Seneca traduzioni da latino in italiano

 


 

Seneca traduzioni da latino in italiano

 

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Seneca traduzioni da latino in italiano

 

Seneca

De Brevitate Vitae, 1
Latino
Maior pars mortalium,Pauline,de naturae malignitate conqueritur,quod in exiguum aevi gignimur,quod haec tam velociter,tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant,adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso vitae apparatu vita destituat.Nec huic publico,ut opinantur,malo turba tantum et imprudens volgus ingemuit;clarorum quoque virorum hic affectus querellas evocavit.Inde illa maximi medicorum exlamatio est:<>;inde Aristotelis cum rerum natura exigentis minime conveniens sapienti viro lis:<>.Non exiguum temporis habemus,sed multum perdidimus.Satis longa vita in maximarum rerum consummationem large data est,si tota bane collocaretur;sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit,ubi nulli bonae rei inpenditur,ultima demum necessitate cogente,quam ire non intelleximus transisse sentimus.Ita est:non accipimus brevem vitam,sed fecimus,nec inopes eius sed prodigi sumus.Sicut amplae et regiae opes,ubi ad malum dominum pervenerunt,momento dissipantur,at quamvis modicae,si bono custodi traditae sunt,usu crescunt,ita aetas nostra bene disponenti multum patet.

 

Italiano
La maggior parte degli uomini,Paolino,si lamenta dell\' avarizia della natura ,perché siamo generati per un brave spazio di tempo,perché questo periodo di tempo che ci è stato dato scorre via tanto velocemente e in maniera travolgente,cosicché la vita,fatta eccezione per pochissimi,pianta in asso tutti gli altri proprio nel momento in cui si apprestano a vivere.Non soltanto la folla e lo sciocco volgo piange su questo malanno comune,come credono;questo stato d\'animo provoca le lamentele anche di uomini illustri.Da qui deriva quella famosa affermazione del più grande dei medici:da qui la lite,per niente conveniente ad un uomo saggio,di Aristotele,che discute con la natura:Non abbiamo poco tempo,ma molto ne abbiamo perso. Ci è stata data con generosità una vita abbastanza lunga,anche per la realizzazione delle più grandi imprese,sempre che venga tutta ben investita;ma quando essa svanisce nella mollezza e nella trascuratezza,quando non viene spesa per nessuna buona occupazione,solo quando ci costringe l\'estrema necessità, ci accorgiamo che è trascorsa quella vita che non ci siamo accorti che passava.E\' così:non riceviamo una vita breve ma l\'abbiamo fatta tale e non ne siamo sprovvisti,ma spreconi.Come le ricchezze abbondanti e regali,quando sono giunte nelle mani di un cattivo padrone,vengono dilapidate in un attimo,mentre le ricchezze modeste quanto vuoi,se sono state affidate ad un buon amministratore,si moltiplicano con l\'uso,allo stesso modo la nostra esistenza si estende molto a chi ne dispone bene.

 
De Brevitate Vitae, 10
Latino
1 Quod proposui si in partes velim et argumenta diducere, multa mihi occurrent per quae probem brevissimam esse occupatorum vitam. Solebat dicere Fabianus, non ex his cathedrariis philosophis, sed ex veris et antiquis, "contra affectus impetu, non subtilitate pugnandum, nec minutis vulneribus sed incursu avertendam aciem". Non probabat cavillationes: "enim contundi debere, non vellicari." Tamen, ut illis error exprobretur suus, docendi non tantum deplorandi sunt. 2 In tria tempora vita dividitur: quod fuit, quod est, quod futurum est. Ex his quod agimus breve est, quod acturi sumus dubium, quod egimus certum. Hoc est enim in quod fortuna ius perdidit, quod in nullius arbitrium reduci potest. 3 Hoc amittunt occupati; nec enim illis vacat praeterita respicere, et si vacet iniucunda est paenitendae rei recordatio. Inviti itaque ad tempora male exacta animum revocant nec audent ea retemptare quorum vitia, etiam quae aliquo praesentis voluptatis lenocinio surripiebantur, retractando patescunt. Nemo, nisi quoi omnia acta sunt sub censura sua, quae numquam fallitur, libenter se in praeteritum retorquet: 4 ille qui multa ambitiose concupiit superbe contempsit, impotenter vicit insidiose decepit, avare rapuit prodige effudit, necesse est memoriam suam timeat. Atqui haec est pars temporis nostri sacra ac dedicata, omnis humanos casus supergressa, extra regnum fortunae subducta, quam non inopia, non metus, non morborum incursus exagitet; haec nec turbari nec eripi potest; perpetua eius et intrepida possessio est. Singuli tantum dies, et hi per momenta, praesentes sunt; at praeteriti temporis omnes, cum jusseritis, aderunt, ad arbitrium tuum inspici se ac detineri patientur, quod facere occupatis non vacat. 5 Securae et quietae mentis est in omnes vitae suae partes discurrere; occupatorum animi, velut sub iugo sint, flectere se ac respicere non possunt. Abit igitur vita eorum in profundum; et ut nihil prodest, licet quantumlibet ingeras, si non subest quod excipiat ac servet, sic nihil refert quantum temporis detur, si non est ubi subsidat: per quassos foratosque animos transmittitur. 6 Praesens tempus brevissimum est, adeo quidem ut quibusdam nullum videatur; in cursu enim semper est, fluit et praecipitatur; ante desinit esse quam venit, nec magis moram patitur quam mundus aut sidera, quorum irrequieta semper agitatio numquam in eodem vestigio manet. Solum igitur ad occupatos praesens pertinet tempus, quod tam breve est ut arripi non possit, et id ipsum illis districtis in multa subducitur.

 

Italiano
Se volessi dividere ciò che ho esposto e le argomentazioni, mi verrebbero in aiuto molte cose attraverso le quali posso dimostrare che la vita degli affaccendati è molto breve. Soleva affermare Fabiano [Papirio Fabiano, filosofo neopitagorico, molto stimato da Seneca], il quale non fa parte di questi filosofi cattedratici ma di quelli genuini e vecchio stampo, che contro le passioni bisogna combattere d\'istinto, non di sottigliezza, e respingerne la schiera (delle passioni) non con piccoli colpi ma con un assalto: infatti esse devono essere pestate, non punzecchiate. Tuttavia, per rinfacciare ad esse il loro errore, bisogna non tanto rimproverarle ma ammaestrarle. La vita si divide in tre tempi: passato, presente e futuro. Di questi il presente è breve, il futuro incerto, il passato sicuro. Solo su quest\'ultimo, infatti, la fortuna ha perso la sua autorità, perché non può essere ridotto in potere di nessuno. Questo perdono gli affaccendati: infatti non hanno il tempo di guardare il passato e, se lo avessero, sarebbe sgradevole il ricordo di un fatto di cui pentirsi. Malvolentieri pertanto rivolgono l\'animo a momenti mal vissuti e non osano riesaminare cose, i cui vizi si manifestano ripensandole, anche quelli che vengono nascosti con qualche artificio del piacere presente. Nessuno, se non coloro che hanno sempre agito secondo la propria coscienza, che mai si inganna, si rivolge volentieri al passato; chi ha desiderato molte cose con ambizione, ha sprezzato con superbia, si è imposto senza regola né freno, ha ingannato con perfidia, ha sottratto con cupidigia, ha sprecato con leggerezza, ha paura della sua memoria. Eppure questa è la parte del nostro tempo sacra ed inviolabile, al di sopra di tutte le vicende umane, posta al di fuori del regno della fortuna, che non turba né la fame, né la paura, né l\'assalto delle malattie; essa non può essere turbata né sottratta: il suo possesso è eterno e inalterabile. Soltanto a uno a uno sono presenti i giorni e momento per momento; ma tutti (i giorni) del tempo passato si presenteranno quando tu glielo ordinerai, tollereranno di essere esaminati e trattenuti a tuo piacimento, cosa che gli affaccendati non hanno tempo di fare. È tipico di una mente serena e tranquilla spaziare in ogni parte della propria vita; gli animi degli affaccendati, come se fossero sotto un giogo, non possono piegarsi né voltarsi. La loro vita dunque precipita in un baratro e come non serve a nulla, qualsiasi quantità tu possa ficcarne dentro, se non vi è sotto qualcosa che la raccolga e la contenga [come un recipiente senza fondo], così non importa quanto tempo è concesso, se non vi è nulla dove posarsi: viene fatto passare attraverso animi fiaccati e bucati. Il presente è brevissimo, tanto che a qualcuno sembra inesistente; infatti è sempre in corsa, scorre e si precipita; smette di esistere prima di giungere, e non ammette indugio più che il creato o le stelle, il cui moto sempre incessante non rimane mai nello stesso luogo. Dunque agli affaccendati spetta solo il presente, che è così breve da non poter essere afferrato e che si sottrae a chi è oppresso da molte occupazioni. 

 

 


De Brevitate Vitae, 11
Latino
1 Denique vis scire quam non diu vivant? Vide quam cupiant diu vivere. Decrepiti senes paucorum annorum accessionem votis mendicant: minores natu se ipsos esse fingunt; mendacio sibi blandiuntur et tam libenter se fallunt quam si una fata decipiant. Iam vero cum illos aliqua imbecillitas mortalitatis admonuit, quemadmodum paventes moriuntur, non tamquam exeant de vita sed tamquam extrahantur. Stultos se fuisse ut non vixerint clamitant et, si modo evaserint ex illa valetudine, in otio victuros; tunc quam frustra paraverint quibus non fruerentur, quam in cassum omnis ceciderit labor cogitant. 2 At quibus vita procul ab omni negotio agitur, quidni spatiosa sit? Nihil ex illa delegatur, nihil alio atque alio spargitur, nihil inde fortunae traditur, nihil neglegentia interit, nihil largitione detrahitur, nihil supervacuum est: tota, ut ita dicam, in reditu est. Quantulacumque itaque abunde sufficit, et ideo, quandoque ultimus dies venerit, non cunctabitur sapiens ire ad mortem certo gradu.

 

Italiano
Vuoi dunque sapere quanto poco tempo (gli affaccendati) vivano? Vedi quanto desiderano vivere a lungo. Vecchi decrepiti mendicano con suppliche l\'aggiunta di pochi anni: fingono di essere più giovani; si lusingano con la bugia e illudono se stessi così volentieri come se ingannassero al tempo stesso il destino. Però quando qualche infermità (li) ammonisce del loro stato mortale, come muoiono terrorizzati, non come uscendo dalla vita, ma come se ne fossero tirati fuori! Van gridando di essere stati stolti, tanto da non aver vissuto e se in qualche modo vengono fuori da quella malattia, di voler vivere in pace; allora pensano a quante cose si siano procurate invano, e delle quali non avrebbero fatto uso, come nel vuoto sia caduta ogni loro fatica. Ma per chi la vita trascorre lungi da ogni faccenda, perché non dovrebbe essere di lunga durata? Nulla di essa è affidato (ad altri), nulla è sparpagliato qua e là, nulla perciò è affidato alla fortuna, nulla si consuma per noncuranza, nulla si dissipa per prodigalità, nulla è superfluo: tutta (la vita), per così dire, produce un reddito. Per quanto breve, dunque, è abbondantemente sufficiente, e perciò, quando che venga il giorno estremo, il saggio non esiterà ad andare incontro alla morte con passo fermo. 

De Brevitate Vitae, 12
Latino
Quaeris fortasse quos occupatos vocem? Non est quod me solos putes dicere quos a basilica immissi demum canes eiciunt, quos aut in sua vides turba speciosius elidi aut in aliena contemptius, quos officia domibus suis evocant ut alienis foribus illidant, [aut] hasta praetoris infami lucro et quandoque suppuraturo exercet. 2 Quorundam otium occupatum est: in villa aut in lecto suo, in media solitudine, quamvis ab omnibus recesserint, sibi ipsi molesti sunt: quorum non otiosa vita dicenda est sed desidiosa occupatio. Illum tu otiosum vocas qui Corinthia, paucorum furore pretiosa, anxia subtilitate concinnat et maiorem dierum partem in aeruginosis lamellis consumit? qui in ceromate (nam, pro facinus! ne Romanis quidem vitiis laboramus) spectator puerorum rixantium sedet? qui iumentorum suorum greges in aetatum et colorum paria diducit ? qui athletas novissimos pascit? 3 Quid? Illos otiosos vocas quibus apud tonsorem multae horae transmittuntur, dum decerpitur si quid proxima nocte succrevit, dum de singulis capillis in consilium itur, dum aut disiecta coma restituitur aut deficiens hinc atque illinc in frontem compellitur? Quomodo irascuntur, si tonsor paulo neglegentior fuit, tamquam virum tonderet! Quomodo excandescunt si quid ex iuba sua decisum est, si quid extra ordinem iacuit, nisi omnia in anulos suos reciderunt! Quis est istorum qui non malit rem publicam turbari quam comam suam? qui non sollicitior sit de capitis sui decore quam de salute? qui non comptior esse malit quam honestior? Hos tu otiosos vocas inter pectinem speculumque occupatos? 4 Quid illi qui in componendis, audiendis, discendis canticis operati sunt, dum vocem, cuius rectum cursum natura et optimum et simplicissimum fecit, in flexus modulationis inertissimae torquent, quorum digiti aliquod intra se carmen metientes semper sonant, quorum, cum ad res serias, etiam saepe tristes adhibiti sunt, exauditur tacita modulatio? Non habent isti otium, sed iners negotium. 5 Conviuia me hercules horum non posuerim inter vacantia tempora, cum videam quam solliciti argentum ordinent, quam diligenter exoletorum suorum tunicas succingant, quam suspensi sint quomodo aper a coco exeat, qua celeritate signo dato glabri ad ministeria discurrant, quanta arte scindantur aves in frusta non enormia, quam curiose infelices pueruli ebriorum sputa detergeant: ex his elegantiae lautitiaeque fama captatur et usque eo in omnes vitae secessus mala sua illos sequuntur, ut nec bibant sine ambitione nec edant. 6 Ne illos quidem inter otiosos numeraveris qui sella se et lectica huc et illuc ferunt et ad gestationum suarum, quasi deserere illas non liceat, horas occurrunt, quos quando lavari debeant, quando natare, quando cenare alius admonet: [et] usque eo nimio delicati animi languore solvuntur, ut per se scire non possint an esuriant. 7 Audio quendam ex delicatis (si modo deliciae vocandae sunt vitam et consuetudinem humanam dediscere), cum ex balneo inter manus elatus et in sella positus esset, dixisse interrogando: "Iam sedeo?" Hunc tu ignorantem an sedeat putas scire an vivat, an videat, an otiosus sit? Non facile dixerim utrum magis miserear, si hoc ignoravit an si ignorare se finxit. 8 Multarum quidem rerum oblivionem sentiunt, sed multarum et imitantur; quaedam vitia illos quasi felicitatis argumenta delectant; nimis humilis et contempti hominis videtur scire quid facias: i nunc et mimos multa mentiri ad exprobrandam luxuriam puta. Plura me hercules praetereunt quam fingunt et tanta incredibilium vitiorum copia ingenioso in hoc unum saeculo processit, ut iam mimorum arguere possimus neglegentiam. Esse aliquem qui usque eo deliciis interierit ut an sedeat alteri credat! 9 Non est ergo hic otiosus, aliud illi nomen imponas; aeger est, immo mortuus est; ille otiosus est cui otii sui et sensus est. Hic vero semivivus, cui ad intellegendos corporis sui habitus indice opus est, quomodo potest hic ullius temporis dominus esse?

 

Italiano
Chiedi forse chi io definisco affaccendati? Non pensare che io bolli come tali solo quelli che soltanto cani aizzati riescono a cacciar fuori dalla basilica [il centro degli affari], quelli che vedi esser stritolati o con maggior lustro nella propria folla [di clienti] o più vergognosamente il quella [dei clienti] altrui, quelli che gli impegni spingono fuori dalle proprie case per schiacciarli con gli affari altrui, o che l\'asta del pretore fa travagliare con un guadagno disonorevole e destinato un giorno ad incancrenire [si riferisce alla vendita all\'asta dei bottini di guerra e degli schiavi, il cui commercio era ritenuto disonorevole]. Il tempo libero di alcuni è tutto impegnato: nella loro villa o nel loro letto, nel bel mezzo della solitudine, benché si siano isolat da tutti, sono fastidiosi a se stessi: la loro non deve definirsi una vita sfaccendata ma un inoperoso affaccendarsi. Puoi chiamare sfaccendato chi dispone in ordine con minuziosa pignoleria bronzi di Corinto, pregiati per la passione di pochi, e spreca la maggior parte dei giorni tra laminette rugginose? Chi in palestra (infatti, che orrore!, neppur romani sono i vizi di cui soffriamo) siede come spettatore di ragazzi che lottano? Chi divide le mandrie dei propri giumenti in coppie di uguale età e colore? Chi nutre gli atleti (giunti) ultimi? E che? Chiami sfaccendati quelli che passano molte ore dal barbiere, mentre si estirpa qualcosa che spuntò nell\'ultima notte, mentre si tiene un consulto su ogni singolo capello, mentre o si rimette a posto la chioma in disordine o si sistema sulla fronte da ambo i lati quella rada? Come si arrabbiano se il barbiere è stato un po\' disattento, come se tosasse un uomo! Come si irritano se viene tagliato qualcosa dalla loro criniera, se qualcosa è stato mal acconciato, se tutto non ricade in anelli perfetti! Chi di costoro non preferisce che sia in disordine lo Stato piuttosto che la propria chioma? Che non sia più preoccupato della grazia della sua testa che della sua incolumità? Che non preferisca essere più elegante che dignitoso? Questi tu definisci sfaccendati, affaccendati tra il pettine e lo specchio? Quelli che sono dediti a comporre, sentire ed imparare canzoni, mentre torcono in modulazioni di ritmo molto modesto la voce, di cui la natura rese il corretto cammino il migliore e il più semplice, le cui dita cadenzanti suonano sempre qualche carme dentro di sé, e di cui si ode il silenzioso ritmo quando si rivolgono a cose serie e spesso anche tristi? Costoro non hanno tempo libero, ma occupazioni oziose. Di certo non annovererei i banchetti di costoro tra il tempo libero, quando vedo con quanta premura dispongono l\'argenteria, con quanta cura sistemano le tuniche dei loro amasi [giovani che si vendevano per libidine], quanto siano trepidanti per come il cinghiale vien fuori dalle mani del cuoco, con quanta sollecitudine i glabri [schiavi che si facevano depilare per assumere un aspetto femmineo] accorrono ai loro servigi ad un dato segnale, con quanta maestria vengano tagliati gli uccelli in pezzi non irregolari, con quanto zelo infelici fanciulli detergano gli sputi degli ubriachi: da essi si cerca fama di eleganza e di lusso e a tal punto li seguono le loro aberrazioni in ogni recesso della vita, che non bevono né mangiano senza ostentazione. Neppure annovererai tra gli sfaccendati coloro che vanno in giro sulla portantina o sulla lettiga e si presentano all\'ora delle loro passeggiate come se non gli fosse permesso rinunziarvi, e che un altro deve avvertire quando si devono lavare, quando devono nuotare o cenare: e a tal punto illanguidiscono in troppa fiacchezza di un animo delicato, da non potersi accorgere da soli se hanno fame. Sento che uno di questi delicati - se pure si può chiamare delicatezza il disimparare la vita e la consuetudine umana - , trasportato a mano dal bagno e sistemato su una portantina, abbia detto chiedendo: "Sono già seduto?". Tu reputi che costui che ignora se sta seduto sappia se è vivo, se vede e se è sfaccendato? Non è facile dire se mi fa più pena se non lo sapeva o se fingeva di non saperlo. Certamente di molte cose soffrono in realtà la dimenticanza, ma di molte anche la simulano; alcuni vizi li allettano come oggetto di felicità; sembra che il sapere cosa fai sia tipico dell\'uomo umile e disprezzato; ora va e credi che i mimi inventano molte cose per biasimare il lusso. Certo trascurano più di quanto rappresentano ed è apparsa tanta abbondanza di vizi incredibili in questo solo secolo, che ormai possiamo dimostrare la trascuratezza dei mimi. Vi è qualcuno che si consuma a tal punto nelle raffinatezze da credere ad un altro se è seduto! Dunque costui non è sfaccendato, dagli un altro nome: è malato, anzi è morto; sfaccendato è quello che è consapevole del suo tempo libero. Ma questo semivivo, a cui è necessaria una spia che gli faccia capire lo stato del suo corpo, come può costui essere padrone di alcun momento? 

De Brevitate Vitae, 16
Latino
Illorum brevissima ac sollicitissima aetas est qui praeteritorum obliviscuntur, praesentia neglegunt, de futuro timent: cum ad extrema venerunt, sero intellegunt miseri tam diu se dum nihil agunt occupatos fuisse. 2 Nec est quod hoc argumento probari putes longam illos agere vitam, quia interdum mortem invocant: vexat illos imprudentia incertis affectibus et incurrentibus in ipsa quae metuunt; mortem saepe ideo optant quia timent. 3 Illud quoque argumentum non est quod putes diu viventium, quod saepe illis longus videtur dies, quod, dum veniat condictum tempus cenae, tarde ire horas queruntur; nam si quando illos deseruerunt occupationes, in otio relicti aestuant nec quomodo id disponant ut extrahant sciunt. Itaque ad occupationem aliquam tendunt et quod interiacet omne tempus grave est, tam me hercules quam cum dies muneris gladiatorii edictus est, aut cum alicuius alterius vel spectaculi vel voluptatis exspectatur constitutum, transilire medios dies volunt. 4 Omnis illis speratae rei longa dilatio est; at illud tempus quod amant breve est et praeceps breviusque multo, suo vitio; aliunde enim alio transfugiunt et consistere in una cupiditate non possunt. Non sunt illis longi dies, sed invisi; at contra quam exiguae noctes videntur, quas in complexu scortorum aut umo exigunt! 5 Inde etiam poetarum furor fabulis humanos errores alentium, quibus visus est Iuppiter voluptate concubitus delenitus duplicasse noctem; quid aliud est vitia nostra incendere quam auctores illis inscribere deos et dare morbo exemplo divinitatis excusatam licentiam? Possunt istis non brevissimae videri noctes quas tam care mercantur? Diem noctis exspectatione perdunt, noctem lucis metu.

 

Italiano
Molto breve e travagliata è la vita di coloro che sono dimentichi del passato, trascurano il presente, hanno timori sul futuro: quando saranno giunti all’ultima ora, tardi comprendono, infelici, di essere stati a lungo affaccendati, pur non avendo combinato nulla. E non vi è motivo di credere che si possa provare che essi abbiano una lunga vita col fatto che invochino spesso la morte: li tormenta l’ignoranza in sentimenti incerti, che incorrono in quelle stesse cose che temono; perciò invocano spesso la morte, perché (la) temono. Non è neppure prova credere che vivano a lungo il fatto che spesso il giorno sembri ad essi eterno, che mentre arriva l’ora convenuta per la cena si lamentino che le ore scorrano lentamente; difatti, se talora le occupazioni li abbandonano, ardono abbandonati nel tempo libero e non sanno come disporne e come impiegarlo. E così si rivolgono a qualsiasi occupazione e tutto il tempo che intercorre è per essi gravoso, proprio così come, quando è stato fissato un giorno per uno spettacolo di gladiatori, o quando si attende il momento stabilito di qualche altro spettacolo o piacere, vogliono saltare i giorni di mezzo. Per essi è lungo ogni rinvio di una cosa sperata: ma è breve e rapido quel tempo che amano, e molto più breve per colpa loro; infatti passano da un posto all’altro e non possono fermarsi in un’unica passione. Per essi non sono lunghi i giorni, ma odiosi; ma invece come sembrano brevi le notti che trascorrono nel vino o nell’amplesso delle meretrici! Dsi qui anche la follia dei poeti, che alimentano con le (loro) favole gli errori umani: secondo loro pare che Giove, sedotto dall’amplesso (lett.: addolcito dal piacere), abbia raddoppiato (il tempo di) una notte [è il mito di Alcmena, cui Giove si era presentato sotto le sembianze del marito Anfitrione: raddoppiò la durata della notte, frutto della quale sarebbe stato poi Ercole]. Cosa altro è alimentare i nostri vizi che attribuire ad essi gli dei quali autori e dare al male giustificata licenza mediante l’esempio della divinità? Possono a costoro non sembrare brevissime le notti che acquistano a caro prezzo? Perdono il giorno nell’attesa della notte, la note per paura del giorno. 



 

 

De Brevitate Vitae, 17
Latino
Ipsae voluptates eorum trepidae et variis terroribus inquietae sunt subitque cum maxime exsultantis sollicita cogitatio: "Haec quam diu?" Ab hoc affectu reges suam flevere potentiam, nec illos magnitudo fortunae suae delectavit, sed venturus aliquando finis exterruit. 2 Cum per magna camporum spatia porrigeret exercitum nec numerum eius sed mensuram comprenderet Persarum rex insolentissimus, lacrimas profudit, quod intra centum annos nemo ex tanta iuventute superfuturus esset; at illis admoturus erat fatum ipse qui flebat perditurusque alios in mari alios in terra, alios proelio alios fuga, et intra exiguum tempus consumpturus illos quibus centesimum annum timebat. 3 Quid quod gaudia quoque eorum trepida sunt? Non enim solidis causis innituntur, sed eadem qua oriuntur vanitate turbantur. Qualia autem putas esse tempora etiam ipsorum confessione misera, cum haec quoque quibus se attollunt et super hominem efferunt parum sincera sint? 4 Maxima quaeque bona sollicita sunt nec ulli fortunae minus bene quam optimae creditur; alia felicitate ad tuendam felicitatem opus est et pro ipsis quae successere votis vota facienda sunt. Omne enim quod fortuito obvenit instabile est: quod altius surrexerit, opportunius est in occasum. Neminem porro casura delectant; miserrimam ergo necesse est, non tantum brevissimam vitam esse eorum qui magno parant labore quod maiore possideant. 5 Operose assequuntur quae volunt, anxii tenent quae assecuti sunt; nulla interim numquam amplius redituri temporis ratio est: novae occupationes veteribus substituuntur, spes spem excitat, ambitionem ambitio. Miseriarum non finis quaeritur, sed materia mutatur. Nostri nos honores torserunt? plus temporis alieni auferunt; candidati laborare desiimus? suffragatores incipimus; accusandi deposuimus molestiam? iudicandi nanciscimur; iudex desiit esse? quaesitor est; alienorum bonorum mercennaria procuratione consenuit? suis opibus distinetur. 6 Marium caliga dimisit? consulatus exercet; Quintius dictaturam properat pervadere? ab aratro revocabitur. Ibit in Poenos nondum tantae maturus rei Scipio; victor Hannibalis victor Antiochi, sui consulatus decus fraterni sponsor, ni per ipsum mora esset, cum Iove reponeretur: civiles servatorem agitabunt seditiones et post fastiditos a iuvene diis aequos honores iam senem contumacis exilii delectabit ambitio. Numquam derunt vel felices vel miserae sollicitudinis causae; per occupationes vita trudetur; otium numquam agetur, semper optabitur.

 

Italiano
Gli stessi loro piaceri sono ansiosi ed inquieti per vari timori e subentra l\'angosciosa domanda di chi è al massimo del piacere (lett.: di chi massimamente gioisce): "Fino a quando ciò (durerà)?". Da questo stato d\'animo dei re piansero la propria potenza, né li consolò la grandezza della propria fortuna, ma li atterrì la fine imminente. Avendo dispiegato l\'esercito attraverso enormi spazi di territori e non abbracciandone il numero ma la dimensione, l\'orgogliosissimo re dei Persiani [Serse] versò lacrime, perché di lì a cento anni nessuno di tanta gioventù sarebbe sopravvissuto: ma ad essi stava per affrettare il destino proprio lui che (li) piangeva e che ne avrebbe perduti altri in mare, altri in terra, altri in battaglia, altri in fuga ed in breve tempo avrebbe portato alla rovina quelli per i quali temeva il centesimo anno. E pure le loro gioie non sono forse ansiose? Non appoggiano infatti su solide basi, ma sono turbate dalla stessa nullità dalla quale traggono origine. Quali perciò credi che siano i periodi tristi per loro stessa ammissione, quando anche questi (periodi), nei quali si inorgogliscono e si pongono al di sopra dell\'umanità, sono poco veritieri? Tutti i beni più grandi sono ansiogeni e non bisogna fidarsi di nessuna fortuna meno che di quella più favorevole: è necessaria nuova felicità per preservare la felicità e si devono fare voti proprio per i voti che si sono esauditi. Infatti tutto quel che avviene per caso è instabile; ciò che assurgerà più in alto, più facilmente (cadrà) in basso. Certamente le cose caduche non fanno piacere a nessuno: è dunque inevitabile che sia penosissima e non solo brevissima la vita di coloro che si procacciano con grande fatica cose da possedere con fatica maggiore. Faticosamente ottengono ciò che vogliono, ansiosamente gestiscono ciò che hanno ottenuto; mentre nessun calcolo si fa del tempo che non tornerà mai più: nuove occupazioni subentrano a quelle vecchie, una speranza risveglia la speranza, un\'ambizione l\'ambizione. Non si cerca la fine delle sofferenze, ma si cambia la materia. Le nostre cariche ci hanno tormentato: ci tolgono più tempo quelle altrui; abbiamo smesso di penare come candidati: ricominciamo come elettori; abbiamo rinunziato al fastidio dell\'accusare: cadiamo (in quello) del giudicare; ha cessato di essere giudice: diventa inquisitore; è invecchiato nell\'amministrazione a pagamento dei beni altrui: è tenuto occupato dai propri averi. Il servizio militare ha congedato Mario: (lo) affatica il consolato. Quinzio [Cincinnato] si affanna ad evitare la carica di dittatore (lett.: la dittatura): sarà richiamato dall\'aratro. Scipione marcerà contro i Cartaginesi non ancora maturo per tanta impresa; vincitore di Annibale [a Zama, nel 202 a.C.], vincitore di Antioco [re di Siria, a Magnesia nel 190 a.C.], orgoglio del proprio consolato, garante di quello fraterno [Lucio], se non vi fosse stata opposizione da parte sua, sarebbe collocato accanto a Giove [Scipione rifiutò che la sua statua fosse posta nel tempio di Giove Capitolino]: sommosse civili coinvolgeranno (lui) salvatore dei cittadini e dopo gli onori pari agli dei, rifiutati da giovane, ormai vecchio (lo) compiacerà l\'ostentazione di un orgoglioso esilio. Non mancheranno mai motivi lieti o tristi di preoccupazione; la vita si trascinerà attraverso le occupazioni: giammai si vivrà il tempo libero, sempre verrà desiderato. 

De Brevitate Vitae, 18
Latino
Excerpe itaque te vulgo, Pauline carissime, et in tranquilliorem portum non pro aetatis spatio iactatus tandem recede. Cogita quot fluctus subieris, quot tempestates partim privatas sustinueris, partim publicas in te converteris; satis iam per laboriosa et inquieta documenta exhibita virtus est; experire quid in otio faciat. Maior pars aetatis, certe melior rei publicae datast: aliquid temporis tui sume etiam tibi. 2 Nec te ad segnem aut inertem quietem voco, non ut somno et caris turbae voluptatibus quicquid est in te indolis vividae mergas; non est istud adquiescere: invenies maiora omnibus adhuc strenue tractatis operibus, quae repositus et securus agites. 3 Tu quidem orbis terrarum rationes administras tam abstinenter quam alienas, tam diligenter quam tuas, tam religiose quam publicas. In officio amorem consequeris, in quo odium vitare difficile est; sed tamen, mihi crede, satius est vitae suae rationem quam frumenti publici nosse. 4 Istum animi vigorem rerum maximarum capacissimum a ministerio honorifico quidem sed parum ad beatam vitam apto revoca, et cogita non id egisse te ab aetate prima omni cultu studiorum liberalium ut tibi multa milia frumenti bene committerentur; maius quiddam et altius de te promiseras. Non derunt et frugalitatis exactae homines et laboriosae operae; tanto aptiora [ex]portandis oneribus tarda iumenta sunt quam nobiles equi, quorum generosam pernicitatem quis umquam gravi sarcina pressit? Cogita praeterea quantum sollicitudinis sit ad tantam te molem obicere: cum ventre tibi humano negotium est; nec rationem patitur nec aequitate mitigatur nec ulla prece flectitur populus esuriens. Modo modo intra paucos illos dies quibus C. Caesar periit (si quis inferis sensus est) hoc gravissime ferens quod decedebat populo Romano superstite, septem aut octo certe dierum cibaria superesse! Dum ille pontes navibus iungit et viribus imperi ludit, aderat ultimum malorum obsessis quoque, alimentorum egestas; exitio paene ac fame constitit et, quae famem sequitur, rerum omnium ruina furiosi et externi et infeliciter superbi regis imitatio. 6 Quem tunc animum habuerunt illi quibus erat mandata frumenti publici cura, saxa, ferrum, ignes, Gaium excepturi? Summa dissimulatione tantum inter viscera latentis mali tegebant, cum ratione scilicet: quaedam enim ignorantibus aegris curanda sunt, causa multis moriendi fuit morbum suum nosse.

 

Italiano
Allontànati dunque dalla folla, carissimo Paolino, e ritirati alfine in un porto più tranquillo, spintovi non a causa della durata della vita. Pensa quanti flutti hai affrontato, quante tempeste private hai sopportato, quante (tempeste) pubbliche ti sei attirato; già abbastanza il tuo valore è stato dimostrato attraverso faticosi e pesanti esempi: sperimenta cosa (il tuo valore) può fare senza impegni. La maggior parte della vita, di certo la migliore, sia pur stata dedicata alla cosa pubblica: prenditi un pò di tempo pure per te. E non sto ad invitarti ad una pigra ed inerte inattività, non perché tu immerga quanto c\'è in te di vigorosa indole nel torpore e nei piaceri cari al volgo: questo non è riposare; troverai attività più importanti di tutte quelle finora valorosamente trattate, che portai compiere appartato e tranquillo. Tu di certo amministrerai gli affari del mondo tanto disinteressatamente come (di) altri, tanto scrupolosamente come tuoi, con tanto zelo come pubblici. Ti guadagni la stima in un incarico in cui non è facile evitare il malvolere: ma tuttavia, credimi, è meglio conoscere il calcolo della propria vita che (quello) del grano statale. Allontana questa vigoria dell\'animo, capacissima delle cose più grandi, da un ufficio sì onorifico ma poco adatto ad una vita serena e pensa che non ti sei occupato, fin dalla tenera età, di ogni cura degli studi liberali perché ti fossero felicemente affidate molte migliaia (di moggi) di grano: avevi aspirato per te a qualcosa di più grande e di più elevato. Non mancheranno uomini di perfetta sobrietà e di industriosa attività: tanto più adatte a portar pesi sono lente giumente che nobili cavalli, la cui generosa agilità chi mai ha oppresso con una gravosa soma? Pensa poi quanto affanno sia il sottoporti ad un onere così grande: ti occupi del ventre umano; il popolo affamato non sente ragioni, non è placato dalla giustizia né piegato dalla preghiera. Or ora, entro quei pochi giorni in cui morì Caio Cesare [Caligola] - se vi è una qualche sensibilità nell\'aldilà, sostenendo ciò con animo molto grato, perché calcolava che al popolo Romano superstite rimanessero certamente cibarie per sette o otto giorni -, mentre egli congiunge ponti di navi [Caligola fece costruire un ponte di navi da Baia a Pozzuoli, come ci tramanda Svetonio] e gioca con le risorse dell\'impero, si avvicinava il peggiore dei mali anche per gli assediati, la mancanza di viveri; consistette quasi nella morte e nella fame e, conseguenza della fame, la rovina di ogni cosa e l\'imitazione di un re dissennato e straniero e tristemente orgoglioso [il re Serse, che costruì un porto sullo stretto dei Dardanelli per la sfortunata spedizione in Grecia]. Che animo ebbero allora quelli a cui era stata affidata la cura del grano pubblico, soggetti alle pietre, al ferro, alle fiamme, a Gaio? Con enorme dissimulazione coprivano un male così grande nascosto tra le viscere e a ragion veduta; infatti alcuni mali vanno curati all\'insaputa degli ammalati: per molti causa di morte è stato il conoscere il proprio male. 

De Brevitate Vitae, 19
Latino
Recipe te ad haec tranquilliora, tutiora, maiora! Simile tu putas esse, utrum cures ut incorruptum et a fraude advehentium et a neglegentia frumentum transfundatur in horrea, ne concepto umore vitietur et concalescat, ut ad mensuram pondusque respondeat, an ad haec sacra et sublimia accedas sciturus quae materia sit dei, quae voluptas, quae condicio, quae forma; quis animum tuum casus exspectet; ubi nos a corporibus dimissos natura componat; quid sit quod huius mundi gravissima quaeque in medio sustineat, supra levia suspendat, in summum ignem ferat, sidera vicibus suis excitet; cetera deinceps ingentibus plena miraculis? 2 Vis tu relicto solo mente ad ista respicere! Nunc, dum calet sanguis, vigentibus ad meliora eundum est. Exspectat te in hoc genere vitae multum bonarum artium, amor virtutum atque usus, cupiditatum oblivio, vivendi ac moriendi scientia, alta rerum quies.

 

Italiano
Rifugiati in queste cose più tranquille, più sicure, più grandi! Credi che sia la stessa cosa se curi che il frumento venga travasato nei granai integro sia dalla frode che dall\'incuria dei trasportatori, che non sia madido di umidità accumulata e non fermenti, che sia conforme alla misura e al peso, o se ti accosti a queste cose sacre e sublimi per conoscere quale sia la materia di Dio, quale la volontà, la condizione, la forma; quale condizione attenda il tuo spirito; dove la natura ci disponga una volta usciti dai (nostri) corpi; cosa sia che sostenga ogni cosa più pesante al centro di questo mondo, sospenda al di sopra quelle leggere, sollevi il fuoco in cima, ecciti gli astri nei loro percorsi; e via via le altre cose colme di strabilianti fenomeni? Vuoi, una volta abbandonata la terra, rivolgere l\'attenzione a queste cose? Ora, finché il sangue è caldo, pieni di vigore dobbiamo tendere a cose migliori. Ti aspettano in questo genere di vita molte buone attività, l\'amore e la pratica delle virtù, l\'oblio delle passioni, il saper vivere e il saper morire (lett.: la conoscenza del vivere e del morire), una profonda quiete delle cose. 

