Aristotele

 


 

Aristotele

 

La vita
Aristotele (Stagira 384-322), entrò nella scuola di Platone a 17 anni e compì la sua formazione sotto la sua influenza, per poi allontanarsene definitivamente. Ad Atene Aristotele fondò il Liceo.

 

Le opere
Abbiamo molti scritti aristotelici; questi sono la trascrizione degli appunti delle sue lezioni, trattati scolastici destinati ai soli studenti. Egli scrisse anche opere destinate ad un vasto pubblico, di cui ci restano solo frammenti. Il pensiero aristotelico, quindi, ci è giunto sotto forma di trattato. I trattati si suddividono in:

  • Scritti di logica;
  • Scritti filosofici, che comprendono i 14 libri della Metafisica, una serie di brani autonomi;
  • Scritti di fisica, matematica psicologia e storia naturale;
  • Scritti di etica, politica e poetica;

Il distacco da Platone e l’enciclopedia del sapere
Gli anni che separano Platone da Aristotele sono pochi ma molte cose cambiarono; essi vissero infatti in due contesti socio-politici differenti. Platone si colloca nella cultura della polis e della classicità greca: egli vede il filosofo come unico reggitore della città. Aristotele, invece, è vicino alla cultura dell’età ellenistica. Platone ha una visione del mondo verticale e gerarchica e distingue le realtà tra “vere” e “apparenti” e le conoscenze tra “superiori” e “inferiori”; Aristotele invece ha una visione orizzontale e unitaria del mondo e colloca le realtà e le scienze sullo stesso piano. L’insieme di questi elementi forma l’enciclopedia del sapere aristotelica, dove si trattano i molti aspetti dell’essere. Aristotele sostiene che la filosofia si differenzi dalle altre scienze perché analizza l’essere e la realtà in generale e in quanto tali, si parla così di scienza prima. Mentre la filosofia platonica era caratterizzata dall’incessante ricerca, quella aristotelica si presenta come un  sistema chiuso di verità connesse. Tuttavia è comune a entrambi i filosofi che la ricerca filosofica nasce dalla meraviglia, che porta l’uomo a voler conoscere.

 

Il quadro delle scienze
Le scienze, secondo Aristotele, si suddividono in tre grandi partizioni:

  • Scienze teoretiche;
  • Scienze pratiche;
  • Scienze poietiche; (produttive)

Alle scienze teoretiche appartengono la matematica, la fisica e la metafisica; studiano il necessario, ciò che non può essere diverso da com’è, ed hanno come scopo la conoscenza del vero. Aristotele attribuisce maggiore importanza a queste scienze rispetto alle altre.
Le scienze pratiche hanno per oggetto il possibile e studiano i comportamenti umani a livello individuale (etica) e a livello collettivo (politica).
Le scienze produttive comprendono le belle arti e le tecniche e hanno minore importanza.

La metafisica
Il termine “metafisica” non è aristotelico. Egli la chiamava “filosofia prima”, scienza che indaga sulle strutture profonde delle cose, andando oltre la percezione sensoriale. Nella sua opera Aristotele ha dato 4 definizioni di metafisica:

  • Studia le cause e i principi primi;
  • Studia l’essere in quanto essere;
  • Studia la sostanza;
  •  Studia Dio e la sostanza immobile;

Aristotele si sofferma prevalentemente sul secondo significato e sostiene che le altre scienze sono filosofie seconde e la metafisica è la filosofia prima perché è la sola che studia l’essere in quanto tale.

 

Che cos’è l’essere
Aristotele classifica i modi dell’essere in:

  • L’essere come accidente; (caratteristica casuale della sostanza)
  • L’essere come vero;
  • L’essere come atto e potenza;
  • L’essere come categorie. (o per sé)

Le categorie sono le proprietà di un soggetto, le determinazioni che ogni essere possiede necessariamente, e costituiscono il significato principale dell’essere. Esse sono: la sostanza, la qualità, la quantità, l’agire, il subire, la relazione, il dove e il quando. Di tutte le categorie la più importante è la sostanza (ciò che stà sotto). Così, se l’essere si identifica con le categorie e queste ultime poggiano tutte sulla sostanza, si può dire che l’essere è la sostanza. Per ricondurre i molteplici significati dell’essere in uno solo, Aristotele, nella Metafisica, esprime il principio di non-contraddizione in due modi: (sempre per dimostrare che l’essere è la sostanza)

  • E’ impossibile che la stessa cosa insieme inerisca e non inerisca alla medesima cosa e secondo il medesimo rispetto. (logica)
  • E’ impossibile che la stessa cosa sia e insieme non sia. (ontologica)

La sostanza
Per sostanza Aristotele intende l’individuo concreto che funge da soggetto di proprietà, un ente autonomo che ha vita propria. L’essere è formato da tante sostanze, ognuna delle quali forma un sinolo cioè un legame indissolubile tra due elementi: la forma e la materia. Per forma Aristotele intende la sua natura propria; per materia intende il materiale che compone una determinata cosa. La forma è l’elemento attivo e determinante del sinolo, la materia quello passivo e determinato. In conclusione la sostanza è il sinolo tra forma e materia.
Ogni cosa è sostanza, le sostanze non differiscono tra di loro in quanto sostanze, ma per caratteri diversi della sostanza stessa. La sostanza è l’oggetto proprio della scienza perciò tutte le scienze, in quanto rivolte tutte alla ricerca della sostanza, hanno lo stesso valore.

 

Le quattro cause
Aristotele indica quattro tipi di cause: causa materiale, formale, efficiente e finale. La causa materiale è la materia, ossia ciò di cui una cosa è fatta, la causa formale è la forma, l’essenza necessaria di una
cosa. La causa efficiente è ciò che dà inizio al movimento o alla quiete. La causa finale è lo scopo cui una cosa tende

 

La critica alle idee platoniche
Aristotele va contro la teoria platonica delle idee, viste come essenza necessaria di una cosa; egli afferma che, essendo le idee fuori dalle cose (iperuranio), non possono essere causa delle cose. Aristotele sostiene infatti che il principio delle cose non  può che risiedere nelle cose stesse. Al posto delle idee platoniche Aristotele pone le forme, strutture immanenti degli individui.

 

La dottrina del divenire
Andando contro Parmenide, Aristotele sostiene che il movimento, e quindi il divenire, non consiste nel passaggio dall’essere al non essere e viceversa, ma da un movimento da un certo tipo di essere ad un altro. Egli sostiene infatti che il divenire sia solo una modalità dell’essere.
Aristotele elabora i concetti di potenza e atto. Per potenza si intende la possibilità da parte della materia, di assumere una determinata forma. Per atto si intende la realizzazione di tale capacità. Potenza e atto potrebbero paragonarsi rispettivamente a materia e forma. L’atto è anche chiamato “entelechia” (realizzazione o perfezione attuata). Aristotele ritiene che l’atto possegga una priorità nei confronti della potenza perché l’atto è temporalmente prima della potenza, infine, l’atto costituisce il fine della potenza.
Poiché in natura tutti i movimenti vanno da una materia ad una forma, spesso ciò che è forma, ciò punto di arrivo di un movimento, diventa materia, ossia punto di partenza di un movimento ulteriore. Questa catena, secondo Aristotele, prevede due termini estremi: da un lato una materia pura, una materia prima priva di determinazioni, che potenzialmente può divenire qualcosa. Dall’altro prevede una forma pura o un atto puro, ossia una perfezione completamente realizzata.
Questa forma ultima corrisponde alla sostanza più alta dell’universo, Dio.

 

La concezione aristotelica di Dio
La teologia indaga l’essere più alto e la causa suprema del cosmo: Dio.
Nella Metafisica Aristotele fornisce una prova dell’esistenza di Dio, tratta dalla teoria del movimento. Aristotele infatti afferma che ogni cosa in movimento è necessario sia mosso da altro. Deve esistere perciò un principio primo e immobile, causa iniziale di ogni movimento possibile; egli chiama Dio anche “motore immobile”. Essendo Dio immobile, è atto puro, ossia atto senza potenza, poiché la potenza implicherebbe la possibilità di movimento. Inoltre, dato che l’universo è in eterno movimento, Dio è realtà eterna (immortale).
Secondo Aristotele i protagonisti dell’universo sono due: da un lato la materia prima che, essendo priva di forme, tende verso la forma e la perfezione; dall’altro Dio che è la forma e la perfezione stessa, che “attrae” la materia prima verso di sé. Pertanto, nell’universo aristotelico non è tanto Dio che ordina e forma il mondo, ma è il mondo che, aspirando a Dio, si auto-ordina e auto-determina. Infine Dio è pensato come pensiero del pensiero in quanto pensa a se stesso, alla perfezione stessa.

 

Psicologia e Gnoseologia
L’anima è una sostanza che da vita ad un corpo e, secondo Aristotele, opera solo a contatto con il corpo. Aristotele distingue tre funzioni dell’anima:

  • Funzione vegetativa, propria di tutti gli esseri viventi a cominciare dalle piante, adibita alla nutrizione e alla riproduzione;
  • Funzione sensitiva, propria degli animali e dell’uomo, che comprende la sensibilità e il movimento;
  • Funzione intellettiva, propria dell’uomo.

Le funzioni più elevate integrano anche quelle minori.

 

Sensibilità, immaginazione, intelletto
Secondo Aristotele, oltre ai cinque sensi, esiste un senso comune che ha una duplice funzione:

  1. la coscienza della sensazione (sentir di sentire)
  2. percezione delle determinazioni sensibili comuni a più sensi.

La sensazione coincide con l’oggetto sensibile; si può dire così che se non ci fossero i sensi non ci sarebbero gli oggetti sensibili (se non ci fosse la vista non ci sarebbero i colori). Dal senso si distingue l’immaginazione, la capacità di produrre immagini indipendentemente dagli oggetti a cui si riferiscono. Inoltre l’intelletto, elaborando i dati forniti dai sensi e dall’immaginazione, ricava la forma o sostanza delle cose.

 

La fisica - I movimenti
La fisica fa parte delle scienze teoretiche ed è la scienza che studia l’essere in movimento. Aristotele ammette quattro tipi di movimento:

  • movimento sostanziale, cioè la generazione;
  • movimento qualitativo, cioè il mutamento;
  • movimento quantitativo, cioè l’aumento e la diminuzione;
  • movimento locale.

Quello locale è il movimento al quale tutti gli altri si riducono, e può essere di tre specie:

  1. movimento circolare, intorno al centro del mondo;
  2. movimento dal centro verso la periferia;
  3. movimento dalla periferia verso il centro.

Questi ultimi due movimenti sono opposti e possono appartenere alle stesse sostanze che saranno soggette al mutamento; il movimento circolare, invece, non ha contrari e muove sostanze immutabili.
Aristotele sostiene che l’etere, l’elemento che compone i corpi celesti, sia l’unico che si muova di movimento circolare.

 

I luoghi naturali
I movimenti dal centro alla periferia e dalla periferia verso il centro sono invece propri dei quattro elementi che compongono le cose terrestri: acqua, aria, terra e fuoco. Secondo Aristotele ognuno di questi elementi ha un suo luogo naturale e, se allontanati, tendono a ritornarvi. I quattro elementi sono disposti sulla Terra in base al loro peso. L’ultimo di essi, il fuoco, sta sotto la sfera lunare.

 

Perfezione e finitezza dell’universo
L’universo fisico è, secondo Aristotele perfetto, unico, finito ed eterno. Infatti il mondo, possedendo tutte e tre le dimensioni (altezza, larghezza e profondità), è perfetto perché non manca di nulla; ma se è perfetto è anche finito (infinito per Aristotele corrisponde a incompiuto), il cielo delle stelle fisse segna i limiti dell’universo; inoltre nessun volume determinato può essere maggiore del volume di questa sfera (cielo), pertanto non possono esistere altri mondi al di là del nostro.

 

Fonte: http://www.studenti.it/download/greco/appunti/aristotele/app3.doc

 

 


 

Aristotele

 

  • Situazione storica di Atene in relazione al rafforzamento della potenza macedone e alla crisi della democrazia
  • Dati biografici fondamentali – Fondazione del Liceo – Differenza tra ideale educativo platonico ed aristotelico
  • La questione delle opere- Distinzione tra esoteriche ed essoteriche- La classificazione tradizionale- la questione degli scritti giovanili e la tesi di Jaeger
  • Scritti giovanili: Eudemo-Grillo-Protreptico- Sulle idee : cfr. tra Platone, Eudosso ed Aristotele sulla questione della relazione tra idee ed enti sensibili
  • La nozione di scienza: scire res per causas- Il carattere sistematico del pensiero filosofico- La funzione del sapere
  • Il naturalismo di Aristotele: la critica al dualismo platonico

 

  • La logica : discussione intorno al termine- aspetti qualificanti della logica aristotelica- le parti fondamentali dell’Organon – i termini- specie e genere- le categorie- la costruzione dei giudizi definitori-la tavola dei giudizi- il ragionamento : sillogismo scientifico e dialettico- i principi primi
  • La concezione aristotelica della conoscenza scientifica: la scienza apodittica- induzione e deduzione nel procedimento di conquista della verità- scienze teoretiche.pratiche-poietiche.
  • I saperi teoretici (enti immobili e separati-enti immobili e non separati-enti mobili e non separati – metafisica-matematica-fisica)

 

La metafisica (la questione del termine)

  • Ontologia come scienza dell’essere in quanto tale (potenza e atto)
  • Aitiologia (la dottrina delle quattro cause)
  • Ousiologia (la dottrina della sostanza)
  • Teologia (la concezione di Dio come Atto Puro ,Forma Pura,Primo Motore Immobile,Pensiero che pensa se stesso)

Elementi problematici legati alla nozione di sostanza come sinolo di materia e forma

 

La filosofia seconda (significato del termine “fisica”)

  • Caratteri della concezione aristotelica della natura (concezione qualitativa-finalismo- principio gerarchico – legame tra fisica e metafisica- concezione dello spazio e del tempo..)
  • Aristotele- Galilei-Darwin-Freud
  • La concezione dell’universo
  • La teoria dei movimenti – i Moti violenti e naturali
  • La concezione dell’anima come entelechia- la tre anime
  • La gnoseologia (le tappe della costruzione della conoscenza: critica all’innatismo- l’attività dei sensi-il sensorio comune- memorie ed immaginazione- intelletto passivo ed attivo- il dibattito intorno alla nozione di intelletto attivo e la questione dell’immortalità dell’anima)

 

La filosofia pratica : etica e politica

  • Morale –Etica- Morale descrittiva e normativa- Morale eudaimonistica e morale deontologica. Volontà,desiderio,istinto: la questione della libertà e della necessità
  • Morale e felicità: definizione aristotelica della felicità (casistica): vivere secondo ragione- la virtù
  • Virtù etiche – la mesote- esempi- il dominio della ragione sulla vita istintuale-la vita attiva
  • Virtù dianoetiche (episteme,nous,sophia,phronesis e tekne) - la vita contemplativa
  • Approfondimento: la questione del lavoro nella cultura greca, da Omero ad Aristotele.
  • Politica: diritto.società-stato-sovranità-libertà naturale e politica-
  • Politica: concezione organica e concezione contrattualistica dello stato
  • Politica: antropologia e teoria politica
  • Politica: zoon politikòn e patto sociale
  • L’uomo animale sociale- La nascita delle comunità: famiglia.villaggio-stato
  • Gli assetti del potere e le possibili degenerazioni
  • La questione della schiavitù
  • Letture dalla Politica (La polis come organismo naturale-Il fondamento naturale della schiavitù- La politia e la classe media)

 

Le scienze poietiche (definizione)

Estetica (nascita della disciplina nell’età moderna-suo ambito d’indagine)
Poesia e storia: la questione della verità
La tragedia e le regole
La concezione della bellezza.

Fonte: http://digilander.libero.it/domani_ti_sego/file%20word/Filo%20anti/Aristotele-Schema.doc

 

Schemi sintetici su Aristotele: la logica; la fisica; il problema del continuo

 

La logica

 

Nello schema con cui Aristotele ha suddiviso le scienze  la logica non trova posto. Essa infatti non si occupa della produzione di qualcosa (come le scienze poietiche), non considera le regole della condotta privata o pubblica (come le pratiche, l'etica e la politica) e non si occupa nemmeno di un determinato settore della realtà (come le scienze teoretiche).
La logica si occupa delle condizioni che rendono possibile il discorso scientifico in quanto tale. È una disciplina che non ha un contenuto specifico, ma studia la forma del pensiero scientifico così come si incarna in un determinato tipo di discorso (ricordiamo che nell'uso del termine 'logos' i Greci non distinguono in maniera netta il pensiero dal discorso che ne costituisce la manifestazione linguistica). La logica ci fornisce gli strumenti (organon) di analisi necessari a comprendere il metodo della scienza e le sue strutture argomentative. Possiamo riassumere i compiti della logica in questo modo:

  1. studia le strutture grammaticali del linguaggio
  2. studia le procedure per definire correttamente un concetto
  3. studia le regole di inferenza valide a partire dal principio di non - contraddizione

 

  1. logica e grammatica.

