dal romanticismo a Svevo

 


dal romanticismo a Svevo

 

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dal romanticismo a Svevo

 

ROMANTICISMO

Il termine Romanticismo fu coniato da Schlegel nel 1798, e in questo anno cominciò ad espandersi in Germania. In Italia il movimento romantico si sviluppò tra il 1815 e il 1861. L’adesione Italiana a questo movimento fu mediata dall’opera di Madame de Stael che, nel 1813, scrisse il romanzo De l’Allemagne. La successiva lettera della De Stael agli italiani, nel 1816, diede la spinta decisiva ed il romanticismo entrò anche nel nostro paese. Sulla spinta di questa lettera si formò in Italia la polemica classici-romantici. Il romanticismo prende principalmente due strade: romanticismo ontologico e realistico. Il romanticismo ontologico (sturm und drung) ha una visione titanica del poeta: egli cioè non si interessa della società e si ritira nell’otium; nel romanticismo realistico invece (italiano) l’intellettuale ha ancora un ruolo attivo nella politica e nella società. Ricordiamo la definizione che Schlegel dà del romanzo romantico moderna epopea borghese. Questa frase è significativa, in quanto ci spiega che il romanzo romantico è un prodotto di borghesi per borghesi. Il romanticismo si forma principalmente sul concetto di Sehnsucht, che sta a significare il malessere insito nella vita e provocato dalla scissione uomo-natura. Questa scissione tra uomo e natura è affrontata particolarmente nel testo di Schiller. In questo brano il poeta oppone alla poesia ingenua (antica) quella moderna. La poesia antica non doveva andare a ricercare un’armonia con la natura poiché aveva quella insita in sé stessa, mentre la poesia moderna ha il compito di rievocarla e ricercarla. Per questo motivo il ruolo del poeta sarà quello di ritornare ad una dimensione antica nella quale si viveva con armonia il rapporto uomo-natura. In questo periodo muore anche la concezione del poeta come “cortigiano”, cioè come una persona che si faceva mantenere dal proprio protettore per il quale scriveva opere. Adesso il poeta si deve confrontare con il popolo, rappresentato dalla borghesia e deve riuscire a guadagnare da vivere componendo il più possibile. Questo argomento è esposto nel testo che ci è arrivato del Berchet titolato “la sola vera poesia è popolare”. In questo testo si attua una distinzione tra tre gruppi sociali: gli ottentoti, i parigini e la borghesia. Gli ottentoti sono la parte stupida, i braccianti, gli operai ecc. che, non avendo la mente aperta all’arte non la possono apprezzare; i parigini sono quella parte aristocratica viziata dall’abuso dell’arte e del piacere, che quindi non riescono più ad apprezzare l’arte alla sua forma ingenua; la borghesia riunisce invece tutta quella classe culturalmente media che riesce ad apprezzare la poesia, ecco perché il romanzo romantico è prodotto borghese per borghesi.

Il dibattito tra classici e romantici prende si sviluppa con l’uscita di molti giornali, i quali hanno lo scopo di informarne il più alto numero di “intellettuali” possibili. Questi giornali si producono in due città principalmente: a Milano, dove nascono la Biblioteca italiana, il Conciliatore, il Politecnico e il Crepuscolo, e a Firenze, sede dell’Antologia. In particolare ci occupiamo del Conciliatore. Esso fu fondato da Di Breme, Visconti e Berchet, e ebbe come ruolo quello di mediare tra le posizioni di rifiuto del romanticismo con conseguente ritorno al classicismo e di accettazione del romanticismo ontologico. L’Italia optò come già detto per un romanticismo realistico. In particolare in Italia si rifiuta la tendenza al simbolismo e all’irrazionalismo prediligendo un rapporto stretto con il razionalismo classicista (ciò che fanno Manzoni e Leopardi in poche parole).

Temi principali del Romanticismo: Sehnsucht, paesaggio stato d’animo come soluzione al sehnsucht, e scissione io-mondo (contrasto tra ideale-reale e dissidio esistenziale dipendente dalla condizione stessa di essere umano). I romantici vogliono appunto far calare l’ideale nel reale, cioè ciò che dovrebbe essere in ciò che è. Il dissidio esistenziale proprio della natura umana si ricollega a quel discorso della poesia ingenua e sentimentale, e cioè della nostra costrizione a dover per forza ricercare un contatto con la natura che si è perso.

 

MANZONI

Nasce nel 1875 dal conte Pietro Manzoni (probabilmente cornuto) e da Gilia Beccaria (la nipote di Cesare Beccaria dal quale infatti erediterà il talento poetico). Cresce sotto l’educazione molto repressiva del padre Nel 1805 si reca dalla madre a Parigi, che adesso stava con Carlo Imbonati. Quando Carlo muore scrive “in Morte di Carlo Imbonati”. L’esperienza parigina è estremamente importante poiché conosce Fauriel (il Calì dice che è importantissimo), illuminista ma aperto ad ideali romantici. Questa incontro farà sì che in Manzoni non si verrà a creare una rottura tra insegnamento classico e metodo razionale e romanticismo. Nel 1810 tornerà a Milano e ivi si convertirà al cristianesimo (prima era Giacobino). Dal 1812 al 1827 scrive i capolavori (Il conte di carmagnola, Adelchi, Marzo 1821, il 5 Maggio, Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, Lettera al signor Chauvet, lettera a d’Azeglio sul romanticismo, Osservazioni sulla morale Cattolica, Pentecoste, Fermo e Lucia, l’Appendice storica sulla colonna infame). Muore nel 1873.


Scritti di poetica: Tra gli scritti di poetica ruolo particolarmente importante assume la “prefazione al Conte di Carmagnola”. In questo brano Manzoni spiega il suo rifiuto dell’unità aristotelica di tempo e di luogo (per Aristotele la vicenda si doveva svolgere in un solo luogo nell’arco di 24 ore per dare un senso di realtà al pubblico spettatore), dimostra che non è vero, a differenza di quello che si pensava, che il romanzo moralmente utile deve essere per forza pesante e non esteticamente riuscito e quello esteticamente riuscito e scorrevole deve giocoforza essere moralmente inutile, ristabilisce l’importanza del coro come cantuccio nel quale il poeta dà le sue impressioni e i suoi giudizi. Questo brano è stato scritto nel 1920, quindi durante il periodo milanese e quindi dopo la famosa conversione del 1810 (Il Calì dice che il 1810 è da ricordare assolutamente…sarà vero?). Il signor Chauvet rispose alla lettera di manzoni in modo molto critico e, nella risposta postume di Manzoni, l’autore difenderà a spada tratta le sue convinzioni, ribadendo che voleva abbattere l’unità aristotelica di tempo e di luogo e dicendo inoltre che la finzione nei suoi romanzi sarà il completamento della storia. Quest’ultimo punto merita un approfondimento: Manzoni, dalla sua esperienza illuminista e romantica, era arrivato ad una conclusione: bisogna attenersi alla realtà (romanzo storico) e affrontarla da un punto di vista razionale, ma bisogna anche entrare nella psicologia dei personaggi, descrivendone sensazioni, stati d’animo, pulsioni emotive ecc. ecc. Ciò è contrastante poiché non abbiamo nessuna testimonianza storica dei sentimenti. Manzoni esce da questo conflitto calando l’immaginazione nella storia: egli descrive cioè i sentimenti più probabili possibili entrando nel contesto storico dei personaggi che descrive. L’immaginazione è vista dunque come un completamento della storia e dell’indagine storica.   Nella lettera a D’Azeglio manzoni esprime in pratica la sua poetica fin qui espressa: l’utile per iscopo, l’interessante per mezzo e il vero per soggetto. Le opere di manzoni devono dunque essere assolutamente moralmente e socialmente utili, essendo interessanti e piacevoli alla lettura, e narrando solo e solamente fatti veri.