De Brevitate Vitae, 2
Latino
Quid de rerum natura querimur? Illa se benigne gessit: vita, si uti scias, longa est. [At] alium insatiabilis tenet auaritia; alium in superuacuis laboribus operosa sedulitas; alius vino madet, alius inertia torpet; alium defetigat ex alienis iudiciis suspensa semper ambitio, alium mercandi praeceps cupiditas circa omnis terras, omnia maria spe lucri ducit; quosdam torquet cupido militiae numquam non aut alienis periculis intentos aut suis anxios; sunt quos ingratus superiorum cultus uoluntaria seruitute consumat; multos aut affectatio alienae formae aut suae querella detinuit; plerosque nihil certum sequentis uaga et inconstans et sibi displicens levitas per nova consilia iactauit; quibusdam nihil quo cursum derigant placet, sed marcentis oscitantisque fata deprendunt, adeo ut quod apud maximum poetarum more oraculi dictum est verum esse non dubitem: "Exigua pars est vitae qua vivimus. Ceterum quidem omne spatium non uita sed tempus est. Urgent et circumstant vitia undique nec resurgere aut in dispectum ueri attollere oculos sinunt. Et immersos et in cupiditatem infixos premunt, numquam illis recurrere ad se licet. Si quando aliqua fortuito quies contigit, uelut profundo mari, in quo post uentum quoque uolutatio est, fluctuantur nec umquam illis a cupiditatibus suis otium stat. De istis me putas dicere, quorum in confesso mala sunt? Aspice illos ad quorum felicitatem concurritur:bonis suis effocantur. Quam multis diuitiae graues sunt! Quam multorum eloquentia et cotidiana ostentandi ingenii sollicitatio sanguinem educit! Quam multi continuis uoluptatibus pallent! Quam multis nihil liberi relinquit circumfusus clientium populus! Omnis denique istos ab infimis usque ad summos pererra: hic advocat, hic adest, ille periclitatur, ille defendit, ille iudicat, nemo se sibi uindicat, alius in alium consumitur. Interroga de istis quorum nomina ediscuntur, his illos dinosci uidebis notis: ille illius ius cultor est, hic illius; suus nemo est. Deinde dementissima quorundam indignatio est: queruntur de superiorum fastidio, quod ipsis adire volentibus non vacauerint! Audet quisquam de alterius superbia queri, qui sibi ipse numquam vacat? Ille tamen te, quisquis es, insolenti quidem uultu sed aliquando respexit, ille aures suas ad tua verba demisit, ille te ad latus suum recepit: tu non inspicere te umquam, non audire dignatus es. Non est itaque quod ista officia cuiquam imputes, quoniam quidem, cum illa faceres, non esse cum alio volebas, sed tecum esse non poteras.

 

 

Italiano
Quale delle cose della natura lamentiamo? Essa si è comportata con generosità: la vita è lunga se sai usarla. Ma uno è schiavo di un\'avidità insaziabile , un altro di un affannarsi premuroso in occupazioni del tutto vano, uno è fradicio di vino, un altro è abbruttito dall\'ozio, uno è sfiancato dall\'inibizione che è sempre sospesa ai giudizi altrui, un altro con la speranza di guadagnare è condotto dallo sfrenato desiderio di commerciare per tutte le terre e per tutti i mari; alcuni sono tormentati dalla passione per la guerra, sempre intenti agli altrui pericoli e poco ai propri, vi sono altri consumati dall\'ingrato ossequio dei potenti, molti sono detenuti dall\'aspirazione delle fortune altrui e lamentano le proprie ,la solubilità e il non sentirsi bene li scaglia(sballotta) in progetti sempre nuovi ;a certuni non piace alcuna meta verso cui fare rotta , ma sorprendono quelli che languiscono e quelli indifferenti verso il destino(morte): secondo quanto si dice presso i massimi poeti secondo l\'oracolo ,per non dubitare il vero:"la vita è un\'esigua parte nella quale siamo veramente vivi".Tutto lo spazio temporale che rimane in realtà non è vita, ma tempo. I mali (vizi) incalzano e assediano da ogni parte e non gli consentono di risollevarsi o di levare gli occhi per vedere la verità ma opprimono coloro immersi ed inchiodati al piacere. Mai possono rifugiarsi in loro stessi; se talvolta per caso tocca loro(agli occupati) un momento di quiete ,come per esempio in largo mare, nel quale c\'è un moto ondoso anche dopo il vento, il loro riposo è libero dalle passioni. Credi che io stia parlando di coloro i cui mali sono confessi? Guardali, alla cui felicità tutti accorrono: vengono soffocati dai loro beni. Quanto le ricchezze sono importanti! Quanto molti impallidiscono alle continue voluttà! Quanto il popolo dei clienti non lascia un momento libero! Passa insomma in rassegna tutti coloro, dai più umili ai più potenti: questi chiede aiuto, questi assiste, questi sono in pericolo, questi li difende, questi giudica , nessuno si riscatta, ci si logora l\'uno per l\'altro . Fai domande riguardo a costoro, dai quali vengono imparati a memoria i nomi, vedrai che si riconoscono da questi segni: quegli è al seguito di quello, questi di quell\'altro ,nessuno appartiene a se stesso. C\'è poi la piena stoltezza di certe indignazioni (sdegni):chiedono della schizzinosità dei potenti per il fatto che non hanno trovato tempo per coloro che li cercavano! Qualcuno osa(ha voglia di..)chiedere riguardo a l\'un l\'altra superbia, lui che mai trova tempo per sé? Egli tuttavia, qualcuno è, pur con volto insolente ti ha guardato, egli calò le sue orecchie alle tue parole, egli al suo fianco ti riprese: tu hai giudicato degno di non guardarti dentro mai, non ascoltarti. Non è dunque il caso che ,per questi sacrifici messi in conto, dopoché certamente, avendo fatto quelle cose ,non desideravi essere con l\'altro, ma non potesti essere con te.

 
De Brevitate Vitae, 20
Latino
Omnium quidem occupatorum condicio misera est, eorum tamen miserrima, qui ne suis quidem laborant occupationibus, ad alienum dormiunt somnum, ad alienum ambulant gradum, amare et odisse, res omnium liberrimas, iubentur. Hi si volent scire quam brevis ipsorum vita sit, cogitent ex quota parte sua sit. 2 Cum videris itaque praetextam saepe iam sumptam, cum celebre in foro nomen, ne invideris: ista vitae damno parantur. Ut unus ab illis numeretur annus, omnis annos suos conterent. Quosdam antequam in summum ambitionis eniterentur, inter prima luctantis aetas reliquit; quosdam, cum in consummationem dignitatis per mille indignitates erepsissent, misera subiit cogitatio laborasse ipsos in titulum sepulcri; quorundam ultima senectus, dum in novas spes ut iuventa disponitur, inter conatus magnos et improbos invalida defecit. 3 Foedus ille quem in iudicio pro ignotissimis litigatoribus grandem natu et imperitae coronae assensiones captantem spiritus liquit; turpis ille qui vivendo lassus citius quam laborando inter ipsa officia collapsus est; turpis quem accipiendis immorientem rationibus diu tractus risit heres. 4 Praeterire quod mihi occurrit exemplum non possum: Turannius fuit exactae diligentiae senex, qui post annum nonagesimum, cum vacationem procurationis ab C. Caesare ultro accepisset, componi se in lecto et velut exanimem a circumstante familia plangi iussit. Lugebat domus otium domini senis nec finivit ante tristitiam quam labor illi suus restitutus est. Adeone iuvat occupatum mori? 5 Idem plerisque animus est; diutius cupiditas illis laboris quam facultas est; cum imbecillitate corporis pugnant, senectutem ipsam nullo alio nomine gravem iudicant quam quod illos seponit. Lex a quinquagesimo anno militem non legit, a sexagesimo senatorem non citat: difficilius homines a se otium impetrant quam a lege. 6 Interim dum rapiuntur et rapiunt, dum alter alterius quietem rumpit, dum mutuo miseri sunt, vita est sine fructu, sine voluptate, sine ullo profectu animi; nemo in conspicuo mortem habet, nemo non procul spes intendit, quidam vero disponunt etiam illa quae ultra vitam sunt, magnas moles sepulcrorum et operum publicorum dedicationes et ad rogum munera et ambitiosas exsequias. At me hercules istorum funera, tamquam minimum vixerint, ad faces et cereos ducenda sunt.

 

Italiano
Certamente miserevole è la condizione di tutti gli affaccendati, ma ancor più misera (quella) di coloro che non si danno da fare nemmeno per le loro faccende, dormono in relazione al sonno altrui, camminano secondo il passo altrui, a cui viene prescritto (come) amare e odiare, cose che sono le più spontanee di tutte. Se costoro vogliono sapere quanto sia breve la loro vita, considerino quanto esigua sia la loro quota parte. Perciò quando vedrai una toga pretesta già più volte indossata o un nome famoso nel foro, non provare invidia: queste cose si ottengono a scapito della vita. Affinché un solo anno si dati da loro, consumeranno tutti i loro anni [gli anni si datavano dal nome dei consoli]. Prima di inerpicarsi in cima all\'ambizione, alcuni la vita abbandonò mentre si dibattevano tra le prime (difficoltà); ad alcuni, essendo passati attraverso mille disonestà per il raggiungimento della posizione, venne in mente l\'amara considerazione di essersi dannati per l\'epitaffio; di certuni venne meno l\'estrema vecchiaia, mentre come la gioventù attendeva a nuove speranze, indebolita tra sforzi enormi e gravosi. Vergognoso colui che il fiato abbandonò in tribunale, in età avanzata, difendendo litiganti del tutto sconosciuti e cercando l\'assenso di un uditorio ignorante; infame colui che stanco del vivere più che del lavorare, crollò tra i suoi stessi impegni; infame colui che l\'erede, a lungo trattenuto, deride mentre egli muore dedicandosi ai suoi conti. Non posso tralasciare un esempio che mi sovviene: Sesto Turranio è stato un vecchio di accurata coscienziosità, che dopo i novant\'anni, avendo ricevuto inaspettatamente da Caio Cesare [Caligola] l\'esonero dalla procura, diede disposizioni di essere composto sul letto e di esser pianto come morto dalla famiglia attorno a lui. Piangeva la casa l\'inattività del vecchio padrone e non cessò il lutto prima che gli fosse restituito il suo lavoro. A tal punto è piacevole morire affaccendato? Lo stesso stato d\'animo ha la maggior parte: in essi vi è più a lungo il desiderio che la capacità del lavoro; combattono contro la decadenza del corpo, la stessa vecchiaia giudicano gravosa e con nessun altro nome, perché li mette da parte. La legge non chiama sotto le armi a partire dai cinquant\'anni, non convoca il senatore dai sessanta: gli uomini ottengono il riposo più difficilmente da se stessi che dalla legge. Nel frattempo, mentre sono rapinati e rapinano, mentre vicendevolmente si tolgono la pace, mentre sono reciprocamente infelici, la vita è senza frutto, senza piacere, senza nessun progresso dello spirito: nessuno ha la morte davanti agli occhi, nessuno non proietta lontano le speranze, alcuni poi organizzano pure quelle cose che sono oltre la vita, grandi moli di sepolcri e dediche di opere pubbliche e giochi funebri (lett.: presso il rogo) ed esequie sfarzose. Ma sicuramente i funerali di costoro, come se avessero vissuto pochissimo, devono celebrarsi alla luce di fiaccole e ceri. 

De Brevitate Vitae, 6
Latino
1 Livius Drusus, vir acer et vehemens, cum leges novas et mala Gracchana movisset stipatus ingenti totius Italiae coetu, exitum rerum non pervidens, quas nec agere licebat nec iam liberum erat semel incohatas relinquere, exsecratus inquietam a primordiis vitam dicitur dixisse: uni sibi ne puero quidem umquam ferias contigisse. Ausus est enim et pupillus adhuc et praetextatus iudicibus reos commendare et gratiam suam foro interponere tam efficaciter quidem, ut quaedam iudicia constet ab illo rapta. 2 Quo non erumperet tam immatura ambitio? Scires in malum ingens et privatum et publicum evasuram tam praecoquem audaciam. Sero itaque querebatur nullas sibi ferias contigisse a puero seditiosus et foro gravis. Disputatur an ipse sibi manus attulerit; subito enim vulnere per inguen accepto collapsus est, aliquo dubitante an mors eius voluntaria esset, nullo an tempestiva. 3 Supervacuum est commemorare plures qui, cum aliis felicissimi viderentur, ipsi in se verum testimonium dixerunt perosi omnem actum annorum suorum; sed his querellis nec alios mutaverunt nec se ipsos: nam cum verba eruperunt, affectus ad consuetudinem relabuntur. 4 Vestra me hercules vita, licet supra mille annos exeat, in artissimum contrahetur: ista vitia nullum non saeculum devorabunt; hoc vero spatium, quod quamvis natura currit ratio dilatat, cito vos effugiat necesse est; non enim apprenditis nec retinetis vel ocissimae omnium rei moram facitis, sed abire ut rem supervacuam ac reparabilem sinitis.

 

Italiano
Livio Druso, uomo rude ed impulsivo, avendo rimosso le nuove leggi e i disatri dei Gracchi, pressato da una grande aggregazione dell\'Italia intera, non prevedendo l\'esito degli avvenimenti, che non poteva gestire e ormai non era libero di abbandonarli una volta iniziati, si dice che maledicendo la sua vita, irrequieta fin dagli inizi, abbia detto che solo a lui neppure da bambino erano toccate vacanze. Infatti osò ancor minorenne e poi adolescente raccomandare gli imputati ai giudici e interporre i suoi buoni uffici nel foro con tanta efficacia che alcune sentenze siano risultate da lui estorte. Dove non sarebbe sfociata una così prematura ambizione? Capiresti che una così precoce audacia sarebbe andata a finire in un grave danno sia pubblico che privato. Perciò tardi si lamentava che non gli fossero state concesse vacanze fin da piccolo, litigioso e di peso per il foro. Si discute se si sia tolto la vita; infatti, ferito da un improvviso colpo all\'inguine, si accasciò, e vi è chi dubita che la sua morte sia stata volontaria, ma nessuno che essa sia stata opportuna. È del tutto inutile ricordare i tanti che, pur apparendo felicissimi agli occhi degli altri, testimoniarono in se stessi il vero ripudiando ogni azione della loro vita; ma con tali lamentele non cambiarono né gli altri né se stessi: infatti, una volta che le parole siano volate via, gli affetti ritorneranno secondo il consueto modo di vivere. Perdiana, ammesso pure che la vostra vita superi i mille anni, si ridurrebbe ad un tempo ristrettissimo: questi vizi divoreranno ogni secolo; in verità questo spazio che, benché la natura faccia defluire, la ragione dilata, è ineluttabile che presto vi sfugga: infatti non afferrate né trattenete o ritardate la più veloce di tutte le cose, ma permettete che vada via come una cosa inutile e recuperabile. 

De Brevitate Vitae, 7
Latino
1 In primis autem et illos numero qui nulli rei nisi vino ac libidini vacant; nulli enim turpius occupati sunt. Ceteri, etiam si vana gloriae imagine teneantur, speciose tamen errant; licet avaros mihi, licet iracundos enumeres vel odia exercentes iniusta vel bella, omnes isti virilius peccant: in ventrem ac libidinem proiectorum inhonesta tabes est. 2 Omnia istorum tempora excute, aspice quam diu computent, quam diu insidientur, quam diu timeant, quam diu colant, quam diu colantur, quantum vadimonia sua atque aliena occupent, quantum convivia, quae iam ipsa officia sunt: videbis quemadmodum illos respirare non sinant vel mala sua vel bona. 3 Denique inter omnes convenit nullam rem bene exerceri posse ab homine occupato, non eloquentiam, non liberales disciplinas, quando districtus animus nihil altius recipit sed omnia velut inculcata respuit. Nihil minus est hominis occupati quam vivere: nullius rei difficilior scientia est. Professores aliarum artium vulgo multique sunt, quasdam vero ex his pueri admodum ita percepisse visi sunt, ut etiam praecipere possent: vivere tota vita discendum est et, quod magis fortasse miraberis, tota vita discendum est mori. 4 Tot maximi viri, relictis omnibus impedimentis, cum divitiis, officiis, voluptatibus renuntiassent, hoc unum in extremam usque aetatem egerunt ut vivere scirent; plures tamen ex his nondum se scire confessi vita abierunt, nedum ut isti sciant. 5 Magni, mihi crede, et supra humanos errores eminentis viri est nihil ex suo tempore delibari sinere, et ideo eius vita longissima est, quia, quantumcumque patuit, totum ipsi vacavit. Nihil inde incultum otiosumque iacuit, nihil sub alio fuit, neque enim quicquam repperit dignum quod cum tempore suo permutaret custos eius parcissimus. Itaque satis illi fuit: iis vero necesse est defuisse ex quorum vita multum populus tulit. 6 Nec est quod putes hinc illos aliquando non intellegere damnum suum: plerosque certe audies ex iis quos magna felicitas gravat inter clientium greges aut causarum actiones aut ceteras honestas miserias exclamare interdum: "Vivere mihi non licet." 7 Quidni non liceat? Omnes illi qui te sibi advocant tibi abducunt. Ille reus quot dies abstulit? Quot ille candidatus? Quot illa anus efferendis heredibus lassa? Quot ille ad irritandam avaritiam captantium simulatus aeger? Quot ille potentior amicus, qui vos non in amicitiam sed in apparatu habet? Dispunge, inquam, et recense vitae tuae dies: videbis paucos admodum et reiculos apud te resedisse. 8 Assecutus ille quos optaverat fasces cupit ponere et subinde dicit: "Quando hic annus praeteribit?" Facit ille ludos, quorum sortem sibi obtingere magno aestimavit: "Quando", inquit, "istos effugiam?" Diripitur ille toto foro patronus et magno concursu omnia ultra quam audiri potest complet: "Quando", inquit, "res proferentur?" Praecipitat quisque vitam suam et futuri desiderio laborat, praesentium taedio. 9 At ille qui nullum non tempus in usus suos confert, qui omnes dies tamquam ultimum ordinat, nec optat crastinum nec timet. Quid enim est quod iam ulla hora novae voluptatis possit afferre? Omnia nota, omnia ad satietatem percepta sunt. De cetero fors fortuna ut volet ordinet: vita iam in tuto est. Huic adici potest, detrahi nihil, et adici sic quemadmodum saturo iam ac pleno aliquid cibi: quod nec desiderat [et] capit. 10 Non est itaque quod quemquam propter canos aut rugas putes diu vixisse: non ille diu vixit, sed diu fuit. Quid enim, si illum multum putes navigasse quem saeva tempestas a portu exceptum huc et illuc tulit ac vicibus ventorum ex diverso furentium per eadem spatia in orbem egit? Non ille multum navigavit, sed multum iactatus est.

 

Italiano
Tra i primi annovero senz\'altro coloro che per nessuna cosa hanno tempo se non per il vino e la lussuria; nessuno infatti è occupato in maniera più vergognosa. Gli altri, anche se sono ossessionati da un effimero pensiero di gloria, tuttavia sbagliano con garbo; elencami pure gli avari, gli iracondi o coloro che perseguono ingiusti rancori o guerre, tutti costoro peccano più virilmente: la colpa di coloro che sono dediti al ventre e alla libidine è vergognosa. Esamina tutti i giorni di costoro, vedi quanto tempo perdano nel pensare al proprio interesse, quanto nel tramare insidie, quanto nell\'aver timore, quanto nell\'essere servili, quanto li tengano occupati le proprie promesse e quelle degli altri, quanto i pranzi, che ormai sono diventati anch\'essi dei doveri: vedrai in che modo i loro mali o beni non permettano loro di respirare. Infine tutti convengono che nessuna cosa può esser ben gestita da un uomo affaccendato, non l\'eloquenza, non le arti liberali, dal momento che un animo intento a più cose nulla recepisce più in profondità, ma ogni cosa respinge come se fossa introdotta a forza. Nulla è di minor importanza per un uomo affaccendato che il vivere: di nessuna cosa è più difficile la conoscenza. Dappertutto vi sono molti insegnanti delle altre arti, e alcune di esse sembra che i fanciulli le abbiano così assimilate da poterle anche insegnare: tutta la vita dobbiamo imparare a vivere e, cosa della quale forse ti meraviglierai, tutta la vita dobbiamo imparare a morire. Tanti uomini illustri, dopo aver abbandonato ogni ostacolo e aver rinunziato a ricchezze, cariche e piaceri, solo a questo anelarono fino all\'ultima ora, di saper vivere; tuttavia molti di essi se ne andarono confessando di non saperlo ancora, a maggior ragione non lo sanno costoro. Credimi, è tipico di un uomo grande e che si eleva al di sopra degli errori umani permettere che nulla venga sottratto dal suo tempo, e la sua vita è molto lunga per questo, perché, per quanto si sia protratta, l\'ha dedicata tutta a se stesso. Nessun periodo quindi restò trascurato ed inattivo, nessuno sotto l\'influenza di altri; e infatti non trovò alcunché che fosse degno di essere barattato con il suo tempo, gelosissimo custode di esso. Perciò gli fu sufficiente. Ma è inevitabile che sia venuto meno a coloro, dalla cui vita molto tolse via la gente. E non credere che essi una buona volta non capiscano il proprio danno; certamente udirai la maggior parte di quelli, sui quali pesa una grande fortuna, tra la moltitudine dei clienti o la gestione delle cause o tra le altre dignitose miserie esclamare di tanto in tanto: "Non mi è permesso vivere." E perché non gli è permesso? Tutti quelli che ti chiamano a sé, ti allontanano da te. Quell\'imputato quanti giorni ti ha sottratto? Quanti quel candidato? Quanti quella vecchia stanca di seppellire eredi? Quanti quello che si è finto ammalato per suscitare l\'ingordigia dei cacciatori di testamenti? Quanti quell\'influente amico, che vi tiene non per amicizia ma per esteriorità? Passa in rassegna, ti dico, e fai un bilancio dei giorni della tua vita: vedrai che ne sono rimasti ben pochi e male spesi. Quello, dopo aver ottenuto le cariche che aveva desiderato, desidera abbandonarle e ripetutamente dice: "Quando passerà quest\'anno?" Quello allestisce i giochi, il cui esito gli stava tanto a cuore e dice: "Quando li fuggirò?" Quell\'avvocato è conteso in tutto il foro e con grande ressa tutti si affollano fin oltre a dove può essere udito; dice: "Quando verranno proclamate le ferie?" Ognuno consuma la propria vita e si tormenta per il desiderio del futuro e per la noia del presente. Ma quello che sfrutta per se stesso tutto il suo tempo, che programma tutti i giorni come una vita, non desidera il domani né lo teme. Cosa vi è infatti che alcuna ora di nuovo piacere possa apportare? Tutto è noto, tutto è stato assaporato a sazietà. Per il resto la buona sorte disponga come vorrà: la vita è già al sicuro. Ad essa si può aggiungere, ma nulla togliere, e aggiungere così come del cibo ad uno ormai sazio e pieno, che non ne desidera ma lo accoglie. Perciò non c\'è motivo che tu ritenga che uno sia vissuto a lungo a causa dei capelli bianchi o delle rughe: costui non è vissuto a lungo, ma è stato in vita a lungo. E così come puoi ritenere che abbia molto navigato uno che una violenta tempesta ha sorpreso fuori dal porto e lo ha sbattuto di qua e di là e lo ha fatto girare in tondo entro lo stesso spazio, in balia di venti che soffiano da direzioni opposte? Non ha navigato molto, ma è stato sballottato molto. 

De Brevitate Vitae, 8
Latino
1 Mirari soleo cum video aliquos tempus petentes et eos qui rogantur facillimos; illud uterque spectat propter quod tempus petitum est, ipsum quidem neuter: quasi nihil petitur, quasi nihil datur. Re omnium pretiosissima luditur; fallit autem illos, quia res incorporalis est, quia sub oculos non venit ideoque vilissima aestimatur, immo paene nullum eius pretium est. 2 Annua, congiaria homines carissime accipiunt et illis aut laborem aut operam aut diligentiam suam locant: nemo aestimat tempus; utuntur illo laxius quasi gratuito. At eosdem aegros vide, si mortis periculum propius admotum est, medicorum genua tangentes, si metuunt capitale supplicium, omnia sua, ut vivant, paratos impendere! Tanta in illis discordia affectuum est! 3 Quodsi posset quem-admodum praeteritorum annorum cuiusque numerus proponi, sic futurorum, quomodo illi qui paucos viderent superesse trepidarent, quomodo illis parcerent! Atqui facile est quamuis exiguum dispensare quod certum est; id debet servari diligentius quod nescias quando deficiat. 4 Nec est tamen quod putes illos ignorare quam cara res sit: dicere solent eis quos valdissime diligunt paratos se partem annorum suorum dare: dant nec intellegunt: dant autem ita ut sine illorum incremento sibi detrahant. Sed hoc ipsum an detrahant nesciunt; ideo tolerabilis est illis iactura detrimenti latentis. 5 Nemo restituet annos, nemo iterum te tibi reddet. Ibit qua coepit aetas nec cursum suum aut revocabit aut supprimet; nihil tumultuabitur, nihil admonebit velocitatis suae: tacita labetur. Non illa se regis imperio, non favore populi longius proferet: sicut missa est a primo die, curret, nusquam devertetur, nusquam remorabitur. Quid fiet? Tu occupatus es, vita festinat; mors interim aderit, cui velis nolis vacandum est.

 

Italiano
Mi stupisco sempre quando vedo alcuni chiedere tempo e quelli, a cui viene richiesto, tanto accondiscendenti; l’uno e l’altro guardano al motivo per il quale il tempo viene richiesto, nessuno dei due alla sua essenza: lo si chiede come se fosse niente, come se fosse niente lo si concede. Si gioca con la cosa più preziosa di tutte; (il tempo) invece li inganna,poiché è qualcosa di incorporeo, perché non cade sotto gli occhi, e pertanto è considerato cosa di poco conto, anzi non ha quasi nessun prezzo. Gli uomini accettano assegni annui e donativi come cose di caro prezzo e in essi ripongono le loro fatiche, il loro lavoro e la loro scrupolosa attenzione: nessuno considera il tempo: ne fanno un uso troppo sconsiderato, come se esso fosse (un bene) gratuito. Ma guarda costoro (quando sono) ammalati, se il pericolo della morte incombe molto da vicino, avvinghiati alle ginocchia dei medici, se temono la pena capitale, pronti a sborsare tutti i loro averi pur di vivere: quanta contraddizione si trova in essi. Che se si potesse in qualche modo mettere davanti (a ciascuno) il numero di anni passati di ognuno, così come quelli futuri, come trepiderebbero coloro che ne vedessero restare pochi, come ne risparmierebbero! Eppure è facile gestire ciò che è sicuro, per quanto esiguo; si deve invece curare con maggior solerzia ciò che non sai quando finirà. E non v’è motivo che tu creda che essi non sappiano che cosa preziosa sia:: sono soliti dire, a coloro che amano più intensamente, di essere pronti a dare parte dei loro anni. Li danno e non capiscono: cioè li danno in modo da sottrarli a se stessi senza peraltro incrementare quelli. Ma non si accorgono proprio di toglierli; perciò per essi è sopportabile la perdita di un danno nascosto. Nessuno (ti) restituirà gli anni, nessuno ti renderà nuovamente a te stesso; la vita andrà per dove ha avuto principio e non muterà né arresterà il suo corso; non farà alcun rumore, non lascerà nessuna traccia della propria velocità: scorrerà silenziosamente; non si estenderà oltre né per ordine di re né per favor di popolo: correrà così come ha avuto inizio dal primo giorno, non cambierà mai traiettoria, mai si attarderà. Cosa accadrà? Tu sei tutto preso, la vita si affretta: nel frattempo si avvicinerà la morte, per la quale, volente o nolente, bisogna avere tempo. 

De Brevitate Vitae, 9
Latino
1 Potestne quicquam stultius esse quam quorundam sensus, hominum eorum dico qui prudentiam iactant? Operosius occupati sunt. Ut melius possint vivere, impendio vitae vitam instruunt. Cogitationes suas in longum ordinant; maxima porro vitae iactura dilatio est: illa primum quemque extrahit diem, illa eripit praesentia dum ulteriora promittit. Maximum vivendi impedimentum est exspectatio, quae pendet ex crastino, perdit hodiernum. Quod in manu fortunae positum est disponis, quod in tua, dimittis. Quo spectas? Quo te extendis? Omnia quae ventura sunt in incerto iacent: protinus vive. 2 Clamat ecce maximus vates et velut divino horrore instinctus salutare carmen canit: ‘Optima quaeque dies miseris mortalibus aevi prima fugit.’ "Quid cunctaris?", inquit, "Quid cessas? Nisi occupas, fugit." Et cum occupaveris, tamen fugiet: itaque cum celeritate temporis utendi velocitate certandum est et velut ex torrenti rapido nec semper ituro cito hauriendum. 3 Hoc quoque pulcherrime ad exprobrandam infinitam cogitationem quod non optimam quamque aetatem sed diem dicit. Quid securus et in tanta temporum fuga lentus menses tibi et annos in longam seriem, utcumque aviditati tuae visum est, exporrigis? De die tecum loquitur et de hoc ipso fugiente. 4 Num dubium est ergo quin prima quaeque optima dies fugiat mortalibus miseris, id est occupatis? Quorum puerilis adhuc animos senectus opprimit, ad quam imparati inermesque perveniunt; nihil enim provisum est: subito in illam necopinantes inciderunt, accedere eam cotidie non sentiebant. 5 Quemadmodum aut sermo aut lectio aut aliqua intentior cogitatio iter facientis decipit et pervenisse ante sciunt quam appropinquasse, sic hoc iter vitae assiduum et citatissimum quod vigilantes dormientesque eodem gradu facimus occupatis non apparet nisi in fine.

 

Italiano
Cosa potresti immaginare di più insensato di quegli uomini che menano vanto della propria lungimiranza? Sono affaccendati in modo molto impegnativo: per poter vivere meglio organizzano la vita a scapito della vita. Fanno progetti a lungo termine; d’altra parte la più grande sciagura della vita è il suo procrastinarla: innanzitutto questo fatto rimanda ogni giorno, distrugge il presente mentre promette il futuro. Il più grande ostacolo al vivere è l’attesa, che dipende dal domani, (ma) perde l’oggi. Disponi ciò che è posto in grembo al fato e trascuri ciò che è in tuo potere. Dove vuoi mirare? Dove vuoi arrivare? Sono avvolti dall’incertezza tutti gli avvenimenti futuri: vivi senza arrestarti. Ecco, grida il sommo poeta [Virgilio, Georgiche] e come ispirato da bocca divina eleva un carme salvifico: “I primi a fuggire per gli infelici mortali sono i giorni migliori della vita.” Dice: “Perché esiti? Perché indugi? Se non te ne appropri, (i giorni migliori) fuggono.” E pure quando te ne sarai impossessato, essi fuggiranno: pertanto bisogna combattere con il farne rapidamente uso (lett.: la rapidità del farne uso) contro la velocità del tempo e attingerne rapidamente come da un torrente impetuoso e che non scorre per sempre. Anche ciò è molto bello, che per rimproverare un indugio senza fine, dica non “il tempo migliore”, ma “i giorni migliori.” Perché tu, tranquillo e indifferente in tanto fuggire del tempo prefiguri per te una lunga serie di mesi e di anni, a seconda che appaia opportuno alla tua avidità? (Virgilio) ti parla di un giorno e di un giorno che fugge. Vi è dunque dubbio che i migliori giorni fuggano ai mortali sventurati, cioè affaccendati? Sui loro animi ancora infantili preme la vecchiaia, alla quale giungono impreparati ed indifesi; nulla infatti fu previsto: improvvisamente e senza aspettarselo si imbatterono in essa, non si accorgevano che essa si avvicinava giorno dopo giorno. Allo stesso modo che un discorso o una lettura o un pensiero alquanto intenso trae in inganno chi percorre un cammino e si accorge di essere giunto prima di essersi avvicinato (alla meta), così questo viaggio della vita, costante e velocissimo, che percorriamo con la stessa andatura da svegli e da addormentati, non si manifesta agli affaccendati se non alla fine. 

De Clementia, 7
Latino
Quoniam deorum feci mentionem, optime hoc exemplum principi cortstituam, ad quod formetur, ut se talem esse civibus, quales sibi deos velit. Expedit ergo habere inexorabi- ilia peccatis atque erroribus numina, expedit usque ad ultimam infesta perniciem? Et quis regum erit tutus, cuius non membra haruspices colligant? Quod si di placabiles et aequi delicta potentium non statim fulminibus persequuntur, quanto aequius est hominem hominibus praepositum miti animo exercere imperium et cogitare, uter mundi status gratior oculis pulchrior que sit, sereno et puro die, an cum fragoribus crebris omnia quatiuntur et ignes hinc atque illinc micant! Atqui non alia facies est quieti moratique imperii quam sereni caeli et nitentis. Crudele regnum turbidum tenebrisque obscurum est, inter trementes et ad repentinum sonitum expavescentes ne eo quidem, qui omnia perturbat, inconcusso. Facilius privatis ignoscitur, pertinaciter se vindicantibus; possunt enim laedi, dolorque eorum ab iniuria venit; timent praeterea contemptum, et non rettulisse laedentibus gratiam infirmitas videtur, non clementia; at cui ultio in facili est, is omissa ea certam laudem mansuetudinis consequitur.Humili loco positis exercere manum, litigare, in rixam procurrere ac morem irae suae gerere liberius est; leves inter paria ictus sunt; regi vociferatio quoque verborumque intemperantia non ex maiestate est.

 

Italiano
Poiché ho menzionato gli dei, nel modo più opportuno stabilirò per il principe questo esempio al quale conformarsi, in modo che voglia essere per i suoi concittadini così, come vorrebbe che gli dei fossero con lui. Conviene, dunque, trovare gli dei implacabili coi peccati e gli sbagli ed accaniti fino all\'estrema rovina? Chi sarà sicuro, tra i re, che gli aruspici non debbano raccogliere le sue membra? E se gli dei, indulgenti e giusti, non perseguitano immediatamente coi fulmini i crimini dei potenti, quanto è più giusto che l\'uomo messo a capo di (altri) uomini eserciti il dominio con animo mite e mediti quale aspetto del mondo sia più gradevole e bello, se col cielo limpido e sereno o quando tutto è sconvolto da frequenti strepiti e di qua e di là balenano lampi! Eppure l\'aspetto di un regno tranquillo e costumato non è diverso da quello del cielo sereno e splendente. Un regno crudele, tra genti tremebonde che si spaventano per un rumore improvviso, senza che rimanga intatto nemmeno colui che causa il turbamento generale, è agitato ed oscuro per le tenebre. Si perdonano più facilmente i privati, benché si vendichino più caparbiamente: infatti, possono essere danneggiati anch\'essi e il loro dolore deriva da un torto; temono, inoltre, il disprezzo e non aver reso la pariglia a chi li danneggia sembra debolezza, non clemenza. Ma chi ha una facile vendetta, costui, se l\'ha lasciata andare, ottiene la fama di mitezza. Per chi è di umili natali vi è più libertà di venire alle mani, litigare, darsi alla rissa e assecondare la propria ira; gli scontri tra pari sono tollerabili, per un re anche le grida e il non frenare le parole non sono confacenti alla maestà. 

Libro 1, Par. 1
Latino
Scribere de clementia, Nero Caesar, institui, ut quodam modo speculi vice fungerer et te tibi ostenderem perventurum ad voluptatem maximam omnium. Quamvis enim recte factorum verus fructus sit fecisse nec ullum virtutum pretium dignum illis extra ipsas sit, iuvat inspicere et circumire bonam conscientiam, tum immittere oculos in hanc immensam multitudinem discordem, seditiosam, impotentem, in perniciem alienam suamque pariter exsultaturam, si hoc iugum fregerit, et ita loqui secum:

 

Italiano
O (Cesare) Nerone, ho deciso di scrivere (un\'opera) sulla clemenza per assolvere in qualche modo alla funzione di specchio (per poterti in qualche modo fare da specchio) e per mostrarti a te stesso, che arriverai al più grande dei piaceri.
Sebbene il vero vantaggio delle azioni giuste consista nell\'averle compiute e nessuna ricompensa per le virtù degna di esse esista al di fuori delle stesse virtù, prima ti fa piacere esaminare ed esplorare la buona coscienza, poi mettere gli occhi su questa massa smisurata, discorde, ribelle, sfrenata, capace di esultare ugualmente per la propria rovina e per quella degli altri, qualora riuscisse a spezzare questo giogo, (giova sempre) parlare fra sé:"


Libro 1, Par. 3
Latino
In hac tanta facultate rerum non ira me ad iniqua supplicia compulit, non iuvenilis impetus, non temeritas hominum et contumacia, quae saepe tranquillissimis quoque pectoribus patientiam extorsit, non ipsa ostentandae per terrores potentiae dira, sed frequens magnis imperiis gloria. Conditum, immo constrictum apud me ferrum est, summa parsimonia etiam vilissimi sanguinis; nemo non, cui alia desunt, hominis nomine apud me gratiosus est.

