Popolazione mondiale

 

 


 

Popolazione mondiale

 

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La città in Europa e nel mondo

 

         Come sappiamo, la popolazione mondiale è in costante crescita: oggi è di 6,5 miliardi di persone, ma nel 1750 contava solo 790 milioni di persone; è da notare però che solo 150 anni dopo era già raddoppiata, passando a 1,6 miliardi! Nel corso del ‘900 infatti la crescita della popolazione mondiale ha conosciuto un’accelerazione mai vista nel corso della storia. Si può vedere la tabella qui sotto:

 

popolazione    quando            dopo quanti anni
1 miliardo   Nel 1804
2 miliardi    Nel 1927              123 anni dopo
3 miliardi    Nel 1960              33 anni dopo
4 miliardi    Nel 1974              14 anni dopo
5 miliardi    Nel 1987              13 anni dopo
6 miliardi    Nel 1999              12 anni dopo


La popolazione mondiale potrebbe raggiungere
7 miliardi    Nel 2013              14 anni dopo
8 miliardi    Nel 2028              15 anni dopo
9 miliardi    Nel 2054              26 anni dopo

E nel corso della storia dell’umanità? Le stime sono decisamente approssimative, ma studi storici evidenziano press’a poco questa evoluzione:

anni fa            milioni di abitanti
6.000                        70
5.000                      150
2.000                      250
1.000                      500
250                      790
100                             1.600
oggi                    6.500

 

E domani?

Parallelamente anche la percentuale di popolazione urbana è in crescita: oltre il 50% della popolazione mondiale oggi vive nelle città. Il 23 maggio del 2007 rimarrà una data da ricordare per gli abitanti della Terra: per la prima volta nella storia dell’umanità, secondo le stime dell’ONU, la popolazione che vive nelle città ha superato quella insediata nelle campagne. Entro il 2010 si prevede che negli agglomerati urbani vivrà il 51% della popolazione mondiale, che salirà al 60% nel 2030.
Quali sono le città più popolose del mondo?

 

Le città più popolose del mondo, in milioni di abitanti
nel 2005                                                         proiezione al 2015

1 Tokyo               35.3                    1 Tokyo               36.2

2 Mexico City       19.2                    2 Bombay            22.6

3 New York                  18.5                    3 Delhi                 20.9

4 Bombay            18.3                    4 Mexico City      20.6

5 São Paulo                    18.3                    5 São Paulo                   20.0

6 Delhi                 15.3                    6 New York                  19.7

7 Calcutta             14.3                    7 Dacca                17.9

8 Buenos Aires    13.3                    8 Jakarta              17.5

9 Jakarta              13.2                    9 Lagos                17.0

10 Shanghai          12.7                    10 Calcutta          16.8

 

         Perché? Nei Paesi meno sviluppati la tendenza alla crescita smisurata della popolazione urbana sta diventando sempre più evidente (le megalopoli, ossia le città con più di 10 milioni di abitanti, sono più diffuse nei Paesi meno sviluppati e in quelli di recente industrializzazione), e in queste città molti vivono nelle favelas o baraccopoli.


In Europa il modello attuale è quello che viene definito “città diffusa”, o campagna urbanizzata: centri abitati molto vicini l’uno all’altro, intervallati da aree industriali e agricole e centri commerciali, in cui si concentra una popolazione numerosa, che ha uno stile di vita urbano.
Inoltre le metropoli e le città occidentali contano tra i loro abitanti sempre più immigrati: è fondamentale trovare strategie di integrazione tra popoli diversi!

         Ma come sono le città del mondo? E qual è la loro storia?


La città è uno spazio con una alta densità abitativa, in cui sono predominanti gli spazi artificiali, cioè creati dall’uomo: abitazioni ed edifici, e infrastrutture (strade, reti elettriche, acquedotti ecc.). Le città, oltre ad essere un luogo in cui vivono molte o moltissime persone, sono anche sede di attività e servizi.
Ai tempi della Rivoluzione industriale in Europa le città ospitavano anche le fabbriche: anzi era proprio nelle città che si andavano creando le prime industrie, perché erano le aree più servite, con migliori strutture stradali e con molte persone che vi abitavano, che potevano diventare i nuovi operai. E’ a partire dalla Rivoluzione industriale che le città europee cominciarono ad ingrandirsi e a richiamare sempre più persone, che andavano a risiedervi in cerca di un lavoro promettente. Oggi le maggiori città europee sono Mosca (10.500.000), Parigi (9.800.000), Londra (7.500.000), Madrid (5.600.000); Roma è solo al 9° posto, con 2.700.000 abitanti.
In Europa oggi le città attirano gruppi di persone provenienti da diverse parti del mondo: in molte occasioni si sono creati quartieri abitati da persone provenienti dalla stessa zona, che tendono a vivere vicini e a ricreare abitudini del Paese di origine, come ad esempio China Town a Londra!
In Europa l’urbanizzazione è un fenomeno antico: quasi un terzo delle città europee sono di fondazione romana, ma ve ne sono di più antiche, soprattutto nell’area del Mediterraneo, in cui le origini greche e etrusche sono ben documentate; in alcuni casi lo schema urbanistico romano, derivato dalla forma quadrata dell’accampamento, con due strade principali (cardo e decumano) che si incrociano ad angolo retto, si riconosce ancora oggi, come a Torino.
Molte altre città europee sono sorte durante il Medioevo, e ancora oggi si riconoscono dalle vie strette, dalle case molto vicine le une alle altre, dalle tante piazze e piazzette e chiese. Oppure molti centri abitati sorgevano vicino ai grandi monasteri e ai castelli, di cui il paesaggio medievale era costellato, dando origine ai tanti borghi che ancora oggi offrono suggestivi angoli di grande interesse artistico e che sono meta di tanti visitatori.

 

         E nel resto del mondo?
Le città nordamericane, sviluppatesi più recentemente, hanno in genere piante regolari a scacchiera; quelle più grandi ospitano un centro finanziario, con numerosi grattacieli; i residenti più abbienti vivono per lo più nei quartieri residenziali, in periferia, formati da case basse e di solito con un giardino; nei vecchi quartieri residenziali cittadini vivono per lo più gli strati più poveri della popolazione.
Nei Paesi meno sviluppati le città vedono spesso un forte contrasto tra il centro, dove vivono i benestanti e sono ospitati uffici, banche e le strutture tipiche di ogni città moderna, e gli enormi quartieri di periferia, fatti di baracche o case fatiscenti (slums e bidonvilles), in cui vive la popolazione povera, priva di ogni infrastruttura e servizi.

E la città del futuro?
Le città più moderne sono state ideate secondo criteri quasi fantascientifici: a Dubai esistono già città costruite su isole artificiali; a New York, Tokyo e Shanghai le città-grattacielo, edifici in un’unica torre, con centinaia di piani,  che ospitano abitazioni, negozi, scuole, uffici; città sotterranee con stazioni, parcheggi, cinema, musei si stanno realizzando in molti luoghi: il futuro della città ad alta tecnologia è già iniziato!
Il problema dell’inquinamento, che si registra soprattutto nelle grandi concentrazioni urbane, ha stimolato la creatività degli architetti: si stanno sperimentando, ad esempio nei Paesi Bassi, o in Germania, città ecologiche, che possano permettere agli abitanti di vivere in un ambiente più sano, di avere dei parchi e delle zone verdi a disposizione, di usare stili di vita a basso impatto ambientale, senza rinunciare alle comodità della vita in città.

         Come immagini la città del futuro?
I ragazzi vorrebbero più luoghi di aggregazione, più spazi per la musica, per l’arte, anche proveniente da Paesi diversi, più spazi verdi e parchi da poter vivere con sicurezza.

         E questo è l’augurio che facciamo a tutti gli abitanti di oggi!

Domande:

  1.      Quanti abitanti ci sono oggi sulla Terra?
  2.      Quanto è aumentata la popolazione mondiale tra il 1927 e il 1999?
  3.      Quanti erano gli abitanti sulla Terra 6.000 anni fa?
  4.      E 100 anni fa?
  5.      Cos’è successo il 23 Maggio 2007?
  6.      Qual è la città più popolosa del mondo?
  7.      E quale sarà nel 2015?
  8.      Quale sarà la seconda città più popolosa del mondo nel 2015?
  9.      Perché nessuna città europea compare tra le 10 più popolose del mondo?
  10. Qual è l’origine delle città europee?
  11. In quale periodo le città europee si sono ingrandite in modo più accentuato?
  12. Che cos’è la città diffusa?
  13. Quali sono le strategie più importanti da adottare per il gran numero di immigrati presenti oggi nelle città occidentali?
  14. Quali sono le funzioni che si svolgono nelle città oggi?
  15. Qual è il modello più comune delle città nei Paesi meno sviluppati?
  16. Che cosa sono le favelas?
  17. Come sono generalmente le città nordamericane?
  18. Qual è il principale problema delle grandi concentrazioni urbane?
  19. Come sono le città del futuro a Dubai, e a New York, Tokio e Shanghai?
  20. Come vorrebbero la città del futuro i ragazzi?

Risposte:

  1.      6,5 Miliardi
  2.      Da 2 Miliardi a 6 Miliardi
  3.      70 Milioni
  4.      1 Miliardo e 600 Milioni
  5.      La popolazione che vive nelle città ha superato quella che vive nelle campagne.
  6.      Tokyo.
  7.      Tokyo.
  8.      Bombay.
  9.      Perché nei Paesi meno sviluppati la tendenza alla crescita delle città è più evidente che altrove.
  10. Quasi un terzo delle città europee sono di fondazione romana; molte altre città europee sono sorte durante il Medioevo.
  11. Durante la Rivoluzione industriale.
  12. E’ il modello attuale delle città europee, che consiste in centri abitati molto vicini l’uno all’altro, intervallati da aree industriali e agricole e centri commerciali.
  13. E’ importante trovare strategie di integrazione tra popoli diversi.
  14. Le città, oltre ad essere un luogo in cui vivono molte o moltissime persone, sono anche sede di attività e servizi.
  15. Nei Paesi meno sviluppati le città vedono spesso un forte contrasto tra il centro, dove vivono i benestanti e sono ospitati uffici, banche e le strutture tipiche di ogni città moderna, e gli enormi quartieri di periferia, fatti di baracche o case fatiscenti (slums e bidonvilles), in cui vive la popolazione povera, priva di ogni infrastruttura e servizi.
  16. Le favelas, o baraccopoli, sono i quartieri di periferia delle metropoli dei Paesi meno sviluppati,  fatti per lo più di baracche in cui vive la popolazione povera, priva di ogni servizio.
  17. Le città nordamericane hanno in genere piante regolari a scacchiera; quelle più grandi ospitano un centro finanziario, con numerosi grattacieli; i residenti più abbienti vivono per lo più nei quartieri residenziali, in periferia, formati da case basse e di solito con un giardino; nei vecchi quartieri residenziali cittadini vivono per lo più gli strati più poveri della popolazione.
  18. L’inquinamento.
  19. A Dubai esistono già città costruite su isole artificiali; a New York, Tokyo e Shanghai le città-grattacielo, edifici in un’unica torre, con centinaia di piani,  che ospitano abitazioni, negozi, scuole, uffici; città sotterranee con stazioni, parcheggi, cinema, musei si stanno realizzando in molti luoghi.
  20. I ragazzi vorrebbero più luoghi di aggregazione, più spazi per la musica, per l’arte, anche proveniente da Paesi diversi, più spazi verdi e parchi da poter vivere con sicurezza.

