Lezioni moda

 


 

Lezioni moda

 

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Lezioni moda

 

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I prodotti moda non soddisfano dei bisogni personali quanto piuttosto dei “non-bisogni” sociali: non si acquista un vestito, un paio di scarpe o un profumo perché si deve soddisfare una necessità primaria; lo si fa invece perché quel vestito, quelle scarpe e quel profumo, appartengono al piacere di vita, all’aspirazione di realizzare un proprio desiderio inespresso. Si tratta quindi di soddisfare un non-bisogno del consumatore, di offrirgli un prodotto che sia al tempo stesso esteticamente bello e funzionalmente efficiente. Il giudizio sull’utilità e la bellezza di un prodotto diventa quanto mai relativo: esso acquista una sua funzionalità nella considerazione dell’individuo e non tanto sulla base di una valutazione oggettiva. Il fatto che il prodotto di moda soddisfi un “non-bisogno” non è l’unico elemento di differenziazione rispetto ad altri prodotti “tecnologici”. La moda si rivolge a un consumatore che ha dei non-bisogni sociali: con ciò ovviamente non intendiamo dire che l’abito, le scarpe o il profumo siano consumi fatti sulla base del proprio contesto sociale né che essi rappresentino uno “status symbol”. Queste valutazioni sono ormai superate: la moda è ormai una scelta individuale in cui certamente incidono i fattori sociali, che però hanno un’importanza relativa rispetto al giudizio personale dell’individuo. L’accezione sociale della scelta dei prodotti moda è invece relativa al fatto che l’individuo tende a scegliere ciò che manifesta la propria identità. I capi d’abbigliamento sono degli strumenti di relazione, che consentono di trasformare in qualcosa di fisico la propria personalità e quindi di poterla comunicare agli altri.

 

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Solo facendo parte di un gruppo ed essendo accettato da esso come membro posso farmi  notare e valutare per quello che sono dal gruppo stesso. Dunque prima di tutto uniformarsi, per non essere alieni, poi mostrare la nostra individualità.

La natura ci ha insegnato questo in milioni di anni di evoluzione, il gruppo era più sicuro, e dava maggiori chances di sopravvivenza, comportava la necessità di avere caratteri dominanti e caratteri più remissivi per consentire una gerarchia e generava un ristretto numero di individui che dettavano le regole e un gruppo vasto che in misura variabile si uniformava ad esse a pena dell'esclusione.

 

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dunque io sono eguale agli altri, devo appartenere al gruppo, la mia immagine deve in prima istanza definire la mia appartenenza  a quel gruppo ma una volta solidamente al suo interno, fugato il pericolo di essere un isolato, un solitario, posso manifestare una mia particolare individualità, essa non deve contraddire i dettami del gruppo ma può valorizzare o mimetizzare alcune caratteristiche particolari che io voglio trattare in modo opportuno.

Questo tipo di approccio prevalentemente inconscio e istintivo può essere variamente deliberato in alcuni soggetti.

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ecco il motivo del successo di molte attività aggregative,  che nel bene e nel male costituiscono manifestazioni massive della nostra società e che possono essere vissute come gioiose, accanite, rissose o guerresche.

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E' proprio nella capacità di colpire la parte di ognuno di noi che resta caratteristica dell'individuo e che meglio secondo ognuno di noi ci descrive  che la moda coglie uno dei suoi più importanti bersagli motivazionali all'acquisto del bene.

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Per fortuna ancora oggi i pubblicitari non sanno in realtà come far funzionare bene le cose e rimane ancora vera l’affermazione di un pioniere dei supermercati: “Metà del mio budget di pubblicità è sprecata. Il problema è che non so di quale metà si tratti” (John Wanamaker). E in un mondo competitivo e in crisi come questo, probabilmente la pubblicità sprecata è molta di più e mette a rischio la sopravvivenza di molte aziende. Soprattutto quella che usa la sessualità: sembra ormai dimostrato che attira molta attenzione, ma nella maggior parte dei casi la devia dal prodotto e non spinge all’acquisto. Funziona meglio l’amore.

