Petrarca

 

 


 

Petrarca

 

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Francesco Petrarca (1304-1374)

La vita

 

Nasce ad Arezzo nel 1304 dal padre Petracco, guelfo bianco. Scappano da Firenze dopo il colpo di stato. Il padre possedeva dei poderi e molte proprietà e quindi non avevano mai avuto problemi economici.
Si hanno moltissime informazioni da lui stesso tramandate, dove si mette sempre al centro dell’attenzione come uomo. Ebbe una vita da pellegrino, e nel 1312 si trasferì a Carpentras, nei pressi di Avignone (dove in quegli anni risiedeva il papa).
Inizialmente seguì un indirizzo giuridico, ma componeva già versi. Nel 1326 morì il padre e dovette rinunciare agli studi. Lui e suo fratello ebbero una vita molto popolare, erano protetti dai Colonna ed ereditarono i manieri del padre. Gli mancava solo la sua donna, che incontrò nel 1327, che chiamò Laura. E’ una ragazza veramente esistita, ma Petrarca l’ha “schermata”.
Il fratello, nel 1343, entrò in convento e lui prese gli ordini minori, che gli procuravano benefici ecclesiastici che gli permettevano l’attività letteraria. L’unica obbligazione era il celibato, che però non rispettò. Viaggiò e studiò molto.
Va alla ricerca dei testi antichi e fece quella che si può definire la prima edizione critica del “Ab Urbe Condita” (la storia di Roma). E’ quindi anche un filologo.
Prima dell’incoronazione come poeta a Roma in Campidoglio, si sottopose ad una prova sconosciuta. Si allontanò dai Colonna grazie alla sua fama e si trasferì a Valchiusa.
Comincia a riscoprire testi antichi (Cicerone) e a scrivere le prime bozze di quel che sarà il “Canzoniere”. Nel 1353 lascia la Provenza e si stabilisce a Milano, dove prese posizione per la pace a Genova. Qui ebbe rapporti con Boccaccio.
A causa della peste dovette trasferirsi prima a Padova e poi a Venezia. Qui conobbe Francesca, da cui ebbe due figli, ma uno morì di peste. Trascorse i suoi ultimi anni a Padova. Nel 1370 andò a Roma, ma si sentì male e tornò indietro.
Nel 1374 morì poche ore dopo aver finito di tradurre in latino il Decamerone.

 

Il primo umanista

 

Petrarca cita l’antichità classica come modello insuperato per ricostruire una vera cultura, affermandosi così uno dei primi umanisti.

 

La politica

 

L’Italia non è ancora uno stato unificato, è infatti teatro di battagli e il papa non risiede neanche a Roma, ma ad Avignone.
Cola di Rienzo cercò di formare una repubblica scacciando i nobili di Romna, ma non ebbe successo e venne ucciso.
Con Petrarca la vita politica e civile non può fare a meno degli uomini di cultura; la situazione durerà a lungo e sarà fondamentale per l’Umanesimo.

 

Lo stile

 

Classico = opera in cui si possono ancora trovare risposte, attuale

Petrarca diventa un poeta di livello europeo grazie alle lodi a Laura. Cerca la pace, che non trova da nessuna parte. Supera il suo dolore scrivendo poesie. E’ malinconico e triste.
Per il poeta l’acqua era l’esempio di un tipo di poesia.

 

Rerum Vulgarium Fragmenta

 

= frammenti di cose volgari (o Canzoniere)

E’ una raccolta di una vita intera, infatti sono 366 testi scritti in quarant’anni di vita.

  1. 317 sonetti
  2. 29 canzoni = divisa in stanze, non strofe, a loro volta divise in tre: piede, fronte e sirma)
  3. 9 sestine = sei versi endecasillabi in rima (ABABCC)
  4. 7 ballate = forma particolare di canzone
  5. 4 madrigali = piccolo sonetto di dieci versi

La bipartizione tra rime in vite (1-263) e rime in morte (264-366) di Laura è solo simbolica. Petrarca è il vero protagonista del Canzoniere.
Ci sono chiare allusioni a Laura, sia lessicali che stilistiche (lauro, l’aura,…).

 

Sonetto proemiale

 

Chiarimento lessicale

Il testo è diviso in due parti:

  1. l’esperienza giovanile dell’autore
  2. il Petrarca maturo

Il sonetto proemiale appare per la prima volta nella seconda metà delle nove relazioni del Canzoniere, quindi è una sorta di introduzione, ma anche una conclusione, perché è stato scritto da Petrarca maturo. Inoltre afferma di non aver conosciuto Dante, anche se i riferimenti sono più che evidenti nei suoi scritti.

Nel testo Petrarca si rivolge a tutti coloro che hanno provato l’amore. Il suo sentimento per Laura non è corrisposto e si descrive come un uomo che fa pena alla gente (chiaro segno di debolezza).
La sintassi riproduce il tortuoso percorso interiore del poeta, infatti niente è casuale, tutto assume un valore espressivo.
Il bilancio del sonetto è un confronto tra passato e presente, che si rispecchia nella morfologia. Si deduce che il passato è il tempo dell’errore e il presente della presa di coscienza di quell’errore. I tempi verbali fanno sentire la distanza tra l’io che scrive e l’io che ha vissuto l’esperienza nel passato.

 

Analisi del testo

 

E’ un’opera in cui il poeta fa un bilancio esistenziale e poetico. Si volge indietro a valutare la sua esperienza. Nello stesso tempo fa un bilancio della sua vita poetica. Fa quindi un’introspezione, tipica delle sue poesie, quasi come chi vuole mettere a nudo le sue vergogne. E’ quindi un bilancio negativo.

 

Incoerente oscillazione

 

Petrarca ha nutrito il cuore di sospiri amorosi, ma è stato un errore, perché l’ha portato a oscillare tra speranza e dolore, una dispersione tra cose vane. Può trarre un bilancio, perché ora è un altro uomo, anche se non ha completamente superato l’errore.
Non è solo una condanna morale del suo comportamento, ma anche del suo stile: oscilla tra vari temi senza organicità.

 

Le rime sparse

Sono il frutto dell’oscillazione. L’esperienza morale e letteraria si fendono e sono coinvolte in un unico giudizio.
Il titolo fa cogliere una minore importanza rispetto alle opere latine. Preferisce le opere latine perché ha la necessità di comunicare con gli intellettuali del tempo.
Per lui il volgare è la lingua letteraria, il latino è la lingua di comunicazione.

 

La speranza di trovare pietà

 

Petrarca vuole trovare compassione e perdono tra i lettori, quelli che hanno provato un’esperienza amorosa. Il passato non è cancellato, ma vive in stretto rapporto con il presente. La speranza cade quando si accorge di essere stato deriso. Si sente un leggero rimpianto del passato.

 

La vergogna

 

La vergogna accompagna sempre l’autore, rendendo il discorso amaro. L’amore secondo lui è stato vano, ha portato solo vergogna e quindi nasce un sentimento di vergogna.

 

La vanità del tutto

 

Si rende conto che tutto è breve e svanisce. Nell’ultimo verso rieccheggia una sentenza di un testo biblico (l’Ecclesiasta): “vanitas vanitatum et omnia vanitas” (= vanità delle vanità e tutto è vanità). Significa che tutte le cose sono effimere, finiscono.
Vengono chiamati in causa aspetti tipici del Medioevo, pessimistici.

 

Gli aspetti formali

 

Livello sintattico

C’è una netta separazione tra quartine e terzine, segnata dalla fine del periodo. Il “voi” iniziale è un vocativo, senza verbo.
Il sonetto poggia su un’architettura sintattica molto rigorosa (come tutti i suoi testi).
Le quartine sono un intero periodo con una struttura molto complessa, ricca di subordinate. Nella seconda quartina si forma un chiasmo, perché il verbo di riferimento (spero) è alla fine. Il chiasmo si riproduce in varie dittologie (coppie di parole o di verbi).
Nel linguaggio poetico nulla è casuale: tutto assume un valore espressivo. La sintassi riproduce quindi il tortuoso percorso mentale del poeta.
Le terzine invece presentano una struttura molto più secca, un tono più duro e un secco MA di contrapposizione, che include un polisindeto (tante congiunzioni).

 

Livello metrico

 

Nelle quartine ci sono rime vocaliche (-ono / -ore), mentre nelle tre ci sono rime consonantiche (-utto / -ente).

Vocalico = suonano aperto
Consonantico = a sillaba chiusa, con uno scontro di consonanti

Questo conferma la bipartizione del test. Il suono duro corrisponde alla vergogna. C’è una cesura (v.4) che sottolinea una frattura con il passato.

 

Livello lessicale

Ci sono alcuni aggettivi. Tutti hanno una connotazione negativa. La gioventù è un continuo vaneggiare. C’è anche la ripresa tematica del “vaneggiare”.

 

Livello retorico

Le allitterazioni (vv. 10-11) mettono in risalto la vergogna, perché è l’unica non allitterata

Livello morfologico (come sono formate le parole)

C’è una netta divaricazione tra i verbi al passato e al presente. Il passato è il tempo dell’errore, mentre il presente è quello della consapevolezza.
Il tempo dà all’uomo un senso di precarietà. La frase finale è al presente, come se fosse sempre valida e indicasse una verità universale.

 

Livello fonico

 

Fonema = unità che non puoi dividere, che esprime un suono

Il /v/ mette in risalto il vaneggiare, che ricorre molto spesso.

Solo et pensono i più deserti campi (XXXV)

 

Incipit = inizio
Explicit = fine

 

Le rime

 

Sono legate tra loro, creando la “musica” del sonetto, che però è un po’ sottotono.

L’amore

Il tema della segretezza del proprio amore è atto alla difesa delle due persone implicate, e non per nascondere l’amore in sé. In questo contesto la segretezza non serve, perché Petrarca non vive più a corte.

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi (XC)

Sentenza = frase sintetica al verso 14

Vago = bello (lume degli occhi)

Non sa se era un’impressione, magari si è illuso che Laura era innamorata di lui.
Ora, nel romanticismo, viene messo al primo posto il sentimento, al contrario di ciò che succedeva ai tempi.
Laura è una figura solida, vera, con però attributi celesti (capelli d’oro, luminosità solare, camminata divina).

Senahl = immagini usate dai trovatori per nascondere il nome della donna amata, che però la rappresentano

 

Temi

 

  1. Il ricordo (erano…)
  2. La bellezza di Laura resa in termini convenzionali
  3. L’angelicazione
  4. Il tempo che passa / la costanza dell’amore

 

Laura è nel cuore, all’interno di Petrarca, e quindi i cambiamenti esterni, del corpo, non influiscono sull’amore che lui prova nei confronti della donna.

 

Era il giorno ch’al sol si scoloraro

 

Il livello metrico

  1. sonetto
  2. 14 versi endecasillabi
  3. lo schema delle rime è ABBA, ABBA, CDE, CDE
  4. c’è armonia, equilibrio e linearità tra le parole
  5. le rime sembrano fra loro assonanti e consonanti

 

Il profilo sintattico

La poesia ha tre frasi una per quartina e una per le due terzine.

Livello fonico

Nel poema vi è la prevalenza dei suoni r e m; confrontandolo con il primo sonetto possiamo affermare che anche qui vi è un’insistenza allitterativa e di rime.