 

Italiano
Ma dinnanzi a così tanto potere non mi ha spinto a condanne a morte ingiuste né l\'ira, né l\'ardore giovanile, né l\'avventatezza degli uomini, che spesso ha strappato la pazienza anche alle persone (petti) più tranquille, né la stessa ambizione di dimostrare la propria potenza attraverso il terrore, funesta ma frequente in coloro che detengono grandi poteri. Infatti la spada è nascosta anzi legata stretta accanto a me, c\'è un estremo rispetto anche nei confronti del sangue più meschino, non c\'è nessuno a cui meschino altre qualità che non sia in gradito a me per il solo fatto d\'essere un uomo. 

Libro 1, Par.2
Latino
Egone ex omnibus mortalibus placui electusque sum, qui in terris deorum vice fungerer? Ego vitae necisque gentibus arbiter; qualem quisque sortem statumque habeat, in mea manu positum est; quid cuique mortalium Fortuna datum velit, meo ore pronuntiat; ex nostro responso laetitiae causas populi urbesque concipiunt; nulla pars usquam nisi volente propitioque me floret; haec tot milia gladiorum, quae pax mea comprimit, ad nutum meum stringentur; quas nationes funditus excidi, quas transportari, quibus libertatem dari, quibus eripi, quos reges mancipia fieri quorumque capiti regium circumdari decus oporteat, quae ruant urbes, quae oriantur, mea iuris dictio est.

 

Italiano

Io fra tutti i mortali sono stato favorito e sono stato scelto perché sulla terra svolgessi il compito degli dei? Io (sono) per i popoli arbitro di vita e di morte; quale stato e quale sorte ciascuno abbia è posto nelle mie mani; cosa la sorte voglia che sia assegnato a ciascun mortale, lo dice attraverso la mia bocca; e dai nostri responsi i popoli e le città traggono motivi di gioia; nessuna parte(dell\'impero) prospera senza il mio volere ed il mio favore; tutte queste migliaia di spade che la mia pace tiene a bada saranno brandite ad un mio cenno; quali popoli bisogna che siano distrutti dalle fondamenta, quali bisogna che siano trasferiti, a quali bisogna che sia datata la libertà, e a chi bisogna toglierla, quali e bisogna che diventino schiavi e chi invece deve essere insignito della corano reale, quali città debbano essere gettate in rovina, quali debbano nascere, tutto questo è una risoluzione della mia autorità.

 

De tranquillitate animi

 
Paragrafo 15
Latino
In hoc ita flectendi sumus, ut omnia vulgi vitia non invisa nobis, sed ridicula videantur, et Democritus nos iuvet potius quam Heraclitus: hic enim, quotiens in publicum processerat, flebat, ille ridebat; huic omnia quae agimus miseriae, illi ineptiae videbantur. Elevanda ergo ominia et facili animo ferenda sunt: humanius est deridere vitam quam deplorare, humanum quoque genus melius adiuvat qui ridet illud quam qui luget: ille aliquid sperat, hic autem stulte deflet quae corrigi posse desperat. Satius autem est publicos mores et humana vitia placide accipere nec ea ridere nec nimis flere: nam aliena mala dolere aeterna miseria est, aliena mala gaudere voluptas inhumana.

 

Italiano
In ciò dobbiamo esser persuasi tanto che tutti i vizi della gente ci sembrino non odiosi, ma ridicoli, e che Democrito ci sia gradito piuttosto che Eraclito: questo infatti, ogni volta che compariva in pubblico, piangeva, quello rideva; a questo ogni cosa che facciamo sembrava miseria, a quello sciocchezza. Dunque bisogna alleviare e sopportare ogni cosa con animo sereno: è più conforme alla natura umana deridere la vita piuttosto che piangervi sopra, è più utile al genere umano chi lo deride di chi lo piange: quello spera in qualcosa, questo invece stoltamente piange ciò che dispera possa esser corretto. È sufficiente poi sopportare tranquillamente i costumi pubblici e gli umani vizi e non deriderli né piangere troppo: infatti dolersi per i mali altrui è una sciagura senza fine, godere dei mali altrui un piacere crudele. 

Epistulae Morales ad Lucilium

 
Ad Lucilium - liber V - XLVII
Latino
Vis tu cogitare istum, quem servum tuum vocas, ex isdem seminibus ortum eodem frui caelo, aeque spirare, aeque vivere, aeque mori! Tam tu illum videre ingenuum potes quam ille te servum. Mariana clade multos splendidissime natos, senatorium per militiam auspicantes gradum, fortuna depressit, alium ex illis pastorem, alium custodem casae fecit: contemne nunc eius fortunae hominem, in quam transire, dum contemnis, potes. Nolo in ingentem me locum immittere ed de usu servorum disputare, in quos superbissimi, crudelissimi, contumeliosissimi sumus. Haec tamen praecepti mei summa est: sic cum inferiore vivas, quemadmodum tecum superiorem velis vivere. Quotiens in mentem venerit, quantum tibi in servum tuum liceat, veniat in mentem tantumdem in te domino tuo licere. "At ego" inquis "nullum habeo dominum". Bona aetas est: forsitan habebis. Nescis qua aetate Hecuba servire coeperit, qua Croesus, qua Darei mater, qua Plato, qua Diogenes? Vive cum servo clementer, comiter quoque, et in sermonem illum admitte et in consilium et in convictum.

 

Italiano
Tu vuoi pensare che costui, che tu chiami tuo schiavo, nato dagli stessi semi, gode del tuo stesso cielo, come te respira, vive, muore! Tu puoi vedere lui nato libero tanto quanto egli (sott. può vedere) te schiavo. Durante la strage di Mario, la sorte schiacciò molti di nobilissima nascita, che aspiravano all\'ordine dei senatori attraverso il servizio militare, e fece uno di quelli pastore, l\'altro custode di una casa di campagna: disprezza pure ora l\'uomo di quella sorte, nella quale puoi passare, mentre lo disprezzi. Non voglio lanciarmi in un argomento vasto e discutere sul comportamento degli schiavi, nei confronti dei quali siamo assai sprezzanti, crudeli e oltraggiosi. Tuttavia questo è il principio sommo del mio insegnamento: vivi con la persona a te inferiore così come vorresti che la persona a te superiore vivesse con te. Quante volte ti è venuto in mente quanto puoi fare verso il tuo schiavo, ti venga in mente che altrettanto può fare il tuo padrone verso di te. "Ma io" dici "non ho alcun padrone". Sei giovane: forse l\'avrai. Non sai a quale età Ecuba ha iniziato a vivere in schiavitù, a quale la madre di Dario, a quale Platone, a quale Diogene? Vivi con il tuo schiavo con bontà, anche cortesemente, e lasciagli prendere parte sia alla conversazione, sia al consiglio, sia al tuo tavolo. 

Epistulae ad Lucilium, 1, 12, 1-5
Latino
Veneram in suburbanum meum et querebar de inpensis aedificii dilabentis. Ait vilicus mihi non esse neglegentiae suae vitium: omnia se facere, sed villam veterem esse. Haec villa inter manus meas crevit: quid mihi futurum est, si tam putria sunt aetatis meae saxa? Iratus illi, proximam occasionem stomachandi arripio: "Apparet" inquam "has platanos neglegi: nullas habent frondes. Quam nodosi sunt et retorridi rami, quam tristes et squalidi trunci! Hoc non accideret si quis has circumfoderet, si inrigaret." Iurat per genium meum se omnia facere, in nulla re cessare curam suam, sed illas vetulas esse. Conversus ad ianuam "Quis est iste," inquam "iste decrepitus? Unde istunc nanctus es? Quid te delectavit alienum mortuum tollere?" At ille "Non cognoscis me?" inquit: "Ego sum Felicio, cui solebas sigillaria adferre; ego sum Philositi vilici filius, deliciolum tuum". "Perfecte" inquam "iste delirat: pupulus, etiam delicium meum factus est? Prorsus potest fieri, dentes illi cum maxime cadunt!" Debeo hoc suburbano meo, quod mihi senectus mea quocumque adverteram apparuit.

 

 

Italiano
Dovunque mi volti, vedo i segni della mia vecchiaia. Ero andato nel mio podere di campagna e mi lamentavo per le spese dell’edificio fatiscente. Il fattore mi dice che non è colpa della sua negligenza: egli fa di tutto, ma la casa è vecchia. Questa villa è cresciuta fra le mie mani: che sarà di me, se i massi che hanno la mia età sono così marci? Adirato con lui, colgo la prima occasione per sfogarmi: "È evidente - dico - che questi platani sono trascurati: non hanno foglie. Come sono nodosi e secchi i rami, come sono spogli e aridi i tronchi. Questo non succederebbe se qualcuno ci zappasse intorno, se li innaffiasse." Egli (il fattore) giura sul mio genio protettore che fa di tutto, che la sua cura non viene meno sotto nessun aspetto, ma che quegli alberi sono ormai vecchi. Rivoltomi verso la porta esclamo: "Chi è costui, questo vecchio decrepito? Dove sei andato a trovarlo? Che gusto ci hai trovato nel prendere un cadavere altrui?" Ma lui: "Non mi riconosci? - dice - Io sono Felicione, al quale solevi regalare le bamboline (in argilla); io sono il figlio del contadino Filosito, il tuo preferito." "Costui delira senza dubbio: - dico (io) - è diventato un ragazzetto, addirittura il mio preferito? Può darsi senz’altro: proprio adesso gli stanno cadendo i denti". Devo questa cosa alla mia villa di campagna: che la mia vecchiaia mi è apparsa (evidente) dovunque mi voltassi. Accogliamola e amiamola: può procurare grandi piaceri, se sappiamo farne buon uso. I frutti di fine stagione sono i più graditi; la fanciullezza è bellissima quando sta per finire; chi è dedito al bere gusta soprattutto l\'ultimo bicchiere, quello che stordisce, che dà all\'ebbrezza il tocco finale. Di ogni piacere, il meglio è alla fine. È dolcissima l\'età avanzata, ma non ancora sull\'orlo della tomba, e anche il periodo agli sgoccioli della vita ha, secondo me, i suoi piaceri; o, almeno, a essi subentra il non sentirne più il bisogno. Come è dolce aver estenuato e abbandonato le passioni.

 
Epistulae ad Lucilium, 1, 87, 2-5
Latino
Cum paucissimis servis, quos unum capere vehiculum potuit, sine ullis rebus nisi quae corpore nostro continebantur, ego et Maximus meus biduum iam beatissimum agimus. Culcita in terra iacet, ego in culcita; ex duabus paenulis altera stragulum, altera opertorium facta est. De prandio nihil detrahi potuit; paratum fuit non magis hora, nusquam sine caricis, numquam sine pugillaribus; illae, si panem habeo, pro pulmentario sunt, si non habeo, pro pane. Vehiculum in quod inpositus sum rusticum est; mulae vivere se ambulando testantur; mulio excalceatus, non propter aestatem. Vix a me obtineo ut hoc vehiculum velim videri meum: durat adhuc perversa recti verecundia, et quotiens in aliquem comitatum lautiorem incidimus, invitus erubesco, quod argumentum est ista quae probo, quae laudo, nondum habere certam sedem et immobilem. Qui sordido vehiculo erubescit, pretioso gloriabitur. Parum adhuc profeci: nondum audeo frugalitatem palam ferre; etiamnunc curo opiniones viatorum.

 

 

Italiano
Con pochissimi servi che poté contenere una sola vettura, senza altre cose se non quelli che potevamo portare addosso, io e Massimo già da due giorni viviamo in modo assai felice. Il materasso è steso a terra ed io (dormo) sul materasso; dei due mantelli uno è diventato lenzuolo, l’altro coperta. Dal pranzo non si poté togliere nulla; è stato preparato in non più di un’ora, sempre con i fichi secchi e con le tavolette per scrivere; quelli (i fichi secchi), se ho il pane, fanno da companatico, se non ce l’ho da pane. La vettura sulla quale sono salito è di campagna; le mule dimostrano di essere vive solo perché camminano; il mulattiere (è) scalzo, non perché sia estate. Mi costa molto voler far apparire questo veicolo come mio: dura ancora (in me) una malvagia vergogna del bene, e ogni volta che incontriamo qualche equipaggio più ricco di noi, pur senza volerlo, arrossisco, che è la prova che questi comportamenti che approvo e che lodo non hanno ancora (in me) una sede salda e incrollabile. Chi arrossisce per una vettura rozza, sarà orgoglioso di una prestigiosa. Ho fatto un progresso ancora scarso: non oso ancora manifestare apertamente la (mia) frugalità; ancora adesso mi preoccupo delle opinioni dei passanti.

 
Libro 1, Epistola 1
Latino
Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris attendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus. Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterît; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris. Dum differtur vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, imputari sibi cum impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere. Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat impensae. Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum dicam; causas paupertatis meae reddam. Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit. Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies. Nam ut visum est maioribus nostris, \'sera parsimonia in fundo est\'; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. Vale.

 

Italiano
Fa’ ciò mio Lucilio: rivendica a te il possesso di te stesso, e raccogli e conserva il tempo che finora o era sottratto e rubato o che sfuggiva. Convinciti che ciò è così come scrivo: una parte del tempo ci è tolta, una parte è sottratta, una parte scorre via. Tuttavia la perdita più vergognosa è quella che avviene per la nostra negligenza. E se vorrai stare attento, gran parte della vita sfugge a coloro che agiscono male, massima parte a coloro che non fanno nulla, tutta la vita intera a coloro che fanno altro. Chi mi troverai che stabilisca un prezzo al tempo, che dia un valore al giorno, che capisca di morire ogni giorno? Infatti in questo c’inganniamo, che vediamo lontano la morte: gran parte di essa è già passata: la morte possiede tutto il tempo che è dietro. Fa’ dunque, mio Lucilio, ciò che mi scrivi di fare, tieni stretta ogni ora; se oggi porrai le mani (sul tempo) accadrà che tu dipenderai meno dal domani. Mentre rinviamo, la vita trascorre. Tutto il resto, Lucilio, è degli altri, solo il tempo è nostro; la natura ci mandò il possesso di questa unica cosa fuggevole e incerta, possesso da cui scaccia chiunque voglia. E la stoltezza dei mortali è tanto grande che permettono che oggetti (che sono) insignificanti e di pochissimo valore, ma certamente recuperabili, siano messi in conto, avendoli ottenuti mentre nessuno si ritiene di dover qualcosa per ricevere il tempo; e questo è l’unico bene che nemmeno il riconoscente può restituire. Forse mi chiederai che cosa faccia io che ti consiglio codeste cose. Te lo confesserò ingenuamente: ciò che giunge presso una persona lussuriosa ma diligente: tengo i conti della spesa. Non posso dire di non sprecare nulla, ma potrei dirti quanto spreco e perché e come; ti potrei dire le cause della mia povertà. Ma mi capita ciò che accade a chi è ridotto alla miseria non per sua colpa: tutti l perdonano, ma nessuno lo aiuta. E allora? Non considero povero colui al quale basta quel poco che gli rimane, tuttavia preferisco che tu custodisca le tue cose e comincerai per tempo. infatti come sembrò ai nostri antenati: “Quando si è arrivati al fondo è troppo tardi per essere economi”; infatti sul fondo rimane non tanto la più piccola parte ma la peggiore. Stammi bene. 



 

 

Libro 16, Lettera 100
Latino
[1] Fabiani Papiri libros qui inscribuntur civilium legisse te cupidissime scribis, et non respondisse expectationi tuae; deinde oblitus de philosopho agi compositionem eius accusas. Puta esse quod dicis et effundi verba, non figi. Primum habet ista res suam gratiam et est decor proprius orationis leniter lapsae; multum enim interesse existimo utrum exciderit an fluxerit. nunc quod in hoc quoque quod dicturus sum ingens differentia est: [2] Fabianus mihi non effundere videtur orationem sed fundere; adeo larga est et sine perturbatione, non sine cursu tamen veniens. Illud plane fatetur et praefert, non esse tractatam nec diu tortam. Sed ita, ut vis, esse credamus: mores ille, non verba composuit et animis scripsit ista, non auribus. [3] Praeterea ipso dicente non vacasset tibi partes intueri, adeo te summa rapuisset; et fere quae impetu placent minus praestant ad manum relata; sed illud quoque multum est, primo aspectu oculos occupasse, etiam si contemplatio diligens inventura est quod arguat. [4] Si me interrogas, maior ille est qui iudicium abstulit quam qui meruit; et scio hunc tutiorem esse, scio audacius sibi de futuro promittere. Oratio sollicita philosophum non decet: ubi tandem erit fortis et constans, ubi periculum sui faciet qui timet verbis? [5] Fabianus non erat neglegens in oratione sed securus. Itaque nihil invenies sordidum: electa verba sunt, non captata, nec huius saeculi more contra naturam suam posita et inversa, splendida tamen quamvis sumantur e medio. Sensus honestos et magnificos habes, non coactos in sententiam sed latius dictos. Videbimus quid parum recisum sit, quid parum structum, quid non huius recentis politurae: cum circumspexeris omnia, nullas videbis angustias inanis. [6] Desit sane varietas marmorum et concisura aquarum cubiculis interfluentium et pauperis cella et quidquid aliud luxuria non contenta decore simplici miscet: quod dici solet, domus recta est.
Adice nunc quod de compositione non constat: quidam illam volunt esse ex horrido comptam, quidam usque eo aspera gaudent ut etiam quae mollius casus explicuit ex industria dissipent et clausulas abrumpant ne ad expectatum respondeant. [7] Lege Ciceronem: compositio eius una est, pedem curvat lenta et sine infamia mollis. At contra Pollionis Asinii salebrosa et exiliens et ubi minime expectes relictura. Denique omnia apud Ciceronem desinunt, apud Pollionem cadunt, exceptis paucissimis quae ad certum modum et ad unum exemplar adstricta sunt.
[8] Humilia praeterea tibi videri dicis omnia et parum erecta: quo vitio carere eum iudico. Non sunt enim illa humilia sed placida et ad animi tenorem quietum compositumque formata, nec depressa sed plana. Deest illis oratorius vigor stimulique quos quaeris et subiti ictus sententiarum; sed totum corpus, videris quam sit comptum, honestum est. Non habet oratio eius sed dabit dignitatem. [9] Adfer quem Fabiano possis praeponere. Dic Ciceronem, cuius libri ad philosophiam pertinentes paene totidem sunt quot Fabiani: cedam, sed non statim pusillum est si quid maximo minus est. Dic Asinium Pollionem: cedam, et respondeamus: in re tanta eminere est post duos esse. Nomina adhuc T. Livium; scripsit enim et dialogos, quos non magis philosophiae adnumerare possis quam historiae, et ex professo philosophiam continentis libros: huic quoque dabo locum. Vide tamen quam multos antecedat qui a tribus vincitur et tribus eloquentissimis.
[10] Sed non praestat omnia: non est fortis oratio eius, quamvis elata sit; non est violenta nec torrens, quamvis effusa sit; non est perspicua sed pura. \'Desideres\' inquis \'contra vitia aliquid aspere dici, contra pericula animose, contra fortunam superbe, contra ambitionem contumeliose. Volo luxuriam obiurgari, libidinem traduci, inpotentiam frangi. Sit aliquid oratorie acre, tragice grande, comice exile.\' Vis illum adsidere pusillae rei, verbis: ille rerum se magnitudini addixit, eloquentiam velut umbram non hoc agens trahit. [11] Non erunt sine dubio singula circumspecta nec in se collecta nec omne verbum excitabit ac punget, fateor; exibunt multa nec ferient et interdum otiosa praeterlabetur oratio, sed multum erit in omnibus lucis, sed ingens sine taedio spatium. Denique illud praestabit, ut liqueat tibi illum sensisse quae scripsit. Intelleges hoc actum ut tu scires quid illi placeret, non ut ille placeret tibi. Ad profectum omnia tendunt, ad bonam mentem: non quaeritur plausus.
[12] Talia esse scripta eius non dubito, etiam si magis reminiscor quam teneo haeretque mihi color eorum non ex recenti conversatione familiariter sed summatim, ut solet ex vetere notitia; cum audirem certe illum, talia mihi videbantur, non solida sed plena, quae adulescentem indolis bonae attollerent et ad imitationem sui evocarent sine desperatione vincendi, quae mihi adhortatio videtur efficacissima. Deterret enim qui imitandi cupiditatem fecit, spem abstulit. Ceterum verbis abundabat, sine commendatione partium singularum in universum magnificus. Vale.

 

 

Italiano
1 Mi scrivi di aver letto con grande avidità i libri di Fabiano Papirio sulla politica, ma che hanno deluso le tue aspettative; poi, dimenticando che si tratta di un filosofo, ne critichi la forma. Supponiamo che sia come tu dici e che le parole vengano messe giù senza un\'architettura precisa. Prima di tutto, questo stile ha una sua attrattiva ed è la bellezza di una prosa che scivola via dolcemente; secondo me scorrere e venir fuori a precipizio sono due cose molto diverse. Inoltre c\'è una grande differenza anche in quello che sto per dire: 2 per me Fabiano riversa la sua eloquenza, senza, però uscire dagli argini; è un\'eloquenza ampia, pacata, e tuttavia, ha un suo impeto. Questo indica chiaramente e dimostra immediatezza e spontaneità. Ma ammettiamo che tu abbia ragione: l\'intento di Fabiano era di dare una regola ai costumi, non alle parole, e ha scritto per educare, non per diletto. 3 E poi, se lo avessi sentito parlare, non avresti avuto modo di badare ai particolari, tutto preso dal succo del discorso; e in genere quello che piace per l\'impeto dell\'oratore, una volta trascritto rende meno. Ma è già molto che l\'opera attragga a prima vista l\'attenzione di chi legge, anche se a un esame più accurato si troveranno delle pecche. 4 Vuoi sapere come la penso? Chi strappa un giudizio favorevole vale di più di uno che questo giudizio lo merita; eppure so che quest\'ultimo va più sul sicuro, so che può nutrire speranze più audaci di futuri successi. Non è bene che l\'eloquenza di un filosofo sia eccessivamente ricercata: se uno si preoccupa per le parole, non può riuscire vigoroso e fermo, non può mettere alla prova se stesso. 5 Fabiano non si curava della forma, ma non era sciatto. Non troverai niente di volgare: le parole sono scelte, non ricercate, non ne capovolge il senso impiegandole in accezioni opposte alla norma secondo la moda di oggi, e, benché siano prese dal linguaggio comune, sono eleganti. I concetti sono nobili ed elevati, espressi piuttosto diffusamente e non ridotti a sentenze. Potremo scoprire qualche ridondanza, qualche frase mal costruita, qualche elemento privo di questa eleganza oggi in uso: ma in tutto l\'insieme non troverai pensieri meschini e vuoti. 6 Una casa anche se non ha varietà di marmi, acqua corrente nelle diverse camere, la cosiddetta stanzetta del povero e tutto ciò che il lusso non contento di ornamenti semplici mette insieme, è pur sempre, come si dice, una buona casa.
Inoltre, i pareri sullo stile sono discordi: certi vogliono che la bellezza derivi dalla semplicità, a certi altri piace la durezza al punto che, se per caso qualche frase risulta troppo dolce, la guastano di proposito e spezzano le clausole per renderle inaspettate. 7 Leggi Cicerone: il suo stile è unitario, segue un ritmo lento, è dolce, ma senza eccessi. Invece quello di Asinio Pollione è scabro, ineguale e si ferma quando meno te l\'aspetti. Insomma, in Cicerone i periodi terminano, in Pollione si interrompono, tranne pochissime eccezioni in cui sono legati a un ritmo determinato e a un unico modello.
8 Affermi, inoltre, che secondo te in Fabiano tutto è terra terra e poco elevato: a mio parere è un difetto che non ha. Le sue espressioni non sono terra terra, ma pacate, e nascono da uno stato d\'animo tranquillo e sereno; non sono basse, ma chiare. Mancano di vigore oratorio, di quella capacità di incitare, che tu chiedi, e di colpire con frasi inattese; ma l\'insieme, ne avrai notata l\'eleganza, è bello. La sua eloquenza è priva di grandiosità, ne dà, tuttavia, il senso. 9 Citami qualche scrittore da anteporre a Fabiano. Cicerone, i cui libri di filosofia sono all\'incirca numerosi quanto quelli di Fabiano; d\'accordo, ma se uno è inferiore a chi è grandissimo, non per questo è da poco. Asinio Pollione: va bene; però ti rispondo: occupare il terzo posto in un campo così importante equivale a distinguersi. Fai ancòra il nome di Tito Livio; ha scritto anche dei dialoghi che si possono considerare storici e filosofici, e dei libri specificatamente filosofici: faccio posto anche a lui. Vedi, tuttavia, quanti autori si lasci alle spalle uno che è superato solo da tre e per giunta straordinariamente eloquenti.
10 Fabiano, però non eccelle in tutto: la sua eloquenza non è vigorosa, anche se elevata; non è impetuosa e irruente, anche se sciolta; è schietta, ma non limpida. "Le sue parole," dici "dovrebbero essere più severe contro i vizi, più coraggiose contro i pericoli, più altere contro la fortuna, più oltraggiose contro l\'ambizione. Vorrei che biasimasse il lusso, schernisse la libidine, rintuzzasse la prepotenza. Che ci fosse in lui la veemenza dell\'oratoria, la grandezza della tragedia, l\'asciuttezza della commedia." Tu vorresti che Fabiano badasse a una cosa da poco: le parole; lui si è dedicato alla grandezza dell\'argomento, e si è trascinato dietro l\'eloquenza come un\'ombra, senza curarsene. 11 I singoli elementi sono senza dubbio poco meditati e mal collegati tra loro, non tutte le parole sono accese e pungenti, lo ammetto: molte espressioni passano inosservate, senza colpire, e il discorso talvolta scorre via senza nerbo; ma in ogni pagina ci sono sprazzi di luce e ne puoi scorrere lunghi brani senza annoiarti. Infine, ti sarà chiaro che egli sentiva le cose che ha scritto. Capirai che non ha voluto piacere a te, ma farti sapere ciò che a lui piaceva. L\'intera opera tende a rendere migliori, a educare lo spirito: non cerca il plauso.
12 Sono certo che i suoi scritti sono di questo tipo, anche se, più che averli presenti, ne ho un vago ricordo, e le loro caratteristiche non le ho bene impresse, come avviene dopo una lettura recente, ma li ricordo in modo sommario: sono frutto di una conoscenza di vecchia data; quando lo ascoltavo parlare, i suoi discorsi mi sembravano, se non connessi in maniera organica, consistenti, cioè capaci di elevare un giovane di indole onesta e di spingerlo all\'emulazione con buone speranze di superare il suo modello: e questo mi pare un incoraggiamento efficacissimo. Distoglie i giovani, chi suscita in loro il desiderio di imitarlo, ma li priva della speranza di riuscire. Del resto la sua eloquenza era sovrabbondante e magnifica nell\'insieme, nonostante le singole componenti non avessero pregi particolari. Stammi bene.


Libro 16, Lettera 96
Latino
[1] Tamen tu indignaris aliquid aut quereris et non intellegis nihil esse in istis mali nisi hoc unum quod indignaris et quereris? Si me interrogas, nihil puto viro miserum nisi aliquid esse in rerum natura quod putet miserum. Non feram me quo die aliquid ferre non potero. Male valeo: pars fati est. Familia decubuit, fenus offendit, domus crepuit, damna, vulnera, labores, metus incucurrerunt: solet fieri. Hoc parum est: debuit fieri. [2] Decernuntur ista, non accidunt. Si quid credis mihi, intimos adfectus meos tibi cum maxime detego: in omnibus quae adversa videntur et dura sic formatus sum: non pareo deo sed adsentior; ex animo illum, non quia necesse est, sequor. Nihil umquam mihi incidet quod tristis excipiam, quod malo vultu; nullum tributum invitus conferam. Omnia autem ad quae gemimus, quae expavescimus, tributa vitae sunt: horum, mi Lucili, nec speraveris immunitatem nec petieris. [3] Vesicae te dolor inquietavit, epistulae venerunt parum dulces, detrimenta continua -- propius accedam, de capite timuisti. Quid, tu nesciebas haec te optare cum optares senectutem? Omnia ista in longa vita sunt, quomodo in longa via et pulvis et lutum et pluvia. [4] \'Sed volebam vivere, carere tamen incommodis omnibus.\' Tam effeminata vox virum dedecet. Videris quemadmodum hoc votum meum excipias; ego illud magno animo, non tantum bono facio: neque di neque deae faciant ut te fortuna in delicis habeat. [5] Ipse te interroga, si quis potestatem tibi deus faciat, utrum velis vivere in macello an in castris. Atqui vivere, Lucili, militare est. Itaque hi qui iactantur et per operosa atque ardua sursum ac deorsum eunt et expeditiones periculosissimas obeunt fortes viri sunt primoresque castrorum; isti quos putida quies aliis laborantibus molliter habet turturillae sunt, tuti contumeliae causa. Vale.

 

 

Italiano
1 Tu ti sdegni e ti lamenti per qualche contrarietà e non capisci che in esse non c\'è niente di male, se non il tuo sdegno e i tuoi lamenti? Vuoi il mio parere? Secondo me la sola infelicità per l\'uomo è ritenere che nella natura ci siano elementi d\'infelicità. Non sopporterò più me stesso il giorno in cui non sarò in grado di sopportare qualche disgrazia. Sto male: fa parte del destino. La servitù è malata, i debiti mi opprimono, la casa scricchiola, disgrazie, danni, pene, paure mi sono piombati addosso: sono cose che càpitano. O meglio: dovevano capitare. Non sono avvenimenti casuali: sono decretati. 2 Vuoi credermi? Ora ti svelerò i miei intimi sentimenti: in tutte le situazioni che appaiono avverse e critiche, mi comporto così: non obbedisco a dio, sono d\'accordo con lui: lo seguo spontaneamente e non perché è necessario. Qualunque cosa accada non l\'accoglierò mostrandomi triste o con volto accigliato: non pagherò nessun tributo controvoglia. Tutto ciò che ci fa piangere o ci atterrisce è un tributo che va pagato alla vita: non sperare, Lucilio mio, l\'immunità, non chiederla nemmeno. 3 Soffri di dolori alla vescica, sono arrivate lettere poco piacevoli, hai subìto danni continui, - dirò di più - hai temuto per la vita. Come? Non sapevi che augurandoti la vecchiaia, ti auguravi questo? Sono tutte disgrazie in cui ci si imbatte in una vita lunga, come in un lungo viaggio ti imbatti nella polvere, nel fango, nella pioggia. 4 "Ma io volevo vivere, e non avere, però tutti questi fastidi." Parole così effeminate sono indegne di un uomo. Vedrai tu come accogliere questo mio augurio; te lo faccio di cuore e con animo generoso: dèi e dee non ti permettano di essere nelle grazie della fortuna! 5 Chieditelo: se un dio ti desse facoltà di scelta, vorresti vivere in un mercato o in un accampamento? Ma, caro Lucilio, vivere è fare il soldato. Perciò coloro che sono sbattuti qua e là, e costretti a percorrere per dritto e per traverso strade faticose e difficili e affrontano spedizioni piene di rischi, sono uomini valorosi, i primi tra i soldati; quanti, invece, si lasciano languidamente andare a un ozio nauseante, mentre gli altri si affannano, sono delle colombelle, e si garantiscono la sicurezza con il disonore. Stammi bene. 

Libro 16, Lettera 99
Latino
[1] Epistulam quam scripsi Marullo cum filium parvulum amisisset et diceretur molliter ferre misi tibi, in qua non sum solitum morem secutus nec putavi leniter illum debere tractari, cum obiurgatione esset quam solacio dignior. Adflicto enim et magnum vulnus male ferenti paulisper cedendum est; exsatiet se aut certe primum impetum effundat: [2] hi qui sibi lugere sumpserunt protinus castigentur et discant quasdam etiam lacrimarum ineptias esse.

\'Solacia expectas? convicia accipe. Tam molliter tu fers mortem filii? quid faceres si amicum perdidisses? Decessit filius incertae spei, parvulus; pusillum temporis perit. [3] Causas doloris conquirimus et de fortuna etiam inique queri volumus, quasi non sit iustas querendi causas praebitura: at mehercules satis mihi iam videbaris animi habere etiam adversus solida mala, nedum ad istas umbras malorum quibus ingemescunt homines moris causa. Quod damnorum omnium maximum est, si amicum perdidisses, danda opera erat ut magis gauderes quod habueras quam maereres quod amiseras. [4] Sed plerique non conputant quanta perceperint, quantum gavisi sint. Hoc habet inter reliqua mali dolor iste: non supervacuus tantum sed ingratus est. Ergo quod habuisti talem amicum, perit opera? Tot annis, tanta coniunctione vitae, tam familiari studiorum societate nil actum est? Cum amico effers amicitiam? Et quid doles amisisse, si habuisse non prodest? Mihi crede, magna pars ex iis quos amavimus, licet ipsos casus abstulerit, apud nos manet; nostrum est quod praeterit tempus nec quicquam est loco tutiore quam quod fuit. [5] Ingrati adversus percepta spe futuri sumus, quasi non quod futurum est, si modo successerit nobis, cito in praeterita transiturum sit. Anguste fructus rerum determinat qui tantum praesentibus laetus est: et futura et praeterita delectant, haec expectatione, illa memoria, sed alterum pendet et non fieri potest, alterum non potest non fuisse. Quis ergo furor est certissimo excidere? Adquiescamus iis quae iam hausimus, si modo non perforato animo hauriebamus et transmittente quidquid acceperat.

[6] \'Innumerabilia sunt exempla eorum qui liberos iuvenes sine lacrimis extulerint, qui in senatum aut in aliquod publicum officium a rogo redierint et statim aliud egerint. Nec inmerito; nam primum supervacuum est dolere si nihil dolendo proficias; deinde iniquum est queri de eo quod uni accidit, omnibus restat; deinde desiderii stulta conquestio est, ubi minimum interest inter amissum et desiderantem. Eo itaque aequiore animo esse debemus quod quos amisimus sequimur. [7] Respice celeritatem rapidissimi temporis, cogita brevitatem huius spatii per quod citatissimi currimus, observa hunc comitatum generis humani eodem tendentis, minimis intervallis distinctum etiam ubi maxima videntur: quem putas perisse praemissus est. Quid autem dementius quam, cum idem tibi iter emetiendum sit, flere eum qui antecessit? [8] Flet aliquis factum quod non ignoravit futurum? Aut si mortem in homine non cogitavit, sibi inposuit. Flet aliquis factum quod aiebat non posse non fieri? quisquis aliquem queritur mortuum esse, queritur hominem fuisse. Omnis eadem condicio devinxit: cui nasci contigit mori restat. [9] Intervallis distinguimur, exitu aequamur. Hoc quod inter primum diem et ultimum iacet varium incertumque est: si molestias aestimes, etiam puero longum, si velocitatem, etiam seni angustum. Nihil non lubricum et fallax et omni tempestate mobilius; iactantur cuncta et in contrarium transeunt iubente fortuna, et in tanta volutatione rerum humanarum nihil cuiquam nisi mors certum est; tamen de eo queruntur omnes in quo uno nemo decipitur.

[10] \'"Sed puer decessit." Nondum dico melius agi cum eo qui vita defungitur: ad eum transeamus qui consenuit: quantulo vincit infantem! Propone temporis profundi vastitatem et universum conplectere, deinde hoc quod aetatem vocamus humanam compara immenso: videbis quam exiguum sit quod optamus, quod extendimus. [11] Ex hoc quantum lacrimae, quantum sollicitudines occupant? quantum mors antequam veniat optata, quantum valetudo, quantum timor? quantum tenent aut rudes aut inutiles anni? dimidium ex hoc edormitur. Adice labores, luctus, pericula, et intelleges etiam in longissima vita minimum esse quod vivitur. [12] Sed quis tibi concedit non melius se habere eum cui cito reverti licet, cui ante lassitudinem peractum est iter? Vita nec bonum nec malum est: boni ac mali locus est. Ita nihil ille perdidit nisi aleam in damnum certiorem. Potuit evadere modestus et prudens, potuit sub cura tua in meliora formari, sed, quod iustius timetur, potuit fieri pluribus similis. [13] Aspice illos iuvenes quos ex nobilissimis domibus in harenam luxuria proiecit; aspice illos qui suam alienamque libidinem exercent mutuo inpudici, quorum nullus sine ebrietate, nullus sine aliquo insigni flagitio dies exit: plus timeri quam sperari potuisse manifestum erit. Non debes itaque causas doloris accersere nec levia incommoda indignando cumulare. [14] Non hortor ut nitaris et surgas; non tam male de te iudico ut tibi adversus hoc totam putem virtutem advocandam. Non est dolor iste sed morsus: tu illum dolorem facis. Sine dubio multum philosophia profecit, si puerum nutrici adhuc quam patri notiorem animo forti desideras.

