Empedocle da Agrigento

 

 


Empedocle da Agrigento

 

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Empedocle da Agrigento

 

 

EMPEDOCLE DA AGRIGENTO

 

     La Sicilia è stata una terra particolarmente fertile: almeno nel passato! Tale fertilità non si riferisce, sempre nel passato, soltanto alla terra, alle coltivazioni che facevano dire ai Romani che tale terra era il granaio dell'Italia. Piuttosto il riferimento è tale anche rispetto al sapere, alla cultura. Non possiamo dimenticare oltre ad Empedocle di Agrigento anche Gorgia da Lentini ed il quasi mitico Archimede di Siracusa. Ed in epoca più recente Tommaso Campailla, dotto  nella medicina ma anche filosofo; oppure Giovanni Gentile ed anche Giuseppe Lombardo Radice per citare ambiti culturali strettamente filosofici o pedagogici. In letteratura è difficile dimenticarsi di  Giovanni Verga o di uno dei maggiori drammaturghi del Novecento come   Pirandello, oppure Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Vitaliano Brancati, Camilleri, oppure artisti come Renato Guttuso o scienziati come  Ettore Maiorana.
Insomma alla Sicilia non è mancato un humus culturale di ampio spessore tanto nei tempi andati quanto nell'immediato passato; spessore che non ha perduto nella contemporaneità, almeno sul piano etico, con figure coraggiose come Falcone e Borsellino.
Ed è anche per questo  che voglio parlarvi, in questa carrellata sul formarsi del pensiero  occidentale, di Empedocle di Agrigento. Si tratta di un filosofo piuttosto strano o strampalato, che ha mostrato non poche manie a dire poco nevrotiche e che comunque rientrano a pieno titolo in quel tipo di individualità  nella quale abbiamo inscritto le personalità molto creative di  artisti, filosofi e  scienziati: da Talete a Pitagora ad Eraclito etc.
Anche Agrigento era, intorno al V-IV secolo a.C., una metropoli del mar Mediterraneo. Quando Katana o Naxos  erano due città piuttosto piccole e relativamente poco ricche e potenti Agrigento (Akragas) era una vera e propria metropoli, ricca e potente nonché dominata da un tiranno piuttosto illuminato.
Scrive infatti uno dei maggiori specialisti del pensiero di Empedocle, E. Bignone, che “egli nasce nel periodo di maggiore splendore della sua città. La saggia signoria di Terone l'aveva resa una delle più grandi città dell'isola e del Mediterraneo”. Tuttavia  a Terone, tiranno illuminato, era seguito Trasideo, dispotico ed oppressore del popolo che rapidamente fu rovesciato da una rivolta popolare. L'esperienza del governo  tirannico di Trasideo sconvolse fortemente la personalità di Empedocle che rimase assolutamente insofferente ad ogni forma di tirannide e di rigidità legislativa! Afferma infatti Aristotele che egli “era un uomo di idee liberali e  insofferente ad ogni tipo di comando e di costrizione”.
Addirittura  si racconterà che egli, invitato ad un pranzo, fece condannare a morte il padrone di casa perché imponeva a tutti gli invitati di bere del vino? Sicuramente tale racconto è esagerato e non vero! Tuttavia è indicativo dell'atteggiamento assolutamente intollerante di Empedocle nei riguardi di coloro che coartavano la libertà degli altri.
Egli apparteneva ad una ricca, anche se non nobile, famiglia di Agrigento.  Portava lo stesso nome del nonno paterno grande allevatore di cavalli da corsa. Il padre, Metone, sembra sia stato impegnato nella vita politica della città.
La data più probabile della sua nascita è il 492a.C. Secondo Aristotele la sua vita durò circa sessanta anni e dunque la sua morte viene a cadere nel 432.
Tali datazioni sono comunque piuttosto approssimative perché ci mancano notizie certe sia sulla sua vita che, soprattutto, sulla sua morte.
Cercheremo di capire il perché. A questo fine leggiamo subito due piccoli frammenti delle sue due opere.  La prima si intitola “Sulla natura” e la seconda “Delle purificazioni”.
Appare immediatamente la differenza tra le due opere: la prima porta il titolo comune alla ricerca dei Presocratici: il discorso sul principio della natura. La seconda tratta di un argomento lontano e radicalmente diverso dal primo: le attività di purificazione che permettono l'avvicinamento alla divinità attraverso rituali religiosi e/o magici.
Come ultima premessa è opportuno dire che le due opere sono scritte in versi. Evidentemente si riferivano ad un pubblico piuttosto raffinato che sapeva leggere anche lo stile poetico. In secondo luogo voleva comunicare una certa enfasi per ciò che scriveva. Tecnicamente se la cavava piuttosto bene nello stile poetico tanto che Aristotele dichiara che Empedocle “aveva uno stile omerico” e Tito Lucrezio Caro diceva di lui che era “divinamente ispirato”.
Leggiamo i due frammenti: la traduzione letterale è di E. Bignone modificata dallo scrivente per una maggiore comprensione in lingua italiana. Iniziamo dal  fr.111  “Della natura”:

