Metrica italiana

 


 

Metrica italiana

 

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti. Se vuoi saperne di più leggi la nostra Cookie Policy. Scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.I testi seguenti sono di proprietà dei rispettivi autori che ringraziamo per l'opportunità che ci danno di far conoscere gratuitamente a studenti , docenti e agli utenti del web i loro testi per sole finalità illustrative didattiche e scientifiche.

 

Le informazioni di medicina e salute contenute nel sito sono di natura generale ed a scopo puramente divulgativo e per questo motivo non possono sostituire in alcun caso il consiglio di un medico (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione).

 

 

Metrica italiana

 

METRICA
La metrica è l’insieme delle leggi che regolano la composizione dei testi poetici. Essa si occupa della struttura ritmica dei versi, della loro corretta accentazione (prosodia), della tecnica compositiva. Elementi strutturali di un componimento poetico sono:

 

  • lunghezza del verso
  • rima
  • strofa
  • ritmo
  • figure metriche

 

  • Il Verso

 

Il verso non è altro che una riga di una poesia, la sua unità ritmica minima di lunghezza variabile. È formato da sillabe metriche, che nella tradizione della letteratura italiana possono variare da due a sedici. Ma non mancano poeti che sporadicamente hanno usato versi costituiti da un numero di sillabe più alto.
I versi italiani si classificano in base al numero delle sillabe di cui sono composti. Si hanno dieci tipi di versi, di cui cinque parisillabi (2, 4, 6, 8, 10 sillabe) e cinque imparisillabi (3, 5, 7, 9, 11 sillabe).
Essi sono:
il bisillaboo binario di due sillabe;
il ternario o trisillabo di tre sillabe;
il quaternario o quadrisillabo di quattro sillabe;
il quinario o pentasillabo di cinque sillabe;
il senario di sei sillabe;


il settenario di sette sillabe:
esempio:

L’àlbero a cui tendévi                

la pargolétta màno, 
(G. Carducci, Pianto antico, vv 1-8)


l’ottonario di otto sillabe;
il novenario o enneasillabo di nove sillabe;
il decasillabo di dieci sillabe;


l’endecasillabo di undici sillabe:

esempio:

Sempre caro mi fù quest’ermo cólle,      

e questa sièpe, che da tànta pàrte             

dell’ultimo orizzónte il guardo esclùde.
(G. Leopardi, L’infinito)

        
II) Figure metriche

Nel computo delle sillabe bisogna tener presenti le cosiddette figure metriche:

FIGURE DI VOCALE

  • Elisione o sinalefe: fusione in una sola sillaba della vocale finale di una parola e della vocale iniziale della parola successiva:

 

Esempi:

/e il/ naufragar m’è dolc/e in/ questo mare
(G. Leopardi, L’infinito, v 15);

…nel mut/o or/to solingo (G. Carducci, Pianto antico, v 5).

 

 

  • Dialefe: fenomeno opposto alla elisione, per il quale la vocale finale di una parola e la vocale iniziale della parola

 

successiva formano due sillabe distinte.

 

Esempi:

 

Gemmea l’aria, / il sole così chiaro (G. Pascoli, Novembre, v1);

 

Qui cominciai / a non esser più / io (G. Giusti, Sant’Ambrogio, v 45)

  • Dieresi: separazione di due vocali formanti dittongo, per cui, invece di una sillaba, se ne hanno due.

 

Esempi:

 

…e arriso pur di visï /on leggiadre (G. Carducci, Funere mersit acerbo, v10);

 

…con ozï /ose e tremule risate (G. Pascoli, I puffini dell’Adriatico, v 6)

 

  • Sineresi: fenomeno opposto alla dieresi, per cui sono considerate come unica sillaba due o tre vocali della medesima parola non formanti dittongo o trittongo.

 

Esempi:

 

…e fuggiano, e par/ea/no un cort/eo/ nero (G. Carducci, Davanti San Guido, v 75);

 

…ed erra l’armon/ia/ per questa valle (G. Leopardi, Il passero solitario, v 4

 

 

         III) La Rima
La rima è un altro elemento importante nella poesia, anche se non indispensabile. Essa unisce due o più versi che terminano con parole identiche a partire dall’ultima vocale accentata.
I versi possono rimare secondo schemi che vengono indicati con le lettere maiuscole dell’alfabeto nel caso di endecasillabi (AA, AABB, ABAB, ABBA,…), minuscole negli altri casi.

Vi sono vari tipi di rime:

Rima baciata
Rima alternata
Rima chiusa o incrociata
Rima incatenata
Rimalmezzo o interna
Rima equivoca
Assonanza
Consonanza
Versi sciolti

 


Rima baciata

Due versi successivi rimano tra loro, presentando lo stesso suono (AA, BB…)

 

Una donna s’alza e cànta 

A

La segue il vento e l’incànta     

A

E sulla terra la stènde               

B

E il sogno vero la prènde.        

B

 

Questa terra è nùda                  

C

Questa donna è drùda               

C

Questo vento è fòrte                 

D

Questo sogno è mòrte               

D

(G. Ungaretti, Canto beduino)

Rima alternata

Rimano i versi alterni ( ABAB, CDCD…)

 

Lo stagno risplende. Si tàce             

A

la rana. Ma guizza un baglióre         

B

d’acceso smeraldo, di bràce             

A

azzurra: il martin pescatóre…         

B

 

E non sono triste. Ma sóno               

C

stupito se guardo il giardìno…         

D

Stupito di che? non mi sóno            

C

sentito mai tanto bambìno…            

D

(G. Gozzano, L’assenza, vv 21-28)

Rima chiusa (o incrociata)

Il primo verso rima con il quarto e il secondo con il terzo (ABBA, CDDC…) e così via.

 

Non pianger più. Torna il diletto fìglio           

A

a la tua casa. E’ stanco di mentìre.                  

B

Vieni; usciamo. Tempo è di rifiorìre.             