[15] \'Quid? nunc ego duritiam suadeo et in funere ipso rigere vultum volo et animum ne contrahi quidem patior? Minime. Inhumanitas est ista, non virtus, funera suorum isdem oculis quibus ipsos videre nec commoveri ad primam familiarium divulsionem. Puta autem me vetare: quaedam sunt sui iuris; excidunt etiam retinentibus lacrimae et animum profusae levant. [16] Quid ergo est? permittamus illis cadere, non imperemus; fluat quantum adfectus eiecerit, non quantum poscet imitatio. Nihil vero maerori adiciamus nec illum ad alienum augeamus exemplum. Plus ostentatio doloris exigit quam dolor: quotus quisque sibi tristis est? Clarius cum audiuntur gemunt, et taciti quietique dum secretum est, cum aliquos videre, in fletus novos excitantur; tunc capiti suo manus ingerunt (quod potuerant facere nullo prohibente liberius), tunc mortem comprecantur sibi, tunc lectulo devolvuntur: sine spectatore cessat dolor. [17] Sequitur nos, ut in aliis rebus, ita in hac quoque hoc vitium, ad plurium exempla componi nec quid oporteat sed quid soleat aspicere. A natura discedimus, populo nos damus nullius rei bono auctori et in hac re sicut in his omnibus inconstantissimo. Videt aliquem fortem in luctu suo, impium vocat et efferatum; videt aliquem conlabentem et corpori adfusum, effeminatum ait et enervem. [18] Omnia itaque ad rationem revocanda sunt. Stultius vero nihil est quam famam captare tristitiae et lacrimas adprobare, quas iudico sapienti viro alias permissas cadere, alias vi sua latas. Dicam quid intersit. Cum primus nos nuntius acerbi funeris perculit, cum tenemus corpus e complexu nostro in ignem transiturum, lacrimas naturalis necessitas exprimit et spiritus ictu doloris inpulsus quemadmodum totum corpus quatit, ita oculos, quibus adiacentem umorem perpremit et expellit. [19] Hae lacrimae per elisionem cadunt nolentibus nobis: aliae sunt quibus exitum damus cum memoria eorum quos amisimus retractatur, et inest quiddam dulce tristitiae cum occurrunt sermones eorum iucundi, conversatio hilaris, officiosa pietas; tunc oculi velut in gaudio relaxantur. His indulgemus, illis vincimur. [20] Non est itaque quod lacrimas propter circumstantem adsidentemque aut contineas aut exprimas: nec cessant nec fluunt umquam tam turpiter quam finguntur: eant sua sponte. Ire autem possunt placidis atque compositis; saepe salva sapientis auctoritate fluxerunt tanto temperamento ut illis nec humanitas nec dignitas deesset. [21] Licet, inquam, naturae obsequi gravitate servata. Vidi ego in funere suorum verendos, in quorum ore amor eminebat remota omni lugentium scaena; nihil erat nisi quod veris dabatur adfectibus. Est aliquis et dolendi decor; hic sapienti servandus est et quemadmodum in ceteris rebus, ita etiam in lacrimis aliquid sat est: inprudentium ut gaudia sic dolores exundavere.

[22] \'Aequo animo excipe necessaria. Quid incredibile, quid novum evenit? quam multis cum maxime funus locatur, quam multis vitalia emuntur, quam multi post luctum tuum lugent! Quotiens cogitaveris puerum fuisse, cogita et hominem, cui nihil certi promittitur, quem fortuna non utique perducit ad senectutem: unde visum est dimittit. [23] Ceterum frequenter de illo loquere et memoriam eius quantum potes celebra; quae ad te saepius revertetur si erit sine acerbitate ventura; nemo enim libenter tristi conversatur, nedum tristitiae. Si quos sermones eius, si quos quamvis parvoli iocos cum voluptate audieras, saepius repete; potuisse illum implere spes tuas, quas paterna mente conceperas, audacter adfirma. [24] Oblivisci quidem suorum ac memoriam cum corporibus efferre et effusissime flere, meminisse parcissime, inhumani animi est. Sic aves, sic ferae suos diligunt, quarum [contria] concitatus [actus] est amor et paene rabidus, sed cum amissis totus extinguitur. Hoc prudentem virum non decet: meminisse perseveret, lugere desinat.

[25] \'Illud nullo modo probo quod ait Metrodorus, esse aliquam cognatam tristitiae voluptatem, hanc esse captandam in eiusmodi tempore. Ipsa Metrodori verba subscripsi. Metrodoron epistolon pros ten adelphen. estin gar tis hedone lupe suggenes, hen chre thereuein kata touton ton kairon. [26] De quibus non dubito quid sis sensurus; quid enim est turpius quam captare in ipso luctu voluptatem, immo per luctum, et inter lacrimas quoque quod iuvet quaerere? Hi sunt qui nobis obiciunt nimium rigorem et infamant praecepta nostra duritiae, quod dicamus dolorem aut admittendum in animum non esse aut cito expellendum. Utrum tandem est aut incredibilius aut inhumanius, non sentire amisso amico dolorem an voluptatem in ipso dolore aucupari? [27] Nos quod praecipimus honestum est: cum aliquid lacrimarum adfectus effuderit et, ut ita dicam, despumaverit, non esse tradendum animum dolori. Quid, tu dicis miscendam ipsi dolori voluptatem? sic consolamur crustulo pueros, sic infantium fletum infuso lacte conpescimus. Ne illo quidem tempore quo filius ardet aut amicus expirat cessare pateris voluptatem, sed ipsum vis titillare maerorem? Utrum honestius dolor ab animo summovetur an voluptas ad dolorem quoque admittitur? "Admittitur" dico? Captatur, et quidem ex ipso. [28] "Est aliqua" inquit "voluptas cognata tristitiae." Istuc nobis licet dicere, vobis quidem non licet. Unum bonum nostis, voluptatem, unum malum, dolorem: quae potest inter bonum et malum esse cognatio? Sed puta esse: nunc potissimum eruitur? Et ipsum dolorem scrutamur, an aliquid habeat iucundum circa se et voluptarium? [29] Quaedam remedia aliis partibus corporis salutaria velut foeda et indecora adhiberi aliis nequeunt, et quod aliubi prodesset sine damno verecundiae, id fit inhonestum loco vulneris: non te pudet luctum voluptate sanare? Severius ista plaga curanda est. Illud potius admone, nullum mali sensum ad eum qui perit pervenire; nam si pervenit, non perit. [30] Nulla, inquam, res eum laedit qui nullus est: vivit si laeditur. Utrum putas illi male esse quod nullus est an quod est adhuc aliquis? Atqui nec ex eo potest ei tormentum esse quod non est (quis enim nullius sensus est?) nec ex eo quod est; effugit enim maximum mortis incommodum, non esse. [31] Illud quoque dicamus ei qui deflet ac desiderat in aetate prima raptum: omnes, quantum ad brevitatem aevi, si universo compares, et iuvenes et senes, in aequo sumus. Minus enim ad nos ex aetate omni venit quam quod minimum esse quis dixerit, quoniam quidem minimum aliqua pars est: hoc quod vivimus proximum nihilo est; et tamen, o dementiam nostram, late disponitur.

[32] \'Haec tibi scripsi, non tamquam expectaturus esses remedium a me tam serum (liquet enim mihi te locutum tecum quidquid lecturus es) sed ut castigarem exiguam illam moram qua a te recessisti, et in reliquum adhortarer contra fortunam tolleres animos et omnia eius tela non tamquam possent venire sed tamquam utique essent ventura prospiceres. Vale.\'

 

 

Italiano
1 Ti mando la lettera che ho scritto a Marullo: ha perso un figlio ancòra piccolo e, dicono, si comporta da debole: in essa non ho fatto come si fa di solito e non ho ritenuto di doverlo trattare con dolcezza: merita rimproveri più che conforto. Per un po\' bisogna essere accomodanti con chi è afflitto e mal sopporta una grave ferita: si sazi o almeno sfoghi il primo impeto di cordoglio: 2 ma se uno sceglie di piangere deve essere rimproverato sùbito e imparare che anche le lacrime sono a un certo modo sconvenienti.
"Aspetti un conforto? Riceverai, invece, dei rimproveri. Ti comporti così da debole per la morte di un figlio; che faresti se avessi perso un amico? È morto un figlio di incerte speranze, ancòra piccolo: il tempo perduto è poco. 3 Noi cerchiamo motivi di dolore e vogliamo, anche a torto, lamentarci della sorte, come se non ci desse fondate ragioni di pianto; ma, per dio, mi sembravi abbastanza forte anche di fronte ai mali concreti, tanto più verso queste parvenze di mali di cui gli uomini si lagnano per abitudine. Se pure avessi perso un amico, che di tutte è la perdita più grave, dovresti cercare di gioire per averlo avuto, più che piangere per averlo perso. 4 Ma la maggior parte della gente non tiene conto dei beni ricevuti, delle gioie provate. Questo dolore ha un difetto tra gli altri: oltre che inutile, è ingrato. E dunque, aver avuto un amico simile è stato infruttuoso? Tanti anni, tanta comunione di vita, tanti studi fatti amichevolmente in comune, non sono serviti a niente? Insieme all\'amico seppellisci l\'amicizia? E perché ti duoli di averlo perso, se averlo avuto non ti serve a niente? Credimi, gran parte delle persone che abbiamo amato, anche se la morte li ha rapiti, ci rimane vicina; il passato ci appartiene e solo quello che è stato si trova al sicuro. 5 Non siamo riconoscenti per i beni ricevuti, perché speriamo nel futuro, quasi che il futuro, se pure arriva, non si trasformi velocemente in passato. Chi gioisce solo del presente limita a poco i vantaggi della vita: futuro e passato sono fonte di piacere, l\'uno con l\'attesa, l\'altro con il ricordo, ma il primo è incerto e può anche non realizzarsi, il secondo non può non essere esistito. È da pazzi perdere il più sicuro dei beni! Sentiamoci soddisfatti delle gioie già gustate, purché il nostro animo non se le sia lasciate sfuggire tutte, come un vaso rotto perde il contenuto.
6 Sono innumerevoli gli esempi di uomini che hanno celebrato senza piangere i funerali di figli adolescenti, che dal rogo sono tornati in senato o ai pubblici affari e si sono occupati sùbito d\'altro. E a ragione: prima di tutto, è inutile dolersi se il dolore non ti serve a niente; e poi è ingiusto lagnarsi di quanto ora succede a uno: è una sorte riservata a tutti; inoltre, querimonie e rimpianti sono da insensati: la distanza fra la persona perduta e chi la rimpiange è breve. Dobbiamo, dunque, rassegnarci, perché seguiamo a ruota chi abbiamo perduto. 7 Considera come il tempo fugga via rapidissimo, pensa alla brevità di questo cammino che percorriamo precipitosamente, di corsa, osserva come l\'umanità tutta tenda alla medesima meta, a intervalli brevissimi, anche se sembrano molto lunghi: la persona che secondo te è scomparsa, in realtà ti ha preceduto. Anche tu devi percorrere quel cammino, e allora non è da pazzi piangere chi è andato avanti? 8 Forse che uno piange di un fatto che sapeva sarebbe accaduto? Oppure, se pensava che un uomo potesse essere immortale, si è voluto ingannare da sé. Piange uno di un fatto che lui stesso definiva inevitabile? Chi lamenta la morte di qualcuno, lamenta che sia stato un uomo. Siamo tutti schiavi dello stesso destino; se uno nasce, deve morire. 9 Sia pure in tempi diversi, la fine è uguale per tutti. Il tempo che vivi fra il primo e l\'ultimo giorno è vario e indefinito: lungo anche per un bambino, se consideri le pene, breve anche per un vecchio, se ne consideri la rapidità. Tutto è instabile, fallace e più mutevole di ogni burrasca: tutto è sconvolto e muta per i capricci della sorte: fra tanto variare delle vicende umane, la sola cosa certa è la morte; eppure, tutti si lamentano della sola cosa che non inganna nessuno.
10 "Ma è morto bambino." Non ho ancora detto che sia meglio se uno muore presto; passiamo a chi invecchia: come supera di poco un bambino! Immagina di abbracciare l\'immensità del tempo e l\'universo, poi paragona all\'infinito quella che chiamiamo vita umana: vedrai come è poca cosa questa vita che desideriamo e cerchiamo di prolungare. 11 Che parte ne occupano le lacrime, gli affanni? E la morte desiderata prima dell\'ora e le malattie e la paura? Che parte ne hanno gli anni dell\'inesperienza o quelli inutili della vecchiaia? La metà della vita, poi, la passiamo dormendo. Aggiungi fatiche, dolori, pericoli e capirai che anche di una vita lunghissima se ne vive una minima parte. 12 Ma chi ti dice che non stia meglio chi può tornarsene presto, chi finisce il suo cammino prima di essere stanco? La vita non è un bene, e neppure un male: comprende bene e male. Così quel bambino ha perso solo il rischio, forse la certezza di disgrazie maggiori. Sarebbe potuto diventare un uomo misurato e saggio, formarsi al meglio, sotto le tue cure. Ma - e sono timori fondati - avrebbe potuto diventare simile alla massa. 13 Guarda quei giovani di nobilissima famiglia che la dissolutezza ha gettato nell\'arena; guarda quei giovani senza pudore che soddisfano reciprocamente le proprie e le altrui voglie; non passa giorno senza che siano ubriachi, senza che si macchino di qualche grave infamia; ti sarà chiaro che i timori sarebbero stati maggiori delle speranze. Non procurarti, perciò motivi di dolore e non accrescere col tuo sdegno contrarietà di poco conto. 14 Non ti esorto a fare ogni sforzo per sollevarti: non ti giudico così male da pensare che tu debba fare appello a tutta la tua virtù per fronteggiare questa disgrazia. Non è dolore questo, è una fitta: sei tu a farne un dolore. Sicuramente la filosofia ti ha giovato molto, se non ti abbandoni al rimpianto per un bambino più conosciuto alla nutrice che al padre.
15 E che? Ora ti consiglio forse la durezza e voglio che il tuo volto rimanga impassibile perfino durante il funerale e non concedo nemmeno che ti si stringa il cuore? No, niente affatto. È crudeltà, non virtù, guardare la sepoltura dei propri cari con gli stessi occhi con cui li vedevi in vita e non commuoversi al momento del distacco dai familiari. Ma immagina che io te lo vieti: certe reazioni sono incontrollate; le lacrime cadono anche se uno cerca di trattenerle e sgorgando dànno sollievo all\'anima. 16 E allora? Lasciamole scendere, ma non a comando; scorrano secondo l\'impeto della commozione, non per imitare gli altri. Non accresciamo la nostra tristezza e non esageriamola sull\'esempio altrui. L\'ostentazione del dolore esige più del dolore: quanti sono tristi per se stessi? Se c\'è gente che li ascolta, si lamentano ad alta voce, e mentre da soli se ne stanno calmi e silenziosi, appena vedono qualcuno riprendono di nuovo a piangere; si percuotono il capo (cosa che avrebbero potuto fare più liberamente quando nessuno glielo impediva), si augurano la morte, si rotolano sul letto: scomparso il pubblico, scompare il dolore. 17 Anche in questa, come in altre circostanze, facciamo lo sbaglio di uniformarci all\'esempio della maggioranza e badiamo alle consuetudini, non alla convenienza. Ci allontaniamo dalla natura, ci offriamo al popolo, cattivo consigliere sempre, ed estremamente volubile in questo frangente come in tutti gli altri. Vede uno che sopporta con coraggio il proprio dolore? Lo definisce empio e crudele. Vede un altro svenire e gettarsi sul cadavere del parente, dice che è effeminato e debole. 18 Bisogna, dunque, ricondurre tutto alla ragione. La cosa più sciocca è cercare di farsi una nomea di tristezza e considerare giuste le lacrime. Ci sono lacrime, secondo me, alle quali il saggio si abbandona e altre che non può trattenere. Ecco la differenza. Appena arriva, la notizia di una morte prematura ci sconvolge, e quando stringiamo il cadavere che dalle nostre braccia passerà sul rogo, per una legge di natura ci sgorgano le lacrime e il respiro sotto la morsa del dolore ci sconvolge tutto il corpo e pure gli occhi facendone uscire il vicino umore. 19 Queste lacrime ci cadono involontariamente per compressione interna. Invece quelle cui diamo via libera se ripensiamo ai nostri cari scomparsi sono diverse e nella nostra tristezza c\'è un che di dolce quando ci tornano alla memoria i loro amabili discorsi, la loro allegra compagnia, il loro premuroso affetto, e in quel momento gli occhi si aprono al pianto come nella gioia. A queste lacrime ci abbandoniamo, dalle prime siamo vinti. 20 Non dobbiamo, perciò trattenerle o versarle perché c\'è qualcuno intorno o vicino a noi: fingere è vergognoso sia nell\'uno che nell\'altro caso: le lacrime scorrano spontanee. Possono, però scorrere in modo pacato e composto; spesso, senza perdere il proprio prestigio, il saggio le ha versate con tale misura da mantenere umanità e decoro. 21 Si può secondo me, seguire la natura salvando la dignità. Al funerale dei propri cari, ho visto persone degne di rispetto che sul volto portavano scritto l\'amore, senza manifestazioni esteriori di lutto: ogni atteggiamento scaturiva da sentimenti sinceri. Pure il dolore ha un suo decoro; il saggio lo deve mantenere e, come in tutto il resto, anche nelle lacrime c\'è un limite: gli uomini dissennati, invece, eccedono e nella gioia e nel dolore.
22 Accogli serenamente l\'inevitabile. Che cosa è successo di straordinario, d\'insolito? Per quanti uomini proprio adesso si prendono accordi per il funerale, per quanti si comprano i paramenti funebri, quanti piangono dopo di te! Quando penserai che era solo un bambino, pensa anche che era un uomo, e per l\'uomo non ci sono certezze e la fortuna non lo conduce necessariamente alla vecchiaia: lo congeda a suo piacimento. 23 Per il resto parla sovente di lui, esalta quando puoi il suo ricordo: ti ritornerà più spesso alla memoria, se non sarà doloroso: nessuno sta volentieri con una persona triste, tanto meno con la tristezza. Se avevi ascoltato con piacere qualche suo discorso, qualche battuta spiritosa anche se di bambino, ricordali di frequente; afferma senza esitazione che avrebbe potuto realizzare le speranze che tu come padre avevi concepito. 24 Dimenticarsi dei propri cari e seppellirne col cadavere il ricordo, piangere a dirotto e poi ricordarli raramente, è disumano. Gli uccelli, le belve amano così i loro piccoli: il loro amore è ardente e quasi furioso, ma, quando li hanno perduti, si estingue interamente. È un comportamento indegno di un saggio: mantenga il ricordo, ma smetta di piangere.
25 Non sono affatto d\'accordo con l\'affermazione di Metrodoro: c\'è un piacere affine alla tristezza e lo dobbiamo cogliere in queste circostanze. Ti trascrivo qui di seguito proprio le sue parole: $Ìçôñïäþñïõ dðéóôïëí ðñ\'ò ôxí PäåëöÞí. IÅóôéí ãÜñ ôéò 1/2äïíx$ ‹$ëýðw óõããåíÞò, |í ÷ñz èçñåý$›$åéí êáôN ôï(tm)ôïí ô\'í êáéñüí$. 26 Non ho dubbi sul tuo giudizio in proposito; niente è più infame che dar la caccia al piacere proprio nel dolore, anzi tramite il dolore, e cercare un godimento anche fra le lacrime. Sono questi gli individui che ci rinfacciano un\'eccessiva severità e accusano di durezza i nostri insegnamenti, perché diciamo che il dolore non va accolto nell\'anima oppure va scacciato subito. E dunque, è più incredibile o più disumano non soffrire per la perdita di un amico o andare in cerca del piacere proprio nel dolore? 27 Il nostro insegnamento è onesto: quando abbiamo versato qualche lacrima e l\'urgenza dei sentimenti è, come dire, sbollita, non dobbiamo abbandonarci al dolore. Ma come? Tu vuoi mescolare il piacere al dolore? Così con uno zuccherino consoliamo i bimbi, così ne plachiamo il pianto dandogli del latte. Neppure mentre tuo figlio brucia nel rogo e l\'amico si spegne, ammetti che il piacere venga meno, ma vuoi solleticare perfino la tristezza? È più onesto scacciare dall\'animo il dolore o accordare il piacere anche al dolore? "Accordare" dico? si cerca di averlo e proprio dal dolore! 28 "Esiste un piacere," affermano, "affine alla tristezza." Questo lo possiamo dire noi, non voi. Voi conoscete un solo bene, il piacere, e un solo male, il dolore: che affinità ci può essere fra il bene e il male? Ma immagina che ci sia: la scopriamo proprio adesso? E scrutiamo il dolore per vedere se porta con sé qualcosa di piacevole e di voluttuoso? 29 Rimedi salutari per certe parti del corpo non si possono usare per altre, perché sono indecenti e sconvenienti, e quello che altrove gioverebbe senza ledere il pudore, diventa indecoroso per il punto della ferita: non ti vergogni di guarire un dolore con il piacere? Questa piaga va curata più seriamente. Ricordati piuttosto che chi è morto non sente nessun male: se lo sente, non è morto. 30 Niente fa soffrire chi non c\'è più, ti ripeto: se soffre, è vivo. Pensi che una persona stia male perché non esiste più o perché esiste ancòra? Eppure non può soffrire per il fatto di non esistere (ha forse sensibilità il nulla?) e nemmeno per il fatto di esistere, poiché in questo caso è sfuggito al danno più grave della morte: il non essere. 31 Se uno è in lacrime e rimpiange il figlio morto nella prima infanzia, diciamogli anche questo: noi tutti, giovani e vecchi, per la brevità della nostra vita, se confrontata con l\'universo, siamo nella medesima condizione. Di tutto il tempo a noi tocca meno di quello che uno potrebbe definire il minimo, perché il minimo è pur sempre una parte: la nostra vita è quasi un nulla; e tuttavia, pazzi, facciamo progetti a lungo termine.
32 Ti scrivo questo non perché tu aspetti da me un rimedio così tardivo (sono certo che ti sei già detto tutto quanto leggerai), ma per rimproverarti quel breve momento di esitazione in cui hai deviato da te stesso, e incitarti per l\'avvenire a farti animo contro la fortuna e a guardare a tutti i suoi colpi non come eventuali, ma come sicuri. Stammi bene.


Libro 17, Lettera 102
Latino
[1] Quomodo molestus est iucundum somnium videnti qui excitat (aufertenim voluptatem etiam si falsam, effectum tamen verae habentem) sic epistulatua mihi fecit iniuriam; revocavit enim me cogitationi aptae traditum etiturum, si licuisset, ulterius. [2] Iuvabat de aeternitate animarum quaerere,immo mehercules credere; praebebam enim me facilem opinionibus magnorumvirorum rem gratissimam promittentium magis quam probantium. Dabam me speitantae, iam eram fastidio mihi, iam reliquias aetatis infractae contemnebamin immensum illud tempus et in possessionem omnis aevi transiturus, cumsubito experrectus sum epistula tua accepta et tam bellum somnium perdidi.Quod repetam, si te dimisero, et redimam.

[3] Negas me epistula prima totam quaestionem explicuisse in qua probareconabar id quod nostris placet, claritatem quae post mortem contingit bonumesse. Id enim me non solvisse quod opponitur nobis: \'nullum\' inquiunt \'bonumex distantibus; hoc autem ex distantibus constat\'. [4] Quod interrogas,mi Lucili, eiusdem quaestionis est loci alterius, et ideo non id tantumsed alia quoque eodem pertinentia distuleram; quaedam enim, ut scis, moralibusrationalia inmixta sunt. Itaque illam partem rectam et ad mores pertinentemtractavi, numquid stultum sit ac supervacuum ultra extremum diem curastransmittere, an cadant bona nostra nobiscum nihilque sit eius qui nullusest, an ex eo quod, cum erit, sensuri non sumus, antequam sit aliquis fructuspercipi aut peti possit. [5] Haec omnia ad mores spectant; itaque suo locoposita sunt. At quae a dialecticis contra hanc opinionem dicuntur segregandafuerunt et ideo seposita sunt. Nunc, quia omnia exigis, omnia quae dicuntpersequar, deinde singulis occurram.

[6] Nisi aliquid praedixero, intellegi non poterunt quae refellentur.Quid est quod praedicere velim? quaedam continua corpora esse, ut hominem;quaedam esse composita, ut navem, domum, omnia denique quorum diversaepartes iunctura in unum coactae sunt; quaedam ex distantibus, quorum adhucmembra separata sunt, tamquam exercitus, populus, senatus. Illi enim perquos ista corpora efficiuntur iure aut officio cohaerent, natura diductiet singuli sunt. Quid est quod etiamnunc praedicere velim? [7] nullum bonumputamus esse quod ex distantibus constat; uno enim spiritu unum bonum contineriac regi debet, unum esse unius boni principale. Hoc si quando desideraverisper se probatur: interim ponendum fuit, quia in nostra tela mittuntur.

[8] \'Dicitis\' inquit \'nullum bonum ex distantibus esse; claritas autemista bonorum virorum secunda opinio est. Nam quomodo fama non est uniussermo nec infamia unius mala existimatio, sic nec claritas uni bono placuisse;consentire in hoc plures insignes et spectabiles viri debent, ut claritassit. Haec autem ex iudiciis plurium efficitur, id est distantium; ergonon est bonum.

[9] \'Claritas\' inquit \'laus est a bonis bono reddita; laus oratio,vox est aliquid significans; vox est autem, licet virorum sit bonum. Nec enim quidquid vir bonus facit bonum est; nam et plauditet sibilat, sed nec plausum quisquam nec sibilum, licet omnia eius admireturet laudet, bonum dicit, non magis quam sternumentum aut tussim. Ergo claritasbonum non est.

[10] \'Ad summam dicite nobis utrum laudantis an laudati bonum sit:si laudati bonum esse dicitis, tam ridiculam rem facitis quam si adfirmetismeum esse quod alius bene valeat. Sed laudare dignos honesta actio est;ita laudantis bonum est cuius actio est, non nostrum qui laudamur: atquihoc quaerebatur.\'
[11] Respondebo nunc singulis cursim. Primum an sit aliquod ex distantibusbonum etiamnunc quaeritur et pars utraque sententias habet. Deinde claritasdesiderat multa suffragia? potest et unius boni viri iudicio esse contenta:nos bonus bonos iudicat. [12] \'Quid ergo?\' inquit \'et fama erit unius hominisexistimatio et infamia unius malignus sermo? Gloriam quoque\' inquit \'latiusfusam intellego; consensum enim multorum exigit.\' Diversa horum condicioest et illius. Quare? quia si de me bene vir bonus sentit, eodem loco sumquo si omnes boni idem sentirent; omnes enim, si me cognoverint, idem sentient.Par illis idemque iudicium est, aeque vero inficiscitur. Dissidere nonpossunt; ita pro eo est ac si omnes idem sentiant, quia aliud sentire nonpossunt. [13] Ad gloriam aut famam non est satis unius opinio. Illic idempotest una sententia quod omnium, quia omnium, si perrogetur, una erit:hic diversa dissimilium iudicia sunt. Difficiles adsensus, dubia omniainvenies, levia, suspecta. Putas tu posse unam omnium esse sententiam?non est unius una sententia. Illic placet verum, veritatis una vis, unafacies est: apud hos falsa sunt quibus adsentiuntur. Numquam autem falsisconstantia est; variantur et dissident.

[14] \'Sed laus\' inquit \'nihil aliud quam vox est, vox autem bonum nonest.\' Cum dicunt claritatem esse laudem bonorum a bonis redditam, non advocem referunt sed ad sententiam. Licet enim vir bonus taceat sed aliquemiudicet dignum laude esse, laudatus est. [15] Praeterea aliud est laus,aliud laudatio, haec et vocem exigit; itaque nemo dicit laudem funebremsed laudationem, cuius officium oratione constat. Cum dicimus aliquem laudedignum, non verba illi benigna hominum sed iudicia promittimus. Ergo lausetiam taciti est bene sentientis ac bonum virum apud se laudantis. [16]Deinde, ut dixi, ad animum refertur laus, non ad verba, quae conceptamlaudem egerunt et in notitiam plurium emittunt. Laudat qui laudandum esseiudicat. Cum tragicus ille apud nos ait magnificum esse \'laudari a laudatoviro\', laude digno ait. Et cum aeque antiquus poeta ait \'laus alit artis\',non laudationem dicit, quae corrumpit artes; nihil enim aeque et eloquentiamet omne aliud studium auribus deditum vitiavit quam popularis adsensio.[17] Fama vocem utique desiderat, claritas potest etiam citra vocem contingerecontenta iudicio; plena est non tantum inter tacentis sed etiam inter reclamantis.Quid intersit inter claritatem et gloriam dicam: gloria multorum iudicisconstat, claritas bonorum.

 

[18] \'Cuius\' inquit \'bonum est claritas, id est laus bono a bonis reddita?utrum laudati an laudantis?\' Utriusque. Meum, qui laudor; quia natura meamantem omnium genuit, et bene fecisse gaudeo et gratos me invenisse virtutuminterpretes laetor. Hoc plurium bonum est quod grati sunt, sed et meum;ita enim animo compositus sum ut aliorum bonum meum iudicem, utique eorumquibus ipse sum boni causa. [19] Est istud laudantium bonum; virtute enimgeritur; omnis autem virtutis actio bonum est. Hoc contingere illis nonpotuisset nisi ego talis essem. Itaque utriusque bonum est merito laudari,tam mehercules quam bene iudicasse iudicantis bonum est et eius secundumquem iudicatum est. Numquid dubitas quin iustitia et habentis bonum sitet autem sit eius cui debitum solvit? Merentem laudare iustitia est; ergoutriusque bonum est.

[20] Cavillatoribus istis abunde responderimus. Sed non debet hoc nobisesse propositum, arguta disserere et philosophiam in has angustias ex suamaiestate detrahere: quanto satius est ire aperta via et recta quam sibiipsum flexus disponere quos cum magna molestia debeas relegere? Neque enimquicquam aliud istae disputationes sunt quam inter se perite captantiumlusus. [21] Dic potius quam naturale sit in immensum mentem suam extendere.Magna et generosa res est humanus animus; nullos sibi poni nisi communeset cum deo terminos patitur. Primum humilem non accipit patriam, Ephesumaut Alexandriam aut si quod est etiamnunc frequentius accolis laetiusvetectis solum: patria est illi quodcumque suprema et universa circuitu suocingit, hoc omne convexum intra quod iacent maria cum terris, intra quodaer humanis divina secernens etiam coniungit, in quo disposita tot numinain actus suos excubant. [22] Deinde artam aetatem sibi dari non sinit:\'omnes\' inquit \'anni mei sunt; nullum saeculum magnis ingeniis clusum est,nullum non cogitationi pervium tempus. Cum venerit dies ille qui mixtumhoc divini humanique secernat, corpus hic ubi inveni relinquam, ipse mediis reddam. Nec nunc sine illis sum, sed gravi terrenoque detineor.\' [23]Per has mortalis aevi moras illi meliori vitae longiorique proluditur.Quemadmodum decem mensibus tenet nos maternus uterus et praeparat non sibised illi loco in quem videmur emitti iam idonei spiritum trahere et inaperto durare, sic per hoc spatium quod ab infantia patet in senectutemin alium maturescimus partum. Alia origo nos expectat, alius rerum status.[24] Nondum caelum nisi ex intervallo pati possumus. Proinde intrepidushoram illam decretoriam prospice: non est animo suprema, sed corpori. Quidquidcirca te iacet rerum tamquam hospitalis loci sarcinas specta: transeundumest. Excutit redeuntem natura sicut intrantem. [25] Non licet plus efferrequam intuleris, immo etiam ex eo quod ad vitam adtulisti pars magna ponendaest: detrahetur tibi haec circumiecta, novissimum velamentum tui, cutis;detrahetur caro et suffusus sanguis discurrensque per totum; detrahenturossa nervique, firmamenta fluidorum ac labentium. [26] Dies iste quem tamquamextremum reformidas aeterni natalis est. Depone onus: quid cunctaris, tamquamnon prius quoque relicto in quo latebas corpore exieris? Haeres, reluctaris:tum quoque magno nisu matris expulsus es. Gemis, ploras: et hoc ipsum flerenascentis est, sed tunc debebat ignosci: rudis et inperitus omnium veneras.Ex maternorum viscerum calido mollique fomento emissum adflavit aura liberior,deinde offendit durae manus tactus, tenerque adhuc et nullius rei gnarusobstipuisti inter ignota: [27] nunc tibi non est novum separari ab eo cuiusante pars fueris; aequo animo membra iam supervacua dimitte et istuc corpusinhabitatum diu pone. Scindetur, obruetur, abolebitur: quid contristaris?ita solet fieri: pereunt semper velamenta nascentium. Quid ista sic diligisquasi tua? Istis opertus es: veniet qui te revellat dies et ex contuberniofoedi atque olidi ventris educat. [28] Huic nunc quoque tu quantum potessub voluptatique nisi quae * * * necessariisque cohaerebitalienus iam hinc altius aliquid sublimiusque meditare: aliquando naturaetibi arcana retegentur, discutietur ista caligo et lux undique clara percutiet.Imaginare tecum quantus ille sit fulgor tot sideribus inter se lumen miscentibus.Nulla serenum umbra turbabit; aequaliter splendebit omne caeli latus: dieset nox aeris infimi vices sunt. Tunc in tenebris vixisse te dices cum totamlucem et totus aspexeris, quam nunc per angustissimas oculorum vias obscureintueris, et tamen admiraris illam iam procul: quid tibi videbitur divinalux cum illam suo loco videris? [29] Haec cogitatio nihil sordidum animosubsidere sinit, nihil humile, nihil crudele. Deos rerum omnium esse testesait; illis nos adprobari, illis in futurum parari iubet et aeternitatemproponere. Quam qui mente concepit nullos horret exercitus, non terreturtuba, nullis ad timorem minis agitur. [30] Quidni non timeat qui mori sperat?is quoque qui animum tamdiu iudicat manere quamdiu retinetur corporis vinculo,solutum statim spargi, id agit ut etiam post mortem utilis esse possit.Quamvis enim ipse ereptus sit oculis, tamen

multa viri virtus animo multusque recursat
gentis honos.
Cogita quantum nobis exempla bona prosint: scies magnorum virorum non minuspraesentiam esse utilem quam memoriam. Vale.

