Letteratura latina la storiografia a Roma

 


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Letteratura latina la storiografia a Roma

 

Appunti delle lezioni di letteratura latina
La storiografia a Roma


1. Il giudizio di Cicerone sulla storiografia a Roma

Ci varremo di due testi ciceroniani per tracciare un breve quadro della storiografia latina anteriore a Sallustio; per illustrare la concezione che gli antichi in generale avevano del genere della storiografia, delle sue leggi, dei suoi modelli; e anche per passare brevemente in rassegna i principali rappresentanti greci del genere, che certo gli autori latini conobbero e spesso presero a modello.

Cicerone non scrisse mai opere storiche, anche se per un po’ accarezzò il progetto di comporre una monografia sul proprio consolato; non dedicò neppure opere specifiche all’argomento “storiografia”, come fece invece per la teoria retorica e per la filosofia. Tuttavia espresse svariate volte le proprie opinioni su singoli scrittori di storia e sui caratteri sostanziali e formali che l’opera storica doveva avere. In particolare in un passo del de oratore e in un altro del de legibus troviamo una interessante rassegna dei principali rappresentanti della storiografia latina precedente la sua epoca, che Cicerone giudicava tutti incomparabilmente inferiori ai più importanti rappresentanti greci del genere; i due brani inoltre (soprattutto quello del de oratore) costituiscono per noi la prima attestazione in ambito latino di una riflessione teorica sui compiti dello storico e sui caratteri del genere storiografico. Mentre per quanto attiene alla forma e allo stile adatti ad un’opera storica Cicerone esprime certamente le proprie personali preferenze e convinzioni, le prescrizioni relative a quelle che l’autore chiama le “leggi” della storia riprendono evidentemente opinioni diffuse, condivise, quasi luoghi comuni, talmente noti e ovvii che egli vi accenna in modo assai sbrigativo, e sembra voglia scusarsi con il lettore se si sofferma su concetti a tutti noti.

Il de oratore, in tre libri, fu composto da Cicerone fra il 57 e il 55, e nel 55 l’opera fu pubblicata. In essa Cicerone si propone di delineare la figura dell’optimus orator, un ideale di perfezione cui pochi a suo parere si sono avvicinati, e che nessuno ancora ha compiutamente incarnato. L’opera è in forma di dialogo, e secondo le convenzioni del genere, che si ispira ai modelli di Platone e di Aristotele, inserisce una serie di conversazioni in una situazione fittizia che funge da cornice. Il dialogo è preceduto da un’ampia introduzione, in cui Cicerone si rivolge al fratello Quinto, al quale l’opera è dedicata, per ricordargli come entrambi avessero spesso constatato con un certo stupore che sia in Grecia sia a Roma, e in tutte le epoche, i grandi oratori furono sempre pochissimi, molto meno numerosi di coloro che si distinsero in altri campi (arte militare, filosofia, scienza, pittura ecc.). La ragione di ciò è individuata ed esposta dall’autore fin dall’introduzione: l’eloquenza è fra tutte le arti la più difficile. Il dialogo argomenta e dimostra questa asserzione. Cicerone riferisce al fratello le conversazioni che proprio su questo tema impegnarono un gruppo di amici riunitisi, nei giorni della festività dei ludi Romani del 91, nella villa tuscolana di Lucio Licinio Crasso, uno dei più grandi oratori di quell’epoca (il più grande, secondo Cicerone). Dopo aver brevemente tratteggiato la cornice dell’opera, e averne fornito la “data drammatica” (quella in cui si finge che il dialogo si sia svolto), Cicerone spiega di essere venuto a conoscenza del contenuto di quelle conversazioni da uno degli interlocutori, Gaio Aurelio Cotta. I personaggi messi in scena sono tutti personaggi storici reali; protagonisti principali del dibattito sono Lucio Licinio Crasso e Marco Antonio, un altro illustre oratore di quell’epoca, e ad essi sono affidati gli interventi più importanti e più ampi.
L’opera in sostanza svolge il tema degli officia oratoris secondo la ripartizione consueta e canonica (inventio, dispositio, memoria affidate ad Antonio nel II libro; elocutio ed actio trattate da Crasse nel III). Funge da amplissima introduzione il I libro, in cui è Crasso l’interlocutore principale (e il principale portavoce dell’autore), che dedica all’eloquenza un elogio appassionato, e poi passa in rassegna le doti naturali, le competenze, le conoscenze, l’esercizio assiduo che a suo parere sono indispensabili per formare l’oratore. Fin dai suoi interventi nel I libro il personaggio di Antonio tende a restringere il concetto di oratore delineato da Crasso (anche se nel proseguire delle conversazioni si viene maggiormente accostando alle sue opinioni), una figura dotata di una cultura vastissima, non solo di competenze tecniche. Secondo Antonio fondamentali e spesso sufficienti sono le doti naturali e la pratica; anch’egli dedica nel II libro un elogio all’oratoria, prima di affrontare il primo tema che gli è stato assegnato, cioè l’inventio. Proprio in questo elogio introduttivo dell’arte del dire troviamo un primo importante accenno al tema della storiografia. Antonio inizia il suo intervento presentando succintamente i compiti specifici dell’oratore, che si identificano con i tre generi canonici del discorso: 1. esprimere un parere su questioni importanti; incoraggiare il popolo quando è avvilito, calmarlo quando è eccitato (genere politico o deliberativo)  2. far condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti (genere giudiziario)  3. esortare alla virtù, distogliere dai vizi, biasimare i malvagi, consolare chi è afflitto (genere dimostrativo o epidittico, che verte su temi generali inerenti per lo più all’etica).
Vi sono però, dichiara Antonio, molti altri argomenti che, pur non costituendo compito specifico dell’oratore di professione, acquistano tuttavia il rilievo e il pregio che meritano solo se sono trattati con eloquenza; eppure, constata, non esistono norme specifiche per ciascuno di essi. Il primo esempio offerto da Antonio è costituito proprio dalla historia, ed è nella sua presentazione che troviamo la famosa definizione della historia come magistra vitae, divenuta proverbiale, e anche alquanto banale. La definizione della storia affidata ad Antonio assegna alla storia anche altre funzioni e caratteristiche, e per intero suona così:

Historia vero, testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis, qua voce alia nisi oratoris immortalitati commendatur?                                                                             (de or. II,36)
Quale altra voce, se non quella dell’oratore, può consegnare all’immortalità la storia, testimone dei secoli, luce della verità, vita del ricordo, maestra della vita, messaggera dell’antichità?                      

         Con l’abbondanza e la ridondanza proprie dello stile ciceroniano la definizione della storia è affidata a cinque espressioni appositive parallele, che raggruppano alcuni elementi importanti:
1. tre espressioni sostanzialmente equivalenti esprimono la funzione principale della storia, conservare vivo il ricordo del passato: testimone dei secoli, vita del ricordo, messaggera dell’antichità. Elegantemente intervallate a queste tre diverse formulazioni della funzione essenziale della storia, abbiamo altre due espressioni.
2. luce della verità: il sostantivo “verità” rinvia naturalmente alla prima e più importante legge che lo storico deve rispettare, ricercare e tramandare il vero. Importante è però anche il sostantivo “luce” che regge il genitivo “della verità”. Su questo torneremo più avanti.
3. maestra della vita: questa formulazione famosa indica uno degli scopi che gli antichi assegnavano alla storia, l’utilità; in Cicerone essa si configura, sembra, come insegnamento morale: ciò rientra in una tradizione propriamente e tipicamente romana, risalente già a Catone e presente ancora in Livio.
Il compito assegnato all’oratore nel campo della storiografia è dunque evidentemente quello di dare alla materia propria della storia una veste stilistica, letteraria degna della sua importanza. Non si tratta di un ornamento esteriore e facoltativo, per così dire, ma di un elemento essenziale e imprescindibile, perché soltanto esso consente alla storia di adempiere pienamente alla sua funzione (conservare il ricordo): è infatti la voce dell’oratore che consegna la storia all’immortalità.

