutore (assorto com’è nella contemplazione dell’idea) e si mostra del tutto incurante di ogni rispetto nei confronti della coerenza logica, non può che assumere i caratteri del delirio, di un discorso non solo e non tanto incomprensibile, quanto piuttosto non-comunicante.
Infine il genio può mostrare tante di quelle debolezze che rasentano veramente la follia (der Wahnsinn). Che genio e follia abbiano un lato in cui si toccano, anzi si confondono, è un’osservazione che venne fatta più d’una volta.
Il grande muro di citazioni letterarie, posto in limine dell’esplorazione della follia, raccoglie affermazioni dal Platone del Fedro, da Cicerone, da Pope, affermazioni che concordano tutte nel ritenere che senza un briciolo di follia non vi può essere autentica genialità (le citazioni letterarie, per quanto moltiplicate all’infinito, non possono certo costituire prova esaustiva della continuità genio-follia; e questo è presente agli occhi dello stesso Schopenhauer, che poco oltre si sforzerà d’indagare sulla natura della follia in ben altri termini).
La conclusione a cui si arriva è quasi obbligata: sembrerebbe che ogni superiorità intellettuale oltrepassante la media comune debba venir considerata come un’anormalità predisponente alla follia.
La riflessione viene bruscamente interrotta per far spazio ad un breve esame preliminare sulla follia in se stessa. Preliminarmente si osserva come la razionalità scientifica non sia di fatto ancora giunta ad un’autentica e sicura comprensione della natura della follia e non è quindi in grado di produrre il concetto della differenza tra follia e salute mentale.
È una realtà incontestabile che i folli (die Wahnsinningen) siano anche in grado di ragionare e che dunque in loro l’attività dell’intelletto e della ragione non è del tutto spenta. Sono in grado di capire e di farsi capire. Non sono nemmeno del tutto estranei all’ordine impartito dal principio di ragione, se è vero che hanno generalmente una percezione abbastanza esatta di quanto avviene intorno a loro, e afferrano la connessione delle cause e degli effetti. In breve: la follia sembra far capo a una mancanza della memoria. Non si può comunque parlare di una paralisi dell’intera facoltà mnemonica, in quanto i folli riescono spesso a ricordare scene del proprio passato e talora anche a rappresentarsele con estrema vivezza.
Ciò che accade in loro è che il filo della memoria viene spezzato, la continuità della sua concatenazione soppressa, e ogni richiamo regolare coerente del passato è reso impossibile.
Lo spazio della memoria è dunque costellato di vuoti e la follia giunge a realizzarsi proprio nel riempire questi vuoti, nel colmarli con finzioni.
Non è un caso infatti che l’incespicante e frammentata memoria del folle inneschi un processo al termine del quale vi è una profonda trasformazione dell’identità personale:

il vero e il falso si confondono (vermischen) in modo costantemente crescente nella sua (del folle) memoria. Il presente immediato viene certo percepito con esattezza, ma è falsato da relazioni fittizie con un passato chimerico; i pazzi confondono se stessi e gli altri per persone che non esistono se non nel loro passato fantastico

La follia è dunque, attraverso la memoria, disturbo della personalità. Ecco il processo: in primo luogo si pensi al’come’ di questi vuoti all’interno del tessuto mnemonico. La meccanica che li produce viene ripercorsa per sommi capi e risiede tutta nel tentativo di porre in parentesi un dolore, un’afflizione insopportabile, che non ci concede tregua. È una sorta di meccanismo di rimozione quello che segna il passaggio dal dolore alla follia. Riguardo le modalità di costruzione di queste finzioni, il testo schopenhaueriano,  pare taccia. Forse la meccanica che regola la produzione dei ‘riempimenti’ è la stessa che guida la vita inconscia.
Se il proprio passato viene controllato, costruito, da una memoria assolutamente obbediente al principio di ragione, il risultato sarà la percezione presente di un ‘io’ stabile, che si prolunga con coerenza dal passato e che altrettanto coerentemente si affaccia verso il futuro. Qualora invece il tessuto mnemonico sia colmo di buchi, e la continuità interrotta interamente colmata da finzioni prodotte al di fuori dell’io, allora non vi è più possibilità di rinvenire alcuna continuità, alcuna coerenza. La percezione che avviene ora, nel presente, viene a trovarsi in un luogo disancorato dal principio di ragione, un luogo nel quale la nozione stessa di ’io’ risulta assente. Non sorprende così che la percezione dell’individualità sfumi. E non solo la percezione della propria, ma anche di quella altrui: i pazzi confondono se stessi e gli altri per persone che non esistono.
La questione della follia non sembra risolversi esclusivamente in una questione di connessioni e relazioni mancate tra un’esatta percezione del presente e di alcuni elementi frammentari del passato. Nell’momento in cui il folle, percependo qualcosa, si richiama al tessuto mnemonico che abita in lui, in quel momento la natura estatica, impersonale, di questo tessuto lo avvolge, lo fa suo, parla attraverso di lui, lo ispira. Da qui, ogni relazione spaziale, temporale e causale proiettata sullo sfondo di un tessuto mnemonico lacerato, non più controllato dall’io, si annulla e la figura assume il senso che la struttura gli conferisce, non quello che io, in forza del principio di ragione, gli potrei conferire. Insomma, è il delirare della percezione.
Il parallelismo tra genialità e follia non dev’essere per altro inteso in senso assoluto, quasi si trattasse di una totale coincidenza.
Ad ogni modo è innegabile che vi sia per Schopenhauer un punto di contatto tra genialità e follia.
La considerazione del fatto che gli uomini non sono soltanto capaci di produrre le opere d’arte, ma sono anche in grado di fruirle, porta inevitabilmente al riconoscimento che l’attitudine propria del genio, attitudine a svincolarsi dal principio di ragione, sia pure in una misura diversa dev’essere propria di tutti gli uomini, senza di che sarebbero incapaci di gustare le opere d’arte, né più né meno di quello che non siano a produrle
Come in ognuno di noi alberga la dis-posizione alla genialità, allo stesso modo nessuno di noi può ritenersi del tutto al riparo dalla follia. Per quanto messa a tacere dall’attività della conoscenza razionale, essa è elemento costitutivo dell’essere dell’uomo. Al pari della genialità, si presenta come la dis-posizione che apre all’uomo la possibilità di una conoscenza vera, svincolata dal principio di ragione, tesa all’intuizione dell’idea
In tal senso l’arte è tutt’uno con la filosofia, è già ricerca filosofica.

 la filosofia si distingue da essa unicamente per il modo d’espressione. All’artista come al filosofo occorrono due qualità: a) genialità, cioè conoscenza capace di trascendere il principio di ragione o conoscenza delle idee; b) la capacità di ripetere attraverso una tecnica trasmissibile, che può essere acquistata mediante esercizio, le idee intuite in una certa sostanza (questa sostanza per il filosofo sono i concetti, come per lo scultore il marmo, per il pittore i colori, ecc.)

La genialità risulta così il fondamento, la condicio sine qua la produzione e la fruizione estetica, così come la stessa ricerca filosofica, non potrebbero nemmeno essere.
Se la genialità e la follia avvengono nel medesimo luogo (o quanto meno individuano nel loro confondersi un territorio comune), allora è inevitabile riconoscere anche alla fatica filosofica un fondamento nella follia. Il linguaggio filosofico insomma, che prende vita nella sostanza dei concetti, attinge la propria origine nella concezione intuitiva del mondo, nella genialità-follia, che costituisce dunque il suo autentico fondamento, il suo Grund.

 

 

STORIA DELL’ARTE

Il genio folle della pittura
Van Gogh

 

 

 

 

Quando si parla di Van Gogh, si parla anche della dicotomia genio-follia; indicando in quest'ultima il motore della pittura originale, unica dell'artista. Sono mille le ipotesi di malattia, tutte basate su ipotesi fatte a posteriori: chi prende spunto dalla biografia, parla di un incrudelirsi della malattia venerea, o addirittura di una possibile ereditarietà dal padre di sifilide, oppure di schizofrenia, depressione, etc. Chi prende spunto dalla sua arte, vede nei suoi quadri spiraleggianti delle caratteristiche comuni a mille altri pazienti affetti da malattie degenerative del cervello. Con i mezzi attuali, ogni supposizione è possibile, perciò nessuna è unica e veritiera. Ciò che è permesso dire, è che l'arte di Van Gogh è illuminante, e la sua figura, magra piccola e solitaria nella carne, si staglia in realtà gigantesca e poderosa nella storia dell'arte e dei sentimenti umani.
Tanto geniale quanto incompreso, dipinse una grande quantità di quadri divenuti famosi solo dopo la sua morte suicida. Celebri i suoi paesaggi, i fiori (in special modo i girasoli, la cui serie di dipinti lo ha fatto conoscere in tutto il mondo) e gli autoritratti. Un museo a lui dedicato, il Van Gogh Museum, si trova ad Amsterdam.

 

Biografia

Van Gogh nasce a Groot-Zundert, un villaggio olandese, il 30 marzo 1853 da Theodorus van Gogh, pastore protestante, e da Anna Cornelia: primo di sei fratelli, dopo la morte del primogenito della famiglia, che portava il suo stesso nome, e che morì alla nascita esattamente un anno prima di lui; Van Gogh ricorderà sempre la tomba dietro casa, su cui trovava iscritto il suo stesso nome. Vincent ha un' infanzia turbata, anche a causa dell'apprensione dei genitori, e la sua vita è un cammino di insuccessi esistenziali e sociali. Nel 1857 nasce il fratello Theodorus, chiamato Theo, che avrà una grande importanza nella sua vita.

In giro per l'Europa

Dal 1861 al 1868 frequenta la scuola del paese; poi un collegio di Zevenvergen dove impara il francese, l'inglese e il tedesco e apprende l'arte del disegno. Nel 1869 inizia a lavorare in una bottega d'arte all'Aja fondata da suo zio Vincent; passa il tempo libero leggendo molto e visitando musei, inizia una corrispondenza con il fratello Theo (lettere che  serviranno a una ricostruzione della sua vicenda umana) e trascorre le vacanze dai genitori nel paese natale. Gli anni che seguono segnano per Van Gogh un continuo viaggio da una filiale all'altra della bottega d'arte dello zio, trasferimenti che lo porteranno a Bruxelles, Londra e Parigi.

Predicatore fra i minatori

Nel 1876 si licenzia definitivamente e parte per un paese vicino a Londra, Ramsgate: qui lavora come insegnante supplente ricevendo in cambio solo vitto e alloggio. Diviene anche aiuto predicatore e tiene un primo sermone: vorrebbe dedicare la sua vita alla religione, ma durante una visita ai genitori, questi restano colpiti dalle condizioni precarie del figlio e non vogliono che riparta per Londra.
Lo zio Vincent gli trova così un altro lavoro come commesso in una libreria di Dordrecht. Vive da solo e frequenta la chiesa locale traducendo passi della Bibbia; convince il padre a lasciarlo frequentare una scuola per predicatore ma, non essendo ritenuto idoneo all'insegnamento, deve interrompere gli studi diventati per lui troppo pesanti.
Nonostante tutto, nel 1879 lavora come predicatore laico nelle miniere di carbone a Wasmes, nel Borinage, dove realizza i primi schizzi raffiguranti minatori all'opera. Vive in estrema povertà ed è turbato dalle condizioni in cui si trovano i minatori, che aiuta per come può; questo però infastidisce i suoi superiori che lo licenziano, ritenendolo ancora una volta inadatto e privo di talento.
Van Gogh prosegue la sua vocazione senza ricevere compenso: vive in grandi ristrettezze ma continua a leggere molto e a disegnare; in questo periodo avranno inizio i suoi improvvisi ed incontrollabili scoppi di collera, sia aggressiva che autodistruttiva, destinati a peggiorare gradatamente con il corso degli anni.
Il fratello Theo lo critica per come conduce la sua vita e Vincent interrompe i rapporti con lui per poi riprenderli solo un anno dopo.

 

Autolesionista per amore

Theo lo aiuta tuttavia finanziariamente e lo incita a proseguire nella pittura: Vincent va quindi a Bruxelles e frequenta la scuola d'arte, dove fa conoscenza con diversi pittori diventando nel (1880) amico del pittore  Anton van Rappard. In questo periodo realizza copie di opere di Jean-François Millet.
Nel 1881 si innamora della cugina Cornelia, detta Kee, vedova da poco tempo e con un figlio, senza però esserne corrisposto. Ad una sua richiesta di matrimonio lei lo rifiuta non ricevendolo in casa. Disperato, Van Gogh si brucia la mano sinistra con la fiamma di una lampada, cercando di dimostrare l'intensità del suo amore. Rifiutando ancora una volta un aiuto economico dai genitori, Van Gogh riparte per l'Aja dove prende lezioni dal pittore Anton Mauve, cognato della madre; anche con lui però i rapporti si deteriorano, perché Vincent non vuole come modelli calchi di gesso.

 

Ritorno a casa

In questo periodo, Vincent conosce una prostituta e lavandaia alcolizzata, Sien Hoornik (che sarà anche sua modella) e va a vivere con lei e col figlio, cercando di redimerne le sorti. La sua salute inizia a creargli qualche problema, e infatti in questo periodo si ammala di gonorrea. Il loro rapporto è segnato, come sempre sarà, dalle intemperanze emotive del giovane Vincent, il cui furore nei confronti della vita, rimarrà sempre in bilico tra la follia e l'amore più puro. Suo zio gli fa una ordinazione per venti disegni di paesaggi: questo sarà il suo unico lavoro su ordinazione. Inizia a dipingere con i colori ad olio paesaggi e ritratti di popolani e il fratello Theo, che era a Parigi, gli paga il materiale. Vorrebbe sposare Sien ma la famiglia lo dissuade e Vincent prende la dolorosa decisione di lasciarla dopo un anno di convivenza.
Dal 1883 al 1885 vive con i genitori nel paese di Nuenen e nell'arco di questi anni dipinge duecento quadri; cura amorevolmente la madre che si rompe una gamba e prende lezioni di musica e canto perché pensa che ci sia un legame fra colore e musica; allestisce un atelier in uno stabile accanto alla casa parrocchiale del padre che muore per un colpo apoplettico il 26 marzo 1885. Dipinge I mangiatori di patate.


I colori di Arles

L'anno successivo lascia Parigi trasferendosi ad Arles; qui trova una casa, e decide di dipingerne la facciata di giallo, per celebrare una ritrovata solarità, e dove sarà raggiunto da Gauguin. Nella città francese dipinge, fra gli altri, alcuni dei suoi principali capolavori, caratterizzati da luminosi colori carichi di vitalità, fra cui il Vaso con dodici girasoli (o i Girasoli, il celeberrimo Sunflowers), il Ponte di Langlois ad Arles con lavandaie, Esterno di caffè in place du Forum ad Arles, e la Casa gialla.
È durante la permanenza ad Arles che avviene uno degli episodi più controversi e drammatici della vita di Van Gogh. La notte del 23 dicembre il pittore, dopo un'aggressione ai danni di Gauguin (che fugge spaventato), si punisce tagliandosi la parte inferiore dell'orecchio destro, la incarta e la porta in un bordello per farne regalo ad una prostituta alla quale si era affezionato.
In seguito a questo episodio di autolesionismo, Vincent viene ricoverato in un istituto per malattie mentali con la diagnosi di schizofrenia. Tuttavia, ad oggi non siamo certi di quale fosse la reale patologia di cui Van Gogh soffriva. La psichiatria dell'epoca etichettava con la diagnosi di "schizofrenico" pressoché qualunque paziente psichiatrico. E' durante questa fase che Vincent dipinge il celebre Autoritratto con orecchio bendato.
Da quel momento, Van Gogh soffrirà sempre più frequentemente di allucinazioni e deliri. Sarà a più riprese ricoverato, sia coattivamente che dietro sua spontanea iniziativa, in una clinica per malattie mentali nei pressi di Saint-Rémy-de-Provence. A questo periodo risalgono i dipinti Iris e Alberi di cipresso. Dopo ulteriori, acuti episodi psicotici, si stabilisce nel maggio 1890 ad Auvers-sur-Olse. Qui conosce il medico-pittore che lo ha in cura, Paul Gachet e che ritrarrà in un quadro famosissimo.
I quadri di questo periodo risentono di una profonda e lucida depressione. La sua sensibilità enorme, lo porta a rimanere ferito per ogni sguardo e commento, che le persone sanno da sempre tributare agli eccentrici. Addirittura in una delle lettere parla della derisione e del dileggio dei bambini quando passavano davanti alla sua casa.
Nell'ultimo periodo i quadri si susseguono ad un ritmo impressionante e, quanto mai prima, domina il giallo, il colore acceso della vita.

 

Colpo di rivoltella fatale

Il 27 luglio del 1890 si presenta alla coppia proprietaria della locanda in cui vive. Sta molto male e confessa di essersi sparato un colpo di rivoltella in un campo accanto al cimitero nei pressi di Auvers-sur-Oise mentre dipingeva la sua ultima opera. Morirà il 29 luglio e verrà sepolto il giorno dopo in quello stesso cimitero. Al funerale parteciperanno il fratello Theo, il dottor Gachet e molti amici artisti; la bara è ricoperta di girasoli. Pochi mesi dopo, il 25 gennaio 1891, muore, ricoverato in clinica psichiatrica, anche il fratello Théo. Solo molti anni dopo la sua morte la famiglia si decise ad ammettere che Théo era affetto da sifilide, al cui decorso sono da ricollegarsi i deliri e le allucinazioni che perseguitarono gli ultimi anni di vita di Théo.

 

 

 

Campo di grano con corvi

immagine Campo di grano con corvi

È un dipinto ad olio su tela di cm 50,5 x 103 realizzato nel 1890 dal pittore Vincent Van Gogh, conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam.

Una delle ultime e più belle opere di van Gogh è il Campo di grano con corvi, del luglio 1890, realizzata poco tempo prima del suicidio e giudicata dalla critica il suo “testamento spirituale”. Scriverà al fratello Theo, anche a proposito di questo capolavoro:
"Qui il mio pennello scorre fra le mie dita come se fosse un archetto di violino... I colpi di pennello vanno come una macchina, vengono e si succedono concatenati”  ( Van Gogh)


Spesso si sostiene che il campo di grano ha dei toni drammaticamente cupi, accentuati dal funereo volteggiare dello stormo di corvi neri e dalle pennellate rabbiose e scomposte. Cupo in realtà è solo il cielo, che da un blu rassicurante passa a tonalità cromatiche sempre più scure, non il campo di grano. Cupa, se vogliamo, è l'atmosfera. L'artista infatti non vede futuro per la sua esistenza immediata, anche se la sua anima continua ad ardere di un fuoco divoratore.
Il campo di grano è così mosso che sembra una foresta in fiamme, in cui strade vuote, che portano verso l'ignoto, cercano di farsi largo e su cui volteggiano tristi presagi: i corvi neri appunto, che sembrano arrivare come avvoltoi.