 

Le Odi Civili: queste sono essenzialmente due: marzo 1821 e 5 Maggio. Entrambe affrontano un argomento storico sotto un punto di vista religioso. In particolare nel 5 Maggio viene affrontata la morte di Napoleone, del quale vengono rievocate le gesta compiute. La figura di Napoleone è vista come allegoria di Dio in terra, anche perché si diceva che Napoleone prima di morire si fosse convertito al cristianesimo.

 

Le tragedie: di questo insieme fanno parte il Conte di Carmagnola e l’Adelchi. In entrambi troviamo il tema della providas ventura (importantissimo, e, particolarmente importante è che nei promessi sposi esso scomparirà per lasciare spazio al tema della provvidenza di stampo giansenista). L’Adelchi aveva forti analogie con la condizione dell’Italia nella quale scrive l’autore. Vediamo tre schieramenti: i Longobardi, i Franchi e i Latini (Manzoni sceglie questi per l’analogia alla situazione italiana come si è già detto, e cioè all’invasione austriaca (longobardi)  dell’Italia, alla speranza degli italiani (latini) dell’intervento di Napoleone (Franchi) per liberarli). I protagonisti fanno parte dei Longobardi, e sono quindi oppressori. Essi sono Adelchi ed Ermengarda, i due figli del re dei longobardi Desiderio. Dopo che Ermengarda, moglie di Carlo Magno imperatore dei Franchi, fu ripudiata da lui, scoppiò la guerra. Adelchi ed Ermengarda, l’uno portatore di ideali di giustizia e di eroismo e l’altra ancora profondamente innamorata del marito che l’ha ripudiata, dovranno seguire la ragion di stato (il bene comune deve essere al di sopra di quello del singolo) e comportarsi da principe e principessa dei Longobardi oppressori e quindi andare contro ai propri ideali. Entrambi moriranno alla fine, uno in seguito a ferite riportate in battaglia, e l’altra si suiciderà non riuscendo a vivere senza Carlo Magno. L’importanza del romanzo sta nel ruolo che svolgono Adelchi ed Ermengarda, dei quali il pensiero è riportato rispettivamente nei Cori dell’atto terzo e quarto. Adelchi ed Ermengarda devono necessariamente perseguire la ragion di stato (essendo principe e principessa devono necessariamente pensare alla guerra che stanno combattendo, non c’è tempo per pensare che non credono in essa e che vorrebbero avere un mondo di pace e tranquillità, Adelchi inseguendo i suoi ideali eroici e Ermengarda vivendo spensierata con Carlo Magno) essendo nati dalla rea progenie (stirpe malvagia di oppressori); per loro la salvezza proviene solo dall’espiazione della loro situazione di rea progenie. Questa espiazione la ottengono con la morte. Alla fine Ermengarda ed Adelchi raggiungeranno infatti la salvezza. Molto suggestivo è il Coro dell’atto terzo, nel quale Manzoni parlando attraverso Adelchi dice agli italiani di non sperare di togliere lo straniero dalla patria chiedendo l’aiuto di un altro straniero, perché l’unica cosa che otterranno così facendo sarà quella di raddoppiare il numero di occupatori del terreno natio.
I Promessi Sposi. Questo è il romanzo più importante della produzione Manzoniana. Si configura come un romanzo storico e ha come personaggi principali gli umili, poiché sono i più adatti a descrivere gli effetti del male nel mondo. 3 edizioni: la prima assume i connotati del romanzo gotico (introspezione psicologica che avviene narrando separatamente le vicende dei diversi personaggi) e viene composta dal 1821 al 1823; nella seconda (1823-1827) Manzoni utilizza il toscano e riorganizza completamente la struttura dell’opera; nella terza (1840) lo scrittore si limita a rivedere il toscano. Tema principale dei promessi Sposi è la Divina Provvidenza, che viene a prendere il posto della Providas Ventura. La divina provvidenza è di stampo giansenista, cioè non tutti possono raggiungere il paradiso, ma solo particolari eletti. Il narratore è inoltre onnisciente e dà giudizi sull’operato dei singoli personaggi. La vicenda storica si ambienta nell’arco di due anni e va dal 1628 al 1630. I protagonisti sono Renzo e Lucia (non metto la trama perché credo che la sappiano un po’ tutti: Lucia e Renzo sono costretti a separarsi perché Don Rodrigo rompe a Don Abbondio, una va a Monza e l’altro a Milano, Lucia viene rapita dall’innominato e Renzo viene immerso nella rivolta del pane, Lucia viene liberata dall’Innominato che si converte, Renzo diventa tipo eroe a Milano, Lucia viene colpita dalla peste e guarisce, Renzo viene colpito dalla peste e guarisce, Don Rodrigo viene colpito dalla peste e muore, Renzo e Lucia si sposano e vivono felici e contenti; si noti che la struttura è binaria, dopo una parte su Lucia ne segue sempre una su Renzo e così via, dal momento che i due verranno descritti insieme solo all’inizio e alla fine).

 

GIACOMO LEOPARDI
Nasce nel 1798 a Recanati. Soffrirà moltissimo il rapporto con i genitori, i quali hanno su di lui un’educazione troppo repressiva. Dal 1809 al 1816 diventa un tutt’uno con i libri che analizza: è il momento dello studio matto e disperatissimo. Nel 1819 tenta di scappare di casa ma non riesce. A questo punto cade nella più completa depressione. Nel 1822 và a Roma ma torna estremamente deluso dopo cinque mesi. È di quest’anno la conversione verso l’ateismo ed il materialismo. Muore nel 1837.

 

Zibaldone: Nasce come diario intellettuale nel quale il poeta racchiude ogni suo pensiero, sia poetico che filosofico. Fanno parte di questa raccolta due importanti testi: “La natura e la civiltà” e “sul materialismo”. In “natura e civiltà” sono portati due brani appartenenti a due diversi momenti della vita di Leopardi. Il primo, in cui definiva la natura come madre benevola, si contrappone al secondo, nel quale la natura è definita come matrigna.