     “Avrai conoscenza dei rimedi che esistono per le malattie e per fermare il degrado della vecchiaia ed io, per tè soltanto, compirò tutte queste cose: saprai bloccare la furia dei venti che scorrono sulla terra e con il loro calore inaridiscono i campi coltivati; ed ancora, se tu vorrai, potrai ricrearli più freschi per compensare i danni fatti dai primi.
     Trasformerai per gli uomini l'eccesso di piovosità in un clima più secco e, viceversa, dal caldo secco farai scaturire correnti di aria fresche che procureranno umidità agli alberi.
     Tu riporterai in vita dalle case degli inferi uomo già morto”.

     Abbiamo accennato in altra parte di questo testo all'esistenza di una tradizione di medicina rappresentata in particolare modo sia dalla scuola di Ippocrate sia da altri ricercatori come ad esempio Senofane e Alcmeone. Senofane aveva detto  che “Non fin dal principio gli dei rivelarono tutto ai mortali. Ma questi nel corso del tempo e con la ricerca vengono trovando il meglio” che significava che la conoscenza è un accumulo di esperienze che si forma attraverso il tempo e la costante ricerca. Alcmeone aveva sostenuto che il centro che guida il corpo umano non è il cuore bensì il cervello e aveva sostenuto, dato che i sensi talvolta ci ingannano, che “ delle cose invisibili e delle cose visibili soltanto gli dei hanno conoscenza certa; gli uomini possono solo congetturare”. E questo significa che anche delle cose di cui abbiamo esperienza sensibile e diretta gli esseri umani non hanno certezze: ma solo conoscenze relative che permettono ipotesi: congetture appunto! Alcmeone riteneva, sotto un profilo medico, che la salute risiedeva nell'equilibrio delle sostanze umorali nel corpo umano. Quando tale equilibrio veniva meno sopraggiungeva la malattia.
Questi due autori e le loro concezioni epistemologiche ci aiutano a capire meglio certe idee che aveva Empedocle. Innanzi tutto il suo riferimento al metodo sperimentale non è un fatto nuovo ma già presente in certa tradizione filosofica e scientifica: egli usava effettuare la dissezione dei cadaveri per cercare di capire come funzionava il corpo umano e come evolvevano le malattie.
In secondo luogo Empedocle si presenta già nella sua prima opera con una forte enfasi con la quale dichiara di sapere fare e di sapere insegnare molte cose. Ed in effetti la tradizione si occupò di lui sottolineando un quadro culturale particolarmente ampio e frastagliato e non sempre riconducibile ad una razionalità empirica, concreta, ma intessuta e frammista a certe pratiche di stregone e guaritore, o addirittura mago e semidivinità.   Dunque una pratica scientifica operata a più livelli di razionalità o con razionalità diverse e talvolta contraddittorie.
Queste diverse razionalità hanno fatto parlare di una personalità che, ad un certo punto, si è involuta fino a risultare schizofrenica e bipolare: o divenne folle oppure era un incallito cacciaballe. Comunque il frammento poco sopra citato potrebbe essere interpretato come fortemente metaforico nel senso che le cure che Empedocle sapeva somministrare riuscivano a fare guarire un ammalato molto grave: noi diremmo un uomo mezzo morto. Lui lo dice morto, ma il senso è quello che abbiamo detto.
