Publio Cornelio Tacito

 


Publio Cornelio Tacito

 

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La vita


Le scarse notizie sulla vita di Cornelio Tacito (56? - dopo 116 d.C.) si desumono da cenni sparsi nella sua opera, oltre che da testimonianze di altri scrittori, tra cui soprattutto Plinio il Giovane, che allo storico indirizzò alcune lettere. Incerti sono l'anno e il luogo di nascita, Terni oppure una località della Gallia Narbonese; incerto è anche il praenomen, Publio o Gaio. Studiò a Roma lettere ed eloquenza con Marco Apro, Giulio Secondo e fu forse discepolo di Quintiliano. Esercitò con successo l'attività forense; nel 78 sposò Giulia, figlia del senatore Giulio Agricola, conquistatore della Britannia centrale e poi governatore. Iniziò l'attività politica sotto Vespasiano: fu questore (79), edile (80), pretore (86), quindecemviro (88), console supplente sotto Nerva (97), proconsole d'Asia (112-113). Dal 93 al 96 si tenne in disparte e non venne coinvolto nella repressione dell'aristocrazia attuata da Domiziano. Nel 100 sostenne con Plinio il Giovane l'accusa nel processo per concussione contro Marco Prisco a nome degli abitanti della provincia d'Africa.


Le opere minori


Nulla è giunto dei suoi discorsi da avvocato che, a detta di Plinio il Giovane, erano eccellenti; forse non furono mai pubblicati. È rimasto però uno scritto teorico sull'oratoria, che è da attribuire a Tacito, anche se tuttora resta qualche dubbio, il Dialogus de oratoribus (Dialogo sull'oratoria), che la tradizione manoscritta ha conservato insieme al De vita et moribus Iulii Agricolae (Vita e costumi di Giulio Agricola), pubblicato nel 98, e al pressoché contemporaneo De origine et situ Germanorum (Origine e sede dei Germani). Seguono le opere maggiori: le Historiae (Storie), scritte tra il 100 e il 110, e gli Annales (Annali), pubblicati dopo il 115 e, probabilmente, interrotti per la morte dell'autore.

 

  • Il Dialogus de oratoribus

Il Dialogo sull'oraroria, dedicato a Fabio Giusto, si riallaccia alla tradizione ciceroniana, soprattutto al De oratore. Tacito immagina di aver assistito da giovane (74-75) a una discussione in casa di Curiazio Materno, un avvocato che si era dato interamente alla poesia, tra lo stesso Materno, Marco Apicio e Giulio Secondo, avvocati famosi, e Vipstanio Messalla, uomo di profonda cultura e autore di memorie sulla guerra civile.
Tre sono gli argomenti trattati: se per un uomo di ingegno sia più degno dedicarsi all'oratoria o alla poesia; se l'eloquenza moderna sia pari a quella ciceroniana, giungendo alla conclusione che quest'ultima è superiore; quali siano le ragioni della decadenza dell'oratoria, è questa la parte più interessante. Tacito ne ravvisa le cause non già nel declino della scuola e, più in generale, della cultura e nell'incompetenza dei maestri, fatti che sicuramente si erano verificati, bensì nella cessazione della funzione primaria per cui l'eloquenza era nata, quella cioè di sostenere il dibattito delle idee e il libero confronto politico, venuto meno con la fine dell'età repubblicana e l'avvento del principato: "la pace interna ha distrutto l'eloquenza". La lucidità dell'analisi e la concezione stessa del principato, che sarà più tardi ripresa nelle grandi opere storiche, sono bene attribuibili a Tacito.
Lo stile richiama la concinnitas di Cicerone, se pur filtrata attraverso la lezione di Quintiliano ed è lontano dall'inconcinnitas "tacitiana"delle opere storiografiche. La maggioranza degli studiosi considera il Dialogus opera di Tacito giovane, momento in cui il neociceronianesimo era la tendenza in uso nelle scuole di retorica e che sarebbe stata pubblicata molto più tardi, dopo la morte di Domiziano; altri, con maggior ragione, sostengono che il dialogo sia stato composto dopo l'Agricola e la Germania e che l'impronta ciceroniana debba unicamente attribuirsi all'argomento retorico del trattato.

 