 

Operette morali: composte nel  1824 e ripubblicate con varie aggiunte nel 1832 contano 24 testi. Tutte le opere sono di argomento filosofico vario. Dialogo della natura e di un Islandese parla della natura indifferente alla vita umana (attenzione, né malvagia né buona, ma indifferente); Dialogo di Tristano e di un amico è la rappresentazione della poetica leopardiana: con l’uso dell’ironia e dell’antitesi Leopardi sostiene il suo pessimismo.

 

Canti: composto tra il 1816 e il 1837, nell’edizione pubblicata nel 45 conterà 41 testi. I Canti sono l’insieme della produzione in versi di Leopardi. Si dividono in tre gruppi caratterizzati dalle diverse fasi della poesia leopardiana: Le canzoni civili (1818-1822), i canti pisano-recanatesi (1828-1830) e la Ginestra. Importante è ricordare che tra i vari Canti non c’è una continuazione narrativa come nel canzoniere di Petrarca: qui ogni canto è autonomo. Tre periodi della poesia leopardiana:

  • (1818-1822) distacco dalla formazione cristiana e adesione alla prospettiva materialistica e pessimistica; si cercano forme espressive nuove che possano esprimere questi pensieri. Questa ricerca prende due diverse direzioni: la prima la troviamo nelle canzoni civili (1818-1822) e la seconda negli idilli (1819-1821). Le canzoni civili sono scritte con un linguaggio impegnato e trattano argomenti patriottici e civili, mentre gli idilli sono più intimi e si cercano forme metriche innovative e personali. Entrambi sono propensi alla trattazione filosofica e quella interiore. Idilli (l’Infinito, la sera del dì di festa, Alla luna, il sogno, La vita solitaria), hanno un carattere soggettivo ed esistenziale, poetati da un punto di vista lirico-oggettivo.
  • (1828-1830) la sua è la poesia appassionata degli slanci dell’uomo ma che è ben consapevole della vanità della vita e dell’irraggiungibilità della felicità.
  • (1831-1837) Leopardi cambia nuovamente la sua poetica. I testi di questo periodo si orientano in tre direzioni fondamentali:l’amore come passione concreta e vissuta, la riflessione filosofica anti idealistica, il rifiuto politico del progresso e la formazione di una solidarietà tra gli esseri umani fondata sulla conoscenza dell’arido vero. Leopardi non parla più di esperienze spirituali, vaghe e indeterminate, bensì in questo suo ultimo periodo si rifà ad esperienze concrete e tangibili.

 

Pensiero:
Pessimismo storico: La natura produce solide e generose illusioni, che rendono l’uomo capace di virtù e grandezza. La civiltà umana ha però distrutto queste illusioni e ha mostrato all’uomo l’arido vero della condizione sulla terra. È colpa della storia se l’uomo è infelice
Pessimismo cosmico: la natura è vista come matrigna perché dà all’uomo la tensione al piacere senza che esso possa mai essere soddisfatto. Teorizza ciò dopo essersi avvicinato al sensismo illuministico e dopo aver adottato un punto di vista esclusivamente materialistico negando religione, concetto di anima, ecc. La civiltà ha sia il merito di averci disilluso facendoci recuperare la coscienza, sia la colpa di averci disilluso, rendendoci più egoisti e più fragili. In questa fase il sentimento di distacco e di infelicità e il non-senso della vita danno vita ad un sentimento di noia profondo.
L’ultimo pessimismo è quello titanico, nel quale tutta l’umanità deve allearsi per perseguire il bene comune.
Per Leopardi i romantici vogliono portare la poesia dalle cose alle idee e quindi rompere il rapporto tra poesia e natura che è l’unica ragione per la quale la poesia esiste. I romantici vogliono prendere atto della scissione uomo-natura senza fare niente, Leopardi invece vuole  mantenere un legame forte con la natura a dispetto della ragione e della civiltà. Non essendo più possibile ai moderni quel rapporto privilegiato con la natura, Leopardi dice che l’unica strada percorribile è l’imitazione dei classici.
Punti di contatto con il Romanticismo: scissione io-mondo, tensione uomo-natura, angoscia, dolore,infinito,mistero.
Punti di discontinuità: formazione classicista, rifiuto dell’irrazionale, ideologia materialista.
Nella natura matrigna la poesia non deve più restaurare la forza delle illusioni, ma scoprire il vero e comunicarlo agli uomini.

 

NATURALISMO FRANCESE E VERISMO ITALIANO

Il naturalismo ed il verismo sono due correnti letterarie nate come espressione del positivismo filosofico. Il naturalismo nasce in Francia e ha come fondamento ideologico il rifiuto del romanticismo e tutto ciò che ne consegue. Il naturalismo adotta come metodo di narrazione quello scientifico e crede che la verità possa essere espressa solo dalla descrizione del reale, il narratore dà giudizi sulle situazioni o sui personaggi che descrive, viene descritta solo la realtà anche se è raccapricciante e brutta, viene data importanza al progresso poiché solo tramite esso si può raggiungere la verità. Il caposcuola del Naturalismo è Zolà. Il Verismo nasce invece in Italia dal caposcuola Capuana, anche se il suo esponente principale sarà Verga. Il Verismo nasce come italianizzazione del Naturalismo anche se ne differisce per alcuni aspetti fondamentali: innanzitutto il metodo scientifico rappresenta solo una scelta narrativa e non il modello supremo al quale deve tendere l’intera opera, il narratore non dà nessun commento e nessun giudizio su ciò che sta narrando, si mette sul piano del personaggio che parla ed esprime la vicenda dal suo punto di vista con il suo linguaggio e con ciò che prova (non come nel naturalismo che è presente la poetica dall’alto dello scienziato che descrive il fatto e basta) dopodiché c’è un assoluto rifiuto della positività del progresso: si crede cioè che il progresso sia il male della società, come vedremo nei Malavoglia per esempio, poiché allontana la gente dai sani valori e principi da perseguire.
La scapigliatura lombarda e piemontese: questo è un movimento dal quale verrà in parte influenzato Verga. Il termine scapigliato si rifà al francese Boheme e indica il rifiuto di tutto ciò che rappresentava la borghesia, il vivere fuori da ogni schema e regola, caratterizzato da una vita sempre al limite, da un uso massiccio di droghe da parte del poeta e da una forte tendenza all’abbattimento delle regole.