Se pensiamo che secondo le testimonianze di Diodoro Siculo nel 459 Ducezio comincia in Sicilia un'operazione politica che durerà fino al 453: riunire le comunità separate sicule in una federazione politica. Tale operazione che mirava ad unire i siculi contro i Greci stanziatisi nella Sicilia fu portata avanti anche con la forza. Comunque la conclusione fu che per alcuni anni Ducezio divenne il capo riconosciuto di tutta la popolazione sicula. Questo successo ed i positivi risultati ottenuti da Ducezio senza essere minimamente impedito o disturbato dalla  città-stato greche si deve al fatto che le città greche, fra cui Siracusa e Agrigento, si erano trovate a dovere affrontare tempeste politiche e militari non lievi.
Tali disordini erano il risultato ed i postumi delle varie tirannidi succedutesi. Così Siracusa aveva scacciato sia i tiranni sia le truppe mercenarie che costoro avevano arruolato. Tuttavia erano sorte controversie sul possesso delle terre gran parte delle quali erano  state confiscate o avevano cambiato di proprietà sotto la tirannide.
Anche Agrigento sperimentò tali tensioni e disordini politici ed a contrastarle fu chiamato proprio Empedocle. Egli ricostruì il Consiglio dei mille in modo favorevole ai democratici e conservò un enorme potere politico nella città: vi sono voci poco verificabili che  affermano che rifiutò la corona di re che gli era stata offerta!? Tuttavia nel 461 egli deve lasciare la città per  un decreto d'esilio: si era creato molti nemici certamente per il suo carattere contrario ad ogni compromesso con la parte aristocratica. Fatto è che Empedocle dovette trascorrere una parte considerevole della sua vita in esilio e morì lontano dalla sua patria verso il 432.
E' possibile allora congetturare che l'impegno politico e la delusione finale incisero non poco nell'alterare la sua personalità.
Comunque la tradizione descrive Empedocle come scienziato e medico e, facendo riferimento  anche al frammento prima riportato, si dice che egli abbia risanato il territorio di Selinunte dalle malattie che provenivano dall'inquinamento del vicino fiume e che provocavano morti e aborti nella popolazione. Si trattava evidentemente di un inquinamento biologico perché il fiume venne bonificato facendovi convergere l'acqua di  altri due fiumi. Fu detto “domatore di venti” perché fece bloccare con delle pelli di asino una gola dalla quale provenivano venti freddi che rovinavano il raccolto.  Viceversa fece una breccia nella montagna per permettere  l'arrivo di venti freschi e piovosi per dare acqua ed umidità al raccolto.
Non contento di interventi climatologici ed ecologici si racconta che aveva fatto risuscitare una donna agrigentina di nome Pantea dopo trenta giorni che questa era caduta in catalessi e che non aveva più né polso né respiro!?????? Mah! Secondo il mio modesto giudizio o era un soggetto paranormale o era un paragnostico o un grande paragnosta. Il problema vero e che era convinto di esserlo: non un guaritore paranormale ma un gran paragnosta. Nella vita è anche questione di convinzioni e di scelte.

 

 

 

Il suo pensiero filosofico.

