Psicologia sociale riassunti e appunti

 

 


Psicologia sociale riassunti e appunti

 

I testi seguenti sono di proprietà dei rispettivi autori che ringraziamo per l'opportunità che ci danno di far conoscere gratuitamente a studenti , docenti e agli utenti del web i loro testi per sole finalità illustrative didattiche e scientifiche.

 

FONDAMENTI DI PSICOLOGIA SOCIALE

 

STORIA

 

Le origini della psicologia sociale risalgono ai contributi della psicologia dei popoli di Wundt, il quale si proponeva di fondare una branca della psicologia che si occupasse dei fenomeni collettivi non riducibili all’attività psichica del singolo. Si proponeva di espandere la psicologia fino a comprendere le realtà socio-culturali che trascendono l’individuo, trasportandola cioè sul terreno proprio della sociologia e della storia, modificandola quindi in senso sociologico e storico.
Per gli esponenti della psicologia delle folle (Tarde, Le Bon) le realtà sociologiche andavano analizzate e descritte in termini psicologici. Gli eventi collettivi, come il verificarsi improvviso di disordini, possono essere compresi solamente studiando come i pensieri, i sentimenti, le emozioni e i comportamenti dei singoli finiscono per convergere in una direzione o nell’altra. Alla psicologia sociale si doveva arrivare riportando lo studio della società sotto il dominio della psicologia.
Sebbene sia nata in Europa, la psicologia sociale ha avuto il suo massimo impulso negli Stati Uniti. I primi veri e propri manuali di psicologia sociale provengono, infatti, dall’America, con il volume di McDougal, secondo il quale al centro dell’analisi della vita sociale ci sono gli istinti, per cui il comportamento delle persone nella vita sociale dipenderebbe da predisposizioni innate a rispondere alle esperienze e agli stimoli quotidiani., e con il manuale dei fratelli Allport, che segna una svolta individualista della psicologia sociale americana: la vita sociale è determinata da disposizioni individuali, apprese nel corso stesso dell’esperienza sociale. Il collettivo è ridotto all’individuale, ossia al comportamento degli individui separati che lo compongono.
A tutt’oggi la cultura sociopsicologica è fortemente caratterizzata dalla scuola nordamericana che tende a considerare la corrente della cognizione sociale come l’asse portante della disciplina: a garantire tali fondamenti cognitivi alla psicologia sociale hanno contribuito ragioni storico-filosofiche.  Durante la seconda guerra mondiale la psicologia sociale ricevette, infatti, particolare impulso dall’esperienza maturata in rapporto alle ragioni stesse del conflitto mondiale. Vi fu, inoltre, occasione di condurre indagini su grandi masse di soldati (cosa che tra l’altro portò a capire l’importanza del confronto sociale e dei gruppi di riferimento per i punti di vista individuali), vennero avviate ricerche interdisciplinari a fini pratici e si imposero all’attenzione temi di rilievo, come gli effetti dei media, la leaderschip, la funzione di comando, le decisioni, le dinamiche di gruppo.
Dopo la guerra le ricerche di psicologia sociale conobbero particolare diffusione. L’impostazione di questo periodo, ispirata alla Gestalt, considera l’individuo in società un essere razionale, che cerca di capire ciò che accade, mette ordine nei dati e ha bisogno di coerenza: gli psicologi sociali si impegnarono, quindi, a mettere in risalto l’importanza dei fattori cognitivi e razionali per il comportamento sociale. Tre classici contributi hanno segnato gli anni ’50: il lavoro di Asch sulla maggioranza e minoranza nei gruppi, la teoria della dissonanza cognitiva di Festinger e la teoria del senso comune di Heider.

Tuttavia, prime critiche alla psicologia sperimentale americana provengono dalla psicologia sociale europea e, in particolare, da Tajefl, Moscovici e Doise.
Secondo Tajfel la psicologia sociale americana ha operato due grandi riduzionismi, consistenti in un individualismo psicologico e in una sociologia dell’organismo vuoto. Il soggetto, afferma Tajfel, non è considerato nella sua appartenenza, nel suo contesto e con il suo bagaglio sociale. L’uomo è portatore di un sociale che lo determina e la cui dimensione e importanza vengono perdute proprio attraverso gli studi in laboratorio. In particolare, Tajfel concentra le sue critiche sul processo di categorizzazione sociale affermando che non è soltanto una processo cognitivo, quanto piuttosto un sistema di orientamento che crea e definisce il posto specifico di ogni individuo nella società e che costituisce la base per l’identità sociale. Ciò che viene sottolineato in maniera particolare è il carattere relativo di tale categorizzazione che viene rivestita e determinata da affettività, sfumature, significati, diversi da soggetto a soggetto, che fungono da filtro per tutta la conoscenza della realtà sociale.

Moscovici, padre della psicologia sociale europea, definisce la psicologia sociale come la scienza che si occupa del conflitto tra individuo e società e dei fenomeni simbolici dell’ideologia, della cognizione, della comunicazione che sono propriamente sociali per genesi, struttura e funzionamento. In particolare ciò che differenzia la psicologia sociale dalle altre scienze non sono gli oggetti di studio, bensì la prospettiva: mentre, infatti, la psicologia generale si serve di un modello binario (basato sul rapporto tra soggetto e oggetto della conoscenza), la psicologia sociale si serve di un modello ternario, basato sul rapporto tra soggetto e oggetto mediato, però, da un altro, da rappresentazioni sociali, cioè da significati, valori, credenze, rappresentazioni, derivanti dall’appartenenza sociale, che media e filtra tale rapporto di conoscenza della realtà. La conoscenza della realtà sociale non è quindi un processo cognitivo basato su determinate modalità di funzionamento psichico neutre e oggettive, ma si configura come un processo mediato, filtrato e, per certi versi, determinato, dall’ambiente circostante, dalla cultura e dai contesti di appartenenza.

Doise, infine, sostiene che la lettura dei fenomeni psicologici si colloca a quattro livelli:

  1. l. intrapersonale: analisi dei processi psicologici interni
  2. l. interpersonale: studio dei processi interpersonali o intrasituazionali.
  3. l. posizionale: analisi dei fenomeni interpersonali e intrapersonali tenendo conto dello status e della posizione sociale.
  4. l. ideologico: analisi dei fenomeni attraverso la considerazione delle credenze ideologiche universali.

 

La psicologia sociale viene oggi definita scienza cerniera o “scienza del trattino” per indicare i suoi due fondamentali oggetti di studio, l’individuo e la società, stretti un in rapporto d’interazione. Più precisamente, possiamo dire che la psicologia sociale studia attività mentali e comportamenti delle persone immerse nella vita sociale. Anziché occuparsi dei fenomeni psicologici in astratto, esaminando l’individuo isolato, fuori dalla realtà sociale, li analizza calati nell’esperienza sociale quotidiana e sempre riferiti a persone, gruppi e istituzioni con cui l’individuo è in rapporto. L’uomo guarda e agisce nel e sul mondo, ma la sua relazione con il mondo è mediata da agenti sociali. La prospettiva psicosociale, infatti, studia l’articolazione tra processi e strutture individuali e processi e strutture sociali.

 

 

 

 

 

 

 

 

Uno dei problemi chiave della psicologia sociale è la cognizione sociale, cioè la comprensione, da parte degli individui, dell’ambiente in cui vivono e, di conseguenza, lo strutturarsi di una conoscenza della realtà sociale tale da permettere l’orientamento del proprio comportamento in maniera adattiva all’ambiente, attraverso l’azione e l’interazione sociale.
La cognizione viene, quindi, applicata ai contesti sociali ed è per questo che, da un lato, la psicologia sociale non può prescindere dallo studio e dalla presa in considerazione dei processi cognitivi e, dall’altro, lo studio della cognizione non può essere disancorato dalle dinamiche della vita sociale.
La cognizione sociale è data, quindi, secondo le teorie attuali della psicologia sociale (secondo una prospettiva anche cognitivista) da due fattori: i fattori cognitivi, studiati secondo un approccio solistico per cui le diverse parti dello stimolo sono rappresentate all’interno della mente come un’unica unità di significato, e i fattori motivazionali, connessi tra loro in un rapporto di interazione reciproca dando così luogo a un’immagine di uomo come soggetto attivo con competenze, strategie, capacità cognitive che percepisce, ordina ed elabora le informazioni al fine ultimo di prevedere e pianificare situazioni future, in modo tale da orientare il proprio comportamento in maniera adattiva.
La conoscenza sociale è, quindi, un’attività motivata, frutto dell’azione sociale e guida dell’azione sociale.
Tuttavia, tale concezione ha assunto forme particolari a seconda del periodo storico- sociale: la posizione sviluppatasi negli anni ’50 e ’60 a partire dall’esigenza di incrementare il controllo cognitivo razionale dopo la seconda guerra mondiale e i successivi processi di massa indotti da azioni di propaganda e persuasione agenti su fattori emozionali, affettivi, inconsci, riteneva rilevante nel processo di costruzione di una cognizione sociale, non tanto gli elementi cognitivi, quanto piuttosto i fattori motivazionali consistenti in un bisogno di coerenza. Ne deriva un’immagine come uomo ricercatore razionale di coerenza, sia esterna che interna, come sostenuto dalla teoria della dissonanza cognitiva, tra pensieri, pensieri e comportamenti e comportamenti stessi attraverso un processo di adattamento tra due cognizioni attraverso eccezioni, particolarità (nel caso di incoerenza tra due cognizioni) o di modificazione dell’elemento più facilmente modificabile (nel caso di incoerenza tra pensiero e comportamento) e come sostenuto anche dalla teoria del confronto sociale di Festinger, interpersonale ambientale attraverso parametri e riferimenti (consistenti anche in altri soggetti) a partire dai quali autovalutare il proprio comportamento, spesso secondo una prospettiva di conferma.
Tuttavia, la teorizzazione dell’uomo come ricercatore di coerenza è andata incontro a diverse critiche consistenti in una non contestualizzazione del contenuto su cui si cerca coerenza (l’uomo ricerca coerenza in maniera diversa a seconda della circostanza e del contenuto) e in una concezione dell’uomo come essere razionale che crea cognizioni razionali a priori (non prendendo così in considerazione l’ipotesi secondo la quale l’uomo sia, in realtà, un essere razionalizzatore a posteriori) sfociate, infine, nella teoria della social cognition secondo la quale, nella cognizione sociale, è centrale il ruolo dei processi cognitivi al punto tale da considerare l’uomo come un elaboratore di informazioni, in particolare come un economizzatore delle risorse che elabora selettivamente le informazioni in funzione dell’utilità pragmatica di vita, utilizzando euristiche che possono facilmente determinare, tuttavia, distorsioni ed errori nel ragionamento e nel giudizio sociale, interpretate come una proprietà e una specificità del sistema cognitivo stesso.

La social cognition è, tuttavia, stata criticata per la sua bassa validità ecologica (non spiega il funzionamento cognitivo in situazioni naturali di interazioni sociali) ed è fallace in quanto:

  1. attribuisce la selettività delle informazioni a un sovraccarico cognitivo e non considera la chiusura dell’informazione secondo la quale il soggetto in determinate circostanza, per non confermare la rappresentazione precedente, si oppone alla percezione di nuove informazioni.
  2. considera la cognizione e le strutture cognitive come obiettive e neutrali. In realtà nel conoscere la realtà è soggetto al fenomeno della produzione comportamentale secondo il quale la presenza di informazioni che si compongono in uno schema fisso fungono da filtro per confermare la propria rappresentazione. Si ha, quindi, un uso filtrato della cognizione. Tale fenomeno, detto anche profezia che si autoavvera, è particolarmente presente nelle relazioni interpersonali in cui è presente l’elemento di giudizio.
  3. implica l’errore fondamentale cioè un errore nell’attribuzione delle cause e nella spiegazione di un comportamento o evento consistente in una personalizzazione tale per cui si attribuiscono le cause a una dimensione personale e non situazionale.

 

Da queste critiche mosse alla social cognition ne deriva una concezione delle strutture cognitive come prodotti dell’interazione sociale che costituisce l’assunto di base del modello di uomo come tattico motivato: nasce come tentativo di comprendere, all’interno del processo di costruzione di una cognizione sociale, sia la dimensione cognitiva, prodotta e filtrata dalla cultura, sia la dimensione motivazionale, fungente da base per tutti i processi cognitivi e consistente, di conseguenza, in motivazioni epistemologiche come, ad esempio, il bisogno di cognizione, tale per cui si procede ad un’elaborazione molto accurata delle informazioni prima di giungere alla conclusione attraverso un processo in cui si procede dato per dato, giungendo alla formazione di schemi (in cui si struttura la conoscenza) solo in un secondo momento, e il bisogno di chiusura cognitiva secondo il quale l’uomo è mosso dal bisogno di ottenere una risposta chiara e non ambigua rispetto a un certo oggetto di conoscenza, bisogno realizzabile solo attraverso la chiusura dell’informazione, cioè la ricerca di stimoli che disambiguino le informazioni di base, e la chiusura rispetto a informazioni che con contribuiscono alla chiarificazione del problema o che lo disconfermino. L’uomo è quindi un conoscitore motivato (perlopiù da motivazioni epistemologiche) e un attore della vita quotidiana (in quanto non solo elabora, ma ricerca attivamente informazioni).

Organizzazione e processi della cognizione sociale.

La cognizione sociale, costruita attraverso diversi processi di ragionamento sociale, tra cui il più importante è il processo basato sull’uso delle euristiche, viene ricostruita e organizzata in schemi, cioè strutture cognitive che contengono informazioni su particolari oggetti di conoscenza che riconoscono e definiscono qualità e caratteristiche agli oggetti collocati in quel determinato schema e che influenzano la codifica delle nuove informazioni, cioè la loro raccolta, interpretazione e comprensione.
Tali schemi sono di diverso tipi a seconda del tipo di informazione contenuta:

  • schemi di persona: contengono informazioni che descrivono le persone in base ai loro tratti di personalità o ad altre caratteristiche che le contraddistinguono
  • schemi di sé: strutture schematiche in cui sono contenute tutte le informazioni che ci contraddistinguono e, in particolare, una serie di tratti ritenuti centrali per la descrizione di sé, e che fungono da filtro di conoscenza per molti altri oggetti sociali.
  • schemi di ruolo: definiscono le aspettative comportamentali in relazione alle posizioni che le persone occupano in una certa realtà sociale.
  • schemi di eventi: comprendono le sequenze temporali, le regole e il codice comportamentale che si utilizza nelle diverse situazioni sociali

 

 

Tali schemi vengono utilizzati nei processi di conoscenza secondo due modalità di accesso a essi, dipendenti dagli schemi e dalle motivazioni:

  1. top down: sono processi di conoscenza dall’alto al basso basati su concetti, conoscenze e teorie già depositate in memoria e costituenti schemi mentali in relazione ai quali si tratta lo stimolo come appartenente a quello schema. Tale meccanismo, basato su una fase precedente di categorizzazione degli stimoli sociali sulla base delle caratteristiche che possiedono, ha il vantaggio di accorciare il lavoro cognitivo in quanto rende disponibile informazioni che facilitano la codifica, il ricordo e le inferenze, ma implica, tuttavia, un alto rischio di errori in quanto determinate caratteristiche degli oggetti possono essre condivise da esemplari di altre categorie.
  2. bottom up: in tale meccanismo, lo schema viene costruito successivamente a una fase di analisi dato per dato partendo dalla percezione e, pur essendo dispensivo sul piano temporale e cognitivo, hanno il vantaggio di una maggior accuratezza.

 

Questo processo di organizzazione della conoscenza in schemi ( a cui si accede, per il loro uso, tramite due meccanismi di top down e bottom up) avviene spesso tramite euristiche, cioè strategie di pensiero semplificate, utilizzate in situazioni che diminuiscono l’accuratezza dei processi cognitivi, attraverso cui diventa possibile, a partire da dati conosciuti, inferire altri dati.
Tali euristiche, che implicano un alto rischio di giudizi grossolani, stime di probabilità poco attendibile nonché inferenze errate, si dividono in diverse tipologie:

Della rappresentatività:          tale euristica, utilizzata al fine di emetter giudizi circa la probabilità che un certo evento si verifichi, si basa sulla rilevanza degli attributi di un esemplare A quale criterio per poterlo definire membro della categoria B. tuttavia, basandosi esclusivamente sul criterio della rilevanza, trascura altri fattori, tra cui la probabilità di base.

Della disponibilità:                 tale euristica, utilizzata quando è necessario giudicare la realtà sociale in base alla frequenza o probabilità con cui un certo evento si verifica, si basa sulla disponibilità di eventi, associati alla categoria del giudizio in questione, depositata in memoria. Tuttavia, esistono fattori in grado di compromettere la corretta stima di frequenza di un certo evento quali i biases (cioè tendenze sistematiche utilizzate nella ricerca o nel recupero di informazioni) e l’immaginabilità (cioè la facilità con cui si riesce a immaginare un particolare evento). L’euristica della disponibilità si configura, quindi, come un processo responsabile della formazione di stereotipi sociali e dell’attribuzione causale.

Della simulazione:                  consiste nella costruzione di scenari ipotetici diversi. È una simulazione mentale di come certi eventi avrebbero potuto svolgersi (pensiero controfattuale)

Ancoraggio e accomodamento: utilizzata nel caso in cui sia necessario emettere giudizi sulla base di informazioni incerte, consiste nell’ancorare il proprio giudizio a una conoscenza nota (spesso si tratta dell’esperienza personale) per poi accomodarlo sulla base di altre informazioni pertinenti.

 

 

Uno dei processi fondamentali di spiegazione della realtà sociale consiste nell’attribuzione causale
cioè un bisogno di spiegazione della realtà che si esplicita nella ricerca di nessi causali tra eventi al fine di prevedere il modo in cui si verificano per poter attuare azioni congruenti. Come sottolineato da Heider lo strumento più adatto a tale scopo è la comprensione delle cause del comportamento sociale attraverso un corpus di conoscenza ingenua (psicologia del senso comune), che si dividono in fattori personali e fattori situazionali.
Riguardo a tale suddivisione dei fattori circa l’origine della causalità sono state elaborate due teorie che attribuiscono un maggior peso all’uno o all’altro fattore: secondo la teoria dell’inferenza corrispondente lo scopo del processo di attribuzione causale consiste nelle inferenze corrispondenti, cioè nella conclusione secondo la quale il comportamento corrisponde alle disposizioni della persona, corrispondenza garantita tramite il criterio degli effetti non comuni, della desiderabilità sociale (maggiore è la desiderabilità sociale, maggiore è la possibilità che il comportamento attuato dipenda realmente da disposizioni interne), della libera scelta e delle aspettative comportamentali legate ai ruoli.
Secondo il modello della covariazione di Kelley, invece, il comportamento sociale può anche essere spiegato in termini di fattori situazionali, quali la distintività, la coerenza nel tempo e nelle modalità, il consenso. Se siamo di fronte a un’alta distintività, alta coerenza e alto consenso, compiremo un’attribuzione causale del comportamento in questione di tipo disposizionale.
Ciò che accomuna, comunque, le diverse teorie è l’assunto di base secondo il quale l’essere umano è caratterizzato, nei processi di attribuzione, da tendenze sistematiche, consistenti in self-serving bias, cioè nella tendenza ad attribuire le cause dei propri successi a fattori interni e le cause dei propri insuccessi a fattori esterni, nell’errore fondamentale, cioè nella sovrastima del peso dei fattori personali e nella sottostima del peso dei fattori situazionali e, infine, nell’effetto attore- osservatore secondo il quale l’uomo tende ad attribuire le cause del proprio comportamento a fattori situazionali e le cause del comportamento altrui a fattori personali.

 

 

IL GIUDIZIO SOCIALE

 

ATTEGGIAMENTI.

Gli atteggiamenti costituiscono costrutti attraverso cui l’uomo forma il proprio orientamento valutativo che deve essere preso in considerazione per comprendere i comportamenti dell’attore sociale.
La definizione stessa di tale costrutto ha costituito uno degli ambiti maggiormente discussi nello studio degli atteggiamento: il termine viene utilizzato per la prima volta da Thomas e Znaniecki che lo definirono come un processo della coscienza individuale determinante l’azione. A partire dagli anni ’20 si profilò l’idea che l’atteggiamento potesse essere considerato come un predittore del comportamento, affermando così, di fatto, l’esistenza di una relazione causale tra atteggiamento e comportamento e segnando la prima opportunità, in psicologia, di tradurre concetti astratti in entità quantificabili, attraverso la messa a punto delle prime scale per la misurazione degli atteggiamenti.
Negli anni ’30, grazie alla definizione da parte di Allport dell’atteggiamento come uno stato mentale neurologico costituito da uno stato di prontezza verso un oggetto che determina la risposta, si sottolinea il suo carattere non direttamente osservabile e il suo ruolo di variabile interveniente tra lo stimolo e la risposta.
Negli anni ’60 trova particolare diffusione il modello tripartito degli atteggiamenti secondo il quale l’atteggiamento è un costrutto psicologico formato da una componente cognitiva, consistente nella rappresentazione dell’oggetto, una emotiva (la reazione emotiva che l’oggetto suscita) e comportamentale (prontezza all’azione).
Solamente nell’ottica più recente della social cognition, che vede il suo principale esponente in Fazio, si valuta la componente strutturale-cognitiva fondante gli atteggiamenti: l’atteggiamento è quindi una struttura cognitiva memorizzata sotto forma di associazione tra la rappresentazione dell’oggetto e la sua valutazione caratterizzata da disponibilità (quanto tale connessione è disponibile nella memoria a lungo termine) e accessibilità (quanto è facile il richiamo) e avente la funzione di organizzare e favorire la codifica e l’interpretazione delle informazioni in entrata. Tale forza è possibile indagarla attraverso il tempo di latenza, cioè il tempo tra la comparsa di uno stimolo e la risposta: più è forte l’associazione minore sarà il tempo di latenza.

Tali atteggiamenti si formano attraverso tre canali fondamentali:

  1. esperienza diretta. Consiste in un vissuto in cui il soggetti si confronta con un nuovo oggetto e a cui deve esprimere una valutazione alla luce dell’esperienza passata. Tale associazione tra la rappresentazione dell’oggetto e la sua valutazione è molto forte, al punto tale da rendere l’oggetto memory- based, per cui la sola vista dell’oggetto rende immediatamente disponibile la sua valutazione.
  2. osservazione esperienza altrui. Pur essendo indicativa, è meno forte e lascia aperto uno spazio di persuasione.
  3. comunicazione. Gli atteggiamenti si formano a partire dalla comunicazione, dalla condivisione, attraverso la comunicazione, delle stesse esperienze. Il recupero dalla memoria della valutazione, di fronte a un determinato oggetto, può essere però difficoltoso ed è quindi necessario rielaborare, sulla base delle informazioni disponibili, il legame oggetto- valutazione e, di conseguenza, l’atteggiamento prodotto sarà un atteggiamento on-line. Gli atteggiamenti così formati sono, come logica conseguenza, meno resistenti al cambiamento.

 

A partire dagli anni ’20 sono stati messi a punto metodi per la misurazione degli atteggiamenti il cui scopo consiste nella quantificazione della valutazione soggettiva dell’oggetto, partendo dal presupposto che l’atteggiamento in sé non è misurabile e che è possibile inferirlo da indicatori empirici.
Oltre alle prime scale di Thurstone e Guttman, che richiedevano un complesso lavoro di preparazione, le scale maggiormente usate sono la scala Likert, secondo la quale si ottiene un punteggio, indicatore del costrutto in esame, attraverso una scala formata da item favorevoli e sfavorevoli rispetto all’oggetto di indagine e di fronte ai quali il soggetto deve esprimere il proprio accordo/disaccordo, e il differenziale semantico, una scala formata da una dimensione che viene duplicata ai due poli in modo tale che il soggetto si collochi vicino a uno dei due poli e secondo i tre aspetti fondamentali della valutazione, potenza e attività.
Tali metodi, tuttavia, rimanendo sotto il controllo totale del soggetto, implicano il problema della desiderabilità sociale, problema eliminato con tecniche di misurazione indirette quali la misurazione elettrogalvanica, lo studio delle attività dei muscoli del viso e il tempo di latenza nell’espressione della risposta stessa, tecniche, queste, altamente intrusive ed elaborate.
Il modo attraverso cui si formano gli atteggiamento ha conseguenze, inoltre, sulla probabilità che questi assumano la funzione di predittori del comportamento. Riguardo a tale problema e di fronte alla discrepanza tra atteggiamento e comportamento, già rilevata bel 1930 dallo studio di La Piere circa i pregiudizi verso l’etnia dei cinesi, sono state elaborate diverse teorie, tra cui la teoria dell’azione ragionata, la quale, in un’ottica che non rinunci all’assunto della razionalità e della coerenza dell’uomo, sostiene che i comportamenti sono il frutto dell’intenzione di metterli in atto che deriva dalle credenze circa le conseguenze di un determinato comportamento unitamente alle credenze circa le norme sociali condivise sui comportamenti adeguati. Tuttavia, tale teoria implica diversi problemi, tra cui il problema della controllabilità dei comportamenti in quanto la messa in atto del comportamento finale non è totalmente sotto il controllo personale (i comportamenti possono derivare dall’abitudine consolidata, da processi di dipendenza, da stati emotivi acuti) e il problema del carattere altamente impegnativo dell’elaborazione dei fattori in gioco, condizione, questa, mancante nei comportamenti meno rilevanti di natura automatica.

Cambiamento degli atteggiamenti. Gli atteggiamenti cambiamo per fattori interni di natura motivazionale, quali la dissonanza cognitiva tra due cognizioni attinenti attraverso la modificazione dell’elemento meno resistente al cambiamento, cioè la cognizione, l’atteggiamento (fenomeno questo che si verifica anche quando il soggetto ha la sensazione di aver attuato liberamente il comportamento), e per fattori esterni, consistenti in una forte pressione esercitata sull’individuo dall’esterno come il fenomeno dei messaggi persuasivi la cui accettazione, in termini di prese di posizione, si è vista resa meno probabile dalle caratteristiche della fonte, del messaggio e del ricevente.
Riguardo a una teoria generale del processo di cambiamento di atteggiamento che permetta la formulazione di previsioni su quali fattori e a quali condizioni si verifica il cambiamento, sono stati elaborati due modelli a due percorsi, il modello della probabilità di elaborazione e il modello euristico-sistematico, sostenitori entrambi dell’esistenza di due processi di natura diversa alla base del cambiamento.
Il primo modello afferma che il cambiamento avviene attraverso due possibili processi, il percorso centrale consistente in un’attenta elaborazione e accurata riflessione circa l’argomentazione stessa del messaggio persuasivo (centralità della qualità dell’argomentazione), avente come condizione necessaria per il suo utilizzo i fattori della motivazione (riferita alla rilevanza che il messaggio possiede rispetto agli obiettivi del soggetto) e dell’abilità cognitiva, e il percorso periferico basato non sull’argomentazione, ma su indici periferici non relativi al contenuto. I cambiamenti che risultano dal percorso centrale sono, inoltre, più persistenti dal punto di vista temporale e possiedono una maggiore capacità predittiva del comportamento. I due processi, tuttavia, non sono in una posizione antitetica l’uno rispetto all’altro, ma possono rappresentare due stadi di un continuum di elaborazione corrispondente a una variazione dell’importanza degli stimoli centrali e periferici.
Il modello euristico-sistematico prevede due processi, un processo sistematico, che consiste in un’approfondita elaborazione dei contenuti del messaggio, e un processo euristico, consistente nell’applicazione di una regola euristica (strategia di risparmi di energie cognitive) che possono dare luogo a effetti combinati del elaborazione come un esito congiunto dei due processi sen entrambi portano alla medesima conclusione, o un impatto attenuante se le conclusioni sono opposte.

Successivamente, è stato proposto un modello unimodale che concettualizza il processo di cambiamento degli atteggiamenti in termini unimodali affermando che consiste in un processo di verifica di ipotesi e nella generazione di inferenze a partire da evidenze rilevanti, formate dalle credenze pertinenti al giudizio già note e dai segnali ricavati dalla comunicazione persuasiva (accompagnata da evidenze persuasive, quali i segnali euristici o periferici considerati casi speciali) che è di natura unica e la cui durata ed estensione (unica variabile) dipende dalla motivazione personale e dall’abilità cognitiva formata da aspetti di software (disponibilità e accessibilità in memoria delle informazioni rilevanti) e aspetti di hardware (energia cognitiva disponibile).

 

 

 

IMPRESSIONI.

Si è visto, quindi, che presupposto fondamentale affinché l’uomo possa muoversi efficacemente nel mondo sociale, è costituito da un orientamento valutativo (oltre che descrittivo) di cose, eventi, nonché persone, dal momento che l’interazione interpersonale è orientata dalla reciproca percezione da parte degli attori sociali, la quale si configura come impressione.
Le impressioni sono, quindi, informazioni iniziali raccolte a partire dal contatto di un oggetto che attivano un insieme di valutazioni immediate e non ponderate.
Sulla loro natura e sul loro processo di formazione sono stati elaborati modelli opposti, sostenitori di una concezione del processo in termini duali, che sono stati successivamente integrati in un unico modello considerante tali modelli in termini unimodali secondo una prospettiva di un continuum.
Il primo modello fu il modello configurazionale (di approccio olistico) di Asch secondo il quale le impressioni sono unità globali di rappresentazioni avente un ruolo da cornice, in funzione della quale sono percepiti e codificati gli stimoli successivi secondo un processo top-down, basato su informazioni di appartenenza categoriale. In particolare, Asch dimostrò il cosiddetto effetto primacy, secondo cui i primi elementi percepiti, considerati salienti dal soggetto, sono maggiormente influenti nel formare la configurazione globale dell’impressione, alla luce dei quali sono interpretati i tratti seguenti.
Il secondo modello, modello algebrico di Anderson, affermava che l’impressione consiste in una media ponderata sulle informazioni circa una persona, formata da una prima valutazione delle informazioni a disposizione e una successiva combinazione, secondo un modello bottom-up, basato quindi su informazioni individuali, secondo il quale si raccolgono dati in funzione dei quali si forma una configurazione.
Tali modelli vengono rielaborati in un modello secondo cui il processo di informazione delle impressioni è un continuum di elaborazione ai cui estremi si collocano i processi basati sulle informazioni relative all’appartenenza categoriale da un lato, e processi basati sulle informazioni individuali dall’altro, usati entrambi a seconda dell’oggetto, del carico cognitivo e soprattutto del livello di motivazione individuale. Nel quadro di questo modello, infatti, le impressioni attraverso diversi stadi: la prima tappa è una categorizzazione iniziale a partire dalle categorie più evidenti a cui segue, a seconda della irrilevanza o rilevanza della persona target, rispettivamente, il formarsi immediato di un’impressione e una categorizzazione confermativa per la quale i dati della realtà risultano conformi alla categorizzazione iniziale. Nel caso di un’assenza di tale corrispondenza il soggetto passa a una ricategorizzazione che, se non sufficiente per arrivare a un’impressione, implica un’elaborazione dei singoli elementi informativi su base individuale (modello di Anderson).
Un processo configurazionale è rappresentato dal processo di formazione di teorie implicite di personalità, per cui quando l’uomo dispone di informazioni circa determinati tratti di personalità ne inferisce immediatamente altri, processo questo che consente di procedere in maniera economica ed elastica, ma che presenta un alto rischio di errore in quanto è possibile trascurare elementi qualificanti di una situazione.

REPUTAZIONE.

Per conoscere gli altri, al fine di gestire efficacemente le relazioni interpersonali, abbiamo a disposizione lo strumento delle impressioni da cui deriva, attraverso il canale della comunicazione, un altro strumento fondamentale circa il giudizio sociale, cioè la reputazione. La reputazione, definita come un “giudizio formulato da una comunità su un individuo che, generalmente ma non necessariamente, appartiene alla comunità stessa” è dunque una forma di conoscenza e di giudizio sociale costruita a partire dalle impressioni altrui, attraverso lo scambio comunicativo tra i membri dei gruppi circa una determinata persona e, in particolare, circa qualità umane variabili e relativamente rare che rivestono una certa importanza per la collettività e che sono difficilmente osservabili in modo diretto.
Tale reputazione, specifica dei contesti (per cui la reputazione di cui gode un individuo nei diversi gruppi di cui fa parte non è necessariamente la stessa) ha tre funzioni fondamentali:

  1. lubrificante sociale: assicura e agevola la comunicazione, l’interazione e gli scambi cooperativi.
  2. controllo sociale: limita l’accesso alle persone connotate da una reputazione negativa e quindi potenzialmente dannose, fungendo così da garanzia collettiva
  3. promuove l’autocontrollo: il soggetto cerca di gestire la propria reputazione dando un’immagine positiva di sé, dal momento che questa costituisce una sorta di etichetta che, una volta stabilizzatasi, diventa difficilmente modificabile, fino a divenir un’estensione del Sé, portando così il soggetto ad attuare comportamenti che confermino tale etichetta.

 

La percezione delle persone, attraverso le impressioni e le reputazioni, sottende processi utilizzati anche nella percezione a livello grippale. Il gruppo, per essere tale, deve possedere un riconoscimento (interno ed esterno) che lo consideri come un’unica unità, che gli attribuisca, cioè, un alto livello di entatività. L’entitatività consiste nella percezione tale per cui un aggregato ha una natura di entità, fornita da una sorta di confine, data da alcuni fattori come la somiglianza, la loro organizzazione reciproca, il destino comune, l’interdipendenza e le aspettative di comportamenti congruenti, secondo un processo circolare per cui vedere un gruppo come un insieme di elementi simili caratterizzato da un’alta entitatività porta a sovrastimare l’organizzazione reciproca dei membri ( il riconoscimento esterno influenza quello interno).

 

 

RAPPRESENTAZIONI SOCIALI

Prima ancora che in Europa si affermasse il paradigma cognitivista, Moscovici avvia un approccio allo studio dei fenomeni psicosociali secondo una prospettiva cognitivista, che trova la sua espressione emblematica nel concetto di rappresentazioni sociali, nel concetto cioè di una dimensione cognitiva contestualizzata nel sociale.
Il problema era già stato affrontato da Durkheim in termini di rappresentazioni collettive, cioè di rappresentazioni generata, riferite e concernenti la società, non riducibili a rappresentazioni individuali, secondo una prospettiva di distinzione tra le due discipline, la psicologia e la sociologia, aventi per oggetti di studio i due tipi di rappresentazioni, che risentiva fortemente di ciò che Wundt andava predicando in quegli anni, cioè una separazione tra la psicologia dei popoli e la psicologia individuale e sperimentale.
Moscovici declina le rappresentazioni collettive applicandole alla psicologia sociale e differenziandosi però da esse per:

  • specificità: il concetto di rappresentazioni collettive di Durkheim comprendeva ogni idea, emozione e credenza collettiva espressa da una comunità. Moscovici, al contrario, afferma che le rappresentazioni sociali riguardano uno specifico modo, da parte di un certo gruppo, di esprimere una conoscenza condivisa su precisi oggetti sociali. Ciò che caratterizza le rappresentazioni sociali e che le differenzia dalle rappresentazioni collettive è l’elaborazione, da parte di un gruppo, di un oggetto socialmente rilevante, anche rispetto alle relazioni sociali che intrattiene.

 

  • Stabilità/flessibilità: mentre Durkheim considerava le rappresentazioni collettive come entità statiche dotate di una forza stabilizzatrice, Moscovici afferma che le rappresentazioni sociali sono forze dinamiche e mutevoli in relazione alla storia culturale specifica che riorganizza ed elabora la conoscenza in esperienze ed interazioni (cioè in rappresentazioni) al fine di ricostruire, in una società aperta a pluralista caratterizzata da universi simbolici diversi e, a volte, contradditori, un senso comune, condiviso e comprensibile a tutti.

Ne deriva che le rappresentazioni sociali sono, quindi, l’elaborazione e la ricostruzione, da parte di una comunità, di un oggetto sociale in una rappresentazione concettuale dello stesso, che lo trasformi in qualcosa di comprensibile e dotato di senso, che consente ai suoi membri di comportarsi e comunicare in modo comprensibile e che si configurano come sistemi cognitivi complessi con una logica e un linguaggio propri, come branche di conoscenza vere e proprie, caratterizzate da flessibilità, necessarie per la scoperta e l’organizzazione della realtà in esperienze e interazioni.
Lo studio dei processi attraverso cui si formano tali rappresentazioni fu condotto da Moscovici a partire dalla riflessione sul modo in cui la psicoanalisi era stata accolta nella società francese divenendo strumento per la comprensione sociale della realtà, studio che permise l’individuazione dei due meccanismi sottostanti alle rappresentazioni sociali:

  • ancoraggio: primo fenomeno cognitivo che il soggetto attua al fine di ridurre la paura legata al nuovo oggetto che consiste nel ricondurre tale oggetto alle categorie note in maniera tale che acquisti il senso e la comunicabilità, propri della categoria in questione. Possiamo quindi dire che consiste nell’integrazione cognitiva di un oggetto nel sistema di pensiero preesistente sul quale ci si basa per interpretarlo, codificarlo ed elaborarlo. La psicoanalisi, ad esempio, viene ancorata al sistema di pensiero preesistente e, in base a tale processo, diventa una forma laica di confessione.

 

2. oggettivazione: è un processo secondo il quale di fronte a un oggetto nuovo lo si oggettiva e attraverso una ritenzione selettiva di elementi viene tradotto in immagini e, più precisamente, in un nucleo figurativo che riproduce la struttura concettuale in modo visibile. Successivamente, tale immagine oggettivata, costituente una sorta di categoria concettuale, viene, secondo un processo di naturalizzazione, tradotta in una struttura cognitiva stabile che funge, a sua volta, da punto di riferimento.
Tale processo di oggettivazione si può tradurre, inoltre, nella personificazione, cioè la riconduzione dell’oggetto alla persona che lo esemplifica, e nella figurazione in cui si sostituiscono metafore e immagini a nozioni complesse. Un esperimento del processo di oggettivazione consiste nello studio sulla rappresentazione sociale del lavoro da parte di tre diversi gruppi di operai che ricavavano dal concetto di lavoro un nucleo figurativo costituito dai suoi aspetti economico-strumentali che risulta comune a tutte le categorie e che costituisce, quindi, il punto di partenza per considerazioni più elaborate, influenzate dalla situazione personale.
L’oggettivazione della psicoanalisi consiste in una ritenzione selettiva di alcune tra le informazioni su tale teoria, nella loro decontestualizzazione e nella loro riorganizzazione in uno schema figurativo in cui l’apparato psichico è diviso in due parti, il conscio, visualizzato come un sopra, e l’inconscio, visualizzato come un sotto.

 

 

 

Funzioni. A questo punto, lo studio delle rappresentazioni sociali si è incentrato sulla funzione svolta da esse nella mente degli individui e nella società. La funzione fondamentale che possiedono è quella di costituire realtà consensuali, costruite dai gruppi sociali, per affrontare la realtà con criteri e linguaggi dotati di senso e per ricomporre, quindi, la frammentazione della vita quotidiana. Moscovici elabora tre ipotesi fondamentali:

  • hp dell’interesse: un gruppo costruisce rappresentazioni sociali nel tentativo di conciliare e agevolare gli obiettivi contrapposti di due gruppi sociali. Possiamo quindi dire che, poiché il sociale ha interesse a trovare congruenza, le rappresentazioni sociali sono funzionali all’interesse sociali, fino a costituire una vera e propria distorsione della realtà obiettiva a favore di una posizione piuttosto che di un’altra, garantendo così determinati interessi.