B

Troppo sei bianca: il volto è quasi un gìglio.  

A

 

Vieni; usciamo. Il giardino abbandonàto         

C

serba ancora per noi qualche sentièro.             

D

Ti dirò come sia dolce il mistèro                      

D

che vela certe cose del passàto.                        

C

(G. D’Annunzio, Consolazione, vv 1-8)

Rima incatenata

Il primo verso rima con il terzo, mentre il secondo rima con il primo e terzo della terzina seguente (ABA, BCB, CDC...),

e così via.

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sóle,

A

anzi d’antico: io vivo altrove, e sènto

B

che sono intorno nate le viòle.

A

 

Son nate nella selva del convènto

B

dei cappuccini, tra le morte fòglie

C

che al ceppo delle quercie agita il vènto.

B

 

Si respira una dolce aria che sciòglie

C

le dure zolle, e visita le chièse

D

di campagna, ch’erbose hanno le sòglie: …

C

(G. Pascoli, L’aquilone, vv 1-9)

Rimalmezzo (o interna)

La rima cade in fine di emistichio (a metà verso) o all’interno del verso.

Odi greggi belar, muggire arménti;

gli altri augelli contènti, a gara insieme

per lo libero ciel fan mille giri,

(G. Leopardi, Il passero solitario, vv 8-10)

 

Un poco, tra l'ansia crescente

della néra vaporiera,

l'addio della séra si sente

seguire come una preghiera,...

(G. Pascoli, In viaggio, vv 7-10)

 

Tra bande verdigialle d’innumeri ginèstre

la bella strada alpèstre scendeva nella valle.

Ecco, nel lento oblio, rapidamente in vìsta,

apparve un ciclìsta a sommo del pendio.

(G. Gozzano, Le due strade, vv 1-4)

 

le piccole fioraie

che strillano gaie nelle maglie.

Come rondini alle grondaie...

(L. Sinisgalli, San Babila, vv 3-5)

 

 

IV) La Strofa


I versi italiani si raggruppano secondo regole determinate, ma non rigide, per formare le strofe.

Tipi di strofa:

Distico

Terzina


Strofa di tre versi a rima incatenata (ABA, BCB, CDC...).

 Esempio:

Cerbero, fiera crudele e diversa,

A

con tre gole caninamente latra

B

sovra la gente che quivi è sommersa.

A

 

 

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,

B

e‘l ventre largo, e unghiate le mani;

C

graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.

B

 

Urlar li fa la pioggia come cani;

C

de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;

D

volgonsi spesso i miseri profani.

C

 

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,

D

le bocche aperse e mostrocci le sanne;

E

non avea membro che tenesse fermo.

D

(Dante, Inferno, Canto VI, vv 13-24)

 

Quartina

Sestina

Ottava

Stanza

Libera

V) Ritmo
E’ la cadenza musicale da cui deriva l’armonia poetica che caratterizza il verso. Esso è dato dal numero delle sillabe del verso e dagli accenti ritmici disposti secondo particolari schemi in ogni tipo di verso. Gli accenti ritmici sono gli accenti fondamentali che cadono sulle sillabe toniche, cioè accentate, dove la voce si appoggia.

Ritmo lento e monotono come una nenia:


Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;
canta una vecchia, il mento sulla mano.
La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.
(G. Pascoli, Orfano)

Ritmo lento:


Ella sen va notando lenta lenta:
rota e discende, ma non me n’accorgo
se non ch’al viso e di sotto mi venta.
(Dante, Inferno, Canto XVII, vv 115-117)

Ritmo veloce e martellante:


Scatta un comando:
un fischio di rimando
querulo, acuto, lungo, fora l’aria,
e il treno si divincola
su le rotaie sussultando e ansando.
Diétro
quàlche
vétro
quàlche
vìso
biànco
quàlche
rìso
stànco
quàlche
gèsto
lèsto;
i vagoni
si succedono
e i furgoni
sul binario
trabalzanti
strepitanti
varcan varcano;
e il treno con palpito eguale, guadagna
fiammando nel buio, l’aperta campagna.
(G. A. Cesareo, Parte il treno)

Ritmo calmo alternato a ritmo veloce ed ossessivo:


Si sente un galoppo lontano
(è la...?),
che viene che corre nel piano
con tremula rapidità.

Un piano deserto, infinito;
tutto ampio, tutt’arido, eguale:
qualche ombra d’uccello smarrito,
che scivola simile a strale:

non altro. Essi fuggono via
da qualche remoto sfacelo;
ma quale, ma dove egli sia,
non sa né la terra né il cielo.

Si sente un galoppo lontano
più forte,
che viene, che corre nel piano:
la Morte! la Morte! la Morte!
(G. Pascoli, Scalpitio)

Ritmo incalzante:


E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo de’ manipoli,
e l’onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
(A. Manzoni, Il Cinque Maggio, vv 79-84)

Ritmo cantilenante:


Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l’alba,
da’ lampi notturni e da’ crolli
d’aeree frane!

Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch’è morto!
Ch’io veda soltanto la siepe
dell’orto,
la mura ch’ha piene le crepe
di valeriane.

Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch’io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che dànno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane
che vogliono ch’ami e che vada!
Ch’io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...

Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch’io veda il cipresso
là, solo,
qui, solo quest’orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.
(G. Pascoli, Nebbia)

Ritmo danzante:


Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia:
chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco e Arianna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perché ’l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.

Queste ninfe e altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.

Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;

or da Bacco riscaldati,
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.
(Lorenzo il Magnifico, Canzona di Bacco, vv 1-20)

Ritmo calmo, meditativo:


Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi
sul paterno giardino scintillanti,
e ragionar con voi dalle finestre
di questo albergo ove abitai fanciullo,
e delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
creommi nel pensier l’aspetto vostro
e delle luci a voi compagne! allora
che, tacito, seduto in verde zolla,
delle sere io solea passar gran parte
mirando il cielo, ed ascoltando il canto
della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi,
e in su l’aiuole, susurrando al vento
i viali odorati, ed i cipressi
là nella selva; e sotto al patrio tetto
sonavan voci alterne, e le tranquille
opre de’ servi. E che pensieri immensi,
che dolci sogni mi spirò la vista
di quel lontano mar, quei monti azzurri,
che di qua scopro, e che varcare un giorno
io mi pensava, arcani mondi, arcana
felicità fingendo al viver mio!
(G. Leopardi, Le ricordanze, vv 1-24)


Ritmo solenne:


O che tra faggi e abeti erma su i campi
smeraldini la fredda orma si stampi
al sole del mattin puro e leggero,
o che foscheggi immobile nel giorno
morente su le sparse ville intorno
a la chiesa che prega o al cimitero
 
che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
sognando l’ombre d’un tempo che fu.
(G. Carducci, Il comune rustico, vv1-9)

Ritmo epico:


Su i campi di Marengo batte la luna; fosco
tra la Bormida e il Tanaro s’agita e mugge un bosco:
un bosco d’alabarde, d’uomini e di cavalli,
che fuggon d’Alessandria da i mal tentati valli.

D’alti fuochi Alessandria giù giù da l’Apennino
illumina la fuga del Cesar ghibellino:
i fuochi de la lega rispondon da Tortona,
e un canto di vittoria ne la pia notte suona:

- Stretto è il leon di Svevia entro i latini acciari:
ditelo, o fuochi, a i monti, a i colli, a i piani, a i mari,
diman Cristo risorge: de la romana prole
quanta novella gloria vedrai dimani, o sole! -
(G. Carducci, Su i campi di Marengo, vv 1-12)

Ritmo musicale:


Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
(G. D’Annunzio, La pioggia nel pineto, vv 33-64)

 

Ritmo spezzato:


Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo
(G. Ungaretti, Sono una creatura)

 

VI) Componimenti Poetici


Un componimento poetico è formato da strofe, che possono seguire uno schema fisso, come nella poesia tradizionale, o uno schema libero, come nella poesia moderna.

Sonetto        


E’ un componimento di 14 versi endecasillabi, composto da due quartine, a rima alternata o chiusa, e due terzine, con

schema metrico vario.

                                                                   

Canzone     
La canzone antica o petrarchesca è un componimento di varia lunghezza composto da cinque o più stanze, chiuse da un congedo. I versi utilizzati sono i più nobili della tradizione, cioè endecasillabi e settenari. Dal Cinquecento ha subito delle modifiche e nell’Ottocento si è evoluta in canzone libera o leopardiana, dove endecasillabi e settenari si alternano senza schemi fissi.
                                                               

Ode
Componimento poetico di contenuto nobile e profondo, privo di uno schema metrico preciso e vario nei tipi di versi che possono essere settenari, ottonari, decasillabi, doppi quinari, doppi senari. Si sviluppò nel Cinquecento ad imitazione dei classici greci e latini: Anacreonte, Pindaro, Saffo, Orazio. E’ stata molto utilizzata dai nostri poeti: Parini, Foscolo, Manzoni, Carducci, Pascoli, D’Annunzio. Se tratta di argomenti civili o religiosi, prende il nome di inno.

 

Fonte: http://federicozucchini.altervista.org/text/metrica.doc

Sito web : http://federicozucchini.altervista.org

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

Parola chiave google : Metrica italiana tipo file : doc

 

Metrica italiana

 

Glossario di metrica e retorica

 

ALLEGORIA. Dal greco allegoría (= "parlare diversamente"). Figura retorica mediante la quale un termine (denotazione) si riferisce a un significato più profondo e nascosto (connotazione). Ad es., il Veltro dantesco, a livello denotativo, significa "cane da caccia", ma è noto che questo termine allude a un "riformatore spirituale".
Tra le allegorie tradizionali è celeberrima quella della nave che attraversa un mare in tempesta, fra venti e scogli ecc.: rappresenta il destino umano, i pericoli, i contrasti ecc., mentre il porto è la salvezza.

ALLITTERAZIONE. Figura retorica di tipo morfologico, consistente nella ripetizione di uno o più fonemi uguali in più parole consecutive o molto vicine. Come in Petrarca: "di me medesmo meco mi vergogno", o in Foscolo: "quello spirto guerrier ch'entro mi rugge". Casuale nella lingua comune (ad es. "Mia mamma mangia una mela"), l'allitterazione è frequente nei messaggi pubblicitari, dove ha la funzione di favorire la memorizzazione nell'ascoltatore. Ad es.: "Mangia le mele Melinda".

ANAFORA. Figura retorica consistente nella ripetizione di una o più parole all'inizio di più versi o enunciati successivi. Ad es. in Dante: "Per me si va nella città dolente, / per me si va nell'etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente".
Come l'allitterazione, anche l'anafora si presenta con frequenza nel linguaggio pubblicitario, per richiamare l'attenzione dell'ascoltatore. Ad es.: "Selenia, speciale formula Alfa Romeo... Selenia, il motore dei nuovi motori".

ANALOGIA. Rapporto di somiglianza tra immagini o parole, basato su libere associazioni di pensiero o di sensazioni piuttosto che su nessi logici o sintattici codificati. Come l'ungarettiana "balaustrata di brezza".

ANTIFRASI. Dal greco antíphrasis = "espressione contraria". Figura retorica consistente nell'usare un'espressione per significare l'opposto di ciò che in realtà si vuol dire. Si tratta di una figura molto usata anche nel linguaggio comune: ad es. "Bella giornata, oggi!" (per significare invece che c'è brutto tempo); "Hai fatto un bel lavoro!" (per dire invece che il lavoro è stato svolto male). Come si vede, l'antifrasi è per lo più utilizzata in senso ironico.

