Politica comparata appunti

 

 


 

Politica comparata appunti

 

I testi seguenti sono di proprietà dei rispettivi autori che ringraziamo per l'opportunità che ci danno di far conoscere gratuitamente a studenti , docenti e agli utenti del web i loro testi per sole finalità illustrative didattiche e scientifiche.

 

Politica Comparata

Matteo Verda

 

Appunti 1

 

Oggetto del corso di Politica Comparata non è l’idea di democrazia, ma la natura di un regime politico, ovvero i fatti ed i comportamenti che tengono in piedi un determinato regime. Non un sistema di pensiero, dunque, ma la pragmatica.

Democrazia: etimologicamente, il governo del popolo.
Il popolo è l’insieme di coloro che fanno parte di un corpo politico, ma nessun regime identifica tutti gli uomini presenti sul suo territorio come corpo politico. Minorenni, incapaci mentali, stranieri non fanno parte di un corpo politico: sono governati, ma non governanti.
Il problema nasce dalla concezione stessa di popolo; ne esistono 2 principali:
- il popolo come entità a sé stante, organica, distinta dai singoli; esso ha una volontà che non è la somma delle volontà individuali (o di aggregati di volontà individuali).
Per questa concezione, la volontà del popolo non coincide con la volontà di tutti (Rousseau). Spingendo questa concezione all’estremo, si sostiene che la volontà di tutti non può mai coincidere con la volontà generale (totalitarismi di destra).
Il problema ed il paradosso di questa concezione è che il disvelamento della volontà generale è praticamente impossibile (o comunque arbitrario).
- il popolo come aggregato di volontà individuali; in questo caso le operazioni di disvelamento della volontà (che non è più generale, ma semplicemente di tutti) sono empiricamente più facili.
Secondo questa concezione, il governo del popolo si esprime come l’aggregato delle volontà individuali ed è quello di una comunità che si autogoverna.
Secondo Lincoln, “la democrazia è il governo del popolo, sul popolo, per il popolo”.

Condizione per l’autogoverno è che tutti abbiano uguale voce in tutte le decisioni che riguardano la comunità.
Il governo è del popolo solo quando la decisione risente di tutte le volontà che compongono un popolo; la regola di aggregazione è in questo caso l’unanimità.
Che accade quando tra i membri del popolo non c’è perfetto accordo? Una soluzione potrebbe essere la presenza di una metaregola, ma non è sufficiente, perché ci sarebbe una regressio ad infinitum di metaregole che giustifichino quelle di grado inferiore.
Dal punto di vista logico, non c’è nulla che possa rendere coerente e formalmente accettabile la definizione “governo del popolo” e la scelta della maggioranza.
In un caso di scelta, da parte di un popolo A, tra x (51% dei voti) ed y (49%), se la democrazia fosse letterale, x non avrebbe alcun valore come scelta e tantomeno ne avrebbe y. Tuttavia, c’è un paradosso: se y fosse lo status quo e ad x non fosse attribuito alcun valore come decisione (in quanto votato a maggioranza e non all’unanimità) allora vincerebbe y (ovvero la minoranza).
La democrazia, concretamente, in caso di disaccordo diventa un “governo della maggioranza” del popolo. La regola dalla maggioranza è un espediente empirico, non necessariamente è la scelta migliore.
La stessa applicazione tecnica della regola di maggioranza va incontro a problemi spaventosi, come mostrato dal paradosso del voto di Condorcet:
A      B       C
x       y       z
y       z        x
z        x       y
dove A, B e C sono tre attori che devono prendere una decisione votando a maggioranza e x, y e z sono tre alternative possibili, ordinate in base al livello di gradimento di ciascun attore.
Tra x e y vince x, tra z e x vince z e tra y e z vince y, generando un processo decisionale perfettamente circolare.
L’esposizione logica di questo paradosso è stata data da Kennet Harrow, economista che cercava la formula del benessere sociale (formula rivelatasi impossibile).
Per risolvere questo paradosso, o si viene meno al principio di uguaglianza (e.g. due attori si accordano per estromettere il terzo dal processo decisionale) o si viene meno al principio di sovranità (e.g. un fattore esogeno influenza il processo decisionale).
Nella realtà, non ci sono molti problemi riguardo al paradosso del voto (nonostante l’opinione dei sostenitori della scelta razionale) e le situazioni di stallo sono limitate.

In democrazia, il popolo non solo deve poter decidere tra le alternative, ma deve poter decidere anche su quali alternative debbano essere oggetto di voto.
A ben vedere, i requisiti del governo democratico, se presi alla lettera (anche facendo valere la regola della maggioranza), creano il caos e sono, in ultima analisi, irrealizzabili.

Bisogna sempre tener conto di come le situazioni reali permettono ai valori di concretizzarsi.

Secondo Gaetano Mosca, ogni governo è il governo di una minoranza su una maggioranza, non esiste una forma di governo in cui non ci sia una minoranza organizzata che non governi una minoranza disorganizzata (principio di minoranza).

Se non si vuole abbandonare l’ideale di democrazia, bisogna chiedersi se ci sia un modo diverso di espressione di principî del governo democratico.
La concezione empirica della democrazia si deve a Schumpeter, economista degli anni ’40 che individuò un’analogia tra economia e politica democratica: le élites e i cittadini sarebbero in un rapporto analogo a quello di produttori e consumatori; la democrazia dunque sarebbe una lotta (simile alla concorrenza) per il potere, in cui l’assegnazione dello stesso è decisa da coloro che saranno sottoposti al governo.
La vera differenza tra le democrazie e le altre forme di governo è che sono i cittadini a scegliere (attraverso il voto e la maggioranza) chi li governerà; inoltre, le vittorie in democrazia sono temporanee: il popolo premia e punisce chi ha governato (principio di responsabilità dei governanti nei confronti dei governati). Per il governante democratico è dunque razionale soddisfare le preferenze dell’elettorato.
L’elettore sceglie tra diverse alternative e proprio l’offerta pluralistica (da 2 a inifiniti candidati) in condizioni di elezioni regolari è ciò che distingue a prima vista le democrazie.

 

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Matteo Verda

 

Appunti 2

I governanti ed i governati non coincidono, in ogni forma di governo pochi governano molti. Anche ad Atene era così: le proposte non venivano dall’assemblea, ma dagli aventi diritto a proporre; i ¾ dei cittadini non partecipavano, anche quella era un’oligarchia.

La democrazia oggi è un progetto più modesto (Schumpter).
Condizione di fondo è la concorrenza tra due o più partiti e la temporaneità (la scadenza) del periodo di governo.

Le buone scelte di governo che vanno incontro agli elettori non sono scelte etiche, ma sono un sottoprodotto della volontà del governo di battere gli avversarî politici per conquistare o mantenere il governo.
La qualità deriva dalla concorrenza come in economia; in quest’ultima, tuttavia, i concorrenti sono spesso potenzialmente illimitati, in politica no.
Il diminuire del numero dei concorrenti rende maggiore o più evidente la responsabilità dei governanti.

In economia, la produzione ed il consumo sono libere scelte individuali che possono essere effettuate in qualsiasi momento.
In politica, la produzione è sempre monopolizzata e centralizzata. Le decisioni e la produzione politica non ha effetti sui singoli in quanto tali, ma in quanto facenti parte di una società estesa.

La responsabilità arriva ed aumenta con il monopolio (per questo in economia libera la responsabilità è molto attenuata).

Oggi in Italia la responsabilità politica è più sentita che in passato perché oggi si elegge una coalizione e so già chi sarà il capo del governo (in Gran Bretagna non si vota la coalizione, ma il partito, ed i partiti in lizza sono 2; la responsabilità lì è molto più sentita perché l’identificazione del responsabile di un’azione è chiara. In Italia meno perché di un’azione del governo non si capisce bene a quale parte della coalizione vada attribuita la responsabilità).
Vent’anni fa, durante la prima repubblica, in Italia era diverso: esistevano tanti partiti singoli e la coalizione di governo si formava dopo le elezioni dalla contrattazione tra i leader dei partiti.
Ciò comportava una minore responsabilità politica da parte dei governanti.

La concorrenza (in economia) ha un quadro di regole precise, non è un’azione naturale. Questo vale anche per la politica.
La concorrenza per il potere ha le sue regole (niente violenza, diffamazione, corruzione) e la loro violazione è eclatante ed è una forma di lotta per il potere scorretta.

Ma quali sono le condizioni che rendono possibile il rispetto delle regole? Chi può far accettare le regole? Sono solo gli attori politici che si autogovernato, non esiste un arbitro tra i giocatori politici ed è per questo che è importantissimo l’accordo sulla regola tra i concorrenti.
L’area di accordo può essere così estesa da minimizzare quella di disaccordo fino a portare al rischio della sparizione della concorrenza.
E’ quello che in materia economica si chiama “cartello” (o collusione).
La collusione politica è un accordo tra attori politici che si fingono in disaccordo.

Espressioni come “quelli là”, “Roma…”, “il Parlamento…”, “noi e loro” riferito a governo ed opposizione è una visione “collusionistica” che gli elettori hanno dei politici e del governo.