     Il suo pensiero filosofico, la sua concezione della realtà, sono certamente il frutto ed il prodotto delle filosofie precedenti e delle problematiche che queste avevano evidenziato. La necessità “che l'essere sia” di Parmenide; il fatto che le cose derivino da cose che potenzialmente le compongono; il “divenire e la molteplicità” come modo e condizione della realtà stessa! Da queste principali premesse scaturiscono le soluzioni che Empedocle  elabora e propone come suo sistema filosofico.
Secondo Empedocle i corpi, le cose, che costituiscono la realtà sono composte dal perfetto mescolarsi di quattro sostanze, di quattro radici come lui le definisce, che sono: l'acqua, l'aria, la terra ed il fuoco.
Le quattro radici della realtà “sono da sempre ed identiche a se stesse”, sono dunque sempre ed eternamente uguali: mischiandosi le une alle altre si trasformano ora in una cosa ora in un'altra.
     Le cose della realtà sono composte  dal perfetto mescolarsi delle quattro radici: nessuna di esse può prevalere. La miscela delle quattro sostanze, chiamiamola così per cercare di essere il più chiari possibile, deve essere in perfetto equilibrio, deve raggiungere l'omeostasi. Se una delle sostanze prevale sulle altre, ad esempio vi è una maggiore abbondanza di terra, si ha uno squilibrio, una degenerazione, che conduce alla dissoluzione e alla morte delle cose.
Infatti la malattia è considerata da Empedocle come uno squilibrio tra le “radici”, fra le quattro sostanze, nel corpo umano. Tale squilibrio, se persiste e si aggrava, conduce alla morte: di quel corpo o di quella determinata cosa. In ogni caso le “radici” restano sempre, eternamente, in tutte le altre cose che esistono perché esse non possono finire mai! Non esiste la morte vera e propria ma solo un passaggio di stato per il disequilibrio, per l'entropia del sistema dovuto al prevalere di una “radice” sulle altre. Lo stesso “divenire delle cose” è dovuto a questo squilibrio. Il cambiamento, il mutamento, sono il prodotto del sopraggiungere di questo squilibrio. Se tale squilibrio non avvenisse noi non cadremmo mai nella malattia e non moriremmo mai. Saremmo immortali come le quattro radici! Così come tutto resterebbe immobile!
Ebbene quale è la causa, il principio, che determina la perfetta mescolanza proporzionale degli elementi, delle quattro radici, per dare origine alle cose; e, inoltre e simmetricamente, chi produce la loro entropia cioè il loro squilibrarsi dalle perfette proporzioni e quindi il divenire e la morte delle cose?
Secondo Empedocle si tratta di due principi materiali che sono come una sorta di fluido invisibile. Il primo principio egli lo chiama Amore (ma anche Amicizia) che stimola la capacità dell'attrazione.  Il secondo principio egli lo chiama  Discordia (ma anche contesa, odio) che origina invece repulsione, disordine, entropia.
Questi due principi sono materiali  ed egli afferma infatti: “l'Amore è uguale in lunghezza ed in larghezza alle quattro radici e sta sempre tra di esse”.
     Gli uomini avvertono  dentro se stessi la presenza di Amore  sotto forma di “gioia”, di felicità, di desiderio di bellezza e di desiderio sessuale.
Diversamente dall'Amore la Discordia  “è sempre separata dalle quattro radici e rimane sempre all'esterno di queste spingendole alla separazione.”
     La funzione dell'Amore è quella di spingere il diverso verso il diverso, di creare accordo nella diversità. La funzione della Discordia è, all'opposto, quella di unire il simile con il simile, escludendo ogni elemento da tutti gli altri. Essa ha dunque la funzione di specializzazione, di individuazione, funzione di separazione di ogni cosa da tutte le altre!
     L'azione della Discordia è quella di costituire quattro masse elementari omogenee tra loro che, a causa della loro specificità, hanno repulsione reciproca e tendono allora a separarsi tra loro, ad allontanarsi. La sua opera consiste dunque nella separazione, nell'allontanamento. Attraverso la discordia il simile respinge il suo simile: in termini attuali possiamo dire che un elettrone di carica negativa respinge qualsiasi altro elettrone perché ha carica negativa. L'amore invece li spingerebbe l'uno verso l'altro.
Come abbiamo già accennato entrambi i principi sono eterni ed immortali: “ Così come l'Amore e la Discordia furono nel passato così saranno nel futuro, né di essi sarà mai vuoto il tempo infinito.”
     La presenza dei due principi ed il loro irrompere tra le sostanze da origine all'universo ed alla sua storia. Riassumiamone brevemente tale odissea che coinvolge tutto l'universo.
Attraverso l'azione dell'amore i quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco tendono ad unirsi mentre attraverso l'odio  tendono a separarsi: questi due processi danno origine all'universo.

  1. Nella prima fase, per opera dell'amore i quattro elementi, pur essendo diversi, sono perfettamente mescolati e perdono i caratteri della loro specificità nell'unità dello “sfero”. Lo sfero assomiglia all'essere di Parmenide perché è una sfera omogeneamente compatta e piena, che occupa la totalità dello spazio e del tempo, dove le radici, le sostanze, non hanno nessuna specificità.

