Sorrento

 

 

 

Sorrento

 

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Descrizione e critica sulla penisola sorrentina

 

Nel 1762 Jerome Richerd osservò rapito la costa che gli si aprì davanti. Riconosce borghi e paesi, e li enumera: Vico, Piano, Sant' Agnello, Sorrento, Massalubrense. Siti che i classici della latinità gli hanno reso familiare, dimora di ninfe e sirene. Oltretutto come questo distinto poligrafo avvertirà nella sua Desciption, "L' usage n' est pas y d' aller". Niente altro che questo: non è l' uso, il Gran Tour non conosce la penisola Sorrentina e il suo territorio, dove oltretutto l' aristocrazia - indigena  e napoletana - aveva possedimenti vasti e redditizi, ville sontuose e prestigiose dimore, Goethe, che visita Napoli nel 1787, per ben due volte scrive di Sorrento nella Italienische Reise, ne ricorda "l' atmosfera piena di vapori … le rocce ombrate" mentre naviga sottocosta verso Palermo, vi ritorna nella memoria di un pomeriggio tempestoso tra il salto di Tiberio e la torre di Campanella,; ne immagina i dolci incanti nella descrizione che gliene fa la sorella di Gaetano Filangieri, che in penisole possiede una tenuta tra mare e colline, che insieme alla tanto celebrata "mongana", carne di lattante, offre ai suoi ospiti pesci e crostacei. Ma anche per l' autore di Werther vale l' osservazione di Richard: " l' usage n' est pas y d' aller". E così Sorrento può solo trarne vanto di essere uno dei posti in cui, Goethe non è stato ma che rimpiange di non aver visto. E di certo  se il consigliere segreto avesse accettato l' invito della sua giovane amica anche Sorrento si sarebbe aggiunta alle scoperte e alle conquiste della cultura germanica nelle province del nostro Mezzogiorno.


A svettare per prima sulle coste di Sorrento è il vecchio Silver- Jack, la bandiera Inglese impugnata da uno scozzese - Herny Swinburne - che con i suoi travels in  the two Siciles (1777-1780) ci ha dato uno quadro del mezzogiormo - e della Sicilia - tra i più attenti e vivaci del secondo Settecento. E subito nelle sue pagine vedi delinearsi i motivi e le tematiche che impronteranno il viaggio inglese nella penisola Sorrentina: la composita bellezza del paesaggio capace di rispondere agli stimoli del neoclassicismo e alle suggestioni dell' animo romantico; la presenza stratificata di molteplici culture, la generosità di un clima che oscilla tra le brezze primaverile e i tepori autunnali; la memoria del Tasso, che qui nacque e tornò nel momento della sua sventura; la natura "naturale", quando non la schietta "sauvagerie" di un popolo salvato dal demone corruttore della città.


Ecco la Sorrento "a city placed on the very drink of the steep rocks that overhang the bay in a most enchanting situation". Un gomitolo di stradine dove umili dimore di pescatori sorgono accanto ad alteri palazzi gentilizi, un tessuto urbano che esclude carri e carrozze, perché ogni comunicazionesi si svolge attraverso il mare, così che questo centro gli appare come una sorta di isola, circondata dal mare e dalle acque che corrono impetuose nelle due lunghe gole, e profonde, che lo chiudono a Mezzogiorno e Settentrione. Aggiungi la cinta delle mura eretta dopo la terribile incursione turchesca del 1558, le Sirene (Sorrento da Surenetum) e la poesia di Stazio ospite di Vedio Pollione nella sua villa al Capo; l' ombra del Tasso, "a bard undoubtely intitled to rank in the foremost line of modern poets", e infine la fecondità della terra, l' eccellenza dei suoi prodotti (carne e burro, olio e vino), il "delightful climate", la mitezza di un clima che si riflette sul carattere degli abitanti, dai quali nulla può temere lo straniero. Pochi anni per fare cioè di Sorrento un tappa obbligata nell' itinerario napoletano. E i nomi dei visitatori - più o meno illustri, sono un falange - o meglio ancora un esercito; un esercito in cui gli inglesi costituiscono, dal 1880, la forza d' urto, le truppe scelte (elenco delle personalità inglesi).
Richard Keppel Cravel, che dal 1918 vive tra Napoli e Cava inizia la descrizione della costiera da Massalubrense; per Craven questo paese è "situated aimidst olive woods", boschi di ulivi che si alternano a giardini lungo i pendii di colline terrazzate. Con grotte burroni e rocce precipiti
anche a Sorrento dunque, e specialmente sulla costa da Massa a Nerano, "romantic and sublime scenes", baie inaccessibili da terra, torri dirute e rovine pittoresche, mura longobarde e sperdute masserie raggiungibili attraverso sentieri "scarcely praticable to the mules of the country", e vuol dire che neanche i più resistenti muli indigeni riescono a inerpicarsi con facilità sulle vette aeree che segnano lo spartiacque con il versante di Amalfi. Naturalmente il povero Torquato, la casa dove si vuole che sia nato, la leggenda del suo ritorno, l' incontro con la sorella. E qui che  Lady Blessington continua a dialogare con i lettori e raccontò loro queste cose.
Nel 1829 lo scrittore americano James Fenimore Cooper prima s' insedia proprio nella casa del Tasso, di cui offre una descrizione piena di particolari, nostalgia di solide dimore patrizie nelle quali il tempo sembra indugiare in spossanti tramonti e in translucide mattinate, lunghe nuotate tra ruderi affioranti e basta che si sporga dal terrazzo, cinquanta piedi sul mare, per scorgere i resti di un tempio antico sommerso dal bradisismo (è il tempio di Venere presso il quale si recò Virgilio a portare in voto un Amorino per ottenere aiuto dalla dea nella stesura dell ‘Eneide). Più avanti, lungo la costa, in una grotta "of a very extraordinary characther", le strutture di un ninfeo e alle pareti ancora tracce di affreschi. Anche Marianna Starke, che visita Sorrento nello stesso periodo di Cooper, si divide tra le suggestioni e gli agi di un soggiorno borghese. Da poco villa Correale si è trasformato in un "comfortably furnished hotel", la cui cucina si avvale di un eccellente cuoco. Lo stesso è per il Cocumella, antica casa dei gesuiti, mentre donna Marianna Guarracino e donna Porzia Cesaro tengono dignitose pensioni appena fuori le mura. Le caverne sotto il Cocumella sono gli stessi antri in cui Polifemo allevava le sue greggi, le stesse caverne che ispirarono a Virgilio l' immagine del Tartaro. Ed è a Sorrento infatti che cominciano ad approdare sempre più numerosi ammalati veri o immaginari, tra i quali, ospite d’ eccezione Hanri de Tocqueville, Huysmans, Colet, Bèrard.
Tra gli anni ’40 e ’50, la patria del Tasso può gareggiare con le più affermate stazione climatiche e termali di tutta Europa. L’ Italie confortable, Manuel du turiste, pubblicata a Bruxelles nel 1842, offre copiose informazioni su Sorrento. “air…d’ une antique et merveilleuse salubritès”, per cui vale ancora il giudizio di Galeno che la riteneva somma guaritrice di molte infermità. Tra il 1841 e il 1844 sono almeno tre i “Grandi” britannici che figurano nell’ albo d’ oro murato all’ ingresso del Museo Correale: John Ruskin, Charles Dickens e Robert Browning. L’ “affascinante promontorio roccioso coperto di aranci ed olivi”, si esalta il futuro autore di The stones of Venice. Percorre il circuito delle mura che i locali dicono “morte”, che morte non sono affatto, “giacchè la vegetazione è così opulenta e viva da farle apparire più simili ad argini erbosi che a mura”.
Quattro anni dopo, nel 1845, è la volta di Dickens, che percorre in ferrovia il tratto da Napoli a Castellamare per proseguire a cavallo lungo le pendici del monte S.Angelo, fino a raggiungere Sorrento attraverso un susseguirsi di spettacolari aperture paesaggistiche a sublime conclusion to the glory of the day. Più contenuto Robert Browning, che nel poemetto The Englishman in Italy, schizza momenti di vita popolare tra case e strade della Penisola melograni rossi e aperti come ferite sul grumo di chicchi, fichi spaccati a seccare sui terrazzi, zucche fritte in “great purple slices” e a mordere le grandi rosse fette, ragazze dalle trecce nere come l’ ebano, giovani pescatori con al collo la medaglietta di ottone della Madonna che li salvò dai naufragi. Rocce precipiti su un mare oscuro e ribollente, strade strette che conservano intatta l’ impronta dei secoli. In Sorrento si entrava ancora attraverso il ponte gettato sulla forra che spacca il pianoro raggiungendo la spiaggia di Marina Piccola. Tra il 1866 e i primi anni del novecento l’ aspetto e la struttura urbanistica della città vengono sconvolti. In compenso si moltiplicano gli alberghi e si sviluppa il turismo organizzato. La stagione del mito è ormai morta. Norman Douglas, che vi si trattiene a lungo tra la primavera e l’ estate del 1908, può dirsi l’ ultimo britannico che celebri i fasti della terra delle sirene. Ma Siren Land è un diario la cui chiave  é soprattutto il rimpianto per la bellezza perduta. E non è un caso che lo scrittore , morto ultraottantenne a Capri, scelga come dimora i colli tra Sorrento e Positano “dove brezze carezzevole disperdono il ricordo della città e i fiumi del sapere arido”, qui le sirene vivono ancora. Qui dove l’inverno scendono dal Sant’Angelo i lupi, qui dove non ci sono alberghi e pensioni, qui soltanto, il viaggiatore ritrova la misura dell’ uomo e la presenza del dio: sono i “Montes Sireniani”. Altrove la armoniosa composizione di piccoli ambienti a volta, con logge e pergolati * è stata sostituita da “orrendi palazzi con travi di ferro, asfalto e tegole rosse”. E’ una terra di sobrietà classica di calcare e di mare azzurro, ma basta poco per offenderla, ferirla in maniera irreparabile. Se anche qui faranno saltare rocce e abbatteranno alberi per aprire nuove strade, se le case si moltiplicheranno, neanche l’ estate avrà più smalto e il silenzio delle sirene sarà anche quello delle cicale: Cigadas no longer sing… the summer is ended.  