Nei primi anni ’90 esce un calcolo sui 45/50 anni precedenti, in cui risulta che il Pci ha votato a favore del 75% delle proposte di governo. Questa è la spia del problema del “consociativismo”.
La realtà è che ciò è comune a tutte le democrazie moderne: Gran Bretagna, Francia, Germania.
In realtà, in ¾ o anche di più dei casi, le proposte di legge dei governi sono accettabilissime da parte dell’opposizione (che dunque sarebbe composta da attori irrazionali se votasse contro nella totalità dei casi).
Non può ragionevolmente esistere un limite all’accordo tra avversarî nella competizione democratica.

Anche in casi di programmi di governo perfettamente identici c’è concorrenza, perché alla fine è l’uomo, la faccia, il leader a contare.
La fiducia dell’elettore risiede nella persona, non nel programma: sono gli individui ad avere le responsabilità politiche, perché per l’elettore la stessa promessa ha valore diverso se fatta da persone diverse.
La scelta dell’elettorato può essere fatta su una qualsiasi base (programma politico, telegenica, simpatia, background), l’elettore ha sempre la possibilità di scegliere.

 

Politica Comparata

Matteo Verda

Appunti 3

 

La concezione empirica della democrazia di origine schumpeteriana pone alcuni problemi.
Il primo e più importante è la difficoltà di analisi del grado effettivo di competizione di un regime democratico; in questo caso si può presentare un vero e proprio paradosso: più il mercato politico è aperto (ovvero più sono numerosi i candidati), tanto meno il cittadino può contare sulla sovranità: non essendo chi governa direttamente eletto, le responsabilità nei confronti del cittadino si indeboliscono (più concorrenza, meno responsabilità).
È necessario individuare una scansione tra concetto di competizione e concetto di competitività:
- competizione politica: insieme stabilizzato di regole che disciplinano la lotta per il potere in democrazia;
- competitività: effettiva esistenza di comportamenti generali che sottostanno alle regole della competizione.
Non è la competizione in sé, quanto la competitività che risulta essere inversa alla responsabilità politica.
In un regime che ammette la competizione, ci possono essere diversi gradi di competitività.
Una prima dimensione della competitività è la dimensione del mercato politico (ovvero il numero di partiti in lotta tra loro per il potere): essa può variare tra 2 e infiniti. Un sistema bipartitico ha un grado basso di competitività, a cui corrisponde un altro grado di responsabilità degli eletti nei confronti degli elettori.
Nella letteratura politologica (negli anni ’30, ma anche in alcuni casi verso la fine dell’800) era diffuso un pregiudizio a favore del bipartitismo nei confronti del pluripartitismo.
Il bipartitismo funziona meglio perché:
- prevede maggiore responsabilità dei governanti nei confronti dei governati;
- tende alla moderazione (premia chi tende verso il centro); due ipotetici partiti A (di destra) e B (di sinistra) si contendono (lungo la linea ideale degli orientamenti politici) il solo spazio tra loro, essendo gli altri spazî già conquistati (gli elettori più a destra delle posizioni di A voteranno comunque A, mentre quelli più a sinistra di B voteranno comunque B; al massimo, può capitare che estremisti insoddisfatti non votino affatto, senza in questo modo favorire direttamente l’avversario). La competizione, dunque, tende sempre verso il centro, fino all’estrema condizione di sovrapposizione (ogni voto conquistato al centro vale infatti doppio: oltre ad un voto in più per un partito, corrisponde ad un voto in meno per l’altro).
Nelle dinamiche di convergenza verso il centro, il vero freno inibitore è il pericolo della nascita di un terzo partito politico tra l’estremo e uno degli attori già presenti; nel caso citato, supponendo che, a causa dello scontento, elettori di sinistra estrema decidessero di creare un partito scissionista (“split party”) C, si verrebbe a creare una situazione difficile per il partito B, che si troverebbe a dover competere su due fronti anziché uno.
In ultima analisi, se i competitori restano 2, la logica competitiva è centripeta, appena diventano 3, la logica perde di valore. Nel bipartitismo, l’estremismo è penalizzato.
Anche supponendo che gli elettori non fossero omogeneamente distribuiti lungo la linea ideale degli schieramenti politici, ma fossero o in maggior numero al centro, o in maggior numero su posizioni moderate (a destra e a sinistra), il modello funzionerebbe ugualmente, in presenza di attori razionali.
Cambia però tutto quando (come nella realtà) gli elettori si comportano in modo del tutto irrazionale (ovvero si introduce il modello della fedeltà al partito). Quote di elettori non disponibili a priori possono cambiare il gioco della competizione politica.
Anche quando A e B non si contendono neanche un voto si può parlare ancora di competizione?
Austria, Olanda e Belgio hanno a lungo vissuto di grandi coalizioni (90%) che hanno governato tramite continui compromessi.
In presenza di elettori fedeli (in Belgio, a causa delle divisioni etniche, questo tratto è molto evidente), ogni schieramento è una società nella società, con la conseguenza che ogni capo di segmento ha responsabilità solo verso i proprî fedeli elettori.
Si tratta della forma moderna dell’unanimità e viene chiamata “politica dell’accomodamento”.
Nel caso estremo di assenza di competitività (ovvero non ci sono manifestazioni concrete della competizione), si può ancora parlare di sistema democratico competitivo? La risposta logica sarebbe no, ma Ieraci la pensa diversamente.
Basta, infatti, la presenza dell’altro, dell’alternativa possibile, perché la competizione esista e sia effettiva. Anche quando il cambiamento è quasi irrealizzabile, ma esiste come possibilità, allora la situazione è totalmente differente rispetto al totalitarismo e quindi il regime in questione è sicuramente una democrazia.

 

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Matteo Verda

Appunti 4

 

Affinché la competizione elettorale sia effettiva, è necessario che il mercato elettorale sia aperto ovvero che vi sia il diritto (e la libertà riconosciuta) di partecipare alla contesa per i voti, permettendo il pluralismo politico (ovvero la presenza di almeno 2 candidati).
Quanto sia forte la competitività costituisce invece un altro problema: sia perché c’è collusione all’interno della classe politica, sia perché non c’è presso l’elettorato disponibilità a cambiare. Alla luce di queste realtà, affinché si possa parlare di democrazia, basta che si sia la possibilità (potenziale, non attuale) di scelta.

La responsabilità politica (ovvero che i governanti rispondano ai governati delle loro azioni di governo) ha una particolarità in democrazia: è istituzionalizzata, è il prodotto di un marchingegno elettorale, che al centro ha la lotta per il potere secondo le regole dettate dal sistema (istituzionalizzazione della responsabilità politica).
Il livello di istituzionalizzazione della responsabilità politica di un regime democratico non è un dato binario, ma un grado più o meno presente a seconda della competitività.
L’idealtipo in cui la responsabilità è massima è quello in cui il governo può prendere decisioni con efficacia e non ha problemi di maggioranza; il governo è pienamente in sella e può agire con la massima responsabilità politica.
All’altro estremo, poiché le leve del potere non stanno pienamente o affatto nel governo, le responsabilità sono offuscate agli elettori e non si capisce che decida. Questa seconda situazione è ben più difficile della prima; la linea di governo è fluttuante, l’opposizione non è chiara (può anche accadere che tutti governino, o che nessuno si opponga). Questa linea può essere fluttuante anche se formalmente ci sono governo ed opposizione: se le decisioni si negoziano in sede diversa da quella dell’esecutivo (le sedi più comuni in questi casi sono il parlamento e le commissioni parlamentari). In questi casi l’istituzionalizzazione della responsabilità politica è molto bassa e, come spesso accade, le opposizioni non hanno alcuna speranza di salire al governo colle successive elezioni (e quindi danno vita ad atteggiamenti di opposizione radicale).

Nessun governo può imporre obbedienza su tutto; un governo è effettivo se è accettato. In questo processo sono fondamentali le opposizioni. Se l’opposizione contesta la legittimità dei posti di governo e dei suoi ordini, ci sono gravi problemi di governabilità. È la collaborazione tra le forze politiche che svolge un ruolo fondamentale nella società moderna, avendo la coercizione pochi effetti nei regimi democratici (è importante sottolineare come, in una società iperspecializzata come quella Occidentale, se un gruppo molto specializzato di individui, e.g. i controllori di volo, decidesse di scioperare, non ci sarebbe la possibilità di sostituirlo). L’interdipendenza rende da un lato impossibile il conflitto permanente, ma dall’altro rende impossibile la coercizione e la sostituzione di un gruppo sociale.
È per queste ragioni che la collaborazione dell’opposizione è fondamentale; se essa è ostile oltre misura, nessun governo democratico può governare.
Quando le possibilità per l’opposizione di oggi di diventare il governo di domani (ovvero che l’alternanza democratica funziona) sono basse, i “costi di esclusione” (ovvero i costi procurati al governo da coloro che non hanno accesso immediato alle posizioni di potere) sono alti e l’atteggiamento dell’opposizione è duro; viceversa, quando la possibilità dell’alternanza è effettiva, i “costi di esclusione” sono bassi e l’atteggiamento dell’opposizione è meno oltranzista.
Quando i “costi di esclusione” sono bassi ci si aspetta che il governo prenda decisioni ed agisca, perché gode di un potere effettivo.
I costi dell’esclusione crescono al decrescere dell’istituzionalizzazione della responsabilità politica (se i costi di esclusione sono alti, il potere reale del governo è destinato ad essere basso). Se i costi di esclusione sono alti, nel concreto l’opposizione cerca di influenzare il governo dall’esterno.
I “costi di inclusione”, invece, crescono al crescere della responsabilità politica; quando si partecipa ad un governo, ci si spartiscono i ruoli secondo un gioco a somma 0. Se la coalizione si allarga, il potere si ripartisce su più soggetti.
Il potere legato ad ogni ruolo è variabile a seconda delle situazioni; più potere c’è in un ruolo, più sono alti i “costi di inclusione”, poiché il detentore è effettivamente nella condizione di disporre del potere associato a quel ruolo e se non lo fa deve assumersene la piena responsabilità.
I costi dell’inclusione crescono al crescere dell’istituzionalizzazione della responsabilità politica.