 

  1. Nella seconda fase compare la “discordia” che forma un enorme vortice attorno allo sfero e le sostanze tendono a separarsi cercando la loro specificità.
  1. Nella terza fase “l'amore” reagisce all'intervento della discordia e tende a riunificare la diversità. In questa opera si determinano i vari corpi dell'universo che devono la loro diversità alla mescolanza in proporzioni diverse delle quattro radici. Così l'amore prende quantità omogenee di terra e le combina con una giusta parte di acqua e di fuoco: è questa l'origine dei minerali, dei vegetali, degli animali e degli uomini!

 

  1. Infine l'amore ha il sopravvento e ripristina l'ordine attraverso il perfetto equilibrio delle quattro radici e ricostruisce lo sfero nel suo equilibrio e nella sua integrità.

     Il ciclo ricomincia in eterno, ogni trentamila anni, ripetendosi sempre: sembra quasi “un eterno ritorno”  di nietzschiana memoria.

 

 

 

 

 

 

Le ricerche psicologiche ed ontologiche.

Oltre al sistema filosofico vero e proprio sono rilevanti alcune parti delle ricerche  di Empedocle dedicate alla psicologia e alla gnoseologia.
Secondo Empedocle “Comune è la morte del corpo e dell'anima”. Tale frase è la chiara affermazione del materialismo del Nostro. Infatti anche l'anima è composta, come tutta la realtà, dalle quattro radici e dalla loro perfetta mescolanza. Gli elementi che costituiscono le quattro radici si trovano mescolati nel sangue: il fuoco è presente nel calore del sangue; l'acqua nella liquidità del sangue; la terra perché nelle ferite o nei corpi morti il sangue crea dei grumi, dei coaguli; l'aria perché il sangue è colorato e solo l'aria può cambiare di colore così come avviene nelle aurore o nei tramonti. Ebbene essendo le quattro radici materiali il corpo muore ma anche l'anima che è costituita dalle quattro radici.
Vi è nella filosofia di Empedocle l'ilozoismo di queste prime forme di pensiero: anzi in particolare delle filosofie dell'agorà che consideravano l'archè come “vivente” e dotato di una propria vitalità. Al fr.103 (pag.474 oc.) egli afferma che “tutte le cose sono coscienti” vale a dire vivono e avvertono sensazioni come gli animali e gli uomini. Ed ancora: attraverso le radici comuni  tutti gli esseri della realtà sono uniti fra di loro e pensano, godono e soffrono” (fr.107). E più oltre: “ così ogni cosa ebbe respiro ed odorato e in ogni cosa vi è parte del pensiero.” (fr.102 e 110 oc.).
Insomma tutto è in tutto e l'intera realtà appare animata dalle quattro radici che sono comuni a tutto. Egli dirà a proposito della “conoscenza”: “il sangue che fluisce  nel corpo rappresenta negli uomini il pensiero” (fr.105 op.cit.). Concezione cardiocentrica questa di Empedocle che vede nel sangue l'elemento che ingloba in se le quattro radici e che trascina questi elementi di vita per tutto il corpo diffondendo sia la vita fisica che quella intellettuale.
Possiamo allora sintetizzare che la filosofia di Empedocle, a partire dalla sua prima opera “sulla natura”, sia un pensiero positivo, laico ed empirico, per quanto espresso in termini molto enfatici ed “artistici”. Tuttavia siamo in presenza di un pensiero positivo e di una razionalità forse anche troppo spregiudicata. E siamo anche in presenza di una pratica scientifica empirica, rivolta al benessere sociale, al miglioramento dell'ambiente e del quadro di vita umano.
Certamente uno studente dei nostri giorni, pur somaro negli attuali standard scolastici, potrebbe obiettare che la concezione delle quattro sostanze alla radice della realtà, nonché la presenza delle due forze originarie di unione e di separazione, è piuttosto ingenua e poco “scientifica”. Non mi dimentico di ricordare a tale studente che ciò che è importante in questi primi filosofi è la pratica di una spiegazione razionale, di un metodo cioè capace di dare spiegazioni coerenti fra loro. Certo esiste un margine di sopravvivenza del mito: ma è anche vero che il richiamo all'esperienza da parte di  alcuni di questi filosofi costituisce una novità assoluta che non verrà mai meno nella concezione scientifica e razionale della civiltà occidentale. E comunque anche le concezioni logico-geometriche come quelle di Parmenide, Eraclito o dei Pitagorici, partecipano all'affinamento dei metodi della ricerca razionale come formazione di uno status operandi. Il dominio sul mondo passa per una comprensione di questo: senza questo sforzo di comprensione attraverso un metodo di come “funzionano” le cose del mondo non avremmo mai edificato un sistema di comprensione ed un modo di controllo e di dominio.
