Eugenio Montale
Eugenio Montale
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- Eugenio Montale -
La Vita
Eugenio Montale nasce a Genova nel 1896 da famiglia borghese piuttosto agiata. Frequenta le scuole tecniche, ottenendo il diploma di ragioniere; in seguito allarga il campo dei propri studi con vaste letture da autodidatta, soprattutto nel campo delle moderne letterature europee e della filosofia. Studia canto con ottimi risultati, ma il debutto è impedito prima dalla guerra e poi dalla morte del maestro. Dopo la fine della guerra, frequenta l’ambiente letterario genovese e torinese. Qui compone le sue prime poesie. A Torino viene pubblicata nel `25 da Piero Gobetti (che sarà ucciso l'anno successivo dai fascisti) la prima edizione degli Ossi di seppia. Nello stesso anno egli firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto dal filosofo Croce. Svolge intensa attività di critico, contribuendo fra l'altro alla scoperta di Italo Svevo. Nel '27 si trasferisce a Firenze, dove conosce molti intellettuali del tempo. Nel '33 conosce la studiosa americana Irma Brandeis, con la quale ha per alcuni anni una relazione irregolare. A lei, che compare col nome di Clizia in molte poesie, dedica Le occasioni, uscite nel '39. Nello stesso anno comincia a convivere con Drusilla Tanzi (detta Mosca), che morirà, un anno dopo il matrimonio, nel '63. Intanto la delusione ha preso il posto del clima di entusiasmo seguito alla fine della guerra e alla Liberazione, nel quale Montale era stato coinvolto, impegnandosi nel Partito d'Azione e ospitando nella sua casa Umberto Saba, perseguitato per motivi razziali. Nel '56 pubblica La bufera e altro. Nominato senatore a vita nel '67, riceve il premio Nobel nel '75. Nel ‘71 esce Satura, dopo alcuni volumi di prose, nel 73 il Diario del '71 e del '72, nel '77 il Quaderno di quattro anni. Montale muore a Milano nel 1981.
Ideologia
Montale è fra i poeti più grandi del secolo e probabilmente il maggiore in Italia. Montale esordisce con Ossi di seppia, nel 1925, mostrando una formazione in cui confluiscono spinte opposte, e cioè la prosasticità e lo sperimentalismo dei crepuscolari (Gozzano, Covoni, Palazzeschi) e dei vociani (Sbarbaro, Rebora) e la tendenza al classicismo della “Ronda”. Poi, con Le occasioni, si cimenta in una poesia alta, aristocratica, difficile, che sembrerebbe avvicinarlo all’Ermetismo, da cui tuttavia si distingue per il rifiuto del simbolismo e l’adesione, invece, all’allegorismo influenzato dal modello dantesco. Montale ha sfiorato tutte le principali tendenze del secolo, ma non si è mai identificato né nell’Ermetismo, né nel Neorealismo, né nella Neoavanguardia. La sua originalità stà nel modo in cui concilia tutti questi movimenti in una poesia tutta propria.
Ossi di seppia
Ossi di seppia è una raccolta nella quale confluiscono tendenze diverse: quelle dell’avanguardia crepuscolare ed espressionista, quelle simboliste riprese sia dalla poetica francese sia da quella italiana (da Pascoli a d’Annunzio), le spinta antiavanguardista promossa dalla rivista di Godetti “Il Baretti” e il classicismo della Ronda. Il titolo rinvia all’immagine degli ossi di seppia, già presente nell’Alcyone di d’Annunzio. Gli ossi di seppia sono in armonia con il mare, mentre arrivati sulla spiaggia diventano inutili relitti. L’osso di seppia, come del resto il paesaggio ligure, caratterizzano la poesia di Montale: come il paesaggio ligure è arido ed aspro lo è anche la sua poesia. Altro elemento fondamentale è il correlativo oggettivo: un oggetto (l’esempio più lampante è l’osso di seppia) rimanda a un pensiero, a una sensazione soggettiva o condizione esistenziale. Montale è alla ricerca del significato della vita: secondo il poeta la verità è celata dietro un muro e l’uomo deve trovare un varco, ma questo è molto difficile (Montale non ci riuscirà). Il modo in cui si può trovare la verità, secondo Montale, è spiegato nel cosiddetto fenomeno dell’epifania: un oggetto che osservi tutti i giorni, in un determinato momento lo vedi con un ottica diversa ed esso ti suggerisce una grande verità. Montale vede questo fenomeno nella figura della donna. La donna è considerata una donna-angelo, che può portare l’uomo alla salvezza. La figura della donna-angelo viene ripresa, insieme all’uso dell’allegoria invece del simbolo, dalla poesia dantesca (in Dante la donna-angelo è Beatrice). Sul piano linguistico e stilistico Montale utilizza sia toni prosastici e bassi sia toni elevati e classici. Ossi di seppia si suddivide in quattro sezioni, che si intitolano: Movimenti, Ossi di seppia, Mediterraneo, Meriggi e ombre.
