Montale Eugenio

 

 


 

MONTALE EUGENIO

Montale, Eugenio (Genova 1896 - Milano 1981), poeta e critico letterario italiano, premio Nobel per la letteratura nel 1975. Nato da una famiglia di commercianti, frequentò le scuole tecniche e studiò canto, ma rinunciò alla carriera musicale. Partecipò dal 1917 alla prima guerra mondiale come ufficiale sul fronte della Vallarsa in Trentino. Tornato a Genova, prese contatto con i poeti liguri (primo fra tutti Camillo Sbarbaro) e con l'ambiente torinese: furono anni di intense letture di italiani e stranieri, specie i simbolisti francesi. Del 1916 è il testo che segna la sua nascita come poeta: Meriggiare pallido e assorto. Nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce e pubblicò, per le edizioni di Piero Gobetti, il suo primo libro, Ossi di seppia. Con un cliché nuovo e personalissimo, filtrato attraverso Pascoli, D'Annunzio e gli scrittori della "Voce", la raccolta propone un linguaggio scabro ed essenziale, un po' abbassato verso i modi colloquiali e ironici di Gozzano, vicino alla concretezza delle cose. Il paesaggio ligure (centrato su Monterosso, dove i Montale avevano una villa) che vi domina è il "correlativo oggettivo" di una condizione esistenziale, in cui il senso della vita risulta inafferrabile e le vie di uscita dalla catena delle necessità naturali si possono solo intravedere, e in forma ipotetica. Si tratta di una poesia metafisica che "nasce dal cozzo della ragione contro qualcosa che non è ragione".Montale aveva anche iniziato un'attività di critico, collaborando a varie riviste, con aperture intellettuali molto ampie. A lui si deve la scoperta di Italo Svevo in Italia (Omaggio a Svevo, 1925). A Trieste, dove era stato invitato da Svevo per l'anno seguente, conobbe Umberto Saba e altri scrittori triestini come Virginio Giotti e Silvio Benco. L'incontro con il poeta americano Ezra Pound nel 1926 lo aprì alla letteratura anglosassone.Nel 1928 Montale fu nominato direttore del Gabinetto Vieusseux a Firenze, ma ne venne allontanato dopo dieci anni perché non iscritto al partito fascista. Si dedicò allora, oltre all'attività di critico, a quella di traduttore. Nel vivace ambiente fiorentino stabilì stimolanti rapporti intellettuali con Vittorini, Gadda, Landolfi, Pratolini, Contini. Nel 1939 uscirono Le occasioni, poesie in parte già precedentemente pubblicate su riviste. In esse Montale continua l'indagine esistenziale degli Ossi di seppia. Nel modificarsi e svanire di una realtà indecifrata e incupita, acquista forza il tema della memoria (anch'essa gracile), sollecitata da "occasioni" di richiamo, e si delineano le figure salvifiche di alcune donne. Il linguaggio si fa meno penetrabile e i messaggi appaiono più nascosti; Montale però non muove verso l'irrazionale gorgo analogico degli ermetici, ma riafferma la sua tensione razionale e pudicamente sentimentale. Nel 1943 pubblicò in Svizzera, per interessamento di Contini, il volumetto Finisterre.
Dopo la guerra e la breve esperienza politica nelle file del Partito d'azione, divenne per poco tempo condirettore della rivista "Il mondo". Nel 1948 si trasferì a Milano, dove lavorò al "Corriere della Sera" e al "Corriere d'informazione", e pubblicò il Quaderno di traduzioni. Nel 1956 uscì La bufera e altro, che comprende anche le poesie già comparse in Finisterre. La "bufera" è la guerra intesa come catastrofe della storia e della civiltà, e simbolo dunque di una disperata condizione umana e personale. Dalla speranza di un'immaginata salvezza attraverso la donna-angelo e dai lampi di fiducia nella possibilità di un mondo diverso, Montale passa all'angoscia per il presente. Nell'amara esperienza dell'orrore della guerra e degli anni cupi della Guerra Fredda, la poesia diventa il segno di un'estrema umana resistenza e di decenza nel quotidiano "mare / infinito di creta e di mondiglia".
Nel 1966 Montale pubblicò i saggi Auto da fé, una lucida riflessione sulle trasformazioni culturali in corso. Nel 1967 venne nominato senatore a vita. Nel 1971 uscì Satura, cui seguirono nel 1973 Diario del '71 e '72 e nel 1977 Quaderno di quattro anni. A partire da Satura il registro linguistico di Montale subisce una svolta. La sua poesia sceglie uno stile basso e prosastico, in cui la parodia, l'ironia amara, il tono epigrammatico sostituiscono quello lirico. Questo perché il mondo gli appare ora perduto in una civiltà dell'immagine, che ha rinunciato alla ricerca del senso di sé e alla tensione etica. Dalla bufera della guerra si è passati alla palude immobile nel vuoto del presente.
Ossi di seppia, dato alle stampe nel 1925, è il primo esempio di questo tipo di poesia generata da un’emozione intima ed espressa attraverso l’essenzialità degli oggetti e del linguaggio. Montale cerca nuove forme, ma non esita nella sperimentazione dei metri tradizionali, raggiungendo un eccellente risultato di linearità sintattica; i toni sublimi si trasformano in concretezza e la parola diventa precisa, tecnica nelle designazioni per diventare poi ironica e colloquiale in virtù di un abbassamento del linguaggio. Montale è una voce immersa nel paesaggio, ma non direttamente partecipante alla vita, interrogata attraverso segni, forme, suoni e movimenti, scanditi dal procedere del tempo. La vita diventa così inafferrabile, vuota e reale, disgregandosi in un continuo equilibrio con l’io e la sua distanza che si risolve in angoscia e rovina.
Le occasioni, pubblicate nel 1939 da Einaudi, ridimensionano la riflessione esistenziale della precedente poetica, la parola punta la sua attenzione sugli oggetti, tralasciando qualsiasi aspetto meditativo e problematico per concentrarsi sul susseguirsi di immagini nette, frutto anche di un forte impatto di suoni, parole e frasi. La poetica diventa complicata, ardua, impenetrabile, portatrice di un messaggio volutamente occulto, mostrandosi, però, tesa alla ricerca del contatto con l’altro che diventa una donna persa o irraggiungibile, o la lontananza del tempo e il suo rievocare esperienze, oggetti e immagini sbiadite nella memoria e ormai trascorse e intangibili. La donna rappresenta la salvezza, il riscatto del poeta da questo vivere e dall’avvicinarsi, annunciato dalla volgarità e dalla mediocrità del presente, della catastrofe; essa è reale in alcuni casi, mentre in altri rivela le tracce di persone diverse, restando, comunque, l’ultimo baluardo contro il precipitare degli eventi.
La bufera e altro, terza raccolta poetica di Montale risalente al 1956, contiene poesie pubblicate in alcune riviste e scritte tra il 1940 e il 1954. La struttura aperta dell’opera presenta l’amore per una donna salvatrice. La Beatrice di Montale è moderna, ostile e amorevole, lotta contro la violenza e il degrado, permettendo al poeta di riconoscersi e affermare la strenua resistenza della poesia, confrontandosi con il mondo e la sua diffidenza. Questa figura femminile si muove in ambito enigmatico,cambiando qualità e toni lancia segnali contrastanti al poeta. Le figure femminili si intrecciano anche alle diverse situazioni storiche in atto: il passaggio della fine della guerra a un dopoguerra angoscioso.

 

Fonte: http://www.storiadilioni.it/angolo%20dello%20studente/TEMI%20SVOLTI/MONTALE%20EUGENIO.doc

 

 


 

Eugenio Montale                                       1896-1981

 

Vita

Montale nasce a Genova nel 1896 e vivrà la sua infanzia sempre nel territorio delle cinque terre. La sua salute malferma gli impedì i lunghi studi letterari, per diplomarsi in ragioneria. Sua sorella sarà la sua unica guida, dopo la sua iscrizione alla facoltà di lettere, e lo introdurrà ad una poi vastissima cultura. La sua giovinezza fu caratterizzata dall’indecisione riguardo all’attività che avrebbe voluto svolgere.
Montale avrà il merito di aver scoperto e lanciato Svevo all’interno della cerchia di letterati italiani e non. Questi, per riconoscenza, lo ospitò per un periodo a Trieste, facendogli incontrare anche Saba.
Particolarità: il poeta arrivò fino a quasi trent’anni senza mai un lavoro fisso. Si trasferì poi per lavoro a Firenze, dove dopo pochi anni gli fu tolto l’incarico perché si era sempre rifiutato di prendere la tessera del partito fascista. Divenne un assiduo frequentatore delle “Giubbe Rosse”, il caffè d’incontro degli intellettuali fiorentini (Gadda, Quasimodo, Vittorini).
In questo periodo comincia il rapporto affettivo con Drusilla Tanzi, la moglie di un critico d’arte, che poi divenne anche sua compagna e infine moglie. A Milano, dal 1948 cominciò l’attività giornalistica per il Corriere della Sera, che continuò quasi fino alla sua morte, avvenuta nel 1981.
Negli ultimi anni ricevette numerosi riconoscimenti nazionali e non, come ad esempio il premio nobel per la letteratura nel 1975.
Montale nega in ogni modo la poesia come portatrice di un messaggio o come comunicazione al lettore, non importa farsi capire, non è l’obiettivo dello scrivere versi, l’importante è trasmettere quel quid che le parole non riescono a dire. La poesia è uno strumento di conoscenza che si dirige verso qualcosa che non appartiene a questo mondo, ma che si nasconde dietro le apparenze, la superficie. È una poesia metafisica