 

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Matteo Verda

Appunti 5

 

Incontro con il prof. Giuseppe Ieraci.
Esistono numerose ambiguità nel dibattito sulla teoria democratica, a partire da un nodo centrale: la teoria del governo è stata trattata in modo troppo formalistico, troppo legati ai modelli ideali.
È importante, per svolgere un’analisi proficua, spostare l’analisi dalla forma dell’ideale al funzionamento concreto.
Panebianco ha mostrato come in ambito internazionale le democrazie forti diano risposte forti e quelle deboli risposte deboli, testimoniando come ad un medesimo regime (quello democratico) possano in concreto corrispondere dinamiche e atteggiamenti ben differenti.
È possibile individuare un nucleo basilare di aspettative riconducibili al sistema democratico.
L’effetto perverso di definizioni troppo lunghe è la scissione tra il momento della responsabilità (accountability; da to account for = rendere conto di) e quella della rispondenza (responsiveness).
La responsabilità l’insieme delle aspettative democratiche che riguardano il nesso tra i cittadini ed il governo (ovvero le istituzioni di governo); la democrazia è un regime in cui le istituzioni rendono conto ai cittadini, ma non è questa la sua vera caratteristica distintiva. La vera caratteristica è la rispondenza, ovvero il fatto che il governo deve rispondere alle richieste dei cittadini per poter vincere di nuovo le elezioni e continuare a governare.
Un’idea di fondo per l’indagine, data da Stoppino, è di chiedersi quali siano i legami tra le 2 dimensioni (responsabilità e rispondenza) e vedere come si implichino una con l’altra.
La democrazia è un regime politico e come tale deve generare la sua classe dirigente. La selezione della leadership avviene a seguito della competizione elettorale.
Qual è il legame tra responsabilità e rispondenza? L’idea è che la classe politica, dovendo vincere le elezioni, sia portata a generare rispondenza; quindi la rispondenza è implicata dalla responsabilità tipica del governo democratico.
Se non c’è competizione aperta per il potere, si assiste ad una drastica caduta della rispondenza.
Nelle I Repubblica si governava ai margini, ovvero con politiche molto particolaristiche; la rispondenza era frammentata (le c.d. “leggine”) e con questa tattica si manteneva tutto il sistema politico.
Il nucleo basilare della democrazia è il nesso tra la lotta per il potere (responsabilità) e la produzione di politiche (rispondenza).
La democrazia è basata sulla responsabilità, che genera rispondenza; ma la cosa importante è l’istituzionalizzazione, ovvero il fatto che esistano ruoli a cui sono agganciate risorse potestative.
Quando il problema della responsabilità è istituzionalizzato, in democrazia le risorse potestative agganciate ai ruoli diventano terribilmente importanti.
Dove le istituzioni funzionano, un sistema è molto elastico e può sopportare indenne situazioni critiche.
Nella società anglosassone c’è l’ossessione per la dimensione etica del candidato perché è sacralizzato il ruolo che il singolo candidato sarà chiamato a ricoprire.
Quando l’istituzione è forte, è relativamente poco importante chi andrà a ricoprire l’incarico, basta che risponda a dei requisiti minimi di eticità.
In Italia, l’unica figura che sta acquisendo prestigio e credibilità è quella del Capo dello Stato.

 

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Matteo Verda

Appunti 6

 

La vulnerabilità di chi occupa ruoli istituzionali e quindi potestativi è direttamente proporzionale all’istituzionalizzazione, perché la possibilità dell’alternanza è concreta.
La responsabilità richiede e genera possibilità dell’alternanza. I concetti di responsabilità si collocano a livello di élites politiche; è l’élite che occupa i ruoli e quindi è essa ad essere vulnerabile.
I fattori a livello di élite sono strettamente connessi alla classe diretta; la responsabilità è un fattore fondamentale per la rispondenza: sono direttamente proporzionali.
I governi democratici sono rispondenti in quanto responsabili, ovvero in quanto devono sottoporre il loro operato al responso delle urne. In democrazia, è nell’interesse dei governanti andare incontro alle esigenze dei governati. La rispondenza crea un primo ponte tra il livello dell’élite ed il livello della massa di cittadini (ma solo in virtù della possibilità che quest’ultima ha di votare).
Il sostegno della classe diretta dipende direttamente dal livello di rispondenza che un governo dimostra.

La possibilità di misurare alcuni dati come la rigidità di voto e la convergenza delle posizioni dei partiti ha portato alcuni studiosi a conclusioni sbagliate; questi studiosi hanno pensato fosse possibile analizzare la dimensione della rispondenza indipendentemente dalla responsabilità. In realtà, la prospettiva è sbagliata: basta che la competizione sia anche solo possibile, perché si possa parlare di democrazia e quindi si possano rintracciare comportamenti strettamente correlati rispondenza e responsabilità.
Se l’elettorato è rigido, il leader può comportarsi con meno considerazione per gli interessi degli elettori (proprio in virtù di questa rigidità) e quindi con meno rispondenza. Il leader, tuttavia, è meno rispondente in quanto, a causa di questa rigidità, sistema è meno istituzionalizzato, la responsabilità è minore (perché i partiti sono meno vulnerabili) e quindi, di conseguenza, la rispondenza è minore.
Anche quando i programmi politici sono uguali, candidati diversi hanno valori diversi per gli elettori (credibilità, affidabilità, etc.).
La rispondenza democratica come elemento istituzionale poggia sulla responsabilità e ha alla sua origine la capacità dell’elettorato di distribuire il sostegno.
Quanto più l’elettorato non vota rigidamente, tanto maggiore è la responsabilità dell’élite e quindi la sua rispondenza, a causa della maggior vulnerabilità (che dipende anche dal livello di istituzionalizzazione, intimamente legato ai fattori precedenti).
Una linea di indagine molto proficua è quella di indagare, partendo dalla premessa che il centro dell’istituzionalizzazione è il potere associato ai ruoli di governo, come la conformazione delle istituzioni prefiguri un quantitativo di poteri associati ad un ruolo (e quindi la sua istituzionalizzazione).

Stando alle definizioni dei costituzionalismo, esistono formule che descrivono i diversi casi di regime democratico:
- sistema parlamentare: quando l’esecutivo dipende dalla fiducia del legislativo elettivo.
- sistema presidenziale: quando il capo di stato e di governo è oggetto di elezione diretta separata rispetto al legislativo. In questo caso, il capo dello stato (che è anche capo del governo) ed il parlamento sono reciprocamente indipendenti.
- sistema semipresidenziale: quando il capo di stato è oggetto di elezione diretta, dispone di poteri significativi e convive con un esecutivo collegiale dipendente dalla fiducia del legislativo.
Il primo problema che sorge è che le categorie, oltre ad essere imprecise, sono troppo vaste.
Un sistema politico non è tipizzabile sulla base della forma, indipendentemente dal funzionamento. Se una regola costituzionale è sempre disattesa, infatti, è come se non ci fosse.
Le classi devono, inoltre, essere omogenee.
Qualunque democrazia ha un organo elettivo rappresentativo (generalmente, il Parlamento); la cornice costituzionale prevede sempre un parlamento ed un esecutivo perché si possa parlare di democrazia.
Se si cerca di classificare solo in base a categorie giuridiche, non si arriva a nulla, se non formule linguistiche.
Si può tuttavia superare la situazione di incertezza classificatoria attraverso l’impiego di sottoclassificazioni. Non è tuttavia il giurista a poter fare queste distinzioni: ad esempio, secondo la legge, in UK il potere di scioglimento del parlamento è formalmente in mano alla Corona, ma in realtà è in mano al primo ministro (dal 1840 le decisioni del capo del governo non sono più state contestate dalla Corona).
In Italia, vige la prassi di sciogliere il Parlamento solo se non si delinea una qualsivoglia maggioranza che sia disponibile a sostenere un qualunque governo (indipendentemente dall’esito delle urne e dalla volontà popolare).
In Germania, al posto dei vincoli c’è il legame di fiducia; esiste infatti la sfiducia costruttiva: si può sfiduciare un governo solo se si oppone ad esso la candidatura di un governo alternativo (è un ottimo modo di spuntare le armi agli estremismi).
In Svezia, non esiste la fiducia al momento della nomina del governo; solo quando c’è un calo del consenso si procede alla sfiducia. In questo paese, spesso i governi sono minoritarî e restano in carica perché non c’è una maggioranza pronta a sfiduciarli (questo sistema è chiamato “parlamentarismo negativo”).

