Principali regole ortografiche della lingua italiana

 


 

Principali regole ortografiche della lingua italiana

 

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Principali regole ortografiche della lingua italiana

 

Le sillabe CE/CIE, GE/GIE

 

Le sillabe -CE- e –GE- in italiano si scrivono sempre senza la i (ad eccezione di alcuni plurali delle parole che al singolare terminano in -CIA o –GIA): per esempio, cenere, generale.

Alcune parole però fanno eccezione e vogliono la i: arciere, braciere, cielo, cieco, crociera, deficienza, efficienza, formaggiera, igiene, raggiera, società, specie (questo sostantivo inoltre è invariabile nel numero: sia al singolare che al plurale fa “specie”), superficie, sufficienza.

Alcune parole infine possono scriversi sia con la i sia senza i: pasticciere/pasticcere, effigie/effige.

 

 


 

Il plurale delle parole che al singolare terminano in –CIA o –GIA

 

In italiano le parole che al singolare terminano in –CIA o –GIA, al plurale vogliono la i (-CIE e –GIE) se quell’ultima sillaba è preceduta da una vocale: per esempio, camicie.

Invece se prima di quell’ultima sillaba c’è una consonante, allora si scrivono senza i (-CE e –GE): per esempio, facce.


 

Le sillabe –CU-, -QU- e -CQU-

 

In italiano solo le sillabe –QUA-, -QUE-, -QUI-, -QUO- si scrivono con –QU-: per esempio, quadro, questo, quindici, quoto.

Alcune parole però fanno eccezione e vogliono la –CU- anziché –QU-: arcuato, circuito, cospicuo, cuoco, cuoio, cuore, evacuare, innocuo, percuotere, riscuotere, scuola, scuotere.

Solo una parola vuole la doppia –QQU-: soqquadro. Similmente, solo una parola vuole la doppia –CCU-: taccuino.

La parola acqua infine e tutti i suoi derivati si scrivono invece con –CQU-: acquarelli, acquario, acquolina, ecc.

Poche altre parole si scrivono con –CQU-: acquistare, acquietare e i passati remoti giacque, nacque, piacque, tacque, ecc.


Le sillabe GNA/GNIA

 

In italiano, il gruppo sillabico GN- non vuole mai la i: per esempio, si scrive ragnatela, cicogna, lavagna.

Fanno eccezione solo la parola compagnia, la 1a persona plurale del presente indicativo (per esempio, bagniamo), la 1a e la 2a persona plurale del presente congiuntivo (per esempio, che noi disegniamo, che voi disegniate).


La sillaba SCE/SCIE

In italiano, la sillaba -SCE- si scrive sempre senza la i: per esempio, pesce, bisce.

Alcune parole però fanno eccezione e si scrivono con la i: coscienza, scie, scienza, usciere.


La divisione in sillabe

L’alfabeto è un insieme di vocali e consonanti. Le vocali sono i suoni che possiamo pronunciare da soli. Le consonanti invece sono i suoni che possono essere pronunciati solo insieme a una vocale. La sillaba è ogni insieme di una o più lettere che possa essere pronunciata con una sola emissione di fiato (una sillaba perciò deve sempre contenere almeno una vocale).

I gruppi sillabici in italiano sono i seguenti:

  • consonante + vocale: per esempio, di, se, eccetera
  • s + consonante ( + consonante) + vocale: per esempio, sta-, stra-, eccetera (questa s- si chiama impura; praticamente, la s- non si separa mai dalla consonante che la segue)

  • dittonghi (ossia l’unione di due vocali che formano una sola sillaba): ai, ei, oi, au, eu, ou, ia, ie, io, iu, ua, ue, uo, ui (per esempio, pie-, bau-, eccetera)

Infine bisogna conoscere alcune regole pratiche:

  • di due consonanti doppie, la prima consonante fa sempre sillaba con la precedente: per esempio, pal-la
  •  tre vocali (i cosiddetti trittonghi) insieme formano sempre un’unica sillaba: per esempio, buoi, suoi, a-iuo-la, eccetera
  • due o più consonanti all’interno di una parola formano un’unica sillaba solo se quel gruppo consonanti può trovarsi anche all’inizio di un’altra parola; praticamente si dividono sempre c-qu, l-c, l-d, l-t, m-b, m-p, n-f, n-t, r-c, r-d, r-t

I monosillabi accentati

In italiano i monosillabi, cioè le parole formate da una sola sillaba, non si accentano mai.