 

Fonte: http://www.comprensivoposatora.it/JOOMLA/images/M_images/quiz_senza_frontiere/le%20citt.doc

 

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

 


 

Popolazione mondiale

 

Bomba demografica e relativismo morale

Di Antonio Gaspari

 

Viviamo un mondo in cui il relativismo morale permette di commettere crimini senza che nessuno avverta la gravità di questi atti. La banalità del male è la caratteristica più drammatica del nostro vivere quotidiano. Siamo anzi al paradosso, alcune di queste azioni malvage vengono viste dalla comunità mondiale come atti di compassione, di carità, di libertà.
Guardiamo per esempio all’aborto.  Ogni anno si praticano nel mondo più di cinquanta milioni di aborti. Di questi almeno trenta avvengono con il consenso delle leggi dei vari Stati. In qualche Paese come la Cina possono essere addirittura obbligatori, in altri esiste una sorta d’incoraggiamento, costituito dall’uso gratuito delle strutture sanitarie pubbliche.
Ma l’aborto non è l’unica minaccia alla vita. Avviene così che in Oregon e Olanda legalizzano l’eutanasia, in Inghilterra chiedono l’autorizzazione a non curare i bambini malati terminali, in Africa sperimentano sostanze tossiche contraccettive sulla popolazione ignara, in Asia diffondono vaccini antitetanici che riducono la fertilità, in Australia e negli USA il filosofo animalista Peter Singer chiede di poter utilizzare i bambini disabili come magazzini di organi o come cavie per la sperimentazioni di medicinali ed in tutto il mondo si sta praticando la sterilizzazione massiccia di milioni di donne.
Eppure dal dopoguerra fino agli anni Sessanta l’atteggiamento verso la vita era totalmente favorevole. Come è stato possibile che in appena un trentennio i valori si siano totalmente capovolti?
Uno dei principali strumenti utilizzati per ribaltare i parametri di giudizio è stato il catastrofismo, la capacità cioè di far credere che la crescita della popolazione sia il peggiore dei mali del mondo. La crescita della popolazione che per anni è stata vista come segno di speranza è diventata addirittura pericolosa come una bomba. Alla conferenza dell’ONU al  Cairo  Il Vicepresidente degli Stati Uniti, Al Gore, ha detto addirittura che la crescita della popolazione è più pericolosa di una guerra atomica. Non c’è giornale, rivista, mezzo radiofonico o televisivo che ancora oggi non dia credibilità a scenari apocalittici che colpirebbero il pianeta se non si ferma la crescita della popolazione.
In un libro di testo destinato ai ragazzi delle scuole superiori è scritto “Il boom della popolazione umana presenta analogie con la diffusione dei microbi nel nostro corpo; o fermiamo la crescita dei germi ….o finiremo per soccombere ”. Gli esseri umani vengono paragonati a microrganismi nocivi. Nello stesso testo, l'uomo viene equiparato ai “parassiti imprevidenti”.
La crescita demografica è quindi rappresentata come una minaccia catastrofica per il pianeta e per l'umanità. Atteggiamento irreale e poco aggiornato, che contrasta con la posizione di molti scienziati ed economisti. L'aumento della popolazione è infatti considerato una faccenda tutt'altro che calamitosa, da inquadrare nel programma di sviluppo del pianeta.
La tesi su cui si basa l’intero pensiero antinatalista è quella classica già enunciata da Thomas Robert Malthus.
Correva l'anno 1798 quando il pastore della Chiesa d'Inghilterra,più noto come economista,  scrisse il “Saggio sulla popolazione”, un libro che Malthus pubblicò per manifestare la sua opposizione alla "legislazione per l'assistenza ai poveri" varata nel 1795 che accordava un sussidio a quanti non ricevevano un salario sufficiente per vivere.
Secondo Malthus, che guardava con orrore alla crescita demografica,  questa legge era una follia perché aiutare i poveri avrebbe significato un incremento spropositato di nuove nascite. Per questo motivo nel “Saggio sulla popolazione” Malthus cerca di dimostrare che la produzione alimentare cresce secondo una media aritmetica (1,2,3,4, ...) mentre quella demografica procede secondo una progressione geometrica (2,4,8,16, ...).
Da qui la conclusione secondo cui bisogna ridurre la popolazione altrimenti
il mondo va alla rovina.
A più di duecento anni dalla pubblicazione del libro di Malthus, le sue teorie sono state completamente smentite dalla realtà.
Il prof. Gary Becker, premio Nobel per l'Economia nel 1992 a questo proposito ha spiegato che “La teoria maltusiana non è sostenuta da nessuna prova, anzi si sono verificate alcune circostanze che dimostrerebbero il contrario e cioè che la crescita della popolazione è stata fondamentale per lo sviluppo economico. Bisogna stabilire un legame ottimista e non pessimista nei confronti della crescita demografica, visto che l'approccio maltusiano ha mostrato per intero la sua inesattezza e la sua inattendibilità”. Dello stesso parere il prof. Amartya Sen, premio Nobel per l'economia 1998. Il prof. Sen, padre della rivoluzione agricola dell'India, ha spiegato che contrariamente a quanto sostenuto da Malthus, nonostante l'incredibile crescita della popolazione dell'ultimo secolo, “il cibo, in termini reali, è molto più a buon mercato oggi di quando  Malthus scrisse il suo Essay on population”.
Intervenendo ad un seminario tenuto a Roma il 10 luglio 2000 “Sulla disuguaglianza” Amartya Sen ha dichiarato: “Io penso che l’analisi di Malthus sulla crescita della popolazione sia completamente sbagliata. La storia e l’esperienza hanno dimostrato che l’istruzione delle donne è quella che permette di ridurre la fertilità. La produzione agricola inoltre è cresciuta sempre più rapidamente della popolazione. Non c’è quindi nessuna ragione  di applicare queste idee antidemocratiche e antiumane di Malthus”.
La storia ha dimostrato che la teoria che implica alla crescita demografica tutti i mali del mondo è sbagliata sia nelle previsioni che nel metodo. Malthus ha commesso errori grossolani, secondo i suoi calcoli oggi la popolazione mondiale dovrebbe essere di 256 miliardi di individui. e Seppure è vero che tra il 1820 ed il 1992 la popolazione mondiale è quintuplicata, i neomaltusiani non considerano che nello stesso periodo l’economia nel suo complesso è cresciuta di 40 volte.
Per quanto riguarda il rapporto che lega  la  crescita demografica allo sviluppo e alla protezione dell'ambiente è singolare quanto accaduto  nel Distretto di Machakos in Kenya. Fra il 1932 ed il 1990 la popolazione di Machakos è cresciuta da 240.000 persone a 1,4 milioni. Secondo i maltusiani questo avrebbe dovuto portare alla catastrofe. Invece sono state introdotte nuove e moderne tecniche di miglioramento agricolo, raccolti integrati e allevamento del bestiame hanno sviluppato la sostenibilità dell'intero sistema. Fatto sta che tra il 1930 ed il 1987 la produttività di cibo ei raccolti di grano sono cresciuti di più di sei volte. La produttività dell'orticoltura è cresciuta di quattro volte.  Il successo è stato così evidente che il “Rapporto sullo sviluppo umano 1998” stilato dall'Union Nations Develompent Programme (Undp), (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) ha scritto: “L'esperienza di Machakos offre un'alternativa ai modelli maltusiani. Essa dimostra chiaramente che anche in una area vulnerabile al degrado della terra, un'ampia popolazione può essere sostenuta attraverso una combinazione di cambiamenti tecnologici sostenuti da un'ampia struttura politica e da molte iniziative locali”.
Forse ha ragione Jean Ziegler incaricato dalle Nazioni Unite per i programmi di lotta alla fame che nel libro “La fame del mondo spiegata a mio figlio” (Pratiche editrice 1999) ha scritto: “La teoria di Malthus è falsa e propugna una politica disumana, ma serve a placare la cattiva coscienza”.
Nonostante le tante evidenze c’è ancora chi ripropone le ormai screditate tesi maltusiane indicando nella Chiesa cattolica il principale ostacolo all'applicazione dei programmi di controllo demografico.
É certamente vero che la popolazione mondiale dal 1900 ad oggi è aumentata di circa quattro volte, ma grazie alla scienza e alla tecnologia nello stesso periodo di tempo il prodotto mondiale  lordo è aumentato molto più rapidamente, incrementandosi di diciassette volte da 2300 miliardi di dollari nel 1900 ai 39.000 miliardi del 1997 . Anche ammettendo che la popolazione mondiale sia destinata a stabilizzarsi intorno ai 12 miliardi, non c'è dunque un problema di risorse, semmai di una equilibrata distribuzione del benessere. Ma questo è un problema che non dipende dalla crescita della popolazione bensì dalla gestione politica del pianeta. In un rapporto dll'Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione) è scritto che: “dal 1950 a oggi, l'incremento demografico ha ridotto del 50 per cento pro-capite le terre di tutto il mondo coltivate a cereali”dimenticando di dire che con metà delle terre coltivate si producono molti più cereali di quelli prodotti negli anni 50. Un solo dato: all'inizio del 1900 ogni agricoltore americano produceva cibo sufficiente per nutrire altre sette persone; oggi lo stesso agricoltore può sfamarne 96.
Circa l'impatto ambientale che l’ attività dell'uomo hanno sulla superficie terrestre bisognerebbe tener conto del fatto che l'umanità costituisce solo lo 0,01% delle forme di vita che popolano il pianeta. Come ha scritto Piero Bianucci su Tuttoscienze “É vero che dal punto di vista quantitativo non dobbiamo sopravvalutarci. La biomassa umana  equivale a quella delle formiche e, distribuita sulla superficie dell'intero pianeta, formerebbe una pellicola spessa meno di un millimetro, quasi invisibile ”.A coloro che temono la scomparsa delle foreste bisognerebbe ricordare che il regno vegetale  rappresenta ben il 97,3 per cento della materia vivente ospitata dalla Terra, mentre il regno animale è confinato nel rimanente 2,7 per  cento. L'uomo, benché abbia raggiunto i sei miliardi di  individui, equivale ad appena lo 0,01 per cento della biomassa  ed è quindi quantitativamente trascurabile rispetto agli insetti e agli altri animali, per non parlare del regno vegetale. Ancora più insignificante è dal punto di vista numerico se si tiene conto che in natura le forme viventi più piccole sono enormemente più numerose. Si calcola che per ogni uomo esistano sulla Terra 10.000 miliardi di amebe e un milione di miliardi di batteri.
Nonostante ciò per dimostrare la necessità di porre un limite all’espansione delle popolazioni, i fautori del controllo demografico argomentano che:
 
*la popolazione sta crescendo a ritmi enormi

*Non c’è abbastanza spazio sulla Terra per tante gente

*Non c’è cibo abbastanza per tante persone

*La disponibilità di risorse naturali e delle riserve di materie prime sta riducendosi drasticamente

*la crescita demografica è la prima causa della povertà

Ma è veramente così? Andiamo a verificare:

L’Evoluzione demografica in atto

Nel corso del XX secolo la popolazione mondiale è praticamente triplicata. Il numero degli abitanti del pianeta ha conosciuto una crescita senza precedenti: da un miliardo circa nel 1800, la popolazione mondiale ha raggiunto i due miliardi nel 1930 e supera oggi largamente i cinque miliardi.
In particolare l’ultimo secolo è stato caratterizzato da un’accelerazione continua, sono stati necessari 130 anni affinché l’umanità raggiungesse i 2 miliardi di persone, 33 anni per arrivare a 3, quattordici anni per i 4, tredici anni per i 5 miliardi e 12 anni per arrivare a 6 miliardi .
Sulle cause e le conseguenze di questa crescita demografica gli ultimi decenni hanno visto succedersi varie teorie: per alcuni l’incremento della popolazione è un grande avanzamento per l’umanità, altri invece guardano alla crescita demografica come alla peggiore delle minacce per la sopravvivenza del pianeta.
Anche sulla rilevazione dei dati e sulla loro interpretazione ci sono punti di vista radicalmente differenti. Mentre per alcuni assistiamo ad una crescita smisurata e incontrollata della popolazione mondiale, la maggior parte degli esperti tende a parlare di una fase di transizione demografica.
Le ultime previsioni stilate dall’ONU   per i prossimi anni indicano infatti un forte rallentamento. Ai tassi attuali di crescita impiegheremo 13 anni per arrivare a 7 miliardi di persone (2012), 14 anni per arrivare a 8 miliardi (2026) e 17 anni per arrivare a 9 miliardi.
La crescita demografica che si è avuta nel 1900 non è imputabile ad una maggiore fertilità, ma ad un miglioramento eccezionale delle condizioni di vita della popolazione mondiale.  Abbiamo assistito ad un rapidissimo crollo della mortalità grazie ad un incremento nella disponibilità alimentare, un facile accesso di medicinali, acqua potabile e misure igienico-sanitarie.
Come ha detto un funzionario dell’ONU, “la crescita demografica non è dovuta al fatto che la popolazione si riproduceva come conigli, bensì perché hanno smesso di morire come mosche ”.
La cosiddetta esplosione demografica è stata accompagnata da un progresso sanitario e di longevità come mai accaduto nella storia umana. La gente non ricorda che ancora agli inizi del secolo quattro ogni dieci bambini morivano prima di aver raggiunto i cinque anni di età (mortalità 40%). Oggi la mortalità infantile dei bambini è inferiore al 7%. Duecento anni fa l’aspettativa di vita era inferiore ai trenta anni, oggi supera i 65 anni.                 
É vero che ci sono ancora tante differenze e squilibri, ma in termini di mortalità infantile, aspettative di vita, scolarizzazione e consumo calorico, i paesi in via di sviluppo in Africa, America Latina ed Asia stanno sicuramente molto meglio oggi che ieri.

Le dinamiche attuali della crescita demografica
L’UNFPA, uno degli uffici che si occupa di demografia per l’ONU, ha modificato in continuazione le sue previsioni. Nell’aprile del 1992, prevedeva la crescita annua di 97 milioni di persone. Nell’aprile del 1994, la bozza del Programma d’Azione preparato in vista della Conferenza del Cairo su Popolazione e Sviluppo parlava di una crescita annua di 90 milioni di persone . Lo stesso Programma d’Azione approvato alla Conferenza del Cairo corregge ulteriormente la stima portando la prevista crescita annua della popolazione a 86 milioni .
Attualmente la crescita è di 76 milioni di persone annue, e la previsione parla di 43 mlilioni nel 2050 .
Al contrario di quanto sostengono i fautori della “bomba demografica”, il problema che si sta profilando all’orizzonte è quello della dell’inverno demografico. Si calcola che dall’inizio del 2000 più della metà delle popolazione mondiale distribuita in 70 i paesi avranno una percentuale di crescita demografica inferiore allo zero, con meno di 2,1 bimbi per donna.                
Le Nazioni Unite prevedono che nel 2050 la Russia avrà 25 milioni di persone in meno, il Giappone -21 milioni, l’Italia -16 milioni, Germani e Spagna -9 milioni. Si prevede che l’Europa ed il Giappone nel 2100 perderanno metà della loro popolazione attuale .             
Il declino colpisce fortemente anche i Paesi in via di sviluppo che sono passati da una media di 5 bambini per donna a meno di tre, nel giro degli ultimi cento anni. Secondo la variante più bassa delle Nazioni Unite , (quella che è si è rivelata la più accurata finora),  la popolazione mondiale  raggiungerà nel 2040 i 7 miliardi di persone dopodiché comincerà a declinare.              
Se non avviene un cambiamento di tendenza nel 2050 le persone sopra ai 65 anni saranno il doppio dei giovani sotto ai 15 anni. Le conseguenze economiche dell’inverno demografico potrebbero essere disastrose con scuole chiuse, crisi del sistema pensionistico, crollo del commercio e rallentamento dell’innovazione tecnologica fino alla stasi.
A questo proposito Nicholas Eberstadt, per esempio considerato a ragione uno dei maggiori esperti mondiali in campo demografico, ha scritto su Global che “La “bomba popolazione” era un abbaglio ” e che le economie rallenteranno a causa del crollo dei tassi di fertilità.
“Nei decenni 70 e 70 - ricorda il professore americano- si prospettava un futuro di carestia e impoverimento  globale in seguito alla paventata “esplosione della popolazione”, mentre oggi viviamo nella fase più prospera della storia dell’umanità. Quando si fanno previsioni riguardo ai futuri sviluppi della popolazione e alle sue conseguenze, è opportuno usare una buona dose di umiltà”. 
“In termini aritmetici - scrive Eberstadt - l’esplosione della popolazione mondiale del XX secolo è stata il prodotto di migliori condizioni sanitarie e dell’innalzamento della speranza di vita. Si calcola che la speranza di vita alla nascita si più che raddoppiata tra il 1900 ed il 2000, balzando da circa 30 anni a quasi 65 anni”.  Il professore di economia politica presso l’American Enterprise Institute di Washington, che considera molto positiva la crescita della popolazione, afferma che: “il numero di abitanti della terra sarebbe del 50% superiore se non fossero intervenuti altri cambiamenti demografici.  Al momento la popolazione mondiale assomma a circa 6 miliardi di individui, che sarebbero stati più di 9 miliardi se nel corso del XX secolo non si fossero modificati i modelli di fertilità”.
A questo punto Eberstadt lancia l’allarme sul declino demografico che sta già fiaccando un gran numero di Paesi. “Malgrado l’ansietà creata dall’esplosione demografica, - spiega  Eberstadt- non sapremmo dire se l’era “post esplosione” costituisca una prospettiva più rosea. (...) Di tutti i mutamenti, il più importante  è il declino secolare della fertilità, cioè la sostenuta e progressiva riduzione delle dimensione delle famiglie a causa del controllo delle nascite attuato da potenziali genitori. All’interno dell'esperienza umana, il declino secolare della fertilità è un fenomeno nuovissimo. Secondo le stime del Census Bureau statunitense e delle Nazioni Unite, nel periodo tra il 1950 e la fine del secolo, la fertilità media è diminuita di oltre il 40% il che corrisponde ad un calo di oltre due nascite per ogni donna fertile. All'improvviso inaspettatamente, nel mondo la fertilità si va assestando su un livello che non garantisce il ricambio generazionale. Si pensa che vi siano ben 83 paesi e aree del pianeta caratterizzati da un numero di nascite inferiore ai decessi e che la popolazione di tale aree consista di quasi 2,7 miliardi di persone, il 44% circa della popolazione totale”.
Eberstadt è preoccupato dal fatto che il fenomeno del calo della fertilità non sta colpendo solo i Paesi ricchi ma si sta estendendo anche tra i Paesi in Via di Sviluppo più popolosi.
Il declino della fertilità inizia in Europa ma non è più esclusivamente né fondamentalmente europeo. In Asia per esempio il Giappone già negli anni 50  contava un livello di fertilità inferiore alla crescita zero. Caratteristica che è rimasta tale nei 4 decenni successivi. La Cina ha appena inaugurato il terzo decennio di severe campagne per la riduzione della fertilità.
Nell'emisfero occidentale Barbados, Cuba e Guadalupa sono tra i paesi caraibici che mostrano una fertilità inferiore a quella statunitense. Mentre Tunisia, Libano e Sri Lanka sono andate ad aggiungersi alle società la cui natalità è inferiore alla mortalità.
Un rapido sguardo ai 15 Paesi in via di sviluppo più popolosi evidenzia l’ampiezza del calo della fertilità. Questi paesi rappresentano quasi i 3/4 della popolazione delle “aree meno sviluppate” del mondo e quasi i 3/5 della popolazione mondiale. Si pensa che la Tailandia affianchi la Cina nel registrare tassi di fertilità inferiori alla soglia di rimpiazzo;d’altro canto Brasile, Iran e Turchia sono appena al di sopra di quel livello, mentre Bangladesh, Indonesia, Messico e Vietnam si situano poco più in alto. Se ne conclude che 9 tra i 15 maggiori paesi in via di sviluppo registrano oggi livelli di fertilità inferiori a quelli rilevati negli Stati Uniti nel 1965. Inoltre, durante gli ultimi 25 anni, il declino della fertilità in questo gruppo di paesi è stato molto pronunciato, per 8 di loro è diminuito di oltre il 50%.
Il professor Eberstadt sostiene che “La rivoluzione della longevità costituisce uno straordinario miglioramento della condizione umana”, ma il forte squilibrio tra numero di nascite e anziani rischia di  minare seriamente lo sviluppo delle nazioni.
“Mentre la maggior parte dei Paesi sviluppati sono diventati ricchi  prima di diventare vecchi - commenta Eberstadt - i paesi poveri probabilmente invecchieranno prima di arricchirsi”.
Pur rimanendo ottimista sul futuro dell’umanità, il professore americano ribadisce la necessità di contrastare il declino demografico “Se vogliamo che tra 25 anni il mondo sia più umano di quello in cui viviamo oggi”.  