  • De vita et moribus Iulii Agricola

Di genere biografico, con elementi derivati dagli elogi funebri, è la Vita e costumi di Giulio Agricola, suocero di Tacito, pubblicata nel 98. L'opera, in 46 capitoli, è contemporaneamente un panegirico, una monografia storica di tipo sallustiano e un manifesto politico. La Vita tende a delineare la personalità del generale, sottolineandone l'alta umanità la dirittura morale, le doti di funzionario integerrimo e di valente soldato. Dopo aver parlato della sua gioventù e degli studi, Tacito descrive la carriera militare, la campagna militare in Britannia e il suo governatorato: le operazioni di guerra di Agricola offrono l'occasione per digressioni geografiche e etnografiche della regione, che si fondano su ricordi e appunti di Agricola stesso e sui Commentarii di Cesare. L'autore narra poi il ritorno del generale a Roma, il trionfo decretatogli dal Senato e la fredda accoglienza dell'imperatore, geloso della sua gloria, il ritiro a vita privata e la morte (93) per cause non chiare, secondo alcuni per mano di Domiziano. La biografia dell'illustre personaggio dimostra come fosse preferibile alla sterile rinuncia di molti oppositori del regime, giunti fino al suicidio, l'atteggiamento di chi, come appunto Agricola, seppe assolvere fino in fondo al proprio compito, pur sotto la tirannide di Domiziano, cui Tacito sembra imputare la morte del suocero: il dovere verso Roma è più importante dei propri sentimenti di opposizione al principe. Ampi discorsi mettono a fuoco i personaggi, come quelli di Calcago, il capo dei ribelli, e di Agricola, che danno vivacità alla narrazione; lo stile non è ancora del tutto quello di Tacito, si sentono forti echi ciceroniani, sallustiani e liviani.

 

  • De origine et situ Germanorum

Sull'origine e sede dei Germani, opera in 46 capitoli più comunemente nota come Germania, nasce da interessi geografico-etnografici. Le fonti di Tacito furono sia letterarie, come Plinio il Vecchio e Cesare, sia orali, come le informazioni raccolte da prigionieri, soldati e commercianti. Nella prima parte dell'opera si illustrano i confini della Germania, l'origine, i caratteri fisici e morali, le armi, il sistema politico e religioso, l'educazione dei giovani, i costumi, i mezzi di vita, le occupazioni quotidiane dei germani. La seconda parte passa in rassegna tribù per tribù, con notizie particolari per ognuna.
La Germania è l'unico esempio pervenuto di opera prettamente etnografica dell'antichità tuttavia non si deve dimenticare che, proprio nel periodo della pubblicazione (98), Traiano, appena proclamato imperatore, si trovava nella Germania Superiore, intento a rafforzare le frontiere sul Reno. Tacito, mettendo in forte rilievo la forza ancora incorrotta delle popolazioni situate tra il Reno e il Danubio, così lontana dalla raffinatezza decadente della contemporanea società romana, ne sottolinea il pericolo per Roma, ricordando tutte le vittorie e le sconfitte romane: "tanto tempo ci vuole per vincere la Germania". La narrazione non risulta mai monotona per la varietà degli argomenti per l'efficacia descrittiva, per l'incisività dello stile a periodi brevi con un certo colorito poetico.


Le opere maggiori: Historiae e Annales

Le Historiae (Storie) dovevano abbracciare le vicende dell'impero dall'avvento di Galba (69) alla morte di Domiziano (96): restano solo i libri I - IV e parte del V. Distribuendo la materia secondo la tradizione annalistica, Tacito, presumibilmente proseguendo una precedente storia, inizia la sua narrazione dal 1° gennaio del 69, pochi giorni prima della morte di Galba. Posteriore è la composizione degli Annales (Annali) che, partendo dal 14, anno della morte di Augusto (l'opera nei manoscritti che la conservano è intitolata Ab excessu divi Augusti, Dalla morte del divo Augusto), dovevano giungere alla morte di Nerone (68), ricongiungendosi dunque alla materia trattata nell'opera precedente. Degli Annali restano interi i libri I - IV, un frammento del V e parte del VI e i libri XI - XVI, di cui l'XI lacunoso e il XVI mutilo. Complessivamente Storie e Annali comprendevano, stando alla testimonianza di san Gerolamo, 30 libri: non se ne conosce tuttavia l'esatta partizione, perché secondo alcuni le Storie erano composte di 14 libri e gli Annali di 16, e secondo altri rispettivamente di 12 e di 18 libri.

 

  • Lo storico

Accingendosi alla composizione delle Storie, Tacito delinea il fosco scenario della materia che si accinge a trattare ­ "una storia densa di vicende, terribile per le battaglie, torbida di sedizioni, tragica anche nella pace" ­ e, dopo aver professato l'obiettività della propria visione, esente sia da ostilità preconcetta sia da indulgente cortigianeria, dichiara di riservarsi per la vecchiaia la trattazione del periodo di Nerva e Traiano, un'età più felice, in cui, per l'inconsueta "fortuna" è lecito "pensare ciò che si vuole e dire ciò che si pensa". Invece, negli Annali , l'autore riprende dagli inizi la storia del principato romano, concentrandosi sulle sue origini e sui suoi primi protagonisti: Augusto,Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone. Nella visione di Tacito il passaggio dalla travagliata età repubblicana all'età imperiale era stata una necessità storica e politica per superare i drammatici conflitti determinatisi con le guerre civili, indispensabile al mantenimento della pace e utile per il benessere delle province: "il corpo immenso dell'impero non può stare ed equilibrarsi senza un reggitore", scrive nelle Storie. Non resta dunque che sperare in un principe illuminato, che si può avere soltanto se la successione avviene per adozione, come aveva fatto Nerva con Traiano. Ma con il nuovo assetto si era fatalmente estinta la libertà repubblicana e si era spento via via ogni residuo di dignità morale, sia per la degenerazione del Senato, di cui l'autore fa parte, sia soprattutto per le nefandezze degli imperatori, che lo storico tratteggia con drammatica forza espressiva in una galleria di tragici profili, dei quali alcuni critici hanno sottolineato l'eccessiva deformazione grottesca: Tiberio sospettoso e astutamente falso, Claudio imbelle e dominato dalle mogli, Nerone dissoluto e istrione.
Negli Annali la visione tacitiana diventa totalmente pessimistica e tragica e non risparmia né i protagonisti, i soli artefici della storia, né le masse, inconsapevoli, influenzabili, spesso inclini alla violenza, giudicate dall'alto di una concezione severamente e sprezzantemente aristocratica. Tacito traccia un'approfondita analisi psicologica dei personaggi attraverso i loro comportamenti e le situazioni in cui si trovano ad agire.