Pure l’attività di “product placement”, che consiste nell’inserire i prodotti da promuovere nelle trame dei film, si è ormai inflazionata fino all’inverosimile e produce degli effetti bassissimi. L’inflazione pubblicitaria sta bruciando più soldi di alcune inflazioni monetarie, facendo leva sul nostro desiderio atavico di aumentare lo status sociale (che facilita il successo sessuale e riproduttivo). Quindi molti marchi stanno morendo e molti altri sono già in sala rianimazione o al pronto soccorso.  

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Lindstrom è una delle cento persone più influenti del mondo, è un esperto globale di “branding” e cerca “di capire come pensano i consumatori, perché acquistiamo o non acquistiamo un prodotto o l’altro – e che cosa possono fare marketing e pubblicità per dare nuova vita a prodotti incerti, zoppicanti, fermi o semplicemente proprio schifosi” . E una risposta è questa: occorre privilegiare le emozioni, i sentimenti, i sensi. Bisogna quindi rivolgersi ai colori, ai profumi e alla musica, perché circa il 90 per cento del comportamento di acquisto è inconscio

Le spiegazioni razionali sono insufficienti e le ricerche di mercato (gli studi di larga scala più quantitativi) e i focus group (i piccoli gruppi sottoposti alle indagini più qualitative) non sono più in grado capire cosa vogliono “veramente i consumatori. E questo perché le nostre menti irrazionali, inondate di pregiudizi culturali radicati nella nostra tradizione, nell’educazione e in tutta un’altra serie di altri fattori subconsci, esercitano un’influenza potente ma nascosta sulle scelte che compiamo. Le tecniche di neuroimaging (neuro-immagini), sono le più affidabili metodologie di studio poiché misurano l’afflusso di sangue (la fMRI, tecnica più lenta e precisa) o l’attività elettrica nelle diverse aree cerebrali

La novità dell’idea di Lindstrom è stata quella di combinare le due tecniche e di costituire un “campione” globale di consumatori. Infatti gli studi si sono concentrati su cinque paesi: l’America, perché è il paese di Madison Avenue e di Hollywood; la Germania, perché è il paese più avanzato al mondo per quel che riguarda il neuromarketing; l’Inghilterra, per gli studi sulla pubblicità subliminale di Gemma Calvert ; il Giappone perché non esiste un posto più difficile e complicato al mondo in cui lanciare un nuovo prodotto; e la Cina, perché è di gran lunga il maggiore fra i mercati emergenti del mondo.

Però, da un certo punto di vista, queste attività si svolgono quasi sempre ai confini della moralità, mirando spesso a condizionare più o meno visibilmente le scelte dei cittadini: le scansioni cerebrali sono una specie “di super-dispositivo di lettura della mente” che minacciano la riservatezza e la libertà mentale. E il rischio è maggiore nel caso di società private.

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Per quanto riguarda i nuovi marchi, negli Stati Uniti 8 prodotti su 10 falliscono nell’arco dei primi 3 mesi di vita e in Giappone si arriva a 97 su 100. Dunque i lanci razionali e promozionali risentono ancora di numerosi limiti e le emozioni sono più importanti: danno valore alle cose e facilitano il ricordo. Anche in economia e politica la paura funziona meglio: si ricordano meglio le emozioni negative suscitate dalle parole, perché preferiamo evitare un dolore, anche se amiamo le cose piacevoli. Tutto ciò è spiegabile dal punto di vista evolutivo: in natura anche se c’è molto cibo a disposizione è molto meglio rimanere fermi e tranquilli se ci sono dei predatori o dei pericolosi concorrenti umani nei paraggi.