  • Ossi di Seppia

È la prima raccolta di Montale, del 1925, è una poesia dannunziana per lo stile, ma per l’aspetto ideologico, completamente antidannunziana: non ha nessuna verità o certezza da rivelare, si limita a descrivere la profonda angoscia del poeta la sua disarmonia col mondo, il cosiddetto «male di vivere». Montale non cerca di darci nessuna certezza positiva, ma solo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
Gli ossi di seppia danno il titolo alla raccolta, e sono le conchiglie di certi molluschi lasciate dalle onde sulla spiaggia, sono presenze inaridite e ridotte al minimo, simbolo della poetica dello scabro ed essenziale, dominante in Montale.
All’oggetto simbolico seguirà quasi sempre la spiegazione dello stesso, vediamo ad esempio la composizione della lirica “Spesso il male di vivere ho incontrato”.
Tipico paesaggio in questa raccolta è quello ligure marino, assolato, arido e scabro, che assume una parte importante. Come interlocutore Montale utilizzerà solo il mare od un generico tu.
Il lessico è esatto, preciso, anche tecnico in certi casi , ma da D’Annunzio, anche aulico e dialettale. Montale usa immettere il lessico aulico in una situazione realistica e quotidiana, ma comunque usa solo negli Ossi di Seppia questo stile caratterizzante invece D’Annunzio.
Il leopardiano «mal di vivere» si ritrova soprattutto in celebri metafore, quali il camminare su un muro che ha «in cima cocci aguzzi di bottiglia», essere imprigionati da una rete, essere legati da una catena. Talvolta però si intravede una possibilità di salvezza, una «maglia rotta nella rete», che permette la fuga dal dolore e dalle insensatezze della vita. È quindi possibile trovare «l’anello che non tiene / il filo da disbrogliare che finalmente ci netta / nel mezzo di una verità» (I Limoni). È una possibilità vaga, dai contorni indefiniti e quando assume una forma più precisa si rivela solo uno scacco.
Fra la poesia di apertura (In limine) e quella di chiusura (Riviere) trovano spazio quattro sezioni intitolate Movimenti (13), Ossi di seppia (22), Mediterraneo (9), Meriggi e ombre (15). 
Il linguaggio come abbiamo detto riprende molto quello dannunziano, la metrica non è rivoluzionaria, i metri tradizionali sono ben riconoscibili.

I limoni
Costituisce il manifesto poetico degli Ossi: una poetica antieloquente, che contrappone al solenne e all’artificioso una più umile adesione alla realtà quotidiana (di cui l’odore dei limoni ne è simbolo).
L’autore fornisce un elenco di temi prescelti per le sue poesie, il paesaggio ligure e la stagione soleggiata, estiva. Il paesaggio estivo permette al poeta una sorta di rapporto tra la natura e se stesso.
Metro: quattro strofe di 10, 11, 13 e 15 versi di lunghezza variabile, comunque più frequenti sono endecasillabi e settenari. È presente quindi una regolarità di fondo, i versi lunghi sono quasi sempre doppi settenari.
20 su 49 versi sono implicati in una rima perfetta, sono presenti poi altre rime imperfette o interne.
Analisi: è composta da due nuclei tematici, uno con la descrizione dei poeti ‘laureati’, tra cui primeggia D’Annunzio, in contrasto con la sua scelta di poetica più umile e ‘vera’; nel secondo, la concezione dolorosa dell’esistenza come catena, sequenza di atti per noi senza senso, ma illuminata dalla speranza di trovare il filo della matassa in grado di svolgere il tutto, il vero significato della vita. Notiamo come Montale attraversi D’Annunzio, con i suoi limoni anziché bossi, ligustri e acanti, però in questa poesia troviamo molti preziosismi lessicali: si tratta quindi di un’opposizione di ideali, ma gli aulicismi verranno utilizzati anch’essi per trovare la perfezione e la nitidezza sintattica.
Significato: v.1: “ascoltami” è un termine dedicato ad un interlocutore indeterminato, ma ha un tono famigliare –diverso da D’Annunzio- ; vv.25-29: ci si aspetta di trovare un anello rotto nella catena esistenziale che ci lega, e di uscire dalla disarmonia e dall’angoscia immutabile della vita, speranza di disbrogliare la matassa e di giungere al senso vero della vita; vv.47-49: il giallo dei limoni si contrappone alla tristezza e al grigiore dell’inverno, ricordano con il loro colore la luminosità del sole e dell’estate.

Spesso il mal di vivere ho incontrato
È una delle più grandi espressioni del leopardiano «male di vivere», tipico però anche della poetica di Montale, che riprende soprattutto il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
Metro: due quartine di endecasillabi, tranne l’ultimo verso composto da due settenari.
Le rime sono ABBA CDDA, in cui solo il quinto verso è irrelato.
Analisi: può essere divisa in due parti, la prima strofa in cui viene affermato il male di vivere(il rivo strozzato, la foglia riarsa e il cavallo stramazzato); la seconda strofa, che afferma il valore positivo dell’indifferenza (la statua, la nuvola e il falco). C’è un contrasto tra l’orizzontalità del male (nel rivo, nel cavallo stramazzato) e la verticalità del bene ( la statua, il falco alto levato), che si esprime anche attraverso la differenza tra i suoni aspri della prima parte (Dante- Inferno) con i suoni più dolci della seconda.
Significato: v.6. che potrebbe essere sia complemento oggetto che soggetto, lascia un senso di ambiguità, comunque il male di vivere non può essere annullato, ma solo attenuato dall’indifferenza, che porta ad un distacco dalla realtà e dal dolore; vv.7-8 la statua, nuvola, falco rappresentano l’immobilità e quindi l’indifferenza.

  • Le occasioni

Le occasioni di salvezza sporadiche negli Ossi, si infittiscono in questa raccolta, la seconda di Montale, del 1939, che diventa la ricerca del fantasma che ti salva, ma dove rimane il motivo fondamentale della disarmonia e del dolore esistenziale. Cambiano alcuni aspetti rispetto agli Ossi: il paesaggio non è più quello ligure, ma diventa quello toscano, e passa in secondo piano lasciando spazio al piano memoriale; agli interlocutori generici, cerca ora di sostituire reali destinatari, prima fra tutti una donna di nome Clizia, ovvero Irma Brandeis, un’attrice americana con la quale Montale aveva avuto una storia affettiva fino al 1939.
Clizia è un nome di una donna, vista come ideale salvifico (nel mito, donna trasformata in girasole per poter meglio adorare il sole di cui era innamorata e da cui era stata lasciata), che introduce il tema dell’amore da lontano (Clizia è presente infatti solo nel ricordo = importanza della dimensione memoriale), che non allevia, ma accentua la solitudine del poeta. Gli unici segnali di salvezza in un’epoca segnata dalla paura di una seconda guerra, vengono racchiusi in Clizia, rappresentata secondo moduli stilnovisti (angelo o uccello).
In questa raccolta, al contrario che negli Ossi, non vengono spiegate tutti gli oggetti simbolici utilizzati, Montale cerca infatti di lasciare non scritta la parte della spiegazione, in modo da dare al lettore solo l’oggetto, senza però rivelare l’occasione. Verrà definita per questo «poetica degli oggetti», la rappresentazione pura e semplice di oggetti poetici che racchiudono in sé valori simbolici non esplicitati. Ne consegue un accentuarsi dell’oscurità della poesia.
Anche il retroterra culturale cambierà nelle Occasioni, si sposta dalle influenze italiane degli Ossi ai modelli europei, come Blake, Browning, Hopkins e Eliot.