C’è abbastanza spazio per l’uomo sulla terra?
Quando nel maggio del 1991 un tifone colpì il Bangladesh provocando morti e distruzione, Jacques Cousteau uno degli ambientalisti più famosi al mondo,  commentò così l’accaduto: “Non date la colpa al mare. la vera tragedia del Bangladesh sono gli uomini, una popolazione incontenibile (...) Dovremo essere in 700 milioni in tutto. Allora si che la vita sulla Terra diventerebbe paradisiaca ”.
Una dichiarazione che trovò il sostegno di tutti gli studiosi odierni che condividono il pensiero ecologista.  Questi affermano infatti che la terra non ha abbastanza spazio per contenere una crescente popolazione mondiale e che il mondo è sovraffollato.
Secondo la dott.ssa Jacqueline Kasun docente di Economia all’Humboldt Università dello Stato di California ad Arcata, “Uno dei motivi che ha reso così facile, per i gruppi interessati, convincere i miei studenti - e molte altre persone in tutto il mondo - dell'esistenza di una grave crisi causata dalla sovrappopolazione e dalla distruzione dell'ambiente risiede nel fatto che tutti noi sappiamo di vivere in un ambiente affollato. Eppure con una densità 1.544 persone per Kmquadrato la città di San José (USA) ha un affollamento doppio di quello medio del Bangladesh ”.
Robert L. Sassone, un altro ricercatore americano ha scritto: “Benché sia vero che la terra ha una spazio circoscritto, molti cittadini che vivono in città credono che il mondo intero sia sovraffollato come le città, ma non sanno che meno dell’1% della superficie terrestre è coperta dalle città. A differenza che nel passato quando l’agricoltura era la maggiore attività produttiva, oggi la mappa della popolazione registra un’accresciuta  densità nelle città ed uno spopolamento delle campagne. Oggi, come nel passato, gli esseri umani si riuniscono insieme, non perché manchi lo spazio sul pianeta, ma perché abbiamo bisogno di lavorare in gruppo, acquistare e vendere, fornire e ricevere servizi l'un l'altro. Le nostre città e metropoli sono sempre state congestionate dalla gente e dal traffico; cavalli, somari e cammelli in passato, veicoli a motore oggi ”.   
Gli antimaltusiani sono convinti che il pianeta ha una superficie più che sufficiente per contenere la popolazione mondiale e che grazie alla crescita tecnologica e scientifica  lo spazio necessario ad ogni persona per vivere, nutrirsi, lavorare e occupare il tempo libero tenderà a diminuire. Il sovraffollamento delle città infatti non è causato dalla mancanza di spazio ma dai processi di urbanizzazione. Le persone si muovono verso la città per raggiungere un più alto livello di vita. Le grandi concentrazione urbane sono i luoghi a più alta densità di popolazione ed a più alto sviluppo. L’incremento della popolazione nel prossimo futuro è previsto nella quasi totalità nelle città, ed attualmente chi vuole andare a vivere in luoghi isolati, rurali o in campagna ha più spazio che nel passato. Sembrerà paradossale ma l’urbanizzazione è un processo che mentre fa crescere la densità di popolazione nella città riduce quello relativo alle campagne .
Secondo semplici calcoli elaborati dalla Kasun “Se tutta Ia popolazione mondiale si trasferisse nel Texas (dove la popolazione è cresciuta dell'80% dal 1960 ad oggi), per ogni persona sarebbe disponibile uno spazio paragonabile a quello della tipica abitazione americana, mentre il resto del mondo rimarrebbe totalmente disabitato ”.
Il biologo americano Francis P. Felice ha ipotizzato che una popolazione di 6 miliardi di persone potrebbe vivere in una gigantesca megalopoli grande come lo stato del Texas. Ogni nucleo familiare composto da tre persone di media, avrebbe a disposizione un villino di 102 mq e 222 mq di giardino. Un terzo dello spazio di questa gigantesca città sarebbe destinato a parco ed un terzo alle attività produttive. 
La densità di popolazione di questa ipotetica gigantesca metropoli sarebbe di circa 8.104 persone per Kmquadrato. Per avere un termine di paragone basta pensare che Tokyo ha una densità di popolazione di 8.280 persone per Kmq, Mosca di 8.750 persone per Kmq, Seul di 10.610 persone per Kmq . Il centro di Londra ha una densità di 7.722 persone per Kmq, e Brooklyn più di 11.583 persone per kmq .
Per quanto riguarda poi la tesi secondo cui l’alta densità di popolazione è causa di cattiva qualità della vita, Harvey Le Bras, un ricercatore dell’Istituto Nazionale di Demografia  di Parigi ha  scritto che: “Non esistono prove per dimostrare che la densità demografica è in contrasto con una buona qualità della vita
“Altrimenti non si spiegherebbe -ha scritto Gregg Easterbrook- perché la così densamente popolata Olanda sia prospera e ragionevolmente pulita, mentre il Sudan spopolato è povero e segnato da numerosi fenomeni di rovina dell’ambiente. E perché la Svizzera, densamente popolata è ricca e linda, mentre nel Mozambico povero e con le risorse idriche inquinate vivono così poche persone? ”. 
Circa la disponibilità di spazio terrestre, come hanno ammesso anche i maltusiani Paul e Anne Ehrlich gli esseri umani occupano sul pianeta un'area inferiore all'uno per cento della superficie terrestre emersa . Secondo calcoli fatti dalla Fao “Le più recenti proiezioni della Banca Mondiale prevedono in futuro una popolazione mondiale di dieci-dodici miliardi di persone, circa il doppio della dimensione attuale. A quel punto gli esseri umani occuperanno il due per cento delle terre emerse ed useranno un quinto della superficie terrestre per l'agricoltura. Attualmente gli agricoltori utilizzano meno della metà delle terre coltivabili disponibili ”.
Anche l’accusa rivolta ai Paesi in Via di sviluppo secondo cui la loro popolazione sarebbe in eccesso pare esagerata se si pensa che paesi come il Brasile hanno una densità di popolazione di sole 19 persone per Kmq, mentre in Italia lo stessa dato è di 190 persone per Kmq   L’Argentina conta appena 13 persone per Kmq, mentre il Regno Unito ha 239 persone per Kmq. In Perù ci sono 19 persone per kmq mentre in Giappone sono 331 per kmq. L’Europa, un continente considerato ad altissima densità di popolazione, conta una media di sole 29 persone per Kmq, con punte massime nei Paesi Bassi di 380 persone per Kmq e punte minime in Islanda con 3 persone per Kmq .

Crescita della popolazione e fabbisogno alimentare
L’idea che più siamo e meno ci sarà da mangiare è tanto suggestiva in teoria quanto fallace nella realtà. Se si confrontano i tassi di crescita della popolazione con quelli della produzione agricola dagli anni 1970 fino al 1992 si vede chiaramente che è accaduto esattamente il contrario di quanto sostenuto da Malthus e dai suoi seguaci moderni.
II dati sulla produzione alimentare dei Paesi in via di sviluppo  mostrano infatti che negli anni 1970-75 l’aumento della produzione  è stata del 3% a fronte di una crescita della popolazione del 2,4% . Nel periodo 1987-1992, l’aumento della produzione di cibo è stata del 4,4% mentre la crescita  della popolazione è stata dell’1,9%. A questo proposito la National Academy of Sciences  (l’Accademia nazionale delle Scienze USA) ha pubblicato uno studio accurato nel 1986 in totale contrasto con le tesi maltusiane .
In merito alla produzione agricola il rapporto dell’Accademia delle Scienze americana afferma che: “L'India potrebbe sostenere due volte e mezza la popolazione prevista per l’anno duemila. Lo Zaire dispone di un enorme potenziale agricolo, sarebbe in grado di sostenere  62 volte in numero di popolazione prevista per l’anno duemila. Lo Zaire inoltre potrebbe produrre cibo a sufficienza per l’intera popolazione dell’Africa ”.
Per quanto riguarda la disponibilità mondiale di cibo, Jonathan Gressel, uno dei maggiori ricercatori dell’Istituto Weizmann, in Israele, ha dichiarato nel corso del Vertice della Fao a Roma che “attraverso la biogenetica e la lotta chimica la produzione di cibo può essere quadruplicata ” .

Cresce la produzione e calano i prezzi
Secondo uno studio della Banca Mondiale pubblicato nel 1988 il prezzo reale delle derrate alimentari durante il XX secolo è calato del 40% . La produzione procapite di grano è cresciuta del 24% dal 1950 mentre il World Resources Institute ha calcolato che il prezzo reale delle derrate alimentari dal 1980 ad oggi è diminuito del 57% .
Ma come si ad aumentare la produzione e diminuire in prezzi in percentuali superiori a quelli della crescita della popolazione e dei consumi procapite?
Il segreto della rivoluzione verde sta tutto qui. La capacità cioè di produrre il doppio dei prodotti alimentari nello stesso spazio dove prima si riusciva a produrne solo uno.  Nel 1950 su 611 milioni di ettari coltivati nel mondo si producevano 692 milioni di tonnellate di grano e la resa per ettaro era di 1,1 tonnellate .
Nel 1992, 700 milioni di ettari coltivati hanno fornito una produzione di 1.920 milioni di tonnellate di grano, più del doppio con poco più di terreno, questo perché la produttività è passata a 2,8 tonnellate per ettaro. La chiave di questi successi sta nello sviluppo scientifico e nell’applicazione di nuove tecniche come il miglioramento delle sementi, l’utilizzo dei fertilizzanti chimici, l’applicazione dei fitofarmaci per limitare gli attacchi dei parassiti,   la diffusione di nuovi macchinari agricoli .

Non c’è scarsità di materie prime
Se le previsioni scritte da “ i  Limiti dello sviluppo”  fossero state vere noi avremo oggi una scarsità di risorse a prezzi altissimi. Lo stesso rapporto Global 2000 Report , prevedeva per i minerali un aumento del 5% annuo nel prezzo fino all’anno Duemila.
Il famoso studio commissionato dal Club di Roma a  Dennis e Donella Meadows, e pubblicato nel 1972 con il titolo “The limit to growth ” (I limiti dello sviluppo), sosteneva che la crescita della popolazione collegata ai consumi sempre crescenti avrebbe esaurito le risorse del pianeta in pochi anni . 
In questo libro, considerato il testo sacro dl movimento ambientalista,  tradotto in venti lingue e diffuso in nove milioni di copie si  prevedeva che a livelli di consumo del 1972 l’oro si sarebbe esaurito nel 1981, il mercurio nel 1985, lo stagno nel 1987, lo zinco nel 1990, il petrolio nel 1992, e il rame, il piombo e il gas nel 1993.
Come è facile da constatare la realtà è ben diversa. Eppure né gli autori del libro né tantomeno i sostenitori di quel progetto hanno mai ammesso i loro grossolani errori.
Nel 1972 gli autori  de  “i Limiti dello Sviluppo”,  scrissero: “Anche prendendo in considerazione il fatto che l’aumento dei prezzi farà calare i consumi , appare chiaro fin da oggi che le quantità di oro, zinco e piombo non saranno sufficienti a soddisfare la domanda. All’attuale tasso di espansione argento, stagno e uranio potrebbero essere molto scarsi e raggiungere prezzi altissimi entro la fine del millennio ”.
A distanza di circa 30 anni possiamo constatare come queste previsioni risultano  essere totalmente errate. Se si guardano i dati forniti dal Dipartimento delle Miniere degli Stati Uniti, risulta che: I prezzi reali di antimonio, mercurio, platino, argento , stagno e tungsteno sono crollati del 50%. I prezzi di rame, piombo e magnesio sono crollati del 20%.Contrariamente alle previsioni l’argento, lo stagno, l’uranio ed il piombo, hanno un prezzo minore, costano meno oggi di quanto costavano quando fu scritto il libro “i limiti dello sviluppo” .
Jerry Taylor specialista ambientale del Cato Institute ha recentemente compilato una statistica circa la disponibilità conosciuta delle 13 più importanti risorse naturali nel periodo tra il 1950 ed il 1990. I risultati sono stupefacenti. Risulta infatti che le riserve si sono moltiplicate nel giro di 50 anni . I dati forniti da Taylor sono ampiamente confermati anche dalle statistiche compilate  dalla  Banca Mondiale .  Le risorse di: Bauxite (da cui si estrae l’alluminio) sono cresciute del 1.436%; di Cromo del 500%; di Rame del 250%; di minerale di ferro del 663%; di piombo del 75%; di manganese del 96%; di Nickel del 247%. Le riserve di Petrolio e gas sono aumentate del 733% quelle di carbone del 27%  e quelle di zinco del 107%. Solo le riserve di stagno risultano diminuite del 30%. Ma il calo sembra causato dalla scarsa richiesta sul mercato piuttosto che da una improvvisa scarsità.

L’esempio del petrolio
Durante gli anni Settanta, l’embargo petrolifero dei Paesi dell’Opec  diede vita ad una serie di previsioni catastrofiche sulla disponibilità petrolifera. Ci si aspettava che il prezzo del petrolio avrebbe raggiunto la cifra di 97 dollari al barile entro l’anno duemila. Per questo motivo la maggior parte dei paesi industrializzati applicò misure di “risparmio energetico”.
In alcuni casi si arrivò all’isteria. Il Presidente americano Carter  parlò di “esaurimento delle risorse petrolifere del mondo intero entro il 2010 ”.
Due scienziati ecologisti, Lawrence Rocks e Richard Runyon, pubblicarono un libro poi diventato famoso: The Energy Crisis  in cui scrissero: “Durante i prossimi due decenni, gravi scarsità di petrolio e gas saranno inevitabili! ” .
Anche i rappresentanti ufficiali del governo americano sposarono questa visione del mondo. John A. Caver, vicepresidente del Federal Power Commission (Commisione federale per l’energia), descrisse la crisi energetica come “Endemica e incurabile ... Noi possiamo anticipare che prima della fine del secolo le scorte di carburante saranno così scarse da limitare lo sviluppo economico del mondo intero ”.
Oggi il prezzo del petrolio, per barile non è di 97 dollari, ma di 20-24 dollari circa.  Senza il blocco alla produzione dei Paesi Opec, il prezzo potrebbe essere molto più basso visto che all’estrazione ogni barile costa all’incirca 75 centesimi di dollaro (quotazione del dollaro 1993) .
In ogni caso secondo i calcoli fatti dal Governo americano tra il 1980 ed oggi i prezzi reali del carbone sono scesi del 47%, quelli dell’elettricità del 14%, il prezzo del gas naturale è sceso del 3% e quello del petrolio del 35% .