 

VERGA

1840 da famiglia di proprietari terrieri. Riceve un’educazione romantico-risorgimentale. A 16 anni scrive amore e patria, dopodichè scrive i Carbonari della montagna, sulle lagune ecc. gli scritti della sua infanzia sono tutti di tema patriottico, non va dimenticato che a vent’anni fu spettatore dell’impresa dei Mille di Garibaldi. Dal 69 al 72 si trasferisce a Firenze. In questi tre anni compone “storia di una capinera” e avvia “Eva”. A Firenze, allora capitale italiana, subisce l’influsso della letteratura tardoromantica e filantropico-sociale. Nel 72 si trasferisce a Milano, tappa importantissima della sua vita. In questa città, capitale economica e letteraria dell’Italia del tempo, capisce che il romanticismo era ormai superato e distrutto da una società dove contano solamente “le banche e le imprese industriali”. Comincia a frequentare i salotti letterari e si avvicina a membri della scapigliatura. Ultima e pubblica Eva e Tigre reale, nella quale l’esperienza scapigliata è forte. Nel 1874 esce Nedda, romanzo di stile filantropico-sociale, nel quale si riconosce l’adesione di Verga al verismo. Nel 1877 si trasferisce a Milano anche Luigi Capuana: i due contribuiscono insieme a formare il movimento italiano del verismo. Il primo racconto verista di Verga è Rosso malpelo, scritto nel 1878. Tra il 1880 e il 1889 Verga elabora i suoi più grandi capolavori, tra i quali i Malavoglia, il Mastro Don Gesualdo, Vita dei Campi e Novelle Rusticane. In questi lavori si vede benissimo l’adesione al verismo di Verga. Tuttavia i lettori non sono ancora pronti ad apprezzare questo nuovo stile, quindi per mantenersi lo scrittore è costretto a comporre anche altre opere di tipo più gradito al pubblico. Dopo mastro Don Gesualdo Verga non riesce a completare il “Ciclo dei Vinti”. Nel 1893 torna a Catania nella quale, nel suo momento di massimo favore, muore nel 1922.

La prefazione ad Eva: In questo brano i temi principali sono 4:

  • Viene professata una poetica del vero
  • L’arte nella società moderna ha perduto il posto che aveva assunto nel passato
  • Il motivo di ciò è la logica economica, unico vero valore ed interesse della società contemporanea
  • L’unico modo per reagire a questa situazione è documentare la realtà in modo reale e gettarla in faccia al pubblico borghese

Nedda: Questo è un romanzo di stile filantropico sociale. Per la prima volta Verga sceglie di parlare di contadini e povere persone, ma è ancora lontano dallo stile verista che lo consacrerà come uno dei più importanti scrittori dell’800. La differenza con il verismo sta nel fatto che in Nedda l’autore non si rende impersonale dando continuamente giudizi ed aggettivi ai personaggi che descrive. Inoltre il linguaggio non è ancora tipico del soggetto rappresentato anzi, le poche espressioni dialettali che inserisce, sono evidenziate dall’uso del corsivo, il che sottolinea che non fanno parte del lessico che lui è solito adoperare. Importante nel romanzo è il tema dell’estraneità a cui si rifà Verga. L’autore sceglie di parlare di personaggi estraniati dalla società, dei cosiddetti diversi. Questo trova un’analogia con la condizione dell’artista nella società moderna. I portatori di ideali sani, vedi Nedda che si rifiuta di dare la figlia alla Ruota, vengono spesso isolati dalla società perbenista che segue ormai solamente leggi economiche.

 

Adesione al verismo e ciclo dei vinti: L’adesione al verismo da parte di Verga avviene per tre punti principali: in primo luogo la pubblicazione del romanzo l’assommoir da parte di Zola che Capuana recensì ottimamente descrivendolo come il modello che dovevano seguire i romanzi moderni, in secondo luogo il trasferimento di Capuana a Milano, nella quale strinse ottimi rapporti con Verga ed insieme crearono il movimento verista italiano, e, in ultima analisi, lo scoppio della questione meridionale. Dal punto di vista filosofico il verismo rivela un’impostazione di tipo materialista, determinista e positivista. Materialista poiché descrive gli esseri umani come qualsiasi altri animali, che agiscono in base ai bisogni materiali. Determinista perché non crede alla libertà del soggetto di autodeterminarsi, anzi, crede che il soggetto sia determinato dall’ambiente in cui vive e dalle leggi economiche che lo sovrastano. Positivista perché crede nella razionalità della scienza che, non basandosi sulla soggettività delle sensazioni, riesce ad arrivare ad una verità assoluta. Dal punto di vista letterario vengono esclusi sia l’io lirico in favore dell’impersonalità dell’autore (Dedicatoria a S.Farina), il quale si deve limitare a descrivere solamente i fatti oggettivi e non il mondo interiore dei personaggi, sia l’idealismo, per il quale erano gli ideali a determinare a modificare la realtà. Sulla base di questi elementi possiamo affermare che il verismo è essenzialmente una poetica anti-romantica. La descrizione psicologica dei personaggi deve avvenire indirettamente; tramite la descrizione prettamente oggettiva degli atti da loro compiuti e dalla frasi da loro dette, il lettore deve essere in grado di avere ben preciso il quadro della loro dimensione psicologica. Lo scrittore si deve inoltre rendere scienziato, esaminando i fenomeni in maniera scientifica e non inoltrandosi nei campi di passioni, sentimenti e sensazioni. Da questa analisi scientifica nasce il CICLO DEI VINTI, una serie di romanzi che l’autore avrebbe voluto ultimare nei quali viene descritta l’intera società partendo dal semplice verso il complesso. Il primo di questi romanzi è “i Malavoglia”, che tratta di una umile famiglia di pescatori, mentre il secondo, già più impegnato, è “il Mastro Don Gesualdo”, che descrive la vita di un imprenditore borghese. Altro tema fondamentale del verismo è quello della “forma inerente al soggetto”. Questo procedimento stilistico si attua immedesimandosi nel personaggio descritto e assumendone lessico e pensieri, sulla base della condizione sociale alla quale appartiene.

 

  • Dedicatoria a Salvatore Farina: In questa lettera Verga esprime i principali punti sui quali pone le sue fondamenta la poetica verista, cominciando dal linguaggio popolare e finendo declamando l’impersonalità dell’autore, passando per il metodo scientifico con il quale deve essere analizzata la situazione e il fatto nudo e schietto al quale l’autore deve attenersi.

 

Vita dei Campi: 1880. È la prima raccolta di novelle veriste di Verga. L’originalità della composizione non sta nel fatto che l’autore utilizzi personaggi appartenenti ad un ceto sociale basso, ma piuttosto nell’impersonalità dell’autore. Verga infatti non agisce più, come si poteva vedere in Nedda per esempio, nella vicenda, rendendosi impersonale. L’autore non si identifica quindi più con la voce narrante. Possiamo trovare inoltre alcune reminescenze del romanticismo, per esempio il tema centrale dell’amore e la credenza che il mondo arcaico-rurale sia ancora portatore di valori quali la forza dei sentimenti ecc. Per sfuggire a queste sue credenze l’autore farà sempre trionfare la logica utilitaristica e materiale su quella sentimentale.