Aristotele distingue le proposizioni in due categorie principali, apofantiche e non. Le proposizioni apofantiche hanno la struttura

'A è B '

dove il soggetto 'A' è un nome (proprio o comune) di cui il predicato 'B' (aggettivo) fornisce la descrizione. La copula 'è' indica il nesso di subordinazione del soggetto al predicato che lo determina. Il soggetto rimanda sempre a un insieme di 'cose' determinate (il 'tode ti'), mentre il predicato rimanda alle caratteristiche che contraddistinguono l'insieme stesso.
Le caratteristiche predicabili di un soggetto sono di tipi differenti. Ciascuno di questi tipi corrisponde a una 'categoria'. Consideriamo gli esempi seguenti:

  1. Paolo è un uomo
  2. Paolo è simpatico
  3. Paolo è più veloce di Carlo
  4. Paolo è alla stazione
  5. Paolo è alto un metro e ottanta

 

In ciascuno di questi casi la copula ( 'è' ) assume significati differenti a seconda del tipo di predicato. In a) si afferma ciò che Paolo è nella sua essenza; in b) se ne descrive una qualità; in c) lo si mette in relazione con qualcun altro; in d) si afferma dove si trova; in e) lo si descrive da un punto di vista quantitativo. Il predicato a) ci dice 'che cos'è' Paolo nella sua essenza, mentre i predicati delle proposizioni seguenti ci forniscono informazioni accidentali, non rilevanti dal punto di vista delle definizione del soggetto. Inoltre, le caratteristiche essenziali di Paolo ci indicano che egli è una 'sostanza', ovvero un essere determinato che esiste in se stesso e non come attributo di qualcos'altro. Senza l'umanità Paolo non sarebbe l'essere che è, negare l'umanità di Paolo significa cadere in contraddizione. Al contrario è possibile, e non implica contraddizione, ammettere che Paolo abbia caratteristiche differenti da quelle descritte dalle proposizioni b), c), d), e). Si vede subito, inoltre,  che 'qualità', 'relazione', e 'luogo' hanno senso solo se riferite a Paolo come 'sostanza'. Sotto questa categoria ricade tutto ciò che è in se stesso e non si predica di altro, sotto le restanti categorie cade ciò che è in altro e si predica di altro.
Le categorie si presentano sotto tre aspetti:

  1. le categorie sono i modi possibili con cui un soggetto può essere rappresentato da un predicato
  2. le categorie sono i generi più astratti
  3. ogni categoria individua un determinato significato dell'essere

 

Contrariamente a quanto sosteneva Parmenide, l'analisi delle strutture logiche del linguaggio ci dimostra che l'essere ha molteplici significati ('l'essere si dice in molti modi').

 

Le definizioni
Aristotele chiema Predicabili i termini che possono fungere da predicato in una proposizione apofantica. Vi sono quattro possibili predicabili, due necessari e due contingenti:
necessari

  1. la definizione (la risposta alla domanda tì esti che ci mostra l'essenza (ousia) della cosa definita
  2. gli elementi della definizione (genere prossimo e differenza specifica)

contingenti

  1. il proprio
  2. l'accidente

Il quadrato
(cfr. manuale)

I sillogismi
Le possibili proposizioni per ciascuna posizione (premessa maggiore, premessa minore e conclusione) sono universale affermativa, universale negativa, particolare affermativa, particolare negativa. Il termine medio (d’ora in poi M) è presente nelle due premesse come soggetto o predicato, ma assente nella conclusione: esso viene come semplificato in modo da avere una nuova affermazione diversa dalle premesse, ma che di volta in volta le richiama nel soggetto (S) o nel predicato (P).
Anche se Aristotele fa sempre esempi con un significato concreto, ha presente una logica di tipo formale in quanto vanno distinte la validità del sillogismo dalla verità del contenuto delle affermazioni: dalla verità congiunta alla validità logica non si può passare alla falsità.
I figura: il termine medio è soggetto nella premessa maggiore e predicato nella minore.
II figura: il termine medio è predicato sia nella premessa maggiore sia nella minore.
III figura: il termine medio è soggetto sia nella premessa maggiore sia nella minore.
IV figura: il termine medio è predicato nella premessa maggiore e soggetto nella minore (questa figura non è trattata da Aristotele che la considera come una inversa della I, il sillogismo perfetto).


La Fisica

La Physica è un trattato in otto libri che ha come oggetto la natura (physis). La tradizione a cui si riallaccia è quella dei trattati Perì physeos già diffusi presso i primi scienziati della scuola di Mileto. Aristotele esclude sia la concezione ilozoistica, sia la dottrina platonica esposta in termini mitici nel Timeo, secondo cui il mondo sarebbe l'opera di un artefice divino che avrebbe plasmato la materia primordiale infondendovi un principio vitale, l'anima del mondo, entità  intermedia tra il mondo delle idee e il mondo sensibile. Ilozoismo, pampsichismo, animismo sono versioni differenti di una stessa concezione che postula l'esistenza di un principio del movimento  esterno, distinto dalla natura. Secondo questa concezione tutto ciò che è costituito di materia, e per estensione la natura nel suo complesso, non sarebbe in grado di conferire a se stesso il movimento. Se l'ilozoismo della scuola di Mileto sembrava comunque presupporre una forza immanente (si ricordi il motto attribuito a Talete «Tutto è pieno di dei»), con Empedocle e Anassagora si assiste alla separazione tra gli elementi materiali (i quattro rizomi, o gli infiniti semi diversamente mescolati tra loro) e le forze che imprimono il movimento alla materia  (Philia e Neikos in eterna lotta tra loro, per Empedocle, o il Nus 'non commisto' e onnipresente per Anassagora). D'altro canto in Platone si configura la dottrina della genesi del mondo ad opera di un Demiurgo divino che guarda al modello eterno delle idee e imprime alla materia un ordine razionale attraverso un termine medio, l'anima del mondo, la cui presenza si può evincere dal movimento circolare degli astri. Nel prendere le distanze da queste concezioni Aristotele afferma un rigoroso immanentismo. Fin dal primo libro della Physica egli sottolinea che la natura possiede in se stessa il principio del movimento. Il dinamismo ad essa immanente è un'evidenza immediata che non necessita di alcuna spiegazione, né tanto meno può essere dedotta da principi superiori. E se Platone, soprattutto nel Fedro, affermava che l'anima è l'unica realtà ontologica dotata della capacità di muovere se stessa (autokineton), Aristotele attribuisce tale proprietà a tutti gli 'enti di natura' in quanto tali. Compito della fisica sarà quello di indagare le condizioni strutturali che rendono possibile il divenire e il movimento partendo dall'analisi delle strutture immanenti alla natura. Ma il confronto su questi temi investe anche un problema di ordine epistemologico. Per Platone, infatti, è contraddittorio parlare di una 'scienza della natura', dato che tutto ciò che afferisce al mondo del divenire e della materia si colloca al di fuori dell'orizzonte della 'episteme', in quanto si dà scienza soltanto di ciò che è immutabile e permanente. Su questo punto Aristotele si oppone anche agli Eleati. Parmenide e Zenone hanno negato la realtà del movimento in nome di un'ontologia rigidamente monista fondata sul rapporto di esclusione reciproca tra Essere e Nulla, intesi come due assoluti. Contro questa posizione comune agli Eleati e a Platone, Aristotele salva la scientificità della fisica dimostrando come sia possibile una ontologia del divenire intesa come scienza teoretica a tutti gli effetti. Da una parte, egli riduce la fisica a scienza speciale, rompendo con la concezione presocratica che identificava nella physis la totalità dell'essere. L'oggetto della fisica infatti è il divenire, ma accanto al divenire esiste una realtà incorruttibile e in movimento (gli astri), e una realtà immobile ed eterna, Dio. E se la fisica da scienza dell'intero diventa scienza della parte ciò non vuol dire che subisca un declassamento. Ciò che conta è che alla fisica venga nuovamente riconosciuta la dignità di scienza in quanto 'filosofia speciale' il cui fondamento si pone all'interno del proprio campo di indagine: il divenire.
Per Aristotele, quindi, il divenire è qualcosa di per sé noto che non necessita di essere fondato su altro. Che esistano molteplici enti, che questi enti siano soggetti al divenire è un'evidenza primaria e incontestabile. È assurdo negare il divenire e la molteplicità come hanno fatto Parmenide e i suoi discepoli. Il divenire è una determinazione costitutiva dell'essere, talmente originaria che sembra quasi appartenere a una dimensione anteriore alla distinzione tra soggetto e oggetto. Là dove sorge la coscienza di 'essere nel mondo' la realtà del divenire è già aperta dinanzi a noi. Possiamo esplicitare questa consapevolezza anche attraverso l'analisi del linguaggio quotidiano, ma non dobbiamo e non possiamo pretendere di fondarla su un principio trascendente. È anche ovvio, tuttavia, che Aristotele non può passare sotto silenzio le obiezioni degli Eleati. Fin dal primo libro, pertanto, egli si confronta con Parmenide su un tema che costituisce il filo conduttore di tutte le analisi che egli elabora dalle Categorie alla Metafisica: l'essere si dice in molti modi.
Gli argomenti degli otto libri sono scanditi nel modo seguente. Il primo libro espone il metodo della fisica, confuta le obiezioni degli Eleati contro il divenire, e analizza gli argomenti dei presocratici in merito alla natura e al numero dei principi. Al termine della ricerca Aristotele arriva a dimostrare che i principi sono tre: materia forma e privazione.  Il secondo libro espone il rapporto tra natura e arte, intendendo quest'ultima come un prolungamento umano della prima; si introduce la distinzione tra le quattro cause con particolare riferimento alla causa finale. La visione teleologica della viene difesa confutando il meccanicismo.  Il terzo libro ha come oggetto specifico l'infinito, e analizza le condizioni strutturali del movimento definendolo atto dell'essere in potenza in quanto è in potenza. Il quarto libro è una trattazione sullo spazio e sul tempo a cui segue, nei libri quinto e sesto una trattazione serrata del continuo, in contrapposizione ancora all'eleatismo e confutando i paradossi di Zenone. Il settimo libro è dedicato all'analisi dei rapporti che intercorrono tra motore e mobile, e introduce il tema conclusivo che sarà affrontato nell'ottavo libro, ovvero il concetto del motore immobile.

 

Il problema del continuo

 

Aristotele discute il problema del continuo nel V e nel VI libro della Physica. Senza una corretta comprensione di questo concetto è impossibile gettare le basi di una scienza della natura, dato che la nozione di continuo è strettamente legata alla struttura dello spazio, del tempo, e del movimento. Non a caso è proprio facendo leva sulle aporie sorte dalla difficoltà di pensare il continuo che Zenone era arrivato alla negazione del divenire e del molteplice, considerandoli intrinsecamente contraddittori. Per risolvere i paradossi di Zenone sarà necessario riesaminare a fondo il problema e arrivare una definizione logicamente corretta del continuo.
Partiamo innanzi tutto dalla distinzione fra i concetti seguenti:

  1. Chiamiamo consecutivi due termini di una serie, A e B, tra i quali non esiste un intermediario della stessa natura. (2 e 3, ad esempio, sono cifre consecutive nella serie dei naturali perché tra di essi non si interpone nessun altro numero dello stesso genere; 3/2, ad es., si colloca tra 1 e 2, ma 3/2 è appunto una frazione, non un numero intero).
  2. Chiamiamo contigui due termini A e B quando i loro estremi combaciano e si trovano nello stesso luogo.
  3. Infine chiamiamo continui due elementi A e B quando i loro estremi sono uno. 

 

Poste queste definizioni, appare chiaro che nessun continuo può essere composto di indivisibili (ad es. la linea non può essere composta di punti).
Infatti:

  1. i punti della linea dovrebbero essere contigui o continui: nel primo, gli estremi dei punti dovrebbero combaciare, nel secondo caso gli estremi dovrebbero essere uno.
  2. ma è  evidente infatti che un punto non può avere estremità. L'estremità è altro da ciò di cui è estremità, e ciò che è possiede un'estremità dev'essere divisibile in parti.
  3. per definizione il punto è indivisibile, dunque non può avere parti.
  4. la conseguenza è che dobbiamo definire il continuo come ciò che è divisibile in parti sempre divisibili, e mai in parti indivisibili.

 

Ecco allora che con questa dimostrazione per assurdo, viene a mancare il presupposto su cui si reggono i paradossi di Zenone relativi allo spazio. Zenone infatti parte dal presupposto che lo spazio sia continuo e al tempo stesso composto di indivisibili. Le conseguenze contraddittorie che si ricavano nei due primi paradossi (il corridore, e paradosso di Achille e la tartaruga) sono una conseguenza necessaria della contraddizione insita nelle premesse del suo ragionamento.
Inoltre: Zenone dimostra di non avere debitamente distinto due concetti di infinito tra loro opposti, ossia l'infinito per divisione e l'infinito per addizione. Se si considera una unità di lunghezza e la sommiamo a se stessa un numero infinito di volte, si ottiene una distanza illimitata che non può essere percorsa in un tempo finito. Ma se si divide l'unità di lunghezza in tante metà successive tra loro (per dicotomia), allora l'infinità può essere racchiusa entro un intervallo finito. L'infinità dei segmenti in cui può essere divisa una lunghezza costituisce infatti una totalità chiusa, al contrario dell'infinità per addizione. In questa risposta a Zenone, Aristotele sembra avvicinarsi alla distinzione tra i concetti di serie divergente e serie convergente che la matematica acquisirà soltanto con la teoria dei limiti.
Per quanto riguarda il tempo, Aristotele procede in modo analogo dimostrando che spazio e tempo sono isomorfi: lo spazio è una grandezza continua composta di parti divisibili, e non di punti. Allo stesso modo il tempo è una grandezza continua composta di parti divisibili, e non di istanti.

 

Fonte: http://digilander.libero.it/arcangelico/disp/aristotele.doc

 

Aristotele:

Aristotele è il più autentico discepolo di Platone, anche se ha espresso opinioni differenti.
Nella filosofia di Aristotele viene a meno la componente mistico-religiosa della concezione orfica e il filosofo da una valutazione più positiva del mondo sensibile e quindi all’esperienza.
Mentre Platone ritiene che la realtà vera, sia qualcosa che trascende la nostra esperienza, per Aristotele, tutte le singole cose che ci circondano esistono effettivamente, e non sono “immagini” imperfette dell’idea.
Lo stile filosofico di Platone è il dialogo, mentre gli scritti di Aristotele sono trattati concisi, sistematici e rigorosi. Non si tratta però di un sistema rigido in quanto viene utilizzata la dialettica, che torna ad essere un metodo, un confronto critico con le opinioni dei filosofi precedenti.
La dialettica di Aristotele è quindi più simile a quella di Socrate e non presenta più il carattere ontologico.

 

La vita:

Aristotele nasce nel IV secolo a.C.
A 18 anni entra nell’accademia platonica e vi rimane fino al 347 a.C.
I suoi scritti giovanili, detti essoterici,destinati al pubblico, sono particolarmente influenzati dalla filosofia di Platone e ci sono pervenuti per via indiretta tramite brevissimi frammenti.
Lasciata l’accademia, Aristotele si trasferisce con alcuni discepoli in Asia Minore, dove fonda una piccola scuola.
Dal 343 a.C. diventa precettore di Alessandro Magno e questo suo incarico ha fatto sorgere numerosi dubbi tra gli studiosi: infatti nonostante egli sia il suo insegnante e il principale punto di riferimento della sua filosofia sia la polis, Alessandro Magno è colui che ha scardinato il mondo della Grecia classica.
Alla morte di Alessandro Aristotele torna ad Atene, dove fonda la sua scuola.
Gli scritti esoterici (legati al mistero), sono appunti raccolti più tardi dai suoi discepoli, e sono suddivisi in base agli argomenti trattati:

  • scritti di logica
  • scritti di fisica
  • scritti della metafisica
  • scritti di etica e politica
  • scritti sull’arte

 

La scienza:

La scienza, per Aristotele, è conoscenza rigorosa che ricerca le cause e stabilisce i legami necessari tra gli oggetti di cui si occupa.
Le scienze possono essere divise in tre categorie:

  • scienze teoretiche (teorie più perfette):                                                                                             
  •  sono rigorosamente dimostrative, contemplative e non hanno altro fine che la conoscenza e il puro sapere. Le scienze teoretiche sono la fisica, la matematica e la metafisica.                                                   
  • N. B. Aristotele non parla di metafisica, ma di filosofia prima.                                                                                                 
  • Il nome di metafisica è stato introdotto dal suo discepolo, Andronico di Rodi, che sistemando i suoi appunti ha dato il nome alla ricerca che si occupava dell’essere soprasensibile (che va oltre la fisica).
  • scienze pratiche:                                                                                                                                                               
  • sono l’etica e la politica, rappresentano una via intermedia di perfezione, di conoscenza e sono finalizzate alla prassi (praxis) e all’azione.                                                                                               
  •  Le scienze pratiche chiamano in causa il bene dell’uomo: l’etica considera il bene dell’uomo come singolo, mentre la politica considera il bene dell’uomo nella collettività.
  • scienze poietiche:                                                                                                                                      
  •   sono le arti e le tecniche che riguardano l’ambito della produzione di opere o di oggetti.               
  •   Sono scienze empiriche ed appartengono ad un grado inferiore di conoscenza.