Parafrasi

Era il giorno il sole si oscurò per pietà verso Dio (venerdì Santo), quando io fui catturato mentre non ero in guardia e i vostri begli occhi mi legarono.
Non mi sembrava il momento di prendere precauzioni contro l’amore perciò me ne andai senza preoccuparmi e da quel momento nel dolore comune iniziarono i miei guai. [è colmo dio riprese dantesche]
L’amore mi trovò disarmato a resistergli e trovò aperta la via verso il cuore attraverso gli occhi perciò secondo me non fu un’impresa onorevole colpirmi mentre ero in quella situazione e a voi (Laura) invece armata di virtù non mostrare neanche l’arco (l’amore non corrisposto).

Si può notare come il Canzoniere si propone come diario intimo in cui il poeta annota i suoi stati d’animo e i momenti più significativi della storia d’amore.
Ciò che è descritto in questa poesia, ossia il primo incontro, è il giovanile errore del primo sonetto.
Vi è il mischiarsi del dolore comune a tutti religioso e di quello profano.
Petrarca riprende il linguaggio degli stilnovisti e della scuola siciliana (letteratura cortese).
C’è un rimanda a Paolo e Francesca Inf.V.
Nelle terzine c’è il sopravvento dell’amore profano ed il Dio amore è personificato nelle vesti dell’arciere. L’amore, però, è stato sleale perché non ha obbedito alle leggi della cavalleria e Petrarca lo ha subito.
Nel V sonetto vi è un gioco di parole per dire LAU-RE-TA, di Laura non si conosce niente tanto che molti dicono che non sia mai esistita.
Petrarca diventa un poeta a livello europeo e dopo di lui si vengono a conoscere i siciliani e gli stilnovisti inoltre egli crea un linguaggio amoroso.

 

Movesi il vecchierel canuto et bianco (XVI)

Vi sono immagini desunte dalla letteratura o dalla Bibbia; vi è nuovamente un tema religioso il pellegrinaggio che si mischia a un tema profano.

Parafrasi

Un vecchio pallido in viso si muove dal luogo dove ha passato la sua vita e la famiglia vede il padre partire per un viaggio (Bonifacio VIII indice un giubileo), quindi trascinando il suo vecchio corpo attraverso le ultime giornate della sua vita rotto dagli anni e stano dal cammino viene a Roma seguendo il desiderio di vedere l’immagine di Cristo che spera di vedere in Cielo (Veronica); così io misero a volte cerco nelle altre donne l’immagine vera della vostra forma.
Il poeta cerca nelle altre donne il volto di Laura che è quasi assimilato a quello di Gesù.

 

La vita fugge e non s’arresta una hora (CCLXXII)

Dove collochi il sonetto?

Il sonetto è una rima in morte di Laura e lo si vede dal fatto che gli occhi di lei sono spenti, privi di luce (v.14).

Si analizzi il sonetto dal punto di vista stilistico (tutti i livelli)

Il sonetto è diviso in due periodi. Il lungo periodo che occupa le quartine tratta del rapporto dell’io lirico con il tempo che fugge. Della struttura sintattica della frase si può dire che vi sono dei polisindeti che formano delle coppie contrastive o sinonimiche. Nelle due terzine vi è la metafora della nave; il rapporto con il tempo spinge il poeta a fare un bilancio della propria vita attraverso una metafora. La vita del poeta è un navigare che è soggetto a degli ostacoli (venti, tempeste,…) inoltre c’erano le stelle che lo guidavano (gli occhi di Laura) che ora sono spenti.

Parafrasi

La vita scorre e non si ferma un attimo e la morte ci insegue rapidamente e le cose presenti e passate mi tormentano e anche quelle future; e il ricordare e l’aspettare mi angosciano da una parte e dall’altra così che in verità se non fosse per la pietà che nutro verso me stesso mi sarei già liberato da queste angosce dandomi la morte.
Mi ritornano in mente gli istanti di dolcezza se mai qualcuno con il cuore angosciato ne ebbe e poi vedo dall’altra parte il mio navigare (la mia vita) in balia dei venti; vedo la tempesta (il destino) in porto (la morte) ed è stanco colui che guida (la ragione) e spezzati gli alberi (la virtù, la fortezza) le sartie (funi) e i bei occhi privi di luce, quegli occhi che solevo guardare.
Il tempo non da pace al poeta perché né presente né passato né futuro gli danno affidamento.

 

Autore: non indicato nel documento di origine
Fonte: http://www.myskarlet.altervista.org/Scuola/Francesco%20Petrarca.doc

 

 

 

Petrarca

 

Piccola biografia

Petrarca nasce nel 1304 ad Arezzo ed ha un fratello (Gherardo); nelle sue opere vi sono molti dettagli della sua vita tanto che a volte mette se stesso al centro del discorso.
Uno dei suoi maestri è stato Convenevole da Prato ma Petrarca è andato all‘università di Montpelier e di Bologna poi a causa della morte del padre è costretto a lasciare gli studi.
La donna cantat da Petrarca è Laura; non si sa se sia realmente esistita, anche se lui afferma di averla incontrata il 6 aprile 1327 nella Chiesa di Santa Chiara, perché c‘era una tradizione che vietava di dichiarare il proprio amore.
Per lui l‘unica possibilità per dedicarsi solo alla scrittura è stata quella di prendere gli ordini minori (che davano l‘obbligo del celibato, però ha avuto un figlio) per vivere di rendita.
Petrarca è uno dei primi che si occupa del recupero dei classici; il medioevo viene detto periodo dei secoli bui perché i testi sono stati nascosti nelle biblioteche chiuse al pubblico e nelle cantine. Egli è anche un filologo perché ha raccolto tutte le edizioni dell‘Ab urbe condita e ha cotruito la prima edizione critica (testo più vicino all‘originale) di Tito Livio.
L‘otto aprile 1341 è incoronato poeta in Campidoglio; la fama che ne deriva gli permette di prendere le distanze dai Colonna (suoi protettori e finanziatori) e dal Papa.
Nel 1348 (anno del Decameron) Laura muore a causa della peste.
Petrarca muore la notte fra il 18 e il 19 luglio del 1374.

 

Umanista

 

Petrarca considera l‘antichità classica come un modello insuperato per costruire una cultura.
à Aspetto politico:

  • l‘Italia non è unitaria
  • il Papa è ad Avignone
  • l‘Italia è ambita dai popoli stranieri
  • vi erano delle idee repubblicane; Cola di Rienzo ad esempio voleva scacciare tutti i Baroni romani per far diventare il popolo sovrano (finirà male)
  • con Petrarca la vita politica e civile non può fare a meno degli uomini di cultura (quest‘idea durerà a lungo).

Müssinger: coloro che cantano l‘amore (tedeschi).
Petrarchismo: coloro che cercano di imitare Petrarca, fenomeno a livello europeo.

 

Rerum Volgarium Fragmenta

 

Il Canzoniere è composto da 366 testi:

  • 317 sonetti (testo poetico composto da 14 versi endecasillabi, due terzine e due quartine)
  • 29 canzoni (testo poetico composto da stanze che sono divise in fronte, sirma e piede)
  • 9 sestine (composizione poetica formata da sei versi endecasillabi, normalmente hanno ABABCC come schema delle rime)
  • 7 ballate (una forma di canzone più libera)
  • 4 madrigali (componimento poetico formato da dieci versi endecassillabi e settenari)

Spesso nel RVF vi sono delle parole cifrate.
Vi sono le rime in vita (1-263) e in morte (264-366) di Laura.
L‘io del poeta è il protagonista.
In tutto il testo si gioca attorno alla parola Laura (lauro, l‘aurea, l‘aureo).

Fonte: http://www.myskarlet.altervista.org/Scuola/Petrarca.doc
Autore: non indicato nel documento di origine del testo

 

 


 

Petrarca

Petrarca
Petrarca. Può essere considerato il fondatore della lirica moderna. Fu proprio lui infatti a scoprire una forma di interiorità nuova rispetto al medioevo, caratterizzata da conflittualità interna e ambivalenza. Così la lirica si afferma come uno dei principali generi letterari.
A Petrarca. Può essere attribuita la fondazione di un nuovo tipo di intellettuale, escluso dalla vita politica e sociale e che quindi dedica il suo tempo esclusivamente alla cultura che nelle signorie è considerata un’attività separata. Petrarca darà vita a un gruppo di intellettuali la cui condizione sarà quella di esiliati, come esiliato era stato lui sin dalla nascita. Proprio per questo spesso nelle opere di petrarca si vede chiaramente la ricerca di rifugi da parte del poeta. Al contrario di dante, la nuova poesia non si occupa di rappresentare aspetti della vita reale ma si basa sulla coscienza e l’interiorità, e si proclamo separata e superiore alle altre.
C’è infatti la contrapposizione tra lo sperimentalismo di dante e il classicismo di petrarca.
Petrarca anche a causa del degrado civile e sociale si distacco sempre di più dalla vita praica cercando con la sua attività culturale una forma artistica non realistica e quanto più possibile armoniosa e duratura.
Vita
Il padre di Francesco petrarca venne esiliato da Firenze nel 1302, solo due anni dopo lui e la moglie diedero vita a Francesco.
Petrarca assunse inizialmente il patronimico “petracchi” che solo in seguito modificherà in petrarca. Quando la sua famiglia si trasferì ad Avignone il poeta ebbe come guida negli studi Convenevole da prato. Petrarca inizio i suoi studi giuridici a Bologna, ma la morte del padre lo costrinse a ritornare ad Avignone. Durante la sua permanenza decennale ad Avignone petrarca ebbe il primo incontro con Laura. Nel 1330 petrarca decise di prendere gli Ordini minori grazie ai quali dovette viaggiare in molte città d’Europa ed infine a Roma dove il suo amore per il mondo classico crebbe.
Al rientro in Provenza decise di ritirarsi in campagna dove si rifugerà per coltivare gli studi.
Intanto nacque il figlio Giovanni. Nel 1340 gli giunsero gli inviti di Roma e Parigi per ricevere la corona poetica, e recatosi al Roma nel 1341 venne incoronato grande poeta.
Nel 1343 nasce la figlia Francesca ed in questo periodo egli inizia a comporre il secretum.
Lungo gli anni successivi petrarca si spostò continuamente in diverse città di Italia, e giunto a Verona le lettere di Cicerone gli daranno lo spunto per le sue Epistole.
Nel 1348 gli giunge la notizia della morte di Laura, successivamente a Padova ottiene un canonicato ma continua a viaggiare in tutta Italia. Giunto a Firenze stringe amicizia con lo stesso boccaccia e si sposta successivamente a Milano dove gli viene offerta una cattedra all’università e protezione da parte dei Visconti. Per sfuggire alla peste nel 1361 il poeta si spostò a Padova, intraprendendo poi diversi viaggi e cambiando diverse volte dimora, fermatosi ad Arquà si dedica alla revisione del cansoniere e muore nel 1374.
La formazione culturale
A differenza di coma avveniva solitamente la formazione culturale di petrarca dipese più da letture private che da frequentazione di maestri.
La biblioteca di petrarca era molto vasta, superava probabilmente i duecento codici, tra cui alcuni di grande rarità. Gia da giovane ricevette dal padre i primi testi latini che contribuirono a accentuare e formare la sua predilezione per la bibliografia. Facevano parte dei codici del poeta diversi libri di Virgilio e molti altri importanti autori latini e padri della chiesa, come ad esempio Agostino. La biblioteca di petrarca era inoltre ricca di classici greci, come le opere di diversi filosofi quali Platone e Aristotele. L’amore di petrarca per i libri si manifesta come l’amore per le fonti originali della produzione letteraria. È proprio per questo che la sua ricerca di opere sconosciute incoraggio l’attività culturale base dell’umanesimo. Petrarca aveva inoltre una particolare predilezione per la lingua latina, che con l’aiuto delle opere degli scrittori classici ripulì da ogni forma di volgare riproponendo quindi una lingua prestigiosa usata dagli intellettuali di tutta Europa.
Il poeta inoltre non solo si occupava di recuperare i testi classici, ma cercare anche di ritrovare la loro tradizione manoscritta, seguendo tecniche simili alla filologia testuale. Nasce quindi in petrarca l’esigenza di riordinare storicamente il mondo classico. Meno ricca era la sezione della biblioteca dedicate alle nuove letterature romanza, nonostante fossero presenti i testi dei maggiori autori italiani, francesi e provenzali. Nonostante il poeta si sia cimentato nella composizione in volgare solamente nel Canzoniere e nei Trionfi, e nonostante egli ritenga di maggiore eleganza e prestigio la lingua latina, curò molto anche i testi volgari del canzoniere.
Infine il bilinguismo tipico di petrarca segna una divisione di competenze tra latino e volgare senza svalutare nessuna delle due lingue. Il latino è per il poeta la lingua degli intellettuali, il volgare è invece una lingua privata, una lingua dell’interiorità e della coscienza.