 

  • Lo stile e la fortuna

La scrittura di Tacito, intensa e di grande suggestione artistica, è originalissima; la prosa, concisa e allusiva, predilige le ellissi, le metafore violente, la varietas (dissimmetria) con mutamenti inaspettati di struttura e nell'ordine delle parole. Il lessico alterna termini arcaici e solenni, poetici, di origine popolare e introduce nuove sfumature semantiche. I suoi ritmi, rapidi e spezzati, contrastano con la calibrata euritmia e perfezione formale del gusto ciceroniano. L'incontestata eccellenza artistica dell'autore, comunque, non può portare a svalutare il significato e la grandezza della sua analisi del mondo romano, come pure è accaduto da parte di alcuni critici. Alla lezione di Tacito, storico di un'età di "tiranni", si richiamò F. Guicciardini nei Ricordi.


CONTENUTO DELLE STORIE

Libro I. Il fatto di poter creare il principe anche "altrove che a Roma" genera nella capitale e negli eserciti delle varie province, inquietudine e profonde scissioni. Le legioni della Germania acclamano imperatore Vitellio, rifiutando di giurare fedeltà a Galba, che la guarnigione insorta a Roma uccide proclamando poi imperatore Otone, il primo marito di Poppea. Otone muove contro Vitellio, che dalla Germania sta marciando verso l'Italia.
Libro II . Si accenna all'Oriente, dove Vespasiano e Tito sono impegnati nella rivolta giudaica. In Italia le truppe di Vitellio e Otone si scontrano a Bedriaco e Otone, sconfitto, si suicida. Seguono l'ingresso trionfale di Vitellio a Roma, il saccheggio dell'erario per accontentare i soldati, il tentativo di mettere ordine nell'impero. Si riapre la guerra civile, perché le legioni di Siria e d'Egitto proclamano imperatore Vespasiano, subito confermato dai soldati del Danubio e dalla flotta di Ravenna.
Libro III . Spagna, Gallia e Britannia si dichiarano per Vespasiano, le cui truppe attaccano e sconfiggono gli avversari a Cremona, saccheggiata e data alle fiamme. A Roma, i seguaci di Vitellio attaccano quelli di Vespasiano e ne uccidono il fratello Flavio Sabino, mentre il figlio, Domiziano, si salva a stento rifugiandosi in un tempio di Iside. Roma cade dopo furibondi combattimenti per le vie e Vitellio viene trucidato.
Libro IV . Scoppiano rivolte in Gallia e in Germania; il Senato elegge Vespasiano e Tito consoli e Domiziano pretore; Vespasiano si reca ad Alessandria, lasciando Tito a proseguire la guerra contro i giudei; alcuni eventi miracolosi nel tempio di Serapide gli preannunciano il destino imperiale.
Libro V. Tito assedia Gerusalemme e Tacito, a questo punto, traccia una breve storia dei giudei, partendo da Mosé. Negli ultimi capitoli prosegue il racconto della guerra in Germania che sta volgendo alla fine.


CONTENUTO DEGLI ANNALI

Libri I ­- VI. Trattano il regno di Tiberio (14-37 d.C.). Dopo aver accennato alla forma del principato di Augusto e descritto la sua morte, Tacito segue il progressivo inasprirsi del dispotismo e del carattere sospettoso di Tiberio, l'aumento dei processi per lesa maestà, il successo e la caduta del ministro Seiano, gli innumerevoli intrighi della famiglia imperiale, la sempre maggiore crudeltà e dissolutezza del principe e, infine, la sua morte. L'autore narra anche le imprese di Germanico in Germania, la sua morte, pare per avvelenamento, e la guerra in Africa contro i numidi.
Libri XI - XII . Trattano gli ultimi nove anni dell'impero di Claudio (47-54). L'imperatore è rappresentato come imbelle e vanesio, maniaco dell'erudizione, dominato dalle mogli e dal liberto Narcisso. La prima moglie, Messalina, lussuriosa e folle, giunge al punto di sposare Gaio Silio mentre Claudio è lontano da Roma; il potente liberto Narcisso fa uccidere Messalina all'insaputa dell'imperatore; la seconda moglie, Agrippina, già madre di Nerone, avida di potere e superba, dopo aver fatto adottare il proprio figlio da Claudio, fa uccidere il marito con funghi avvelenati, perché diventi imperatore Nerone.
Libri XIII ­- XVI. Trattano il principato di Nerone (54-66). Tacito narra le drammatiche e tenebrose vicende di Nerone, il crescente disaccordo con l'intrigante Agrippina, l'avvelenamento di Britannico, figlio di Claudio, e il matricidio per mano di un liberto. Seguono gli eccessi di dissolutezza e di istrionismo dell'imperatore, il ripudio e l'uccisione della prima moglie Ottavia, il matrimonio con la bellissima Poppea, l'incendio di Roma, la congiura dei Pisoni e i suicidi dei congiurati.