La tela è un grido di dolore, accentuato dal ritmo a strappi, vorticoso, delle pennellate.
La strada è senza via d'uscita perché i campi, che esprimono i valori rurali del passato,la fertilità, e quindi la vita, nulla possono contro i nuovi valori borghesi, rappresentati da un cielo che pare un oceano in tempesta, in cui il chiaro si mescola allo scuro confondendo ogni cosa. In mezzo a questo cielo tenebroso macchie bianche indistinte, misticheggianti, sembrano voler indicare gli astri o nuvole minacciose, ma in realtà raffigurano la solitudine dell'artista, ripiegato su se stesso. Nell'ansia di cercare qualcosa che colleghi il campo di grano al cielo (e il collegamento è dato appunto dalla strada), l'artista non trova altro che se stesso, svuotato, e i corvi neri sembrano essere la conseguenza ineluttabile della devastazione: stanno per arrivare come una minaccia incombente,una tempesta della natura.
La strada infatti è una mediazione, un'ansia, un desiderio oscuro, nervoso, che in questo tentativo, vano, di trasformare la realtà, si rende conto di non avere forze sufficienti. Gli orli verdi dei due viottoli forse indicano l'onestà di fondo di una ricerca personale.
Il campo di grano è insomma l'elegia di uno sconfitto.


La strada infatti non porta da nessuna parte ed è virtualmente percorsa da una persona, l'artista, che non sa dove andare, né cosa cercare. 
Da notare che prima di realizzare il quadro, van Gogh era andato a far visita al fratello Theo che viveva a Parigi ed era rimasto scosso per le difficoltà professionali di lui e per la salute cagionevole del nipotino Vincent.
Qualche giorno dopo aver finito l'opera, van Gogh scriverà l'ultima lettera a Theo, in cui dirà espressamente che la sua morte avrebbe posto fine al travaglio della famiglia del fratello: le sue opere sarebbero aumentate di valore e Theo - insieme alla moglie e al figlioletto Vincent - avrebbero potuto condurre una vita migliore.
Insomma van Gogh - se guardassimo l'aspetto contingente della sua esistenza - si sarebbe ucciso prendendo questa nota familiare come occasione per realizzare l'ultima missione della sua vita: lui che non era riuscito, in vita, a realizzare alcunché di socialmente utile, pensava di farlo da morto.   Il cielo blu-nero, gli astri (se tali sono) sono troppo indeterminati e oscuri perché si possa pensare a un vero obiettivo da raggiungere. Qualche critico ha addirittura intravisto in quelle sagome bianche né astri né nuvole bombate, ma addirittura immagini nascoste, subliminali, come p.es. l'orecchio sinistro (quello che lui si tagliò dopo il litigio furente con Gauguin), un uccello gigante che riempie il cielo, una "presenza incombente" e un trombettiere simile all'arcangelo Gabriele entro le nubi, a testimonianza del lato mistico-irrazionale dell'artista olandese.
Forse è meglio limitarsi a quanto scritto nelle lettere a Theo:
"Sono campi estesi di grano sotto cieli agitati, e non avevo bisogno di uscire dalla mia condizione per esprimere tristezza e solitudine estrema"                                                                                                                                                               
Le molte interpretazioni di quest'opera particolare sono state le più varie e complesse rispetto a quelle che si sono date di qualsiasi altra sua opera.
L'aspetto stilisticamente meno riuscito del quadro (relativamente parlando s'intende: non dimentichiamo che l'opera è stata fatta di getto) è proprio quello che avrebbe dovuto indicare il metodo per conseguire un fine: la strada, che, a ben guardare, non è una, ma una sorta di triplice diramazione da un crocevia invisibile, il quale simboleggia, a sua volta, i vari percorsi esistenziali e professionali dell'artista, spesso condotti su direzioni diametralmente opposte e che non hanno portato da nessuna parte, se si esclude ovviamente quella artistica, che è servita come valvola di sfogo di una pentola a pressione.
Le strade, soprattutto quella centrale, sembrano indicare una prospettiva, e anche le distese dei campi; in realtà il quadro è bidimensionale, anzi monodimensionale, in quanto le strade viste dall'alto, i campi di fronte e il cielo di lontano sono tutti elementi di un unico aspetto dominante: lo scontro, senza soluzione di continuità, tra il furore del giallo (la passione interiore per l'assoluto) e l'oppressione del blu-nero, i cui toni cupi (le ambiguità o le ipocrisie del vivere sociale) impallidiscono irrimediabilmente la luce che naturalmente dovrebbe provenire dal cielo (l'esigenza del vero).
Non è ovviamente un quadro realistico, ma esprime molto realisticamente una situazione emotiva ai limiti del collasso.
Qui siamo in presenza a una sorta di icona della disperazione.                                                                 La strada è dunque il limite maggiore non tanto del quadro, ma dell'esistenza stessa di van Gogh, lacerata da percorsi travagliati, errabondi, diametralmente opposti, che l'hanno sì arricchito di molteplici esperienze, ma anche portato alla sregolatezza e infine alla follia e a una morte prematura.

 

GEOGRAFIA ASTRONOMICA

“Lo scienziato pazzo”
Fred hoyle

 

 

 

La teoria dell’universo stazionario

Fred Hoyle è il teorizzatore della teoria della stato stazionario dell’universo. Secondo tale teoria l’universo risulta essere in espansione ma la sua densità resta constante. Per rendere però accettabile tale teoria, bisogna accettare il presupposto che nell’universo, ogni anno, si crei (faccio notare: voce del verbo creare) un atomo di idrogeno per ogni km³ di volume dell’universo (quantità industriali, dato il volume complessivo dell’universo). Dopo alcuni decenni di dibattito acceso, nei primi anni '70 la teoria dello stato stazionario fu abbandonata praticamente da tutti con l'eccezione di Hoyle e pochi seguaci, che nel 1993 tornarono a proporre il cosiddetto “Stato Quasi Stazionario” in seguito alla scoperta della Radiazione cosmica di fondo. Viene soprannominato "Lo Scienziato Pazzo" per come si presenta, sempre scontroso e di poche parole, per il suo aspetto fisico, e per le sue teorie alquanto azzardate.

 

Altre teorie sull’universo

Universo ciclico. Modello elaborato recentemente dai cosmologi Paul Steinhardt, della Princeton University, e Neil Turok, dell’Università di Cambridge. Secondo tale teoria il cosmo attraversa una serie infinita di Big Bang, seguiti da periodi di espansione e di stagnazione, il tutto regolato da un’ energia oscura ancora non spiegata. Per i due cosmologi il Big Bang non fu in realtà un inizio, ma solo l’ultimo di una serie infinita di cicli.
Universo inflazionario. In cosmologia il termine Inflazione si riferisce all'idea (proposta inizialmente da Alan Guth nel 1981) che l'Universo, poco dopo essere "nato", abbia attraversato una fase di espansione esponenziale (con diminuzione di densità poiché la materia resta constante). Una conseguenza diretta di questa rapidissima espansione è che tutto l'universo osservabile si sarebbe sviluppato da una regione inizialmente piccolissima. L'ipotesi dell'inflazione risolve diversi rilevanti problemi concettuali che affliggevano la teoria standard del Big Bang. Fra questi, il problema della "piattezza" dell'Universo (cioè il fatto che l'Universo sembra essere ottimamente descritto da una geometria con curvatura esattamente pari a 0). Il nome della teoria è un riferimento semi-umoristico all'inflazione economica che aveva colpito gli Stati Uniti ed il mondo Occidentale negli anni a cavallo del 1980.

 

 

 

INGLESE
 
        Beyond the reason

May be Coleridge succeeded in composing his beautiful compositions  thanks  to the drug assumption.
The opium assumption makes the poet travel through the cosmos and makes him the pioneer of the paranormal and especially the visionary characterized by the madness polish. The most intense and fascinating emotions  and the irresistible sensory suggestions are born during these eager agitations

S. T. Coleridge’s life       

 

filosofia la follia


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Coleridge was born in Devonshire in 1772. At the age of 10 was sent first to
Christ’s Hospital School and then to Cambridge but he never graduated. He
was influenced by French revolutionary ideals, and he became a republican.
Southey and he established a utopian community in Pennsylvania called
Pantisocracy, where there were common economic activity and didn’t exist
private ownership. But this project failed and since he started to suffer
from chronic rheumatism the doctors prescribed him opium .
In 1797 he met Wordsworth and went to live in Somerset, where they started
their collaboration. In this period Coleridge wrote:
o The Rime oh the Ancient Mariner, his masterpiece, that became the
Manifesto of the English Romanticism with the Wordsworth’s Preface
o Christabel, an unfinished poem about a young girl under a witch’s spell
o Kubla Khan, also unfinished, wrote under the influence of opium, and
described this dream-like poem as a psychological curiosity.
Then he spent a period of solitude in Malta. When he returned in England he
started a career lecturing in journalism. He settled in London where he
produced Biographia Literaria, a text of literary criticism and
autobiography, where he explained the motives set in the Lyrical Ballads. In
contrast with Wordsworth who wrote about ordinary life, Coleridge wanted to
talk about extraordinary events.

Imagination and fancy

Both Coleridge and Wordsworth gave importance to the idea of imagination.
Coleridge distinguished between “primary” and “secondary” imagination. The
primary imagination is a fusion of perception and the human individual power
(the power that gives a certain order to the chaos or a form to a
perception). The secondary imagination is the poetic faculty, which not only
gives form to a given world, but builts a new one.
According to Coleridge imagination is more important than fancy, that bases
its power on the association of material provided and subject to the
rational law of judgement. A simple example is in The Rime of the Ancient
Mariner, when Coleridge used several details, so that he gives form to
something else; this fancy is improved by beautiful images.
The ideal in the real

According to Coleridge, the nature wasn’t a moral guide. He contemplated the
nature with the consciousness of the presence of the ideal in the real. He
didn’t accept the Christian faith, where nature is seen as “divine”, but he
saw the nature in a sort of Platonic interpretation, when it is the
reflection of the perfect world of ideas. So the world is the projection of
the perfect, real world of Ideas; in fact he used natural images in his most
visionary poems.

The Rime of the Ancient Mariner: Content

The ballad is divided in seven parts; it is set in the sea, either during
the day (with the sun) and during the night (with the moon). It starts with
an “Argument” ,with a short summary divided into two parts: in the first he
showed the framework and introduced the protagonist; the other is the poem
itself.

In the first part, the ancient Mariner stops a wedding guest to tell him his
terrible story. He talks about his adventures when he reached the equator
and the south pole. After several days the Albatross appeared through the
fog; but the ancient Mariner kills him, even if Coleridge don’t explain why.
This actions is represent an action against the nature.
So, in the second part, the ancient Mariner starts to suffer psychologically
for what he has done, and here Coleridge introduce into his character the
corruption and the helplessness, due to guilt that he feel. The world after
the crime is terrible: the mariners are tortured, and the only moving things
are sea snakes.
In the third part the Mariner became conscious of what he has done, and he
go in isolation. A skeleton ship appear, where Death and Life-in-Death cast
dice ; Death win the Mariner’s comrades, who all die, and Life-in-Death win
the Mariner’s soul.
In the forth part his sense of guilt increases; the Mariner blesses the sea
snakes, and starts to re-establish a relationship with the nature.
In the fifth part the Mariner try to obtain his soul; the ship begin to move
and the spirits return in the mariner’s corpses.
In the sixth part his healing seem impeded.
In the seventh part, in the last stanza, the Mariner obtain the wedding
guest’s sympathy. Coleridge doesn’t tell how the story finish, but we can
think that the ancient Mariner will remain with his guilt until his death.

Atmosphere and characters

The atmosphere of the poem is full of mystery by the combination of the
supernatural, commonplace and dream-like elements. It isn’t easy to explain
the role of the Mariner and of his comrades; they could represent human
beings and their agonies; the Mariner doesn’t represent a moral agent, but
he is passive, because his actions aren’t conscious. His paralysis of
conscience brought the Mariner in gaining the authority, and he pays for it
to remain in a condition of outcast. He is like an actor in the Drama, where
he recounts his story with retrospection.

The Rime and the traditional ballads

The poem contains a lot of features in common with ballad: the succession of  dialogue and narration, the four-line stanza, the archaic language, alliterations, repetitions and onomatopoeias, the theme of travel and
supernatural elements.
But the presence of a moral at the end of the poem makes it a “romantic”
ballad.

 

 

 

 

ITALIANO

Pirandello
Follia e Alienazione

 

filosofia la follia

 

 

 

 

Pirandello è sicuramente uno degli interpreti più acuti della "crisi dell'io", poiché  la considera come una serie di stati incoerenti, che suscita nei suoi personaggi angoscia ed orrore nel vedersi vivere, nell'esaminarsi dall'esterno come sdoppiati. Questa tendenza risulta essere un insieme di ossessioni, angosce, impulsi inconfessabili perché violenti o crudeli, che giacciono nel profondo della psiche, nell'inconscio. L'unica via di fuga da tale realtà risulta essere la pazzia, ovvero la condizione di colui che si esclude e guarda gli altri vivere.
 La follia è il grande tema che percorre tutta l'opera pirandelliana. La sua fonte fu lo psichiatra Alfred Binet.
La follia, o alienazione mentale, è la condizione nella quale i fatti commessi sono caratterizzati dalla a-normalità, dall’uscire dalle norme che regolano i comportamenti della massa. Solo la follia o la a-normalità assoluta, incomprensibile per la massa, permette al personaggio il contatto vero con la natura, (quel mondo esterno alle vicende umane nel quale si può trovare la pace dello spirito) e la possibilità di scoprire che rifiutando il mondo si può scoprire se stessi. Ma questi contatti sono solo momenti passeggeri, spesso irripetibili perché troppo forte è il legame con le norme della società.


Ogni uomo nasce dotato di una personalità che la Natura gli ha dato:

-è normale quando questa personalità si sviluppa secondo le norme della Natura stessa;
-è a-normale, invece, quando, attraverso le norme sociali, l’uomo non sviluppa più la sua originaria personalità, ma ne acquista un’altra, secondo le norme che la società si è imposta per sopravvivere.

L’alienazione, quindi, è composta da una personalità espressa non secondo natura, ma secondo le regole della società, e può essere identificata con la maschera-forma, l’esistenza nelle centomila forme che si creano nel corso dell’esistenza; l’accidente, distruggendo la maschera-forma, distrugge l’alienazione, riportando il personaggio alla sua condizione originaria, ma impedisce alla massa di capire il personaggio e le fa pensare che questi è uscito di senno. D’altra parte, proprio nell’alienazione, il personaggio riesce a risolvere la condizione esistenziale. Invece la riflessione serve per mettere a nudo le contraddizioni del mondo nel quale si trova a vivere, a mettere in risalto quel senso di solitudine che un mondo fatto di finzioni, e ormai anche di macchine, porta con sé. Alienazione, quindi, non tanto come elemento negativo, ma come elemento fondamentale della condizione umana, nella quale, appunto stemperare la propria angoscia e il proprio dramma.
E' il punto di partenza per esplorare quella crisi d'identità che qualsiasi evento può scatenare. La riflessione di Pirandello sul tema della follia appare memorabilmente in molte opere, come l'Enrico IV o come Uno,nessuno e centomila.


Breve biografia
Luigi Pirandello è stato uno dei più importanti scrittori e drammaturghi italiani. Fu insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934.                                                                                               

Egli nacque a Agrigento da Stefano e Caterina Ricci Gramitto, in una famiglia di agiata condizione borghese. La famiglia commerciava e produceva zolfo.Dopo un'istruzione elementare impartitagli da maestri privati, andò a studiare in un istituto tecnico e poi al ginnasio. Qui si appassionò subito della letteratura. A soli undici anni scrisse la sua prima opera Barbaro, andata persa. Per un breve periodo aiutò il padre nel commercio di zolfo, facendo anche esperienza diretta con il mondo degli operai nelle miniere e sulle banchine del porto mercantile.                                                                    

  Lo scrittore iniziò i suoi studi universitari a Palermo nel 1886, per recarsi in seguito a Roma, dove continuò i suoi studi di filologia romanza che poi dovette completare a Bonn su consiglio del suo maestro Ernesto Monaci e a causa di un insanabile conflitto con il rettore dell'ateneo capitolino. A Bonn, capitale culturale di allora, si laureò nel 1891 con una tesi sulla parlata agrigentina Voci e sviluppi di suoni nel dialetto di Girgenti. Il tipo di studi, però, gli fu probabilmente di fondamentale ausilio nella stesura delle sue opere, dato il raro grado di purezza della lingua italiana utilizzata.                                                                                                                                             

Nel 1903, poco dopo le nozze, un allagamento in una miniera di zolfo, in cui Pirandello e la sua famiglia avevano investito il loro capitale, li ridusse sul lastrico. Questa notizia accrebbe il disagio mentale, già manifestatosi, della moglie di Pirandello, Maria Antonietta Portulano. Nonostante la moglie andasse sempre più spesso soggetta a crisi isteriche, di cui Pirandello stesso era il bersaglio, egli acconsentì che fosse ricoverata in un ospedale psichiatrico solo diversi anni dopo, nel 1919. La malattia della moglie portò lo scrittore ad approfondire lo studio dei meccanismi della mente e della reazione sociale dinnanzi alla menomazione intellettuale, portandolo ad avvicinarsi alle nuove teorie sulla psicanalisi di Sigmund Freud.                                                                                       

  Spinto dalle ristrettezze economiche e dallo scarso successo economico delle sue prime opere letterarie, Pirandello insegnò per qualche tempo come professore di stilistica all'Istituto superiore di Magistero. Il suo primo grande successo fu merito del romanzo Il fu Mattia Pascal, pubblicato nel 1904 e subito tradotto in diverse lingue. In questo periodo collaborò con alcune riviste letterarie e anche con il Corriere della Sera.                                                                                           

  Pirandello aderì al fascismo ma fu criticato più volte dalla stampa del regime per non aver scritto opere conformi allo spirito e agli ideali fascisti, pessimiste e prive di amor di Patria. Nel 1926 pubblica Uno,nessuno e centomila. Grande appassionato di cinematografia, mentre assisteva a Cinecittà alle riprese di un film tratto dal suo Il fu Mattia Pascal, si ammalò di polmonite. Il suo corpo ormai segnato dal tempo e dagli avvenimenti della sua vita non sopportò oltre, e Pirandello morì lasciando incompiuto un nuovo lavoro teatrale, I giganti della montagna.                                                                                               

Egli scrisse nel testamento le sue ultime volontà sul suo funerale. È stato avvolto in un lenzuolo bianco e portato sul carro dei poveri. Il suo corpo è stato bruciato, e le sue ceneri sparse per la sua tenuta.