 

  • Rosso Malpelo: È il capolavoro di Vita dei Campi. In questa novella possiamo riconoscere diversi temi che caratterizzano la poetica Verghiana. In primo luogo l’utilizzo dell’impersonalità, infatti la novella è narrata dal punto di vista del popolo ignorante e malvagio, che risponde solamente alla fredda logica economica. Notiamo inoltre la presenza della forma inerente al soggetto, testimoniata dal modo di esprimersi del narratore popolano fedele alla realtà del periodo. In ultima analisi Verga utilizza la tecnica dello straniamento: il narratore descrive come strano e come maligno ciò che a noi sembra normale e giusto; ciononostante il lettore intuisce quale sia il giudizio sul personaggio in Verga, sebbene esso rimanga sempre implicito. La tecnica dello straniamento dà quindi ancora più valenza e importanza alla morale Verghiana, basata sulla recente “questione meridionale”.

 

Novelle Rusticane: 1883. Dopo tre anni dall’uscita di Vita dei Campi, Verga abbandona definitivamente gli ultimi aspetti romantici che si trovavano nelle sue opere. In Novelle Rusticane non troviamo più l’utilizzo, se pur ridotto in Vita dei campi, del linguaggio lirico-epico, né l’utilizzo del tema dell’amore e delle passioni. Questa nuova fase di Verga è strettamente dominata dalla “roba”. Possiamo vedere in una novella come “La Roba” come si affrontino alcune delle tematiche su cui si baserà il Mastro Don Gesualdo. Il punto di vista è quello dell’imprenditore dedito solamente a racimolare ricchezze, il quale, solo nel momento della morte, si renderà conto di quanto esse siano vane.

 

I Malavoglia: Nel 1875 Verga, scrivendo all’editore Treves, dice che sta lavorando ad un bozzetto marinaresco di nome Padron ‘Ntoni. Tuttavia, dopo l’adesione al Verismo del 1878, Verga, in una lettera a Capuana, annunciò di aver distrutto il bozzetto e di averlo ricominciato ispirandosi alle nuove tematiche alle quali si era recentemente avvicinato. Lo scrittore lavorerà alla stesura del romanzo dal 1878 al 1880. L’opera risente tuttavia degli ultimi influssi del romanticismo, notabili nell’uso in qualche occasione, sebbene molto rara, del linguaggio epico-lirico e del sentimento che lega l’autore alla questione meridionale. Proprio sulla questione è una delle basi che sorreggono i Malavoglia. Questa, presentataci da Sonnino e Fianchetti, fu capace di svelare all’Italia ignara la situazione di degrado che c’era nel Sud. Questa condizione era dettata dall’avanzare incontrastato della corruzione, dell’usura, della Leva obbligatoria che alimentava il brigantaggio, dalle tasse che penalizzavano solamente le masse contadine. Nel romanzo l’artista analizzerà diversi di questi temi, per esempio possiamo vedere la presenza dell’usura e della corruzione nella figura di Cipolla. Padron ‘ntoni farà inoltre un discorso sulle tasse indicativo del pessimismo con cui Verga affronta la storia: dirà infatti che se le tasse si alzano, è inutile ribellarsi, converrà maggiormente lavorare di più per riuscire a pagarle. Verga contrappone inoltre la vita della grande metropoli nella quale vive (Milano) a quella rurale della Sicilia ed in particolare di Aci Trezza, descrivendola come un paesa nel quale non è ancora entrata la corruzione della società moderna. Questo sarà infatti una delle chiavi di lettura principali del romanzo. Padron ‘Ntoni è convinto che, per non essere sommersi dalla “fiumana del progresso” bisogni rimaner attaccati ai vecchi valori vivendo una vita ciclica che tende a riproporre ogni giorno il passato. ‘Ntoni invece decide di diventare lui stesso membro di questa fiumana partendo. È proprio nei Malavoglia che Verga porterà a termine l’elaborazione della tecnica dello straniamento e del discorso indiretto libero. Difatti l’autore non prende più parte della vicenda con la narrazione, ma la affida ad un narratore popolare, imitandone il linguaggio in base all’epoca nella quale vive e alla sua dimensione culturale e sociale. Lo straniamento consiste nel metodo antifrastico di far dare un giudizio al narratore su una vicenda o su un personaggio secondo il suo punto di vista legato alla logica economica, facendo intuire al lettore che in realtà l’autore pensa esattamente il contrario; questo procedimento fa quindi apparire sbagliato ciò che è giusto e giusto ciò che è sbagliato. Viene a cadere anche la religione della famiglia nel corso del romanzo. Se al principio ‘Ntoni dice che la loro fortuna sta nell’aver una famiglia unita e che quindi riesce a sopportare e superare ogni avversità, nel corso del romanzo lo stesso nucleo familiare viene contaminato dalla fiumana del progresso e dalla fredda logica economica. Vedremo questo aspetto in particolare nel Mastro Don Gesualdo, dove ogni familiare tenterà di ostacolare le imprese di Gesualdo e di rubare i suoi averi. Nel suo profondo pessimismo Verga differisce da Zolà.

 

Chiarimenti di alcuni temi importanti
Impersonalità
- Giovanni Verga non vuole giudicare; considera lo scrittore uno strumento tecnico che documenta e non interviene nel documento che trasmette; non crede che la letteratura possa contribuire a modificare la realtà, quindi deve trarsi fuori dal campo e studiare senza passione i personaggi e gli eventi. Il lettore, dal canto suo, deve sentire, percepire con evidenza il parlare dei soggetti che sono rappresentati e deve vedere i comportamenti.
- La novità di Verga sta nella distinzione tra autore e narratore e nella definizione e invenzione del narratore regredito. L’autore per essere impersonale deve rinunciare ai suoi pensieri e giudizi, alla sua morale e cultura perché non deve esprimere se stesso ma si deve nascondere impedendo così al lettore di percepire la sua presenza. Verga cerca di realizzare l’eclissi dell’autore delegando la funzione narrante a un narratore che è perfettamente inserito nell’ambiente rappresentato, regredito al livello sociale e culturale dei personaggi rappresentati che assume la loro mentalità e non fa trapelare l’idea dell’autore. Il narratore assume così un aspetto camaleontico, evidente soprattutto nei Malavoglia.
- Verga vuole essere impersonale fino in fondo e, oltre a rinunciare alla sua mentalità ai suoi ideali e principi rinuncia anche alla sua lingua e cerca di adottare un tipo di espressione più vicina possibile agli umili rappresentati; l’autore cerca, infatti, di studiare la sintassi del dialetto siciliano e tenta di riprodurre tale struttura della frase nella lingua italiana, citando spesso proverbi che appartengono alla cultura locale. L’autore utilizza anche la tecnica del discorso indiretto libero tutte le volte che ha bisogno, nel descrivere fatti e luoghi, di far risuonare i modi tipici del linguaggio popolano e di identificarsi col pensiero della gente del posto. E’ utilizzato anche l’artificio dello straniamento realizzato attraverso un modo di raccontare i fatti secondo cui quello che è normale appare strano e viceversa.
STRANIAMENTO
La tecnica dello straniamento consiste nell'adottare, per narrare un fatto e descrivere una persona, un punto di vista completamente estraneo all'oggetto. Come risultato si ottiene quello di far apparire insolite e incomprensibili cose normali, o viceversa, solo perché presentate attraverso un punto di vista estraneo.
Molti esempi si trovano nel romanzo I Malavoglia dove i sentimenti veri e disinteressati dei protagonisti sono visti attraverso il punto di vista della collettività del villaggio che, essendo completamente insensibile a quei valori, giudica solamente sulla base dell'interesse economico e del diritto del più forte facendo così apparire "strano" ciò che, secondo la scala dei valori universalmente accettata è "normale" . Verga vuole pertanto dimostrare, con questo effetto di "straniamento", come sia impossibile praticare valori puri e disinteressati in un mondo regolato dalla legge della lotta per la vita e mettere in evidenza il prevalere dei principi dell'interesse e della forza, a cui non è possibile contrapporre nessuna alternativa. Nella novella La roba, ad esempio, il "narratore" non dimostra mai riprovazione nei confronti di Mazzarò e dei metodi da lui usati per arricchire, anzi il comportamento di Mazzarò non solo appare "normale", ma degno di lode. ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­