 

La casa dei doganieri
È una delle prime poesie delle Occasioni, l’atmosfera e il paesaggio sono ancora quelli egli Ossi, il Tu a cui si rivolge è Annetta, una giovane villeggiante che il poeta conobbe e che gli ispirò molte poesie, ma è sempre presentata come una fanciulla morta giovane. Comunque la realtà bibliografica probabilmente è diversa da quella poetica, infatti probabilmente è Anna degli Uberti, che però visse fino al 1959.
Il titolo indica l’intenzione di una diversa forma di poesia in cui il passaggio esteriore viene meno; cadono in legami con la tradizione e si accentua la ricerca di una poesia essenziale, con scatti incisivi.
Metro: quattro strofe di cinque e sei versi alternativamente. I versi sono generalmente endecasillabi, unico il v.5 è un quinario.
Le rime sono complesse e racchiudono tutto il componimento, la prima strofa è legata alla seconda, la terza alla quarta e la prima all’ultima, all’interno delle varie strofe i versi rimano tra loro, tutti tranne quello legato alla strofa precedente o che segue.
Analisi: si tratta di una poesia che parla di un tentativo fallito di riportare alla memoria un’immagine. Il poeta cerca di afferrare il filo del ricordo, la donna è distratta da altro tempo. La centralità del tema memoriale è scritta in modo chiaro in questa poesia.
L’opposizione interno esterno è oggettivata nell’immagine della casa in cui ha vissuto felicemente in compagnia della donna ora lontana. La casa rappresenta un polo positivo, un rifugio. La realtà esterna diventa il libeccio che sferza le vecchie mura: sono sconvolgimento e sofferenza che minacciano l’interno, è quindi il polo negativo (=identificabile con la realtà storica del fascismo e della guerra). La casa rappresenta la condizione sociale dell’intellettuale appartato.
Il moto del tempo, oggettivato nel vento, si oppone all’immobilità della casa e ne distrugge il ricordo, l’unico legame in grado di unire il poeta alla donna amata.
Significato: v.7: il tempo che è passato fa si che il riso della donna non riesca più a dare gioia al poeta; vv.8-9: non è possibile trovare un punto di riferimento stabile nella vita, né a livello razionale, né per fortuna (l’ago della bussola impazzita e il calcolo dei dadi che non torna); vv.13-14: il ruotare della banderuola rappresenta l’impetuoso trascorrere del tempo; v.19: il mare come negli Ossi è associato ad una possibile salvezza; v.22: dubbio assoluto: il poeta non riesce a capire chi fra i due sia partito veramente e chi invece sia restato.

  • Satura

È la prima raccolta appartenente al secondo periodo di Montale, quello degli anni sessanta e settanta, incompreso nella sua importanza, pubblicata nel 1971 dopo un lungo silenzio.
Qui Montale ci da il rovescio della sua poesia: lo occasioni-spinta vengono non più occultate, ma esibite, i temi divengono quelli della realtà contemporanea (più importanza al sapere scientifico che letterario, massificazione della cultura, potere dei mass-media, la perdita dell’intellettuale..) e dalla quotidianità (uno sciopero). Il linguaggio si abbassa quasi fino al parlato, ma comunque un parlato colto, e ci da a volte la filastrocca, il non senso, la parodia ecc. La poesia diventa uno strumento quotidiano e quasi immediato di osservazione e riflessione.
Cambia radicalmente lo stile, ma rimangono inalterati la concezione del mondo e il rapporto disarmonico fra la realtà ed il poeta.
Il titolo Satura, ha più significati: uno indica la vena satirica presente nella raccolta, uno deriva dal latino e indica la varietà di temi e metri.
È una raccolta composta da quattro sezioni (Xenia I e II e Satura I e II), di cui le prime due sono scritte in occasione della morte della moglie nel 1963 e rappresentano una delle punte più alte della poesia di Montale, che per la prima volta vuole rendere un omaggio anche alla moglie.
Xenia è un termine latino che indica i doni fatti ad un ospite nel momento in cui lascia la casa che l’ha ospitato: sono queste poesie i doni che Montale fa a Drusilla Tanzi, affettuosamente chiamata Mosca, nel momento della sua partenza senza ritorno.
 
«Xenia» per Mosca
Sono poesie d’amore, nelle quali prevale il senso di rimpianto per una persona unica, che era la sola ad aver raggiunto un completo affiatamento col poeta, era un postumo risarcimento per gli anni di dimenticanze poetiche che forse aveva dovuto subire, era stata sempre rimpiazzata infatti da altre figure femminili. In I.4 troviamo una stanchezza per la vita che si confonde con il rimpianto per la moglie, in I.14 il suo ricordo si mescola ad una considerazione sulla poesia, in II.5 il poeta afferma che nonostante lei fosse quasi cieca, tra i due quella che vedeva meglio era proprio lei.
Metro: versi liberi.
Analisi: è sia una poesia da ricordare come grande segno di affetto per la moglie, ma anche è importante per il momento storico in cui è stata scritta. Questa risale al periodo in cui Montale si stava convincendo che le possibilità di sopravvivenza della poesia in una società come quella multimediale moderna erano quasi impossibili; la morte della moglie viene a coincidere con la morte della poesia, nella figura della moglie si può infatti leggere un’allegoria della poesia.
Significato: 1) I.14: v.2: la poesia di Montale esprime sia un’estraneità alla vita, anche perché non appartiene a nessun linguaggio letterario codificato, ma anche che non è possibile possederla fino in fondo. Giocherà su questo affermando nel v.3 che appartiene alla moglie.
vv.5-6: fa riferimento ai critici che danno della poesia una definizione ideale, usando concetti astratti, dalle quali il poeta si sente distante; vv.7-8: i critici precedenti si fermano alle soglie del reale, vedendo solo quello che il buon senso suggerisce, non capiscono che la tartaruga e il fulmine fanno parte di un’immobilità totale che è l’universo; v.11-12: insiste con il vuoto è pieno e il sereno è la più grande nube sul concetto si uniformità degli opposti, come in un continuo ossimoro = simbolo di una coscienza che indaga e che va in profondità.
2) II.5: vv.4-7: ormai al poeta, già vecchio, non servono tutte quelle piccole cose che appartengono alla quotidianità e che servono per sentirsi vivi a quelli che credono che la vita sia quella che si vede.


Fonte: http://digilander.libero.it/ricerchescolastiche/italiano/rc/Montale.doc

 

 

Montale Eugenio

- Eugenio Montale -

La Vita
Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896 da famiglia borghese piuttosto agiata. Frequenta le scuole tecniche, ottenendo il diploma di ragioniere; in seguito allarga il campo dei propri studi con vaste letture da autodidatta, soprattutto nel campo delle moderne letterature europee e della filosofia. Studia canto con ottimi risultati, ma il debutto è impedito prima dalla guerra e poi dalla morte del maestro. Dopo la fine della guerra, frequenta l’ambiente letterario genovese e torinese. Qui compone le sue prime poesie.  A Torino viene pubblicata nel `25 da Piero Gobetti (che sarà ucciso l'anno successivo dai fascisti) la prima edizione degli Ossi di seppia. Nello stesso anno egli firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto dal filosofo Croce. Svolge intensa attività di critico, contribuendo fra l'altro alla scoperta di Italo Svevo. Nel '27 si trasferisce a Firenze, dove conosce molti intellettuali del tempo. Nel '33 conosce la studiosa americana Irma Brandeis, con la quale ha per alcuni anni una relazione irregolare. A lei, che compare col nome di Clizia in molte poesie, dedica Le occasioni, uscite nel '39. Nello stesso anno comincia a convivere con Drusilla Tanzi (detta Mosca), che morirà, un anno dopo il matrimonio, nel '63.  Intanto la delusione ha preso il posto del clima di entusiasmo seguito alla fine della guerra e alla Liberazione, nel quale Montale era stato coinvolto, impegnandosi nel Partito d'Azione e ospitando nella sua casa Umberto Saba, perseguitato per motivi razziali.  Nel '56 pubblica La bufera e altro.  Nominato senatore a vita nel '67, riceve il premio Nobel nel '75.  Nel ‘71 esce Satura, dopo alcuni volumi di prose, nel 73 il Diario del '71 e del '72, nel '77 il Quaderno di quattro anni. Montale muore a Milano nel 1981.
Ideologia
Montale è fra i poeti più grandi del secolo e probabilmente il maggiore in Italia. Montale esordisce con Ossi di seppia, nel 1925, mostrando una formazione in cui confluiscono spinte opposte, e cioè la prosasticità e lo sperimentalismo dei crepuscolari (Gozzano, Covoni, Palazzeschi) e dei vociani (Sbarbaro, Rebora) e la tendenza al classicismo della “Ronda”. Poi, con Le occasioni, si cimenta in una poesia alta, aristocratica, difficile, che sembrerebbe avvicinarlo all’Ermetismo, da cui tuttavia si distingue per il rifiuto del simbolismo e l’adesione, invece, all’allegorismo influenzato dal modello dantesco. Montale ha sfiorato tutte le principali tendenze del secolo, ma non si è mai identificato né nell’Ermetismo, né nel Neorealismo, né nella Neoavanguardia. La sua originalità stà nel modo in cui concilia tutti questi movimenti in una poesia tutta propria.
Ossi di seppia