ANTONOMASIA. Dal greco antonomàzo = "chiamo con nome diverso". Figura retorica consistente nella sostituzione del nome di una persona o di una cosa con un nome più generico o comune, con un epìteto (aggettivo) o con una perifrasi. Alcuni esempi: "il segretario fiorentino" (Machiavelli), "il padre della lingua italiana" (Dante), "la città celeste" (il Paradiso), "il principe delle tenebre" (il diavolo), "l'eroe dei due mondi" (Garibaldi), "il sommo bene" (Dio).

ASSONANZA. Somiglianza di suono fra le ultime sillabe di due o più parole (sia poste in fine di versi successivi, sia al loro interno). Si usa distinguere in assonanza tonica quando sono uguali le vocali ma non le consonanti (es. "climi / mattini") e assonanza atona quando cambia soltanto la vocale tonica (es. "puro / giro"); si ha infine assonanza consonantica, o più semplicemente consonanza, quando vi è uguaglianza di suoni soltanto nelle consonanti (es. "colla / bello").

BALLATA. Componimento poetico d'origine provenzale, che compare in Italia attorno alla metà del XIII secolo. Originariamente non aveva una struttura metrica fissa (salvo un ritornello di due o più versi) e i versi erano vari (dal settenario all'endecasillabo). Con gli stilnovisti la ballata assunse una forma più definita, preferibilmente con soli endecasillabi o settenari oppure con endecasillabi e settenari.
La ballata classica è generalmente introdotta da una strofetta di tre versi (ballata mezzana), di quattro versi (ballata grande) o di due versi (ballata minore). La strofa introduttiva è detta "ritornello" o "ripresa". Alla ripresa segue generalmente una sola stanza (oppure due o tre: ballata replicata), divisa in due "piedi" e una "volta".

CESURA. Pausa ritmica all'interno del verso, in corrispondenza dell'accento ritmico più importante dopo quello fisso alla fine del verso (cioè sulla penultima posizione). La cesura ha un particolare rilievo nell'endecasillabo, dove il verso risulta diviso in due parti dette emistichi.

 

DIALEFE. Dal greco dialeìpho (= "separo"). Figura metrica consistente nel tenere distinte, in due diverse posizioni, due vocali contigue ma appartenenti a due parole diverse. Ad es. in Cavalcanti: "Di ciascuna vertù - alta e gentile". Non c'è una regola precisa per l'applicazione della dialefe, ma in genere si tende a rispettarla in casi come quello citato (cioè quando si incontrano due vocali entrambe toniche).

DIERESI. Dal greco diairéo (= "disgiungo, separo"). Figura metrica consistente nel tenere distinte in due diverse posizioni due vocali contigue in corpo di parola. Ad es. in Foscolo: "Forse perché della fatal quï-ete". O in Leopardi: "Un mazzolin di rose e di vï-ole". Non vi sono regole veramente fisse per la sua applicazione; è comunque obbligatoria in due casi: 1) alla fine del verso; 2) quando una vocale aspra (a, e, o) è seguita da una qualunque vocale tonica.

ENDECASILLABO. È il verso più armonioso e vario della poesia italiana, composto da undici sillabe metriche o posizioni. A parte l'ultimo (ch'è sempre sulla penultima sillaba), ha gli altri accenti in posizione libera, anche se i più ricorrenti cadono sulla sesta (ad es. in Leopardi: "Sempre caro mi fu' quest'ermo colle") oppure sulla quarta sillaba (ad es. in Dante: "Zefiro do'lce le novelle fronde"). Si distingue in endecasillabo "a maiore", se il primo emistichio è un settenario, e "a minore" se è un quinario. Un endecasillabo a maiore è il leopardiano "Vaghe stelle dell'Orsa, - io non credea", con sinalefe tra i due emistichi; un esempio a minore è ancora il leopardiano "Questa mia vita dolorosa e nuda". Vi sono però numerose varianti.

ENFASI. Figura retorica che consiste nel mettere in particolare rilievo un termine o una frase. Ad es.: "Lui, lui sa quello che voglio dire!". Il Lausberg ha notato come, soprattutto per l'oratore e per l'attore, l'enfasi semantica si identifica con "un aumento di intensità della voce (e dei gesti)" nel momento in cui si vuole sottolineare una parola o un concetto.

ENJAMBEMENT. Separazione metrica, tra la fine di un verso e l'inizio di quello successivo, di due elementi sintatticamente legati (sintagma). Ad es. in Leopardi: "Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi...". Qualcuno usa il termine "inarcatura" (ad es. Fubini) o "spezzatura" (ad es. Di Girolamo), ma il termine francese è quello più accettato.

IPALLAGE. Dal greco hypallagé, che significa "scambio, commutazione". Figura retorica consistente nello scambio del normale rapporto sintattico o semantico fra due parole. In pratica si attribuisce a una parola ciò che, nella stessa frase, andrebbe attribuito ad un'altra parola. Ad es.: "Il magro profilo del suo volto". In Montale: "e gli alberi discorrono col trito / mormorio della rena".

IPERBOLE. Dal greco hyperbàllo (= "lancio oltre"). Figura retorica consistente nell'esagerare (amplificandolo o riducendolo) l'espressione di un concetto. Ad es.: "È un secolo che non lo vedo"; "Scendo tra un minuto"; "Sono in un mare di guai"; "Mi piace da morire"; "Non ha un briciolo di cervello". A livello letterario: "Lo scudo in mezzo alla donzella colse: / ma parve urtasse un monte di metallo" (Ariosto). Dalla storia, il detto proverbiale di Carlo V: "Sui miei dominii non tramonta mai il sole".