 

Uno, nessuno e centomila

 

filosofia la follia
Uno, nessuno e centomila è una delle opere più famose di Luigi Pirandello. Iniziata già nel 1909, esce solo nel 1926, prima sotto forma di rivista e poi di volume. Quest'opera riesce a sintetizzare il pensiero dell'autore nel modo più completo. L'autore stesso, in una lettera autobiografica, definisce quest'opera come il romanzo "più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita". Il protagonista, infatti, può essere considerato come uno dei personaggi più complessi del mondo pirandelliano, e sicuramente il più pieno di autoconsapevolezza di questo mondo. Dal punto di vista formale, stilistico, si può vedere la forte inclinazione al monologo del protagonista, che molto spesso si rivolge al lettore direttamente, ponendogli interrogativi e problemi in modo da coinvolgerlo direttamente nella vicenda, che è senza dubbio di portata universale.                             

                                                                                         

 

 

 

 

 

  Il protagonista di questa vicenda, Vitangelo Moscarda, è una persona ordinaria, che ha ereditato da giovane la banca del padre e vive di rendita affidando a due fidi collaboratori la gestione dell'impresa. Un giorno, tuttavia, in seguito alla rivelazione da parte della moglie di un suo difetto fisico (il naso leggermente storto, di cui non si era mai accorto), inizia a scoprire che le persone intorno a lui hanno un'immagine della sua persona completamente diversa da quella che lui ha di sé. È la consapevolezza di essere vivo nelle persone intorno a lui in centomila forme differenti che accende il desiderio di distruggere queste forme a lui estranee, con l'obiettivo di scoprire il vero sé. Inizia, quindi, ad agire con il fine di strappare queste immagini sbagliate di sé che sono nelle persone, iniziando con la moglie e il suo Gengè (il nomignolo con cui lo chiamava e cui ella affidava l'immagine del marito). La sua prima consapevolezza, dunque, ha come oggetto ciò che non è, e nel tentativo di distruggere queste errate convinzioni, apre la strada per la scoperta di ciò che è. La difficoltà, però, sta nel conoscere sé stesso, la vera essenza di sé.                                                 Il dramma della pazzia è già presente nel primo capitolo dei libro; naturalmente al termine pazzia non sì dà il significato corrente di patologia grave della psiche ma quello pirandelliano più congruo di spazio vuoto, squarcio improvviso nella coscienza, istantaneo ed insperato coincidere di essere ed esistere. Pazzo è infatti chi, allo specchio, scopre di esistere in maniera diversa da quella in cui credeva            

                                                                                                                                       Il dramma a questo punto si complica: Vitangelo impara per sua esperienza come il giudizio altrui risulti influenzato dalla condizione familiare, dal nome di una persona. Così era capitato a lui, figlio di un banchiere, considerato da conoscenti un usuraio. E' un'idea inaccettabile e per cancellarla fa di tutto: decide infatti di donare a un tale, Marco dì Dio la sua casa. Poi decide di sfrattarlo, e poco dopo, tra gli insulti della folla, decide di donargli una casa più accogliente ed una cospicua somma dì denaro. Però la folla, invece di cambiare idea sul suo conto gli dà del pazzo. Venuto a conoscenza dell'inganno che stavano progettando i suoi due soci (Firbo e Quantorzo volevano infatti denunciarlo come malato di mente) decide quindi di recarsi da un vescovo di Richieri e finge di voler cedere la banca per motivi di coscienza: ne riceve invece il consiglio di rivolgersi a don Antonio Sclepis, direttore del collegio degli abati. Alla fine Moscarda si ritira nell'ospizio che lui stesso aveva fatto costruire. Tutto sommato non mostra rimpianti: ha raggiunto il suo obiettivo, ha saputo annullare la realtà che gli altri gli avevano dato e vivere una nuova vita. Ma il prezzo della battaglia che ha combattuto contro gli altri è altissimo: la totale decostruzione della propria immagine viene pagata con una totale solitudine interiore con l'interdizione e l'emarginazione. Spogliato di tutto, dei beni, del nome, dello statuto anagrafico, di un ruolo sociale. Vitangelo resta solo, solo con la pazzia, che è il marchio con cui gli altri continuano a difendersi da chi li minaccia nelle loro certezze,nella loro ottusa ostinazione a credersi "veri".                                                                                                                                            

    L'opera finisce con la presentazione della "vera vita", finalmente libera dalle costrizioni, capace di rinascere ogni attimo. Al contrario di un altro personaggio della narrativa pirandelliana, MattiaPascal de Il fu Mattia Pascal, Vitangelo Moscarda capisce che l'unico modo per liberarsi dalla prigione in cui la vita ci rinchiude, non basta cambiare nome, ma bisogna rifiutare completamente ogni nome, visto come la rappresentazione della forma di una cosa, la sua parte statica. Ma, proprio perché la vita non è statica, il nome rappresenta proprio la morte. Dunque l'unico modo per vivere in ogni istante è vivere attimo per attimo la vita, rinascendo ogni attimo in modo diverso.

 

Titolo e significato dell'opera

 

Il titolo di questo romanzo pirandelliano è un'ottima chiave di lettura per comprenderlo fino in fondo. Quella di Vitangelo Moscarda è la storia di una consapevolezza che si va man mano formando. La consapevolezza che l'uomo non è Uno, e che la realtà non è oggettiva. Il protagonista passa dal considerarsi unico per tutti (Uno) a concepire che egli è un nulla,(Nessuno), passando alla consapevolezza di se stesso che l'individuo assume nel suo rapporto con gli altri (Centomila). In questo modo, la realtà perde la sua oggettività e si sgretola nell'infinito vortice del relativismo. Nel suo tentativo di distruggere i centomila estranei che vivono negli altri, le centomila concezioni che gli altri hanno di lui, viene preso per pazzo dalla gente, che non vuole accettare che il mondo sia diverso da come lo immagina.                                                                                                       

Vitangelo Moscarda è il "forestiere della vita", colui che ha capito che le persone sono "schiavi" degli altri e di se stesse. Egli vede gli altri vivere in questa trappola, ma neanche lui ne è completamente libero: il fatto che la gente l'abbia preso per pazzo è la dimostrazione che non è possibile distruggere le centomila immagini, a lui estranee, che gli altri hanno di lui. È possibile solo farle impazzire.                                                                                                                               La fine del romanzo è molto profonda, conclusione degna per un'opera di questa portata. Il rifiuto totale della persona comporta la completa frantumazione dell'io perché esso si dissolve completamente nella natura. Pieno di significati è il rifiuto del nome, che falsifica ed imprigiona la realtà in forme immutabili, quasi come un'epigrafe funeraria. Al contrario della vita, che è un divenire perenne, secondo la concezione vitalistica di Pirandello.

 

La follia in Uno, nessuno e centomila

Alla base del pensiero pirandelliano c’è una concezione vitalistica della realtà: la realtà tutta è vita, perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all'altro.                                                                                                                                          

Tutto ciò che si stacca da questo flusso e assume forma distinta e individuale, si rapprende, si irrigidisce, comincia, secondo Pirandello, a morire. Così avviene per l'uomo: si distacca dall'universale assumendo una forma individuale entro cui si costringe, una maschera ("persona") con la quale si presenta a sé stesso. Non esiste però la sola forma che l'io dà a sé stesso, nella società esistono anche le forme che ogni io dà a tutti gli altri. E in questa moltiplicazione l'io perde la sua individualità, da «uno» diviene «centomila» quindi «nessuno». Dalla disgregazione dell'io individuale partono in quest’opera le vicende del protagonista, Vitangelo Moscarda: quando la moglie, per un semplice gioco, gli farà notare alcuni suoi difetti fisici che lui non aveva mai notato, prima fra tutte una leggera pendenza del naso, questi si renderà conto come l'immagine che aveva sempre avuto di sé non corrispondesse in realtà alla figura che gli altri avevano di lui e cercherà in ogni modo di carpire questo lato inaccessibile del suo io. Da questo sforzo verso un obiettivo irraggiungibile nascerà la sua follia:
«Che fai?» mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.


       «Niente,» le risposi, «mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.»
       Mia moglie sorrise e disse:
       «Credevo ti guardassi da che parte ti pende.»
       Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
       «Mi pende? A me? Il naso?»
       E mia moglie, placidamente:
      
«Ma si, caro. Guàrdatelo bene: ti pende verso destra.
(Uno,nessuno e centomila)

Chi era colui? Nessuno. Un povero corpo, senza nome, in attesa che qualcuno se lo prendesse.
Ma, all'improvviso, mentre così pensavo, avvenne tal cosa che mi riempì di spavento più che di stupore.
Vidi davanti a me, non per mia volontà, l'apatica attonita faccia di quel povero corpo mortificato scomporsi pietosamente, arricciare il naso, arrovesciare gli occhi all'indietro, contrarre le labbra in su e provarsi ad aggrottar le ciglia, come per piangere; restare così un attimo sospeso e poi crollar due volte a scatto per lo scoppio d'una coppia di starnuti.
S’era commosso da sé, per conto suo, ad un filo d'aria entrato chi sa donde, quel povero corpo mortificato, senza dirmene nulla e fuori della mia volontà.
«Salute!» gli dissi.
E guardai nello specchio il mio primo riso da matto.                           
(Uno,nessuno e centomila)
La follia è infatti in Pirandello lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale,l'arma che fa esplodere convenzioni e rituali, riducendoli all'assurdo e rivelandone l'incoscienza.                                                                                                                                        Inizia così la serie delle pazzie del Moscarda. Nel tentativo di sfuggire alle tante forme impostegli dalla società finirà per dover accettare una nuova, ennesima, maschera: quella dell'adultero, e scontare per essa una pesante e immeritata pena. Ma in questa sconfitta trova una sorta di vittoria, una cura alle angosce che lo perseguitavano. Se prima la consapevolezza di non essere «nessuno» gli dava un senso di orrore e di tremenda solitudine, ora accetta di buon grado l'alienazione completa da sé stesso, rifiuta ogni identità personale, arriva a rifiutare infatti il suo stesso nome, e si abbandona allo scorrere mutevole della vita, al divenire del mondo, «morendo» e «rinascendo» subito dopo, in ogni attimo, sempre nuovo e senza ricordi, senza la costrizione di alcuna maschera autoimposta, ma identificandosi in ogni cosa, in una totale estraniazione dalla società e dalle forme coatte che essa impone.

 

Umorismo pirandelliano

Uno,nessuno e centomila rappresenta anche un testo ricco di “umorismo”. L'umorismo viene meglio definito come "il sentimento del contrario". Per Pirandello l'umorismo nasce dalla riflessione. Le più importanti riflessioni di Luigi Pirandello sul tema sono esposte nel saggio L'umorismo:
Vediamo dunque, qual è il processo da cui risulta quella particolar rappresentazione che si suol chiamare umoristica; se questa ha peculiari caratteri che la distinguono, e da che derivano; se vi è un particolar modo di considerare il mondo, che costituisce appunto la materia e la ragione dell'umorismo.   [...]Ho già detto altrove, e qui m'è forza ripetere- l'opera d'arte è creata dal libero movimento della vita interiore che organa le idee e le immagini in una forma armoniosa, di cui tutti gli elementi han corrispondenza tra loro e con l'idea madre che le coordina. [...]Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. "Avverto" che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un "avvertimento del contrario".  Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo,ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s'inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico.
                                                                     (L’umorismo)
Luigi Pirandello nelle sue riflessioni spiega che un comico fa ridere proprio perché all'apparenza mostra al pubblico il contrario di quello che dovrebbe essere mentre l'umorista invece spinge a riflettere sul motivo del contrario, passando così da un sentimento di avversione, che faceva ridere il pubblico, ad un sentimento quasi di compassione e non più una risata divertita, ma un sorriso di comprensione.                                                                                                                                 Pirandello fa l'esempio della "Signora Poponica", una donna ormai di una certa età che si veste come un ventenne. Questa scena vista per strada ci porta a ridere perchè è l'avvertimento del contrario, cioè il comico. Ma se si analizza la Signora Poponica si scopre che si deve vestire così perchè è sposata con un marito più giovane di lei, e quindi deve riuscire ad attrarlo. Questo ci porta ad avere compassione per la signora Poponica, che si deve ridicolizzare in giro per il piacere del marito. Se sapessimo questo, non rideremmo più ma avremmo un sorriso amaro.

 

Enrico IV

…Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni! -Eh! Che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi! Ma voi dite che non è vero. E perché? – Perché non par vero a te, a centomila altri. Eh, cari miei! Bisognerebbe vedere poi che cosa invece par vero a questi centomila altri che non sono detti pazzi! …Se siete accanto a un altro, e gli guardate gli occhi, potete figurarvi come un mendico davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra, non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate; ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca...                                                                 
(Tratto dal 2° atto di Enrico IV)

filosofia la folliaScritta nel 1921, la commedia fu rappresentata per la prima volta il 24 febbraio 1922 al teatro Manzoni di Milano Essa costituisce (insieme a Sei personaggi in cerca d’autore) una delle opere più apprezzate dal pubblico. L’Enrico IV è la recita di una recita. Finzione di una finzione, forse per questo appare così autentica. Enrico, il personaggio della tragedia, mette in scena sul palco il perpetuarsi di una situazione storica imbarazzante: l’umiliazione del ventiseienne imperatore di Baviera, costretto a un’estenuante attesa, nell’inverno del 1077, fuori dalle mura di Canossa, mentre Matilde di Toscana, nel ruolo inevitabilmente ambiguo del negoziatore, si adopera presso il Papa Gregorio VII, per ricucire lo strappo fra Chiesa e Impero. Questo dramma, che nella realtà storica si consumò in due giorni, nella tragedia pirandelliana dura vent’anni.
«Circa vent’anni addietro, alcuni giovani signori e signore dell’aristocrazia pensarono di fare per loro diletto, in tempo di carnevale, una “cavalcata in costume” in una villa patrizia: ciascuno di quei signori s’era scelto un personaggio storico, re o principe, da figurare con la sua dama accanto, regina o principessa, sul cavallo bardato secondo i costumi dell’epoca. Uno di questi signori s’era scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile, s’era dato la pena e il tormento d’un studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva per circa un mese ossessionato».                                                                         
(Lettera del 1921)                    

Con queste parole Luigi Pirandello, in una lettera del 1921, presentava l’antefatto della nuova tragedia che stava scrivendo al grande Ruggero Ruggeri, l’interprete che desiderava, e che ottenne, il ruolo principale.    Nel corso della cavalcata Enrico, che monta accanto alla bella ma frivola Matilde, di cui è innamorato, cade da cavallo, rimanendo intrappolato nel personaggio che sta impersonando. Rinchiuso in un esilio dorato dalla sorella, insieme a quattro servitori che si prestano al giuoco nel ruolo di consiglieri segreti, l’uomo porta avanti la bizzarra rappresentazione che, con il tempo, assume i tratti di una normale quotidianità. Passano vent’anni e la sorella di Enrico, che non si è mai capacitata della pazzia del fratello, sul letto di morte richiede che gli amici rappresentino ancora una volta la scena, per mettere il malato, con uno stratagemma, di fronte al tempo trascorso e strapparlo alla follia. Questo è il piano che i cinque personaggi hanno in mente quando si portano alla villa dove è rinchiuso Enrico: Matilde, ormai donna matura; sua figlia Frida, immagine vivente della Matilde di un tempo, Carlo Di Nolli, figlio della sorella di Enrico e fidanzato di Frida; Tito Belcredi, allora rivale di Enrico e oggi amante di Matilde e il medico che ha ordito il piano.                                                                                                  Nel primo atto, al cospetto di Enrico, Matilde, Belcredi e il medico, travestiti in abiti storici, subiscono la conversazione di Enrico che, pur confabulando di vicende riguardanti un ambito di 850 anni addietro, li confonde con l’attualità vaga delle sue affermazioni. Una parte del secondo atto è passata così dal gruppo a interpretare e cercare contraddizioni e conferme nelle tranquille parole del malato. Egli ha chiarito che erroneamente solo la sua vita è considerata quella di un essere bloccato e mummificato nella storia: perché tutta la vita è così, schiacciata dalle parole:
"Vi sembra una burla anche questa, che seguitano a farla i morti la vita ? - Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi. Un'alba. Questo giorno che ci sta davanti - voi dite - lo faremo noi! Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni. Salutatemi tutti i costumi! Mettetevi a parlare! Ripeterete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti."    
(Enrico IV)                                              
Nel III atto Enrico IV rivela di non esser pazzo, di esserlo stato davvero e aver poi finto, per molto tempo.
Perché? Perché un giorno, riacquistato il senno, "m'accorsi che sarei arrivato con una fame da lupo a un banchetto già bell'e sparecchiato." 
                                                                    (Enrico IV)                                                                                                                                                                             
Perciò egli può capovolgere il rapporto normalità/follia:
"Sono guarito signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua;... Il guaio è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla, la vostra pazzia."                                                                (Enrico IV)                             

                     
Enrico e la sua follia: unica via di fuga dalla realtà
In questo dramma il protagonista utilizza tutte le difese possibili contro la realtà, considera gli altri soltanto come strumenti per dare un senso alla sua illusione. Ma questo schermo si rompe quando si innamora: il personaggio non accetta più la solitudine, è costretto a mischiarsi con gli altri e diventa un “pover’uomo”. La dialettica tra realtà e finzione qui si complica: la finzione è pazzia, e la realtà è finzione della pazzia.                        Ciò che si intuisce dal racconto è che l’Enrico IV ha continuato a fingersi folle perché, dopo aver perso così tanti anni della sua vita (ventidue), ha capito che non si sarebbe mai potuto rimpossessare del suo posto nella società che nel frattempo era progredita, lasciandolo indietro. Il tema dominante è infatti uno solo: la scoperta dell’invecchiamento delle cose e di se stessi. È questa scoperta che convince Enrico, nel momento in cui rinsavisce, a non ritornare più alla sua vita autentica. Il dramma “storico” diventa il dramma della storia, del tempo che non si può recuperare, neppure con la fantasia. Non è un caso infatti che il tema dominante sia la pazzia, malattia senza collocazione temporale. L’individuo è isolato completamente: se non può vivere nel presente, non riesce a ricostruire il passato né a proiettarsi nel futuro. Nel rifiuto di Enrico IV a tornare alla normalità, c’è il rifiuto della vita con le sue assurdità, le sue ipocrisie, le sue buffonate, le sue passioni, le sue vanità, le sue menzogne.   Egli ha compreso l’esistenza della maschera di folle che la società gli aveva attribuito, e ha capito che quella era l’unica maschera che avrebbe mai potuto indossare:

 

«Conviene a tutti far credere pazzi certuni, per avere la scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché non si resiste a sentirli parlare».
(Enrico IV)
Ecco il privilegio dei pazzi: esser liberi di far essere ciò che non può essere (comunemente, nel così detto mondo normale), di creder vero ciò che non è vero e bearsi della loro libertà; dal momento che una verità non esiste e che noi, per poter pur vivere in una trama di rapporti sociali, dobbiamo fingerci che la verità sia una (la convenzione, il pregiudizio) i pazzi sono felici, perché schiavi di nessuna verità che non sia tutta loro. Sono liberi di inventare se stessi ogni giorno e privi del bisogno del certo, che assilla noi “non pazzi”, costringendoci a fissarci in un ruolo e a sperimentare la tragedia del dover essere uno, mentre si vorrebbe essere tanti ovvero si vorrebbe essere uno in misura appagante.Il personaggio di Enrico è stato visto per lo più come un personaggio positivo, che sceglie di autoemarginarsi, piuttosto che integrarsi in una società conformista.