N.B... Nella suddivisione delle scienze non è compresa la logica, che è considerata la scienza preparatoria attraverso la quale il pensiero diventa rigoroso (organon = strumento).

 

La metafisica:

Aristotele attribuisce un grande valore all’esperienza e al mondo empirico, tanto da farne il punto di partenza della sua filosofia. Aristotele sostiene che il significato del mondo dell’esperienza non si trova nel mondo sensibile, ma oltre (logica fondamentale di Aristotele).
Tale valutazione positiva, che il filosofo ha del mondo dell’esperienza rappresenta una critica alla concezione platonica delle idee. Per Aristotele le idee platoniche sono trascendenti e confinate in un mondo, l’iperuranio, separato da quello dell’esperienza (Platone utilizza il mito del Demiurgo per mettere in comunicazione i due mondi). Esse non potevano dunque essere causa dell’esistenza delle cose e del loro divenire, infatti dice Aristotele le cause delle cose si trovano nelle cose stesse.
Ciascuna cosa, sottolinea Aristotele, deve avere in sé la causa (che non può essere confinata in un mondo trascendente) e la forma, ovvero quel principio di essere e di ordine, che la fa essere appunto quella che è.
Le cause di tutte le cose sono principi immanenti, che stanno dentro le cose.
Aristotele nega la trascendenza delle idee, ma non le riduce al piano sensibile.
Egli ammette anche l’esistenza di un piano soprasensibile dove però, non vi sono oggetti intelligibili ma l’intelligenza.

Parlando di filosofia prima, o metafisica Aristotele ne dà quattro definizioni, sviluppando poi un unico discorso:

  • Scienza delle cause e dei principi primi
  • Scienza dell’essere in quanto essere (ontologia)
  • Scienza della sostanza
  • Scienza di Dio (teologia)

La prima può essere ricondotta alla quarta, in quanto riguardano la teologia: studiare le cause e i principi primi significa studiare il principio primo di tutta la realtà, cioè dio.
Dio è quindi la causa, il principio primo per eccellenza.

La seconda e la terza (le più importanti) sono definizioni che riguardano l’ontologia: studiare l’essere in quanto essere equivale a studiare la realtà nella sua totalità senza soffermarsi sui singoli oggetti.
Per Aristotele il significato fondamentale dell’essere è la sostanza, quindi le due definizioni si richiamano.

Le definizioni di teologia e di ontologia sono in stretta relazione tra di loro, in quanto entrambe studiano la realtà (collegamento tra la seconda e la quarta definizione).

Inoltre, la terza definizione si ricollega alla quarta in quanto per Aristotele anche Dio è sostanza, la sostanza di tutte le cose.

Infine, la prima richiama la seconda perché studiare le cause e i principi primi vuol dire studiare le cause che danno origine a tutta la realtà, e la realtà è l’essere in quanto essere.

 

Le categorie dell’ente

Per Aristotele, persone, animali, piante ed anche colori, odori e sapori sono “cose esistenti”, cioè enti.
La svariata molteplicità degli enti viene classificata nelle categorie.
Aristotele ne indica 10:

  • sostanza: che include tutti gli enti che hanno un’autonoma capacità di sussistenza
  • qualità: che comprende tutte le qualità degli enti
  • quantità: che include tutte le determinazioni quantitative degli enti
  • relazione: che implica il confronto tra gli enti
  • dove
  • quando
  • giacere
  • avere
  • agire
  • patire

 

Il concetto di causa

Per causa Aristotele intende tutto ciò in virtù di cui qualcosa è.
La causa è ciò che rende qualcosa conoscibile.
La filosofia nasce dal chiedersi il perché delle cose e dalla conseguente ricerca razionale di questo perché, che può essere diverso.
Esisteranno perciò più tipi di cause:

  • materiale
  • formale

che spiegano l’ente da un punto di vista statico.
In particolare la causa materiale, indica il materiale da cui è composta la sostanza, mentre quella formale, indica la forma, l’essenza della cosa, ciò che la fa essere così.

  • efficiente
  • finale

che spiegano l’ente nel suo divenire.
La causa efficiente indica ciò che determina l’inizio del cambiamento (ciò che crea il movimento), mentre la causa finale indica ciò in vista di cui avviene il mutamento, il fine.

es.  Statua di bronzo

  • causa materiale: bronzo
  • causa formale: l’immagine che rappresenta;
  • causa efficente: lo scultore
  • causa finale: la perfezione artistica

es. Uomo

  • causa materiale: corpo
  • causa formale: anima
  • causa efficiente: genitori
  • causa finale: felicità

N.B... Per Aristotele bene = fine e, tutte le realtà possono tendere ad esso, al contrario di Platone che dava all’idea del bene un senso irraggiungibile.

 

Ente

Aristotele elimina completamente l’essere univoco di Parmenide ed intende una realtà come qualcosa di complesso e differente. Di conseguenza l’essere non ha né un unico significato identico, né molti significati completamente diversi, bensì una molteplicità di significati uniti fra loro da una radice comune: la sostanza (concezione analogica dell’essere).
L’analogia per Aristotele può essere intesa in due modi differenti:

  • come parziale identità (principio comune della sostanza)
  • come parziale differenza

 

I significati dell’essere

I significati dell’essere sono da intendere in senso analogico:

  • L’essere come categorie                                                                                                                        
  • Aristotele individua 10 caratteristiche, dove la prima è la sostanza, dalla quale derivano tutte le altre caratteristiche. Tale suddivisione in 10 categorie deriva dall’esperienza.
  • L’essere come potenza e atto                                                                                                                                                                                                                   
  • La potenza e l’atto si definiscono solo attraverso un rapporto reciproco.                                                            
  • La potenza è la tendenza ad un atto, mentre l’atto è la realizzazione di una potenza.                                
  • es. il bambino è un uomo in potenza, mentre l’adulto è un uomo in atto.                                           
  • Attraverso questa coppia di concetti Aristotele, “risolve” il problema del divenire, che viene inteso come un semplice passaggio da potenza ad atto, i quali sono entrambi essere.                                    
  • Dal punto di vista cronologico la potenza viene prima dell’atto:                                                                       
  •  es. L’uovo prima della gallina, il bimbo dell’adulto…                                                                                           
  • ma dal punto di vista ontologico (grado d’essere) invece viene prima l’atto, perché è perfezione già realizzata, il fine a cui la potenza tende.                                                                                                         
  • Per potenza si intende inoltre la capacità da parte della materia di assumere una determinata forma. Per atto invece intende la realizzazione di tale capacità, dunque la potenza sta alla materia come l’atto sta alla forma. Le sostanze soprasensibili sono atto puro.

 

  • L’essere come accidente                                                                                                                     
  • L’accidente indica le qualità che una cosa può avere o non avere, senza per questo cessare di essere. L’accidente indica ciò che è contingente (non necessario), ciò che può accadere, così come può anche non accadere.
  • L’essere come vero                                                                                                                                             
  • E’ un significato che appartiene più che altro alla logica.                                                                       
  • Tanto più qualcosa è, tanto più qualcosa è vero.

 

La Sostanza

Nell’ambito della terza definizione di metafisica, Aristotele si pone due domande:

  • che cos’è la sostanza?
  • quante sostanze esistono?

e introduce i concetti di forma e materia.
atto = forma
potenza = materia
L’atto è anteriore alla potenza perché la forma è più perfetta della materia.

Rispondere alla domanda “che cos’è l’essere?” si concretizza nella domanda “che cos’è la sostanza?”
Quello di sostanza è il concetto più importante della filosofia aristotelica.
In un senso molto debole la sostanza è materia, ogni individuo concreto, che ha vita propria.
Ciò che però rende qualcosa quello che è, è la forma.
Per forma intende, quindi, la natura propria di una cosa, ossia la struttura.
L’essenza, in virtù della quale essa è ciò che è.
Per Aristotele la sostanza è un sinolo (composto indissolubile di materia e forma).
L’uomo è un sinolo di anima e corpo.
Il fatto che la sostanza sia costituita da più elementi distinti, implica la molteplicità all’interno delle cose, ma, Aristotele recupera l’unità delle cose dicendo che materia e forma non si sono unite a caso : la materia è fatta apposta per una determinata forma.

N.B... La realtà sensibile ha perciò una realtà ilemorfica, composta da materia e forma.

 

L’universo di Aristotele

L’universo aristotelico è stato lo spunto della struttura dantesca del mondo.
Attorno al mondo sensibile (terra), ruotano 55 sfere concentriche e oltre a queste c’è il motore immobile, che non ha luogo.
Il cosmo aristotelico è distinto in due zone principali:

  • il mondo terrestre, che comprende la terra e lo spazio che la circonda immediatamente ed è costituito dai quattro elementi tradizionali.
  • Il mondo celeste, eterno e incorruttibile, è il luogo naturale di un quinto elemento, l’etere.

Per Aristotele esistono 3 tipi di sostanze:

  • Sostanze sensibili - corruttibili                                                                                                                                
  •  quelle che appartengono al mondo sensibile, sublunare.
  • Sostanze sensibili – incorruttibili                                                                                                            
  • sono i corpi celesti, composti da materia e forma.                                                                               
  • Costituiti da etere (materia cristallina), sono incorruttibili e indivenibili, possono solo spostarsi.

 

  • sostanze soprasensibili                                                                                                                                       
  • sono pure forma, l’essere è assoluto.                                                                                                                        
  •  È il motore immobile, che dà il movimento alle cose.

 

Caratteristiche del motore immobile

Il motore immobile è:

  • Eterno:                                                                                                                                                            
  •   il motore è eterno perché deve spiegare anche il movimento e il tempo.                                               
  • Dunque visto che questi sono eterni allora necesariamente anche il loro motore lo sarà.
  • Immateriale:                                                                                                                                               
  • ha solo forma non ha materia. È atto puro, infatti se avesse materia (potenza) potrebbe mutare, in quanto tenderebbe a qualcosa.

 

  • Causa finale:                                                                                                                                                  
  • egli è ciò a cui tendono tutti gli esseri viventi e li muove, nel senso che li attrae a sé.                     
  • Aristotele afferma che il motore immobile muove come “l’oggetto d’amore muove l’amante”.
  • Ha vita razionale:                                                                                                                                 
  • Aristotele dice che la vita è indice di perfezione, infatti ciò che vive è più perfetto di chi è morto. La vita razionale è la forma di vita più perfetta.

 

  • Pensiero di pensiero:                                                                                                                                        
  • pensa solo a sé stesso, infatti se pensasse ad altro si corromperebbe.                                                           
  • Se amasse il mondo perderebbe perfezione. Il motore immobile è un blocco chiuso in sé stesso.
  • Immobile:                                                                                                                                                  
  • se si muovesse, muterebbe la sua perfezione.                                                                                          
  • Il  motore primo non partecipa del movimento di cui è causa: infatti se il primo motore fosse a sua volta mosso, sarebbe necessario ricercare un motore più originario.

 

La Fisica

 

La fisica si occupa dello studio del mondo sensibile, caratterizzato dal divenire.
Nella fisica il motore immobile rappresenta il fondamento di tutte le forme di divenire che si trovano nel mondo dell’esistenza.
La fisica rappresenta la metafisica del mondo sensibile e mira a cogliere le qualità e le essenze del sensibile.
La fisica è qualitativa e non quantitativa.
Aristotele suddivide il divenire del mondo dell’esperienza in quattro forme:

  • mutamenti secondo la sostanza, cioè di generazione e di corruzione.
  • mutamenti secondo la quantità, cioè di accrescimento e diminuzione.
  • mutamenti secondo la qualità, cioè di alterazione.
  • mutamenti di traslazione, cioè il movimento locale e il movimento nello spazio.

 

Le facoltà dell’anima

Aristotele individua nell’anima il principio vitale di ogni organismo. La definizione più generale dell’anima, valida per tutti gli organismi vegetali e animali è quella di ”forma” o ”atto”.
Anima e corpo costituiscono l’unità inscindibile dell’organismo vivente.
L’uomo non è più un essere diviso da due dimensioni sempre in lotta tra di loro, in quanto anima e corpo convivono perfettamente.
Per Aristotele non esiste qualcosa come l’anima in genere, ma esistono specifiche facoltà dell’anima, corrispondenti alle diverse funzioni degli organismi.
Aristotele individua tre facoltà dell’anima:

  • nutritiva:                                                                                                                                                                                           
  • propria di tutti gli esseri viventi in grado di nutrirsi e di riprodursi. In queste due funzioni si esaurisce la vita dei vegetali.
  • sensitivo-motoria:                                                                                                                                        
  • gli organismi superiori sono dotati anche sensi più o meno sviluppati, propri della facoltà sensitiva.
  • intellettiva e razionale:                                                                                                                         
  • l’uomo detiene in esclusiva la facoltà razionale.                                                                            
  • Aristotele articola la facoltà razionale distinguendovi un intelletto passivo ed un intelletto attivo (luce).                                                                                                                                   
  • L’intelletto passivo è pura potenzialità di apprendere gli intelligibili.                                            
  • L’intelletto attivo è conoscenza in atto di tutti gli intelligibili, che agisce sull’intelletto in potenza “illuminandolo” e determinandolo ad attuarsi nelle conoscenza.

Per Aristotele la conoscenza coincide con l’astrazione.
Sulle immagini prodotte dall’immaginazione opera la ragione, cogliendo per astrazione la forma (l’essenza) universale e intelligibile che conviene a tutti i membri del genere a cui appartengono.

Spazio

Per Aristotele lo spazio si identifica con l’insieme dei luoghi propri dei corpi.
In particolare, per luogo intende la superficie che abbraccia o contiene un corpo.
Da questa visione dello spazio come “luogo di qualcosa” deriva innanzitutto l’impossibilità del vuoto (luogo dove non c’è nulla), sia tra oggetto ed oggetto, sia del vuoto che “ospiterebbe l’universo. Infatti, dal punto di vista aristotelico se ha senso chiedere dove si trovi un oggetto , non ha senso chiedere dove si trova il mondo. In altre parole, tutte le cose sono nello spazio ma non l’universo, esso è infatti ciò che tutto contiene.

Tempo

Il tempo si definisce in relazione al concetto di divenire, poiché in un ipotetico universo di entità immobili la dimensione tempo non esisterebbe. Aristotele osserva che il tempo non è il mutamento delle cose, bensì la misura del loro divenire,il numero del movimento secondo prima e poi. Noi percepiamo il passare del tempo solo se percepiamo qualcosa che muta, ad es. mentre dormiamo, se sogniamo percepiamo il tempo che passa.
Il tempo ha due aspetti:

  • oggettivo : il movimento per il quale appunto esiste il tempo
  • soggettivo : il tempo può essere percepito in maniera diversa da persona a persona, per qualcuno può passare più velocemente per qualcun altro lentamente.

 

Fonte: http://digilander.libero.it/alemar85/Autori%20filo/Aristotele.doc

 

Platone e la critica della democrazia:

…Ebbene, disse, in che modo si amministrano questi uomini? E poi, quale è il carattere di una simile costituzione? Un tale uomo, è chiaro, si manifesterà un democratico. (…) Ora, in primo luogo, non sono liberi? E lo stato non diventa libero e non vi regna libertà di parola? E non v’è licenza di fare ciò che si vuole? (…) Ma dove c’è questa licenza, è chiaro che ciascuno può organizzarvisi un suo particolare modo di vita, quello che a ciascuno più piace. (…) E’ soprattutto in questa costituzione, a mio avviso, che si troveranno uomini d’ogni specie. (…) Forse, ripresi, tra le varie costituzioni questa è la più bella. Come un variopinto mantello ricamato a fiori di ogni sorta, così anche questa, che è un vero mosaico di caratteri, potrà apparire bellissima. E bellissima, continuai, saranno forse molti a giudicarla, simili ai bambini e alle donne che contemplano gli oggetti di vario colore. (…) E poi, benedetto amico, feci io, v’è una certa convenienza a ricercarvi una costituzione. (…) Perché, per la licenza che le è propria, presenta ogni genere di costituzioni. Chi, come facevamo or ora noi, vuole organizzare uno stato, forse è costretto a recarsi in uno stato democratico per sceglierne, come andasse a una fiera di costituzioni, il tipo che gli piace; e quando l’ha scelto così può fondare il suo stato (Repubblica,VIII, 557 a). 