         Antonio allarga poi il suo discorso a molte situazioni della vita pratica in cui anche chi non è oratore di professione deve saper parlare, o scrivere, con una certa eloquenza (per es. il cittadino che rende testimonianza in tribunale, o il generale che deve fare il suo rapporto al senato). E torna nuovamente a ribadire che anche al di fuori dei campi specifici dell’eloquenza giudiziaria e forense si presentano molte occasioni per le quali è importante conoscere e impiegare con grande cura l’arte del dire, anche se nei manuali di retorica non si trovano consigli o norme teoriche specifiche per queste occasioni.

         Poco oltre Antonio riprende più ampiamente l’esempio della storiografia. E’ l’occasione per Cicerone per esprimere, per bocca dei suoi personaggi, le proprie opinioni su questo argomento, e per formulare un giudizio molto severo sulla storiografia latina, messa a confronto con quella greca. Rispetto ad essa gli autori latini risultano indiscutibilmente inferiori.

51. “Ebbene – disse Antonio – di che tipo di oratore, di un uomo dotato di quanto grande abilità nell’arte del dire ritieni sia compito il comporre un’opera storica?” “Se occorre scriverla alla maniera dei Greci, di un oratore sommo – disse Catulo -;se invece occorre scriverla alla maniera dei nostri, non vi è nessun bisogno di essere oratore; è sufficiente non essere mendace.” “Però, perché tu non disprezzi i nostri –riprese Antonio – anche i Greci all’inizio componevano le loro opere storiche come il nostro Catone, come Pittore, come Pisone; 52. la storiografia infatti non era altro che compilazione di annali. Per questo, e per conservare ricordo ufficiale dei fatti, dall’inizio delle vicende romane fino all’epoca in cui fu pontefice massimo Publio Mucio, il pontefice massimo annotava per iscritto tutti i fatti di ciascun anno, li riportava su una tavola bianca ed esponeva la tavola nella sua dimora, perché il popolo potesse prenderne visione: sono quelli che ancor oggi si chiamano annali massimi.                                                                              (de or. II. 51-52)

         La correzione, o precisazione, che segue a “oratore” (“un uomo dotato di quanto grande abilità nell’arte del dire”) è in armonia con quanto Antonio ha sostenuto fin qui: egli non intende dire che la storia rientra nell’ambito specifico e tecnico dell’oratoria in senso stretto (giudiziaria e forense), ma che scrivere storia richiede quella conoscenza generale dell’arte del dire che è propria degli oratori di professione.
La battuta di Catulo dà voce per la prima volta in modo chiaro ed esplicito alla convinzione di Cicerone, ribadita e ripetuta con monotonia e insistenza in tutto questo excursus, che a Roma non esiste ancora una storiografia che sia veramente degna di questo nome, che nessuno ancora ha voluto o saputo seguire l’esempio dei Greci. Se ci si accontenta del livello stilistico della storiografia indigena, sostiene un po’ provocatoriamente Catulo, non occorre un oratore, è sufficiente che lo storico non sia mendace. Si noterà che queste parole esprimono la medesima esigenza di rispetto per la verità che Antonio affidava alle parole “luce della verità”. Ma la scelta di una diversa espressione è significativa, e non è certamente casuale: affidata alla voce dell’oratore, la verità ne viene illuminata. Le parole di Catulo sono invece fortemente riduttive: senza una veste letteraria degna, l’unica preoccupazione, anzi il massimo risultato cui lo storico può aspirare è di non essere menzognero.

