Giacomo Agostini

 


GIACOMO AGOSTINI
Il padre lo voleva ragioniere, per questo quando Giacomo gli disse che avrebbe voluto correre in motocicletta chiese consiglio al notaio di famiglia, che equivocando fra ciclismo e motociclismo, disse sì, fagli fare sport, a questo ragazzo.


AGOSTINI, LE CIFRE

Campionati mondiali vinti: 15

GP corsi: 177 (2/250 76/350 99/500)

GP vinti: 122 (68/500, 54/350)

Le sue moto: Morini, MV Agusta, Yamaha, Suzuki

Così, con un colpo di fortuna, iniziò la carriera del più grande campione che il mondo delle due ruote abbia mai avuto: Giacomo Agostini. Quindici titoli mondiali (7 nella 350 e 8 nella 500), 122 Gran Premi vinti (54 in 350, 68 in 500, più 37 podi), oltre 300 successi complessivi, 18 volte campione italiano (2 da junior). Cifre, che da sole non spiegano però tutta la grandezza del personaggio Agostini, inarrivabile non tanto e solo per i numeri, quanto per aver impersonato alla perfezione la leggenda di se stesso, riuscendo ad essere nel contempo attore e regista dell'incredibile film della sua vita agonistica che iniziata in bianco e nero - tuta di pelle e caschetto a scodella - il 19 luglio del 1961, alla guida di una Morini 175 comperata a rate (contro il parere del padre) alla gara in salita Trento-Bondone, con un secondo posto, terminò a colori, nel 1977, alla vigilia di Natale, quando decise di appendere al chiodo un casco ormai integrale ed una tuta colorata dai marchi degli sponsor per tentare l'avventura sulle quattro ruote.
Un mito, si dice quando capita di parlare di lui, ancor oggi avvenente uomo di mezza età, ingentilito dagli anni, ma non tanto da nascondere quel lampo negli occhi che l'aveva trasformato, per i suoi avversari, perché per gli amici era sempre "Mino", in Ago. Un mito, perché quel soprannome, forse senza significato per gli stranieri, conteneva comunque in sé la brevità di uno stiletto, piccolo ma così acuto ed affilato da risultare un'arma letale. E' nato a Brescia, il 16 giugno del 1942, primo di tre fratelli, Giacomino e che il suo destino dovesse essere legato alle due ruote lo si capì quando, come regalo al padre Aurelio per l'ammissione alle scuole medie, chiese ed ottenne un Aquilotto Bianchi, sua prima palestra d'equilibrio che lo portò, attraverso i successi scolastici, sino al "Rebello" Morini, un bolide, per quei tempi, con il quale sfrecciava per le stradine di Lovere. Nel 1962, praticamente sei mesi dopo il suo debutto agonistico, era già in lista d'attesa per una chiamata proprio da parte della Morini, che arrivò. Una gara-test che andò così: partenza al comando, rottura della leva del freno, urto contro una balla di paglia e terzo posto finale. La conferma che il ragazzino ci sapeva fare. Nel '63, infatti, Agostini vinse il suo primo titolo junior, quello della montagna, alla guida della moto bolognese, bissando il successo anche in pista.


 

 

 

 

 

 