 

  • Hp dell’equilibrio: le rappresentazioni sociali sono strumenti per risolvere e compensare tensioni psichiche o emotive e per ricostruire un equilibrio interno nell’individuo o nel gruppo.
  • Hp del controllo: le rappresentazioni sociali sono un prodotto del gruppo dominante, affinché siano usate come filtri nei confronti delle informazioni provenienti dall’esterno. Vengono così ad adempire a una funziona di manipolazione del processo di pensiero e della struttura della realtà.

 

Tuttavia, tali ipotesi risultano essere troppo generali, non falsificabili, specialmente per quanto riguarda la terza ipotesi del controllo in contrasto con la definizione stessa di rappresentazioni sociali, in quanto ogni informazione non è mai assimilata tout court, come è previsto da tale concezione meccanicistica del controllo sociale, ma è comunque riformulata e ricostruita nelle interazioni sociali.
Ciò che, invece, è più corretto affermare, sia da un punto di vista logico che empirico, è la funzione, svolta dalle rappresentazioni sociali, di rendere familiare ciò che è estraneo e di permettere una continuità tra vecchio e nuovo attraverso l’attribuzione di significati noti a fenomeni estranei, in maniera tale che nuove informazioni che mettono in discussione la nostra definizione di realtà siano trasferite dall’esterno all’interno fino a formare una vera e propria rappresentazione sociale.

 

Rappresentazioni e sistemi di comunicazione.
Tali rappresentazioni sociali mostrano una grande specificità  nei diversi sistemi di comunicazione attraverso cui sono veicolate per quanto riguarda la struttura dei messaggi, l’elaborazione dei modelli sociale e i comportamenti auspicati. Moscovici mise, quindi, in luce come le stesse rappresentazioni si modificano quando sono espresse in rapporti di comunicazione diversi, attraverso un’analisi sul modo in cui si argomentava la psicoanalisi nei tre settori della stampa francese, quello dei giornali a grande diffusione detti indipendenti, quello della stampa cattolica e quello della stampa militante comunista, facendo corrispondere a ognuno di essi diversi modi di edificazione della conoscenza, ognuno dei quali implicante specifiche forme di predisposizione all’azione.

Il primo settore dei giornali indipendenti è un sistema di comunicazione caratterizzato dalla diffusione, in cui si trovano, circa il discorso psicoanalitico, discorsi di vario tipo, debolmente organizzati e contradditori, che non forniscono modelli unitari e globali, tali per cui i lettori possano porsi in maniera omogenea e coerente nei confronti della psicoanalisi, ma solamente opinioni cioè asserzioni valutative su una questione controversa che mostra caratteri di instabilità, plasticità e specificità che non prevede una coerenza nell’azione.
Il secondo settore della stampa cattolica, invece, consiste in un sistema di comunicazione caratterizzato dalla propagazione in cui si tenta di adattare il sapere psicoanalitico ai principi religiosi, cogliendone gli aspetti positivi (il ruolo dell’affettività in ogni rapporto interpersonale) e i limiti (la libido), invitando alla moderazione e fornendo, quindi, gli elementi necessari affinché i lettori assumano una posizione interessata e critica, che componga dati diversi di conoscenza, consistente in un atteggiamento, cioè un’organizzazione critica che esprime un orientamento positivo o negativo nei confronti di un oggetto e che implica una predisposizione all’azione. Quest’ultima, infatti, non è la conseguenza necessaria dell’atteggiamento, ma solamente un possibile sbocco, il cui contenuto e valore sono ben definiti.

Il terzo settore della stampa militante comunista, infine, si configura come un sistema di comunicazione fondato sulla propaganda e caratterizzato da una lettura della psicoanalisi alla luce dei  rapporti sociali fortemente antagonisti: la psicoanalisi viene quindi presentata come una pseudoscienza importata dagli Usa al fine di propagare un’ideologia mistificatrice, includendola così in stereotipi cioè quegli strati di semplificazione degli stimoli, d’immediatezza e rigidità, generanti un orientamento polarizzato e implicanti necessariamente l’azione, la quale deve essere stabile e priva di ambiguità.

Possiamo quindi dire che l’analisi di Moscovici, mettendo in luce come gruppi diversi organizzano e diffondono il sapere, e quindi le rappresentazioni sociali, in maniera diversa, afferma la necessità, nello studio delle rappresentazioni sociali, di collegare le loro caratteristiche ai rapporti sociali tra gli individui e tra i gruppi: se si vuole studiare la natura delle rappresentazioni sociali è, dunque, necessario prendere in considerazione e studiare anche i sistemi di comunicazione che le veicolano e le esprimono in quanto questi, nel momento stesso in cui le esprimono, hanno il potere di modificare e determinare tale natura.

 

Sviluppi recenti.  Recentemente, lo studio delle rappresentazioni sociali segue due direttrici diverse: la prima consiste nell’approccio strutturalista, rappresentata dalla scuola di Aix- en- Provence orientata, principalmente a studiare la struttura delle rappresentazioni sociali: l’elemento innovativo è infatti l’individuazione di una struttura interna delle rappresentazioni, formata da un nucleo centrale e da elementi periferici. Il nucleo centrale è l’elemento fondamentale e necessario, non negoziabile, caratterizzato da una salienza quantitativa, in quanto formato dagli elementi su cui c’è maggior accordo, e qualitativa, in quanto formato dagli elementi necessari perché la rappresentazione sia effettivamente quella che è, e avente una funzione stabilizzatrice, che assicura stabilità e coerenza della rappresentazione, generatrice, la quale attribuisce significato anche agli elementi che sono in relazione col nucleo centrale pur non facendone direttamente parte, e organizzatrice, in quanto il nucleo è il principio unificatore degli elementi periferici. Gli elementi periferici sono, invece, elementi variabili che fanno parte della rappresentazione, generalmente dipendenti dalle caratteristiche degli individui, dei gruppi sociali e del contesto, che assicura la possibilità di integrare l’eterogeneità dei contenuti e dei comportamenti, nonché l’evoluzione della rappresentazione stessa.
In tale prospettiva, le rappresentazioni sociali sono costituite da un insieme di elementi, messi in relazione all’interno di una struttura, e possiedono sia aspetti normativi, cioè punti di riferimento da cui partire per la formulazione di giudizi e valutazioni, sia aspetti funzionali, relativi al rapporto tra l’oggetto e le pratiche sociali e guidanti l’azione, che sono attivati nella memoria in maniera differenziata a seconda della finalità della situazione, della conoscenza più o meno approfondita dell’oggetto, le implicazioni con esso e il contesto di enunciazione.
Riguardo alla distinzione tra gli elementi periferici e gli elementi del nucleo centrale sono stati elaborati, a tale scopo, tre metodi diversi: il metodo del rifiuto, che consente di discriminare tali elementi chiedendo ai soggetti di immaginare l’oggetto della rappresentazione senza una caratteristica particolare, il metodo dello scenario ambiguo e il metodo della doppia discussione che permette di distinguere tali elementi non solamente in base alla loro natura e posizione (centrale/periferica), ma anche in base alla funzione descrittiva o valutativa che possiedono, per cui è possibile avere elementi centrali o periferici che variano per funzione descrittiva o valutativa.
Tuttavia, tale approccio strutturalista è stato criticato in quanto non spiega la genesi della struttura delle rappresentazioni e pensa a queste come a strutture  non modificabili, se non nel lungo periodo in maniera tale che la variazione in elementi periferici intacchi, col tempo, anche il nucleo centrale.

La seconda linea direttrice nello studio delle rappresentazioni sociali è l’orientamento sociodinamico della scuola di Ginevra, rappresentato da Doise il quale, partendo dalla distinzione di Moscovici tra sistemi e metasistemi (costituiti, questi ultimi, da regolazioni sociali assunte come regolazioni normative che controllano e dirigono le operazioni cognitive), mette in luce come sia sempre necessario tener presente il rapporto tra l’attore e il campo di rapporti sociali in cui è inserito: in tale prospettiva, dunque, le rappresentazioni sociali sono principi organizzatori delle relazioni simboliche tra individui e gruppi, in cui sono presenti differenze nelle prese di posizione, ancorate alle appartenenze ai gruppi e alla realtà simboliche da questi elaborati.
Ne deriva, quindi, la necessità, nello studio delle rappresentazioni sociali di prendere in considerazione anche il processo di ancoraggio, cioè il ruolo svolto dai rapporti sociali, in termini di valori e significati, nel generare prese di posizione diverse e, quindi, il concetto di atteggiamento come aspetto della rappresentazione sociale.

 

 

SE’ E IDENTITA’

Il primo contributo che si trova, nello studio del sé è l’accurata riflessione e analisi del filosofo pragmatista James il quale afferma che, in tale studio, è necessario distinguere nel sé le due componenti dell’Io, inteso come parte consapevole che interpreta e organizza il contatto con la realtà attraverso le tre modalità della continuità, della distinzione (sentimento di individualità) e della volizione, e del Me inteso come aspetto oggettivo ed empirico del Sé, composto da caratteristiche materiali, sociali e spirituali, organizzate tra loro in maniera gerarchica.
Proprio riguardo al Me, James individua un Me sociale il quale si sviluppa in riferimento a un gruppo significativo e importante sottolineando così il ruolo fondamentale, giocato dal sociale, nel processo di creazione del sé, che verrà ripreso da Cooley con il concetto di sé rispecchiato, cioè di un sè che, per essere tale, ha bisogno di una riflessione, di un rinvio e di un riconoscimento come oggetto di conoscenza da parte di altri.
Mead, filosofo pragmatista e sociologo, porta a compimento lo sforzo di integrare la dimensione sociale e la dimensione individuale nella creazione dell’Io, sostenendo che il sé e la mente non sono presenti alla nascita, in quanto frutto del processo di socializzazione e, in particolare, frutto della capacità di produrre e rispondere a simboli attraverso l’uso del linguaggio e della capacità di assumere gli atteggiamenti degli altri, grazie alla conquista di una teoria della mente.
Riguardo alla prima capacità Mead afferma che il linguaggio è un prerequisito fondamentale per lo sviluppo del sé, in quanto rappresenta lo strumento che consente di rinviare, in maniera condivisa e convenzionale, a oggetto non presenti nel qui e ora, tra cui il Sé inteso come oggetto di percezione, di simbolizzazione e di valutazione, cioè oggetto di conoscenza. Fondamento di tale capacità linguistica consiste nella conversazione a gesti, cioè in quella prima forma di comunicazione in cui gli individui compiono azioni reciproche costituite da gesti che danno la possibilità di convergere su un unico significato condiviso, che viene poi interiorizzato come forma circolare tra sé e l’altro attraverso un’azione reciproca-
La seconda capacità che rende possibile la nascita del sé consiste nella conquista di una teoria della mente, cioè nella capacità di attribuire stati mentali agli altri, quali desideri, intenzioni, pensieri e credenze permettendo così la decodifica e la previsione del comportamento altrui, grazie alla formulazione di ipotesi sulle cause mentali che guidano il comportamento. Mead afferma che tale conquista avviene attraverso due stadi, il primo stadio rappresentato dal gioco semplice in cui il bambino comincia a immaginarsi calato in un certo ruolo, producendo così dei sé in successione che sono sé ancora parziali, e il secondo stadio rappresentato dal gioco organizzato nel quale il bambino assume contemporaneamente i ruoli di tutti gli altri implicati nell’attività in comune, attraverso la previsione delle aspettative su sé stessi e sugli altri, costituendo così l’Altro Generalizzato, ossia il gruppo sociale organizzato che, in quanto percepito dal soggetto, gli permette di costruire l’unità del proprio sé attraverso il rinvio di norme e aspettative.

Da queste due capacità derivano i concetti di Io (soggetto) e Me (oggetto formato, quindi, dagli atteggiamenti degli altri e punto di confluenza di aspettative sociali), stretti in un rapporto di reciprocità (in base al quale nell’agire ci si percepisce come oggetto di conoscenza da parte degli altri e tale percezione influenza, a sua volta, l’agire) che, nel momento in cui diventa consapevole crea un Sé e quindi una mente. Quest’ultima è, dunque, una costruzione sociale frutto di tale interiorizzazione formata dall’Io e il Me che convergono nel Sé.
Possiamo quindi dire che, in tale prospettiva, il Sé come percezione unitaria deriva dall’interazione, resa consapevole dal sistema simbolico e linguistico, tra l’Io, inteso come sé conoscente, e il Me inteso come oggetto di conoscenza da parte di altri, in cui il ruolo fondamentale è quindi giocato dalla dimensione sociale, cioè da quell’insieme di parametri, di valutazione di sguardi da parte del sociale circa il gruppo.

La prospettiva gestaltista, invece, si fonda sui due contributi di Asch e Lewin. Asch sostiene l’esistenza di un Io reale o Io transfenomenico (cioè l’Io nella sua completezza oggettiva), che costituisce il nucleo principale, e un sé che consiste in un Io fenomenico, cioè la coscienza di sé come appare fenomenicamente e che è, quindi soggetto e, al tempo stesso, oggetto dell’esperienza. Sulla stessa scia di Mead, Asch sostiene che il sé si forma grazie all’azione sociale, cioè al rapporto col mondo fisico e gli altri, attraverso la quale il bambino percepisce di avere un’esistenza per gli altri, di essere oggetto di conoscenza altrui.
Lewin elabora la concezione gestaltista dell’Io come entità complessa composta da un insieme di sottosistemi interdipendenti, ma autonomi, in virtù dei quali lo stato di tensione psichica, connesso alla motivazione per il raggiungimento di un determinato scopo, non riguarda l’Io nella sua totalità, ma solo una parte di esso. Un effetto legato a tale dinamica della personalità consiste nell’effetto Zeigarnick secondo il quale il ricordo di attività non completate è migliore di quello di attività completate, in quanto gli stati di tensione, che rimangono per i compiti interrotti nei sottosistemi mentali dell’Io ad essi corrispondenti, permettono un migliore ricordo.

Una sintesi efficace sui progressi compiuti dagli studi sulla conoscenza di Sé è stata messa a punto da Neisser che, pur essendo di impostazione cognitivista, cerca di comprendere anche la prospettiva gestaltista e distingue cinque tipi di conoscenza di sé: il primo è il sé ecologico (si sviluppa intorno ai 3 mesi) che consiste nel sé percepito in rapporto all’ambiente fisico e ha, quindi, origine dalla percezione che ogni individuo ha delle parti che può vedere del proprio corpo posto tra gli altri oggetto dello spazio percettivo, percezione data dalla visione, dal movimento, nonché dalla percezione di ciò che attraverso il corpo si muove, come ad esempio i vestiti che corrispondono a prolungamenti del sé. Tale sé ecologico, tuttavia, pur essendo direttamente percepito, non è necessariamente un oggetto del pensiero in quanto non dà luogo a una vera e propria consapevolezza di sé.
Successivo al sé ecologico troviamo il sé interpersonale, cioè il sé coinvolto in un’interazione immediata e non riflessa con un’altra persona e definito, quindi, da una relazione di intersoggettività nella quale la natura, il ritmo e la direzione degli scambi di un soggetto sono interattivi con le risposte dell’altro, e dalla quale il bambino acquista consapevolezza non attraverso un’operazione cognitiva (non possiede ancora una teoria della mente) quanto piuttosto dalla percezione diretta di tale relazione. In particolare, si tratta della relazione madre/bambino in cui entrambi si rispondono reciprocamente, sia nell’azione che nei sentimenti, in modo immediato e coerente, producendo così una struttura condivisa. Bisogna, inoltre, precisare che esiste un’interdipendenza tra sé ecologico e sé interpersonale.
La terza forma di sé che Neisser individua è il sé esteso, cioè la consapevolezza della continuità del tempo di se stessi che deriva da un ricordo del passato e da un’anticipazione del futuro. Ha origine, in particolare, dalle routine familiari che, nel momento in cui il bambino le esperimenta e le ricorda, divengono rituali che producono un senso di appartenenza e identità. Possiamo quindi dire che il sé esteso è la definizione di se stessi sulla base di una serie di esperienze ricordate.
Successivamente, intorno ai quattro anni e mezzo e con la conquista di una teoria della mente, il bambino acquista un sé privato, integrante il sé esteso, che consiste nella consapevolezza di possedere un nucleo distinto, con esperienze non condivisibili, a cui gli altri non hanno accesso.
Infine, si ha un sé concettuale, consistente nell’integrazione funzionale di tutte le altri fasi, il quale si definisce in rapporto a una teoria basta su una narrazione di sé, frutto di un rimando da parte del sociale. Tale riscontro sociale è un fattore chiave del sentimento di identità. Il sé concettuale rappresenta, quindi, un sé unitario, consapevole delle informazioni circa se stesso che rende possibile l’articolazione tra mondo interno dell’individuo e mondo esterno.

Un importante contributo allo studio del sé deriva dalla prospettiva della social cognition, secondo la quale il sé costituisce una struttura cognitiva che organizza in memoria tutte le informazioni che compongono la rappresentazione mentale circa se stessi. Il sé è formato da un insieme di schemi di sé, costruiti nel momento in cui l’individuo utilizza in modo prevalente una dimensione specifica, che si configurano come strutture cognitivi-affettive, interconnesse in uno schema reticolato, che consentono di organizzare l’elaborazione di informazione rilevanti al Sé.
Tali schemi di sé sono caratterizzati da disponibilità, cioè dall’effettiva presenza o meno dello schema nella memoria, e da accessibilità, cioè dalla rapidità di recupero dello schema adeguato, nonché da una difficile modificabilità, elemento questo funzionale al sentimento di identità. Inoltre ricoprono il ruolo di elaboratori di informazioni non solamente relative a se stessi, ma anche riferite ad altre persone.
Tuttavia, pur essendo strettamente collegati, schemi relativi al sé e schemi relativi ad altri soggetti, presentano modalità di organizzazione diverse, in quanto gli schemi di sé sono più facilmente accessibili in memoria, implicano una codifica verbale delle informazioni (schemi relativi ad altri utilizzano una codifica delle informazioni di tipo iconico), sono più intensi dal punto di vista emotivo e rappresentano quadri interpretativi complessi, che vanno oltre la semplice essenza di schemi di persona, e che permettono di organizzare ed elaborare le informazioni sugli altri.
Dal momento che, secondo la prospettiva della social cognition, fine ultimo della cognizione è l’interazione, la conoscenza relativa a se stessi (rappresentata in schemi di sé) ha, come caratteristica fondamentale, una funzione regolatrice del sé consistente nel modo attraverso cui i soggetti assumono il proprio sé come riferimento principale per controllare e dirigere le proprie azioni. Si è visto, infatti, che le persone regolano il proprio sé, calibrando quindi il modo in cui rappresentano il proprio sé, in relazione all’interazione e alle pressioni del contesto sociale, e chiamando quindi in causa il proprio sé operativo, cioè quello schema di sé reso accessibile in riferimento ai segnali contestuali. Un elemento fondamentale nella regolazione del sé è dato dall’autoefficacia (sentimento di efficacia del sé), ossia dalla percezione della propria competenza circa uno specifico aspetto che si configura come la condizione necessaria per promuovere, di fronte a un determinato compito, un comportamento finalizzato al suo superamento. Altri elementi importanti nella funzione regolatrice del sé sono le strategie di presentazione di sé, basate sul fatto che, un fattore essenziale per dare di sé un’impressione favorevole, consiste nell’assumere un comportamento appropriato alla situazione e nel conformarsi alle norme situazionali implicite e la tattica difensiva del self- handicapping secondo cui, per paura di non riuscire in un certo compito e di fare così una cattiva impressione, si crea un handicap grazie al quale è possibile spiegare l’insuccesso.  
Gli schemi di sé, tuttavia, non sono solamente il frutto dell’esperienza passata e precedente, ma sono anche il frutto di previsioni future dando così origine ai sé possibili, cioè rappresentazioni degli individui circa quello che possono, vogliono, temono diventare, che si configurano come una connessione tra cognizioni e motivazioni, incentivando l’azione (tali sé possibili sono, inoltre, soggetti a ottimismo irrealistico).
Autori di derivazione cognitivista hanno messo in luce l’esistenza di diversi tipi di sé, quali sé reale, sé ideale e sé normativo che possono dare origine a discrepanze che possono predisporre il soggetto ad attuare azioni che le riducono o possono tradursi in stati di malessere.

Sé e culture. Una struttura primaria del sé, declinabile alle diverse culture e ai gruppi di appartenenza, è costituita dalle rappresentazioni sociali del sé, cioè la rappresentazione da parte di una data cultura delle caratteristiche ritenute appropriate e positive circa le persone.
La conoscenza di sé viene quindi costruita a seconda dell’appartenenza a una cultura individualista o collettivista. Nelle culture individualiste l’unità di base è la singola persona, l’attenzione è posta maggiormente sulla realizzazione del successo personale e il processo di attribuzione causale è di tipo interno (si attribuiscono le cause degli eventi all’individuo piuttosto che alle circostanze).
Nelle culture collettivistiche, invece, l’unità di base è il gruppo, ciò che si ritiene importante è l’appartenenza a diversi gruppi (per cui una particolare attenzione è accordata al rispetto e al mantenimento delle norme sociali) e il processo di attribuzione causale è di tipo esterno.
A seconda di questi aspetti, caratterizzanti i due sistemi socioculturali, il sé è percepito diversamente: nelle culture individuali l’identità si costruisce intorno all’elaborazione della propria differenza e unicità, mentre nelle culture collettivistiche è costruita intorno al senso di affiliazione.

 

Sé e identità. Riguardo al rapporto tra sé e identità importanti sono la prospettiva sociodinamica e la prospettiva sociocognitiva che vengono poi integrate in un quadro complessivo che tenga conto dei maggiori contributi di entrambe.
La prospettiva sociodinamica, delineata da Erikson e ripresa, successivamente, da Marcia, afferma l’esistenza di una stretta connessione e di una continuità di significati tra i concetti di sé e di identità. Quest’ultima si configura come un’articolazione di comportamenti individuali e collettivi, la cui acquisizione avviene attraverso lo svolgersi di conflitti vitali caratterizzanti il ciclo di vita e in particolare nel momento dell’adolescenza. In tale periodo il soggetto elabora quattro diversi stati dell’identità, giocati sulle dimensioni dell’esplorazione di alternative possibili e dell’impegno (cioè del coinvolgimento verso l’alternativa scelta), consistenti nell’acquisizione dell’identità (acquisizione attraverso un processo di esplorazione delle possibili alternative), nel blocco dell’identità (si adottano ruoli e valori ispirati dalle figure di identificazione), nella moratoria e nella diffusione del sé (incapacità dell’individuo di impegnarsi in un preciso ruolo).

La prospettiva sociocognitiva è rappresentata dal modello di Codol, secondo il quale il processo di percezione di sé e di organizzazione della conoscenza circa se stessi deriva dal sentimento di differenza, in base al quale ci si percepisce come soggetti unici, e dalla coerenza e permanenza nel tempo, integrato dal contributo di Tajfel e dalla nozione fondamentale di identità sociale (immagine di sé basata sull’appartenenza a gruppi), producendo così una concezione costruttivista dell’identità il cui concetto chiave consiste in una percezione di sé come soggetto unico e distinto, costante nel tempo e radicato nel sociale.

Dall’integrazione delle due prospettive ne deriva una definizione di identità in rapporto al concetto di sé secondo la quale il sentimento di identità corrisponde a una qualità relazionale e temporale della rappresentazione di sé, che diventa centrale quando il soggetto avverte che il proprio sé è e rimarrà lo stesso e che, nonostante le diverse e molteplici, presentazioni di sé, l’esperienza che vive di sé è sempre la stessa.

 

 

AGGRESSIVITA’

Prima lettura d’interpretazione circa il comportameto aggressivo risale ad Hobbes secondo il quale la volontà di sopraffazione è insita nella natura dell’uomo e sono quindi necessarie istituzioni sociali che reprimano le tendenze antisociali e che le assoggettino alle esigenze della convivenza civile. Tale lettura viene ripresa e contestualizzata nel ’29 da Freud ne Il disagio della civiltà: per Freud l’aggressività umana corrisponde ed è espressione della pulsione di morte che è ineliminabile. Essendo ineliminabile l’uomo ha sempre cercato, per sopravvivere di gestire, principalmente attraverso il diritto che la contiene e la sublima. Il singolo è così costretto a rinunciare a una parte della propria libertà in cambio della sicurezza offerta dalla vita in società
L’idea di una naturalità dell’aggressività umana è condivisa anche tra i sostenitori dell’approccio etologico, tra cui Lorenz, secondo il quale in un ambiente di insidie e di risorse limitate l’aggressività è necessaria per la sopravvivenza dell’individuo e, al tempo stesso, della specie,  configurandosi così come una strategia di selezione naturale.
Sia la teoria psicoanalitica che l’approccio etologico affermano, quindi, che i comportamenti aggressivi si svolgono secondo le modalità di un modello idraulico, secondo il quale è presente nell’uomo un’energia istintuale che deve essere indirizzata e manifestata, pena un accumulo e una scarica incontrollata, anche in assenza di stimoli scatenanti. È quindi necessario trovare forme socialmente accettabili di scarica dell’aggressività quali, ad esempio, le competizioni sportive.
Tuttavia, tale modello basato su una relazione accumulo/scarico è un modello estremamente semplicistico del processo di aggressività che è necessario leggere anche in una chiave di stampo sociale: il rapporto, quindi, tra vita sociale e comportamenti aggressivi.
Si delinea secondo tre ipotesi:

 

  • Teoria dalla frustrazione. Tale ipotesi, risalente alla pubblicazione nel ’39 del libro “Frustrazione e aggressività” di Dollard e Miller, afferma l’esistenza di un rapporto lineare biunivoco tra frustrazione e aggressività. Prendendo quindi le distanze da una visione dell’aggressività come comportamento innato si sostiene che condizione necessaria e sufficiente perché ci sia un comportamento aggressivo è la presenza di una frustrazione e viceversa: alla frustrazione segue sempre una risposta in termini di aggressività e l’aggressività è sempre causata da una frustrazione.

I sostenitori di tale ipotesi precisano, inoltre, che l’aggressività può anche non essere rivolta alla causa della frustrazione in quanto l’uomo discrimina tra ciò che è meglio fare e ciò che è meglio evitare, associando una determinata risposta comportamentale a una conseguenza.
Tuttavia, proprio la relazione biunivoca frustrazione-aggressività costituisce il punto debole di tale teoria in quanto non sempre la frustrazione si traduce in aggressività (pianto, fuga, apatia) e non sempre i comportamenti aggressivi sono causati da frustrazioni, come per esempio il caso del terrorismo e delle guerre alla cui base sono, piuttosto, presenti teorizzazioni e ideologie.
Berkowitz, anche grazie al contributo della teoria dell’apprendimento sociale propone una rilettura dell’ipotesi iniziale sostenendo che l’aggressività può essere considerata una delle possibili reazioni alla frustrazione, indotta da stimoli ambientali che inducono a interpretare la situazione come aggressiva quali, per esempio, la presenza di armi (effetto arma): la presenza di armi, in una situazione nella quale era già presente uno stato d’animo negativo di frustrazione del soggetto, provocando una lettura della situazione di tipo pericolosa, rende il comportamento aggressivo più probabile.

 

  • Teoria dell’apprendimento sociale: tale teoria ha come riferimento la psicologia delle folle, sviluppatasi all’inizio del 1900 con l’avvento della società di massa, secondo cui la folla ha il potere di far perdere ai singoli individui la capacità di controllo delle proprie pulsioni più negative, i quali, attraverso l’imitazione e la suggestione, adottano comportamenti immediati in risposta a stimoli sociali.

Partendo quindi da tale contributo, Bandura, maggior esponente della teoria dell’apprendimento sociale, afferma che l’apprendimento di comportamenti aggressivi avviene in determinate condizioni, come l’associazione del comportamento ai suoi esiti, attraverso l’esperienza diretta e l’osservazione del comportamento altrui, in conseguenza della quale (nel caso di esiti positivi) aumenta la possibilità che l’osservatore adotti quella determinata risposta in situazioni successive analoghe (esperimento di Bandura della bambola)

 

  • Obbedienza all’autorità: una delle più famose ricerche, volte a verificare l’ipotesi che gli uomini aggrediscono per obbedienza, è l’esperimento di Milgram: lo sperimentatore presenta l’esperimento al soggetto sperimentale come un esperimento volto a verificare gli effetti delle punizioni nell’apprendimento. In realtà, l’ipotesi formulata da Milgram consiste nel rapporto tra un’autorità (in questo caso lo psicologo) e i soggetti. Il soggetto sperimentale doveva fare l’insegnante e un complice dello sperimentatore doveva fare l’allievo che doveva imparare a memoria una lista di coppie di parole in modo da rispondere con l’altra parola della coppia quando gli viene detta la corrispondente. Il ruolo dell’insegnante consiste nel punire, mediante scosse elettriche della cui intensità era perfettamente consapevole, l’allievo in caso di errore e gli viene precisato che l’intensità delle scosse deve essere direttamente proporzionale agli errori. L’insegnante comincia a punire nonostante l’allievo si lamenti fino a non dare più segni di vita e, in caso di dubbio, su esortazione dello psicologo, continua a infliggere scosse. Contrariamente alle aspettative, il 65% dei partecipanti arrivò ad azionare l’interruttore della scossa più alta.

In tale esperimento i partecipanti erano posti in uno stato eteronomico, in uno stato cioè di conflitto tra le due norme circa la responsabilità verso la vittima da un lato e l’obbedienza all’autorità, che si suppone si assuma la responsabilità del comportamento, dall’altro: quest’ultima tende a prevalere in quanto percepita come la norma pertinente al contesto, anche secondo alcune condizioni, quali la percezione di legittimità dell’autorità, l’adesione al sistema di autorità, le pressioni sociali. In particolare, l’adesione alla richiesta dell’autorità variava notevolmente in relazione ai due fattori della distanza tra il soggetto sperimentale e la vittima (maggiore è la distanza, maggiore sarà l’intensità delle scosse), e tra il soggetto sperimentale e lo psicologo (maggiore è la distanza, minore sarà il grado di sottomissione)
In conclusione, l’esperimento di Milgram mostra come pressioni situazionali e particolari condizioni del contesto possano spiegare comportamenti aggressivi non spiegabili in termini di disposizioni di personalità e di frustrazione e, come in uno stato di coesistenza di norme in contrasto, la probabilità di attuare un comportamento aggressivo è influenzata soprattutto dal tipo di norma percepita come pertinente al contesto.

 

DINAMICA COMPORTAMENTO AGGRESSIVO

 

                                 Attribuzione di intenzionalità

 

Percez conseg            livello attivazione emotiva                   perc. norme pertinenti

 

                         
motivazione ad agire in modo aggressivo

 

                                      decisione di aggredire

 

COMPORTAMENTO PROSOCIALE

Nella psicologia sociale lo studio dei fattori causali della messa in atto di comportamenti altruistici è molto più recente e prende avvio dall’analisi di episodi di mancato soccorso, sostenendo l’ipotesi che la probabilità di attuazione di comportamenti altruistici sia governata anche da fattori relativi alla situazione.
Tra questi un ruolo importante è giocato dalla consapevolezza di essere o meno l’unica persona presente, cioè l’unica possibilità della vittima di ricevere aiuto. In particolare, quanto più numerose sono le persone che in una data circostanza di pericolo sono in condizione di accorrere in aiuto, tanto meno ciascuna di esse si sente investita della responsabilità di agire: questo è l’effetto della diffusione di responsabilità.
Anche in relazione a ciò, lo studio del comportamento prosociale si indirizzò verso l’analisi dei tratti associati alla personalità altruistica, ma si constatò che la dimensione di personalità non era di per sé sufficiente per prevedere la messa in atto di comportamenti altruistici, si profila la necessità di leggere il fenomeno attraverso una chiave più marcatamente prosociale: l’elemento principale che precede l’attuazione di una risposta di aiuto è l’empatia, l’attivazione emotiva fatta di compassione, cioè della capacità di farsi prossimo all’altro anche attraverso l’assunzione della prospettiva altrui e la percezione di somiglianza.
Tuttavia, alcuni autori (Cialdini) misero in luce come spesso l’interesse per la sorte dell’altro non sia frutto di una vera e propria capacità di empatia, quanto piuttosto di un proprio stato d’animo negativo che trova nel comportamento altruistico una modalità di alleviamento: secondo l’ipotesi del sollievo dallo stato d’animo negativo, infatti, nelle condizioni in cui non sia possibile la fuga, si attuano comportamenti prosociali al fine di alleviare il proprio malessere e di ridurre la propria angoscia, derivanti dalla visione dell’altrui sofferenza e di fronte al modello dell’empatia-altruismo, secondo cui la similitudine è motivazione sufficiente per spiegare comportamenti prosociali che non si lasciano ridurre a una ferrea analisi costi-benefici su base individuale, tale ipotesi afferma che comunque ciò che è determinante è il senso di unità interpersonale: la percezione di somiglianza provoca anche un senso di sovrapposizione tra sé e l’altro che induce ad aiutare l’altro per aiutare se stesso.
Aldilà dello studio delle caratteristiche situazionali, nonché di personalità, ci si è concentrati (con Moscovici) sull’individuazione delle tre norme fondamentali che regolano la solidarietà e che definiscono l’aiuto un comportamento appropriato:

  • Norma di reciprocità: norma universale secondo la quale le persone devono restituire l’aiuto a chi lo ha offerto loro o potrà farlo in futuro.
  • Norma di responsabilità sociale: norma secondo la quale l’uomo si snete in obbligo di agire in favore di chi dipende da noi.
  • Norma di non intervento: norma che prescrive di non intervenire, come ad esempio la norma che protegge la privacy familiare.

 

Tali norme producono, secondo Moscovici, tre forme di altruismo, l’altruismo partecipativo, retto dalla norma della responsabilità sociale e consistente nei comportamenti che favoriscono la vita collettiva dei membri di una stessa comunità (volontariato), l’altruismo fiduciario, retto dalla norma di reciprocità e l’altruismo normativo, legato cioè alle norme etiche apprese.

 

 

DINAMICHE INTRAGRUPPALI

Primo aspetto nello studio delle interazioni nei gruppi è la definizione stessa di gruppo inteso come un insieme limitato di soggetto che interagiscono l’un l’altro con regolarità dando così vita a una distinta unità con una propria identità sociale. Contributo fondamentale nel definire il gruppo proviene da Lewin il quale, in una prospettiva psicosociologica, mette in luce come il gruppo sia una totalità dinamica, cioè una totalità diversa dalla somma delle sue parti, in quanto avente proprietà diverse, basata sulla dimensione fondamentale dell’interdipendenza, cioè la condivisione di scopo e un destino comune e afferma, attraverso la teoria di campo, l’importanza nello studio dei gruppi della presa in considerazione non tanto delle dimensioni di gruppo, quanto piuttosto la struttura del campo psicologico che, una volta individuata e analizzata nel piccolo gruppo, diventa possibile trasferirla alla dimensione di gruppo adeguata.

Status. Processo e caratteristica fondamentale dei gruppi consiste nelle differenziazioni di status, dove lo status è la posizione occupata da un individuo all’interno di un gruppo accompagnata a una valutazione in relazione a un’ipotetica scala di prestigio, secondo i due indicatori fondamentali: la tendenza a promuovere iniziative in termini di idee e attività e una valutazione consensuale, a livello gruppale, del prestigio. Il processo di differenziazione di status, corrispondente a un bisogno da parte dei soggetti di prevedibilità e ordine, avviene, nei primi incontri del gruppo, in base alle aspettative riguardo al possibile contributo di ognuno al raggiungimento degli obiettivi di gruppo, cioè in base a una dimensione motivazionale, secondo la teoria degli stati di aspettativa, mentre secondo la corrente etologica avviene in base alla discriminazione, basata su determinate caratteristiche personali, tra vincitori e perdenti.
I metodi per misurare lo status all’interno di un gruppo consistono in tecniche di osservazione del comportamento non verbale dei membri (coloro che occupano uno status elevato tendono ad avere una postura eretta, a mantenere il contatto visivo, a esprimere critiche e comandi) e in tecniche di indagine in cui si chiede ai membri del gruppo di esprimere una valutazione, tecniche dalle quali emerge una maggiore concordanza del gruppo nei confronti di soggetti che occupano i poli estremi.

Ruoli. La posizione all’interno del gruppo implica il ruolo consistente nell’insieme di aspettative condivise circa il modo in cui dovrebbe comportarsi un individuo che occupa una determinata posizione, permettendo così una vita di gruppo prevedibile e ordinata.
All’interno di un gruppo si individuano i ruoli principali del leader, del nuovo arrivato e del capro espiatorio, ruolo questo funzionale alla vita del gruppo, in quanto permette di liberarsi di problemi e di parti negative, quali la non produttività, attribuendole a chi detiene tale ruolo.
In relazione alle differenziazioni di ruolo possono sorgere problemi a livello personale o grippale che producono un aumento della tensione e un decremento della produttività.

Norme. Oltre agli status e ai ruoli, uno dei temi più studiati della dinamica intragruppale riguarda le norme di gruppo, cioè indicazioni (a volte anche implicite) funzionali alla sopravvivenza circa comportamenti e opinioni cui ci si attende che i membri debbano uniformarsi che definiscono l’essenza di confine tra dentro e fuori, nonché il grado di accettazione della diversità di opinioni e comportamenti, e la cui trasgressione comporta, inizialmente, uno sforzo di controllo da parte del gruppo e, successivamente, un rifiuto del membro deviante.
Tali norme svolgono la funzione di avanzamento del gruppo, per cui servono al gruppo per raggiungere i propri obiettivi di mantenimento del gruppo, di costruzione della realtà sociale, in quanto costituiscono lo strumento attraverso cui i membri, a partire dal processo di confronto sociale in cui si prende atto dell’esistenza di opinioni simili alle proprie, costruiscono una realtà condivisa, cioè sociale, e, infine di definizione dei rapporti con l’ambiente in quanto permettono ai membri di definire le proprie relazioni rispetto all’ambiente sociale più vasto.

Comunicazione. La comunicazione è un aspetto essenziale e determinante alla vita del gruppo, al punto tale che secondo Bales e Flament, tutti i processi gruppali possono essere studiati a partire dalle comunicazioni che avvengono all’interno del gruppo. In particolare, studiarono le spontanee strutture di comunicazione emergenti in momenti di discussione del gruppo, contando il numero di comunicazioni che ogni individuo riceve ed emette da cui individuarono la struttura centralizzata in cui il leader riceve e trasmette più comunicazioni, potendo così affermare che la quantità e la struttura della comunicazione evidenzia, mostra e riproduce la gerarchia di status.
La comunicazione all’interno dei gruppi viene concettualizzata da Leavit attraverso i modelli di rete di comunicazione descritti in termini di indici di distanza, cioè il numero minimo di legami di comunicazione che un individuo deve attraversare per comunicare con un altro membro del gruppo, e di indici di centralità che misura il grado di centralizzazione di una rete, cioè la centralizzazione delle comunicazioni verso una persona o verso tutti i membri in maniera distribuita.
Quest’ultimo aspetto si dimostra collegato a una soddisfazione dei membri del gruppo per cui il morale dei gruppi è più alto nelle reti decentralizzate che in quelle centralizzate, nonché alla produttività del gruppo: si vide, infatti, che più la rete di comunicazione è centralizzata, più rapido è lo svolgimento del compito, in quanto le comunicazioni sono meno numerose.
Tuttavia, fattore fondamentale nello stabilire l’efficienza di una rete di comunicazione, consistente nell’utilizzazione del minor numero di comunicazioni e nel minor tempo di svolgimento, è la natura del compito in quanto compito complessi necessitano di reti decentralizzate, cioè circolari, che distribuiscano uniformemente la quantità di informazioni, ed evitando così che il leader debba elaborare da solo tutta la mole di informazioni necessarie per la soluzione come, invece, avviene nelle reti centralizzate.