 

 

 

STORIA

 

Quando la “Follia” si impossessa dello stato:

I regimi totalitari

 

la follia

 

 

 

 

La storia recente ci presenta vari esempi di totalitarismo, che possono per certi versi essere spiegati in chiave di mera follia e di demonismo.
Che cos'è un totalitarismo? E'un'ideologia, o ancor meglio un regime, che vuole accentrate la direzione di ogni aspetto della vita civile e politica nello stato. Inoltre è totalitario un regime dittatoriale basato sulla fede assoluta in un'ideologia che favorisce la mobilitazione e l'attivazione permanente delle masse.
Secondo alcuni autori,la nascita dei totalitarismi viene ricondotta al fallimento dei sistemi liberal-borghesi e alla crisi di valori tipica del periodo immediatamente successivo alla Prima Guerra Mondiale,caratterizzato dalla fine del regime parlamentare in diversi stati europei e dall’avvento dei regimi autoritari.
Il regime totalitario non si distingue dalle altre forme di governo solo perché riduce al minimo o abolisce determinate libertà, ma perché distrugge ogni presupposto di libertà , personale o di gruppo, e perché reprime forzatamente ogni tipo di conflitto.
Secondo il filosofo Erich Fromm, la caratteristica della condizione dell’individuo nella moderna società capitalistica sarebbe rappresentata dal venir meno di quei legami primari con il mondo esterno, che precedentemente avevano fatto sì che egli sentisse di appartenere ad una comunità e, quindi, si sentisse una persona con un proprio ruolo nella società, una sicurezza e una libertà di esprimere la propria personalità nel lavoro e nella vita emotiva. Il capitalismo avrebbe liberato l’uomo dai vincoli tradizionali e avrebbe contribuito ad accrescere la libertà positiva e a sviluppare la personalità attiva, critica e responsabile. Tuttavia, il capitalismo nello stesso tempo ha reso l’individuo più solo e isolato e lo ha pervaso di un sentimento di irrilevanza e impotenza. L’isolamento, l’insicurezza e l’impotenza dell’uomo moderno metterebbero in moto dei “meccanismi di fuga” o di difesa, attraverso i quali il singolo e interi gruppi di individui cercherebbero di reagire alla loro condizione. L’individuo può scegliere se superare l’intollerabile stato di impotenza e solitudine, tra due vie. Può progredire alla “libertà positiva”, mettendosi in rapporto con il mondo spontaneamente con l’amore e il lavoro; può così ritrovare di nuovo l’unità con  la natura e se stesso, senza rinunciare all’indipendenza e all’integrità della propria personalità. L’altra via è quella di ritirarsi, di rinunciare alla sua libertà, e di cercare di superare la sua solitudine eliminando il vuoto che si è formato tra il suo essere e il mondo.
Alcuni “meccanismi di fuga” avrebbero una scarsa rilevanza sociale, altri ne avrebbero una notevole, necessaria per capire le motivazioni psicologiche dei moderni fenomeni politico-sociali. Fromm non si limita a descrivere i “meccanismi di fuga”ma affronta il problema negando che per spiegarlo bastino i fattori politici ed economici. Questi sono importanti tanto quanto quelli psicologici.
Per Fromm, il fascismo e il nazismo sono sistemi che costituiscono il massimo dell’alienazione. All’individuo si insegna a proiettare tutte le sue energie umane nella figura del capo, dello stato, della patria,a cui deve sottomettersi e che deve venerare. Mussolini, un millantatore codardo, diventò un simbolo di virilità e di coraggio. Hitler, un maniaco della distruzione, fu esaltato come il costruttore di una nuova Germania.
Gli uomini, secondo Erich Fromm, si distinguono in due categorie: le pecore e i lupi. Le prime rappresentano quella parte della popolazione facilmente influenzabile, desiderosa di cedere la propria volontà a qualcuno che sappia usare la parola e proprio su questa accusa i grandi dittatori hanno edificato i loro sistemi. Il bisogno di un leader ha convinto i potenti di essere autorizzati, chiamati ad un dovere morale. Hitler fu un uomo lupo, capace di attuare la propria follia grazie all’aiuto di milioni di uomini pecore pronti ad uccidere pur di far parte del meccanismo della “nobile causa”.

“Il popolo lo segue ma non perché è di indole reggicoda, ma perché il germanico ammira e segue un capo che dimostra quel coraggio perfino insolente nell’interpretare i sentimenti nazionalisti…ha ammirazione solo per l’uomo dominante, il condottiero, il capo branco…davanti a una personalità forte invece di piegare la testa e ubbidire, la testa la alza e lo segue” (Germania, Tacito)

Hanna Arendt disse: ”I seguiti popolari non solo accettano la follia dei demagoghi ma la ritengono magica proprio perché ne sono trascinati senza capirla”.

 

 

 

Hitler e il Nazismo

 

la follia

 

 

Adolf Hitler (Braunau am Inn, 20 aprile 1889 – Berlino, 30 aprile 1945) è stato un politico tedesco.                                                
Fu Reichskanzler (Cancelliere) dal 1933 e Führer (Guida, Condottiero) della Germania dal 1934 al 1945 (Terzo Reich). Fu il fondatore e leader del Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi (Nationalsozialistische Deutsche ArbeiterPartei), noto con il nome abbreviato di Partito Nazista.
L’ascesa del nazismo

Dopo la guerra la Germania subisce un’inflazione così spaventosa da tornare all’economia di baratto. La crisi sociale che ne derivò fu enorme. Le forze in campo erano: la destra aristocratica, burocratica e militare, e la sinistra, costituita dai socialisti indipendenti e dalla comunista Lega di Spartaco; queste due formazioni erano in collisione con i sindacati e con il partito social-democratico, che volevano soltanto caute riforme democratiche. Vi furono tentativi insurrezionali a Berlino e in Baviera nel 1919, che furono repressi come l’uccisione dei leader della Lega di Spartaco.
Nel frattempo la tensione fra comunisti e socialdemocratici era al massimo, mentre la destra organizzava i “corpi franchi”, che erano formazioni paramilitari con lo scopo di uccidere gli avversari politici (freikorps).
In questi disordini nacque la Repubblica di Weimar nel 1919. La maggioranza parlamentare andò ai socialdemocratici, per cui il governo fu guidato dal social-democratico Scheidemann, mentre la presidenza della Repubblica andava a Ebert. La costituzione era molto democratica, in quanto prevedeva il suffragio universale, il sistema elettorale proporzionale e la tutela delle minoranze politiche. Tuttavia non si raggiunse un governo stabile; si ebbero invece deboli governi di coalizione.
Quindi il governo non fu in grado di mantenere l’ordine pubblico, messo in crisi da ripetute violenze e uccisioni. Tra queste violenze bisogna inserire il Colpo di Stato mancato di Hitler a Monaco nel 1923. Hitler era il leader del partito nazional-socialista operaio tedesco, che era affiancato da un’organizzazione paramilitare, chiamata SA.
Hitler fu messo in prigione dove rimase quasi un anno e scrisse la sua unica opera dal titolo “La mia lotta” (Mein kampf): in quest’opera Hitler chiedeva l’eliminazione della razza ebraica e la conquista della Russia, come sbocco obbligatorio del popolo tedesco, in quanto egli riteneva che il territorio germanico fosse troppo angusto per i tedeschi: questa è la teoria dello “Spazio vitale” (Lebensraum). Nel 1925 viene eletto presidente della Repubblica il maresciallo Hidenburg, mentre diventò cancelliere Stresemann. Questo fu il periodo migliore degli anni ’20, che si sintetizzò nel trattato di Locarno (Svizzera), attraverso il quale si consolidò l’amicizia tra Francia e Germania e quest’ultima poté entrare nella società delle nazioni.
Nel settore economico la crisi fu superata grazie ai massicci investimenti statunitensi. In questo periodo il nazismo non ebbe molti aderenti. Tuttavia la crisi mondiale del 1929 costrinse gli Stati Uniti a ritirare i capitali investiti in Germania, la quale precipitò in una crisi ancora più tremenda. In questi anni drammatici, Hitler si presentò come un’ancora di salvezza per i tedeschi, i quali lo votarono in massa nelle elezioni del 1930. Ciò permise a Hitler di giungere al cancellierato il 30 gennaio 1933.

 

Hitler a capo della Germania

Il successo di Hitler ha qualcosa di analogo a quello di Mussolini. Anche in questo caso tale successo è dovuto alla frustrazione dei ceti medi: schiacciati tra l’affarismo dei ricchi e l’avanzata sociale della classe operaia. Un’altra analogia è stata quella di mescolare la pratica violenta con la prassi legalitaria, nel senso che i nazisti attaccarono la sinistra in nome del ristabilimento dell’ordine pubblico conculcato. Anche il nazismo, ai suoi inizi, aveva assunto, come il fascismo, un atteggiamento anticapitalistico, che poi si trasformò nel suo contrario, quando si pose il problema dell’ascesa al potere.
Hitler, una volta giunto al potere nel 1033, aveva sotto di sé due gruppi parlamentari: l’SA (Sturmabteilungen, sezione di attacco) e le SS (Schutzstaffein, squadre di difesa), una specie di selvaggia guardia del corpo. Hitler sciolse subito il Parlamento e indisse nuove elezioni. Pochi giorni prima del voto, previsto per il 5marzo 1933, il palazzo del Parlamento (Reichstag) bruciò, e l’incendio era stato provocato dai nazisti per incolpare i comunisti e varare una legge speciale che sospendesse i diritti politici. I nazisti ebbero quasi il 44% dei voti, e Hitler ottenne pieni poteri. Il 14 luglio furono messi fuori legge tutti i partiti ed il 1 dicembre il partito nazista fu considerato tutt’uno con lo Stato.
Furono licenziati dalla pubblica amministrazione i funzionari non – ariani, furono soppresse le autonomie locali, la polizia fu affidata a Himmler, che creò la polizia segreta o gestapo, e furono istituiti i primi campi di concentramento (Lager) per i dissidenti. Goebbels divenne ministro della propaganda e dell’educazione culturale per diffondere l’ideologia nazista e organizzare il consenso.
Hitler stabilì anche un concordato nel 1933 con la Chiesa cattolica; riuscì a riscuotere un forte consenso tra i protestanti. Tuttavia il grande teologo luterano Karl Barth denunciò l’inconciliabilità tra nazismo e cristianesimo; inoltre abbandonò la Germania e con lui un’intera generazione di intellettuali, di scienziati (Einstein) e di artisti. Intanto Hitler decise di eliminare le SA, perché volevano condurre una politica autonoma che era sgradita agli industriali. Pertanto il 30 giugno 1934, nella notte detta dei “lunghi coltelli”, le SS massacrarono i capi delle SA. In tal modo furono eliminate quelle tendenze socialiste che tanto preoccupavano gli industriali.
Nel 1934, alla morte di Hindenburg, Hitler si proclamò presidente del Reich. I problemi economici furono risolti con la realizzazione di un grande programma di lavori pubblici, tra cui la costruzione di una rete autostradale, anche per bilanciare l’industria automobilistica. A partire dal 1936 l’economia tedesca puntò con decisione nella preparazione bellica, avviando un deciso programma di riarmo. Ciò incrementò in modo vertiginoso i profitti di grandi gruppi industriali privati, a cui si affiancarono le aziende di Stato e quelle promosse dai dirigenti nazisti. In tal modo l’economia tedesca divenne florida con l’assenza di disoccupati. Tuttavia i lavoratori non ebbero alcuna libertà sindacale e fu abolito il diritto di sciopero.

 

La revisione del trattato di Versailles

Nel 1936 la Renaria (al confine fra Francia e Germania) venne rimilitarizzata da Hitler contro il dettato del trattato di Versailles: di fronte a questa aperta violazione, l’Europa non reagì e Hitler seppe come dosare i suoi comportamenti futuri.
Nel 1938 Hitler occupò l’Austria, nonostante il divieto opposto a Versailles e l’Europa non reagì. Mussolini nel 1934 si era opposto a tale annessione, ma nel 1938 non vi si oppose più, perché dal 1936 era ormai alleato di Hitler, in quanto questi fu l’unico a stargli vicino dopo la conquista dell’Etiopia nel 1936.
Nel 1938 Hitler volle annettere alla Germania la zona dei Sudati, che si trovava nella Cecoslovacchia, con il pretesto che la zona era popolata da una maggioranza di tedeschi. Di fronte alle proteste della Cecoslovacchia, venne indetta a Monaco una conferenza, cui partecipano Germania, Italia, Francia e Inghilterra. Le potenze partecipanti cedettero alle pretese tedesche per evitare la guerra e sacrificarono la Cecoslovacchia. Mussolini si era illuso di essere l’arbitro della situazione.
Dopo che Hitler si impossessò dei Sudati, prese in modo arbitrario anche la restante parte della Cecoslovacchia e anche questa volta le democrazie occidentali non reagirono. Di fronte a tale impotenza, Hitler chiese nel 1939 un corridoio che attraversasse la Polonia e allegasse la Germania alla città di Danzica. Di fronte a questa nuova richiesta, Francia e Inghilterra minacciarono la guerra poiché avevano già dichiarato ufficialmente di proteggere la Polonia in caso di aggressione.
Hitler, per coprirsi le spalle, il 23 agosto 1939 diede vita al patto RIBBENTROP – MOLOTOV, grazie al quale Germania e Unione Sovietica si alleavano, con la clausola segreta di spartirsi tra loro la Polonia. Dopo questa assicurazione, il primo settembre 1939 Hitler invale la Polonia, la vinse nel giro di un mese e la metà orientale, come convenuto, andò all’Unione Sovietica.

La fine di Hitler e del Nazismo
Hitler fu fautore e responsabile sin dal 1933 di una politica di discriminazione e segregazione degli Ebrei dalla vita sociale ed economica del Paese; politica che dal 1941 si tramutò in un piano d'internamento e sterminio totale (noto con l'agghiaciante nome di "Soluzione finale") al quale ci si è riferiti sin dall'immediato dopoguerra con il termine di Shoah o Olocausto. Oltre al genocidio degli Ebrei, la "Soluzione finale" prevedeva l'eliminazione di altri gruppi etnici, politici e sociali (Rom, popolazioni slave, omosessuali, comunisti, disabili mentali, minoranze religiose, prigionieri di guerra e oppositori).                                                                                                     Sconfitto dagli Eserciti alleati, e con le truppe sovietiche ormai penetrate in città, si suicidò nel suo bunker di Berlino il 30 aprile 1945, insieme alla compagna Eva Braun, che aveva sposato poche ore prima.

 

La lucida follia di Hitler

“In luogo dell’odio contro altri ariani, dai quali tutto può separarci, ma ai quali tuttavia ci unisce comunanza di sangue e di civiltà, dobbiamo votare al furore generale il perfido nemico dell’umanità, l’ebreo, il vero autore di tutte le sofferenze. Il nazionalsocialismo deve fare in modo che, almeno nel nostro paese, il mortale avversario sia riconosciuto e che la lotta contro di esso mostri anche agli altri popoli la via della salvezza dell’umanità ariana… Se all’inizio e durante la Guerra si fossero tenuti sotto i gas velenosi quei 15.000 ebrei marxisti corruttori del popolo, come dovettero restare sotto i gas, centinaia di migliaia dei migliori tedeschi di tutti i ceti e di tutti i mestieri, non invano sarebbero periti al fronte milioni di vittime”     (Mein Kampf).
la follia 

 

 

 

 

La politica antisemita, l’orrore dell’olocausto, la persecuzione anticomunista, facevano parte di un programma accuratamente organizzato il cui tentativo era quello di disumanizzare questi uomini, spogliarli della loro libertà e dignità, renderli schiavi della superiorità tedesca, ed infine privarli della vita stessa. Il compito, che risuonava come un martello,nella testa di Hitler era quello di distrugge senza pietà i popoli non ariani, al primo posto della lista gli ebrei, che si erano amalgamati alla società tedesca occupandone posti di rilievo; il suo obiettivo era quello di creare un Reich millenario libero dalle etnie impure.  È proprio in questo “progetto di annientamento” che consiste la lucida follia di Hitler. Questo programma era già stato delineato in gran parte nel “Mein Kampf” (“la mia battaglia”), scritto e pubblicato intorno al 1925. Le teorie esposte si articolavano in cinque punti fondamentali:

  •   Il concetto di razza: i Tedeschi avevano il diritto di affermare la superiorità della razza tedesca, discendente di quella ariana e per questo la più pura.

“Esistono razze elette e superiori, destinate a comandare, e razze spregevoli e inferiori, destinate a servire. Non si può parlare né di uguaglianza né di fraternità tra gli uomini; tali idee sono inaccettabili perché contro natura. E' giusto invece che certi individui e certe razze - quelli superiori - si impongano sugli altri e li costringano a obbedire. E poiché i tedeschi eccellono su tutte le razze, essi hanno il dovere e il diritto di guidare il mondo".(Mein Kampf)

  • La difesa della razza: essendo la “razza padrona”, i Tedeschi dovevano dominare il mondo e le “razze schiave”. Inoltre dovevano perseverare la purezza della razza, venne quindi istaurato l’obbligo ai Tedeschi di sposarsi solo tra loro; ed in più furono sterminati i malati di mente, le persone deboli, gli infermi e chiunque fosse un portatore di handicap.