Tra le altre cose, questo giovane antropologo dello shopping si è occupato anche della dipendenza da nicotina e ha trovato che le scritte e le foto dissuasive sui pacchetti delle sigarette non servono a nulla e forse anche per questo motivo sono state utilizzate dalla politica per sistemare un po’ di coscienze. Ad esempio nel Regno Unito il vizio del fumo e l’abuso della sigaretta ha provocato dodici volte il numero dei morti rispetto a quelli dovuti alla seconda guerra mondiale.

Comunque anche uno studioso italiano ha dato un contributo importante a questa nuova scienza: Giacomo Rizzolatti ha già pubblicato due libri. L’ultimo si intitola “Nella mente degli altri: neuroni specchio e comportamento sociale” . Un esempio di “gesto finalizzato specchio” che è diventato famoso, è la fetta di limone infilata dentro alla bottiglia di birra, un “semplice rituale, che non ha nemmeno trent’anni, inventato di sana pianta da un barista in una serata morta”. Invece, passando a cose più serie, segnalo una rivista on line alle persone interessate agli studi cerebrali di carattere psicopatologico e neurologico.

In sintesi possiamo affermare che ogni persona è un po’ schizofrenica e lotta ogni giorno per scegliere la sicurezza dell’abitudine o lanciarsi nel rischio dell’avventura dei sensi, cercando di evitare per quanto possibile i dispiaceri, in quella sperimentazione e rotazione dei piaceri che consente di vivere l’illusione della felicità. E il collegamento tra marketing e religione è la considerazione più interessante del saggio. Infatti religioni e “grandi brand” condividono dieci caratteristiche: “senso di appartenenza; una visione chiara; potere sopra i nemici; fascino sensoriale; storytelling (narrazione); grandezza; evangelismo; simboli; mistero; rituali”.

Tutti noi abbiamo bisogno dell’illusione del controllo e di rituali mattutini che ci preparino alla nuova battaglia quotidiana, che ci consentano di mangiare in compagnia e che ci permettano di essere desiderabili fisicamente (la cura dell’igiene personale e dell’abbigliamento). E che infine ci possano “proteggere dal futuro” in assenza della nostra coscienza: cioè le attività di controllo su figli, animali e casa prima di andare a dormire. Ma dopotutto la mente è complessa e incerta quanto il mondo e “provare a tracciare confini rigidi attorno alla coscienza è come cercare di appiccicare dei post-it all’oceano”

La centralità del consumo giovanile impone alle aziende assoluta vigilanza sui prodotti e i fenomeni che interessano l’universo giovanile, non solo per la capacità di spesa che essi possiedono, ma perché il modello di consumo prevalente è oggi centrato proprio sul consumo giovanile. “Il mercato del consumo giovanile tende oggi ad espandersi incredibilmente e gli stili di vita che una volta identificavano le varie generazioni, tendono a confondersi e integrarsi”, ad esempio alternando indifferentemente il vestito formale al jeans. Il 2° millennio si chiude con una profonda modificazione dello scenario socio-culturale con l’emersione del “nuovo giovane”, un’entità difficile da classificare perché non più identificabile da uno stile di vita determinato e da precisi confini anagrafici.
La moda, nel corso degli ultimi decenni, ha acquistato sempre maggiore importanza presso i giovani; se negli anni ’60 i ragazzi puntavano più che altro a distinguersi dalla “corrotta e comunista” società borghese, utilizzando abiti semplici e poveri (l’eskimo, i jeans, le minigonne), oggi invece, la moda tra i giovani copre un ventaglio d’interessi e di motivazioni più ampio. L’immagine corporea e i vestiti, innanzi tutto, sono un elemento di supporto nel processo d’integrazione del sé; il tentativo è quello d’appoggiarsi ad oggetti esterni per facilitare l’emergere di rappresentazioni di una parte di sé, cui si sta cercando di dare più valore ed importanza.