Quando, credo, uno stato democratico, assetato di libertà, è alla mercé di cattivi coppieri e troppo s’inebria di schietta libertà, allora, a meno che i suoi governanti non siano assai miti e non concedano grande libertà, li pone in stato d’accusa e li castiga come scellerati e oligarchici, (…) E coloro (…) che obbediscono ai governanti, li copre d’improperi trattandoli da gente contenta di essere schiava e buona a nulla, mentre loda e onora privatamente e pubblicamente i governanti che sono simili ai governati. Non è inevitabile che in uno stato siffatto il principio di libertà si allarghi a tutto? (…) E così (…) vi nasce l’anarchia e si insinua nelle dimore private e si estende sino alla bestie. (…) Per esempio, (…) nel senso che il padre si abitua a rendersi simile al figlio e a temere i figlioli, e il figlio simile al padre e a non sentire né rispetto né timore dei genitori, per poter essere libero; e che il meteco si parifica al cittadino e il cittadino al meteco, e così dicasi per lo straniero. (…) A questo si aggiungono (…) altre bagattelle, come queste: in un simile ambiente il maestro teme e adula gli scolari, e gli scolari s’infischiano dei maestri e così pure dei pedagoghi. In genere i giovani si pongono alla pari degli anziani e li emulano nei discorsi e nelle opere, mentre i vecchi accondiscendono ai giovani e si fanno giocosi e faceti, imitandoli, per non passare da spiacevoli e dispotici. (…) Però (…) l’estremo della libertà cui la massa può giungere in un simile stato si ha quando uomini e donne comperati sono liberi tanto quanto gli acquirenti. E quasi ci siamo scordati di dire quanto grandi siano la parificazione giuridica e la libertà nei rapporti reciproci tra uomini e donne. (…) Ora, (…) non pensi quanto l’anima dei cittadini si lasci impressionare dal sommarsi di tutte queste circostanze insieme raccolto, al punto che uno, se gli si prospetta anche la minima schiavitù, si sdegna e non la tollera? E tu sai che finiscono con il trascurare dl tutto le leggi scritte o non scritte, per essere assolutamente senza padroni. (…) Ecco dunque (…) qual è a mio parere l’inizio, bello e gagliardo, donde viene la tirannide. (…) In realtà ogni eccesso suole comportare una grande trasformazione nel senso opposto: così nelle stagioni come nelle piante e nei corpi e anche, in sommo grado, nelle costituzioni. (…) L’eccessiva libertà, sembra, non può trasformarsi che in eccessiva schiavitù, per un privato come per uno stato. (…) E’ naturale quindi (…) che la tirannide non si formi da altra costituzione che la democrazia; cioè, a mio avviso, dalla somma libertà viene la schiavitù maggiore e più feroce (Repubblica, VIII 562-564).

Ora, credo, la democrazia nasce quando i poveri, dopo aver riportata la vittoria, ammazzano alcuni avversari, altri ne cacciano in esilio e dividono con i rimanenti, a condizioni di parità, il governo e le cariche pubbliche, e queste vi sono determinate per lo più col sorteggio (Repubblica,VIII 557 a).


 

 


La costituzione degli antichi:

Isocrate:

Solo la politéia è l’anima della città, e ha tanto potere quanto ne ha la mente nel corpo. Proprio il corpo civico (politéia) delibera intorno a ogni questione e si fa custode di ciò che è buono, mentre evita i mali. È inevitabile che sia le leggi, che gli oratori, che i privati cittadini si modellino su di questo e che ciascuno viva bene o male a seconda del tipo di ordinamento costituzionale (politéia) che ha. (Areopagitico)

Aristotele:

Poiché costituzione significa lo stesso che governo e il governo è l’autorità sovrana dello stato, è necessario che sovrano sia o uno solo o pochi o i molti. Quando l’uno o i pochi o i molti governano per il bene comune, queste costituzioni necessariamente sono rette, mentre quelle che badano all’interesse o di uno solo o dei pochi o della massa sono deviazioni: in realtà o non si devono chiamare cittadini quelli che [non] prendono parte al governo o devono partecipare dei vantaggi comuni. Delle forme monarchiche quella che tiene d’occhio l’interesse comune, siamo soliti chiamarla regno: il governo di pochi, e comunque, di più d’uno, aristocrazia (o perché i migliori hanno il potere o perché persegue il meglio per lo stato e per i suoi membri); quando poi la massa regge lo stato badando all’interesse comune, tale forma di governo è detta col nome comune a tutte le forme di costituzione politia. (…) Deviazioni delle forme ricordate sono, la tirannide del regno, l’oligarchia dell’aristocrazia, la democrazia della politia. La tirannide è infatti una monarchia che persegue l’interesse del monarca, l’oligarchia quello dei ricchi, la democrazia poi l’interesse dei poveri: al vantaggio della comunità non bada nessuna di queste  (Politica, 1279 b).

La pluralità delle costituzioni è dovuta al fatto che ogni stato ha un considerevole numero di parti. In primo luogo vediamo che tutti gli stati sono composti di famiglie, poi che di questa massa di gente, taluni necessariamente sono ricchi, altri poveri, altri di condizione media, e che dei ricchi e dei poveri gli uni sono armati, gli altri disarmati. Vediamo pure che il popolo si occupa parte di agricoltura, parte di commercio, parte di mestieri meccanici. Pure tra quelli di rango elevato si danno differenze e in rapporto alla ricchezza e alla consistenza della proprietà (…): in più, oltre le differenze di ricchezza, ci sono quelle dovute alla nascita, al valore, e a ogni altro elemento che è stato detto parte dello Stato (…). Queste parti talvolta partecipano tutte alla costituzione, talvolta in numero minore, talvolta in numero maggiore. È chiaro dunque che devono esserci di necessità più costituzioni, specificamente differenti l’una dall’altra, perché queste parti differiscono specificamente tra loro. La costituzione infatti è ordinamento di cariche (tàxis tòn archòn) e le cariche tutti le distribuiscono in rapporto alla forza di chi partecipa della costituzione o ad una qualità ad essi comune, voglio dire cioè nel primo caso la forza politica dei poveri o dei ricchi, nel secondo una qualità comune a entrambi. E’ necessario quindi che le costituzioni siano proprio tante quanti sono i modi di ordinare le magistrature in rapporto alla superiorità e alla differenza delle varie parti. (Politica, 1290 a)


Il concetto di polis in Aristotele:

La comunità che risulta di più villaggi e lo stato (polis), perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per rendere possibile una vita felice. Quindi ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine: per esempio quel che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo, noi lo diciamo la sua natura, sia d’un uomo, d’un cavallo, d’una casa. Inoltre, ciò per cui una cosa esiste, il fine, è il meglio e la’autosufficienza è il fine e il meglio. Da queste considerazioni è evidente che lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo per natura è un essere socievole: quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o è superiore all’uomo…e di conseguenza è o bestia o dio (Politica, 1252 b-1253 a).

E’ chiaro perciò che lo stato non è comunanza di luogo né esiste per evitare eventuali aggressioni e in vista di scambi: tutto questo necessariamente c’è, se dev’esserci uno stato, però non basta perché ci sia uno stato: lo stato è comunanza di famiglie e di stirpi nel viver bene: il suo oggetto è una esistenza pienamente realizzata e indipendente. Certo non si giungerà a tanto senza abitare lo stesso luogo e godere il diritto di connubio. Per questo sorsero nelle città rapporti di parentela e fratrie e sacrifici e passatempi della vita comune. Questo è opera dell’amicizia, perché l’amicizia è scelta deliberata di vita comune. Dunque, fine dello stato è il vivere bene e tutte queste cose sono in vista del fine. Lo stato è comunanza di stirpi e di villaggi in una vita pienamente realizzata e indipendente: è questo, come diciamo, il vivere in modo felice e bello. E proprio in grazia delle opere belle e non della vita associata si deve ammettere l’esistenza della comunità politica (Politica, III, 1281 a).

La teoria delle forme di governo in Aristotele:

…Tre sono le forme di governo e altrettanti i deviamenti, come le corruzioni di esse. E queste forme sono: il regno, l’aristocrazia, e terza quella che si basa sul censo e che sembra proprio chiamarla timocrazia, ma i più sono soliti denominarla senz’altro “politia”. (…) Deviamento del regno è la tirannide. (…) Dalla aristocrazia invece si passa alla oligarchia per cattiveria dei comandanti (…) Dalla timocrazia poi si passa alla democrazia (Etica nicomachea, 1160 a-b)

E’ evidente che tutte le costituzioni che hanno di mira l’interesse comune sono costituzioni rette in quanto conformi all’assoluta giustizia, mentre quelle che hanno di mira l’interesse dei governanti sono errate e costituiscono delle degenerazioni rispetto alle costituzioni rette (Politica, 1279 a).

E’ evidente quali di queste degenerazioni sia peggiore e quale venga subito dopo di essa. Infatti peggiore è necessariamente la costituzione derivata per degenerazione dalla forma prima e più divina. Ora, il regno o è tale soltanto di nome, ma non in realtà, o è tale perché chi regna eccelle straordinariamente sugli altri, sicché la tirannide, che è la degenerazione peggiore, è la più lontana dalla vera costituzione. In secondo luogo viene l’oligarchia (dalla quale l’aristocrazia è bene diversa), mentre la democrazia è più moderata (Politica,1289 a-b).

Ciò per cui la democrazia e l’oligarchia differiscono l’una dall’altra sono la povertà e la ricchezza, sicché dove dominano i ricchi, in molti o pochi che siano, ci sarà necessariamente un’oligarchia, e dove dominano i poveri una democrazia, sebbene accada, come si è detto, che i ricchi siano pochi ed i poveri molti, perché pochi sono quelli che si arricchiscono, mentre tutti hanno parte della libertà (Politica. 1280 a).

Si ha democrazia se i liberi ed i poveri, essendo in numero prevalente, sono signori del potere, oligarchia se lo sono i ricchi ed i più nobili che costituiscono la minoranza (Politica, 1290 b).

La politia è in generale una mescolanza di oligarchia e di democrazia; ed in genere si sogliono chiamare politie i governi che inclinano piuttosto alla democrazia e aristocrazie quelli che inclinano piuttosto alla oligarchia (Politica, 1293 b)

E’ chiaro che la miglior comunità politica è quella che si fonda sulla classe media e che le città che sono in queste condizioni possono essere ben governate, quelle, dico, in cui la classe media è la più numerosa e più potente delle due estreme o almeno di una di esse. Infatti, legandosi all’una o all’altra farà pendere la bilancia dalla sua parte e impedirà che uno degli estremi contrari raggiunga un potere eccessivo (1295 b)


Il ciclo delle costituzioni in Polibio:

Come infatti la ruggine è il male congenito del ferro, del legno i tarli e le tignole, per cui se anche riescono a sfuggire tutti i danni esterni, sono consumati dal male che essi generano, allo stesso modo con ogni costituzione nasce un male naturale da essa inseparabile: con il regno il dispotismo, con l’aristocrazia l’oligarchia, con la democrazia il governo brutale e violento, e in queste forme, come ho già detto, è impossibile che non si mutino col tempo tutte le costituzioni (Storie,VI, 10)

Polibio e la costituzione mista:

Guardando in parte al potere dei consoli, lo stato appariva senz’altro monarchico e regio, se invece si guardava a quello del senato, appariva aristocratico e se al potere della moltitudine sembrava senza dubbio democratico (Storie, VI, 2)

Poiché in tal modo ciascun organo può ostacolare gli altri o collaborare con essi la loro unione appare adatta a tutte le circostanze, cosicché non è possibile uno Stato meglio costituito.

Quando (…) uno degli organi costituzionali, ingrossandosi, monti in superbia e prevalga più del conveniente, è chiaro che non essendo alcuna parte autonoma, come ho già detto, ed ogni disegno potendo essere deviato o impedito, nessuna delle due parti eccede la sua competenza e oltrepassa la misura. Tutti dunque rimangono nei limiti prescritti, da un lato perché sono impediti in ogni impulso aggressivo, dall’altro perché fin da principio temono la sorveglianza degli altri (Storie, VI, 18).

Il concetto di Res publica in Cicerone:

La repubblica è dunque, (…) cosa del popolo, ed il popolo poi non è qualsivoglia agglomerato di uomini riunito in qualunque modo, ma una riunione di gente associata per accordo nell’osservare la giustizia e per comunanza d’interessi… (De republica, I, 25, 39)

Cicerone e la costituzione mista:

Giova infatti che vi sia nel governo alcunché di eminente e di regale, e che altri poteri siano attribuiti e deferiti all’autorità degli ottimati, e che certe questioni siano riservate al giudizio e al volere della moltitudine.

Tale costituzione presenta in primo luogo una certa eguaglianza, della quale a stento possono fare a meno per troppo lungo tempo dei liberi cittadini, e secondariamente ha stabilità.

Mentre quelle prime tre forme di governo facilmente si volgono nei difetti opposti, sicché dal re deriva il tiranno, dagli ottimati le fazioni, dal popolo la turba e il disordine, e queste stesse forme si mutano in forme nuove, ciò invece generalmente non accade in una forma di governo come questa, composta e moderatamente mista. (…) Non vi è infatti motivo di mutamento (causa conversionis) là dove ciascuno sta saldamente collocato al proprio posto e non si mette in condizione di precipitare e cadere (I, 45).


Magna Carta:

Art. 12: Nessun tributo vassallatico o conferimento (scutagium vel auxilium) sarà imposto nel nostro regno, se non per comune consenso del nostro regno (nisi per comune consilium regni nostri), salvo che per riscattare la nostra persona e per mettere in armi il nostro figlio primogenito e per maritare la nostra figlia primogenita una sola volta; e a tale scopo non vi sarà che un contributo ragionevole: allo stesso modo sarà fatto per i contributi della città di Londra.

Art. 14: E per avere il comune consenso del regno riguardo alla fissazione di un contributo in casi diversi dai tre detti sopra o alla fissazione di un tributo vassallatico, noi faremo convocare gli arcivescovi, vescovi, abati, conti e baroni maggiori con nostre lettere individualmente indirizzate; e inoltre faremo convocare collettivamente per il tramite dei nostri sceriffi e balivi tutti coloro che hanno diritti da noi; per un giorno determinato, s’intende con un termine di almeno quaranta giorni, e per un luogo determinato; ed in tutte le lettere di ale convocazione indicheremo il motivo della convocazione; e fatta così la convocazione, la questione stabilita per quel giorno procederà secondo l’opinione di coloro che saranno presenti, anche se non tutti i convocati saranno venuti.


Henry Bracton:

 

«Voi sapete» che è il re stesso, che ha la giurisdizione ordinaria e la dignità e il potere su tutti quelli che sono nel reame. Egli ha nelle sue mani tutti i diritti della corona, e il potere secolare e la spada materiale che pertinet ad regni gubernaculum. Inoltre ha il potere giudiziario e il potere di giudicare su tutto ciò che rientra nella sua giurisdizione; sicché in virtù di questa, come ministro e vicario di Dio, egli dà ad ognuno il suo. Il re ha anche quei poteri che riguardano la pace, perché il popolo affidato a lui possa vivere in tranquillità e riposo, e nessuno possa colpire ferire o maltrattare un altro, nessuno possa prendere o portar via i beni di un altro, nessuno possa storpiare o uccidere un altro. Ha il potere coercitivo di costringere e punire gli autori di un’ingiustizia. Parimenti egli ha ciò in suo potere, nella sua propria persona: di osservare e fare osservare ai suoi sudditi leges, constitutiones er assisas in regno suo provisas et approbatas et iuratas.
(…) Queste cose che riguardano la giurisdizione e la pace e quelle che sono connesse alla giurisdizione e alla pace, non appartengono a nessun altro che al re e alla dignità regale, né possono essere separate dalla corona, poiché sono la corona stessa. L’essenza stessa della regalità è nell’esercitare giustizia, nel pronunciare giudizi e nel mantenere la pace: senza di ciò la regalità non può né sussistere, né durare (De legibus et consuetudinibus Angliae, 1259).