Potere. Uno degli aspetti strutturali dei gruppi è il rapporto dominanza-sottomissione e, quindi, il potere, cioè la capacità di influenzare e controllare altri, costituita da un potenziale di controllo (il potere che si ha ma non si esercita) e da un potere agito. Le fonti principali di potere sono cinque:

  • Potere di ricompensa. Consiste nell’abilità di chi domina di dare o promettere a chi si sottomette ricompense, esercitando così un’influenza attraverso cui aumenta l’attrazione verso chi domina e trasformando il potere di ricompensa in potere d’esempio.
  • Potere coercitivo: consiste nel potere esercitato attraverso sanzioni punitive, agite o minacciate. Poiché tale potere riduce l’attrazione deve essere accompagnato da forze restrittive che limitino la possibilità del sottomesso di fuggire dal campo di azione di chi domina.
  • Potere legittimo: prevede un riconoscimento in termini di designazione sociale  può implicare un potere coercitivo.
  • Potere d’esempio: si basa sull’identificazione del sottomesso con chi domina e implica quindi un’influenza
  • Potere di competenza: consiste nel ritenere, da parte del sottomesso, chi domina particolarmente esperto in un certo ambito riguardante la sfera cognitiva.

 

Tuttavia, tali modelli non considerano il contesto sociale (livello macrosociale) e la variabile personale delle motivazioni che spingono ad accettare o meno.

Leadership. Dall’analisi della gerarchi di status e delle reti di comunicazione, centralizzate o circolari, proprie di un gruppo, emerge l’esistenza di una figura che occupa una posizione centrale, il leader cioè colui che, dal gruppo stesso, in una dinamica di parità, viene considerato il migliore e che esercita un’influenza nei confronti dei membri del gruppo in ordine al raggiungimento di obiettivi.

Riguardo ai processi sottostanti al fenomeno della leadership sono stati elaborati diversi modelli:

  • Teoria del grande uomo: si basa sulla ricerca di tartti di personalità caratterizzanti il leader, a prescindere dalla situazione. Tuttavia non individua un set consistente di tratti di personalità aventi valore predittivo di chi sarà leader, dal momento che i tratti di personalità sono dinamici e non statici.

 

  • Teorie incentrate sulle funzioni del leader: tali teorie sottolineano le due funzioni chiave del leader: assicuare che il clima di gruppo sia armonioso, capacità propria del leader socioemozionale, e realizzare il compito, organizzando il lavoro di gruppo, capacità propria del leader centrato sul compito. Spesso, queste due funzioni della leadership si trovano in due persone diverse.
  • Approccio situazionista: tale approccio supera le teorie dei tratti di personalità, affermando che il leader deve assolvere diverse funzioni in situazioni che comportano compiti diversi, per cui il contenuto e il contesto dell’attività, quali la grandezza del gruppo, la stabilità o instabilità ambientale, la natura del compito determinano diverse richieste di comportamento e, quindi, diversi leader. Tuttavia, trascura in maniera troppo marcata le caratteristiche delle persone e implica un relativismo conoscitivo.

 

  • Modello della contingenza: l’efficienza della leadershipè dipende dalla corrispondenza tra lo stile adottato dal leader e il controllo della situazione che egli possiede. I leader centrati sulle relazioni hanno migliori prestazioni in condizioni di controllo moderato, mentre i leader centrati sul compito hanno migliori prestazioni in condizioni di controllo alto o basso della situazione.
  • Modelli transazionali. Sottolineano l’esistenza di una relazione bidirezionale tra i leader e i membri del gruppo, secondo la quale anche questi ultimi influenzano il leader con le loro aspettative e richieste. In particolare mette in luce come, nel processo di individuazione del leader, sia centrale l’accumulo da parte del leader di un credito idiosincratico, cioè un credito sul valore della persona che viene guadagnato attraverso le prove della sua competenza e della sua adesione alle norme del gruppo, inserendo così idee nuove solo in un secondo momento.

 

Decisioni. Riguardo alle dinamiche sottostanti la presa di decisioni in situazioni di gruppo sono state elaborate tre posizioni fondamentali: prime ricerche su tale argomento furono condotte da Sherif sull’effetto autocinetico e misero in luce come il processo sottostante la presa di decisione a livello grippale consista in un processo di normalizzazione, tale per cui, in assenza di norma, i soggetti tendono a convergere attorno alla media dei giudizi individuali creando una norma che si configura come un compromesso, situato sulla via di mezzo e che funge da parametro anche per le situazioni individuali. In tale prospettiva, il gruppo è luogo non tanto di decisione, quanto piuttosto di mediazione, presupponendo che le decisioni collettive siano delle stessa matrice delle decisioni individuali.
Tuttavia, Stoner sottolineò la differenza di tale natura ( cioè la peculiare caratteristica dell’interdipendenza tra i membri del gruppo) attraverso questionari implicanti una presa di decisione, giocata sui poli della cautela e del rischio, somministrati sia a livello individuale che grippale, che mise in luce come le decisioni prese in gruppo siano decisamente orientate verso una elevata assunzione di rischio, rispetto alle decisioni prese individualmente dai singoli membri dello stesso gruppo sullo stesso argomento.

Le decisioni collettive sono, quindi, diverse dalle decisioni individuali e il gruppo spinge verso il rischio, non verso la conversione su una norma.
Tali risultati, in contrasto con la tesi secondo cui la normalizzazione è l’unica soluzione possibile, vennero interpretati attraverso il fenomeno della diffusione di responsabilità, della familiarità, secondo cui la discussione di gruppo aumenta la familiarità dei singoli rispetto a problemi delicati, e del rischio come valore, secondo il quale il contesto culturale (in particolare quello americano) valorizza il rischio, ritenendolo occasione per gli individui di misurarsi.
Tuttavia, emerse, in relazione a determinati item e successivamente alla discussione di gruppo, uno spostamento delle decisioni individuali verso la cautela, fenomeno questo che venne compreso attraverso un’accurata analisi che mise in evidenza che ogni item mostrava uno spostamento di intensità e di direziona dalla posizione neutrale che, tanto era più grande, tanto maggiore era lo spostamento nella stessa direzione dopo la discussione di gruppo. Uno dei principali limiti della ricerca di Stoner consisteva inoltre nell’effetto storia, tale per cui in relazione alla storia si portano da parte degli individui, nel processo di decisione a livello gruppale, posizioni di prudenza o di rischio.

Il fenomeno venne reinterpretato da Moscovici e Zavalloni che, attraverso una ricerca consistente nella somministrazione, snodata in tre fasi, una individuale, una collettiva e una nuovamente individuale (al fine di verificare se il soggetto ha modificato la propria posizione iniziale), di un questionario sugli atteggiamenti nei confronti degli americani e del generale De Gaulle, su scala Likert e Thurstone, misero in luce che gli effetti provocati dalla discussione di gruppo non erano in rapporto solamente ai contenuti dei questionari impiegati, quanto piuttosto a un processo sociopsicologico di dimensioni più ampie, consistenti nella polarizzazione: le prese di posizione espresse dai soggetti dopo le discussioni di gruppo sono più vicine a uno dei due poli del ventaglio di opinioni espresse in precedenza a livello individuale e tale estremizzazione avviene verso il polo a cui già tendeva la media dei giudizi individuali.
Possiamo quindi dire che, in virtù del processo di polarizzazione, il gruppo attiva un’estremizzazione degli atteggiamenti in entrambe le direzioni, in relazione alle posizioni di partenza dei soggetto e raggiunge, quindi, un consenso incrementando, su posizioni ancora più polarizzate, un orientamento già presente nei singoli membri.
Bisogna inoltre sottolineare che l’intensità di tale polarizzazione dipende dal livello di implicazione personale dei membri del gruppo verso il problema affrontato e dal livello di conflittualità presente all’interno del gruppo che più è alto più favorisce tale processo: gruppi più conflittuali raggiungono il consenso su atteggiamenti più polarizzati, mentre gruppi meno conflittuali lo raggiungono su atteggiamenti meno polarizzati.

Un effetto che si riscontra nelle dinamiche sottostanti le decisioni in situazioni di gruppo consiste nel fenomeno del pensiero gruppale, individuato da Janis, consistente in un pensiero, una decisione irrazionale e avventata fondata su una collusione del gruppo che ostacola e riduce al minimo la discussione e il confronto tra i diversi membri. Il conflitto tra punti di vista può, quindi, dare origine a una dinamica di isolamento dal contesto del gruppo, particolarmente presente in gruppi informali, egualitari, privi di una forte leaderschip che, tuttavia, è possibile evitare affrontando in maniera chiara il conflitto stesso, in modo tale da renderlo esplicito e da produrre prese di decisione fortemente polarizzate. Laddove il conflitto non viene elaborato, e il confronto di idee è quindi apparentemente cauto, viene a prodursi un orientamento attraverso un processo di normalizzazione.

 

 

 

DINAMICHE INTERGRUPPI

Gli studi sulle relazioni intergruppali hanno principalmente cercato di mettere a fuoco la specificità del comportamento intergruppi, individuando una possibile linea di confine tra comportamenti interpersonali e comportamento intergruppale. Un importante contributo in questo senso deriva da Tajfel secondo il quale i due tipi di comportamento possono essere immaginati come posti su un continuum, a un estremo del quale è il posto il comportamento interpersonale, in cui ogni interazione viene determinata dall’incontro diretto tra le persone stesse e dalle loro caratteristiche individuali, cercando di mantenere il rapporto al di fuori delle rispettive appartenenze sociali, mentre all’altro estremo è posto il comportamento intergruppi, caratterizzato da un’interazione determinata dall’appartenenza a diversi gruppi, il cui orientamento verso un polo piuttosto che un altro è dato dal fattore fondamentale della percezione dei confini del gruppo: di conseguenza, condizione essenziale per la comparsa di comportamenti intergruppi è la percezione di una rigidità e immutabilità del confine tra i gruppi, mentre alla base di un comportamento interpersonale troviamo la percezione di una permeabilità di tali confini.

Lo studio delle relazioni tra i gruppi sociali è incentrato principalmente sul fenomeno dell’etnocentrismo, cioè sul fenomeno consistente in comportamenti discriminatori intergruppi- partendo dal presupposto che i fenomeni di animosità integruppi non possono essere spiegati in termini di tratti di personalità e di frustrazione, le ricerche volte a spiegare i processi sottostanti a tali fenomeni si sono indirizzate verso l’analisi delle proprietà dei gruppi e delle conseguenze che ha per gli individui l’appartenenza ai gruppi.
Uno tra i più importanti esperimenti fu la ricerca di Scherif svolta su adolescenti partecipanti a un campus estivo e snodata in quattro fasi, nel corso delle quali si mettevano a fuoco diversi aspetti del gruppo e dei rapporti intergruppi: la prima fase era caratterizzata da un unico gruppo, la seconda dalla divisione in gruppi distinti, nella fase tre i due gruppo furono messi in competizione l’uno con l’altro, in conseguenza della quale si verificò un rapido deterioramento delle relazioni intergruppi caratterizzato da aperti atti di ostilità e, infine, una fase quattro in cui i due gruppi furono posti in situazioni tali per cui entrambi dovevano combinare i loro sforzi in vista di uno scopo sovraordinato, cioè uno scopo che nessuno dei due gruppi può raggiungere senza la partecipazione dell’altro, situazione nella quale si verificò una diminuzione dell’ostilità integruppi.
Possiamo quindi affermare che, secondo i risultati di tale ricerca, la causa dei comportamenti discriminatori intergruppi consiste nel conflitto d’interessi: in vista di scopi competitivi l’animosità aumenta, mentre in vista di scopi sovraordinati i due gruppi giungeranno a una cooperazione reciproca.

La ricerca di Rabbie e Horwitz fu, invece, incentrata sullo studio dell’antagonismo tra gruppi in situazioni prive di interessi oggettivi: attraverso compiti di valutazione dei soggetti appartenenti all’ingroup-outgroup emerse un bias ingroup-outgroup, che conduce a comportamenti discriminatori, a seconda della percezione dell’interdipendenza del gruppo. La percezione del destino comune è quindi il fattore chiave della costituzione di gruppi e dei comportamenti discriminatori intergruppi.

Tajfel affrontò lo stesso problema cercando di precisare le condizioni minime che creano discriminazioni tra i gruppi che egli presupponeva essere la categorizzazione in gruppi da parte degli attori del mondo sociale. Attraverso il paradigma sperimentale dei gruppi minimi in cui il compito, richiesto ai soggetti, consisteva nella distribuzione di risorse a membri dell’ingrou-outgroup scegliendo tra le varie possibilità del massimo profitto comune, del massimo profitto, per il gruppo di appartenenza, di massima differenza e di imparzialità, e attraverso la constatazione della preporandanza di scelte di massimo profitto e soprattutto di massima differenza, dettate da una sorta di compromesso tra due norme sociali, si vide che la mera categorizzazione sociale di per sé è sufficiente per produrre una discriminazione intergruppi.
Possiamo quindi dire che, in una situazione in cui si pongono a confronto due gruppi, si attua nei membri di ognuno di essi, il bisogno di affermare la specificità positiva del proprio gruppo a scapito dell’altro, bisogno realizzato attraverso la categorizzazione sociale: percepire gli altri come appartenenti a un gruppo diverso dal proprio è condizione sufficiente per produrre comportamenti discriminatori intergruppi.

Un importante contributo che approfondisce la concettualizzazione di Tajfel proviene da Doise che, attraverso il modello della differenziazione categoriale, amplia la nozione di categorizzazione sottolineando come essa sia lo strumento di ogni individuo per differenziare gruppi e categorie sociali secondo un aspetto comportamentale, un aspetto di giudizi di valore e, infine, un aspetto di rappresentazione. Numerose ricerche evidenziarono, inoltre, i fattori che producevano un aumento della differenziazione, quali l’aspettativa d’interazioni competitive nonché le limitazioni strutturali alla differenziazione categoriale come l’incrocio di appartenenze categoriali.
In un secondo momento Tajfel ampliò il suo quadro interpretativo elaborando la teoria dell’identità sociale, secondo la quale l’identità sociale di un individuo, consistente nella sua concezione di sé in quanto membro di un gruppo, è un fattore essenziale dei fenomeni di favoritismo verso l’ingroup e di discriminazione verso l’outgroup, in quanto dà luogo a un bisogno di specificità positiva del gruppo, funzionale a un concetto soddisfacente di sé, che trova realizzazione in un bias favorevole all’ingroup. In particolare, il bisogno da parte dei membri del gruppo di una positiva identità sociale si gioca sulla competizione sociale intergruppale, secondo la quale i gruppi si impegnano in una competizione sociale per acquisire o difendere un certo status attraverso il confronto sociale, in cui si verifica un confronto tra il gruppo di appartenenza e altri gruppi il cui risultato si riflette sulla posizione di status di un gruppo e attraverso una mobilità sociale (passaggio da un gruppo all’altro) o un cambiamento sociale (raggiungimento da parte del gruppo di uno status più elevato), al fine ultimo di incrementare il proprio prestigio a livello individuale e di acquisire e mantenere un’identità sociale positiva.
Possiamo quindi dire che, comportamenti discriminatori nei confronti dell’altro gruppo e comportamenti di favoritismi verso il gruppo di appartenenza sono retti, principalmente dal bisogno, a livello individuale dei singoli individui, di possedere un’identità sociale positiva, dal momento che in molteplici circostanza l’uomo si definisce nei termini della propria appartenenza. Ne consegue che mezzo principale per mantenere tale identità sociale positiva è la discriminazione e la valutazione dell’outgroup la quale, per contrasto, contribuisce a definire positivamente il proprio gruppo e quindi se stessi.

La teoria della categorizzazione del sé cerca di mettere in luce i processi cognitivi sottostanti la definizione del sé come appartenenti a determinate categorie sociali. Tale processo di categorizzazione di sè avviene a livelli di astrazione diversificati consistenti in un livello sovraordinato del sé come essere umano, un livello intermedio di sé come membro di un gruppo (corrispondente all’identità sociale) e uno a livello subordinato di sé come individuo unico rispetto agli altri membri del gruppo. La categorizzazione di sé a livello intermedio produce, attraverso l’utilizzo di quelle categorie sociali che minimizzano le differenze intracategoriali e massimizzano le differenze intercategoriali) un’omogeneità di gruppo, tale per cui aumenta la somiglianza percepita tra sé e i membri del gruppo, in conseguenza della quale viene a crearsi una depersonalizzazione della percezione di sé.   
Quindi, l’identità sociale, consistente nel livello intermedio di categorizzazione di sé e implicante una depersonalizzazione, è il meccanismo sociocognitivo sottostante ai fenomeni di gruppo. I fenomeno di gruppo sono resi possibili dal percepire se stessi come simili ai membri del proprio gruppo, fino al punto di una depersonalizzazione della percezione di sé: tali differenziazioni intergruppo scompaiono nel momento in cui aumentano le differenziazioni intergruppo.

 

Tuttavia, la teoria dell’identità sociale e a teoria della categorizzazione del sé è andata incontro a molte critiche, provenienti sia dalla scuola di Ginevra che da Doise: la scuola di Ginevra sostiene l’esistenza di una covariazione tra le dinamiche interindividuali e le dinamiche intergruppi (per cui i processi di differenziazione intergruppi e intragruppi possono covariare), resa suscettibile dalla variante dominanti-dominati. Secondo tale prospettiva la ricerca di una distintività personale (cioè di un’identità sociale) dipende dalla posizione occupata dall’individuo in una rete di relazione intergruppi: si è visto, infatti, che i comportamenti dei gruppi dominanti di definiscono nei termini delle categorizzazioni sociali imposte su di loro, mentre i membri dei gruppi dominanti non sentono l’esigenza di definire se stessi nei termini dell’appartenenza di gruppo, per cui il processo di covariazione è più frequente.

Doise, invece, critica l’assunto di base della teoria della categorizzazione di sé secondo cui una percezione di forte somiglianza intragruppale è il prodotto, per contrasto, di una percezione di forte differenza intergruppale, e quindi di conflitti intergruppi, affermando che, talvolta, la competizione tra gruppi non porta a un aumento della somiglianza e della solidarietà intragruppi, ma al contrario, può portare a una differenziazione intragruppo fino alla disgregazione del gruppo stesso. In particolare, si è visto che gli individui, al fine di dimostrare la superiorità del proprio gruppo rispetto all’outgroup, svalutano i membri devianti più prototipici del proprio gruppo di appartenenza.
Inoltre Doise muove una forte critica alla pretesa della teoria della categorizzazione sociale di essere una teoria generale della formazione di gruppi sociali:s i fonda, infatti, su modelli puramente cognitivi collocabili a un livello intraindividuale, utili per spiegare i processi di differenziazione rea i gruppi, ma non sufficiente per comprendere le dinamiche intergruppi in cui è necessario lo studio delle dinamiche interindividuali (quali l’interdipendenza), degli effetto legati alle posizioni sociali (differenze di status tra i gruppi) e di credenze sociali generali.

Tuttavia, il maggior contributo critico alla teoria dell’identità sociale di Tajfel e alla teoria della categorizzazione del sé proviene da Brown, il quale afferma che il limite principale di tali teorie intergruppi consiste nella mancata presa in considerazione del fatto che i gruppi differiscono tra loro: infatti, afferma Brown, in alcuni esperimenti si evidenzia un favoritismo nei confronti dell’outgroup, mentre il processo di differenziazione intergruppi non si verifica in tutti i gruppi.
I processi sociopsicologici postulati dalla teoria dell’identità sociale, consistenti in un’identificazione con il gruppo attraverso una percezione opposta di differenziazione intergruppi, nonché in atteggiamenti di favoritismo verso l’ingroup (al fine di mantenere un’identità sociale postivia) non avvengono in tutti i gruppi. Per individuare quali siano i fattori che influenzano i processi intergruppi (caratterizzanti solamente alcuni gruppi) elaborano due dimensioni, indipendenti tra loro, che definiscono due tipologie di gruppi; una dimensione di individualismo-collettivismo e una dimensione di orientamento autonomo-relazionale.
Per quanto riguarda la prima dimensione, dove per individualismo, s’intende la condizione in cui viene enfatizzata la competizione e l’indipendenza del soggetto dal proprio ingroup (per idee, credenze, scopi) mentre con collettivismo s’intende la condizione sociale in cui viene enfatizzata la cooperazione, i risultati collettivi per cui gli individui hanno obiettivi personali, credenze e valori riflettenti quelli del gruppo, gli esperimenti confermano l’ipotesi secondo la quale i processi postulati dalla teoria dell’identità sociale si verificano solamente in individui dall’orientamento collettivista che, tuttavia, da solo non è condizione sufficiente perché tali processi abbiano effettivamente luogo.
È necessario, infatti, che a tale condizione si aggiunga la dimensione relazionale, secondo cui i componenti di un gruppo con orientamento relazionale valutano il proprio ingroup e i propri risultati con gli altri gruppi e con i loro risultati, mentre i componenti di un gruppo autonomo attuano confronti con standard astratti.
I risultati delle ricerche mostrano, infatti, che gli individui collettivisti e relazionali esprimono la correlazione più alta tra identificazione con il gruppo e favoritismo verso l’ingroup, per contrasto al processo di differenziazione intergruppale.
Possiamo quindi dire che, nel modello di Brown, in virtù della formulazione di due dimensioni tra loro indipendenti, a partire dalle quali diventa possibile individuare le diverse tipologie di gruppi, considera la teoria dell’identità sociale in un discorso di più ampio respiro, secondo il quale i processi descritti da tale teoria possono verificarsi soltanto in individui o gruppi collettivisti con orientamento relazionale.

 

 

INFLUENZA

Lo studio del fenomeno del conformismo risale ai primi contributi di Sherif e Asch riguardanti la genesi delle norme in situazioni di gruppo.
In particolare, Scherif studiò, attraverso esperimenti sull’effetto autocinetico, in cui i soggetti sperimentali dovevano giudicare l’ampiezza del movimento apparente di un punto luminoso proiettato su uno schermo bianco, il processo di normalizzazione, cioè il processo psicologico implicito nello stabilirsi di norme sociali (alla base dell’adeguamento al gruppo), constatando che nelle situazioni di gruppo i soggetti tendono a strutturare una situazione non strutturata convergendo nei loro giudizi verso una norma comune, e affermando che tale effetto convergenza non era il prodotto di una suggestione, bensì la risposta logica alle condizioni date.
Anche Asch approfondisce il fenomeno di adeguamento al gruppo attraverso ricerche basate su un compito percettivo non ambiguo nel quale si verifica un conflitto tra evidenza percettiva e consenso maggioritario che viene risolto attraverso un processo di ragionamento di ponderazione delle informazioni, che porta il soggetto a un compromesso, tra le proprie coordinate personali e il gruppo con cui è in rapporto, consistente, nella maggior parte dei casi, a un adeguamento alla maggioranza.
Tali studi di Scherif e Asch (nonché lo studio di Milgram sull’obbedienza all’autorità) vennero rielaborati dalla scuola francese e, in particolare, da Moscovici secondo il quale tali contributi danno origine a un modello funzionalista, basato sui due paradigmi dipendenza-controllo sociale e pressione verso il conformismo: secondo tali paradigmi l’influenza sociale è distribuita in modo disuguale e viene esercitata secondo un’unica direzione (chi ha il potere costituisce la maggioranza ed è l’unico in grado di esercitare un’influenza), per cui la sua funzione è quella di mantenere il controllo sociale (la pressione verso l’uniformità corrisponde al bisogno di ridurre le convergenze tra i membri), per cui esistono direzioni di dipendenza che determinano l’influenza sociale, attraverso la quale si persegue un consenso fondato sulla norma dell’obiettività (secondo la teoria del confronto sociale dove non è immediatamente percepibile una verità obiettiva l’uomo cerca una verità convenzionale sulla base dell’ampiezza di consenso che tale opinione richiede) e secondo il quale ogni forma d’influenza sociale conduce a un conformismo alle linee proposte e incarnate dalla massa.
Tuttavia, osserva Moscovici, tale modello prende in considerazione solamente in processo di influenza maggioritaria implicante un conformismo, non lasciando alcuno spazio per l’esistenza di processi d’innovazione che, in contributi successivi, viene letta esclusivamente in una chiave elitaria, tale per cui solamente chi ha autorità ha il potere d’imporre dall’alto verso il basso un’innovazione, sostenendo un’uguaglianza tra la sfera del potere e la sfera d’influenza che, in realtà, si dimostrano profondamente diverse in quanto l’origine del processo d’influenza non risiede solamente nel potere ma anche nel carisma, e in quanto relazioni di potere implicano solamente conformismo, cioè un cambiamento superficiale caratterizzato da acquiescenza pubblica, e non influenza che in qunto tale consiste nella modificazione profonda di percezioni, giudizi, opinioni e comportamenti provocata in un individuo dalla conoscenza di percezioni, giudizi, opinioni e comportamenti di altri individui.

Partendo da tali critiche, Moscovici propone un nuovo modello, il modello genetico che, partendo dal presupposto secondo il quale tutti i soggetti possono essere considerati portatori e, al tempo stesso, bersagli d’influenza (reciprocità del processo d’influenza) permette di prendere in considerazione un nuovo problema, quello dell’influenza esercitata dalla minoranza, nei confronti sia della maggioranza che detiene il potere sia nei confronti della maggioranza della popolazione, funzionale non al conformismo e al controllo sociale, quanto piuttosto al cambiamento sociale, all’innovazione, secondo un processo non riconducibile all’esercizio di un potere.
In tale prospettiva, quindi, il processo d’influenza non procede necessariamente in modo asimmetrico e monodirezionale, dalla maggioranza alla minoranza, ma può procedere dalla minoranza, portatrice di norme in contrasto con le norme dominanti, alla maggioranza al fine di trovare un nuovo rapporto tra sistema sociale e norme. Si produce così un rovesciamento di prospettiva per cui i concetti di maggioranza-minoranza non sono intesi in senso quantitativo, ma in termini di norme dominanti-innovative.
Tale influenza minoritaria per realizzarsi deve definire una propria posizione antagonista e alternativa a quella della maggioranza, implicante un conflitto tra le due parti dove, tuttavia, è presente, al fine della sua regolazione, uno spazio di negoziato, interindividuale o intergruppi, tale per cui ogni partner ha la possibilità di proporre il proprio sistema di riferimento prendendo in considerazione, e quindi accettando o rifiutando, quello dell’altro.
È proprio sullo stile di negoziato, oltre che sullo stile di comportamento della minoranza, il terreno su cui si gioca la riuscita dell’influenza. Affinché, infatti, la maggioranza della popolazione di fronte all’innovazione non reagisca attraverso un meccanismo di naturalizzazione, tale per cui il sistema sociale svuota di senso e di credibilità la fonte d’influenza considerando come causa di discorsi devianti proprietà idiosincrasiche, è necessaria l’adozione, da parte della minoranza, di uno stile di negoziato flessibile in cui è presente la disponibilità a fare alcune concessioni alla popolazione (al fine di non accentuare il conflitto con essa) e non rigido in cui il blocco delle comunicazioni messo in atto nei confronti della maggioranza che detiene il potere viene esteso anche alla maggioranza di popolazione.
Oltre allo stile di negoziato, un ruolo decisivo in tale processo d’influenza dalla minoranza alla maggioranza è svolto da una dimensione simbolica, di natura psicologica, consistente nello stile di comportamento della minoranza.
Presupposto fondamentale è, quindi, la consistenza del proprio stile di comportamento intesa, da un punto di vista diacronico come ripetizione ferma, sistematica e non contraddittoria di uno stesso modo di risposta, e da un punto di vista sincronico come stabile consenso all’interno del gruppo, come unanimità totale: attraverso tale consistenza, quindi, la minoranza fornisce il proprio modo di vedere una realtà e, al tempo stesso, fornisce indicazioni circa se stessa garantendo così una forma di autorinforzo, tale per cui chi si schiera con la minoranza sa di potervi trovare un solido sostegno sociale, funzionale alla riuscita stessa del processo d’innovazione.
Possiamo quindi dire che la tesi minoritaria ottiene un’influenza diretta e rilevante se adotta uno stile di negoziato flessibile e uno stile di comportamento consistente sia da un punto di vista diacronico che sincronico.

Influenza maggioritaria e influenza minoritaria si differenziano, quindi, per il processo cognitivo sottostante e per le differenze che appaiono a livello delle risposte con cui viene espresso il cambiamento.
Nel caso dell’influenza maggioritaria il soggetto si impiega in un confronto sociale con la maggioranza e si adegua alla definizione di realtà che essa sostiene attraverso una condiscendenza, cioè un cambiamento manifesto e superficiale non accompagnato da un’assimilazione.
Nell’influenza minoritaria, invece, come afferma la teoria dell’elaborazione del conflitto, il soggetto compie un processo cognitivo più elaborato e più prolungato, secondo il quale, dopo una prima risposta immediata di rifiuto dell’innovazione e di appoggio alla norma dominante, e di fronte a una minoranza che si presenta consistente da un punto di vista sincronico e diacronico, si focalizza la propria attenzione sull’oggetto della disputa, si mette in atto un’attività di validazione del punto di vista minoritario, in cui si procede a una rielaborazione della categorizzazione della fonte, dei suoi attributi, dei contenuti del messaggio ricevuto, ricercando un principio organizzatore delle posizioni minoritarie e attuando, così, una sensibilizzazione, la quale si configura come l’elemento precedente la conversione, cioè il cambiamento (prodotto dall’influenza minoritaria) più profondo, più stabile e più duraturo che, tuttavia, non implica necessariamente una manifestazione del cambiamento.

 


Categorizzazione: processo che comporta la collocazione di un oggetto o evento in categorie secondo le loro similarità.

 

 

 

Fonte: http://appunti.buzzionline.eu/downloads/fondsociale0506.doc

Autrice del testo : Clotilde

 

 


 

Psicologia sociale riassunti e appunti

 

Che cos’è la cognizione sociale.-

Il problema della conoscenza della realtà sociale rappresenta una delle tematiche della psicologia sociale più importanti.
Le persone infatti sono caratterizzate sin dai primi momenti della loro esistenza dal bisogno di “conoscere” la realtà che li circonda, costituita in larga parte da persone, al fine di orientare “adattivamente” il comportamento all’ambiente in cui vivono. L’interesse per i processi sociocognitivi che sottostanno alla comprensione di ciò che caratterizza l’ambiente in cui le persone vivono ha contraddistinto la psicologia sociale fin dai suoi albori e si chiama social cognition.  Secondo l’approccio olistico la persona acquisisce conoscenza della realtà non per semplice registrazione dei dati attraverso i processi sensoriali, ma percependo immediatamente le connessioni tra i vari elementi dell’oggetto di conoscenza. Ciò permette l’attribuzione di senso.
Questo approccio che considera i rapporti tra le diverse parti di uno stimolo percettivo così come sono rappresentati in una unità di significato nella mente della persona, è alla base della psicologia della Gestalt che si contrappone all’approccio elementaristico secondo il quale l’esperienza percettiva è il frutto dell’analisi dei singoli elementi. Un esempio fondamentale di questo approccio olistico è rappresentato dalla teoria del campo di Kurt Lewin (1951).
Secondo tale teoria, il campo psicologico di una persona dipende dall’interpretazione soggettiva che la persona costruisce rispetto al proprio ambiente sociale, considerando la configurazione dei fattori inerenti la persona stessa e la situazione in cui si trova. E’ questa totalità dinamica di fattori personali e situazionali che può spiegare il comportamento sociale.
In essa vi sono fattori cognitivi ( che permettono di avere a disposizioni gli elementi per interpretare la realtà ) e fattori motivazionali ( che inducono il comportamento una volta valutati gli elementi cognitivamente )
Secondo la psicologia sociale quindi, l’individuo è un organismo pensante che utilizza la propria attività cognitiva per la trasformazione della realtà. Tuttavia questa concezione di base dell’individuo come elaboratore attivo di informazioni ha assunto forme particolari nel periodo storico a secondo della predominanza dai parti dei ricercatori assegnati rispettivamente ai fattori cognitivi o motivazionali. Alla fine degli anni ’50 i ricercatori centrano la loro attenzione sul fatto che le persone si sentono a disagio quando sperimentano incoerenze tra le credenze e i sentimenti che possiedono ed il loro comportamento. Secondo il modello della persona ricercatore di coerenza ,  lo stato di incoerenza fra credenze o sentimenti è di per sé motivante al ripristino della coerenza tramite cambiamento dell’atteggiamento in questione che produce una sensazione di sollievo che annulla lo stato ansioso. Appare chiaro allora che nei modelli  coerenza cognitiva di Festinger (1957) e Heider (1958)

 Il peso dei fattori cognitivi e motivazionali è lo stesso.
Poiché non risultava semplice fare previsioni precise circa cosa le persone ritenevano come incoerente e in che misura e le strategie utilizzate, e si è considerato che talvolta le persone riescono a sopportare un certo livello di incoerenza, questo modello è stato abbandonato a favore di quello  dell’ individuo come scienziato ingenuo(anni ’70).
Come uno scienziato, l’individuo, dotato di capacità logico - razionali, raccoglie i dati necessari alla conoscenza di un certo oggetto e giunge a conclusioni logiche: il fattore motivazionale è quasi assente.  In questo ambito vengono studiati i cosiddetti  processi attribuzionali: l’individuo, motivato a spiegare le cause di un evento sociale per prevedere e controllare la realtà, se libero da pressioni temporali valuta con cura l’evidenza derivante da fattori situazionali e da fattori disposizionali.
Per fare un esempio,  la persona X si è comportata in modo aggressivo perché la situazione induceva questo tipo di comportamento, o perché “è” una persona aggressiva
Secondo questo modello quindi, quando abbiamo abbastanza tempo a disposizione valutiamo con cura l’evidenza che deriva dai fatti situazionali: “l’amico era stanco perché aveva studiato molto la sera precedente” o quella che deriva da  fattori disposizionali : “ a ben pensarci è una persona distaccata”
Però a differenza del modello precedente un evento sociale irrisolto dal punto di vista delle cause che lo hanno determinato non genera uno stato psicologico avversivo negli individui.
I ricercatori quindi hanno sviluppato un modello attribuzionale normativo ( kelley ) che descrive cosa le persone devono fare per spiegare le cause del comportamento sociale quando hanno tempo e dati a disposizione.
In alcune situazioni le persone si comportano davvero come descritto dal modello, ma nella vita quotidiana si osserva che gli individui commettono molti errori nella spiegazione della causalità.
Questo secondo i ricercatori dipende dal fatto che nei processi di elaborazione delle informazioni si usano spesso scorciatoie di pensiero,  causa dei limiti della nostra capacità cognitiva.
Ecco allora pronto un altro modello  Modello di individuo come economizzatore di risorse(Taylor, 1981) in cui  anche qui l’impatto dei fattori motivazionali è quasi assente.    
Nei processi di elaborazione delle informazioni, le persone non tengono in considerazione tutti i fattori in gioco, ma utilizzano “scorciatoie di pensiero” (euristiche).
Queste strategie di pensiero permettono loro di risparmiare tempo ed energie cognitive ma portano a distorsioni ed errori nel ragionamento e nel giudizio sociale.
Secondo questo modello le persone poi preferiscono soluzioni rapide  basate su un numero limitato di fatti ed indizi salienti piuttosto che soluzioni lente basate sull’esame accurato di tutti i fattori in gioco nel campo cognitivo . ( vedi stereotipi ) . Gli errori sono dovuti a proprietà del sistema cognitivo; le motivazioni non sono prese in considerazione in questo modello.
Tuttavia, il passare degli anni ha riacceso la ricerca basata sulla spinta motivazionale e il modello dell’individuo emergente è quello del tattico motivato, un pensatore sociale impegnato che possiede molte strategie cognitive e che le utilizza sulla base dei propri scopi, obiettivi, bisogni.
Un pensatore che è capace di elaborare le informazioni in maniera accurata e di soppesare con attenzione le evidenze che raccoglie nella realtà oppure pensa ed agisce rapidamente scegliendo strategie cognitive che gli permettono di difendere la sua autostima.
Alcuni studiosi hanno messo in evidenza che tutta l’attività di conoscenza è un processo motivato, ovvero qualsiasi processo cognitivo sottende una motivazione. Ci riferiamo in questo caso alle motivazioni epistemologiche , ovvero quelle motivazioni che hanno per oggetto la conoscenza stessa.
A tal fine segnaliamo il bisogno di cognizione (Petty e Cacioppo, 1986) che è il bisogno di elaborare con cura il contenuto di messaggi persuasivi e il bisogno di chiusura cognitiva (Kruglanski, 1989) che fa riferimento  al bisogno di ottenere una risposta chiara e non ambigua rispetto ad un oggetto  di conoscenza in contrasto con l’ambiguità: fattori cognitivi e motivazionali operano in interazione alla manifestazione di questa motivazione alla conoscenza; gli individui formulano e verificano una serie di ipotesi sull’oggetto da conoscere in base alle informazioni disponibile nella memoria a lungo termine, ed accessibili dalla memoria a breve termine, il processi di formulazione delle ipotesi cessa quando il bisogno di chiusura è soddisfatto, e l’individuo pensa di aver ottenuto la sua risposta chiara al problema della conoscenza ,gli può anche  essere definito come conoscitore motivato.

A cosa serve la cognizione sociale?.-

Motivazione e cognizione lavorano in interazione per orientare l’attività umana sociale. James (1890) affermava che  il ragionamento umano è selettivo in funzione dei nostri scopi: focalizziamo l’attenzione su aspetti particolari delle altre persone in funzione del tipo di interazione che abbiamo con loro, ovvero dei nostri scopi pratici. ( simile allo stratega motivato odierno )
Secondo Asch (1952) le persone si formano impressioni di personalità coerenti al fine di orientare le proprie relazioni sociali. Sappiamo bene cosa aspettarci da una persona che possiamo definire “calda”, così come sappiamo anche comportarci di conseguenza: normalmente desideriamo avvicinare una tale persona.  Così se sappiamo che la persona è “fredda” è più probabile che il nostro comportamento sia più distaccato. Anche
Bruner (1957) va in questo senso: determinati tratti di personalità vengono attivati dagli scopi posseduti dalla persona ( interagire competitivamente o cooperativamente per esempio ).             Fiske (1992)affermava che esiste un legame imprescindibile fra pensiero ed azione. “Thinking is for doing” - pensare è per agire. Le persone osservano la realtà sociale, ascoltano gli altri presenti sulla realtà sociale ed intervengono su di essa.