 

Italiano
1 Quando uno fa un bel sogno, trova fastidiosa la persona che lo sveglia, poiché gli toglie un piacere falso, sì, ma che ha effetti realistici. La tua lettera mi ha procurato un dispiacere analogo: mi ha distolto dalla meditazione conveniente in cui ero concentrato e che, potendo, non avrei interrotto. 2 Indagavo con piacere sull\'immortalità dell\'anima, anzi, perbacco, ci credevo; ero pronto ad accogliere l\'opinione di grandi uomini che promettono, più che dimostrare, una realtà graditissima. Mi abbandonavo a una così straordinaria speranza, provavo ormai disgusto di me stesso, disprezzavo i resti di un\'esistenza infranta, per passare all\'eternità, nel possesso di ogni tempo, quando l\'arrivo della tua lettera mi ha improvvisamente risvegliato e ho perduto un sogno tanto bello. Ma, quando ti avrò congedato, voglio riprenderlo e riconquistarlo.
3 Tu affermi all\'inizio della lettera che non ho spiegato interamente la questione, quando ho tentato di dimostrare la tesi degli Stoici: la gloria che si ottiene dopo la morte è un bene. Non avrei, cioè, risposto all\'obiezione che ci viene rivolta: "Non c\'è bene dove c\'è separazione; e, in questo caso, c\'è separazione." 4 Quello che mi chiedi, Lucilio mio, rientra nella stessa questione, ma è un altro punto, perciò avevo rimandato questo e altri problemi riguardanti il medesimo argomento; infatti, come sai, certe parti della logica sono unite alla morale. E così, prima ho trattato quella parte che riguarda direttamente la morale: se non sia insensato e inutile spingere le proprie preoccupazioni oltre l\'ultimo giorno, se i nostri beni finiscano con noi e non resti più niente della persona scomparsa, se di una cosa che, quando accadrà non la percepiremo, si possa cogliere qualche frutto o almeno cercare di coglierlo prima che essa si verifichi. 5 Tutti questi problemi riguardano la morale; perciò li ho messi al loro posto. Ma le argomentazioni dei dialettici contro questa tesi dovevano essere separate e perciò le ho disgiunte. Ora, poiché esigi una trattazione completa, esporrò tutte le loro obiezioni, poi le confuterò una per una.
6 Perché le mie confutazioni siano chiare, devo fare una premessa. Che premessa? Esistono dei corpi unitari, come l\'uomo; altri composti, come una nave, una casa, insomma tutti quelli formati dall\'unione di parti diverse; altri costituiti da elementi separati, le cui membra sono divise, come un esercito, un popolo, un\'assemblea. Gli individui componenti questi organismi sono uniti per legge o per funzioni analoghe, ma distinti per natura e a se stanti. 7 Ancora una premessa: secondo noi non c\'è bene formato da elementi separati tra loro; un bene deve essere racchiuso e retto da un solo principio, unica deve essere la sua essenza. Questo principio, se un giorno vorrai, si dimostra da sé; intanto ho dovuto premetterlo perché ci rivolgono contro le nostre stesse armi.
8 "Voi dite che non c\'è bene formato da elementi separati tra loro; ma," ribattono, "la gloria di un uomo nasce dall\'opinione favorevole di persone virtuose. Come la fama non è data dalle parole di un unico individuo e l\'infamia dalla cattiva opinione di uno solo, così la gloria non la dà l\'approvazione di una sola persona virtuosa, ma ci vuole il consenso di molti uomini insigni e ragguardevoli perché si formi. La gloria, però risulta dal parere di più persone, cioè di elementi distinti; quindi non è un bene.
9 "La gloria," continuano, è la lode tributata da uomini virtuosi a un uomo virtuoso; la lode è un\'espressione, una frase che indica qualcosa; e una frase, anche se pronunciata da uomini virtuosi, non è un bene. Non tutto quello che fa un uomo virtuoso è un bene; egli applaude e fischia, ma, anche se ogni suo gesto è degno di ammirazione e di lode, un applauso o un fischio, come uno starnuto o un colpo di tosse, nessuno può definirli un bene. Quindi, la gloria non è un bene.
10 "Insomma, diteci se la gloria è un bene di chi loda o di chi è lodato: se dite che è un bene di chi è lodato, fate un\'affermazione ridicola, come se diceste che è un bene mio la salute di un altro. Ma lodare chi ne è degno è un\'azione virtuosa; perciò è un bene di chi loda, cioè di chi compie l\'azione, non nostro, che siamo lodati: e questo è l\'oggetto della nostra indagine."
11 Risponderò ora rapidamente a ciascun problema. Prima di tutto ci si chiede se un bene possa derivare da elementi separati e su questo punto i pareri sono discordi. Inoltre, la gloria ha bisogno del consenso di molti? È sufficiente anche il giudizio di una sola persona virtuosa: un uomo virtuoso può giudicare della nostra virtù. 12 "Ma come?" si ribatte, "la fama deriverà dalla stima e l\'infamia dalla maldicenza di un solo individuo? Anche la gloria noi la intendiamo ampiamente diffusa," continuano, "poiché richiede il consenso di molti." Si tratta di due condizioni diverse. Perché? Perché se un uomo virtuoso mi giudica bene, per me è come se così mi giudicassero tutti gli uomini virtuosi; tutti, infatti, se mi conoscessero, mi giudicherebbero allo stesso modo. Il loro giudizio è uguale e identico, perché ha un\'unica impronta: la verità. Non possono discordare; e dunque è come se tutti fossero del medesimo parere, poiché non possono pensarla diversamente. 13 Per la gloria, invece, o per la fama, non basta l\'opinione di una sola persona. Nel caso di prima un solo parere vale quanto quello di tutti, perché, se si domandasse a tutti, uno per uno, unica sarebbe la risposta: nel secondo caso sono diversi i giudizi, poiché sono diverse le persone. Troverai difficilmente approvazione e sempre dubbi, leggerezza, sospetti. Credi che tutti possano esprimere un parere unico? Ma se nemmeno una sola persona ha un parere unico! Gli uomini virtuosi amano la verità e la verità ha una sola forza, una sola faccia: gli altri invece dànno il loro assenso a false opinioni. E il falso è incostante; varia e discorda.
14 "Ma la lode," dicono, "è solo una frase, e una frase non è un bene." Quando affermano che la gloria è una lode tributata a uomini virtuosi da uomini virtuosi, non si riferiscono alle parole, ma al giudizio espresso. Anche se un uomo virtuoso tace, ma giudica uno degno di lode, quest\'uomo viene lodato. 15 Inoltre, una cosa è la lode, un\'altra il lodare: quest\'ultimo richiede anche la parola; perciò nessuno dice lode funebre, ma orazione funebre, poiché è un ufficio che si basa sulla parola. Quando definiamo qualcuno meritevole di lode, non gli promettiamo parole benevoli, ma giudizi benevoli. Dunque, è lode anche quella di chi tace, ma giudica positivamente e loda un uomo virtuoso dentro di sé. 16 E poi, come ho detto, la lode interessa l\'animo, non le parole, che fanno da tramite e la rendono nota a più persone. Se uno ritiene dovuta una lode, già loda. Quando quel famoso poeta tragico latino dice che è splendido "essere lodato da un uomo lodato", intende dire da un uomo degno di lode. E quando quell\'altro poeta altrettanto antico dice che "la lode alimenta le arti", non intende il lodare, che in realtà corrompe le arti; niente ha guastato tanto l\'eloquenza e ogni altra arte rivolta alle orecchie quanto il consenso popolare. 17 La fama ha bisogno in ogni caso della voce; la gloria, invece, può formarsi anche indipendentemente dalla voce, basta un giudizio positivo; anzi non le tolgono nulla non solo il silenzio, ma persino le proteste. Ecco la differenza tra gloria e celebrità: la celebrità si fonda sul giudizio di molti, la gloria su quello delle persone virtuose.
18 "La gloria," chiedono, "cioè la lode tributata a un uomo virtuoso da uomini virtuosi, è un bene di chi è lodato o di chi loda?" Di entrambi. Mio, che vengo lodato; e poiché la natura mi ha generato incline ad amare tutti, godo di aver fatto del bene e mi rallegro di aver trovato grati interpreti delle virtù. Questo essere grati è un bene di molti, ma è anche mio; la mia disposizione d\'animo è tale che giudico mio un bene di altri, soprattutto di coloro a cui sono causa di bene. 19 La gloria è un bene anche di chi loda: è un atto della virtù e ogni azione virtuosa è un bene. Ma questo bene non sarebbe toccato loro, se io non fossi quale sono. Perciò una lode meritata è un bene di entrambi, come esprimere un giusto giudizio è un bene di chi giudica e di colui a vantaggio del quale si è pronunciato il giudizio. Dubiti forse che la giustizia sia un bene e per chi la esercita e per colui al quale essa paga un debito? Lodare chi lo merita è una forma di giustizia; dunque, è un bene di entrambi.
20 A questi cavillatori abbiamo risposto abbondantemente. Ma il nostro proposito non deve essere di fare sottili discussioni e di abbassare la filosofia dalla sua altezza a questi ristretti limiti: quanto è meglio avanzare per una via aperta e diritta, invece che costruirsi da sé un tragitto tortuoso da ripercorrere con grave disagio! Queste dispute non sono altro che passatempi di persone che cercano abilmente di sorprendersi a vicenda. 21 Dimmi piuttosto come è conforme alla natura dispiegare la mente nell\'immensità dell\'universo. L\'anima dell\'uomo è una cosa grande e nobile; non sopporta che le siano posti altri limiti se non quelli comuni anche agli dèi. Prima di tutto non accetta un\'umile patria, sia essa Efeso o Alessandria o qualunque altra terra anche più popolosa e più ricca di case: la sua patria è quella che cinge l\'intero universo nel suo cerchio, è tutta la volta celeste entro cui giacciono mari e terre, entro cui l\'atmosfera distingue e insieme congiunge l\'umano e il divino, in cui sono distribuite tante divinità che attendono vigili all\'adempimento delle proprie funzioni. 22 Inoltre l\'anima non lascia che le venga assegnata un\'esistenza angusta: "Tutti gli anni," afferma, "sono miei; nessun\'epoca è preclusa ai grandi spiriti, ogni tempo è aperto al pensiero. Quando arriverà quel giorno che separa questo miscuglio di umano e di divino, lascerò il mio corpo qui dove l\'ho trovato, e tornerò tra gli dèi. Non che ora ne sia completamente separata, ma mi trattiene il grave peso terreno." 23 Queste tappe della vita mortale sono una preparazione a quell\'altra vita migliore e più lunga. L\'utero materno ci ospita per nove mesi e ci prepara non per sé, ma per quel luogo in cui veniamo alla luce già capaci di respirare e di resistere all\'aria aperta; allo stesso modo in questo periodo che dall\'infanzia si estende alla vecchiaia maturiamo per un altro parto. Ci aspetta un\'altra nascita, un altro stato di cose. 24 Noi non possiamo ancora sostenere la vista del cielo, se non a distanza. Perciò guarda intrepido a quell\'ora decisiva: è l\'ultima, ma per il corpo, non per l\'anima. Guarda tutto ciò che ti sta intorno come le suppellettili di una residenza provvisoria: bisogna passare oltre. La natura spoglia chi se ne va, come chi entra. 25 Non possiamo portar via più di quanto avevamo nascendo, anzi bisogna lasciare gran parte anche di ciò che abbiamo portato per vivere: ti sarà tolto questo involucro esterno che ti avvolge, la pelle; ti sarà tolta la carne e il sangue che scorre per l\'intero organismo; ti saranno tolte le ossa e i nervi, che sostengono gli elementi liquidi e molli. 26 Questo giorno che temi come ultimo è il primo dell\'eternità. Deponi il peso della materia: perché resisti? Anche allora non sei venuto alla luce lasciando il corpo in cui eri celato? Ti aggrappi, opponi resistenza: anche allora tua madre ti ha espulso con un grande sforzo. Gemi, implori: anche questo pianto è proprio di un neonato, ma allora meritavi il perdono: eri venuto al mondo inesperto e ignaro. Uscito dal caldo e morbido rifugio delle viscere materne, ti ha toccato il soffio dell\'aria libera, poi hai sentito il contatto di una rozza mano, e ancòra tenero e del tutto inconsapevole sei rimasto attonito di fronte a una realtà sconosciuta: 27 ora invece non è per te una cosa nuova essere separato da un corpo di cui prima facevi parte; abbandona serenamente queste membra ormai inutili e lascia questo corpo a lungo abitato. Sarà lacerato, sepolto, si consumerà: perché ti affliggi? È così: va sempre perduto l\'involucro che avvolge chi nasce. Perché ami questo corpo come se fosse tuo? Ti ha solo ricoperto: verrà il giorno che ti staccherà e ti trarrà fuori dalla coabitazione con questo sconcio e fetido ventre. 28 Sottraitene già adesso per quanto ti è possibile, e sii indifferente ai piaceri tranne a quelli che * * * e sono connessi alle necessità della vita, medita fin d\'ora su qualcosa di più profondo e nobile: un giorno ti si sveleranno i misteri della natura, si dissiperà codesta nebbia e da ogni parte ti colpirà una luce splendente. Immagina quanto è grande il fulgore di tanti astri che uniscono le loro luci. Nessun\'ombra offuscherà il sereno; ogni parte del cielo splenderà ugualmente luminosa: giorno e notte si avvicendano solo nella nostra infima atmosfera. Dirai di essere vissuto nelle tenebre, quando con tutto te stesso vedrai la luce nel pieno del suo fulgore, quella luce che ora vedi confusamente attraverso la strettissima fessura degli occhi, e tuttavia, anche da lontano, la guardi con stupore; quale ti apparirà la luce divina quando la vedrai nella sua sede? 29 Questo pensiero scaccia dall\'anima tutto ciò che è meschino, vile, crudele. Ci dice che gli dèi sono testimoni di tutto; comanda di renderci a loro graditi, di prepararci al futuro incontro e di guardare all\'eternità. Chi concepisce questo pensiero non ha terrore di nessun esercito, non è spaventato dalla tromba di guerra, nessuna minaccia lo fa temere. 30 Se uno spera nella morte, non può avere paura. Anche chi ritiene che l\'anima esista finché è trattenuta dal vincolo del corpo, e che una volta libera si disperda sùbito, opera in modo da poter essere utile anche dopo la morte. Benché venga sottratto alla vista del prossimo, tuttavia

sempre le assedia la mente la straordinaria virtù dell\'eroe e la grande nobiltà della sua stirpe.

Pensa quanto ci giovano gli esempi di virtù: saprai che il ricordo dei grandi uomini ci giova quanto la loro presenza. Stammi bene.


Libro 17, Lettera 102
Latino
[1] Quomodo molestus est iucundum somnium videnti qui excitat (aufertenim voluptatem etiam si falsam, effectum tamen verae habentem) sic epistulatua mihi fecit iniuriam; revocavit enim me cogitationi aptae traditum etiturum, si licuisset, ulterius. [2] Iuvabat de aeternitate animarum quaerere,immo mehercules credere; praebebam enim me facilem opinionibus magnorumvirorum rem gratissimam promittentium magis quam probantium. Dabam me speitantae, iam eram fastidio mihi, iam reliquias aetatis infractae contemnebamin immensum illud tempus et in possessionem omnis aevi transiturus, cumsubito experrectus sum epistula tua accepta et tam bellum somnium perdidi.Quod repetam, si te dimisero, et redimam.

 

[3] Negas me epistula prima totam quaestionem explicuisse in qua probareconabar id quod nostris placet, claritatem quae post mortem contingit bonumesse. Id enim me non solvisse quod opponitur nobis: \'nullum\' inquiunt \'bonumex distantibus; hoc autem ex distantibus constat\'. [4] Quod interrogas,mi Lucili, eiusdem quaestionis est loci alterius, et ideo non id tantumsed alia quoque eodem pertinentia distuleram; quaedam enim, ut scis, moralibusrationalia inmixta sunt. Itaque illam partem rectam et ad mores pertinentemtractavi, numquid stultum sit ac supervacuum ultra extremum diem curastransmittere, an cadant bona nostra nobiscum nihilque sit eius qui nullusest, an ex eo quod, cum erit, sensuri non sumus, antequam sit aliquis fructuspercipi aut peti possit. [5] Haec omnia ad mores spectant; itaque suo locoposita sunt. At quae a dialecticis contra hanc opinionem dicuntur segregandafuerunt et ideo seposita sunt. Nunc, quia omnia exigis, omnia quae dicuntpersequar, deinde singulis occurram.

[6] Nisi aliquid praedixero, intellegi non poterunt quae refellentur.Quid est quod praedicere velim? quaedam continua corpora esse, ut hominem;quaedam esse composita, ut navem, domum, omnia denique quorum diversaepartes iunctura in unum coactae sunt; quaedam ex distantibus, quorum adhucmembra separata sunt, tamquam exercitus, populus, senatus. Illi enim perquos ista corpora efficiuntur iure aut officio cohaerent, natura diductiet singuli sunt. Quid est quod etiamnunc praedicere velim? [7] nullum bonumputamus esse quod ex distantibus constat; uno enim spiritu unum bonum contineriac regi debet, unum esse unius boni principale. Hoc si quando desideraverisper se probatur: interim ponendum fuit, quia in nostra tela mittuntur.

[8] \'Dicitis\' inquit \'nullum bonum ex distantibus esse; claritas autemista bonorum virorum secunda opinio est. Nam quomodo fama non est uniussermo nec infamia unius mala existimatio, sic nec claritas uni bono placuisse;consentire in hoc plures insignes et spectabiles viri debent, ut claritassit. Haec autem ex iudiciis plurium efficitur, id est distantium; ergonon est bonum.

[9] \'Claritas\' inquit \'laus est a bonis bono reddita; laus oratio,vox est aliquid significans; vox est autem, licet virorum sit bonum. Nec enim quidquid vir bonus facit bonum est; nam et plauditet sibilat, sed nec plausum quisquam nec sibilum, licet omnia eius admireturet laudet, bonum dicit, non magis quam sternumentum aut tussim. Ergo claritasbonum non est.

[10] \'Ad summam dicite nobis utrum laudantis an laudati bonum sit:si laudati bonum esse dicitis, tam ridiculam rem facitis quam si adfirmetismeum esse quod alius bene valeat. Sed laudare dignos honesta actio est;ita laudantis bonum est cuius actio est, non nostrum qui laudamur: atquihoc quaerebatur.\'
[11] Respondebo nunc singulis cursim. Primum an sit aliquod ex distantibusbonum etiamnunc quaeritur et pars utraque sententias habet. Deinde claritasdesiderat multa suffragia? potest et unius boni viri iudicio esse contenta:nos bonus bonos iudicat. [12] \'Quid ergo?\' inquit \'et fama erit unius hominisexistimatio et infamia unius malignus sermo? Gloriam quoque\' inquit \'latiusfusam intellego; consensum enim multorum exigit.\' Diversa horum condicioest et illius. Quare? quia si de me bene vir bonus sentit, eodem loco sumquo si omnes boni idem sentirent; omnes enim, si me cognoverint, idem sentient.Par illis idemque iudicium est, aeque vero inficiscitur. Dissidere nonpossunt; ita pro eo est ac si omnes idem sentiant, quia aliud sentire nonpossunt. [13] Ad gloriam aut famam non est satis unius opinio. Illic idempotest una sententia quod omnium, quia omnium, si perrogetur, una erit:hic diversa dissimilium iudicia sunt. Difficiles adsensus, dubia omniainvenies, levia, suspecta. Putas tu posse unam omnium esse sententiam?non est unius una sententia. Illic placet verum, veritatis una vis, unafacies est: apud hos falsa sunt quibus adsentiuntur. Numquam autem falsisconstantia est; variantur et dissident.

[14] \'Sed laus\' inquit \'nihil aliud quam vox est, vox autem bonum nonest.\' Cum dicunt claritatem esse laudem bonorum a bonis redditam, non advocem referunt sed ad sententiam. Licet enim vir bonus taceat sed aliquemiudicet dignum laude esse, laudatus est. [15] Praeterea aliud est laus,aliud laudatio, haec et vocem exigit; itaque nemo dicit laudem funebremsed laudationem, cuius officium oratione constat. Cum dicimus aliquem laudedignum, non verba illi benigna hominum sed iudicia promittimus. Ergo lausetiam taciti est bene sentientis ac bonum virum apud se laudantis. [16]Deinde, ut dixi, ad animum refertur laus, non ad verba, quae conceptamlaudem egerunt et in notitiam plurium emittunt. Laudat qui laudandum esseiudicat. Cum tragicus ille apud nos ait magnificum esse \'laudari a laudatoviro\', laude digno ait. Et cum aeque antiquus poeta ait \'laus alit artis\',non laudationem dicit, quae corrumpit artes; nihil enim aeque et eloquentiamet omne aliud studium auribus deditum vitiavit quam popularis adsensio.[17] Fama vocem utique desiderat, claritas potest etiam citra vocem contingerecontenta iudicio; plena est non tantum inter tacentis sed etiam inter reclamantis.Quid intersit inter claritatem et gloriam dicam: gloria multorum iudicisconstat, claritas bonorum.

 

[18] \'Cuius\' inquit \'bonum est claritas, id est laus bono a bonis reddita?utrum laudati an laudantis?\' Utriusque. Meum, qui laudor; quia natura meamantem omnium genuit, et bene fecisse gaudeo et gratos me invenisse virtutuminterpretes laetor. Hoc plurium bonum est quod grati sunt, sed et meum;ita enim animo compositus sum ut aliorum bonum meum iudicem, utique eorumquibus ipse sum boni causa. [19] Est istud laudantium bonum; virtute enimgeritur; omnis autem virtutis actio bonum est. Hoc contingere illis nonpotuisset nisi ego talis essem. Itaque utriusque bonum est merito laudari,tam mehercules quam bene iudicasse iudicantis bonum est et eius secundumquem iudicatum est. Numquid dubitas quin iustitia et habentis bonum sitet autem sit eius cui debitum solvit? Merentem laudare iustitia est; ergoutriusque bonum est.

[20] Cavillatoribus istis abunde responderimus. Sed non debet hoc nobisesse propositum, arguta disserere et philosophiam in has angustias ex suamaiestate detrahere: quanto satius est ire aperta via et recta quam sibiipsum flexus disponere quos cum magna molestia debeas relegere? Neque enimquicquam aliud istae disputationes sunt quam inter se perite captantiumlusus. [21] Dic potius quam naturale sit in immensum mentem suam extendere.Magna et generosa res est humanus animus; nullos sibi poni nisi communeset cum deo terminos patitur. Primum humilem non accipit patriam, Ephesumaut Alexandriam aut si quod est etiamnunc frequentius accolis laetiusvetectis solum: patria est illi quodcumque suprema et universa circuitu suocingit, hoc omne convexum intra quod iacent maria cum terris, intra quodaer humanis divina secernens etiam coniungit, in quo disposita tot numinain actus suos excubant. [22] Deinde artam aetatem sibi dari non sinit:\'omnes\' inquit \'anni mei sunt; nullum saeculum magnis ingeniis clusum est,nullum non cogitationi pervium tempus. Cum venerit dies ille qui mixtumhoc divini humanique secernat, corpus hic ubi inveni relinquam, ipse mediis reddam. Nec nunc sine illis sum, sed gravi terrenoque detineor.\' [23]Per has mortalis aevi moras illi meliori vitae longiorique proluditur.Quemadmodum decem mensibus tenet nos maternus uterus et praeparat non sibised illi loco in quem videmur emitti iam idonei spiritum trahere et inaperto durare, sic per hoc spatium quod ab infantia patet in senectutemin alium maturescimus partum. Alia origo nos expectat, alius rerum status.[24] Nondum caelum nisi ex intervallo pati possumus. Proinde intrepidushoram illam decretoriam prospice: non est animo suprema, sed corpori. Quidquidcirca te iacet rerum tamquam hospitalis loci sarcinas specta: transeundumest. Excutit redeuntem natura sicut intrantem. [25] Non licet plus efferrequam intuleris, immo etiam ex eo quod ad vitam adtulisti pars magna ponendaest: detrahetur tibi haec circumiecta, novissimum velamentum tui, cutis;detrahetur caro et suffusus sanguis discurrensque per totum; detrahenturossa nervique, firmamenta fluidorum ac labentium. [26] Dies iste quem tamquamextremum reformidas aeterni natalis est. Depone onus: quid cunctaris, tamquamnon prius quoque relicto in quo latebas corpore exieris? Haeres, reluctaris:tum quoque magno nisu matris expulsus es. Gemis, ploras: et hoc ipsum flerenascentis est, sed tunc debebat ignosci: rudis et inperitus omnium veneras.Ex maternorum viscerum calido mollique fomento emissum adflavit aura liberior,deinde offendit durae manus tactus, tenerque adhuc et nullius rei gnarusobstipuisti inter ignota: [27] nunc tibi non est novum separari ab eo cuiusante pars fueris; aequo animo membra iam supervacua dimitte et istuc corpusinhabitatum diu pone. Scindetur, obruetur, abolebitur: quid contristaris?ita solet fieri: pereunt semper velamenta nascentium. Quid ista sic diligisquasi tua? Istis opertus es: veniet qui te revellat dies et ex contuberniofoedi atque olidi ventris educat. [28] Huic nunc quoque tu quantum potessub voluptatique nisi quae * * * necessariisque cohaerebitalienus iam hinc altius aliquid sublimiusque meditare: aliquando naturaetibi arcana retegentur, discutietur ista caligo et lux undique clara percutiet.Imaginare tecum quantus ille sit fulgor tot sideribus inter se lumen miscentibus.Nulla serenum umbra turbabit; aequaliter splendebit omne caeli latus: dieset nox aeris infimi vices sunt. Tunc in tenebris vixisse te dices cum totamlucem et totus aspexeris, quam nunc per angustissimas oculorum vias obscureintueris, et tamen admiraris illam iam procul: quid tibi videbitur divinalux cum illam suo loco videris? [29] Haec cogitatio nihil sordidum animosubsidere sinit, nihil humile, nihil crudele. Deos rerum omnium esse testesait; illis nos adprobari, illis in futurum parari iubet et aeternitatemproponere. Quam qui mente concepit nullos horret exercitus, non terreturtuba, nullis ad timorem minis agitur. [30] Quidni non timeat qui mori sperat?is quoque qui animum tamdiu iudicat manere quamdiu retinetur corporis vinculo,solutum statim spargi, id agit ut etiam post mortem utilis esse possit.Quamvis enim ipse ereptus sit oculis, tamen

multa viri virtus animo multusque recursat
gentis honos.
Cogita quantum nobis exempla bona prosint: scies magnorum virorum non minuspraesentiam esse utilem quam memoriam. Vale.

 

Italiano
1 Quando uno fa un bel sogno, trova fastidiosa la persona che lo sveglia, poiché gli toglie un piacere falso, sì, ma che ha effetti realistici. La tua lettera mi ha procurato un dispiacere analogo: mi ha distolto dalla meditazione conveniente in cui ero concentrato e che, potendo, non avrei interrotto. 2 Indagavo con piacere sull\'immortalità dell\'anima, anzi, perbacco, ci credevo; ero pronto ad accogliere l\'opinione di grandi uomini che promettono, più che dimostrare, una realtà graditissima. Mi abbandonavo a una così straordinaria speranza, provavo ormai disgusto di me stesso, disprezzavo i resti di un\'esistenza infranta, per passare all\'eternità, nel possesso di ogni tempo, quando l\'arrivo della tua lettera mi ha improvvisamente risvegliato e ho perduto un sogno tanto bello. Ma, quando ti avrò congedato, voglio riprenderlo e riconquistarlo.
3 Tu affermi all\'inizio della lettera che non ho spiegato interamente la questione, quando ho tentato di dimostrare la tesi degli Stoici: la gloria che si ottiene dopo la morte è un bene. Non avrei, cioè, risposto all\'obiezione che ci viene rivolta: "Non c\'è bene dove c\'è separazione; e, in questo caso, c\'è separazione." 4 Quello che mi chiedi, Lucilio mio, rientra nella stessa questione, ma è un altro punto, perciò avevo rimandato questo e altri problemi riguardanti il medesimo argomento; infatti, come sai, certe parti della logica sono unite alla morale. E così, prima ho trattato quella parte che riguarda direttamente la morale: se non sia insensato e inutile spingere le proprie preoccupazioni oltre l\'ultimo giorno, se i nostri beni finiscano con noi e non resti più niente della persona scomparsa, se di una cosa che, quando accadrà non la percepiremo, si possa cogliere qualche frutto o almeno cercare di coglierlo prima che essa si verifichi. 5 Tutti questi problemi riguardano la morale; perciò li ho messi al loro posto. Ma le argomentazioni dei dialettici contro questa tesi dovevano essere separate e perciò le ho disgiunte. Ora, poiché esigi una trattazione completa, esporrò tutte le loro obiezioni, poi le confuterò una per una.
6 Perché le mie confutazioni siano chiare, devo fare una premessa. Che premessa? Esistono dei corpi unitari, come l\'uomo; altri composti, come una nave, una casa, insomma tutti quelli formati dall\'unione di parti diverse; altri costituiti da elementi separati, le cui membra sono divise, come un esercito, un popolo, un\'assemblea. Gli individui componenti questi organismi sono uniti per legge o per funzioni analoghe, ma distinti per natura e a se stanti. 7 Ancora una premessa: secondo noi non c\'è bene formato da elementi separati tra loro; un bene deve essere racchiuso e retto da un solo principio, unica deve essere la sua essenza. Questo principio, se un giorno vorrai, si dimostra da sé; intanto ho dovuto premetterlo perché ci rivolgono contro le nostre stesse armi.
8 "Voi dite che non c\'è bene formato da elementi separati tra loro; ma," ribattono, "la gloria di un uomo nasce dall\'opinione favorevole di persone virtuose. Come la fama non è data dalle parole di un unico individuo e l\'infamia dalla cattiva opinione di uno solo, così la gloria non la dà l\'approvazione di una sola persona virtuosa, ma ci vuole il consenso di molti uomini insigni e ragguardevoli perché si formi. La gloria, però risulta dal parere di più persone, cioè di elementi distinti; quindi non è un bene.
9 "La gloria," continuano, è la lode tributata da uomini virtuosi a un uomo virtuoso; la lode è un\'espressione, una frase che indica qualcosa; e una frase, anche se pronunciata da uomini virtuosi, non è un bene. Non tutto quello che fa un uomo virtuoso è un bene; egli applaude e fischia, ma, anche se ogni suo gesto è degno di ammirazione e di lode, un applauso o un fischio, come uno starnuto o un colpo di tosse, nessuno può definirli un bene. Quindi, la gloria non è un bene.
10 "Insomma, diteci se la gloria è un bene di chi loda o di chi è lodato: se dite che è un bene di chi è lodato, fate un\'affermazione ridicola, come se diceste che è un bene mio la salute di un altro. Ma lodare chi ne è degno è un\'azione virtuosa; perciò è un bene di chi loda, cioè di chi compie l\'azione, non nostro, che siamo lodati: e questo è l\'oggetto della nostra indagine."
11 Risponderò ora rapidamente a ciascun problema. Prima di tutto ci si chiede se un bene possa derivare da elementi separati e su questo punto i pareri sono discordi. Inoltre, la gloria ha bisogno del consenso di molti? È sufficiente anche il giudizio di una sola persona virtuosa: un uomo virtuoso può giudicare della nostra virtù. 12 "Ma come?" si ribatte, "la fama deriverà dalla stima e l\'infamia dalla maldicenza di un solo individuo? Anche la gloria noi la intendiamo ampiamente diffusa," continuano, "poiché richiede il consenso di molti." Si tratta di due condizioni diverse. Perché? Perché se un uomo virtuoso mi giudica bene, per me è come se così mi giudicassero tutti gli uomini virtuosi; tutti, infatti, se mi conoscessero, mi giudicherebbero allo stesso modo. Il loro giudizio è uguale e identico, perché ha un\'unica impronta: la verità. Non possono discordare; e dunque è come se tutti fossero del medesimo parere, poiché non possono pensarla diversamente. 13 Per la gloria, invece, o per la fama, non basta l\'opinione di una sola persona. Nel caso di prima un solo parere vale quanto quello di tutti, perché, se si domandasse a tutti, uno per uno, unica sarebbe la risposta: nel secondo caso sono diversi i giudizi, poiché sono diverse le persone. Troverai difficilmente approvazione e sempre dubbi, leggerezza, sospetti. Credi che tutti possano esprimere un parere unico? Ma se nemmeno una sola persona ha un parere unico! Gli uomini virtuosi amano la verità e la verità ha una sola forza, una sola faccia: gli altri invece dànno il loro assenso a false opinioni. E il falso è incostante; varia e discorda.
14 "Ma la lode," dicono, "è solo una frase, e una frase non è un bene." Quando affermano che la gloria è una lode tributata a uomini virtuosi da uomini virtuosi, non si riferiscono alle parole, ma al giudizio espresso. Anche se un uomo virtuoso tace, ma giudica uno degno di lode, quest\'uomo viene lodato. 15 Inoltre, una cosa è la lode, un\'altra il lodare: quest\'ultimo richiede anche la parola; perciò nessuno dice lode funebre, ma orazione funebre, poiché è un ufficio che si basa sulla parola. Quando definiamo qualcuno meritevole di lode, non gli promettiamo parole benevoli, ma giudizi benevoli. Dunque, è lode anche quella di chi tace, ma giudica positivamente e loda un uomo virtuoso dentro di sé. 16 E poi, come ho detto, la lode interessa l\'animo, non le parole, che fanno da tramite e la rendono nota a più persone. Se uno ritiene dovuta una lode, già loda. Quando quel famoso poeta tragico latino dice che è splendido "essere lodato da un uomo lodato", intende dire da un uomo degno di lode. E quando quell\'altro poeta altrettanto antico dice che "la lode alimenta le arti", non intende il lodare, che in realtà corrompe le arti; niente ha guastato tanto l\'eloquenza e ogni altra arte rivolta alle orecchie quanto il consenso popolare. 17 La fama ha bisogno in ogni caso della voce; la gloria, invece, può formarsi anche indipendentemente dalla voce, basta un giudizio positivo; anzi non le tolgono nulla non solo il silenzio, ma persino le proteste. Ecco la differenza tra gloria e celebrità: la celebrità si fonda sul giudizio di molti, la gloria su quello delle persone virtuose.
18 "La gloria," chiedono, "cioè la lode tributata a un uomo virtuoso da uomini virtuosi, è un bene di chi è lodato o di chi loda?" Di entrambi. Mio, che vengo lodato; e poiché la natura mi ha generato incline ad amare tutti, godo di aver fatto del bene e mi rallegro di aver trovato grati interpreti delle virtù. Questo essere grati è un bene di molti, ma è anche mio; la mia disposizione d\'animo è tale che giudico mio un bene di altri, soprattutto di coloro a cui sono causa di bene. 19 La gloria è un bene anche di chi loda: è un atto della virtù e ogni azione virtuosa è un bene. Ma questo bene non sarebbe toccato loro, se io non fossi quale sono. Perciò una lode meritata è un bene di entrambi, come esprimere un giusto giudizio è un bene di chi giudica e di colui a vantaggio del quale si è pronunciato il giudizio. Dubiti forse che la giustizia sia un bene e per chi la esercita e per colui al quale essa paga un debito? Lodare chi lo merita è una forma di giustizia; dunque, è un bene di entrambi.
20 A questi cavillatori abbiamo risposto abbondantemente. Ma il nostro proposito non deve essere di fare sottili discussioni e di abbassare la filosofia dalla sua altezza a questi ristretti limiti: quanto è meglio avanzare per una via aperta e diritta, invece che costruirsi da sé un tragitto tortuoso da ripercorrere con grave disagio! Queste dispute non sono altro che passatempi di persone che cercano abilmente di sorprendersi a vicenda. 21 Dimmi piuttosto come è conforme alla natura dispiegare la mente nell\'immensità dell\'universo. L\'anima dell\'uomo è una cosa grande e nobile; non sopporta che le siano posti altri limiti se non quelli comuni anche agli dèi. Prima di tutto non accetta un\'umile patria, sia essa Efeso o Alessandria o qualunque altra terra anche più popolosa e più ricca di case: la sua patria è quella che cinge l\'intero universo nel suo cerchio, è tutta la volta celeste entro cui giacciono mari e terre, entro cui l\'atmosfera distingue e insieme congiunge l\'umano e il divino, in cui sono distribuite tante divinità che attendono vigili all\'adempimento delle proprie funzioni. 22 Inoltre l\'anima non lascia che le venga assegnata un\'esistenza angusta: "Tutti gli anni," afferma, "sono miei; nessun\'epoca è preclusa ai grandi spiriti, ogni tempo è aperto al pensiero. Quando arriverà quel giorno che separa questo miscuglio di umano e di divino, lascerò il mio corpo qui dove l\'ho trovato, e tornerò tra gli dèi. Non che ora ne sia completamente separata, ma mi trattiene il grave peso terreno." 23 Queste tappe della vita mortale sono una preparazione a quell\'altra vita migliore e più lunga. L\'utero materno ci ospita per nove mesi e ci prepara non per sé, ma per quel luogo in cui veniamo alla luce già capaci di respirare e di resistere all\'aria aperta; allo stesso modo in questo periodo che dall\'infanzia si estende alla vecchiaia maturiamo per un altro parto. Ci aspetta un\'altra nascita, un altro stato di cose. 24 Noi non possiamo ancora sostenere la vista del cielo, se non a distanza. Perciò guarda intrepido a quell\'ora decisiva: è l\'ultima, ma per il corpo, non per l\'anima. Guarda tutto ciò che ti sta intorno come le suppellettili di una residenza provvisoria: bisogna passare oltre. La natura spoglia chi se ne va, come chi entra. 25 Non possiamo portar via più di quanto avevamo nascendo, anzi bisogna lasciare gran parte anche di ciò che abbiamo portato per vivere: ti sarà tolto questo involucro esterno che ti avvolge, la pelle; ti sarà tolta la carne e il sangue che scorre per l\'intero organismo; ti saranno tolte le ossa e i nervi, che sostengono gli elementi liquidi e molli. 26 Questo giorno che temi come ultimo è il primo dell\'eternità. Deponi il peso della materia: perché resisti? Anche allora non sei venuto alla luce lasciando il corpo in cui eri celato? Ti aggrappi, opponi resistenza: anche allora tua madre ti ha espulso con un grande sforzo. Gemi, implori: anche questo pianto è proprio di un neonato, ma allora meritavi il perdono: eri venuto al mondo inesperto e ignaro. Uscito dal caldo e morbido rifugio delle viscere materne, ti ha toccato il soffio dell\'aria libera, poi hai sentito il contatto di una rozza mano, e ancòra tenero e del tutto inconsapevole sei rimasto attonito di fronte a una realtà sconosciuta: 27 ora invece non è per te una cosa nuova essere separato da un corpo di cui prima facevi parte; abbandona serenamente queste membra ormai inutili e lascia questo corpo a lungo abitato. Sarà lacerato, sepolto, si consumerà: perché ti affliggi? È così: va sempre perduto l\'involucro che avvolge chi nasce. Perché ami questo corpo come se fosse tuo? Ti ha solo ricoperto: verrà il giorno che ti staccherà e ti trarrà fuori dalla coabitazione con questo sconcio e fetido ventre. 28 Sottraitene già adesso per quanto ti è possibile, e sii indifferente ai piaceri tranne a quelli che * * * e sono connessi alle necessità della vita, medita fin d\'ora su qualcosa di più profondo e nobile: un giorno ti si sveleranno i misteri della natura, si dissiperà codesta nebbia e da ogni parte ti Libro 2, Lettera 15
Latino
[1] Mos antiquis fuit, usque ad meam servatus aetatem, primis epistulae verbis adicere \'si vales bene est, ego valeo\'. Recte nos dicimus \'si philosopharis, bene est\'. Valere enim hoc demum est. Sine hoc aeger est animus; corpus quoque, etiam si magnas habet vires, non aliter quam furiosi aut frenetici validum est. [2] Ergo hanc praecipue valetudinem cura, deinde et illam secundam; quae non magno tibi constabit, si volueris bene valere. Stulta est enim, mi Lucili, et minime conveniens litterato viro occupatio exercendi lacertos et dilatandi cervicem ac latera firmandi; cum tibi feliciter sagina cesserit et tori creverint, nec vires umquam opimi bovis nec pondus aequabis. Adice nunc quod maiore corporis sarcina animus eliditur et minus agilis est. Itaque quantum potes circumscribe corpus tuum et animo locum laxa. [3] Multa sequuntur incommoda huic deditos curae: primum exercitationes, quarum labor spiritum exhaurit et inhabilem intentioni ac studiis acrioribus reddit; deinde copia ciborum subtilitas impeditur. Accedunt pessimae notae mancipia in magisterium recepta, homines inter oleum et vinum occupati, quibus ad votum dies actus est si bene desudaverunt, si in locum eius quod effluxit multum potionis altius in ieiuno iturae regesserunt. [4] Bibere et sudare vita cardiaci est. Sunt exercitationes et faciles et breves, quae corpus et sine mora lassent et tempori parcant, cuius praecipua ratio habenda est: cursus et cum aliquo pondere manus motae et saltus vel ille qui corpus in altum levat vel ille qui in longum mittit vel ille, ut ita dicam, saliaris aut, ut contumeliosius dicam, fullonius: quoslibet ex his elige usum rude facile . [5] Quidquid facies, cito redi a corpore ad animum; illum noctibus ac diebus exerce. Labore modico alitur ille; hanc exercitationem non frigus, non aestus impediet, ne senectus quidem. Id bonum cura quod vetustate fit melius. [6] Neque ego te iubeo semper imminere libro aut pugillaribus: dandum est aliquod intervallum animo, ita tamen ut non resolvatur, sed remittatur. Gestatio et corpus concutit et studio non officit: possis legere, possis dictare, possis loqui, possis audire, quorum nihil ne ambulatio quidem vetat fieri. [7] Nec tu intentionem vocis contempseris, quam veto te per gradus et certos modos extollere, deinde deprimere. Quid si velis deinde quemadmodum ambules discere? Admitte istos quos nova artificia docuit fames: erit qui gradus tuos temperet et buccas edentis observet et in tantum procedat in quantum audaciam eius patientia et credulitate produxeris. Quid ergo? a clamore protinus et a summa contentione vox tua incipiet? usque eo naturale est paulatim incitari ut litigantes quoque a sermone incipiant, ad vociferationem transeant; nemo statim Quiritium fidem implorat. [8] Ergo utcumque tibi impetus animi suaserit, modo vehementius fac vitiis convicium, modo lentius, prout vox te quoque hortabitur in id latus ; modesta, cum recipies illam revocarisque, descendat, non decidat; mediatorisui habeat et hoc indocto et rustico more desaeviat. Non enim id agimus ut exerceatur vox, sed ut exerceat.
[9] Detraxi tibi non pusillum negotii: una mercedula et Åunum graecumÅ ad haec beneficia accedet. Ecce insigne praeceptum: \'stulta vita ingrata est, trepida; tota in futurum fertur\'. \'Quis hoc\' inquis \'dicit?\' idem qui supra. Quam tu nunc vitam dici existimas stultam? Babae et Isionis? Non ita est: nostra dicitur, quos caeca cupiditas in nocitura, certe numquam satiatura praecipitat, quibus si quid satis esse posset, fuisset, qui non cogitamus quam iucundum sit nihil poscere, quam magnificum sit plenum esse nec ex fortuna pendere. [10] Subinde itaque, Lucili, quam multa sis consecutus recordare; cum aspexeris quot te antecedant, cogita quot sequantur. Si vis gratus esse adversus deos et adversus vitam tuam, cogita quam multos antecesseris. Quid tibi cum ceteris? te ipse antecessisti. [11] Finem constitue quem transire ne possis quidem si velis; discedant aliquando ista insidiosa bona et sperantibus meliora quam assecutis. Si quid in illis esset solidi, aliquando et implerent: nunc haurientium sitim concitant. Mittantur speciosi apparatus; et quod futuri temporis incerta sors volvit, quare potius a fortuna impetrem ut det, quam a me ne petam? Quare autem petam? oblitus fragilitatis humanae congeram? in quid laborem? Ecce hic dies ultimus est; ut non sit, prope ab ultimo est. Vale.