 

Thomas Smith

Il più elevato e assoluto potere del reame d’Inghilterra risiede nel Parlamento. Perché, come in guerra nel luogo in cui sono lo stesso Re in persona, la nobiltà e il resto dei gentiluomini e degli uomini d’arme, in quello stesso luogo si trova la forza e la potenza d’Inghilterra; così in pace e nelle consultazioni [essa si trova] nel luogo in cui il principe dà la vita e il comando ultimo e più alto, ed i baroni per la nobiltà e per la parte più elevata della comunità, e i cavalieri, gli scudieri, i gentiluomini e i comuni per la parte più bassa, discutono e manifestano che cosa sia buono e necessario per la comunità; e consultandosi insieme e su matura deliberazione (poiché ogni bill o legge è letto e discusso tre volte in ciascuna Camere), prima le altre due parti separatamente e poi lo stesso principe in presenza di entrambe le parti consente e permette. Ciò è atto del principe e dell’intero reame: per cui nessuno può legittimamente avanzare lagnanze su di esso, ma deve acconciarsi a trovarlo giusto e a prestarvi obbedienza. Perché ciò che è fatto con questo consenso è detto fermo, stabile e sanctum, ed è considerato legge. Il parlamento abroga vecchie leggi, ne fa di nuove, dà regola alle cose passate ed a quelle a venire, cambia i diritti ed i possessi dei privati, legittima i bastardi, stabilisce forme di culto, modifica i pesi e le misure, fissa le regole di successione della Corona, decide su diritti contestati ove non ci sia già una legge, stabilisce sussidi, taglie, tasse ed imposte, concede i perdoni e le assoluzioni più liberatorie, riabilita nella discendenza e nel nome in qualità di Corte suprema, condanna o assolve coloro che il principe ha sottoposto a tale giudizio. E, per essere brevi, tutto ciò che il popolo di Roma poteva fare o nei Comizi centuriati o nei Comizi tributi, lo stesso può esser fatto dal Parlamento d’Inghilterra, che rappresenta e detiene il potere dell’intero reame, essendone sia il capo che il corpo. Perché si ritiene che ogni Inglese sia in esso presente, o di persona o mediante mandato o procura, di qualsiasi eminenza, stato, dignità o qualità egli sia, dal principe (sia re o regina) alla più modesta persona in Inghilterra. Ed il consenso del Parlamento è ritenuto essere il consenso di tutti gli uomini. (De Repubblica Anglorum, 1583)

in Inghilterra (…) il re non può spogliare i sudditi senza dare ampia soddisfazione per la stessa cosa. Egli non può da solo, o tramite i suoi ministri, imporre tasse, sussidi o qualsiasi imposizione, o qualsiasi altra cosa, sui sudditi; egli non può alterare le leggi, o farne di nuove, senza l’espresso consenso dell’intero regno nel Parlamento riunito (…) Essi (i sudditi) non sono citati in giudizio se non davanti ad un giudice ordinario, dove sono trattati con grazia e giustizia, secondo le leggi del paese. (De Repubblica Anglorum, 1583)

 

 

Edward Coke:

Come ogni Corte di Giustizia ha leggi e consuetudini per la sua direzione, alcune in base al diritto comune (Common Law), alcune in base al diritto civile e canonico, alcune in base a particolari leggi e costumi, ecc., così l’Alta Corte del Parlamento Suis propriis legibus et consuetudinibus subsistit. E’ lex et consuetudo Parlamenti, che tutti gli affari importanti posti in qualsiasi Parlamento e concernenti i Pari del Reame o i Comuni riuniti in Parlamento, debbono essere decisi, giudicati e discussi secondo le regole del Parlamento, e non secondo il diritto civile, e neppure secondo il diritto comune di questo Reame usato nelle Corti inferiori; e così si è dichiarato essere secundum legem et consuetudinem Parlamenti con riguardo ai Pari del Reame, da parte del Re e di tutti i Lords Spirituali e temporali; e lo stesso vale pari ratione per i Comuni per qualsiasi cosa portata o fatta nella Camera dei Comuni. E inoltre, in base ad un’altra legge e consuetudine del Parlamento, il Re non può prender cognizione di qualsiasi cosa detta o fatta nella Camera dei Comuni se non attraverso la cronaca ufficiale della Camera dei Comuni; ed ogni membro del Parlamento ha la posizione di un giudice e non può fare da testimone. E questa è la ragione per cui i giudici non devono dare alcuna valutazione su un affare del Parlamento, peché questo non deve essere deciso secondo il diritto comune, ma secundum legem et consuetudinem parlamenti. (Institutes of the Law of England, 1565)

 

Fonte: http://web.unimc.it/scipoli/cdsp/didattica/Trienni/aa0405/Storia_cost_Scuccimarra/Storia_costituzionale_testi.doc

 

ARISTOTELE

 

Vita
Nasce nel 384/383 (Apollodoro) da una famiglia di medici. Il padre si chiama Nicomaco la madre Festide, anch’ella di famiglia Asclepiade. Di Stagira (Macedonia – Stavro). Città colonizzata dai greci.
Padre prestigioso – presta servizio presso il re macedone (Aminta). Nella città di Pella.  Rimane orfano ed emigra. Probabilmente ad Atarneo. Avrà ottimi rapporti con Ermia che diventerà tiranno di Atarneo e Asso. Il suo tutore (Pirosseno) accortosi delle capacità e dell’intelligenza lo manda all’Accademia di Platone.
Diogene Laerzio:
“Si incontrò con Platone all’età di diciassette anni e si intrattenne nella sua scuola per venti” (Vita dei filosofi V, 9)
Platone aveva fondato l’Accademia dopo il primo viaggio in Sicilia (388 ac) e le aveva dato lo stato giuridico di una comunità religiosa consacrata al culto delle Muse e ad Apollo. Finalità della scuola: politico-etico-educativo. Preparava i “veri politici”
Si coltivavano anche le scienze (Eudosso –matematico)
Quando Aristotele entrò all’Accademia (367/366)Platone faceva il secondo viaggio in Sicilia fino al 364. Eudosso= empirico = “Salvare i fenomeni”., un principio che tenesse conto dei fatti, del loro modo di apparire. Filippo di Opunte, Speusippo.

Il platonismo è il nucleo attorno a cui si sviluppa la riflessione di Aristotele.

Probabilmente all’inizio studia matematica – secondo il ciclo di studi della Repubblica.

Opere “platoniche”
1. Il Grillo: opera dedicata alla retorica. Polemica contro la retorica: irrazionale mozione dei sentimenti – secondo le teorie di Gorgia e Isocrate. Dopo Platone scriverà il Fedro – con cui critica, ma parzialmente rivaluta, la retorica. Un allievo di Isocrate, Cefisodoro, scrive un Contro Aristotele. Segno che il tattato di Aristotele aveva avuto successo.

2. Eutidemo, sull’anima.Forma di dialogo, dedicata a Eutidemo, amico di Aristotele – morto in combattimento presso Siracusa. E’un dialogo socratico, il modello è il Fedone. Sull’immortalità dell’anima. Ha un carattere oltremondano: si pensa che la vita nell’al di là sia migliore. Vi si trovano argomenti basati sulla persuasione.
Problema: condivide A. la teoria platonica delle idee?
In realtà l’immortalità dell’anima a cui qui si fa cenno si riferisce all’anima intellettiva.

“Se poi rimanga qualche cosa anche dopo la corruzione della sostanza composta, è un problema che resta da esaminare. Per alcuni esseri nulla lo vieta: per esempio per l’anima: non tutta l’anima, ma solo l’anima intellettiva; tutta sarebbe impossibile” (metaf. VII 3, 1070 a 24-26).
Emerge il concetto aristotelico di Idea = non come qualcosa di separato, ma come sostanza, forma. L’anima è sostanza/forma del corpo,  non si dissolve con esso.   
Il carattere mistico dell’Eudemo verrà superato.  La filosofia guadagna una dimensione scientifica che non lascia spazio a tale carattere religioso.

            3. Propteptico o Esortazione alla filosofia – di questa opera si possiedono frammenti riportati da Giambico. Si tratta di una difesa integrale della filosofia. Viene chiarito l’ideale della vita teoretica. Attributi:
- necessaria = anche chi al nega è costretto a filosofare: “IL CERCARE è LA CAUSA DELLA FILOSOFIA”;
- i principi e le cause prime sono l’oggetto della filosofia:nucleo dell’ontologia aristotelica “ciò che è primo per i sensi è l’ultimo nell’ordine della conoscenza”.
- non ha bisogno di strumenti o di luoghi particolari “ma in qualunque luogo della terra uno vi ponga il pensiero, allo stesso modo attinge alla verità”
- è un bene oggettivo e costituisce il fine metafisico dell’uomo. La conoscenza è la virtù suprema.
- la filosofia è utile. La contemplazione ha valore autonomo, la vita pratica un valore subordinato. I beati vivono contemplando, non agendo.
-la filosofia dà felicità:
“nulla di divino o di beato appartiene agli uomini, eccettuata quella sola cosa degna di considerazione, ossia quanto vi è in noi di intelligenza e di sapienza; questa sola tra le cose che sono in noi appare essere immortale e questa sola divina. L’intelligenza è il dio che è in noi.

            4. Sulle idee.
Prende le distanze con la filosofia platonica. Respinge l’idea delle idee come sostanze separate. Afferma che per tener ferma la dottrina delle idee bisogna rinunciare alla dottrina dei principi.
Le idee sono CAUSE FORMALI delle cose. Sono forme IMMANENTI nelle cose.
Berti: da enti trascendenti a STRUTTURE TRASCENDENTALI           

            5. Sul bene: è sulla teoria dei principi.
L’uno e la diade “del grande e del piccolo” vengono associate all’idea della causa formale e della causa materiale.
Le speculazione del dialogo platonico Filebo si avvicinano a queste conclusioni: Il Flebo parla di quattro generi supremi del reale: il limite (o principio determinante), l’illimite (o principio indeterminato) il misto di questi due e la causa della mescolanza.
Si jntravvede la causa formale e materiale e l’idea della sostanza come sinolo – unione di forma e materia.

            6. Sulla filosofia -. L’opera più importante. Anch’essa pervenutaci in frammenti. In tre volumi, in stile dialogico, affrontava i temi principali della filosofia platonica, dal senso della filosofia, alle idee numeri, alla teologia. Pare emerga l’idea di Dio –

De caelo (Simplicio. 228, 28).
Sono tesi presenti nella metafisica. Dio è apathos, impassibile, eterno IL trascendente diventa nous = intelligenza suprema, NON INTELLEGIBILE.

Dopo la morte di Platone Aristotele abbandona l’accademia.
Ritorna ad Atarneo – dove lo impiega Ermia, il tiranno. Tiene una scuola ad Asso, insieme ad altri dell?Accademia platonica fuoriusciti con lui. Poi passa a Mitilene nell’isola di Lesbo – da dove veniva Teofrasto.
Nel 343 diventa precettore di Alessandro il Macedone.

Nel 335/334 quando Alessandro consolida il suo potere sulla Grecia A. torna ad atene e fonda una scuola in un ginnasio pubblico, il Liceo (sacro ad Apollo Licio) aveva nei suoi pressi un edificio e un giardino – passeggiata, Peripato: Aristotele insegnava passeggiando.
Ci restano le lezioni di Aristotele e nessuna delle opere scritte per il pubblico (essoteriche).

Opere principali:
metafisica
Fisica, Sul cielo, Sulla generazione e corruzione, Sull’anima;
tre corsi di Etica: etica Eudemea, etica Nicomachea, Grande Etica.
Politica, Poetica, Retorica,
Organon: -categorie; - De interpretazione; Analitici primi e secondi; Topici e Confutazioni sofistiche.
Muore nel 322.

 

Metafisica: indagine sulle cause e i principi; sull’essere in quanto essere; la sostanza; Dio e la sostanza soprasensibile. Dio è il momento centrale e definitorio della metafisica.

Dottrina delle cause: formale, materiale, efficiente e finale. (efficiente: il padre che genera il figlio) finale (il telos): lo scopo a cui tende il divenire.

Dottrina dell’essere. A. analizza il senso che prende l’essere. Ha una molteplicità di significati.
Vengono analizzati ed Aristotele ne costruisce una “tavola”, una mappatura. Sono sensi non univici, non equivoci ma analoghi.
(Essere come accidente; come essenza ovvero come sostanza; essere come vero cui viene contrapposto il non essere come falso: si tratta dell’essere logico in base a cui viene formulato un giudizio vero o falso; essere come potenza e come atto)

Il concetto di sostanza:
-forma (morphè, eidos)
-materia (substrato necessario per la forma)
-sinolo (unità concreta di feorma e materia).

 

ETICA

  1. Separazione tra teoria e prassi.

-rispecchia la divisione aristotelica tra una sfera propria dell’umano da una sfera inferiore, relativa al mondo animale, e una sfera superiore, relativa al mondo umano.

Theorein, teoria: il modo con cui l’uomo si mette in rapporto razionale con ciò che non è cambiato o trasformato da questo interessamento umano. Il voler sapere le cose come sono in se stesse.

“come dottrina della natura (episteme), essa si occupa del genere dell’essere che ha in se stesso il principio del movimento e della quiete….”non è una scienza pratica e neanche poetica; infatti per quel che concerne le cose prodotte, il principio risiede nel producente, tanto se questo sia un intelletto se sia un arte o una qualche capacità, mentre, per quel che concerne le cose pratiche, il principio risiede nell’agente, ed è un atto di libera scelta, giacchè l’oggetto dell’azione e quello della scelta si identificano.” (Met. 1075 a 1)
Definizione dell’episteme, p. 95 /arte e prassi 96 97

Prassi: attuazione esistenziale ed azione dell’uomo ed autorealizzazione esistenziale.
Prassi umana è prassi di un essere che ha la ragione. Si distingue dalla scienza teoretica per due momenti:

  1. l’oggetto: non so tratta dell’eterno e dell’immutaile, ma nemmeno dell’essere al quale le cause e i motivi del divenire e dell’accadere non sono immanenti (altrimenti si identificherebbero con le cose naturali – oggetto della scienza fisica), bensì risiedono nella ragione o arte o qualsiasi altra capacità dell’uomo. OGGETTO DELL’EPISTEME PRAKTIKE – scienza pratica sono ta anthropina – le cose umane.
  2. Le scienze pratiche esse stesse vogliono la prassi: “scopo della scienza teoretica è la verità, quello della scienza pratica è l’attività pratica” Ancora: “La parte della filosofia con cui noi abbiamo qui a che fare non è esercitata come le altre a causa delle teoria; cioè non svolgiamo la nostra indagine per sapere che cosa sia la virtù in se, ma per diventare noi stessi buoni; altrimenti questo filosofare sarebbe inutile. Pertanto dobbiamo rivolgere la nostra attenzione all’agire.

Politica =  la scienza complessiva dell’attività morale dell’uomo sia come singolo che come cittadino. Questa “politica” si suddivide in etica e politica.

Si nota una SUBORDINAZIONE DELL’ETICA ALLA POLITICA (uomo= cittadino)

“Se infatti identico è il bene per il singolo e per a città, sembra importante e più perfetto scegliere e difendere quello della città; certo esso è desiderabile anche quando riguarda una sola persona, ma è più bello e più divino se riguarda un popolo e le città” (Etica Nicomachea A 2, 1094b 7-8)

  1. L’uomo nelle sue azioni tende a fini specifici, che si configurano come beni. I beni sono relativi. Non si può passare da bene a bene all’infinito (forma “cattiva di infinito”) i beni sono funzionali ad un fine ultimo, ovvero a un bene supremo.

 

Il bene supremo è la felicità = eudaimonia. Cos’è? Qui iniziano i problemi.

    1. piacere, godimento.
    2. Onore = vita politica. Ma non può essere un fine ultimo:”Esso infatti sembra dipendere più da chi conferisce l’onore che da chi è onorato: noi invece riteniamo che il bene sia qualcosa di individuabile e di alienabile.” Gli uomii lo cercano per il riconoscimento pubblico.
    3. Ricchezze. “la vita (…) dedita al commercio è qualcosa di contro natura, ed è evidente che la ricchezza non è il bene che cerchiamo; infatti essa è solo in vista del guadagno ed è un mezzo per qualcosa d’altro” (EN, A 5, 1096, 5-7)
    4. Il bene in sé dei platonici. Non è realizzabile per l’uomo. Il bene che riguarda l’etica è quello immanente, realizzabile, a portata dell’azione umana.
    5. Bene = aretè. Virtù. Ciò che l’uomo sa svolgere. Qui vi è un riferimento all’antropologia e alla dottrina dell’anima:
      1. Non è il semplice vivere (anima vegetativa)
      2. Non è nemmeno il sentire, comune con gli animali
      3. Ragione: l’attività dell’anima secondo ragione. Questa è la virtù dell’uomo , qui va cercata la felicità.

“se dunque è così, allora il bene proprio dell’uomo è l’attività dell’anima secondo virtù, e se molteplici sono le virtù, secondo la migliore e la più perfetta. E ciò vale anche per tutta una vita completa. Infatti una sola rondine non fa primavera né un solo giorno; così neppure una sola giornata o un breve tempo rendono la beatitudine o la felicità”. EN A 7, 1098 a 12-20.

Intelletto è la parte migliore dell’uomo.
“E’dunque chiaro che ciascuno è intelletto e che la persona moralmente conveniente ama soprattutto esso” EN I, 8,1169, a 2 ss.
Le virtù sono dedotte dalle parti dell’anima.

  1. Vegetativa
  2. Sensitiva o concupiscibile=virtù etiche perché quasta parte dell’anima”partecipa in qualche modo alla ragione”  EN, A, 13 – la virtù etica serve a dominare questi impulsi.
  3. intellettiva o razionale= virtù dianoetiche

virù etiche: sono molte, perché molti sono gli impulsi che devono essere dominati. Derivano dall’abitudine/habitus/seconda natura.  Esercizio: se ci abituiamo a fare qualcosa, ci diventa facile. Le virtù si apprendono come le altre arti.

Qual è la natura comune a tutte le virtù etiche? NON C’E MAI VIRTU’QUANDO C’E’ ECCESSO O DIFETTO.
“In ogni cosa, sia essa omogenea oppure divisibile, è possibile distinguere il più, il meno e l’uguale, e ciò o in relazione alla cosa stessa o in relazione a noi: l’uguale è la via di mezzo tra l’eccesso e il difetto. Io chiamo dunque posizione di mezzo di una cosa quella che dista ugualmente da ciascuno degli sìestremi, ed essa è una sola ed identica in tutte le cose e chiamo posizione di mezzo rispetto a noi ciò che non eccede né fa difetto; essa però non è l’unica, né uguale per tutti. “ EN, B 6, 1106 a 26-1106b 7.

L’oggetto è la passione: la virtù etica è la medierà tra i due estremi della passione.  E’ il massimo dal punto di vista del valore perché segna l’affermazione della ragione sull’irrazionale. (sempre l’idea del limite!)
-coraggio (viltà/audacia)
-temperanza (insensibilità/dissolutezza)
-liberalità (avarizia/prodigalità)
Giustizia: libro V dell’EN.

 

Virtù dianoetiche. = virtù di ragione.
Ci sono due funzioni dell’anima razionale:

  1. quella che conosce le cose variabili
  2. quella che conosce le realtà immutabili.