Fattori cognitivi e sociali nella cognizione sociale.-

Come possiamo distinguere una cognizione sociale da una cognizione che non è sociale?
Possiamo mettere in evidenza che le persone assumono due posizioni sociali fondamentali nel loro mondo sociale: quello di attori e quello di osservatori.
Nel secondo caso possono essere interessati a comprendere le relazioni di affetto o di potere tra due persone, ma possono essere anche una delle due persone implicate nella relazione assumendo il ruolo di attori.
Gli osservatori possono essere interessati a capire il punto di vista di un altro , possono essere interessati comprendere il punto di vista di personalità di un’altra persona che a sua volta può essere interessata a capire cosa i suoi interlocutori pensano di lei. Le persone possono essere interessate a capire come vengono percepite dagli altri, ma talvolta possono essere preoccupate da come esse stesse si percepiscono.  
La cognizione sociale ha quindi un carattere interpersonale, intersoggettivo e riflessivo (Higgins, 2000) che la distingue dalla cognizione non sociale ;
La cognizione ha scopo di orientare l’azione e che l’azione è sociale quando il suo orientamento prende in considerazione altre persone. Se è caratterizzata dal fatto di essere “densamente popolata” dagli  “altri” , la cognizione sociale
enfatizza il livello cognitivo di analisi dei fenomeni di cui si occupa.
Allport mette in evidenza i quesiti alla base della cognizione sociale: “in che modo la vita mentale delle persone influenza l’essere insieme agli altri? “ questa domanda si richiama alla cognizione della psicologia sociale;
Al quesito invece “Che cosa succede alla vita mentale delle persone quando sono insieme ad altri? “ questo aspetto rimanda alla psicologia sociale della cognizione.
Gli studiosi della cognizione sociale hanno tradizionalmente privilegiato l’aspetto inerente alla cognizione della psicologia sociale contribuendo alla comprensione di processi cognitivi che affrontano oggetti di conoscenza di natura sociale. I contributi più significativi riguardano  studi sull’attribuzione causale, di categorizzazione attraverso schemi di conoscenza, i modelli della coerenza, la percezione sociale ecc…
La psicologia sociale della cognizione verte quindi sulla  comprensione degli effetti dello stare insieme ad altre persone sulla vita mentale alcuni esempi possono essere gli studi sul confronto sociale, l’assunzione delle norme, dei ruoli, le identità sociali, ecc…

Come facciamo a conoscere la realtà sociale.-

Organizzazione della conoscenza: schemi e categorie sociali.-

La percezione umana non “riproduce” semplicemente la realtà esterna, come se la videoregistrasse. Il senso comune che ritiene questo sovrastima il contributo che deriva dalla realtà esterna e sottostima il contributo che deriva dalla nostra elaborazione dei dati.
La percezione umana invece, la  “ricostruisce” (Bartlett, 1932; Koffka, 1935) attraverso l’utilizzo di schemi, i quali sono strutture cognitive che rappresentano un oggetto di conoscenza, includendo i suoi attributi e i  legami di essi. Gli schemi facilitano i processi di conoscenza top-down, ovvero dall’alto in basso, quelli quindi basati sui concetti, conoscenze e teorie già depositate in memoria. Sono processi che hanno modalità di funzionamento opposto a quelli bottom-up, basati sui dati appena raccolti dalla percezione.
I Top-down Facilitano  la codifica delle informazioni nuove, il ricordo di informazioni già acquisite e le inferenze relative ai dati mancanti. Possono tuttavia dare origine ad errori quando le persone basano la conoscenza  sovrastimando i concetti che già possiedono, negando l’evidenza della realtà per conservare le proprie opinioni.
I processi bottom-up (o data-driven) si basano sui dati della situazione in atto raccolti tramite la percezione.
Sono più accurati, ma dispendiosi sul piano temporale in quanto si centrano su ogni singolo elemento di informazione.
Le persone utilizzano sia modelli schematici sia quelli basati sui atti della conoscenza  a seconda degli scopi.
Ma come utilizziamo gli schemi?
Si basano su una iniziale categorizzazione degli stimoli sociali in base ad alcune caratteristiche possedute. Poiché alcune caratteristiche degli oggetti di una categoria non sono chiaramente distinguibili da quelle di esemplari di altre categorie, sono possibili errori di classificazione.
Facciamo l’esempio della persona che va al supermercato e non trova negli scaffali ciò che cerca: si rivolgerà in tutta fretta verso una persona che sembra essere un addetto: infatti ha un bloc-notes. Ma si è sbagliato, quella persona è semplicemente un cliente: anche i clienti e non solo gli addetti possono avere un bloc-notes.
E’ difficile individuare criteri necessari e sufficienti che definiscono l’appartenenza di un oggetto ad una determinata categoria: la realtà sociale è ben più complessa di quella di Aristotele, che pensava che le categorie sono definite da un numero ridotto di criteri necessari e sufficienti, soddisfatti i quali l’individuo ha pieno controllo sulla categoria.
Le categorie sociali hanno confini sfuocati, e non è sempre agevole definibile se un esemplare appartiene ad una o ad un’altra.
Alcuni esemplari sono più rappresentativi di altri perché hanno gli attributi tipici della categoria (prototipi).
Le categorie sociali hanno un’organizzazione gerarchica inclusiva dei livelli più specifici ( persone motivate da ideali: livello sovraordinato di categorizzazione =>> monaci, religiosi, pacifisti, ecologisti: livello sott’ordinato ) ;
Il livello di categorizzazione utilizzato dipende dalla situazione e dagli scopi degli individui: Se le persone si riferiscono a progetti da portare avanti, usano livelli di categorizzazione elevati, mentre se si riferiscono ad azione di breve durata utilizzano livelli più specifici.

Diversi tipi di schemi sociali.-
I confini tra nozione di categoria sociale e di schema sociale sono abbastanza labili, ma la ricerca sulla categorizzazione si indirizza in prevalenza sulla categorizzazione degli oggetti sociali, mentre la ricerca sugli schemi mette a fuoco il modo in cui si utilizza la conoscenza accumulata e depositata nella memoria nella comprensione delle nuove informazioni
Esistono vari tipi di schemi in relazione al tipo di informazioni contenute in essi: ma tutti funzionano allo stesso modo: influenzano la codifica delle nuove informazioni:  raccolta, interpretazione e comprensione , ricordo di informazioni e inferenze dei dati mancanti.

Schemi di persona:
contengono le informazioni utilizzate per descrivere le persone in base a tratti di personalità (simpatico, aggressivo) o altre caratteristiche che le distinguono (studente di psicologia)            ; oltretutto inducono aspettative che influenzano il ricordo di azioni e la comprensione di nuove informazioni: Zadny e Gerard, nell’esperimento dello studente che entrava nell’atrio di iscrizione ( ai soggetti sperimentali veniva detto che si trattava una volta di uno studente di chimica, un’altra di psicologia ecc… ) e che lasciava cadere dei fogli e libri, rendevano saliente la prerogativa dello schema circa la sua caratteristica   ricostruttiva   dell’informazione congruente con lo schema attivato: se si attivava lo schema studente di psicologia gli studenti ricordavano che i fogli caduti erano relativi a quella materia, se di musica spartiti musicali ecc…
Schemi di sé :        Contengono le informazioni relative a se stessi che rappresenta pur un filtro di conoscenza per molti altri oggetti sociali, nel senso che siamo particolarmente attenti a quegli aspetti della realtà che rimandano a noi stessi.             La descrizione di sé è organizzata intorno ad alcuni tratti centrali; le informazioni relative a questi tratti sono elaborate più velocemente rispetto alle informazioni relative a dimensioni meno importanti o aschematiche (Markus, 1977)

 

Schemi di ruolo:

 organizzano le conoscenze relative ai comportamenti attesi da una persona che occupa una determinata posizione nella struttura sociale.
Esistono ruoli acquisiti tramite l’impegno (ad es., medico, professore) e ruoli ascritti, come il genere sessuale o la razza .
Essi funzionano come tutti gli altri tipi di schemi: una volta attivati rendono disponibile la conoscenza che ci permette di riconoscere e comprendere le informazioni rilevanti per lo schema in questione.
Queste caratteristiche portano con sé una serie di aspettative comportamentali riconducibili  a strutture schematiche che molto spesso facilitano il compito del percipiente: possono funzionare come stereotipi sociali: è facile pensare che gli ebrei sono intelligenti, gli anziani noiosi: tali facilitazioni possono condurre ad un insieme di errori consistenti se il percipiente non considera anche altre caratteristiche dell’oggetto in questione.
Gli Schemi di eventi:  Includono conoscenze relative alle sequenze di azioni appropriate in un determinato contesto, comprese le aspettative sul modo in cui si comporteranno gli altri:  per fare un esempio,  le persone conoscono il “copione” di comportamento da seguire al ristorante, ed hanno aspettative precise rispetto al comportamento del cameriere ed alle regole da seguire

Vantaggi e disfunzioni del ragionamento sociale: le euristiche.-

Le euristiche sono strategie o “scorciatoie” di pensiero semplificate che permettono alle persone di giungere rapidamente a giudizi sociali, esistono infatti delle situazioni in cui le persone devono elaborare giudizi complessi in situazioni che diminuiscono l’accuratezza dei processi cognitivi ( stanchezza, mancanza, di tempo, sovraccarico cognitivo ).

Il vantaggio è quello di guadagnare tempo e risparmiare energia mentale, il rischio è quello di giungere a giudizi grossolani, stime di probabilità poco attendibili, inferenze errate.

Euristica della rappresentatività.-

 E’ utilizzata per emettere giudizi circa  la probabilità che si verifichi un determinato evento; in particolare, per decidere se un certo esemplare appartiene a una determinata categoria (Tversky e Kahneman, 1974)
Il criterio utilizzato per decidere è quello della rilevanza o somiglianza degli attributi di un esemplare A, quale criterio per poterlo definire membro della categoria B, è quindi un giudizio sulla probabilità che A sia membro di B.
Mentre viene trascurata la probabilità di base: Per spiegarla facciamo un esempio: Se in un programma di scambio universitario andiamo spesso in una università francese e andiamo ad una festa di studenti stranieri, prima di rivolgerci in italiano ad uno studente che assomiglia proprio ad un italiano, dobbiamo tenere presente che su 10 studenti che arrivano 5 sono inglesi, 3 spagnoli, 1 italiano e 1 tedesco.
Ma facciamo un esempio del concetto generale dell’euristica della rappresentatività.
Una persona è descritta come mite, timida, ritirata. Qual è la sua professione? Ovvero: a che categoria appartiene questo esemplare? : bibliotecario, trapezista, bagnino…?
La risposta più probabile sarà bibliotecario, in quanto le caratteristiche di personalità di questa persona rappresentano gli attributi di un bibliotecario.

Euristica della disponibilità.-

E’ utilizzata per valutare la frequenza o probabilità di un determinato evento: si basa sulla facilità e rapidità con cui vengono in mente esempi che fanno riferimento alla categoria del giudizio in questione.
Nel caso in cui ci venga chiesto che tra le persone della nostra età ne esistono molte che hanno optato per un regime dietetico vegetariano, è probabile che noi pensiamo alle persone che trai nostri amici  conoscenti si comportano in tal modo: se è facile e veloce pensare a queste persone, diremo che sono molte, se invece ci risulta difficile trovare nella nostra mente esempi di persone vegetariane, affermeremo che sono un numero limitato.
Se frequentiamo persone vegetariane, questo potrà portare a sovrastimare il giudizio.
La stima di frequenza di un evento può essere influenzata da alcune tendenze sistematiche ( biases )  utilizzate nella ricerca di informazioni.  Fra queste troviamo
il fattore “immaginabilità” di un particolare evento.
Per fare un esempio le persone valutano come cause di morte più frequenti eventi drammatici o accidentali come omicidi o atti terroristici rispetto a malattie cardiocircolatorie ( come accade realmente più spesso ) (Slovic, Fischoff e Lichtenstein, 1976). Questo è dovuto al fatto che la comunicazione che riceviamo dai mass-media circa gli eventi di morte aumenta la salienza di questi eventi concorrendo alla loro “immaginabilità”.
Un altro fattore è il Riferimento al sé ;      per fare un e
sempio: entrambi i coniugi sovrastimano il proprio contributo personale alle attività domestiche, in quanto ricordano con più facilità esempi positivi del proprio comportamento rispetto a quelli del proprio partner: ovvero quegli esempi sono evidentemente più  disponibili (Ross e Sicoly, 1979).

L’euristica della simulazione.-

Costituisce una variante dell’euristica della disponibilità; è utilizzata per immaginare scenari ipotetici relativi a come potrebbero evolversi o avrebbero potuto evolversi certi eventi.
Ad esempio : Carla si è laureata, ma per specializzarsi deve partire fuori dalla sua città di origine. Dopo esserci congratulati con lei, sorge spontanea la domanda : “Come pensi che reagirà Ennio , tuo fidanzato, a questo distacco?”
Per rispondere alla domanda Carla penserà a situazioni di distacco ( qui si attiva l’euristica ) da Ennio  e troverà gli esempi più consueti circa le reazione del ragazzo. Potrebbe egli rattristarsi molto oppure reagire in maniera positiva pensando che così avrà più occasioni per fare viaggi all’estero.
La simulazione mentale di come certi eventi avrebbero potuto svolgersi nel passato, chiamato  pensiero controfattuale (“se non fosse successo così…”), ha importanti implicazioni per il giudizio sociale e per le reazioni emotive ad eventi drammatici, poiché le intensifica.
Pensiamo ad esempio all’essere spettatori di un disastro come le Twin Towers : quanti pensieri controffattuali prodotti soprattutto dai familiari delle vittime.
Questo tipo di pensiero intensifica le emozioni negative perché rende saliente il contrasto tra la drammaticità degli eventi reali e la normalità di quelli contenuti nel pensiero controfattuale.

 

Ancoraggio e accomodamento.-

In situazioni di incertezza, per emettere un giudizio le persone tendono ad “ancorarsi” a una conoscenza nota ed “accomodarlo” sulla base di informazioni pertinenti.
Un amico ci chiede se sappiamo quanto costa il biglietto aereo di andata e ritorno per Amsterdam. Stiamo per rispondere di non saperne niente ma poi improvvisamente un mese prima siamo andati in aereo a Bruxelles spendendo circa 335 euro. Tenendo conto del fatto che Amsterdam non è così lontana e tenendo conto che siamo in bassa stagione rispondiamo che il costo dovrebbe aggirarsi intorno alle 310 euro.
Abbiamo cosi ancorato il nostro nuovo giudizio ad una conoscenza nota e l’abbiamo accomodato ( 310 euro ) sulla base di altre informazioni pertinenti.

I propri tratti poi, le proprie credenze ed i propri comportamenti rappresentano spesso punti di ancoraggio per il giudizio sociale, si potrebbe chiamare questo ancoraggio al sé.
E’ molto probabile che giudichiamo gli altri come persone estroverse o timide a partire da quanto noi riteniamo di possedere questi attributi. Un
esempio:  nella previsione di risultati elettorali, le persone tendono ad esagerare la numerosità dei voti ottenuti dal partito da loro sostenuto (Palmonari, Arcuri e Girotto, 1994): quando possiamo utilizziamo i nostri punti di vista e il nostro modo di comportarci come ancoraggio:  quando il riferimento a noi stessi non è informativo utilizziamo il punto di vista degli altri o aspetti salienti della situazione in cui operiamo.

La spiegazione della realtà sociale: attribuzione causale.-

 

L’attribuzione causale può essere definito come un  processo che le persone mettono in atto per spiegare gli eventi sociali, al fine di controllarli,  prevederli e quindi mettere in atto comportamenti appropriati.
Perché il mio amico reagisce in maniera così indifferente oggi?  Perché il docente è così scontroso oggi. Talvolta ci facciamo domande tali. Le nostre giornate sono piene di eventi che richiedono una spiegazione.
L’attribuzione causale avviene spesso per via automatica, in quanto alcuni eventi richiedono spiegazioni poco dispendiose cognitivamente. Esistono talvolta però situazioni più complesse che richiedono una elaborazione più dispendiosa ed accurata: facciamo riferimento alle spiegazioni che cerca di darsi uno studente del voto affisso in relazione all’esame dato: questo non corrisponde all’impegno che ci ha messo, è ovvio che questa valutazione richiede un giudizio espresso attraverso processi più complessi che richiedono l’elaborazione di tutti gli elementi in causa, quali l’essere stanchi durante l’esame, la comprensione dell’esame e infine, la possibilità di errore del professore sull’attribuzione del voto.

Il contributo di Fritz Heider.-
Secondo Heider (1944; 1958): il compito della “psicologia del senso comune” è comprendere come le persone interpretano gli eventi: questo ci dà mole informativa circa il modo in cui funzionano le inferenze causali.
Per l’autore le persone sentono il bisogno di anticipare che cosa succederà loro e a coloro che  li circondano e lo strumento più pertinente per fare questo è comprendere le cause del comportamento sociale. Fondamentale allora diventa il locus o origine della causalità: la causa di un comportamento può risiedere in fattori interni o personali (motivazioni, abilità) o in fattori esterni o situazionali che elicitano certi comportamenti.
L’individuo utilizza le informazioni a sua disposizione relative ai fattori interni ed esterni per fare inferenze circa le cause di un evento.

 

 

Teoria dell’inferenza corrispondente.-

Il modello di Jones e Davis (1965) afferma che  lo scopo dell’attribuzione di causa è compiere inferenze corrispondenti, ossia giungere alla conclusione che il comportamento di una persona riflette disposizioni interne o qualità stabili.
Tali inferenze circa il fatto che il comportamento o l’intenzione comportamentale dipenda da sue disposizioni   si basano su fattori quali:

  • analisi degli effetti non comuni: il confronto fra il comportamento scelto e le opzioni possibili comportamentali è informativo sulle disposizioni  della persona: Olga sceglie di trascorrere dieci mesi all’università di Utrecht, potendo scegliere tra tante possibilità. Perché ha scelto proprio quella città? La risposta risiede in una caratteristica di Utrech che rimanda ad una caratteristica di Olga, ovvero in quella città vi sono molti ghiacciai sui quali si può pattinare. Olga è quindi una sportiva.
  • desiderabilità sociale: minore la desiderabilità sociale di un comportamento, più questo è attribuito a disposizioni interne: Il professore è contento del coinvolgimento  ed interesse dimostrato dagli studenti circa la sua disciplina: tuttavia questo atteggiamento potrebbe essere frutto di una norma di desiderabilità sociale. Se invece gli studenti  gli dimostrano il loro disinteresse, è molto probabile che questo dipenda davvero ad una loro disposizione interna!
  • libera scelta: i comportamenti messi in atto liberamente sono più informativi circa le reali disposizioni della persona rispetto a comportamenti messi in atto per costrizione
  • aspettative comportamentali legate ai ruoli: il comportamento è maggiormente informativo se non deriva da norme legate ai ruoli: è più facile pensare che il comportamento di una persona corrisponda alle sue disposizioni  quando questo non deriva dalle norme del comportamento legate al ruolo.

Il modello della covariazione di Kelley.-

Il modello di Kelley (1972) costituisce un esempio emblematico di come un individuo, elaboratore attivo di informazioni, può essere descritto dalla metafora dello “scienziato ingenuo”.
Prima di giungere ad un giudizio causale su un effetto ( accadimento, comportamento di una persona ) l’individuo compie una serie di osservazioni, rileva la sua covariazione sulla base di tre principi informativi:
Uno dei fattori importanti per la buona riuscita degli studi universitari consiste nel capire bene quanto viene detto alle lezioni nei corsi frequentati. Ma capita talvolta che non riusciamo a capire quello che il docente ha spiegato nelle sue due ore di lezione. Secondo Kelley per decidere quale sia la causa di questo effetto ragioniamo secondo le seguenti modalità: 

  • La distintività:  l’effetto si produce solo quando l’entità è presente? E’ solo il docente in particolare o è un’esperienza che si diffonde a tutti i docenti quella di non avere capito?
  • Coerenza temporale e nelle modalità: l’effetto si manifesta tutte le volte in cui l’entità è presente allo stesso modo? Succede sempre così o è solo oggi che non capisco la lezione?
  • Consenso: tutte le persone presenti percepiscono l’effetto come dovuto alla presenza dell’entità? Gli altri studenti condividono la stessa esperienza di non capire nulla di questo particolare docente.

Il risultato di tale processo è un’attribuzione causale disposizionale se l’effetto presenta alta distintività, alta coerenza e alto consenso.
I tre fattori non hanno uguale valore predittivo: le informazioni riguardanti la coerenza nel tempo sono le più importanti.

Tendenze sistematiche nei processi di attribuzione.-

Il motivo per cui non abbiamo capito la lezione, potrebbe essere dovuta al fatto che questa mattina non abbiamo voglia di ascoltare la lezione e per questo non prestiamo attenzione a tutti i passaggi logici del discorso che ci permetterebbero di comprendere meglio il contenuto della lezione.
Possiamo sovrastimare gli indizi che ci provengono dai nostri compagni per giungere alla conclusione che tutti non hanno capito e che è causa del docente: se alla fine della lezione 4 dei nostri compagni ci dice che la lezione è stata chiara ed interessante e uno solo ci dice che non ha capito nulla, non potremmo concludere che anche gli altri non hanno capito….eppure facciamo cosi! Si parla in questo caso di  Self Serving Bias ovvero una tendenza ad attribuire i propri successi a cause interne e gli insuccessi a cause esterne.

Due spiegazioni possibili a questa distorsione : 

  • spiegazione cognitiva: in genere le persone hanno più esperienze di successi che di insuccessi, e fanno ricorso a questa conoscenza personale nella formulazione di giudizi di causalità rispetto ai propri risultati
  • spiegazione motivazionale: indipendentemente dalle esperienze reali di successi ed insuccessi, le persone sono motivate a valorizzarsi e a considerare se stesse positivamente.

 

 

L’errore fondamentale di attribuzione.-

 

E’ la tendenza a sovrastimare il peso di fattori disposizionali e sottostimare il peso di fattori situazionali nelle spiegazioni causali (Heider, 1958; Ross, 1977; Jones e Harris, 1967).
Interpretazioni:
Secondo Gilbert (1989) esistono due fasi nel processo attribuzionale. Inizialmente l’individuo compie una attribuzione disposizionale automatica; se il contrasto fra evidenza e attribuzione è troppo grande, aggiusta il giudizio in base alle influenze situazionali.
Secondo Heider (1958) invece le cause vengono attribuite a fattori salienti dal punto di vista percettivo; l’attore è percepito come figura saliente, la situazione o sfondo rimane in ombra.

La discrepanza attore-osservatore.-
L’effetto attore-osservatore è complementare all’effetto fondamentale di attribuzione. Questo si traduce in una tendenza ad attribuire le cause del proprio comportamento a fattori situazionali, e le cause del comportamento altrui a fattori disposizionali.         
Questo perché l’attore dispone di conoscenze accurate sul modo in cui si è comportato in passato: questo scoraggia attribuzioni disposizionali verso se stesso. L’osservatore non ha invece a disposizione informazioni precise su come le persone si comportano nelle diverse situazioni: diviene per lui più facile quindi fare attribuzioni disposizionali. Un’altra spiegazione consiste nella distorsione percettiva: la situazione è il fattore più saliente per l’attore, mentre per l’osservatore il fattore più saliente e quindi più informativo è la persona.

 

L’influenza sociale.

Conformismo e forza della maggioranza.-

Al di là degli studi sulla psicologia delle folle, lo studio scientifico vero e proprio del fenomeno del conformismo può essere fatto risalire ai contributi di Sherif e Asch riguardanti la genesi delle norme in situazioni di gruppo.
Sherif si chiede: nei momenti di transizione sociale, in cui i valori condivisi sono messi radicalmente in discussione e sembra mancare ogni punto di riferimento stabile, come si formano nuove norme per orientare il comportamento di tutti?
Sherif vede un’analogia tra una tale situazione sociale e la situazione, molto più elementare, in cui l’individuo è posto in una situazione percettiva ambigua.
Quale situazione più ambigua del fenomeno percettivo dell’effetto autocinetico?

In una sala oscura un individuo senza alcun punto di riferimento deve valutare il movimento apparente di un punto luminoso proiettato su uno schermo bianco.  La persona che guarda la luce sa perfettamente che essa non si muove, eppure la luce sembra al  soggetto errante ed irregolare, tanto da sembrare, nelle successive presentazioni, contemporaneamente presente in diversi punti della stanza: al soggetto allora viene chiesto di valutare lo spostamento il più esattamente possibile del punto luminoso presentato a più riprese.

Tre le condizioni sperimentali

 attivate: 

  • Individuo da solo: l’individuo di fronte ad uno stimolo instabile e non strutturato fissa un campo di variazione ed una norma specifica o un punto di riferimento.
  • Individuo da solo =>> gruppo :  campi di variazione che gli individui hanno fissato individualmente tendono a convergere nella situazione di gruppo.
  • Individuo in gruppo =>> da solo :  gli individui stabiliscono un campo di variazione del giudizio e una norma specifici per il proprio gruppo. L’effetto della norma di gruppo persiste anche nella situazione individuale.

L’interpretazione dei risultati permette allora di concludere  che il giudizio degli individui e la norma che ne deriva è diversa dalla norma che il gruppo si dà.
Nella situazione di gruppo, i soggetti tendono a strutturare il campo convergendo nei loro giudizi verso una norma comune. Questo avviene perché principalmente colui che diverge si sente insicuro dei propri giudizi nella posizione di deviante.
Seguendo la stessa scia teorica, anche Asch ha sostenuto la tesi secondo la quale sono fattori razionali ( e non di suggestione )  quelli che fanno elaborare ai soggetti di un gruppo, di fronte ad un compito comune, risposte che tendono a convergere.
Per dimostrare ciò fa un esperimento in cui  crea una situazione di compito percettivo però stavolta non ambiguo ( questo per rimarcare ancora più nettamente la forza del fattore influenza sociale ) :  8 individui giudicano quale di 3 linee verticali di diversa lunghezza è  uguale a una linea standard.
Ogni membro deve esprimere il suo giudizio pubblicamente.
Nella condizione sperimentale 7 complici dello sperimentatore danno risposte deliberatamente non corrette in modo unanime, tali da contraddire quelle giuste date dal soggetto sperimentale.
In una condizione di controllo  ciascun soggetto dà risposte non concordate e personali al compito percettivo.
Risultati della condizione sperimentale mettono in rilievo che  1/3 dei soggetti sposta il proprio giudizio verso la maggioranza, mentre nel gruppo di controllo non vi sono errori di sorta.
Tuttavia, il resto dei soggetti, non è stato influenzato dalla maggioranza, a questo proposito Asch distingue tra soggetti indipendenti e soggetti sottomessi.
Secondo Asch il soggetto critico si trova ad dover fronteggiare un conflitto molto acuto tra le informazioni percettive e quelle che gli provengono dalla situazione sociale.
In una situazione tale, egli dovrà allora produrre il proprio giudizio non solo sulla base della propria personalità, ma anche tenendo conto del gruppo cui è in rapporto. Se le condizioni lo permettono , l’individuo si sposta verso il gruppo.
La spinta a rendere conforme il proprio giudizio a quello degli altri è dovuta ad un processo di ragionamento ( e non suggestione ) : un processo cosciente determinato dalle informazioni che si hanno sulla realtà finalizzato ad ottenere una visione oggettiva del mondo.
Una variazione di un determinato paradigma è quella di Deutsch e Gerard.
Secondo gli autori, negli esperimenti di Asch i soggetti erano sì in presenza degli altri, ma il loro giudizio percettivo non era dato in una condizione in cui funzionavano come membri di un gruppo.
Tenendo conto di questa non irrilevante differenza distinsero tra influenza normativa ovvero  la forza che spinge un soggetto, in quanto membro di un gruppo, a rispondere alle aspettative positive di uno o più membri del proprio gruppo e  influenza informativa,    forza che spinge un individuo isolato ad accettare le informazioni degli altri come prova circa la realtà.
Allora si può concludere che il conformismo è più forte quando l’individuo agisce in quanto membro di gruppo ( influenza normativa ) che non quando non è coinvolto normativamente con gli altri: l’influenza normativa risulta essere più forte di quella informativa.
Il modello teorico che deriva dagli studi di Asch è stato messo in risalto dall’attento lavoro bibliografico-critico svolto da Moscovici come “introduzione” alla sua interpretazione dell’influenza sociale.
I molteplici contributi presentati su questo argomento, benché non abbiano uno sfondo teoretico omogeneo, sembrano convergere su due punti essenziali che danno corpo al paradigma dipendenza-controllo sociale e al paradigma “pressione verso il conformismo”.
Il modello di influenza funzionalista per esempio si organizza fondandosi su alcune essenziali proposizioni:

  • L’influenza sociale è distribuita in modo disuguale e viene esercitata  secondo una modalità unilaterale: Solo chi ha potere esercita influenza ; Chi ha il potere costituisce la maggioranza in grado di influenzare la minoranza; Chi non ha potere può adeguarsi o porsi in posizione di marginalità.
  • La funzione dell’influenza sociale è quella di mantenere e rinforzare il controllo sociale; Gli individui formano un gruppo solo grazie al controllo sociale; Approccio di tipo struttural-funzionalista
  • Le relazioni di dipendenza determinano la direzione e la rilevanza dell’influenza sociale esercitata in un gruppo: Asimmetria legata a status, ruolo e competenza:
  • Chi ha un status elevato esercita maggiore influenza rispetto a chi ha uno status inferiore; Chi ha uno status alto influenza chi ha uno status inferiore; 
  • l’esperimento di Milgram (1964) sull’obbedienza all’autorità rappresenta un esempio.

  • Il consenso che l’influenza è tesa a raggiungere è basato sulla norma dell’obiettività; Quando non c’è una verità obiettiva gli individui cercano una verità convenzionale sulla base dell’ampiezza di consenso che l’opinione riceve:
  • Esempio: Teoria del confronto sociale (Festinger, 1954)

  • Tutti i processi sono visti nella prospettiva del conformismo, e il conformismo è considerato sottofondo comune di questi processi. Kiesler (1969): ogni cambiamento nel comportamento e delle credenze in direzione del gruppo è il risultato di una pressione di gruppo reale o immaginaria:  ogni forma di influenza porta al conformismo.

Se si accetta tale modello si giunge presto a conseguenze teoriche estreme. Una di queste conseguenze è che i sistemi sociali devono essere necessariamente pensati come “dati di fatto” e non come entità che si costruiscono tramite l’interazione sociale. Il confronto di tali sistemi inoltre è fondato sul principio secondo cui chi ha più prestigio ha la funzione di mantenere il buon funzionamento del gruppo e chi ne ha meno deve accogliere le norme definite dalla maggioranza.
Da questo esce un quadro secondo cui le divergenze fra i membri devono essere ridotte  e tutti quelli che rifiutano le norme proposte devono essere riassorbite oppure esclusi. Quindi in tale quadro si nega l’esistenza dei processi di innovazione.
Ma poiché non è possibile negarli, si è tentato di darne conto rimanendo all’interno dello stesso paradigma conformista.
La teoria dell’innovazione  di Homans ed Hollander,  prevede che solo dopo che gli individui hanno acquisito autorità o competenza hanno libertà sufficiente per rendere accettabile qualche novità e riescono ad imporla. Le relazioni di dipendenza sono quindi un preliminare necessario a qualsiasi cambiamento di norme e valori.
Ma questa teoria fornisce una concezione elitaria dell’innovazione,  e non considera che la devianza propria di una elite. Non è concepibile altro cambiamento in essa se non quello che procede dall’alto verso il basso: ogni innovazione nella vita di gruppo non è che un altro aspetto del conformismo degli inferiori nei confronti dei superiori.
Si può dire che in tale teoria il potere e l’influenza non sono distinti: fa credere che l’origine di ogni processo di influenza risiede nel potere.
Ma come giungono allora gli individui o i sottogruppi devianti a rifiutare le norme prestabilite? Come è possibile che individui o gruppi possano divenire agenti in grado di esercitare un’influenza contronormativa?
Nessun dubbio che esistano distribuzioni diseguali di risorse e potere per cui si possono instaurare dei rapporti di forza: ma chi domina in queste situazioni, pur se è più in grado di altri di imporre il proprio punto di vista e di controllare opinioni e comportamenti di chi è dominato, è anche vero che impone dei cambiamenti superficiali , considerando i cambiamenti interiori come processi puramente individuali e non sociali.
Esistono d’altra parte situazioni in cui non compaiono distribuzioni ineguali di risorse e potere, in cui però l’interesse o l’ammirazione di molti sono provocati da un insieme di qualità possedute da un individuo o da un gruppo, qualità che si traducono in un certo modo di esprimersi e comunicare. Si parla allora del fenomeno del prestigio o meglio ancora del carisma. L’effetto del prestigio o carisma non si fonda sul maggior potere ma è esclusivamente di ordine interiore, in quanto opera attraverso mezzi ideologici e psicologici: in esso si trovano in pieno gli elementi costitutivi del processo di influenza.

Il modello genetico dell’influenza sociale.-

Secondo Moscovici il “modello funzionalista dell’influenza sociale” rappresenta una visione troppo riduttiva e meccanicistica dell’influenza sociale:
non spiega i fenomeni di innovazione nei gruppi.
Moscovici contrappone al modello funzionalista dell’influenza sociale il modello genetico dell’influenza sociale.
I problemi che il paradigma precedente non poteva affrontare e a cui tale modello tenta invece di dare una risposta, è primo fra tutti quello relativo all’influenza esercitata da individui o gruppi minoritari.
Su questo si è fatta confusione sino a sostenere talvolta che il modello proposto da Moscovici riguarda esclusivamente l’influenza delle minoranza: esso invece contempla ogni forma di influenza, maggioritaria e minoritaria.
Secondo il modello genetico infatti tutti i membri di un gruppo sono sia portatori di influenza, sia bersagli di influenza.
L’influenza quindi non è necessariamente asimmetrica cioè  dalla maggioranza verso la minoranza e non è solo funzionale al conformismo e all’uniformità ma  anche al cambiamento sociale e all’innovazione.

 

Vi è una caratteristica rilevante che distingue il processo di in influenza minoritaria da quello maggioritario. Mentre quest’ultima può realizzarsi all’interno di un quadro di almeno un’apparente collaborazione tra chi riceve influenza e chi l’esprime, una minoranza, per esercitare l’influenza, deve definire una propria posizione antagonista e alternativa a quella della maggioranza.  
Tale antagonismo porta ad un conflitto fra le due parti in causa che può essere regolato tramite un negoziato interindividuale e intergruppi necessario a quel punto, in questo ogni partner ha la possibilità di proporre il proprio sistema di riferimento accettando o rifiutando quello dell’altro.

In breve il nuovo modello teorico nella spiegazione dei processi di influenza si  sposta  da fattori predeterminati ( potere dei protagonisti ) al negoziato che ha luogo nel corso della stessa interazione sociale.
In questa prospettiva, secondo Moscovici la minoranza non è intesa solo a livello quantitativo, ma come gruppo che si batte contro le norme dominanti;

e la maggioranza non è intesa solo a livello quantitativo, ma  come gruppo che assume e diffonde le norme dominanti.
La diffusione dell’innovazione, in questo senso, anche se contrassegnata  dall’assimetria degli status sociali, non è mai riducibile all’esercizio di potere:  le variabili invocate hanno a che vedere non con la dipendenza, ma con il negoziato tra agenti sociali. Anche priva di potere, un’entità sociale può dunque esercitare influenza….ma in che modo ?

La fonte di influenza allora non è fondata su relazione di potere ma ha sede nei significati che emergono dall’insieme dei comportamenti dei soggetti (minoritari) durante gli incontri e le interazioni con i loro interlocutori ( bersagli di influenza ). Un ruolo fondamentale allora è svolto dallo
stile di comportamento adottato dalla minoranza nell’interazione e nei negoziati con la maggioranza e dalla consistenza  di tale comportamento che permette la minoranza di divenire influente.
La consistenza dello stile del comportamento della minoranza è caratterizzato
Da una consistenza sincronica del comportamento ovvero unanimità totale nell’espressione delle posizioni minoritarie;
Consistenza diacronica del comportamento, ovvero ripetizione ferma e sistematica di una risposta in occasioni successive e ripetizione non contraddittoria della risposta.
La consistenza diacronica fornisce informazioni sia sul modo di vedere la realtà della minoranza sia sulla minoranza stessa: fermezza e sicurezza di sé attraverso sacrifici personali (affrontare rappresaglie, incomprensioni, scherzi).
La consistenza dunque si riferisce a comportamenti difesi con fermezza e con costanza attraverso svariate situazioni.
Perché la consistenza diacronica abbia influenza però deve essere riconosciuta dalla maggioranza e deve essere attribuito al comportamento della minoranza caratteristiche di sicurezza e autonomia.
Lo stile di negoziato adottato dalla minoranza può essere caratterizzato da rigidità della minoranza  quando è  intransigente rifiuta ogni compromesso: in tal caso la minoranza è considerata estremista e fatica a esercitare influenza.

Oppure da flessibilità in tal caso è disposta a fare concessioni per non accentuare il conflitto e  può esercitare influenza sulla popolazione.
Un esempio di flessibilità o rigidità della minoranza è dato da un ‘esperimento frutto di un insieme di ricerche di Mugny e Papastamou in cui si poteva misurare il grado di influenza diretta su alcuni soggetti, in relazione all’esposizione con un messaggio “rigido” o “flessibile” della minoranza. Il messaggio in questione riguardava argomenti sull’inquinamento ambientale.
Quello rigido era: “Bisogna chiudere le industrie che non rispettano le norme dell’ambiente”; quello flessibile “Bisogna obbligare chi costruisce automobili ad attrezzare veicoli con appositi strumenti di antinquinamento”.
I risultati confermarono che la tesi minoritaria ottiene un’influenza diretta quando adotta uno stile flessibile.
C’è da chiedersi perché lo stile flessibile sia più efficace di quello rigido.
Quello rigido, infatti, come nell’esperimento di Mugny, tende a creare un conflitto profondissimo che può essere risolto dalla popolazione solo esclusivamente screditando la fonte di influenza per mezzo dell’attribuzione di un errore sistematico definito come dogmatismo.
Ma anche attraverso la cosiddetta  naturalizzazione (Doise, Deschamps e Mugny, 1980)  che attribuisce  la causa dei comportamenti a proprietà idiosincratiche della minoranza  e con cui il sistema sociale si immunizza contro i devianti svuotando di significato la loro credibilità attraverso forme diverse quali : la Biologizzazione (perché è una donna, perché è tarato) la Psicologizzazione (per il carattere, per intelligenza limitata o troppa intelligenza…) ma anche attraverso la Riduzionealsociologico (è un comunista).
Infine possiamo fare una distinzione tra quella che è la devianza, ovvero la trasgressione delle norme senza mettere in discussione la validità di esse e il contesto che le sostiene e l’innovazione  di una minoranza attiva che mette in discussione una o più delle norme esistenti per superarla e per trovare un nuovo rapporto tra sistema sociale e norme.