Ossi di seppia è una raccolta nella quale confluiscono tendenze diverse: quelle dell’avanguardia crepuscolare ed espressionista, quelle simboliste riprese sia dalla poetica francese sia da quella italiana (da Pascoli a d’Annunzio), le spinta antiavanguardista promossa dalla rivista di Godetti “Il Baretti” e il classicismo della Ronda. Il titolo rinvia all’immagine degli ossi di seppia, già presente nell’Alcyone di d’Annunzio. Gli ossi di seppia sono in armonia con il mare, mentre arrivati sulla spiaggia diventano inutili relitti. L’osso di seppia, come del resto il paesaggio ligure, caratterizzano la poesia di Montale: come il paesaggio ligure è arido ed aspro lo è anche la sua poesia. Altro elemento fondamentale è il correlativo oggettivo: un oggetto (l’esempio più lampante è l’osso di seppia) rimanda a un pensiero, a una sensazione soggettiva o condizione esistenziale. Montale è alla ricerca del significato della vita: secondo il poeta la verità è celata dietro un muro e l’uomo deve trovare un varco, ma questo è molto difficile (Montale non ci riuscirà). Il modo in cui si può trovare la verità, secondo Montale, è spiegato nel cosiddetto fenomeno dell’epifania: un oggetto che osservi tutti i giorni, in un determinato momento lo  vedi con un ottica diversa ed esso ti suggerisce una grande verità. Montale vede questo fenomeno nella figura della donna. La donna è considerata una donna-angelo, che può portare l’uomo alla salvezza. La figura della donna-angelo viene ripresa, insieme all’uso dell’allegoria invece del simbolo, dalla poesia dantesca (in Dante la donna-angelo è Beatrice). Sul piano linguistico e stilistico Montale utilizza sia toni prosastici e bassi sia toni elevati e classici. Ossi di seppia si suddivide in quattro sezioni, che si intitolano: Movimenti, Ossi di seppia, Mediterraneo, Meriggi e ombre.

 

 

 

 

Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Nel componimento, il poeta descrive l'angoscia esistenziale dell'uomo, condannato a vivere in un mondo incomprensibile dal quale è impossibile ogni evasione. Tutto il brano è centrato sulla simbologia del muro: esso rappresenta quella barriera di incomunicabilità che percorre la realtà dell'uomo del Novecento. Vivere è camminare a ridosso di una muraglia irta di cocci aguzzi di bottiglia, oltre la quale non è possibile né andare, né vedere. La poesia si apre con una riflessione sulla natura e sul paesaggio, passando, poi, ad una più amara e desolata ricerca di un superamento della barriera. Il muro d'orto diviene una muraglia, secondo una climax che culmina al concludersi del poema. L'autore,dopo aver meditato sulla realtà che lo circonda, si rende conto che tale limite è invalicabile e si accorge che questa chiusura è totale e non offre spiragli: non ci sarà mai dato di conoscere la verità, o di raggiungere la felicità assoluta alla quale aneliamo invano. La poesia è composta da 3 quartine e una quintina. In essa è presente il fonosimbolismo, con la presenza di molte p,b,s,r.

I limoni

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

E’ uno dei due manifesti programmatici di poetica di Montale. In questa lirica le prime strofe descrivono la natura ligure estiva, mentre l’ultima strofa ci porta in città durante l’inverno. L’unica cosa che accomuna questi due paesaggi sono le piante di limoni. I Limoni, umile pianta, diventano simbolo della poetica di Montale che canta povere e semplici cose e tende a instaurare un rapporto diretto con gli oggetti e le piante. L'apertura della poesia ha un tono polemico: Montale rifiuta i "poeti laureati" che hanno falsato la realtà rappresentandola con uno stile aulico, per avere onori e gloria (critica principalmente d’Annunzio) . Egli ama il linguaggio comune, familiare, per descrivere il paesaggio aspro e brullo della sua Liguria. In questi attimi di silenzio in cui la realtà sembra abbandonarsi egli vorrebbe penetrare nel mistero della natura e scoprire i suoi segreti " uno sbaglio di natura/il punto morto del mondo/ il filo che non tiene / il filo da disbrogliare", cioè il senso della vita. Ma l'illusione di capire l'ultimo segreto delle cose svanisce, il tempo scorre e le stagioni variano, ed ecco la delusione: la realtà delle città rumorose, le viuzze strette dove l'azzurro del cielo appare a piccoli squarci, la pioggia, l'inverno freddo e noioso che riempie l'animo di tristezza. Ma rivedendo la pianta di limoni si ricorda dell’estate e ritorna felice.
NON RECIDERE, FORBICE, QUEL VOLTO
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala...Duro il colpo svetta.
E l'acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Il poeta chiede al tempo di nono portare via il ricordo del viso della sua donna-angelo, Clizia.

 

 

 

 

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

METRO: tre quartine di versi di varia lunghezza, con rima ABBA CDDC EFEF.  E’ il primo componimento che apre la sezione Ossi di seppia nella raccolta omonima. È il secondo manifesto poetico programmatico di Montale. L'autore si rivolge, in maniera colloquiale,  direttamente al lettore - o meglio, a quel lettore che esige dai poeti verità assolute e definitive - invitandolo a non chiedergli alcuna rivelazione, né su stesso né sull'uomo in genere, e nemmeno sul significato del mondo e della vita. Egli infatti, a differenza dell'uomo "che se ne va sicuro" perché ignaro ed insieme incurante del senso della propria esistenza, non ha alcuna "formula" risolutiva, ma solo dubbi e incertezze. Critica soprattutto i poeti simbolisti, che credono nel valore assoluto della parola; inoltre il poeta non è un sacerdote, ma al limite può togliere l’erbacce intorno alla verità.

Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato:
ero il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto elevato.

Questa poesia è strutturata in 2 parti, nella prima quartina il poeta esprime la realtà, "il male di vivere"; nella seconda metà il "bene", cioè l'attesa di una presenza positiva. Il poeta dice di aver incontrato nella propria esistenza soltanto dolore che si abbatte senza alcuna ragione, indifferentemente su animali e cose, male che non fa vivere, rappresentato dalle figure del ruscello, della foglia, del cavallo. La statua, la nuvola e il falco svelano un "miracolo" legato alla divina Indifferenza perché slegano l'uomo dai vincoli del tempo, in un "attimo estatico" che ci allontana per un momento dalla realtà delle cose. La lirica è composta da due quartine di endecasillabi, tranne l'ultimo verso martelliano (cioè un doppio settenario). Sistema delle rime: ABBA e CDDA. Sono presenti enjambement, anastrofi, correlativi oggettivi, climax ascendente, anafora.

La casa dei doganieri – Le occasioni

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.


Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.


Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

La poesia è una delle più antiche de Le Occasioni: il paesaggio è ancora quello ligure (su una scogliera di una notte d’inverno). La scogliera è ambiente che rimanga all’immagine del muro: il mare e la terra sono separati da una sottile linea che non può essere varcata. Anche la dogana rimanda al confine. Nella prima strofa il poeta si rivolge a una donna che un tempo era entrata con lui nella casa dei doganieri, Arletta (o Annetta), morta precocemente, alla quale dedica la poesia. Il poeta ricorda la donna Annetta ma questa non si ricorda più di lui e della casa dei doganieri, poichè è morta. Così il filo della memoria si svolge dalla matassa ma solo il poeta ne tiene un capo. Montale non vuole perdere il ricordo di Annetta. Montale è disorientato. Non è possibile orientarsi nella vita come è possibile che una bussola impazzita ci indichi la rotta; non ci è dato prevedere il nostro destino, come non possiamo affidarci al calcolo del lancio dei dati. Isolato, lontano, si intravede un barlume di speranza: forze è lì, nell'orizzonte, il "varco" verso la conoscenza, la comprensione del senso della vita? Ma la domanda non ha risposta.
L’anguilla – La bufera e altro
L’anguilla è pesce che vive solitamente nelle acque salate. Dai mari freddi del Baltico, giunge nei nostri mari e risale i fiumi, fino a trovare il loro habitat riproduttivo ideale: i bozzi di acqua stagnante (pozzanghere, stagni ecc.).  Nell’ultima parte della lirica paragona l’occhio dell’anguilla a quello della donna amata platonicamente, Clizia, e gli pone una domanda: credi di essere simile (sorella, gemella) all’anguilla? La  domanda è ovviamente una domanda retorica, cioè affermativa. A livello lessicale si riscontra la compresenza di parole di registro alto ( iride, sirena, incastonare ) e basso ( pozze, gorielli, melma ) quasi a voler evidenziare l’unione di profano e sacro ed il carattere religioso dell’animale costretto a vivere nel fango.  Metrica: è un’unica strofa di 30 versi con prevalenza di endecasillabi. L’alternanza di versi lunghi a brevi conferisce una struttura alla poesia che vuole ricordare quella dell’anguilla.
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Il poeta si rivolge alla moglie deceduta, soprannominata “Mosca”. Insieme hanno sceso, nel viaggio della loro vita, milioni di scale e ora, a ogni gradino, il poeta avverte una sensazione di vuoto. Il poeta confessa il suo sgomento di fronte al viaggio della propria vita, che continua ormai senza guida, e ammette l'importanza che questa donna ha avuto per lui. Dal punto di vista stilistico, la lirica si avvale di un linguaggio usuale e quotidiano, che è funzionale al tema domestico e privato, e contribuisce al tono dimesso e malinconico dell'insieme. Conclude la poesia con una profonda osservazione: nonostante sua moglie fosse quasi ceca, in realtà, essendo una donna, era quella che ci vedeva meglio.