 

Epistolario
L’epistolario di petrarca conta circa 500 lettere in latino divise in 5 raccolte suddivise in numerosi libri. La guarda ricchezza di questa opera ne farà una delle guide per gli intellettuali umanisti.
L’epistolario, iniziato a comporre sin da giovane, e finito solo negli ultimi mesi di vita testimonio l’intero percorso della vita del poeta, dando numerosi elementi sulla sua vita, sulle riflessioni e sulle vicende psicologiche e affettive del poeta.
Le lettere di petrarca tendono alla semplicità e allo sfogo esplicito, ma è anche visibile una forte di ricerca di equilibrio e di perfezione. Il poeta concepisce le lettere come vere opere letterarie, ed è per questo che ne prosegue la correzione anche dopo lunghi periodi di tempo. Spesso petrarca nelle sue lettere tende a fornire un’ interpretazione delle vicende personali e della propria personalità, tende quindi a fornire un’ interpretazione su di sé e sulla propria vita. Le lettere di petrarca oltre a permettere un buona conoscenza dell’autore stesso hanno portato ad una visione completa della trasformazione alla quale era soggetta la società del tempo dalla quale è ben visibile la nascita della nuova mentalità umanistica.
L’epistolario è composto da 5 raccolte, 4 messe insieme dall’autore, e una composta dopo la sua morte.. la raccolta maggiore è quella delle Familiares (familiari), essa comprende 350 lettere divise in 24 libri scritte tra il 1325 e il 1361, nonostante siano presenti anche lettere degli anni successivi. L’ultimo libro comprende lettere rivolte ai grandi scrittori dell’antichità.

19 delle lettere scritte in questo periodo furono pubblicate però in un’altra raccolta con il titolo “Sine Nomine” poiché non avevano destinatario ed erano dedicate a questioni politiche.

Dopo il 1361 petrarca organizzò le lettere che scriveva volta per volta in un’opera intitolata “Seniles” (senili, ossia riguardanti la vecchiaia), ma l’autore non arrivò a darle una forma definitiva e l’opera restò incompiuta. Essa è formata da 17 libri per un totali di 125 lettere.
Il poeta avrebbe voluto che l’opera fosse completata con l’epistola “Ad Posterom” contenente il racconto della propria vita ma la lettera rimase in incompiuta.

La quarta raccolta venne realizzata dopo la morte del poeta con il titolo di “Variae”.

Per quanto riguarda la 5° raccolta essa comprende le 66 epistolae metricae (lettere in versi), divise in 3 libri. Si tratta infatti di lettere scritte in esametri che trattano principalmente dell’amore per Laura.

 

Autore: non indicato nel documento di origine del testo
Fonte: http://www.sunfire.altervista.org/Materie/Julia/Italiano/Letteratura/Petrarca.doc

 

 

FRANCESCO PETRARCA

Petrarca come nuova figura di intellettuale
Petrarca non fu più un intellettuale comunale, legato alla città natale, ma un intellettuale cosmopolita abituato a viaggiare senza radici in una tradizione municipale (= senza radici di tradizione della città, cosmopolita significa cittadino del mondo). Francesco non è più un intellettuale-cittadino, che partecipa attivamente alla vita politica del suo comune, ma un intellettuale-cortigiano, che accetta la nuova istituzione della Signoria e sceglie di sostenerla con il suo prestigio e scrivendo opere in cui canta anche i Signori. Petrarca per conservare la sua autonomia intellettuale, accetta incarichi di grande prestigio,  ma ne rifiutò altri fin troppo vincolanti al potere, come quello di segretario papale. Francesco anticipò la figura dell’intellettuale chierico, colui che trae le rendite da benefici ecclesiastici, avendo così possibilità di potersi dedicare agli studi; grazie a queste rendite Francesco condusse una vita tranquilla ed agiata, avendo la possibilità di disporre di tutti i libri che volesse. Per Petrarca la letteratura è la più alta manifestazione dello spirito umano; il letterato infatti con i suoi studi fa rivivere il mondo antico e inoltre ne assicura l’immortalità della fama presso i posteri. Per Petrarca l’attività letteraria è un’attività disinteressata che non deve avere fini politici, nonostante il fatto che l’attività intellettuale non abbia fini pratici è comunque costruttiva perché con la vera riflessione ci porta alla vera conoscenza del nostro animo. Francesco anticipa la concezione dell’Umanesimo.

Canzoniere
Petrarca credeva di diventare famoso attraverso le opere scritte in latino, considerava le proprie liriche in volgare nugae (=bazzecole). Nella lettera in cui discusse con Boccaccio della Commedia di Dante, Petrarca disse che:”avrebbe raggiunto un più alto livello letterario se avesse scritto in latino”. Francesco volle dimostrare che era possibile fare poesia di alto livello in volgare, e questo suo sforzo è storicamente significativo perché in epoca Rinascimentale si affermò la letteratura in volgare modellata sui classici antichi. Dante e Petrarca utilizzavano due volgari differenti: quello di Dante è multiforme e a tal proposito si parla di plurilinguismo ( utilizzava termini di diversi volgari, plebei, aulici, latini…). Il volgare di Petrarca, invece è selezionato e raffinato, che vuol essere modellato sul latino, per lui si parla di unilinguismo. Vennero ricostruite ben nove redazioni. Al Canzoniere Francesco diede il nome Rerum vulgarium fragmenta (frammenti di cose volgari) al suo manoscritto, o anche Rime sparse. Il Canzoniere è composto da 366 componimenti, quando Laura muore nel 1348, il Canzoniere venne diviso in due: le rime in vita di Laura e le rime in morte di Laura. La tematica quasi esclusiva del Canzoniere del poeta per Laura, è un amore inappagato e tormentato. Il Canzoniere si chiude con una canzone di preghiera alla Vergine, in cui il poeta esprime il desiderio di superare il dissidio interiore e di trovare finalmente la pace (ultima parola del Canzoniere), ma che non troverà mai. Sarebbe sbagliato considerare il Canzoniere come una confessione diretta di vicende come un diario, perché la vicenda raccontata nel Canzoniere non è identificabile con l’esperienza vissuta dal poeta, ma deve essere considerata una trasfigurazione letteraria che segue alcuni codici, ma si allontana dalla realtà. Gli elementi che ci fanno capire che nel Canzoniere la realtà esterna non esiste, perché l’unica realtà dominante è quella interiore, con la figura di Laura che è evanescente, di lei resta solo il profilo di una bella donna bionda, il paesaggio è stilizzato è sempre presente il topos (lo ha ripreso dai classici) del Locus amoenus (=felice, sereno). Il dissidio petrarchesco nasce dall’impossibilità di conciliare, da una parte il suo desiderio di spiritualità e dall’altro il desiderio delle cose terrene (la gloria e l’onore). Petrarca con il verso, quanto piace il mondo è breve sogno (nel sonetto che funge da proemio (=introduzione) al Canzoniere), vuole dire che tutti i piaceri e le gioie che gli uomini inseguono con affanno, per tutta la vita, sono illusioni effimere destinate a cadere col sopraggiungere della morte. Sia il Canzoniere di Petrarca  che la Commedia di Dante rappresentano il viaggio di un’anima, però Dante scrive la sua opera quando ha gia superato il suo dissidio interiore, invece Petrarca scrive il Canzoniere mentre è ancora immerso nella tempesta e non ha ancora trovato una soluzione per il suo dissidio. Il suo dissidio interiore viene ricomposto nella forma nel senso che, Petrarca utilizza un volgare raffinato, limpido, togliendo tutto ciò che vi è di grezzo e di scomposto.

 

Le altre opere
L’opera più importante di meditazione religiosa e morale è il Secretum, che venne scritta intorno il 1342-1343. Il Secretum è diviso in tre libri ed è strutturato in un dialogo tra Francesco e Sant’Agostino, il dialogo si svolge in tre giorni, alla presenza di una donna bellissima, che simboleggia la verità, ma non parla mai. Agostino rappresenta la coscienza che scruta l’anima di Francesco smontando gli alibi che trova per i suoi peccati. Francesco rappresenta la fragilità del peccatore. Nel primo libro Sant’Agostino rimprovera Francesco per la debolezza della volontà. Nel secondo libro passa in rassegna i sette peccati capitali, accusando Francesco di accidia (=pigrizia morale, inerzia morale). Nel terzo libro vengono esaminate le due colpe più gravi di Francesco, e cioè la gloria e l’amore per Laura. Alla fine del  travagliato percorso del Secretum Petrarca non giunge ad un saldo proposito di cambiare vita e non approvò ad un’autentica e definitiva conversione. Tra le opere in latino ricordiamo il “De vita solitaria” e il “De otio religioso”.