Alcune parole però fanno eccezione: più, già, giù, può, ciò.

Inoltre si accentano alcuni monosillabi omonimi, cioè che si scrivono allo stesso modo, ma hanno significato diverso: dà (presente indicativo del verbo dare) per distinguerlo dalla preposizione «da»; dì (=giorno), per distinguerlo da «di» preposizione; è (voce del verbo essere) per distinguerlo dalla «e» congiunzione; là (avverbio di luogo) per distinguerlo dall’articola «la»; lì (avverbio di luogo) per distinguerlo dal pronome complemento plurale «li»; né (avverbio di negazione) per distinguerlo dalla particella pronominale «ne»; sé (pronome personale di terza persona) per distinguerlo dalla congiunzione «se»; sì (avverbio affermativo) per distinguerlo dalla particella pronominale «si».

Infine attenzione a non confondersi con i monosillabi che esprimono l’imperativo presente di alcuni verbi: essi non vogliono l’accento, ma l’apostrofo (per esempio, da’ o di’).


L’apostrofo

L’apostrofo indica un’elisione, ovvero l’eliminazione della vocale finale di una parola che ne precede un’altra che inizi per vocale o per H.

L’elisione è obbligatoria con:

  • gli articoli LO, LA, UNA
  • le preposizioni articolate ALLA/O, DELLA/O, DALLA/O, NELLA/O, SULLA/O

Non è obbligatorio, ma si può usare l’elisione nei seguenti casi:

  • con le particelle MI, TI, CI, SI, VI, LO, NE  seguite da una parola che inizi per vocale o per H
  • con l’aggettivo QUESTO seguito da una parola che inizi per vocale
  • con gli aggettivi QUELLO/A, BELLO/A, QUESTO/A, SANTO/A
  • nelle espressioni ALCUN’ALTRA, NESSUN’ALTRA

L’apostrofo infine si usa quando cade l’ultima sillaba di una parola:

  • nell’espressione UN PO’ (per “un poco”)
  • negli imperativi VA’, STA’, FA’, DA’, DI’ (per vai, stai, fai, dai, dici: queste forme si usano per il presente indicativo)

I pronomi QUAL e TAL invece in italiano non vogliono mai l’apostrofo.

L’uso dell’H

In italiano, l’H unita alla vocale si usa per il verbo avere o nelle esclamazioni.

Nelle esclamazioni l’H segue sempre la prima vocale: ah, oh, ahi, ahimè, eh, uh (per altre esclamazioni è bene controllare sempre sul vocabolario la grafia corretta)

HO, HAI, HA, HANNO sono voci del verbo avere e quindi si scrivono con l’H quando:

  • significano “avere la sensazione di, provare”
  • significano “possedere, avere”
  • svolgono la funzione di verbo ausiliare nei tempi composti

Le stesse parole si scrivono senza H quando:

  • indicano un periodo di tempo: ANNO
  • sono sinonimo di “oppure”: O
  • svolgono la funzione di preposizione semplice o articolata: A, AI

Particolare attenzione infine bisogna prestare all’uso dell’apostrofo nei seguenti casi: te / me / ve l’ho, te / me / ve l’hai, te / me / ve l’ha, te / me / ve l’hanno, gliel’ho /hai / ha / hanno

 

Fonte: http://blog.edidablog.it/edidablog/hogwarts/files/2010/11/REGOLE-ORTOGRAFICHE.doc

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Principali regole ortografiche della lingua italiana

Memorandum di ortografia

 

1. ACCENTO

L’accento grafico viene usato:

a. in tutte le parole tronche (non monosillabiche: affinché, però, velocità, farò, ecc.)

b. nei casi di parole omonime per evitare confusioni (àncora-ancora, perdono-perdòno, ecc.)

c. in alcuni monosillabi per evitare confusione con altri di uguale scrittura (è-e, sé-se, sì-si, ecc.)

d. nei monosillabi che terminano con dittongo, per indicare che la lettera accentata è la seconda

(più, giù, già, giù). Bisogna però ricordare che qui, quo e qua non vanno accentati (in questi casi da un punto di vista fonico non abbiamo due vocali perché “q” e “u” sono legate in un unico suono consonantico).