Condiscendenza e conversione.-

L’influenza maggioritaria e l’influenza minoritaria hanno effetti diversi?
L’influenza maggioritaria porta a condiscendenza: un cambiamento a livello manifesto (sociale) e raramente a un cambiamento a livello profondo.
L’influenza minoritaria porta a conversione: un cambiamento ( o risposta ) a livello latente che generalmente è più significativo di quello ottenuto a livello manifesto,  e  qualche volta a un cambiamento a livello manifesto.
Sembra, in altre parole, che i mutamenti prodotti dalle minoranze possano non sempre immediatamente evidenti a livello sociale, ma latenti e più solidi; mentre i mutamenti prodotti dalle maggioranze consistenti sono evidenti a livello sociale, ma più superficiali, perché non radicati a livello del codice percettivo dei soggetti: gran parte dei soggetti che nell’esperimento di Asch ha modificato il loro giudizio, lo ha fatto solo a livello sociale ( manifesto ) il loro giudizio. Si tratta insomma di quel fenomeno chiamato in psicologia sociale condiscendenza,  e che spesso è stato citato per dare conto dell’influenza maggioritaria.
Moscovici invece chiama conversione, l’effetto prodotto, frequentemente in modo latente e indiretto, dall’influenza minoritaria: per mostrare che i cambiamenti di giudizio che esprime la conversione tocca livelli profondi, Moscovici e Personnaz fanno un’esperimento, denominato dell’after effect.
Cos’è l’after effect? Se si guarda un colore per alcuni secondi e poi si fissa uno schermo bianco si percepisce il colore complementare :
Se si fissa il Blu = il colore complementare è giallo – arancio; Se si fissa il Verde = il colore dell’after effect (complementare) è  rosso – porpora.

 

Il materiale usato per l’esperimento era lo stesso usato negli esperimenti precedenti: diapositive blu. I soggetti erano invitati a partecipare, divisi in coppie, ad un esperimento sulla percezione del colore: le coppie erano composte ovviamente da un soggetto ingenuo e da un collaboratore dei ricercatori.
L’esperimento si svolgeva in quattro fasi:
Nella prima  fase vi erano  5 prove in cui coppie di individui danno in privato risposte su: a) Colore della diapositiva (blu)  b) Il colore dell’after effect.
Lo sperimentatore allora raccoglieva i fogli di risposta ed informava i soggetti di disporre dei dati ottenuti in precedenza in prove simili, cui avevano partecipato moltissimi soggetti.
Distribuiva quindi ai soggetti sperimentali un foglio su cui era indicata la percentuale di persone che avevano visto “verde” il colore della diapositiva. In realtà i fogli distribuiti avevano  lo scopo di creare una condizione di influenza maggioritaria ed una di influenza minoritaria.
Nella condizione maggioritaria il  18,2% di questi soggetti aveva risposto blu, 81,8% aveva risposto verde
. Nella condizione minoritaria il 81,8% di questi soggetti aveva risposto blu, 18,2% aveva risposto verde.
Nella

fase successiva, i giudizi venivano dati pubblicamente a voce alta  e riguardavano solo il colore della diapositiva. E’ una fase dove vi è l’influenza vera e propria. Sono in tutto 15 le prove e le risposte vengono date a  voce alta   e il  complice dello sperimentatore risponde per primo e invariabilmente “verde”.  Questa risposta era diversa da quella data da tutti gli altri soggetti sperimentali nella prima fase dell’esperimento. Dopo questa seconda fase di “interazione sociale” ve ne era  una terza di 15 prove: la  diapositiva era proiettata 15 volte e i soggetti danno risposte in   privato su:  a) Colore della diapositiva (blu)  b) Il colore dell’after effect. Alla fine della terza  fase il complice lascia la sala con un pretesto. Allora il soggetto sperimentale rimasto solo rispondeva in privato ad altre 5 prove indicando sia il colore della diapositiva sia quello dell’after effect.  
I risultati misero in evidenza che :

  • Nei risultati della 2° fase non c’era differenza tra le due condizioni maggioritaria e minoritaria: il numero delle risposte “verde”  è circa del 5%.
  • Nella III fase nella condizione di influenza minoritaria le risposte sull’after effect si orientano verso il colore complementare del verde. Questa tendenza è diventata ancora più evidente quando la fonte di influenza ( il collaboratore ) si è assentata. Di fatto si è notato che, in condizione di influenza maggioritaria , praticamente tutti i soggetti hanno continuato a riportare un after-effect blu.

L’influenza minoritaria allora, può produrre un cambiamento nelle risposte che è fondato sul rendimento percettivo e questo cambiamento  è più evidente quando la fonte di influenza è assente.

 

 

 

Il conflitto nel processo di influenza.-

 C’è da chiedersi ora come si attivano i processi di influenza maggioritari e minoritari? Di fronte a una maggioranza consistente che trasmette un messaggio in contrasto con le opinioni condivise:
L’individuo o considera il messaggio vero, legittimato dal prestigio, dalla numerosità o dal potere della fonte oppure , se non è d’accordo, si sente deviante e si adegua per non essere diverso e realizza una condiscendenza.
Se invece tiene duro ed esprime il proprio dissenso andrà incontro a tutte le pressioni che la maggioranza è in grado di esercitare: la storia ci offre testimonianze drammatiche di esempi.
Quando la fonte di influenza è minoritaria le cose cambiano: l’informazione espressa è considerata “falsa” e “illegittima” : la fonte stessa appare deviante in quanto i soggetti si identificano con la norma di maggioranza. Dunque, risposta immediata di rifiuto.
Quando però la minoranza è consistente, il conflitto continua. La minoranza non cede di fronte alle pressioni all’uniformità, lasciando pensare di averne qualche ragione per farlo. Tale conflitto tra minoranza e i suoi interlocutori “obbliga” questi ultimi a focalizzare la propria attenzione sull’oggetto della disputa, in una attività di validazione  in cui essi cercano cogliere meglio il punto di vista minoritario per verificare se c’è qualche verità dietro.
Secondo Moscovici e Personnaz in breve, l’influenza maggioritaria si esercita attraverso un processo di confronto tra il soggetto sottoposto a tale influenza e la fonte di questa, mentre quella minoritaria si realizza attraverso un processo di validazione del punto di vista minoritario sull’oggetto in questione, da parte dei soggetti-bersaglio dell’influenza.
Ma come avviene l’elaborazione del conflitto la quale parte dall’assunto che i diversi livelli
di influenza (manifesta o latente) sono effetto del modo in cui il soggetto si rappresenta la situazione ?
In un primo tempo di fronte a una minoranza consistente che trasmette un messaggio in contrasto con le opinioni condivise, l’effetto più immediato è quello di rinsaldare la coesione, minacciata da tutti quelli che non accettano la norma esistente.
L’individuo allora scredita la fonte (deviante) e il messaggio (falso)  identificandosi  con la maggioranza e rifiuta la minoranza, in quanto
i sentimenti di identificazione con la maggioranza e  di differenziazione verso la minoranza che va contro le opinioni condivise, divengono salienti.
Di conseguenza la coesione tra i membri della maggioranza viene rinsaldata.
Successivamente se la minoranza è consistente (conferma la propria definizione di realtà) il conflitto continua e porta i membri della maggioranza: a considerare il punto di vista della minoranza, alla  rielaborazione  psicologica della categorizzazione della fonte nonché alla rielaborazione degli attributi della fonte e dei contenuti del messaggio. Infine   a cercare un principio organizzatore delle posizioni minoritarie.
E’ questa
l’attività di validazione delle ragioni della minoranza che può portare la maggioranza ad esternare, almeno parzialmente, l’accettazione delle tesi minoritarie.
Secondo Perez e Mugny (1989) q
uesto lungo processo può spiegare la distanza di tempo o la forma indiretta con cui l’influenza minoritaria si manifesta. 

 

Le relazioni fra i gruppi sociali.-

Gli studi sulle relazioni intergruppi hanno cercato di chiarire il modo in cui gli individui agiscono in quanto componenti di un gruppo, le dimensioni cognitive, valutative, emozionali che questo implica.
Ma si può distinguere un comportamento che un individuo assume in quanto entità unica ed originale operante in un contesto di relazioni interpersonali dal comportamento assunto dallo stesso individuo o da altri individui in quanto membri di un gruppo?
Tajfel da una risposta a questo interrogativo, immaginando che i due tipi di comportamento possano essere come posti su un unico continuum teorico, ad un estremo è posto il comportamento genuinamente interpersonale, basato quindi sulle caratteristiche individuali degli attori in questione( per fare un esempio: due innamorati ) ,  ad un altro estremo quello intergruppi, principalmente basato sulle appartenenze a gruppi o categorie sociali degli attori in questione ( due eserciti che si fronteggiano ).
Tuttavia le situazioni ad un estremo del continuum sono soltanto teoriche. E’ impossibile trovare un incontro tra due o più persone dove non entrino in gioco anche fattori sociali di appartenenza.
E’ più facile però trovare un incontro che appaia totalmente determinato dall’appartenenza di gruppo: se pensiamo allo scontro tra due gruppi armati, possiamo mettere in evidenza che se il gruppo in posizione dominante agisce totalmente in termini di appartenenza di gruppo, chi è vittima cerca di stabilire, perlomeno invano un contatto da persona  a persona.
Ma quanto più il comportamento sarà prossimo all’estremo intergruppi, tanto più tenderà ad essere indipendente dalle differenze individuali, l’attore sociale in questione agirà in nome del gruppo cui appartiene, non distinguerà in alcun modo gli interlocutori che compongono l’outgroup, sarà indipendente dalle relazioni personali tra i singoli membri dei due gruppi e non sarà influenzato dagli stati motivazionali degli attori coinvolti.
Dall’altro estremo invece, saranno messe in risalto le differenze e le affinità dei protagonisti, i soggetti agiranno in quanto soggetti unici ed individuali non intercambiabili perché non interagenti in base ad una appartenenza, ma in base alla loro unicità.
Quali sono le condizioni sociali perché l’individuo interpreti l’incontro con un altro in termini interpersonali od intergruppi?
Il comportamento intergruppi prevarrà in presenza della credenza secondo cui i confini tra due gruppi sono rigidi: per modificare la propria condizione, l’individuo deve operare come membro del gruppo per perseguire un cambiamento sociale ( condizione di cambiamento sociale; )
Il comportamento interpersonale prevarrà in presenza della credenza secondo cui i confini tra i gruppi sono permeabili: per modificare la propria condizione, l’individuo può passare da un gruppo all’altro ( condizione di mobilità sociale )
Data la prima situazione (  cambiamento sociale ) la percezione di una situazione sociale come rilevante per l’appartenenza di gruppo dipende

  • dalla consapevolezza di tale appartenenza
  • dall’ampiezza delle valutazioni positive e negative ad essa associate
  • dall’estensione dell’investimento emozionale ad essa associato

Il termine etnocentrismo  compare per la prima volta dagli studi di Sumner ( 1906 ) per indicare una condizione che porta i membri del proprio gruppo a svalutare i gruppi diversi dal proprio.
La ricerca sperimentale ha mostrato che è sorprendentemente facile creare le condizioni perché possa generarsi animosità tra gruppi.
Il prototipo di tali ricerche può essere considerato ben a ragione lo studio di Sherif circa la genesi delle ostilità tra gruppi di adolescenti. L’autore prende le distanze da quegli studiosi della personalità e da quelli della scuola “frustrazione-aggressività” che si erano occupati dei problemi intergruppi in una prospettiva secondo l’autore “individualistica e riduzionistica ).
Secondo l’autore bisogna invece considerare le proprietà dei gruppi stessi, sia le conseguenze che ha l’appartenenza di gruppo sugli individui.
Le ricerche nei campi estivi (1948 - 1952) allora considerarono come partecipanti adolescenti americani, non consapevoli di partecipare ad una ricerca, che trascorrevano due settimane in un campo estivo diretto da Sherif e collaboratori.
La procedura consisteva in una introduzione di diverse fasi, nel corso delle quali i ricercatori concentravano l’attenzione su aspetti diversi del gruppo e del comportamento intergruppi.

 

Nel corso della

  • Fase I: le attività riguardavano tutti i partecipanti: i ragazzi mangiavano, dormivano giocavano e lavoravano tutti insieme
  • Fase 2 : dopo una settimana, avviene una divisione in due gruppi distinti, Rossi e Blu, apparentemente al fine di organizzare le attività del campo. Separazione degli amici più stretti che si erano formati durante la prima fase di unione;  Fine delle attività comuni: i ragazzi alloggiavano, dormivano, lavoravano ora separatamente. In questa fase si nota una evoluzione delle abitudini e delle gerarchie intragruppi.

           

  • Fase 3: Qui vi fu una introduzione di competizione fra i due gruppi, con attività sportive competitive e con le operazioni di mantenimento del campo : era prevista una premiazione per il gruppo migliore in base ad una assegnazione di punti. Questa fase vede quindi un rapido deterioramento delle relazioni intergruppi, caratterizzate da ostilità e formazione di stereotipi negativi dell’altro gruppo a cui si contrapponeva una forte coesione all’interno di ciascun gruppo. Le tensioni intergruppi non cessavano nemmeno al termine delle situazioni competitive.

           

  • Fase 4: introduzione di uno scopo sovraordinato per i due gruppi. Sherif era talmente soddisfatto dei risultati ottenuti che forse si sentiva un po’ in colpa: non voleva mandare a casa i ragazzi con una tale ostilità reciproca nell’animo. Si inventò quindi degli scopi che avessero la prerogativa di riunire i due gruppi: spingere insieme il furgone che portava il pasto ai campi, produzione di un filmino cinematografico. Questo comportò una diminuzione dell’ostilità e della tensione fra i gruppi.

Le conclusioni di Sherif sono molto semplici: un conflitto di interessi, anche rappresentato da giochi competitivi, è all’origine del conflitto intergruppi di conseguenza gli scopi competitivi conducono dunque a conflitto intergruppi; gli scopi sovraordinati conducono a cooperazione fra gruppi. Tuttavia una domanda è d’uopo. Ma è davvero necessario, come indicato da Sherif, che sia presente un interesse materiale concreto per originare una tensione intergruppi?
Rabbie e Horwitz a questo punto, cercano di dare una risposta a questa domanda rifacendosi al concetto di Lewin circa il destino comune o l’interdipendenza di destino.
Dice Lewin: “Non ha nessuna importanza che il gruppo degli Ebrei sia un gruppo religioso,nazionale,culturale, ciò che conta è il fatto che sia classificato dalla maggioranza come gruppo distinto: il criterio principale di appartenenza è il destino comune”
Gli autori cercano allora di operazionalizzare questo elemento ( destino comune ) ideando una ricerca volta ad isolare le condizioni minime che sono sufficienti a generare atteggiamenti discriminatori ingroup-outgroup.
L’ operazionalizzazione comprendeva le seguenti procedure:

  • Classificare le persone in due gruppi porta a discriminazioni?
  • Se questo non basta, aggiungendo l’esperienza di vedere un gruppo premiato e l’altro no in base al caso ( il lancio della monetina dello sperimentatore, che assegnava il premio a caso a membri di un solo gruppo )  porta a discriminare?
  • Se neppure questa non è sufficiente, potrà introdurla un intervento autoritativo di qualche agente esterno?
  • Se neanche questa funziona, l’iniziativa di uno dei due gruppi che si confrontano?

La procedura sperimentale vedeva la divisione di otto soggetti estranei fra loro in Blu e Verdi, ai soggetti era chiesto di valutare i membri dell’ingroup e dell’outgroup rispetto a alcune caratteristiche quali cordialità, sincerità ecc.
Lo sperimentatore fa presente, a questo punto, che per una inaspettata carenza di fondi, la ricompensa per la partecipazione all’esperimento non consiste che in quattro radio a transistor per cui solo i membri di uno dei due gruppi possono essere premiati: in una condizione tramite il lancio di una monetina dello sperimentatore, in altre condizioni in base alla decisione arbitraria dello sperimentatore o al voto dei partecipanti.
Dopo questa manipolazione, i soggetti riferiscono le loro impressioni su tutti i partecipanti impiegando alcune scale.
Ciò che emerge è che chi ha avuto la ricompensa, ma anche quelli che non l’hanno ricevuta , descrivono i membri e l’atmosfera in esso in modo più favorevole dei membri e dell’atmosfera dell’altro gruppo. Questi risultati portarono gli autori a concludere che
l’esperienza di un destino comune, positivo o negativo, è la condizione necessaria e sufficiente per osservare favoritismo verso il gruppo di appartenenza, il quale appare più grande e forte nella condizione dell’attribuzione del premio dovuta al caso.
Gli autori si spiegavano questi risultati adducendo l’ipotesi che secondo loro i membri ingroup, si sarebbero sentiti più a loro agio ad interagire con in propri membri che avevano ottenuto il loro stesso risultato piuttosto che con i membri dell’outgroup che avevano ottenuto il risultato opposto: condividere la stressa sorte, positiva o negativa, è condizione sufficiente a determinare discriminazioni a favore dell’ingroup.
C’è da chiedersi: ma perché la condivisione di un destino comune ha un tale effetto discriminatorio?
L’interpretazione più plausibile, secondo gli autori, è che i soggetti abbiano reagito ai cambiamenti emozionali percepiti in sé stessi e negli altri ( indotti dalla soddisfazione o insoddisfazione per il risultato ) oltre che al cambiamento conseguente circa la facilità  o la difficoltà delle interazioni faccia a faccia ( difficoltà ad interagire con l’outgroup facilità con l’ingroup ).
Nello stesso periodo, Tajfel e colleghi cercano di precisare le condizioni minime che determinano discriminazione fra gruppi.
Perché farsi una tale domanda?   Perché studiare i presupposti base attraverso i quali possono nascere discriminazioni ingroup-outgroup? Tra i fenomeni cui gli psicologi sociali dovevano dare una risposta vi erano Il nazismo, il fascismo, l’antisemitismo, e tutte le tragedie che portò con sé la degenerazione di forme apparentemente innocenti di pregiudizio.
Mentre però Rabbie, per realizzare il suo esperimento, si era rifatto all’idea Lewiniana di interdipendenza del destino, Tajfel cerca di chiarire il ruolo giocato dai processi di categorizzazione sociale nei comportamenti intergruppi.
Tajfel elaborò quindi l’ipotesi, secondo la quale non è necessario chiamare in causa, per dar conto delle discriminazioni intergruppi né i conflitti di interessi oggettivi, né l’interdipendenza del destino ma la semplice categorizzazione in gruppi degli attori sociali.
Il suo paradigma sperimentale dei “gruppi minimi” prevedeva quindi di eliminare dalla situazione sperimentale tutte le variabili  che di norma portano a favorire il proprio gruppo e a discriminarne uno esterno; si preoccuparono perciò fare in modo che vi fosse

  • divisione dei partecipanti in due gruppi su base arbitraria ( caso )
  • assenza di interazioni faccia a faccia               
  • anonimato di tutti i membri dei gruppi
  • assenza di un legame strumentale fra i criteri di categorizzazione in gruppi e le risposte richieste ai soggetti
  • assenza di interesse personale nelle risposte dei soggetti.

I soggetti erano studenti della stessa scuola professionale ( 14-16 anni ) che si conoscevano bene tra loro.
Vennero classificati arbitrariamente in quattro  gruppi, due in base ad un test di percezione visiva e due in base a uno di  gusto artistico, i due gruppi del primo test erano i “sovraestimatori” e i “sottoestimatori” i gruppi dell’altro test i “Klee” e i “Kandinskij”.
In realtà la divisione era totalmente arbitraria e veniva comunicata individualmente ed in modo discreto a ciascuno soggetto, di modo che ciascuno sapesse della propria appartenenza all’uno o all’altro, ma non a quale gruppo appartenevano gli altri.
Il compito sperimentale consisteva nella distribuzione di piccole somme di denaro  ad un membro dell’ingroup e dell’outgroup mediante matrici, strutturate in modo tale per cui ad una certa somma per il membro dell’ingroup ne corrispondeva un’altra per il membro dell’outgroup;
I risultati chiaramente mettevano in evidenza che i soggetti tendevano ad attribuire più denaro ai membri del proprio gruppo.
In un esperimento successivo, le matrici erano strutturate in modo tale da consentire ai ricercatori di individuare la specifica strategia di decisione impiegata dai singoli soggetti. Le strategie possibili erano le seguenti:

  • massimo profitto comune: scelta della casella corrispondente alla somma più alta da “estorcere” allo sperimentatore ( Mpc )
  • massimo profitto per il gruppo di appartenenza: massimo punteggio per il membro del gruppo di appartenenza ( Mpga )

  • massima differenza a favore del gruppo di appartenenza: scelta che massimizza la differenza a favore del soggetto del gruppo di appartenenza anche se questo implica un guadagno relativamente minore rispetto a quello massimo possibile ( Md )
  • i
  • mparzialità: punteggi uguali o

simili per i due destinatari

I risultati dell’esperimento misero in evidenza che vi era una preponderanza per quanto riguardava le  scelte di massimo profitto e soprattutto di massima differenza a favore dell’ingroup.
Ma vi era una rilevanza anche della scelta di equità.    L’
Interpretazione avanzata da Tajfel et al. (1971) in questo senso mette in evidenza che le scelte dei partecipanti riflettono un compromesso fra due norme sociali: una norma di equità ed una norma centrata sul primato del proprio gruppo, in base alla quale è “appropriato” favorire i membri del proprio gruppo a discapito di gruppi esterni.
Ma la spiegazione in base alle norme in questione poteva essere utilizzata anche nel caso che i soggetti avessero preferito la strategia del tipo Mpc e quella della imparzialità. Dovevano essere in gioco altre variabili!
Poiché in un altro esperimento si fece una modifica delle matrici per cui le attribuzioni ai membri dell’ingroup e dell’outgroup erano fatte su matrici separate, per cui dare di più all’outgroup  non avrebbe significato attribuire meno al gruppo di appartenenza, risultava tuttavia ancora stabile il  favoritismo ingroup.

Chiarito attraverso ricerche sperimentali che tale favoritismo non era accresciuto dalle somiglianze interindividuali, Tajfel giunse a concludere che   la categorizzazione sociale di per sé è sufficiente per produrre discriminazione intergruppi: ovvero si tratta di un bisogno di affermare la specificità positiva del proprio gruppo a scapito dell’altro;

Sviluppi teorici della teoria intergruppi.-

Il modello della differenziazione categoriale (Doise, 1976) propone un approfondimento di quanto già scoperto da Tajfel.
Il processo di categorizzazione fornisce all’individuo uno strumento per differenziare gruppi e categorie sociali e rende conto anche dello strutturarsi di un sistema di interazioni sociali.
E’ un processo che permette gli individui di organizzare e semplificare il mondo sociale.
Appare corretto agli occhi di Doise ciò che Tajfel aveva già affermato: l’induzione di una categorizzazione dei soggetti da parte dello sperimentatore è sufficiente a creare la discriminazione intergruppi osservata: non bisogna postulare altra variabile.
Oltrettutto opera una distinzione di tre aspetti delle relazioni intergruppi: quello comportamentale, dei giudizi di valore e delle rappresentazioni.
Ma le differenziazioni a ciascun livello sono interconnesse: ad esempio, un giudizio di valore ed una rappresentazione generalmente accompagnano il comportamento intergruppi.
Quindi le differenziazioni, sia a livello delle rappresentazioni, delle discriminazioni valutative o comportamentali possono essere tutte interconnesse.
Elabora in questa prospettiva la nozione di processo di differenziazione categoriale per spiegare in modo articolato come i comportamenti di differenziazione possano partire proprio dal processo di categorizzazione.
Le prove sperimentali misero in evidenza che l’aspettativa di interazioni competitive con un altro gruppo induce un aumento della differenziazione outgroup;
In un’altra ricerca, l’autore mostrò che l’incrocio delle appartenenze categoriali provoca una diminuzione delle differenziazioni categoriali:  I soggetti indicano differenze maggiori tra maschi e femmine che tra giovani maschi e giovani femmine ( esempio di categorie incrociate ).
In una seconda fase della ricercasi notò che la valorizzazione della propria categoria avveniva quando si è nella condizione di categorizzazione semplice, e non in quella crociata.
Sono possibili dunque certe limitazioni strutturali alla differenziazione categoriale: una di queste è l’appartenenza dei gruppi studiati a categorie crociate.
Gli sviluppi della teoria di Tajfel si avviano dalla constatazione dello stesso autore della necessità di ampliare il quadro teorico fondato sulla sola categorizzazione sociale.
Riflettendo sui dati a disposizione, Tajfel nota che quando gli attori mettono a confronto il gruppo cui appartengono con un altro o altri, come succede nei processi di categorizzazione, tendono a stabilire una specificità positiva dell’ingroup.
Questo accade in modo divergente da quanto affermava Festinger: gli individui, non avendo a disposizione criteri naturali ed oggettivi per verificare le proprie opinioni e credenze sociali, si confrontano con altri, ma per evitare di  mettere a repentaglio la propria stima di sé con confronti troppo azzardati, realizzano il confronto con altri appartenenti al proprio gruppo ( ciò implica omogeneità intragruppo )  di riferimento dalle abilità non troppo differenti dalle proprie.
Il confronto intergruppi invece non implica omogeneità ma differenza volta a sottolineare la specificità positiva del gruppo di appartenenza.
Questa specificità positiva, si traduce poi in una identità sociale positiva che il soggetto percepisce in rapporto all’appartenenza con il proprio gruppo che è “di più” di quello outgroup.
Si può sostenere che la teoria dell’identità sociale, parta proprio da queste argomentazioni sulla specificità positiva.
Per una definizione di Identità sociale, Tajfel la definisce come l’insieme degli aspetti del concetto di sé che derivano dall’appartenenza ad un gruppo: ma una definizione tale non chiarisce quali siano le caratteristiche di stabilità e durata nel tempo di una concezione di sé (  in quanto membro di un gruppo )  che possa essere riconosciuta come identità sociale.
La distinzione dell’ingroup dall’outgroup come abbiamo detto è prodotta in rapporto ad uno scopo ben preciso: quello di distinguere il proprio gruppo in termini positivi dagli altri gruppi o gruppo.
La collaborazione con Turner e Tajfel cominciò a questo punto: sviluppando la nozione di competizione sociale, per dare conto dei processi sottostanti al bias intergruppi attivato attraverso il paradigma dei gruppi minimi: i gruppi possono impegnarsi in una competizione sociale per difendere o acquisire un certo status: ovvero il conflitto fra gruppi può essere la conseguenza di una competizione non solo per risorse materiali, ma anche di una competizione per il prestigio.
Sono tre i processi che entrano in gioco nella competizione sociale:

  • La categorizzazione sociale: permette di costruire una rappresentazione semplificata del mondo sociale che comporta un’accentuazione delle differenze fra categorie e una riduzione delle differenze all’interno di ciascuna categoria
  • L’identificazione
  • sociale: definizione di sé e delle persone come membri di un gruppo

 

  • Il confronto sociale: permette di determinare il valore relativo dei gruppi rispetto a dimensioni di confronto rilevanti, in riferimento alle quali raggiungere o mantenere una specificità positiva del gruppo di appartenenza

 

Si può dire allora che i risultati combinati di vari confronti interruppi si riflettono sulle posizioni di status di un gruppo: quando un gruppo può essere distinto positivamente da altri gruppi di rilievo ha un alto status. Quindi gruppi di basso status sono presumibilmente il risultato di confronti negativamente riusciti.

I processi cognitivi che sottostanno ai fenomeni intergruppi.-

L’interesse per i fenomeni intragruppo e lo studio del  gruppo sociale come entità psicologica ha avuto la sua espressione più completa nel lavoro di Turner, allievo di Tajfel, con la sua teoria della categorizzazione del sé ( Sct ), che rappresenta uno degli sviluppi più interessanti della Sit.
Quali sono però le differenze fondamentali che, a detta dello stesso Turner distanziano la  sua Sct dalla Sit?
Mentre i primi lavori dei comportamenti intergruppi erano focalizzati sul raggiungimento di una specificità positiva del proprio gruppo come nozione esplicativa fondamentale, la Sct pone l’identità sociale come base sociocognitiva del comportamento di gruppo e meccanismo che lo rende possibile, non considerandola soltanto come un aspetto del Sé derivante dall’appartenenza ad un gruppo.
E mentre nella Sit, il continuum interpersonale-intergruppi  è concettualizzato come procedente dall’agire in termini di Sé all’agire in termini di gruppo, la Sct considera sia il comportamento individuale sia quello di gruppo come un agire nei termini del Sé, ma di un sé che opera a diversi livelli di astrazione.
L’obiettivo è quello di  spiegare gli antecedenti e le conseguenze della formazione psicologica di un gruppo, partendo dal processo cognitivo di categorizzazione: attraverso quali processi insomma le persone giungano a concettualizzare se stesse come appartenenti a determinate categorie sociali. Il processo di base è quello della categorizzazione che comporta una accentuazione delle somiglianze intracategoriali e delle differenze intercategoriali.
Quando le persone categorizzano sé e gli altri, vi possono essere tre livelli fondamentali di categorizzazione di sé:

  • livello sovraordinato: Sé come essere umano (identità umana)
  • livello intermedio: Sé come membro di un gruppo (identità sociale)
  • livello subordinato: Sé come individuo unico (identità personale)

Le conseguenze della categorizzazione di sé a livello intermedio sono : un’accentuazione del carattere prototipico e stereotipico del gruppo.
Questo comporta un’accentuazione della somiglianza intragruppo che da conto del fenomeno della depersonalizzazione della percezione di sé, per cui l’individuo percepisce sé stesso più come un esemplare intercambiabile di una categoria sociale che come persona unica definita dalle differenze individuali dagli altri.
Questo fenomeno dà conto di altri processi quali la stereotipizzazione sociale, la coesione di gruppo, l’etnocentrismo, il comportamento  collettivo: come tale non ha nessuna implicazione negativa e non significa deumanizzazione né deindividuazione , ma è un cambiamento del livello di identità messa a fuoco, non una perdita di questa.
I livelli dei concetti salienti del Sé si attiveranno in relazione alle categorie sociali più salienti in una data situazione : c’è da chiedersi allora quale possa essere la categoria sociale saliente in grado di attivare i diversi livelli del Sé.
Secondo il principio del metacontrasto la categorizzazione saliente sarà quella che minimizza le differenze intracategoriali e massimizza le differenze intercategoriali: le categorie, una volta formate sulla base di somiglianze e differenze, sono poi usate come presupposto per l’accentuazione percettiva di tali somiglianze e differenze, massimizzando la separatezza e la chiarezza dei diversi oggetti presenti in campo.
Una critica è che è difficile predire con esattezza quale categorizzazione di sé sarà saliente in contesti in cui le categorizzazioni possibili sono numerose (Hogg e McGarty, 1990).

Interazione sociale e relazioni intergruppi.-

La scuola di Ginevra produce una  prospettiva critica nei confronti di SIT e SCT
Con il concetto di covariazione (Deschamps, 1984) infatti, afferma che le dinamiche sociali a livello interindividuale ed intergruppi sono per vari aspetti simili interdipendenti, e non antagoniste come previsto da SIT e SCT.
In relazione a ciò in certe relazioni intergruppi, ad una grande omogeneità intragruppo corrisponde un’altrettanto grande omogeneità intergroup;  e ad una elevata differenziazione intragroup corrisponde un’alta differenziazione intergroup. I processi che in Turner e Tajfel sono antagonisti possono qui covariare.
L’autore introduce qui l’importante variabile dominanti - dominanti nelle relazioni intergruppi:
Nei gruppi dominanti, i membri si considerano come punto di riferimento in relazione al quale vengono definiti gli altri: quando l’appartenenza di gruppo è resa saliente, essi aumentano il proprio impegno a differenziarsi dagli altri membri del gruppo
Nei gruppi dominati, i comportamenti vengono in genere definiti nei termini delle categorizzazioni imposte su di loro.
L’impegno a differenziarsi dagli altri sarebbe privilegio dei soli gruppi dominanti, e sembrerebbe aumentare quando tale appartenenza di gruppo è resa saliente. L’ipotesi della covariazione si applica più facilmente a componenti di gruppi in posizione dominanti rispetto agli altri.
Anche Doise ha sollevato critiche alla Sit e alla Sct, a partire da queste affermazioni di Deschamps.

Le relazioni fra accentuazione della somiglianza intragruppo e differenziazione intergruppi sono più complesse di quanto previsto dalla Sit e dalla SCT: ad esempio, non sempre la competizione fra gruppi rafforza la solidarietà intragruppo (Doise, 1990).
Vediamo alcune prove ricavate da ricerche sperimentali in merito.
Sherif per esempio, sottolinea come la sconfitta in un gioco competitivo nel campo vacanze, produca un aumento di tensioni intragruppo sino alla disorganizzazione di esso.
Ma la differenziazione intragruppo, non si manifesta solo in gruppi frustrati in seguito ad un confronto intergruppo negativo: l’ effetto “pecora nera” studiato da Marques (1986),  mette in evidenza come  i membri di un gruppo svalutano i membri devianti ( meno prototipicamente positivi )  del proprio gruppo al fine di definire un’identità sociale positiva in confronto ai gruppi esterni. 
Secondo
Worchel (1987) nei gruppi della Sit e dalla Sct in sede sperimentale l’omogeneità intragruppo riscontrata è riconducibile ad un effetto della prima fase di formazione di gruppo ( identificazione ) : la percezione di una forte omogeneità del proprio gruppo è tipica dei membri di gruppi appena costituiti, ma diminuisce nei gruppi consolidati.
In questa prima fase vengono accentuate le omogeneità ingroup, di fatto il gruppo è un gruppo chiuso, ovvero non aperto alle influenze e alla possibilità che permetta l’entrata di newcomer, oltrettutto è contraddistinto da un forte entusiasmo.
Lorenzi-Cioldi e Doise (1990) producono un’altra critica : la SCT, fondata su modelli puramente cognitivi, si colloca ad un livello di spiegazione intraindividuale. La sua portata euristica è dunque limitata perché mette in evidenza soltanto il processo psicologico cognitivo attraverso cui il soggetto organizza cognitivamente la propria  esperienza del mondo sociale.
Secondo Doise si dovrebbe quindi arricchire la portata della teoria allargando lo studio a processi e alle dinamiche interindividuali ( come l’interdipendenza necessaria per raggiungere uno scopo comune ).

Individualismo e collettivismo nella dinamica intergruppi.-

Rupert Brown, espone una critica alla Sit e alla Sct.
L’autore che più si è impegnato alla convalida in sede di “gruppo reale” della Sit, assieme a Hinkle, individua alcune contraddizioni nella celebre teoria di Tajfel.
Innanzitutto in alcuni esperimenti riguardanti i rapporti di status fra gruppi, i gruppi di status inferiore evidenziano favoritismo verso l’outgroup.
In situazioni poi di confronto multidimensionale ( ovvero su certi argomenti specifici )  con altri gruppi, uno stesso gruppo può dimostrare favoritismo verso l’ingroup su certe dimensioni e favoritismo verso l’outgroup su altre e nessun favoritismo in altre ancora.
Tuttavia se si fa riferimento a dimensioni salienti per l’identità positiva di gruppo, anche la Sit affermava una cosa del genere: il favoritismo ingroup si manifestava su dimensioni che i soggetti ritengono importanti per il proprio gruppo, quello verso l’outgroup in dimensioni non importanti per il soggetto: questo allora non mette in pericolo l’identità sociale del soggetto.
Ma questo modello però non permette di predire quali saranno le dimensioni importanti  e quelle di nessun interesse: l’unico modo è quello di chiederlo ai diretti interessati.
Un’altra obiezione riguarda il caposaldo della Sit: ovvero la relazione  tra identificazione con l’ingroup e il processo di differenziazione:  l’autore in numerosi esperimenti ha notato una frequente assenza di correlazione fra identificazione con il gruppo di appartenenza e favoritismo verso l’ingroup.
Inoltre il confronto intergruppi dovrebbe essere un fenomeno che si verifica spontaneamente e prontamente in tutti i contesti intergruppi ma gli autori hanno notato che in alcuni contesti intergruppi, i gruppi non sembrano impegnarsi in processi di confronto.
Gli esperimenti sulla Sit allora, condotti tutti in laboratori sperimentali, sembrano ignorare che i gruppi differiscano gli uni dagli altri in diverso modo: per dimensione, status, tipo e attività svolte.
Hinkle e Brown allora  introducono due dimensioni che permettono di differenziare fra tipologie di gruppi :

  • Prima dimensione: Individualismo - collettivismo
  • : Le società collettiviste sono                  centrate sul gruppo, le società individualiste sono centrate sull’individuo e sui suoi bisogni. Per Triandis (1990) a livello di individui, si può distinguere fra personalità idiocentriche e allocentriche . Secondo gli stessi autori, il costrutto dimensionale soprariportato trova eco nelle formulazioni della Sit in cui Tajfel fa una distinzione tra cambiamento sociale e mobilità sociale  e sostiene che i processi della Sit sono presenti solo all’interno di una particolare Framework ideologico.  Il costrutto di Brown e Hinkle è maggiormente euristico perché tiene conto delle relazioni tra Sé, ingroup e outgroup con la visione del mondo prevalente in una società in un determinato momento storico.Questo non era previsto nelle formulazioni di Tajfel: che i gruppi potessero differire tra loro non è stato considerato come problema da affrontare. 
  • Seconda dimensione: autonomo - relazionale
  • : i gruppi relazionali valuteranno il proprio ingroup e i propri risultati confrontandosi con altri gruppi presenti nel contesto e con i loro risultati ;  quelli autonomi non effettuano confronti con altri gruppi, ma ad esempio valutano l’ingroup rispetto a standard astratti o con risultati ottenuti in precedenza con il gruppo stesso.

Ipotesi derivante: I processi socio psicologici previsti dalla SIT possono verificarsi solo in individui o gruppi collettivisti con orientamento relazionale.

Le verifiche al modello condotte da Hinkle e Brown hanno dimostrato che:

Le dimensioni individualismo - collettivismo e orientamento autonomo - relazione sembrano essere indipendenti: molti infatti avevano criticato questo assunto, perché a loro parere nelle culture collettiviste le comparazioni intergruppo sono rare e hanno sostenuto che le due dimensioni sono parzialmente correlate.
Continuando con i risultati gli individui collettivisti e relazionali esprimono la correlazione più alta fra identificazione con il gruppo e favoritismo verso lo stesso, gli individualisti autonomi la più bassa.
I dubbi riscontrati sono relativi al fatto che
negli esperimenti condotti, la dimensione individualismo-collettivismo riguardava il livello degli individui singoli , non dei gruppi: sarebbe allora necessario replicare la ricerca a livello di gruppi. Sarebbe perciò necessario individuare diverse tipologie di gruppi selezionati sia all’interno della stessa cultura sia tra culture diverse, e classificarli sulla base delle dimensioni individuate: in questo modo si dovrebbe dimostrare che solo nei gruppi collettivisti e relazionali è presente una chiara correlazione tra identificazione ingroup e favoritismo ingroup.
Vi è poi la necessità di specificare i processi in gioco per gli altri tre tipi di gruppi: secondo gli autori i gruppi collettivisti ma con orientamento autonomo dovrebbero manifestare livelli relativamente alti di identificazione con l’ingroup , anche se non pari a quelli dei gruppi collettivisti con orientamento relazionale.
Ciòè in conclusione, in contrasto con quanto affermava la Sit, secondo la quale i membri di un gruppo si confrontano con altri gruppi per mettere sempre in evidenza la specificità positiva del proprio gruppo al fine di incrementare la specificità positiva della propria identità sociale.
Secondo la teoria in altre parole, il favoritismo dovrebbe essere sempre rivolto all’ingroup.