Autore: non indicato nel documento
Fonte: http://www.scuoleinrete.net/ScuoleInRete/toniolo_bz/mediateca.nsf/09189ffa6d98d629c1256b05005eb11c/d1c4d86e950cfa2ec1257274005eb7fe/Body/M2/FRANCESCO_PETRARCA.doc?OpenElement

 

Citazioni da Le lettere di Francesco Petrarca all'imperatore Carlo IV di Mgr. Petra Lukešová :

 

1. La vita e le opere di Francesco Petrarca

1. 1. La vita di Francesco Petrarca
           
Sarebbe certamente inutile descrivere ampiamente la vita di uno dei più famosi poeti del Trecento perché è stato scritto molto di lui. Il principale oggetto del nostro interesse sarà il suo atteggiamento nella vita pubblica.
Francesco Petrarca nacque il 20 luglio 1304 ad Arezzo da Eletta Canigiani e da ser Pietro, un notaio fiorentino esiliato con il gruppo dei Bianchi, partito al quale apparteneva.    Passò la sua gioventù a Incisa, dove nel 1307 nacque il fratello Gherardo. Nel 1312 la famiglia si trasferì ad Avignone. In questa città il poeta vedeva la corruzione della Chiesa di Cristo e l'intollerabile esilio di Pietro.   Francesco Petrarca compì prima gli studi di retorica e grammatica guidato da Convenevole da Prato a Carpentras e poi cominciò a dedicarsi agli studi giuridici all'università di Montpellier. Nel 1320 si trasferì a Bologna per finire gli studi di diritto ma dopo la morte del padre tornò di nuovo ad Avignone, dove incontrò il 6 aprile 1327 la donna amata, Laura. Come cappellano Petrarca entrò nel 1330 al servizio del cardinale Giovanni Colonna, il cui fratello Giacomo fu suo intimo amico. Petrarca esprime il suo omaggio al cardinale Colonna in una sua lettera senile: «Non ho mai veduto persona più grave, più alacre, più savia, più modesta nella buona fortuna e salda e costante nell'avversa; nessuna insomma migliore di lui». Grazie all’amicizia con questa famiglia incontrò le persone più importanti del tempo.
Nel 1341 Petrarca si recò a Napoli dal re Roberto d'Angiò in cui vide, per i suoi ideali umanistici, la reincarnazione dell'antico Augusto.             Durante la sua vita Petrarca compì numerosi viaggi e missioni sia in Italia sia in Europa. Tornato ad Avignone nel 1343 ebbe l'occasione di conoscere Cola di Rienzo che tentò una riforma politica e con cui il poeta strinse una grande amicizia. Nel 1350 Petrarca si recò a Roma per il giubileo e nel corso del viaggio conobbe un altro grande autore del Trecento italiano, Giovanni Boccaccio. Nella primavera del 1351 tornò per l’ultima volta ad Avignone, dove rimase per due anni, ma sempre meno sopportava questa città, sede dell’intrigo e dei vizi peggiori. E sempre più desiderava una restaurazione dell'Impero. Il poeta vedeva l'unica speranza  nell'imperatore Carlo IV a cui cominciò a scrivere in quegli anni lettere sul suo scopo di Renovatio imperii. Abbandonata definitivamente la sede del Pontefice nel 1353, accettò l'invito dell'arcivescovo Giovanni Visconti, il signore di Milano. Al servizio di Visconti compì alcune missioni diplomatiche molto importanti. Nel 1354 andò a Mantova per ricevere il sovrano Carlo IV e accompagnarlo a Milano, dove questo fu incoronato re d'Italia. Nel 1356 il poeta si recò a Praga per andare a trovare lo stesso sovrano. Fino al 1368 trascorse la sua vita tra Venezia, Padova e Pavia. Nel 1368 si trasferì a Padova, accettando l'ospitalità cordiale del signore Francesco da Carrara. Alla fine della sua vita visse con sua figlia Francesca e la sua famiglia ad Arquà, dove dopo un attacco di febbre morì il 18 giugno 1374.

 

1. 2. Le opere di Francesco Petrarca

            Le numerose opere di Francesco Petrarca sono divise tra le opere scritte in latino e quelle in volgare. Anche se la sua lirica amorosa scritta in volgare gli procurò grandissima fama di poeta, per noi sono più interessanti le opere scritte in latino, dove Petrarca esprime i suoi ideali politici e culturali e l'amore per gli scrittori antichi. La sua passione per la lingua latina e per gli autori antichi si lega strettamente col termine umanesimo.
Per il poeta, le figure di Cicerone e di Virgilio rappresentavano i più grandi maestri dell’arte della prosa e della poesia, mentre Scipione e Augusto, Bruto e Cesare erano i grandi modelli per rinnovare l'Italia e l'Europa. In questi famosi uomini romani vedeva gli ideali delle virtù che avrebbe dovuto possedere il futuro sovrano d'Italia. Per quel che riguarda Cicerone, Petrarca nel 1345 fece a Verona una grande scoperta. Ritrovò infatti le lettere di Cicerone ad Attico, delle raccolte minori di epistole al fratello Quinto e a Bruto, e la lettera apocrifa di Cicerone a Ottaviano.
Le sue numerose opere scritte in latino si possono dividere tra gli scritti polemici, i trattati storici, i trattati morali e le lettere. Nel periodo tra il 1338 e il 1339 Francesco Petrarca iniziò la sua attività letteraria scrivendo un poema epico in esametri, Africa. L’opera latina di nove libri, dedicata al re Roberto d'Angiò , segue il modello dell'Eneide e racconta della seconda guerra punica. Il protagonista è il suo eroe amato, Scipione l'Africano. Quasi contemporaneamente a questo, tra il 1341 e il 1342, scrisse un libro composto di 37 biografie, il De viris illustribus, una rassegna di eroi romani da Romolo a Tito. Nello stesso tempo iniziò a comporre il Canzoniere, una raccolta di testi in lingua volgare, che gli portò la grande popolarità. Con  un'altra opera, De secreto conflictu curarum mearum, di carattere filosofico e spirituale, Petrarca tornò di nuovo alla lingua latina. L'opera è una riflessione del poeta su se stesso, la morte, l'amore e il desiderio di gloria. Quasi contemporaneamente iniziò a scrivere il trattato morale De remediis utriusuque fortune, composto di numerosi discorsi divisi in due libri. Il poeta mostra ai lettori i rimedi contro i rischi che sia la fortuna sia la sfortuna portano nel corso della vita. Tra il 1343 e il 1345 scrisse un altro trattato, i Rerum memoranduarum libri, raccogliendo exempla usati nell’antichità oppure in epoche più recenti.
Tra il 1345 e il 1347 il poeta visse in solitudine nella città di Valchiusa e qui scrisse tre opere. Nel primo testo in due libri chiamato De vita solitaria, glorifica la vita intellettuale dedicata allo studio e la contrappone alla vita tempestosa in città e soprattutto nella corrotta Avignone. La seconda opera, il Bucolicum carmen che segue il modello di Virgilio, è una raccolta di dodici egloghe. Si tratta di vicende personali ed eventi presentati in un ambiente pastorale. Il terzo testo scritto nella solitudine di Valchiusa è il De otio religioso, in cui Petrarca fa un confronto tra il suo modo di vita e la tradizione monastica.
Ispirato dalla poesia biblica, Petrarca scrisse nel 1348 Psalmi penitentiales, preghiere latine in versi. Dal 1350 iniziò a sistemare i Rerum familiarum libri,una raccolta di lettere scambiate con amici e con persone note della vita politica e culturale. Nello stesso tempo riuscì a raccogliere le sessantasei Epistole metriche in tre libri, poesie principalmente di corrispondenza. Nel periodo tra il 1352 e il 1353 compose uno dei più famosi scritti polemici, le Invective contra medicum sistemate in quattro libri, in cui il poeta criticò il mestiere fallace di medico, soprattutto dei medici avignonesi. Un altro trattato morale, l'Invectiva contra quendam magni status hominem sed nullius sciente et virtutis, composto nel 1355, fu scritto contro un cardinale che aveva criticato il comportamento di Petrarca. Questo servitore di Dio è presentato come una persona senza virtù e sapienza. Un anno dopo, nel 1356, il poeta riuscì a sistemare un'altra opera in volgare, Triumphi, un poemetto ambizioso.
Nel 1361 durante il suo soggiorno a Padova Petrarca cominciò a comporre un'altra raccolta di lettere, i Rerum senilium libri. Negli ultimi anni della sua vita si occupò solo degli scritti polemici. Nella sua penultima opera, il De sui ipsius et multorum ignorantia, scritta nel 1367, critica quattro giovani filosofi che il poeta aveva incontrato a Venezia e che avevano criticato la sua ignoranza nella conoscenza della dottrina di Aristotele. Alla fine della sua vita, nel 1373, Petrarca scrisse l'ultimo trattato, Invectiva contra eum qui maledixit Italie. In questa opera attaccò appassionatamente uno scritto del frate francese Jean de Hesdin che difendeva clamorosamente la dimora del pontefice ad Avignone offendendo l'Italia e gli italiani.

 

 

2. La struttura delle raccolte epistolari

Francesco Petrarca durante una sua visita alla biblioteca capitolare di Verona nella primavera del 1345 fece una scoperta di grande rilievo trovando le lettere  fin allora ignote di Cicerone. Questa rivelazione suscitò in lui l'entusiasmo di raccogliere in un suo personale epistolario le lettere che aveva fin allora scritto ad un ampio numero di amici e di persone note della politica e della vita culturale. Il poeta per fortuna soleva fare una copia di tutte le sue epistole e conservarla presso di sé per riutilizzarla, molto spesso con nuove elaborazioni e modifiche.
Prima della scoperta dell’epistolario di Cicerone il poeta conosceva perfettamente le Lettere a Lucilio di Seneca il giovane, lettere morali che non descrivono le vicende d'ogni giorno ma si interessano piuttosto di discorsi morali. La scoperta delle lettere Ad Atticum di Cicerone gli rivelò una corrispondenza più varia e vivace. Quando nel 1350 cominciò ad attuare il suo progetto, seguì il modello ciceroniano piuttosto che quello di Seneca. Petrarca stesso spiega quella risoluzione nella lettera introduttiva alle Familiares o Rerum familiarum libri : «Seneca infatti raccolse nel suo epistolario il sugo di quei discorsi morali che aveva espresso in quasi tutti i suoi libri mentre Cicerone, al contrario, lasciando la filosofia ai libri di filosofia, nelle sue lettere parlò delle sue vicende familiari, di quanto accadeva nel mondo, dei diversi umori del suo secolo, ...lettura piacevolissima». Quindi, seguendo il modello di Cicerone, cercò di scrivere «in modo familiare su cose familiari».
La figura dello scrittore appare nelle lettere molto spesso come la figura del protagonista o del maestro di vita. Petrarca parla di sé e si confessa. Si potrebbe dire che uno dei modelli di Petrarca per questa sua opera fossero le Confessioni di Agostino, trasportate in un ambiente laico ed umanistico.            
Nel 1350 Petrarca cominciò a preparare la sua prima raccolta di lettere nominata Familiares e la dedicò all'amico Ludovico van Kempen, soprannominato Socrate. La raccolta doveva prima includere solo le lettere scritte fino al 1361 (cioè l'anno di morte dell'amico Socrate). Il poeta aggiunse a questa raccolta alcune lettere politiche scritte dopo il 1361 denominate Sine nome. Per evitare i problemi politici Petrarca scrisse le lettere senza i nomi dei destinatari. Dopo la morte dell'autore furono incorporate ancora altre lettere con il titolo Varie.
Nel 1361 il poeta iniziò a sistemare un'altra raccolta, Rerum senilium libri o Seniles. Dedicò questa opera, composta dalle lettere scritte dopo il 1361, al suo amico Francesco Nelli
(sopranominato Simonide). Petrarca voleva concluderla con una grande epistola indirizzata ai posteri, Posteritati, in cui narrava la propria vita. Ma questa lettera alla fine restò incompiuta.
Nelle raccolte delle lettere Francesco Petrarca cerca di coinvolgere il lettore, usando una forma vivace, alla vita politica, culturale e anche religiosa. Mentre nelle Familiares inserisce un numero piuttosto grande di situazioni concrete, esemplari, e tratta di numerosi argomenti, nelle Seniles rivela principalmente vicende ed argomenti della sua vita privata. Tramite le lettere (particolarmente tramite le Familiares) il poeta esprime l'amore per l'Italia e il desiderio sincero del ritorno del pontefice in Italia.
Scrivendo e sistemando la raccolta dell’epistolario Petrarca creò un nuovo genere letterario che ebbe grande importanza per la cultura umanistica: l'epistolografia laica.