Dato che sono diversi i monosillabi che mutano di significato con l’accento, e che spesso in merito alla corretta grafia sorgono dei dubbi è meglio osservare i più diffusi nel dettaglio.

Monosillabo Analisi grammaticale Esempio

te pronome personale Te ne vai? (il suono della “e” è stretto)

sostantivo Vuoi del tè? (non si scriva però thè)

 

la articolo La minestra è pronta

la pronome personale Come la sai lunga

la sostantivo Il la è una delle sette note

avverbio di luogo Giovanni è là

 

da preposizione semplice Da dove vieni?

terza persona dell’indicativo presente del verbo dare Antonio dà una mano alla mamma

 

e congiunzione Giovanni e Maria

è terza persona dell’indicativo presente del verbo essere Questo studente è preparato

 

si pronome personale Maria si veste con eleganza

si sostantivo Il si è la settima nota

avverbio di affermazione Sì, sono stato io!

 

ne particella atona con funzione avverbiale Arrivai a Roma a sera e ne ripartii il mattino

ne particella atona con funzione pronominale Me ne ha parlato Antonio

congiunzione negativa (con il significato di: e non) Non ha voluto parlare né scrivere (Non sa né leggere né scrivere)

 

li pronome personale Li conosco benissimo!

avverbio di luogo La bicicletta è lì

 

se sostantivo Accetto volentieri ma c’è un se

se congiunzione Se domani sarà bel tempo andremo al mare

pronome personale Ce chi pensa solo a sé (può non essere accentato davanti a “stesso”)

 

2. ELISIONE E TRONCAMENTO

L’ ELISIONE si deve attuare nei seguenti casi:

1. Con ci davanti a voci del verbo essere: c’è, c’era, c’erano

2. Con l’articolo una: un’ora

3. Con gli articoli lo, la, e le relative preposizioni articolate: l’orto, all’orto, dall’orto, nell’orto, l’anima, all’anima, dell’anima, nell’anima

4. Con bello/bella, quello/quella: bell’uomo, quell’erba

5. Con santo davanti a vocale: sant’Agnese

6. Con alcune locuzioni caratteristiche: senz’altro, tutt’altro, mezz’ora

7. Con la preposizione da solo in alcune espressioni: d’allora, d’ora, d’altra parte

8. Con la preposizione di in alcune espressioni: d’accordo, d’epoca, d’oro

 

L’ ELISIONE è facoltativa nei seguenti casi:

1. Con le particelle mi, ti, si

mi importa/m’importa, ti accolsi/t’accolsi, si accende/s’accende

2. Con questo e grande:

questo assegno/quest’assegno, grande uomo/grand’uomo

3. Con la preposizione di in alcune espressioni:

di esempio/d’esempio

(ricordo che il monosillabo da non si elide, scriveremo perciò da amare e non d’amare. A questa regola fanno eccezione alcuni casi cristallizzati dall’uso: d’ora in poi, d’ora in avanti, d’altronde, d’altra parte).

 

Il TRONCAMENTO si deve attuare nei seguenti casi:

1. Con uno e suoi composti (alcuno, ciascuno, ecc): un uomo, alcun luogo

2. Con buono, bello, quello davanti a consonante: buon giorno, bel cane, quel giorno

3. Con santo davanti a consonante: san Mattia

4. Con quale davanti a “è”: qual è

Il TRONCAMENTO è facoltativo nei seguenti casi:

1. Con tale e quale davanti a vocale e consonante:

tal uomo/tale uomo, qual buon vento/quale buon vento

2. Con l’aggettivo grande davanti a nomi maschili che cominciano per consonante:

gran signore/grande signore

3. Con frate davanti a consonante e suora davanti a vocale e consonante:

fra Cristoforo/frate Cristoforo, suor Antonia/suora Antonia

Un dubbio può sorgere quando, a fin di riga, si deve andare a capo, è consentito andare a capo concludendo la riga con l’apostrofo, ossia è possibile scrive l’ (a capo) amico. Ebbene tale operazione è consentita non è invece consentito indicare la vocale caduta, quindi è un errore scrivere lo (a capo) amico.