Vi è perfezione della virtù per entrambe le funzioni. Ragione pratica e ragione teoretica.  Phronesis e Sophia. Due visioni della felicità, che si connettono una forma difettiva ed una forma eccedente di felicità. P. 141 ss.
La felicità della vita teoretica eccede la felicità specifica per l’uomo, è la felicità umana “massima”. E’ rivolta all’elemento divino nell’uomo. Soddisfa le condizioni per la felicità sono prevalenti nell’uomo.
Sophia= verte sulle cose immutabili.

  1. la teoria è forma suprema dell’attività umana. Lo spirito il “nous” ha il grado supremo perché si rivolge agli oggetti più eccellenti: il bello e il divino.
  2. la teoria può essere esercitata con maggiore continuità.

fronesis: verte sulle cose che potrebbero anche essere diversamente. Felicità di “tipo umano”      1.
Saggezza: saper correttamente dirigere la vita dell’uomo, saper deliberare su ciò che è bene e male. LA FRONESIS ADDITA I MEZZI PER RAGGIUNGERE I FINI. I veri fini e il vero scopo sono colti dalla virtù che indirizza il volere in modo corretto.
“…L’opera umana si compie attraverso la saggezza e la virtù etica: infatti la virtù rende retto lo scopo, mentre la saggezza rende retti i mezzi” EN Z 12, 1144 a 6-9

LA VIRTU’ETICA E DIANOETICA SONO LEGATE TRA DI LORO: non E’POSSIBILE ESSERE VIRTUOSI SENZA LA SAGGEZZA NE’ ESSERE SAGGI SENZA LA VIRTU’ETICA.
La virtù dianoetica è la conoscenza dei principi e delle conseguenze che da essi logicamente vengono tratte. La saggezza riguarda l’uomo, la sapienza riguarda le cose che sono sopra l’uomo.
Perfetta felicità:
Contemplazione intellettiva.
Passi :
1 »Vi sono altre cose molto più divine, come, per restare alle più visibili, gli astri di cui si compone l’universo. Da ciò che si è detto è chiaro che la sapienza è insieme scienza e intelletto delle cose più eccelse per natura. » EN Z 7 1141 a 34-1141;
2 (..)se l’attività dell’intelletto, essendo contemplativa, sembra eccelllere per dignità e non mirare a nessuna ltro fine all’infuori di se stessa ed avere un proprio piacere perfetto (che accresce l’attività) ed essere autosufficente, agevole, ininterrotta, per quanto è possibile all’uomo e sembra che in tale attvità si trovino tutte le qualità che si attribuiscono all’uomo beato : allora questa sarà la felicità perfetta dell’uomo, se avrà la durata intera della vita. Infatti in ciò che riguarda la felicità non può esserci nulla di incompiuto. Ma una tale vita sarà superiore alla natura dell’uomo; infatti non in quanto uomo egli vivrà in tal maniera, bensì in quanto in lui v’è qualcosa di divino; e di quanto esso eccelle sulla struttura composta dell’uomo di tanto eccelle anche la sua attività conforme alle altre virtù. Se dunque in confronto alla natura dell’uomo l’intelletto è qualcosa di divino, anche la vita conforme ad esso sarà divina in confronto alla vita umana.Non bisogna però seguire quelli che consigliano che, essendo uomini si attenda a cose umane, ed essendo mortali, a cose mortali, bensì, per quanto è possibile, buisogna farsi immortali e far di tutto per vivere secondo la parte più elevata di quelle che sono in noi ; seppure infatti essa è piccola per estensione, tuttavia eccelle di molto su tutte le altre per potenza e valore » EN K 7, 1177b 19-1178;
3. « (..) cosicchè l’attività del dio, che eccelle per beatitudine, sarà contemplativa. Quindi anche tra le attività umane quella che è più congenere a questa, sarà quella più capace di rendere felici. Prova di ciò è anche il fatto che gli altri esseri viventi non partecipano della felicità, perchè sono completamente privi di questa attività. Invece per gli dei tutta la vita è beata, e per gli uomini lo è in quanto vi è in essi un’attività simile a quella ; ma nessuno degli altri esseri vivienti è felice, perchè no npartecipa per nulla della speculazione. Per quanto dunque si estende la speculazione, di tanto si estende anche la felicità, e in quelli in cui si trova maggior speculazione vi è anche maggior felicità ; e ciò accade no per caso, ma per via della specuolazione : essa infatrti ha valore di per se stessa. Così la felicitò è una specie di speculazione. »
EN K 8, 1178 b 21-32.         

Psicologia dell’atto morale.

  1. Razionalismo etico di Socrate e anche di Platone.
  2. Aristotele è realista: altro è conoscere il bene, altro è il praticarlo. Così cerca di indagare l’atto morale più da vicino.
    1. Azioni involontarie =azioni coatte;
    2. Azioni volontarie”in cui il principio risiede in chi agisce, se conosce le circostanze particolari in cui si svolge l’azione. (EN L 1, 1111 a 22-24)”. In questa categoria entrano tutte le azioni dettate dall’impetuosità, ira, desiderio etc. Sono volontarie anche le azioni dei bambini. Volontarie sono le azioni spontanee.
      1. Volontarie sono le azioni determinate da una scelta (proairesis): la scelta “sembra essere cosa essenzialmente propria della virtù e più atta che non le azioni a giudicare i costumi”.- deliberazione (o proponimento)
      2. Scelta: si riferisce ai mezzi che vengono ritenuti idonei, tutte le cose che servono per realizzare il fine, dalle più prossime alle più remote. Scarta quelle irrealizzabili e mette in atto le realizzabili.

 

“L’oggetto della deliberazione e quello della scelta sono la stessa  cosa, eccetto il fatto che ciò che si sceglie è già stato determinato. Infatti oggetto della scelta è ciò che è già stato giudicato con la deliberazione. Ciascuno infatti cessa dal ricercare come dovrà agire, quando avrà ricondatoo a se stesso il principio dell’asione e l’abbia ricondotto a quella perte di lui chew comanda: essa infatti e quella che decide” …EN L 3 1113 a 2-7
Non si nota una chiara formulazione della nozione di volontà. La volontà riguarda solo i fini (bulesis). NOI SIAMO BUONI IN RELAZIONE AI FINI CHE CI PROPONIAMO, non in relazione ai mezzi.

Come si determina la bontà del fine?

  1. se è tendenza infallibile verso il bene – non vi è volontà (su cosa delibero?) E se scelgo il male sarà solo per ignoranza;
  2. se è tendenza a ciò che appare bene, si dovrebbe concludere che “ciò che è voluto non è voluto per natura, ma a seconda che a ciascuno pare; e poiché a uno pare una cosa, a uno un’altra, se così fosse, ciò che è voluto sarebbe insieme cose contrarie” =nessuno potrebbe più essere chiamato buono o cattivo.
  3. Soluzione prospettata: ..bisogna dire allora che assolutamente e secondo verità l’oggetto della volontà e il bene, però a ciascuno di noi oggetto della volontà è ciò che sembra bene: per chi è virtuoso ciò che è veramente bene, per chi è vizioso quello che capita; come anche per i corpi, a quelli che sono ben disposti sono sane le cose che sono veramente tali, a quelli malati invece lo sono le altre cose: e altrettanto è delle cose amare, di quelle dolci di quelle calde, di quelle pesanti e così via. Chi è virtuoso, infattim giudica rettamente ogni cosa ed in ciascuna gli appare il vero. In realtà le cose adatte a ciascuna disposizione sono belle e piacevoli, e forse l’uomo virtuoso differisce dagli altri soprattutto perché vede la verità in tutte le cose, essendo egli il canone e la misura di esse. Nella maggioranza degli uomini, invece, sembra sorgere l’inganno attraverso il piacere che sembra bene, pur non essendolo.Perciò essi scelgono come bene ciò che è piacevole, come male ciò che è doloroso.” (EN L 4, 113 a 23-111 b 2.)

 

Ci si trova come in un circolo: per diventare ed essere buono ho bisogno di volere i fini buoni, per fare questo devo essere buono. = antropologia. Il bene dell’uomo è ciò che è a òui specifico, l’attività dell’anima secondo ragione. P. 46
Noi siamo responsabili delle nostre azioni a causa dei nostri abiti morali.
Possiamo notare una interessante dialettica tra esterno e interno.
POLITICA.
Aristotele segna l’autonomizzazione del bios politikos. Che assume due diversi significati: la vita civile e l’attività politica, pubblica, in posizione dirigente. Autonomizzazione significa che la politica è possibile anche senza metafisica e senza teologia. Il possesso, l’esercizio del potere politico non sono legate a conoscenze di carattere filosofico. Scienza e responsabilità politica devono rimanere separate: il politico si può avvalere dell’aiuto dello scienziato.
Il bene dello stato è sopra quello dell’individuo: il tutto è più perfetto della parte. Il motivo si trova nella natura umana,

  1. tesi della naturale socievolezza dell’uomo: l’uomo è un animale politico.  
  2. la natura ha distinto diverse tipologie di uomini. Vi sono uomini e donne. Uniti a costutire una famiglia per il soddisfacimento dei bisogni elementari. Dalla famiglia si forma il villaggio. Ma non basta: per garantire la vita perfetta occorrono le leggi, le magistrature, l’organizzazione dello stato. Nello stato l’individuo esce da una concezione soggettiva del bene. Lo stato incarna ciò che è oggettivamente buono. Ultimo cronologicamente è PRIMO ONTOLOGICAMENTE. Il tutto precede le parti. Solo lo stato dà senso alle altre comunità, solo lo stato è autosufficiente.
  3. “Chi non può entrare a far parte di una comunità, chi non ha bisogno di nulla bastando a se stesso, non è parte di una città, o è una belva o è un dio”

il cittadino.

  1. La donna è per natura inferiore all’uomo.
  2. esistono gli schiavi per natura. Sono i barbari. “Quindi quelli che differiscono tra loro quanto l’anima dal corpo (devono essere subordinati) o l’uomo dalla bestia, costoro sono per natura schiavi (…) in effetti è schiavo per natura chi può appartenere a un altro e chi in tutto partecipa di ragione in quanto può apprenderla, ma non averla” Politica I 5, 1254, 15 ss.  
  3. analisi della ricchezza, la “crematistica”: ha come nucleo fondamentale la famiglia. Il baratto e alla fine il denaro. Le attività basate sul commercio e fatte per accumulare denaro non sono adatte alla famiglia. Ma non sono nemmeno auspicabili: un’economia che si basasse su queste forme di attività perderebbe di mira lo scopo della vita, che non è quello della produzioni di beni materiali, ma è la vita buona. Così la vita sarebbe a servizio dei mezzi. – critica al comunismo paltonico.
  4. i cittadini: colui che partecipa ai tribunali e alle magistrature. Colui che prende parte all’amministrazione della giustizia e fa parte dell’assemblea che legifera sulla città. Anche gli uomini liberi, che non hanno il tempo di partecipare alle magistrature e alle assemblee non sono veramente cittadini.  Tutti questi – come gli schiavi – sono mezzi che soddisfano i bisogni dei cittadini. La libertà è quella del cittadino che partecipa alle magistrature della città.

Stato e forme.
1.lo stato può stabilirsi secondo diverse costituzioni: “La costituzione è la struttura che dà ordine alla Città, stabilendo il funzionamento di tutte le cariche e soprattutto dell’autorità sovrana” (Pol. L 5, 1278) Le costituzioni sono tante quanto le forme di governo.        
a. uno: monarchia/tirannide
b. pochi:aristocrazia/oligarchia
c. molti: politia/democrazia.
Le costituzioni rette sono quelle in cui i governanti governano per l’interesse collettivo, quelle non rette sono quelle governate da un interesse privato. Quale è la migliore?
La migliore forma di governo è quella in cui viene perseguito il bene comune. Se si trovasse un uomo eccellete, evidentemente sarebbe la monarchia oppure l’aristocrazia; ma siccome è più probabile che queste elite degenerino, la forma migliore è la politia. Molti uomini sono capaci di comandare e di essere comandati secondo la legge. 
LA POLITIA E’UNA VIA DI MEZZO TRA LA OLIGARCHIA E LA DEMOCRAZIA – una democrazia temperata con l’oligarchia. Governa una moltitudine agiata capace di servire anche l’esercito ed eccellente nella virtù guerriera.
La politia tempera i difetti e assume i pregi delle due forme pure. E’ la forma della clesse “media” e come tale garantisce più stabilità.

Lo stato ideale. Ultimi due libri. L’accento è posto sull’educazione.
Parallelismo tra uomo e stato:
“(…)d’altronde il coraggio, la giustizia, la prudenza e la saggezza d’uno stato hanno la stessa  forza e la stessa natura di quello che deve avere un uomo per essere detto valorosoe giusti e prudente e saggio” Politica VII (H) 13
Lo stato ideale è cercato in base a parametri morali ed educativi.
Si è visto come A. distingua i beni esteriori, i beni corporei e i beni spirituali. La città deve finalizzarsi all’acquisto di questi ultimi, che soli portano alla felicità. Polemizza contro costituzioni volte al dominio esterno e alla conquista “a Sparta e Creta l’educazione e l’intero corpo delle leggi è ordinato, più o meno, in vista della guerra” VII 2, 1324, 10
Il dominio viene criticato: tanto come fine della città quanto come fine dell’individuo: “non è legale dominare, non solo secondo giustizia, ma anche contro giustizia..” (si tratta di un dominio che è dispotismo)- E’il dominio che caratterizza il rapporto di schiavitù.
“il comando è di due specie, l’uno in vista di chi comanda, l’altro in vista di chi è comandato: nel primo caso diciamo che si ha il comando del padrone, nel secondo quello che conviene ai liberi” VII, 14, 1333 4-7.
La felicità massima è data dai beni dell’intelletto.
Ci sono delle condizioni ideali.

  1. Popolazione ideale: né troppo esigua né troppo numerosa, ma in giusta misura. Quella troppo numerosa sarà ingovernabile e quella troppo esigua non autosufficiente. I cittadini devono potersi conoscere l’un l’altro.  = amicizia politica = “scelta deliberata di vivere in comune” Politica III, 9, 1280, 40.
  2. Territorio = deve avere caratteristiche analoghe. Il territorio corrisponde alle diverse costituzioni: un territorio piano va bene per una democrazia, un acropoli per una aristocrazia. Il territorio deve essere ben difendibile, in posizione favorevole verso il retroterra e verso il mare.
  3. Le qualità del cittadino sono quelle che presentano i greci: VII 7, 1327. Occorre notare come siano contemplati i due elementi, intelligenza e cuore – virtù dianoetiche e etiche. L’importanza dell’elemento cuore è massima: “E il desiderio di dominio e di libertà deriva in tutti da questa facoltà, perché il cuore è elemento dominatore e invincibile”. VII, 7-8,1328,6 E’il giusto mezzo.
  4. analizza le principali funzioni della città: devono esserci agricoltori, artigiani, commercianti, guerrieri e “consiglieri”, ovvero quelli che decidono cosa sia utile alla comunità e cosa sia giusto. Ci son poi i sacerdoti. Queste ultime sono le funzioni principali. Il cittadino libero deve occuparsi della vita pubblica (la città è parassitaria). La comunità ideale è quella di “persone uguali, il cui fine è la migliore vita possibile” VII, 8, 1328, 35. “E poiché il bene migliore è la felicità e la felicità è realizzazione e pratica perfetta di virtù e poiché succede che taluni possono partecipare di essa, altri poco o niente, risulta chiaro che è questo il motivo per cui esistono forme e varietà di stati e più tipi di costituzioni.” 1328, 40. Qui prende in esame i cittadini “giusti assolutamente” e non solo secondo un certo rapporto (III, 9, 1280). Uguaglianza tra i cittadini migliori: il problema delle funzioni viene risolto con un criterio di rotazione. VII, 9, 1329.
  5. La felicità della città dipende dalla virtù, ma la virtù vive in ciascun cittadino, la città può essere felice nella misura in cui sono virtuosi i cittadini. Questo avviene quando si realizza l’ideale stabilito dall’etica: il corpo viva in funzione dell’anima, le parti inferiori dell’anima in funzione di quelle superiori, che si realizzi l’ideale della pura contemplazione. Questa èla felicità: Politica VII, 13, 1332, 9: “noi diciamo che è perfetta attività e pratica di virtù e non condizionatamente, ma assolutamente” (energea)

 

Fonte: http://www.sp.units.it/Docenti%20Materiali/PAROTTO/ARISTOTELE.doc

 

Letture Aristotele
La Metafisica
Dio come pensiero di pensiero
Scienza e dimostrazione
I diversi tipi di Sillogismo
Il principio di non contraddizione
L’amicizia
3 tipi di amicizia
Imprescindibilità della filosofia