         Antonio cerca di attenuare la contrapposizione troppo netta, e troppo umiliante per gli autori latini di storia, istituita da Catulo: non è corretto, sostiene, paragonare i primi tentativi della storiografia romana alla grande storiografia greca (Erodoto, Tucidide ecc.. anche se qui non sono nominati, è certamente a questi autori che allude, quando afferma che per scrivere storia come i Greci c’è bisogno di un “oratore sommo”). Anche in Grecia i primi che si dedicarono alla storiografia non differivano molto dai “nostri”. Intende riferirsi ai cosiddetti “logografi”, i predecessori di Erodoto, alcuni dei quali sono nominati poco oltre: autori, a quanto pare, di studi genealogici, di cronografie, di cronache locali, assai lontane per consapevolezza critica, ampiezza di interessi e, probabilmente, anche cura formale, da quelle degli autori più famosi. Lasciando cadere l’accenno ai primi storici greci, l’attenzione si sposta qui di nuovo subito sui Latini. Sono nominati alcuni fra i primi cultori del genere storiografico a Roma: Catone, Pittore, Pisone (probabilmente scelti ad esemplificare le caratteristiche di tutti gli storici latini più antichi): Catone (234-149) fu il primo a comporre un’opera storica in latino, le Origines; Pittore è certamente Fabio Pittore, un poco più antico di Catone, della cui opera scritta in greco esisteva una traduzione latina, curata da lui stesso o, più probabilmente, da un successore che per noi resta sconosciuto; Pisone (che fu console nel 133) fu autore di annales dalle origini fino all’età contemporanea; menzionato spesso dagli antichi pare fosse accostabile a Catone soprattutto per il tono moralistico.

1.1. Gli annales maximi(Garbarino pp. 16-17)
A quel tempo, la storia non era nulla più che compilazione di annali”: molto significativo è l’uso, di nuovo, di una espressione restrittiva, che rivela come, a giudizio di Cicerone, quei primi, e pur venerabili, documenti, fossero ancora ben lontani da una storiografia degna di questo nome. Catone, Pittore e Pisone sono senz’altro accomunati, impropriamente però, ai documenti anonimi, che costituiscono l’origine più antica della storiografia romana, gli annales maximi o annales pontificis maximi.
Il pontefice massimo è a capo di un collegio sacerdotale (costituito da nove membri fino a Silla, ampliato poi fino a sedici) cui spetta in particolare la cura del buon andamento dei rapporti della comunità con gli dèi: il pontefice massimo custodisce le regole del rituale dei culti, le formule delle preghiere e delle invocazioni; ordina il calendario, tiene aggiornato l’elenco delle festività, e quello dei magistrati del popolo romano; vigila perché le leggi dello stato non siano in contrasto con il diritto sacro. Ed è il pontefice massimo il primo a redigere embrionali annotazioni di carattere storico, come risulta da questo passo di Cicerone, una delle due principali testimonianze giunte sino a noi su questi antichissimi documenti. L’altra è offerta da Servio (IV-V sec. d.C.) nel suo commento a Eneide I,373, e dice:

Gli annali venivano compilati così: il pontefice massimo ogni anno prendeva una tavola imbiancata, sulla quale – fatta precedere l’indicazione del nome dei consoli e degli altri magistrati – soleva annotare giorno per giorno i fatti degni di essere ricordati avvenuti in pace e in guerra, per terra e per mare. Gli antichi trasferirono in ottanta libri i commentarii annui frutto di questa accurata registrazione, e li chiamarono annali massimi dal nome dei pontefici massimi dai quali venivano composti.