La navigazione del mare antico

Ci si è posti delle domande su come si sono diffuse le civiltà del Mediterraneo orientale e come è potuto accadere fin dal secondo millennio prima che i navigatori potessero compiere viaggi lunghi, che erano considerati possibili grazie ai fenomeni delle forze soprannaturali.
Voltaire ha scritto che nel secolo di Luigi XIV le civiltà del Mediterraneo seguivano il cammino del sole andando da Atene a Roma, da Roma a Firenze, da Firenze a Parigi. Per ricostruire i percorsi marittimi si è preso dall’Odissea tutto ciò che parlava del viaggio di Ulisse. Si studiarono dunque alcune rotte micenee nel Mediterraneo occidentale. Giovanni Pugliese Carratelli indicò i nomi delle tappe Tirreniche.
I Fenici per viaggiare seguivano il sole o le costellazioni per spostarsi e in seguito cominciarono con gli uccelli; iniziarono poi a viaggiare con le carte nautiche molto utili per navigare e si servirono anche dei venti che erano ottimi propulsori.
Allora nelle isole greche si viveva fermi nel tempo, in un’atmosfera dominata dalle condizioni naturali immerse in una grande luce, e attenti al mutare del vento e agli umori del mare, proprio come doveva essere in antico. Poche erano le navi che transitavano, in alcuni mesi il solo postale settimanale e qualche nave da carico. I pescatori e i piccoli commercianti greci attraversano ancora il mare sui “caicchi” a vela. Navigando a vista da un’isola all’altra, queste grandi, robuste e pesanti barche potevano scendere dal nord dell’Egeo verso Rodi e ancora più a sud e poi risalire lungo le coste dell’Asia minore, lungo le coste  dell’Anatolia, sfruttando il regime dei venti. Sulla carta nautica del Mediterraneo ci sono segnati i circuiti più importanti di questo mare.
I più importanti sono:

  • Il circuito di Levante, che consente sfruttando i venti di risalire lungo le coste del Libano e della Siria e, dopo aver costeggiato la Turchia meridionale, di girare intorno all’isola di Cipro;
  • Il circuito Tirrenico, tra le coste occidentali della penisola italica, quella della Francia meridionale e le coste orientali di Corsica, Sardegna, Isole Eolie e quelle della Sicilia settentrionale;

A noi pare che molti errori di prospettiva nella lettura della colonizzazione greca in occidente dipendono proprio dalla estranietà alla cultura del mare da parte di filologi, archeologi e storici. Qui basterà solo sapere, oltre quello che si è detto sul regime dei venti e delle correnti, che nell’antichità le navi erano armate con vele quadre, vele che consentivano una navigazione principalmente con vento in poppa ma anche con vento traverso, e più tardi con vele auriche o con vele latine (che permettevano,opportunamente manovrate, anche di risalire in qualche modo il vento con un’andatura detta bolina larga).
Quasi tutte le navi avevano un’integrazione propulsiva nei rematori. Questo serviva principalmente per muovere nei porti, quando non era previsto un servizio di rimorchiatori, piccole imbarcazioni a remi che trainavano le grosse navi fino alla banchina.

 

Marinetti e il Golfo di Napoli

I primi rapporti tra Marinetti e la cultura napoletana risalgono notoriamente agli anni che precedettero la fondazione del movimento futurista. In alcuni periodi (durante la prima guerra mondiale alla fine  degli anni venti e, nel decennio successivo, tra il ’32 e il ’35) Napoli fu del resto uno dei centri vitali dell’avanguardia futurista, cui offrì un significativo contributo di opere ed iniziative. Da segnalare, inoltre, i rapporti di stima e leale amicizia che Marinetti intrattenne con artisti come Francesco Cangiullo e Emilio Buccafusca e il libraio-editore Gaspare Casella.
Marinetti dedicò al tema “Golfo di Napoli” diversi interventi creativi, coerenti con gli sviluppi della sua poetica e della progettualità che da essa si propagava nella produzione degli aderenti.
Nel 1933 fu tenuta da Marinetti al teatro Tasso di Sorrento “una conferenza sul Tasso a Sorrento”che per l’occasione assunse come titolo prescelto “la poesia del Tasso nella poesia mondiale”.
Marinetti dichiara di voler proporre “una commemorazione in avanti” e afferma che secondo la logica della sua estetica translinguistica, la poesia autentica è “una grande ebbrezza comunicativa visioni colorate e di musiche suggestive: “Ogni poeta è … riconducibile ad un tono di colore e ad un accordo musicale”. L’opera di Dante, Ariosto, Shakespeare, Goethe, Leopardi, Hugo, Baudelaire, Pascoli viene così sinteticamente definita in brevi, immaginose notazioni, per giungere infine al Tasso, che “svolge la sua poesia con un ampio disegno argento freddo, verde bosco amoroso e sereno, oro mistico”.Dopo un omaggio alla figura del poeta, si passa alla “lezione di Futurismo” ricavabili dalla Gerusalemme Liberata, che “insegna una continua militarizzazione della fantasia”.
L’ultima parte  della conferenza propone l’immagine del golfo di Napoli -sub specie futurista- come fonte primaria dell’ispirazione tassiana, che ne avrebbe derivato immagini e cadenze ritmiche.
La Gerusalemme liberata insegna infine l’infinita svariata potenza ispiratrice del golfo di Napoli.
Nato a Sorrento, il grande poeta ebbe da bambino la visione del Vesuvio come un alto fuoco di poesia e di eroismo alternativamente frenato e liberato per accendere ogni fantasia e innalzare occhi e cuori.
Questa semichiusa fontana di fuoco ha delle cadenze di lavi e lapilli, ceneri e rime che si ritrovano nel ritmo del grande poema. Lo smisurato specchio marino del golfo di Napoli riflette il gran cielo azzurro dell’ispirazione italiana con la chiarezza stessa che ossessionò il Tasso nell’espressione lirica. Imponenti strapiombi di calcare di tufo che sono una delle bellezze di Sorrento e di Capri diventarono le mura stesse strapiombanti di Gerusalemme.
E gli ulivi in cresta con i loro tortuosi muscoli battaglianti ne divennero logicamente i guerrieri assaliti nell’intrico delle splendide lame. Sotto o ai lati le profonde grotte del golfo di Napoli contengono tutti gli stregoni e streghe del Tasso. Se vi penetrate in sandolino o a nuoto finirete nei giardini di Armida. Non sono forse belle guerriere del Tasso quelle vele bianche alte e corazzate di rosa che affrontano le aurore del vostro golfo? Senza curarsi del Satanico malumore che fa ribollire come un filtro l’acqua dei Faraglioni esse marciano d’onda in onda verso le isole leggere e radiose, quasi sospese sulla linea dell’orizzonte come apparizioni miracolose o incantesimi di demoni. Tutte le ville e i villaggi alti nelle falde di isole e promontori rupestri sono doni del Cielo offerti alla poesia.
Nel vostro golfo diabolico per istinto cosmico e soave per volontà turistica, l’azzurro sereno e le stelle della santità combattono spesso contro le nuvole tempestose di una demoniaca lussuria sentimentale. Le onde semipacifiste del vostro golfo con schiuma riflessi e ghiaia melodiose hanno cadenzato la strofa del Tasso. La potenza abbracciante di Napoli costruita in forma d’assedio amoroso e stringente insegnò al Tasso ad assediare tutte le fantastiche Gerusalemme Liberate che si profilano nelle aurore e nei tramonti. Il vostro golfo impose al Tasso di sottomettere gli episodi lirici al disegno generale del poema epico”.
Il 26 Aprile 1938 Marinetti tenne, ancora alla compagnia degli artisti, una conferenza dal titolo “elogio del golfo di Napoli”. Per l’occasione, rilasciò un’intervista, in cui si chiede se il golfo di Napoli abbia un carattere maschile o femminile: vi prevalgono le bellezze forti o quelle soavi?
Una nuova immagine integrata alle opzioni tematiche della “poesia dei tecnicismi” verrà successivamente proposta in poesia simultanea della moda italiana, data alle stampe nel 1940. Ora Marinetti intende offrire un contributo artistico al tentativo di lancio dell’industria manifatturiera imposto dall’autarchia politica del regime, resa del resto necessaria dalle sanzioni economiche.
Così il golfo si trasforma sorprendentemente in una “sfarzosa liquida immensa sartoria”, che ospita un’originalissimo defilè, di cui sono protagoniste le isole indossatrici, Posillipo e Sorrento:
“Già navighiamo con vele di luce tessuta e timonieri vestiti di latte ed eccoci bocca a bocca sulle tue labbra diffuse golfo di Napoli con barche marinai vele funi e voci che spanciano stemperate sul mare spesso argenteo sonno mattutino
Il golfo è una sfarzosa liquida immensa sartoria dove s’accendono le punte di lava d’un ammasso di cangianti lane turchine
Stanno per incedere distratte e fresche le isole indossatrici e incomincia la prova del mantello ideale su corpo di Capri coricata viso nell’acqua a bere stupende tinte sottomarine
Occorre una brezza verdolina con ovattate esplosioni di fuoco africano nei filari di vigne a spina di pesce
Aperta sull’anca brillerà senza fine la carne bianca affascinando
In alto dirige la prore con un roooo l’idrovolante a spola d’ottone e scintille viola-blu
Fra le mie ciglia e nelle orecchie adagio grandioso mosso il suo dooo grave di organo appena svegliato
Alla mia sinistra Posillipo promontorio si offre di vano alle nuvole assonnate incerte se si o no abbagliarsi con quelle splendide maglie d’argento
Belle belle ma sono già laggiù sulle schiene piatte di Sorrento
Tutte le casette mutarsi in foschie mussole perlacee ansiose di diventare frange cilestrine festoni festoni cromati portacipria e specchietti specchietti specchetti fra mani d’acqua affusolate giranti”.