La crescita demografica è decisiva per lo sviluppo economico
Al contrario dell’assunto maltusiano secondo cui la crescita demografica porta al disastro economico impoverendo la società, l’aumento della ricchezza procapite nel mondo è avvenuta proprio in quei Paesi dove maggiore è la densità demografica.
Secondo Angus Maddison attuale professore all’Università di Groningen e per molti anni direttore del centro Ricerca e Sviluppo dell’OECD, i 43 paesi più densamente popolati rappresentano attualmente tre quarti degli individui che vivono sulla Terra e molto di più del 75% in termini di produzione economica . Tra il 1920 ed il 1989 la produzione procapite dei cittadini dell’Europa occidentale, del Nord America e dell’Australia è cresciuta di ben 13 volte. 
Tra il 1820 ed il 1890 lo stesso gruppo di paesi ha visto raddoppiare la produzione che ha ulteriormente raddoppiato nei successivi sessanta anni e triplicato tra il 1950 ed il 1989.
Le statistiche non si riferiscono solo ai Paesi tradizionalmente molto sviluppati come Stati Uniti, Germania,  Francia, Gran Bretagna ecc.
Spagna e Portogallo per esempio,  Paesi considerati poveri nel primo dopoguerra, hanno visto la loro produzione procapite quadruplicare tra il 1950 ed il 1989.
In Corea del Sud nello stesso periodo il prodotto interno lordo è cresciuto di otto volte ed in Taiwan di 10 volte.  Tra il 1973 ed il 1989 la Tailandia ha raddoppiato la proprio produzione procapite.  Tra il 1913 ed il 1989 il Giappone ha visto la propria produzione procapite crescere del 1.200 % (di circa 12 volte).
Secondo la teoria maltusiana invece insieme alla crescita demografica avremo dovuto assistere ad una diminuzione della ricchezza procapite, ad un aumento del costo delle materie prime, e  ad una diminuzione del prezzo del lavoro.
Ebbene nessuna di queste previsioni si è verificata, anzi abbiamo assistito proprio al contrario.
Si può quindi affermare che la teoria maltusiana è stata e rimane una dottrina aleatoria e puramente teorica, non c’è un solo fatto concreto in grado di dimostrarne la funzionalità.
Dal punto di vista puramente statistico è sicuramente vero che la popolazione mondiale è triplicata tra il 1900 ed il 2000, ma l’esplosione demografica non ha lasciato l’umanità in uno stato di penuria, povertà e miseria. Al contrario il boom demografico è coinciso con una crescita della produttività, della produzione, della ricchezza, della sanità come mai nella storia dell’uomo. Fatto sta che l’uomo attualmente vive più a lungo, mangia meglio, produce e consuma di più che in ogni altro tempo nella storia.
Rimangono i problemi di disparità economica sia all’interno che all’esterno dei vari Paesi ma questi sembrano essere il frutto di politiche sbagliate, dei peccati dell’uomo,  piuttosto che della crescita della popolazione.

 


Daniele Casagrande, Fabio Fantini, Carlo Menotta, Simona Monesi, Stefano Piazzini “15 moduli per lo studio delle scienze della natura”,  editore Italo Bovolenta.

p.bi. “Nel 2100 il mondo a crescita zero -   E nel 2010 il sorpasso delle città sulla popolazione rurale” Tuttoscienze n. 889, supplemento de la Stampa di  Mercoledì 1 Settembre 1999.                                          

p.bi. “L’umanità? Costituisce solo lo 0,01% delle forme di vita”, Tuttoscienze n. 889, supplemento de la Stampa di  Mercoledì 1 Settembre 1999.      

Cfr. J. VERON Popolazione e Sviluppo, Universale Paperbacks Il Mulino, Società Editrice Il Mulino, Bologna 1995.

“Population, Environment and Development” Department of Economics and Social AffairsPopulation Division, of United Nation, New York 2001.

Ilconsulente ONU è Peter Adamson, citazione riportata in G. TYLER MILLER Jr. “Living in the Environment:Principles, Connections, and Solutions” Wadsworth Publishing Company,, Belmont  1998.

Comitato Preparatorio della Conferenza su Popolazione e Sviluppo, terza sessione, 4-22 aprile 1994. Punto 6 dell’ordine del giorno: progetto per il documento finale della Conferenza; A/CONF.171/PC/5, 24 gennaio 1994, testo originale in inglese.

Nazioni Unite, Conferenza Internazionale su popolazioni e Sviluppo, il Cairo (Egitto), 5-13 settembre 1994, A/CONF.171/13, 18 ottobre 1994, Rapporto della Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo , testo originale in inglese.

Previsioni stilate dall’US Bureau of Census 2000.

World Population Prospect: United Nation population Division 1996, 1997, 1998  Revision  New York.

Nicholas EBERSTADT “Liberiamo le cicogne” Global FP numero 8 , aprile 2001, ppgg. 6-12.

In La Stampa  del 9 maggio 1991, p.1.

Jacqueline KASUN, Popolazione ed ambiente, pubblicato da  21mo SECOLO Scienza e Tecnologia, n.1 1996.

Robert L. SASSONE, Handbook on Population, American Life League, Inc. Stafford 1994, p.41.

Ibid. p.44.

5,6 miliardi di persone diviso le 691.027 kmquadrati  (kmq)di territorio del Texas:, fanno una densità relativa di 8.104 persone per Kmq.

Cfr. Francis P. FELICE, Population Growth, The Compass 1974.

Cfr. Il Mondo in Cifre, elaborato da The Economist , Supplemento a Internazionale del 6 dicembre 1996, p.17.

Jacqueline KASUN, Popolazione ed ambiente, pubblicato da i21mo SECOLO Scienza e Tecnologia, n.1 1996.

Cfr. H. LE BRAS, The Myths of Overpopulation, in Proyections, volume 7-8, 1992.

  Cfr. Gregg EASTERBROOK, A moment on the earth, the coming age of environmental optimism, Viking Penguin a division of Penguin Books USA Inc. New York 1995, p.479.

Pete M. VITOUSEK, Paul R. EHRLICH, Anne EHRLICH e Pamela   A. MATSON, Human Appropriation of the Products od Photosynthesis, BioScience, vol. 36, n. 6, giugno 1986, p. 369.

FAO, Production Yearbook, 1988. Vedi anche  Roger Revelle, The World  Supply of Agricultural Land in Julian L. Simon e Herman  Kahn, The Resourceful Earth: A Response to Global 2000,  Oxford, England: Basil Blackwell  Inc., 1984.

Cfr. Il Mondo in Cifre, elaborato da The Economist , Supplemento a Internazionale del 6 dicembre 1996, p.16.

Ibid. p.16.

FAO, Production  Yearbook, 1992,  FAO ROMA 1993, PP.43-44.

Cfr. National Research Council, Population Growth and Economic Development: Policy Questions,  Washington 1986.

Ibid. p.23.

Cfr. A. DI ROBILANT, Di Burocrazia si muore,  pubblicato da La Stampa,  14 novembre 1996, p. 2.

Enzo GRILLI e Maw CHENG YANG Primary commodity Prices, Manufactured Goods Prices, and the Terms of Trade: What the Long Run Shows,  pubblicato da World Bank Economic Review 2,  n.1 , 1988, pp. 1-47.

World resources Institute, World  resources 1994-1995,  pubblicato dalla Oxford University Press, 1994, New York , p.262.

FAO, Production yearbook 1970,  Fao Roma 1970.

D.H MEADOWS, D. MEADOWS, J. RANDERS, W.W. BEHERENS III “The limits to growth, A report for the Club of Rome’s Project on the predicament of mankind” Universe Book , New York 1972. Edizione Itlaiana “I limiti delleo sviluppo” Mondadori, Milano 1973.

Meadows ecc

Cfr. U.S. Department of the Interior, Bureau of Mines, Mineral Commodity Summaries 1991.

Jerry TAYLOR, Sustainable Develompent, pubblicato su Regulation  1,  1994, p.37.

Cfr. World Bank Development Report 1992,  Banca Mondiale 1993, Washington.

Cfr. Time, 10 ottobre 1977, p.62.

Lawrence Rocks e Richard Runyon, The Energy Crisis,  Crown Publishers, New york 1972.

Stephen MOORE, The coming age of abundance,  in  The true State of the Planet  Ronald Bayley Editor, The Free Press una divisione of Simon e Schuster Inc  New York 1995. p.128.

Norman MYERS, Julian SIMON, Scvarsità o abbondanza?,  Franco Muzzio Editore, Padova 1995. p.10.

Energy Information Administration, Annual Eenrgy  Review,  in The true State of the Planet  Ronald Bayley Editor, The Free Press una divisione of Simon e Schuster Inc  New York 1995. p.127.

Angus MADDISON,  The World Economy in the Twentieth Century, OECD, Parigi,1989

 

 

 

Fonte: http://xoomer.virgilio.it/movazzvc/documenti/271003-Bomba%20demografica.doc

 

 
La crescita della popolazione è sempre un bene
 
di Antonio Gaspari
 
Da almeno trenta anni la nozione di crescita demografica è stata indicata dal movimento ambientalista come il peggiore dei mali.
In linea con gli insegnamenti erronei e catastrofici del reverendo anglicano Thomas Robert Malthus, i guru del variegato arcipelago ecologista hanno sostenuto che la continua ed inarrestabile crescita della popolazione avrebbe provocato: fame, carestie, povertà, scomparsa delle risorse, affollamento insostenibile del globo, inquinamento e avvelenamento del pianeta.
In questo scenario da film dell’orrore abbiamo assistito alla performance di personaggi come il biologo Paul Erlich che già nel 1968 ha descritto la crescita demografica più pericolosa di una bomba atomica, e per lanciare l’allarme ha pubblicato il famoso libro “The Population Bomb”.

In occasione del 2° Congresso Internazionale del WWF, tenutosi a Londra nel Novembre 1970, l’allora Presidente del World Wildilife Fund, Principe Bernardo D'Olanda,  inviò ai Capi di governo di tutti i Paesi del Mondo il seguente messaggio: «L'annuale e continuo incremento della popolazione umana impedisce, ad un gran numero di persone dei paesi in via di sviluppo, I'accesso ad un decente livello di vita. Nei paesi già sviluppati, invece, questo incremento ostacola sempre più un miglioramento della qualità della vita. II risultato finale sarà la fine della vita umana se non di ogni forma di vita su questa terra. Per la sopravvivenza stessa della razza umana e del suo ambiente si richiede pertanto, urgentemente, che il suo governo prenda ogni provvedimento necessario a stabilizzare la popolazione il più presto possibile utilizzando qualsiasi mezzo venga accettato dai suoi cittadini  ».