 

 

Italiano
1 Era abitudine degli antichi, in uso fino ai miei tempi, scrivere all\'inizio delle lettere "Se tu stai bene, ne sono contento, io sto bene". Giustamente noi diciamo: "Se ti dedichi alla filosofia, ne sono contento", poiché alla fin fine questo significa stare bene. Senza la filosofia l\'anima è malata; e anche il corpo, se pure è in forze, è sano come può esserlo quello di un pazzo o di un forsennato. 2 Se vuoi star bene, dunque, cura soprattutto la salute dello spirito, e poi quella del corpo, che non ti costerà molto. È sciocco, mio caro Lucilio, e sconveniente per uno studioso esercitare i muscoli, sviluppare il collo e irrobustire i fianchi; quand\'anche ti sarai ingrossato e avrai rinforzato i muscoli, non uguaglierai né il vigore, né il peso di un bue ben nutrito. Inoltre, se il peso del corpo è eccessivo, lo spirito ne è schiacciato ed è meno agile. Perciò riduci quanto più puoi la cura del corpo e lascia spazio allo spirito. 3 Se uno si occupa troppo del fisico, ha molti fastidi: per prima cosa la fatica degli esercizi ginnici estenua lo spirito e lo rende incapace di concentrarsi e di dedicarsi agli studi più impegnativi; poi l\'abbondanza di cibo ottunde l\'acume. A questo aggiungi che come allenatori si prendono schiavi della peggior specie, uomini occupati a ungersi d\'olio e a bere, che giudicano soddisfacente una giornata se hanno sudato abbondantemente e se al posto del sudore versato hanno ingerito molto vino che a digiuno fa più effetto. Bere e sudare è la vita dell\'ammalato di stomaco. 4 Ci sono, invece, esercizi facili e brevi che spossano sùbito il corpo e fanno risparmiare quel tempo che va tenuto in gran conto: la corsa, il sollevamento pesi, il salto in alto, in lungo e quello, per così dire, tipico dei Salii o, per usare una definizione più volgare, del "lavandaio": scegli uno qualsiasi di questi semplici e facili esercizi. 5 Ma qualunque cosa tu faccia, ritorna sùbito dal corpo allo spirito ed esercitalo notte e giorno. L\'animo si rafforza con poca fatica; né il freddo, né il caldo e neppure la vecchiaia ne impediscono l\'allenamento. Cura quel bene che migliora col tempo. 6 Non ti dico di stare sempre sui libri o sulle carte: bisogna concedere un po\' di riposo allo spirito, quanto basta per distenderlo senza svigorirlo. Una passeggiata in vettura, ad esempio, stimola il corpo e non impedisce lo studio: puoi leggere, dettare, parlare, ascoltare, tutte attività che nemmeno il camminare preclude. 7 Non trascurare poi il timbro di voce: io ti consiglio di non alzarla per gradi e a intervalli regolari e quindi abbassarla. E se poi volessi imparare come si deve passeggiare? Chiama uno di quelli cui la fame ha insegnato nuovi mestieri: ci sarà chi regolerà i tuoi passi e sorveglierà la bocca mentre mangi: si spingerà tanto avanti quanto tu concederai alla sua audacia con la tua tolleranza e credulità. E allora? Comincerai a parlare gridando e alzando al massimo il tono della voce? È naturale, invece, farla crescere a poco a poco: tanto è vero che anche le parti in causa in tribunale cominciano con calma e finiscono col gridare; nessuno implora subito la protezione dei Quiriti. 8 Quindi, seguendo il tuo impulso, scagliati contro i vizi, ora con più veemenza, ora con più calma, regolandoti come ti suggerisce la voce. E quando la fai ridiscendere e la abbassi, deve calare, non precipitare; deve fuoriuscire in tono misurato, e non violento alla maniera degli zotici ignoranti. Noi non vogliamo che la voce venga educata, ma che educhi.
9 Ti ho evitato un grosso fastidio: a questo favore aggiungerò un solo piccolo compenso, anch\'esso di provenienza greca. Ecco un precetto straordinario: "La vita degli sciocchi è spiacevole, inquieta, tutta proiettata al futuro." "Chi lo dice?" mi chiedi. Quello stesso di prima. Che vita - a tuo parere - si può definire da sciocchi? Quella di Baba o di Issione? No, è la nostra: una cieca avidità ci spinge a ricercare beni che nuoceranno e che certo non ci sazieranno mai; proprio noi che, se qualcosa potesse bastarci, l\'avremmo già ottenuta; noi che non pensiamo quale gioia possa dare non chiedere nulla, come sia meraviglioso essere soddisfatti e non dipendere dalla sorte. 10 Perciò caro Lucilio, ricorda sempre quanti vantaggi hai conseguito; e quando guarderai quante persone ti stanno davanti, pensa a quante ti sono dietro. Se vuoi essere grato agli dèi e alla tua vita, pensa al numero degli uomini che hai superato. Ma che hai a che fare tu con gli altri? Hai superato te stesso. 11 Proponiti una meta da non oltrepassare neppure volendo; allontana finalmente questi beni pieni di insidie; sembrano migliori quando si spera di ottenerli che una volta ottenuti. Se in essi vi fosse sostanza, finirebbero per soddisfare: invece eccitano la sete di chi beve. Lascia da parte le belle apparenze; e il futuro, dominio dell\'incerto destino, perché implorarlo dalla fortuna? Meglio convincersi a non chiederlo. Perché, poi, chiedere? Perché ammucchiare, dimenticando la fragilità umana? Perché affannarsi? Ecco, questo giorno è l\'ultimo; se non lo è, è vicino all\'ultimo. Stammi bene.


Libro 3, Lettera 23
Latino
[1] Putas me tibi scripturum quam humane nobiscum hiemps gerit, quae et remissa fuit et brevis, quam malignum ver sit, quam praeposterum frigus, et alias ineptias verba quaerentium? Ego vero aliquid quod et mihi et tibi prodesse possit scribam. Quid autem id erit nisi ut te exhorter ad bonam mentem? Huius fundamentum quod sit quaeris? ne gaudeas vanis. Fundamentum hoc esse dixi: culmen est. Ad summa pervenit qui scit quo gaudeat, qui felicitatem suam in aliena potestate non posuit; sollicitus est et incertus sui quem spes aliqua proritat, licet ad manum sit, licet non ex difficili petatur, licet numquam illum sperata deceperint. [3] Hoc ante omnia fac, mi Lucili: disce gaudere. Existimas nunc me detrahere tibi multas voluptates qui fortuita summoveo, qui spes, dulcissima oblectamenta, devitandas existimo? immo contra nolo tibi umquam deesse laetitiam. Volo illam tibi domi nasci: nascitur si modo intra te ipsum fit. Ceterae hilaritates non implent pectus; frontem remittunt, leves sunt, nisi forte tu iudicas eum gaudere qui ridet: animus esse debet alacer et fidens et supra omnia erectus. [4] Mihi crede, verum gaudium res severa est. An tu existimas quemquam soluto vultu et, ut isti delicati loquuntur, hilariculo mortem contemnere, paupertati domum aperire, voluptates tenere sub freno, meditari dolorum patientiam? Haec qui apud se versat in magno gaudio est, sed parum blando. In huius gaudii possessione esse te volo: numquam deficiet, cum semel unde petatur inveneris. [5] Levium metallorum fructus in summo est: illa opulentissima sunt quorum in alto latet vena assidue plenius responsura fodienti. Haec quibus delectatur vulgus tenuem habent ac perfusoriam voluptatem, et quodcumque invecticium gaudium est fundamento caret: hoc de quo loquor, ad quod te conor perducere, solidum est et quod plus pateat introrsus. [6] Fac, oro te, Lucili carissime, quod unum potest praestare felicem: dissice et conculca ista quae extrinsecus splendent, quae tibi promittuntur ab alio vel ex alio; ad verum bonum specta et de tuo gaude. Quid est autem hoc \'de tuo\'? te ipso et tui optima parte. Corpusculum bonum esse credideris: veri boni aviditas tuta est. [7] Quod sit istud interrogas, aut unde subeat? Dicam: ex bona conscientia, ex honestis consiliis, ex rectis actionibus, ex contemptu fortuitorum, ex placido vitae et continuo tenore unam prementis viam. Nam illi qui ex aliis propositis in alia transiliunt aut ne transiliunt quidem sed casu quodam transmittuntur, quomodo habere quicquam certum mansurumve possunt suspensi et vagi? [8] Pauci sunt qui consilio se suaque disponant: ceteri, eorum more quae fluminibus innatant, non eunt sed feruntur; ex quibus alia lenior unda detinuit ac mollius vexit, alia vehementior rapuit, alia proxima ripae cursu languescente deposuit, alia torrens impetus in mare eiecit. Ideo constituendum est quid velimus et in eo perseverandum.
[9] Hic est locus solvendi aeris alieni. Possum enim tibi vocem Epicuri tui reddere et hanc epistulam liberare: \'molestum est semper vitam inchoare\'; aut si hoc modo magis sensus potest exprimi, \'male vivunt qui semper vivere incipiunt\'. [10] \'Quare?\' inquis; desiderat enim explanationem ista vox. Quia semper illis imperfecta vita est; non potest autem stare paratus ad mortem qui modo incipit vivere. Id agendum est ut satis vixerimus: nemo hoc praestat qui orditur cum maxime vitam. [11] Non est quod existimes paucos.esse hos: propemodum omnes sunt. Quidam vero tunc incipiunt cum desinendum est. Si hoc iudicas mirum, adiciam quod magis admireris: quidam ante vivere desierunt quam inciperent. Vale.

 

 

Italiano
1 Pensi che ti scriva quanto è stato benevolo con noi l\'inverno, così mite e breve, quanto sia maligna la primavera, quanto fuori stagione il freddo e altre sciocchezze tipiche di chi non ha argomenti? Ti scriverò invece, qualcosa che possa essere utile a entrambi. E che altro se non esortarti alla saggezza? Chiedi quale ne sia il fondamento? Non compiacersi delle vanità. 2 Ho detto il fondamento: dovevo dire il culmine. E lo raggiunge chi sa di che cosa gioire, chi non mette la sua felicità nelle mani d\'altri; è preoccupato e insicuro l\'uomo che si lascia sedurre da una qualche speranza, anche se l\'ha a portata di mano, anche se non è difficile a realizzarsi, anche se non è mai stato deluso nelle sue attese. 3 Impara innanzi tutto a gioire, Lucilio mio. Pensi davvero che ti voglia privare di molti piaceri perché allontano i beni fortuiti e ritengo che si debba evitare il dolce conforto della speranza? Anzi, al contrario, non voglio che ti manchi mai la gioia. Voglio, però che ti nasca in casa: e nasce, purché scaturisca dall\'intimo. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore; rasserenano il volto, ma sono fugaci, a meno che tu non giudichi felice uno che ride: l\'animo deve essere allegro e fiducioso ed ergersi al di sopra di tutto. 4 Credimi, la vera gioia è austera. Oppure ritieni che l\'uomo sereno e, come dicono questi sdolcinati, gaio in volto, disprezzi la morte, apra la sua casa alla povertà, tenga a freno i piaceri, si prepari a sopportare i dolori? Chi medita su questi pensieri prova una grande gioia, anche se poco seducente. Questa gioia voglio che tu la possieda: non verrà mai meno, una volta che tu sappia da dove derivi. 5 I metalli vili si trovano in superficie: i più preziosi sono nascosti, invece, nelle viscere della terra, e procurano un compenso maggiore a chi ha la costanza di scavare. Quei beni di cui si compiace la massa dànno un piacere inconsistente e superficiale: ogni gioia che viene dall\'esterno manca di fondamenta: questa, di cui ti parlo e alla quale cerco di condurti, è reale e si spiega più intensamente nell\'intimo. 6 Ti prego, carissimo, fa\' la sola cosa che può renderti felice: distruggi e calpesta questi beni splendidi solo esteriormente, che uno ti promette o che speri da un altro; aspira al vero bene e godi del tuo. Ma che cosa è "il tuo"? Te stesso e la parte migliore di te. Anche il corpo, povera cosa, benché non se ne possa fare a meno, stimalo necessario più che importante; ci procura piaceri vani, di breve durata, di cui necessariamente ci pentiamo e che, se non li frena una grande moderazione, hanno un esito opposto. Questo dico: il piacere sta sul filo, e si muta in dolore se non ha misura; ma è difficile tenere una giusta misura in quello che si crede un bene: solo il desiderio, anche intenso, del vero bene è senza pericoli. 7 Vuoi sapere che cosa sia il vero bene o da dove venga? Te lo dirò: dalla buona coscienza, dagli onesti propositi, dalle rette azioni, dal disprezzo del caso, dal tranquillo e costante tenore di vita di chi segue sempre lo stesso cammino. Quegli uomini che passano da un proposito all\'altro o neppure passano, ma si lasciano portare dal caso, come possono avere sicurezza e stabilità se sono incerti e instabili? 8 Sono pochi quelli che decidono di sé e delle proprie cose a ragion veduta: gli altri, come gli oggetti che galleggiano nei fiumi, non avanzano: vengono trasportati: alcuni sono trattenuti e spostati più lentamente da una corrente più debole, altri trascinati con maggiore violenza, altri deposti vicino alla riva da una corrente meno forte, altri gettati in mare dall\'impeto delle acque. Dobbiamo, perciò stabilire che cosa vogliamo e perseverare nei nostri propositi.
9 È arrivato il momento di pagare il mio debito. Posso riferirti una frase del tuo Epicuro e adempiere al vincolo di questa lettera: "È penoso cominciare sempre la vita", oppure, se così il senso è più chiaro: "Vivono male quelle persone che cominciano sempre a vivere." 10 "Perché?" chiedi; difatti questa frase necessita di una spiegazione. Perché la loro vita è sempre incompleta; non può essere pronto alla morte chi proprio allora comincia a vivere. Dobbiamo fare in modo di aver vissuto abbastanza. Ma questo non lo fa chi è intento proprio allora a tessere la trama della sua esistenza. 11 Non pensare che uomini del genere siano pochi: sono quasi tutti così. Certi, poi, cominciano quando è tempo di smettere. Se ti pare strano, aggiungerò una cosa che ti sembrerà ancora più strana: certi uomini finiscono di vivere ancora prima di cominciare. Stammi bene.


Libro 3, Lettera 24
Latino
[1] Sollicitum esse te scribis de iudici eventu quod tibi furor inimici denuntiat; existimas me suasurum ut meliora tibi ipse proponas et acquiescas spei blandae. Quid enim necesse est mala accersere, satis cito patienda cum venerint praesumere, ac praesens tempus futuri metu perdere? Est sine dubio stultum, quia quandoque sis futurus miser, esse iam miserum. [2] Sed ego alia te ad securitatem via ducam: si vis omnem sollicitudinem exuere, quidquid vereris ne eveniat eventurum utique propone, et quodcumque est illud malum, tecum ipse metire ac timorem tuum taxa: intelleges profecto aut non magnum aut non longum esse quod metuis. [3] Nec diu exempla quibus confirmeris colligenda sunt: omnis illa aetas tulit. In quamcumque partem rerum vel civilium vel externarum memoriam miseris, occurrent tibi ingenia aut profectus aut impetus magni. Numquid accidere tibi, si damnaris, potest durius quam ut mittaris in exilium, ut ducaris in carcerem? Numquid ultra quicquam ulli timendum est quam ut uratur, quam ut pereat? Singula ista constitue et contemptores eorum cita, qui non quaerendi sed eligendi sunt. [4] Damnationem suam Rutilius sic tulit tamquam nihil illi molestum aliud esset quam quod male iudicaretur. Exilium Metellus fortiter tulit, Rutilius etiam libenter; alter ut rediret rei publicae praestitit, alter reditum suum Sullae negavit, cui nihil tunc negabatur. In carcere Socrates disputavit et exire, cum essent qui promitterent fugam, noluit remansitque, ut duarum rerum gravissimarum hominibus metum demeret, mortis et carceris. [5] Mucius ignibus manum imposuit. Acerbum est uri: quanto acerbius si id te faciente patiaris! Vides hominem non eruditum nec ullis praeceptis contra mortem aut dolorem subornatum, militari tantum robore instructum, poenas a se irriti conatus exigentem; spectator destillantis in hostili foculo dexterae stetit nec ante removit nudis ossibus fluentem manum quam ignis illi ab hoste subductus est. Facere aliquid in illis castris felicius potuit, nihil fortius. Vide quanto acrior sit ad occupanda pericula virtus quam crudelitas ad irroganda: facilius Porsina Mucio ignovit quod voluerat occidere quam sibi Mucius quod non occiderat.

[6] \'Decantatae\' inquis \'in omnibus scholis fabulae istae sunt; iam mihi, cum ad contemnendam mortem ventum fuerit, Catonem narrabis.\' Quidni ego narrem ultima illa nocte Platonis librum legentem posito ad caput gladio? Duo haec in rebus extremis instrumenta prospexerat, alterum ut vellet mori, alterum ut posset. Compositis ergo rebus, utcumque componi fractae atque ultimae poterant, id agendum existimavit ne cui Catonem aut occidere liceret aut servare contingeret; [7] et stricto gladio quem usque in illum diem ab omni caede purum servaverat, \'nihil\' inquit \'egisti, fortuna, omnibus conatibus meis obstando. Non pro mea adhuc sed pro patriae libertate pugnavi, nec agebam tanta pertinacia ut liber, sed ut inter liberos, viverem: nunc quoniam deploratae sunt res generis humani, Cato deducatur in tutum.\' [8] Impressit deinde mortiferum corpori vulnus; quo obligato a medicis cum minus sanguinis haberet, minus virium, animi idem, iam non tantum Caesari sed sibi iratus nudas in vulnus manus egit et generosum illum contemptoremque omnis potentiae spiritum non emisit sed eiecit.

[9] Non in hoc exempla nunc congero ut ingenium exerceam, sed ut te adversus id quod maxime terribile videtur exhorter; facilius autem exhortabor, si ostendero non fortes tantum viros hoc momentum efflandae animae contempsisse sed quosdam ad alia ignavos in hac re aequasse animum fortissimorum, sicut illum Cn. Pompei socerum Scipionem, qui contrario in Africam vento relatus cum teneri navem suam vidisset ab hostibus, ferro se transverberavit et quaerentibus ubi imperator esset, \'imperator\' inquit \'se bene habet\'. [10] Vox haec illum parem maioribus fecit et fatalem Scipionibus in Africa gloriam non est interrumpi passa. Multum fuit Carthaginem vincere, sed amplius mortem. \'Imperator\' inquit \'se bene habet\': an aliter debebat imperator, et quidem Catonis, mori? [11] Non revoco te ad historias nec ex omnibus saeculis contemptores mortis, qui sunt plurimi, colligo; respice ad haec nostra tempora, de quorum languore ac delicis querimur: omnis ordinis homines suggerent, omnis fortunae, omnis aetatis, qui mala sua morte praeciderint. Mihi crede, Lucili, adeo mors timenda non est ut beneficio eius nihil timendum sit. [12] Securus itaque inimici minas audi; et quamvis conscientia tibi tua fiduciam faciat, tamen, quia multa extra causam valent, et quod aequissimum est spera et ad id te quod est iniquissimum compara. Illud autem ante omnia memento, demere rebus tumultum ac videre quid in quaque re sit: scies nihil esse in istis terribile nisi ipsum timorem. [13] Quod vides accidere pueris, hoc nobis quoque maiusculis pueris evenit: illi quos amant, quibus assueverunt, cum quibus ludunt, si personatos vident, expavescunt: non hominibus tantum sed rebus persona demenda est et reddenda facies sua. [14] Quid mihi gladios et ignes ostendis et turbam carnificum circa te frementem? Tolle istam pompam sub qua lates et stultos territas: mors es, quam nuper servus meus, quam ancilla contempsit. Quid tu rursus mihi flagella et eculeos magno apparatu explicas? quid singulis articulis singula machinamenta quibus extorqueantur aptata et mille alia instrumenta excarnificandi particulatim hominis? Pone ista quae nos obstupefaciunt; iube conticiscere gemitus et exclamationes et vocum inter lacerationem elisarum acerbitatem: nempe dolor es, quem podagricus ille contemnit, quem stomachicus ille in ipsis delicis perfert, quem in puerperio puella perpetitur. Levis es si ferre possum; brevis es si ferre non possum.

[15] Haec in animo voluta, quae saepe audisti, saepe dixisti; sed an vere audieris, an vere dixeris, effectu proba; hoc enim turpissimum est quod nobis obici solet, verba nos philosophiae, non opera tractare. Quid? tu nunc primum tibi mortem imminere scisti, nunc exilium, nunc dolorem? in haec natus es; quidquid fieri potest quasi futurum cogitemus. [16] Quod facere te moneo scio certe fecisse: nunc admoneo ut animum tuum non mergas in istam sollicitudinem; hebetabitur enim et minus habebit vigoris cum exsurgendum erit. Abduc illum a privata causa ad publicam; dic mortale tibi et fragile corpusculum esse, cui non ex iniuria tantum aut ex potentioribus viribus denuntiabitur dolor: ipsae voluptates in tormenta vertuntur, epulae cruditatem afferunt, ebrietates nervorum torporem tremoremque, libidines pedum, manuum, articulorum omnium depravationes. [17] Pauper fiam: inter plures ero. Exul fiam: ibi me natum putabo quo mittar. Alligabor: quid enim? nunc solutus sum? ad hoc me natura grave corporis mei pondus adstrinxit. Moriar: hoc dicis, desinam aegrotare posse, desinam alligari posse, desinam mori posse.

[18] Non sum tam ineptus ut Epicuream cantilenam hoc loco persequar et dicam vanos esse inferorum metus, nec Ixionem rota volvi nec saxum umeris Sisyphi trudi in adversum nec ullius viscera et renasci posse cotidie et carpi: nemo tam puer est ut Cerberum timeat et tenebras et larvalem habitum nudis ossibus cohaerentium. Mors nos aut consumit aut exuit; emissis meliora restant onere detracto, consumptis nihil restat, bona pariter malaque summota sunt. [19] Permitte mihi hoc loco referre versum tuum, si prius admonuero ut te iudices non aliis scripsisse ista sed etiam tibi. Turpe est aliud loqui, aliud sentire: quanto turpius aliud scribere, aliud sentire! Memini te illum locum aliquando tractasse, non repente nos in mortem incidere sed minutatim procedere. [20] Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque cum crescimus vita decrescit. Infantiam amisimus, deinde pueritiam, deinde adulescentiam. Usque ad hesternum quidquid trans;t temporis perit; hunc ipsum quem agimus diem cum morte dividimus. Quemadmodum clepsydram non extremum stilicidium exhaurit sed quidquid ante defluxit, sic ultima hora qua esse desinimus non sola mortem facit sed sola consummat; tunc ad illam pervenimus, sed diu venimus. [21] Haec cum descripsisses quo soles ore, semper quidem magnus, numquam tamen acrior quam ubi veritati commodas verba, dixisti,

mors non una venit, sed quae rapit ultima mors est.

Malo te legas quam epistulam meam; apparebit enim tibi hanc quam timemus mortem extremam esse, non solam.

[22] Video quo spectes: quaeris quid huic epistulae infulserim, quod dictum alicuius animosum, quod praeceptum utile. Ex hac ipsa materia quae in manibus fuit mittetur aliquid. Obiurgat Epicurus non minus eos qui mortem concupiscunt quam eos qui timent, et ait: \'ridiculum est currere ad mortem taedio vitae, cum genere vitae ut currendum ad mortem esset effeceris\'. [23] Item alio loco dicit: \'quid tam ridiculum quam appetere mortem, cum vitam inquietam tibi feceris metu mortis?\' His adicias et illud eiusdem notae licet, tantam hominum imprudentiam esse, immo dementiam, ut quidam timore mortis cogantur ad mortem. [24] Quidquid horum tractaveris, confirmabis animum vel ad mortis vel ad vitae patientiam; [at] in utrumque enim monendi ac firmandi sumus, et ne nimis amemus vitam et ne nimis oderimus. Etiam cum ratio suadet finire se, non temere nec cum procursu capiendus est impetus. [25] Vir fortis ac sapiens non fugere debet e vita sed exire; et ante omnia ille quoque vitetur affectus qui multos occupavit, libido moriendi. Est enim, mi Lucili, ut ad alia, sic etiam ad moriendum inconsulta animi inclinatio, quae saepe generosos atque acerrimae indolis viros corripit, saepe ignavos iacentesque: illi contemnunt vitam, hi gravantur. [26] Quosdam subit eadem faciendi videndique satietas et vitae non odium sed fastidium, in quod prolabimur ipsa impellente philosophia, dum dicimus \'quousque eadem? nempe ex pergiscar dormiam, esuriam, algebo aestuabo. Nullius rei finis est, sed in orbem nexa sunt omnia, fugiunt ac sequuntur; diem nox premit, dies noctem, aestas in autumnum desinit, autumno hiemps instat, quae vere compescitur; omnia sic transeunt ut revertantur. Nihil novi facio, nihil novi video: fit aliquando et huius rei nausia.\' Multi sunt qui non acerbum iudicent vivere sed supervacuum. Vale.

 

 

Italiano
1 Mi scrivi di essere preoccupato per l\'esito della causa che ti è stata intentata dal furore di un tuo nemico; e pensi che io ti esorti ad augurarti il meglio e a trovare conforto in speranze lusinghiere. Che necessità c\'è, infatti, di chiamare i guai, di anticiparseli se, quando arriveranno, dovrai sopportarli già abbastanza presto; perché rovinarsi il presente per timore del futuro? Senza dubbio è da pazzi essere infelice oggi, perché un giorno o l\'altro potresti essere infelice. 2 Ma io voglio condurti alla serenità per un\'altra strada: se vuoi liberarti da ogni preoccupazione, pensa che avverrà senz\'altro quello che temi e, qualunque sia quel male, misuralo con te stesso e poi valuta attentamente la tua paura: sicuramente ti renderai conto che il male temuto o non è grave o non durerà a lungo. 3 Non è difficile trovare esempi confortanti: ogni epoca ne ha. Richiama alla memoria un periodo qualsiasi della storia nazionale ed estera: ti si presenteranno uomini insigni o per i loro grandi progressi spirituali o per i nobili slanci. Se subirai una condanna, ti può capitare qualcosa di più penoso che l\'esilio o il carcere? O qualcosa di più temibile che la tortura o la morte? Esamina questi mali uno per uno e rievoca gli uomini che li hanno disprezzati: non dovrai cercarli, ma solo operare una scelta. 4 Rutilio sopportò la sua condanna come se per lui la cosa più gravosa fosse una cattiva reputazione. Metello sostenne con coraggio l\'esilio, Rutilio addirittura volentieri. L\'uno assicurò allo stato il suo ritorno, l\'altro rifiutò il ritorno concessogli da Silla: un uomo cui allora non si rifiutava niente. In carcere Socrate continuò a discutere di filosofia e non volle fuggire, pur essendoci chi gli assicurava la fuga; rimase per liberare gli uomini dalla paura delle due disgrazie ritenute più dure: la morte e il carcere. 5 Mucio mise la mano sul fuoco. È doloroso essere bruciati: quanto più doloroso è infliggersi volontariamente questa pena! Hai di fronte un uomo incolto, che non ha ricevuto nessun insegnamento contro la morte o la sofferenza, forte solo del suo valore militare e che esige da sé una pena per un tentativo andato a vuoto. Stette immobile a guardare la sua mano consumarsi sul braciere dei nemici e non la tolse, la lasciò bruciare fino all\'osso: fu il nemico a portargli via il fuoco. Avrebbe potuto compiere in quell\'accampamento un\'impresa più fortunata, ma non più coraggiosa. Vedi, quanto più pronto sia il valore ad affrontare i pericoli che la crudeltà ad imporli. Porsenna perdonò più facilmente a Mucio di averlo voluto uccidere di quanto Mucio perdonò a se stesso di non averlo ucciso.
6 "Queste sono leggende," ribatti, "dette e ripetute in tutte le scuole; e ora quando si arriverà a parlare del disprezzo della morte, mi racconterai di Catone." E perché non dovrei raccontarti che in quella famosa ultima notte leggeva un libro di Platone con la spada posata vicino alla testa? Si era procurato in quel momento supremo questi due strumenti: uno che rafforzasse la sua decisione di morire, l\'altro che la rendesse possibile. Disposte le sue cose come meglio poteva in quelle circostanze terribili ed estreme, decise di agire in modo che nessuno potesse uccidere Catone, o gli toccasse di salvarlo; 7 e afferrata la spada che fino a quel giorno non aveva mai macchiato di sangue, disse: "Fortuna, non hai ottenuto nulla contrastando i miei tentativi. Fino ad oggi non ho lottato per la mia libertà, ma per quella della patria e non agivo con tanta determinazione per vivere libero, ma per vivere tra uomini liberi: ora, poiché la condizione del genere umano è disperata, possa Catone mettersi al sicuro." 8 Poi si inferse la ferita mortale; quando i medici gliela suturarono, benché avesse perso sangue e forza, ma non coraggio, irato non tanto con Cesare quanto con se stesso, cacciò le mani nude nella ferita e non spirò ma scagliò via la sua anima generosa e sprezzante di ogni potenza.
9 Non è mia intenzione raccogliere questi esempi per esercitare la mente, ma per farti coraggio contro il male ritenuto il peggiore; e riuscirò più facilmente nel mio proposito mostrandoti che non solo uomini coraggiosi hanno affrontato con sprezzo il momento della morte, ma che alcuni, vili in altre circostanze, in questa occasione hanno emulato il coraggio dei più forti; per esempio il famoso Scipione, suocero di G. Pompeo; egli, spinto sulle coste africane da venti contrari, vedendo che la sua nave era caduta in mano nemica, si trafisse con la spada, e a chi chiedeva dove fosse il generale: "Il generale sta bene", rispose. 10 Questa frase lo ha reso degno dei suoi antenati e ha perpetuato la fatale gloria degli Scipioni in Africa. Fu una grande impresa vincere Cartagine, ma ancora più grande fu vincere la morte. "Il generale sta bene"\' doveva forse morire diversamente un generale e per di più il generale di Catone? 11 Non ti richiamo alle vicende storiche, e nemmeno voglio raccogliere da tutte le epoche quegli uomini, e sono numerosissimi, che hanno disprezzato la morte. Guarda a questi nostri tempi, di cui lamentiamo la rilassatezza e l\'amore dei piaceri: vedrai persone di ogni ceto sociale, di ogni condizione, di ogni età, i quali hanno troncato i loro mali con la morte. Credimi, Lucilio, la morte è così poco temibile che proprio per merito suo non dobbiamo temere nulla. 12 Ascolta, perciò tranquillo le minacce del tuo nemico; la tua coscienza ti dà fiducia, ma, poiché hanno il loro peso anche fattori estranei al processo, spera, sì, in una sentenza veramente giusta, ma preparati anche a una totalmente ingiusta. E innanzi tutto ricordati di spogliare gli avvenimenti dal tumulto che li accompagna e di considerarli nella loro essenza: capirai che in essi non c\'è niente di terribile se non la nostra paura. 13 Ciò che vedi succedere ai fanciulli, succede anche a noi che siamo solo dei fanciulli un po\' più grandi: quando vedono mascherate le persone che amano e con le quali hanno una consuetudine di giochi e di vita, si spaventano: anche alle cose, come agli uomini, bisogna togliere la maschera e restituire loro il vero aspetto. 14 Perché mi mostri spade, fuoco e una turba di carnefici fremente intorno a te? Togli di mezzo questo apparato sotto il quale ti nascondi e atterrisci gli sciocchi: tu sei la morte, per te or ora un mio servo, una mia ancella, hanno mostrato disprezzo. Perché tu di nuovo mi spieghi davanti con grande messa in scena flagelli e strumenti di tortura? Perché mi mostri arnesi diversi per tormentare le varie articolazioni e mille altri macchinari per straziare un uomo brano a brano? Lascia da parte questi strumenti di terrore; fa\' cessare i gemiti, le grida e gli urli lancinanti strappati con la tortura: tu sei il dolore che il podagroso disprezza, che l\'ammalato di stomaco sopporta in mezzo ai piaceri del pranzo, che la giovane donna soffre con coraggio durante il parto. Se ti posso sopportare, sei leggero; se non posso, durerai poco.
15 Rifletti su queste parole che hai spesso udito e spesso pronunciato; prova ora coi fatti che hai ascoltato, che hai parlato con sincerità; sovente ci rinfacciano un comportamento davvero vergognoso: discutiamo di filosofia, ma non la mettiamo in pratica. Come? Che ti minaccia la morte, l\'esilio, il dolore l\'hai capito ora per la prima volta? Sei nato con questo destino; qualunque cosa possa accadere pensiamola come se fosse certa. 16 Hai sicuramente agito come ti suggerisco, lo so: ora, però ti esorto a non sommergere il tuo spirito in queste preoccupazioni; si indebolirà e avrà meno vigore al momento in cui dovrà levarsi a combattere. Volgilo dai tuoi problemi personali a quelli generali; ripetigli che hai un corpo mortale e fragile; sofferenze possono infliggergliene non solo la violenza o la forza dei più potenti; i piaceri stessi si volgono in tormenti: i pranzi provocano indigestioni, l\'ubriachezza torpore e tremiti nervosi, la lussuria può deformare piedi, mani e tutte le articolazioni. 17 Diventerò povero: sarò tra i più. Andrò in esilio: penserò di esser nato là dove mi manderanno. Sarò incatenato: e allora? Sono forse libero adesso? La natura mi ha vincolato a questo grave peso: il corpo. Morirò: è come se tu dicessi: non correrò più il rischio di ammalarmi, di essere messo in catene, di morire.
18 Non sono tanto ottuso da recitare a questo punto la litania epicurea e ripetere che sono falsi gli spauracchi dell\'oltretomba; Issione non gira legato a una ruota, Sisifo non spinge con le spalle un masso su per una salita, a nessuno possono ogni giorno ricrescere ed essere divorate le viscere: non c\'è uomo così infantile da temere Cerbero, le tenebre e gli spettri sotto forma di nudi scheletri. La morte o ci consuma o ci spoglia; se ci libera dal peso del corpo, rimane la parte migliore di noi; se ci consuma, di noi non resta niente; beni e mali scompaiono allo stesso modo. 19 Permettimi a questo punto di citare un tuo verso; bada, però: non lo hai scritto solo per gli altri, ma anche per te. È vergognoso dire una cosa e pensarne un\'altra: ma scrivere una cosa e pensarne un\'altra lo è ancòra di più. Ricordo che una volta hai trattato questo argomento: noi non precipitiamo all\'improvviso nella morte, ma ci avviciniamo a poco a poco. 20 Moriamo ogni giorno: ogni giorno ci viene tolta una parte della vita e anche quando ancora cresciamo, la vita decresce. Abbiamo perduto l\'infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Tutto il tempo trascorso fino a ieri è ormai perduto; anche questo giorno che stiamo vivendo lo dividiamo con la morte. Come la clessidra non la vuota l\'ultima goccia d\'acqua, ma tutta quella defluita prima, così l\'ora estrema, che mette fine alla nostra vita, non provoca da sola la morte, ma da sola la compie; noi vi giungiamo in quel momento, da tempo, però, vi siamo diretti. 21 Dopo aver delineato questi concetti con il tuo solito linguaggio, sempre sostenuto e tuttavia mai più penetrante di quando metti le parole al servizio della verità, scrivi:

La morte non viene una volta sola: quella che ci porta via è l\'ultima morte.