 

 

Sorrento e la letteratura

Raffaele La Capri, con una acuta osservazione, assegna al golfo di Napoli un carattere “virgiliano” e a quello di Salerno un carattere “omerico”; e se, un carattere “antico”, nell’altro un carattere “medievale”; (Nella seconda metà del Settecento, la costa sorrentina già comincia a essere parte integrante dell’immaginario artistico europeo. Capri e la costa amalfitana entreranno stabilmente nell’itinerario dei viaggiatori stranieri non prima dei tardi anni Venti dell’ottocento). Nel 1924, il tedesco Caspar Neher, in viaggio in Campania nota che Positano “è un nido senza comfort, però qui c’è tutto ciò che vale la pena di dipingere. Qui però non c’è la bellezza di Capri e Sorrento, nulla di simile al consueto clichè meridionale.
Sorrento può esibire la casa natale del Tasso, figura “romantica” per eccellenza; Sorrento è connotata dalla dolcezza del paesaggio addomesticato dall’uomo, che risveglia nella mente dei visitatori echi da Virgilio, Tibullo, Properzio e, sul versante marinaro, Stazio; con i suoi monumentali  avanzi parla di un lontano passato di civiltà; e serba infine nella casa del Tasso un grande e tragico “genius loci”.
In ogni caso, la pressocchè perfetta adattabilità del paesaggio sorrentino alla sensibilità neoclassica non comporta di certo la sua messa in ombra con l’emergere del nuovo gusto romantico.
In realtà l’Ottocento maturo porta a compimento intuizioni di gran lunga precedenti. Nicolò Partenò Giannettasio, che negli ultimi anni del Seicento fu il primo a comporre egloghe in cui pastori e contadini dialogavano con i pescatori. Giannettasio si è così regolato per il semplice motivo che questo accadeva nella vita reale sui lidi della penisola di Edmond e Jules de Goncourt, nell’opera - l’Italia di ieri- dicono: “Campagna anormale, e che sbalordisce come una natura artificiale con i rosai che fanno bosco intorno all’albero da frutto, che con questi verzieri d’aranci e di limoni, in cui scorgono groppe di vacche, tutte seminate di petali dei loro bianchi fiori e dove lo strumento aratorio, l’aratro abbandonato nel campo, è mescolato a uno scenario d’opera a un quinta poetica”. Lo sguardo dei poeti abbraccia così, tutto il golfo senza far mai dimenticare di annoverare Sorrento tra le perle del vasto cratere;
sembra così del tutto logico che di un pari sguardo risultino in seguito forniti i poeti stranieri moderni, armati magari di una più febbrile sensibilità, tale che non più soltanto la vista, bensì tutti i sensi venga sollecitati da quella visione.Ecco dunque un di loro August von Platen, domandare nella luce mattutina della città:

Senti a questa volta

Spirar con l’aure da Sorrento lieve
Odor d’aranci?
Si, sfavilla al sole
Lungi, presso la spiaggia ov’è la casa
Del Tasso, la petrosa inebriante
Co’suoi profumi splendida Sorrento.
Ancora più chiaramente il collegamento Napoli-Sorrento è dichiarato dal Platen nell’epigramma Napoli:
Bella è pur sempre Napoli, ma nell’ardente stagione,
l’ariosa Sorrento ci offre dolce rifugio.
Né si può tralasciare l’accenno sorrentino (e caprese) contenuto nell’invito all’isola Palmaria (1828):
ma se svieni in quest’isola, non credere
che sia Capri o Sorrento,
                                         ove l’eterna Voluttà sul flauto
 modula note languide!
Da queste brevi rime plateniane emerge con grande chiarezza il carattere di “Hortus deliciarum” che Sorrento serba nei confronti di Napoli.
Una narrativa attenta alle realtà sociale si fa strada anche in alcuni libri di viaggio, come il Voyage di Paul-Edme de Musset (1843), dove Sorrento è sostanzialmente due cose: la casa del Tasso (col racconto del poeta, sotto mentite spoglie e del suo colloquio con la sorella Cornelia Sersale), e la storia della sfortunata Ritella la piccola zoppa per calcolo della famiglia. Per quanto riguarda Sorrento il capolavoro è forse la novella di Paul von Heysen “l’arrabbiata (1855), che non a caso si svolge su una umile barca di pescatori in viaggio tra Sorrento e Capri.
E’ nel lungo racconto di Norman Douglas “Nerinda” (1901), Sorrento (con Castellammare e Pompei) è uno degli sfondi della vicenda.