 

Fonte: http://www.riassuntibuse.altervista.org/sito%20riassunti/Eugenio%20Montale.doc

Autore del testo : non indicato nel documento di origine del testo

 

EUGENIO MONTALE

1  INTRODUZIONE : LA VITA
Eugenio Montale nacque a Genova, il 12 ottobre 1896, da Domíngo e Giuseppina Ricci. La madre era figlia di un notaio di Nervi, il padre gestiva con due cugini una ditta commerciale legata all'attività portuale con sede in piazza Pellicceria: importava acqua ragia, resine, prodotti chimici. Il padre era un uomo severo, di poche parole, rigido, secondo il cliché autoritario di quei tempi, ci informa il biografo di Montale, Giulio Nascimbeni. Da bambino, il futuro Poeta frequentò le scuole elementari "Ambrogio Spinola", poi fu iscritto alle scuole tecniche dei Padri Barnabiti: un'infanzia segnata da continue malattie. I fratelli avevano già fatto, rispetto al minore che era Eugenio, le loro scelte, solo lui, che aveva attitudini alla cultura, rimase a lungo incerto sulla carriera da intraprendere. Studiò quindi per suo conto sino ai trent'anni, incoraggiato dalla sorella Marianna, e rifugiandosi spesso a Monterosso, dove i familiari possedevano una villa, fra Vernazza e la Punta del Mesco, luoghi marini che dovranno tornare nei suoi ricordi poetici. Studiò canto, ma rinunciò alla carriera musicale. Il carattere del poeta fu molto influenzato dall'isolamento costretto e insieme volontario della prima giovinezza. Quando scoppiò la Grande Guerra, vi prese parte come ufficiale di fanteria, sul Monte Corno e sul Lòner. L'esperienza della guerra non fu capitale, per la nascita della poesia montaliana, come lo fu per quella di Ungaretti. Della guerra Montale si ricorderà soltanto in alcune immagini e similitudini di rara forza, ma direttamente non ha mai voluto esprimerne il senso. Del 1916 è il testo che segna la sua nascita come poeta: “Meriggiare pallido e assorto”. Tornato a Genova, prese contatto con i poeti liguri (primo fra tutti Camillo Sbarbaro) e con l'ambiente torinese: furono anni di intense letture di italiani e stranieri, specie i simbolisti francesi. A Parma, al corso di allievi ufficiali ebbe la fortuna di incontrare Sergio Solmi, col quale, a guerra finita, nel 1922, fondò, sotto l'impulso di Giacomo Debenedetti, la rivista "Primo Tempo". Negli stessi anni conobbe a Genova Angelo Barile e Adriano Grande, ma soprattutto si legò di autentica amicizia con Camillo Sbarbaro. Le prime poesie di Montale (Accordi) videro la luce appunto a Torino, nel n. 2 di "Primo Tempo", una rivista che ebbe solo dieci numeri di vita. Il 1922, che doveva rimanere terribilmente impresso nella memoria degli italiani per gli eventi politici, fu dunque anche Panno in cui cominciarono a circolare i primi versi di Montale. E non è senza significato che ciò sia accaduto a Torino, dove il movimento antifascista contava larghe partecipazioni intellettuali. I giovani redattori di "Primo Tempo" (fra cui ricordiamo, oltre i citati, Max Ascoli, Giuseppe Prezzolini, Ernesto Buonaiuti, Carlo Linati, Natalino Sapegno) erano usciti dall'esperienza della guerra mondiale senza un programma esplicito, ma avendo ben presenti gli errori e le tumultuose esperienze della precedente stagione. Nel 1925 firmò il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce e pubblica “Ossi di Seppia”, il suo primo grande capolavoro. A Trieste, dove era stato invitato da Svevo per l'anno seguente, conobbe Umberto Saba e altri scrittori triestini come Virginio Giotti e Silvio Benco. L'incontro con il poeta americano Ezra Pound nel 1926 lo aprì alla letteratura anglosassone. Nel 1927 il poeta si trasferì a Firenze, dove visse fino al 1947,  per vent'anni, se si eccettuano i suoi viaggi all'estero. Quello di direttore del Gabinetto di lettura Vieusseux, fu il primo e solo impiego fisso, prima dell'assunzione al "Corriere della Sera", che ebbe il poeta antifascista. Agli inizi della sua vita fiorentina trovò un impiego per un anno presso una casa editrice, la Bemporad, e visse di collaborazioni. Ricordiamo le principali: alla "Fiera letteraria", al "Quindicinale", all' "Esame". Su queste due ultime riviste fu l'artefice principale della scoperta di Italo Svevo, il "rabdomante", come è stato definito, della grandezza dello scrittore triestino. Nel 1937 "cominciarono, le diffide dell'ufficio politico della questura. Nel freddo linguaggio della polizia, Montale fu catalogato fra i cittadini `soggetti a speciale sorveglianza. Nemmeno le fastose e reboanti ore dell'Italia imperiale lo avevano indotto a cedere al ricatto della tessera. Anzi le notizie dall'Etiopia e quelle subito susseguenti della Spagna, dove il fascismo era andato a sfogare altre bellicose mire, lo avevano ancor più allontanato dal regime. Alle 'Giubbe Rosse' e al caffè della Stazione, Montale si trovava sempre con giovani intellettuali che non erano in odore di santità presso il partito. Tra di loro c'era Elio Vittorini. Si parlava, ed era impossibile resistere a una simile tentazione, dello stupidario autarchico che stava dilagando dalla lana, dai liquori e dai metalli, fino alla cultura". Dopo varie minacce, fu costretto a lasciare l'ufficio del Vieusseux. Era il 1939. Nella primavera precedente, Hitler veniva accolto a Firenze con grandi onori ufficiali, e cominciava "la primavera hitleriana" (questo il titolo di una poesia di Montale), prodromo della seconda guerra mondiale. Dagli Ossi di seppia al libro successivo, Le Occasioni, pubblicato nel 1939, corrono quattordici anni di intensa esperienza intellettuale e umana. Montale non è un poeta copioso, anzi, come Ungaretti è estremamente parco e prudente nell'accettare via via le conclusioni del proprio lavoro. Dopo la guerra e la breve esperienza politica nelle file del Partito d'azione, divenne per poco tempo condirettore della rivista "Il mondo". Nel 1948 si trasferì a Milano, dove lavorò al "Corriere della Sera" e al "Corriere d'informazione". Le poesia La Bufera e altro (1956) e Satura (1971) rappresentano la stagione conclusiva.  Le Occasioni, libro attesissimo,  ricevette un tributo di attenzione da parte della critica davvero imponente. Nel 1967 ebbe l'onore di sedere in Parlamento, come senatore a vita (la nomina gli giunse, per decreto presidenziale, nel giugno del 1967).

2. OSSI DI SEPPIA

Nel 1925 Montale pubblicò, per le edizioni di Piero Gobetti, il suo primo libro, Ossi di seppia. Con un cliché nuovo e personalissimo, filtrato attraverso Pascoli, D'Annunzio e gli scrittori della "Voce", la raccolta propone un linguaggio scabro ed essenziale, un po' abbassato verso i modi colloquiali e ironici di Gozzano, vicino alla concretezza delle cose. Il paesaggio ligure (centrato su Monterosso, dove i Montale avevano una villa) che vi domina è il "correlativo oggettivo" di una condizione esistenziale, in cui il senso della vita risulta inafferrabile e le vie di uscita dalla catena delle necessità naturali si possono solo intravedere, e in forma ipotetica. Si tratta di una poesia metafisica che "nasce dal cozzo della ragione contro qualcosa che non è ragione". Oltre al paesaggio ligure, la musica rappresenta, dunque, lo sfondo reale sul quale collocare la disperata filosofia montaliana presente nell’opera. Questi due elementi, fusi assieme, echeggeranno nelle dense sequenze degli Ossi di seppia: dove i presupposti letterari vanno cercati nelle letture attente dei simbolisti francesi. Nel 1928, gli Ossi di seppia vennero aumentati di sei poesie, fra cui "Arsenio", la capitale definizione della poetica montaliana, in un'edizione a cura dei fratelli Ribet di Torino: e la prefazione di Alfredo Gargiulo, che la accompagnava, metteva per la prima volta l'accento sulla "corrosione critica dell'esistenza", la prima formula esatta della lirica montaliana.