Una carriera, lo si sa, non dipende esclusivamente dall'abilità, ma anche dai colpi di fortuna, chiarendo che "fortuna" può anche voler dire essere al posto giusto nel momento giusto. Una costante nell'avventura di Giacomo Agostini. Alla fine di quella prima stagione di successi, infatti, Mino, non ancora Ago, ha la prima vera occasione della sua vita. Tarquinio provini è in lotta con Redman per il mondiale 250 e la Morini gli mette fra le mani una moto per aiutare il campione bolognese. Il gioco di squadra non ha successo, ma Mino effettua due giri in testa nel GP delle Nazioni a Monza. Gli bastano per ottenere, l'anno successivo, quando Provini lascia la Morini per la Benelli, il ruolo di prima guida. Naturalmente, con Provini trasformatosi da maestro in rivale, Giacomo Agostini vinse sei gare su sette ed il titolo della quarto di litro. Nei circuiti cittadini di Modena, quindi a Milano Marittima, Riccione, Cesenatico, ad Imola, nella gara più importante dell'anno, la Coppa d'oro Shell, imparano rapidamente il suo nome. Anche all'estero iniziano a domandarsi chi sia questo ragazzetto poco più che ventenne capace, con una monocilindrica, sulla pista della Solitude, in Germania, di sfiorare il podio. E' appena l'inizio ma Agostini comprende subito, nelle sue incursioni iridate, di avere poche speranze con il suo "mono" contro moto tecnologicamente più avanzate. Iniziano così le sue discussioni con il commendator Morini affinché progettasse e costruisse un mezzo più moderno. Non avrà successo, così, dopo quella fantastica stagione Giacomo accettò l'offerta della MV Agusta, una leggenda già di suo con cinquanta titoli iridati all'occhiello.
E' il 1965 ed ad offrirgli questa fantastica opportunità fu il conte Domenico Agusta in persona. "Umanamente fu una scelta difficile - ricorda Ago - incontrai il commendator Morini sulla vecchia tangenziale di Bologna. Tremando mi pregò di rimanere con lui ed io, piangendo, gli dissi che per la mia carriera dovevo accettare l'offerta della MV". Non sbagliò. Prendendo al volo quella proposta, Agostini. In questo modo, infatti, si trovò al fianco di Mike "The Bike" Hailwood. Il conte, un uomo che sapeva valutare i campioni e si era reso subito conto di averne due, inarrivabili, fra le mani, prese subito la decisione giusta: a Mino affidò la responsabilità del titolo della 350, a Mike quello della 500. Emozionatissimo Giacomino si presentò al Nurburgring, forse il circuito più difficile di tutto il mondiale, con l'MV Agusta. In prova fece un tempo mediocre, per di più ruppe il motore. I suoi due meccanici, Mazza e Magni fecero nottata per ripararlo, trovandosi improvvisamente fra i piedi il campione ansioso che non riusciva a dormire. Lo rispedirono a letto e l'indomani Ago vinse il suo primo Gran Premio, battendo Jim Redman che nel tentativo di stargli dietro cadde. Hailwood, con il fiuto tutto particolare degli animali da preda che fa loro scoprire i propri simili, capì al volo chi era il ragazzo. Nel corso della stagione lo aiutò a provare a vincere il primo titolo, che a Mino sfuggì per un banale guasto elettrico nell'ultima prova, in Giappone, vinse il suo nella mezzo litro, poi salutò la compagnia, divenuta improvvisamente troppo affollata, passando alla Honda. Iniziò così la lunga età dell'oro del più grande "Centauro" di tutti i tempi. Nel '66, battendosi proprio contro "Mike The Bike", arrivò il primo titolo mondiale, nella 500, dopo un'incredibile vittoria a Monza durante la quale rifilò due giri al secondo classificato.

 