CONCETTO DELL’OSTRICA

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Il concetto dell'ostrica si basa sulla convinzione che, per coloro che appartengono alla fascia dei deboli, è necessario rimanere abbarbicati ai valori della famiglia, al lavoro, per evitare che il mondo, cioè il "pesce vorace", lo divori.
Intorno al concetto dell'ideale dell'ostrica è costruito il romanzo del Verga, I Malavoglia. Nel concetto dell'autore, finché i contadini, i braccianti, i pescatori vivono protetti dall'ambiente che li ha visti nascere e crescere, finché credono e rispettano i valori in cui hanno creduto e che hanno rispettato i loro padri, allora sono al sicuro, possono vivere sicuri, magari poveri, ma sicuri.
Il problema nasce quando cominciano a provare il desiderio del cambiamento, il desiderio di migliorare di progredire. Come l’ostrica che vive sicura finché resta avvinghiata allo scoglio dov’è nata, così l’uomo di Verga vive sicuro finché non comincia ad avere smanie di miglioramento.
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La perdita dell’aureola
Questo è uno dei temi più importanti della letteratura di fine 800 inizio 900. Con perdita dell’aureola si vuole sottolineare la perdita dei privilegi dei quali il poeta godeva prima dell’età moderna. Il poeta è diventato, e con lui anche la sua poesia, un semplice prodotto di mercato, a volte persino superfluo. Questa concezione del ruolo dell’artista viene teorizzata durante il decadentismo da Baudelaire, il quale reagirà con la scapigliatura. L’intellettuale ha dunque perso il ruolo di poeta vate capace di guidare l’opinione pubblica o di svelare grazie alla sua poesia il significato profondo dell’esistenza. Baudelaire nel suo brano “la perdita dell’aureola”, parlando con un amico e raccontandogli che gli era caduta l’aureola nel fango mentre camminava, affermava di essere felice di quanto gli era accaduto poiché finalmente poteva vivere come uno qualunque, come un qualunque prodotto della società del suo tempo.
SIMBOLISMO E DECADENTISMO
Il decadentismo nasce in Francia come movimento culturale, toccando vari ambiti artistici. Il Decadentismo, in comune con il naturalismo, crede che nella società contemporanea l’intellettuale non ha più alcun ruolo. Il poeta decadente si chiude quindi nella sua interiorità, assumendo come interlocutore privilegiato la natura. Per il Decadente è la borghesia che ha determinato la scissione uomo-natura e quindi ne prende le distanze.
Il simbolismo è un movimento letterario nato in Francia che si basa sulle corrispondenze, cioè sulle associazioni irrazionali, che il poeta vede nella natura e che lo portano ad una verità superiore. Il Decadentismo confluirà nel simbolismo e si apriranno così due strade: una del simbolismo (simbolismo del decadentismo), e l’altra dell’estetismo, la prima seguita da Pascoli e la seconda da D’Annunzio.
La differenza del rapporto uomo-natura tra romantici e decadenti è una in particolare: mentre i primi vivevano questo conflitto nei confronti dell’intera umanità e si sentivano sconfitti in partenza, i secondi lo guardano e lo analizzano solamente nella propria identità e sono quindi fiduciosi di riuscire a trovare una via per ristabilire l’antica armonia.

 

 

 

 

 

PASCOLI
Il poeta nasce a San Mauro di Romagna nel 1855. Nel 1891 pubblica Myricae. Nel 1903 si trasferisce all’università di Pisa dove compone i Canti di Castelvecchio.  Nel 1897 pubblica i poemetti ed esce “il fanciullino”, che sarà riconosciuto il manifesto della poesia pascoliana. Nel 1903 si trasferisce all’università di Pisa e pubblica i canti di Castelvecchio. Fino alla morte avvenuta nel 1912 comporrà numerosi poemi, odi e inni. La vita di Pascoli è stata sicuramente segnata da un avvenimento shockante: la morte del padre assassinato mentre tornava a casa. Questo profondo Shock segnerà tutta la sua vita e nella sua poesia sarà centrale il tema della morte e quello della famiglia. Pascoli si sentirà addirittura in colpa verso i morti poiché lui è rimasto in vita, e cercherà nella sua individualità mediante l’uso frequentissimo di immagini e di simboli, a riavere un contatto con i morti e con il “nido” familiare. Per lui la vita non ha senso ed è un’unica grande sofferenza. Pascoli non è riuscito a maturare quindi, poiché si è fermato al momento della morte del padre: nelle sue poesie si riscontrerà l’estraneità al tema del sesso, al quale non riesce ad avvicinarsi per paura e timore. Il poeta aderisce al simbolismo decadente e quindi, oltre ad una grande sfiducia verso la società e la borghesia, si unisce l’uso massiccio di simboli e di corrispondenze simboliche nella natura. In grado di cogliere questi simboli è il “fanciullino” che tutti hanno ma solo il poeta sa far sbocciare. Il fanciullino non è corrotto dalla razionalità insita invece nell’uomo adulto e può ancora vedere mediante associazioni, corrispondenze e vie intuitive e irrazionali il segreto che la natura contiene dentro di sé. La poesia di Pascoli assume un ruolo di consolazione
“Myricae” e “Canti di Castelvecchio”
Myricae è una raccolta di boesie che conta in tutto 156 componimenti. Tutti questi componimenti hanno in comune di far parte delle “poesie dal basso”. Sono narrate cioè prendendo spunto per la tecnica simbolistica da piccoli oggetti di uso comune come per esempio l’aratro in lavandare. Centrale in questa raccolta di poesie è il tema della morte, accostato naturalmente da tutti gli altri temi sopra indicati. La morte viene vissuta in due modi: o il poeta cerca di legittimare la propria vita a confronto con essa, oppure assume la dimensione consolatorio di un evento atteso. Le poesie principali di Myricae sono: Lavandare, X Agosto, L’assiuolo, Temporale e Novembre. In Myricae è da sottolineare la metafora della condizione umana rappresentata dalla contadina abbandonata dal fidanzato con l’aratro lasciato abbandonato in mezzo al campo; X Agosto è la poesia dedicata al padre che, con una profonda metafora con una rondine, riesvoca tutto il dolore che prova il poeta per la scomparsa del genitore; l’Assiuolo, temporale e Novembre sono invece tre poesie che si giocano su un unico tema fondamentale, rappresentato dalla morte.
I Canti di Castelvecchio: Questa raccolta fu pubblicata nel 1903, stesso anno dell’Alcyone d’Annunziano. I temi principali sono due: il rapporto uomo natura ed il tema famigliare. Esemplificativo della poetica PAscoliana è il Gelsomino Notturno, nel quale il poeta narra della prima notte di nozze di un amico esaminando la sua lontananza dal sesso e dalla vita in generale dopo la morte del padre.