“La Metafisica”
C’è una scienza che studia l’essere-in-quanto-essere e le proprietà che gli sono inerenti per la sua stessa natura. Questa scienza non si identifica con nessuna delle cosiddette scienze particolari, giacché nessuna delle altre ha come suo universale oggetto di indagine l’essere-in-quanto-essere, ma ciascuna di esse ritaglia per proprio conto una qualche parte di essere e ne studia gli attributi, come fanno, ad esempio, le scienze matematiche. E poiché noi stiamo cercando i principi e le cause supreme, non v’è dubbio che questi principi e queste cause sono propri di una certa realtà in virtù della sua stessa natura. Se, pertanto, proprio su questi principi avessero spinto la loro indagine quei filosofi che si diedero a ricercare gli elementi delle cose esistenti, allora anche gli elementi di cui essi hanno parlato sarebbero stati propri dell’essere-in-quanto-essere e non dell’essere-per-accidente; ecco perché anche noi dobbiamo riuscire a comprendere quali sono le cause prime dell’essere-in-quanto-essere.
Aristotele, Metafisica E, 1, G, 1, a cura di G. Giannantoni, Roma-Bari, Laterza, 1973.
“Dio come pensiero di pensiero”
[...] se esso [l’intelletto divino] non pensa nulla, in nulla verrebbe a risiedere la sua dignità ma esso si troverebbe nello stato di un uomo addormentato; se, invece, esso pensa ma pensa qualcosa che sia diversa da sé stesso, allora il suo pensiero viene a dipendere da qualche altra cosa, e in tal caso [...] esso non potrà essere la migliore delle sostanze, giacché la sua assoluta superiorità è sua proprietà solo in virtù del pensare. Inoltre, tanto nel caso che la sua sostanza si identifichi con l’Intelletto quanto nel caso che si identifichi col pensiero, qual è l’oggetto del pensiero? [...] E' chiaro, quindi, che esso pensa la cosa più divina e veneranda, e che non muta mai il suo oggetto [...]. Epperò l’Intelletto pensa sé stesso, se è vero che esso è il bene supremo, e il suo pensiero è pensiero di pensiero.
(Aristotele, Metafisica, in Id., Opere, a cura di G. Giannantoni, Bari, Laterza, libro lambda, 9)

“Scienza e Dimostrazione”
Se, pertanto, il conoscere è quale abbiamo posto, è necessario anche che la conoscenza apodittica proceda da cose vere, prime, immediate, più note, anteriori e cause della conclusione: ché in questo modo i principi saranno propri di ciò che si dimostra. [...] E chi vorrà possedere la scienza che procede mediante dimostrazione non soltanto deve rendere maggiormente noti i principi e credere maggiormente ad essi che a ciò che è dimostrato, ma nient’altro dev'essere per lui più credibile e più noto che gli opposti dei principi dai quali procederà il sillogismo dell'errore contrario, se davvero chi conosce in senso assoluto deve essere inamovibile.
(Aristotele, Analitici Secondi, in M. Zanatta, Organon di Aristotele, U.T.E.T., Torino, 1996, vol. II, pp. 11 – 14)

“I diversi tipi di sillogismo e la dialettica”
Ebbene, sillogismo è un discorso nel quale, poste alcune cose, qualcosa di diverso da ciò che è stabilito segue di necessità in forza di ciò che è stabilito. Vi è dunque una dimostrazione quando il sillogismo proceda da asserzioni vere e prime, oppure da asserzioni tali che hanno assunto il principio della conoscenza ad esse relativa in forza di certe asserzioni vere e prime; dialettico è invece il sillogismo che argomenta da opinioni notevoli. [...] E, complessivamente, su tutte le cose di cui abbiamo parlato e su quelle di cui, dopo queste, parleremo, ci basti aver definito in questa misura, poiché di nessuna di esse ci proponiamo di produrre la nozione rigorosa, ma vogliamo trattarne quanto basta in un abbozzo, ritenendo completamente sufficiente, secondo la presente trattazione, il poter riconoscere come che sia ciascuna di esse.
(Aristotele, Topici, in M. Zanatta (a cura di), Organon di Aristotele, U.T.E.T., Torino, 1996, vol. II, pp. 115 – 117)
“Il principio di non contraddizione”
[...] Il principio più sicuro di tutti è quello intorno al quale è impossibile essere nel falso. Questo principio è necessariamente il più conoscibile,[...] e non ipotetico, perché non è una ipotesi il principio che deve necessariamente possedere chi voglia comprendere una qualsiasi delle cose che sono, e quando si vuole arrivare a conoscere qualcosa, è necessario possedere già ciò che si deve necessariamente conoscere per conoscere una cosa qualsiasi. [...] È impossibile che la stessa cosa insieme inerisca e non inerisca alla medesima cosa e secondo il medesimo rispetto; e si aggiungano tutte le altre determinazioni che si potranno aggiungere per evitare difficoltà di carattere dialettico.[...]Nessuno può ritenere che la medesima cosa sia e non sia, come alcuni credono che dicesse Eraclito.
(Aristotele, Metafisica, a cura di C. A. Viano, Torino, U.T.E.T., 1974, pp. 272-273)
“L’Amicizia”
"L'amicizia è una virtù o s'accompagna alla virtù; inoltre essa è cosa necessarissima per la vita. Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni (e infatti sembra che proprio i ricchi e coloro che posseggono cariche e poteri abbiano soprattutto bisogno di amici; infatti quale utilità vi è in questa prosperità, se è tolta la possibilità di beneficare, la quale sorge ed è lodata soprattutto verso gli amici? O come essa potrebbe esser salvaguardata e conservata senza amici? Infatti quanto più essa è grande, tanto più è malsicura). E si ritiene che gli amici siano il solo rifugio nella povertà e nelle altre disgrazie; e ai giovani l'amicizia è d'aiuto per non errare, ai vecchi per assistenza e per la loro insufficienza ad agire a causa della loro debolezza, a quelli che sono nel pieno delle forze per le belle azioni. [...]
(Aristotele, Etica Nicomachea, trad. it. in Opere, vol. VII, Bari, Laterza, 1983, libro VIII, cap. 1, pp. 193-194)
“I tre tipi di amicizia”
"Tre dunque sono le specie di amicizie, come tre sono le specie di qualità suscettibili d'amicizia: e a ciascuna di esse corrisponde un ricambio di amicizia non nascosto. E coloro che si amano reciprocamente si vogliono reciprocamente del bene, riguardo a ciò per cui si amano. Quelli dunque che si amano reciprocamente a causa dell'utile non si amano per se stessi, bensì in quanto deriva loro reciprocamente un qualche bene; similmente anche quelli che si amano a causa del piacere. (...)L'amicizia perfetta è quella dei buoni e dei simili nella virtù. Costoro infatti si vogliono bene reciprocamente in quanto sono buoni, e sono buoni di per sé; e coloro che vogliono bene agli amici proprio per gli amici stessi sono gli autentici amici (infatti essi sono tali di per se stessi e non accidentalmente); quindi la loro amicizia dura finché essi sono buoni, e la virtù è qualcosa di stabile; e ciascuno è buono sia in senso assoluto sia per l'amico. Infatti i buoni sono sia buoni in senso assoluto, sia utili reciprocamente.
(Aristotele, Etica Nicomachea, cit., libro VIII, cap. 3, pp. 196-199).

Imprescindibilità della filosofia
.... se si deve filosofare, si deve filosofare e se non si deve filosofare, si deve filosofare; in ogni caso dunque si deve filosofare. Se infatti la filosofia esiste, siamo certamente tenuti a filosofare, dal momento che essa esiste; se invece non esiste, anche in questo caso siamo tenuti a cercare come mai la filosofia non esiste, e cercando facciamo filosofia, dal momento che la ricerca è la causa e l’origine della filosofia.
(Aristotele, Protrettico, fr.424, in Opere, a cura di G. Giannantoni, Roma- Bari , Laterza, 1973)


Fonte: http://anki.altervista.org/appunti/testi/antologia_Aristotele.doc

 

LA LOGICA DI ARISTOTELE

  1. Il termine: non è aristotelico, usato dagli stoici significa “studio del pensiero che si esprime nei logoi (discorsi); per indicare tale scienza venivano anche usati:
    1. Organon: usato da Alessandro di Afrodisia per indicare la logica, dal VI secolo usato per indicare gli scritti aristotelici su tale argomento; significa strumento, indica la funzione della logica quale sistema di regole formali di cui si servono tutte le scienze;
    2. Analitica: è il termine che usava Aristotele per indicare la logica e si riferisce al metodo di risoluzione o analisi che tende a ricondurre il ragionamento nei suoi elementi costitutivi più semplici (proposizioni e termini).
  2. Le opere: gli scritti di A. sulla logica sono raccolti nell’Organon, che contiene 6 libri: Categorie, Sull’interpretazione, Analitici Primi, Analitici Secondi, Topici, Elenchi sofistici. L’ordine delle opere segue il criterio dal semplice al complesso, nell’esposizione infatti si esaminano:
    1. i termini che indicano i concetti e le loro proprietà;
    2. le proposizioni, che risultano dalla combinazione dei termini,e le loro proprietà;
    3. i ragionamenti,che sono combinazioni di più proposizioni, e le loro proprietà.
  3. La logica dei termini: Categorie; termini del linguaggio indicano i concetti del pensiero. Le caratteristiche logiche dei concetti sono:
    1. relative al rapporto quantitativo che vi è tra esse per cui sono in un rapporto di inclusione tra loro in base al quale si dividono in:
      1. Genere: ogni concetto è genere rispetto ai concetti di minore universalità che include e contiene; iperonimia (poligono è genere rispetto a quadrilatero che è genere rispetto a quadrato);
      2. Specie: un concetto è specie rispetto ai concetti più generali in cui è contenuto e incluso; iponima (quadrilatero è specie rispetto a poligono, quadrato è specie rispetto a quadrilatero);
    2. relative alle caratteristiche da cui ciascun concetto risulta definito: ogni concetto è risulta individuato da un certo numero di caratteristiche che nel loro insieme lo definiscono; pertanto ogni concetto possiede:
      1. estensione: è l’insieme di oggetto a cui il concetto si riferisce perché godono delle proprietà comprese in quel concetto; (rispetto al concetto di “uomo”, l’estensione è data da tutti gli uomini di tutti i luoghi e tempi);
      2. comprensione: l’insieme proprietà che caratterizzano il concetto.
    3. la regola secondo la quale i concetti sono ordinati secondo una scala gerarchica è la seguente: comprensione ed estensione sono inversamente proporzionali; tanto maggiori saranno le proprietà che caratterizzano un concetto (comprensione) tanto minori saranno gli oggetti (estensione) a cui si riferirà quel concetto:
      1. aggiungendo caratteristiche a un concetto diminuisce il numero di individui cui si riferisce;
      2. diminuendo le caratteristiche di un concetto aumenta il numero di individui cui si riferisce;
    4. i concetti sono quindi disposti secondo una complessa ma ordinata e sistematica gerarchia piramidale che avrà nei gradini più alti i concetti con massima estensione e minima comprensione e ai gradi più bassi i concetti con massima comprensione e minima estensione:
    5. generi sommi o categorie: sono i generi massimi che classificano i predicati, cioè le proprietà che noi assegniamo ad un soggetto in un giudizio, sono quindi i “modi generali con cui l’essere si predica delle cose nelle proposizioni”. A. li chiama categorie e ne elenca 10: sostanza, quantità qualità, relazione, agire, subire, quando, dove, avere, giacere.
      1. sostanza prima: la sostanza “in senso primario” o “prima” sono gli individui determinati ed aventi una esistenza autonoma che vengono indicati con un nome proprio; sono le “cose” che percepiamo coi sensi; sono i soggetti di cui le sostanze seconde esprimono l’essenza. A. li chiama anche “specie infima” perché non hanno niente sotto di sé in quanto coincidono con gli individui, hanno quindi massima comprensione e minima estensione. Sul piano del linguaggio, alla sostanza corrisponde il soggetto;
      2. sostanze seconde: sono i predicati che appartengono alla categoria di sostanza e che hanno la funzione di esprimere il che cos’è di un soggetto, la sua essenza, attribuendo ad esso un predicato in un giudizio;
      3. accidenti: sono le proprietà o concetti che rientrano nelle altre categorie non hanno esistenza autonoma, sono inerenti alla sostanza che costituisce il loro sostrato. Sono definiti accidenti: ciò che accade alla sostanza. Hanno la funzione di attribuire proprietà accidentali alle sostanze.
    6. La dottrina dei predicabili: altro modo di classificare i predicati in funzione del rapporto che li lega al soggetto:
      1. definizione horismòs: esprime il che cos’è di un soggetto, la sua essenza: genere prossimo + differenza specifica; soggetto e definizione sono equivalenti; es. quadrato: quadrilatero (genere prossimo cui appartiene il q.); avente i lati perpendicolari (differenza specifica che lo differenzia dagli altri quadrilateri);
      2. genere: è comprensivo del soggetto ma non vi corrisponde completamente essendo più esteso e comprendendo più specie;
      3. proprio: predicato che pur non costituendo l’essenza del soggetto è proprio di tutti gli individui facenti parte dell’estensione di quel soggetto (es.: capace di ridere per l’uomo)
      4. accidente - symbebekòs: predicato che non esprime l’essenza del soggetto e non è proprio di tutti i suoi individui.
    7. La definizione e il giudizio: costituiscono gli elementi di base della conoscenza scientifica in quanto spiegano come avviene l’individuazione dell’oggetto del conoscere e l’attribuzione ad esso delle sue caratteristiche:
      1. definizione: definire un termine significa indicare il suo genere prossimo e la sua differenza specifica:
      2. giudizio: è formato dall’unione tra un soggetto e un predicato; al soggetto corrisponde sul piano ontologico una sostanza, al predicato un genere, i modi possibili con cui avviene la predicazione sono dati dalle categorie.
  4. La logica delle proposizioni: si è così passati dalla considerazione dei termini isolati a quella dei termini riuniti in una proposizione: espressione verbale dell’attività del pensiero consistente nell’affermare o negare l’unione tra un soggetto e un predicato. I giudizi vengono classificati in base a diversi criteri:
    1. secondo la quantità: si possono avere giudizi:
      1. universali: concernono tutti i soggetti di un dato insieme;
      2. particolari: concernono solo alcuni di essi;
    2. secondo la qualità: possono essere:
      1. affermativi: attribuiscono qualcosa a qualcosa;
      2. negativi: separano qualcosa da qualcosa.
    3. secondo i loro rapporti reciproci: A. considera il rapporto esistente tra i vari tipi di proposizione riguardo alla loro possibile verità. Tali studi furono completati dai logici medioevali e espressi nel quadrato delle opposizioni:
      1. contrarie: opposizione tra Universale affermativa e negativa (A e E): possono essere entrambe false ma non entrambe vere;
      2. contraddittorie: opposizione tra universale affermativa o negativa (A e E) e particolare negativa o affermativa (I e O) sono necessariamente una vera e l’altra falsa;
      3. subcontrarie: le particolari affermativa e negativa possono essere entrambe vere ma non entrambe false;
      4. subalterne: è il rapporto intercorrente tra A e I e E ed O. In questo caso dalla verità dell’universale si inferisce necessariamente quella della particolare, mentre non vale il contrario; viceversa dalla falsità dell’universale non consegue necessariamente la falsità della particolare
    4. la verità: A. può ora enunciare la propria dottrina della verità:
      1. in primo luogo la verità è sempre funzione della combinazione dei termini in un giudizio, termini isolati non sono apofantici;
      2. la verità è nel pensiero e nel discorso, non nella cosa;
      3. misura della verità è l’essere o la cosa, non il discorso o il pensiero;
      4. definizione di verità: è vero congiungere ciò che è realmente congiunto e disgiungere ciò che è realmente disgiunto; falso il contrario.
  5. La dottrina del sillogismo: formulare proposizioni non significa ancora ragionare, il ragionamento nasce solo quando si congiungono tra loro proposizioni secondo precisi nessi in modo da ottenere un effetto di consequenzialità.
    1. sillogismo: è un “discorso o ragionamento in cui poste talune cose (le premesse) segue necessariamente qualcos’altro (conclusione) per il semplice fatto che quelle sono state poste”. Le principali caratteristiche del sillogismo sono:
      1. proposizioni: è formato da tre proposizioni, leprime sono dette premessa maggiore e minore e fungono da antecedenti, la terza è la conclusione e funge da conseguente
      2. termini: nel sillogismo si hanno tre termini che vengono classificati a seconda della loro estensione:
        1. termine maggiore: ha l’estensione maggiore e si trova nella premessa maggiore: “Tutti gli animali sono mortali”;
        2. termine minore: ha l’estensione minore e si trova nella premesa minore: “tutti gli uomini sono animali”;
        3. scopo del sillogismo: è dimostrare che il termine maggiore e quello minore sono tra loro necessariamente congiunti;
        4. termine medio: si trova in entrambe le premesse e non compare nella conclusione, funge da elemento di connessione tra gli altri due termini, negli esempi riportati è: animale; risulta evidente che animale è incluso in mortale e uomo è incluso in animale, quindi uomo è anche incluso in mortale ed allora si arriva necessariamente alla conclusione che “ogni uomo è mortale”. In altri termini il sillogismo si fonda sulla transitività: se A (uomo) è incluso in B (animale), e B è incluso in C (mortale), allora A è incluso in C.
      3. proprietà logiche fondamentali dei sillogismi: sono il carattere mediato e la necessità.
  6. IL problema delle premesse: validità formale e verità non sono la stessa cosa, la scienza è fondata su sillogismi che devono essere validi ma anche veri. IL sillogismo dimostrativo o scientifico risponde a tali requisiti. Ma come è possibile ottenere le premesse vere?
    1. Assiomi: le premesse vere sono gli assiomi, quelle verità evidenti in modo intuitivo, esempio, principio di transitività, non contraddizione;
    2. Limite: tali principi sono troppo generali e quindi insufficienti per spiegare la causa delle verità particolari, occorrono altri principi capaci di spiegare gli oggetti propri di ciascuna singola scienza:
      1. Definizione: esprime l'essenza di una cosa e si ottiene sommando il genere prossimo e la differenza specifica; identificano un ente nella sua specificità;
      2. L'induzione: passaggio dal particolare all'universale per mezzo dell'osservazione, non è dimostrativamente necessario quindi non è universale, ha quella che Aristotele chiama l'universalità del per lo più;
    3. Intuizione intellettuale: o si ha un regresso all'infinito, o si deve ammettere che l'intelletto sia capace di apprendere in modo intuitivo l'essenza delle cose a partire dall'osservazione;
    4. Scienza: è conoscenza delle essenze degli enti.