 

METAFORA. Dal greco metaphéro, composto da metà (= "oltre, al di là") e phéro (= "porto").
Figura retorica consistente nel trasferire una parola dall'oggetto a cui normalmente la si riferisce ad un altro oggetto, mediante un paragone sottinteso. Così, dicendo: "Tizio è un coniglio", intendiamo dire che è pavido come un coniglio. Dicendo: "L'infanzia è l'alba della vita", intendiamo dire che è l'inizio della vita, come l'alba lo è del giorno. Possiamo quindi dire che la metafora è una similitudine abbreviata, cioè sottratta dell'avverbio di paragone.
Occorre sottolineare che nei testi letterari di grande valore la pretesa di trovare un'espressione letterale corrispondente a quella metaforica è illusoria. Ad es., quando Leopardi scrive nel Passero solitario: "Primavera d'intorno / brilla nell'aria...", ci dà un'immagine insostituibile. Il verbo "brillare", che il poeta usa appunto in senso metaforico, non ha nessun possibile sostituto letterale perché la figura non è limitata al predicato, ma si proietta sul suo soggetto. È dunque la primavera ad essere vista metaforicamente. Perciò questa metafora leopardiana si può parafrasare, si può spiegare e commentare, ma non si può assolutamente convertire in un'espressione propria, cioè non figurata.
Oltre che con la metafora, uno spostamento di significato si attua anche con la metonimia e la sinèddoche.

METONIMIA. Dal greco metonymìa = "scambio di nome". Figura retorica consistente, come la metafora, nella possibilità di sostituire una parola con un'altra; ma la sostituzione metonimica avviene tra parole appartenenti allo stesso campo semantico (a differenza della sostituzione metaforica, che è più libera e tiene conto di somiglianze anche vaghe), e si basa fondamentalmente su un rapporto di contiguità logica fra le parole scambiate.
Si hanno vari casi di sostituzioni metonimiche, tra cui le più frequenti sono:
1. il contenente per il contenuto ("Bevo un bicchiere"; cioè il suo contenuto);
2. la causa per l'effetto ("Ha una bella mano"; cioè una bella scrittura);
3. l'effetto per la causa ("Una valle di lacrime"; cioè "un luogo di sofferenza"):
4. l'astratto per il concreto ("Le prepotenze della nobiltà"; cioè dei nobili);
5. il concreto per l'astratto ("È un uomo di buon cuore"; cioè di buoni sentimenti);
6. l'autore per l'opera ("Oggi leggiamo Montale"; cioè una sua poesia);
7. la regione o la città per gli abitanti ("La rivolta di Parigi"; cioè dei parigini);
8. la località di produzione per il prodotto ("Ho bevuto un buon Chianti").

ONOMATOPEA. Dal greco onomatopoiìa = "formazione di parole". Riproduzione linguistica di suoni o rumori esistenti in natura. Ad es. in Pascoli: "un breve gre-gre di ranelle"; verso in cui si rileva anche un'allitterazione in r. Fenomeno diffuso anche nella lingua quotidiana: "tic-tac", "din-don".

OSSIMORO. Dal greco oxýmoron, composto da oxýs (= "acuto") e moròs (= "ottuso, stolto"). Figura retorica consistente nell'accostamento di due termini i cui significati sembrano escludersi a vicenda. Ad es. in Giusti: "Sentia nel canto la dolcezza amara". O in Rebora: "Sinistro rumor di silenzio".

PARONOMASIA. Figura morfologica consistente nell'avvicinare in un breve spazio sintattico due o più parole fonicamente simili ma dal significato diverso. Ad es. in Dante: "ch'i' fui per ritornar più volte volto"; oppure in Montale: "Trema un ricordo nel ricolmo secchio".

PERSONIFICAZIONE. Figura retorica consistente nel rappresentare un concetto o un oggetto come se fosse un essere animato. Ad es. in Leopardi, che si rivolge così alla luna: "Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna?". La tendenza alla personificazione, spesso inconscia, è rintracciabile anche nel linguaggio comune. Ad es.: "Quest'inverno il sole non ha proprio voglia di farsi vedere".

RIMA. È l'identità di fonemi tra due o più parole, a partire dall'ultima vocale tonica (es.: "fiore / amore"). È detta rima interna o rima al mezzo quando cade tra una parola finale di verso e una parola interna a un altro verso. Per secoli è stata un punto di riferimento fondamentale per la stessa organizzazione delle forme strofiche (vedi strofa), mentre oggi ha un'importanza relativa. In base al tipo di parola finale del verso, si distingue in piana, tronca, sdrucciola, bisdrucciola (quest'ultima però è molto rara).
La rima si presenta in varie forme, tra le quali ricordiamo:
1. la rima baciata, quando unisce due versi consecutivi secondo lo schema AA;
2. la rima alternata, quando appunto le rime si alternano, secondo lo schema ABAB;
3. la rima incrociata, quando si presenta con un ordine speculare, secondo lo schema ABBA;
4. la rima incatenata, tipica della terzina dantesca, secondo lo schema ABA.BCB.CDC.;
5. la rima invertita, quando le rime di una strofa tornano uguali ma in ordine inverso, secondo lo schema ABC.CBA;
6. la rima replicata, quando le rime di una strofa tornano uguali e nello stesso ordine in una strofa successiva, secondo lo schema ABC.ABC.

RITMO. È il movimento creato dall'andamento degli accenti all'interno del verso. Questo andamento può rendere ritmicamente differenti versi metricamente uguali. Ad esempio un endecasillabo può avere gli accenti sulle sillabe 1-4-6-8-10, oppure 2-4-6-8-10, o ancora 3-6-8-10, ecc.

SETTENARIO. Verso di sette sillabe metriche o posizioni, con accento fisso sulla sesta posizione e uno o due accenti mobili sulle prime quattro. Si alterna spesso all'endecasillabo, come nella canzone leopardiana A Silvia.

SIMILITUDINE. Figura retorica fondamentale, da cui tradizionalmente deriva per abbreviazione la metafora. Consiste nell'esprimere un'idea mediante il suo accostamento a un'altra idea che abbia con la prima un rapporto di somiglianza esplicitamente descritto. Ad es. in Pascoli: "quando partisti, come son rimasta! / come l'aratro in mezzo alla maggese".