     
“A dominare sarà una razza superiore, una razza di padroni, che disporrà dei mezzi e delle possibilità di tutto il globo." (Mein Kampf)

  • La comunità razziale: lo Stato nazista doveva espandersi sino a creare una comunità che abbracciasse tutti i tedeschi puri nel mondo.
  • Il culto della personalità: era un principio già presente nella dittatura fascista e in quella comunista. Il Capo era l’incarnazione di tutte le virtù e del principio di autorità, per cui bisognava sottostare ai suoi ordini.
  • Lo spazio vitale: i Tedeschi avevano il diritto di espandersi e di conquistare l’egemonia in Europa, fino ad estendersi verso est in Polonia, Cecoslovacchia e Russia. Questi territori dovevano essere occupati e i “sottouomini” slavi dovevano servire il “poplo dominatore”.

           
"Il gioco della guerra consiste nella distruzione fisica dell'avversario. Per questo vi ho ordinato di massacrare senza pietà qualsiasi uomo, donna o bambino che non appartenga alla vostra   razza. Così soltanto potremo ottenere lo spazio fisico che ci abbisogna".(Mein Kampf)

la folliala follia

 

 

 

 

 

 

 

L’antisemitismo era già presente in Germania prima dell’avvento di Hitler, ma con lui subì una fortissima accelerazione. L’ebreo fu considerato il male in persona, il nemico assoluto, la cui eliminazione era necessaria per non essere eliminati a propria volta. L’antisemitismo diventò per Hitler uno strumento per salire al potere e un’idea-forza su cui organizzare lo Stato, una volta giunto al potere. Gli ebrei furono visti come i fautori della sconfitta militare tedesca, come i provocatori della crisi economica, come i distruttori dello Stato, come gli esponenti di una razza il cui scopo era quello di distruggere o asservire tutte le altre razze: per loro non rimaneva che la distruzione prima politica e civile e poi fisica.
Le leggi contro gli ebrei subirono una escalation impressionante:

  • Legge del 7 aprile 1933 per epurare dalla pubblica amministrazione tutti gli ebrei
  • Venne poi l’esclusione degli ebrei dal giornalismo e dall’insegnamento
  • Con le leggi di Norimberga del 16 settembre 1935 furono vietati i matrimoni tra ebrei e tedeschi; inoltre gli ebrei furono dichiarati decaduti dalla nazionalità tedesca
  • Con la notte dei cristalli del 10 novembre 1938 furono distrutte le sinagoghe e 7000 negozi ebrei, a cui fecero seguito arresti e deportazioni
  • Da questo momento gli ebrei furono esclusi da tutti gli aspetti della vita civile
  • L’ultimo atto fu quello della ghettizzazione, della deportazione e dell’eliminazione fisica degli ebrei.

 

 

 

Mussolini e il Fascismo
la folliala follia

 

 

 

 

 

 

 

 

Breve biografia
Benito Amilcare Andrea Mussolini (Dovia di Predappio, 29 luglio 1883 – Giulino di Mezzegra, 28 aprile 1945) è stato un politico e giornalista italiano. Fondatore e Duce del fascismo, fu Primo Ministro del Regno d'Italia con poteri dittatoriali dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943, Primo Maresciallo dell'Impero dal 30 marzo 1938 al 25 luglio1943 e Presidente della Repubblica Sociale Italiana dal settembre 1943 all'aprile 1945. Figlio del fabbro Alessandro e della maestra elementare Rosa Maltoni, nasce il 29 luglio 1883 in un casolare a Varano dei Costa, frazione del comune Dovia di Predappio. La decisione di chiamare il futuro duce "Benito Amilcare Andrea" è stata attribuita [1] alla volontà del padre, socialista dell'estrema ala anarchica, di omaggiare la memoria del campione dell'indipendenza repubblicana del Messico, Benito Juarez, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e convinto socialista, e di Andrea Costa, primo deputato di idee socialiste eletto nel parlamento italiano . Fu esponente di spicco del Partito Socialista Italiano e direttore del quotidiano socialista l'"Avanti!" dal 1912. Convinto anti-interventista negli anni precedenti la Prima guerra mondiale, nel 1914 cambiò radicalmente opinione, dichiarandosi a favore dell'intervento in guerra. Espulso per questo dal PSI, fondò un proprio giornale, Il Popolo d'Italia, su posizioni nazionaliste vicine alla piccola borghesia. Dopo il 1935, si avvicinò al nazionalsocialismo tedesco di Hitler, con il quale stabilì un legame che culminò con la stipula del Patto d'Acciaio nel 1939. Certo di una veloce soluzione del conflitto, entrò quindi nella Seconda guerra mondiale al fianco della Germania Nazista. In seguito alla disfatta italiana e alla messa in minoranza durante il Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio del 1943, fu arrestato per ordine del Re (25 luglio) e successivamente portato a Campo Imperatore. Liberato dai tedeschi, e ormai in balia delle decisioni di Hitler, instaurò nell'Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana. Il 28 aprile del 1945, durante il tentativo di fuga in Svizzera travestito da militare tedesco, fu scoperto e arrestato dai Partigiani, che lo fucilarono insieme alla sua compagna Claretta Petacci.


I Fasci di combattimento

Il movimento Fascista nascerà e si svilupperà tra il 1919 e il 1922. Esordì a Milano il 23 marzo 1919 con la fondazione dei Fasci italiani di combattimento; in quell’occasione il movimento si definì antisocialista (No sinistra), antiborghese (No destra), antimonarchico (No re) e anticlericale (No Chiesa). Era pertanto un movimento confuso e contorto. Vi aderirono principalmente gli ex combattenti, interventisti ed ex rivoluzionari; tali aderenti volevano un programma “riformista”, ovvero la riduzione dell’orario lavorativo a otto ore, un minimo salariale, l’estensione del voto alle donne ed il sequestro dei profitti di guerra. Tra i più importanti membri si ricordano i Futuristi (tra cui Marinetti) e gli Arditi (ex militari come i Marines) che andarono a costituire la forza armata del movimento.

 

 

La sconfitta elettorale

La forza del Fascismo consisteva nella grande figura del Duce Benito Mussolini e nell’agire con violenza, per violenza e con fine la violenza. Il 15 aprile 1919 gruppi fascisti attaccarono un corteo operaio, distruggendo anche la sede dell’”Avanti!” (giornale del PSI, partito che aveva cacciato precedentemente Mussolini). Nella battaglia di Fiume funsero soltanto da appoggio a D’Annunzio (non volevano esporsi perchè Mussolini aveva giustamente capito che non era il caso). Ma nonostante ciò nelle elezioni del 16 novembre 1919 ottennero meno di 5 000 voti su 270 000 votanti. Inoltre il 18 novembre Mussolini fu arrestato per aver provocato tumulti, ma fu presto scarcerato per opera di Nitti.

Il fascismo agrario

Dopo questa prima fase di incertezza il Fascismo si riprende nel 1920, con il mutamento di alcuni presupposti, fatta eccezione della violenza. In un solo anno (novembre 1920 – settembre 1921) distrussero 726 sedi socialiste, uccisero 166 militanti e colpirono, ferendoli, più di 500 socialisti. Nel frattempo, lontano dalle città, si stava sviluppando un movimento chiamato Fascismo Agrario. Infatti in questo periodo i contadini erano tutti iscritti al PPI, che dava loro forza nei confronti del padrone. Con l’avvento del Fascismo i proprietari terrieri sovvenzionarono il movimento e presto squadre fasciste arrivarono nelle campagne su veloci camion e colpirono duramente i contadini e distrussero numerose strutture di lavoro. I Fascisti si ispiravano ai modelli arcaici dei condottieri, organizzandosi addirittura in squadre provviste di forti armi che si mobilitavano attraverso veloci mezzi di trasporto, venendo quindi a formare un corpo ben preparato e pronto ad agire con grande rapidità, concentrando le forze sulle organizzazioni contadine, operaie e socialiste, praticamente impreparate ad un combattimento su tale campo.

La tattica di mussolini

La crescente forza Fascista era alimentata inizialmente dai ceti medio-basso borghese che erano spaventati dalla forza operaia dopo il biennio rosso, e successivamente anche dai ceti più importanti, come la grande borghesia terriera nello scontro con i contadini. Pertanto il Fascismo era sia Forza d’ordine, in quanto aiutava le forze dell’ordine, quali la polizia, contro le ribellioni operaie, sia Forza rivoluzionaria, che accettava la posizione di D’Annunzio e dei nazionalisti che volevano l’abbattimento dello Stato liberale. Così Mussolini elaborò una potenziale tattica che avrebbe usato con il ritorno al Governo di Giolitti che, dopo Nitti, lasciò entrare in Parlamento rappresentanti fascisti, poiché si era reso conto della forza di tale movimento contro le masse operaie in rivolta; con la vittoria finale Giolitti li avrebbe cacciati o perlomeno assorbiti nel proprio partito riducendone la forza politica. Fu così grazie a Giolitti che nelle elezioni del 15 maggio 1921 comparvero nel Parlamento ben 25 deputati fascisti, entrando a far parte dei “blocchi nazionali”, ovvero alleanze contro l’insorgere dei socialisti e dei popolari. Dall’8 aprile al 14 maggio 1921 (il giorno prima delle elezioni) c’erano stati ben 150 morti, ed i fascisti ottennero 35 seggi dei 265 totali dei blocchi; in pratica, rappresentavano solo il 6–7 %.

Segnali di guerra civile

Nel 1921 l’Italia sembrava nel pieno di una guerra civile, a causa delle azioni violente dei fascisti appoggiati da potenti gruppi industriali (f.lli Perrone, proprietari dell’Ansaldo) e dallo Stato stesso. Quando infatti non bastavano più le forze dell’ordine intervenivano queste squadre, talvolta provenienti direttamente dai depositi dell’esercito, con autocarri pieni di armi. I Fascisti erano quindi i più forti in questo campo, e vinsero su tutta la fitta rete di organizzazioni sindacali, socialiste e cattoliche d’Italia.

Il PNF

la folliaMussolini fu abile non solo per gli accordi presi con la classe dirigente liberale, ma anche per i cosiddetti “compromessi mussoliniani”. Il più famoso è quello del 2 agosto 1921, in cui socialisti e fascisti interrompevano le violenze gli uni verso gli altri; nella pratica tale progetto non fu mai rispettato, ed il 15 novembre il patto fu definitivamente sciolto. Atti come questo crearono dissidenze interne con figure quali Italo Balbo e Roberto Farinacci. Soltanto il 7 novembre 1921 a Roma si avrà la fondazione del Partito Nazionale Fascista (PNF), in quanto Mussolini sapeva di aver bisogno non più di un semplice movimento, ma di un vero e proprio partito con controllabili strutture organizzative.

I rapporti con il blocco dominante

Il PNF andava rafforzando la propria potenza attraverso la violenza; ciò avveniva: sia a Nord attraverso spedizioni punitive a Trento e Bolzano con l’occupazione di terre molto estese, sia per legittimare le ambizioni politiche, creando un programma antitedesco, liberale, attenendo l’alleanza dei nazionalisti ed allargando la già presente con i popolari. A questo punto tutti indirizzarono il proprio volere verso il fascismo (prima gli industriali, poi il Vaticano con papa Pio XI ed alla fine il re. Il   20 settembre 1922 Mussolini in un discorso pubblico rassicurò il re Vittorio Emanuele III sulla continuità della dinastia. A questo punto non gli rimaneva che distruggere le resistenze comuniste e socialiste e neutralizzare quelle popolari.

La marcia su Roma

la folliaLa conclusione di questo movimento di ascesa si ebbe con l’ormai famosa “marcia su Roma” il 28 ottobre 1922. Infatti tutti gli eserciti erano stati battuti. Il 26 ottobre a Napoli il segretario Michele Bianchi parlò di una prima mobilitazione durante il Congresso del PNF. Il 27 ottobre ci fu la dimissione del governo Facta, mentre il quadrumvirato Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi si dirigeva verso Roma. Il 28 ottobre circa 25.000 uomini si accamparono a Roma. Il re non firmò lo stato d’assedio (che avrebbe portato il proprio esercito ad affrontare le squadre fasciste), il 29 ottobre convocò Mussolini per affidargli le redini del governo ed il 30 ottobre il governo era ormai suo. Con Mussolini c’erano tre fascisti, due popolari, due democratici, un nazionalista, un demosociale, un liberale, un indipendente, due militari, ed anche due socialisti (Baldesi e D’Aragona).

Tentativi di normalizzazione

A questo punto Mussolini voleva allontanarsi dallo squadrismo violento (che finora lo aveva aiutato) ed avvicinare consensi, anche dall’opposizione. Il 21 febbraio 1923 fu conclusa l’alleanza con i nazionalisti (che aveva molti caratteri in comune col fascismo); poi il 10 luglio toccò al partito popolare (sotto l’influenza dello squadrismo, che nel frattempo non si era ancora fermato, e del Vaticano dopo le dimissioni di Luigi Sturzo). Gli squadristi, infatti, nonostante i tentativi di Mussolini di placare le loro violenze, avevano continuato ad esistere, provocando anche una ventina di morti nella sola metà del dicembre 1922. Ciò poteva anche rappresentare un ostacolo al progetto di Mussolini che tentava invece una normalizzazione. Per questo motivo nel 1923 le squadre vennero considerate milizie volontarie per la difesa della nazione. In questo modo aveva maggiori possibilità di controllo e poteva combattere l’esercito in caso di ripensamento da parte del re.

Le elezioni del 1924

Il 21 luglio 1923 fu approvata la legge Acerbo, che riservava due terzi dei seggi parlamentari a chi avesse ottenuto almeno il 25% dei voti. In realtà era una legge punitiva verso le minoranze, ma fu approvata comunque dai popolari e dal blocco liberale. Infatti nel Parlamento erano presenti troppi socialisti e comunisti. Nelle elezioni del 6 aprile 1924 fu presentato il listone (tra i cui nomi apparivano Salandra, Orlando, De Nicola, Olivetti, etc.), con la vittoria clamorosa dei fascisti per il 64,9 % dei voti; i voti avversari erano invece ripartiti tra comunisti, socialisti, popolari e democratico-sociali.

Matteotti e l’Aventino

Il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti (socialista di Rovigo) denunciò le violenze e le illegalità della campagna elettorale, causando una dura reazione da parte dei fascisti. Il 10 giugno fu rapito e assassinato dalla squadra di Dunini (sembra che Mussolini abbia detto “non deve più parlare”, ma non per questo doveva essere ucciso; Mussolini era fuori dalla faccenda; gli sgherri lo portarono in macchina, e si dice che mentre lo stavano portando al luogo del sequestro Matteotti abbia iniziato a calciare e venne ucciso direttamente in macchina). Il fascismo attraversò così una grave crisi, e il 27 giugno 1924 l’opposizione decise di non collaborare al Parlamento rifugiandosi dal re (come la vicenda romana in cui i plebei si ritirarono sull’Aventino) per ottenere il ripristino della legalità. Vennero così fuori due ale del partito: quella eversiva, che aveva appoggiato il delitto del 27 giugno, e quella legalitaria, che lo aveva invece rimproverato. Nel dicembre fu pubblicato il memoriale dello squadrista Cesare Rossi, che lasciava ogni responsabilità a Mussolini; ma l’opposizione non seppe approfittare della situazione. Rimasero infatti ancora a chiedere al re di isolare il fascismo (cosa che non avrebbe mai fatto per evitarne le conseguenze), mentre Mussolini esercitava giustamente il potere da lui meritato in questi anni. Non si accorgevano così che stava per nascere una sorta di guerra civile, che fu prontamente scongiurata dal grande leader fascista Mussolini.

Il discorso del 3 gennaio 1925

Poiché Mussolini aveva ormai capito che i Parlamentari fuggiti non avevano alcun potere verso di lui, il 3 gennaio 1925 si pronunciò in Camera: <<Se il fascismo è stata un’associazione a delinquere io sono stato il capo di quell’associazione a delinquere>>. Si era preso così la responsabilità di ogni atto. Dalla crisi  il fascismo si era ripreso ancora più forte di prima, divenendo dittatura. Vennero chiusi 95 circoli politici, 25 organizzazioni sovversive e vennero fatte 655 perquisizioni con 111 arresti. Per l’opposizione non c’era più nulla da fare: dal 24 novembre 1925 fu varata la legge sul controllo delle società politiche segrete, provocando la scomparsa di molti partiti.

Il ruolo istituzionale di Mussolini

Le istituzioni furono fondate su:il potere in mano a Mussolini e la cancellazione delle libertà (politiche e di stampa) dell’opposizione. Il 24 dicembre 1925 venne accettata la legge per decidere i compiti del capo del governo, che poteva emanare leggi senza l’approvazione delle Camere; pertanto non dipendeva più dal Parlamento, e dipendeva soltanto formalmente dal re. Con l’accentramento del potere scomparvero anche quelle sorte di autogoverno di autonomia locale. Furono eliminati i consigli comunali ed i sindaci elettivi, sostituiti da podestà nominati dal re, e si rafforzava l’autorità dei prefetti nelle province. Nell’ottobre 1928 il PNF abolì tutte le cariche elettive, e nel dicembre dello stesso anno fu “costituzionalizzato” il Gran Consiglio (che poteva avanzare proposte di legge per la successione al trono ed i poteri del re).

 

L’apparato repressivo

La legge per la difesa dello Stato completò la prima costituzione dello Stato totalitario: fu repressa la libertà di stampa, furono sciolti i partiti e le associazioni, stabiliti i periodi di prigionia da parte della polizia. Si creava quindi un partito unico, accentrato nel PNF. Al vertice fu messo il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che introdusse anche la pena di morte; era costituito da ufficiali dell’esercito, della marina e dall’aeronautica.