 

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Matteo Verda

Appunti 7

 

La classificazione delle forme di governo: si è provato a distinguere tra forme moniste (in cui il governo dipende dalla fiducia di un solo altro organo, il Parlamento) e forme dualiste (in cui il governo dipende dalla fiducia di due organi, il parlamento ed il capo dello stato).
L’esempio più puro della forma monista è quello della monarchia costituzionale; si tratta di un regime in cui il sovrano ha il potere reale, non solo simbolico come accade oggi in tutte le monarchie rimaste in Occidente.
Neanche nella monarchia assoluta il re faceva tutto da solo: aveva ministri (come Richelieu, Mazzarino, Colbert); nella monarchia costituzionale, tuttavia, accanto al sovrano c’è una legge fondamentale (anche solo data dalla prassi) che comporta una ripartizione dei poteri e la presenza di un altro organo, il parlamento (e.g. King in Parliament).
Nella monarchia costituzionale non c’è un capo del governo che abbia il controllo dell’esecutivo, ma singoli ministri singolarmente sono responsabili verso il monarca. Il governo (ovvero l’insieme dei ministri) deve godere di una fiducia doppia: del monarca e del parlamento.
Si pensa alla fase dualista come ad una momento di transizione storica, quando il parlamento comincia ad avere peso, ma esiste ancora un potere concreto e forte del monarca.
Oggi le monarchie costituzionali sono scomparse dal mondo Occidentale, ma ci sono nazioni in cui il governo è posto ad un crocevia tra parlamento e capo dello stato (eletto, non monarchico). Si tratta dei presidenzialismi e dei semipresidenzialismi: in questi casi il governo è in mezzo a capo dello stato e parlamento (non necessariamente il governo deve godere della fiducia esplicita; si tratta di intrattenere un rapporto duale).
I casi delle forme dualiste, dunque, sono: monarchia costituzionale, presidenzialismo e semipresidenzialismo.

Nelle forme moniste, il governo è legato solo al parlamento (il governo deve godere della fiducia del parlamento); tutte le forme di parlamentarismo sono moniste.
Si parla di 2 forme moniste: neoparlamentarismo (o “parlamentarismo razionalizzato”) ed assemblearismo.
Il modello Westminster è il neoparlamentarismo per eccellenza, a causa del relativo svuotamento dei poteri parlamentari in materia di fiducia. Dove le elezioni sono decisive e creano una maggioranza evidente, l’elettorato investe direttamente il governo, ponendolo in una situazione di forza rispetto al parlamento. Il parlamento inglese non ha mai fatto il governo: sono i candidati premier inglesi che chiedono agli elettori l’elezione di un parlamento che li sostenga. In questa situazione, la posizione del parlamento, che pur può sfiduciare il governo in qualunque momento, è indebolita; il contropotere del premier di poter chiedere lo scioglimento del parlamento deriva dall’investitura diretta dell’elettorato e gode dunque di una grande riserva di legittimità.
Di conseguenza, nei casi in cui il governo nasca dagli accordi tra partiti dopo le elezioni, il capo del governo (ed il governo con esso) sono molto più deboli e non godono di grande autorità.
Solo nel caso inglese (dopo la metà dell’800) si può veramente parlare di neoparlamentarismo; il parlamento inglese non ha mai formato il governo, ma ha sempre conservato il suo compito naturale, quello di dare e togliere la fiducia, mantenendo il monopolio del sostegno istituzionalizzato.
Già J.S. Mill aveva notato che quando il parlamento prova a governare (esulando dai suoi compiti naturali) è un fallimento.
Inoltre, se non è il governo a dirigere il parlamento, lo fa qualcuno dall’esterno (partiti, militari, massoni) con risultati catastrofici.
Il parlamento non è il centro della sovranità!
Nell’assemblearismo, il legame fiduciario è inteso come costitutivo; il parlamento ha il potere di generare e rimuovere i governi e questo potere si trasforma in una mina vagante (l’assemblearismo è una degenerazione del parlamentarismo).
Con la Rivoluzione francese, il re fu sostituito con un’assemblea e subito si ebbe la conferma del fatto che le assemblee sono un sistema anonimo, non si sa bene chi governi.
La Svizzera ha un regime molto debole, che sta in piedi grazie al sistema europeo degli stati; ora, con l’Ue, cominciano per loro i problemi. Il regime elvetico è fatto per non governare, con l’utilizzo estremo del referendum.
Il populismo cresce dove non funziona l’alternanza (Austria, Svizzera, Francia, Italia); in Germania, UK e stati del Nord Europa il populismo non può nascere. Il populismo ha le gambe corte, se vince finisce nella trappola (perché vince solo promettendo l’impossibile) del sistema e non può fare ciò che vuole, finendo col deludere gli elettori.
Nella Francia dell’800, mentre in UK si alternavano i governi, si alternavano i regimi; nella III Repubblica le assemblee distruggono sistematicamente i ministeri ed i governi (uno ogni 3 mesi, circa) ed infine crolla sotto la spinta del nazismo.
Nella storia si trovano anche esempî di forme polarizzate, come il parlamentarismo che va verso il polo assemblearista, tipico della I Repubblica italiana; i governi non nascevano dalle elezioni e quindi il capo del governo si trovava nella situazione di non poter sciogliere il parlamento.
Oggi, i partiti sono più deboli, meno radicati nella società e meno in grado di garantire il funzionamento (anche se inefficiente) delle istituzioni. L’utilizzo dell’espediente della fiducia per far passare la finanziaria è un indice di debolezza (vuol dire che il sostegno del parlamento non è certo e va riaffermato); ma si tratta di una debolezza strutturale, abbinata ad una forza congiunturale (solo un governo relativamente forte, che sa di poter restare in piedi dopo un voto di fiducia, può porre tale espediente per far passare una legge; un governo relativamente debole cerca invece di venire incontro alle diverse esigenze per far passare quanto più possibile di una legge).

 

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Matteo Verda

Appunti 8

 

Una prima classificazione delle forme di governo: forme moniste (parlamentarismo e assemblearismo) e forme dualiste (presidenzialismo e semipresidenzialismo)(e anche monarchia costituzionale, sebbene sia più solo un caso storico).
Queste varianti all’interno della classi vanno divise per sottocriterî:
- nel caso delle forme moniste, il criterio per distinguere tra parlamentarismo (supremazia del governo sul parlamento) e assemblearismo (supremazia del parlamento sul governo) è il potere, che si esplicita nella presenza o assenza del potere del governo di sciogliere il parlamento.
Nel caso dell’assemblearismo, non ci sono contrappesi al potere del parlamento: il governo non nasce direttamente dal voto; il voto popolare in democrazia conta sempre, ma in questo caso determina solo i rapporti di forze tra i partiti. Quando non c’è investitura diretta, il governo non ha riserve di legittimità tali da poter determinare il potere di scioglimento del parlamento. In questi casi, è il capo dello stato ad avere la titolarità formale a sciogliere il parlamento.
Il rapporto fiduciario del parlamento nei confronti del governo si esprime in tutta la sua forza ed il parlamento può usare in modo sistematico la fiducia per licenziare i governi da lui stesso creati.
È necessario fare una precisazione: dire che nel caso dell’assemblearismo il potere sta sul versante del parlamento non vuol dire che è il parlamento in sé che detiene un potere od una volontà univoca, ma che dentro o fuori l’assemblea c’è qualcuno in grado di influenzare il comportamento di voto dell’assemblea stessa (nel caso della I Repubblica italiana, i partiti)(i gruppi umani infatti non hanno volontà, solo gli individui la hanno).
- nel caso delle forme dualiste, il criterio per distinguere tra le diverse forme è che, mentre nel presidenzialismo l’esecutivo è il presidente, nel semipresidenzialismo è un presidente più un governo.
Il ruolo di capo dello stato e quello di capo del governo hanno, ad esempio, condotte e comportamenti diversi nel caso americano, sebbene sia la medesima persona ad esercitarli: il presidente.
Nel caso del semipresidenzialismo, pur essendoci la figura del capo del governo, il presidente resta parte integrante dell’esecutivo.

Ora, appare evidente come, mentre tra le forme moniste il criterio di differenziazione riguarda il potere, tra le forme dualiste non si guarda al potere, ma al lato formale (slegato dalla prassi dai comportamenti concreti) per distinguere tra le diverse forme.
Non si tratta, dunque, di classificazioni scientifiche, bensì di orientamenti; il fatto che i criterî usati siano diversi, infatti, dovrebbe escludere in partenza lo status di classificazione, svelando una semplice fenomenologia.
Da questa considerazione, si può partire per osservare come emergano in questa fenomenologia due aspetti:
- il riferimento alla modalità attraverso la quale si giunge ad occupare i ruoli istituzionali (come si arriva ai ruoli?);
- il riferimento a quanto potere è situato in particolari ruoli (cosa si può fare una volta arrivati ai ruoli?).