Effetti della discriminazione intergruppi: stereotipi sociali e pregiudizi.-
Il corpus di conoscenze che abbiamo ottenuto grazie all’apporto del paradigma dei gruppi minimi può aiutarci a  spiegare alcuni tra i più rilevanti fenomeni  della vita sociale, in particolare i conflitti fra gruppi e le discriminazioni verso l’outgroup.
Poiché i processi intergruppi sopravisti portano come conseguenze alla discriminazione, costruire uno o più stereotipi sull’outgroup, è opportuno differenziare gli stereotipi cognitivi e quelli sociali.
Tajfel afferma che  gli stereotipi  cognitivi   costituiscono prodotti peculiari del processo cognitivo di categorizzazione. La funzione principale di questo processo consiste nel semplificare e sistematizzare l’abbondanza e la complessità dell’informazione che l’organismo umano riceve dal suo ambiente. Possono diventare stereotipi sociali quando vengono condivisi da grandi masse di persone.
Proprio per questo devono essere differenziati dagli stereotipi sociali che:

  • vengono condivisi da molte persone all’interno di gruppi o istituzioni sociali
  • costituiscono immagini semplificate al massimo di una categoria sociale, un’istituzione o un evento
  • consentono la spiegazione di eventi complessi, la giustificazione di azioni progettate o commesse verso altri gruppi; permettono la differenziazione positiva del proprio gruppo rispetto a questi ultimi.     

Questi si accompagnano comunemente, ma non necessariamente, al pregiudizio, ovvero ad una predisposizione favorevole o sfavorevole verso tutti i membri della categoria in questione.
Tentiamo di discutere tali argomenti, che la teoria della Sit e Sct sembrano lasciare in ombra.
Secondo Tajfel, tutti i processi intergruppi possono dare luogo a stereotipi sociali: questi costituiscono una parte fondamentale dell’ambiente che influisce sugli aspetti collettivi del comportamento sociale di massa degli individui, tanto che può accadere, in condizioni di conflitti o tensioni intergruppi, che atti di violenza o decisioni inique non appaiono in alcun modo eccezionali: una giustificazione del proprio comportamento può non apparire in tali casi necessaria perché molte spiegazioni  culturali e sociali sono già disponibili per tutti i singoli protagonisti coinvolti: tra questi troviamo il bene supremo della comunità, ecco allora giustificati la discriminazione, la segregazione, la messa al bando, lo sterminio, i massacri.
Molti autori usano i termini stereotipo e pregiudizio come sinonimi: le definizioni più diffuse mostrano come il pregiudizio sia qualcosa di concettualmente diverso dallo stereotipo sociale.
Di fatto la nozione di pregiudizio ha una connotazione comune negativa ovvero quella di giudizio dato prima di conoscere a fondo l’oggetto su cui questo viene espresso.Tuttavia potrebbe anche essere un giudizio positivo.
Poiché tutta la letteratura psicologica ne rimarca la qualità negativa dell’atteggiamento, si potrebbe dare come definizione del pregiudizio un  giudizio o opinione a priori, in genere con connotazione negativa, verso persone, gruppi o altri oggetti sociali salienti.
Questo non si modifica di fronte ai fatti che lo contraddicono: poiché esso è fondato su criteri di valore,  un cambiamento non richiederebbe soltanto una rettifica della valutazione data, ma porterebbe ad una minaccia generale del sistema dei valori a cui il giudizio è ancorato.
Le scienze sociali hanno poi portato numerosi contributi alla comprensione del processo  attraverso cui dalla discriminazione si giunge alla tappa più avanzata della violenza verso i componenti dell’outgroup.
Bauman ricostruisce nella sua opera, le vicende che hanno portato al genocidio di 6 milioni di ebrei.
Egli si mette in contrapposizione con le tesi di Taguieff, che mette ritiene equivalenti razzismo ed  eterofobia.  Taguieff  allora distingue tra

  • Razzismo primario: è la naturale reazione di antipatia all’estraneo, che può condurre ad aggressività. E’ universale. Non ha bisogno di essere fomentato, né di una teoria che legittimi la reazione spontanea di antipatia.
  • Razzismo secondario: si basa sull’esistenza di una teoria che, rappresentando l’“Altro” come una minaccia per il proprio gruppo, fornisce basi logico-razionali alla discriminazione, le cosiddette teorie del complotto, che consistono nell’attribuire all’outgroup una strategia ostile e distruttiva nei confronti dell’ingroup.
  • Razzismo terziario: fonda la discriminazione su argomentazioni che si riferiscono alla biologia ( l’essere inferiore )

 

Bauman critica quest’autore in quanto non fa una distinzione chiara fra razzismo secondario e terziario: un’argomentazione di tipo biologico non è forse assimilabile a qualsiasi altra argomentazione che pretende di rendere razionale l’avversione primaria per l’estraneo?
Per  questo Bauman sente la
necessità di distinguere fra razzismo ed eterofobia, in quanto questa costituisce un naturale senso di ansia di fronte all’estraneo.
Poi distingue fra eterofobia ed inimicizia competitiva, intesa come spinta alla separazione ed all’antagonismo generata  da esigenze personali e sociali di distinzione dagli estranei, volta alla  costruzione di una propria identità che distingua ogni persona ed ogni gruppo da altre persone ed altri gruppi.

L’inimicizia allora, è generata dalla esigenza di definire sé ed il proprio gruppo distinguendosi dagli altri, l’eterofobia è invece generata dalla reazione emozionale provocata dalla presenza di “altri” che mettono in discussione la differenza tra il modo di vita familiare “giusto” e quello estraneo “sbagliato” .

 

Processi collettivi.

 

L’interazione nei gruppi.

 

Kurt Lewin e lo studio dei fenomeni di gruppo.-

I sociologi , riconosciuto che vivere in gruppi, associazioni, organizzazioni costituisce un aspetto pervasivo nella vita di tutti gli esseri, distinguono il concetto di gruppo da quello di aggregato  e quello di categoria sociale.
Il GRUPPO è costituito da un certo numero di individui (da associazioni intime a collettività più grandi )   che interagiscono l’un con l’altro con regolarità, questa regolarità di interazione rappresenta il collante che tiene uniti tutti i membri costruendo una distinta unità con una propria identità sociale. I membri sono poi caratterizzati da aspettative reciproche circa i comportamenti che non sono richiesti invece ai non appartenenti.
Gli AGGREGATI sono un insieme di individui che si trovano nello stesso luogo nello stesso momento, senza condividere alcun preciso legame ( le file alle iscrizioni universitarie ad esempio ), naturalmente nell’ambito degli aggregati possono esservi vari tipi di relazioni di gruppo.
Per CATEGORIA SOCIALE, si intende un raggruppamento statistico; un insieme di individui che hanno una caratteristica comune ( medesimo reddito o lavoro ) e che non interagiscono tra loro né si ritrovano insieme nello stesso luogo.
Vi è poi in sociologia una distinzione tra quelli che vengono definiti GRUPPI PRIMARI, ovvero insieme di persone che interagiscono direttamente e sono legate da vincoli di natura emotiva ( famiglia, gruppi amicali ) e i GRUPPI SECONDARI, dove i rapporti sono frequenti ma impersonali, in quanto caratterizzati da scopi pratici.
Sgombrando il campo dagli equivoci creati dal concetto di MENTE DI GRUPPO, Lewin definisce il gruppo secondo un’ impostazione gestaltica : il gruppo è una totalità dinamica, ovvero un’entità diversa ( e non superiore ) rispetto alla somma delle parti che lo compongono.
Il gruppo  quindi per essere definito in termini di totalità dinamica, ha bisogno di un’altra specificazione relativa al concetto di INTERDIPENDENZA FRA I MEMBRI, ovvero la condivisione di uno scopo comune (  interdipendenza funzionale o di scopo ) e la percezione della necessità del proprio apporto e della necessita di quello degli altri al raggiungimento dell’obiettivo.
La somiglianza tra i membri non è sufficiente a formare un gruppo.
Nella nozione di DESTINO COMUNE, Lewin ci da un altro aspetto dell’interdipendenza riconducibile alla percezione di “stare tutti sulla stessa barca”.
L’interdipendenza del destino allora rimanda al fatto che un gruppo esiste quando gli individui che lo compongono si rendono conto che il loro destino dipende dal destino del gruppo nell’insieme: indipendentemente dal fatto che il gruppo ebraico sia un gruppo razziale, religioso, culturale, l’essere classificato da una maggioranza non ebraica come gruppo distinto è quello che conta.
Questa considerazione del destino comune, ci fa comprendere che non è presente alcuna limitazione del numero dei membri di un gruppo; eppure lo studio delle dinamiche di gruppo è stato fatto prevalentemente come studio di piccoli gruppi faccia a faccia.
Questo parte da un assunto di Lewin relativo al fatto che gli studi dei processi che governano la vita dei gruppi, anche molto grandi , possono essere studiati e compresi attraverso lo studio dei piccoli gruppi faccia a faccia. Questo assunto è basato sul concetto di CAMPO PSICOLOGICO  secondo cui la struttura di questo è più importante delle sue dimensioni e sostiene che trasponendo la STRUTTURA ESSENZIALE del gruppo ad un piccolo gruppo, sarà possibile esaminare i gruppi di ampie dimensioni con modelli di scala ridotta.

 

I temi classici della dinamica di gruppo.-

Il sistema di status.-

Lo status si riferisce alla posizione dell’individuo all’interno di un gruppo unitamente alla valutazione di tale posizione in una scala di prestigio.
Due sono gli indicatori principali dello status: tendenza di chi ha status elevato a promuovere iniziative che vengono poi continuate dai membri di gruppo, e una valutazione consensuale del prestigio connesso allo status.
Le differenze di status sono presenti anche all’interno di gruppi informali ( adolescenti ecc… ) .
Coloro che hanno alto status, secondo Harper, tendono ad assumere una postura eretta, parlar con voce ferma, mantenere il contatto visivo.
Essi parlano più degli altri, probabilmente esprimono critiche comandi ed interrompono gli altri.
Ma oltre a svolgere un maggior numero di interventi, le persone di status elevato sono oggetto di maggiori comunicazioni da parte dei membri del gruppo.
Secondo Sherif  oltretutto i giudizi circa la differenziazione di status prodotti all’interno del gruppo sono spesso ancorati ad un estremo: i giudizi concordano maggiormente quando si considerano il livello più elevato e quello più basso nella gerarchia.
Tuttavia la gerarchia di status non è immutabile. Tra i fattori che concorrono al cambiamento di status possono essere: l’introduzione di un nuovo membro, l’abbandono da parte di un altro, nuove attività o conflitto inter e intragruppo; ciò comporta un movimento verso l’alto o verso il basso di membri situati intermediamente.
Come si produce un sistema di status?
Si potrebbe affermare che esso può derivare dalla messa in atto di alcuni comportamenti quali: aiutare il gruppo a raggiungere gli obiettivi, sacrificarsi per il gruppo, conformarsi alle norme.
Barchas e Fisek hanno messo in evidenza che il sistema di status però si forma con molta rapidità, e a conferma di questa ipotesi vi sono due teorie empirico-sperimentali:  quella degli STATI DI ASPETTATIVA,  che dice che sin dai primi incontri, le persone si formano aspettative, in base alle caratteristiche personali esibite, rispetto al possibile contributo di ogni individuo al raggiungimento degli scopi di gruppo; le posizioni vengono attribuite in base a tali aspettative che fanno riferimento a queste caratteristiche personali valutate positivamente agli scopi di gruppo.
L’ipotesi  etologica (Mazur, 1985) afferma che l’assegnazione di status avviene in base ad una distinzione iniziale fra ipotetici “vincitori” e “perdenti”, effettuata valutando la forza di ciascuno a partire da caratteristiche quali statura, muscolatura, espressione facciale.
Le differenziazioni di status  hanno come scopi principali quelli della PREVEDIBILITà e dell’ORDINE.

Il ruolo.-
Il ruolo possiamo definirlo come un insieme di aspettative condivise da un gruppo di persone circa i comportamenti che la persona deve mettere in atto e le aspettative di questa persona circa i comportamenti che deve mettere in atto  il gruppo nei suoi riguardi ( reciprocità della definizione di ruolo ) : i ruoli permettono che la vita di un gruppo sia più prevedibile e ordinata; sono funzionali al raggiungimento degli scopi di gruppo perché implicano una divisione del lavoro al suo interno.
Secondo Levine e Moreland, in quasi tutti i gruppi non esisterebbero che pochi ruoli, quali quello del LEADER, del NUOVO ARRIVATO ( Newcomer ) e del CAPRO ESPIATORIO.
Secondo Lord, la valutazione del proprio leader avviene in relazione ad un confronto automatico con delle immagini prototopiche del leader ideale : la valutazione del leader reale allora può dipendere dalla prototipicità del suo comportamento.
Il Newcomer invece, ci si aspetta che sia ansioso, attento, osservatore, passivo e conformista e questo atteggiamento sembra essere positivamente correlato con una buona integrazione con il gruppo.
Il ruolo del CAPRO ESPIATORIO è funzionale al mantenimento di un certo equilibrio interno al gruppo, in quanto proiettare i conflitti interni del gruppo in unica figura permette la conservazione della specificità positiva dell’identità del gruppo stesso ( che si riflette sull’autostima personale ).

 

Vari tipi di conflitto riguardano le differenziazioni di ruolo: vi sono conflitti a livello PERSONALE,  relativi per esempio all’INCOMPATIBILITà  tra i ruoli giocati nel gruppo e quelli relativi ad un altro ambito sociale; oppure l’individuo non ritiene di avere qualità e MOTIVAZIONE  per svolgere quel determinato ruolo; e al livello di GRUPPO , quando per esempio non vi è accordo verso una persona che ricopre un determinato ruolo, o verso il modo in cui lo interpreta. Secondo Jackson e Schuler (1985) i conflitti di ruolo nei gruppi di lavoro comportano un aumento della tensione e un decremento di produttività; un modo per risolvere tali conflitti potrebbe essere quello delle transizioni di ruolo, anche se Moreland e Levine sostengono che a volte il passaggio da un ruolo ad un altro può essere a sua volta causa di un conflitto.

Norme di gruppo.-
Sia nei gruppi formali, sia in quelli informali, esistono delle pressioni che spingono i membri verso una certa uniformità di comportamenti ed atteggiamenti.
Possiamo guardare i gruppi naturali per farci un’idea dell’esistenza di queste “pressioni”: l’indicazione sulle modalità di vestirsi in un determinato modo, di scegliere attività comuni, ciò che è consentito e non consentito.
Le norme costituiscono aspettative condivise rispetto al modo in cui dovrebbero comportarsi i membri del gruppo (Levine e Moreland, 1990); e riguardano un set di comportamenti e opinioni cui ci si aspetta che i membri si uniformino, un insieme di NORME CONSENSUALI la trasgressione delle quali può comportare sanzioni per coloro che deviano.Questo potrebbe indurre a pensare il gruppo in termini di esagerata uniformità , mentre è facilmente immaginabile che all’interno dei gruppi reali  vi sia un margine abbastanza vasto in cui l’individualità possa essere espressa.
Proprio tali norme definiscono la “latitudine” entro la quale l’individualità può essere espressa senza essere considerata nelle sue espressioni come “devianza”.
Ma Che cosa succede a chi non rispetta le norme?
I devianti ricevono più comunicazioni nel tentativo di riportarli entro l’alveo normativo del gruppo; questo stato termina quando essi si riavvicinano alle opinioni della maggioranza. Se invece persistono nella posizione assunta, il gruppo finisce per abbandonarli a se stessi.
E’ presumibile tuttavia che il livello di popolarità del membro deviante cali, anche in concomitanza con il numero elevato di comunicazioni ricevute, quando il deviante tocca gli elementi normativi centrali del gruppo, la conseguenza più probabile è la sua espulsione.
Oltretutto i membri di status più elevato sono più vincolati degli altri alle norme centrali, mentre lo sono meno per quel che riguarda quelle “periferiche” ( arrivare in orario ecc…)
Secondo Cartwright, le norme assolvano a quattro funzioni:

  • AVANZAMENTO DEL GRUPPO: le pressioni verso l’uniformità possono servire al raggiungimento degli obiettivi;
  • MANTENIMENTO DEL GRUPPO:  come le richieste per incontri regolari del gruppo ; osteggiamento di comportamenti che possono demotivare e portare a divisioni interne.
  • COSTRUZIONE DELLA REALTà SOCIALE: Molto spesso non esiste una realtà obiettiva che dia corpo e validità alle opinioni soggettive; tale validità può essere stabilita tramite il processo di confronto sociale per cui l’individuo prende atto che gli altri sostengono opinioni simili alle sue: a questo punto le pressioni per mantenere una uniformità di convinzioni assicurano al gruppo una concezione comune della realtà che è utilizzata come punto di riferimento per l’autovalutazione  e nel caso in cui si presentino norme non familiari che diano luogo ad emozioni: anche le emozioni sono “prescritte” normativamente ( quelle appropriate alla situazione e quelle no )
  • LA DEFINIZIONE DEI RAPPORTI CON L’AMBIENTE SOCIALE: permettono di definire le relazioni con altri gruppi, organizzazioni, istituzioni, e stabilire quali gruppi siano “alleati” o “nemici”.

 

Le norme di gruppo, una volta consolidate sono resistenti al cambiamento: Coch e French tuttavia hanno dimostrato anche che le norme possono cambiare con tecniche di tipo partecipativo ( Ad Esempio: agli operai non era imposto un cambiamento, ma lo discutevano partecipando a discussioni su di esso ).

Le reti di comunicazione.-

Secondo Flament tutti i processi di gruppo possono essere studiati a partire dai processi comunicativi svolti all’interno del gruppo: le comunicazioni sono la trama, la causa, il riflesso della struttura interna del gruppo collegando e determinando accordi, disaccordi, collaborazione e competizione.
Bales e colleghi  (1951) studiano le strutture di comunicazione nei gruppi di discussione; evidenziano che la quantità di comunicazioni date e ricevute riproduce la gerarchia di status; per fare un esempio in una struttura centralizzata il leader riceve e trasmette più comunicazioni di tutti.
Festinger ha studiato i processi comunicativi in relazione  ad altri fenomeni di gruppo ( la comunicazione sul deviante per esempio che riceve più comunicazione di tutti).
Bavelas, (1948) e Leavitt (1951) propongono un modello di descrizione delle reti di comunicazione che riprende l’idea lewiniana di rappresentazione del campo psicologico mediante mappe topologiche.
Caratteristiche fondamentali di tali reti sono l’INDICE DI  DISTANZA, ovvero il numero minimo di legami di comunicazione che l’individuo deve attraversare per arrivare ad un altro membro del gruppo; l’INDICE DI CENTRALITà, ovvero la misura in cui un flusso di informazioni è centralizzato su una persona o distribuito sui membri.
Secondo Leavitt, più la rete è centralizzata, MENO NUMEROSE SONO LE COMUNICAZIONI E Più RAPIDO è LO SVOLGIMENTO DEL COMPITO, anche se il morale del gruppo diminuisce con la centralità.
Alcuni autori correggono questa impostazione affermando che ciò vale per i compiti semplici, per quelli più complessi una rete centrale non è l’ideale perché il leader rischia di essere cognitivamente sovraccaricato a causa della mole delle informazioni centralizzate su di esso.
L’EFFICIENZA DI UNA RETE di comunicazioni nello svolgimento di un compito è relativa all’utilizzazione del minor numero di comunicazioni e del minore tempo di svolgimento, tuttavia per quanto concerne il morale del gruppo abbiamo visto che esso è basso con la rete centralizzata ( dove è più alto di conseguenza nel leader: ciò è da ricondursi all’esperienza di potere ) e invece più alto in quella decentralizzata ( percezione di utilità maggiore ).
C’è da chiedersi tuttavia che validità ecologica possano avere questi studi costruiti essenzialmente in laboratorio.

Il potere nel gruppo.-

Il rapporto dominanza-sottomissione è uno degli aspetti strutturali della vita di gruppo.
Secondo Levine e Moreland il potere implica capacità di influenzare e di controllare altre persone;
French e Raven affermano che il potere è un’influenza potenziale di O su P; nella realtà tuttavia è raro che il potere derivi da un’unica fonte, esistono vari tipi di potere in quanto le relazioni tra O e P sono caratterizzate da una quantità di variabili diverse che possono  essere altrettanti  basi del potere.
Le forme del potere (French e Raven, 1959) sono :

  • Il potere di ricompensa: si basa sull’abilità di O di dare o promettere ricompense, materiali o simboliche, a P; l’uso di ricompense fa aumentare l’attrazione di P per O e può trasformare il potere di ricompensa in potere di esempio.
  • Il potere coercitivo: la base del potere è nella minaccia o attuazione di sanzioni punitive di O su P: esso riduce l’attrazione di P su O e possono indurre comportamenti di conformismo esteriore, ma non adesione autentica.
  • Il potere legittimo: P ha interiorizzato norme che stabiliscono che O ha il diritto legittimo di influenzare P, ad esempio in base a una designazione sociale (elezioni); anche se esso non renderebbe necessario il ricorso a premi e a  punizioni, in realtà questa forma di potere può ricorrere ad esse.
  • Il potere d’esempio: si basa sull’identificazione di P con O ( che O sia persona o gruppo ) : questa forma di potere non sempre è allo stadio della consapevolezza per  P ( esempi sono: Il “gruppo di riferimento”  “suggestione da prestigio”  ) e si limita solo ad alcuni ambiti.
  • Il potere di competenza: P ritiene O un esperto in un determinato ambito, ed ha fiducia che O dica la verità; è differente dal potere di INFORMAZIONE perché quest’ultimo si basa sulla logica dell’argomentazione e l’evidenza dei fatti; è impersonale, mentre il potere di competenza presuppone una relazione tra O e P.

 

Critiche: la tipologia di French e Raven non considera né i rapporti economici, né le motivazioni di chi accetta la fonte di influenza ( fra queste possono esservi l’esistenza di processi persuasivi )

La leadership.-

Hollander ritiene che la leadership implica un processo di INFLUENZA , fra un leader e i seguaci in relazione ad un obiettivo da raggiungere.
Il leader mostra più iniziativa, dirige, suggerisce, consiglia, propone, occupa una  posizione elevata nella gerarchia di status e nella rete di comunicazioni del gruppo.
Moscovici (1976) propone una distinzione tra influenza e potere, in riferimento ai processi di influenza sociale minoritaria e maggioritaria: mentre la prima produce accettazione soggettiva ovvero consenso, la seconda implica coercizione e acquiescenza pubblica, una sorta di sottomissione.
Ma su cosa si basa la capacità di influenzare? Ovvero quali caratteristiche deve possedere il leader?
Secondo la teoria del “Grande Uomo”  esistono alcuni tratti di personalità che distinguono il leader dagli altri: un individuo con tali caratteristiche è un leader “naturale” indipendentemente dalla situazione. 
I  tratti più tipici di un leader: propensione alla responsabilità ed alla esecuzione del compito, tenacia nel perseguire gli obiettivi, originalità nell’affrontare i problemi, tendenza a prendere l’iniziativa, fiducia in sé, capacità di tollerare le frustrazioni, abilità nell’influenzare gli altri ecc..
Questi rassegna operata da  Stogdill, tiene conto di  163 studi compiuti tra il 1948 e 1970.
Ma secondo Hollander, le ricerche come quelle di Stogdill non hanno individuato un set consistente di tratti della personalità che permetta di distinguere il leader dagli altri o permetta di predire chi diventerà leader: i comportamenti delle persone tendono a variare a seconda della situazione e i tratti non sono statici, ma DINAMICI .
Il bisogno di trovare alternative alla teoria del “Grande Uomo”, porta a due sviluppi teorici differenti: Da un lato lo studio sul COMPORTAMENTO del Leader, e l’emergere dell’approccio SITUAZIONISTA.
Per quanto concerne il primo, secondo Bales e Slater (1955) il comportamento del leader assolve a due tipi di funzioni principali :
Leader con comportamento SOCIOEMOZIONALE: presta attenzione ai sentimenti dei membri del gruppo; è teso ad assicurare armonia nel gruppo e Leader centrato sul COMPITO : concentrato sulla realizzazione del compito e sull’organizzazione del lavoro di gruppo.
Secondo gli Autori, i due ruoli sono complementari, e difficilmente possono essere svolti da una stessa persona.
Anche gli studi dell’Ohio University ( 1947 ) vanno nella stessa direzione, si misero in luce in fatti due principali linee comportamentali del Leader : la CONSIDERAZIONE nei membri del gruppo ( essere amicale, supportivo, disponibile ) e la capacità di STRUTTURAZIONE ( dare origine ad una struttura ) ovvero indurre i subordinati a seguire regole e procedure, mantenere standard di produzione ecc..rimarcare le differenze di ruolo tra leader e subordinati ) .
Anche Lewin Lipitt e White fecero uno studio sullo STILE DI LEADERSHIP, riassunte in AUTORITARIA ( corrisponde a quello centrato sul compito )  DEMOCRATICA ( socioemozionale )  e LASSEZ FAIRE ( o anarchica ) anche se non si possono fare relazioni dirette tra i due studi, in quanto essi sono impostati diversamente.
L’approccio SITUAZIONISTA , si fonda sull’idea che il leader debba assumere funzioni diverse in situazioni diverse.
Carter e Nixon fecero quindi un esperimento in cui posero a coppie di soggetti tre compiti di natura diversa da eseguire e trovarono che molto raramente lo stesso individuo poteva emergere come leader in diverse situazioni.
Le situazioni annoverate in questo approccio, che possono permettere o no l’insorgenza di una determinata leadership, sono i climi competitivi e cooperativi presenti nella situazione, stabilità o instabilità ambientale, grandezza del gruppo, natura del compito ( semplice, complesso poco strutturato ecc…) e la presenza nel gruppo di un soggetto che abbia avuto esperienza di leadership.
Benché questo approccio sia stato utile al superamento delle teorie dei tratti della personalità, trascura troppo le caratteristiche delle persone con ruoli di leader e non spiega in questo senso come mai in certe situazioni emerga un leader al posto di un altro a parità di competenze. La definizione della situazione (centrata sulle richieste relative al compito) è riduttiva e considera poco elementi importanti come la storia, la struttura, le risorse del gruppo.
L’approccio della CONTINGENZA, ( Fiedler )  cerca di introdurre un’idea interazionista della leadership, la cui efficienza dipende dalla corrispondenza dello stile adottato dal leader e il controllo che quest’ultimo possiede della situazione: lo stile della leadership si basa sulla distinzione di Bales tra leader centrato sul compito e centrato sulle relazioni misurato con il punteggio LPC ovvero giudizio sul collaboratore meno preferito : se  c’è un alto LPC la persona è un leader centrato sulle relazioni, se c’è un basso LPC ( descrizione più sfavorevole del collaboratore )  il leader è centrato sul compito.
Questi tipi di leadership possono essere più  o meno efficaci in base a tre principali fattori presenti nella situazione : qualità del legami leader-membri ( Alta/Bassa : atmosfera di gruppo ) , livello della struttura del compito ( Alto/Basso : se il compito è chiaro e definito o meno ) livello del potere del leader (Alto/Basso : avere a disposizione sanzioni o premi , controllo ecc…)
Quindi i leader centrati sulle relazioni sono adatti  in condizioni di controllo moderato della situazione, quelli centrati sul compito in condizioni di controllo alto o basso.
I due tipi di leadership funzionano bene in determinate situazioni ma non in altre. Tra le approvazioni, questo modello ha ricevuto anche alcune critiche: Il punteggio Lpc rimanda per alcuni aspetti ad una stabilità comportamentale del leader, che ricorda in parte le teorie dei tratti.           
I Modelli transazionali sono definiti da Hollander come dei modelli che rimandano ad un concetto di relazione bidirezionale tra leader e membri.
Se infatti è vero che la leadership è un processo di influenza del leader, è anche vero che anche i membri del gruppo influenzano con le loro aspettative e richieste il leader stesso.
Ecco cosa significa quindi il termine “transazione” : vuole indicare il ruolo più attivo dei membri coinvolti in uno scambio bidirezionale con il leader.
In uno studio di Merei (1949) fatto in una scuola materna ( che spiega anche le tattiche del Newcomer ), i bambini più grandi, introdotti in un gruppo esistente, divennero leader solo se prima di introdurre innovazioni di gioco furono capaci di adattarsi alle norme, al comportamento ed alle “tradizioni” del gruppo esistente: i bambini che tentarono di fare valere subito la loro autorità non furono seguiti.
Anche nella teoria di Hollander viene considerata fondamentale questa iniziale adesione alle norme di gruppo.
Introduce la nozione di credito idiosincratico che il leader deve conquistare tramite prove della sua competenza, e della sua lealtà nei confronti delle norme di gruppo.
Quattro sono le fonti della legittimità che fondano la credibilità del leader agli occhi del gruppo : la prima è la conformità iniziale alle norme di gruppo, la seconda è l’essere scelto dal gruppo e non imposto dall’esterno, la terza è dare prove di competenza per gli scopi gruppali, la quarta è l‘identificazione con il gruppo.
Il limite di tale modello secondo Brown, è quello di non tenere in considerazione le ripercussioni dei rapporti interguppo nella gerarchia interna al gruppo.

I processi di presa di decisione nei gruppi: dall’assunzione di rischio alla polarizzazione.-

Che i gruppi, istituzionali o formali, si trovano talvolta a dover prendere delle decisioni è cosa nota; ma che i gruppi che devono prendere delle decisioni complichino i termini della questione considerata senza raggiungere  nessuna conclusione è altrettanto noto, tanto che il senso comune non considera il gruppo come luogo adatto ad una presa di decisione ( soprattutto se importante: infatti i membri tendono a far valere il proprio punto di vista  ) ma questa debba essere presa da una sola persona che possa assumersi la responsabilità diretta su di essa.
Per questo scelgono il compromesso per accontentare tutte le posizioni e perciò non decidono nulla.
Il gruppo è più un luogo di mediazione, più che di decisione: questo porta appunto al compresso ovvero alla soluzione che accontenta tutti.
Una prova di questo è data da Sherif con il suo esperimento autocinetico, considerato in questa situazione proprio perché mette in evidenza che i giudizi delle persone vengono normalizzati verso una media di giudizi individuali ( benché il puntino nel buio veniva percepito in maniera totalmente differente dalla media che esprimeva il gruppo che era complice, il soggetto risultava influenzato dal giudizio del gruppo ed esprimeva un giudizio che andava nella stessa direzione; questo esperimento è stato utilizzato anche per spiegare altri fenomeni di gruppo quali l’influenza maggioritaria e il cambiamento delle norme di gruppo ).
Questa tendenza è definita appuntonormalizzazione , ovvero il gruppo si dà una norma.
Il concetto proposto da Sherif è la versione per così dire “scientifica” della credenza del senso comune che il gruppo si orienta sempre nelle sue scelte nel così detto “giusto mezzo”.
Diciamo pure che il criterio fondamentale della convivenza sociale sotto questa prospettiva, viene  ad essere rappresentato da un comportamento conformista ( l’adesione al giusto mezzo ) .
Tuttavia i risultati presentati da Stoner nel 1961 nella sua dissertazione per ottenere il Master presso la School of Industrial Management  del Mit sono totalmente controintuitivi rispetto alle teorie precedenti.
Sulla base di evidenze empiriche inattese, propone una posizione molto diversa: le decisioni prese in gruppo sono decisamente più rischiose delle decisioni che i singoli prenderebbero individualmente.
Per decisione rischiosa  intendiamo una  decisione in cui si mette in gioco qualcosa di acquisito, rischiando di perderlo, in vista dell’ottenimento di qualcosa di molto più rilevante.
Stoner sottopose degli studenti della sua stessa scuola 12 problemi che concernevano una presa di decisione.
I soggetti, dopo aver preso la loro decisione individuale, venivano inseriti in gruppi di 6 persone con lo scopo di discutere ciascuno degli stessi problemi onde arrivare ad una decisione collegiale unanime.
Stoner chiese poi ai soggetti sperimentali di esprimere individualmente, di nuovo, dopo alcune settimane, i proprio giudizi sugli stessi problemi dopo che era stata presa la decisione di gruppo.
Un esempio dei problemi posti da Stoner è il seguente:
Il capitano di una squadra universitaria di calcio, negli ultimi secondi di una partita, giocata contro i più accaniti tra gli avversari dell’istituto, ha la possibilità di scegliere fra due tecniche di gioco: una che quasi certamente porterebbe al pareggio e l’altra che in caso di successo porterebbe ad una vittoria completa ma, in caso di insuccesso, alla totale disfatta.

 

Richiesta del compito era quella di  segnare la probabilità minima di riuscita considerata accettabile nel consigliare al personaggio principale della situazione di scegliere l’alternativa più rischiosa ( Esempio: Ci sono 1/3/5/9 probabilità

 su 10 che la squadra vinca ) , e di segnare se si pensava che il soggetto in questione non avrebbe dovuto fare la scelta rischiosa qualunque siano le probabilità in questione.
12 gruppi su 13 modificarono la decisione iniziale, presa individualmente, verso un maggior rischio nella situazione di gruppo e dopo il follow-up di due settimane, questa decisione in gruppo manifestava la sua coerenza.
Come si spiega allora questa maggiore assunzione di rischio nella situazione di gruppo?
La diffusione della responsabilità potrebbe essere una risposta:  discutendo con altri, un individuo si sente meno direttamente responsabile della scelta che fa, mentre se è da solo, ciò lo indurrà ad essere cauto, per timore di non perdere la “faccia” (Wallach, Kogan e Bem, 1964). Tuttavia, la stessa interpretazione ( paradossalmente ) secondo McGrath era stata in precedenza avanzata per spiegare perché i gruppi appaiono conservatori nelle loro decisioni!
Secondo un’altra spiegazione, la decisione di gruppo porta ad un incremento della familiarità dei singoli rispetto ai problemi delicati: questa familiarità porta ad un incremento dell’assunzione di rischio.
Secondo la tesi invece del Rischio come valore,  nel corso della discussione di gruppo, diventa saliente un valore proprio della cultura americana, ossia l’apprezzamento per chi sa correre dei rischi (Brown, 1965).
Allora il singolo componente del gruppo, poiché si rende conto che gli altri non sono cauti come pensava, si orienta verso una soluzione rischiosa del problema affrontato per essere o alla pari con gli altri, o un po’ più di loro.
Quando il paradigma dell’assunzione di rischio sembrava chiarito, emersero alcuni risultati che ne rimisero in discussione la generalità.
Ora: l’insieme degli item del lavoro di Stoner sicuramente dava luogo ad una propensione verso il rischio dopo la discussione in gruppo.
Tuttavia, non tutti gli item davano lo stesso risultato, anzi alcuni di essi provocarono anzi uno spostamento verso la cautela.
Partendo da tale eccezione, non fu difficile allora costruire delle storie ( item ) che davano come risultato  delle scelte orientate verso la cautela piuttosto che verso il rischio.
E allora come è possibile che la discussione di gruppo provochi in certi casi scelte più rischiose in altri casi  scelte più caute di quelle individuali?
Brown allora aggiusta il tiro della definizione precedente del rischio come valore affermando che “E’ vero che il contesto culturale valorizza il rischio, ma lo fa solo in certe circostanze, mentre in altre valorizza la prudenza: non abbiamo neppure una norma generale per identificare i problemi che provocheranno uno spostamento verso il rischio o verso la prudenza ”
Il cosiddetto effetto storia: è possibile costruire storie che spingono a scelte orientate verso la cautela che verso il rischi.
Ogni storia presentata nel questionario di Stoner infatti, presentava, ad  una  analisi più attenta, uno spostamento di intensità e di direzione caratteristico. Ed è possibile prevedere la direzione e l ‘intensità dello spostamento a partire dal modello del giudizio ottenuto nella fase di decisione individuale, infatti  dopo la discussione di gruppo:
gli item con punteggio iniziale in favore del rischio mostrano uno spostamento consistente verso il rischio;
gli item con punteggio iniziale in favore della cautela mostrano invece uno spostamento consistente verso la cautela.
Stimolati dai risultati di queste ricerche, Moscovici e Zavalloni vollero indagare se gli effetti provocati dalla discussione di gruppo fossero soltanto in rapporto con i questionari impiegati, ovvero limitati sulle situazioni di assunzione di rischio, oppure fossero riconducibili ad un processo sociopsicologico di dimensioni più ampie.Predisposero quindi un esperimento che non utilizzava dei questionari alla Stoner, ma nella procedura, vi erano anche qui tre fasi. Nella prima, ( del preconsenso ) ad ogni individuo sperimentale è chiesto di esprimere la propria opinione o il proprio giudizio individualmente. Nella seconda ( del consenso ) quattro o cinque individui sono invitati a discutere insieme le loro opinioni e trovare un accordo su un giudizio o una posizione comune. Nella terza ( del postconsenso ) viene di nuovo richiesto al soggetto di esprimere la propria opinione o il proprio giudizio, separatamente dagli altri, per vedere se avesse cambiato la propria posizione iniziale.
I risultati dell’esperimento mostrarono che gli atteggiamenti del gruppo sono più estremi di quelli dei singoli individui che ne fanno parte. E i soggetti individuali, dopo aver partecipato alle discussioni di gruppo, restano, nella terza fase, su posizioni assai vicine prese a quelle prese con il gruppo.
Oltre a ciò, gli atteggiamenti risultano più estremi, quando i soggetti hanno dovuto implicarsi personalmente di più nella risposta che quando hanno fornito un giudizio più impersonale.
In breve si può affermare che le prese di posizione espresse dai soggetti dopo le discussioni di gruppo sono più vicine ad uno dei poli del ventaglio delle opinioni e dei giudizi da loro individualmente espressi precedentemente: l’estremizzazione però non avviene indifferentemente verso l’uno o l’altro dei due poli del continuum su cui giudizi o opinioni sono distribuiti, ma verso il polo a cui tendeva già la media dei giudizi dati individualmente.
Moscovici parla allora di polarizzazione per indicarne la specificità, ovvero l’incremento dato dal gruppo ad un orientamento già presente nei singoli componenti, e per distinguerlo dalla generica estremizzazione, non rivolta ad un polo specifico.
Un altro dato importante che emerge dalla ricerca di Moscovici è che i gruppi conflittuali, raggiungono il consenso maggiore su atteggiamenti polarizzati mentre i gruppi meno conflittuali lo raggiungono su quelli meno polarizzati.
Quindi il fenomeno della polarizzazione, non riguarda solo le decisioni di gruppo circa l’assunzione di rischio, ma anche situazioni problematiche che richiedano decisioni su argomenti diversi; oltre a ciò si è dimostrato che l’intensità della polarizzazione dipende dal livello di implicazione di membri del gruppo verso il problema, e che il conflitto dei punti di vista favorisce tale processo invece che limitarlo.
Abbiamo allora studiato due categorie di fenomeni di gruppo: la normalizzazione e la polarizzazione, ma è possibile distinguere i processi che portano all’uno o all’altro di questi effetti?
Ogni situazione di gruppo che richiede una scelta, fa si che si produca un conflitto tra opinioni, giudizi : se non ci sono differenze tra le opzioni, non vi è conflitto.
Quel che succederà dipenderà dal modo in cui gli attori sociali si pongono di fronte al conflitto: possono cercare di evitarlo, o lo affronteranno con fermezza.
Cosa succede quando  un gruppo deve prendere una decisione importante e non vi è conflitto?
Janis ha descritto alcune decisioni disastrose prese da un gruppo di esperti su temi importanti come il tentativo americano di invadere Cuba nel 1961.
I processi che portano alla disastrosa decisione sono i seguenti: 

  • Forte coesione di gruppo: vi era un vincolo coesivo che impediva di valutare con accuratezza le conseguenze morali della decisione.
  • Isolamento del gruppo rispetto a informazioni esterne
  • Pressione a decidere in tempi brevissimi
  • Quasi sempre, presenza di un leader molto direttivo

Le conseguenze di questo “clima” psicologico furono:

  • Forti pressioni alla ricerca dell’accordo; autocensura; fiducia nella “moralità interna” del gruppo
  • Percezione di unanimità: ovvero i soggetti si convincono di percepire un accordo unanime, qualsiasi informazione giunga alla loro consapevolezza contraria a questo sentimento viene automaticamente rimossa.