È meglio che tu legga te stesso invece della mia lettera; capirai che questa da noi temuta, è la morte estrema, non la sola.
22 So dove guardi: cerchi che cosa ho inserito in questa lettera, che massima coraggiosa, che insegnamento utile di un qualche autore. Ti manderò dei pensieri sull\'argomento in questione. Epicuro biasima chi brama la morte non meno di chi la teme e afferma: "È ridicolo correre verso la morte per stanchezza della vita, quando è il tuo sistema di vita che ti fa correre incontro alla morte." 23 E ancòra in un altro passo: "Che c\'è di tanto ridicolo quanto cercare la morte, se proprio per paura della morte ti sei reso la vita impossibile?" Aggiungi anche un\'altra considerazione simile: è tanta la stupidità, anzi la follia degli uomini, che alcuni sono spinti alla morte dal timore della morte. 24 Medita su uno qualsiasi di questi pensieri, rafforzerai il tuo animo a sopportare o la morte o la vita; dobbiamo essere consigliati e incoraggiati sia a non amare troppo la vita, sia a non odiarla troppo. Anche quando la ragione ci spinge a farla finita, non prendiamo risoluzioni sconsiderate e avventate. 25 L\'uomo forte e saggio non deve fuggire dalla vita, ma uscirne: e soprattutto eviti uno stato d\'animo comune a molti: la smania di morire. Lucilio mio, come per altre cose, anche per la morte c\'è una propensione inconsulta: spesso assale gli uomini generosi e impavidi, spesso gli ignavi e i deboli: gli uni sprezzano la vita, gli altri ne sono gravati. 26 In certi si insinua la sazietà di fare e di vedere sempre le stesse cose, e non l\'odio, ma il disgusto della vita; vi scivoliamo spinti dalla filosofia stessa e ci chiediamo: "Fino a quando le medesime cose? Mi sveglierò dormirò mangerò avrò fame, avrò freddo, avrò caldo. Niente finisce, ogni cosa è concatenata in un circolo chiuso; fugge e insegue; la notte incalza il giorno, il giorno la notte, l\'estate finisce nell\'autunno, l\'autunno è inseguito dall\'inverno, che è chiuso dalla primavera; tutto passa per ritornare. Non faccio niente di nuovo, non vedo niente di nuovo e un bel giorno tutto questo viene a nausea." Ci sono molti che la vita non la giudicano penosa, ma superflua. Stammi bene.


colpirà una luce splendente. Immagina quanto è grande il fulgore di tanti astri che uniscono le loro luci. Nessun\'ombra offuscherà il sereno; ogni parte del cielo splenderà ugualmente luminosa: giorno e notte si avvicendano solo nella nostra infima atmosfera. Dirai di essere vissuto nelle tenebre, quando con tutto te stesso vedrai la luce nel pieno del suo fulgore, quella luce che ora vedi confusamente attraverso la strettissima fessura degli occhi, e tuttavia, anche da lontano, la guardi con stupore; quale ti apparirà la luce divina quando la vedrai nella sua sede? 29 Questo pensiero scaccia dall\'anima tutto ciò che è meschino, vile, crudele. Ci dice che gli dèi sono testimoni di tutto; comanda di renderci a loro graditi, di prepararci al futuro incontro e di guardare all\'eternità. Chi concepisce questo pensiero non ha terrore di nessun esercito, non è spaventato dalla tromba di guerra, nessuna minaccia lo fa temere. 30 Se uno spera nella morte, non può avere paura. Anche chi ritiene che l\'anima esista finché è trattenuta dal vincolo del corpo, e che una volta libera si disperda sùbito, opera in modo da poter essere utile anche dopo la morte. Benché venga sottratto alla vista del prossimo, tuttavia

sempre le assedia la mente la straordinaria virtù dell\'eroe e la grande nobiltà della sua stirpe.

Pensa quanto ci giovano gli esempi di virtù: saprai che il ricordo dei grandi uomini ci giova quanto la loro presenza. Stammi bene.


Libro 4, Lettera 32
Latino
[1] Inquiro de te et ab omnibus sciscitor qui ex ista regione veniunt quid agas, ubi et cum quibus moreris. Verba dare non potes: tecum sum. Sic vive tamquam quid facias auditurus sim, immo tamquam visurus. Quaeris quid me maxime ex iis quae de te audio delectet? quod nihil audio, quod plerique ex iis quos interrogo nesciunt quid agas. [2] Hoc est salutare, non conversari dissimilibus et diversa cupientibus. Habeo quidem fiduciam non posse te detorqueri mansurumque in proposito, etiam si sollicitantium turba circumeat. Quid ergo est? non timeo ne mutent te, timeo ne impediant. Multum autem nocet etiam qui moratur, utique in tanta brevitate vitae, quam breviorem inconstantia facimus, aliud eius subinde atque aliud facientes initium; diducimus illam in particulas ac lancinamus. [3] Propera ergo, Lucili carissime, et cogita quantum additurus celeritati fueris, si a tergo hostis instaret, si equitem adventare suspicareris ac fugientium premer vestigia. Fit hoc, premeris: accelera et evade, perduc te in tutum et subinde considera quam pulchra res sit consummare vitam ante mortem, deinde exspectare securum reliquam temporis sui partem, nihil sibi, in possessione beatae vitae positum, quae beatior non fit si longior. [4] O quando illud videbis tempus quo scies tempus ad te non pertinere, quo tranquillus placidusque eris et crastini neglegens et in summa tui satietate! Vis scire quid sit quod faciat homines avidos futuri? nemo sibi contigit. Optaverunt itaque tibi alia parentes tui; sed ego contra omnium tibi eorum contemptum opto quorum illi copiam. Vota illorum multos compilant ut te locupletent; quidquid ad te transferunt alicui detrahendum est. [5] Opto tibi tui facultatem, ut vagis cogitationibus agitata mens tandem resistat et certa sit, ut placeat sibi et intellectis veris bonis, quae simul intellecta sunt possidentur, aetatis adiectione non egeat. Ille demum necessitates supergressus est et exauctoratus ac liber qui vivit vita peracta.

 

Italiano
1 Indago su di te e da tutti quelli che vengono da codesta regione cerco di sapere che cosa fai, dove e con chi passi il tuo tempo. Non puoi ingannarmi: ti sono vicino. Comportati come se io potessi sentire, anzi, vedere quello che fai. Vuoi sapere che cosa mi è più gradito di quello che sento su di te? Il fatto che non sento niente, che la maggior parte di quanti interrogo non sanno che cosa fai. 2 La cosa migliore è non avere rapporti con chi non è simile a noi e ha aspirazioni diverse. Sono, però convinto che non sia possibile fuorviarti e che rimarrai saldo nei tuoi propositi, anche se ti circonda una massa di gente che cerca di corromperti. E allora? Non temo che ti cambino, temo solo che ti siano di ostacolo. Anche chi provoca ritardi danneggia molto, soprattutto perché la vita è tanto breve, e noi la rendiamo ancòra più breve con la nostra incostanza, ricominciandola di continuo ora in un modo, ora in un altro: la riduciamo in pezzi e la laceriamo. 3 Affrettati, dunque, Lucilio carissimo, e pensa quanto andresti più veloce, se il nemico ti incalzasse alle spalle, se temessi l\'arrivo della cavalleria sulle tracce dei fuggiaschi. Succede proprio questo: ti inseguono; affretta il passo e fuggi, mettiti al sicuro e considera come è bello portare a compimento la vita prima che sopraggiunga la morte e poi aspettare serenamente il tempo che rimane, non chiedendo niente per sé, nel possesso di un\'esistenza felice, che più felice non diventa, se dura più a lungo. 4 Quando arriverà quel giorno in cui ti renderai conto che del tempo non ti importa, in cui sarai tranquillo e sereno, incurante del domani e ormai completamente pago di te stesso! Vuoi sapere che cosa rende gli uomini avidi del futuro? Nessuno appartiene a se stesso. I tuoi genitori hanno desiderato ben altro per te; io, invece, desidero che tu disprezzi tutti quei beni che loro ti augurano in abbondanza. I loro voti spogliano molti altri per arricchire te; tutto ciò che vogliono darti, bisogna toglierlo a qualcuno. 5 Io ti auguro, invece, di avere il possesso di te stesso in modo che la tua mente, travagliata da pensieri volubili, trovi riposo e certezze, che sia soddisfatta di sé e, riconosciuti i beni veri, che si possiedono non appena si riconoscono, non desideri una vita più lunga. Se uno vive dopo aver portato a compimento la propria vita, ha ormai superato tutte le necessità ed è completamente libero da ogni vincolo. Stammi bene. 

Libro 5, Lettera 49
Latino
[1] Est quidem, mi Lucili, supinus et neglegens qui in amici memoriam ab aliqua regione admonitus reducitur; tamen repositum in animo nostro desiderium loca interdum familiaria evocant, nec exstinctam memoriam reddunt sed quiescentem irritant, sicut dolorem lugentium, etiam si mitigatus est tempore, aut servulus familiaris amisso aut vestis aut domus renovat. Ecce Campania et maxime Neapolis ac Pompeiorum tuorum conspectus incredibile est quam recens desiderium tui fecerint: totus mihi in oculis es. Cum maxime a te discedo; video lacrimas combibentem et affectibus tuis inter ipsam coercitionem exeuntibus non satis resistentem.

[2] Modo amisisse te videor; quid enim non \'modo\' est, si recorderis? Modo apud Sotionem philosophum puer sedi, modo causas agere coepi, modo desii velle agere, modo desii posse. Infinita est velocitas temporis, quae magis apparet respicientibus. Nam ad praesentia intentos fallit; adeo praecipitis fugae transitus lenis est. [3] Causam huius rei quaeris? quidquid temporis transit eodem loco est; pariter aspicitur, una iacet; omnia in idem profundum cadunt. Et alioqui non possunt longa intervalla esse in ea re quae tota brevis est. Punctum est quod vivimus et adhuc puncto minus; sed et hoc minimum specie quadam longioris spatii natura derisit: aliud ex hoc infantiam fecit, aliud pueritiam, aliud adulescentiam, aliud inclinationem quandam ab adulescentia ad senectutem, aliud ipsam senectutem. In quam angusto quodam quot gradus posuit! [4] Modo te prosecutus sum; et tamen hoc \'modo\' aetatis nostrae bona portio est, cuius brevitatem aliquando defecturam cogitemus. Non solebat mihi tam velox tempus videri: nunc incredibilis cursus apparet, sive quia admoveri lineas sentio, sive quia attendere coepi et computare damnum meum.

Eo magis itaque indignor aliquos ex hoc tempore quod sufficere ne ad necessaria quidem potest, [5] etiam si custoditum diligentissime fuerit, in supervacua maiorem partem erogare. Negat Cicero, si duplicetur sibi aetas, habiturum se tempus quo legat lyricos: eodem loco dialecticos: tristius inepti sunt. Illi ex professo lasciviunt, hi agere ipsos aliquid existimant. [6] Nec ego nego prospicienda ista, sed prospicienda tantum et a limine salutanda, in hoc unum, ne verba nobis dentur et aliquid esse in illis magni ac secreti boni iudicemus. Quid te torques et maceras in ea quaestione quam subtilius est contempsisse quam solvere? Securi est et ex commodo migrantis minuta conquirere: cum hostis instat a tergo et movere se iussus est miles, necessitas excutit quidquid pax otiosa collegerat. [7] Non vacat mihi verba dubie cadentia consectari et vafritiam in illis meam experiri.

Aspice qui coeant populi, quae moenia clusis
ferrum acuant portis.

Magno mihi animo strepitus iste belli circumsonantis exaudiendus est. [8] Demens omnibus merito viderer, si cum saxa in munimentum murorum senes feminaeque congererent, cum iuventus intra portas armata signum eruptionis exspectaret aut posceret, cum hostilia in portis tela vibrarent et ipsum solum suffossionibus et cuniculis tremeret, sederem otiosus et eiusmodi quaestiunculas ponens: \'quod non perdidisti habes; cornua autem non perdidisti; cornua ergo habes\' aliaque ad exemplum huius acutae delirationis concinnata. [9] Atqui aeque licet tibi demens videar si istis impendero operam: et nunc obsideor. Tunc tamen periculum mihi obsesso externum immineret, murus me ab hoste secerneret: nunc mortifera mecum sunt. Non vaco ad istas ineptias; ingens negotium in manibus est. Quid agam? mors me sequitur, fugit vita. [10] Adversus haec me doce aliquid; effice ut ego mortem non fugiam, vita me non effugiat. Exhortare adversus difficilia, [de aequanimitate] adversus inevitabilia; angustias temporis mei laxa. Doce non esse positum bonum vitae in spatio eius sed in usu posse fieri, immo saepissime fieri, ut qui diu vixit parum vixerit. Dic mihi dormituro \'potes non expergisci\'; dic experrecto \'potes non dormire amplius\'. Dic exeunti \'potes non reverti\'; dic redeunti \'potes non exire\'. [11] Erras si in navigatione tantum existimas minimum esse quo morte vita diducitur: in omni loco aeque tenue intervallum est. Non ubique se mors tam prope ostendit: ubique tam prope est. Has tenebras discute, et facilius ea trades ad quae praeparatus sum. Dociles natura nos edidit, et rationem dedit imperfectam, sed quae perfici posset. [12] De iustitia mihi, de pietate disputa, de frugalitate, de pudicitia utraque, et illa cui alieni corporis abstinentia est, et hac cui sui cura. Si me nolueris per devia ducere, facilius ad id quo tendo perveniam; nam, ut ait ille tragicus, \'veritatis simplex oratio est\', ideoque illam implicari non oportet; nec enim quicquam minus convenit quam subdola ista calliditas animis magna conantibus. Vale.

 

 

Italiano
1 Mio caro, è davvero una persona apatica e trascurata chi si ricorda di un amico quando glielo richiama alla mente la vista di un qualche luogo; certe volte, però posti familiari evocano in noi una nostalgia che era latente dentro di noi; non è che riaccendano un ricordo ormai spento, ma lo scuotono dal torpore; allo stesso modo che uno schiavo caro alla persona scomparsa, o un suo vestito, o la casa, riacutizzano il dolore di chi piange, anche se ormai è stato mitigato dal tempo. Ecco, è incredibile come la Campania, e soprattutto Napoli, e la vista della tua Pompei abbiano reso cocente la nostalgia di te: ti ho tutto davanti agli occhi. È il momento del distacco: ti vedo mentre inghiotti le lacrime e non riesci a resistere al dirompere dell\'affetto nonostante cerchi di frenarti.
2 Mi sembra di averti lasciato poco fa; che cosa non è accaduto "poco fa" se lo si rivive nella memoria? Poco fa sedevo fanciullo alla scuola del filosofo Sozione, poco fa cominciavo a discutere le cause, poco fa decidevo di non discuterle più, poco fa cominciavo a non poterlo più fare. Il tempo scorre velocissimo e ce ne accorgiamo soprattutto quando guardiamo indietro: mentre siamo intenti al presente, passa inosservato, tanto vola via leggero nella sua fuga precipitosa. 3 Ne chiedi il motivo? Tutto il tempo trascorso si trova in uno stesso luogo; lo vediamo simultaneamente, sta tutto insieme; ogni cosa precipita nello stesso baratro. E, del resto, non possono esserci lunghi intervalli in una cosa che nel complesso è breve. La nostra vita è un attimo, anzi, meno di un attimo; ma la natura ci ha schernito dando un\'apparenza di durata a questo spazio di tempo minimo: di una parte ne ha fatto l\'infanzia, di un\'altra la fanciullezza, poi l\'adolescenza, il declino dall\'adolescenza alla vecchiaia e la vecchiaia stessa. Quanti gradini ha collocato in una scala così corta! 4 Poco fa ti ho salutato; e tuttavia questo "poco fa" è una buona parte della nostra esistenza, e la sua breve durata, pensiamoci, un giorno finirà. Non mi sembrava in passato che il tempo scorresse tanto veloce; ora la sua celerità mi appare incredibile, sia perché sento che si avvicina la meta, sia perché ho cominciato a osservare e a fare il conto delle mie perdite.
5 Perciò mi sdegno tanto più con coloro che spendono in occupazioni inutili la maggior parte di questo tempo insufficiente già per le attività necessarie, anche se vi si bada con la massima cura. Cicerone afferma che se pure gli venisse raddoppiata la vita, non avrebbe il tempo di leggere i lirici; nello stesso conto tengo i dialettici: ma essi sono più tristemente inutili. Quelli vaneggiano e lo riconoscono, questi ritengono di fare qualcosa di buono. 6 Non dico che non si debba dare un\'occhiata a queste futilità, ma solo un\'occhiata e un saluto dalla soglia, badando che non ci raggirino e ci facciano credere che in esse ci sia un grande bene nascosto. Perché ti tormenti e ti maceri su un problema che è cosa più intelligente disprezzare che risolvere? Se uno si sposta tranquillo e con tutta calma, può anche raccogliere le cose di poco conto: ma quando il nemico incalza alle spalle e il soldato ha ricevuto l\'ordine di muoversi, bisogna gettar via quanto si è accumulato nella quiete della pace. 7 Non ho tempo di seguire le loro frasi ambigue e di mettervi alla prova il mio acume.

Guarda quali popoli si radunano, quali città, chiuse le porte, affilano le armi.

Devo ascoltare con grande coraggio questo strepito di guerra che risuona intorno a me. 8 Giustamente sembrerei a tutti un pazzo se, mentre le donne e i vecchi ammassano pietre per fortificare le mura, mentre i giovani in armi aspettano o chiedono vicino alle porte il segnale della sortita, mentre i giavellotti nemici vibrano conficcandosi nelle porte e il suolo stesso trema per le trincee e le gallerie, sedessi in ozio ponendomi sciocche questioni di questo tipo: "Hai quello che non hai perduto; non hai perduto le corna, quindi hai le corna" e altre, formate sull\'esempio di questo acuto delirio. 9 Ebbene, ugualmente potrei sembrarti un pazzo se adesso impiegassi le mie energie in codeste questioni: anche ora sono assediato. Tuttavia nell\'assedio di una città mi sovrasterebbe un pericolo esterno, un muro mi separerebbe dal nemico: ora, invece, i pericoli mortali sono dentro di me. Non ho tempo per queste sciocchezze; ho tra le mani una faccenda importante. Che devo fare? La morte mi incalza, la vita fugge. 10 Insegnami come affrontare questa situazione; fa\' che io non fugga la morte, che la vita non fugga me. Incoraggiami contro le difficoltà, contro i mali inevitabili; prolunga il poco tempo che ho. Insegnami che il valore della vita non consiste nella sua durata, ma nell\'uso che se ne fa; che può accadere, anzi accade spessissimo, che chi è vissuto a lungo è vissuto poco. Dimmi, quando sto per addormentarmi: "Potresti non svegliarti più"; e quando mi sono svegliato: "Potresti non addormentarti più". Dimmi quando esco: "Può accadere che tu non torni"; e quando ritorno: "Può accadere che tu non esca più." 11 Sbagli a ritenere che soltanto in mare è minima la distanza che separa la vita dalla morte: è ugualmente breve in ogni posto. La morte non si mostra dovunque tanto vicina: ma dovunque è tanto vicina. Dissipa queste tenebre e più facilmente mi darai quegli insegnamenti cui sono preparato. La natura ci ha creato duttili e ci ha dato una ragione imperfetta, ma suscettibile di perfezionamento. 12 Discuti con me della giustizia, della pietà, della sobrietà, delle due forme di pudore, sia di quello che non viola il corpo altrui, sia di quello che ha riguardo del proprio corpo. Se non mi condurrai fuori strada arriverò più facilmente alla meta cui tendo; come dice quel famoso tragediografo: "La verità si esprime con parole semplici"; perciò non bisogna ingarbugliarla; a un animo che abbia grandi aspirazioni niente si addice meno di questa subdola acutezza di ingegno. Stammi bene.


Libro 6, Lettera 54
Latino
[1] Longum mihi commeatum dederat mala valetudo; repente me invasit. \'Quo genere?\' inquis. Prorsus merito interrogas: adeo nullum mihi ignotum est. Uni tamen morbo quasi assignatus sum, quem quare Graeco nomine appellem nescio; satis enim apte dici suspirium potest. Brevis autem valde et procellae similis est impetus; intra horam fere desinit: quis enim diu exspirat? [2] Omnia corporis aut incommoda aut pericula per me transierunt: nullum mihi videtur molestius. Quidni? aliud enim quidquid est aegrotare est, hoc animam egerere. Itaque medici hanc \'meditationem mortis\' vocant; facit enim aliquando spiritus ille quod saepe conatus est. Hilarem me putas haec tibi scribere quia effugi? [3] Tam ridicule facio, si hoc fine quasi bona valetudine delector, quam ille, quisquis vicisse se putat cum vadimonium distulit.
Ego vero et in ipsa suffocatione non desii cogitationibus laetis ac fortibus acquiescere. [4] \'Quid hoc est?\' inquam \'tam saepe mors experitur me? Faciat: [at] ego illam diu expertus sum.\' \'Quando?\' inquis. Antequam nascerer. Mors est non esse. Id quale sit iam scio: hoc erit post me quod ante me fuit. Si quid in hac re tormenti est, necesse est et fuisse, antequam prodiremus in lucem; atqui nullam sensimus tunc vexationem. [5] Rogo, non stultissimum dicas si quis existimet lucernae peius esse cum exstincta est quam antequam accenditur? Nos quoque et exstinguimur et accendimur: medio illo tempore aliquid patimur, utrimque vero alta securitas est. In hoc enim, mi Lucili, nisi fallor, erramus, quod mortem iudicamus sequi, cum illa et praecesserit et secutura sit. Quidquid ante nos fuit mors est; quid enim refert non incipias an desinas, cum utriusque rei hic sit effectus, non esse?
[6] His et eiusmodi exhortationibus - tacitis scilicet, nam verbis locus non erat - alloqui me non desii; deinde paulatim suspirium illud, quod esse iam anhelitus coeperat, intervalla maiora fecit et retardatum est. At remansit, nec adhuc, quamvis desierit, ex natura fluit spiritus; sentio haesitationem quandam eius et moram. Quomodo volet, dummodo non ex animo suspirem. [7] Hoc tibi de me recipe: non trepidabo ad extrema, iam praeparatus sum, nihil cogito de die toto. Illum tu lauda et imitare quem non piget mori, cum iuvet vivere: quae est enim virtus, cum eiciaris, exire? Tamen est et hic virtus: eicior quidem, sed tamquam exeam. Et ideo numquam eicitur sapiens quia eici est inde expelli unde invitus recedas: nihil invitus facit sapiens; necessitatem effugit, quia vult quod coactura est. Vale.

 

 

Italiano
1 La malattia mi aveva accordato una lunga tregua; all\'improvviso mi ha assalito ancora. "Di che malattia parli?" chiederai. Domanda giusta: nessun male mi è sconosciuto. Ma a uno in particolare sono come destinato: non so perché dovrei usare un termine greco: "difficoltà di respiro" è una definizione abbastanza adatta. L\'attacco è brevissimo e simile a una tempesta; finisce per lo più nel giro di un\'ora: e chi mai potrebbe agonizzare a lungo? 2 Su di me sono passati tutti i malanni e i pericoli cui è soggetto il nostro corpo, ma nessuno mi sembra più penoso. E perché no? Qualunque altra infermità significa essere malati, questa è esalare l\'anima. Perciò i medici la chiamano "preparazione alla morte": un giorno il respiro riesce a fare quello che ha spesso tentato. 3 Se mi compiacessi di questa stasi come di una guarigione sarei ridicolo, quanto un individuo che pensasse di aver vinto solamente perché è riuscito a rimandare il processo.
Ma io, anche quando ero sul punto di soffocare, ho sempre trovato conforto in pensieri lieti e forti. 4 "Che c\'è?" mi dico, "La morte mi mette alla prova tanto spesso? Faccia pure: l\'ho sperimentata a lungo." "Quando?" mi chiedi. Prima di nascere. La morte è non esistere. E ormai so com\'è: dopo di me sarà ciò che fu prima di me. Se nella morte c\'è tormento, ci fu necessariamente anche prima che venissimo alla luce; ma allora non sentimmo nessuna sofferenza. 5 Ti chiedo: se uno pensasse che per una lucerna è peggio quando è spenta che prima di essere accesa, non lo giudicheresti veramente stupido? Anche noi ci accendiamo e ci spegniamo: in quell\'intervallo proviamo qualche sofferenza; prima e dopo, invece, c\'è una profonda serenità. Questo, se non m\'inganno, è il nostro errore, Lucilio mio: crediamo che la morte ci segua e, invece, ci ha preceduto e ci seguirà. Tutto quello che è stato prima di noi è morte; che importa se non cominci oppure finisci, quando il risultato in entrambi i casi è questo: non esistere.
6 Ho continuato a rivolgere a me stesso queste e altre esortazioni dello stesso tipo (in silenzio, s\'intende: non potevo parlare); poi a poco a poco quella difficoltà di respiro, che ormai cominciava a essere affanno, venne a intervalli maggiori e si arrestò. Ma ha lasciato uno strascico e pur essendo finito l\'attacco, la respirazione non è ancora tornata alla normalità; sento che è come impacciata e impedita. Sia come sia, purché l\'affanno non provenga dall\'anima. 7 Tieni questo per certo: non trepiderò nel momento supremo, sono ormai preparato, non faccio programmi per l\'intera giornata. Tu apprezza e imita l\'uomo a cui non rincresce morire, quando vivere gli è gradito: che coraggio ci sarebbe a morire, se si è banditi dalla vita? Tuttavia, anche in questo caso ci può essere coraggio: sì, sono scacciato, ma me ne vado come se lo facessi di mia volontà. Perciò il saggio non sarà mai scacciato: essere scacciato significa essere allontanato da un luogo contro la propria volontà; ma il saggio non fa niente contro la sua volontà; sfugge alla necessità perché vuole ciò che essa gli imporrà di fare. Stammi bene.


Libro 6, Lettera 61
Latino
[1] Desinamus quod voluimus velle. Ego certe id ago senex eadem velim quae puer volui. In hoc unum eunt dies, in hoc noctes, hoc opus meum est, haec cogitatio, imponere veteribus malis finem. Id ago ut mihi instar totius vitae dies sit; nec mehercules tamquam ultimum rapio, sed sic illum aspicio tamquam esse vel ultimus possit. [2] Hoc animo tibi hanc epistulam scribo, tamquam me cum maxime scribentem mors evocatura sit; paratus exire sum, et ideo fruar vita quia quam diu futurum hoc sit non nimis pendeo. Ante senectutem curavi ut bene viverem, in senectute ut bene moriar; bene autem mori est libenter mori. [3] Da operam ne quid umquam invitus facias: quidquid necesse futurum est repugnanti, id volenti necessitas non est. Ita dico: qui imperia libens excipit partem acerbissimam servitutis effugit, facere quod nolit; non qui iussus aliquid facit miser est, sed qui invitus facit. Itaque sic animum componamus ut quidquid res exiget, id velimus, et in primis ut finem nostri sine tristitia cogitemus. [4] Ante ad mortem quam ad vitam praeparandi sumus. Satis instructa vita est, sed nos in instrumenta eius avidi sumus; deesse aliquid nobis videtur et semper videbitur: ut satis vixerimus, nec anni nec dies faciunt sed animus. Vixi, Lucili carissime, quantum satis erat; mortem plenus exspecto. Vale.

 

 

Italiano
1 Finiamola di volere le stesse cose che in passato! Per quel che mi riguarda, ora che sono vecchio, cerco di non avere gli stessi desideri che avevo da fanciullo. Questo solo è lo scopo dei miei giorni e delle mie notti, la mia occupazione, il mio pensiero fisso: porre fine ai mali di un tempo. Faccio in modo che un giorno corrisponda a tutta una vita; e perbacco, non lo afferro come se fosse l\'ultimo, ma lo considero come se potesse anche essere l\'ultimo. 2 Ti scrivo questa lettera e il mio stato d\'animo è tale come se la morte dovesse chiamarmi proprio ora mentre sto scrivendo; sono pronto ad andarmene e continuerò a godere della vita perché non mi preoccupo troppo di quanto durerà ancora. Prima di diventare vecchio ho cercato di vivere bene, ora che sono vecchio cerco di morire bene; ma morire bene significa morire volentieri. 3 Vedi di non fare mai nulla contro la tua volontà: tutto quello che è una costrizione se uno fa resistenza, non lo è per chi lo accetta. Ascolta: chi obbedisce volentieri agli ordini evita la parte più dura della schiavitù: fare quello che non vuole. Infelice non è chi esegue un ordine, ma chi lo esegue contro la propria volontà. Disponiamoci, perciò a volere quello che le circostanze esigono e prima di tutto a pensare senza tristezza alla nostra fine. 4 Prepariamoci a morire prima che a vivere. Per vivere abbiamo abbastanza, ma noi siamo sempre avidi; ci sembra, e ci sembrerà sempre, che ci manchi qualcosa: non gli anni e nemmeno i giorni, ma lo spirito ci dice se abbiamo vissuto abbastanza. Ho vissuto abbastanza, carissimo Lucilio; ora, sazio, aspetto la morte. Stammi bene. 



 

 

Libro 6, Lettera 62
Latino
[1] Mentiuntur qui sibi obstare ad studia liberalia turbam negotiorum videri volunt: simulant occupationes et augent et ipsi se occupant. Vaco, Lucili, vaco, et ubicumque sum, ibi meus sum. Rebus enim me non trado sed commodo, nec consector perdendi temporis causas; et quocumque constiti loco, ibi cogitationes meas tracto et aliquid in animo salutare converso. [2] Cum me amicis dedi, non tamen mihi abduco nec cum illis moror quibus me tempus aliquod congregavit aut causa ex officio nata civili, sed cum optimo quoque sum; ad illos, in quocumque loco, in quocumque saeculo fuerunt, animum meum mitto. [3] Demetrium, virorum optimum, mecum circumfero et relictis conchyliatis cum illo seminudo loquor, illum admiror. Quidni admirer? vidi nihil ei deesse. Contemnere aliquis omnia potest, omnia habere nemo potest: brevissima ad divitias per contemptum divitiarum via est. Demetrius autem noster sic vivit, non tamquam contempserit omnia, sed tamquam aliis habenda permiserit. Vale.

 

Italiano
1 Mente chi sostiene che la mole dei suoi affari gli impedisce di dedicarsi agli studi: finge impegni, li aumenta e si tormenta da sé. Io sono libero, Lucilio, sono libero e dovunque mi trovi sono padrone di me stesso. Non mi abbandono alle cose, mi presto ad esse e non cerco scuse per perdere tempo; dovunque mi fermi, mi immergo nei miei pensieri e medito su qualcosa di utile. 2 Quando mi dedico agli amici, non mi distolgo da me stesso; e non mi intrattengo con quelli ai quali mi hanno legato le circostanze o gli obblighi derivanti da pubblici uffici, ma sto con i migliori; rivolgo a loro il mio pensiero dovunque e in qualunque periodo siano vissuti. 3 Porto sempre con me Demetrio, uomo stimabilissimo e, lasciati da parte i porporati, parlo con lui benché vestito poveramente e lo ammiro. Perché non dovrei? Mi sono accorto che non gli manca nulla. C\'è qualcuno capace di disprezzare tutto, ma nessuno può avere tutto: la via più breve per arrivare alla ricchezza è una: il disprezzo. Il nostro Demetrio vive così: non disprezza tutto, ma ne ha lasciato il possesso agli altri. Stammi bene. 

Quaestiones Naturales

 
Libro 5, Par. 18, 13
Latino
Non tamen, ut paulo ante dicebam, queri possumus de auctore nostri deo, si beneficia eius corrumpimus et ut essent contraria effecimus. Dedit ille uentos ad custodiendam caeli terrarumque temperiem, ad euocandas supprimendasque aquas, ad alendos satorum atque arborum fructus, quos ad maturitatem cum aliis causis adducit ipsa iactatio attrahens cibum in summa et ne torpeant permouens.

 

 

Italiano
Tuttavia, come dicevo poco prima, non possiamo lagnarci del dio nostro creatore, se roviniamo i suoi benefici ed abbiamo fatto sì che divenissero contrari. Egli diede i venti per proteggere la giusta proporzione di cielo e terra, per muovere e placare le acque, per nutrire i frutti di piantagioni ed alberi, che insieme con altre cause sono condotti alla maturità da quello stesso scotimento che attira il cibo sulle cose più alte e fa sì che esse non rimangano senza vita. 

Libro 5, Par. 18, 14
Latino
Dedit uentos ad ulteriora noscenda: fuisset enim imperitum animal et sine magna experientia rerum homo, si circumscriberetur natalis soli fine. Dedit uentos, ut commoda cuiusque regionis fierent communia, non ut legiones equitemque gestarent nec ut perniciosa gentes arma transueherent.

 

 

Italiano
Egli diede i venti per conoscere altre cose: infatti l’animale sarebbe stato inesperto e l’uomo sarebbe stato privo di grande esperienza, se fosse limitato dal confine del suolo natio. Egli diede i venti, affinché i vantaggi di ciascuna regione diventassero comuni, non affinché (le genti) portassero legioni e cavalleria e non perché le genti trasportassero armi pericolose. 

Libro 5, Par. 18, 15
Latino
Si beneficia naturae utentium prauitate perpendimus, nihil non nostro malo accepimus: cui uidere expedit? cui loqui? cui non uita tormentum est? Nihil inuenies tam manifestae utilitatis quod non in contrarium transeat culpa. Sic uentos quoque natura bono futuros inuenerat: ipsi illos contrarios fecimus.

 

 

Italiano
Se abbiamo valutato i benefici della natura con la malvagità di chi li usa, per il nostro male non abbiamo imparato niente: a chi giova vedere? a chi parlare? per chi la vita non è un tormento? Non troverai niente dell’utilità tanto manifesta che non si trasformi nel contrario per la colpa. Così la natura aveva scoperto che anche i venti sarebbero stati utili: proprio noi li abbiamo resi contrari. 

Libro VII,25 (Maturità 2003)
Latino
Multa sunt quae esse concedimus; qualia sunt? ignoramus. Habere nos animum, cuius imperio et impellimur et reuocamur, omnes fatebuntur; quid tamen sit animus ille rector dominusque nostri, non magis tibi quisquam expediet quam ubi sit. Alius illum dicet spiritum esse, alius concentum quendam, alius uim diuinam et dei partem, alius tenuissimum animae, alius incorporalem potentiam; non deerit qui sanguinem dicat, qui calorem. Adeo animo non potest liquere de ceteris rebus ut adhuc ipse se quaerat. Quid ergo miramur cometas, tam rarum mundi spectaculum, nondum teneri legibus certis nec initia illorum finesque notecere, quorum ex ingentibus interuallis recursus est?
Nondum sunt anni mille quingenti ex quo Graecia stellis numeros et nomina fecit, multaeque hodie sunt gentes quae facie tantum nouerunt caelum, quae nondum sciunt cur luna deficiat, quare obumbretur. Haec apud nos quoque nuper ratio ad certum perduxit. Veniet tempus quo ista quae nunc latent in lucem dies extrahat et longioris aeui diligentia. Ad inquisitionem tantorum aetas una non sufficit, ut tota caelo uacet; quid quod tam paucos annos inter studia ac uitia non aequa portione diuidimus? Itaque per successiones ista longas explicabuntur. Veniet tempus quo posteri nostri tam aperta nos nescisse mirentur.

 

Italiano
Sono molte le cose di cui ammettiamo l\'esistenza; di che natura siano, non lo sappiamo. Tutti ammetteranno che noi abbiamo un animo dal cui comando siamo spinti ad agire e ne siamo richiamati; cosa tuttavia sia quell\'animo che ci regge e ci governa nessuno riuscirà a spiegartelo più di quanto sia riuscito a spiegare dove sia. Qualcuno affermerà che sia spirito, altri una sorta di armonia, altri ancora un\'energia divina ed una parte di dio, altri l\'elemento più sottile dell\'anima, altri ancora una potenza senza corpo; non mancherà chi lo definisca sangue e chi calore; tanto l\'animo non può avere una visione sul resto, che è ancora in cerca di se stesso. Perchè dunque dovremmo stupirci che le comete, spettacolo così raro del cielo, non siano ancora soggette a leggi definite e non siano noti l\'inizio e la fine del loro corso, il cui ritorno avviene dopo grandi intervalli di tempo?
Non sono ancora passati 1500 anni da che la Grecia "nomi diede e contò le stelle" e molti sono i popoli che oggi conoscono il cielo soltanto per l\'aspetto, che non sanno ancora perchè la luna sparisca ( nell\'eclissi ) e perchè si oscuri ( nelle fasi ). Ed anche presso di noi non è molto che la conoscenza scientifica ha stabilito con certezza questi fatti. Verrà il momento in cui il tempo trarrà alla luce questi misteri che per ora rimangono nascosti, assieme allo studio che un periodo di tempo più lungo permetterà. Una sola vita, ammesso che sia dedicata interamente allo studio del cielo, non è sufficiente ad investigare misteri tanto profondi; e che dire del fatto che non abbiamo diviso questi così pochi anni equamente fra studi e vane occupazioni? Questi fatti verranno spiegati attraverso lunghe successioni ( di studiosi ). Verrà un momento in cui i nostri discendenti si meraviglieranno che noi non conoscessimo fatti così evidenti.

 
Varie

 
Bisogna accogliere serenamente ogni evento
Latino
Desinamus, quod voluimus, velle: ego certe i senex ne eadem velim, quae puer volui. In hoc eunt dies, in hoc noctes, hoc opus meum est, hae tatio, ,imponere veteribus malis finem: id ago, u instar totius vitae dies sit. Nec mehercules tamqu timum rapio, sed sic illum aspicio, tamquam es ultimus possit. Hoc animo tibi hanc epistulam tamquam me cum maxime scribentem mors evo~ sit: paratus exire sum et ideo fruar vita, quia diu futurum hoc sit, non nirnis pendeo. Ante se tem curavi, ut bene viverem, in senectute, ut moriar: bene autem mori est Iibenter mori. Di ram, ne quid umquam invitus facias: quicquid se futurum est repugnanti, id volenti necessita est. Ita dico: qui imperia libens excipit, partem bissimam servitutis effugit, facere quod nolit. qui iussus aliquid facit, miser est, sed qui ii facit. Itaque sic animum componamus, ut qui res exiget, id velimus et in primis ut finem nos ne tristitia cogitemus. Ante ad mortem quam tam praeparandi sumus. Satis instructa vita es nos in instrumenta eius avidi sumus; deesse a nobis videtur et semper videbitur: ut satis vixer neC anni nec dies faciunt, sed animus. Vixi, carissime, quantum satis erat: mortem plenu pecto.