Suggerimento

Un suggerimento pratico per riuscire a distinguere quando si deve indicare elisione e quando troncamento consiste nel prendere la parola che precede e, mantenendo la concordanza maschile/ femminile, provare a metterla davanti a nuova parola che inizia con consonante, se può stare così troncata significa che si trattava di troncamento, altrimenti si tratta di elisione.

Es. un’amica o un amica?, consideriamo l’articolo “un” se lo mettiamo davanti a parola che inizia con consonante, mantenendo la concordanza del genere femminile, otteniamo: un sedia, chiaramente così scritto non va bene, dobbiamo scrivere una sedia, perciò l’articolo in partenza era una e non un e quindi dobbiamo scrivere un’amica, ossia attuare l’elisione.

 

Troncamenti senza incontro di parole

Elisione e troncamento sono fenomeni legati all’incontro di due parole, esistono però anche dei casi in cui vi è la caduta della vocale o sillaba finale di una parola indipendentemente dall’incontro con altre parole. Per indicare la perdita è necessario mettere un segno d’apostrofo, i casi più diffusi sono:

sta’ = imperativo di stare. Es. Sta’ fermo!

fa’ = imperativo di fare. Es. Fa’ i compiti!

da’ = imperativo di dare. Es. Da’ la mancia a Mirko!

di’= imperativo di dire. Es. Di’ quello che pensi!

va’ = imperativo di andare. Es. Va’ a prendere il quaderno!

po’ = troncamento di poco. Es. Resto solo un po’.

 

CASI DUBBI

tabella riassuntiva che ci può essere d’aiuto nei casi dubbi:

se - sé - s'è (Se s'è fatto male da peggio per lui!)

ce - c'è (C'è già molto sale, non ce ne mettere più)

sta - sta' (Guarda Antonio come sta fermo: sta' buono anche tu!)

da - dà - da' (Se Maria ti la penna, tu da' a Giovanni il quaderno)

di - dì - di' (Di' un po', hai capito? Di queste pillole deve prenderne due al dì)

va-va' (Maria va a casa presto, va' con lei).Va indica la terza persona(egli va), va' la seconda(vai tu).

to’ - t'ho (To', chi si vede... T'ho visto sai?)

fa - fa' (Giovanni fa i suoi compiti, tu fa' i tuoi!)

la - là - l'ha (La gomma l'ha messa là)

lo - l'ho (Lo zainetto l'ho preso io)

ma - mah - m'ha (Mah, non m'ha detto nulla, ma io ho capito lo stesso...)

ne - né - n'è (Anche se ce n'è ancora, non ne voglio più di questo di quello)

 

3. USO DELLE MAIUSCOLE

La grammatica italiana prevede l’uso delle maiuscole nei seguenti casi:

1. Con i nomi propri di persona: Antonio, Giovanni, Maria, ecc

2. Con nomi propri di luoghi reali o immaginari: Torino, Lazio, Francia, ecc

3. Con nomi propri di animali:il cane Fido, il gatto Micio, ecc

4. Nei Cognomi: Rossi, Scarpa, Martignon, ecc

5. Nei nomi di secoli: il Settecento, LOttocento, ecc

6. Nei nomi di movimenti letterari e artistici: il Romanticismo, lIlluminismo, ecc

7. Nei nomi di autorità civili e religiose quando non siano seguite da nomi propri: il Papa, il Presidente, il Ministro, papa Giovanni Paolo II, il presidente Ciampi, il ministro Fassino

8. Nei nomi di popoli quando non sono aggettivi: i Francesi, gli Inglesi, i Russi; vini francesi, tessuti inglesi, salmoni russi

9. Titoli di libri, opere d’arte, giornali: I promessi sposi, Corriere della sera, David di Donatello, ecc

10. Quando vi è riferimento alle istituzioni: lo Stato, la Chiesa cattolica, il Governo italiano, ecc

11. Con riferimento a festività: Natale, Pasqua, 4 Novembre, 25 Aprile, ecc

12. Nelle forme di cortesia , nelle lettere formali o burocratico-commerciali: Egregio Signor Sindaco, Le scrivo per...; Ci premuriamo di informarVi ...