 

Antichi viaggiatori a Sorrento

Tra terra e cielo, tra sogni e realtà, tra storia e leggenda sorge la romantica Sorrento in una splendida posizione panoramica, che occupa il versante meridionale del golfo di Napoli. Nell'ottocento essa meta prediletta di artisti, letterati e musicisti provenienti da tutto il mondo e che qui trassero ispirazioni per le loro opere. La penisola Sorrentina si trova in un'area di particolare interesse naturale,archeologico e storico: Capri, Positano, Amalfi, Ravello, Ischia e il cratere del Vesuvio sono alcuni dei tesori che accrescono il fascino di questa terra bagnata dal Mediterraneo.
Le origini di Sorrento si perdono nella notte dei tempi e sono legate ad antiche leggende, secondo cui il nome della cittadina deriverebbe dal mito delle sirene divinità rappresentate o il busto femminile e la parte inferiore del corpo a forma di pesce o con il corpo da uccello e la testa umana. Esse, con il loro canto ammaliavano i naviganti che, attratti dalla voce soave, si schiantavano sulle rocce delle coste, che brulicavano di ossa umane, infatti la parola “Sireneide” significa “lutto”. In realtà il loro santuario situato in un punto imprecisato nei pressi di Sorrento, indicava un punto di riferimento ai naviganti che affrontavano le difficili correnti tra Capri e la costiera. A questo proposito ricordiamo il brano dell’Odissea, che riguarda il passaggio di Ulisse vicino agli scogli delle Sirene (Odissea, libro w.-).

“O cari, non basta che uno o due solamente conoscano il fato che Circe fulgida dea mi svelava, e lo dico a voi tutti perché a morire sapendolo o salvi schiviamo la morte. Suo primo consiglio fu di evitare la voce canora che mandano a mare dai loro prati fioriti le sacre Sirene; voleva ch’io solo sentissi il canto; ma stretto legatemi allora in legami duri: che immobile, ritto io rimanga al piede dell’ albero, avvinto di corde. E semmai vi pregassi, se mai vi ordinassi di sciogliermi, stringete più forte con nodi più doppi”. Dicevo ai compagni così, spiegando ogni cosa. Intanto la nave massiccia, da vento buono sospinta, sfiorò le scogliere dell’isola delle sacre Sirene; si fece subita quiete del vento e una innota bonaccia: un dio aveva d’incanto il mare assopito. Sorgono in piedi raccolgano pronti la vela, compagni la gettano in fondo alla nave, si mettono ai remi, e dei lucidi remi d’abete e l’acqua del mare battuta biancheggiava. Con le bronzee mie sponde affilate taglio un grande disco di cera in piccoli pezzi, li schiaccio con le agili forti mie dita: la cera presto s’ammolla premuta da me e scaldata dai raggi di Elio iperone: otturo con quella le orecchie ai compagni. Ed essi legarono me, mani e piedi diritto all’ albero e avvolsero a questo le corde; e ripresero a battere coi remi in mare spumoso ma quando lontano fummo quel tratto che udibile è ancora da terra il grido di un uomo, mentre quelli tremavano rapidi l’agile nave non sfugge alle sacre Sirene che intonano un canto di dolce armonia: “Suvvia, vieni qui, tu molto lodato, famoso Ulisse, ancora tu degli Achei; ferma la nave, indugia la nostra a sentire voci divine. Nessuno mai passò di qui con la nave nera che il suono prima non oda che sorge a noi dalla bocca. Ma lieto poi si allontano e felice di avere molte cose nell’animo sorpreso. Noi tutto sappiamo quanto nei campi di Troia vasti dori patirono Argivi e Troiani per volere divino; e tutti sappiamo gli eventi umani i casi dei giorni terreni”. Questo levando la limpida voce cantavano. Allora il mio cuore voleva sentire; ai compagni cenno facevo con gli occhi di sciogliermi; ma quelli affrettavano curvi il moto dei remi. Perimede e Euriloco intanto rizzatisi, d’altri nodi mi cinsero in nodi che più mi stringevano. Poi guardo lontani giù eran da quelle né voci s’udivano più di Sirene né canto, i fidi compagni si tolsero in fretta la cera di cui avevo a loro colmate le orecchie e disciolsero me dalle funi”.

In realtà i viaggi  di Ulisse simboleggiano uno dei tanti viaggi dei Dori quando esplorarono il Mediterraneo. Essi soppiantarono la civiltà degli Achei, detta civiltà omerica dai poemi di Omero (Iliade e Odissea), invasero la parte orientale della Sicilia e dell’Italia meridionale, mentre i Fenici invasero la Sicilia occidentale, le isole Baleari e Malta. Dal punto di vista storico i Fenici furono importanti per lo sviluppo della civiltà romana e del commercio; per la loro capacità nella navigazione e per le molte scoperte che fecero, quali: il rosso porpora ricavato dai murici, e il vetro, alteramento fisico del silicio e della soda. Fenici e Achei visitarono sicuramente la penisola Sorrentina.
È difficile dire in quale momento il luogo delle Sirene divennero le isole “Li Galli” e il promontorio di Ieranto. Nonostante Strabone inverte le denominazioni, si crede che si chiamassero Sirennussai le isole e il promontorio Seirenes, per la sua tipica forma di uccello dalle ali aperti sul mare. Le tre sirene a poco a poco stavano cambiando nome; prima fu Peisonae che divenne Molpe, il cui nome allude al canto cadenzato dalla danza: ma questo è anche il nome di rupe protesa nel mare, presso Palimuro. Ben presto gli antichi nomi cedettero il passo a un nuovo sistema, che comprendeva Leukosia e Ligeria: quest’ultima menzionata già da un poeta arcaico; il nuovo sistema faceva chiaro riferimento ai promontori che si incontravano risalendo la costa Tirrenica. Questa era  la prospettiva dei naviganti che, dopo il crollo del mondo miceneo, riprendevano a frequentare le coste della Sicilia, della Campania e della Etruria, e che finirono per fondare un loro emporio a Pitecusa. La loro rotta dalle Eolie, dopo Scilla, Ischia e Carridi, risaliva dritta verso nord-ovest: incontrava l’isola di Leucosia; opposta a questa, all’altra estremità del golfo di Salerno, le Sirenussai. Di fronte al navigante si parava allora il promontorio di Ieranto, l’ostacolo poi da superare per chi volesse immettersi nel golfo di Napoli. 


Fonte del testo : http://gold.indire.it/datafiles/BDP-GOLD00000000001DEE00/le%20origini%20di%20sorrento.doc
Autore: non indicato nel documento di origine del testo

 

 


 

 

 

Panorama della penisola sorrentina

 

 

Introduzione

La Penisola Sorrentina ha un paesaggio unico al mondo, dove si alternano alte e basse colline a profondi valloni e maestose montagne dove grandiosa è stata l'opera dell'uomo, che ha sistemato le zone più impervie trasformandole nelle famose terrazze, gradoni di terra degradanti verso il mare, sui quali ha coltivato aranci, limoni, ulivi e viti. Sono i giardini di delizia dai quali in primavera esala un profumo inebriante di zagara. Il clima mite ed asciutto durante quasi tutto l'anno fa della Penisola Sorrentina la meta ideale di ogni stagione.

Giungendovi via terra vi accoglierà Vico Equense, che appare col suo castello Giusso e che, con il suo austero Monte Faito (1400 mt.), vi permette di passare dal mare alla montagna in pochi minuti. E poi Meta, segreta, i cui antichi casali e le cui spiagge assolate sono tutti da scoprire; Piano di Sorrento, cittadina vivace che miscela con maestria la propria identità marittima a quella rurale e a quella di attivo centro commerciale della penisola; la sua bassa collina è attraversata da stradine strette, costeggiate da alti muri che chiudono antichi agrumeti. E ancora Sant'Agnello, la cui affacciata sul mare, a picco su un costone tufaceo, ha incantato la casa reale dei Borbone e i principi di tutta Europa, che qui hanno costruito ville da favola. E, affacciata sul mare e contornata dalle sue colline, appare Sorrento, cittadina internazionale, con il suo centro, antico, le sue marine, i suoi giardini d'agrumi; e infine si giunge all'amenissima Massa Lubrense, estremo lembo della Penisola, adagiata dinanzi a Capri, un'oasi naturale con innumerevoli percorsi pedonali tra antichi casali, aree archeologiche, macchia mediterranea e panorami indescrivibili, su mare e spiagge d'incanto.

Questa terra è stata amata, dagli spagnoli che l'hanno governata per tutta l'età moderna, per l'abbondanza di frutta, di pesci e di uccelli, di carni e di formaggi. E dopo di loro, nel Settecento, la Penisola Sorrentina è stata riscoperta dal grand tour. Gli intellettuali di tutta Europa, come Nietzsche e Ibsen, vi hanno trovato alimento spirituale e culturale inaugurando quel gusto del vivere in villa, che ha reso la Penisola Sorrentina meta ambita di un turismo esclusivo.