I sindacati e la politica economica

Dopo la formazione di un partito unico e dell’organizzazione delle forze di polizia, fu la volta della soppressione dei sindacati. Il 3 aprile 1926 rimasero legali solo due confederazioni sindacali (imprenditori e lavoratori), affidate entrambe ai fascisti. Erano vietati gli scioperi (da parte di lavoratori) e la chiusura delle fabbriche (da parte di imprenditori). Tutto ciò fu poi scritto nella Carta del lavoro, per cui le corporazioni avevano il compito di disciplinare e coordinare le attività produttive (la legge proponeva come fine il benessere dei produttori e lo sviluppo della nazione). Alfredo Rocco completò il tutto con la riforma del Codice di diritto penale.
Inoltre Mussolini decise di rivalutare la lira a “quota 90”, cioè una sterlina valeva 90 lire (rispetto alle 150 a cui era arrivata) per ristabilizzare l’economia nazionale.

I patti lateranensi ed il nuovo Plebiscito

Dopo la crisi di Wall Street del ’29, i fascisti italiani conseguirono ben due obiettivi: l’11 febbraio la Santa Sede ed il Parlamento firmarono i Patti Lateranensi (il papa governava la Città del Vaticano, il cattolicesimo era religione di Stato, ed in cambio la chiesa riconosceva il Regno d’Italia con Roma per capitale). In un secondo concordato tra Stato e Chiesa, quest’ultima ebbe la concessione della libertà di culto, l’insegnamento religioso nelle scuole, la sopravvivenza e l’autonomia dell’Azione Cattolica. In questo modo Mussolini riuscì a consolidare il suo prestigio.
Il 24 marzo 1929 furono indette le elezioni per la nuova Camera fascista: erano presenti 400 nomi di cui gli italiani dovevano scrivere “sì” o “no”. I sì ed i no utilizzavano schede di colore diverso, per cui il voto non si rivelò segreto; vinse la maggioranza di sì (a cui si unì anche la Chiesa). Una seconda elezione del plebiscito fu indetta nel 1934, e dal 1939 anche queste elezioni furono abolite, poiché i membri venivano eletti direttamente dall’alto.

Lo Stato corporativo

Il fascismo stava quindi costruendo una sorta di Stato corporativo; le corporazioni raggruppavano in un’unica organizzazione tutti gli imprenditori e i dipendenti, sostituendosi ai sindacati. In questo modo si evitavano i conflitti tra le classi attraverso la cooperazione delle varie parti. Nacquero il Ministero delle corporazioni, organo esecutivo destinato alla politica corporativa, ed il Consiglio nazionale delle corporazioni, che era solo un organo consultivo. Quest’ultimo fu poi considerato organo costituzionale nel 1930. Esistevano sei sezioni: Industria, Commercio, Agricoltura, Trasporti terrestri e navigazione, Trasporti marittimi e aerei, Banche).
Il 5 febbraio 1934 erano pronte ben 22 corporazioni, raggruppate per complementarietà del ciclo produttivo (vitivinicola, olearia, zucchero, pesca, etc.) o per similarità (arti, comunicazioni, ospitalità, credito, etc.) Quando poi nel 1939 fu abolita la camera dei deputati, essa fu pienamente rimpiazzata dalla Camera dei Fasci (vi facevano parte i membri del PNF, quelli del Consiglio nazionale delle corporazioni e quelli del Gran Consiglio del fascismo, oltre che il capo del governo).

Le strutture repressive

Dal Primo luglio 1931 entrarono in vigore leggi sul nuovo Codice penale, che estendeva la categoria dei reati, inaspriva le pene e colpiva la libertà politica e civile; inoltre la polizia ebbe poteri incontrollati per far rispettare la legge. Fu poi approvato il Codice civile. Intanto già dal 1927 era stata creata l’OVRA (Organizzazione sulla Vigilanza e Repressione dell’Antifascismo), ovvero una società segreta che mandava spie in tutto il territorio nazionale.

 

Il progetto di Mussolini

Mussolini voleva fascistizzare tutta Italia, nel senso che non voleva porre uno spartiacque tra vita politica e vita privata: quindi anche il tempo libero era monopolizzato dal fascismo.
Tuttavia questa costruzione aveva un punto molto debole: il Partito (PNF), infatti, non elaborava idee e progetti fascisti, ma privilegiava compiti burocratico – amm-inistrativi. Infatti non c’era la libertà e tutta le direttive venivano dall’alto, cioè da Mussolini. La tessera del Partito era obbligatoria per tutti gli statali e anche per chi voleva fare carriera in altre attività. Quando nel 1931 divenne segretario del partito Achille Storace, persona eminentemente burocratica, grigia, il partito dimostrò di essere soltanto un apparato privo di idee rinnovatrici e teso soltanto a manifestare in modo plateale l’adesione al mito di Mussolini.
Pertanto ebbero luogo dopo il 1930 manifestazioni come le adunate oceaniche, in cui Mussolini si presentava alla folla ricevendo entusiastiche ovazioni. Inoltre erano richieste le manifestazioni di “virilità” da parte dei gerarchi, che dovevano per esempio saltare attraverso un cerchio di fuoco, nonostante l’appesantimento dell’età.
la folliaAlcune delle associazioni fasciste erano: L’Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia (ONMI), i Gruppi Universitari Fascisti (GUF), l’Opera Nazionale Balilla (ONB). Queste associazioni erano isolate tra loro, per cui non ci poteva essere quella dialettica che è sintomo di democrazia. Quindi gli studenti stavano con gli studenti, gli operai con gli operai, le donne con le donne, etc., evitando così ogni rapporto tra questi gruppi. Anche la cultura fu controllata dall’alto, attraverso l’Istituto fascista di cultura, l’Accademia d’Italia ed il Ministero della Cultura Popolare (MIN.CUL.POP.).
Anche la scuola venne fascistizzata ed era molto selettiva, in quanto venne affermata la cultura umanistica, mentre venivano declassati gli istituti tecnici e quelli professionali. Nel 1939 fu varata la Carta della scuola, che era il risultato della riforma voluta dal ministro Giuseppe Bottai. In tal modo si voleva unire più strettamente la scuola al regime cooperativo, puntando su discipline come la cultura militare, l’educazione sportiva, la religione ed il lavoro manuale. I livelli scolastici erano tre: la scuola artigiana, la scuola professionale e la scuola media: questa divisione rispecchiava la concezione elitaria voluta da Gentile con la riforma scolastica del 1923. Molto importante fu l’Opera Nazionale del Dopolavoro , che era preposta all’organizzazione del tempo libero per i lavoratori.

La politica economica

la folliaLa crisi mondiale del 1929 si fece sentire anche in Italia, ma in misura minore rispetto ai paesi più industrializzati. Infatti il nostro inserimento sul mercato internazionale era ancora limitato e le nostre industrie non avevano ancora raggiunto lo sviluppo dei Paesi più avanzati. Da noi era ancora molto diffusa l’agricoltura.
Il fatto che i lavoratori in Italia fossero in gran parte contadini, impedì al Paese di subire più duramente la crisi economica mondiale, che tuttavia non ebbe su di noi un impatto leggero, infatti le produzioni industriale e agricola diminuirono pesantemente, aumentarono di molto i disoccupati, i salari diminuirono, il commercio estero si ridusse a 1/3. La chiusura delle frontiere economiche bloccò l’emigrazione italiana, che aveva sempre costituito un’importante valvola di sfogo.
Lo Stato fascista non rimase inattivo, e creò degli istituti per aiutare e anche per controllare l’economia privata. Nel 1931 fu creato l’Istituto Mobiliare Italiano (IMI), che era la banca statale che doveva assicurare il credito alle industrie che ne avevano bisogno, mentre le banche private erano in crisi; nel 1933 nacque l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), che doveva finanziare le industrie e accollarsi le industrie fallite. Nacque così il capitalismo di Stato con funzione di sostegno alle industrie private. Nel secondo dopoguerra l’IMI, l’IRI e altre industrie di Stato (tra cui l’ENI, l’Ente Nazionale Idrocarburi fondata dal Enrico Mattei) furono accorpate in un ministero chiamato “Ministero delle Partecipazioni Statali”. A lungo andare questo ministero diventò una sede importante di corruzione e di denaro speso a vuoto per mantenere in vita aziende fallimentari. Ora questo ministero non esiste più, e la tendenza è non tanto di stabilizzare quanto di privatizzare, come nel caso delle poste. Anche il credito per gli investimenti industriali fu concentrato dal 1936 nelle banche pubbliche, eliminando il sistema della banca mista (metà di deposito, metà d’investimento).

L’autarchia

Lo Stato fascista, per dare lavoro ai disoccupati, intraprese imponenti lavori pubblici, tra i quali risalta la bonifica delle paludi Pontine. Il fascismo, inoltre, di fronte alla chiusura delle frontiere commerciali e dopo le sanzioni combinate dalla Società delle Nazioni a causa del suo intervento in Abissinia (o Etiopia), decise di essere autonomo dal punto di vista economico: in questo consiste l’autarchia. Con l’autarchia le corporazioni fasciste assumevano il controllo diretto dei consumi e gestivano anche la distribuzione dei prodotti; l’IRI a sua volta assunse la gestione diretta delle industrie di interesse bellico.

La politica estera fascista

Inizialmente Mussolini si comportò con molta prudenza. Il primo scopo fu quello di coltivare l’amicizia con l’Inghilterra e la Francia; furono poi riconosciute ufficialmente la Jugoslavia e l’URSS (1924). Nel 1925 Mussolini aderì al patto di Locarno, che garantiva l’inviolabilità della frontiera franco-tedesca. La svolta in politica estera si ebbe nel 1932 quando, anche a causa della crisi del 1929, si preparava a una politica bellica. Anche l’Italia accettò questo tipo di politica, che voleva modificare i trattati di Versailles ritenuti ingiusti: questo modo di procedere si chiamò revisionismo. Erano contrari a quest’ultimo la Francia e l’Inghilterra, unitamente a Jugoslavia, Cecoslovacchia e Polonia, che erano nate proprio da quei trattati. Mussolini cercò di fare da arbitro tra i due schieramenti. A ciò si deve la nascita del “Patto a quattro”, sancito nel 1933 tra Italia, Inghilterra, Francia e Germania. In questo patto Mussolini ambiva a essere l’ago della bilancia tra le potenze partecipanti.

La guerra d’Etiopia (o Abissinia)

la folliaNella conferenza di Stresa del 1935, l’Italia si incontrò con Inghilterra e Francia per discutere il riarmo tedesco e delle mire aggressive di Hitler verso l’Austria. Ma sempre in quella sede l’Italia ebbe via libera per aggredire l’Etiopia. Questo ebbe inizio da un falso incidente di frontiera avvenuto nel dicembre 1934. In base a quell’incidente, Mussolini dichiarò guerra all’Etiopia nel 1935. Il 5 maggio 1936 l’Italia entrava vittoriosa nella capitale etiopica, dopo uno sterminio indiscriminato perpetrato anche con l’uso dei gas. La Società delle Nazioni condannò l’Italia come Paese aggressore e combinò nei suoi confronti delle sanzioni economiche, che però non furono mai veramente applicate. Nonostante l’isolamento internazionale, l’Italia rimase entusiasta per la vittoria. L’Etiopia fu unita alla Somalia in modo da formare l’Africa Orientale Italiana (AOI). Contemporaneamente si verificò un forte riavvicinamento alla Germania, grazie anche al sostegno offerto da Hitler all’impresa etiopica. Il 24 ottobre 1936 nacque l’asse Roma-Berlino, grazie al quale i due Stati si impegnavano a collaborare nella lotta contro il comunismo e a intervenire a sostegno dei militari spagnoli che si erano ribellati al governo democratico. Nel novembre 1937 l’Italia aderì al patto “Anticominter” contro il comunismo, già sottoscritto da Germania e Giappone.
Nel 1938-39 l’Italia preparò tutto un programma imperialistico, che riguardava l’Africa del Nord, le coste Jugoslave, il Mare Egeo e la Corsica. La guerra manderà in frantumi questo sogno sproporzionato di Mussolini.

 

 

 

LATINO

 

Il Furor di Seneca

Il furor, cioè l'impulso irrazionale, la passione (amore, odio, gelosia, ambizione e sete di potere, ira, rancore), è presentato, in accordo con la dottrina morale stoica, come manifestazione di pazzia in quanto sconvolge l'animo umano e lo travolge irrimediabilmente

la follia

 

 

 

Dati biografici

Lucio Anneo Seneca,apparteneva ad una ricca famiglia di rango equestre. Nacque a Cordova nel 4 a.C., ma fu condotto a Roma per studiare retorica e filosofia. I suoi maestri lo indirizzarono ad una vita contemplativa, che rifiutò di seguire per intraprendere il cursus honorum, che lo avrebbe portato a rivestire la carica di questore. Fu però molto ostile agli imperatori, e rimase in vita al tempo di Caligola solo grazie ad una donna che lo presentava come un uomo gravemente malato, e che sarebbe comunque morto presto. Con Claudio i suoi rapporti si inasprirono, e fu esiliato in Corsica. Qui rimase dal 41 al 49, quando fu poi chiamato dalla moglie di Claudio, Agrippina. Intenzionato a lasciar perdere la politica, accettò comunque l’incarico di precettore di Nerone, che era al potere, consigliato dalla madre (54 d.C.). L’intento di fare di Nerone un imperatore esemplare fallì; nel 59 Nerone fece uccidere la madre Agrippina. Seneca probabilmente era a conoscenza del suo piano, altrimenti non ci spiegheremmo perchè sia rimasto con Nerone. Con la morte del prefetto del pretorio Afranio Burro nel 62, Seneca decise di lasciare l’attività pubblica, e si ritirò a vita privata. Nella primavera del 65 fu accusato di aver partecipato alla congiura pisoniana contro l’imperatore, e fu ucciso.

 

Il furor

Al centro dì tutte le tragedie di Seneca troviamo la rappresentazione dello scatenarsi rovinoso di sfrenate passioni, non dominate dalla ragione, e delle conseguenze catastrofiche che ne derivano. Il significato pedagogico e morale s'individua dunque nell'intenzione di proporre esempi paradigmatici dello scontro nell'animo umano di impulsi contrastanti, positivi e negativi. Da un lato vi è la ragione, di cui si fanno spesso portavoce personaggi secondari che cercano di dissuadere i protagonisti dai loro insani propositi; dall’altra vi è il furor. In questa lotta tra furor e razionalità, lo spazio dato al furor, al versante oscuro,alla malvagità e alla colpa,è senza dubbio preponderante e va ben oltre i condizionamene e le esigenze imposti dal genere tragico. L'interesse per la psicologia delle passioni, che può apparire quasi morboso, sembra talora far dimenticare al poeta le esigenze filosofico-morali. Inoltre è caratteristica delle tragedie senecane l'accentuazìone delle tinte più fosche e cupe,degli aspetti più sinistri, dei particolari più atroci, macabri, raccapriccianti. In poche parole Seneca enfatizza il pathos e dimostra la forza devastante della passione indice di disintegrazione della personalità interiore. I personaggi vengono analizzati in profondità:di essi vengono messi in risalto i contrasti interiori,le esasperazioni, il furor regni,la morte della ragione, la bestialità umana. In realtà la visione pessimistica, l'accentuazione degli elementi cupi e la forte intensificazione patetica, appaiono funzionali a quel valore di esemplarità negativa che i personaggi tragici rivestono agli occhi dei filosofo;sono mezzi di cui l'autore si serve per raggiungere più efficacemente il suo principale obiettivo, consistente nell'ammaestramento morale. Del resto il pathos caricato, l'enfasi e il gusto per i particolari orridi e raccapriccianti eran già presentì nel tragici latini arcaici, e trovavano piena corrispondenza nel gusto dei tempi di Seneca.                                                                              Particolarmente esemplari, nel gusto tragico e macabro che meglio esprime la follia senecana, sono “Fedra"e"Tieste”.
 Fedra
 La vicenda narrata è quella dell'Ippolito di Euripide, ma con differenze rilevanti, che fanno supporre una derivazione da un'altra tragedia dello stesso Euripide, per noi perduta. Fedra,moglie di Teseo, re d'Atene, soccombe ad una folle passione per il figliastro lppolito e gli dichiara il suo amore. Respinta, si vendica accusando ìl giovane di aver cercato dì usarle violenza; ma quando,in seguito alla maledizione di Teseo,un mostro marino suscitato dal dio del mare causa ad lppolito un'orribile morte, Fedra, disperata, confessa la sua colpa e si uccide.                                                                                                          Importante è sottolineare, in Fedra, il momento della "dichiarazione" di Fedra a lppolito. Si tratta sicuramente di una scena culminante, dove la regina, disperatamente e colpevolmente innamorata del figliastro, si decide a rivelargli la sua passione: l'amore incestuoso ha travolto ogni limite; è il conflitto inconciliabile tra ragione e passione, l'insanabile lacerazione interiore di chi è preda del furor e ha perso il controllo di sé e delle proprie azioni.

Tieste
Atreo,il tiranno follemente adirato contro il fratello Tieste che gli ha sedotto la moglie e insidiato il regno, finge una riconciliazione e fa tornare nella reggia Tieste e i suoi figli per potersi vendicare: uccide di sua mano i nipoti, ne cuoce le carni e le imbandisce al fratello durante un banchetto, svelandogli subito dopo l’atroce verità. Mentre Tieste è inorridito e sgomentato di fronte a una così mostruosa empietà, Atreo assapora fino in fondo la gioia crudele della vendetta
Caratteristiche

Incerta e discussa è la cronologia dei testi tragici senecani. L’ipotesi più probabile è che siano stati scritti, almeno in gran parte,nel periodo in cui il filosofo era accanto a Nerone come precettore e poi come consigliere. Il problema cronologico è strettamente legato a quello degli intenti che il filosofo perseguiva e del significato ideologico che egli attribuiva a queste opere.
Un illustre studioso di Seneca ,Alfonso Traina, partendo dalla constatazione che in quasi tutte le tragedie è presente la figura del tiranno, tratteggiata in termini violentemente negativi, ne ha dedotto che le ipotesi possibili sono soltanto due:

  • Teatro di opposizione
  • Teatro di esortazione

Ma Seneca non è mai stato un contestatore politico, neppure durante l’esilio e al tempo del ritiro lui stesso ci dice il suo scrupolo di evitare ogni frizione col potere. Le tirate antitiranniche delle tragedie potevano passare solo se rivolte non contro ma al potere, come paradigmi negativi di un discorso parenetico.
Del resto l’unico modo di giustificare la composizione di opere in versi, dal punto di vista di Seneca, era quello di attribuire alla poesia uno scopo pedagogico. Dunque le tragedie furono composte con ogni probabilità per mettere in evidenza agli occhi del giovane principe gli effetti deleteri del potere dispotico e delle passioni sregolate.
Un altro problema molto dibattuto è se le tragedie siano state scritte per essere rappresentate in teatro o per essere lette nelle sale di recitazione.
Si deve presumere, sulla base di alcune caratteristiche tecniche che contrastano con le norme e con le consuetudini del teatro antico(specialmente il fatto che orribili delitti, invece di essere soltanto raccontati si fingono compiuti direttamente sulla scena), che le tragedie di Seneca siano state scritte non per il teatro,ma per la lettura in ambienti ristretti e davanti a un pubblico selezionato.
Inoltre non è assolutamente credibile che gli imperatori consentissero la rappresentazione, dinanzi a un pubblico vasto e indiscriminato, di drammi, come questi, in cui i sovrani sono raffigurati come biechi, scellerati e odiosi tiranni.
Infine, ultima ma non meno importante, è l’interesse prevalentemente concentrato sulla parola a scapito dell’azione.