Fonte: http://www.madchild.it/ingciv/Appunti/Liceo/latino/tacito.doc

 

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

Publio Cornelio Tacito

TACITO (55-58 - 120 c.a. d.C.

 

Sulla data e sul luogo di nascita di Tacito non vi sono notizie certe, anche se è possibile collocare con buona probabilità la sua nascita attorno al 55-58 d.C., mentre è probabile la sua origine gallica, data la notevole diffusione del cognomen Tacitus sia nella Gallia Cisalpina che nella Gallia Narbonese.

La carriera politica e il matrimonio con la figlia di Giulio Agricola, console nel 77, indicano che Tacito, qualunque fosse la sua patria d’origine, era di condizione sociale elevata e di condizione benestante. Visse a cavallo tra il periodo di Domiziano, sotto il quale nell’88 raggiunse la pretura, Nerva sotto cui ricoprì il consolato (97) e il periodo d’oro di Traiano, sotto il cui principato iniziò la sua brillante carriera di scrittore e storico. Morì, con tutta probabilità, durante il principato di Adriano.

La morte di Domiziano è assunta da Tacito stesso, come inizio per le sue riflessioni politiche e dell’attività storiografica. La tirannia di Domiziano aveva lasciato un segno indelebile nell’animo dei contemporanei e dello scrittore stesso, che vede nel principato di Nerva prima e poi in quello di Traiano un vero ritorno alla grandezza di Roma, alla pace ed alla libertà. È soprattutto l’instaurazione da parte di Nerva del principato adottivo che nutre le speranze di Tacito verso la cancellazione totale dei soprusi e delle ingiustizie dell’epoca di Domiziano. In realtà, come vedremo, analizzando le sue opere, come tali speranze verranno a poco a poco deluse, non tanto da un atteggiamento assolutistico dell’imperatore, quanto dalla consapevolezza che anche nella pace più totale non vi può essere libertà. La libertà del principato non è più spontanea, è data, regalata, ordinata da qualcuno, non la si conquista, la si ha a priori. E proprio la libertà ha portato ad un progressivo inaridimento degli animi e delle aspirazioni; di certo essa ha regalato la possibilità di esprimere apertamente i propri pensieri ma ha tolto la grande opportunità del confronto, della disputa tra idee diverse. Sicuramente in tale atteggiamento si intravede il ricordo nostalgico del glorioso passato repubblicano che, pur nella relativa libertà, offriva occasione di confronto tra fazioni diverse, ma in Tacito, esso va al di là di una semplice nostalgia. La sua è amara consapevolezza di un periodo finito, di un modo di vivere diverso, di un momento in cui sono mutate radicalmente le certezze di un tempo. Egli è, d’altronde, consapevole della grandezza di Traiano e della sua opera riformatrice, ma la sua non è una critica contro il principe, è forse un atteggiamento distaccato e nostalgico nei confronti del principato, non tanto come istituzione in sé, ma come forma di governo che ha cancellato nel bene e nel male la possibilità di dialogo.

 

L’AGRICOLA

 

Tale opera costituisce il primo scritto di Tacito. Il De Vita Iulii Agricolae è una biografia encomiastica del suocero composta e pubblicata tra la fine del 97 e l’inizio del 98. All’inizio dell’opera l’autore premette un’ampia prefazione che gli permette non solo di presentare l’opera quanto piuttosto di chiarire la sua posizione nei confronti del passato regime e di esporre i suoi programmi storiografici. Il tema proposto è quello dell’incolmabile distanza tra presente e passato, tra sé e gli scrittori antichi: Tacito afferma che un tempo (nell’età repubblicana) compiere azioni memorabili e celebrarle era cosa normale e consueta; ora, invece, accingendosi a narrare la vita del suocero defunto, egli si deve addirittura giustificare “tanto spietati e ostili alle virtù sono i nostri tempi” (Agricola, 1,4). Il discorso ovviamente si allarga verso la condanna generale del principato di Domiziano (che non è mai esplicitamente nominato). Solo con la morte del tiranno e con l’avvento della nuova era inaugurata da Nerva, che ha saputo unire principato e libertà “si torna finalmente a respirare”. L’omaggio reso a Nerva e a Traiano è obbligato ma sicuramente sincero, anche se l’entusiasmo lascia ben presto spazio alla considerazione che i rimedi al male agiscono molto più lentamente del male subito e che è difficile riuscire a guarire ingegni che sono stati a lungo soffocati nei quindici anni di tirannia. Tacito, comunque, vuole approfittare della recuperata libertà di parola per tramandare “il ricordo della passata servitù e la testimonianza dei beni presenti” e portare come esempio ai posteri la vita di un uomo, che pur nella tirannia, ha saputo tener fede ai propri ideali, senza lasciarsi sopraffare dall’ingiustizia e dai soprusi.