Commentando la presa di posizione dell’allora presidente del WWF, Carlo Matteotti ha scritto su Panda: «La posta in gioco allora è troppo grave per poter fare concessioni alla demagogia. L'unica via di salvezza è davanti al nostro naso, se non ci ostiniamo a non volerla vedere: l'arresto del folle aumento demografico, con tutti i mezzi a disposizione, ma soprattutto con una massiccia propaganda che scoraggi tanto Ia natalità che la nuzialità, sua causa più diretta; e una energica frenata del moderno, insensato e micidiale processo di industrializzazione irresponsabile».
Nel 1972 venne pubblicato l famoso studio commissionato dal Club di Roma a  Dennis e Donella Meadows, con il titolo «The limit to growth  » (I limiti dello sviluppo), in cui si sosteneva che la crescita della popolazione collegata ai consumi sempre crescenti avrebbe esaurito le risorse del pianeta in pochi anni .  Nel 1974  Lester L. Brown, già Presidente del World Watch Institute (WWI), scrisse «I limiti della popolazione mondiale» un libro, massicciamente diffuso nell’allora inquieto mondo giovanile . Il Presidente del WWI sosteneva che «Il tema centrale di questo libro, scritto per l’Anno mondiale della popolazione, è il pericolo demografico. Far fronte a questo pericolo costituisce una sfida fondamentale per la comunità umana».

Nel luglio del 1980 venne presentato a Washington The Global 2000 Report to the President,  uno studio elaborato da una serie di esperti nominati dall'allora Presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter,  in cui venivano esaminati i problemi della popolazione e delle sue attività nei rapporti con le risorse naturali .
I mezzi di comunicazione di massa dedicarono enorme attenzione a questo studio, il quale venne presentato con titoli terrificanti: «Uno studio del governo prevede disastri su scala mondiale», «Global 2000 Report: visione di un mondo lugubre», «Verso un ventunesimo secolo problematico: un gruppo di esperti incaricati dal Governo profetizza un pianeta desolato». Un’intera pagina di pubblicità del Rapporto pubblicata dal New York Review of Books  titolava: «Mari avvelenati, piogge acide, scarsità idrica e l’atmosfera che muore».
Nel 1991 Gianfranco Bologna vicepresidente del WWF, nel presentare la valutazione del WWF sulla crescita demografica, ha scritto : «É necessario fare il possibile per ridurre ovunque il tasso di fertilità totale, cioè la media di figli per donna, in particolare nei paesi poveri. (...) Per ottenere ciò è indispensabile sostenere e finanziare gli investimenti internazionali relativi alla pianificazione familiare da estendere il più possibile sia alle donne che agli uomini (...) La pianificazione demografica dovrebbe essere inclusa in tutti gli altri settori della pianificazione dello sviluppo, con la presenza di un servizio ad hoc specializzato in queste tematiche, presso i ministeri ed i servizi che si occupano di aiuti allo sviluppo. Tali aiuti dovrebbero essere sistematicamente abbinati a programmi di assistenza denatalista. (...) I programmi per la pianificazione demografica dovrebbero ricevere una maggiore assistenza internazionale. Le risorse destinate alla pianificazione familiare nei paesi poveri dovrebbero raddoppiare per raggiungere entro la fine del secolo 9 miliardi di dollari all'anno. (...) É , indispensabile che le grandi fedi religiose - in particolare quella cattolica e quella islamica, che hanno ampia diffusione nei paesi poveri dove la crescita demografica è particolarmente sostenuta - riconsiderino con urgenza le loro posizioni contrarie all'utilizzo di sistemi di pianificazione familiare».

Nel luglio del 2002, poco prima della conferenza ONU di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile, il WWF ha presentato il rapporto “The living Planet”, un elenco infinito di sciagure. «Entro il 2050 - è scritto nel rapporto del WWF- scompariranno le foreste, le specie si estingueranno, non ci saranno più pesci nel mare, né animali sulla terra. I consumi sono troppi, non ci saranno più risorse naturali,  la terra morirà e l’uomo dovrà cercarsi un altro pianeta dove vivere».
 

Disastri prossimi venturi: scenario suggestivo ma falso
Per fortuna nostra e del mondo intero, queste drammatiche e spaventose previsioni non si sono mai verificate. Alla prova dei fatti le profezie delle “cassandre verdi” si sono rivelate inaccurate, errate nelle elaborazioni e nel metodo. A distanza di anni neanche una delle situazioni previste si è avverata, anzi in molti casi alla presunta scarsità di risorse, di cibo, di acqua potabile, di materie prime, si è sostituita l’abbondanza delle stesse.
Le argomentazioni dei catastrofisti sono state duramente contestate da autorevoli studiosi nel campo dell’economia, della demografia, e dell’ambiente, tra cui diversi premi Nobel.
Questi ultimi sostengono che la scarsità di risorse ed i problemi legati alla crescita ed al consumo hanno un carattere relativo alle tecnologie utilizzate nei diversi periodi della storia. Studi approfonditi ed accurati dimostrerebbero infatti che nel medio e lungo periodo la crescita della popolazione è la prima tra le fonti dello sviluppo economico e sociale. 

Certo l’umanità non è povera di problemi, ma mai nella sua storia è vissuta così a lungo ed in maniera così salubre. Mai è stata capace di produrre tanti beni come nei tempi moderni.  I parametri ambientali, soprattutto nei paesi più avanzati, sono tutti in costante miglioramento.
Alcuni esempi: nel 1900 l'aspettativa di vita media negli USA era di 47 anni, oggi siamo a 77.
Non siamo mai vissuti così a lungo. L’aspettativa di vita media è più che raddoppiata nel corso dell’ultimo secolo, soprattutto nei Paesi in Via di Sviluppo. La mortalità infantile è crollata.  Il numero di persone che soffrono la fame è calato da una percentuale del 35% del 1970 al 18% del 2000.  Più di due miliardi di persone che vivono nei PVS hanno visto il loro consumo calorico salire del 38%.
I poveri dei nostri giorni hanno accesso ad una serie di servizi come ricoveri ospedalieri, cibo, cure mediche, svaghi, comunicazioni e trasporti che 100 anni fa erano privilegio solo della famiglie più agiate.
Ha scritto l’United Nations Development Programme (UNDP) nel suo rapporto su povertà e disuguaglianza: «Sono pochi coloro i quali si sono accorti dei grandi avanzamenti già compiuti: negli ultimi 50 anni la povertà è diminuita di più che nei 500 anni precedenti ed è stata ridotta, in pressoché tutti i paesi » .
Un singolo agricoltore del mondo avanzato produceva all’inizio del secolo cibo per 7 persone, oggi lo stesso agricoltore produce alimenti per quasi 100 persone.
Nel diciannovesimo secolo quasi tutti gli adolescenti lavoravano nei campi o nelle fabbriche, oggi 9 su 10 frequentano la scuola superiore.
Attualmente i cittadini dei paesi più sviluppati dispongono di tre volte il tempo libero dei loro nonni.
Il prezzo del cibo calcolato in relazione ai salari è crollato.
All’inizio del 1900 ogni americano doveva lavorare due ore per acquistare un pollo, oggi bastano 20 minuti di lavoro.
Non è mai accaduto nella storia che la lunghezza e la qualità della vita crescessero in maniera così repentina e per strati così vasti della popolazione.
Per quanto riguarda le risorse, grazie all’aumento della produttività ed allo sviluppo tecnologico si può affermare che «non esistono limiti fissi all’uso delle risorse per il futuro» e che «Ci sono sì dei limiti momentanei, ma questi si allargano continuamente , e preoccupano sempre meno nel passaggio tra una generazione e l’altra».
Alla prova dei fatti e della storia è evidente che la teoria malthusiana e le sue varianti ecologiste siano completamente errate sia nei risultati che nel metodo, eppure ci sono personaggi che la continuano a sostenere con protervia, sfidando ogni ragionevole argomentazione.
E’ il caso del politologo Giovanni Sartori, che insieme a Gianni Mazzoleni di  ha pubblicato proprio nel 2003 un libro che ci permette di fare il punto sul dibattito relativo ai più rilevanti problemi ambientali.
Già il titolo è tutto un programma: «La terra scoppia - Sovrappopolazione e sviluppo» (Rizzoli 2003)
Scrive Sartori nell’ultima di copertina: «Se la follia umana non troverà una pillola che la possa curare, e se questa pillola non sarà vietata dai folli che ci vogliono in incessante moltiplicazione, il regno dell’uomo arriverà a malapena nel 2100. tra un secolo, di questo passo,, il pianeta Terra sarà mezzo morto e gli esseri umani anche».
La tesi è chiara: siamo in troppi, la tecnologia inquina, perciò dobbiamo ridurre la popolazione, ed è colpa del Vaticano e degli Stati Uniti se non si riesce ad imporre drastici pani di controllo della popolazione.
Già nelle prime pagine scrive Sartori: «Un imputato eccellente è la tecnologia, (...) l’altro imputato è la sovrappopolazione, l’habitat è danneggiato da troppi abitanti .....» Da qui inizia a snocciolare le previsioni catastrofiche e cioè/ Buco dell’ozono che si allargherà a dismisura, riscaldamento globale con scioglimento dei ghiacciai e crescita dei mari. Inondazioni e siccità.  Scarsità di acqua, erosione del suolo, distruzione delle foreste....
Sartori conclude dicendo che l’aumento incontrollato delle nascite è causa ed effetto di povertà e sottosviluppo ....
Andiamo a vedere con i dati reali, quante delle asserzioni di Sartori reggono il confronto con la realtà.
 