         Come si vede, in parte queste due testimonianze coincidono, in parte si integrano, in parte discordano.
Da Cicerone si ricavano questi dati:
1. una indicazione cronologica: dall’inizio delle vicende romane al pontificato di Publio Mucio (che cade in un’epoca compresa fra il 132 e il 114 a.C.)
2. il modo di procedere: il pontefice annotava i fatti, li trasferiva sulla tavola, e la esponeva alla fine di ciascun anno
3. lo scopo, che è duplice: a) conservare memoria dei fatti b) far conoscere al popolo gli avvenimenti di rilievo di ciascun anno. Non si tratta, va sottolineato, della medesima cosa. Il primo indica l’intento, che è proprio secondo Cicerone della storiografia, di tramandare ai posteri le vicende (e infatti la tavola ogni anno veniva riposta e conservata nell’archivio della dimora ufficiale del pontefice). Il secondo rivela invece una preoccupazione più immediata: informare il popolo (e fornire degli avvenimenti la versione ufficiale, approvata dai patrizi, da coloro che detenevano il potere)
4. il titolo della raccolta è annales maximi. Perché abbia questo titolo Cicerone non dice, ma probabilmente egli lo riferisce all’estensione della raccolta.
La testimonianza di Servio è più succinta: non fornisce alcuna indicazione cronologica, accenna appena allo scopo (fatti “degni di esser ricordati”), ma distingue con maggior chiarezza di Cicerone due distinti momenti: la compilazione della tavola annuale, e la pubblicazione dell’intera raccolta in un unico corpus di 80 libri, intitolato annales maximi, che Servio interpreta come espressione abbreviata per “annali del pontefice massimo”.
Si ritiene che questa pubblicazione sia stata curata da quel medesimo Publio Mucio con il pontificato del quale cessò l’uso di esporre la tavola.
Il dato sul quale le due testimonianze divergono leggermente riguarda il momento di esposizione in pubblico della tavola: secondo Cicerone essa veniva fatta conoscere soltanto ad anno concluso, secondo Servio invece era esposta all’inizio di ogni nuovo anno, e il pontefice vi annotava “giorno per giorno” gli eventi di rilievo. Se lo scopo del pontefice era di far conoscere i fatti alla gente, come Cicerone stesso afferma, sembra più verosimile che non si attendesse la fine dell’anno, ma che gli eventi degni di rilievo venissero registrati e offerti alla pubblica conoscenza a mano a mano che si verificavano.
Che cosa il pontefice annotava sulla tavola? Che tipo di notizie venivano ritenute importanti? L’indicazione di Cicerone è sommaria e generica (“tutti i fatti”); un poco più dettagliata quella di Servio (“in pace e in guerra, per terra e per mare”, cioè i principali avvenimenti sia di politica interna, sia relativi a spedizioni militari). Diversa una testimonianza di Catone il Censore, che nelle sue Origines, probabilmente in una sezione programmatica che apriva il quarto libro dell’opera, dichiara polemicamente:

Non mi interessa scrivere ciò che si trova nella tavola presso il pontefice massimo, e cioè quante volte i viveri sono rincarati, quante volte una nebbia o qualcos’altro ha eclissato la luce della luna o del sole. (fr. 77 Peter)