 

4. L'atteggiamento di Francesco Petrarca nella vita politica
           
Il mondo politico influenzò fin dall'inizio la vita di Francesco Petrarca. Il padre del poeta, notaio di Firenze, apparteneva al partito di Bianchi, perciò dovette lasciare per motivi politici Firenze e andare con i Bianchi ad Arezzo. Quindi Francesco Petrarca nacque in esilio. Pochi anni dopo, nel 1305, il papa Clemente V lasciò Roma e spostò la sua sede ad Avignone, dove si trasferì anche la famiglia di Francesco Petrarca nel 1312.
Il poeta incontrò per la prima volta l'ambiente curiale di Avignone in cui vide per tutta la sua vita l'immoralità della Chiesa di Cristo e l'insopportabile esilio di Pietro. Desiderando il ritorno della corte papale a Roma si rifiutava di accettare Avignone come la nuova sede del pontefice. Si rivolgeva sempre ai pontefici perché tornassero a Roma, capitale dell'Impero. Anche i costumi dei clerici gli offrirono una grande occasione per castigare la corruzione e la cupidigia di Avignone. Petrarca vedeva la fonte della decadenza dei costumi della Curia, ingenuamente, proprio nel trasferimento della sede papale. Secondo lui la Chiesa sarebbe stata ricondotta al suo spirito evangelico oltre che alla sua sede romana decretata da Pietro.
Nel 1312 Petrarca studiò la grammatica e la retorica, sotto la guida del maestro Convenevole da Prato. Dopo cominciò ad occuparsi anche della lettura dei classici latini. Questa passione per gli autori classici lo seguì per tutta la sua vita. Nelle figure di Scipione, di Augusto, di Bruto o di Cesare Petrarca vedeva i modelli per rinnovare l'impero, mentre nelle figure di Cicerone o di Virgilio i grandi maestri della prosa e della poesia.
I nomi famosi della Roma antica appaiono spesso nei testi del poeta. Nella prima lettera al sovrano Carlo IV, Petrarca cercando di incoraggiarlo all’attività, descrive il grande coraggio di Scipione Africano: «Ed era pur egli negli anni tui Scipione Africano quando, non curando il contrario consiglio de'seniori, mosse per l'Africa, ed all'impero, che già vacillante di rovinar minacciava, prestò pietoso del suo braccio il sostegno; e con valore incredibile già quasi imposto a me sul collo seppe egli scuotere il giogo cartaginese». In un’altra lettera Petrarca narra all'imperatore di Gaio Giulio Cesare: «E poiché stimo più grato a te l'esempio de' tuoi, sovvengati di Giulio Cesare, che messo in mezzo da tutto l'esercito contro di lui levato a rumore, non che punto che mostrarsi impaurito, seppe con magnanimo ardire e con indomabil virtù incutere ad esso rispetto a timore, e colla morte di pochi colpevoli, e l'ignominia di una legione, alla pubblica salete e al proprio onore ebbe provveduto». Non dimentica neanche di esprimere nelle lettere la sua grande ammirazione per gli autori classici: «Non tutti possono essere dei Cicerone o dei Platone, dei Virgilio o degli Omero: tutti però, tranne quelli che non vogliono, possono essere delle persone perbene».
Nelle persone degli eroi romani il poeta vide il modello delle virtù che avrebbe dovuto avere il rinnovatore dell'Impero e il sovrano d'Italia.  Nei re contemporanei cercò di scoprire il suo ideale impersonato da Cesare Augusto. Petrarca trovò il primo personaggio adatto a diventare il nuovo Augusto nel sovrano Roberto d'Angiò: «Da molti indizi ho capito che tu approvi pienamente alcuni atteggiamenti di Cesare Augusto, quello anzitutto di avere accordato ad Orazio, figlio di un liberto e prima suo avversario politico, non solo perdono, ma benevolenza e amicizia, e quello di non avere mai disprezzato l'origine plebea di Virgilio, del cui ingegno, al contrario, egli si compiacque sommamente. Ottima cosa: che c'è, infatti, di meno regale che cercare il suffragio di una nobiltà avventizia in coloro che, raccomandati dalla loro virtù e dal loro ingegno, non possono mancare, non possono mancare della vera nobiltà?» Grazie a lui Petrarca fu nello stesso anno incoronato in Campidoglio dal senatore Orso dell’Anguillara.
All'inizio del 1341, venuto a Napoli, Petrarca fu affascinato dalla cultura della corte regale. La sua ammirazione verso il sovrano Roberto d'Angiò era così grande che il poeta gli promise di dedicargli il suo poema l'Africa. Credeva che il re Roberto d'Angiò, mecenate della sua incoronazione in Campidoglio nel 1341, sarebbe potuto diventare il nuovo rinnovatore e il salvatore d'Italia. Però la morte del sovrano nel gennaio del 1343 mise fine alle sue speranze. Questa idealizzazione del nuovo principe era per Francesco Petrarca molto importante. Per il suo sogno del rinnovamento dell'impero antico aveva bisogno di un sovrano ideale ricco di virtù. L'interesse verso il potere imperiale e il concetto d'impero e della figura dell'imperatore, nel corso del Trecento erano tipici di tutti gli umanisti che sognavano uno Stato italiano unito. Credevano che il nuovo imperatore valicando le Alpi avrebbe messo in ordine la situazione caotica nella penisola.
Petrarca descrive dettagliatamente il carattere ideale di vero principe in una sua lettera dove si esorta il futuro sovrano «a venerare Dio, ad amare i padri, a osservare la giustizia, a tenersi lontano dagli estremi, a seguire la virtù, a ricercare in ogni momento il consenso dei sudditi, a riservare a pochi l'amicizia, a evitare i sospetti, a mantenere un comportamento equo e tale da non accumulare su di sé odi e inimicizie, ad essere quale vorrebbe apparire, ad allontanare dal proprio animo ogni passione, a ricercare la verità a qualsiasi prezzo».
Dopo la morte del sovrano Roberto d'Angiò il poeta cominciò a vedere il sovrano ideale e l'erede di Augusto nella persona del marchese di Moravia, Carlo IV, che fu eletto come il successore di Ludovico di Baviera. Nell'aprile del 1346 Ludovico di Baviera, dopo un aspro conflitto con Clemente VI, perse il titolo dell'imperatore. Al trono salì Carlo, nipote di Enrico VII., che prese il nome di Carlo IV. All'inizio del suo governo fu costretto a giurare che quando sarebbe diventato imperatore avrebbe cancellato tutte le concessioni istituite dai suoi predecessori nei confronti del regno di Napoli, di Roma e di Firenze. Promise anche di cancellare tutti i provvedimenti di Ludovico il Bavaro, di rispettare i beni della Chiesa in Italia, di non entrare a Roma con la sola eccezione del giorno dell’incoronazione. All'inizio del suo impero Carlo apparve a molti l'«imperatore dei preti», perché ascoltava spesso i mandati del pontefice.
Non si sa precisamente quando si siano incontrati il poeta e l'imperatore. Alcuni credono che il loro primo incontro sia avvenuto già nell'ambiente curiale di Avignone nel 1346. La testimonianza di questa affermazione sarebbe, secondo loro, il sonetto di Petrarca «Real natura, angelico inteletto», che è considerato il ritratto del sovrano.

«Real natura, angelico inteletto,
chiara alma, pronta vista, occhio cervero,
provvidenza veloce, alto pensero,
è veramente degno di quel petto;

sendo di donne un bell numero eletto
per adornare il di festo ed altero,
subito scorse il buon giudicio intero
fra tanti e si bei volti il più perfetto.

 

L'altro maggior di tempo e di fortuna
trarsi in disparte comandò con mano
a cavamente accolse a si quell'una.

Li occhi e la fronte con sembiante umano
baciolle si che rallegrò ciascuna;
me amipè d'invidia l'atto dolce e strano.»

Invece altri studiosi negano questa opinione citando la prima lettera di Petrarca all'imperatore Carlo IV, dove il poeta si presenta come una persona «sconosciuta»: «Vedi, o Cesar, come pover' omicciuolo e a te sconosciuto io teco faccia a fidanza».
Con l'idea del rinnovamento dell' Italia Francesco Petrarca si rivolse all'imperatore Carlo IV scrivendogli la sua prima lettera il 24 febbraio 1351. In questa lettera, usando il suo grande artifizio retorico esorta l'imperatore a valicare le Alpi per intraprendere il governo del regno e mettere in ordine la situazione politica d'Italia. «Te non la cura delle cose oltramontane, né la dolcezza trattenga del suo nativo. Guardando alla Germania pensa all'Italia. Ivi sei nato e qui fosti educato: ivi regno soltanto, e qui regno sortisti ed impero. Sparse per ogni dove le membra, ma, con buona pace sia detto d'ogni altra gente e d'ogni paese, il capo della monarchia qui soltanto tu trovi».   Il poeta nel testo vuole suscitare nell'imperatore il  desiderio della ripresa in Italia. Nelle lettere non mancano rimproveri: «Di noi tu dunque, e se sia lecito il dirlo, di te medesimo sei fatto immemore, e dell'Italia tua ogni pensiero hai tu deposto? E mentre dal Cielo a noi mandato non ti credemmo, e della nostra libertà in te sperammo un pronto difensore avere ottenuto, tu all'onorato incarico sattraendoti, il tempo che in gloriosi fatti impiegare si converebbe, in lunghissime deliberazioni consumi?»
             Riguardo al problema di Roma e dell'Italia, l'anno successivo Petrarca scrisse all'imperatore una seconda lettera, più breve, in cui lo esortava di nuovo a scendere in Italia. Il poeta ricordava a Carlo IV che in Italia la situazione era proprio idonea e il fato gli era favorevole: «Credi tu forse costante un cosiffatto favore? Come potente, cosi valubile è il destino, che modera gli eventi umani: ingegno d'uomo a raffrenarlo non vale: a suo senno si muta, e tutto muta con lui l'aspetto delle cose: nulla e quaggiù che duri: nè tu sarai sempre quegli che or sei, nè sempre pronta ti rimarrà l'occasione che or’ hai presente».   Tutte e due le esortazioni apparvero vane perché Carlo IV non si mosse verso l'Italia e continuò ad occuparsi particolarmente delle cose di Germania e di Boemia.
            Nel novembre del 1354 Petrarca scrisse al sovrano la terza lettera ripetendogli i propri desideri riguardanti l’impresa imperiale in Italia. Non sapeva ancora che Carlo IV aveva deciso di passare le Alpi quell'anno. Ma le aspirazioni di Carlo IV e di Francesco Petrarca erano assolutamente diverse. Il sovrano pensava soltanto di prendere la corona imperiale a Roma. Voleva semplicemente comportarsi secondo l'accordo con il pontefice Innocenzo VI.  Proprio a lui aveva promesso all'inizio del suo governo di venire in Italia solo per l'incoronazione e poi di andarsene subito. Carlo IV desiderava aumentare, con l'incoronazione imperiale, la propria autorità. Ma il poeta vedeva in questa circostanza il desiderio di rinnovare quella gloriosa istituzione dell'impero. Quindi l'imperatore valicò le Alpi con un piccolo manipolo di cavalieri. Giunse a Padova il 3 novembre il 1354 e il 7 a Mantova dove si fermò sino alla fine dell'anno. Venezia contava sull’intervento dell'imperatore contro Milano, con cui aveva conflitti, ma Carlo IV, seguito in Italia solo da un corpo di guardia ricevette a Mantova emissari da Milano e da Venezia e verso la fine del 1354 riuscì a porre tra le due città avversarie la base per una tregua.


              Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 202.

              Fracassetti, Giuseppe [ Ed.]: Lettere di Francesco Petrarca: delle cose familiari libri ventiquattro lettere varie libro unico ora  la prima volta raccolte volgarizzate e dichiarate con note.Volume I – V. Felice le Monnier, Firenze, 1863 – 1867.

              Fracassetti, Giuseppe [ Ed.]: Lettere senili di Francesco Petrarca. Volume I – II. Successori le Monnier, Firenze, 1870.

              Ferroni, Giulio: Storia della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300 - 1380). Einaudi, Milano, 1991, p. 235.

              La nuova sede del Pontefice dal 1305.

              Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 128.

              Solerti, Angelo: La vite di Dante, Petrarca e Boccaccio scritte fino al secolo decimosesto raccolte. Vallardi, Milano, 1913, p. 510.

              Si erano conosciuti come studenti della stessa università a Bologna. Cfr. Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987,  p. 19-23.

              Sen. La prima del XVI libro ai paragrafi 9-13.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 130.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001, p. 226.

             Vedi il sito sulla pagina web: http://www.jstor.org/pss/2853305.

             De Mattei, Rodolfo: Il sentimento politico del Petrarca. G. C. Sansoni, Firenze, 1944, p. 21.

             Ferroni, Giulio: Storia della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300 - 1380). Einaudi, Milano,   1991, p. 241.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 243.

             Ibidem, p. 67-68.

             Ibidem, p. 30.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001, p. 193.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 66.

             Pelán, Jiří: Slovník italských spisovatelů. Libri, Praha, 2004, p. 565.

             Ferroni, Giulio: Storia della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300 - 1380). Einaudi, Milano,   1991, p. 252.

             Ferroni, Giulio: Storia della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300 - 1380). Einaudi, Milano,   1991, p. 252.

             Ibidem, p. 252.

             Cfr. Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 252-262.

             Ferroni, Giulio: Storia della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300 - 1380). Einaudi, Milano,   1991, p. 253.

             Di questo evento abbiamo già informato nel capitolo precedente.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 35.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 133.

             Da prima Petrarca aveva voluto scegliere per questa opere il titolo generico di Epystolarum mearum ad diversos liber, ma poi lo mutò. Cfr. Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p.213.

             Fam. I, 1, 32.

             Fam. I, 1, 35.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 34.

             Ferroni, Giulio: Storia della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300 - 1380). Einaudi, Milano,   1991, p. 248.

             Ferroni, Giulio: Storia della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300 - 1380). Einaudi, Milano,   1991, p. 248.

             Ibidem, p. 249.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001, p. 34 - 35.

             Baldi, Guisso Razzeti: Dal testo alla storia. Dalla storia al testo. Paravia, Cagliari, 2008, p. 107.

             Ibidem, p. 107.

             Ibidem, p. 108.

             Vedi il sito sulla pagina web: http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=684.

             Ibidem.

             Con l'eccezione del periodo tra il 1367 e il 1370 quando il papa Urbano V, spostò la sua sede a Roma.

             Rossi, Paolo: Storia d'Italia dal 476 al 1500. Edizione moderne Carresi, Roma, 1960, p. 389 – 90.

             Procacci, Giuliano: Dĕjiny Itálie. Nakladatelství Lidové noviny, Praha, 1997, p. 79.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p.228.

             Ibidem, p.108

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001, p. 135.

             Fam., XIII, 6, 15 – 16.

             Rossi, Paolo: Storia d'Italia dal 476 al 1500. Edizione moderne Carresi, Roma, 1960,  p. 391.

             Ibidem, p. 392.

             Macek, Josef: Cola di Rienzo. Orbis, Praha, p. 176.

             Fam., XIII, 6, 14.

             Durante questo rivolgimento furono uccisi Stefano Colonna il Giovane e suo figlio Giovanni.

             Rossi, Paolo: Storia d'Italia dal 476 al 1500. Edizione moderne Carresi, Roma, 1960, p. 392 – 393.

             Kalista, Zdenĕk: Karel IV.: jeho duchovní tvář. Vyšehrad, Praha, 1971, p. 124.

               Cola di Rienzo affermò che fosse un figlio di Enrico VII di Lussemburgo, nonno di Carlo IV. Cfr. Spěváček, Jiří: Vztahy Karla IV. k představitelům raného humanismu. In: Husitství, reformace, renesance. Sborník k 60. narozeninám Františka Šmahela. Historický ústav,  Praha, 1994,p. 800.

             Rossi, Paolo: Storia d'Italia dal 476 al 1500. Edizione moderne Carresi, Roma, 1960, p. 394.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 137.

             Ferroni, Giulio: Storia della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300 - 1380). Einaudi, Milano, 1991, p. 235.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001, p. 222

             Ibidem, p. 224.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 67 – 68.

             Fam., X, 1, 21 – 22.

             Fam., XXIII, 2.

             Fam., IXX, 17, 11.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 192.

             Fam. IV, 7, 5.

             Ferroni, Giulio: Storia della letteratura italiana. La crisi del mondo comunale (1300 - 1380). Einaudi, Milano,   1991, p. 237.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 202.

             Ibidem,  p. 202.

             Fam., XII, 2.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 231.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 228.

             Ibidem, p. 228.

             Ibidem, p. 228.

             Kalista, Zdenĕk: Karel IV.: jeho duchovní tvář. Vyšehrad, Praha, 1971,p. 121.

             Canzon., CCXXXVIII.

             Per esempio A. Toresti nel suo lavoro «Aneddotti della vita di Fr. Petrarca».  Kalista, Zdenĕk: Karel IV.: jeho duchovní tvář. Vyšehrad, Praha, 1971,p. 212.

             Fam. X, 1, 2.

             Fam. X, 1. 7.

             Fam. X, 1, 2.

             Fam. X, 2, 6 - 7.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987,  p. 228.

             Rossi, Paolo: Storia d'Italia dal 476 al 1500. Edizione moderne Carresi, Roma, 1960, p. 400.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 302.

 

Da Mantova il sovrano chiamò a sé il poeta, che nel frattempo gli indirizzò una breve epistola appassionata. In questa lettera espresse il suo grande piacere dovuto all'arrivo dell'imperatore: «Finché vissi tra speranza e desio, io chiesi al cielo tolleranza e pazienza: ora che mi dia forza sostenere la piena di tanto giubileo e di tanta felicità lo richieggo. Ecco che agli occhi miei non re di Boemia, ma re del mondo, imperatore di Roma, e Cesare veramente tu sei». Il poeta, partito subito da Milano, giunse a Mantova dopo quattro giorni.
Descrive il suo viaggio, faticoso e pericoloso a causa del tempo invernale, in una sua lettera: «alla rigidezza del clima faceva riscontro la devastazione del paese e una paurosa solitudine, più adatta  a Marte e a Bellona che non ad Apollo e alle Muse. Qua e là case abbattute, nessun abitante, tetti fumanti di tuguri, campi pieni di sterpi e dovunque uomini armati che sbucavano dalle rovine: per quanto non ci assalissero perché erano dei nostri, non potevano tuttavia fare a  meno di darci l'amara impressione di una guerra ancora in atto».
            A Mantova Petrarca rimase dieci giorni. Durante il suo soggiorno il poeta ebbe colloqui con l'imperatore. Carlo chiese al poeta che gli facesse avere copia di alcuni suoi scritti, soprattutto del De viris illustribus. Il poeta disse audacemente che l’opera era ancora incompiuta e la sua donazione dipendeva dal comportamento dal sovrano. Pensava certamente alla sua azione successiva in Italia. Petrarca invece offrì a Carlo IV alcune sue monete con effigi di antichi imperatori per esortarlo ad atti animosi. Raccontò all’imperatore i fatti della propria vita. Fece anche menzione del suo proposito di dedicarsi a una vita solitaria. Carlo IV, condannando la vita nella solitudine, disse che se avesse avuto tra le mani il De vita solitaria di Francesco Petrarca l'avrebbe bruciato. Petrarca rispose: «Farò in modo che tu non l'abbia». Anche se l'imperatore chiese al poeta di accompagnarlo a Roma, Petrarca alla fine rifiutò. Dunque finì il primo incontro personale tra Carlo IV e Francesco Petrarca. Anche se tra loro due nacque un grande affetto durante quel soggiorno mantovano, si rivelò la differenza apparente dei caratteri.
            Carlo IV, lasciata Mantova, entrò a Milano il 4 gennaio 1355. Due giorni dopo fu incoronato re d'Italia in S. Ambrogio con la partecipazione del poeta. Poi l’8 gennaio il sovrano sancì una tregua tra la città lombarda e la lega veneziana. Il 12 gennaio cominciò il suo viaggio verso sud accompagnato dal poeta fino alle mura di Piacenza. L'imperatore dovette rimanere a Pisa fino a metà marzo per aspettare il cardinale Bertrand de Colombier che avrebbe dovuto incoronarlo a Roma, cosa che successe il 5 aprile. Dopo l'incoronazione il sovrano, secondo le promesse fatte al pontefice Clemente VI, lasciò prima la città di Roma e poi l'Italia. Quando il poeta seppe della partenza veloce del sovrano, fu deluso. Non voleva affatto ammettere le promesse del sovrano fatte al papa. Negava la sovranità del potere pontificio che impediva un più lungo soggiorno dell'imperatore in Italia. Petrarca indirizzò a Carlo IV una lettera breve e sdegnata piena di rimorsi e di sarcasmi: «Così dunque, o Cesare, quello che l'avo tuo e mille altri innumerevoli con tanto sangue e tanti travagli si studiarono di procacciare, tu senza versare una stilla di sangue, senza sorta di stento ottenuto, aperto il varco all'Italia, dischiusa la soglia di Roma, docile alla mano lo scettro, non contrastato, tranquillo l'impero, incruente le corone, tu, io diceva, o ingrato a tanti favori, o ingiusto estimator delle cose, tutto questo tu lasci in non cale ed abbondi». Ma anche dopo questo evento la corrispondenza tra il poeta e il sovrano non finì. La loro relazione fu sempre amichevole e calorosa. Francesco Petrarca non smise di sperare che Carlo IV ritornasse di nuovo in Italia per il rinnovamento dell'impero.
            Nell'estate del 1356 Petrarca accompagnato col Sagremor e un Martino tedesco (un altro corriere dei Visconti) si recò a Praga, in missione per conto dei Visconti. A Praga dimorò una ventina di giorni. Durante questo soggiorno strinse amicizia con Jan ze Středy e acquistò la stima dell'imperatrice Anna, dell'arcivescovo di Praga Arnošt z Pardubic e del vescovo di Olomouc Jan Očko. Carlo IV lo nominò addirittura conte palatino.
            Petrarca fu ricevuto a Praga con grande accoglienza. Affascinato dall'ambiente culturale della città consegnò alla missione praghese un gruppo di lettere,  n. 1 -2, 5 - 8 nel XXI libro delle Familiari. Esprime la sua ammirazione verso la corte boema in una lettera del 1357 all'arcivescovo di Praga: «Ricordo bene con quale aspetto, con che animo, con quanta cortesia tu, l'anno scorso, quando facevo parte dell'ambasceria al nostro imperatore, hai saputo legate a te questo straniero che conoscevi soltanto di nome. Rammento con quanta gentilezza mi ripetevi spesso: ‛ti compatisco, amico, perché sei venuto tra i barbari’. E io invece confesso di non aver visto nulla di meno barbaro e di più umano di Cesare e di alcuni di quei sommi uomini che non sto qui a nominare, sommi e degni di maggior menzione e, per quanto posso dire io, cortesi ed affabili come se fossero nati nell'Attica Atene».
La missione praghese di Petrarca fu la seconda occasione dell'incontro tra il sovrano Carlo e il poeta Francesco Petrarca. Ma anche dopo Petrarca non smise di indirizzargli lettere piene di esortazioni per il rinnovamento dell'impero. Il poeta scrisse l’ultima lettera a Padova l’11 dicembre 1365. Poi le sue chiamate e le esortazioni dell'innovazione si interruppero.
Francesco Petrarca sognò per tutta la vita una restaurazione della gloria dell'Impero come restaurazione della gloria di Roma guidata da un sovrano savio e colto, consapevole dei sui doveri, che si occupasse anche dell'arte e della cultura.  Sperava che quell'erede di Augusto sarebbe sceso in Italia e avrebbe messo in ordine la situazione caotica. Il poeta vide il suo sovrano ideale per quel compito nella persona dell'imperatore Carlo IV. Scrivendo  lettere al re dal 1351, Petrarca cercò di esortarlo a discendere in Italia. Dal 1351 al 1365 mandò a Carlo IV molte lettere scritte tutte con un'eloquenza eletta usando molti esempi dell’antica virtù romana. Credeva che l'idea di un rinnovato impero di Roma potesse risolvere le minacce di una guerra permanente.
Il sovrano ideale come lo intende Petrarca nei sui testi è soprattutto un'individualità nel senso del nuovo movimento rinascimentale, che si decide durante il suo governo secondo i propri pareri. Un re del genere non è servitore di Dio, anche se è scelto dalla Provvidenza di Dio per il suo incarico. La sua azione è diretta dalle sue idee, non dai mandati di Dio e del pontefice.
 

