I poeti italiani del novecento - letteraura italiana

 

 


I poeti italiani del novecento - letteraura italiana

 

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I poeti italiani del novecento - letteraura italiana

 

I poeti italiani del novecento - letteraura italiana

 

Il Novecento si preannuncia come il secolo delle grandi innovazioni che, partite dal campo scientifico,(Planck e la Fisica quantistica, Einstein e la teoria della relatività, De Saussurre e una nuova concezione della lingua, Freud e la scoperta dell’inconscio, per citare alcuni grandi nomi), si ripercuotono in ogni aspetto della cultura, dall’arte alla musica alla letteratura… dando luogo a forti spinte rivolte al cambiamento della tradizione: nascono le Avanguardie(1900-1918).

Parigi diventa capitale culturale di una Europa attraversata da venti nuovi in un periodo di piena Rivoluzione industriale, un periodo in cui il nome del padrone di una catena di grandi magazzini inglesi (Liberty)diventa quello di uno stile e ogni oggetto diventa merce.

L’artista sente la necessità di riportare gli oggetti di uso comune, oggetti già pronti, alla dignità di oggetto artistico e così un orinatoio diventa la Fontana di Marcel Duchamp che pensa anche di carnevalizzare in modo fortemente ironico con un folto paio di baffi  la Monna Lisa, oggetto artistico per antonomasia.

Si sviluppa la tendenza a rompere con i principi artistici tradizionali .

In pittura, per esempio, si mette in discussione la prospettiva (Picasso, Le demoiselles de Avignon, 1907) e in poesia il verso tradizionale, basato sul numero di sillabe e sugli accenti, viene sostituito dal verso libero e c’è la generale tendenza ad una discesa dal sublime. Il poeta non è più vate,il suo ruolo messo in discussione. Carducci, Pascoli, D’Annunzio i tre poeti che credono ancora nella funzione della poesia tradizionale.

Il primo Novecento vede dunque la nascita di numerosi movimenti artistici e culturali (espressionismo, crepuscolarismo, dadaismo, cubismo, futurismo, surrealismo…) definiti avanguardie, che travalicano gli steccati di genere per cui musica, letteratura, scultura, pittura, danza e ogni altra forma di arte si fondono insieme secondo l’idea di arte totale che è di Wagner e di Carducci, di Pascoli e di D’Annunzio e anche di Nietzsche.

In pittura l’Espressionismo genera una deformazione della figura umana e usa colori molto accesi, una sorta di violenza sulla tela. I due principali gruppi, Die Brücke (Il ponte )e Der Blaue Reiter(Il Cavaliere Azzurro), quest’ultimo ad opera di Marc e Kandiskji, nascono in Germania, e poi c’è il Cubismo di Picasso che moltiplica i punti di vista alla ricerca di una struttura profonda al di là della variabilità e in seguito il Futurismo che coinvolge tutti i campi della cultura e ancora  la musica dodecafonica di Schönberg, che abbandona la scala tonale e sperimenta un metodo di composizione con 12 note non imparentate tra loro, condiziona la metrica e la poesia.

Non è una novità questa, già all’inizio della poesia italiana la spinta innovativa al passaggio dalla metrica classica quantitativa alla metrica qualitativa appartiene alla musica, la musica sacra delle sequenze e dei mottetti.

A Parigi, Apollinaire, autore francese che fa pendant con il Futurismo italiano , vicino a pittori come Matisse, Picasso, Braque e amico di Ungaretti e di Marinetti, scrive testi, spesso assenti di punteggiatura, dei quali fa parte anche lo spazio bianco della pagina, non più poesia solo per l’orecchio ma anche poesia per l’occhio (Jacobson) in cui le parole diventano segni grafici con una propria fisionomia visiva mentre André Breton scrive il Manifesto del Surrealismo (1924) in cui parla di “grammatica del sogno” ed evidente è l’influenza di Freud. Il Futurismo trova spazio anche in Russia con Majakovskji e , sempre in Russia, nasce la scuola dei Formalisti in cui linguisti e critici come Tomashevsky e Shklovsky analizzano il testo poetico o narrativo come una macchina da scomporre secondo anche i principi di De Saussurre. Infine anche nel testo letterario, così come in pittura, non si rappresenta più solo il bello estetico, ma anche il brutto e l’osceno e la follia nel tentativo di dare voce alla dissonanza , la disfasia tra la realtà e un Io che alla realtà non si accomoda più.