         Queste, che Catone considera con disprezzo, come notazioni prive di interesse, superstiziose e banali, sarebbero secondo la sua testimonianza le più caratteristiche delle tavole pontificali. Si possono accettare come verosimili sia le indicazioni delle fonti più tarde (Cicerone e Servio) sia questa di Catone. Ma con una differenza: Cicerone si riferisce certamente alle notizie contenute nell’opera pubblicata (che forse era il risultato di una riscrittura delle tavole conservate nell’archivio dei pontefici); Catone invece parla della tavola quando ancora l’uso di esporla era in vigore: la sua è quindi certamente una testimonianza attendibile, confermata da uno dei tre frammenti, non testuali naturalmente, provenienti dagli annales maximi, che registra una eclissi di sole avvenuta 350 anni circa dopo la fondazione di Roma (403 a.C. circa) . Ciò non significa naturalmente che nella tavola vi fossero solo annotazioni di questo tipo. Ma come si può indirettamente dedurre da Livio, fenomeni naturali considerati prodigiosi, come le eclissi, calamità come inondazioni o siccità e il conseguente rincaro dei viveri, prodigi veri e propri (come pioggia di sassi o di sangue, nascite di animali mostruosi), e le relative espiazioni, erano frequentemente annotati nelle tavole del pontefice, e forse prevalevano sulle notizie di carattere più propriamente storico cui alludono Cicerone e Servio. Se troviamo questo tipo di annotazioni ancora in Livio, che certo le trae dalle sue fonti annalistiche e non dagli annales maximi, possiamo dedurne che Cicerone ha ragione quando dice che “molti” presero a modello per le loro opere storiche le tavole dei pontefici. Cicerone si riferisce certamente alla raccolta pubblicata, indicata in genere dagli antichi con il titolo di annales maximi. Oltre alla notizia relativa all’eclissi di sole del 403 (fr. 3 Peter), altri tre frammenti non testuali ci sono giunti di quest’opera antichissima. Essi si riferiscono: all’anno della fondazione di Roma (fr. 1. Peter), all’interregno che seguì alla morte di Romolo (fr. 2 P.), ad una consultazione di aruspici etruschi per conoscere il modo di stornare un prodigio funesto (fr. 4 P.). Salvo quest’ultima notizia, difficile da collocare cronologicamente, le altre due sono certamente troppo antiche perché sia verosimile che effettivamente fossero state registrate nella tavola del pontefice quando i fatti si verificarono. Secondo la tradizione accolta da Livio, il collegio dei pontefici fu istituito dal successore di Romolo, il re Numa Pompilio. Questo significa che la raccolta pubblicata delle tavole comprendeva una ricostruzione delle vicende più antiche della storia di Roma, composta probabilmente a cura dei pontefici, che dovettero valersi anche delle memorie private di molte famiglie patrizie. E l’attendibilità delle notizie cui gli antichi (non sappiamo fino a quale epoca) avevano accesso nella raccolta pubblicata è probabile fosse alquanto dubbia. L’incendio gallico del 390 aveva provocato, dice Livio (VI,1), la distruzione quasi totale dei documenti pubblici e privati.
Quale che fosse l’attendibilità degli annales maximi, essi costituirono certamente una delle radici, quella indigena e più antica, della storiografia latina. Essi tuttavia non vanno ancora considerati letteratura: le annotazioni annuali dei pontefici offrirono il modello, come attesta Cicerone, agli antichi annalisti; ma questi ultimi differiscono dagli autori delle cronache pontificali in primo luogo perché sono singole individualità, autori consapevoli del proprio compito, che si rivolgono ad un pubblico di lettori, non al “popolo” come entità sociale e politica, e a questo pubblico di lettori offrono la propria ricostruzione e interpretazione dei fatti, sia contemporanei sia antichi. Ciascuna delle tavole dei pontefici invece riguardava esclusivamente gli avvenimenti d’attualità, registrati senza alcuna preoccupazione letteraria, e in forma anonima: l’individualità dell’estensore di quelle annotazioni non aveva alcun rilievo. Nessuno degli antichi si preoccupa di distinguere, all’interno del corpus degli a.m. gli apporti dei singoli pontefici, né rileva l’impossibilità di farlo. Questa è la differenza importante che intercorre fra questi documenti, una sorta di “preistoria” della storiografia, e le prime opere storiche. Differenza che a Cicerone non interessa qui rilevare, in quanto tutto il suo discorso tende ad accostare e quasi identificare, perché egualmente rozzi, i primi autori di opere storiche, intitolate per lo più annales, e gli annales maximi

         Le annotazioni dei pontefici dovevano essere soltanto una serie slegata e molto scarna di singole registrazioni, non collegate tra loro in un racconto. E’ quanto si deduce dal seguito del testo ciceroniano, che attribuisce complessivamente (ma indebitamente) a tutti i primi annalisti le medesime caratteristiche delle tavole dei pontefici:

Questo modo di scrivere fu seguito da molti, che senza alcun abbellimento stilistico lasciarono soltanto registrazioni di date, personaggi, luoghi e imprese; quali pertanto furono presso i Greci Ferecide, Ellanico, Acusilao e moltissimi altri, tali sono i nostri Catone, Pittore, Pisone, che non sanno con quali mezzi si abbellisca il discorso (solo da poco infatti codesti mezzi sono stati importati qui da noi), e purché si comprenda quel che dicono, ritengono che l’unico pregio dell’esposizione sia la brevità.             (de or. II, 53)

Date: come si ricava dalla testimonianza di Servio la tavola portava come intestazione i nomi dei consoli e degli altri magistrati dell’anno. Certamente a questo Cicerone si riferisce quando parla di “date” (tempora)
Personaggi: oltre ai nomi dei magistrati dell’anno che valevano come indicazione cronologica, la tavola doveva contenere quelli dei personaggi eletti alle varie cariche sacerdotali e di quelli – almeno i più illustri – morti nell’anno. Sembra invece che nelle notazioni relative ai fatti militari (campagne, battaglie) i personaggi venissero indicati soltanto con il nome della carica ricoperta (il console, il pretore), come farà più tardi Catone.
Luoghi: saranno verosimilmente le indicazioni geografiche o topografiche relative alle spedizioni e alle battaglie
Imprese: certamente gli eventi militari.
Questo elenco corrisponde perfettamente a quello in cui poco oltre (par. 63) Antonio esporrà il contenuto (le res) dell’opera storica, ma con una differenza importante: qui mancano i nessi causali, che in quel passo invece saranno presentati come essenziali.