Tacito ci descrive il suocero come un uomo accorto e prudente che aveva di fatto collaborato con i principi, buoni o cattivi che fossero, utilizzando le sue qualità migliori: l’obsequium (“obbedienza”) e la modestia (“senso della misura, disciplina”), con le quali egli era giunto ad ottenere incarichi importanti come il governatorato sulla Britannia, assegnatogli proprio da Domiziano. È ovvio che Tacito sentiva l’imbarazzo di dover esaltare un uomo che aveva operato una scelta di vita prudente ed opportunista, ma ciò gli dà modo di esporre come i tempi siano mutati e come anche i modelli di virtù si siano modificati; se un tempo l’eroe era colui che si opponeva fieramente ad ogni tipo di sopruso, di ingiustizia e di tirannia in modo incondizionato, ostinato ed estremo ora il vero uomo virtuoso è colui che, come Agricola, accetta il suo destino e sceglie di operare in esso ingoiando sopraffazioni e assecondando il despota pur di poter servire lealmente la patria e di non venire meno ai propri ideali.

Pertanto la polemica contro gli oppositori del principato è chiara ed è supportata dal fatto che Agricola “non andava in cerca di una morte gloriosa con atti di sfida o con una sterile ostentazione di indipendenza” e neanche cercava l’annullamento di se stesso attraverso il rifiuto o addirittura il suicidio, come fecero molti personaggi dell’epoca antica (Catone l’Uticense). Si può essere uomini grandi anche sotto principati cattivi o in condizioni sfavorevoli.

Tacito, quindi, descrive la vita e l’opera del suocero in modo sereno a volte polemico ma mai estremo; d’altro canto anche Agricola è una vittima del potere (sembrava che il prestigio ottenuto da Agricola avesse fatto talmente ingelosire Domiziano da incutere il sospetto di una responsabilità diretta dell’imperatore nella sua morte, sebbene questa notizia sia riportata da Tacito come una diceria, un “rumor” ) ma è stata una sua precisa scelta e da essa non si può prescindere.

Tale opera, pertanto, è una biografia sui generis che ha come intento quello di narrare la vita di un uomo che ha saputo vivere il suo tempo senza drammi ma con la consapevolezza del proprio carattere e della propria indole.

Largo spazio trovano in essa anche gli excursus etnografici sulla Britannia e la rassegna dei predecessori di Agricola nel governatorato della regione stessa. Lo stile utilizzato risente molto di Sallustio e di Livio: è duttile, vario, capace di adattarsi ad ogni fatto narrato con alternanza sapiente di toni e registri diversi. In tale opera è già presente una tecnica che l’autore perfezionerà nelle opere successive, quella di presentare al lettore più interpretazioni di uno stesso fatto al fine di infondere nel lettore stesso la capacità di analizzare la situazione sotto punti di vista diversi e la libertà di decidere da solo della veridicità o meno di ognuna delle alternative presentate.

 

DIALOGUS DE ORATORIBUS

Incertezza di paternità e di stesura. Il "Dialogus de oratoribus" non è probabilmente la prima opera di Tacito, se pure è davvero sua (come accennato, la paternità è incerta): la tesi che oggi prevale è che essa sia stata comunque composta dopo la "Germania" e dopo l' "Agricola". Il periodare presente in tale opera - e la stessa forma dialogica - ricorda, infatti, il modello neociceroniano, forbito ma non prolisso, cui si ispirava l'insegnamento della scuola di Quintiliano: per questo, c'è chi suppone che l'opera sia stata appunto scritta quando Tacito era ancora giovane e legato alle predilezioni classicheggianti proprie di quella scuola. Anche se questa ipotesi fosse vera, resta il fatto che l'opera fu pubblicata solo in seguito, dopo la morte di Domiziano.