Oggi le ville aristocratiche si alternano a prestigiosi complessi alberghieri, a camping e aziende agrituristiche, il cui comfort è di altissimo livello e che sono parte di un più ampio network di servizi turistici. In un clima ordinato e sicuro, ciascuno trascorrerà la sua vacanza ideale: potrà scegliere tra natura e silenzio, salute e cultura, bagni di mare, cure termali nelle acque dello Scrajo, gite in barca, passeggiate naturalistiche, escursioni su siti archeologici delle Necropoli di Aequa e dei Deserto e visite ai musei (Museo Mineralogico, Museo Correale, Museo Bottega della Tarsia Lignea, Museo di Villa Fondi), ai centri storici con i loro monasteri e chiostri, come quello di San Francesco in Sorrento, e agli antichi casali con le loro chiese affrescate, come la Cappella di Santa Lucia di Vico Equense, ma anche sport e manifestazioni musicali e cinematografiche di risonanza internazionale, spettacoli teatrali, locali notturni e bar.

Qui è festa tutto l'anno: le mille tradizioni culturali locali trovano espressione su un calendario fitto di appuntamenti: dal carnevale alle famosissime processioni pasquali che attraversano tutta la Penisola, alle mille sagre estive e autunnali di prodotti tipici allietate dalla tarantella sorrentina, antica danza folkloristica, alle ricche manifestazioni natalizie. Ristoranti di altissimo livello vi invitano a scoprire la cucina locale, ormai famosa in tutto il mondo, che fonde i gusti del mare con quelli della terra.

E ancora l'artigianato, la cui espressione più nota è l'intarsio in legno, ma che vanta anche una produzione cantieristica di barche contese su tutti i mercati. Per finire ai tanti liquori distillati dai prodotti locali: limoni, mandarini, arance, noci.

Dalla Penisola Sorrentina è possibile partire agevolmente per innumerevoli escursioni: Pompei e Paestum, Napoli e il Vesuvio, Capri e Ischia, Positano, Amalfi e Ravello, nonché per qualsiasi altra destinazione, grazie ad una fitta rete di comunicazioni aeree, stradali, ferroviarie e marittime.  E allora è impossibile sottrarsi al canto delle Sirene!

 

 

 

Antichi viaggiatori a Sorrento

 

Tra terra e cielo, tra sogni e realtà, tra storia e leggenda sorge la romantica Sorrento in una splendida posizione panoramica, che occupa il versante meridionale del golfo di Napoli. Nell'ottocento essa meta prediletta di artisti, letterati e musicisti provenienti da tutto il mondo e che qui trassero ispirazioni per le loro opere. La penisola Sorrentina si trova in un'area di particolare interesse naturale,archeologico e storico: Capri, Positano, Amalfi, Ravello, Ischia e il cratere del Vesuvio sono alcuni dei tesori che accrescono il fascino di questa terra bagnata dal Mediterraneo.
Le origini di Sorrento si perdono nella notte dei tempi e sono legate ad antiche leggende, secondo cui il nome della cittadina deriverebbe dal mito delle sirene divinità rappresentate o il busto femminile e la parte inferiore del corpo a forma di pesce o con il corpo da uccello e la testa umana.
Esse, con il loro canto ammaliavano i naviganti che, attratti dalla voce soave, si schiantavano sulle rocce delle coste, che brulicavano di ossa umane, infatti la parola “Sireneide” significa “lutto”.
In realtà il loro santuario situato in un punto imprecisato nei pressi di Sorrento, indicava un punto di riferimento ai naviganti che affrontavano le difficili correnti tra Capri e la costiera. A questo proposito ricordiamo il brano dell’Odissea, che riguarda il passaggio di Ulisse vicino agli scogli delle Sirene (Odissea, libro w.-).

“O cari, non basta che uno o due solamente conoscano il fato che Circe fulgida dea mi svelava, e lo dico a voi tutti perché a morire sapendolo o salvi schiviamo la morte. Suo primo consiglio fu di evitare la voce canora che mandano a mare dai loro prati fioriti le sacre Sirene; voleva ch’io solo sentissi il canto; ma stretto legatemi allora in legami duri: che immobile, ritto io rimanga al piede dell’ albero, avvinto di corde. E semmai vi pregassi, se mai vi ordinassi di sciogliermi, stringete più forte con nodi più doppi”. Dicevo ai compagni così, spiegando ogni cosa. Intanto la nave massiccia, da vento buono sospinta, sfiorò le scogliere dell’isola delle sacre Sirene; si fece subita quiete del vento e una innota bonaccia: un dio aveva d’incanto il mare assopito. Sorgono in piedi raccolgano pronti la vela, compagni la gettano in fondo alla nave, si mettono ai remi, e dei lucidi remi d’abete e l’acqua del mare battuta biancheggiava. Con le bronzee mie sponde affilate taglio un grande disco di cera in piccoli pezzi, li schiaccio con le agili forti mie dita: la cera presto s’ammolla premuta da me e scaldata dai raggi di Elio iperone: otturo con quella le orecchie ai compagni. Ed essi legarono me, mani e piedi diritto all’ albero e avvolsero a questo le corde; e ripresero a battere coi remi in mare spumoso ma quando lontano fummo quel tratto che udibile è ancora da terra il grido di un uomo, mentre quelli tremavano rapidi l’agile nave non sfugge alle sacre Sirene che intonano un canto di dolce armonia: “Suvvia, vieni qui, tu molto lodato, famoso Ulisse, ancora tu degli Achei; ferma la nave, indugia la nostra a sentire voci divine. Nessuno mai passò di qui con la nave nera che il suono prima non oda che sorge a noi dalla bocca. Ma lieto poi si allontano e felice di avere molte cose nell’animo sorpreso. Noi tutto sappiamo quanto nei campi di Troia vasti dori patirono Argivi e Troiani per volere divino; e tutti sappiamo gli eventi umani i casi dei giorni terreni”. Questo levando la limpida voce cantavano. Allora il mio cuore voleva sentire; ai compagni cenno facevo con gli occhi di sciogliermi; ma quelli affrettavano curvi il moto dei remi. Perimede e Euriloco intanto rizzatisi, d’altri nodi mi cinsero in nodi che più mi stringevano. Poi guardo lontani giù eran da quelle né voci s’udivano più di Sirene né canto, i fidi compagni si tolsero in fretta la cera di cui avevo a loro colmate le orecchie e disciolsero me dalle funi”.

In realtà i viaggi  di Ulisse simboleggiano uno dei tanti viaggi dei Dori quando esplorarono il Mediterraneo. Essi soppiantarono la civiltà degli Achei, detta civiltà omerica dai poemi di Omero (Iliade e Odissea), invasero la parte orientale della Sicilia e dell’Italia meridionale, mentre i Fenici invasero la Sicilia occidentale, le isole Baleari e Malta.
Dal punto di vista storico i Fenici furono importanti per lo sviluppo della civiltà romana e del commercio; per la loro capacità nella navigazione e per le molte scoperte che fecero, quali: il rosso porpora ricavato dai murici, e il vetro, alteramento fisico del silicio e della soda.
Fenici e Achei visitarono sicuramente la penisola Sorrentina.
È difficile dire in quale momento il luogo delle Sirene divennero le isole “Li Galli” e il promontorio di Ieranto.

 

 Nonostante Strabone inverte le denominazioni, si crede che si chiamassero Sirennussai le isole e il promontorio Seirenes, per la sua tipica forma di uccello dalle ali aperti sul mare. Le tre sirene a poco a poco stavano cambiando nome; prima fu Peisonae che divenne Molpe, il cui nome allude al canto cadenzato dalla danza: ma questo è anche il nome di rupe protesa nel mare, presso Palinuro.
Ben presto gli antichi nomi cedettero il passo a un nuovo sistema, che comprendeva Leukosia e Ligeria: quest’ultima menzionata già da un poeta arcaico; il nuovo sistema faceva chiaro riferimento ai promontori che si incontravano risalendo la costa Tirrenica.
Questa era  la prospettiva dei naviganti che, dopo il crollo del mondo miceneo, riprendevano a frequentare le coste della Sicilia, della Campania e della Etruria, e che finirono per fondare un loro emporio a Pitecusa.
La loro rotta dalle Eolie, dopo Scilla,  risaliva dritta verso nord-ovest: incontrava l’isola di Leucosia; opposta a questa, all’altra estremità del golfo di Salerno, le Sirenussai. Di fronte al navigante si parava allora il promontorio di Ieranto, l’ostacolo poi da superare per chi volesse  immettersi nel golfo di Napoli. 