 

Italiano
Finiamola di desiderare ciò che abbiamo desiderato. Io da parte mia mi adopero, che da vecchio non desideri ciò che ho desiderato da fanciullo. In questa sola attività (di pensiero) i giorni trascorrono, in questa le notti, questo è il mio lavoro, questa la mia meditazione, di porre fine ai vizi di un tempo: e mi adopero, che un giorno solo valga tutta la mia vita. Né lo afferro — per Ercole — come se fosse l’ultimo, ma lo considero come se possa in realtà essere l’ultimo. Con questo stato d’animo io ti scrivo questa lettera, che la morte mi. possa chiamare ancora prima che io l’abbia finita di scrivere: io sono pronto a morire e godrò della vita proprio per questo, perché non mi preoccupo per quanto tempo ciò si verificherà. Da giovane pensavo a vivere bene, ora che sono vecchio, (penso) a ben morire: e morire bene significa morire senza rimpianto. Prenditi cura di non fare mai alcunché contro la tua volontà: ciò che è una inevitabile necessità per chi non l’accetta, non è una necessità per chi lo accetta. In altre parole, chi riceve di buon grado un ordine, evita la parte più dura del servire: fare ciò che non desidera, È da compiangere, non chi fa qualcosa perché comandato ma chi la fa controvoglia. Educhiamo, dunque, il nostro animo a desiderare ciò che la circostanza esige e soprattutto a pensare alla nostra fine senza amareggiarci. Prima che alla vita, dobbiamo prepararci alla morte. La vita è ben fornita di tutto, ma noi siamo incontentabili delle sue risorse; ci sembra e sempre ci sembrerà che manchi qualcosa: a vivere abbastanza non contribuiscono né i giorni né gli anni, ma lo spirito. Ho vissuto, carissimo Lucilio, quanto mi poteva bastare; ora attendo la morte come un convitato sazio. 

Chi vuole arricchirsi disprezzi le ricchezze
Latino
Mentiuntur qui sibi obstare ad studia liberalia turbam negotiorum videri volunt: simulant occupationes et augent et ipsi se occupant. Vaco, Lucili, vaco et uhicumque sum, ibi meus sum. Rebus enim me non trado, sed commodo, nec consector perdendi temporis causas: et quocumque constiti loco, ibi cogitationes meas tracto et aliquid in animo salutare converso. Cum me amicis dedi, non tamen mihi abduco nec cum illis moror, quibus me tempus aliquod congregavit aut causa ex officio nata civi, sed cuim optimo quoque sum: ad illos, in quocumque saeculo fuerunt, animum meum mitto. Demetrium, virorum optimum, mecum circumfero et telictis conchyliatis cum illo seminudo loquor, illum admiror. Quidni admirer? vidi nihil ei deesse. Contemnere aliquis omnia potest, omnia habere nemo potest: brevissima ad divitias per contemptum ‘divitiarum via est. Demetrius autem noster sic vivit, non tamquam còntempserit omnia, sed tamquam aliis habenda permiserit.

 

Italiano
Mentiscono quelli che vogliono far credere che il cumulo degli affari li distolga dagli studi liberali:
simulano (di avere) occupazioni e le ingigantiscono e (così) •da se stessi si rendono occupati. Io sono libero, o Lucilio, sono libero e ovunque io sia, sono padrone di me stesso. Difatti non mi do in balìa, ma mi do in prestito (alle situazioni), nè vado cercando le occasioni per sprecare tempo; e dovunque mi capiti di indugiare, riprendo i miei pensieri e considero nella mente qualcosa di utile. Quando sto con gli amici, resto però sempre presente a me stesso, nè mi intrattengo a lungo con quelli, ai quali mi unì solo una circostanza occasionale o una necessità sorta da un dovere civico, ma sono con me i pensatori più illustri: ad essi, in qualunque età vissero, io rivolgo la mia mente. Demetrio, il migliore degli uomini, mi porto in giro con me (nella mente), ed io, trascurati i porporati, parlo con quel seminudo, e lo ammiro. Perché non dovrei ammirarlo? Mi accorsi che nulla gli manca. Qualcuno può disprezzare tutto, •ma nessuno può avere tutto: la via più breve alle ricchezze è quella del disprezzo delle ricchezze. Il nostro Demetrio poi vive non come se abbia disprezzato ogni cosa, ma come se abbia permesso ad altri di possederle.


Continuo è il vagabondare del genere umano
Latino
Per invia, per incognita versavit se humana levit Liberos coniugesque et graves senio parentes tra runt; alii longo errore iactati non iudicio elegeru Iocum, sed lassitudine proximum occupaverunt, a armis sibi iuà in aliena terra fecerunt; quasda gentes, cum ignota peterent, mare hausit, quaeda ibi consederunt, ubi illas rerum omnium inopia d posuit. Nec omnibus eadem causa relinquendi quaere dique patriam fuit: alios excidia urbium suarum host libus armis elapsos in aliena spoliatos suis expulerunt alios domestica seditio summovit; alios nimia supe fluentis populi frequentia ad exonerandas vires emisit alios pestilentia aut frequentes terrarum hjatus au aliqua ìntoleranda infelicis soli vitia eiecerunt; quosda fertilis orae et in maius laudatae fama conrupit. Alio alia causa excivit domibus suis: illud utique mani festum est, nihil eodem loco mansisse, quo genitum est. Adsiduus generis humani discursus est; cotidi aliquid in tam magno orbe mutatur.

 

Italiano
L’incostanza umana si aggirò per luoghi imprati
cabili e sconosciuti. (Quei popoli) portarono con sé
i figli, le mogli e i padri gravi d’anni; alcuni, sbat
tuti da un lungo errare, non si scelsero (con criterio)
la sede, ma a causa della stanchezza occuparono l’ul-
tima (località raggiunta), altri si procacciarono con
le armi li diritto (di abitare) su terreni altrui; altri
poi li inghiottì il mare, mentre navigavano verso terre.
ignote; altri posero le loro sedi là dove li bloccò la
penuria del necessario. Né tutti ebbero lo stesso mo-
tivo ad abbandonare la patria e a cercarsene un’altra:
alcuni i saccheggi delle loro città li sospinsero verso
terre altrui, scampati alle armi nemiche e privati di
tutto; altri una guerra civile li scacciò; altri l’eccesso
della popolazione li fece emigrare per alleggerire il
sovrannumero degli abitanti; altri la pestilenza o i
frequenti terremoti o simili insopportabili difetti di
un terreno sterile li costrinsero ad andarsene; altri
li corruppe la fama di una zona fertile, decantata
oltremodo. Chi dunque per un motivo, chi per un
altro uscì dalla patria: comunque (ciò) risulta palese,
che nulla è rimasto nello stesso luogo dove era nato.
Continuo è il vagabondare del genere umano. E quo-
tidianamente in questo così vasto mondo qualcosa
cambia.

 
Epistulae ad Lucilium, 93
Latino
In epistula qua de morte Metronactis philosophi querebaris, tamquam et potuisset diutius vivere et debuisset, aequitatem tuam desideravi, quae tibi in omni persona, in omni negotio superest, in una re deest, in qua omnibus: multos inveni aequos adversus homines, adversus deos neminem. Obiurgamus cotidie fatum: \'quare ille in medio cursu raptus est? quare ille non rapitur? quare senectutem et sibi et aliis gravem extendit?\' Utrum, obsecro te, aequius iudicas, te naturae an tibi parere naturam? quid autem interest quam cito exeas unde utique exeundum est? Non ut diu vivamus curandum est, sed ut satis; nam ut diu vivas fato opus est, ut satis, animo. Longa est vita si plena est; impletur autem cum animus sibi bonum suum reddidit et ad se potestatem sui transtulit. Quid illum octoginta anni iuvant per inertiam exacti? non vixit iste sed in vita moratus est, nec sero mortuus est, sed diu. \'Octoginta annis vixit.\' Interest mortem eius ex quo die numeres. \'At ille obiit viridis.\'Sed officia boni civis, boni amici, boni filii executus est; in nulla parte cessavit; licet aetas eius inperfecta sit, vita perfecta est. \'Octoginta annis vixit.\' Immo octoginta annis fuit, nisi forte sic vixisse eum dicis quomodo dicuntur arbores vivere. Obsecro te, Lucili, hoc agamus ut quemadmodum pretiosa rerum sic vita nostra non multum pateat sed multum pendeat; actu illam metiamur, non tempore. Vis scire quid inter hunc intersit vegetum contemptoremque fortunae functum omnibus vitae humanae stipendiis atque in summum bonum eius evectum et illum cui multi anni transmissi sunt? alter post mortem quoque est, alter ante mortem perit. Laudemus itaque et in numero felicium reponamus eum cui quantulumcumque temporis contigit bene conlocatum est. Vidit enim veram lucem; non fuit unus e multis; et vixit et viguit. Aliquando sereno usus est, aliquando, ut solet, validi sideris fulgor per nubila emicuit. Quid quaeris quamdiu vixerit? vivit: ad posteros usque transiluit et se in memoriam dedit. Nec ideo mihi plures annos accedere recusaverim; nihil tamen mihi ad beatam vitam defuisse dicam si spatium eius inciditur; non enim ad eum diem me aptavi quem ultimum mihi spes avida promiserat, sed nullum non tamquam ultimum aspexi. Quid me interrogas quando natus sim, an inter iuniores adhuc censear? habeo meum. Quemadmodum in minore corporis habitu potest homo esse perfectus, sic et in minore temporis modo potest vita esse perfecta. Aetas inter externa est. Quamdiu sim alienum est: quamdiu ero, ut sim, meum est. Hoc a me exige, ne velut per tenebras aevum ignobile emetiar, ut agam vitam, non ut praetervehar. Quaeris quod sit amplissimum vitae spatium? usque ad sapientiam vivere; qui ad illam pervenit attigit non longissimum finem, sed maximum.

 

Italiano
Nell\'epistola dove cercavi di sapere(chiedevi) sulla morte del filosofo Metronatte , come se potesse e dovesse vivere lungamente , rimpiansi il tuo senso di giustizia , che hai in abbondanza in ogni funzione, in ogni tua attività, ma che manca in una sola cosa, come in tutti :trovò molti favorevoli nei confronti degli uomini e nessuno nei confronti degli dei.
Castighiamo quotidianamente il fato:
-<forse che, ti scongiuro, tu ti giudichi più equo della natura o che la natura obbedisca a te?
Cosa c\'è d\'altra parte quando presto esce da dove devi comunque uscire?
Non affinché viviamo lungamente dobbiamo curarci ma (per vivere) a sufficienza è necessario l\'animo ;d\'altra parte quando l\'anima ha consegnato a sé stessa il suo bene ed ha preso il suo dominio si sazia(si riempie).
A che cosa giovano 80 anni passati nell\'inerzia? Non ha vissuto costui, non si è attardato, né presto è morto ,ma lentamente. "80 anni visse".
L\'importante è da che giorno conti la sua morte."ma egli morì nel fiore degli anni".Ma proseguì; doveri da buon cittadino, buon amico ,buon figlio; non venne meno mai ai suoi doveri anche se la sua età fu incompleta ,la vita è completa.<<80 anni visse>>.

Anzi ,è esistito per 80 anni ,eccetto che saldamente dici che egli visse nel modo in cui si dice agli alberi.
Ti scongiuro, o Lucilio, facciamo in modo che la nostra vita non sia estesa, ma densa come le cose preziose; dalle azioni la valutiamo, non dal tempo.
Voglio sapere:<< quale differenza c\'è tra quello vigoroso e disprezzatore di fortuna che ha adempiuto ad ogni tributo della vita umana, che è giunto al sommo bene di questa e quell\'altro cui sono trascorsi un gran numero di anni?>>
L\'uno vive ancora dopo la morte, l\'altro perisce prima della morte.
Perciò lodiamolo e collochiamolo uno tra i felici colui dal quale è stato ben impiegato il poco tempo toccatogli in sorte.
Infatti vide la vera luce; non fu uno fra molti; visse e prosperò(fu in vigore).
Talvolta ha goduto di giorni sereni talvolta , come accade, lo splendore del sole si è mostrato attraverso le nubi.
Che cosa chiedi per tutto il tempo che vivrai?
E\' ancora vivo : si trasferì ai posteri continuamente e si offrì in loro memoria.
Non perciò rifiuterei il sopraggiungere di molti anni, tuttavia non dirò che mi sia venuta meno parte della felicità se mi viene troncata la sua durata, non ho programmato la mia esistenza su quel giorno; ma ho guardato ogni giorno che un\'avida speranza mi aveva promesso come ultimo, ma ho guardato ogni giorno come se fosse l\'ultimo.
Cosa mi domandi quando io sia nato, o se ancora mi considero fra i giovani? Ho ricevuto la mia parte.
Come in un corpo di piccola statura vi può essere un uomo perfetto così in un limitato spazio temporale vi può essere una vita perfetta.
L\'età è tra le cose esterne. Quanto tempo sia, non dipende da me: da me dipende che viva veramente per tutto il tempo che vivrò.
Esigi questo da me, che non trascorra tra le tenebre un\'esistenza ignobile , che agisca in vita, che non mi lasci vivere .Chiedi quale sia lo spazio ampissimo della vita?
Vivere fino alla saggezza; chi perviene ad essa non ha toccato la meta più lontana, ma la massima.Egli in verità sia gloriato audacemente e renda grazie agli dei e a sè stesso tra di loro, e attribuisca alla natura delle cose ciò che è stato. Lo atribuisca infatti al merito: restituì una vita migliore di quella che prese. Pose l\'esempio del buon uomo, mostrò quale e quanto grande egli fosse; se qualche cosa fosse accaduta, sarebbe stato simile al passato. E tuttavia fino a che punto punto viviamo? Siamo stati dotati della conoscenza di tutte le cose: sappiamo da quali principio la natura si inalzi, come ordini il mondo, per mezzo di quai vicissitudini rinnovi il mondo, come abbia terminato tutte le cosefurono un tempo e (come) abbia posto la fine di sè stessa; sappiamo che le stelle vagano per loro moto, che oltre la terra non c\'è niente, che le altre (stelle) ruotona con una velocità continua, sappiamo come la luna passi davanti al sole, perchè (la luna) più lenta lasci (il sole) più veloce dopo di sè, come riceve o perde la luce, quale ragione porti la notte, quale riporti il giorno: è in quello stesso luogo dove vedi codeste cose più vicine. Disse quel sapiente: "non mi allontano più da questa speranza, poichè giudico che il mio cammino si estenda fino ai miei dei. Ho meritato certamente di esservi ammesso e sono già stati tra di loro e ho mandato il mio animo con quello e quelli avevano mandato a me il loro. Me pensa che io mi tolgo dal dubbio e che dopo la morte non resta niente dell\'uomo: ho ugualmente un grande animo, anche se io, che sto per trapassare, non arrivo in nessun luogo."Non visse così tanti anni quanto oteva. E il libro è di pochi versi e di certo da lodare e util: sai quanto gli annali di Tannusio siano persanti e perchè siano (così) chiamati. Per questo la vita di alcuni è lunga, poichè segue gli annali di Tanusio. Forse credi più felice quello che è ucciso nel giorno del funerale alla fine (del giornoù)che quello che viene ucciso alla metà? Forse credi che qualcuno sia tanto stoltamente avido che preferisca essere sgozzato in una parte dell\'anfiteatro che nell\'arena? Non superiamo gli uni gli altri che con uno spazio un pò più grande. La morte va per tutti (verso tutti), quello che uccide ne consegue che viene ucciso. E\' la cosa più piccola della quale ci si lamenta affannosissimamente. Che cosa tuttavia importa quanto a lungo eviti ciò che non puoi evitare? Addio.


Gli schiavi
Latino
Libenter ex his, qui a te veniunt, cognovi familiariter te cum servis tuis vivere: hoc prudentiam tuam, hoc eruditionem decet. “ Seni sunt ‘i. Immo homines. “ Servi sunt ”. Immo contubernales. u Servi sunt.. Immo humiles amici. “ Seni sunt ”. Immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque Iicere fortunae. Itaque riideo istos, qui turpe existimant cum seno suo canare: quare, nisi quia superbissima consuetudo cenanti domino stantium servorum turbam circumdedit? Est ille plus quam capit, et ingenti aviditate onerat distentum ventrem ac desuetum iam ventris oflicio, ut maiore opera omnia egerat quam ingessit: at infelicibus servis movere labra ne in hoc quidem, ut loquantur, licet. Virga murmur omne compescitur, et ne fortuita quidem verberibus excepta sunt, tussis, sternumenta, singultus: magno malo ulla voce interpellatum silentium luitur; nocte tota ieiuni mutique perstant. Sic fit, ut isti de domino loquantur, quibus coram domino loqui non licet. At iii, quibus non tantum coram dominis, sed cum ipsis erat sermo, quorum os non consuebatur, parati erant pro domino porrigere cervicem, periculum imminens in caput suum avertere: in conviviis loquebantur, sed in tormentis tacebant. Deinde eiusdem adrogantiae proverbium iactatur, totidem hostes esse quot servos. Non habemus illos hostes, sed facimus.

 

Italiano
Ho appreso con molto piacere, da quelli che vengono da te, che tu vivi familiarmente con i tuoi seni:ciò si addice alla tua saggezza ed alla tua educazione. “ Sono schiavi ”. Ma (sono) uomini. “ Sono schiavi. Ma (sono) camerati. Sono schiavi ”. Ma (sono) umili amici. “ Sono schiavi. Ma (sono) compagni di schiavitù, se consideri che alla fortuna è consentito (di agire) ugualmente verso gli uni e verso gli altri. Perciò rido di quelli che stimano cosa vergognosa stare a mensa in compagnia di uno schiavo: per qual motivo, se non perché un’arroganza tradizionale ha. posto intorno al padrone che pranza una folla di seni che stanno ritti? Egli mangia più di quello che è capace di contenere, e con grande avidità appesantisce il ventre gonfio è ormai disavvezzo alla sua funzione, tanto che rigetta tutti (i cibi) con maggior sforzo di quello fatto per ingerirli, mentre ai poveri servi non è concesso neppure di muovere le labbra per parlare. Ogni mormorio è represso dal bastone, e neppure i (rumori) casuali, cioè la tosse, gli starnuti, il singhiozzo sono risparmiati dalle bastonate: l’internazione poi del silenzio con qualche parola si paga con una forte pena; restano (in piedi) muti e digiuni per tutta la notte. Così accade che questi, ai quali non è consentito di parlare davanti al padrone, sparlino del padrone. Mentre quelli, a cui era concesso di parlare non solo davanti al padrone, ma anche (conversare) con essi, e la cui bocca non veniva cucita, erano pronti per il loro padrone a porge4 il collo (per farsi uccidere) e a sottrarli dal pericolo che incombeva invece sul loro capo: parlavano durante i banchetti, ma tacevano sottoposti a torture. E poi viene citato il proverbio (che è frutto) della medesima arroganza (dei padroni): tanti sono i nemici, quanti (sono) gli schiavi. Ma essi non ci sono nemici, noi ce li facciamo (nemici). 

Il sapiente è invulnerabile
Latino
Numquid dubium est quin certius robur sit quod non vincitur quam quod non lacessitur, cum dubiae sint vires inexpertae, at merito certissima firmitas habeatur, quae omnes incursus respuit? Siè tu sa­pientem me’lioris scito esse naturae, si nulla illi iniu­ria nocet, quam si nulla fit. Et illum fortem virùm dicam, quem bella non subigunt nec admota vis hosti­lis exterret, non cui pingue otium est inter desides populos. Hoc igitur dico, sapientem nulii esse iniuriae obnoxium; itaque non refert quam multa in illum coniciantur tela, cum sit nulli penetrabiiis. Quomodo quorundam lapidum inexpugnabilis ferro duritia est, nec secari adamas aut caedi vel deteri potest, sed incurrentia ultro retundit, quemadmodum quaedam non possunt igne consumi, sed fiamma circuxnfusa rigorem suum habitumque conservant, quemadmodum proiecti quidam in altum scopuli mare frangunt nec ipsi uiia saevitiae vestigia tot verberati saeculis ostentant: ita sapientis animus soiidus est et id ro­boris coiiegit, ut tam tutus sit ab iniuria quam iiia quae rettuii.

 

Italiano
Forse è dubbio che è forza più sicura quella che non si lascia vincere di quella che non viene pro­vocata, giacché sono incerte le resistenze mai speri­mentate, mentre è stimata giustamente assai sicura la fermezza che ha respinto tutti gli assalti? Sappi, dunque, che il sapiente si mostra di qualità superiore, se nessuna offesa gli ha nociuto, che se non ne ha ricevuta alcuna. E chiamerò uomo forte quello che le guerre non l’abbattono e che la forza nemica che si avvicina non lo spaventa, e non quello che vive in placido ozio tra popoli infingardi. Questo insomma sostengo, che il sapiente a nessuna offesa è esposto; perciò non gli importa che molti dardi gli vengano lanciati contro, perché è invulnerabile. Alla stessa maniera che la durezza di certe pietre è infrangibile al ferro, ed il diamante non si può spaccare o tagliare o intaccare, anzi smussa i corpi che lo attaccano, come pure certi corpi non si lasciano consumare dal fuoco e mantengono, pur avvolti dalle fiamme, la loro rigidità ed il -toro aspetto, e come infine certi scogli sporgenti nel mare frangono le onde e pur sferzati da secoli non presentano alcuna traccia della furia (delle onde), così è solido l’animo del sapiente ed ha in sé tanta forza, che è sicuro dall’offesa tanto quanto quelle cose che ho prima menzionate. 

L'ira è un momento di vera follia
Latino
Exegisti a me, Novate, ut scriberem quemadmodum posset ira leniri, nec immerito mihi videris hunc praecipue affectum pertimuisse maxime ex omnibus taetrum et rabidum. Ceteris (affectibus) enim aliquid quieti placidique inest, hic totus concitatus et in impetu est doloris, armorum sanguinis suppliciorum minime humana furens cupiditate, dum alteri noceat sui neglegens, in ipsa irruens tela et ultionis secum ultorem tracturae avidus. Quidam itaque e sapientibus viris iram dixerunt brevem insaniam; aeque enim impotens sui est, decoris oblita, necessitudinum immemor, in quod coepit pertinax et intenta, rationi consiliisque preclusa, vanis agitata causis, ad dispectum aequi verique inhabilis, ruinis simillima quae super id quod oppressere franguntur.

 

Italiano
Pretendesti da me, Novate, che scrivessi in che modo l’ira potesse essere placata e ingiustamente mi sembra che tu abbai temuto molto questo sentimento, come brutto e violento. Negli altri sentimenti infatti c’è qualcosa di quieto e placido: questo è tutto infiammato nell’impeto di esasperazione, furente per la condizione umana di armi, di sangue e di preghiere, fino al momento che indifferente di sé stesso reca danno ad un altro, introducendosi nella stessa trama, avido di condurre con sé un vendicatore di castighi. Per questa ragione qualcuno tra uomini saggi disse che l’ira fosse una pazzia: ugualmente infatti è incapace di dominare sé stesso, dimentica il conveniente, immemore degli obblighi, è incurante di sé tra i parenti, ostinatamente rivolta a ciò che si è prefissa, chiusa alla ragione e ai consigli, agitata per motivi vari, incapace di distinguere il giusto, molto simile alla rovine che sono ciò che oppressero sono abbattute. 

L'ira è una breve follia
Latino
Quidam e sapientibus viris iram dixerunt brevem insaniam; aeque enim impotens sui est, decoris oblita, neceàsitudinurn immemor, in quod coepit et intenta, rationi consiliisque praeclusa, vanis agitata causis, ad dispectum aequi verique inhabilis, ruinis simillima, quae super id quod oppressere franguntur. Ut scias autem ton esse nos quos ira possedit, ipsum illorum habitum intuere; nam ut furentium certa iudicia sunt audax et minax vultus, tristis frons, tonta facies, cita­tus gradus, inquietae manus, color versus, crebra et vehementius acta suspiria, ita irascentium eadem signa sunt; flagrant ac micant oculi, multus ore toto rubor, exaestuante ab imis praecordiis sanguine, labra qua­tiuntur, dentes comprimuntur, horrent ac surriguntur capilli, spiritus coactus ac stridens, articulorum se ipsos torquentium sonus, gemitus mugitusque et parum explanatis vocibus sermo praeruptus et complosae saepius manus et pulsata humus pedibus et totum concitum corpus magnasque irae minas agens, foeda visu et horrenda facies depravantium se atque intu­mescentium — nescias utrum magis detestabile vitium sit an deforme.

 

Italiano
Per questa ragione qualcuno tra uomini saggi disse che l’ira fosse una pazzia: ugualmente infatti è incapace di dominare sé stesso, dimentica il conveniente, immemore degli obblighi, è incurante di sé tra i parenti, ostinatamente rivolta a ciò che si è prefissa, chiusa alla ragione e ai consigli, agitata per motivi vari, incapace di distinguere il giusto, molto simile alla rovine che sono ciò che oppressero sono abbattute. D’altra parte per renderti conto che non sono assennati coloro i quali sono pervasi dall’ira, osserva l’aspetto stesso di questi. Difatti come segni evidenti degli infuriati sono uno sguardo scontrato e minaccioso, una fronte accigliata, un viso torvo, un passo affrettato, le mani agitate, un colorito diverso, un respiro affannoso e irregolare, così gli stessi segni sono anche degli iracondi. Gli occhi diventano pieni di fuoco e scintillanti, un violento rossore si diffonde per tutto il volto, poiché il sangue affluisce dai profondi precordi, le labbra tremano, i denti si serrano, i capelli si riz­zano, il respiro (diviene) faticoso e sibilante, (si sente) lo scrocchio delle articolazioni nel torcersi, e poi ge­miti, muggiti, un parlare smozzicato con sillabe poco distinte, le mani (vengono) battute senza sosta, i piedi pestati contro il terreno e tutto il corpo esagitato e orribilmente minaccioso. Turpe a vedersi ed orrido (è) l’aspetto delle persone che si stravolgono e si gon­fiano d’ira — e non sapresti dire se questo vizio sia più detestabile o più deforme. 

La morte
Latino
O ignaros maiorum suorum, quibus non mors ut optimum inventum naturae laudatur expectaturque, sive feiicitatem includit, sive caiamitatem repeiiit, sive satietatem ac iassitudinem senis terminat, sive iuveniie aevum, dum meiiora sperantur, in fiore deducit, sive pueritiam ante duriores gradus revocat, omnibus finis, muitis remedium, quibusdam votum, de nuHis meiius merita quam de iis ad quos venit antequam invocaretur! Haec servitutem invito domino remittit; haec captivorum catenas ievat; haec e carcere educit quos exire imperium impotens vetuerat; haec exsulibus, in patriam semper animum oculosque tendentibus, ostendìt nihii interesse infra quos quis iaceat; haec, ubi res communes fortuna male divisit et aequo iure genitos alium aiii donavit; exaequat omnia. Haec est post quam nihiì quisquam alieno fecit arbitrio; haec est in qua nemo humilitatem suam sensit; haec est quae nulii non patuit.

 

Italiano
O ignari dei loro mali, quelli che ‘non elogiano e non attendono la morte come il più bel ritrovato della natura, sia che concluda una vita felice, sia che allontani la calamità, sia che ponga termine alla sazietà e alla stanchezza della vecchiaia, sia che stronchi la giovinezza in fiore, mentre si sperano cose sempre più belle, sia che richiami a sé la puerizia prima di affrontare passi più difficili, (la morte è) per tutti la fine, per molti il rimedio (alle sofferenze), per taluni (l’adempimento di) un ardente desiderio, e da nessuno essa merita gratitudine più che da coloro presso cui giunge non invocata! Questa libera dalla schiavitù contro la volontà del padrone; questa toglie le catene ai prigionieri; questa conduce fuori dal carcere coloro cui un potere dispotico vietava di uscirne; questa dimostra agli esuli, rivolti sempre con la mente e lo sguardo verso la patria, che non interessa affatto sotto quale terra uno giaccia sepolto: e, mentre la fortuna ripartisce male i beni comuni (a tutti) e li dona in modo diverso a quelli che pur sono nati con uguali diritti, la morte eguaglia ogni cosa. Questa è quella che dopo di essa nessuno fa niente per arbitrio altrui; questa è quella in cui nessuno si accorge della propria inferiorità; questa è quella che a tutti è aperta. 

Morte di Catone Uticense
Latino
Quidni ego narrem ultima illa nocte Platonis librum legentem posito ad caput gladio? Duo haec in rebus extremis instrumenta prospexerat, alterum ut vellet mori, alterum ut posset. Compositis ergo rebus, ut cumque componi fractae atque ultimae poterant, id agendum existimavit, ne cui Catonem aut occidere liceret, aut servare contingeret. Et stricto gladio, quem usque in illum diem ab omni caede purum servaverat: "Nihil - inquit - egisti, fortuna, omnibus conatibus meis obstando. Non pro mea adhuc sed pro patriae libertate pugnavi, nec agebam tanta pertinacia, ut liber, sed ut inter liberos viverem; nunc quoniam deploratae sunt res generis humani, Cato deducatur in tutum". Impressit deinde mortiferum corpori vulnus.

 

Italiano
Perché non dovrei raccontare (lett. racconterei) che egli in quella notte leggeva un libro di Platone con la spada accanto al capo? Nell’ ultimo momento egli si era procurato questi due strumenti: uno per voler morire, l’altro per potere (morire). Sistemata quindi la situazione (lett. sistemate le cose), come poteva essere una situazione estrema e incontrastabile, pensò di dover agire così, affinché a nessuno o fosse lecito uccidere Catone o (affinché nessuno) toccasse di salvarlo. E impugnata la spada che fino a quel giorno aveva mantenuta incontaminata da ogni delitto:”Niente “disse” hai ottenuto, o Fortuna, ostacolando tutti i miei tentativi. Io ho combattuto fino ad adesso non per la mia ma per la libertà della patria, né agivo con tanta forza d\'animo per vivere libero ma per vivere tra uomini liberi; ora poiché le sorti degli umani sono senza speranza, Catone sia portato in luogo sicuro”. Si inflisse quindi una ferita mortale sul corpo. 

Questioni di filosofia
Latino
Quantum inter philosophiam interest et ceteras artes, tantum interesse existimo in ipsa philosophia inter illam partem quae ad homines et hanc quae ad deos pertinet. Altior est haec et animosior; non fuit oculis contenta ; maius esse quiddam suspicata est ac pulchrius quod extra conspectum nostrum natura posuisset.
Denique inter duas interest quantum inter deum et hominem. Altera docet quid in terris agendum sit, altera quid agatur in caelo. Altera errores nostros discutit et lumen praebet ut discernantur ambigua vitae ; altera super hanc in qua volutamus, caliginem excedit et nos,e tenebris ereptos, illuc perducit unde ipsa lucet. Quapropter ubi in secretiora eius intravimus, discimus quae universi materia sit, quis auctor aut custos eius sit, quid sit deus, totus in se tendat an aliquando ad nos respiciat, pars mundi sit an mundus ipse, liceat illi ex lege fatorum derogare an eis subiectus sit.

 

 

Italiano
La differenza che vi è tra la filosofia e le altre arti è la stessa, ritengo, che esiste tra quella parte della filosofia che riguarda gli uomini e quella che cerca di giungere agli dei. Quest’ultima è più profonda e più ardita, si è spinta oltre i confini, non si è limitata a ciò che si può vedere, ma ha ipotizzato che esistesse qualche cosa di più grande e di più bello che la natura avesse posto oltre i limiti dello sguardo umano.
Ancora, tra le due vi è la medesima differenza che tra dio e l’uomo. Una insegna che cosa è necessario fare sulla terra, l’altra ciò che accade nel cielo. L’una svela i nostri errori e ci dona la luce affinché divengano evidenti le incertezze dell’esistenza, l’altra vola ben oltre la nebbia nella quale ci aggiriamo e, strappatici alle tenebre, ci conduce lì dove la luce ha origine.


Schiavi del ventre
Latino
Queror, litigo, irascor. Etiamnunc optas, quod tibi optavit nutrix tua aut paedagogus aut mater? nondum intellegis, quantum mali optaverint? O quam inimica nobis sunt vota nostrorum !- eo quidem mimiciora, quo cessere felicius. Iam non admiror, si omnia nos a prima pueritia mala secuntur: inter execrationes parentum crevimus. Exaudiant dii nostram quoque pro nobis vocem gratuitam. Quousque poscemus aliquid deos ita quasi nondum ipsi alere nos possimus? quandiu sationibus implebimus magnarum urbium campos? quamdiu nobis populus metet? quamdiu unius mensae instrumentum multa navigia et quidem non ex uno mari subvehent? Taurus paucissimorum iugerum pascuo impletur; una silva elephantis pluribus sufficit: homo et terra et mari pascitur. Qtud ergo? tam insatiabilem nobis natura alvum dedit, cum tam modica corpora dedisset, ut vastissimorum edacissimorumque animalium aviditatem vinceremus? Minime; quantulum est enim, quod naturae datur? Parvo illa dimittitur: non fames nobis ventris nostri magno constat, sed ambitio. Hos itaque, ut ait Sallustius, « ventri oboedientes » animalium loco numeremus, non hominum, quosdam vero ne animalius quidem, sed mortuorum vivit is, qui muitis usui est, vivit is, qui se utitur; qui vero latitant et torpent, sic in domo sunt, quomodo in conditivo. Horum licet in lìmine ipso nornen marmori incribas:
« Mortem suam antecesserunt ».

 

 

Italiano
Mi lamento (di te), litigo (con te), mi adiro. E desideri ancora ciò che a te augurò la nutrice, o il pedagogo o la madre? Non capisci ancora quanto male ti hanno augurato? Oh quanto sono dannosi a noi gli auguri dei nostri (congiunti)! In verità tanto più dannosi, quanto più felicemente si sono avverati. Ormai non mi meraviglia se ogni male ci perseguita fin dalla prima infanzia: siamo cresciuti tra le maledizioni dei congiunti. Possano gli dei dare ascolto anche alla nostra voce disinteressata. Sino a quando chiederemo qualche cosa agli dei, quasi che da noi non riuscissimo ad alimentarci? Sino a quando riempiremo di piantagioni i campi d,elle grandi città? Sino a quando le masse popolari semineranno per noi? Sino a quando un gran numero di navi, e non da un solo mare, trasporteranno l’approvvigionamento di una sola mensa? Un toro si sazia del pascolo di pochissimi iugeri (di terreno); una sola selva è sufficiente per più elefanti: l’uomo cerca il suo alimento per terra e per mare. E che? Ci diede la natura un ventre così insaziabile, pur avendoci dato un corpo così piccolo, da superare l’avidità delle bestie più grosse e più voraci? Nient’affatto; quanto poco, invero, è ciò che ci dà alla natura? Di poco essa si soddisfa: non ci costa molto la fame del nostro ventre, ma l’ambizione (di mangiare molto). Codesti dunque, come dice Sallustio, schiavi del ventre, mettiamoli nel numero delle bestie, non degli uomini, ed alcuni neanche nel numero delle bestie, .ma in quello dei morti. Vive chi è di utilità a molti e vive chi sa far uso di sé; ma coloro che vivono nell’oscurità ed intorpidiscono, stanno in casa, così come in un sepolcro. Nella stessa soglia di questi è concesso incidere sul marmo la seguente epigrafe: « Hanno predetto la loro morte ». 

Un privilegio va concesso subito
Latino
Quemadmodum in aegris opportunitas cibi salutaris est et aqua tempestive data remedii locum obtinuit, ita, quamvis leve et volgare beneficium est, si praesto fuit, si proximam quamque horam non perdidit, multum sibi adicit gratiamque pretiosi sed lenti et diu cogitati muneris vincit. Qui tam parate facit, non est dubium, quin libenter faciat; itaque laetus facit et induit sibi animi sui voltum. Ingentia quorundam beneficia silentium aut Ioquendi tarditas imitata gravitatem et tristitiam corrupit, cum promitterent vultu negantium: quanto melius adicere bona verba rebus bonis et praedicatione hùmana benignaque commendare, quae praestes! Ut ille se castiget, quod tardior in rogando fuit, adicias licet familiarem quereliam:“ irascor tibi, quod, cum aliquid desiderasses, non olim scire me voluistì, quod tam diligenter rogasti, quod quemquam adhibuisti. Ego vero gratulor mihi, quod experiri animum meum libuit; postea, quidquid desiderabis, tuo iure exiges; semel rusticitati tuae igrioscitur ”. Sic efficies, ut animum tuum pluris aestimet quam illud, quidquid est, ad quod petendum venerat.

 

Italiano
Come per gli ammalati un cibo dato al momento opportuno è salutare, e l’acqua data con tempestività funge da rimedio, così, sebbene lieve e comune sia un beneficio, se è concesso subito e non si è ‘lasciata trascorrere neanche un’ora, aggiunge molto a se stesso e vince in grazia un dono prezioso ma lento e a lungo meditato. Chi agisce tanto prontamente, non vi è dubbio che lo faccia volentieri; e così si allieta ed il suo volto diviene lo specchio dell’animo. Benefici ingenti sono stati guastati da silenzi o da lenti risposte date con un tono grave e triste, promettendo con un volto (simile a colui) che diceva di no; quanto è meglio, invece, aggiungere buone parole alle buone azioni e con un discorso umano e benevolo valorizzare ciò che concedi! A patto che quegli si rimprovera di aver fatto tardivamente la richiesta (del favore), ti è concesso di fare qualche lagnanza amichevole: “ Sono adirato con te, perché, desiderando qualcosa, non hai voluto farmelo sapere prima, me l’hai chiesta con tanta prudenza, ti sei valso di un altro. Mi sono rallegrato però con me stesso, perché ti è piaciuto di mettere alla prova il mio animo; da questo momento, ciò che desidererai, lo pretenderai come tuo diritto; solo per questa volta è perdonato il tuo atteggiamento scontroso ”. In tal modo conseguirai che egli stimi più il tuo animo di ciò che ti era venuto a chiedere, qualunque cosa sia. 

 

Fonte: Fonte: http://digilander.libero.it/tuttorecensioni/enciclopedia/seneca.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

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