La decadenza dell'oratoria. Ambientata nel 75 o nel 77, il "Dialogus" si riallaccia alla tradizione dei dialoghi ciceroniani su argomenti filosofici e retorici: riferisce di una discussione avvenuta a casa di Curiazio Materno fra lui stesso, Marco Apro, Vipstano Messalla e Giulio Secondo. In un primo momento, si contrappongono i discorsi di Apro e Materno (che forse è la “maschera” dietro cui si nasconde lo stesso Tacito), in difesa - rispettivamente - dell'eloquenza e della poesia. L'andamento del dibattito subisce però una svolta con l'arrivo di Messalla, spostandosi sul tema della decadenza dell'oratoria, la cui causa è individuata essenzialmente nel deterioramento dell'educazione e, soprattutto, nel clima di "censura" di parola e di pensiero vigente nella stessa età imperiale. Il dialogo, infatti, si conclude con il discorso di Materno, il quale sostiene, più specificamente, che una grande oratoria forse era possibile solo con la libertà, o piuttosto con l'anarchia; diviene invece anacronistica e noiosa - strumento al servizio del servilismo e dello sterile accademismo culturale, piuttosto che della lotta politica e civile - in una società (forzatamente) "tranquilla", come quella conseguente all'instaurazione dell'Impero, caratterizzata dalla degenerazione sociale, politica e culturale. L'opinione attribuita a Materno, come detto, rispecchia molto probabilmente il pensiero di Tacito: ma egli, nonostante tutto, sente la necessità dell'Impero - come vedremo del resto nelle opere successive - come unica forza in grado di salvare lo stato dal caos delle guerre civili, di garantire insomma la pace, anche se il principato restringe lo spazio per l'oratore e l'uomo politico.

 

Fonte:

http://www.istituto-santanna.it/Pages/LiceoScientifico/Materiale/TACITO.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

L'excursus sugli Ebrei (Hist. V, 3-5)

 

I capitoli che rimangono del libro V delle Historiae descrivono i preparativi da parte di Tito, figlio di Vespasiano, per una grande spedizione punitiva contro Gerusalemme, che si è ri­bellata all'autorità di Roma. Siamo nell'anno 70 d.C, data tragica per il popolo ebraico, che vedrà la propria città e il Tempio distrutti dalle armate imperiali e inizierà la propria dia­spora per il mondo. Arrivato a questo punto della narrazione, Tacito apre un excursus di ta­glio etnografico, nel quale riassume in breve l'origine del popolo ebraico (che egli chiama impropriamente "giudeo": mentre i Giudei, per la precisione, erano solo gli abitanti della parte meridionale della Palestina) e parla della loro religione, dei riti, degli usi e costumi di una popolazione che destava grande perplessità tra i Latini. Infatti l'atteggiamento di Tacito nei confronti degli Ebrei è sostanzialmente malevolo: accetta le voci messe in circolazione dal volgo e dai nemici del popolo ebraico, ne banalizza costantemente usi e costumi, cerca disperatamente di spiegare in qualche modo l'origine e lo sviluppo di una fede in un unico Dio, che doveva sconcertare i Romani come le altre genti venute a contatto con gli Ebrei. Il disprezzo, i luoghi comuni, la superficialità con cui Tacito affronta il nuovo popolo non sono indizio, però, di un atteggiamento "razzistico" in senso tragicamente novecentesco: nascono dal senso di superiorità che nutriva un patrizio romano verso un popolo ritenuto marginale e retrogrado rispetto ai grandi scenari della storia imperiale e, più in generale, nascono dall'antipatia che nutrivano i Romani verso una terra e un popolo difficile da con­quistare completamente, impossibile da sottomettere al volere imperiale, perché dotato di foltissima identità, costruita attorno a una fede monoteista, dal cui cuore era già nato quel cristianesimo che si stava diffondendo lungo te grandi vie di comunicazione dell'impero.

 

V, 3 Molti storici concordano nel raccontare che, sorta in Egitto una pestilenza che deturpava i corpi, il re Boccori abbia consultato l'oracolo del dio Ammone,  chiedendo un rimedio, e che gli sia stato ordinato di purificare il regno e cacciare in altre terre quella stirpe di uo­mini come odiosa agli dei. Così quella massa di uomini fu rastrellata e raccolta assieme e, dopo che fu abbandonata nel deserto, mentre tutti gli altri si abbandonavano alla di­sperazione tra le lacrime, un certo Mosè, unico tra gli esuli, li ammonì a non attendersi qualche aiuto da parte degli dèi o degli uomini, poiché erano stati abbandonati da en­trambi, ma di confidare in se stessi e in lui, guida voluta dal cielo: egli sarebbe stato il primo ad aiutarli per allontanare le presenti sofferenze. Tutti diedero il loro assenso e alla cieca iniziarono il cammino imposto dalla sorte. Ma nulla li tormentava quanto la man­canza d'acqua, e già si erano gettati a ferra in quelle vaste distese - oramai non lontani dalla fine - quando un gregge di asini selvatici dal  pascolo si diresse verso una grotta om­breggiata da un bosco. Mosè li segue e l'intuizione nata dal suolo erboso svela un'abbondante vena d'acqua. Fu la salvezza. Camminarono poi senza sosta per sei giorni e nel settimo occuparono delle terre, dopo avere scacciato quelli che le coltivavano: qui con­sacrarono una città e un tempio.
TACITO

 

Historiae V,4  (Usi e costumi dei Giudei)

 

[4] Moyses quo sibi in posterum gentem firmaret, novos ritus contrariosque ceteris mortalibus indidit. Profana illic omnia quae apud nos sacra, rursum concessa apud illos quae nobis incesta. Effigiem animalis, quo monstrante errorem sitimque depulerant, penetrali sacravere, caeso ariete velut in contumeliam Hammonis; bos quoque immolatur, quoniam Aegyptii Apin colunt. Sue abstinent memoria cladis, quod ipsos scabies quondam turpaverat, cui id animal obnoxium. Longam olim famem crebris adhuc ieiuniis fatentur, et raptarum frugum argumentum panis Iudaicus nullo fermento detinetur. Septimo die otium placuisse ferunt, quia is finem laborum tulerit; dein blandiente inertia septimum quoque annum ignaviae datum. Alii honorem eum Saturno haberi, seu principia religionis tradentibus Idaeis, quos cum Saturno pulsos et conditores gentis accepimus, seu quod de septem sideribus, quis mortales reguntur, altissimo orbe et praecipua potentia stella Saturni feratur, ac pleraque caelestium viam suam et cursus septenos per numeros commeare.