 

5. Carlo IV e il suo atteggiamento verso gli appelli di Francesco Petrarca

 

                   Nel 1346 il papa Clemente VI, dopo un grande conflitto con Ludovico il Bavaro, era riuscito a rovesciarlo dal trono. Dapprima la scelta del nuovo imperatore cadde su Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia. Ma questo, essendo cieco, non poteva salire al trono. Giovanni di Lussemburgo propose agli elettori Carlo, suo figlio, marchese di Moravia. Quindi fu eletto nel 1346 con l'appoggio del papa il nuovo re di Germania, Carlo, figlio di Giovanni I di Lussemburgo e nipote di Enrico VII., che prese il nome di Carlo IV. Nello stesso anno divenne anche re di Boemia.  Il nuovo sovrano fu costretto ad agire all'inizio del suo governo secondo i mandati del papa, perciò apparve all'inizio dell'impero l'«imperatore dei preti». Col tempo il sovrano prese provvedimenti senza l'approvazione della Chiesa: per esempio criticava i vescovi scelti in Germania da Ludovico di Baviera contro il parere della Chiesa. Per quel che riguarda i suoi interessi politici, il re si occupava delle cose di Germania e particolarmente di Boemia.
Carlo IV fece in tutta la sua vita tre imprese in Italia. Per la prima volta Carlo IV entrò in Italia nel 1331, all’età di quindici anni, come vicario del padre Giovanni Lussemburgo nelle signorie italiane. Non conservando niente dei paterni domini, se ne andò subito. Per la seconda volta valicò le Alpi nel 1354 per accettare la corona imperiale nella città di Roma. D'accordo  con il pontefice Clemente VI entrò in Italia con un piccolo gruppo di cavalieri. Giunto a Mantova il 31 dicembre 1354, fu incoronato re d'Italia dall'arcivescovo Roberto Visconti nel 1355. Dopo ottenne anche la corona imperiale a Roma dal cardinale Pietro Bernardi, vescovo di Ostia. Invece i signori d'Italia rifiutarono di dare l'appoggio al sovrano nei suoi interessi politici. Quindi Carlo IV, dopo aver ricevuto le due corone lasciò l'Italia senza alcuna autorità.
Nel 1368 l'imperatore organizzò la sua ultima impresa verso l'Italia minacciata dalle guerre fra i Visconti da un lato, gli Estensi e i Gonzaga dall'altro. Carlo IV., accompagnato dai duchi di Sassonia, d'Austria, di Baviera, dal marchese di Moravia e da una folla di vescovi entrò nella penisola con un esercito di cinquantamila soldati. L'impresa sembrava diretta contro i Visconti a gli Scaligeri ma in realtà l'imperatore avrebbe voluto frenare tutti.
Ma anche durante questa spedizione incontrò l'avversione dei signori d'Italia. Il suo tentativo di rinsaldare il suo potere nella penisola finì con insuccesso. Durante la terza impresa l'imperatore si scontrò a Udine per l'ultima volta con Francesco Petrarca, che qui aveva il ruolo di ambasciatore della famiglia Visconti.
Quali fossero i motivi delle due ultime imprese di Carlo IV in Italia non è chiaro. Non sembra verosimile che l'imperatore abbia voluto rinnovare un governo imperiale in Italia dopo i fallimenti dei predecessori - imperatori di origine tedesca,  oppure che si interessasse molto della situazione caotica della penisola. Non si può neanche pensare che sia venuto in Italia dopo l'invito della Lega veneto-lombarda composta dai marchesi di Ferrara, da Venezia, dai Gonzaga di Mantova, dai Carraresi di Padova, che si preoccupavano della forza sempre più grande dei Visconti visto che Carlo IV cercava di tenere buoni rapporti con i Visconti di Milano. Sembra strano credere che l'imperatore sia sceso oltre le Alpi sulle esortazioni di Francesco Petrarca. Il poeta credeva ingenuamente che Carlo IV entrasse in Italia proprio per le sue invocazioni, come lo esprime in una sua lettera mandata al sovrano: «Ora si che dell'avverti colle mie povere parole eccitate io mi piaccio e mi glorio, e a te, che già dalle vette delle Alpi ti affacci, non io soltanto ma un popolo intero, ma Roma anch'essa capo del mondo, e comune madre nostra l'Italia, liete facendosi incontro, esclamano con Virgilio: Giungesti alfine, e qual m'attesi, ha vinto Pietà di madre del cammin le asprezze». In realtà l'imperatore Carlo IV desiderava aumentare il suo prestigio in Italia. Probabilmente aveva anche paura che l'Italia potesse diventare oggetto dell'interesse francese.
Pur essendo un sovrano del periodo del Medioevo, Carlo IV si interessava molto delle idee dell'umanesimo diffuse in quel tempo in Italia. Come conoscitore dell'ambiente d'Italia era affascinato dal nuovo movimento che desiderava il rinnovamento della gloria dell'Impero. Lui stesso voleva ottenere di nuovo la corona imperiale per la dinastia di Lussemburgo. Ammirava molto la grande erudizione degli umanisti come Dante Alighieri oppure Marsilio da Padova - la loro conoscenza della lingua latina, della retorica e della storia di Roma.
Il sovrano mostrò la sua relazione favorevole nei confronti degli umanisti durante il soggiorno del tribuno Cola di Rienzo in Boemia. Carlo IV lo mise in carcere e prolungò il suo soggiorno finché il papa Clemente VI non ottenne il trasferimento di Cola ad Avignone. Il prigioniero trovò nella persona di Carlo IV un grande protettore.
Nel 1351 il poeta Francesco Petrarca iniziò la sua corrispondenza con l'imperatore Carlo IV indirizzandogli la sua prima lettera. Il sovrano fu naturalmente affascinato dal linguaggio del poeta. Carlo IV fu forse anche blandito dal fatto che Petrarca nella sua persona trovò l'erede della gloria antica degli imperatori romani. Fino al 1365 il poeta inviò all'imperatore lettere piene di esaltazioni della discesa in Italia e del rinnovamento dell'Impero. Invece il sovrano dopo i fallimenti dei suoi antecessori non si interessava troppo della ricostituzione del regno in Italia. Voleva solo consolidare il suo prestigio e ottenere la corona imperiale.
Purtroppo non si sa direttamente quante lettere l'imperatore Carlo IV abbia indirizzato durante la sua vita al poeta Francesco Petrarca. Di tutto l'epistolario se ne sono conservate solo due – la prima lettera, che fu scritta nella primavera del 1351 ma che Petrarca ricevette solo nel 1353, e  la terza epistola composta alla fine del 1361 oppure all'inizio del 1362. Le risposte del sovrano erano per Francesco Petrarca molto lusinghiere. Carlo IV nelle lettere loda e celebra il grande ingegno e virtù del poeta: «Degna dell'alloro che cingi e splendida per la tua virtù  non meno che per l'affetto tuo agli occhi nostri rifulse la lettera...». Ma anche se il sovrano esprime nella lettera la sua ammirazione verso il poeta, chiaramente e esplicitamente rifiuta le idee e le convinzioni ingenue di Petrarca. Detesta il ritorno romantico del poeta al periodo della Roma antica e si rivolge piuttosto all'Italia contemporanea che è secondo lui assolutamente cambiata e diversa. Non condivide con il poeta l'idea del rinnovamento della fortezza di Roma ma realisticamente cerca di tenere l'incerta situazione d'Italia sotto controllo. Rifiuta assolutamente la guerra come mezzo per realizzare i suoi progetti. Pur avendo opinioni diverse, Carlo IV alla fine della prima lettera sollecita il poeta a continuare la loro corrispondenza epistolare. Le prove dell'esistenza delle altre lettere si possono avere da alcune parti delle epistole di Petrarca, perché molto spesso si possono scorgere delle reazioni del poeta alle risposte di Carlo IV.
Durante il suo governo Carlo IV si sentiva sempre legato dalle promesse fatte al pontefice e alla Chiesa che lo aveva aiutato a salire al trono imperiale. Petrarca invece rifiutava quell'atteggiamento del re e la sua subordinazione verso la Chiesa. Anche se il poeta esortò l'imperatore perché si preoccupasse della situazione d'Italia, il sovrano si interessava piuttosto delle cose dei Tedeschi e dei Boemi. Il re non desiderava aumentare il suo dominio in Italia.
Mentre il poeta considerava come le più importanti caratteristiche del sovrano la virtù e la gloria, «virtus e gloria», l'imperatore influenzato soprattutto dal trattato di Agostino De civitate dei considerava la carità, «caritas»,   la caratteristica principale. Carlo IV tramite questa carità voleva superare tutti gli ostacoli del suo governo.
Petrarca vedeva l'ideale del sovrano nella persona di un imperatore indipendente dai mandati della Chiesa, mentre Carlo IV si sentiva obbligato ad ubbidire ai mandati di Dio. Fra l'imperatore Carlo IV e il poeta Francesco Petrarca apparve una differenza insuperabile. Mentre la persona del poeta si avvicinava all'individualismo rinascimentale, il sovrano Carlo IV era sempre legato dal mondo del Medioevo.  
            