1.2. I primi annalisti
Sviluppando l’accenno fatto poco prima ai “Greci”, Antonio menziona a titolo esemplificativo tre degli autori più antichi, accostandoli ai medesimi autori latini già nominati. Ferecide di Siro, Ellanico di Mitilene, Acusilao di Argo sono alcuni tra i “logografi” (lett. “scrittori in prosa”), termine generico con cui Tucidide (I,21) indica gli scrittori che prima di lui avevano utilizzato la prosa per esporre i fatti più antichi: di questi lo storico greco critica non lo stile, ma la scarsa capacità che avevano dimostrato nella ricostruzione della verità, poiché non avevano distinto con rigore scientifico il mito dalla storia.
Nel brano di Cicerone invece l’attenzione si concentra maggiormente sulla forma, sullo stile: la considerazione parentetica “solo da poco codesti mezzi sono stati importati qui da noi” vale come parziale giustificazione o spiegazione delle manchevolezze dei primi storiografi, e va riferita naturalmente alla data drammatica del dialogo, non all’epoca in cui fu composto. E anche così, non è del tutto esatta: manuali greci di retorica (e maestri greci) dovevano essere già presenti a Roma prima della metà del II secolo, se nel 161 a.C. fu approvato un senatoconsulto che bandiva da Roma retori e filosofi greci. Catone stesso, nonostante la sua ben nota e ostentata ostilità per i Greci e per la loro cultura, doveva certamente conoscere i precetti della retorica greca.

         Purché si comprenda quel che dicono: con una movenza stilistica analoga a quella cui era affidata la prescrizione di “non essere menzognero”, queste parole indicano una qualità positiva della narrazione, la chiarezza (in lat. perspicuitas), ridotta però semplicemente al “farsi capire”. Questa formulazione fortemente riduttiva indica probabilmente che secondo Antonio in quegli autori antichi la chiarezza non dipende dalla capacità dello scrittore di rappresentare in modo perspicuo fatti complessi e la concatenazione che li lega, ma dalla mancanza dei nessi tra i fatti, la cui registrazione nuda e slegata necessariamente risulta, di volta in volta, chiara e comprensibile.

         La brevità, cioè la concisione, è un’altra virtù, teorizzata dai retori, della narrazione (in un’orazione la narratio è quella parte in cui l’oratore espone i fatti su cui verte la causa: e i retori prescrivevano che questa fosse breve e chiara, oltre che, naturalmente, impostata in modo che giovasse alla causa). In relazione alla narrazione storica proprio Cicerone elogia la pura et inlustris brevitas dei commentarii di Cesare, la loro “brevità elegante e chiara”. Anche la brevità, come la chiarezza, non riguarda in modo esclusivo lo stile (esporre un fatto con le parole strettamente necessarie), ma anche il contenuto: deriva cioè dalla capacità dello storico di impiegare un criterio di selezione rigoroso, scegliendo per la sua esposizione solo tutto quanto è significativo ed essenziale. Questa brevità ha poco a che fare con quella degli annalisti. Essi infatti – come mostra il modello da loro seguito degli annali dei pontefici – si risolve in annotazioni singole, prive di collegamenti interni; e fa posto anche a fatti secondari e poco importanti (come rilevava già Catone). E’ insomma la brevità degli appunti, privi di sviluppo, e in cui fatti di rilievo ed eventi insignificanti sono posti sul medesimo piano. Questi appunti risultano concisi perché manca qualcosa di essenziale, non perché lo scrittore abbia saputo sintetizzare tutto e solo ciò che è essenziale: la loro brevità è insomma quella del materiale grezzo, non ancora selezionato ed elaborato.
In realtà, come si è detto più volte, il giudizio di Cicerone è troppo severo. E questo vale in primo luogo per uno degli storici da lui menzionati a titolo di esempio, Fabio Pittore.

 

Fonte: estratto da http://www.lettere.unito.it/didattica/att/19e2.0968.file.doc

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