 

Historiae V,5  (La religione e le usanze dei Giudei)

 

[5] Hi ritus quoquo modo inducti antiquitate defenduntur: cetera instituta, sinistra foeda, pravitate valuere. Nam pessimus quisque spretis religionibus patriis tributa et stipes illuc congerebant, unde auctae Iudaeorum res, et quia apud ipsos fides obstinata, misericordia in promptu, sed adversus omnis alios hostile odium. Separati epulis, discreti cubilibus, proiectissima ad libidinem gens, alienarum concubitu abstinent; inter se nihil inlicitum. Circumcidere genitalia instituerunt ut diversitate noscantur. Transgressi in morem eorum idem usurpant, nec quicquam prius imbuuntur quam contemnere deos, exuere patriam, parentes liberos fratres vilia habere. Augendae tamen multitudini consulitur; nam et necare quemquam ex agnatis nefas, animosque proelio aut suppliciis peremptorum aeternos putant: hinc generandi amor et moriendi contemptus. Corpora condere quam cremare e more Aegyptio, eademque cura et de infernis persuasio, caelestium contra. Aegyptii pleraque animalia effigiesque compositas venerantur, Iudaei mente sola unumque numen intellegunt: profanos qui deum imagines mortalibus materiis in species hominum effingant; summum illud et aeternum neque imitabile neque interiturum. Igitur nulla simulacra urbibus suis, nedum templis sistunt; non regibus haec adulatio, non Caesaribus honor. Sed quia sacerdotes eorum tibia tympanisque concinebant, hedera vinciebantur vitisque aurea templo reperta, Liberum patrem coli, domitorem Orientis, quidam arbitrati sunt, nequaquam congruentibus institutis. Quippe Liber festos laetosque ritus posuit, Iudaeorum mos absurdus sordidusque.


 

IV Mosé, per legare saldamente a sé il popolo per il futuro, istituì nuovi riti e contrari a quelli degli altri uomini. Là è empio tutto ciò che presso di noi è sacro, e al contrario presso di loro è concesso tutto ciò che per noi è impuro. Hanno consacrato in un santua­rio un'immagine di quell'animale grazie alle cui indicazioni avevano vinto lo smarri­mento e la sete, con l'uccisione di un ariete, quasi in offesa al dio Ammone; è stato sacri­ficato anche un toro, poiché quell'animale è adorato in Egitto con il nome di Api. Essi si astengono dalla carne di maiale, in memoria del flagello, poiché un tempo aveva detur­pato anche loro la scabbia cui quell'animale va soggetto. Commemorano ancor oggi la lunga fame che patirono un tempo con frequenti digiuni e, come memoria dello messi ru­bate, il pane giudaico è impastato senza alcun lievito . Tramandano l'usanza di riposare il settimo giorno, poiché esso ha portato la fine delle loro fatiche; inoltre, spinti dalla pigrizia, dedicano all'inerzia anche il settimo anno. Alcuni pensano che ciò avvenga in onore di Saturno, sia che l'origine della loro religione sia stata trasmessa dagli Idei - che sap­piamo essere stati espulsi con Saturno ed essere i fondatori di quel popolo -, sia che dei sette astri, che regolano la vita degli uomini, l'astro di Saturno si dice occupare l'orbita più eccelsa e avere la potenza maggiore; inoltre la maggior parte dei corpi celesti compie il giro della propria orbita con un ritmo settenario.

 