Ci si trova davanti ad una molteplicità dei casi e la conclusione è che si finisce con l’assegnare una classe ad ogni fenomeno storico (una classe = un caso); la tipologia funziona quando i casi sono pochi ed idealtipici, altrimenti si scade nella descrizione pure e semplice e non si persegue conoscenza sistematica.
La direzione da assumere è quella di valutare se l’operazione conoscitiva ha un senso; in questo caso, ha senso perché non si può spiegare il funzionamento dei poteri democratici (creazione e gestione) se non si ha in mente come il potere politico è strutturato. Resta fondamentale tuttavia tenere sempre presente che ogni comprensione è parziale e deve sempre avere come fine ultimo la comprensione del funzionamento dei poteri democratici.
Si è stati indotti a puntare la nostra indagine sulla lotta per il potere; giunti a questo punto, si è spinti ad indagare i partiti, i sistemi di partiti ed il rapporto tra partiti ed elettorato. Si può comprendere come si modula la competizione solo considerando l’assetto verso cui la competizione è orientata. Il qualcosa che si cerca nella competizione è ricoprire i ruoli di governo.
Per esaminare la situazione reale, esistono 2 strade: si può pensare che la chiave di volta del sistema democratico siano i partiti e che studiare quelli sia la chiave per leggere tutta la democrazia (questa visione si basa su di un assunto assiomatico: il potere di governo è uguale e costante indipendentemente da tutto); l’assetto istituzionale in questo caso è dato, come una variabile.
Questa strada si basa su di un assunto che, finché non scientificamente dimostrato, la rende insostenibile.
Lo sforzo intellettuale di indagine è così spinto verso un’altra direzione, opposta: il potere non è uguale da tutte le parti, esistono differenze molto forti tra un sistema e l’altro. Il variare delle forme di governo è l’effetto più palese del fatto che il potere varia.
Di conseguenza, la consapevolezza della necessità di problematizzare anche la natura dell’oggetto della competizione risulta evidente.
Si constata che la configurazione morfologica del quadro istituzionale è una prima immagine di superficie della distribuzione del potere.

Il pluralismo polarizzato di Sartori è la risposta teorica al perché nella I Repubblica italiana non ci fosse alternanza al potere.
Rispetto allo schema bipartitico, la presenza di un 3° partito altera la competizione.
Ipotizzando la presenza di 3 partiti (A, B, C) lungo la linea della competizione politica che va da sinistra a desta ed ipotizzando che B sia il partito di centro, A e C possono essere considerate (in determinati contesti storici) forze antisistema, perché non puntano al governo del sistema, ma al cambiamento del sistema in sé. La natura antisistemica di A e C è sostenuta dalla presenza di posizioni politiche esterne al sistema politico della competizione democratica. Di conseguenza, A e C non sono in competizione solo con B, ma anche con le forze centrifughe esterne al sistema e avverse ad esso in modo radicale.
Se A e C convergessero verso il centro, perderebbero voti e quindi si astengono dal farlo. Convergendo verso il centro, tuttavia, hanno la possibilità di andare al governo, ma vi rinunciano perché il governo offre attrattive minori rispetto alle attrattive ideologiche antisistema.
Per A e C cercare voti significa rinunciare al governo e cercare il governo significa perdere voti. La comprensione di questa dinamica complessa spinge a ritenere che il potere non risieda interamente nell’assetto istituzionale.
In questa situazione, l’area di governo è sempre riservata a B, il partito di centro, perché l’alternanza politica vorrebbe dire cambiamento di regime. Si ha così il governo continuo del centro.
Gli estremisti in questa situazione giocano al rialzo, promettono l’impossibile, perché tanto non hanno speranza di vincere le elezioni e quindi non corrono il rischio di dover mantenere le loro promesse. Si ha in questi casi un’opposizione irresponsabile (e, anche se Sartori non lo dice, anche il governo è poco responsabile).
Lo schema del pluralismo competitivo altera quello che si può ricavare dallo schema del bipartitismo. Nel bipartitismo, se si conquistano i voti, si conquista il governo; nel pluralismo competitivo, per i partiti estremisti se si conquistano i voti non si conquista il governo e viceversa.
I partiti si possono moderare, ma se lo fanno perdono sistematicamente consensi. Si ha la frantumazione del rapporto mezzo-fine tra voti e governo ed il suo capovolgimento per i partiti antisistema. Senza questo paradosso il pluralismo competitivo non si spiega. C’è un solo modo di sciogliere il paradosso: i partiti cercano in ogni caso il potere, ma non necessariamente il governo, perché l’equazione potere=ruoli di governo non è più valida; non tutto il potere sta nel governo, una parte cospicua di esso presente in quel regime non è associata ai ruoli di governo.
Nello specifico del caso italiano, molto del potere che mancava ai ruoli di governo era rintracciabile nel sistema partitico.

 

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Matteo Verda

Appunti 9

 

Un sistema politico non è fatto solo di ruoli di autorità, ma anche di altro: partiti, gruppi di pressione, cittadini (elettori, militanti). I gruppi di pressione, in particolare, sono per loro natura sociali, ma diventano attori politici quando affrontano temi politici.
Un sistema politico deve essere studiato in tutti i suoi aspetti; il problema è che la distinzione tra quello che è politico e quello che non lo è non è ontologica, ma analitica.
Quando studiamo i ruoli politici e gli individui che li ricoprono, non ci interessiamo ai singoli individui, ma agli individui in quanto associati ai ruoli (distinguiamo tra il ruolo e la persona fisica; poi distinguiamo tra tutti i comportamenti quelli di ruolo e quelli non di ruolo)(si tratta di un’astrazione, di una vera e propria tipizzazione in senso weberiano).
In un sistema politico ci sono molteplici sottosistemi; per studiare nella sua interezza un sistema, bisogna studiare tutti i sottosistemi e le loro interazioni.
Bisogna quindi giustificare metodologicamente l’interesse verso un solo sottosistema, nel nostro caso quello dei ruoli di governo.

Il potere politico in palio nelle elezioni è esso stesso una variabile e quindi le dinamiche dei ruoli si modificano in funzione di questo fatto.
I partiti sono macchine finalizzate all’ottenimento del potere.
Se non c’è una società pluralista e modernizzata non ci può nemmeno essere una democrazia.
La posizione di potere è sempre associata alla responsabilità.

La componente di struttura del potere di qualunque regime democratico merita di essere studiata a sé.
Il sottosistema delle istituzioni di governo attira un’attenzione approfondita; la stessa struttura della dinamica partitica è incomprensibile senza le istituzioni.
Cosa vuol dire studiare le istituzioni? La forza del governo in quanto dotato di potere è gigantesco; capire il modello di distribuzione del potere di governo e le dinamiche con cui si cristallizza negli assetti istituzionali è solo il primo passo.

 

Politica Comparata

Matteo Verda

Appunti 10

Il sistema di indagine di Ieraci prevede 3 punti di analisi:
1. identificazione dei ruoli
2. attribuzione delle risorse potestative ai ruoli
3. misurazione delle risorse potestative detenute dai ruoli

Nelle forme diadiche, bisogna individuare le risorse potestative in capo ai diversi ruoli collegiali e stabilire se sono bilanciate o sbilanciate.
Quelle che si ottengono sono mappe orientative di distribuzione ipotetiche; significa che si analizzano i casi empirici, passando dalla classe ideale alla classificazione dei casi concreti, in base agli indicatori che si sono stabiliti.
Il problema è ora (ci troviamo nel 3° punto dell’analisi di Ieraci): come misurare le classi facendone degli indicatori empirici?
Alcuni autori (tra cui Battegazzorre) pensano sia impossibile, perché i poteri di ciascun ruolo sono molteplici e si pone di conseguenza il problema della commensurabilità e della confrontabilità dei poteri.
Dove si trovano le indicazioni di distribuzione dei poteri? Si può prescindere dalle regole scritte? Ieraci tende a dissociare le risorse che ciascuno dei ruoli istituzionali può far valere dal rapporto che il ruolo ha con la società. Se il rapporto con la società (le elezioni) ha peso, noi dobbiamo poterlo rilevare all’interno del rapporto istituzionale (tra le istituzioni).
Ad esempio, se l’elezione diretta del presidente conferisce risorse potestative a quel ruolo, lo possiamo rilevare in base al rapporto che il ruolo presidenziale ha con le altre istituzioni e gli altri ruoli istituzionali.
I poteri di ciascun ruolo si misurano attraverso le risorse potestative, di cui esistono 2 tipi (in realtà, solo una è una risorsa in positivo):
1. la capacità di intervento decisionale;
2. l’autonomia rispetto agli altri ruoli.
Più l’autonomia è elevata, più un ruolo è al riparo dall’influenza degli altri ruoli; si tratta, in realtà, di un’assenza di potere degli altri.
Queste due dimensioni si possono ricondurre alla capacità effettiva che un ruolo ha di portare avanti il processo decisionale, che è in definitiva il fulcro dell’attività politica.
Ieraci parte dall’idea che autonomia e potere siano aggregabili e sommabili come aspetti diversi delle risorse potestative insite in un ruolo. In realtà, l’autonomia è diversa dal potere ed in un certo senso sta a monte.

 

A determinare i poteri sono le formalizzazioni, ovvero le norme tradotte in forma linguistica. Esistono tuttavia regole scritte che vengono disattese ed altri comportamenti che vengono seguiti anche senza una loro trasposizione scritta. Per questo si distingue tra:
- formalizzazioni (norme) e
- regolarizzazioni (prassi stabilizzate).
Le formalizzazioni, anche se sempre disattese, restano importanti, perché possono sempre essere invocate e costituiscono comunque una risorsa per chi le detiene.
Anche le regolarizzazioni, essendo disposizioni mentali, si prestano ad essere invocate (vedi caso di La Malfa, che tentò di attuare il mandato affidatogli da Pertini prima di fare il giro di consultazioni e venne impiombato).
L’ambiguità di una regola le consente di adattarsi e di restare in uso, mentre regole troppo rigide rischiano di risultare superate e cadere in disuso; è il problema dell’effettività del diritto.