SINALEFE. Figura metrica consistente nella fusione in una posizione della vocale finale di una parola con la vocale iniziale della parola successiva, all'interno dello stesso verso. Ad es. in Leopardi: "dolce-e chiara-è la notte-e senza vento".

SINEDDOCHE. Figura retorica affine alla metonimia, dalla quale si distingue perché il rapporto fra il termine impiegato e quello sostituito non è di tipo qualitativo (logico) ma quantitativo. Si ha dunque sinèddoche quando si usa:
1. il tutto per la parte (ad es.: "scarpe di vitello" per "pelle di vitello"); 2. la parte per il tutto (ad es.: "son rimasti senza tetto" per "senza casa").

SINERESI. Figura metrica consistente nella fusione di due vocali grammaticalmente distinte (cioè in iato) in corpo di parola. Ad es. in Leopardi: "ed erra l'armonia per questa valle", dove -ia di "armonia" è grammaticalmente uno iato e andrebbe pertanto distinto, ma rientra nella stessa posizione. La sinèresi è di solito proibita in due casi: 1) alla fine del verso; 2) quando una vocale aspra (a, e, o) è seguita da una qualunque vocale accentata (vedi dieresi).

SINESTESIA. Dal greco synàisthesis = "percezione simultanea". Figura retorica consistente nell'accostamento di due termini relativi a sfere sensoriali diverse. Ad es. in Dante: "I' venni in luogo d'ogni luce muto" (dove luce riguarda la vista, e muto l'udito); oppure in Quasimodo: "... all'urlo nero / della madre" (dove urlo riguarda l'udito, e nero la vista).

SONETTO. Forma poetica antichissima, e forse la più usata nella poesia italiana tradizionale, a partire dalla "scuola siciliana". Si compone di due quartine (con schema di rime ABAB ABAB oppure ABBA ABBA) e due terzine (con vari schemi di rime: CDE CDE, CDE EDC, CDC CDC, CDE DEC, ecc.).

STROFA. Termine che indica un raggruppamento di versi caratterizzato: 1. dal tipo di versi usati 2. dal numero dei versi 3. dalla disposizione delle rime.
In generale si distinguono strofe monometre (cioè formate da versi di uguale lunghezza) e strofe polimetre (cioè formate da versi di lunghezza disuguale).
Quanto al numero dei versi impiegati e alla disposizione delle rime, le strofe più comuni sono:
1. il distico (schema AA)
2. la terzina (schema ABA.BCB.CDC)
3. la quartina (schema ABAB oppure ABBA)
4. la sestina (schema ABABCC)
5. l'ottava (schema ABABABCC)
6. la nona rima (ABABABCCB).
I poeti contemporanei tuttavia, in coincidenza con l'impiego del verso libero, usano solitamente strofe senza alcuno schema fisso di versi o di rime.

TERNARIO. Verso di tre sillabe metriche o posizioni (detto anche "trisillabo"), solitamente combinato con altri versi più lunghi. Da solo e in serie è invece usato raramente.

VERSI LIBERI. Con questa espressione si indica generalmente una successione di versi non riconducibili a misure tradizionali, com'è per gran parte della poesia contemporanea. Tuttavia la stessa espressione è valida anche per un insieme di versi che metricamente sono tradizionali ma non ubbidiscono a schemi strofici o a concatenazioni di rime tradizionali. Per il primo caso possiamo citare, tra i numerosissimi esempi, I fiumi di Ungaretti; per il secondo, La pioggia nel pineto di D'Annunzio.

VERSI SCIOLTI. Si dicono sciolti i versi non legati da rima, anche se metricamente tradizionali. L'esempio più celebre è costituito dai Sepolcri foscoliani.

VERSO. Sequenza (cioè successione ordinata) di parole, e quindi di sillabe, caratterizzate da un ritmo ben definito. Il computo sillabico è però regolato dalle figure metriche, per cui la lunghezza dei singoli versi può presentare oppure no coincidenza tra sillabe grammaticali e posizioni.
In base al tipo di parola finale del verso si distinguono:
1. versi piani (se terminano con parola accentata sulla penultima sillaba);
2. versi tronchi (se terminano con parola accentata sull'ultima sillaba);
3. versi sdruccioli (se terminano con parola accentata sulla terz'ultima sillaba);
4. versi bisdruccioli (se terminano con parola accentata sulla quart'ultima sillaba).
In base al numero di posizioni presenti si distinguono invece in: bisillabo, ternario, quaternario, quinario, senario, settenario, ottonario, novenario, decasillabo, endecasillabo; e inoltre versi doppi (solitamente quinari, senari, settenari o ottonari accoppiati).

STROFA. Termine che indica un raggruppamento di versi caratterizzato: 1. dal tipo di versi usati 2. dal numero dei versi 3. dalla disposizione delle rime.
In generale si distinguono strofe monometre (cioè formate da versi di uguale lunghezza) e strofe polimetre (cioè formate da versi di lunghezza disuguale).
Quanto al numero dei versi impiegati e alla disposizione delle rime, le strofe più comuni sono:
1. il distico (schema AA)
2. la terzina (schema ABA.BCB.CDC)
3. la quartina (schema ABAB oppure ABBA)
4. la sestina (schema ABABCC)
5. l'ottava (schema ABABABCC)
6. la nona rima (ABABABCCB).
I poeti contemporanei tuttavia, in coincidenza con l'impiego del verso libero, usano solitamente strofe senza alcuno schema fisso di versi o di rime.

 

 

Fonte: http://www.icsfogazzaro.it/public/medie/docenti/Ghiro/Glossario%20di%20metrica%20e%20retorica.doc

 

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

Parola chiave google : Metrica italiana tipo file : doc

 

Metrica italiana

 

Alcuni elementi di metrica italiana

(appunti per una applicazione pratica)

 

1) I versi sono dei segmenti linguistici definiti dal numero delle sillabe metriche, segmenti il cui confine è segnato a destra dall’ultima sillaba  portatrice di ictus(accento).