 

 

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La grande marca può fare leva sulla inconscia deduzione che per diventare grandi occorre avere qualità, ma può anche puntare sulla strategia spesso vincente che associa ad un intrinseco concetto di qualità anche una spiccata capacità di essere “IN” cioè di fare tendenza, questa particolare capacità non è legata ad un concetto di grande ditta ma di grande brand cioè di ditta in grado di interpretare la moda “giusta”, e questa capacità può essere detenuta da grandi ditte ma anche da piccole realtà produttive di punta e di tendenza, ma comunque sempre da grandi brand.

Il consumatore viene assolto dal brand dalla faticosa scelta dell'oggetto da indossare, e delega in tutto o in parte la tranquillità di avere scelto bene alla capacità che il brand ha di dare sicurezza  di essere accettati.

In principio c'era solo lui: Scott Schumann, in arte "The Sartorialist". Fu il primo a pubblicare gli scatti delle persone eleganti che incontrava per la strada. Recentemente i suoi scatti più belli sono finiti in un libro e il suo nome figura tra quelle 100 persone in grado di influenzare lo stile, secondo l'autorevole Times.

Il segreto è andare nel posto giusto: fuori dalle sfilate di moda, nei quartieri della movida in ogni metropoli del mondo e aspettare che passi il tipo giusto, il Beautiful Stranger - come il nome di uno dei fashion blog più celebri .


Le foto catturano tendenze in diretta da ogni angolo del pianeta. Interi look, dettagli, spunti e particolari. Da copiare o solo da ammirare. "Non sarò mai elegante e bella come Julia Roberts - osserva oggi sul Wall Street Journal Christina Binkley - perché non ho una legione di stilisti e aiutanti. Ma lo stile di "Tizio", fotografato per la strada, mi sembra più raggiungibile"

Da qualche tempo, questi osservatori di tendenze sono diventati gli ospiti più ambiti delle sfilate: siedono in prima fila, armati di portatile, al fianco delle giornaliste più celebri e agli onnipresenti vip, per catturare in uno scatto lo shining: quel luccichio che rende un semplice completo il look definitivo.

La tendenza ha anche un riflesso economico, come racconta il WSJ intervistando Abby Wallach e Melissa Fedor, le signore dietro al sito Beautiful Strangers.
Le immagini possono infatti influenzare i lettori portandoli ad imitare lo stile. Per questo BeautifulStranger offre link per acquistare l'abbigliamento e prodotti di bellezza. Anche se non sembra volerti vendere alcunché.

 

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L'acquisizione di Bulgari da parte del gruppo francese Lvmh è stata riportata con evidenza ieri dai media internazionali, attenti al rilievo che il polo del lusso sta conquistando nel mondo. È una notizia che si presta a più di una lettura e che aiuta a farci ragionare sul risalto posseduto dai marchi italiani. Perché Bulgari è innanzitutto un marchio italiano: in esso si concentrano qualità, stile, una tradizione specifica che è riconosciuta come appannaggio del nostro paese.