Rapporto ONU: sfatato il mito della sovrappopolazione
L’asserzione neomalthusiana secondo cui la crescita demografica e’ come un treno senza freni non corrisponde alla realtà.
Secondo gli ultimi dati della Population Division delle Nazioni Unite, il mondo conta oggi 6,3 miliardi di persone e il numero è destinato a crescere a 8,9 miliardi nell’anno 2050. Con questa cifra, l’ONU ha ridimensionato di quasi un miliardo le previsioni del 1994, quando si parlava ancora di 9,8 miliardi di persone nel 2050.
L’ultimo rapporto biennale delle Nazioni Unite seppellisce il mito della sovrappopolazione
Il Sunday Times ha scritto che: «Le previsioni fatte per decenni da ambientalisti e demografi in merito alla cosiddetta “bomba demografica” vengono completamente smentite da questo rapporto delle Nazioni Unite  ».
Paola De Carolis sul Corriere della Sera ha aggiunto: «le previsioni, secondo le quali le risorse del Pianeta a metà secolo dovranno sostenere una massa d’umanità pari a 10 o 11 miliardi di abitanti, sono errate   ».
Secondo il Rapporto elaborato ogni due anni dal Population Population Reference Bureau «la fertilità sta diminuendo rapidamente ovunque, anche nei Paesi in via di sviluppo». In Occidente il tasso attuale è di 1,6 bimbi per donna, cioè al di sotto della crescita zero che è di 2,1 bambini per  donna.
La Gran Bretagna assieme ad altri Paesi nordici è leggermente al di sopra della media, con 1,61. L’Italia è tra i Paesi europei dove le nascite sono al minimo: 1,2 oggi contro i 2,33 figli per donna degli anni ’70. In Spagna il calo è stato ancora maggiore: da 2,86 a 1,13 in 30 anni. In Russia la media è di 1,14.
Ma la vera sorpresa è rappresentata da Paesi in Via di Sviluppo. In Iran, negli anni della rivoluzione di Khomeini, nascevano mediamente 6,5 bambini per donna. Oggi la media è scesa a 2,75 figli. La stessa tendenza si è manifestata in Brasile, in Tunisia e in Indonesia. Anche in India e Cina, i due Paesi più popolosi del mondo, i cambiamenti sono notevoli. L’India in 30 anni è passata da 5,43 a 2,97 figli per donna, la Cina da 3,32 a 1,80.
Al contrario di quanto sostengono i fautori della “bomba demografica”, il problema che si sta profilando all’orizzonte è quello dell’inverno demografico.                 
Se non ci saranno variazioni significative nelle percentuali di fertilità, le Nazioni Unite prevedono che nel 2050 la Russia avrà 25 milioni di persone in meno, il Giappone -21 milioni, l’Italia -16 milioni, Germania e Spagna -9 milioni. Si prevede che l’Europa ed il Giappone nel 2100 perderanno metà della loro popolazione attuale   .
In Tailandia, negli anni ’70, nascevano cinque bimbi a testa. Oggi la media è 1,9. Jintana Aromdee, 33 anni, di Bangkok, intervistata dal Sunday Times ha raccontato: «Ho due figli, una femmina di sette anni e un maschio di due. «Anche le mie sorelle e cugine hanno preferito avere famiglie piccole». Una volta il tasso di mortalità infantile era alto e, in economie rurali, era essenziale avere diversi figli per assicurarsi che ci fossero braccia a sufficienza per lavorare la terra e per badare alla casa. Con l’arrivo della prosperità il tasso di
riproduzione ha cominciato a calare».
Ronald Bailey, autore del libro «Ecoscam: the False Prophets of Ecological Apocalypse» (Ecoimbroglio: i falsi profeti dell’apocalisse ecologica) ha detto al Sunday Times che: «Questi dati sorprenderanno gli ambientalisti che continuano a lanciare l’allarme sulla fame e sulla carestia. Le loro paure sono state alimentate principalmente dalla tesi che che gli esseri umani si comportano come gli animali: più mangiano e più si riproducono. Sembra chiaro, invece, che gli uomini si comportano esattamente nel modo opposto».
La professoressa Jacqueline Kasun, autrice del famoso «The War against Population» ha spiegato che il calo della fertilità provocherà problemi e difficoltà agli anziani che vivono nei Paesi in Via di Sviluppo. Anche L’Europa è molto preoccupata dal crollo delle nascite, soprattutto per gli enormi costi che i sistemi pensionistici dovranno affrontare».
Commentando gli ultimi dati relativi alla popolazione, Joseph Chamie, direttore della divisione demografica dell’ONU, in una intervista pubblicata da il Sole 24 ORE ha detto:«Malthus non aveva ragione.Anche noi potremmo sbagliarci ma, al contrario di Malthus, i nostri modelli matematici tengono conto di numerose variabili. Ad esempio la crescita della longevità: il numero delle persone viventi che hanno più di 100 anni è ancora modesto, ma in vent’anni è aumentato di 16 volte».
In merito al coloro che parlano ancora di bomba demografica Chamie ha affermato che : «Secondo le nostre proiezioni, alla fine di questo secolo la popolazione mondiale potrebbe stabilizzarsi poco al di sotto dei 10 miliardi. E potrebbe restare intorno a quel livello e magari scendere un po’, per un lungo periodo di tempo»
Sull’inverno demografico che sta colpendo l’Europa Chamie ha spiegato che:
«Nel 1950 gli italiani avevano un età media di 29 anni, che oggi è di 40 e nel 2050 sarà di 52. I problemi del vostro mercato del lavoro possono essere risolti solo con l’immigrazione. per mantenere gli attuali livelli di popolazione in Italia, dovreste fare entrare 250mila immigrati all’anno per 50 anni. Il che è un impresa ardua...»
 
La produzione alimentare cresce più della popolazione
Non è vero come asserisce Sartori e i neomalthusiani che più cresce la popolazionpiù ci saranno problemi di scarsità alimentare.
Al contrario oggi produciamo più cibo che in tutta la storia dell’umanità.
E con l’utilizzo delle biotecnologie siamo alle soglie di una rivoluzione che si annuncia sempreverde.
Tra il 1950 e il 1987 la popolazione mondiale è raddoppiata, siamo passati da 2,5 a 5 miliardi.  Nello stesso periodo la produzione alimentare è così cresciuta che il numero delle persone che soffrivano la fame si è ridotto del 75% .
Grazie alle varietà di sementi ed alla prima rivoluzione verde la produttività agricola ha compiuto balzi enormi.
In Pakistan la produzione di cereali è cresciuta da 4,6 milioni di tonnellate nel 1965 a 8,4 milioni di tonnellate nel 1970. In India nello stesso periodo, la produzione di cerali è passata da 12,3 milioni di tonnellate a 20 milioni di tonnellate.
Dal 1968 ad oggi la popolazione indiana è più che raddoppiata. Nello stesso periodo la produzione di cereali è triplicata,  e l’economia nel suo complesso è cresciuta di nove volte.
Il missionario del PIME Padre Piero Gheddo ha sottolineato in una lettera al Corriere della Sera che: «L’India, che ha favorito la democrazia, l’educazione e l’agricoltura, è passata da 390 milioni di abitanti nel 1947 al miliardo attuale. Era il Paese delle carestie, oggi esporta cereali in Medio Oriente e Africa. La crescita di produttività agricola è passata dallo 0,5% annuale nel 1950 al 3,5% oggi, mentre la crescita demografica è diminuita dal 3,1% al 2,1%  ».
Secondo la FAO (Food and Agricultural Organization) la dieta per nutrire adeguatamente una persona deve essere di 3000 calorie al giorno  .
La Fao ha calcolato che per nutrire 9,3 miliardi di persone senza incrementare l’attuale superficie coltivata che è di 1,4 miliardi di ettari pari all’11% del suolo terrestre, bisogna raggiungere di media una produttività di 1,8 tonnellate per ettaro.
In Africa, il continente con la più bassa produttività agricola del pianeta la produttività non supera 1 tonnellata per ettaro, ma nei Paesi avanzati siamo ben oltre. Negli Stati Uniti la produttività per i cereali è di 3 tonnellate per ettaro, in Europa è di 6 tonnellate per ettaro. Il mais è prodotto negli Usa a 8 tonnellate per ettaro  . Il riso è prodotto in Sud Corea al ritmo di 6 tonnellate per ettaro.
In Brasile  la produzione è di 6 tonnellate per ettaro in terreni irrigati, e di tre tonnellate per ettaro in terreni che godono solo del ciclo delle piogge.
A proposito del rapporto tra disponibilità alimentare e crescita demografica, ha scritto Alberto Mingardi sul sito della Fondazione Liberal: «L’idea che fame e “sovrappopolazione” siano l’una la conseguenza dell’altra implica il pregiudizio che un’alta densità di popolazione debba essere sinonimo di carestia. Se fosse vero, non si capisce perché soltanto 7 dei 21 Paesi più poveri del mondo abbiano una densità di popolazione superiore ai 100 abitanti per kmq, mentre tra i 21 Paesi più ricchi ben 12 superano questa cifra.
Come ha notato (su “Federalismo e libertà”) Giorgio Bianco, studioso attento a queste problematiche, se l’India ha una densità di 284 abitanti per kmq, il Belgio ne fa registrare 331, il Giappone 332, l’Olanda 378, Singapore 5373, Hong Kong 5956. La superficie del Madagascar è quasi il doppio di quella del Giappone (587.040 kmq contro 377.835), eppure gli 11 milioni di malgasci muoiono di fame mentre i 126 milioni di giapponesi (con i loro 38160 dollari di reddito pro capite) sono il popolo più ricco al mondo dopo gli svizzeri. E la terra del Sol levante non abbonda certo di risorse naturali  ».
 Per quanto riguarda la scarsità alimentare, è ormai evidente a tutti che il problema è quello di vincere il sottosviluppo.
La fame si vince costruendo infrastrutture e favorendo l’utilizzo dei moderni metodi di sviluppo agricolo, e non finanziando inumani e costrittivi programmi di riduzione della popolazione.
É certamente vero che la popolazione mondiale dal 1900 ad oggi è aumentata di circa quattro volte, ma grazie al progresso economico, scientifico e tecnologico, nello stesso periodo di tempo il prodotto mondiale  lordo è aumentato di diciassette volte da 2300 miliardi di dollari nel 1900 ai 39.000 miliardi del 1997 .
Un solo dato: all'inizio del 1900 ogni agricoltore americano produceva cibo sufficiente per nutrire altre sette persone; oggi lo stesso agricoltore può sfamarne 96.
Anche ammettendo che la popolazione mondiale sia destinata a stabilizzarsi intorno ai 12 miliardi, non c'è dunque un problema di risorse, semmai di riuscire a trasmettere una cultura che favorisca lop sviluppo ed il benessere.
Ma questo è un problema che non dipende dalla crescita della popolazione bensì dalla gestione politica dei vari Paesi.
 
Non c’ è sviluppo economico senza densità demografica
Sartori cosi’ come i neomalthusiani incappano in una serie infinita di “luoghi comuni” in aperta contraddizione con la realtà dei fatti.
Per esempio non è vero che la sovrappopolazione impoverisce. Al contrario non c’è sviluppo economico dove non c’è densità demografica
Nel 1800 la popolazione umana era di appena un miliardo di persone ed il reddito pro capite era di 100 dollari l’anno. Nel 1900 la popolazione è cresciuta fino a due miliardi ed il reddito pro capite è salito a 500 dollari . Attualmente con 6 miliardi il reddito pro capite è di 5000 dollari e nel 2100 si prevede che sarà di 30.000 dollari.
A tale proposito ha scritto Antonio Socci su il Foglio:  «Il XX secolo, quello in cui si è compiuta la vera, enorme esplosione demografica, è lo stesso secolo che ha visto – nella storia dell’umanità - la più grande crescita della ricchezza, della produttività, della salute, delle condizioni di vita e della speranza di vita e il più vasto arretramento della fame e delle malattie su tutto il pianeta (la popolazione è aumentata di quattro volte, ma il prodotto lordo mondiale è aumentato di diciassette  )».
Sartori ha scritto su l’Espresso che: «la tecnologia ci ha già fatto imboccare il tunnel dello sviluppo "non sostenibile". Non sostenibile nel senso che la natura non è più in grado di provvedere a se stessa, di rigenerarsi e di autoripararsi. Non è solo che noi stiamo consumando risorse finite (petrolio e carbone) che finiranno presto; è anche che stiamo pericolosamente inquinando l'aria e l'acqua e pericolosamente disturbando gli equilibri climatici   ».     
Non  è vero che la tecnologia inquina. Al contrario, Sartori e i seguaci di Malthus mostrano di non conoscere il fenomeno della dematerializzazione.
Nel 1900 a New York c’erano 120.000 cavalli che producevano più di 200 tonnellate di escrementi. In media ogni singolo abitante di New York nel 1900 produceva più rifiuti dello stesso abitante che vive nel 1990.i 
Per esempio, nonostante che oggi le case siano più grandi, più fornite, più comode , il consumo di legno per costruzioni degli Stati Uniti è sceso a meno della metà di quello che era nel 1900. In parte perché gran parte del legno veniva utilizzato anche come combustibile ed in parte perché è stato sostituito da altro materiale (plastiche, alluminio, zinco, cemento ...)
Un grattacielo richiede oggi il 35% meno acciaio di quanto ne fosse necessario venti anni fa. Meno acciaio significa minor uso energetico, minor emissioni
Un cavo di fibre ottiche richiede circa 65 chilogrammi di silice, e può trasportare lo stesso numero di messaggi di un cavo di rame di una tonnellata.
Un cd rom può contenere 90 milioni di numeri di telefono, equivalenti a 5 tonnellate di elenchi telefonici.
In merito allo sviluppo tecnologico Gino Solitro ha scritto su la rivista telematica dell’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici (I.S.S.P.E.) «Noi che abitiamo l’emisfero nord della Terra abbiamo avuto la fortuna di essere stati favoriti dalla tecnologia che - dice il prof. Sartori - "ci consente di vivere e di sopravvivere in modo innaturale" (MA ABBASTANZA BENE n.d.r.) perché dovremmo fermarla? Perché negare a quelli dell’emisfero sud igiene, sieroprofilassi, antibiotici, geriatria, diminuzione della mortalità infantile, progressi della medicina e della chirurgia, stabilità di rifornimento alimentari e di sicurezza individuale e collettiva? Per non farli vivere come noi oltre i 75 anni? Perché il numero dei nati morti superi sempre quello dei nati vivi? Il prof. Sartori che é uno scienziato, o quasi, dovrebbe essere meno egoista ed avere più fiducia nella scienza, (che ha già scoperto il genoma del riso, presto sarà la volta del grano, con possibilità nutrizionali impensabili) che avrà la capacità di rendere compatibile alle risorse disponibili l’incremento globale della popolazione mondiale nel rispetto assoluto delle norme morali e dei principi religiosi di ciascun popolo  ».
 