L’ira è una breve follia?

Una definizione della follia viene data da Seneca anche in uno dei dialoghi-trattati e in particolare nell’ De ira.
Scritto probabilmente dopo la morte di Caligola, è un opera in 3 libri in cui il filosofo si propone di combattere l’ira, passione tra le più odiose, pericolose e funeste. In polemica con la dottrina peripatetica, che giustificava l’ira in determinate circostanze, Seneca afferma (in coerenza con le posizioni stoiche) che l’ira non è mai accettabile né utile, in quanto è prodotta da un impulso che offusca la ragione, e infatti ha manifestazioni molto simili a quelle della follia. Indica poi i rimedi a essa, cioè i mezzi per prevenirla e per placarla. Tra i numerosi esempi tratti dalla storia greca e romana, spicca quello di Caligola, l’imperatore (evidentemente defunto) su cui l’autore sfoga il suo odio portando numerose prove della sua ira furiosa e descrivendolo come una belva assetata di sangue                                                                 Ecco di seguito un breve passo:
Alcuni sapienti definirono l’ira una breve follia; infatti come la follia essa è incapace di controllarsi, dimentica del decoro, immemore delle relazioni so­ciali, tesa e pertinace in ciò che intraprende, sorda ai consigli della ragione, pronta ad esagitarsi per fu­tili motivi, incapace di comprendere il giusto ed il vero, assai simile alle macerie che si infrangono su ciò che hanno schiacciato. Perché poi ti convinca che le persone che l’ira ha posseduto non sono sane, osserva il loro aspetto; infatti come sono indizi certi del folle il volto irato e minaccioso, la fronte corru­gata, l’espressione torva, l’andatura concitata le mani irrequiete, il colorito mutato, i sospiri frequenti e ancor più profondi, così sono, e identici, i segni del­l’iracondo. Gli occhi diventano pieni di fuoco e scin­tillanti, un violento rossore si diffonde per tutto il volto irato e minaccioso, la fronte corrugata,l’espressione torva, l’andatura concitata, le mani irrequiete, il colorito mutato, i sospiri frequenti ancor più profondi, così sono, identici, i segni dell’iracondo. Gli occhi diventano pieni di fuoco e scintillanti, un violento rossore si diffonde per tutto il volto, poiché il sangue affluisce dai profondi precordi, le labbra tremano, i denti si serrano, i capelli si riz­zano, il respiro (diviene) faticoso e sibilante, (si sente) lo scrocchio delle articolazioni nel torcersi, e poi ge­miti, muggiti, un parlare smozzicato con sillabe poco distinte, le mani (vengono) battute senza sosta, i piedi pestati contro il terreno e tutto il corpo esagitato e orribilmente minaccioso. Turpe a vedersi ed orrido (è) l’aspetto delle persone che si stravolgono e si gon­fiano d’ira — e non sapresti dire se questo vizio sia più detestabile o più deforme.(De ira Seneca libro I )

 

Le  megalomanie e le follie dell'imperatore  Nerone                                                                  dagli Annales di Tacito

la follia

 

 

Breve biografia
Tacito nacque nel 56 o nel 57 da una famiglia equestre; come molti altri autori latini proveniva dalle province, dall'Italia probabilmente del Nord, Gallia Narbonensis, o Hispania. Il luogo e la data esatti della sua nascita non sono conosciuti. Il suo praenomen è un mistero: in alcune lettere di Sidonio Apollinare ed in alcuni scritti poco importanti il suo nome è Gaius, ma nel manoscritto principale della tradizione il suo nome è Publius. L'ipotesi di Sextus non ha trovato seguito.

Gli Annales
Gli Annales furono l'ultima opera storiografica di Tacito, che copre il periodo che va dalla morte di Augusto (il funerale dell'imperatore è il brano di apertura degli Annales e chiarisce subito il ruolo dell'autore nell'opera) avvenuta nel 14 d.C. fino al 68 d.C.Scrisse almeno sedici libri, ma mancano tutti i libri dal settimo al decimo e parti del quinto, sesto, undicesimo e sedicesimo libro. Il sesto libro termina con la morte di Tiberio e si presume che i libri dal settimo al dodicesimo parlassero dei regni di Caligola e Claudio. I restanti libri dovrebbero trattare del regno di Nerone, forse fino alla sua morte nel giugno del 68 d.C., in modo da ricollegarsi con le Historiae. La seconda parte del sedicesimo libro, che avrebbe dovuto terminare con il resoconto degli eventi dell'anno 66 d.C., è andata perduta. Non è noto se Tacito abbia completato l'opera o se si sia dedicato alle opere che aveva pianificato di fare: è morto prima che potesse finire le biografie di Nerva e Traiano e non esistono prove che il lavoro su Augusto e sui primi anni dell'Impero (con cui Tacito intendeva concludere il suo lavoro da storiografo) sia stato effettivamente espletato.Dalle pagine dei libri XIII-XVI degli "Annales" di Tacito emerge chiaramente il progressivo svelarsi della natura malvagia di Nerone, principe dai 54 al 66 d.C.
Tale degenerazione procede di pari passo con l'emancipazione dal controllo della madre Agrippina e con il venir meno della positiva influenza di Afranio Burro, prefetto dei pretorio, e di Seneca, il filosofo suo precettore.
La morte della madre toglie ogni freno alla degenerazione dei costumi privati dell'imperatore che si abbandona a ogni sorta di dissolutezze e sempre più deliberatamente manifesta la sua sconveniente passione per le gare ippiche, la musica e il canto.
L'emancipazione avviene attraverso uno serie terribile di delitti:

  • L’uccisione di Britannico (Annales, XIII, 15-16)
  • Morte di Agrippine (Annales, XIV, 7)
  • Morte di Burro e Fine dell’influenza di Seneca (Annales, XIV, 52)
  • Incendio di Roma (Annales, XV, 38-39)
  • Persecuzione dei cristiani (Annales, XV, 44-45)                                                                             
    -       La fine di Seneca (Annales, XV, 45)
  • Uccisione di Peppea (Annales, XVI, 6-7)
  • Eliminazione di Trasea Peto (Annales, XVI, 21-22)

L’incendio di Roma (Annales, XV, 38-39)

Nel 64 d.C. Nerone è sospettato di aver provocato deliberatamente l'incendio di Roma per ricostruire gli antichi edifici con nuove e moderne costruzioni, in primo luogo con la grandiosa residenza imperiale detta "domus aurea".  Si era infatti sparso la voce che, mentre la città bruciava, Nerone fosse salito sul palcoscenico del suo palazzo e avesse cantato la rovina di Troia, raffigurando nell'antico disastro le presenti sciagure.

“Sequitur clades, forte an dolo principis incertum ( nam utrumque auctores prodidere ), sed omnibus quae huic urbi per uiolentiam ignium acciderunt grauior atque atrocior. Initium in ea parte circi ortum quae Palatino Caelioque montibus contigua est, ubi per tabernas, quibus id mercimonium inerat quo flamma alitur, simul coeptus ignis et statim ualidus ac uento citus longitudinem circi corripuit. Neque enim domus munimentis saeptae uel templa muris cincta aut quid aliud morae interiacebat. Impetu peruagatum incendium plana primum, deinde in edita adsurgens et rursus inferiora, populando, antiit remedia uelocitate mali et obnoxia urbe artis itineribus hucque et illuc flexis atque enormibus uicis, qualis uetus Roma fuit. Ad hoc lamenta pauentium feminarum, fessa aetate aut rudis pueritiae [ aetas ], quique sibi quique aliis consulebant, dum trahunt inualidos aut opperiuntur, pars mora, pars festinans, cuncta impediebant. Et saepe dum in tergum respectant lateribus aut fronte circumueniebantur, uel si in proxima euaserant, illis quoque igni correptis, etiam quae longinqua crediderant in eodem casu reperiebant. Postremo, quid uitarent quid peterent ambigui, complere uias, sterni per agros; quidam amissis omnibus fortunis, diumi quoque uictus, alii caritate suorum, quos eripere nequiuerant, quamuis patente effugio interiere. Nec quisquam defendere audebat, crebris multorum minis restinguere prohibentium, et quia alii palam faces iaciebant atque esse sibi auctorem uociferabantur, siue ut raptus licentius exercerent seu iussu.”
Traduzione:

Si verificò poi un disastro, non si sa se accidentale o per dolo dell'imperatore - gli storici infatti tramandano le due versioni - comunque il più grave ed atroce toccato alla città a causa di un incendio. Iniziò nella parte del circo contigua ai colli Palatino e Celio, dove il fuoco, scoppiato nelle botteghe piene di merci infiammabili, subito divampò, alimentato dal vento, e avvolse il circo in tutta la sua lunghezza. Non c'erano palazzi con recinti e protezioni o templi circondati da muri o altro che facesse da ostacolo. L'incendio invase, nella sua furia, dapprima il piano, poi risalì sulle alture per scendere ancora verso il basso, superando, nella devastazione, qualsiasi soccorso, per la fulmineità del flagello e perché vi si prestavano la città e i vicoli stretti e tortuosi e l'esistenza di enormi isolati, di cui era fatta la vecchia Roma. Si aggiungano le grida di donne atterrite, i vecchi smarriti e i bambini, e chi badava a sé e chi pensava agli altri e trascinava gli invalidi o li aspettava; e chi si precipita e chi indugia, in un intralcio generale. Spesso, mentre si guardavano alle spalle, erano investiti dal fuoco sui fianchi e di fronte, o, se alcuno riusciva a scampare in luoghi vicini, li trovava anch'essi in preda alle fiamme, e anche i posti che credevano lontani risultavano immersi nella stessa rovina. Nell'impossibilità, infine, di sapere da cosa fuggire e dove muovere, si riversano per le vie e si buttano sfiniti nei campi. Alcuni, per aver perso tutti i beni, senza più nulla per campare neanche un giorno, altri, per amore dei loro cari rimasti intrappolati nel fuoco, pur potendo salvarsi, preferirono morire. Nessuno osava lottare contro le fiamme per le ripetute minacce di molti che impedivano di spegnerle, e perché altri appiccavano apertamente il fuoco, gridando che questo era l'ordine ricevuto, sia per potere rapinare con maggiore libertà, sia che quell'ordine fosse reale.
“Eo in tempore Nero Antii agens non ante in urbem regressus est quam domui eius, qua Palatium et Maecenatis hortos continuauerat, ignis propinquaret. Neque tamen sisti potuit quin et Palatium et domus et cuncta circum haurirentur. Sed solacium populo exturbato ac profugo campum Martis ac monumenta Agrippae, "hortos quin etiam suos patefecit et subitaria aedificia extruxit quae multitudinem inopem acciperent; subuectaque utensilia ab Ostia et propinquis municipiis pretiumque frunienti minutum usque ad ternos nummos. Quae quamquam popularia in inritum cadebant, quia peruaserat rumor ipso tempore flagrantis urbis inisse eum domesticam scaenam et cecinisse Troianum excidium, praesentia mala uetustis cladibus adsimulantem.”
Traduzione:
Nerone, allora ad Anzio, rientrò a Roma solo quando il fuoco si stava avvicinando alla residenza, che aveva edificato per congiungere il Palazzo coi giardini di Mecenate. Non si poté peraltro impedire che fossero inghiottiti dal fuoco il Palazzo, la residenza e quanto la circondava. Per prestare soccorso al popolo, che vagava senza più una dimora, aprì il Campo di Marte, i monumenti di Agrippa e i suoi giardini, e fece sorgere baracche provvisorie, per dare ricetto a questa massa di gente bisognosa di tutto. Da Ostia e dai comuni vicini vennero beni di prima necessità e il prezzo del frumento fu abbassato fino a tre sesterzi per moggio. Provvedimenti che, per quanto intesi a conquistare il popolo, non ebbero l'effetto voluto, perché era circolata la voce che, nel momento in cui Roma era in preda alle fiamme, Nerone fosse salito sul palcoscenico del Palazzo a cantare la caduta di Troia, raffigurando in quell'antica sciagura il disastro attuale.

La persecuzioni contro i cristiani (Annales, XV, 44-45)

Nerone decide di addossare la colpa del rovinoso incendio ai Cristiani, dando inizio alla prima persecuzione per troncare la diceria.  Arrestò dapprima tutti quelli che professavano la dottrina apertamente, e poi altri in grandissimo numero furono arrestati. Egli li fece dilaniare dai cani o inchiodare sulle croci o si dava loro fuoco.
“Et haec quidem humanis consiliis providebantur. mox petita [a] dis piacula aditique Sibyllae libri, ex quibus supplicatum Volcano et Cereri Proserpinaeque, ac propitiata Iuno per matronas, primum in Capitolio, deinde apud proximum mare, unde hausta aqua templum et simulacrum deae perspersum est; et sellisternia ac pervigilia celebravere feminae, quibus mariti erant.
    Sed non ope humana, non largitionibus principis aut deum placamentis decedebat infamia, quin iussum incendium crederetur. ergo abolendo rumori Nero subdidit reos et quaesitissimis poenis adfecit, quos per flagitia invisos vulgus Chrestianos appellabat. auctor nominis eius Christus Tibero imperitante per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat; repressaque in praesens exitiablilis superstitio rursum erumpebat, non modo per Iudaeam, originem eius mali, sed per urbem etiam, quo cuncta undique atrocia aut pudenda confluunt celebranturque. igitur primum correpti qui fatebantur, deinde indicio eorum multitudo ingens haud proinde in crimine incendii quam odio humani generis convicti sunt. et pereuntibus addita ludibria, ut ferarum tergis contecti laniatu canum interirent aut crucibus adfixi [aut flammandi atque], ubi defecisset dies, in usu[m] nocturni luminis urerentur. hortos suos ei spectaculo Nero obtulerat, et circense ludicrum edebat, habitu aurigae permixtus plebi vel curriculo insistens. unde quamquam adversus sontes et novissima exempla meritos miseratio oriebatur, tamquam non utilitate publica, sed in saevitiam unius absumerentur.”

 

Traduzione:

Tali furono le misure adottate dalla provvidenza degli uomini. Subito dopo si ricorse a riti espiatori rivolti agli dèi e vennero consultati i libri sibillini, su indicazioni dei quali si tennero pubbliche preghiere a Vulcano, a Cerere e a Proserpina, e cerimonie propiziatorie a Giunone, affidate alle matrone, dapprima in Campidoglio, poi sulla più vicina spiaggia di mare, da dove si attinse l'acqua per aspergere il tempio e la statua della dea, mentre banchetti rituali in onore delle dee e veglie sacre furono celebrati dalle donne che avessero marito.
Ma non le risorse umane, non i contributi del principe, non le pratiche religiose di propiziazione potevano far tacere le voci sui tremendi sospetti che qualcuno avesse voluto l'incendio. Allora, per soffocare ogni diceria, Nerone spacciò per colpevoli e condannò a pene di crudeltà particolarmente ricercata quelli che il volgo, detestandoli per le loro infamie, chiamava cristiani. Derivavano il loro nome da Cristo, condannato al supplizio, sotto l'imperatore Tiberio, dal procuratore Ponzio Pilato. Momentaneamente soffocata, questa rovinosa superstizione proruppe di nuovo, non solo in Giudea, terra d'origine del flagello, ma anche a Roma, in cui convergono da ogni dove e trovano adepti le pratiche e le brutture più tremende. Furono dunque dapprima arrestati quanti si professavano cristiani; poi, su loro denuncia, venne condannata una quantità enorme di altri, non tanto per l'incendio, quanto per il loro odio contro il genere umano. Quanti andavano a morire subivano anche oltraggi, come venire coperti di pelli di animali selvatici ed essere sbranati dai cani, oppure crocefissi ed arsi vivi come torce, per servire, al calar della sera, da illuminazione notturna. Per tali spettacoli Nerone aveva aperto i suoi giardini e offriva giochi nel circo, mescolandosi alla plebe in veste d'auriga o mostrandosi ritto su un cocchio. Per cui, benché si trattasse di colpevoli, che avevano meritato punizioni così particolari, nasceva nei loro confronti anche la pietà, perché vittime sacrificate non al pubblico bene bensì alla crudeltà di uno solo.

 

 

 

SCIENZE DELLA TERRA

La Follia della natura

“Osservate con quanta previdenza la natura, madre del genere umano, ebbe cura di spargere ovunque un pizzico di follia”

(Erasmo da Rotterdam Elogio alla Follia)

 

Ritengo che nel concetto di follia possa esistere un filo conduttore molto sottile che collega la pazzia stessa alla natura. Si può parlare in un certo senso di ciò riferendosi ad alcune calamità, come ad esempio i terremoti. Infatti i terremoti non sono comandati da nessun impulso razionale e modificano tutto il paesaggio portandolo al di fuori di quello stato di “quiete e normalità” che c’era in precedenza.

 

Definizione ed elementi di un terremoto

la folliaIlterremotoosisma (dal greco seismós = “scuotimento”) è un bru­sco movimento della crosta terrestre dovuto ad un’improvvisa liberazione di energia e caratterizzato da una serie di vibrazioni, dette scosse, che si succedono con diversa intensità per alcuni secondi.