Sarebbe semplicemente impensabile la costituzione di un polo del lusso che non incastonasse i marchi italiani, simboli di prestigio qualificanti, ai quali non si può rinunciare. E non c'è dubbio che il sistema globale continua a valorizzare l'imprinting italiano dei prodotti di successo. Ogni giorno vengono nuove conferme circa il perdurante appeal che mantengono alcune sigle in cui vibra un netto accento italiano.
Ancora ieri a Toluca, in Messico, Sergio Marchionne ha parlato delle attese riposte nella 500 per rilanciare la presenza Fiat in America, che sono affidate a un'auto tra le più fortemente connotate dall'impronta italiana. Anche in quel caso gioca fortemente l'identificazione del prodotto col paese da cui ha avuto origine, seppure le 500 usciranno da una fabbrica messicana, con una potenzialità di 120mila vetture all'anno a partire dal prossimo autunno.
Esistono quindi marchi e prodotti che traggono alimento e spinta da un'immagine consolidata, che racchiude una notevole capacità di evocazione presso il pubblico. Altrimenti non si capirebbe il reiterato interesse per il marchio Alfa Romeo manifestato dalla Volkswagen, pronta a inserirlo tra i suoi brand. D'altronde, la casa tedesca è stata determinata nell'assicurarsi il controllo di un designer come Giugiaro, consapevole del valore che può apportare alla sua produzione. I marchi celebri restano perciò una ricchezza per il nostro paese, a cui si può ancora attingere.
Certo, la differenza sostanziale consiste nel fatto di riuscire a detenere, dietro quelle sigle famose, una capacità progettuale e produttiva che può benissimo prescindere dai gruppi imprenditoriali a cui fanno riferimento i marchi. Spesso, d'altronde, com'è inevitabile, i marchi passano di mano, senza che i clienti finali ricordino in maniera definita quali imprese ne siano momentaneamente in possesso. Così, per esempio, la Ducati è passata sotto il controllo di investitori stranieri e poi di nuovo in prevalenza italiani, senza che ciò abbia intaccato carattere, qualità e struttura produttiva di una casa motociclistica ovunque riconosciuta come italiana. Non è la proprietà, quindi, il nodo dirimente per giudicare se un'attività resta saldamente nel patrimonio imprenditoriale e produttivo dell'Italia. Ciò che conta è non disperdere i contenuti progettuali e realizzativi in grado di salvaguardare la vitalità di un marchio nel tempo, la sua capacità di rigenerarsi, di concorrere alla forza della nostra base economica e industriale.

 

Ciò detto, merita soffermarsi sulle motivazioni che hanno la cessione delle quote di maggioranza di Bulgari al gruppo Arnault. Francesco Trapani, il rappresentante della famiglia Bulgari che ha guidato l'azienda, ha parlato del cambio di profilo della struttura imprenditoriale che si attua con la cessione. In concreto, ha spiegato Trapani (che guiderà la divisione orologi e gioielli di Lvmh), si tratta di arrivare a una combinazione tra il know-how di Bulgari e le dimensioni del gruppo francese. L'anno scorso Bulgari ha fatto segnare un +15% che ha portato il suo giro d'affari a superare il miliardo di euro. Una dimensione importante, certo, ma che rimane lontana da quella del colosso francese del lusso, con un fatturato superiore di 20 volte. Nel medesimo tempo, la divisione di cui Trapani andrà ad assumere la responsabilità appariva la meno soddisfacente, sicché con l'incorporazione del soggetto italiano si amplieranno in modo significativo presenza di mercato e chance di Lvmh.
Ora, il punto è questo: tutto bene in questa logica d'integrazione, ma perché l'Italia, con le sue imprese e il valore dei suo marchi, non è quasi mai protagonista di aggregazioni internazionali? È giusto che le sue attività siano attrattive, specie quando dimostrino di essere in grado di far affluire investimenti tali da preservarne la specializzazione e la base produttiva, ma può un paese di 60 milioni di abitanti, con la storia imprenditoriale che ha, essere costretta a far sempre da preda e mai, o quasi, da cacciatore?

Qui c'è un limite dell'evoluzione recente del nostro sistema economico su cui varrebbe la pena di soffermarsi, magari a margine di uno dei tanti incontri dedicati a discutere del percorso della nazione in occasione dei 150 anni dell'Unità. Più o meno nel corso dell'ultimo ventennio, l'Italia non ha smarrito solo la capacità di crescere, ma anche le sue ambizioni per i progetti di espansione delle sue imprese oltre i confini nazionali. Dopo l'inizio degli anni Novanta, in concomitanza con Tangentopoli, abbiamo dismesso i piani per diventare più grandi come soggetti economici, come se fossero sproporzionati rispetto alle nostre forze. È un limite che va superato, se si vuole restituire nerbo al nostro sviluppo.

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status simbol 

Elemento caratteristico dell’aspetto e del comportamento (spesso l'acquisto di un oggetto di consumo costoso o raro) che tende a dimostrare esteriormente che il possessore ha raggiunto un determinato status sociale o un livello di ricchezza personale o di potere.