13. Con nomi indicanti intere aree geografiche: Mezzogiorno, Settentrione, Meridione, Oriente, Occidente, Nord, Sud, Est, Ovest

14. Uso di maiuscole legato alla punteggiatura: all’inizio di un periodo: Era troppo presto …..

dopo il punto fermo: ….così se ne andò. Proprio in quel…..

dopo il punto esclamativo, se inizia una nuova frase: ….. smettila! Dopo qualche istante ….

…. smettila! gli disse …..

dopo il punto interrogativo, se inizia una nuova frase: ….. sei tu? La domanda non ebbe risposta ….

….. sei tu? sei ritornato ….

15. All’inizio di un discorso diretto: …… e Giovanni disse: Buongiorno signori ….”

 

4. LA PUNTEGGIATURA

 

Virgola

Indica una breve pausa, e si usa per:

· separare gli "incisi", cioè le parti accessorie di un discorso principale: Domani, se sarà bel tempo, andrò al mare

· nelle elencazioni: C'erano Maria, Carla, Antonia, Angela;

· dopo una esortazione o un richiamo: "Basta, fate un po' di silenzio!"; “Filippo, mi presti la tua penna?”

· distinguere all’interno di un periodo le frasi, subordinata da principale, subordinata da subordinata, ecc.: “Quando tornerà, organizzeremo per lui una festa”

 

Punto

È il segno che indica la fine di un periodo (inteso come parte di testo, formato da una o più frasi, in grado d’esprimere un pensiero compiuto), lungo o breve che sia. Dopo il punto è necessaria la maiuscola.

 

 

Punto e virgola

Indica una pausa un po’ più breve del punto, ma più lunga della virgola. Questo segno è oggi poco usato, tuttavia risulta utile per interrompere un periodo che tende ad essere troppo lungo, e quindi di difficile comprensione: E’ vero che avevo detto a Filippo che gli avrei restituito la sua bicicletta; ma non me la sentivo di restituirgliela tutta sfasciata.

 

Due punti

Si usano:

· prima di riferire risposte e parole altrui (Antonio mi disse: «Vengo anch'io.»);

· prima di cominciare un elenco di cose o concetti (C'erano: Luigi, Mario e Andrea);

· quando il concetto che segue è una spiegazione o un rafforzamento del precedente (Te l'ho già detto: non c'era nessuno).

 

Punto interrogativo e Punto esclamativo

Sono segni di intonazione. Il punto interrogativo rendere la frase interrogativa ("E’ andata proprio così." È un'affermazione, "E’ andata proprio così?" è una domanda). Il punto esclamativo consente di sottolineare:

· sorpresa (Com'è bello!)

· dolore (Ahi, che male!)

· una minaccia (Mario, ubbidisci!)

· un ordine (Prendi la penna!)

Si possono accoppiare i due segni per sottolineare una sfumatura di incredulità: Come?! Non lo hai ancora fatto?. E’ del tutto inutile raddoppiare segni uguali, non muta in nulla l’intonazione.

 

Puntini di sospensione

Sono un segno di interpunzione rappresentato da tre punti con cui si sospende a mezzo una frase per riprenderla subito dopo, o per lasciarla incompleta. Non richiedono dopo di sé la maiuscola, tranne quando chiudono definitivamente il periodo.

 

Parentesi

Possono essere tonde e quadre. Le parentesi tonde servono per indicare una parte del discorso non strettamente necessaria al discorso stesso, consentono di riportare una spiegazione o un esempio collegato a quanto si dice: Sono entrato in casa sua (che bella casa!), e ho preso un caffè. Le parentesi quadre che racchiudono tre puntini segnalano l’omissione di parte di un testo in una citazione: Ciò che l’uomo aveva fatto era giusto [...] eppure sembrava impossibile (da Il nome della rosa di Umberto Eco).

 

Virgolette

Vanno sempre usate in coppia (una volta aperte, cioè, devono sempre essere chiuse); possono essere apicali "...", o angolari «...». Quelle apicali si usano per circoscrivere una citazione: "Verrà un giorno..." o una parola dal significato particolare: Il computer è in fase di "input". Quelle angolari, invece, sono particolarmente adatte ad indicare un discorso diretto, perché essendo direzionate («...») è facile riconoscere quando aprono o chiudono il discorso. Scriveremo perciò: «Sei andata da Maria«No«Perché

«Dovevo lavorare.».