3  LE OCCASIONI

Nel 1939 uscirono Le occasioni, poesie in parte già precedentemente pubblicate su riviste. In esse Montale continua l'indagine esistenziale degli Ossi di seppia. Nel modificarsi e svanire di una realtà indecifrata e incupita, acquista forza il tema della memoria (anch'essa gracile), sollecitata da "occasioni" di richiamo, e si delineano le figure salvifiche di alcune donne. Il linguaggio si fa meno penetrabile e i messaggi appaiono più nascosti; Montale però non muove verso l'irrazionale gorgo analogico degli ermetici, ma riafferma la sua tensione razionale e pudicamente sentimentale

 

4  LA BUFERA E ALTRO

 Nel 1956 uscì La bufera e altro, che comprende anche le poesie già comparse in Finisterre. La "bufera" è la guerra intesa come catastrofe della storia e della civiltà, e simbolo dunque di una disperata condizione umana e personale. Dalla speranza di un'immaginata salvezza attraverso la donna-angelo e dai lampi di fiducia nella possibilità di un mondo diverso, Montale passa all'angoscia per il presente. Nell'amara esperienza dell'orrore della guerra e degli anni cupi della Guerra Fredda, la poesia diventa il segno di un'estrema umana resistenza e di decenza nel quotidiano "mare / infinito di creta e di mondiglia". Si avverte il segreto di una devozione esoterica, il peso del destino acquista un senso di fatalità qua e là misticheggiante, assieme al pensiero della morte che s'affaccia imperioso.
5  DA SATURA AL QUADERNO DI QUATTRO ANNI

Nel 1971 uscì Satura, cui seguirono nel 1973 Diario del '71 e '72 e nel 1977 Quaderno di quattro anni. A partire da Satura il registro linguistico di Montale subisce una svolta. La sua poesia sceglie uno stile basso e prosastico, in cui la parodia, l'ironia amara, il tono epigrammatico sostituiscono quello lirico. Questo perché il mondo gli appare ora perduto in una civiltà dell'immagine, che ha rinunciato alla ricerca del senso di sé e alla tensione etica. Dalla bufera della guerra si è passati alla palude immobile nel vuoto del presente.

 

LA PERSONA, LA FIGURA E LA POESIA DI MONTALE.
Mentre Ungaretti rappresenta, agli occhi del lettore, lo sforzo felice di contrapporre una poesia essenziale e ritmicamente nuova a tutta la tradizione del tardo Ottocento, Montale sembrerebbe rientrare, proprio a motivo del suo tono discorsivo e allusivo, fra i poeti di derivazione pascoliana, e precisiamo, di quel Pascoli ricco di vibrazioni umane e cosmiche, di quel poeta della perplessità psicologica, dove non mancano mai di essere indicati i rapporti fra il dramma personale e la condizione a cui tutti gli esseri umani soggiacciono. Anche nella forma, Montale non parrebbe aver tenuto conto delle fratture, delle pause, degli spazi bianchi, della strana e avvolgente sintassi ungarettiana, preferendo a questi modi espressivi un dettato logico e apparentemente tranquillo. Questi sono gli aspetti superficiali che presenta la personalità di Montale. Il carattere del poeta si delinea con sufficiente precisione tra le righe di una Intervista immaginaria, pubblicata nel 1946. L'autore evita di porre l'accento sull'originalità della sua voce. La spontaneità delle sue poesie, egli vuol affermare, non cancella il fatto di cultura che le sottintende.
Per capire la personalità del poeta, è necessario mettere a confronto gli Ossi di Seppia e Le Occasioni. Le Occasioni sviluppano la tematica degli Ossi di seppia in una direzione nuova L'uomo porta il contributo vano della sua coscienza al dramma oggettivo del mondo. Semplificando, potremmo dire che lo stesso dramma adesso non si svolge piú davanti agli occhi del poeta, ma dentro la sua memoria. E i protagonisti sono i ricordi stessi. Negli Ossi di seppia, la vittima della distruzione eraclitea non si agita piú, si fa trascinare dalla grande fiumana, dentro una poltiglia senza nome e senza significato che finirà come ogni altra cosa nel mare dell'essere. Al pari di Arsenio, Montale aveva accettato di vivere fra "una ghiacciata solitudine di morti", con qualche rara illusione di vita; nelle Occasioni (titolo scelto come suggerimento goethiano), l'estremo momento della tensione esistenziale ha luogo solo nella memoria.   Montale è solo, e non crede praticamente a nulla; ma possiede una propria storia, e la sua realtà è questa dinamica della parola, una volta riconosciuta l'inerzia diabolica del destino. Osservando bene, dal modo di affidarsi al giuoco delle presenze e delle assenze, che la fissazione "traumatica" del ricordo rende possibile, nasce una nuova prospettiva visionaria. I "barlumi" di Montale si affollano fino a dilatarsi in un quadro, dove ormai può entrare tutto ciò che l'orgasmo mentale ha la forza di richiamare.
A questo punto, il poeta avrebbe Potuto trasformarsi in "romanziere", oppure soltanto in uno scrittore che rievoca i fatti della propria vita. E invece, ciò che rende singolarissimo, anche il successivo volume La Bufera, notevole per la densità dei temi affrontati, è questo sentimento profondo che ogni avventura della vita è costituita di "presenze", da interpretare, da rimettere a fuoco a distanza. Il lavoro di un romanziere si sarebbe fermato ai fatti, al valore rappresentato dagli eventi; mentre il poeta, se li sollecita, via via li trasforma; e pare voglia adoperarli accuratamente deformati dalla sua visione indulgente, come eventuali strumenti di salvezza privata.
L'arte di Montale consisterà nel lasciare da parte il quadro ipotetico della Storia e le sue illusioni sociali. Per ciò essa ignora il deismo cristiano, volto alla palingenesi spirituale o l'engagement  tipico del dopoguerra. E se la scena de La Bufera resta, nonostante tutto, quella dolorosa della guerra, a differenza di Ungaretti e di altri poeti dell'epoca, inclini alla preghiera cristiana o alla rivalsa politica, l'autore può concedersi il brivido di una sottile pietas storica, con una civile distanza dai fatti, sempre teso al suo programma di autoconsolazione.
Con l'ultimo suo volume di poesia, Satura, la poesia di Montale perde il suo linguaggio visionario, mentre rivela il volto segreto della sua anima. Se parte fornisce ancora essenze impalpabili, risonanze arcane, le vicissitudini del cuore rispondono in modo piú diretto a ciò che noi chiediamo alla poesia esplicita del nostro tempo. Viene subito in primo piano la figura della moglie cresciuta all'ombra della sua fama, "caro piccolo insetto" - come la invoca la prima lirica della sezione Xenia - che chiamavano Mosca non so perché". Per attingere meglio alla sua riserva di ricordi sulla scomparsa, Montale esperimenta per la prima volta l’emozione del linguaggio parlato attraverso lo scritto". La poesia dell'inesistente, del vano, del nulla, dentro cui ci troviamo al tempo stesso impauriti e sorpresi - quasi fossimo incappati per sbaglio in una trasmissione televisiva dell'Universo, ma senza l'audio che possa riportare ad altri il gracidío del nostro lamento - mostra ancora le sue fiches diaboliche e talvolta irridenti. Vanificando, se si può dire, il cammino delle tre tappe precedenti, Satura, specie nella seconda parte, ci accosta al Montale tabula rasa, perdendo via via il suo accento tragico. La cadenza dei suoi versi volge ora all'ironia, il tono elegiaco si fa beffardo e giunge talvolta allo sberleffo sul senso da attribuire alla Storia e su ogni filosofia del divenire.
Come s'è visto, tutta l'esistenza di Montale si svolge all'ombra di una grande consapevolezza interiore, e al di fuori delle esperienze varie e tumultuose dell'antifascismo militante. Non diverso è il carattere dell'uomo, per chi lo avvicina e può avvertirne la grande, nascosta singolarità. La sua aureola di poeta è fra le cose che lo infastidiscono di piú. Il suo ideale sarebbe quello di avvicinarsi quanto meno possibile alla figura del poeta romantico o ribelle. Il suo culto della poesia e il suo amore della letteratura - rivelatosi in indimenticabili pagine di critica e in splendide versioni poetiche - diventa sostanzialmente un fatto privato. Tale egli lo dichiara con una punta di orgoglio che tradisce la sua educazione nordica, il richiamo soprattutto a un certo tipo di letterato anglosassone. Quando si saranno approfondite le varie fasi della sua travagliata esistenza, non si sarà fatto un gran passo innanzi nella comprensione della sua poesia. Ma nascerà dal quadro di tanta segretezza e dalla sua indole schiva e borghese qualcosa che aiuterà senz'altro il lettore a legarsi all'intimità dell'uomo Montale, percorrendo le tappe del suo cammino dagli Ossi di seppia a Satura. In realtà, Montale sottolinea con il suo comportamento umano, uguale e perfino monotono, la sua idea che la poesia nel mondo d'oggi non abbia bisogno di gesti; che per sussistere le occorra soltanto vivere nei moti e dei moti più veri e occulti del nostro essere.