Vorrei subito specificare due cose. Per prima cosa il fatto che Aristotele ammirava molto come scienziato Empedocle per il suo cardiocentrismo in contrapposizione ad Alcmeone che aveva avanzato la concezione cerebro centrica. Aristotele come uomo di scienza era rimasto legato all'idea che il centro del corpo umano fosse il cuore e non aveva capito l'importanza del cervello nella direzione dell'organismo. Certamente per questi antichi fisiologi il battito cardiaco ed il movimento del cuore rappresentavano un elemento di particolare stupore ed attenzione. Anche in presenza di dissezioni dei cadaveri il cervello restava un organo periferico  poco comprensibile nella sua fisiologia.
In secondo luogo l'ilozoismo di Empedocle, la sua idea che la sostanza delle cose sia animata, viva, senziente risulta piuttosto arcaica rispetto alla concezione antropocentrica di Socrate, di Gorgia, del pensiero filosofico che si veniva a svolgere in Atene nello stesso periodo storico. Questo fatto è certamente da riconnettersi al rapporto che ebbe Empedocle con i circoli pitagorici ed al suo eclettismo culturale nonché alla sua indole piuttosto “stramba” dal momento che oscillava tra il pensiero fisico-sperimentale dell'agorà ed il sapere mistico-animistico, oracolare, dell'acropoli.
Nella sua filosofia convergono tanto motivi legati al metodo fisico-sperimentale sia atteggiamenti di carattere religioso, superstizioso e pratiche mediche arcaiche, sviluppate nelle campagne e nei piccoli borghi.
La sua mentalità antiaristocratica e avversa ad ogni dogmatismo lo conduce alla scelta di una conoscenza scientifica fondata sulla concreta conoscenza dei sensi e retta dall'esperienza; ma lo conduce pure verso una visione popolare e superstiziosa della pratica scientifica impersonata dalla tradizione dei guaritori-medici delle società arcaiche.
Questa duplicità di tipo ideologico diviene una scissione epistemologica, una sorta di schizofrenia culturale e metodologica che si evidenzia soprattutto nella seconda parte della sua vita e della sua opera come vedremo tra poco.
Date comunque le premesse epistemologiche sulla natura mortale dell'anima umana  e sulla sostanziale continuità tra mondo della natura e mondo umano egli così si esprime riguardo alla teoria della conoscenza o gnoseologia: “con la terra scorgiamo (conosciamo) la terra; con l'acqua conosciamo l'acqua; con l'aria l'aria divina; con il fuoco conosciamo il fuoco; con l'Amore conosciamo l'Amore e con l'Odio il doloroso Odio” (fr.109 op.cit.). Orbene dal momento che nel corpo umano il sangue contiene i quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco)  noi possiamo conoscere tutti gli elementi che compongono la realtà perché il simile conosce il simile. Nel concreto il contatto del simile con il simile avviene per mezzo degli “effluvi” vale a dire delle particelle elementari, di diversa grandezza, che penetrano nei pori degli altri corpi. Egli dirà: “la conoscenza è lo stesso della sensazione” che significa appunto che il pensiero si risolve totalmente nella sensazione e dunque nei sensi. La soluzione è certamente coerente al cardiocentrismo fisiologico perché esclude l'intervento del cervello come elaboratore delle sensazioni.
Se gli effluvi sono omogenei nella mescolanza delle quattro radici si hanno le sensazioni piacevoli, che danno gioia e piacere. Se invece la mescolanza delle quattro radici è squilibrata si avranno le sensazioni dolorose, spiacevoli. Il centro della conoscenza sono il sangue ed il cuore che hanno miscelati gli elementi in perfette proporzioni. Gli uomini il cui sangue non contiene gli elementi nelle stesse proporzioni hanno poca intelligenza conoscitiva e sono idioti.
Concludendo questa prima parte sulla filosofia di Empedocle possiamo dire che la conoscenza avviene per somiglianza, per una sorta di “riconoscimento delle particelle del simile” e nell'uomo tale processo si svolge nel cuore attraversato dal sangue che contiene le quattro radici di tutte le cose.