La pulsione ad acquistare o possedere questi beni materiali deriva da alcuni aspetti dell'inconscio che spingono gli individui con personalità meno sicure ad utilizzarli per affermarsi, distinguersi, omologarsi, farsi accettare dallo strato sociale a cui appartengono o nel quale desiderano inserirsi.

Questi comportamenti vengo intercettati dai produttori e dai commercianti di alcuni beni per spingere sempre nuovi e più costosi consumi dove il valore intrinseco del bene proposto è inferiore al prezzo richiesto. In molti casi proprio il prezzo elevato è - di per sé stesso - una componente del valore e quindi della qualificazione sulla condizione sociale apparente del detentore o dell'utilizzatore.

Quale differenza effettiva di valore intrinseco può esserci tra un vestito da 100 $ ed uno da 5.000 oppure tra un orologio da 100 €uro ed uno da 10.000. Entrambi i tipi di oggetto assolvono, più o meno bene, alla loro funzione fondamentale in modo non troppo dissimile. La vera differenza sta nella moda, nella notorietà, nell'esibizione, nella sicurezza che può infondere la possibilità (economica) di poter acquistare un oggetto molto costoso.

Il seguire una moda (costosa) o l'ostentazione di oggetti e stili di vita lussuosi sono comportamenti che - tutto sommato - sono inclusi e in larga parte accettati dal vivere in società, sia quando è possibile e consentita una certa mobilità tra diversi strati sociali, come quando la divisione tra i gruppi è più rigida.

In singoli individui o in gruppi omologati, la ricerca della propria affermazione sociale attraverso la messa in evidenza di oggetti e consumi di  lusso può raggiungere livelli parossistici e compulsivi tali da innestare un circolo vizioso che tende solamente a giustificare se stessa.

 

Si possono ravvisare - in questi casi - degli aspetti psico-patologici che sottindendono una rinuncia all'affermazione del proprio IO attraverso la crescita delle qualità esistenziali, morali e conoscitive a vantaggio della propria imposizione forzata agli altri attraverso la proiezione di una immagine della propria ricchezza o della capacità reddituale.

Il fenomeno, poi, delle mode ed il seguire pedissequamente quanto imposto da altri o dal gruppo, sottindende, specialmente in individui con personalità più debole, la rinuncia a ricercare un proprio modo personale e originale di comportamento e di proiezione del proprio essere.

Tuttavia  occorre anche valutare con attenzione che il proprio modo di vestire è un mezzo di comunicare! Da qui parte l' uso di essere o non essere alla moda che sempre è...una modo di presentarsi cioè una "moda". Attenzione che la "moda" non è solo un modo di vestire. Fa "moda " anche il comportarsi il frequentare il dire parole l' esprimere concetti cosiddetti "politicamente corretti". Quindi partendo dal modo di comportarsi di un individuo puoi passare  alla sua analisi psicologica. La "moda" ha oggi al mondo un' importanza assoluta perché le persone che vogliono incidere sul mondo con il loro lavoro e la loro immagine hanno bisogno  di comunicare e quindi di "mode". Non si può sminuirne l' importanza con il concetto troppo  riduttivo che lega la moda soltanto ad una insicurezza degli individui di una società per lo più troppo veloce ed incomprensibile per essere dominata. .

 

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Oggi la moda percorre in modo scientifico la strada intrapresa da alcuni pionieri che postulava:

non si deve creare un prodotto e cercare di farlo diventare di moda, ma piuttosto creare la moda attorno ad un prodotto, creare una aspettativa e poi fornire il prodotto che la soddisfa, è più economico e più efficiente. Le grandi agenzie  di moda ed i loro Hub oggi sono dei sofisticati meccanismi strutturati proprio per dare questa risposta ai grandi brand.