D’ANNUNZIO
Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara nel 38. La sua vita fu assolutamente coerente alla sua poetica. Concentrò l’intera vita alla ricerca di popolarità, sia nel campo politico che in quello popolare. D’Annunzio ebbe svariate esperienze d’amore, avendo improntato tutto il suo essere alla ricerca del piacere. Fu un acceso sostenitore del fascismo, compiendo anche importanti imprese sotto Mussolini, che poi, a causa del sempre maggiore piglio che esercitava sulle masse, decise di metterlo in secondo piano. Da notare soprattutto l’occupazione della città di fiume. Tuttavia anche le scelte politiche di D’Annunzio non erano improntate al perseguimento di particolari ideali, ma al solo scopo materiale: D’Annunzio doveva proporsi come modello per il maggior numero di persone per riuscire a vendere la maggiore quantità di prodotti possibili e per riuscire a sostenere la vita lussuosa alla quale proprio non sapeva rinunciare. Muore nel 1938. Abbiamo detto che D’Annunzio prende parte al decadentismo con alcuni segni di distinzione: sempre grazie all’uso del simbolismo riesce a capire i segreti della natura immergendosi completamente in essa (panismo). Questo però non può essere fatto da un normale uomo, ma da un superuomo. Il poeta si pone dunque in una posizione superiore alla normale umanità, grazie a poteri di percezione che solo lui ha. Nonostante il suo rifiuto sprezzante per la borghesia e per il popolo è costretto a porsi come mito di massa o dico per riuscire a sostenere il modello di vita da lui perseguito (questo è il paradosso D’Annunziano).
Opere: la prima parte della composizione D’Annunziana comprende, di rilevante importanza, il Canto Novo e il poema paradisiaco, caratterizzato dal tema della bontà uscito nel 1893. Dal 93 al 99 seguirà un periodo di silenzio letterario, interrotto con le Laudi.
Laudi: secondo il progetto del poeta esso doveva essere composto da sette libri, chiamati con i nomi delle sette stelle più luminose della costellazione delle pleiadi. Riuscirà a comporre in modo completo solo le prime 4 parti: Maia, Elettra, Alcyone e Merope. Tema unificante delle Laudi è quello del viaggio, iaggio che il poeta compì vermanete in Grecia, patria della poesia. Nel primo libro viene descritta la vita eroicamente concepita, in elettra viene narrata la sotria delle città più eroiche e in Alcyone, capolavoro di D’Annunzio si assiste ad una tregua del superuomo (badare bene “del superuomo” non “dal superuomo”). Tregua perché il superuomo non viene più inserito in un contesto sociale, bensì nell’immersione panica della natura e nella conseguente rivelazione delle verità nascoste. Dell’Alcyone sono portati tre brani: La sera fieslana, nella quale il poeta, con l’uso del simbolismo, paragona un paesaggio al suo stato d’animo e compare un paragone con il “Canto di frate Sole” di San Francesco; La pioggia nel pineto, ottimo esempio di immersione panica nella natura (natura antropomorfizzata e uomo naturalizzato); Meriggio dove assitiamo ad un'altra esaltazione del panismo.
Tuttavia la produzione del poeta non è solo poetica, ma anche prosaica. Di grande importanza è “visita al corpo di Giuseppe Miraglia, in cui è forte l’esperienza della morte e della guerra.

 

DADAISMO, SURREALISMO E FUTURISMO

Il dadaismo è una corrente artistica che nasce in Svizzera nel 1916. Nasce da un ambiente ricco di intellettuali: infatti in una città svizzera che accoglieva i rifugiati dalla Guerra, nacque un Cabaret per poter passare il tempo. Il cabaret venne fondato da Tzara, caposcuola del Dadaismo. Il termine Dadaismo significa giocattolo e gli esponenti di questa corrente affermano di averlo estratto per gioco da un dizionario. Non bisogna scordarsi che l’atmosfera che c’era in Europa era quella di disperazione per la guerra e di alienazione per la rivoluzione industriale. I dadaisti volevano principalemte rifiutare l’ideale di bellezza ed il significato positivo dell’arte, la positività della novità e quindi del progresso ed il simbolismo. Breton, esponente del movimento, non era tuttavia d’accordo con la tendenza troppo autodistruzioni sta del dadaismo e se ne distaccò, fondando il movimento Surrealista. Il Surrealismo nasce quindi come proseguimento e livellamento del Dadaismo nel 1922. Il termine surrealismo significa oltre il reale. Questo movimento fu influenzato dalle recenti scoperte di Freud nel campo dell’Inconscio. Per i surrealisti attraverso il flusso di coscienza o l’accostamento di immagini in uno stato di semipnosi si riesce ad entrare nell’inconscio, luogo dove tutto si unifica (presente-passato, realtà-immaginazione ecc.).  Il Futurismo nasce tra il 1909 ed il 1912 ad opera di Marinetti. Prende la connotazione di un movimento violento già dall’inizio. Rifiuta tutta l’arte passata (i suoi sostenitori dicono di bruciare biblioteche e città antiche) poiché dice che il rimpianto non porta a nulla e bisogna cominciare a guardare il presente ed il futuro. I futuristi esaltano le macchine, la velocità, la forza e la violenza. In ambito letterario fanno ampio ricorso al simbolismo distruggendo la sintassi ed il verso, facendolo a volte coincidere con una singola parola. I verbi sono spesso all’infinito. Tra il 1915 ed il 1920 i futuristi si butteranno in politica, dapprima avvicinandosi all’anarchismo visto come continua rivoluzione continua violenza e in seguito stabilizzandosi nel fascismo.