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Per ben sette anni consecutivi Ago fu il re della 500, la classe regina, e dal '68 al '72 collezionò altrettante doppiette aggiungendovi la classe 350. Ci riuscì battendo fior di fuoriclasse: da Hailwood il raffinato allo spietato Phil Read, trovando in casa avversari del calibro dell'indimenticabile Renzo Pasoli, passando per il talento tragicamente inespresso di Angelo Bergamonti, o quello di Gianfranco Bonera, entrambi brevemente al suo fianco alla MV. Fu proprio quel 1972 l'anno di rottura. Sulla sua strada apparve la brillantissima meteora di Jarno Saarinen, funambolico finlandese che lo battè nel GP del Nurburgring con la Yamaha bicilindrica 350. L'anno successivo, per la prima volta, fu battuto nella 500 dal compagno di squadra Phil Read, inizialmente approdato alla corte degli Agusta per aiutarlo. Il titolo della 350 rimase suo, rattristato dalla tragedia di Monza, nella quale persero la vita i suoi due grandi amici ed avversari Pasolini e Saarinen. Il rapporto con l'MV Agusta si era comunque ormai incrinato. Ago non dimenticò infatti Gran Premi come quello di Hockenheim, dove la casa di cascina Costa affidò all'inglese la nuova 500 quattro cilindri, riservando a lui la vecchia 430 derivata dalla 350. I tempi erano maturi per una decisione importante ed infatti nel 1974 Giacomo accettò la corte della Yamaha. Dopo 13 anni di trionfi fu un salto nel buio che ad Agostini riescì, e c'era da dubitarne?, eccezionalmente bene. La prima gara della stagione è la mitica 200 miglia di Daytona, in America. Alla guida della Yamaha 750 provata pochissimo Ago incontra e batte l'astro nascente Kenny Roberts e si ripete qualche settimana dopo nella "bella" di Imola. Anche un mondiale arriva subito, quello della 350. Il temuto affiatamento con i motori due tempi, la cui guida è completamente diversa dai quattro tempi ai quali era abituato, non esiste, per Mino. Il titolo più importante, quello della 500, resta però nelle mani di Phil Read. La rivincita è rimandata di un anno, quando Ago vince il suo ultimo titolo proprio nella classe regina, il primo per la Yamaha.
E' l'ultimo ruggito del vecchio leone, ormai assediato da ragazzi disinibiti ed irriverenti, come l'estroso inglese Barry Sheene, che si presenta alle gare alla guida di una Rolls Royce targata BS-7, in omaggio al suo numero di gara e sul casco ostenta un'immagine di Paperino, non la sua bandiera nazionale, il tricolore caro a Mino. Come un campione della scacchiera che vede prossimo l'avvicinarsi del "matto", Mino arrocca: torna alla MV, con la quale corre da privato. In alcune gare addirittura sale in sella ad una Suzuki RG 500. Vince, nella 350, ad Assen ed al Nurburgring, non a caso circuiti stradali, roba da vecchie volpi, ed è l'ultima volta che riesce a far ardere il fuoco, che da quel momento non esce più dal tepore della cenere. Il 1977, con la Yamaha, è un calvario. Ago capisce, si sfila la tuta di pelle e, l'anno successivo, indossa la combinazione ignifuga tentando l'avventura nell'abitacolo di una monoposto, sognando di emulare Varzi e Nuvolari, per non dire John Surtees, il grande campione dell'epoca precedente, titolato sia sulle due (come lui con la MV) che sulle quattro ruote (con la Ferrari), ma i granelli di sabbia del suo incredibile talento sono ormai passati tutti nell'ampolla bassa della clessidra del tempo. Una stagione in F.2, un'altra nella F. Aurora, la classe allora cadetta della F.1, con una Williams, gli bastano per capire. Impara in fretta l'uomo, come imparava in fretta il ragazzo. Così Ago esce definitivamente di scena. Abbandona i circuiti, per rientrare, ma da team manager, nel 1982, con in squadra il vecchio avversario Kenny Roberts ed un giovane di talento, Eddie Lawson, con la Yamaha. Per il titolo mondiale, il primo da manager, giunto per merito di Eddie, gli ci vorrà un solo anno. Ma questa, naturalmente, è un'altra storia.
E' stato il più grande, non esiste alcun dubbio in proposito. Non parliamo di cifre, di record, di numero di titoli vinti. Conta di più il fatto che ci troviamo di fronte ad un uomo in anticipo sui suoi tempi, molto in anticipo, diciamo una ventina d'anni. Un Leonardo in tuta di pelle perché scoprì, prima di ogni altro, i meccanismi nascosti che erano in grado di trasformare uno sportivo di successo in un personaggio capace di proiettarsi con grande energia al di fuori del proprio mondo. Un gran pilota, Giacomo Agostini, perché questo non può essere messo in discussione, ma soprattutto un mirabile regista di se stesso. Nei tempi, infatti, in cui i campioni, e gli sportivi in generale, difficilmente varcavano i confini della propria specialità, Ago, motociclista, era già nelle nostre case. Testimonial di marchi famosi (ve lo ricordate "con Api si vola"?) quando questa parola non aveva alcun senso nel nostro vocabolario, si può dire che Ago abbia tracciato la strada per i grandi del motore di oggi. Un Senna ante litteram, è stato Agostini, e sia Biaggi che Rossi, campioni delle due ruote, ma anche Schumacher, gli devono molto perché Ago, prima di loro, e prima ancora di essere un mirabile professionista alla guida di una moto da Gran Premio, seppe essere un manager abilissimo e nel contempo un personaggio appetito dagli sponsor, per di più allora ancora non indottrinati dagli uomini di marketing. Adesso la gente si stupisce della corte di persone che circonda Michael Schumacher e della deferenza con la quale è trattato dalla sua squadra, o del gesto servile con i quale i meccanici gli puliscono la suola degli stivaletti prima di entrare nell'abitacolo, ma forse non ricorda, o non sa, che sulla linea di partenza i meccanici della MV consegnavano al loro pilota la moto con le manopole avvolte in carta crespata, affinché rimanessero immacolate ai tempi in cui, certamente, anche i sofisticati motori da GP un po' d'olio lo perdevano.