 

Politica Comparata

Matteo Verda

Appunti 11

Le forme diadiche integrate sono quelle in cui i ruoli collegiali di P e G sono il fulcro del sistema democratico.
Nelle forme diadiche integrate, il CG è parte integrante del G e non ha un ruolo individuale di rilievo; l’integrazione tra il G (e dunque il CG) ed il P avviene all’interno dell’arena parlamentare e non al suo esterno, come nei casi di forma diadica separata.
Le varianti all’interno della categoria dipendono dal ruolo favorito dal processo di integrazione (l’equità non esiste):
- parlamentarismo: integrazione in capo al P;
- premierato: integrazione in capo al G.

Qualsiasi indagine in profondità dell’evoluzione delle forme diadiche integrate deve fare riferimento all’evoluzione del sistema inglese.
In questo sistema, fu importante fin dal XIII secolo la presenza dell’assemblea dei potentati (Magnum Concilium), laici ed ecclesiastici.
Il problema dei sovrani inglesi era quello di riuscire a concentrale il potere disperso nei diversi potentati; all’epoca, esisteva ancora la leva feudale, ogni potentato forniva un tot di risorse di violenza. Inoltre, i signori esercitavano poteri locali (tra cui l’amministrazione della giustizia), frammentando sul territorio il potere politico che la corona cercava di accentrare.
Le forme embrionali di P che si originano in quel periodo sono sempre ostacolate dai poteri locali; tutti i monarchi inglesi affrontarono il problema dell’indisponibilità dei signori ad essere invocati in un’assemblea centrale.
In Inghilterra l’infeudazione non fu dello stesso genere di quella caratteristica del continente; per questo, i sovrani inglesi non ebbero (o ne ebbero meno) problemi a creare un consiglio del regno. Già nel ‘200 i sovrani imposero il principio secondo cui le decisioni del consiglio valevano anche per gli assenti; già nel ‘300, inoltre, il mandato imperativo non c’era più. Fu così che i veri detentori delle risorse sociali parteciparono sempre alle riunioni del consiglio ( che divenne la House of Lords), facendone il centro del potere. A questa camera fu affiancata la House of Commons, formalmente eletta dai borghi e dai comuni; in questa camera, fino al 1864, gli elettori erano il 2% circa della popolazione, la gentry in particolare.
Il sistema parlamentare inglese assunse il nome di King in Parliament; esso era inizialmente precario, perché era sbilanciato verso i signori; tuttavia, fin dal tardo medioevo la corona inglese attinse forze militari anche dalla gentry (milizie locali).
La violenza ben presto cesso dunque di essere monopolio della grande nobiltà (pur restando quest’ultima indispensabile alla corona). Con la guerra delle Due Rose cominciò il lento ed inevitabile declino della nobiltà e coi Tudor la situazione politica interna divenne più pacificata. I Tudor rafforzarono il P e governarono attraverso esso; inizialmente la camera dei Lords era più importante (in virtù delle loro risorse di violenza privata), poi questi furono smilitarizzati e le condizioni di funzionalità dello Stato cambiarono, in concomitanza con la fioritura dei comuni (in tempo di pace, le finanze contano più dell’esercito). I Tudor usarono  gli strati medio-bassi della società contro l’aristocrazia (stessa cosa fecero i Vasa in Svezia, dove i contadini liberi divennero il nerbo dell’esercito e sostennero la corona contro l’aristocrazia).
Dai Tudor fino al 1688 ci furono le condizioni dello scontro, secondo Ieraci. Non è vero: lo scontro avvenne prima dei Tudor, nelle 2 rivoluzioni è solo fallito il tentativo dei re di governare senza il P.
In Inghilterra, la sconfitta della monarchia col P indebolì il re e rafforzò la corona, al contrario di quanto accadde in Francia, dove la vittoria sulla fronda rafforzò il re ma fece in modo che la corona rimanesse sostanzialmente debole.
La legislazione uniforme (lex parlamentaria) in Inghilterra fece in modo di rendere sovrano il potere della corona sul territorio, a differenza di quanto avvenne in Francia, dove solo con Napoleone si ebbe una definitiva unificazione del diritto.
La “rivoluzione Tudor” fece in modo che secoli dopo la corona cessasse di essere un soggetto politico e la sua emanazione esecutiva (cabinet) entrasse nell’orbita del P, pur restando autonoma.
Abili politici seppero usare la doppia fiducia (del P e della corona) per rafforzarsi, usando la fiducia di un’istituzione l’altra.
Le prerogative della corona sono finite in larga parte nell’elettorato, in parte nel cabinet e sono in piccola parte nel P.
In Inghilterra, era il capo del cabinet a chiedere il mandato agli elettori attraverso l’elezione di un P a lui favorevole.

Questa evoluzione si è ripetuta in tutti i paesi del nord Europa; dove invece i P non assistettero all’evoluzione delle situazioni scoppiarono le rivoluzioni democratiche (come quella francese), che spazzarono via i P non rappresentativi.

Nel sistema parlamentare, il G è responsabile verso il P; l’archetipo è il modello inglese: esecutivo collegiale e assemblea collegiale integrati.
Nel premierato, il CG è più rilevante che nel parlamentarismo, ma non può comunque essere pensato a sé.
Per determinare in presenza di quale sottocategoria ci si trova (parlamentarismo o premierato) bisogna stabilire quali sono le risorse potestative più importanti e soppesarle.
Per discernere le risorse, bisogna pensare che i due soggetti sono in stretto rapporto uno con l’altro. Si tratta di un rapporto innanzitutto costitutivo, il G esiste finché dispone della fiducia del P.
Per meglio comprendere questo bisogna considerare i 2 momenti chiave: formazione e terminazione del G; le risorse che si cercano in questo caso sono quelle di cui G e P dispongono in questi 2 momenti chiave.
Le modalità di investitura:
- si accorda la fiducia a tutto il G; in questo caso il G, e quindi ogni ministro, gode direttamente della fiducia accordata a tutto l’esecutivo nel suo insieme.
- si accorda la fiducia solo al CG; in questo caso è il ruolo individuale ad essere depositario della fiducia e quindi i ministri ne partecipano indirettamente, tramite il CG.
Le modalità di terminazione riguardano 2 aspetti, il voto di sfiducia del P al G e la facoltà per il G di licenziare il P ed indire elezioni, e sono:
- il P ha la facoltà illimitata di licenziare il G, anche senza motivo (in Italia, la Costituzione dice che il licenziamento deve essere motivato per iscritto, ma questo non significa nulla).
- il P ha delle restrizioni, la più significativa delle quali (e anche l’unica che Ieraci prende in considerazione) è quella della sfiducia costruttiva: la sfiducia è valida solo se contestualmente si propone un nuovo governo, la negazione non può essere fine a sé stessa (si tratta di un espediente nato in Germania per evitare errori della Repubblica di Weimar). La sfiducia costruttiva è, a pieno titolo, una risorsa del G.
- il G ha la facoltà di sciogliere il P ed indire elezioni; Ieraci non dà molto peso al fatto che il potere di scioglimento sia formalmente nel G, ma guarda al fatto che un G sfiduciato possa sciogliere il P (in Inghilterra, ad esempio, il G non ha direttamente il potere di indire nuove elezioni, ma per prassi la corona asseconda le richieste del CG). In questi casi, un G sfiduciato ha davanti a sé 2 possibilità: rassegnare le dimissioni o sciogliere il P.

Osservando l’analisi e la ripartizione all’interno della classe diadica integrata, si può notare come la risorsa che pesa di più (più delle altre 2 insieme: investitura al CG e limitazioni al voto di sfiducia) sia la facoltà per il G di sciogliere il P. Infatti, ad Austria, Irlanda ed Olanda basta questa sola risorsa per rientrare nel gruppo dei premierati con Gran Bretagna, Germania e Spagna; tra le forme diadiche integrate in cui tutte le risorse sono a favore del P si trovano invece Italia, Belgio e la IV R. francese. Ieraci non argomenta questo fatto, ma lo da per scontato (è giusto, ma andava comunque argomentato); il fatto centrale è che, mentre le prime due risorse attenuano il legame fiduciario, la terza lo capovolge completamente, dando al G la possibilità di proteggersi dalla sfiducia.
Se si considerano questi poteri come facoltà, si nota come essi rivitalizzino il G; e.g., la sfiducia costruttiva, anche se nella storia della Germania è stata usata una sola volta, fa sempre e comunque sentire il suo peso e modifica in modo permanente l’interazione tra G e P.

 

 

 

 

Schema inventato da Battegazzorre per ricomprendere tutti i tipi di democrazia:

Può un ruolo collegiale sciogliere l’altro?

 

 

Parlamento

 

si

no

Governo

si

Premierato
(GB, D)

Semipresidenzialismo
(F V)

no

Parlamentarismo
(I, B)

Presidenzialismo
(USA)

 

 

 

Politica Comparata

Matteo Verda

Appunti 12

Le forme diadiche integrate si suddividono in base al livello di integrazione: alta, media e bassa.
Quando le risorse nella relazione P-G (investitura ad personam, limitazioni alla sfiducia e scioglimento del P) sono tutte presenti, l’integrazione è alta, P e G sono maggiormente intrecciati ed interdipendenti: se il P vota la sfiducia, il G può sempre sciogliere il P.
Quando la sfiducia non è controbilanciata dal potere di scioglimento del P, la dipendenza è unilaterale e l’integrazione è minore.
Il potere di scioglimento del P, nei casi in cui non è in mano al G, o è del P stesso, o è del CS. In quest’ultimo caso, i rapporti tra P e G non si svolgono tutti nella loro interazione, ma chiamano in causa attori terzi, decretando un basso livello di integrazione.