 

Fonte: http://www.liceodavincifi.it/_Rainbow/Documents/Memorandum%20di%20ortografia.doc

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PROMEMORIA di ORTOGRAFIA

 

CU/QU   -cu-   si usa quando la –u- c’è una consonate es. sicurezza

               -qu-   si  usa quando dopo la –u- c’è una vocale  es. quadro

eccezioni 

proficuo

innocuo

scuotere

cospicuo

arcuato

soqquadro

promiscuo

cuoco

taccuino

scuola

cuore

vacuo

circuito

cuoio

 

 

ZIA - ZIO - ZIE

non vogliono la doppia     es. polizia

eccezioni

razzia

pazzia

carrozzeria

 

Parole con -CIE-    invece del semplice   –CE- 

cielo

specie

cieco

società

pasticciere

superficie

efficiente

crociera

deficiente

camicie

sufficiente

 

 

Parole con -GIE- invece del semplice –GE-

igiene

effigie

valigie

 

Parole con -SCIE- invece del semplice –SCE-

scienza e coscienza e i loro derivati

        NB conoscenza

 

Quando si usa l’ APOSTROFO?

quando cade la vocale finale di una parola davanti alla vocale iniziale di una parola successiva

un’ amica                               MA     un amico

c’ era                                     MA      po’

quell’ inverno                         MA      qual è

 

 

Gli unici verbi monosillabici con accento sono è e     (NB      fu NON ha l’accento)

Tre, re, su, blu non vogliono l’accento ma i loro composti si  (trentatré, viceré, lassù, rossoblù)

 

I titoli delle opere vanno tra virgolette con la maiuscola  (es. “I promessi sposi”)

Dopo il punto e virgola e i due punti NON ci vuole la maiuscola.

Nelle date se viene omessa qualche cifra l’apostrofo va prima (es.  anni ’50; ‘500)

Le date in un tema si possono scrivere in cifra, i secoli in cifra romana o in lettera con la maiuscola

(es. XX secolo oppure Ventesimo secolo; anni ’80 oppure anni Ottanta; ‘500 oppure Cinquecento).

 

Fonte: http://parolevoci.altervista.org/materiali/IV/PROMEMORIA%20di%20ORTOGRAFIA.doc

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Principali regole ortografiche della lingua italiana

 

ALCUNE REGOLE ORTOGRAFICHE

 

Nelle scritture alfabetiche vi sono regole che insegnano a tradurre in segni grafici (le lettere e le loro combinazioni) i suoni di cui è composta una parola. Vi sono lingue in cui le regole sono relativamente poche, di carattere generale ed abbastanza rigide nell’applicazione; altre in cui non esistono regole altrettanto generali ed altrettanto rigide (in inglese, ad esempio, l’ortografia è difficile perché, per quanto riguarda i suoni vocalici, non esistono regole generali sempre applicabili per pronunciare e scrivere le parole e dunque l’errore ortografico è frequente). L’ortografia è il corretto modo di scrivere una parola; corretto significa conforme alle convenzioni grafiche di quella lingua e solo di quella. Un esempio: nella lingua tedesca il suono che corrisponde alla nostra lettera “v” viene tradotto graficamente con il segno grafico “w”, che nell’alfabeto italiano non esiste.

In italiano vi sono norme di traduzione precise dei suoni in lettere ed un insieme di facili regole. Anche nella nostra lingua vi sono casi difficili e pronunce regionali, cioè influenzate dal dialetto, che possono indurre all’errore. Vengono indicati di seguito i più comuni errori ortografici, che naturalmente non esauriscono tutti gli errori possibili. Si ricorda che è opportuno prendere nota degli errori che facciamo più frequentemente per evitare di ripeterli.

 

UN / UN’

UN > precede un nome maschile che inizia per vocale o per consonante (a meno che quest’ultima non sia “s” seguita da consonante o “z”, nel qual caso l’articolo diventa “uno”)

UN’ > precede un nome femminile che inizia per vocale

L’errore più frequente consiste nel mettere l’apostrofo davanti ad un termine che inizia per vocale anche quando questo è maschile o, viceversa, dimenticare di mettere l’apostrofo quando il termine che segue è femminile ed inizia per vocale.