Quello che Janis chiama pensiero di gruppo è quello che poi porta alla decisione disastrosa; un processo in cui il confronto e la discussione tra i diversi attori vengono di fatto evitati  e ridotti al minimo.
Soltanto affrontando con risolutezza il conflitto tra i diversi punti di vista nel gruppo è possibile evitare silenzi che rappresentano l’Humus che avvalla il cosiddetto group think.
Sembra tuttavia chiaro che nei gruppi in cui i membri sono poco implicati nel compito che devono affrontare o decisione da prendere, si realizza un confronto di idee molto cauto per cui l’orientamento che ne deriva va verso la normalizzazione; nei gruppi invece i cui membri sono fortemente coinvolti e il conflitto può esplicitarsi, la decisione sarà fortemente polarizzata.

 

Aggressività ed altruismo.-

 

Gli esseri umani sono “naturalmente” buoni o cattivi?.-

 

La questione sulla natura umana ha interessato filosofi e sociologi che si interrogavano sui principi dell’ordine sociale e sul ruolo dell’autorità nel suo mantenimento.
Freud affermava che l’aggressività era frutto della tensione tra due istinti primari, ovvero quello di autoconservazione ( Eros ) e quello di autodistruzione ( Thanatos ): mentre il primo ci fornisce l’energia vitale, l’altro è un energia distruttiva che deve essere in qualche modo indirizzata verso l’esterno per consentire all’altra di prevalere.
L’aggressività è allora una strategia di riorientamento di tale energia negativa.
L’autore sostiene che la civiltà pone dei limiti alla manifestazione dell’aggressività attraverso le norme e le restrizioni, ottenendo soltanto di prevenirne gli eccessi.
Le pulsioni individuali devono così essere sublimate: convogliate su mete socialmente desiderabili come le creazioni artistiche , produzione scientifica e altro.
Parlando di “frustrazione” civile, l’autore afferma che il progresso civile richiede al singolo un prezzo che consiste nella perdita della felicità intesa come soddisfacimento di tutte le sue pulsioni.
L’APPROCCIO ETOLOGICO, ritenendo vero come l’approccio precedente la “naturalità” e “inevitabilità“ dell’aggressività umana, osservando il comportamento di individui di specie diversa da quella umana cerca di stabilire se è possibile rinvenire comportamenti aggressivi non imputabili a fattori sociali e culturali, e giunge alla conclusione che i comportamenti aggressivi sono funzionali alla sopravvivenza individuale ( in un ambiente pieno di insidie e dalle risorse limitate ) e al mantenimento della specie.
Anche qui l’aggressività è concepita come una energia istintuale che deve essere indirizzata verso qualche bersaglio.
Entrambi gli approcci si fondano sulla logica del MODELLO IDRAULICO, che prevede che l’energia istintuale debba essere indirizzata e manifestata, pena l’accumulo di essa e lo scoppio in condizioni incontrollabili.
La società allora dovrebbe trarre vantaggio dall’indirizzamento di energie negative verso forme di SCARICAMENTO SOCIALMENTE ACCETTABILI ( come le competizioni sportive ).
Tuttavia, la realtà empirica sembra ben diversa: non solo persone che hanno la possibilità di liberare aggressività non diminuiscono successivamente la propria carica aggressiva, ma anche l’osservazione di comportamenti violenti non produce la catarsi auspicata attraverso la sublimazione vicariante dell’energia distruttiva, ma anzi aumenta la possibilità di risposte di tipo aggressivo.

I livelli di spiegazione del comportamento sociale.-

Frustrazione.-

Dollard, Miller e colleghi prendono decisamente le distanze da una concezione dell’aggressività come correlato inevitabile e innato  della natura umana.
L’idea è semplice: la persona sarà aggressiva non perché governata da fattori istintuali, ma perché indotta da una pulsione che deriva da una frustrazione ( rapporto biunivoco tra  frustrazione ed aggressività ) . La frustrazione si verifica quando una persona non raggiunge i suoi obiettivi perché ostacoli gli si frappongono.
Tuttavia può anche non essere rivolta alle cause della frustrazione: se sono stato trattato molto male da un direttore, difficilmente me la potrò prendere con lui, ma lo sarò con i miei amici la sera.
Questo avviene perché nel corso dell’esperienza, apprendiamo ad associare una risposta comportamentale ad una conseguenza ( ricompensa o punizione ) : se me la prendo con il direttore le risposte sarebbero ovviamente più negative.
La debolezza dell’approccio risiede nel fatto che è facile trovare esempi in cui la frustrazione trova sfogo in forme di risposte non propriamente aggressive  ( fuga, pianto, apatia)  così come è facile il riscontro di comportamenti aggressivi che si manifestano in assenza di frustrazioni individuali  preliminari ( omicidi su commissione ecc.. )
Berkowitz integra questo approccio con la TEORIA DELL’APPRENDIMENTO SOCIALE: ogni sentimento negativo  può indurre aggressività, essa è una delle risposte possibili in un repertorio individuale di possibilità , e diventa la risposta dominante quando si verificano determinate condizioni: in particolare, quando nella situazione sono presenti stimoli in cui l’individuo che sperimenta uno stato d’animo negativo ( di frustrazione ) ha associato una connotazione aggressiva nel corso di esperienze precedenti.
Nell’esperimento del “fucile” , in condizioni di uno stato d’animo negativo di frustrazione, causato da un feedback negativo per un certo compito , la presenza dell’arma rende saliente  una risposta aggressiva, la quale risposta doveva essere direzionata tramite scosse elettriche ad un soggetto che compievo lo stesso compito in  cui l’attore principale aveva ottenuto il feedback negativo: la sola presenza dell’arma nella situazione non era sufficiente a rendere saliente nei soggetti la giustezza della risposta aggressiva, ma se era stato precedentemente attivato uno stato d’animo negativo, lo stimolo aggressivo ( fucile ) favoriva l’associazione fra lo stato d’animo e un comportamento aggressivo, rendendo questo più probabile.          

L’imitazione.-
L’idea che l’aggressività possa essere fatta risalire all’imitazione, risale alla cosiddetta psicologia delle folle, e secondo Tarde e Le Bon, l’individuo, di per sé capace di razionalità e di censura delle proprie pulsioni negative, nella folla perde tale potere di controllo e attraverso l’imitazione e la suggestione adotta comportamenti immediati in risposta a stimoli sociali: la situazione collettiva inibirebbe quindi le capacità critiche individuali, aprendo la strada a reazioni socialmente incompatibili.
In queste condizioni gli individui sarebbero facilmente manipolabili e suggestionabili da individui carismatici e prestigiosi.
L’idea dell’imitazione non venne mai abbandonata, confluendo nella TEORIA DELL’APPRENDIMENTO SOCIALE di Bandura, che afferma che non si può comprendere l’aggressività se non la si concepisce come un comportamento sociale che al pari degli altri, viene acquisito e mantenuto a determinate condizioni.
La prima fa riferimento all’associazione tra il comportamento e i suoi esiti in termini di conseguenze negative o positive, questo può avvenire o tramite l’ESPERIENZA DIRETTA, ma anche attraverso l’OSSERVAZIONE  del comportamento.
L’osservazione è una delle principali fonti di apprendimento secondo Bandura: essa anche nell’età adulta ci informa su ciò che è appropriato o meno in una situazione poco o per nulla familiare. Se il comportamento osservato produce effetti positivi, si avrà un rinforzo di quel tipo di risposta, ovvero aumenterà la probabilità che l’osservatore adotti quella risposta in situazioni analoghe. ( esperimento dei bimbi che imitano l’adulto osservato che aggrediva un pupazzo ).
Il valore e l’importanza dell’osservazione ci permettono di considerare che forza possa avere “l’apprendimento”  televisivo, nella stragrande maggioranza dei casi di contenuto altamente violento.
Tuttavia non sappiamo se le persone aggressive preferiscono programmi violenti o i programmi causano comportamenti imitativi: sembra che le due ipotesi non si escludano: l’osservatore interpreta i contenuti e li mette in relazioni con le conoscenze in memoria, con i comportamenti messi già in atto e con le conseguenze che ne ha ricavato.
Questo può essere ricollegato a quanto affermava Berkowitz: è possibile sostenere che i programmi a contenuto violento provocano un’attivazione emozionale ( come il fucile )  e una conseguente risposta aggressiva più probabile alle persone che hanno ottenuto risultati positivi della messa in atto di tali comportamenti in passato.

 

Le norme sociali.-
Qui il comportamento aggressivo è studiato in relazione all’obbedienza a richieste dell’autorità.
In una condizione sperimentale, un partecipante, nel ruolo di “maestro” deve infliggere scosse elettriche di diverse intensità ad un allievo ( complice )  quando questi compie errori di ricordo.
Ad ogni ricordo errato il maestro doveva infliggere scosse progressivamente maggiori: ad ogni esitazione lo sperimentatore lo esortava in maniera più pressante a proseguire ( autorità ) .
Quello che emerse  da questo esperimento è che innanzitutto i risultati andarono al di là delle aspettative degli stessi autori: il 65% dei partecipanti attivarono l’interruttore della scossa maggiore sugli “allievi”.
Tuttavia l’adesione a tali richieste dell’autorità variavano in relazione a due importanti fattori: il primo fa riferimento alla DISTANZA tra il partecipante e la vittima, quanto minore era questa distanza, minore era l’obbedienza, l’altra tra quella dello sperimentatore e quella del partecipante , ovvero quanto più minore era questa distanza, più vi era obbedienza, se era maggiore ( per esempio ricevendo ordini da un citofono ) minore era l’obbedienza.
Nel caso in cui l’individuo era più vicino alla vittima, esso era combattuto tra due norme: una di obbedienza, e un’altra di responsabilità sociale verso la vittima.
L’interpretazione di questi risultati ( 65% ) fa riferimento ad uno stato ETERONOMICO, ovvero uno stato in cui prevale la norma dell’obbedienza ad una autorità che si suppone assuma la responsabilità del comportamento sotto determinate condizioni:

•Percezione di legittimità dell’autorità
•Adesione al sistema di autorità (educazione all’obbedienza nel processo di socializzazione: scuola, famiglia, religione ecc..)
•Pressioni sociali: contravvenire alle richieste dell’autorità corrisponde a metterne in discussione le doti o non tenere fede agli impegni presi nell’accordo che precede l’esperimento.
Questo studio ha permesso di mettere in evidenza che le pressioni situazionali e le condizioni del contesto possono spiegare comportamenti non spiegabili sulla base delle disposizioni di personalità o sulla base dell’esperienze di frustrazione.
In ogni cultura sono presenti diverse norme sociali che hanno lo scopo di definire qual’è il comportamento appropriato in determinate situazioni e in questo contesto teorico, di regolare i comportamenti aggressivi.
Ma a causa delle coesistenza di norme in contrasto fra loro , che caratterizzano le nostre società pluralista, fra le quali alcune permettono e legittimano l’esposizione di aggressività come risposta adeguata a determinati stimoli ( l’automobilista che risponde  con aggressività a un “sopruso”  stradale ) , la probabilità di messa in atto di un comportamento aggressivo sarà influenzata dal tipo di norma percepita come pertinente al contesto.
Lo stesso individuo infatti, tra una norma della tolleranza e una della giusta difesa aggressiva, potrebbe anche essere propenso a lasciar perdere di fronte ad una provocazione subita ad un incrocio.
I gruppi che compongono la società generano loro propri sistemi normativi che possono partire dall’accettazione del quadro normativo convenzionale o dal rifiuto di questo.
Il comportamento normativamente appropriato è una condizione necessaria all’appartenenza di gruppo.
In questo ambito, i fenomeni collettivo-distruttivi possono essere spiegati in termini di situazioni in cui si generano norme sociali specifiche del contesto a cui l’individuo aderisce per mantenere un sentimento di appartenenza collettiva.

Dinamica del comportamento aggressivo.-

Come avviene il processo che porta l’individuo alla concreta manifestazione di comportamenti violenti?
Tale processo comincia con l’INTERPRETAZIONE, che l’attore fa della situazione e dell’evento: una pacca sulla spalla può essere interpretata come sostegno o provocazione in base alle informazioni ( le quali possono essere interpretate differentemente da persona a persona ) disponibili nel contesto.
Un ruolo fondamentale è giocato dalla ATTRIBUZIONE DI INTENZIONALITà di ciò che sta avvenendo: se in un autobus mi danno un colpo di gomito, posso attribuire intenzionalità o meno al gesto: nel primo caso la risposta sarà scelta tra un ventaglio di risposte in base a criteri che fanno riferimento alla PERCEZIONE DELLE CONSEGUENZE,  dal livello di attivazione EMOTIVA NEGATIVA che il colpo ha provocato e dalle NORME pertinenti al contesto ( sull’autobus affollato tutti i passeggeri devono collaborare per limitare il disagio  della restrizione dello spazio personale) . Da tutti questi fattori derivano la motivazione ad adottare una risposta aggressiva o neutra e la percezione della necessità di una risposta, che a loro volta influenzeranno la decisione finale circa il comportamento da mettere in atto.

Livelli di spiegazione dei comportamenti prosociali.-

L’altruismo è una caratteristica individuale?.-

Secondo Moscovici lo studio dell’altruismo è un problema riguardante anche le scienze sociali in quelle società in cui l’egoismo è la norma: la cultura individualistica rende saliente l’alto costo dell’altruismo.
Nell’ambito della psicologia sociale, lo studio sull’altruismo è stato iniziato ad opera di Latanè e Darley: tutto è nato dall’esamina di un fenomeno drammatico avvenuto una mattina a New York.
Un ragazza di nome Kitty Genovese venne aggredita in strada da uno sconosciuto che finì per accoltellarla: l’episodio durò mezz’ora e dagli edifici circostanti, molte persone ne erano state testimoni, ma nessuno aveva preso iniziativa per aiutare la ragazza: episodi di tale noncuranza sono molto frequenti nella nostra società.
Vediamo l’interpretazione che ne danno gli studiosi in questione, considerando che la probabilità di attuazione di comportamenti altruistici sia in parte dipendente da fattori SITUAZIONALI e non soltanto da quelli sociopatologici ( mancanza di valori ) o da fattori individuali ( come predisposizione naturale all’aiuto ecc..)
Si condusse un esperimento nel quale i partecipanti dovevano parlare della propria esperienza di vita in una grande città: a ciascun veniva detto che , per garanzia di anonimità, per parlare dovevano utilizzare un interfono contenuto in un cubicolo; ogni soggetto era portato a credere che altre persone come lui stessero partecipando all’esperimento: in realtà ascoltava un nastro preregistrato.
Uno di questi soggetti fittizi raccontava la sua storia, aggravando la descrizione dei fatti dicendo che era malato di epilessia.
Vi era una variabile indipendente che era relativa alla numerosità dei partecipanti: in una condizione il soggetto sperimentale era da solo con la persona che stava male, in un’altra era con due, tre e quattro persone oltre lui e il malato.
Al secondo giro di comunicazioni, il parlante malato fittizio simula un attacco epilettico.
L’esperimento mostrò che nella condizione di coppia ( soggetto sperimentale e malato fittizio ) l’85% delle persone intervengono ad aiutare il malato.
La percentuale decresce sempre più in relazione alla percezione ( fittizia ) della presenza di altre persone: nella condizione di 6 persone la percentuale scende al 31%.
L’interpretazione dell’accaduto fa riferimento alla DIFFUSIONE DELLA RESPONSABILITà: le persone nel cubicolo , come nel caso di Kitty Genovese, non possono osservare il comportamento reciproco e finiscono col pensare che sicuramente qualcun altro stia soccorrendo il malato: quando il soggetto sa di essere l’unica possibilità perché da solo col l’epilettico allora generalmente interviene.
Quindi l’interpretazione dell’accaduto reale può essere fatta al di là di fattori quali quelli del disinteresse alla sofferenza altrui: infatti ai soggetti a cui veniva svelato lo scopo reale dello studio veniva rilevato maggiore ansia e agitazione rispetto a coloro che erano intervenuti.
Ma vi sono anche altri fattori, come quelli personali, culturali, interpersonali, che oltre quello di contesto, possono essere addotti a spiegare la situazione.
La spiegazione etologica della conservazione della specie non può essere utilizzata per spiegare fenomeni di altruismo umani: questi avvengono infatti anche verso i non consanguinei.
Ci si chiede allora se il comportamento prosociale possa essere considerato come una dimensione della personalità.
Le ricerche condotte in quest’ottica fanno riferimento ad una descrizione di una personalità altruistica caratterizzata da determinati tratti: stima alta di sé, alta competenza morale, locus of control interno, responsabilità sociale.
Penner e al. (1995) hanno distinto due fattori: “empatia verso gli altri” e “propensione all’aiuto” raggruppati in scale contenenti 56 item.
Ma il fattore più predittivo riscontrato risulta essere la  percezione della propria efficacia: credenza di agire positivamente nelle situazioni.

L’empatia.-
Lo studio dell’empatia ha interessato molti studiosi che si sono interessati  a considerazioni che vanno al di là dell’appello alla natura umana: Hoffman  definisce l’empatia come un’attivazione emotiva fatta di compassione, tenerezza, simpatia verso la persona in difficoltà;  a questi fattori si aggiunge un processo cognitivo di immedesimazione: la persona empatica assume le prospettive dell’altra persona.
Questa capacità di immedesimazione , ci spiega perché è più facile aiutare persone che percepiamo più simili a noi: : la PERCEZIONE DI SOMIGLIANZA  o di condivisione della medesima appartenenza in un gruppo facilita l’assunzione della prospettiva altrui.
Osservare la sofferenza altrui può attivare due emozioni: una è quella del DISAGIO PERSONALE,l’altra è quella della REALE PREOCCUPAZIONE PER LA SORTE DELL’ALTRA PERSONA: entrambe possono motivare l’individuo ad agire per sollevare la vittima dalle sue sofferenze, ma lo stato d’animo negativo può essere rimosso anche attraverso la fuga o l’evitamento.
Quando l’evitamento non è possibile quindi, il comportamento prosociale può non essere il frutto di puro altruismo ma motivato dalla necessità di rimuovere il disagio personale.-
Cialdini et al. (1973) sostengono l’Ipotesi del sollievo dallo stato negativo : i  comportamenti di altruismo derivano da una motivazione fondamentalmente egoistica rimuovere l’angoscia causata dall’osservazione della sofferenza altrui: questo spiegherebbe perché gli individui non intervengono quando la situazione permette loro via di fuga; se gli osservatori sono numerosi la percezione di diffusione di responsabilità rende la fuga una risposta funzionale alla riduzione dell’angoscia.
Batson et al. (1989) mostrano tuttavia   alcune situazioni in cui la fuga è possibile, ci sono individui che scelgono di prestare il proprio aiuto: sono delle condizioni in cui prevale il reale interesse per l’altro, ovvero empatia allo stato puro.
Nel modello dell’EMPATIA-ALTRUISMO degli stessi autori, quando le persone percepiscono la vittima simile a sé, decidono di aiutarla anche se potrebbero sottrarsi alla vista delle sue sofferenze; al contrario quando la somiglianza percepita è bassa, e la fuga possibile, quest’ultima diviene la strada più adottata. ( esperimento in cui una ragazza riceve delle scosse elettriche in relazione al completamento positivo o meno di un compito: i soggetti decidono di sostituirla empaticamente in proporzione alla somiglianza percepita indotta sperimentalmente.
Secondo Cialdini , non è tanto l’empatia quanto il SENSO DI UNITà INTERPERSONALE che l’osservatore percepisce a motivarlo : la percezione di somiglianza , induce sì maggiore empatia, ma anche maggiore senso di sovrapposizione tra sé e l’altro.
Le circostanze entro le quali si sono osservati i comportamenti più genuinamente altruistici sono le stesse che portano gli individui a percepire una debole separazione tra sé e l’altro.
Se la distinzione tra sé e l’altro non è chiara nella mente dell’osservatore, non è altrettanto facile separare le motivazione altruistiche da quelle egoistiche, perché se il Sé non è distinto dall’altro, aiutare l’altro è aiutare Sé.

Norme sociali.-

La convivenza civile rende necessari il riconoscimento e l’adesione di alcune norme sociali che prescrivono aiuto e solidarietà verso chi si trova in difficoltà.
Una di queste è il principio di RECIPROCITà, il quale prescrive che le persone debbano restituire l’aiuto a chi gliel’ha offerto o a chi lo potrà dare in futuro. Questo principio governa le relazioni umane in tutte le società ed è uno dei criteri fondanti della vita collettiva.
Buunk e Schaufeli propongono una rilettura dell’efficacia sociale di tale principio.
Partono dalla teoria dell’ALTRUISMO RECIPROCO  di Dawkins , il quale dimostrò che gli individui incondizionatamente altruisti sono destinati a soccombere a favore di individui egoisti, tuttavia anche questi ultimi non possono sopravvivere rimasti senza questi.
La strategia migliore in questa situazione sarebbe quella di individui che agiscono sulla base della reciprocità, mostrandosi cioè altruisti con coloro che lo sono stati o potranno esserlo in futuro nei loro confronti.
Secondo un’ipotesi evoluzionistica, tale teoria porta un contributo alla questione circa l’esistenza della forma pura di altruismo: gli individui sarebbero capaci di altruismo puro come esito di un processo evolutivo che ha permesso nel corso del tempo di trarre benefici dall’altruismo reciproco, per avvalorare questa tesi si fa riferimento a molte ricerche che hanno correlato positivamente la percezione di reciprocità e indicatori di benessere e salute mentale individuale.
Un’altra norma sociale è quella della RESPONSABILITà SOCIALE,  che prescrive di aiutare chi dipende da noi, soprattutto se appartiene alla nostra famiglia ( bambini, anziani, malati, ma anche poveri che non appartengono alla famiglia e che non possono contare sulla loro famiglia di origine ).
Vi è poi la norma di PROTEZIONE DELLA PRIVACY o DEL NON INTERVENTO, che segue il principio “i  panni sporchi vanno lavati in famiglia “. Si tende cioè a considerare che i conflitti familiari vadano regolati dai membri stessi e che eventuali interventi possono essere interpretati come intromissioni. ( è questa talvolta la causa del perché certe liti furibonde si traducano in omicidi se non correttamente “interpretate” come semplici litigi . )  Ma perché una norma influenzi il comportamento deve:

  • Essere appresa ed interiorizzata dall’individuo nel corso della socializzazione : colui formato secondo la credenza del “mondo giusto” difficilmente farà riferimento alla norma della responsabilità civile, ma tenderà ad attribuire che l’evento negativo è accaduto perché vi era la responsabilità della persona.
  • Essere percepita come pertinente in una data situazione.  Si faccia in questo caso riferimento al diverso rimando che l’interpretazione dell’episodio coniugale  può effettuare, se in termini di litigio rimanderà alla norma della privacy e il comportamento sarà di conseguenza, se in termini di aggressione ad una norma di soccorso di chi ha bisogno di aiuto.

 

Tre forme di altruismo riconosce Moscovici (1994)

  • Altruismo partecipativo:         comportamenti che favoriscono la vita collettiva nella comunità Esempio: volontariato;
  • Altruismo fiduciario:     comportamenti finalizzati a stabilire un legame di fiducia con l’altro, creando vincoli di reciprocità ( riconoscenza )  ; Esempio: relazioni di vicinato
  • Altruismo normativo:  aiuto alle persone in difficoltà da parte delle istituzioni sociali, regolato da sistemi di norme formali;  Esempio: sussidio di disoccupazione.

 

 

Dinamica del comportamento altruistico.-

 

Quale sequenza di fasi compongono il processo che come esito ha l’offerta di aiuto o soccorso?
La prima è la DEFINIZIONE DELL’EVENTO, ovvero riduzione dell’ambiguità che certe situazioni presentano ( Il signore inserisce la mano nella borsetta per derubare la donna? Non potrebbe essere suo marito che cerca il biglietto da obliterare ? )
La fase successiva è la ATTRIBUZIONE DI CAUSA,  che l’osservatore fa circa la situazione di bisogno: le persone sono più disponibili ad aiutare se attribuiscono la causa della situazione a fattori non controllabili dalla vittima rispetto a quando i fattori sembrerebbero essere controllabili ( aiuto alla persona anziana e meno ad un ubriaco ) .
Tuttavia il processo di attribuzione causale è inficiato da una serie di distorsioni e di errori: quello che Ross chiama ERRORE FONDAMENTALE DI ATTRIBUZIONE : ovvero la tendenza a sopravvalutare le cause interne nella spiegazione dei comportamenti altrui: di fronte allora ad una persona che barcolla e cade si tende ad accreditare maggiormente l’ipotesi dell’ubriaco piuttosto che quella del malore, questo si traduce in una scarsa probabilità di interventi altruistico; a questa distorsione si aggiunge quella relativa alla credenza in un MONDO GIUSTO, ovvero le persone tendono a rappresentarsi l’ambiente in maniera ordinata e razionale , in cui la casualità pura ha un ruolo limitato: si  tende perciò a pensare che gli eventi negativi succedano perché questi se li sono meritati.
Il ristabilimento cognitivo di questa sequenza di causa ed effetto rassicura rispetto al futuro e individua ordine nel caos: sicuramente questo rende meno probabile un comportamento altruistico.
Ma contemporanea alla processo di attribuzione causale da parte dell’osservatore, vi è quello di colui che riceve aiuto, i due processi spesso non coincidono perché conducono a conseguenze differenziate sull’autostima: Offrire aiuto può rafforzare il Sé, riceverlo evoca l’idea di debolezza e scarso controllo sulla situazione. Colui che riceve aiuto quindi può sottostimare l’intervento come causa risolutiva del proprio stato di bisogno : se poi la minaccia al Sé indotta dal fatto di ricevere aiuto prende il sopravvento, il beneficiato può mettere in atto risposte negative verso colui che lo sta aiutando.
Tuttavia alla definizione della situazione concorre non solo l’osservazione della vittima, ma anche l’osservazione del comportamento di coloro che stanno assistendo alla scena: se esse non intervengono, l’osservatore finirà per non intervenire, per non rendersi ridicolo.
Dai risultati di un esperimento di Latanè e Darley, si evince che di fronte ad un evento ambiguo le persone osservano il comportamento degli altri per cercare una corretta interpretazione, senza contare che gli altri fanno lo stesso : è l’effetto della IGNORANZA PLURALISTICA ; ciascuno pensa che gli altri abbiano più informazioni di quante ne posseggono, ciò porta ad un’alta probabilità di inazione.
Una volta definito un certo evento come emergenza, prima di decidere se intervenire o meno, si ha una fase di valutazione del costo attribuito all’aiuto: intervenire significa anche rischiare di perdere tempo o di mettere a repentaglio la propria vita; i fattori quali l’empatia, contesto, norme sociali, personalità, intervengono nella valutazione dei costi.
A volte tuttavia i costi associati all’intervento implicano una percezione selettiva  delle caratteristiche della situazione non del tutto consapevole. ( esperimento del buon samaritano: chi era nella condizione di pressione temporale non si fermò ad aiutare; chi in assenza di queste invece si fermava).

 

 

 

Le relazioni significative.-

I paradigmi sperimentali che abbiamo visto finora,  non sono in grado di studiare in modo efficace come si sviluppano e mantengono le rappresentazioni degli altri quando si tratta di altri significativi, non estranei, ma persone che intrattengono relazioni vitali con l’attore sociale.
Lo studio delle relazioni interpersonali significative, parte teoricamente dall’eredità di Kurt Lewin con l’idea che le relazioni non possano essere studiate a partire dagli individui che le intrattengono, ma dalle interazioni fra le proprietà del partner e quelle della situazione ( ambiente fisico-sociale ) che formano una interdipendenza dove i cambiamenti si riflettono in tutte le parti.
Recentemente, lo studio delle relazioni affettive è studiato da Kelley e Thibaut con la TEORIA DELL’INTERDIPENDENZA,  di chiara influenza lewiniana, che si pone l’obiettivo di andare al di là, per studiare le relazioni, delle singole caratteristiche degli individui, ma affrontare i fattori causali e i processi che spiegano la regolarità dell’interazione.
Ciò significa considerare, sia le caratteristiche peculiari di ciascun partner, sia quelle comuni, sia l’ambiente sociale ( rete di rapporti in cui una relazione si inserisce )  e l’ambiente fisico che può elicitare o meno lo sviluppo di una relazione. Il metodo di studio più appropriato in questo ambito, è quello longitudinale, quello che sottopone i partecipanti a osservazioni ripetute nel tempo.
In una prospettiva meramente cognitiva , lo schema  di relazione    consta di tre elementi: il primo fa riferimento alla RAPPRESENTAZIONE DEL  Sé IN RELAZIONE,   il secondo LE CREDENZE CHE RIGUARDANO IL PARTNER, il terzo LO SCRIPT INTERPERSONALE.
Quest’ultimo è stato considerato per lo più una componente ad attivazione automatica: i comportamenti nelle relazioni significative sono spesso il frutto di sequenze routinizzate che non richiedono una elaborazione consapevole delle informazioni disponibili di volta in volta: le sequenze che implicano diventano strutture accessibili che orientano in modo selettivo l’attenzione, nel senso che le persone prestano attenzione particolare alle informazioni coerenti con le loro aspettative : questo spiegherebbe  perché essi finiscano per sottovalutare i cambiamenti del partner nel corso del tempo, e a mantenere relazioni che appaiono disfunzionali.

Tipologia delle relazioni.-

C’è da chiedersi cosa si intenda per relazione significativa.
Questo significato cambia soggettivamente in base a caratteristiche di genere, età e cultura.
Secondo la prospettiva di Kelley sopra vista, una relazione è significativa quando si basa su una forte interdipendenza fra i partner: ovvero i partner influenzano i comportamenti reciprocamente, e tale influenza non è limitata a qualche ambito ma estesa a molti contesti e ha caratterizzato l’interazione da tempo.
Sono state utilizzate molte tassonomie per la classificazione di una relazione, tuttavia i mutamenti sociali hanno indotto più stili di vita che si caratterizzano per una enorme quantità potenziale di interazioni nel corso dell’esistenza.
Questa complessità si traduce anche nell’impossibilità talvolta di distinguere il confine tra relazioni d’amore e quelle di amicizie , e nella non necessaria considerazione delle relazioni  familiari come significative.
L’elaborazione di tassonomie al riguardo, al di là di ogni loro indubbia utilità, sono solo di tipo descrittivo e non individuano le cause o le conseguenze associate ai diversi tipi di relazioni.
In tal  senso si inserisce l’apporto della LIKING SCALE e della LOVE SCALE,  di Rubin.
La prima indaga sul GRADO DI PIACEVOLEZZA attribuito al partner con item di questo tipo: “Questa persona è una delle più piacevoli che io conosca”; la seconda  fa riferimento a tre dimensioni: l’ATTACCAMENTO, riferibile al bisogno della presenza e del sostegno, il PRENDERSI CURA , ovvero un sentimento di coinvolgimento: aiutare e sostenere, l’INTIMITà,  ovvero il desiderio di contatto stretto con l’essere amato.
La somministrazione di queste scale ha fatto emergere alcune differenze associate al genere: le donne manifestano punteggi superiori a quelli degli uomini sulla dimensione dell’attaccamento  e del prendersi cura anche al di fuori della relazione di coppia.
I punteggi della Love scale, correlano poi positivamente con indicatori di comunicazione non verbale: coppie che ottenevano alti punteggi, ad esempio, mostrano una maggiore ricerca del contatto visivo.
Un’altra classificazione che ha avuto maggiore considerazione è stata quella di Sternberg denominata enfaticamente “TRIANGOLO DELL’AMORE”, in base alla quale, l’amore ha 3 componenti : la prima è L’INTIMITà, componente emotiva, che implica comprensione, complicità e sostegno emotivo , la seconda è la PASSIONE,  di natura motivazionale e comprende l’attrazione fisica , desiderio sessuale, sensazione di essere innamorati; la terza è di natura cognitiva e riguarda il livello di impegno/decisione riguardo il partner.
Queste tre componenti si combinano tra loro in diversa misura ( ovvero con la loro presenza o meno ) in 7 classi di sentimenti che sono rispettivamente: ATTRAZIONE, INFATUAZIONE, AMORE ABITUDINARIO, AMORE ROMANTICO, AMICIZIA PROFONDA, AMORE FATUO, AMORE COMPLETO.
Tuttavia, certe componenti possono avere rilevanza anche in relazione allo stadio di sviluppo della relazione amorosa: è facilmente immaginabile che all’inizio della relazione amorosa ci sia passione che poi può declinare per lasciare il posto all’impegno.
L’importanza di questo modello consiste nel fatto che permette di uscire dalla solita dicotomia amore romantico/amicizia, permettendo una visione più complessa del fenomeno. Si è poi costruito uno strumento capace di rilevare sul piano quantitativo l’implicazione di ciascuna componente nel giudizio dei partner circa la loro relazione .
Hazan e Shaker invece, basandosi sulla teoria dell’attaccamento di Jhon Bolwby, sostengono che il tipo di legame di attaccamento che il bambino instaura ( sicuro/evitante/ resistente-ambivalente ) con le proprie figure significative possa influenzare gli stili di relazioni che essi adotteranno nell’età adulta. Avremo allora adulti fiduciosi nelle proprie capacità di stabilire rapporti significativi , non preoccupati di affrontare il rischio del rifiuto se l’attaccamento sarà stato sicuro, persone che risulteranno insofferenti verso la dipendenza reciproca risultando più distaccate per quello evitante, e individui che saranno costantemente preoccupati di non essere amati, incerti ansiosi,  desiderosi di fondersi completamente con il loro partner per quello resistente.
Questi stili sono stabili nel tempo ma già Bolwby aveva messo in evidenza che era possibile modificarli, positivamente e negativamente soprattutto in relazione all’esperienze dell’individuo.

Formazione delle relazioni.-
Non si può esclusivamente attribuire  alle scelte individuali le condizioni uniche che portano alla formazione dell’interazione: queste si sono sviluppate nell’ambito di un contesto ambientale caratterizzato fisicamente e socialmente che le ha permesse. Pensiamo per esempio al fattore PROSSIMITà. Una ricerca di Festinger ha messo in evidenza che   i legami di amicizia si stabilivano più frequentemente su persone che abitavano sullo stesso edificio dieci volte di più che fra persone che abitavano su edifici differenti. E le persone che occupavano gli appartamenti vicini ai luoghi maggiormente frequentati erano fra quelle più popolari: non si tratta solo di un problema di distanza fisica quindi, ma anche di PROBABILITà  di avere contatti, la prossimità li favorisce.
La prossimità non agisce solo esclusivamente sulla probabilità, ma anche sull’aumento della FAMILIARITà dei potenziali partner: questo significa che la familiarità rende l’ambiente più prevedibile , e  rassicurante  , favorendo un’ associazione tra le persone che incontriamo spesso  ed un atteggiamento positivo.
Ma così come i rapporti positivi, la prossimità  favorisce anche quelli potenzialmente negativi.
Un altro fattore importante sembra essere la percezione di SOMIGLIANZA tra i partner, in base alla legge dell’ATTRAZIONE  di Byrne,  in base al quale la causa prima dell’attrazione è proprio la somiglianza interindividuale.
In un esperimento, ha manipolato la somiglianza ( di opinioni ) in uno dei due partner ( fittizi ) della coppia, confermando la tesi che più i partecipanti percepivano il partner come simile, più provavano attrazione.
La percezione di somiglianza delle opinioni rende gli altri più attraenti in quanto strumento di validazione dei nostri punti di vista. La stessa cosa non accade per quanto concerne la somiglianza di personalità: essa minaccia il senso di unicità del singolo e non risulta associata all’attrazione.
La critica su Byrne verte sulla invertibilità causale della sua teoria: si può dire che una somiglianza aumenti l’attrazione, così come si può affermare che si tende a sovrastimare la somiglianza con le persone che si trovano  attraenti, un’altra critica era relativa al fatto che  prevaleva la prossimità come variabile causale rispetto  alla somiglianza.
Rosenbaum rielabora il concetto di somiglianza, sostenendo una LEGGE DI REPULSIONE: Non saremmo tanto attratti da persone simili a noi, piuttosto non ci piacciono persone che hanno opinioni troppo diverse dalle nostre.
Certo è che parlare di somiglianza in un periodo di netta globalizzazione delle  culture potrebbe sembrare anacronistico:  Dwyer fa notare che probabilmente la somiglianza come fattore critico delle relazioni perderà probabilmente di importanza.
Un altro aspetto causale importante circa la formazione di una relazione è la BELLEZZA FISICA.  Feingold  arriva a sostenere che gli individui belli di aspetto sono in media meno soli, più popolari, hanno maggiori abilità sociali e più esperienze sessuali.
Si può interpretare questo assunto in termini di PROFEZIA CHE SI  AUTOAVVERA: le persone più attraenti sono percepite nel quadro di uno stereotipo che associa la bellezza fisica ad altre qualità positive: nell’interazione quindi queste persone hanno più probabilità di ricevere feedback positivi: questo rafforzerebbe la loro competenza sociale.
Ora: due persone si incontrano, ma prima che possa essere avviata una relazione significativa intercorre un’altra fase che potremmo definire di SELF-DISCLOSURE (  apertura all’altro ),  in cui avviene uno scambio di informazioni circa il sé dei due partner:  essa non ha solo valenza informativa, ma stimola anche la percezione di attrazione reciproca. In uno studio di Collins e Miller infatti,  le persone che si aprono più facilmente sono più apprezzate di coloro che lo fanno meno  ma è vero anche il contrario, e cioè che le persone si aprono di più nei confronti di quelle verso cui sono più attratte.
Tuttavia è anche vero che sono le caratteristiche caratteriali individuali che elicitano o meno questa “apertura” ( vedi persone intro ed estroverse).
Tuttavia è osservabile che gli uomini tendono a parlare meno di sé soprattutto nelle relazioni fra gli uomini : questo sarebbe associato all’impronta competitiva che assumono le relazioni tra uomini dove aprirsi implicherebbe rilevare debolezze personali e perdita di controllo sulla situazione.