    Fonte: http://anki.altervista.org/appunti/riassunti/logica_aristotele.doc

     

     

    ARISTOTELE e la negazione dell'infinito attuale
    Molti dei fisiologi precedenti ad Aristotele avevano sostenuto la tesi dell'infinità dell'universo; fra questi Democrito e Archita, il pitagorico amico di Platone. Simplicio ci dice:
    Democrito ritiene che la materia di ciò che è eterno consiste in piccole sostanze infinite di numero; e suppone che queste siano contenute in altro spazio infinito per grandezza. (DK, 68 A 37)
    Secondo questo frammento Democrito ammette sia l'infinità numerica degli atomi, sia l'infinità dello spazio che li contiene. Anche il pitagorico Archita opta per un universo infinito; a lui è attribuito, sempre da Simplicio, il seguente noto argomento:
    Se io mi trovassi all'estremità dello spazio, ad es. nel cielo delle stelle fisse, potrei tendere la mano o un bastoncino fuori di quella? O non potrei? Dire che non si può è assurdo; ma se si ammette che si può tendere la mano fuori, quello che è fuori sarà corpo o spazio (…). Così sarà dimostrato che infiniti sono corpo e spazio. (DK 47 A 24)
    Nel De caelo e nella Fisica (libro III), Aristotele istituisce una critica sistematica a tesi come queste, contro i filosofi che ammettono l'infinità del cosmo, introducendo, da un punto di vista fisico-matematico, una fondamentale distinzione tra due tipi di infinito: l'infinito in potenza e quello in atto. Questa contrapposizione sarà destinata a condizionare profondamente i matematici successivi.
    Secondo Aristotele, l'infinito attuale va inteso come un'infinità compiuta, che si presenta nella sua totalità in un momento ben determinato, mentre  l'infinito potenziale è un'infinità distribuita nel tempo, simile a un processo che non ha mai fine. Ebbene, il primo tipo di infinito non esiste né come cosa in sé (ossia come sostanza), né come proprietà o attributo di una realtà. Contro Anassimandro che identificava nell'apeiron la sostanza primordiale, Aristotele sostiene che l'infinito, come la grandezza e il numero, non è una cosa, ma va concepito semmai come una  proprietà delle cose. Ciò premesso, resta poi da stabilire se in natura esistano davvero dei corpi dotati di tale proprietà in atto, cioè degli oggetti che siano realmente infiniti in estensione, nella loro grandezza. Aristotele non è di qs parere. Per dimostrare la non esistenza di un corpo di dimensioni infinite, egli ricorre a varie argomentazioni. Una di qs sfrutta la definizione stessa di "corpo". Per Aristotele
    Chiamasi corpo ciò che è limitato da una superficie (…) Un corpo infinito, cioè illimitato, sarebbe una contraddizione in termini, dato che l'infinito si estende illimitatamente.
    Anche l'universo non è infinito: è chiuso dal cielo delle stelle fisse; secondo Aristotele, in un universo infinito non avrebbero senso le distinzioni alto/basso, centro/periferia, che sono invece innegabili nel nostro mondo dove esistono un alto e un basso assoluti (verso cui tendono rispettivamente i corpi leggeri e quelli pesanti), e un centro, che è il luogo occupato dalla Terra immobile. Ammettere l'infinità dell'universo equivarrebbe a negare l'ordine del mondo.
    La natura evita ciò che è infinito, poiché l'infinito è privo di quella completezza e finalità verso cui la natura è costantemente tesa.
    Ma se il modo è infinito, cosa c'è  fuori di esso? Aristotele dice che fuori non c'è nulla, neanche lo spazio; infatti lo spazio, o "luogo" di un corpo, è il limite di un altro corpo che lo contiene. Pertanto, affinchè un oggetto possa dirsi nello spazio, bisogna che sia contenuto in un altro oggetto che si trovi al di là di esso, che lo contiene al proprio interno. Ciò comporta che dove non ci sono corpi, non ci possa essere spazialità, e che dunque l'universo, che esaurisce in sè tutti i corpi, non sia nello spazio (dove non ci sono proprietà, cioè corpi, non c'è nulla). Secondo Aristotele, l'infinito in atto, che non esiste sul piano fisico, non può neppure essere presente nel nostro pensiero sotto forma di infinito mentale, perché noi possiamo pensare solo qualcosa di definito, dotato di forma, ossia qualcosa di determinato.
    Esclusa l'esistenza dell'infinito in atto, Aristotele non intende comunque negare l'apeiron in modo assoluto; a suo avviso, esistono manifestazioni evidenti dell'infinito, quali l'illimitato scorrere del tempo, la successione dei numeri e la continuità delle grandezze, cioè la loro divisibilità senza fine. In questi casi, però, l'infinito esiste solo in potenza, cioè come processo mai completato; Aristotele precisa che l'essere dell'infinito corrisponde all'essere di un mutamento, di un divenire, per cui l'infinito è divenire continuo, non sostanza.
    Per Aristotele, l'infinito potenziale così inteso può essere di due tipi: per addizione o per divisione. L'infinito potenziale per addizione consiste in un processo sommatorio senza termine, in cui a una parte qualsiasi di un a data grandezza si aggiungono successivamente altre quantità, senza arrivare mai a una conclusione. Invece l'infinito potenziale per divisione consiste nel dividere una grandezza in due parti, nel sottrarne una e nell'operare sull'altra allo stesso modo, con un procedimento che non ha mai fine. Aristotele sostiene che il numero è infinito nel primo senso, lo spazio nel secondo e il tempo in ambedue.
    La serie dei numeri è infinita in potenza per addizione, perché può essere indefinitamente aumentata, ma non è infinita in potenza per divisione, perché ha come limite invalicabile l'unità, al di sotto della quale non si può scendere (per i greci le frazioni non sono numeri).
    Sottraendo è necessario che ci si fermi, mentre verso il più grande è sempre pensabile qualche altro numero.
    Lo spazio, al contrario, è infinito in potenza per divisione: Aristotele aderisce alla teoria del continuo, secondo cui ciò che è esteso, per es. un segmento, è infinitamente divisibile
    Rispetto al piccolo non c'è minimo, ma sempre un più piccolo (è impossibile in realtà che ciò che è non sia)
    Per Aristotele il continuo si può scomporre in entità sempre divisibili, senza che sia mai possibile raggiungere degli elementi ultimi indivisibili: di conseguenza, una linea non consiste di punti. Lo spazio non è però potenzialmente infinito per addizione:
    Nelle grandezze verso il più piccolo si può superare qualsiasi grandezza, mentre verso il più grande non esiste grandezza infinita.
    Secondo Aristotele, nessuna linea può protrarsi al di là del diametro dell'universo; certo si può pensare a una grandezza maggiore della "lunghezza del cielo", ma il pensare a una cosa, dice, non comporta di per sé che questa cosa esista realmente. E nel nostro caso una grandezza maggiore dell'universo non può esistere, per quanto si è detto circa la limitatezza del cosmo. Quanto al tempo, esso è infinito nei due sensi, giacchè qualunque intervallo temporale è divisibile senza fine, ma può anche essere accresciuto aggiungendo a esso infiniti nuovi intervalli. Inoltre ciò che è infinito in potenza non diventerà mai infinito in atto; per es. l'azione dell'addizionare un numero all'altro, reiterabile all'infinito, non porterà mai a una serie infinita in atto di numeri, così come l'azione del dividere ininterrottamente una grandezza non condurrà mai a una quantità infinita in atto di parti.
    Il cammino verso l'infinito consiste soltanto nell'infinità del cammino.
    Aristotele arriva così alla seguente definizione dell'infinito:
    L'infinito non è ciò al di fuori di cui non c'è nulla, ma ciò al di fuori di cui c'è sempre qualcosa.
    L'infinito potenziale, essendo inesauribile, si identifica con l'incompiuto, e quindi con l'imperfetto, come avevano già intuito i pitagorici.
    La negazione aristotelica dell'esistenza dell'infinito in atto costituisce una prima forma di risposta ai paradossi di Zenone. Riconsideriamo l'argomento contro la pluralità: secondo Zenone, se un segmento è composto da una infinità di punti si danno due conseguenze egualmente assurde: se i punti hanno grandezza, il segmento sarà infinitamente grande, se non hanno grandezza, il segmento sarà nullo. Ma il presupposto del paradosso - il fatto che il segmento sia un aggregato infinito di parti - richiede che il segmento, che è infinitamente divisibile, sia stato completamente diviso, cioè che sia stata posta "in atto" una divisione per infinite volte. Se, come fa Aristotele, si ammette solo l'infinito potenziale e si rifiuta l'infinito in atto, il paradosso viene evitato; infatti quando diciamo che il segmento è potenzialmente divisibile all'infinito, non s'intende, come si è già detto, che sia infinito il risultato della divisione, cioè che si possa arrivare a un numero infinito di parti, ma solo che l'azione del dividere può essere continuata senza fine.
    Aristotele risolve in modo analogo i due paradossi della dicotomia e dell'Achille, che dovrebbero negare l'esistenza del moto. Alla base di entrambi troviamo il seguente ragionamento: una certa porzione di spazio non può essere attraversata se prima non si sono attraversate tutte le sue parti; ma ciò è impossibile poiché le parti da percorrere risultano in numero infinito. Aristotele obietta che attraversare una regione di spazio non comporta l'attraversamento di un'infinità attuale di sottoregioni (dato che una distanza in atto è sempre indivisa), ma significa superare un'infinità potenziale di sottoregioni, il che non crea alcun ostacolo al movimento. Aristotele distingue tra piano reale e piano del pensiero: nella realtà esiste solo il finito, mentre l'infinito è semplicemente la possibilità mentale di aumentare indefinitamente, o diminuire indefinitamente, una certa quantità data. Ma se nella realtà esistono solo distanze finite, il movimento raggiungerà la sua meta, poiché si compirà in un tempo finito.
    Aristotele confuta anche un terzo argomento zenoniano contro il moto, quello della freccia. Consideriamo una freccia in volo: in ogni istante occupa uno spazio pari alla sua lunghezza, e in tale istante essa non si muove. Infatti, se la freccia si muovesse, dovrebbe occupare una certa posizione in una parte dell'istante, e una posizione diversa in un'altra parte, il che è impossibile, perché l'istante, nel contesto del paradosso, è considerato senza parti, come l'elemento minimo e indivisibile del tempo. Dunque, poiché a ogni  istante la freccia è immobile, e il tempo è fatto di istanti, la freccia sarà sempre immobile. Qui la contraddizione nasce dal fatto che il moto sembra derivare da una somma, successione di posizioni ferme. Oggi, per meglio illustrare l'argomento, possiamo ricorrere all'es. della pellicola cinematografica ove i fotogrammi mostrano l'immagine sempre ferma di un oggetto mobile in posizioni diverse.


    Secondo Aristotele, il paradosso della freccia si fonda sul presupposto errato che un periodo di tempo sia attualmente diviso in istanti indivisibili; ma la difficoltà si risolve se si ritiene che anche gli intervalli temporali, come quelli spaziali, siano solo potenzialmente divisibili all'infinito, senza mai arrivare a elementi del tutto semplici, cioè ad atomi di tempo privi di durata:
    Zenone cade in un paralogismo, quando dice: se sempre ogni cosa è in quiete, quando sia in un luogo uguale ad essa, e se l'oggetto spostato è sempre in un istante, la freccia, nell'atto in cui è spostata, è immobile. Questo è falso, poiché il tempo non risulta composto da istanti indivisibili, e così neppure ogni altra grandezza.
    La distinzione aristotelica tra infinito potenziale e infinito attuale resterà a lungo quella ortodossa, e i matematici greci, per evitare i paradossi dell'infinito attuale, ripiegheranno sul concetto di infinito in potenza. Euclide, per es., nei suoi Elementi, considera rette limitate, indefinitamente prolungabili, e non rette infinite in atto. Tuttavia, i matematici respingeranno la tesi di Aristotele che ammette una grandezza massima in ambito geometrico e che quindi esclude, in questo caso, un infinito potenziale per addizione. Infatti verrà comunemente accettato il cosiddetto "postulato di Archimede", secondo cui,
    date due grandezze disuguali, esiste sempre un multiplo della minore che supera la maggiore
    In altre parole, il postulato di Archimede asserisce che , in una classe di grandezze omogenee, soddisfacenti a determinate condizioni, non esiste una grandezza massima tra tutte; questo principio viene applicato anche nella forma equivalente, per cui, in una classe di grandezze omogenee, non esiste una grandezza minima.
    Il postulato è accolto da Euclide ed è anche a fondamento del "metodo di esaustione", usato da Archimede per dimostrare i suoi teoremi in modo da evitare il ricorso al concetto di infinito attuale.

    1.  CONSEGNA di PENSIERO LOGICO
    Uno dei paradossi di Zenone contro il moto è conosciuto come  argomento dello stadio. Aristotele nella Fisica lo espone con queste parole:
    "Il quarto paradosso del moto è quello delle masse uguali che si muovono nello stadio in senso contrario a quello di altre masse uguali, le une dalla fine dello stadio, le altre dal mezzo con uguale velocità. E con questo ragionamento egli crede nel risultato che la metà del tempo sia uguale al doppio. Il paralogismo (falso ragionamento che ha apparenza di verità) sta nel supporre che una uguale grandezza venga spostata con uguale velocità in un tempo uguale sia lungo ciò che è mosso sia lungo ciò che è in quiete. Ma questo è falso."

    SPIEGAZIONE:
    L'argomento zenoniano afferma che in uno stadio un punto mobile va ad una certa velocità, e simultaneamente al doppio di essa, a seconda che sia rapportato ad un punto immobile oppure ad un punto moventesi in senso contrario alla stessa velocità, generando in tal modo l'assurdo logico che "la metà del tempo è uguale al doppio". Per chiarire qs argomento si può fare l'es. moderno dei treni: supponiamo tre treni disposti su  binari paralleli, di cui i primi due corrano in direzioni opposte con una velocità uguale a 100 km orari, e il terzo sia immobile. Ora la velocità del treno posto al centro apparirà di 100 km orari nei confronti del treno che è immobile e di 200 km orari nei confronti del treno che si muove in senso opposto. Si è detto che Zenone ha inconsapevolmente intuito la teoria della relatività, ovviamente con questa radicale differenza: che ciò che per Einstein è realtà (=la relatività del movimento) per Zenone è un assurdo logico, che testimonia l'impensabilità razionale del nostro mondo, e quindi la tesi parmenidea circa il suo carattere apparente e illusorio.

    Distinguete:

    1. l'argomento di Zenone;
    2. la critica di Aristotele.

    L'argomento di Zenone comprende  alcune ipotesi per assurdo (sottintese) che vengono confutate e una conseguenza assurda (esplicita) che le confuta. Tra i seguenti enunciati individuate le premesse (in numero di due) e la conseguenza assurda:

    1. il tempo è infinitamente divisibile in parti sempre minori;
    2. il tempo è divisibile in istanti non ulteriormente divisibili
    3. lo spazio è infinitamente divisibile
    4. lo spazio è divisibile solo fino a un limite finito (punto)
    5. esiste il moto
    6. metà del tempo è uguale al doppio
    7. una uguale grandezza viene spostata con uguale velocità in un tempo uguale sia lungo ciò che è mosso  sia lungo ciò che è in quiete

    Scegliete infine tra i seguenti l'enunciato che meglio spiega la critica aristotelica:

    1. Zenone sbaglia nell'assumere che il tempo sia divisibile in istanti (parti di tempo minime non ulteriormente divisibili)
    2. Zenone sbaglia nel pensare che uno stesso corpo non si possa muovere con velocità diverse nello stesso tempo, una rispetto a un corpo in quiete, l'altra rispetto a un corpo in moto
    3. Zenone sbaglia nell'assumere che metà tempo sia uguale al doppio
    1. CONSEGNA di PENSIERO CREATIVO

    Dopo lo stimolo fornito dalla lettura di Lewis Carroll, prova tu a inventare un dialogo tra Achille e la tartaruga, rielaborando gli spunti filosofici (e aggiungendo qualcosa di tuo: riflessioni, stile, registro…)

     

    Fonte: http://www.liceogioia.it/EspDidattiche/Multimedia/Infinito/modulo/documenti/ARISTOTELE%20contro%20ZENONE.doc

     

     

 

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