In basa all’analisi della fase costitutiva e terminative dei ruoli collegiali si possono individuare le due sottoclassi delle forme diadiche integrate. È necessario ora indagare come si comportino questi sistemi nella quotidianità dell’azione politica, ovvero com’è l’operatività di P e G e come gli effetti dell’integrazione si manifestino.
Il fulcro dell’attività politica è la produzione di politiche, ovvero la presa di decisioni vincolanti. Alla luce di questo, Ieraci pensa che ciò che conta sia quanto i G possano proteggere dal P le loro politiche.
Il criterio di indagine nasce dalla constatazione che in democrazia la politica di proposta e la presa di decisioni vincolanti ha sempre più gratinata nell’orbita dei G.
In un paese democratico avanzato, su 100 proposte di legge, 60 sono di origine governativa.
Se si analizza il tasso di successo (ovvero quante proposte (bills) diventano leggi (acts)), quello delle proposte di legge governative è molto più alto rispetto a quelle non governative (95% in GB, 75% in Italia).
Le proposte di legge parlamentari sono molto più spesso destinate a fallire (in Italia, il loro tasso di successo è del 20%).
Stando così le cose, Ieraci propone come criterio il grado di protezione da parte del G delle sue proposte nei confronti del P. Tuttavia, il passaggio in P è spesso doloroso per il G.
Il numero di proposte di legge del governo che arrivano ad essere promulgate senza emendamenti è molto più basso del tasso di successo, specie in paesi come il Nostro.
Visto che il G è il fulcro dell’attività politica, ma visto anche che le proposte di legge devono comunque passare dal P, la capacità di protezione delle politiche proprie da parte del G è fondamentale come dato di analisi (basta infatti un solo emendamento per stravolgere il senso di una legge, rendendola sgradita al G).
Dimensione operativa: capacità del G di proteggere le proprie politiche.

L’esemplificazione del caso inglese è utile a comprendere le dinamiche che soggiacciono ai processi di evoluzione delle democrazie in particolare per quanto riguarda l’integrazione tra P e G e la presa di decisioni.
Nella storia del P inglese, una vera e propria svolta furono i reform Acts del 1832 e del 1864, che non sono le cause, bensì le conseguenza dell’avvento del potere del P, sottratto in parte alla monarchia.
Il G veniva così a dipendere dal P, per cui c’era la necessità che il P rappresentasse maggiormente la società inglese; furono così eliminati i “borghi putridi”, che erano tra le cause della scarsa rappresentatività del P. Gradualmente viene meno il meccanismo del dualismo effettivo della fiducia al cabinet (del P e della corona); tuttavia, la corona non ne fu indebolita in modo determinante. La fiducia divenne comunque di monopolio del P.
Quando al P giunge una funzione così importante, giunge anche la possibilità della sua negazione, ovvero giunge anche la prospettiva del G alternativo: fu in questo contesto che nacque per la prima volta l’opposizione parlamentare. L’opposizione nasce dunque non solo come negazione, ma anche come proposizione alternativa; senza bisogno di formalizzazioni (come in Germania) si tratta nei fatti di una potenziale sfiducia costruttiva.
L’opposizione ha come punto di riferimento del suo operato le elezioni successive, in cui ha la possibilità di diventare G. Fino a quel momento, le sue armi sono quelle previste istituzionalmente: si tratta dunque di un’opposizione moderata, che grazie all’alta istituzionalizzazione non presenta costi di esclusione troppo alti. Si evita così (a parte il caso dei nazionalisti irlandesi) la presenza di opposizioni antisistema.
L’opposizione, potenziale governo di domani, deve osteggiare in sede parlamentare l’avversario, ovvero il G.
Le tattiche a disposizione dell’opposizione per avversare il G sono divisibili in due gruppi:
1. sovraccarico del processo legislativo, attraverso:
a. iniziativa legislativa, contrastata dal G attraverso l’istituzione di aree di politica riservata, la riduzione dei tempi per le proposte indipendenti (private business), priorità ai provvedimenti del G (in Italia, le c.d. “corsie privilegiate).
b. emendamenti, contrastati attraverso la chiusura del dibattito (closure rules) (in Italia, il c.d. “tempo contingentato”) e la selezione degli emendamenti (la c.d. “pratica del canguro”).
2. consumo del tempo legislativo, attraverso:
c. interrogazioni, contrastate attraverso la riduzione dei tempi concessi alle interrogazioni (in Italia, c.d. “question time”), restrizioni imposte alle mozioni di rinvio.
d. ostruzionismo, contrastato attraverso la ghigliottina, la riduzione dei tempi concessi agli oratori ed il controllo dell’organizzazione e dei tempi delle sedute (in GB, è il governo a decidere l’agenda dei lavori, in Italia la conferenza dei capogruppo, espressione della partitocrazia).

In Francia, esiste la possibilità per il G di richiedere il voto bloccato (su argomenti che stanno particolarmente a cuore al G e a cui magari anche la maggioranza vuole proporre degli emendamenti): si vota la proposta così com’è, o passa o è respinta, ma in ogni caso si evitano gli assalti particolaristici.

 

Politica Comparata

Matteo Verda

Appunti 13

Un aspetto fondamentale per valutare la capacità del G di proteggere le proprie politiche è la centralizzazione del processo legislativo: più è marcata, più il G può difendere le proprie politiche.
In Gran Bretagna, questo processo è molto spinto, le decisioni sono effettivamente prese dalla Camera dei Comuni (si tratta infatti di un bicameralismo fortemente asimmetrico, la Camera dei Lords dal punto di vista legislativo conta quasi nulla).
Il decentramento è, viceversa, lo spappolamento delle sedi decisionali ed è massimo dove il bicameralismo è effettivo (ovvero, solo in Italia).
Oltre alla presenza del bicameralismo, un altro meccanismo di accentramento e decentramento del processo decisionale è il sistema delle commissioni parlamentari, che in Italia sono in pratica dei mini-parlamenti che arrivano a legiferare su temi specifici.
In Gran Bretagna, le commissioni sono solo organismi tecnici, che vengono formati ad hoc dopo un primo voto della camera su una proposta (bill), con il compito di approfondire lo specifico argomento e creare un listato, che viene poi sottoposto a voto per diventare legge (act).

La struttura monocamerale è presente principalmente nei paesi di piccole dimensioni, mentre nei paesi più grandi il sistema è solitamente bicamerale: Camera dei Deputati e Senato. Spesso quest’ultimo ha visto i suoi poteri ridursi fino a diventare marginali: in questi casi il bicameralismo è asimmetrico.
Anche una singola camera è sottoposta a processi più o meno forti di centralizzazione, ci possono essere diluizioni del lavoro, più o meno formalizzate (presenza e struttura delle commissioni parlamentari).

Ieraci, per valutare l’entità dell’accentramento del processo decisionale, valuta la presenza di un fattore strutturale e 4 proprietà del sistema di commissioni:
1. bicameralismo perfetto o bicameralismo asimmetrico (assimilabile al monocameralismo sotto questo aspetto).
2. specializzazione delle commissioni, alta o bassa (se la specializzazione è alta, allora è probabile che la penetrazione politica nella commissione sia bassa, ovvero la commissione non riproduca esattamente i rapporti di forza tra le parti politiche del P).
3. continuità delle commissioni, alta o bassa.
4. autonomia delle commissioni, alta o bassa.
5. decisività delle commissioni, alta o bassa.
Le commissioni nel P italiano sono state per anni baluardi di autonomia, perché in sede di commissione si è potuto discutere in modo indipendente dagli schieramenti politici. I partiti danno il proprio consenso ad una condotta indipendente ai proprî membri in commissione.
La combinazione della misura della centralizzazione e della capacità di protezione delle politiche da parte del governo da origine ad una matrice delle arene parlamentari:

 

 

Capacità di protezione

 

 

bassa

alta

Centralizz.

alta

Arene centralizzate (1)
opp. cooperativa

Arene avversariali (2)
opp. istituzionalizzata

bassa

Arene consensuali (3)
opp. partigiana

Arene decentralizzate (4)
opp. acquiescente

1. G e P tendono verso comportamenti di cooperazione (Austria, Olanda).
2. Il G non ha bisogno di scendere a compromessi con l’opposizione e dirige il processo legislativo (Gran Bretagna).
3. G e P ricercano apertamente il compromesso (Italia, Belgio).
4. Il G tiene saldamente in mano il processo legislativo e l’opposizione tende all’acquiescenza (Spagna).

Ieraci propone dunque 4 indizî per suddividere in due sottoclassi le forme diadiche integrate:
1. grado di integrazione tra G e P;
2. capacità di protezione delle politiche del G;
3. centralizzazione del processo legislativo;
4. tipologia dell’arena.

Nel caso dei parlamentarismi, i valori 1-3 sono bassi e l’arena è consensuale/decentralizzata, non controllata dal G.
Nel caso dei premierati, i valori 1-3 sono alti e l’area è avversariale/centralizzata, controllata dal G.