 

Baia di Jeranto ,Punta della Campanella e Capri

 

 

 

La navigazione del mare antico

 

Ci si è posti delle domande su come si sono diffuse le civiltà del Mediterraneo orientale e come è potuto accadere fin dal secondo millennio prima che i navigatori potessero compiere viaggi lunghi, che erano considerati possibili grazie ai fenomeni delle forze soprannaturali.
Voltaire ha scritto che nel secolo di Luigi XIV le civiltà del Mediterraneo
seguivano il cammino del sole andando da Atene a Roma, da Roma a Firenze,
da Firenze a Parigi. Per ricostruire i percorsi marittimi si è preso dall’Odissea
tutto ciò che parlava del viaggio di Ulisse. Si studiarono dunque alcune rotte
micenee nel Mediterraneo occidentale. Giovanni Pugliese Carratelli indicò i
nomi delle tappe Tirreniche.
I Fenici per viaggiare seguivano il sole o le costellazioni per spostarsi e in
seguito cominciarono con gli uccelli; iniziarono poi a viaggiare con le carte
nautiche molto utili per navigare e si servirono anche dei venti che erano
ottimi propulsori.
Allora nelle isole greche si viveva fermi nel tempo, in un’atmosfera dominata
dalle condizioni naturali immerse in una grande luce, e attenti al mutare del
vento e agli umori del mare, proprio come doveva essere in antico.
Poche erano le navi che transitavano, in alcuni mesi il solo postale settimanale
e qualche nave da carico. I pescatori e i piccoli commercianti greci attraversano
ancora il mare sui “caicchi” a vela. Navigando a vista da un’isola all’altra,
queste grandi, robuste e pesanti barche potevano scendere dal nord dell’Egeo
verso Rodi e ancora più a sud e poi risalire lungo le coste dell’Asia minore,
lungo le coste  dell’Anatolia, sfruttando il regime dei venti. Sulla carta nautica
del Mediterraneo ci sono segnati i circuiti più importanti di questo mare.
I più importanti sono:

  • Il circuito di Levante, che consente sfruttando i venti di risalire lungo

     le coste del Libano e della Siria e, dopo aver costeggiato la Turchia
meridionale, di girare intorno all’isola di Cipro;

  • Il circuito Tirrenico, tra le coste occidentali della penisola italica, quella

    della Francia meridionale e le coste orientali di Corsica, Sardegna,
Isole Eolie e quelle della Sicilia settentrionale;
A noi pare che molti errori di prospettiva nella lettura della colonizzazione greca in occidente dipendono proprio dalla estraneità alla cultura del mare da parte di filologi, archeologi e storici.

 

Qui basterà solo sapere, oltre quello che si è detto sul regime dei venti e delle correnti, che nell’antichità le navi erano armate con vele quadre, vele che consentivano una navigazione principalmente con vento in poppa ma anche con vento traverso, e più tardi con vele auriche o con vele latine (che permettevano,opportunamente manovrate, anche di risalire in qualche modo il vento con un’andatura detta bolina larga).
Quasi tutte le navi avevano un’integrazione propulsiva nei rematori. Questo
serviva principalmente per muovere nei porti, quando non era previsto un
servizio di rimorchiatori, piccole imbarcazioni a remi che trainavano le
grosse navi fino alla banchina.

Sorrento e la letteratura

 

Raffaele La Capria, con un’acuta osservazione, assegna al golfo di Napoli un carattere “virgiliano” e a quello di Salerno un carattere “omerico”; e se, un carattere “antico”, nell’altro un carattere “medievale”; (Nella seconda metà del Settecento, la costa sorrentina già comincia a essere parte integrante dell’immaginario artistico europeo. Capri e la costa amalfitana entreranno stabilmente nell’itinerario dei viaggiatori stranieri non prima dei tardi anni Venti dell’ottocento).
Nel 1924, il tedesco Caspar Neher, in viaggio in Campania nota che Positano “è un nido senza comfort, però qui c’è tutto ciò che vale la pena di dipingere. Qui però non c’è la bellezza di Capri e Sorrento, nulla di simile al consueto clichè meridionale.
Sorrento può esibire la casa natale del Tasso, figura “romantica” per eccellenza; Sorrento è connotata dalla dolcezza del paesaggio addomesticato dall’uomo, che risveglia nella mente dei visitatori echi da Virgilio, Tibullo, Properzio e, sul versante marinaro, Stazio; con i suoi monumentali  avanzi parla di un lontano passato di civiltà; e serba infine nella casa del Tasso un grande e tragico “genius loci”.

In ogni caso, la pressocchè perfetta adattabilità del paesaggio sorrentino alla sensibilità neoclassica non comporta di certo la sua messa in ombra con l’emergere del nuovo gusto romantico.
In realtà l’Ottocento maturo porta a compimento intuizioni di gran lunga precedenti. Nicolò Partenò Giannettasio, che negli ultimi anni del Seicento fu il primo a comporre egloghe in cui pastori e contadini dialogavano con i pescatori. Giannettasio si è così regolato per il semplice motivo che questo accadeva nella vita reale sui lidi della penisola di Edmond e Jules de Goncourt, nell’opera - l’Italia di ieri- dicono: “Campagna anormale, e che sbalordisce come una natura artificiale con i rosai che fanno bosco intorno all’albero da frutto, che con questi verzieri d’aranci e di limoni, in cui scorgono groppe di vacche, tutte seminate di petali dei loro bianchi fiori e dove lo strumento aratorio, l’aratro abbandonato nel campo, è mescolato a uno scenario d’opera a un quinta poetica”.
Lo sguardo dei poeti abbraccia così, tutto il golfo senza far mai dimenticare di annoverare Sorrento tra le perle del vasto cratere;
sembra così del tutto logico che di un pari sguardo risultino in seguito forniti i poeti stranieri moderni, armati magari di una più febbrile sensibilità, tale che non più soltanto la vista, bensì tutti i sensi vengano sollecitati da quella visione.Ecco dunque un di loro August von Platen, domandare nella luce mattutina della città:

 

Senti a questa volta

Spirar con l’aure da Sorrento lieve
Odor d’aranci?
Si, sfavilla al sole
Lungi, presso la spiaggia ov’è la casa
Del Tasso, la petrosa inebriante
Co’suoi profumi splendida Sorrento.

Ancora più chiaramente il collegamento Napoli-Sorrento è dichiarato dal Platen nell’epigramma Napoli:

Bella è pur sempre Napoli, ma nell’ardente stagione,
l’ariosa Sorrento ci offre dolce rifugio.

 

Né si può tralasciare l’accenno sorrentino (e caprese) contenuto nell’invito all’isola Palmaria (1828):

ma se svieni in quest’isola, non credere
che sia Capri o Sorrento,
                                       ove l’eterna Voluttà sul flauto
 modula note languide!

Da queste brevi rime plateniane emerge con grande chiarezza il carattere di “Hortus deliciarum” che Sorrento serba nei confronti di Napoli.
Una narrativa attenta alle realtà sociale si fa strada anche in alcuni libri di viaggio, come il Voyage di Paul-Edme de Musset (1843), dove Sorrento è sostanzialmente due cose: la casa del Tasso (col racconto del poeta, sotto mentite spoglie e del suo colloquio con la sorella Cornelia Sersale), e la storia della sfortunata Ritella la piccola zoppa per calcolo della famiglia. Per quanto riguarda Sorrento il capolavoro è forse la novella di Paul von Heysen “l’arrabbiata”(1855), che non a caso si svolge su una umile barca di pescatori in viaggio tra Sorrento e Capri.
E’ nel lungo racconto di Norman Douglas “Nerinda” (1901), Sorrento (con Castellammare e Pompei) è uno degli sfondi della vicenda.