 

La conclusione del pensiero di Empedocle

 

     Abbiamo accennato all'inizio di questa ricostruzione del pensiero di Empedocle alla presenza di due opere antitetiche l'una rispetto all'altra. E' opportuno a questo punto riportare una piccola parte della seconda opera, “Sulle purificazioni”, per avere un'idea più chiara dell'itinerario culturale del Nostro. La traduzione è dello scrivente:

     “Salute a voi amici che abitate la grande città (Agrigento) che scende verso  il biondo fiume Acragante, che abitate la parte alta della città, abituati alle opere buone, generosi ed accoglienti nei riguardi degli ospiti, che ignorate ogni perfidia!  Io mi aggiro fra di voi non più come un uomo mortale ma come un vero e proprio dio, onorato da tutti così come merito e come ne sono degno, ricoperto dai segni della divinità e da fiori.   Quando giungo adornato da tali simboli nelle varie città mi venerano uomini e donne in grandissimo numero: alcuni di loro pretendono profezie; altri mi chiedono desiderosi metodi per conservare la buona salute; altri ancora i modi per guarire dalle malattie che li hanno costretti a grandi sofferenze.
Ma perché mi dilungo su questi argomenti come se per me fosse un grande merito quello di aiutare gli afflitti comuni mortali?
O amici sono chiaramente convinto che nel messaggio che vi annunzierò vi è la più assoluta verità.................Io sono adesso una divinità purtroppo in fuga dall'Olimpo e dagli altri dei perché mi sono abbandonato alla furia della Contesa................................ Un tempo fui giovane e fui fanciulla, albero, uccello e poi ancora pesce nel mare...............Mi sono lamentato ed ho pianto trovandomi nella sconosciuta dimensione dell'esistenza comune..... etc.”
     Ci siamo fermati a questo punto della citazione perché è sufficiente a dare un'idea piuttosto chiara del problema.
Infatti Empedocle si dichiara una vera e propria divinità esiliata dall'Olimpo e dagli altri dei perché si è fatto coinvolgere dalla contesa, si è cioè lasciato prendere dalle passioni. E le passioni, così come i sentimenti, costringono l'anima ad  esiliarsi dalla purezza della vita beata e ad incarnarsi nei corpi: “ nelle dolorose strade della vita mortale”, cioè prigioniere della materia e costrette per trentamila anni a vagare di corpo in corpo, assumendo diverse forme a secondo  della gravità degli atti che hanno compiuto.
Esse “piangono e gridano” nella loro condizione mortale ricordando “la felicità  e il benessere”  della loro vita  precedente:
“Le anime vagano nel regno delle ombre della realtà, nel prato della sventura, attraversando la  violenza e l'odio e tutti gli altri tipi di mali come le malattie che portano la febbre, o le infezioni del fisico, oppure la dissoluzione del corpo”.(framm.121)
E' evidente che Empedocle consideri l'anima come immortale, cioè non composta dalle quattro sostanze, che vive beata tra gli dei in una mitica età dell'oro e che a causa dei sentimenti, delle passioni , è costretta ad incarnarsi in un corpo, in una dimensione umana. Ma la dimensione umana, l'esistenza, è costituita da malattie, da dolori, da bassezze dei sensi, da varie angosce che creano una nostalgia per il ricordo della vita felice prima di cadere nella realtà materiale. Ed Empedocle afferma  di ricordare le sue vita  precedenti nella quali era stato donna, albero, uccello e pesce: le varie reincarnazioni attraverso le quali l'anima si purifica e ritorna, dopo un ciclo che può durare anche trentamila anni, nel regno degli dei, alla mitica età dell'oro.

 

 

 

 

 N.B. Tutte le note e le principali notizie sono tratte dal testo di E. Bignone “Empedocle”, Ed. Bocca, Milano.

 

Serafino Busacca

Fonte: estratto da http://www.lombardoradicect.it/rinoparlante/Empedocle.doc

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Autore del testo: Serafino Busacca

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