Fonte: http://www.parrocchiapoggiosannita.it/documenti/utili/ITALIANO/EUGENIO%20MONTALE.doc

Autore del testo : non indicato nel documento di origine del testo

 

 

montaleEugenio Montale
(1896-1981)

 

Nacque a Genova, nel 1896, da un’agiata famiglia di commercianti. La formazione letteraria non fu il risultato di corsi scolastici, ma di assidue letture personali, condotte in particolare su autori quali i vociani, i futuristi, i simbolisti francesi e più in generale su tutta la cultura europea di fine Ottocento e primo Novecento, e dei frequenti contatti che egli sviluppò dapprima con autori liguri (C.Sbarbaro, A.Grande, A.Barile) e successivamente con scrittori come Svevo (che ammirò profondamente e di cui fu primo critico italiano) e Saba. Prese parte alla Grande Guerra e tornato in patria fondò, assieme a Solmi e Debenedetti , la rivista “Primo tempo” (1922) sulla quale stampò i suoi primi versi. Nel ’25 partecipò alla rivista di ispirazione antifascista “Il Baretti” il cui fondatore, Piero Gobetti, pubblicò lo stesso anno la  prima raccolta di poesie, “Ossi di Seppia”. Sempre nel ’25 aderì al “Manifesto” antifascista del Croce. Nel ’27 si trasferì a Firenze dove collaborò a riviste, conobbe Vittorini, Quasimodo, Pound (che accese in lui l’interesse per la letteratura anglosassone), si occupò di traduzioni, fu direttore del Gabinetto Viesseux ma perse l’incarico per il suo atteggiamento antifascista. E’ di questo periodo la seconda raccolta: “Le occasioni”, uscita nel 1939. Venutosi a trovare in serie difficoltà economiche si stabilì a Milano, dove divenne collaboratore del “Corriere della Sera”(’47), pubblicò la sua terza raccolta, “La bufera e altro”(1956), fu nominato senatore a vita (’67) e ottenne il Premio Nobel (’75).


E’ lo stesso Montale a fornirci una profonda analisi critica della sua opera: “L’argomento della mia poesia è la condizione umana in sé considerata, non questo o quell’avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio… Avendo sentito sin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava la materia della mia ispirazione non poteva che essere “quella” disarmonia” (da un’intervista del ’51). L’opera di Montale è quindi scevra di un preciso messaggio politico e di riferimenti concreti alla situazione storica contemporanea; è tuttavia innegabile che il pessimismo montaliano derivi in gran parte proprio dalla crisi della civiltà europea del ventesimo secolo, manifestatasi nelle forme della Guerra (le due atroci guerre mondiali), del fascismo degli anni Trenta (a cui, come si è detto, Montale si oppose fermamente) e del consumismo degli anni successivi. E’ il susseguirsi continuo di queste “realtà storiche” a far maturare in Montale quella disperazione, quel “male di vivere” che egli proietta in una dimensione più universale.
La concezione montaliana dell’esistenza, della condizione dell’uomo, pur attraverso successivi approfondimenti, rimane pressoché immutata nel corso del suo iter poetico, il cui punto di partenza viene fatto coincidere con la raccolta “Ossi di seppia”.


La disperazione, la negatività del poeta nascono essenzialmente dall’impossibilità da parte dell’uomo di stabilire un rapporto di comunione con la natura e con la vita, che appaiono incomprensibili e svuotate di ogni significato. Montale rifiuta le convinzioni positivistiche di una realtà dominata da ferree leggi fisiche: i gesti e gli eventi umani appaiono del tutto casuali e vengono privati di ogni giustificazione trascendente. L’esistenza è quindi un qualcosa di arido, scabro, un “cammino assurdo, monotono e senza scampo”. La dimensione negativa, benché prevalente, non è tuttavia l’unica dell’opera: è infatti percepibile il tentativo di ricerca da parte dell’autore di un qualcosa che possa liberare l’uomo dalla condizione d’impotenza e d’angoscia in cui è costretto, un “varco”, una via di salvezza, una “maglia rotta nella rete che ci stringe”. Ogni sforzo, ogni speranza sono tuttavia destinati a risolversi in un’inevitabile e necessaria sconfitta.
La volontà di raggiungere una dimensione positiva e la consapevolezza dell’impossibilità di conseguirla sono momenti contemporanei dell’opera montaliana.
In “Ossi di seppia” non vi è solo la ricerca ma anche la nostalgia della positività: solo nel periodo adolescenziale egli è infatti riuscito a stringere un rapporto di armonia e comunione con la natura e la vita.


La concezione del vivere così delineata viene estrinsecata attraverso due elementi fondamentali:
1)   Il paesaggio: è quello aspro e squallido della Liguria, simbolo dell’aridità del vivere (come del resto gli ossi di seppia che danno il titolo alla raccolta) ma anche il mare, emblema della vita autentica e vera, della piena fusione con la natura.

  • Il linguaggio poetico è anch’esso duro, aspro, realistico, a volte gergale, mai alto o effusivo.

Caratteristica costante della poetica montaliana è quella di esprimere il proprio sentire non in via concettuale ma mediante l’utilizzo in chiave simbolica di elementi reali, facenti parte della quotidiana esperienza. E’ questa una tecnica assai simile a quella di un autore inglese che Montale conosceva bene, T.S.Eliot, a cui dobbiamo la seguente rigorosa definizione: ”L’unico mezzo di esprimere un’emozione in forma d’arte è di trovare un “correlativo oggettivo”; in altre parole una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che diverranno la formula di quella particolare emozione; cosicché una volta dati i fatti esterni che devono concludersi in un’esperienza sensibile, l’emozione viene immediatamente evocata”. 
Sulla base di quanto si è detto risulta facile comprendere come per Montale la poesia non rivesta una funzione “positiva”, non sia lo strumento per guarire l’uomo dalla cronica malattia che da sempre lo perseguita, o per consolarlo: il ruolo del poeta, egli dice, è quello di offrire “qualche storta sillaba secca come un ramo”, di rendere manifesta, oggettivandola nella realtà quotidiana, l’universale condizione di sconfitta propria dell’uomo dinanzi alla natura.

Le seguenti poesie accolgono le principali tematiche della raccolta analizzata:

 

La lirica è una chiara enunciazione di poetica. Oggetto del duplice imperativo negativo (versi 1,9) è il poeta, il cui animo è informe, e che quindi non è in grado di trasmettere con precisione e chiarezza un messaggio positivo in grado di dare gioia o consolazione a chi gli si rivolge (“la formula che possa il mondo aprirti”). Suo unico compito  è quello di esprimere, mediante qualche “storta sillaba e secca come un ramo” (quindi attraverso un linguaggio scabro), la ferma e incrollabile consapevolezza della negatività (quasi una professione di fede, tanto che la critica parla di “teologia negativa”) dell’impossibilità di fungere da vate. Egli, privo di ogni certezza positiva, può solo affermare “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
Nella strofa centrale il poeta esprime la propria meraviglia per “l’uomo che se ne va sicuro”, che vive in un mondo creduto saldo e pieno di certezze, ignaro della precaria condizione che lo accomuna a tutti gli altri esseri.
Dal punto di vista formale è chiaramente osservabile, come del resto in tutta l’opera montaliana, l’utilizzo di elementi fisici e quotidiani (“polveroso prato”, “scalcinato muro”) che diventano rappresentazione simbolica di   concetti metafisici.
Il linguaggio è infine aspro e scabro, il tono mai elevato o enfatico.

 

Non chiederci la parola - Ossi di seppia                             
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato              
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche sillaba storta e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

 

 

Meriggiare pallido e assorto – Ossi di seppia
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,


È una delle prime liriche (1916) e già in essa è espressa chiaramente la desolante concezione che il poeta ha del vivere: un cammino “monotono, assurdo, senza scampo”,  qualcosa di cui si è prigionieri, di cui è impossibile cogliere il significato nascosto, così come è impossibile valicare quella “muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia” per scoprire cosa vi è dietro. La vita è assurda, vuota, arida, perfettamente riflessa nello scabro paesaggio (“calvi picchi”) in cui il poeta trascorre il meriggio; ogni gesto è vano come inutile è l’affaccendarsi delle formiche. L’aspetto formale presenta l’asprezza tipica dell’opera montaliana.

 

ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono e ora si intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

 

Unica certezza, unica realtà oggettiva è per il poeta la sofferenza, il dolore, che accomuna i diversi aspetti della realtà, dalla foglia inaridita al “cavallo stramazzato”, al “rivo strozzato che gorgoglia”. Unico “bene” è la “divina Indifferenza”, atteggiamento di superiore distacco, la cui forma è quella del “falco alto levato”, della “nuvola” e della statua “nella sonnolenza del meriggio”.