 

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E chi a si meraviglia di quanto uomo di mondo sia Biaggi, sempre al centro dei riflettori, amico di personaggi famosi, circondato da belle donne, o che Alberto Tomba oggi faccia l'attore, probabilmente sfugge che Ago, giovane, bello e vincente, faceva notizia anche senza tuta di pelle: copertine su settimanali rosa, caroselli pubblicitari, addirittura film. Tre ne girò il nostro, accanto alla bella Agostina Belli, al fascinoso Mal dei "Primitives", pellicole leggere, certo, ma Giacomino, imbattibile in pista era a suo agio anche sul set se è vero che ricevette anche una offerta da Pietro Germi, per un film "serio", importante, che lo avrebbe tenuto lontano dalle piste per una stagione, ma lui, pilota prima di tutto, seppe dire di no. La formidabile carriera in pista di Giacomo Agostini non esaurisce, comunque, il personaggio. Da "ex", infatti, Mino è stato uno dei manager di maggior successo del motomondiale. Il suo rientro sulle scene agonistiche in questo ruolo avvenne infatti nel 1982, ovviamente con la Yamaha ed il munifico sponsor Marlboro a supporto. Sfiorato il titolo con il neozelandese Graeme Crosby, all'esordio, dopo una fantastica stagione 1983, con il suo vecchio avversario Roberts in squadra, battuto da Spencer, Agostini si rifece l'anno successivo vincendo il primo titolo dall'altra parte della barricata con Lawson. Titolo bissato due stagioni dopo.

 

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Se con la Yamaha Ago fu capace di cose egregie, gestendo contemporaneamente piloti come il succitato Eddie Lawson e Luca Cadalora (in 250), con la Cagiva, in rapporto, fece anche di meglio portando sul podio la mezzo litro italiana affidata nelle mani di John Kocinski. Compreso nel suo ruolo di mito vivente, ma non al punto di rifiutarsi di portare personalmente all'irascibile John il suo piatto preferito, la pastasciutta, fin dentro il motor-home per ingraziarselo, Giacomo, impenitente dongiovanni, nella sua vita si è arreso una sola volta, a Maria Ayso, una bella spagnola di Jerez, con la quale è convolato a nozze (su una carrozza trainata da otto cavalli bianchi, come i reali di Spagna), a quarantasei anni. Così di trionfo in trionfo ha avuto anche la gioia della paternità. Quando gli è nata la prima figlia non ha avuto dubbi, sul nome: Vittoria, l'ha chiamata. Ci avremmo scommesso. E' un piccolo re Mida, Agostini. Tutto quel che tocca si trasforma in un successo. Forse per questo la Rai, nel 1999, l'ha ingaggiato per commentare i Gran Premi al fianco di Federico Urban. Con lui l'audience ha raggiunto livelli mai visti. Non può essere solo fortuna.

 

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Fonte: http://www.gautedanmes.it/Agostini.doc

 

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