Conclusione

            Francesco Petrarca, grande appassionato della cultura antica, desiderò per tutta la sua vita il rinnovamento dell'Impero Romano e la ricostituzione della gloria antica dell'Italia. Vide il suo sovrano ideale e l'erede di Augusto nella persona dell'imperatore Carlo IV che salì al trono nel 1346 e con cui il poeta tenne corrispondenza dal 1351. Da quel tempo fino al 1365 Petrarca indirizzò al sovrano un numero considerevole  di epistole.
Nelle epistole mandate direttamente all'imperatore il poeta esortava continuamente Carlo IV a non aspettare e valicare le Alpi per rinnovare la grandezza dell'Impero. Gli chiede di entrare in Italia e di mettere in ordine la situazione caotica dell'Italia.
Nelle sue lettere scritte con un'eloquenza così eletta e appassionata il poeta usa tanti esempi della virtù antica. Da un lato cita i brani di grandi autori antichi come Virgilio, Oratio o Juvenale, dall'altro racconta le storie degli eroi romani come Cesare, Scipione o Augusto. Ci sono delle parti dove Petrarca parla a Carlo IV con le parole dell'avo di Carlo, Enrico VII di Lussemburgo, e lo persuade  a entrare in Italia. Non mancano invocazioni che la città di Roma, rappresentata dalla persona di una donna vecchia, rivolge direttamente all'imperatore.
Nelle lettere, molte volte sono usate affermazioni patetiche su un'Italia che soffre e ripone tutta la sua speranza nella persona dell'imperatore. Il poeta rivela da un lato i propri sentimenti, umori, idee e atteggiamenti e dall'altro descrive fedelmente la situazione italiana molto caotica.
Nel 1365 la corrispondenza tra il poeta Francesco Petrarca e l'imperatore Carlo IV finì.
Il poeta probabilmente perse la speranza del rinnovamento della gloria dell'Impero Romano tramite la persona del sovrano Carlo IV. Sparì definitivamente il coraggio di ripetere le invocazioni già tante volte inutilmente scritte.
Nelle persone di Francesco Petrarca e di Carlo IV si incontrarono due mondi diversi. Mentre il poeta già si avvicinava all'individualismo rinascimentale, il sovrano Carlo IV era sempre legato dalla rigidità del mondo del Medioevo.     

 

 

Abbreviazioni:

 

Fam.                      Fracassetti, Giuseppe [Ed.]: Lettere di Francesco Petrarca: delle cose
familiari libri ventiquattro lettere varie libro unico ora la prima volta
                   raccolte volgarizzate e dichiarate con note. Volume I – V. Felice le
Monnier, Firenze, 1863 – 1867.

 

Sen.                        Fracassetti, Giuseppe [Ed.]: Lettere senili di Francesco Petrarca. Volume
                              I – II. Successori le Monnier, Firenze, 1870.

 

Canz.                      Dotti, Ugo [Ed.]: Canzoniere di Francesco Petrarca. Donzelli, Roma,
1996.

 

Bibliografia

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Dotti, Ugo [ Ed.]: Canzoniere di Francesco Petrarca. Donzelli, Roma, 1996.

Fracassetti, Giuseppe [Ed.]: Lettere di Francesco Petrarca: delle cose familiari libri ventiquattro lettere varie libro unico ora la prima volta raccolte volgarizzate e dichiarate con note. Volume I – V.  Felice le Monnier, Firenze, 1863 – 1867.

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http://www.jstor.org/pss/2853305


              Fam. IXX, 1, 2.

              Fam. XIX, 3, 9 a 11.

              Fam. XIX, 3. 10.

              Fam. XIX, 2.

              Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 303.

              Fam. XIX, 3, 12 – 13.

              Fam. XIX, 3, 12 – 13.

              Fam. XIX, 3, 12 – 13.

              Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 304.

             Fam. XX, 1, 18.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 304.

             Fam. XIX, 12, 2.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 212.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 314.

             Ibidem, p. 314.

             Fam. XXI, 1, 3 – 4.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 202

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 231.

             Ibidem, p. 208.

             Kalista, Zdenĕk: Karel IV.: jeho duchovní tvář. Vyšehrad, Praha, 1971,p. 136.

             Fam. XXIII, 2.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001, p. 228.

             Di queste condizioni della acquisizione della corona imperiale è già scritto  nel capitolo precedente.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 228.

             Rossi, Paolo: Storia d'Italia dal 476 al 1500. Edizione moderne Carresi, Roma, 1960, p. 400.

             Ibidem, p. 400.

             Ibidem, p. 401 – 402.

             Rossi, Paolo: Storia d'Italia dal 476 al 1500. Edizione moderne Carresi, Roma, 1960, p. 402.

             Kalista, Zdenĕk: Karel IV.: jeho duchovní tvář. Vyšehrad, Praha, 1971,p. 126.

             Ibidem, p. 399.

             Fam. IXX, 1, 3.

             Rossi, Paolo: Storia d'Italia dal 476 al 1500. Edizione moderne Carresi, Roma, 1960, p. 399 – 400.

             Burdach, K. – Piur, P. [Ed.]: Vom Mittelalter zur Reformation VII, Petrarcas Briechwechsel mit deutschen Zeitgenossen.Berlin, 1933, p. 12 – 16; Fam. IIX, p. 85 – 86.

             Burdach, K. – Piur, P. [Ed.]: Vom Mittelalter zur Reformation VII, Petrarcas Briechwechsel mit deutschen Zeitgenossen.Berlin, 1933, p. 134.

             Fam. IIX, p. 85 – 86.

             Fam. IIX, p. 85 – 86.

             Fam. IIX, p. 86.

             Kalista, Zdenĕk: Karel IV.: jeho duchovní tvář. Vyšehrad, Praha, 1971, p. 132.

             Fam. X, 1, 1.

             Fam. X, 1, 3 – 4.

             Fam. X., 1, 5.

             Fam. X, 1, 8 – 9.

             Fam. X, 1, 10.

             Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001, p. 231.

             Fam. X, 1, 10.

             Kalista, Zdenĕk: Karel IV. a Itálie. Vyšehrad, Praha, 2004, p. 250.

             Fam. X, 1, 26.

             Fam. XII, 1, 8.

             Fam. XII, 1, 2.

             Fam. XII, 1, 7.

             Fam. XII, 1, 8.

             Fam. XVIII, 1, 1.

             Fam. XVIII, 1, 2.

             Fam. XVIII, 1, 11 – 12.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 109.

             Fam. XVIII, 1, 17 – 18.

             Fam. XVIII, 1, 28.

             Fam. XVIII, 1, 32.

             Fam. XVIII, 1, 35.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 302.

             Fam. IXX, 1, 1.

             Fam. IXX, 1, 2.

             Fam. IXX, 1, 4.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987,  p. 302.

             Fam. IXX, 3.

             Il suo nome vero era Angelo di Pietro Stefano dei Tosetti.

             Fam. IXX, 4, 1.

             Fam. IXX, 4, 2.

             Fam. IXX, 4, 6.

             Fam. IXX, 4, 9.

             Sen., la Nota, p. 497.

             Sen. XVI, 5.

             Sen. XVI, 5.

             Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 302.

             Fam. IXX, 12, 4.

             Fam. IXX, 12, 4 – 5.

             Fam. IXX, 12, 6.

             Fam., la Nota, p. 340.

             Fam. XXI, 7.

             Fam. XXI, 7.

             Fam. XXI, 7.      

             Fam. XXIII, 2.

             Fam. XXIII, 2.

             Fam. XXIII, 2.

             Fam. XXIII, 2.

             Fam. XXIII, 2.

             Fam. XXIII, 2.

             Fam. XXIII, 8.

             Fam. XXIII, 8.

             Fam. XXIII, 8.

             Fam. XXIII, 3.

             Fam. XXIII, 3.

             Fam. XXIII, 9.

             Fam. XXIII, 9.

             Fam. XXIII, 15.

             Fam. XXIII, 15.

             Fam. XXIII, 15.

             Fam. XXIII, 15.

             Fam. XXIII, 21.

            Fam. XXIII, 21.

            Fam. XXIII, 21.

            Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001,  p. 202

            Ibidem, p. 231.

            Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001, p. 228.

            Ibidem, p. 208.

            Ibidem, p. 206.

            Kalista, Zdenĕk: Karel IV. a Itálie. Vyšehrad, Praha, 2004, p. 250.

            Ibidem, p. 250.

            Dotti, Ugo, Vita di Petrarca. Laterza, Roma, 1987, p. 109.

            Kalista, Zdenĕk: Karel IV.: jeho duchovní tvář. Vyšehrad, Praha, 1971,p. 136.

            Fam. IXX, 4; Fam. XXI, 7; Fam. XXIII, 3.

            Sen. XVI, 5.

            Fam. IXX, 1.

            Fam. XXIII, 2.

            Spěváček, Jiří: Vztahy Karla IV. k představitelům raného humanismu. In: Husitství, reformace, renesance. Sborník k 60. narozeninám Františka Šmahela. Historický ústav,  Praha, 1994,p. 800.

            «Caduca e fugacissima è la vita mortale, e comechè sia l'età tua sul più bel fiore, ratta ella  scorre e continuo si consuma?» Fam. X, 1, 3 – 4.

            «Sconvolto da tante e tanto lunghe procelle l'Impero romano, sè stesso e la speranza mille volte delusa e quasi venuta meno della pubblica salute nella tua sola virtù  tutta ripone». Fam. X., 1, 5.

            «Lelio si chiama, nome che Cicerone dice chiarissimo per gloria di sapienya e di amiciyia. Ed io dell'una lode e dell'altra meritevole al tuto estimo. L'antico Lelio ebbe ad amico Scipione» .Fam. IXX, 4.

            «Perché mon mi lascio aver dubbio che dalle fedeli esortayioni, e dai rimproveri miei offeso si chiami chi sa quanto sincero è l'amor che gli porto». Fam. XXIII, 15.

            «Vivi, o Cesare, salve, t'affretta.» Fam. IXX, 1.

            «la speranza» Fam. X, 1.

            «la Fortuna» Fam. XII, 1.

            «la gloria» Fam. IXX, 1.

            « l'immortalità» Fam. IXX, 1.

            « la fiducia» Fam. IXX, 4.

            «la benevolenza» Fam. XXI, 7.

            «l'amore» Fam. XXI, 7.

            «il favore» Fam. XXI, 7.

            «l'autorità» Fam. XXIII, 8.

            «...cosi grande, cos bella, cosi matura, cosi orrevole speranza mai non avere alcun principe di spontanea sua voglia abbondonato». Fam. IXX, 12, 4.

            «Te i lieti colli aspettano, e i limpidi fiumi: te le città, le ville, e i buoni tutti attendono con infiammato desio.» Fam. X, 1.

            «E  che altro aspetti tu? Che torni il Po alla sua sorgente?» Fam. XVIII, 1, 28.

            Dotti, Ugo, Petrarca civile. Donzelli editore, Roma, 2001, p. 202.

            Kalista, Zdenĕk: Karel IV. a Itálie. Vyšehrad, Praha, 2004, p. 250.

 

 

Autore: Petra Lukešová
Fonte: http://is.muni.cz/th/64716/ff_b/Francesco_Petrarca_1_.doc

 

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