 


Descrizione e critica sulla penisola sorrentina

 

Nel 1762 Jerome Richerd osservò rapito la costa che gli si aprì davanti. Riconosce borghi e paesi, e li enumera: Vico, Piano, Sant' Agnello, Sorrento, Massalubrense. Siti che i classici della latinità gli hanno reso familiare, dimora di ninfe e sirene. Oltretutto come questo distinto poligrafo avvertirà nella sua Desciption, "L' usage n' est pas y d' aller". Niente altro che questo: non è l' uso, il Gran Tour non conosce la penisola Sorrentina e il suo territorio, dove oltretutto l' aristocrazia - indigena  e napoletana - aveva possedimenti vasti e redditizi, ville sontuose e prestigiose dimore, Goethe, che visita Napoli nel 1787, per ben due volte scrive di Sorrento nella Italienische Reise, ne ricorda "l' atmosfera piena di vapori … le rocce ombrate" mentre naviga sottocosta verso Palermo, vi ritorna nella memoria di un pomeriggio tempestoso tra il salto di Tiberio e la torre di Campanella,; ne immagina i dolci incanti nella descrizione che gliene fa la sorella di Gaetano Filangieri, che in penisola possiede una tenuta tra mare e colline, che insieme alla tanto celebrata "mongana", carne di lattante, offre ai suoi ospiti pesci e crostacei. Ma anche per l' autore di Werther vale l' osservazione di Richard: " l' usage n' est pas y d' aller".
E così Sorrento può solo trarne vanto di essere uno dei posti in cui, Goethe non è stato ma che rimpiange di non aver visto. E di certo  se il consigliere segreto avesse accettato l' invito della sua giovane amica anche Sorrento si sarebbe aggiunta alle scoperte e alle conquiste della cultura germanica nelle province del nostro Mezzogiorno.


A svettare per prima sulle coste di Sorrento è il vecchio Silver- Jack, la bandiera Inglese impugnata da uno scozzese - Herny Swinburne - che con i suoi travels in  the two Siciles (1777-1780) ci ha dato uno quadro del mezzogiormo - e della Sicilia - tra i più attenti e vivaci del secondo Settecento. E subito nelle sue pagine vedi delinearsi i motivi e le tematiche che impronteranno il viaggio inglese nella penisola Sorrentina: la composita bellezza del paesaggio capace di rispondere agli stimoli del neoclassicismo e alle suggestioni dell' animo romantico; la presenza stratificata di molteplici culture, la generosità di un clima che oscilla tra le brezze primaverile e i tepori autunnali; la memoria del Tasso, che qui nacque e tornò nel momento della sua sventura; la natura "naturale", quando non la schietta "sauvagerie" di un popolo salvato dal demone corruttore della città.
Ecco la Sorrento "a city placed on the very drink of the steep rocks that overhang the bay in a most enchanting situation". Un gomitolo di stradine dove umili dimore di pescatori sorgono accanto ad alteri palazzi gentilizi, un tessuto urbano che esclude carri e carrozze, perché ogni comunicazione  si svolge attraverso il mare, così che questo centro gli appare come una sorta di isola, circondata dal mare e dalle acque che corrono impetuose nelle due lunghe gole, e profonde, che lo chiudono a Mezzogiorno e Settentrione. Aggiungi la cinta delle mura eretta dopo la terribile incursione turchesca del 1558, le Sirene (Sorrento da Surenetum) e la poesia di Stazio ospite di Vedio Pollione nella sua villa al Capo; l' ombra del Tasso, "a bard undoubtely intitled to rank in the foremost line of modern poets", e infine la fecondità della terra, l' eccellenza dei suoi prodotti (carne e burro, olio e vino), il "delightful climate", la mitezza di un clima che si riflette sul carattere degli abitanti, dai quali nulla può temere lo straniero. Pochi anni per fare cioè di Sorrento un tappa obbligata nell' itinerario napoletano. E i nomi dei visitatori - più o meno illustri, sono un falange - o meglio ancora un esercito; un esercito in cui gli inglesi costituiscono, dal 1880, la forza d' urto, le truppe scelte (elenco delle personalità inglesi).
Richard Keppel Cravel, che dal 1918 vive tra Napoli e Cava inizia la descrizione della costiera da Massalubrense; per Craven questo paese è "situated aimidst olive woods", boschi di ulivi che si alternano a giardini lungo i pendii di colline terrazzate. Con grotte burroni e rocce precipiti
anche a Sorrento dunque, e specialmente sulla costa da Massa a Nerano, "romantic and sublime scenes", baie inaccessibili da terra, torri dirute e rovine pittoresche, mura longobarde e sperdute masserie raggiungibili attraverso sentieri "scarcely praticable to the mules of the country", e vuol dire che neanche i più resistenti muli indigeni riescono a inerpicarsi con facilità sulle vette aeree che segnano lo spartiacque con il versante di Amalfi. Naturalmente il povero Torquato, la casa dove si vuole che sia nato, la leggenda del suo ritorno, l' incontro con la sorella. E qui che  Lady Blessington continua a dialogare con i lettori e raccontò loro queste cose.
Nel 1829 lo scrittore americano James Fenimore Cooper prima s' insedia proprio nella casa del Tasso, di cui offre una descrizione piena di particolari, nostalgia di solide dimore patrizie nelle quali il tempo sembra indugiare in spossanti tramonti e in translucide mattinate, lunghe nuotate tra ruderi affioranti e basta che si sporga dal terrazzo, cinquanta piedi sul mare, per scorgere i resti di un tempio antico sommerso dal bradisismo (è il tempio di Venere presso il quale si recò Virgilio a portare in voto un Amorino per ottenere aiuto dalla dea nella stesura dell ‘Eneide). Più avanti, lungo la costa, in una grotta "of a very extraordinary characther", le strutture di un ninfeo e alle pareti ancora tracce di affreschi. Anche Marianna Starke, che visita Sorrento nello stesso periodo di Cooper, si divide tra le suggestioni e gli agi di un soggiorno borghese. Da poco villa Correale si è trasformato in un "comfortably furnished hotel", la cui cucina si avvale di un eccellente cuoco. Lo stesso è per il Cocumella, antica casa dei gesuiti, mentre donna Marianna Guarracino e donna Porzia Cesaro tengono dignitose pensioni appena fuori le mura. Le caverne sotto il Cocumella sono gli stessi antri in cui Polifemo allevava le sue greggi, le stesse caverne che ispirarono a Virgilio l' immagine del Tartaro. Ed è a Sorrento infatti che cominciano ad approdare sempre più numerosi ammalati veri o immaginari, tra i quali, ospite d’ eccezione Hanri de Tocqueville, Huysmans, Colet, Bèrard.
Tra gli anni ’40 e ’50, la patria del Tasso può gareggiare con le più affermate stazione climatiche e termali di tutta Europa. L’ Italie confortable, Manuel du turiste, pubblicata a Bruxelles nel 1842, offre copiose informazioni su Sorrento. “air…d’ une antique et merveilleuse salubritès”, per cui vale ancora il giudizio di Galeno che la riteneva somma guaritrice di molte infermità. Tra il 1841 e il 1844 sono almeno tre i “Grandi” britannici che figurano nell’ albo d’ oro murato all’ ingresso del Museo Correale: John Ruskin, Charles Dickens e Robert Browning. L’ “affascinante promontorio roccioso coperto di aranci ed olivi”, si esalta il futuro autore di The stones of Venice. Percorre il circuito delle mura che i locali dicono “morte”, che morte non sono affatto, “giacchè la vegetazione è così opulenta e viva da farle apparire più simili ad argini erbosi che a mura”.              

                                           

Museo Correale

 

 

 

 

 

Quattro anni dopo, nel 1845, è la volta di Dickens, che percorre in ferrovia il tratto da Napoli a Castellamare per proseguire a cavallo lungo le pendici del monte S.Angelo, fino a raggiungere Sorrento attraverso un susseguirsi di spettacolari aperture paesaggistiche a sublime conclusion to the glory of the day.
Più contenuto Robert Browning, che nel poemetto The Englishman in Italy, schizza momenti di vita popolare tra case e strade della Penisola melograni rossi e aperti come ferite sul grumo di chicchi, fichi spaccati a seccare sui terrazzi, zucche fritte in “great purple slices” e a mordere le grandi rosse fette, ragazze dalle trecce nere come l’ ebano, giovani pescatori con al collo la medaglietta di ottone della Madonna che li salvò dai naufragi. Rocce precipiti su un mare oscuro e ribollente, strade strette che conservano intatta l’ impronta dei secoli.