Inglesi, anzi americani vissuti in Inghilterra, sono Ezra Pound e Thomas Eliot i due grandi poeti che condizioneranno tutta la poesia europea.

Pound parla di Imagismo (cerca di stabilire uno stretto rapporto tra parola/verso e immagine)e poi di Vorticismo (la poesia è vista come un vortice sulla pagina che crea un caleidoscopio di parole con l’intento di arrivare ad un linguaggio che legga il profondo)che in qualche modo riprendono il Futurismo di altri paesi, ma non negano in modo violento la tradizione.

Pound inizia a scrivere nel 1917 i Cantos, opera alla quale attenderà tutta la vita. Simpatizzante per un certo periodo del fascismo e del nazismo, viene prima rinchiuso in carcere a Pisa e in seguito,  trascorre dodici anni in un manicomio criminale in America.

Qualcuno ha detto che senza Pound non ci sarebbe stato Eliot né i suoi capolavori, La terra desolata (1922) e i Quartetti(1936-1942), perché Pound gli fa da critico e taglia ciò che è sovrabbondante. Ne La terra desolata l’aggettivo desolata indica nello specifico del poema anche e soprattutto la rovina psichica e l’inaridimento emozionale e spirituale dell’uomo occidentale.

Contemporaneamente alla pubblicazione de La terra desolata, James Joyce pubblica l’Ulysses, tragica epopea dell’uomo alla ricerca non solo di una patria fisica ma della propria identità culturale e storica.

Il ricorso all’archetipo mitico, alla rivisitazione di un passato che appartiene alle origini della poesia consente di ricollegare frammenti sparsi, spesso eterogenei, della realtà che vengono poi ricomposti nel presente. È come un continuo cambio di prospettiva, un continuo relativizzare, ma al di là dei cambiamenti e della molteplicità della variabilità c’è un’idea del profondo che è proprio l’archetipo mitico, un’idea unificante che supera frammenti e variabilità.

 

LA POESIA IN ITALIA

 

In Italia, sul crinale, con uno sguardo ancora all’Ottocento ma già con una forte spinta verso il Novecento, stanno Carducci, Pascoli e D’Annunzio.

La metrica barbara di Carducci, tentativo di ripristinare la metrica quantitativa latina,  non si rivela salto nel passato ma spinta innovativa perché la matrice dei versi con numero fisso di sillabe ha in realtà come modello il distico elegiaco nella forma resa da Carducci.

Pascoli, attraverso l’onomatopea e il simbolismo, cerca di capire quale sia la prevalenza del significante in poesia.

D’Annunzio, che già nella Laus vitae sperimenta alcune forme di verso libero, mette in evidenza l’importanza della musicalità del verso.

 

Le AVANGUARDIE in Italia si esprimono attraverso tre prospettive:

  • la prospettiva crepuscolare
  • la prospettiva futurista
  • la prospettiva vociana.

 

Crepuscolare è un termine coniato da Giuseppe Antonio Borgese il giorno 1 settembre 1910 in un articolo de La Stampa su tre raccolte poetiche, Sogno e ironia di Carlo Chiaves, Poesie provinciali di Fausto Maria Martini, Poesie scritte col lapis di Marino Moretti, che abbandonano i titoli aulici della tradizione e ci regalano poesie scritte a matita, poesie che stanno in provincia, poesie sospese tra sogno e ironia, scritte con toni a volte sommessi a volte ironici all’interno delle quali ci si muove in punta di piedi e dalle quali scompare il poeta vate ed emerge invece la marginalità della voce poetica. È un modo di far poesia che fa dire a Borgese che la poesia italiana sembra spenta in un “mite e lunghissimo crepuscolo cui forse non seguirà la notte” , “poesia del triste far niente” , poesia di chi non ha nulla da dire.

Ma la voce di poeti del calibro di Corazzini, Govoni, Gozzano, Palazzeschi… condita di ironia o venata di tristezza, ha tanto da dire, da comunicare.

C’è però in tutti la consapevolezza che il poeta non ha più ruolo e il disagio di un tempo che tutto meccanizza e mercifica e rende marionette senz’anima. Subentra la vergogna d’essere poeta. Bisognerà aspettare il 1916 e le parole di Ungaretti “…sono un poeta, un grido unanime, sono un grumo di sogni…”prima che il linguaggio della poesia torni ad essere corale e a dare voce ai sogni.

E tuttavia il poeta non tace.  Tra il 1903 e il 1911, contemporaneamente a quelle di Pascoli e D’Annunzio, poeti della tradizione, numerose sono le opere dei crepuscolari.