V Questi riti, in qualunque modo siano stati introdotti, sono almeno giustificati dalla loro antichità: ma le altre istituzioni, sinistramente turpi, si basano sulla stravaganza. Infatti tutti gli uomini peggiori, dopo avere disprezzato i riti della loro patria, recavano là tributi e doni: perciò si accrebbe la potenza dei Giudei anche perché essi sono ostinatamente fe­deli tra di loro, pronti a soccorrersi, ma pieni di ostile odio contro tutti gli altri uomini. Mangiano separati dagli altri, dormono separati; quella gente, assai propensa alla libidine, si astiene però dal giacere con donne straniere: tra loro però tutto è lecito. Hanno istituito la circoncisione come segno di identità. Adottano la stessa pratica anche coloro che si convertono al loro culto, e la prima cosa che imparano è rifiutare gli dèi, rinnegare la pa­tria, disprezzare genitori, figli e fratelli. Tuttavia si bada ad accrescere il popolo: infatti non è lecito uccidere alcun figlio in soprannumero; considerano immortale l'anima di co­loro che muoiono in battaglia o come martiri: da tutto ciò deriva il desiderio di gene­rare e il disprezzo per la morte. Secondo l'uso egiziano, essi seppelliscono i cadaveri, non li cremano; hanno la loro stessa cura per i defunti e la stessa concezione del mondo infernale, ma nutrono opinioni diverse sulle cose celesti. Gli Egiziani venerano un gran numero di animali e le loro effigi modellate, invece i Giudei con la sola mente con­templano uno e un solo Dio; sono empi coloro che rappresentano l'immagine divina con figura umana per mezzo di materiali terreni: ritengono quella divinità suprema, eterna, non rappresentabile e immortale. Perciò nelle loro città e nei loro templi non si trovano statue: non vi è questa forma di venerazione per i loro re, né di ossequio per i Cesari. Ma poiché i loro sacerdoti erano soliti cantare accompagnati da flauti e timpani, e si cingevano il capo di edera, e poiché fu ritrovata nel loro tempio una vite d'oro, al­cuni ritennero che essi adorassero il padre Libero, trionfatore dell'Oriente: ma le ceri­monie sono completamente diverse, infatti Libero istituì riti festosi e lieti, mentre il culto dei Giudei è stravagante e squallido.

 

 

Il V libro

Tito, dopo la partenza del padre Vespasiano, si accampa davanti a Gerusalemme alla testa di un'imponente armata per risolvere definitivamente a favore dei romani la guerra giudaica.

Tacito inizia così una digressione sugli ebrei, la cosiddetta "archeologia giudaica", tratta cioè delle loro origini, la loro religione, le loro leggi e i loro costumi.

In queste pagine emerge chiaramente l'ostilità che circondava gli ebrei fin dal III secolo a.C. e che aveva dato origine a una letteratura antisemitica. Tale atteggiamento nasce dalla forte identità etnica degli ebrei e dalla loro insofferenza a ogni tentativo di integrazione e sottomissione dall'esterno.

Tacito mette in luce le profonde differenze tra la religione ebraica e quella romana, il rigido monoteismo dei primi, in effetti, li rendeva un'eccezione rispetto a popoli che adoravano decine di dei.

Inoltre lo storico esprime un profondo disgusto per le loro usanze - essi seppelliscono i cadaveri, considerano empi coloro che modellano gli dei ad immagine degli uomini e non elevano statue neanche nei templi - che sono inconcepibili non solo per i Romani ma anche per la maggior parte degli altri popoli, e per questo motivo li paragona agli Egiziani.

In genere i Romani erano abbastanza tolleranti nei confronti delle religioni straniere, ma quello che non potevano accettare degli ebrei era il loro proselitismo.

L'avversione e il disprezzo fanno venir meno il distacco che sarebbe richiesto a uno storico, e questo accade perfino nei capitoli dedicati alla geografia del luogo: il quadro che emerge è quello di un paese inospitale e malsano, che anche nelle zone fertili presenta mostruosità e stranezze (cfr. la descrizione del balsamo - cap.6).

Dopo questo excursus Tacito ricorda i precedenti rapporti tra i Giudei e Roma, per poi passare ad analizzare le origini della rivolta e riprendere dai preparativi bellici di Tito.

 

 

L’immagine dell’asino, per ignorante disprezzo e notizia falsa, diviene l’immagine del Dio degli Ebrei

L’interpretazione dei pani azzimi (che per Tacito ricorderebbero le messi rubate dagli Ebrei agli Egiziani) è una banalizzazione errata dei riti ebraici  - in particolare della Pasqua - , come accade subito dopo per il riposo del sabato e per l’anno sabbatico, che ben altri fondamenti hanno nella fede, nella tradizione e nella cultura ebraica.

Fantasiosa ipotesi (priva di fondamento) che vorrebbe il popolo ebraico discendente dagli abitanti del monte Ida (nella Troade) e la loro fede legata al culto di Saturno.

Già Tacito impiega in modo confuso il termine “Giudei” come sinonimo di “Ebrei”: in realtà la Giudea è la parte meridionale della Palestina.

Il termine agnatus impiegato da Tacito indicava giuridicamente il figlio venuto al mondo quando già nella famiglia vi era un legittimo erede (per paren­tela, adozione o testamento): l'uccisione dei bam­bini, in molte civiltà antiche, poteva essere pratica tollerata, ma ciò non poteva avvenire assolutamente per gli Ebrei.

Gli Ebrei, come non ergevano statue ai loro gover­nanti, si rifiutarono sempre di venerare quelle imposte dal culto imperiale, dopo la conquista romana.

 Era, questo, uno dei nomi del dio Bacco (vi è qui un altro tentativo di collegamento fantasioso tra la reli­gione ebrica, nuova e sconcertante per un romano, e un culto più conosciuto).

 

Fonte:

http://www.istituto-santanna.it/Pages/LiceoScientifico/Materiale/TACITO_Historiae_V.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

Publio Cornelio Tacito

 

 

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