 In Sorrento si entrava ancora attraverso il ponte gettato sulla forra che spacca il pianoro raggiungendo la spiaggia di Marina Piccola. Tra il 1866 e i primi anni del novecento l’ aspetto e la struttura urbanistica della città vengono sconvolti. In compenso si moltiplicano gli alberghi e si sviluppa il turismo organizzato.
La stagione del mito è ormai morta. Norman Douglas, che vi si trattiene a lungo tra la primavera e l’ estate del 1908, può dirsi l’ ultimo britannico che celebri i fasti della terra delle sirene. Ma Siren Land è un diario la cui chiave  é soprattutto il rimpianto per la bellezza perduta. E non è un caso che lo scrittore , morto ultraottantenne a Capri, scelga come dimora i colli tra Sorrento e Positano “dove brezze carezzevole disperdono il ricordo della città e i fiumi del sapere arido”, qui le sirene vivono ancora.
Qui dove l’inverno scendono dal Sant’Angelo i lupi, qui dove non ci sono alberghi e pensioni, qui soltanto, il viaggiatore ritrova la misura dell’ uomo e la presenza del dio: sono i “Montes Sireniani”. Altrove la armoniosa composizione di piccoli ambienti a volta, con logge e pergolati * è stata sostituita da “orrendi palazzi con travi di ferro, asfalto e tegole rosse”.
E’ una terra di sobrietà classica di calcare e di mare azzurro, ma basta poco per offenderla, ferirla in maniera irreparabile.
Se anche qui faranno saltare rocce e abbatteranno alberi per aprire nuove strade, se le case si moltiplicheranno, neanche l’ estate avrà più smalto e il silenzio delle sirene sarà anche quello delle cicale: Cigadas no longer sing… the summer   is ended.

 

Marinetti e il Golfo di Napoli

 

I primi rapporti tra Marinetti e la cultura napoletana risalgono notoriamente agli anni che precedettero la fondazione del movimento futurista. In alcuni periodi (durante la prima guerra mondiale alla fine  degli anni venti e, nel decennio successivo, tra il ’32 e il ’35) Napoli fu
del resto uno dei centri vitali dell’avanguardia futurista, cui offrì un significativo contributo di opere ed iniziative. Da segnalare, inoltre, i rapporti di stima e leale amicizia che Marinetti intrattenne con artisti
come Francesco Cangiullo e Emilio Buccafusca e il libraio-editore Gaspare Casella.
Marinetti dedicò al tema “Golfo di Napoli” diversi interventi creativi, coerenti con
gli sviluppi della sua poetica e della progettualità che da essa si propagava nella produzione degli aderenti.
Nel 1933 fu tenuta da Marinetti al teatro Tasso di Sorrento “una
conferenza sul Tasso a Sorrento”che per l’occasione assunse come titolo
prescelto “la poesia del Tasso nella poesia mondiale”.
Marinetti dichiara di voler proporre “una commemorazione in avanti”
e afferma che secondo la logica della sua estetica translinguistica, la
poesia autentica è “una grande ebbrezza comunicativa visioni colorate e
di musiche suggestive: “Ogni poeta è … riconducibile ad un tono di colore
e ad un accordo musicale”. L’opera di Dante, Ariosto, Shakespeare, Goethe,
Leopardi,
Hugo, Baudelaire, Pascoli viene così sinteticamente definita in brevi,
immaginose notazioni, per giungere infine al Tasso, che “svolge la sua
poesia con un ampio disegno argento freddo, verde bosco amoroso e
sereno, oro mistico”.Dopo un omaggio alla figura del poeta, si passa alla
“lezione di Futurismo” ricavabili dalla Gerusalemme Liberata, che “insegna
una continua militarizzazione della fantasia”.
L’ultima parte  della conferenza propone l’immagine del golfo di Napoli -sub specie futurista- come fonte primaria dell’ispirazione tassiana, che ne avrebbe derivato immagini e cadenze ritmiche.
La Gerusalemme liberata insegna infine l’infinita svariata potenza ispiratrice del
golfo di Napoli.
Nato a Sorrento, il grande poeta ebbe da bambino la visione del Vesuvio come un alto
fuoco di poesia e di eroismo alternativamente frenato e liberato per accendere ogni
fantasia e innalzare occhi e cuori.
Questa semichiusa fontana di fuoco ha delle cadenze di lavi e lapilli, ceneri e rime che
si ritrovano nel ritmo del grande poema. Lo smisurato specchio marino del golfo di
 Napoli riflette il gran cielo azzurro dell’ispirazione italiana con la chiarezza stessa
che ossessionò il Tasso nell’espressione lirica. Imponenti strapiombi di calcare di tufo
che sono una delle bellezze di Sorrento e di Capri diventarono le mura stesse
strapiombanti di Gerusalemme.
E gli ulivi in cresta con i loro tortuosi muscoli battaglianti ne divennero logicamente
i guerrieri assaliti nell’intrico delle splendide lame. Sotto o ai lati le profonde grotte
del golfo di Napoli contengono tutti gli stregoni e streghe del Tasso. Se vi penetrate
in sandolino o a nuoto finirete nei giardini di Armida. Non sono forse belle guerriere
del Tasso quelle vele bianche alte e corazzate di rosa che affrontano le aurore del vostro
 golfo? Senza curarsi del Satanico malumore che fa ribollire come un filtro l’acqua dei
Faraglioni esse marciano d’onda in onda verso le isole leggere e radiose, quasi sospese
sulla linea dell’orizzonte come apparizioni miracolose o incantesimi di demoni. Tutte
le ville e i villaggi alti nelle falde di isole e promontori rupestri sono doni del Cielo
offerti alla poesia.
Nel vostro golfo diabolico per istinto cosmico e soave per volontà turistica, l’azzurro
sereno e le stelle della santità combattono spesso contro le nuvole tempestose di una
demoniaca lussuria sentimentale. Le onde semipacifiste del vostro golfo con schiuma
riflessi e ghiaia melodiose hanno cadenzato la strofa del Tasso. La potenza abbracciante
di Napoli costruita in forma d’assedio amoroso e stringente insegnò al Tasso ad assediare
 tutte le fantastiche Gerusalemme Liberate che si profilano nelle aurore e nei tramonti.
Il vostro golfo impose al Tasso di sottomettere gli episodi lirici al disegno generale del
poema epico”.
Il 26 Aprile 1938 Marinetti tenne, ancora alla compagnia degli artisti, una
conferenza dal titolo “elogio del golfo di Napoli”. Per l’occasione, rilasciò
un’intervista, in cui si chiede se il golfo di Napoli abbia un carattere
maschile o femminile: vi prevalgono le bellezze forti o quelle soavi?
Una nuova immagine integrata alle opzioni tematiche della “poesia dei
tecnicismi” verrà successivamente proposta in poesia simultanea della
moda italiana, data alle stampe nel 1940. Ora Marinetti intende offrire un
contributo artistico al tentativo di lancio dell’industria manifatturiera
imposto dall’autarchia politica del regime, resa del resto necessaria dalle
sanzioni economiche.
Così il golfo si trasforma sorprendentemente in una “sfarzosa liquida
immensa sartoria”, che ospita un’originalissimo defilè, di cui sono
protagoniste le isole indossatrici, Posillipo e Sorrento:
“Già navighiamo con vele di luce tessuta e timonieri vestiti di latte ed eccoci bocca
a bocca sulle tue labbra diffuse golfo di Napoli con barche marinai vele funi e voci
che spanciano stemperate sul mare spesso argenteo sonno mattutino
Il golfo è una sfarzosa liquida immensa sartoria dove s’accendono le punte di lava
d’un ammasso di cangianti lane turchine
Stanno per incedere distratte e fresche le isole indossatrici e incomincia la prova del
mantello ideale su corpo di Capri coricata viso nell’acqua a bere stupende tinte
sottomarine
Occorre una brezza verdolina con ovattate esplosioni di fuoco africano nei filari
di vigne a spina di pesce
Aperta sull’anca brillerà senza fine la carne bianca affascinando
In alto dirige la prore con un roooo l’idrovolante a spola d’ottone e scintille viola-blu
Fra le mie ciglia e nelle orecchie adagio grandioso mosso il suo dooo grave di organo
appena svegliato
Alla mia sinistra Posillipo promontorio si offre di vano alle nuvole assonnate incerte
se si o no abbagliarsi con quelle splendide maglie d’argento
Belle belle ma sono già laggiù sulle schiene piatte di Sorrento
Tutte le casette mutarsi in foschie mussole perlacee ansiose di diventare frange
cilestrine festoni festoni cromati portacipria e specchietti specchietti specchetti fra
mani d’acqua affusolate giranti”.

 

 

 

 

 

Veduta di Sorrento e della penisola

 

Autori: classe III B
Fonte: http://gold.indire.it/datafiles/BDP-GOLD00000000001DEE00/viaggiatori%20stranieri%20nella%20penisola%20sorrentina.doc

 

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