 

Spesso il male di vivere - Ossi di seppia
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
Che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

 

Cigola la carrucola del pozzo - Ossi di seppia

 

Cigola la carrucola del pozzo,

Dalle profondità di un pozzo risale un secchio colmo d’acqua sulla cui superficie va formandosi un “ricordo”, l’immagine confusa (per l’agitarsi del secchio e, in senso traslato, per l’evanescenza del ricordo) di un volto caro al poeta. Egli vorrebbe impossessarsene ma la visione si “deforma”, si fa “vecchia”, appartiene a un “altro”, a un suo io passato ormai estraneo e irraggiungibile. L’immagine è irrecuperabile e destinata, insieme al secchio, a tornare nelle profondità del pozzo e della coscienza, nell’atro fondo, da cui per un attimo è emersa: «il perdersi dei volti familiari, delle persone amate, dei momenti di gioia, l’incapacità della memoria a trattenerli vivi in sé dopo che sono spariti o trascorsi, e l’angoscia, la disperazione che ne deriva, sono uno dei grandi temi di Montale» (Bàrberi Squarotti-Jacomuzzi).

l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo del secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.

Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro…
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

 

Proprio il tema dell’ultima lirica analizzata viene approfondito nella seconda raccolta, Le occasioni, in cui il “male di vivere”, punto centrale della poetica montaliana, trova nuove giustificazioni nel mondo del passato e della memoria. “Cigola la carrucola del pozzo” può quindi essere accostata alla lirica  “Non recidere, forbice quel volto” facente parte della sezione dei Mottetti.

Non recidere, forbice, quel volto – Le occasioni
Non recidere, forbice, quel volto,


Anche in questo caso è evidente la tecnica del correlativo oggettivo: l’episodio del potatore che recide la vetta dell’acacia è simbolo del tempo che, simile a quello foscoliano che “con le sue fredde ali vi spazza fin le rovine” (Dei sepolcri), “freddo cala” e dissolve il ricordo di un volto. Vi è ancora la constatazione di come sia impossibile preservare i ricordi dall’inevitabile sfaldarsi (“la memoria che si sfolla”), dalla “nebbia di sempre” che “travolge volti ed eventi del passato”. Montale (a differenza di Saba e Proust) non trova quindi conforto e sollievo neppure nelle sue memorie per l’impossibilità di ricavarne un’immagine che non sia precaria e confusa.

solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

 

Nelle Occasioni il poeta sembra, per la prima volta, assumere coscienza del tempo storico, delle tristi vicende che stanno piagando l’Europa: s’avverte la contemporanea denuncia dei falsi miti del fascismo e la ferma volontà di resistere al facile conformismo di massa, affermando attraverso la poesia, in un periodo di degradazione dei valori, la propria dignità. Questo aspetto verrà comunque ripreso e approfondito nell’ultima raccolta, “La Bufera e altro”.  Altro tema originale, strettamente correlato ai precedenti, è quello dell’amore e del dialogo con la donna lontana (Dora Markus, Liuba e soprattutto Clizia): la vicenda personale e biografica viene svuotata di ogni contenuto particolare e occasionale, assume valore simbolico e universale. La figura femminile, come nel Dolce Stil Novo, diviene creatura angelica, scesa sulla terra per salvare l’uomo, dare significato ad un’esistenza che il degrado di ogni valore ha ormai svuotato e reso assurda. Ma su tutte le donne delle Occasioni sembra gravare il dramma dell’esilio, ennesima manifestazione del male che affligge l’Europa, emblema della lontananza, dell’assenza e ancora una volta negazione di quel “varco” che il poeta costantemente ricerca per sfuggire al sempre imperante “male di vivere”. Già nelle Occasioni si delinea quindi la figura dell’intellettuale prigioniero di una realtà storica da cui egli è conscio di non poter evadere ma a cui non si piega né eroicamente si ribella (a differenza di quanto fatto a suo tempo dal Leopardi).

Se nelle Occasioni è possibile rintracciare i primi velati riferimenti al contesto storico contemporaneo, nell’ultima raccolta “La bufera e altro” il poeta sembra intenzionato a stabilire un rapporto consequenziale tra l’universale e desolante visione che egli ha del vivere e le terribili vicende del suo tempo. La motivazione del “male di vivere” si arricchisce quindi della dimensione storica che va definitivamente ad affiancare quella metafisica delineata nelle precedenti raccolte.

 


Piccolo testamento - La bufera e altro

 

Questo che a notte balugina

 

Nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d’officina
che alimenti
chierico rosso, o nero.
Solo quest’iride posso
Lasciarti a testimonianza
D’una fede che fu combattuta,
d’una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
Quando spenta ogni lampada
La sardana si farà infernale
E un ombroso Lucifero scenderà su una prora
Del Tamigi, del Hudson, della Senna
Scuotendo l’ali di bitume semi
mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora.
Non è un’eredità, un portafortuna
Che può reggere all’urto dei monsoni
Sul fil di ragno della memoria
Ma una storia non dura che nella cenere
E persistenza è solo l’estinzione.
Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato
Non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
Non era fuga, l’umiltà non era
Vile, il tenue bagliore strofinato
Laggiù non era quello d’un fiammifero.


La lirica, appartenente all’ultima sezione de la “Bufera” intitolata  “Conclusioni provvisorie”,  è un bilancio finale del cammino poetico e ideologico dell’autore. Ciò che egli lascia in eredità è un iride dalla luce tenue, paragonabile alla “traccia  madreperlacea di lumaca” o a “smeriglio di vetro calpestato”, simbolo e testimonianza del suo atteggiamento dinanzi alla vita. A fedi religiose o politiche (“non è lume di chiesa o d’officina”) egli non ha mai aderito, rifiutando con fermezza e aristocratico orgoglio quelle facili certezze propagandate dal “chierico rosso, o nero”, cioè dall’intellettuale comunista e fascista. Il rifiuto di ogni consolazione, la concezione negativa dell’esistenza suggerita dal momento storico e da ragioni metafisiche, la dignitosa consapevolezza di non poter trasmettere verità assolute perché la natura è assurda e incomprensibile, diventano a loro volta oggetto di una fede che egli strenuamente difende (“una fede che fu combattuta”) la morte “d’una speranza che bruciò più lenta di un duro ceppo nel focolare”. Montale esorta poi la donna amata (Clizia) a conservare l’iride (e quindi la sua fede) come dono prezioso nel suo specchietto, nel momento in cui la violenza e il male (la “sardana” e “l’ombroso Lucifero”) raggiungeranno il culmine e il mondo andrà incontro ad un’apocalittica conclusione. La sua non è un’eredità assoluta, destinata a durare eternamente e non pretende di esserlo poiché egli è conscio dei suoi limiti di essere umano; tuttavia è la testimonianza di una vita vissuta con coerenza fino alla fine, e che proprio in virtù di questa coerenza acquista significato. Voltandosi indietro non vi è in lui pentimento o rammarico ma la convinzione che “giusto era il segno”, valida era la direzione seguita.  Chi l’avrà compresa e vorrà percorrerla non troverà difficoltà a riconoscersi in colei che è ora depositaria dei suoi ideali (“non può fallire nel ritrovarti”). Gli ultimi versi sembrano una risposta polemica alle accuse di coloro che erroneamente avevano interpretato la sua testimonianza; nello stesso tempo egli si rivolge, quasi per rassicurarli, ai “suoi”, ovvero a chi gli è vicino e coltiva i suoi stessi ideali o lo farà in futuro: “l’orgoglio non era fuga” , non era volontà di isolarsi per fuggire la realtà e le proprie responsabilità, ma aristocratico distacco da miti e propagandate certezze che egli non riconosceva; “l’umiltà non era vile” ma consapevolezza dei limiti umani, la luce diffusa dalla sua poesia non era il “tenue bagliore” di un fiammifero.

 

L’ultima produzione (anni ’70) segna l’acutizzarsi e il radicalizzarsi dell’incompatibilità  dell’ormai ottantenne Montale col proprio tempo, vede la constatazione dell’inutiltà del  vivere assumere caratteri definitivi. La vera novità è tuttavia rappresentata dall’abbandono dei consueti moduli stilistici: l’opera principale di questo periodo, “Satura”, come lo stesso titolo vuole indicare è una reminiscenza della “satura lanx” latina e quindi una mescolanza di stili, toni e argomenti di varia natura. Nel complesso prevale la componente epigrammatica, si dissolve quell’aura di sacralità e solennità delle prime raccolte: il poeta ormai giunto agli ultimi anni di vita può osservare il mondo con maggior distacco e quindi con maggior pacatezza e leggerezza.

 

 

 

 

 

Bibliografia:

  • Mario Pazzaglia, ”Letteratura Italiana, il Novecento”, Ed. Zanichelli
  • Salvatore Guglielmino, “Guida al novecento”, Ed. Principato
  • Enciclopedia europea  (Montale, Eugenio), Ed. Garzanti
  • Enciclopedia della letteratura (Montale, Eugenio), Ed. Garzanti
  • Classici italiani, Attilia Biancheri: “Il Novecento”, Ed. Fratelli Fabbri

 

Fonte: http://www.ghiacciato.it/scientifico/ita/Montale.doc

 

Autore del testo : non indicato nel documento di origine del testo

 

 

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