 

ALCUNE DATE

 

1903: nell’anno delle Laudi di D’Annunzio e dei Canti di Castelvecchio di Pascoli, Govoni pubblica le raccolte Fiale e Armonia in grigio et in silenzio.

 

1904: L’amaro calice e Le aureole sono le raccolte di Corazzini mentre Moretti    pubblica Fraternità, la sua prima raccolta.

 

1905: Palazzeschi pubblica a sue spese la raccolta Cavalli bianchi, edizioni Cesare Blanc (in realtà la casa editrice non esiste, Cesare Blanc è il nome del gatto del poeta)

 

1906: Pascoli pubblica Odi e inni e Corazzini Il piccolo libro inutile e Libro per la sera della domenica.

 

1907: Govoni pubblica Gli aborti, Gozzano La via del rifugio e Palazzeschi Lanterna.

 

1910: Palazzeschi pubblica L’incendiario, per la prima volta non a proprie spese e dedica l’opera a Marinetti.

 

1911: Moretti pubblica  Poesie scritte col lapis e Poesie di tutti i giorni e Gozzano I colloqui (titolo particolare, i colloqui sono in genere prerogativa della prosa e non della poesia)

 

Le poesie tra il 1903 e il 1911 vengono pubblicate prima in rivista e successivamente edite in raccolte. Sono gli anni in cui la rivista letteraria segna la temperatura di ciò che sono la poesia e la letteratura. Tra le riviste più importanti ricordiamo:

Poesia, Lacerba, La voce, Il convito, Il Mazzocco, La riviera ligure, quest’ultima pubblicata a Genova e sponsorizzata dall’Olio Sasso, caso primo e unico di rivista letteraria sponsorizzata da una merce.

A parte le riviste letterarie, altro segno dei tempi sono i Manifesti.

Il 21 febbraio 1909 a Parigi, Marinetti, che vuole dare al proprio documento connotazione europea, pubblica in francese sul quotidiano Le Figaro il primo Manifesto futurista e solo due mesi dopo pubblicherà il documento in italiano con il titolo Uccidiamo il chiaro di luna!

Il manifesto del futurismo è scandito da tutta una serie di manifesti relativi ai vari generi legati al futurismo. Nel 1912 viene pubblicato il Manifesto tecnico del movimento futurista che spiega quali sono gli strumenti per esprimere i principi ideologici del movimento. Per esempio riguardo alla letteratura:

  • distruzione della sintassi (considerata una gabbia, una forma di costrizione)
  • immaginazione senza fili (ovvero senza un ideale burattinaio che manovri l’immaginazione)
  • parole in libertà (verbi non coniugati, abolizione degli aggettivi e degli avverbi considerati superflui e ridondanti)
  • abolizione della punteggiatura
  • immissione nella poesia anche di numeri e di segni tipografici di varie dimensioni per dare alla pagina anche carattere visivo

e altro ancora.

 

Il Futurismo celebra il mito della modernità e cerca un linguaggio che a questo mito dia espressione accelerando la storia e il tempo attraverso uno slancio verso il futuro, dando espressione artistica alla società industriale e tecnologica.

Ecco che il mito diventa la macchina con tutti i suoi congegni e mito anche la velocità che la macchina consente.

Ma la macchina distrugge l’individuo e l’uomo si fa prima marionetta e poi robot dai movimenti concitati,ricorsivi, accelerati. In tutto questo si sente molto l’influenza del neonato Cinema.  Nell’espressione cinematografica il movimento, la gestualità accelerano o rallentano a piacimento e c’è la possibilità di mettere a fuoco i dettagli, di ingrandirli a dismisura determinando una iperrealtà che tende poi alla dissolvenza e in un tempo non più assoluto che può essere accelerato o rallentato a seconda del sentimento con il quale viene percepito.

A tutto questo non riesce a sottrarsi la poesia. L’Io lirico perde la sua centralità nel tempo in cui a poco a poco si fa marionetta e nel perderla la affida agli oggetti, quegli oggetti industriali che fagocitano e tendono a diventare soggetti.

Nel mondo di oggi siamo ormai arrivati al limite del capovolgimento tra soggetto e oggetto, ma i prodromi erano allora, nell’Avanguardia storica , nell’industrializzazione dei primi anni del Novecento.

 

Fonte: http://omero.humnet.unipi.it/matdid/66/SINTESI%20FINALE%20COMPLETA.doc

Sito web da visitare: http://omero.humnet.unipi.it

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