Meriggiare pallido e assorto
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
Nel componimento, il poeta descrive l'angoscia esistenziale dell'uomo, condannato a vivere in un mondo incomprensibile dal quale è impossibile ogni evasione. Tutto il brano è centrato sulla simbologia del muro: esso rappresenta quella barriera di incomunicabilità che percorre la realtà dell'uomo del Novecento. Vivere è camminare a ridosso di una muraglia irta di cocci aguzzi di bottiglia, oltre la quale non è possibile né andare, né vedere. La poesia si apre con una riflessione sulla natura e sul paesaggio, passando, poi, ad una più amara e desolata ricerca di un superamento della barriera. Il muro d'orto diviene una muraglia, secondo una climax che culmina al concludersi del poema. L'autore,dopo aver meditato sulla realtà che lo circonda, si rende conto che tale limite è invalicabile e si accorge che questa chiusura è totale e non offre spiragli: non ci sarà mai dato di conoscere la verità, o di raggiungere la felicità assoluta alla quale aneliamo invano. La poesia è composta da 3 quartine e una quintina. In essa è presente il fonosimbolismo, con la presenza di molte p,b,s,r.
I limoni
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.
E’ uno dei due manifesti programmatici di poetica di Montale. In questa lirica le prime strofe descrivono la natura ligure estiva, mentre l’ultima strofa ci porta in città durante l’inverno. L’unica cosa che accomuna questi due paesaggi sono le piante di limoni. I Limoni, umile pianta, diventano simbolo della poetica di Montale che canta povere e semplici cose e tende a instaurare un rapporto diretto con gli oggetti e le piante. L'apertura della poesia ha un tono polemico: Montale rifiuta i "poeti laureati" che hanno falsato la realtà rappresentandola con uno stile aulico, per avere onori e gloria (critica principalmente d’Annunzio) . Egli ama il linguaggio comune, familiare, per descrivere il paesaggio aspro e brullo della sua Liguria. In questi attimi di silenzio in cui la realtà sembra abbandonarsi egli vorrebbe penetrare nel mistero della natura e scoprire i suoi segreti " uno sbaglio di natura/il punto morto del mondo/ il filo che non tiene / il filo da disbrogliare", cioè il senso della vita. Ma l'illusione di capire l'ultimo segreto delle cose svanisce, il tempo scorre e le stagioni variano, ed ecco la delusione: la realtà delle città rumorose, le viuzze strette dove l'azzurro del cielo appare a piccoli squarci, la pioggia, l'inverno freddo e noioso che riempie l'animo di tristezza. Ma rivedendo la pianta di limoni si ricorda dell’estate e ritorna felice.
NON RECIDERE, FORBICE, QUEL VOLTO
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.
Un freddo cala...Duro il colpo svetta.
E l'acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.
Il poeta chiede al tempo di nono portare via il ricordo del viso della sua donna-angelo, Clizia.
Non chiederci la parola
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
METRO: tre quartine di versi di varia lunghezza, con rima ABBA CDDC EFEF. E’ il primo componimento che apre la sezione Ossi di seppia nella raccolta omonima. È il secondo manifesto poetico programmatico di Montale. L'autore si rivolge, in maniera colloquiale, direttamente al lettore - o meglio, a quel lettore che esige dai poeti verità assolute e definitive - invitandolo a non chiedergli alcuna rivelazione, né su stesso né sull'uomo in genere, e nemmeno sul significato del mondo e della vita. Egli infatti, a differenza dell'uomo "che se ne va sicuro" perché ignaro ed insieme incurante del senso della propria esistenza, non ha alcuna "formula" risolutiva, ma solo dubbi e incertezze. Critica soprattutto i poeti simbolisti, che credono nel valore assoluto della parola; inoltre il poeta non è un sacerdote, ma al limite può togliere l’erbacce intorno alla verità.