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E se questo è valido per le mode, questo è ancora più efficiente ed efficace nella costruzione degli hobby,  interessi e passioni, che muovono capitali enormi e che grazie a questa azione di pianificazione prevantiva possono essere pienamente soddisfatti tramite un indirizzamento efficace, che se ben costruito  lascia in ciascuno la sensazione di essere originale e spontaneo.

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La capacità delle “firme “ di creare valore aggiunto notevole con minimi investimenti concentrati nel “bene”, deriva dai precedenti investimenti che la ditta ha voluto e saputo fare, con successo, nell'immagine globale che il mondo ha di lei.

Quando questa immagine è stata formata, e solidamente innestata nella mente dei consumatori, il semplice appartenere a questo brand consente ad un oggetto di diventare “ambito”, e di costituire di per se,  indipendentemente dal valore reale dell'oggetto, un valore che il cliente vuole acquistare e senza il quale non si sente adeguato allimmagine che deve o vuole dare di se.

Cliente FAN: il ruolo del cliente diviene simile a quello del fan . Egli va soddisfatto e compiaciuto poiché “la customer satisfation non è fine a sé stessa, vale in quanto generatrice di fedeltà e riacquisto, assume, quindi, un valore economico: è generatrice di vendite future”. Da qui il cliente diviene oggetto di complesse raccolte dati e misurazioni che forniscano input per massimizzarne la profittabilità.

 

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In sostanza la moda risponde ad alcune delle nostre paure e ci lascia la sensazione di governare scelte e percorsi che in realtà sono gestiti da altre entità o spesso non sono gestiti affatto,

Nella società più elementare e nelle complesse e strutturate società occidentali la paura dell'uomo è sempre la stessa, la  novità ci attira, ma è portatrice spesso di rischi enormi e abbiamo necessità di sapere che non siamo soli ad affrontarla. Vorremmo essere i primi, ma solo se siamo sicuri che è una novità che ci aiuta,  e dunque qualcun'altro deve esserci arrivato prima.

 

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sovvertire le mode canoniche e le usanze è un potente metodo per affermare nuove personalità, nuovi processi, nuove idee.

L'operazione molto rischiosa tende a finire in un flop se non supportata da un'idea di base vincente, Ma se questa base esiste,  e se le strategie di comunicazione sono adeguate, la capacità d'immagine della sovversione e la sua capacità di insediarsi nella mente dell'osservatore su immagini e concetti già esistenti ma fondamentalmente diversi,   costituisce appunto la capacità di  leva per scardinare i concetti precedenti ed insediarvisi al loro posto restando in evidenza.

 

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la sicurezza, il richiamo istintivo, la sovversione delle regole, la qualità, la tenerezza. Questi sono alcuni dei passepartout che gli studi pubblicitari sulla moda usano per forzare la diffidenza innata del consumatore. Per ogni utente la chiave varia fra un certo numero di possibilità, per questo ogni immagine punta soltanto ad un parziale dei possibili compratori del prodotto.

 

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la moda con al sua potente capacità di direzionamento delle coscenze, di per se contiene una componente aberrante, forzando i suoi protagonisti, le sue comparse, i suoi attori a comportamenti guidati in tutto o in parte, può generare dei mostri e questi mostri talvolta compaiono di fronte a noi o accanto a noi, e possono essere dei piccoli mostri quasi  innocui, o  temibili  e feroci che portano alla morte e alla distruzione. Di corpi e coscenze.

Può non interessarci da dove viene un prodotto, può non interessarci chi lo produce e come si lavora per produrlo, può non interessarci come si ricavano le pellicce o come si fanno le cuciture, chi fa il ricamo o come si produce il filato o quanta natura abbiamo distrutto per avere l'oggetto dei nostri sogni, può non interessarci quanti esseri abbiamo smarrito per arrivare alla fine.

 

 

Fonte: http://www.itistulliobuzzi.it/buzziwebsite/docenti/nuovaMat/TES_lezione%20moda.doc

Sito web: http://www.itistulliobuzzi.it/buzziwebsite/docenti/docenti.asp

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