Il mondo era migliore quando era meno popolato?
E’ opinione diffusa che il mondo fosse migliore quando c’erano poche persone. Ma si tratta solo di una sensazione irrazionale, perché in realtà Londra, Parigi, Roma, erano meno popolate ma altamente inquinate
Nel 1661 lo scrittore John Evelyn così descriveva Londra «A Londra la gente cammina e conversa perseguitata da questo fumo infernale. Si respira una nebbia spessa ed impura mischiata  a vapore sozzo e fuligginoso che causa mille malanni rovinando i polmoni e la salute dell’intero corpo per cui catarri, tisi, tossi e consunzione dominano in questa città »
Quando Goethe visitò Palermo e chiese perché mai nessuno spazzasse via gli escrementi dalle strade, la risposta fu «che la nobiltà gradiva un selciato molle per le carrozze»
In Francia al tempo di Rousseau: «Il fango di Parigi è una complessa mistura di sabbia infiltratasi nei selciati, di nauseabonde immondizie, di acqua stagnate e di sterco; le ruote dei veicoli la impastano, la diffondono, spruzzano le lordure sui muri, sui passanti »
Nel 1902 negli USA La vita media era di 47 anni.
Le prime cinque cause di morte erano: i) polmonite e influenza; ii) tubercolosi; iii) diarrea;iv) malattie cardiache; v) ictus.
Non c’erano il DDT e gli antibiotici: la popolazione era decimata da malaria, tifo e tubercolosi.
Solo nel 14% delle case c’era una vasca da bagno e le donne solitamente si lavavano i capelli una volta al mese, usando un tuorlo d’uovo per shampoo.  
Nove adulti su dieci erano analfabeti e solo il 6% della popolazione possedeva un diploma di scuola superiore.
Come si fa a dire che oggi è peggio?
Insieme alla popolazione ed allo sviluppo tecnologico Sartori e Mazzoleni mostrano di soffrire di un altra ossessione: La Chiesa cattolica.
Sartori sostiene che è la Santa Sede la principale responsabile della sovrappopolazione mondiale, perché si oppone da sempre alle politiche contraccettive.
Anche in questo caso Sartori mostra di essere rimasto molto indietro nella conoscenza del dibattito. Anche se il suo ragionamento fosse plausibile alle ultime conferenze dell’ONU l’opposizione alle politiche contraccettive è stata molto vasta, insieme alla Santa Sede si sono schierati gli Stati Uniti e la maggioranza dei Paesi in Via di Sviluppo.
A proposito dell’influenza che la Chiesa cattolica avrebbe nella crescita demografica il missionario Piero Gheddo ha scritto sulle pagine del Corriere della Sera: «Il Terzo Mondo non soffre per troppi abitanti o per scarse risorse, ma per mancanza di educazione, di libertà, di pace, di ragionevoli scelte politiche a favore di campagne, agricoltura, e non delle élite e dei militari. Ecco perché la Chiesa dice: aiutiamo i poveri a svilupparsi e diminuirà anche la loro crescita demografica. L’educazione, unita allo sviluppo, è il solo metodo che funziona. Un rapporto del Parlamento indiano (1976) riconosce che gli unici a veder diminuite le nascite in modo sensibile sono i cristiani, perché le ragazze cristiane studiano, si sposano dopo i 18 anni e hanno, rispetto alle loro coetanee che si sposano a 15-16 anni, due figli in meno. L’ultimo censimento indiano (1991) attesta che nel decennio 1981-1991 le due regioni che hanno avuto il più basso incremento demografico sono le due più popolate da cristiani: Goa (15,96%) e Kerala (13,98%), contro una crescita nazionale del 23,50%. L’incremento demografico in India, nel decennio 1981-1991, è stato del 30,96% fra i musulmani, del 24,14% tra gli indù, del 22,25% tra i buddisti, del 16,83% tra i cristiani. Davvero la Chiesa è responsabile per l'aumento delle nascite nel Terzo Mondo?
E ancora. Le violente campagne di controllo delle nascite realizzate in Cina e in India hanno fallito e procurato gravissimi danni. In Cina, il regime totalitario impone un solo figlio per coppia; nelle campagne (dove vive l’80% dei cinesi) la gente uccide le bambine appena nate; i giovani in età di matrimonio faticano a trovare le ragazze da sposare, s’è creato uno squilibrio fra maschi e femmine: demografi giapponesi hanno calcolato, in occasione del censimento del 1991, che in Cina mancano all'appello 100.000 donne! In Bangladesh, dopo trent’anni di campagne contro la natalità, secondo un rapporto dell’Onu «solo l’8% della popolazione ha diminuito in modo sensibile le nascite». Chi? «Fanno meno figli i ricchi e le classi medie, cioè proprio quelli che dovrebbero averne di più, perché potrebbero mantenerli e dare così una classe dirigente al Paese. I poveri, invece, continuano come prima  ».
Per quanto riguarda la posizione assunta dal Presidente George Bush, contrario ad aborto e contraccettivi e favorevole a famiglia e difesa della vita, è certo che il presidente americano abbia tenuto in gran conto le argomentazioni di Giovanni Paolo II, ma ha anche risposto alle sollecitazioni che premi Nobel per l’Economia scienziati,  sindacati e gran parte della società civile statunitense  hanno sollevato.
Basta leggere la stampa anglosassone per constatare come il mito “maltusiano” sia ormai screditato e respinto. 
Stupisce poi che un liberale come il prof. Sartori possa proporre un’autoritarismo contraccettivo, cioè un autorità che intervenga per impedire agli uomini, soprattutto ai più poveri, di non procreare. 
Il prof. Amartya Sen, premio Nobel per l'economia 1998, intervenendo ad un seminario tenuto a Roma il 10 luglio 2000 «Sulla disuguaglianza» ha dichiarato: «Io penso che l’analisi di Malthus sulla crescita della popolazione sia completamente sbagliata. La storia e l’esperienza hanno dimostrato che l’istruzione delle donne è quella che permette di ridurre la fertilità. La produzione agricola inoltre è cresciuta sempre più rapidamente della popolazione. Non c’è quindi nessuna ragione di applicare queste idee antidemocratiche e antiumane di Malthus». 
 
 
I Maltusiani hanno una bassissima concezione dell’uomo
Quello che più stupisce è la orribile concezione dell’umanità che i neomalthusiani esprimono.
Per i maltusiani gli uomini sono sempre troppi anche quando erano relativamente pochi per i neomalthusiani è l’uomo che è di troppo.
Da qui le considerazioni di Sartori che In una intervista rilasciata a  «Sette» ha detto: «Nel libro scrivo che non è più il caso di parlare di homo sapiens,  oramai sostituito dall’homo stupidus stupidus».
Questa orribile concezione dell’uomo sta alla base della opposizione con la Chiesa cattolica, che al contrario vede l’uomo come “fatto ad immagine e somiglianza di Dio”.
Questa contrapposizione ci permette di chiarire meglio il punto di vista cristiano dell’ambiente e perché questo è in contrasto con la cultura ambientalista dominante.
Le differenze tra il movimento ambientalista e il pensiero cattolico sono molte e rilevanti.
La concezione dell’uomo per esempio. Per un cattolico l’uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Per i verdi l’uomo  è cancro del pianeta.
Per un cattolico la crescita demografica è una benedizione del Signore, per gli ambientalisti è una disgrazia, la causa di tutti i mali.
I cattolici hanno una visione teocentrica che tende alla verticalità, dove il creato è stato messo a disposizione del Signore per curarlo, svilupparlo  e governarlo.
Mentre il movimento ambientalista ha una visione orizzontale che tende verso il basso, con la tendenza a divinizzare la fauna e la flora.
Il Dio in cui i cattolici credono è buono, e ama alla follia l’umanità, mentre il movimento ambientalista parla di una natura cattiva e vendicativa che si ritorce contro l’uomo per ogni sua azione.
Sarà forse per queste differenze che ad ogni sessione internazionale delle Nazioni Unite, il Movimento ambientalista si trova sempre sulla sponda opposta di quella della Santa Sede.
 
 

 Cfr. C. MATTEOTTI, Il problema  n.1,  pubblicato da Panda  n.10, luglio 1971. Vedi anche In difesa della natura, i venticinque anni del WWF, pubblicato da ll’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato , Roma , 1991, p.27.

  D.H MEADOWS, D. MEADOWS, J. RANDERS, W.W. BEHERENS III «The limits to growth, A report for the Club of Rome’s Project on the predicament 
of mankind» Universe Book , New York 1972. Edizione Itlaiana «I limiti delleo sviluppo» Mondadori, Milano 1973.

 Cfr. Lester R. Brown, I limiti della popolazione mondiale, una strategia per contenere la crescita demografica,  Edizioni Scientifiche e Tecniche Arnoldo Mondadori Editore, Milano, seconda edizione maggio 1975, p.197.

 Cfr. J. L. SIMON, Population Matters, Transaction Publishers, New Brunswick, New  Jersey 1990, p.319.

 G. BOLOGNA, Le posizioni del WWF Italia, La popolazione, Documento approvato dal Consiglio Nazionale del WWF Italia del 26 novembre 1991. Pubblicato dal WWF Italia nel Dicembre 1991.

  United Nations Development Programme (UNDP) «Rapporto su Lo sviluppo umano» volume 8 “Sradicare la povertà” Rosenberg & Sellier , Torino 1997, pag.13.

 Sarah BAXTER «Population fears fade as world fertility falls» The Sunday Times, 02.02.2003.

 Paola DE CAROLIS «Popolazione il mondo cresce meno » Corriere della Sera  3 febbraio 2003.

 World Population Prospect: United Nation population Division 1996, 1997, 1998  Revision  New York.

 C.C. MANN «Crop scientists Seek a new Revolution» Science  n.283, 15 gennaio1999.

 Lettera del missionario Padre Piero Gheddo a Paolo Mieli, Corriere della Sera 20 giugno 2002.

 FAO «Agriculture towards 2015/30» Geneva United Nation Fodd And Agricultural Organization 2000.

 P.E. WAGGONER 1How much land can be spared for Nature?» Daedalus specila issue, estate 1996.

 Alberto MINGARDI «Non è vero che sulla Terra siamo troppi» sito della Fondazione Liberal 13 giugno 2002.

 Antonio SOCCI ««I dati di Socci contro i teoremi di Sartori sulla sovrappopolazione» il Foglio 26 giugno 2002.

 Giovanni SARTORI «Addio stupidi eccessi»  l’Espresso 01.01.2003

 Gino SOLITRO «Demografia ieri e oggi»  http://www.isspe.it/Ago2001/solitro.htm)

 Lettera del missionario Padre Piero Gheddo a Paolo Mieli, Corriere della Sera 20 giugno 2002.

 Edoardo VIGNA «Scusi professore, la guerra scoppia perchè nel mondo siamo troppi?» Sette settimanale del Corriere della Sera n.7,  13 febbraio 2003

 

Fonte:http://xoomer.virgilio.it/movazzvc/documenti/271003-Crescita%20della%20popolazione.doc

 

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