 

             

GLI / LI     -     GN / N     -     SE / SCE

Gli emiliani pronunciano male certe parole e perciò le scrivono male. I difetti di pronuncia che fanno commettere più errori ortogra­fici sono i seguenti:

  • pronunciare il suono “gli” quando c’è invece il suono ”1i” dicendo e perciò scrivendo “miglione” anziché “milione”,  “cavagliere” anziché “cavaliere”, “gli” anziché “li”, etc.;
  • pronunciare il suono “gn” quando c’è invece solo il suono “n”, dicendo e perciò scrivendo “gnente” invece di “niente”, ecc.; pronunciare il suono “s” quando c’è invece “sc”, dicendo e perciò scrivendo “sena” invece di “scena", "pese” invece di “pesce”, ecc.

 

SCIENZA - COSCIENZA - CONOSCENZA

La derivazione della parola “scienza” dal latino “scientia” (a sua volta derivato dal participio presente “sciens scientis” del verbo “scire” = “sapere”) fa sì che nell’ortografia della parola italiana si sia conservata una “ i ” che invece, a livello di pronuncia, non c’è affatto. Pertanto la parola “scienza” ed i suoi derivati, come “scienziato”, “scientifico”, “scientificamente”, “scientificità”, si scrivano con la “ i ”.

Per analoghe ragioni etimologiche, anche “coscienza” e le parole derivate si scrivono con la lettere “ i ”, benché essa non ci sia affatto a livello di pronuncia.

Al contrario la parola “conoscenza” e le parole derivate si scrivono senza “ i ” (in questo caso la pronuncia e la grafia concordano perfettamente).

 

ACCENTI SULLE PAROLE MONOSILLABICHE

Ogni parola che pronunciamo ha un accento, cioè un punto su cui la voce cade e si ferma per un attimo, altrimenti non sarebbe pronunciabile. Tuttavia, per non complicare troppo l’ortografia della lingua italiana, la regola prescrive che non in tutte le parole sia segnalato l’accento, ma solo in quelle cui esso cade sull’ultima sillaba, come nella parola “città”; l’accento, in questo caso, ci dà un’informazione importante e spesso ci impedisce di commettere errori non solo nella pronuncia, ma anche nella comprensione di una parola. Questo si comprende facilmente se confrontiamo le due parole “nuoto” e “nuotò”: l’accento  nella sillaba finale della seconda parola ci dice come dobbiamo leggere la parola e perciò ci fa capire che si tratta di una voce verbale al passato remoto ed alla terza persona singolare (anziché un sostantivo o una voce verbale al presente indicativo ed alla prima persona singolare).

Nelle parole monosillabiche che terminano con vocale, non si dovrebbe mettere alcun accento grafico, in quanto, visto che c’è una sola sillaba, l’accento tonico cade necessariamente su quella e non c’è bisogno di segnalarlo con un ulteriore simbolo grafico. Tutto ciò ad eccezione dei casi in cui una parola monosillabila può essere confusa con un’altra di identica pronuncia, ma di diverso significato; in tali casi un monosillabo si scrive con l’accento e quello omofono di significato diverso si scrive senza accento. Ad esempio “fu” si scrive sempre senza accento, mentre esistono un “se” non accentato, che è la congiunzione ipotetica («Se te ne vai, ti seguo»), e un “sé” accentato, che è il pronome personale riflessivo («Pensa solo a sé»).

Principali monosillabi che non vogliono mai l’accento: fa, fu, me, qui, qua, so, sa, sto, sta, su, va.

Principali monosillabi a volte accentati ed a volte non accentati:

da / dà (con accento quando è la terza persona del presente indicativo del verbo “dare”),

di / dì (con accento quando è sinonimo di “giorno”),

e / è (con accento quando è la terza persona singolare dell’indicativo presente del verbo “essere”),

la / là (con accento quando è avverbio di luogo),

li / lì (con accento quando è avverbio di luogo),

ne / né (con accento quando indica negazione, spesso in rapporto con un altro “né” con una duplice negazione),

se / sé (con accento quando è un pronome personale riflessivo),

si / sì (con accento quando indica un’affermazione).

te / tè (con accento quando indica la bevanda)

 

Fonte: citazione per uso didattico http://www.pascal.re.it/Documents/SpazioStudenti/materialeDidattico/biennio//Ferretti%20MA-1D-EserciziGrammatica.doc

Autore del testo: Ferretti

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