 

Politica Comparata

Matteo Verda

Appunti 14

Le forme diadiche separate sono quelle in cui il G non dipende dal P, nel senso che né il suo funzionamento né la sua sopravvivenza sono influenzate da quest’ultimo.
Nelle forme diadiche separate, i due ruoli centrali dell’attività politica sono il P ed il CG (con il suo G).
Le forme diadiche separate sono principalmente i presidenzialismi e presentano 2 sottoclassi: il sistema presidenziale (con elezione diretta o quasi diretta (grandi elettori) del CG, che è anche CS e che ha un G che è una sua emanazione diretta; il P non può influire direttamente sul presidente, se non attraverso l’impeachment) ed il sistema del parlamentarismo con presidente (riscontrabile sono in Israele dal 1992 al 2001).
Il primo criterio di identificazione delle forme diadiche separate è l’elezione diretta del presidente; si parla di sistemi diadici perché il presidente ed il G non sono separati né separabili e costituiscono un solo unico ruolo nei rapporti con il P. Il G, inoltre, si forma sulla base dell’esclusiva volontà del presidente ed è in questo che si distinguono le forme diadiche separate dalle forme triadiche integrate.

L’introduzione del caso di Israele nel novero delle forme diadiche separate è una forzatura: la legge fondamentale di Israele del 1992 prevedeva la possibilità per il P di sfiduciare l’esecutivo e questa è una chiara caratteristica costitutiva dei sistemi integrati.
A parte Israele, tutte le forme diadiche separata hanno un’effettiva separazione dei poteri, riconducibile nel suo archetipo ai padri fondatori degli Stati Uniti (che a loro volta erano sulla linea della teoria dei poteri misti, che prevedeva di mettere in contrasto tra loro i diversi poteri per bilanciarli; in questo gli Stati Uniti sono debito per il loro sistema di cheeks and balances).
La formula del controllo del potere tramite il potere è di Madison: “se gli uomini fossero angeli non ci sarebbe bisogno di alcun governo, se i governanti fossero angeli non ci sarebbe bisogno di alcun controllo”. Bisogna infatti fare in modo che la tendenza alla prevaricazione da parte di un potere abbia un freno nella tendenza prevaricatrice di una altro potere, in modo che un’ambizione freni l’altra.
Madison pensava che l’equilibrio fosse nella terna, perché l’equilibrio politico non è statico, ma dinamico, le capacità, le facoltà di azione, il prestigio ed il potere di ogni istituzione variano nel tempo. Se i poteri fossero 2, si favorirebbe il predominio di uno nel corso del tempo; con 3 poteri, se un potere cresce troppo, gli altri 2 tendono ad unirsi per limitarne l’espansione.
Il principio della separazione dei poteri implica la separazione al momento costitutivo, ma non la separazione operativa, che anzi risulta fondamentale. Le istituzioni devono cooperare per svolgere le loro politiche, c’è interazione.

Ieraci introduce un dibattito su vizî e virtù dei sistemi presidenziali.
Linz, il più importante critico del presidenzialismo, sostiene che questo sistema ha 2 aspetti negativi:
- sul piano funzionale; l’assetto presidenzialista, implicando un mandato fisso e la non licenziabilità, è troppo rigido e implica che presidenti troppo deboli restino in carica senza fare nulla (il presidente ed il P, infatti, hanno uno nei confronti dell’altro solamente poteri negativi e quando cooperano lo fanno in virtù di norme paracostituzionali)(e.g. il presidente USA non ha l’iniziativa legislativa, ha solo il potere di veto (superabile solo con l’overriding); se la costituzione fosse seguita alla lettera, avrebbe le mani legate, ma nella prassi alcuni deputati del partito del presidente propongono le iniziative a lui gradite al posto suo).
- sul piano della competizione politica; il rapporto tra assetto presidenzialista e sistema partitico può generare situazioni di instabilità in democrazie giovani (soprattutto in Sud America). I sistemi presidenziali, infatti, mettono in palio un solo ruolo centrale, in un gioco a somma 0, o si vince o si perde; se in questo ruolo sono inscritti poteri dominanti, la lotta politica tende a polarizzare ed inasprire la lotta politica. I candidati mettono così in campo tute le risorse di cui dispongono per non perdere, arrivando a compiere azioni illegali ed anticostituzionali.
Inoltre, tendono ad essere messi in moto i meccanismi che portano il perdente a non accettare la sconfitta e tentare il colpo di stato (come Pinochet).
Da questi elementi, secondo Linz, emerge evidente l’importanza del rapporto tra assetto presidenzialista e sistema politico.
Altri autori hanno difeso il presidenzialismo su entrambi i versanti.

 

Politica Comparata

Matteo Verda

Appunti 15

Nell’analisi delle forme diadiche separate, Ieraci prende in considerazione le modalità di elezione dei CG; in alcuni casi, il presidente è eletto direttamente, in altri attraverso i grandi elettori ed in altri ancora, se nessuno dei candidati arriva ad un determinato quorum, è il P a decidere.
Altri elementi che Ieraci prende in considerazione sono la durata del mandato presidenziale (più lunga in Sud America che negli Stati Uniti), la rieleggibilità (che può essere vietata od avere delle limitazioni), la possibilità per il presidente di nominare e revocare i ministri (presente in ogni presidenzialismo), la presenza di un capo di gabinetto (solo in Argentina, mentre in Cile è il ministro degli interni).
Tutti questi elementi sono molto simili in tutti i presidenzialismi; le cose invece cambiano quando si vanno ad analizzare i rapporti tra CG e P e le relative risorse in campo.

Come nell’analisi delle forme diadiche integrate, si prendono in considerazione i ruoli e le attribuzioni che vengono loro per via elettorale.
Prima si analizzano le risorse del CG nei confronti del P, poi quelle del P nei confronti del CG.
Come risultato, si ha un quadro chiaro di quanto bilanciato o sbilanciato sia il funzionamento di un sistema diadico separato. Ieraci prende in considerazione 5 casi (Argenti 1853, Argentina 1994, Cile, Stati Uniti ed Israele 1992).
Le risorse del presidente nei confronti del P sono:
1. possibilità di intervenire nella formazione del P; G e P non sono legati da un rapporto fiduciario del P al G. Tuttavia, si può trovare
a. la possibilità per il CG di sciogliere il P in Israele (in ogni caso, i momenti costitutivi di P e CG sono distinti)(il caso di Israele è controbilanciato tuttavia dalla possibilità per il P di licenziare il CG, mettendo in evidenza lo spiccato carattere parlamentare del sistema israeliano).
2. la classe procedurale, che si divide in:
b. intervento sulle procedure parlamentari (il modo in cui si definisce l’ordine del giorno, si mette a punto la scaletta degli interventi, ci si attiva per svolgere le funzioni del P). Il CG può, se detiene queste risorse, pilotare le procedure e le azioni del P.
c. potere di convocare le sedute parlamentari, avviando il lavoro del P.
3. la classe sostantiva, che si divide in:
d. risorsa negativa (potere di veto presidenziale, presente in tutti i presidenzialismi); la separazione fa agire in modo P e G, ma è comunque necessaria la cooperazione al fine di garantire la coerenza dell’azione istituzionale e del processo decisionale.
e. possibilità di attivare il processo decisionale/legislativo con proposte (comune a tutti i presidenti, tranne quello statunitense, dove comunque agisce per via indiretta).
f. la possibilità di dichiarare lo stato d’emergenza (assente solo negli Stati Uniti); in questo caso, si ha la sospensione del ruolo del P.
La classe sostantiva si può riassumere attraverso le modalità in cui il presidente interviene nei confronti del P: non facendo fare, facendo fare o aggirando il suo ruolo (spezzando la separazione dei poteri).
Le risorse del presidente sono massime in Cile e in Argentina (1853) e sono minime negli Stati Uniti, dove può solo porre il veto.

Ieraci prosegue analizzando le risorse del P nei confronti del G (la loro assenza è considerata risorsa a favore del presidente); queste si possono suddividere in due classi:
1. risorse nella formazione dell’esecutivo (del G, non del CG), che si possono suddividere in:
a. interventi del P nelle nomine di ministri
b. fiducia all’esecutivo
c. possibilità di sfiduciare l’esecutivo
Bisogna notare come siano pochi i casi in cui questo tipo di risorse del P c’è.
4. risorse rispetto all’azione di governo, che si possono suddividere in:
d. ratifica degli atti amministrativi (solo in Israele)
e. ratifica degli atti di politica estera, presente in tutti i presidenzialismi
f. sostegno ai ministri che rifiutano la controfirma degli atti presidenziali (solo in Israele)

 

Sulla base dei punteggi delle due tabelle (risorse del presidente e assenza di risorse del P), si può procedere a suddividere le forme diadiche separate in sottoclassi.

 

 

Autonomia

 

 

bassa

alta

c.i.d.*

alta

-

presidenze forti
(Cile, Argentina)

bassa

presidenze deboli
(Usa, Israele)

-

*capacità intervento decisionale

 

 

L’insieme delle cariche della presidenza negli Stati Uniti ha 3 fasce:
1. i burocrati, allocati con lo spoil system, senza l’intervento del congresso.
2. lo staff presidenziale, che è diventato nel tempo una struttura importante ed imponente; è composto dai consiglieri, i responsabili di comunicazione ed i portavoce del presidente. Sono persone direttamente e personalmente legate al presidente, che su di loro ha completa sovranità, senza alcun intervento del congresso.
3. i segretarî ed i sottosegretarî di stato, su cui il Senato esprime un gradimento (non vincolante, peraltro).

 

 

Fonte: http://www.matteoverda.com/documenti/Politica%20comparata/politicacomparata.zip

Sito web: http://www.matteoverda.com/

Autore del testo: Matteo Verda

 

 

 

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