PIRANDELLO
Nasce nel 1967 a Girgenti, la moderna Agrigento. Riceva un’educazione di tipo risorgimentale  eromantico, essendo suo padre stato sostenitore dell’impresa dei Mille.Dal 69 all’89 va a Roma ove incontra Capuana. A seguito di un contrasto con il prof di latino deve andare a dare la tesi a Bonn, dove resta fino al 91. Nel 92 torna a Roma e compone alcuni trattai nei quali si vede l’aderenza al naturalismo e la positività della scienza.Nel 1903 succede un fatto importantissimo. La cava del padre si allaga, la moglie resta paralizzata e lui, che aveva investito i suoi averi nella cava del padre, comincia ad avere urgente bisogno di soldi. Per questo compone Il fu Mattia Pascal. Dal 1904 al 1910 scrive quindi moltissimo. Nel 1917 comincia la stesura di Uno, Nessuno e Centomila, che pubblicherà nel 1925. Nel 21 esce Sei Personaggi in cera d’autore, capolavoro teatrale Pirandelliano. Nel 22-23 il poeta racchiude tutte le sue poesie in un’unica raccolta, chiamata “Novelle per un anno” (guarda caso sono 365 componimenti). Nel 25 ultima Uno, Nessuno e Centomila nel quale si vede benissimo che è stato  compiuto in un grande arco di tempo. Nel finale troviamo infatti una sorta di positivismo della natura nel quale l’autore pone una specie di fiducia mistica. Nell’ultima età Pirandello prende parte al movimento surrealista approfondendo le sue conoscenze sull’inconscio. Morirà nel 36, 2 anni dopo aver vinto il Nobel per la letteratura.
Comicità-Umorismo: esiste una differenza (fondamentale per capire la poetica Pirandelliana) tra comicità ed umorismo. Il primo è contraddistinto dalla risata ed è l’avvertimento del diverso. La persona vede quindi la cosa come non dovrebbe essere e ride. Diverso è l’umorismo, definito come il sentimento del contrrio, cioè la riflessione sul diverso e sul motivo per il quale la persona che al primo impatto ci fa ridere non è come dovrebbe essere. Al sentimento del contrario non rispondiamo con la risata ma con la pietà.
Poetica dell’umorismo.
Pirandello elabora il tema dell’umorismo tra il 1904 ed il 1910. Questo sostituisce il tema epico-lirico. Secondo il poeta è impossibile nella società moderna, a differenza di quanto accadeva in precedenza, narrare di eroi o di principi e valori puri da perseguire, poiché ormai non esistono più. La vita moderna è caratterizzata dal non-senso. A questa mancanza di valori l’uomo deve necessariamente trovare un rimedio seppur illusorio per non sprofondare nella più completa depressione. Ecco che si vengono a creare le famose maschere di Pirandello, rappresentanti il ruolo che ogni essere umano è costretto a giocare all’interno della società. Questi inganni che l’uomo si deve creare sono chiamati “forma” e sono antitetici alla “vita”. La vita è quella forza oscura e profonda ce viene fuori solamente nei momenti di sonno o di semipnosi. A questo punto entra in gioco l’umorismo, definito come il sentimento del contrario, che indaga sulle cause che hanno spinto l’essere umano a indossare una particolare maschera.
Teatro: Pirandello stravolge il teatro così come lo si conosceva; applica il meta teatro e non piega i personaggi alla trama ma al contrario piega la trama ai personaggi. Inventa il teatro aperto, e cioè quel tipo di teatro nel quale gli attori interagiscono attivamente con il pubblico. Pirandello aderisce al teatro del grottesco sottolineando l’incomunicabilità tra le persone, la mancanza di una trama e la mancanza di un senso della vita, nonché l’alienazione dell’uomo nei confronti delle macchine (tema fondamentale anche nei romanzi pirandelliani per esempio in Quaderni di Serafino Gubbio Operatore).

SVEVO
Svevo nasce a Trieste nel 1861. La sua vita conosce tre periodi importanti. Il primo va dalla nascita al 1899, periodo nel quale stende i suoi due primi romanzi, Una Vita e Senilità, il secondo va dal 1899 al 1928, nel quale abbiamo il silenzio letterario, ed il terzo va dal 1919 al 1928, anni nei quali esce la Coscienza di Zeno (1923 e l’ultima stesura novellistica e teatrale.
Una Vita e Senilità: Il tema centrale è rappresentato dall’investigazione delgi autoinganni che nascondono lo spirito delle pulsioni inconscie. Per Svevo assume un’enorme importanza la figura del bambino, molto diversa da quella Pascoliana. In Svevo infatti il motivo delle paure e dei problemi psicologici di un aulto sono da ricercarsi in particolari situazioni vissute da bambino. In questi due romanzi il narratore racconta la vicenda in terza persona, giudicando apertamente ciò che scopre e ciò in cui si imbatte. In senilità abbiamo l’abbattimento del determinismo: il personaggio non accetta ciò che è  e fa di tutto per camiare, anche se alla fine tornerà nella sua tipica condizione di senilità. Da notare che il protagonista è un impiegato.
La coscienza di zeno: Romanzo scritto in prima persona. Il libro è aperto da un’importante prefazione di cui è autore lo psicanalista di zeno che ne osserva la patologia spiegando la materia del libro. In pratica Zeno, sentendosi inetto, cioè incapace di rapportarsi all’interno della moderna società, và in cura da uno psicanalista che gli consiglia, come terapia, di scrivere un memoriale sulla sua malattia fin dall’infanzia, cioè di scrivere una sorta di diario sulle esperienze più significative che gli sono capitate, Zeno comincia ma poi fa un’importante scoperta: non è lui ad essere malato, ma è la natura umana stessa ad esserlo. Zeno lascia quindi la terapia e lo psicanalista, per vendetta, pubblica il memoriale da Zeno scritto. A parlare è dunque Zeno, che così è sia io-narrante che io-narrato. Importante è ricordare che Zeno è effettivamente malato di nevrosi, quindi tende a rimuovere le esperienze dolorose della sua vita. Non possiamo quindi fidarci né di Zeno poiché tutto ciò che noi sappiamo di lui non è affidabile in qaunto lui stesso è affetto da nevrosi, e nemmeno dello psicanalista, il signor S., il quale è più interessato alla logica economica ripsetto alla sanità del paziente. Nel libro il lettore assume un ruolo di primo piano poiché è continuamente chiamato a decifrare quello che legge.
Ironia: Nella scrittura di Svevo, l'ironia del narratore sui suoi personaggi - che si intreccia con l'autoironia degli stessi protagonisti - è uno strumento utilizzato per scardinare le certezze del romanzo tradizionale: ne risulta assai sminuita la figura del protagonista-eroe che aveva contrassegnato gli ultimi decenni della letteratura italiana (si pensi in particolare al romanzo dannunziano). Inoltre l'uso dell'ironia, fingendo di "ridimensionare" le ambizioni dell'autore, gli permette di agire in modo molto più libero dalle regole dell'ufficialità letteraria. Inoltre in un romanzo d'impronta fortemente "psicologistica" come quello di Zeno, l'ironia insinua un elemento di dubbio nella credibilità dell'intera costruzione romanzesca, fatto assolutamente nuovo nella letteratura del Novecento.

 

 

Fonte: http://unitiresistiamo.altervista.org/Italiano.doc

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