Spesso il male di vivere ho incontrato
Spesso il male di vivere ho incontrato:
ero il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto elevato.
Questa poesia è strutturata in 2 parti, nella prima quartina il poeta esprime la realtà, "il male di vivere"; nella seconda metà il "bene", cioè l'attesa di una presenza positiva. Il poeta dice di aver incontrato nella propria esistenza soltanto dolore che si abbatte senza alcuna ragione, indifferentemente su animali e cose, male che non fa vivere, rappresentato dalle figure del ruscello, della foglia, del cavallo. La statua, la nuvola e il falco svelano un "miracolo" legato alla divina Indifferenza perché slegano l'uomo dai vincoli del tempo, in un "attimo estatico" che ci allontana per un momento dalla realtà delle cose. La lirica è composta da due quartine di endecasillabi, tranne l'ultimo verso martelliano (cioè un doppio settenario). Sistema delle rime: ABBA e CDDA. Sono presenti enjambement, anastrofi, correlativi oggettivi, climax ascendente, anafora.
La casa dei doganieri – Le occasioni
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
La poesia è una delle più antiche de Le Occasioni: il paesaggio è ancora quello ligure (su una scogliera di una notte d’inverno). La scogliera è ambiente che rimanga all’immagine del muro: il mare e la terra sono separati da una sottile linea che non può essere varcata. Anche la dogana rimanda al confine. Nella prima strofa il poeta si rivolge a una donna che un tempo era entrata con lui nella casa dei doganieri, Arletta (o Annetta), morta precocemente, alla quale dedica la poesia. Il poeta ricorda la donna Annetta ma questa non si ricorda più di lui e della casa dei doganieri, poichè è morta. Così il filo della memoria si svolge dalla matassa ma solo il poeta ne tiene un capo. Montale non vuole perdere il ricordo di Annetta. Montale è disorientato. Non è possibile orientarsi nella vita come è possibile che una bussola impazzita ci indichi la rotta; non ci è dato prevedere il nostro destino, come non possiamo affidarci al calcolo del lancio dei dati. Isolato, lontano, si intravede un barlume di speranza: forze è lì, nell'orizzonte, il "varco" verso la conoscenza, la comprensione del senso della vita? Ma la domanda non ha risposta.
L’anguilla – La bufera e altro
L’anguilla è pesce che vive solitamente nelle acque salate. Dai mari freddi del Baltico, giunge nei nostri mari e risale i fiumi, fino a trovare il loro habitat riproduttivo ideale: i bozzi di acqua stagnante (pozzanghere, stagni ecc.). Nell’ultima parte della lirica paragona l’occhio dell’anguilla a quello della donna amata platonicamente, Clizia, e gli pone una domanda: credi di essere simile (sorella, gemella) all’anguilla? La domanda è ovviamente una domanda retorica, cioè affermativa. A livello lessicale si riscontra la compresenza di parole di registro alto ( iride, sirena, incastonare ) e basso ( pozze, gorielli, melma ) quasi a voler evidenziare l’unione di profano e sacro ed il carattere religioso dell’animale costretto a vivere nel fango. Metrica: è un’unica strofa di 30 versi con prevalenza di endecasillabi. L’alternanza di versi lunghi a brevi conferisce una struttura alla poesia che vuole ricordare quella dell’anguilla.
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Il poeta si rivolge alla moglie deceduta, soprannominata “Mosca”. Insieme hanno sceso, nel viaggio della loro vita, milioni di scale e ora, a ogni gradino, il poeta avverte una sensazione di vuoto. Il poeta confessa il suo sgomento di fronte al viaggio della propria vita, che continua ormai senza guida, e ammette l'importanza che questa donna ha avuto per lui. Dal punto di vista stilistico, la lirica si avvale di un linguaggio usuale e quotidiano, che è funzionale al tema domestico e privato, e contribuisce al tono dimesso e malinconico dell'insieme. Conclude la poesia con una profonda osservazione: nonostante sua moglie fosse quasi ceca, in realtà, essendo una donna, era quella che ci vedeva meglio.
Fonte: http://riassuntibuse.altervista.org/Eugenio%20Montale.doc
Autore: non indicato nel documento
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