 

2) sillaba linguistica (o grammaticale) e sillaba metrica; le figure metriche (sinalefe/dialefe; sineresi/dieresi )

Per riconoscere un verso e dargli un nome occorre contare le sillabe delle parole che lo compongono (questa operazione si chiama scansione). Questa operazione può coincidere con la divisione grammaticale in sillabe delle parole, ma non è sempre così. Per questo si parla di sillaba metrica, che è diversa dalla sillaba grammaticale. In effetti, ogni volta che si trovano due vocali a contatto, la scansione metrica ha diverse possibilità, e dà luogo a diverse figure metriche.

 

Prendiamo alcuni esempi di scansione di endecasillabi della Divina Commedia:

 

es: 1) Nel/ mez/zo/  del/ cam/min/ di/ no/stra/ vi/ta

 

se conto le sillabe, sono 11. In questo caso, scansione metrica e scansione grammaticale coincidono.

 

es: 2)  si volse a retro arimirar lo passo

 

in questo caso le sillabe grammaticali sono 13, ma (importante!)  non le sillabe metriche: le sillabe metriche sono 11. Perché? Tra volse/a  e retro/a  si incontrano due vocali; queste si “fondono” e danno luogo a un’unica sillaba metrica: questo fenomeno si chiama sinalefe.

 

es: 3)  E altro disse, ma non l’ho a mente

 

se applicassimo il criterio della sinalefe appena esposto, questo verso avrebbe 9 sillabe metriche; eppure è un endecasillabo. In realtà non sempre si ha sinalefe. Talvolta si verifica il fenomeno opposto, cioè la dialefe: vale a dire che le due vocali contigue: E al  e l’ ho a  non si fondono, ma restano distinte;  il verso, che è un endecasillabo,  va così scandito:

E/al/tro/ dis/se, /ma/ non/ l’ho/a/ men/te

 

si ha sinalefe quando la vocale finale di una parola e quella iniziale della successiva si fondono, cioè si contano come un’unica sillaba metrica. All’opposto, si ha dialefe, quando la vocale finale di una parola e quella iniziale della successiva restano distinte.

 

Se le vocali a contatto appartengono alla stessa parola, si parla di sineresi (due vocali distinte valgono un’unica sillaba metrica)

es: 4) Disse: “Bea/trice loda di Dio vera

 

secondo la scansione grammaticale: Be-a-tri-ce, con uno iato tra e e a; ma secondo la scansione metrica: Bea-tri-ce(sineresi)

 

la dieresi è il fenomeno opposto. Questa è facilmente riconoscibile perché di solito è segnalata con due puntini sopra il dittongo coinvolto:

es: 5) la Somma Sapienza e ‘l Primo Amore

scansione grammaticale: Sa-pien-za (tre sillabe); scansione metrica: Sa-pi-en-za(quattro sillabe metriche)

 

versi piani, sdruccioli e tronchi:

Per individuare un verso bisogna dunque contare le sillabe metriche, ma si deve tenere presente anche l’ultima sillaba tonica (quella accentata) , cioè l’ultima sillaba accentata dell’ultima parola del verso: questo accento è come una barriera, e tutto quello che segue non conta ai fini dell’individuazione del verso.

Questo spiega perché versi come:

1°) “Tanto gentile e tanto onesta pàre”, 2°) “Dinanzi a me sen va piangendo Alì”, 3°) “Forse era ver, ma non però credìbile”, sono tutti e tre equivalenti: in tutti e tre i casi, l’ultimo accento cade sulla decima sillaba metrica, con la sola differenza che nel 1° caso, segue una sillaba atona (senza accento); nel 2°, no; e nel 3° seguono due sillabe atone.

Tutti e tre sono endecasillabi: 1°)= endec. piano (parola con accento sulla penultima sillaba); 2°)= endc tronco (con accento sull’ultima sillaba); 3°)= sdrucciolo (parola con accento sulla terzultima sillaba). L’endecasillabo sdrucciolo è più raro, perché sono più rare in italiano le parole sdrucciole e per questo, dal punto di vista stilistico, è significativo.

La forma più frequente del verso, in italiano, è quella piana (piane sono le parole con accento sulla penultima sillaba, e in italiano sono la maggior parte) e dal numero di sillabe metriche di questa forma prende nome il verso.

 

3) Ritmo:

L’elemento fondamentale (ma non l’unico) che determina il ritmo nella versificazione italiana è l’accento, ossia l’alternanza di sillabe toniche (con accento) e di sillabe atone (senza accento): il ritmo di un dato verso può essere definito come la particolare successione di sillabe toniche e sillabe atone presenti in quel verso.

Lo schema ritmico di un verso è la successione delle sue sillabe toniche:

 

Trovòmmi Amòr del tùtto disarmàto  (Petrarca): schema ritmico dell’endecasillabo: 2°-4°-6°-10°

 

Un ùrlo improvvìso alle pòrte (Pascoli): schema ritmico del novenario: 2°-5°-8°

 

Lo schema ritmico rappresenta lo scheletro sonoro di un verso, indipendentemente dal contenuto semantico. Grazie a questa elementarità, i diversi schemi ritmici tendono a fissarsi nella memoria dei poeti e dei lettori e a riprodursi nella storia della versificazione: per questa ragione essi rappresentano anche un fondamentale segno di riconoscimento del verso. Nella poesia italiana esistono per ogni verso degli schemi ritmici preferenziali e più ricorrenti, ma tutti i versi ammettono più schemi ritmici: questo vuol dire che, a parte l’ultima sillaba metrica di ogni verso, nessuna altra sillaba deve portare necessariamente un ictus, e viceversa, tutte possono portarne uno.