Si dicono microsismi i terremoti di debole intensità, che sono avvertiti solo dai sismografi; macrosismi quelli molto forti, che possono provocare alterazioni nella struttura della superficie terre­stre e gravi distruzioni.
Le cause che stanno alla base dell’insorgenza di un terremoto possono essere diverse: eruzioni vulcaniche, collassi di caverne, movimenti tettonici, ecc., fra tutte, però, la più comune e frequente causa è data dalle tensioni che si generano all'interno della crosta terrestre.
La maggior parte di tali tensioni si genera quando le placche litosferiche, inizialmente a riposo , vengono sottoposte a sforzo e costrette a muoversi in direzioni opposte. Le rocce si comportano in maniera elastica e si deformano progressivamente fino a che non viene raggiunto il limite di rottura: si forma così una faglia lungo la quale i due blocchi scivolano , liberando rapidamente, sotto forma di onde sismiche, l’energia accumulata e «rimbalzando» in tal modo verso una nuova posizione di riposo . Questa spiegazione della causa che determina i terremoti va sotto il nome di teoria del rimbalzo elastico e costituisce un modello fondamentale per comprendere i fenomeni sismici.  
Il punto in cui l’energia si libera, all’interno della Terra, è detto ipocentro o fuoco del terremoto; da qui le onde si propagano, sotto forma di onde sferiche, fino ad arrivare in superficie. Il punto della superficie esterna situato sulla verticale dell’ipocentro, dove le vibrazioni risultano più intense, è detto epicentro.
A seconda della profondità dell’ipocentro i terremoti sono classificati in: poco profondi se l’ipocentro è situato tra 0 e 70 km; intermedi, se esso si trova tra 70 e 300 km; profondi, se, invece, si trova oltre i 300 km. In linea di massima si può dire che i terremoti interessano un’area tanto più vasta quanto più sono profondi; al contrario, però, risultano tanto più violenti quanto più sono superficiali.
Dall’ipocentro, infatti, si sprigiona una grande quantità di energia che si propaga, sia all’interno della Terra che in superficie, sotto forma di onde sferiche sempre più grandi. La loro velocità di propagazione dipende dai materiali attraversati: è più elevata nelle rocce rigide e più bassa in quelle meno dure.

I vari tipi di onde

La vibrazione prodotta dall’ipocentro produce due tipi di onde, le primarie o longitudinali e le secondarie o trasversali, cui corrispondono differenti tipi di deformazioni.
la folliaLe onde primarie, dette anche onde P o longitudinali, si propagano mediante l’oscillazione avanti e indietro delle particelle materiali, nella direzione di propagazione dell’onda stessa: in pratica la roccia subisce rapide variazioni di volume, comprimendosi e dilatandosi alternativamente. Le onde P sono le onde più veloci e possono propagarsi in ogni mezzo, nelle rocce più compatte come nel magma fuso, nell’acqua e anche nell’aria. Il rombo cupo che accompagna l’inizio del terremoto è dovuto a queste onde che arrivano in superficie e provocano spostamenti d’aria.
Le onde secondarie, dette anche onde S o trasversali, producono invece oscillazioni delle particelle di roccia in direzione perpendicolare a quella di propagazione; la roccia subisce, dunque, variazioni di forma ma non di volume. Le onde S sono più lente delle onde P, ed hanno una caratteristica importante: non possono propagarsi attraverso i fluidi, perciò, se nel loro movimento, incontrano una massa di magma fuso, si smorzano rapidamente e non si propagano oltre quella direzione.
Le onde P e S si generano nell’ipocentro e sono chiamate complessivamente onde di volume o interne, ma non sono le sole onde che compaiono in un terremoto. Quando le onde interne raggiungono la superficie si trasformano in parte in onde superficiali, che si propagano dall’epicentro lungo la superficie terrestre, diminuendo gradatamente d’intensità. Esse, data la loro bassa velocità, sono avvertite per ultime dai sismografi.
Le onde longitudinali e trasversali determinano sulla superficie ter­restre movimenti verticali, dette scosse sussultorie, che prevalgono nella zona epicentrale; invece le onde superficiali producono oscillazioni orizzontali, chiamate scosse ondulatorie (onde love o onde L), che prevalgono nelle zone esterne dell'epicentro; le scosse ondulatorie a loro volta, quando cambia­no continuamente direzione per fenomeni di rifrazione e riflessione dovuti alla diversa natura delle rocce attraversate, danno luogo a scos­se rotatorie (onde di Rayleigh o onde R), le quali sono caratterizzate da movimenti vorticosi e risultano le più catastrofiche.

 

 

 

I sismografi e la misurazione dei terremoti

 

la follia

 

 

 

 

Le componenti di un terremoto vengono rilevate dai sismografi.
Schematicamente, un sismografo consiste in un’armatura ancorata al suolo, di cui segue le oscillazioni, dotata di una pesante massa appesa a sospensioni molleggiate, che la rendono immune alle vibrazioni della crosta terrestre; un pennino scrivente, solidale con la massa, lascia una traccia su una striscia di carta che ruota a mezzo di un rullo solidale con il suolo: si registrano così le vibrazioni del suolo rispetto alla massa, teoricamente ferma nello spazio. Il blocco inerte può essere sospeso verticalmente o essere sostenuto da un’asta orizzontale, in modo da registrare le traslazioni orizzontali e verticali di una vibrazione.
Il sismografo verticale registra le ­scosse ondulatorie, cioè le onde sismiche orizzontali; il sismografo orizzontale, registra i terremoti sussultori, cioè le onde sismiche verticali.
I grafici forniti dai sismografi sono detti sismogrammi. Da essi si possono dedurre l’intensità, la durata, normalmente di pochi secondi, e la sequenza con la quale giungono le onde sismiche.
Non sempre il terremoto costituisce un evento improvviso ed isolato. Nella maggioranza dei casi, esso presenta diverse fasi: scosse premonitorie di piccola intensità, che annunziano il processo di rottura dell'equilibrio in un tratto della litosfera; scosse principali di forte entità, che indicano la rottura totale dell'equilibrio; scosse susseguenti e repliche di intensità decrescente, che si ripetono a distanza di ore, di giorni o di settimane e si accompagnano al progressivo assestamento del sottosuolo, con la creazione di un nuovo stato di equilibrio. Spesso le fasi principali di un terremoto sono accompagnate, specialmente nelle aree vicine all'epicentro, da forti rumori simili al brontolio cupo dei tuoni.
Ad ogni modo, quasi sempre, l’arrivo di un evento sismico è preceduto da segni premonitori. Essi consistono in una improvvisa ridu­zione dell'attività microsismica; in sollevamenti anomali del terreno; in variazioni nel livello e nella torbidità delle acque superficiali e sotter­ranee; in cambiamenti nella velocità delle onde P e S; in modifiche nella resistività elettrica del terreno e nel campo magnetico; nell’insolita irre­quietezza degli animali. Alcune di queste manifestazioni talvolta, anziché precedere, accompagnano il terremoto.

 

L’intensità e la magnitudo dei terremoti

L’intensità di un terremoto viene stabilita esclusivamente in base alla valutazione degli effetti prodotti su persone, su manufatti e sul terreno. Per poter confrontare gli effetti prodotti da uno stesso terremoto in località diverse, o quelli dovuti a terremoti differenti, sono state elaborate delle scale di riferimento o scale d’intensità. Ricordiamo tra tutte quella elaborata da Mercalli, che è oggi la scala più usata in Europa ed in America. Essa contempla 12 gradi d’intensità crescente, partendo dai terremoti che avvertono solo i sismografi per arrivare a quelli che causano la completa distruzione degli edifici, con forti oscillazioni del terreno in alto e in basso.
È facile osservare, però, come la stessa quantità di energia sprigio­nata da due terremoti possa provocare effetti diversi a seconda delle caratteristiche fisiche ed umane dell'area colpita. I danni alle abitazioni ed alle persone, per esempio, sono più gravi in regioni costituite da ter­reni poco compatti (materiali alluvionali, argille, scisti, ecc.) rispetto a quelle formate da rocce rigide, in zone densamente popolate rispetto a quelle scarsamente abitate, nelle città con edifici alti o fatti con mate­riale ciottoloso rispetto a quelle in cui gli edifici sono bassi o costruiti con cemento armato. Per valutare l'entità di un terremoto in maniera meno soggettiva ed empirica si fa riferimento non all’intensità, la quale ne indica la violenza apparente identificabile con le distruzioni e le vittime provocate, ma alla magnitudo, la quale invece ne esprime la violenza reale: cioè la quantità di energia effettivamente sprigionatasi dall'ipocentro.
La magnitudo si misura con la scala proposta da Richter, che è di tipo logaritmico e contempla dieci gradi. In essa il passaggio da un grado di magnitudo all’altro comporta un aumento di energia pari a 25-30 volte superiore rispetto al grado precedente.
I valori rilevati dalle scale sismiche servono per costruire carte speciali con linee isosismiche (o isoiste), che uniscono tutti i punti della superficie terrestre in cui il terremoto ha raggiunto la stessa intensità, e con linee isocroniche (o omoiste), che invece collegano tutti i punti in cui esso è stato avvertito nello stesso istante.
Le isoiste non si dispongono concentricamente attorno all'epicentro, ma assumono andamento complicato in relazione alla struttura della litosfera (natura delle rocce, direzione degli strati, fratture, ecc.).
L'area interna alla prima isoista è detta area pleistosismica ed in essa, in genere, gli effetti del terremoto si manifestano con la massima gravità.   

 

la follia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli effetti disastrosi dei terremoti

La conseguenza fondamentale dell’arrivo delle onde sismiche in superficie è l’oscillazione del suolo, che si trasmette agli oggetti sovrastanti. Case, ponti ed altre costruzioni vengono fatti vibrare e subiscono numerosi danni, che possono arrivare fino al crollo totale degli edifici e causare la morte di migliaia di persone.
Oltre a produrre danni alle costruzioni e alle persone, i terremoti possono apportare modificazioni anche alla su­perficie terrestre determinando frane, che spes­so sbarrano le valli o deviano i fiumi; alterando la circolazio­ne idrica sotterranea, con la scomparsa di alcune sorgenti e la nascita di altre; aprendo larghi e profondi crepacci.
Se il terremoto si verifica sotto il fondo del mare, le scosse sismiche possono dar luogo a maremoti o tsumani, come sono detti in Giappone. Essi si manifestano con un repentino ritiro delle acque dalla riva, per una distanza che può raggiungere qualche chilometro, e con la successiva formazione di onde isolate, alte tra 10 e 30 m, che come una muraglia d’acqua si abbattono violentemente sulla costa e avanzano nell’entroterra, travolgendo e spazzando via quanto incontrano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cause dei terremoti

In base alle probabili cause, si sogliono distinguere tre tipi di terremoto:

1) I terremoti di sprofondamento, che si verificano in seguito al crollo di cavità sotterranee formatesi, per l'azione chimica e meccanica delle acque, nei terreni calcarei e gessosi e nei giacimenti di salgemma. Essi hanno ipocentro poco profondo ed interessano un'area assai limitata. Ma le scosse che ne derivano, di durata brevissima, possono produr­re gravi conseguenze.

2) I terremoti vulcanici, che precedono, accompagnano e seguono le eruzioni. Essi sono dovuti o alla forza d’urto dei gas magmatici in risalita entro la crosta e il camino vulcanico, o all’assestamento delle masse rocciose interne, restate senza sostegno in seguito all’emissione di ingenti quantità di magma. Anche in questo caso l’ipocentro è superficiale e l’area colpita è piuttosto ristretta. Tuttavia, nelle aree colpite gli effetti possono essere catastrofici. Il terremoto che nel 1883 scosse l’Isola di Ischia risultò catastrofico solo a Casamicciola, dove l’ipocentro ebbe luogo ad una profondità di un centinaio di metri.

3) I terremoti tettonici, che sono i più frequenti e i più disastrosi, tanto per la loro violenza quanto per la loro estensione. Essi sono generati dall’improvviso scorrimento di grosse porzioni di litosfera lungo un determinato piano, detto «piano di faglia», ed hanno, in genere, ipocentri profondi e le loro scosse raramente restano isolate.

 

 

 

 

Principali zone sismiche

la follia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Affinché in una determinata area si verifichino dei ter­remoti devono essere soddisfatte due condizioni: la prima è che in tale area si accumuli gradualmente una tensione, la seconda è che le rocce presenti siano formate da materiali sufficientemente rigidi da non rompersi finché il valore della tensione non raggiunga un grado tale da provocare il terremoto. Se man­ca una qualunque di queste due condi­zioni, i terremoti non possono verifi­carsi.
I terremoti perciò non sono distribuiti uniformemente sulla superficie terrestre, ma si manifestano quasi esclusivamente entro certe fasce che per questo motivo vengono dette sismicamente attive o, più semplicemente, sismiche, mentre mancano in altre aree, definite perciò asismiche. È bene chiarire che un’area è detta asismica perché al suo interno non si generano terremoti, ma ciò non significa che in essa non si risentano gli effetti dovuti al propagarsi delle vibrazioni provenienti dalle contigue zone sismiche.
Le principali zone sismiche sono chiaramente limitate da un punto di vista geografico.
Una sismicità significativa, anche se non intensa e con ipocentri superficiali, segue il percorso dell’intero sistema di dorsali oceaniche, caratterizzate da un’intensa attività vulcanica. Lungo queste dorsali la tensione, che tende a far allontanare i due fianchi della rift valley, e la risalita del magma attraverso numerose fratture, provocano continuamente l'attivazione, o la riattivazione, di numerose faglie, e tut­to questo si traduce in sismi di modesta entità o in una miriade di microsismi.
Una sismicità molto più intensa si osserva in prossimità delle grandi fosse oceaniche­ che bordano l’Oceano Pacifico, sia dove queste sono prossime ad un continente, sia dove sono affiancate ad un arco insulare. La forte sismicità associata alle fosse oceaniche è legata alla subduzione di una placca sotto l'altra.
Un’ultima fascia d’intensa sismicità segue il percorso delle catene montuose di orogenesi recente, dal Mediterraneo occidentale all’Himalaia, con un ramo che prosegue verso la Cina, e comprende anche alcuni archi insulari, come l’Egeo e le Eolie, dove generalmente i terremoti sono di tipo superficiale.
Nelle catene montuose di orogenesi recente, nate da collisioni continentali, non si sono ancora esaurite le gigantesche spinte che hanno deformato e fatto saldare fra loro i margini venuti a contatto.

 

Previsione e difesa dai terremoti

 

Il pesante bilancio in termini di vittime e di danni causati dai terremoti ogni anno ha spinto gli studiosi ad affiancare alle ricerche sulle cause e sui meccanismi dei movimenti sismici anche ricerche sulle possibili vie da seguire per una difesa dai terremoti.
Una di queste vie è la previsione attraverso lo studio dei fenomeni premonitori che annunziano l'im­minenza di un terremoto. La loro utilità pratica, però, risulta limitata perché alcuni fenomeni hanno scarsa attendibilità e possono verificarsi anche per motivi non collegabili ai terremoti, mentre altri precedono di poco l'evento sismico e non consentono alla popolazione di sottrarsi ai suoi effetti distruttivi. Allo stato attuale, quindi, è impossibile prevede­re con sufficiente esattezza il momento, l'intensità e l'epicentro di un terremoto. È possibile, tuttavia, avanzare previsioni probabilistiche fon­date non solo sulla statistica dei terremoti avvenuti nel passato in una determinata area, ma anche sull’osservazione di particolari fenomeni fisici, come:

a) la dilatazione delle rocce, o dilatanza, che in genere avviene per un processo di innumerevoli piccole fratture, che precedono la rottura del blocco roccioso;
b) il comportamento di molte rocce che hanno proprietà piezomagnetiche, in greco piezo = “premo”, cioè che si magnetizzano quando vengono sottoposte a pressione e si avvicinano al punto di rottura;
c) le modifica­zioni nelle proprietà geoelettriche dei vari tipi di rocce, cioè nella resi­stenza che ciascuna di esse offre al passaggio della corrente elettrica (resistività) e che cambia con il mutare della pressione;
d) le variazioni del gas radon contenuto nelle acque superficiali, le cui tracce sembrano aumentare quando le rocce subiscono sforzi prima della fratturazione.

A questo tipo di osservazioni si uniscono strumenti assai sofisticati, come i laser, in grado di individuare gli spostamenti di masse rocciose, anche di pochi chilometri, lungo le faglie.
Tuttavia, la previsione non è ancora in grado di fornire indicazioni a breve termine con la precisione necessaria per organizzare interventi tempestivi ed efficaci.  
Importanza maggiore della previsione avrebbe, infine, la prevenzione dei terremoti. Ma in questo settore l’uomo appare del tutto inerme di fronte alla natura. Solo negli Stati Uniti sono stati avviati studi tenden­ti a controllare o modificare l'attività sismica. Essi hanno ottenuto un certo successo perforando lungo le linee di frattura della crosta terre­stre, alla distanza media di 1 km, una serie di pozzi molto profondi ed iniettandovi dell'acqua in modo da provocare piccoli sismi ed impedire l’accumulo di troppa energia nel sottosuolo. I costi enormi di tali ope­razioni, la conoscenza approssimata delle strutture geologiche profonde e varie altre difficoltà tecniche, tuttavia, non consentono di estendere l'esperimento su vaste aree.
Il rimedio più facile per evitare i danni dei terremoti, allo stato attuale, consiste nell’adozione di sistemi costruttivi capaci di resistere alle sollecitazioni delle scosse e facilitare lo sgombero della città. Innan­zitutto è necessario che gli edifici abbiano solide fondamenta, siano costruiti in cemento armato e ferro, anziché in mattoni o con ciottoli, non superino i tre piani e non presentino elementi sporgenti molto pesanti (balconi, cornicioni, ecc.), i quali sono i primi a staccarsi. In secondo luogo è opportuno che le strade siano larghe, in modo da agevo­lare l’evacuazione della popolazione in caso di pericolo.

 

 

CONCLUSIONE

Come abbiamo visto, la relazione tra originalità, a-normalità nel modo di presentarsi e di pensare, e la follia intesa come malattia mentale e disagio psichico, è un rapporto che ha trovato risposte diverse nei diversi periodi storici e nelle diverse culture: è stato dibattuto a livello filosofico (assimilato al concetto di psicosi, o nell'inscindibile binomio creatività-follia) , sociale ( alienazione di Pirandello) e etico (Mein kampf di Hitler). 
E’ giusto parlare della follia,dei metodi di cura e della concezione del fenomeno,ma…                                                                                                                   Non vi sembra che oggi chiunque esca minimamente dai canoni prestabiliti viene considerato tale?   
La società moderna apparentemente incoraggia l’ originalità e la diversità, ma poi si autocontraddice proponendoci modelli ed espressioni da adottare per risultare “conformi”, ”adeguati” a ciò che ci si deve aspettare.

Siamo realmente cambiati in tanti anni di storia?


Autore Tuoro Gaetano
http://skuola.tiscali.it/sezioni/tesine/11273-tesina.doc

 

 

 


 

 

La follia tema tesina per scuola media e licei classico e scientifico

 

 

 

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La follia tema tesina per scuola media e licei classico e scientifico

 

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