Il solo requisito indispensabile per la correttezza ‘ritmica’ di un verso è dunque l’ictus sulla sillaba metrica che ne segna il confine a destra (la decima per l’endecasillabo, l’ottava per il novenario, la sesta per il settenario…)

 

4) I versi canonici della poesia italiana sono l’endecasillabo e il settenario (nella trascrizione grafica dello schema metrico di un componimento, l’endecasillabo è indicato con la lettera maiuscola, il settenario con la lettera minuscola).

 

 

Per la sua definizione, importante è non limitarsi a dire che l’endecasillabo è “un verso di undici sillabe”, perché questo, da quanto si è visto finora,  non è sempre vero. Bisogna dire che è un verso il cui accento principale e obbligatorio cade sulla decima sillaba metrica; (esso può essere piano, tronco o sdrucciolo a seconda dell’uscita dell’ultima parola).

Gli schemi più diffusi dell’endecasillabo sono due e vengono identificati tramite la posizione di un secondo accento obbligatorio.

Primo caso: endecasillabo a maiore, ictus obbligatorio di 6°

es: Nel mezzo del cammin // di nostra vita

 

questo è un endecasillabo a maiore ( l’espressione latina significa che il 1° emistichio è più lungo: l’ictus di 6° (cammìn) divide il verso in due emistichi, dei quali il 1° è un settenario, avendo appunto un ictus di 6°, ed è più lungo del 2° emistichio, che è un quinario.  La pausa, in questo caso, divide il verso in due unità sintattiche (logiche) e anche metriche.

 

Secondo caso: endecasillabo a minore, ictus obbligatorio di 4°

es: mi ritrovài // per una selva oscura

 

qui la prima unità è più breve (è un quinario piano, e l’end. si chiama a minore perché la prima unità è più breve). L’ictus di 4° divide il verso in due emistichi: il 1° è un quinario e è più breve (a minore) del secondo (settenario). Nell’endecasillabo a minore  è frequentissimo un ictus in 8° posizione. Dunque nella maggioranza dei casi, gli accenti dell’endecasillabo a minore sono: 4°-8°-10°.

 

Questi due tipi fondamentali di endecasillabo sono detti endecasillabi canonici, perché sono quelli canonizzati dalla tradizione.

 

 

5) La rima

In generale, la rima è l’identità di suoni (omofonia) della parte finale di due o più parole, a partire dalla loro ultima vocale tonica.

In un componimento in versi, la rima è il principale fenomeno acustico che lega la fine di un verso a un altro successivo. Nella metrica tradizionale la rima marca il confine del verso (ha una funzione demarcativa); la rima mette in rapporto tra loro i versi rimati e permette di costituire degli “schemi” nelle sequenze di versi (funzione architettonica o strutturante): es. lo schema delle rime nel sonetto, nell’ottava ecc.

Come esistono versi piani, tronchi e sdruccioli, così esistono rime piane, tronche e sdrucciole.

La sede per eccellenza della rima è alla fine dei versi; ma può comparire anche all’interno del verso:

a) rima interna:  rima tra una parola in fine verso e una che occupa una posizione nel verso che non coincide con la parte centrale di questo:

es:

Il cammino finisce a queste prode

che rode la marea col moto alterno ( Montale, Ossi di seppia, Riviere )

 

b) rima al mezzo: tra una parola a fine verso e una nella zona centrale di un altro verso

Passata è la tempesta:

Odo augelli far festa, e la gallina (Leopardi, Canti, La quiete dopo la tempesta)

 

 Rima  perfetta: quando c’è identità di suoni (vocalici e consonantici) a partire dall’ultima vocale tonica

Meriggiare pallido e assòrto

 presso un rovente muro d’òrto   (Montale, Meriggiare…, Ossi di seppia)

 

 

Rima imperfetta: quando l’identità dei suoni è parziale:

1) assonanza: quando c’è identità dei soli suoni vocalici

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani                    (Leopardi, L’infinito)

 

2) consonanza: quando c’è identità di suoni delle sole consonanti

Il fiore che ripete

Dall’orlo del burrato                                     (Montale, Il fiore…, Occasioni)

 

3) rima ipermetra: tra una parola piana e parte della terminazione di una parola sdrucciola

Il viaggio finisce qui:

nelle cure meschine che divìdono

l’anima che non sa più dare un grìdo  (Montale, Casa sul mare, Ossi di seppia)

---------------------------------

Un’altra rima frequente:

rima ricca: quando l’identità di suoni si estende anche a quelli che precedono l’ultima vocale accentata:

o segui sui tigli, tra gl’irti

pinnacoli le accensìoni

del vespro e nell’acque un avvampo

di tende da scali e pensìoni                      (Montale, Dora Markus, Occasioni)

 

---------------------------------

Successione delle rime:

rima baciata: AA BB

rima alterna o alternata: AB AB

rima incrociata: ABBA

schemi metrici:

sonetto: è una forma monostrofica (un’unica strofa) di 14 versi, tutti endecasillabi, suddivisa in due quartine e due terzine:

nelle quartine (i primi 8 versi) lo schema delle rime può essere: a rime alternate (ABAB…) o a rime incrociate (ABBA…); nelle terzine, invece è variabile.

 

ottava: è una forma metrica di 8 endecasillabi: i primi 6 sono a rima alternata (ABABAB); gli ultimi due a rima baciata (CC).

 

 

Sineresi e sinalefe hanno in comune il prefisso “sin”che in greco significa unire”; dialefe e dieresi, hanno in comune il prefisso “dia”, che significa separare. Tenendo presente questo, è più facile ricordarsi il fenomeno che descrivono.

Il verso è infatti un fenomeno ritmico-acustico, dunque l’accento è un elemento fondamentale, ancora prima del significato delle parole che lo compongono

 

Fonte: http://omero.humnet.unipi.it/matdid/530/brevissime%20nozioni%20di%20metrica.doc

 

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

Parola chiave google : Metrica italiana tipo file : doc

 

Metrica italiana

 

 

 

 

 

 

Visita la nostra pagina principale

 

Metrica italiana

 

Termini d' uso e privacy

 

 

 

 

 

Metrica italiana