Stabilità e soddisfazione delle relazioni.-
Quali fattori rendono una relazione soddisfacente e stabile?
Per rispondere a ciò sono state studiate coppie di sposi per due esigenze: una esigenza sociale, relativa al fatto che nella società moderne sono aumentati i divorzi e una metodologica, dovuto al fatto che il rapporto in questione è segnato da elementi oggettivi che ne sanciscono la durata ( atti formali per l’inizio e la fine ).
Nella  TEORIA DELLO SCAMBIO,  relativa ad un MODELLO ECONOMICO DEL COMPORTAMENTO UMANO,  Homans afferma che un individuo sta in una relazione finché ne è soddisfatto, perché i benefici che trae superano i costi , e quando non è più soddisfatto esce dalla relazione.
Quattro sono i fattori che influenzano la soddisfazione: i PROFITTI, che non sono solo materiali ma anche simbolici, il partner può essere fonte di ricompensa per l’allegria, l’affetto, i regali;  i COSTI , ovvero tutto ciò che in una relazione il partner valuta negativamente:  assenza dell’altro, tradimenti, obblighi, abitudini; le ALTERNATIVE,  in quanto la valutazione dei benefici e dei costi avviene anche in relazione ad uno standard di coppia che deriva dalle norme sociali ( come deve essere un buon matrimonio ) dalle aspettative personali ( come deve essere il mio compagno ) , ma anche dal confronto con le possibili alternative, compresa quella di non avere partner: questa valutazione delle alternative influenza lo sviluppo della relazione in termini di assunzione di impegno.
Ciò dipende, secondo la teoria dell’interdipendenza di Kelley, dall’autostima del soggetto in questione, ovvero una persona che ha alta autostima avrà alte aspettative personali, valuterà in modo meno negativo la solitudine e crederà più facilmente di trovare possibilità migliori  rispetto a persone di bassa autostima.
Il terzo fattore è l’INVESTIMENTO,  ovvero tempo sforzo e risorse riposte nella relazione: amici, patrimonio, progetti, rinunce fatte nel passato.
Tuttavia nella realtà dei fatti questo modello non tiene conto delle differenze individuali nelle tendenze a impegnarsi in relazioni o a tollerare la solitudine, non riconosce ruolo alle emozioni e comportamenti impulsivi , e non spiega l’esistere di relazioni disfunzionali almeno per uno dei partecipanti.
La TEORIA DELL’EQUITà  ( Walster ) vede un individuo che valuta soddisfacente quella relazione dove  i benefici sono commisurati ai costi che esso comporta e quando percepisce un bilancio simile anche per il partner.
Nelle relazioni in cui uno dei membri riceve molto di più di quanto offre e più dell’altro partner la stabilità è a rischio: i costi e benefici anche qui sono di natura simbolica. ( in una coppia di una giovane e bella donna e di un maturo e poco attraente signore l’equilibrio è assicurato dai benefici che il signore assicura alla compagna =>> soldi, allegria ecc… ).
Lo squilibrio minaccia la relazione: si può fare riferimento ad una dissonanza cognitiva procurato dalla valutazione di ciò che in una relazione, un individuo mette e ricava: questa costituirebbe di per sé una motivazione al cambiamento verso una forma di equilibrio.
Attraverso l’applicazione di una scala che valuta il livello di equità percepito, si è potuto concludere che le donne sono più a disagio quando svolgono il ruolo del partner più beneficiato, gli uomini nel ruolo opposto.
Se la teoria dello scambio era concepita in relazione ad un attore sociale centrato su di sé e sul proprio bilancio, qui vi sono individui che confrontano il proprio bilancio personale con quello del proprio partner.
Le critiche sono relative al fatto che sono applicabili alle prime fasi delle relazioni  e nel mantenimento di relazioni di lavoro ed amicizia: è meno utile nel prevedere stabilità nella coppia.
I principi dello scambio si applica proprio a quelle che chiamiamo RELAZIONI DI SCAMBIO, che si contrappongono a quelle di CONDIVISIONE, come quelle intime dove prevale l’interesse per il bene dell’altro ( madre e figlio per esempio ) .
Le considerazioni in termini di scambio e di equità costruiscono una rappresentazione di come il partner dovrebbe essere: la frustrazione di tale rappresentazione potrebbe indurre alla rottura del rapporto o alla ricerca di soddisfazioni compensative ( tradimenti ).
Si può affermare che l’elaborazione di queste informazioni contribuisce a definire il livello di soddisfazione individuale rispetto alla relazione : ma gli obiettivi e le aspettative cambiano nel corso dello sviluppo della relazione ,  producendo analisi delle situazioni differenti da quelle precedenti. Sembra allora che si sottovaluti l’importanza delle abitudini consolidate , della resistenza al cambiamento , e la difficoltà che le persone hanno di rappresentarsi un futuro incerto, trascurano il ruolo delle pressioni sociali a mantenere un ruolo di coppia anche quando questo sembrerebbe disfunzionale.
In relazione alla pressione sociale, possiamo affermare che il principio dell’equità è proprio delle società individualistiche occidentali , ma non di quelle collettiviste ( orientali ).

 

 

 

Influenze culturali.-
Abbiamo visto che nelle culture individualiste si è data molta importanza alla realizzazione del singolo , quelle collettiviste considerano le esigenze di gruppo come prioritarie rispetto al singolo.
Allora si può affermare che nelle culture individualiste, la scelta del partner è finalizzata al soddisfacimento dei bisogni personali, mentre nelle società collettiviste tale scelta è effettuata dalla famiglia in relazione alle proprie esigenze. E ‘ovvio che queste differenze sono un po’ attenuate nella realtà: anche nelle culture occidentali gli individui  subiscono pressioni familiari e in quelle collettiviste rimane comunque un certo margine di scelta individuale.
Tuttavia un ruolo diverso è assegnato all’amore romantico: nelle società individualiste è necessario,  nelle altre non lo è quando il matrimonio è conveniente per la famiglia.

La comunicazione.-
Lo studio della comunicazione è fondamentale perché i fenomeni sociali, quali  rappresentazioni sociali, reputazione, stereotipi, pregiudizi sono tutti di natura comunicativa.
Potremmo definire la comunicazione come un processo dinamico e circolare che richiede la condivisione di codici astratti  ( il linguaggio e i significati da attribuire ai segnali non verbali ) .
Il punto più controverso , riguarda l’aspetto INTENZIONALE  della stessa; alcuni studiosi confermano la sua intenzionalità affermandone la sua matrice strumentale: si tratta di una interazione in cui almeno uno dei partecipanti ha l’intenzione di  indurre una risposta nell’altro ( Steinberg afferma che l’intenzione di comunicare e quella di influenzare possono essere sinonimi ).
Il modello PRAGMATICO DELLA COMUNICAZIONE di Watzlavick invece , secondo il quale non si può non comunicare,  attribuisce ad ogni comportamento una qualche informazione comunicativa che produce conseguenze sui comportamenti successivi: una persona che trovandosi su un treno, non voglia comunicare, comunica il proprio desiderio di isolamento.
Secondo Weaver e Shannon, per comunicazione  si intendono tutti i processi attraverso i quali una mente può influenzare l’altra, e ciò fa riferimento non solo al linguaggio scritto o parlato, ma anche la musica, le arti plastiche ecc…
Una definizione tale è troppo generale e non coglie la specificità del processo comunicativo rispetto a qualsiasi altro comportamento .
Burgoon e colleghi, considerano in modo differenziato l’eventuale intenzionalità degli interlocutori e la percezione di tale intenzionalità:  A :  la fonte ha intenzione di comunicare, il ricevente percepisce un intenzione di comunicazione =>> comunicazione;  B : la fonte non ha intenzione, il ricevente la percepisce =>> comunicazione attribuita ( Mario attribuisce a Marina una comunicazione del suo interesse per lui dal modo di vestirsi che di fatto non c’è ) ;  C :   la fonte ha intenzione, il ricevente non percepisce l’intenzione =>> tentativo di comunicazione ( quando c’è rumore o interferenza ) ; D : la fonte non ha intenzione, il ricevente non percepisce un’intenzione =>> comportamento.

Struttura e funzioni della comunicazione.-
Shannon e Weaver nel 1949, propongono un modello di comunicazione incentrato sul problema della trasmissione accurata dell’informazione.
Esso parte da un assunto : il concetto di RUMORE,  riferibile all’elemento che impedisce una perfetta simmetria tra il processo di codifica ( emittente ) e di decodifica ( ricevente ) .
Una fonte traduce un pensiero in un codice ( codifica ) che lo rende messaggio veicolato da un canale verso il ricevente il quale retro-traduce il codice in un pensiero ( decodifica ).
Il rumore allora, è associato al canale, ed è il principale elemento che influenza l’interpretazione corretta del messaggio.
Esso può essere di tipo fisico ( disturbi nella linea telefonica ) ma anche di tipo psicologico, quali stati mentali, sentimenti  e pensieri che interferiscono nella decodifica.
Il principale limite, è che il modello non considera che al di là del concetto di rumore, la decodifica errata può avvenire anche a causa di MONDI SIMBOLICI DIFFERENTI,  che vanno al di là del linguaggio comune, frutto delle esperienze sociali, e non considera che attraverso la comunicazione tali mondi simbolici vengono condivisi, riprodotti e modificati.
Queste funzioni vengono svolte dai vari sistemi in gioco contemporaneamente: innanzitutto distinguiamo tra il SISTEMA VERBALE  e quello NON VERBALE.
Del primo fa parte il linguaggio, codice simbolico che accomuna tutte le realtà umane: tale codice è strutturato su regole che governano sia i suoni elementari ( fonemi ), i quali si compongono in parole elementari   o parti di parola ( morfemi ) , a loro volta essi sia associano in base alle regole della grammatica , e tali sequenze, periodi, si articolano secondo le regole della sintassi. La semantica , infine fa riferimento alla relazione tra le parole, le frasi i periodi e gli oggetti e significati che assumono .
Il linguaggio struttura la comunicazione, e questa funzione è stata descritta  nel MODELLO DELLE CATEGORIE LINGUISTICHE (Semin): si tratta di un tassonomia dei termini maggiormente utilizzati nell’ambito interpersonale.

  • VERBI DESCRITTIVI DI AZIONE  - DAV -  descrivono obiettivamente un comportamento specifico osservabile senza darne interpretazione: non hanno connotazione positiva o negativa ( A sta parlando a B )
  • VERBI INTERPRETATIVI DI AZIONE   - IAV –  descrivono una situazione specifica e ne danno un’interpretazione, hanno quindi un aspetto valutativo positivo o negativo ( A aiuta B )
  • VERBI DI STATO  -SV-   e’  una categoria di verbi che descrivono uno stato piuttosto che situazioni specifiche ( Ad A  piace B )
  • AGGETTIVI  - ADJ – fanno riferimento a disposizioni astratte e permanenti del soggetto che lo differenziano da altri; non fanno riferimento ad una situazione specifica e hanno una forte connotazione positiva e negativa.

La distinzione da una categoria all’altra non è sempre facile, il primo e più evidente criterio che li  differenzia fa riferimento alle disposizioni personali  o alla descrizione di azioni o stati psicologici.
Oltretutto Gli SV non fanno riferimento ad un comportamento osservabile ma a stati emozionali e mentali, DAV invece e IAV  descrivono invece un’azione osservabile  e ben definita da un inizio ad una fine.
La differenza meno chiara è tra DAV e IAV, la caratteristiche interpretative non costituiscono un parametro distintivo sufficiente: se è vero che IAV  hanno una vocazione interpretativa accentuata, è anche vero anche i DAV possono averla: un criterio di distinzione è la connotazione positiva ( aiutare, divertirsi ) o negativa  ( colpire, attaccare ) che hanno gli IAV  che i DAV non hanno.
Queste categorie possono essere collocate lungo un continuum che va dalla massima astrazione ( ADJ ) ad una massima concretezza  ( DAV ).
Durante una conversazione può sembrarci utile riuscire a far capire  se le informazioni che stiamo dando sono riferite alla situazione specifica o piuttosto riconducibili alle disposizioni personali del soggetto di cui si parla: l’uso delle categorie ci permette di  rendere generalizzabile il contenuto delle nostre affermazioni e quindi anche sulla causalità.
Semin ha analizzato la causalità implicita nei verbi e i differenti stili attribuzionali dell’attore e  dell’osservatore.

IN uno IAV, la fonte causale è nel soggetto, mentre se la frase è formulata con un SV è nell’oggetto.
“Francesco aiuta Paolo” ( IAV ) implica la causa del comportamento la capacità di aiuto di Francesco piuttosto che la volontà dell’essere aiutato di Paolo, la frase “A Claudio piace Luisa”  ( SV ) indica la causa nella piacevolezza di Luisa piuttosto che la capacità di accettare propria di Claudio.
Con un  SV facciamo riferimento al soggetto di cui si parla, con un IAV facciamo riferimento più alla situazione e al contesto, allora nello IAV la conclusione più logica è che Francesco aiuta anche altre persone così come Paolo può essere aiutato da altri, mentre la stessa generalizzabilità non possiamo averla con un SV, che non è estensibile ad altre persone.
Gli IAV inducono la prospettiva dell’osservatore perché fanno riferimento a comportamenti osservabili e manifesti, gli SV fanno riferimento a stati mentali non osservabili del soggetto della frase inducendo la prospettiva dell’attore e quindi una tendenza a compiere attribuzioni situazionali.
Oltrettutto Semin e colleghi , partendo dall’assunto che rispondere ad una semplice domanda implica sempre qualche cambiamento nello stato cognitivo e provoca conseguenze sul comportamento, ha studiato come nella formulazione delle domande interpersonali la proprietà del linguaggio influenzano le risposte: il soggetto che fa domande struttura la situazione sui propri scopi , motivi, intenzioni e il ricevente non può che rispondere alla realtà evocata dalla domanda o comunque riconoscerla.
Nelle interazioni, l’uso della lingua è integrato con sistemi di comunicazione non verbale semplificabili in tre categorie:

  • SEGNALI PARALINGUISTICI: intensità della voce che sottolinea parti del discorso oppure che congiunge tra loro unità del discorso. Dal tono della voce abbiamo qualche informazione sul sesso , l’età della persona. Le vocalizzazioni quali riso, pianto sospiri, pause, colpi di tosse, il volume, forniscono poi informazioni utili sullo stato d’animo delle persone e su ciò che vogliono comunicare. Consentono poi di regolare l’avvicendarsi dei TURNI DI PAROLA, come chi riempie una pausa del discorso con una vocalizzazione, che indica che non ha intenzione di cedere la parola.
  • LE ESPRESSIONI DEL VOLTO:  esse costituiscono l’insieme dei segnali più importanti con cui esprimiamo le emozioni e gli atteggiamenti verso gli altri e inferiamo lo stesso tipo di informazioni  a partire dall’osservazione dei nostri interlocutori. Si riconoscono 6 tipi di emozioni alle quali sono associate determinate configurazioni dei muscoli facciali che provocano espressioni universalmente riconoscibili, e quindi non influenzate dal contesto culturale, mentre esistono leggi culturali che guidano il controllo di tali espressioni nelle varie situazioni: da noi viene ritenuto normale piangere ad un funerale, e non ad una festa. Sono le cosiddette regole di ESIBIZIONE apprese e rielaborate personalmente. Il CONTATTO VISIVO è un’espressione del volto che ha avuto particolare attenzione dagli studiosi: da esso passano molte informazioni, prima fra tutte il grado di interesse reciproco: la persona in platea finisce per indugiare di più verso le persone che lo osservano maggiormente; ma c’è una soglia oltre la quale questo risulta essere provocatore di ansia ed imbarazzo: dipende dall’intimità della relazione dei due soggetti interessati.
  • Il COMPORTAMENTO SPAZIALE,  riguarda la posizione del corpo, i gesti, il contatto fisico tra i partecipanti: quest’ultimo per esempio rappresenta la forma più primitiva di comunicazione tra esseri umani perché precede l’apprendimento del linguaggio verbale: alcune ricerche mostrano che la deprivazione tattile nella prima infanzia provoca ritardi nello sviluppo. Molte ricerche mostrano poi che in una interazione fra estranei un breve contatto tattile provoca nella persona toccata un’impressione positiva della persona che l’ha toccata. Da una ricerca gli studenti che in una biblioteca nell’atto di ricevere il libro ricevevano un breve contatto fisico da parte degli addetti  al prestito valutavano più positivamente i servizi in biblioteca rispetto a quelli che non lo ricevevano. Questo discorso è fattibile anche circa l’adesione a richieste : un soggetto che facendo la richiesta sfiora la mano dell’interlocutore ha più probabilità di essere esaudito ( il ricercatore che convince un individuo a sottoporsi ad un lungo e noioso questionario ecc.. )

Il contatto fisico nel corso dell’interazione dipende dalla cultura: Hall parla di culture di CONTATTO , quelle  caratterizzate da uno stile di comunicazione tattile e olfattiva ( paesi dell’America Latina )  e culture di NON CONTATTO in cui la comunicazione è maggiormente incentrata sul canale visivo.
Una differenza è poi assegnata all’interno di ogni cultura allo STATUS  delle persone: è più probabile che le persone di alto status tocchino quelle di basso status, ma anche all’appartenenza di GENERE, è più probabile che l’uomo prende tale iniziativa nei confronti della donna, e non il contrario. Alcuni studi hanno messo in evidenza che l’osservatore tende ad attribuire status superiore a chi prendendo l’iniziativa di parola sfiora l’altro.
Un importante elemento nel comportamento spaziale è la DISTANZA TRA GLI INTERLOCUTORI: questa regola il grado di intimità fra le persone, in cui l’eccessivo avvicinamento di una persona non intima o l’eccessivo allontanamento di una intima procurano stress e un tentativo di ristabilire l’equilibrio.
Secondo Hall vi sono 4 zone di distanza in base all’intimità tra due persone : ZONA INTIMA, due persone in relazione stretta, ZONA PERSONALE, distanza occupata da due persone che comunicano normalmente, ZONA SOCIALE, occupata da un gruppo di persone che comunicano fra loro, ZONA PUBBLICA è quella che separa un oratore dal suo pubblico.
Per fare un esempio, il tragitto in ascensore con persone sconosciute procura sempre un certo imbarazzo, perché i limiti spaziali costringono le persone a violare le distanze sopradescritte.
Oltretutto vi è COORDINAZIONE TRA SISTEMI, ovvero il livello di intimità tra i partner viene mantenuto in equilibrio automaticamente, dosando i vari segnali non verbali: se il complice ( in un esperimento ) accorciava la distanza interpersonale, l’interlocutore riduceva la durata e frequenza del contatto visivo.
La distanza interpersonale è influenzata anch’essa dai fattori di cultura  e di genere : i bambini tollerano distanze più accorciate degli adulti, nel Sud Europa si tollerano distanze più accorciate rispetto al Nord.
Un'altra classe di simboli che si esprimono nello spazio discorsivo comune agli interlocutori sono i GESTI.
Argyle distingue fra :

  • GESTI ILLUSTRATORI, ( il dito che indica una direzione )
  • SEGNALI CONVENZIONALI ( il pollice verso l’alto: indica successo )
  • MOVIMENTI che esprimono stati emotivi e atteggiamenti ( sfregarsi le mani )
  • MOVIMENTI esprimenti la personalità ( gesti di stile personale )
  • MOVIMENTI usati nei rituali e cerimonie ( stringere la mano destra quando ci si presenta )

Gli scopi della comunicazione non verbale sono allora ascrivibili a:

  • Riduce l’ambiguità del linguaggio: Se apostrofo una persona con “Non fare lo stupido!” solo l’espressione del mio volto gli faranno capire se scherzo o faccio sul serio.
  • Fornisce informazioni sugli stati d’animo del soggetto: non sempre il contenuto verbale e non verbale sono coerenti: se quello verbale è sotto il nostro dominio, quello non verbale  non è sempre sotto il nostro controllo personale e quindi possono tradire le reali emozioni e sensazioni  che con il discorso non vorrebbero trasparire: il comportamento non verbale avrà più credito per il ricevente, perché viene reputato più predittivo circa il reale stato del soggetto emittente.
  • Definisce il grado di intimità e il tipo di relazione che intercorre: è l’aspetto di METACOMUNICAZIONE: ogni comunicazione veicola con sé una componente di contenuto e una di relazione: scambio cioè che accompagna i parlanti nella funzione di definire in modo condiviso la relazione che li lega : una frase del tipo “ Non usare quel tono con me” ha la funzione di ridefinire un tipo di relazione che uno dei due parlanti voleva imporre; questo tuttavia è assolto anche da i segnali non verbali del tipo : spingere avanti le mani, distogliere lo sguardo.
  • Regolare l’avvicendarsi del turno di parola
  • Presentare se stessi

La comunicazione cooperativa.-

La conversazione è vista qui come un’azione cooperativa nella quale gli attori sociali riconoscono uno scopo comune o un insieme di scopi comuni.
Questa azione sociale di tipo cooperativo secondo Grice prevede quattro principi:

  • MASSIMA DI QUANTITà: nella conversazione si deve dare l’informazione necessaria.
  • MASSIMA DI QUALITà: Quando parliamo con le altre persone supponiamo che essi dicano cose vere e se le dicono non vere che non siano in malafede. Questo ci risparmia lo sforzo del chiederci se ogni informazione che riceviamo sia vera o falsa. Questa massima si declina in due impliciti: non dire ciò che ritieni falso, e non dire ciò per cui non hai prove adeguate.
  • MASSIMA DI RELAZIONE: l’informazione deve essere pertinente: se chiedo un amico che fanno al cinema Odeon, e lui mi risponde che all’Olympia fanno L’ultimo bacio, tenderò ad interpretare questa informazione in modo pertinente e non come risposta bizzarra e lo coglierò come invito a voler venire con me al cinema a vedere “l’ultimo bacio” di Muccino.
  • MASSIMA DI MODO; Riguarda la modalità di formulazione del messaggio, essere brevi, ordinati e non prolissi nell’esposizione.

Quando si violano uno di queste leggi può venire meno il principio di cooperazione e quindi l’interruzione dello scambio, oppure si interpreterà ( come nel caso della pertinenza ) la violazione come se non fosse tale.
L’approccio PSICO-SOCIO-PRAGMATICO di Ghiglione  vede come protagonista un attore sociale che è tale in quanto comunicante: esso è allo stesso tempo INTRALOCUTORE, ovvero detentore di conosce, credenze atteggiamenti e rappresentazioni del mondo e INTERLOCUTORE, ovvero attore coinvolto in una relazione comunicativa.
Il modello che ci propone l’autore è quello del CONTRATTO DI COMUNICAZIONE, che si basa su due principi fondamentali: il primo fa riferimento alla comunicazione come ad una situazione in cui gli interlocutori stabiliscono un contratto fatto di regole ( diritti e doveri obblighi morali ecc…), il secondo che questo contratto si stabilisce implicitamente fra gli attori sociali in riferimento ad una posta in gioco: non esiste una comunicazione senza scopi.
Attraverso i sistemi dei segni verbali e non verbali, i soggetti co-costruiscono una realtà comune che può essere tramite la comunicazione confermata o non confermata ( il saluto a cui non si dà risposta ).
Le regole del contratto sono:

  • PRINCIPIO DI PERTINENZA: riconoscimento reciproco delle competenze necessarie per lo svolgimento della comunicazione
  • PRINCIPIO DI COERENZA: riconoscimento reciproco di funzionare secondo logiche simili
  • PRINCIPIO DI RECIPROCITà: riconoscimento reciproco del diritto di entrare in comunicazione ( concerne quindi le regole dei turni di parola )
  • PRINCIPIO DI INFLUENZA: tentativo di ogni interlocutore di imporre la propria visione per il controllo della posta in gioco ( lo scopo )

La comunicazione implica quindi CONOSCENZA DI Sé, DELL’ALTRO, e un mondo sociale co-costruito.
Quando noi interpretiamo ciò che un soggetto ci dice, COSTRUIAMO contemporaneamente una teoria su ciò che crede, desidera. Se chiedo a Marco di andare al cinema e lui mi risponde che all’Odeon c’è un film francese, posso interpretare questa risposta come accettazione o come rifiuto se gli attribuisco una preferenza o avversione per i film francesi. Dal momento in cui mi ha risposto, egli presuppone la mia capacità interpretativa della sua risposta: il contratto di comunicazione fornisce una TRAMA INTERPRETATIVA .
Possiamo allora concludere che la comunicazione sia un’attività congiunta e coordinata che implica gestione del controllo, uso delle risorse disponibili, mantenimento dell’equilibrio fra sistemi: presuppone cioè lo sviluppo di una certa competenza comunicativa.
Questa si fonda prima di tutto sull’acquisizione del linguaggio, poi su altre competenze più propriamente sociali, quali sapere usare il linguaggio per agire sul proprio ambiente fisico e sociale ( COMPETENZA PERFORMATIVA ), oppure sapere le norme specifiche al contesto che regolano le espressioni verbali e non verbali, saper riconoscere le  regole che guidano l’interazione ( presa di parola , aspettative di ruolo) e influenzare l’interlocutore.

 

 

Il sé e l’identità.-

Contorni  e sostanza del problema.-
In questo capitolo focalizzeremo l’attenzione su chi può essere ben individuato come il protagonista della realtà sociale, ovvero L’ATTORE SOCIALE, colui il quale non solo conosce la realtà, ma se la rappresenta, riflette su di essa, opera azioni in essa, si rappresenta se stesso in riferimento ai cambiamenti avvenuti in base all’influenza della stessa realtà su di esso.
In questo capitolo studieremo quindi la soggettività dell’individuo,  quali dimensioni di essa sono implicate nella consapevolezza delle azioni e nella riflessione di se stesso, per cui si percepisce come un soggetto sia fisico che sociale. Si parla di Sé ed Io, in una prospettiva psicosociale.

Centralità dell’Io e del  sé nell’esperienza umana.-

Al fine di rendere conto dell’articolazione tra il mondo interno ( mente ) ed il mondo esterno ( gli oggetti sociali ecc..) James ci parla di Sé, ritenendo necessario distinguere all’interno di esso due componenti: l’Io e il ME.
L’Io fa riferimento alla  dimensione consapevole del Sé, di un individuo capace di conoscere la realtà e di intraprendere azioni su di essa e riflessioni su di sé;
Il Me fa riferimento alla rappresentazione che l’individuo ha di sé stesso, in ordine alla percezione che egli ha della propria fisicità e delle cose che il soggetto possiede ( Me materiale ) ; alla rappresentazione che egli ha di sé stesso nelle relazioni sociali ( Me sociale ), all’immagine che egli ha di sé stesso come essere pensante e capace di funzionare secondo certi meccanismi psicologici ( Me Spirituale ).
Queste aspetti del me sono costruiti in base ad una gerarchia in cui alla sommità vi è il me spirituale, al suo punto intermedio i vari me sociali e al suo fondo il me materiale.
Questa concezione del sé di James è considerata tale per tutti, per cui egli concepisce il sé come una struttura RIGIDA.
Per quanto concerne L’Io, esso è, lo abbiamo già detto, la dimensione consapevole dell’individuo e secondo James è descrivibile secondo tre aspetti: CONTINUITà ( la quale fonda il nostro sentimento di identità ) ; VOLIZIONE ( responsabile del sentimento di partecipare attivamente alla propria esperienza ) DISTINZIONE ( che fonda il sentimento della propria unicità, individualità ) .
Se James ci suggerisce che le relazioni sociali hanno un particolarissimo compito nella formazione del me sociale, Cooley rinforza ancora di più questa tesi parlando di LOOKING GLASS SELF, ovvero di Sé rispecchiato, per sottolineare come il proprio sé si formi in relazione a quanto di noi stessi vediamo rispecchiato negli altri: il modo in cui gli altri ci vedono e percepiscono, fonda il concetto della nostra stessa persona.
Ma già James, in riferimento al Me sociale, aveva sottolineato l’importanza nella costruzione del sé dell’ “Opinione del Club”, ovvero dell’opinione circa noi stessi di altri significativi ( altri che possono comunque avere valenza positiva o negativa ).
Nessuno però come Mead, psicologo comportamentista, sottolinea la valenza sociale del Sé.
Egli ci dice che perché in un individuo possa formarsi un Sé, è necessario che  abbia la capacità di PRODURRE E RISPONDERE AI SIMBOLI  e la  capacità DI ASSUMERE GLI ATTEGGIAMENTI  degli altri.
In relazione alla produzione dei simboli, Mead sottolinea il ruolo specifico del linguaggio: cosa è esso se non un’attribuzione di un simbolo ( parola ) ad un oggetto del mondo esterno? E fra questi oggetti del mondo esterno vi è anche il proprio Sé, denominato come Io, Me, Il mio.
Tuttavia questa capacità linguistica è acquisita solo in seguito alla cosiddetta “ COMUNICAZIONE DEI GESTI “ che fa riferimento all’impossibilità del soggetto inizialmente di comunicare tramite linguaggio: egli inizia a percepire, in relazione alle risposte dell’altro ( madre ), i propri gesti significativi e li interiorizza come espressioni di significato.
In seguito a questa comunicazione di gesti, inizia a utilizzare il linguaggio vero e proprio.
Il soggetto cioè, acquisisce consapevolezza del significato del gesto, e delle conseguenze che il gesto, in quanto significato ha nel mondo reale.
Acquisire i significati significa acquisire una mente, il Sé. 
La natura sociale del Sé in Mead emerge soprattutto nel modo in cui il bambino osserva il comportamento degli altri nei propri confronti e ne INFERISCE CHE TIPO DI OGGETTO  egli è.
Il sé si costituisce nella capacità del bambino di divenire oggetto a Sè STESSO  e ciò si realizza nell’assunzione dei ruoli altrui che avviene in due stadi: Gioco semplice ( PLAY ): il bambino assume uno dopo l’altro il ruolo degli altri significativi, e vede se stesso ( oggetto a se stesso ) assumersi vari ruoli ( la mamma , il postino ) ma il sé in questa fase è organizzato in sé parziali non in tutt’uno organico.
Nella fase successiva ( GAME ) ovvero gioco organizzato, il bambino assume su di sé i ruoli ma CONTEMPORANEAMENTE,  in tal modo, il bambino deve avere tutti gli atteggiamenti interiorizzati generali del gruppo, ovvero si costituisce ciò che Mead definisce l’ALTRO INTERIORIZZATO.
Con questo termine l’autore indica il gruppo sociale organizzato, che in quanto percepiti dal soggetto, gli permettono di  costruire l’unità del proprio Sé; la caratteristica fondamentale dell’A.I. è la sua intrinseca oggettività: il soggetto comprende che gli altri percepiscono allo stesso modo il mondo sociale: egli comprende che la sua esperienza è condivisa da altri.
La trasposizione degli atteggiamenti degli altri nel Sé, costituiscono il ME , la parte del Sé che riflette la natura sociale.
L’Io è la parte creativa, attraverso la quale l’individuo può intervenire nell’ambiente modificandolo, benché si tratti di cambiamenti limitati, solo le personalità geniali e i leader possono compiere cambiamenti più forti.
Il Sé nasce dall’interazione fra Io e Me: mentre il Me riflette la società e le sue aspettative, l’Io costituisce la parte creativa del Sé, attraverso cui l’individuo può agire sulla struttura sociale.
La manifestazione del Sé quindi, implica sempre la presenza di un “altro”,  non potrebbe esistere un’esperienza di sé , semplicemente fornita da sé stesso.

La Prospettiva Gestalistica.

L’esistenza psicologica, sotto questa prospettiva, è esistenza sotto forma di Io: è come individualità distinta che noi siamo di fronte ai nostri simili.
L’Io secondo Asch, è un sistema unitario, caratterizzato dall’organismo e dalla mente, e dalla reazione dell’organismo alle proprie azioni.
Il Sè, invece , è la rappresentazione fenomenica dell’Io ( Io FENOMENICO ) ovvero gli aspetti fisici e psicologici dell’Io che il soggetto ha in coscienza ad un momento dato : un complesso strutturato di vissuti che una persona ritiene pertinente a se stessa e che individua nel campo percettivo globale.
L’Io fenomenico ( Sé ) deve essere distinto dall’Io REALE ( TRANSFENOMENICO ) : il sé non comprende tutto quanto è proprio dell’Io, e l’Io reale è l’Io nella sua completezza oggettiva, che precede il Sé ed è più ampio di esso.
Ci possono essere differenze rilevanti tra come una persona è descritta dalle scienze fisiche, e come percepisce sé stessa: Fra Io e Sé vi è relazione come quella fra l’oggetto fisico e la mia rappresentazione di esso.
Il sé può essere oggetto e soggetto dell’esperienza, in quanto tale è UNICO: l’Io può rivolgersi a se stesso come ad un tu, in modo amichevole ma anche critico : Ecco allora come l’individuo elabora un Sé Ideale: come vorrebbe essere ai propri occhi e al mondo.
Il divenire persona, in questa prospettiva, è possibile solo in relazione al rapporto con gli altri.
Non si fa riferimento a MEAD, ma l’autore afferma che il rapporto con gli altri, precede il Sé e fornisce materiale per esso.
A seconda delle risposte che il bambino riceve alle sue azioni, egli attribuisce significati alle stesse, i suoi interlocutori si rivolgono a lui come ad un essere pensante e oggettivo: il bambino se ne rende conto e percepisce di avere un’esistenza anche per gli altri; divenendo oggettivo per gli altri, diviene oggettivo anche per sé stesso.
Ma è anche il ruolo attivo dell’individuo che determina e favorisce la costruzione del Sé: l’individuo agisce sugli altri come gli altri agiscono su di lui.
Tuttavia i contributi di Mead e quello di Asch non sono sovrapponibili soprattutto nel modo in cui sono percepiti i rapporti tra Io e Sé.
Il “SISTEMA PERMANENTE DELL’Io” della teoria Gestalistica, fa riferimento  a una connotazione “Lewiniana” ( = >> C = f(P x A) )  del concetto di Io: esso è concepito come un sottosistema autonomo presente nell’ambiente.
In quanto sottosistema, non significa che ne è avulso e non  condizionato dagli avvenimenti e trasformazioni sociali che in esso accadono : tuttavia non cambia in profondità, nella sua radicalità, ma mantiene un equilibrio quasi stazionario in rapporto al tipo di ambiente in cui è inserito, e alle caratteristiche che gli sono proprie.
Il concetto che Lewin aveva dell’Io era quello di una entità complessa caratterizzata da un insieme di parti autonome e interdipendenti fra di esse costruite nel corso dello sviluppo.
Quando l’individuo è motivato a raggiungere uno scopo, prova uno stato di tensione che si risolve soltanto quando l’obiettivo è raggiunto: a questo possono affiancarsi altri stati di tensione attivati da altre motivazioni.
Tuttavia, lo stato di tensione, secondo Lewin, non riguarda l’Io nella sua totalità: in quanto costituito da parti autonome ed interdipendenti , lo stato di tensione riguarda solo una parte di esse. Il confine e l’indipendenza tra le parti è garantita da confini più o meno fluidi.
In linea di massima uno stato di tensione riguarda uno dei sottosistemi, ma può riguardare anche più sottosistemi: quando si raggiunge un obiettivo parziale, può avvenire la liberazione della tensione per uno soltanto di questi sottosistemi.
La prova sperimentale di questa impostazione teorica è data dall’EFFETTO ZEIGARNICK ( 1928 ), in cui l’individuo è sottoposto ad un insieme di compiti manuali e di problem solving.
In alcuni compiti l’individuo viene interrotto, in altri no.
Questo fa in modo che il soggetto ricordi meglio i lavori in cui è stato interrotto piuttosto che quelli che ha completato: la spiegazione risiede nel fatto che lo stato di tensione relativo ai compiti non portati a termine non è stato soddisfatto e ciò permette un maggior ricordo rispetto agli altri compiti completati.

 

 

L’Io è il centro del mondo ?.-

La centralità dell’Io, riferibile al fatto che tutte le esperienze, tutte le cose, le azioni sono riferibili all’organismo individuale, non è stato argomento trattato dagli autori pragmatisti come James e Mead.
La Gestalt invece nella figura di Asch, risponde a questa argomento, in riferimento all’opposizione maturata contro una tesi comportamentista in base alla quale i BISOGNI cui un organismo tenta di rispondere sono TUTTI bisogni riferibili ALL’ORGANISMO STESSO.
In base a ciò, tutte le cose, poste nell’ambiente , sarebbero riconducibili ad una massa di materiali volte allo soddisfazione di questi bisogni.
Lo statuto dell’esistenza delle cose allora, sarebbe riferibile alla loro unica funzione di soddisfare tali bisogni, e le nostre azioni sarebbero totalmente volte a questo.
Tuttavia, nonostante la centralità del nostro apparato neurospsicologico, nel senso che tutto ciò che facciamo e sentiamo è merito di questa struttura,  la quale ci permette di avere un CAMPO PERCETTIVO,  le cose esistono indipendentemente dal nostro Io e dalla nostra esistenza, hanno cioè una configurazione autonoma.
Il libro posto alla mia destra, è  a portata di mano, pronto per essere afferrato secondo i mie bisogni.
Tuttavia, quando considero che il libro sta sotto una scrivania, la quale è necessariamente più grande  del libro stesso, non faccio altro che riconoscere al libro un’esistenza , un fatto, un rapporto che sta necessariamente al di fuori di me e che  NON si riferisce a me.
Ora, questo esempio di indipendenza e autonomia, è relativo alla percezione delle cose.  C’è da chiedersi se anche a livello sociopsicologico esista questa indipendenza.
Se i bisogni sono tutti riferibili all’organismo stesso, e l’organismo tenta di soddisfare solo questi bisogni, che riferimento a me stesso può avere l’aiutare una che cerca lavoro?
Di fatto l’organismo non sembra sempre alla ricerca di premi e all’evitamento di punizioni (ovvero guidato dal principio del piacere ), non sembra cioè essere il punto di riferimento centrale ( in termini di bisogni ) di ogni esperienza umana.

Forme molteplici di conoscenza del Sé.-

Lo studio sulle forme molteplici di conoscenze del Sé sono state rilanciate, dopo un periodo di predominio comportamentista, da alcuni psicologi sociali cognitivisti fra cui emerge la figura di Ulric Neisser.
L’autore  inizialmente delinea il contenuto di quello che viene definito Sé ECOLOGICO.
Esso fa riferimento a quanto percepiamo (più che altro vediamo )  del nostro organismo posto fra gli oggetti dello spazio percettivo.
E’ il Sé percepito in rapporto con l’ambiente: Io sono la persona che in questo momento scrive, seduto su una scrivania.
Questo senso di sé, si sviluppa fin dai tre mesi e diviene sempre più completa con la crescita.
Sebbene la percezione del Sé ecologico sia in genere cosciente ( percepirsi scrivente e seduto su una sedia fa riferimento ad uno stato di coscienza )  ciò non significa che essa di origine necessariamente ad una pensiero consapevole circa il Sé: il Sé ecologico non è necessariamente oggetto di pensiero consapevole.
I bambini piccoli per esempio, non hanno una rappresentazione di loro in azione nell’ambiente su cui riflettere : il sé ecologico cioè, è principalmente ESPERITO, percepito, ma non per forza deve essere oggetto di consapevolezza.
Alla formazione del Sé ecologico, sono molto importanti le informazioni provenienti dalla vista, come si evince dal fatto che i bambini ciechi, sviluppano un senso del sé molto più tardi degli altri bambini ( l’Io, il Tu ).
Tuttavia, importante è anche l’esperienza del SENTIRSI AGIRE, ovvero del percepirsi  iniziatore e spettatore delle azioni, cosa che ai bambini per esempio, provoca piacere. ( guardare il muoversi delle proprie mani in un visore ), ma anche quella tattili ecc…
E’ da notare infine che il sé ecologico, non coincide necessariamente con il corpo, ma anche a tutto quanto si muove con il corpo ( quando qualcuno “ci viene” addosso con la macchina per esempio, diciamo “Mi è venuto contro” come se la macchina facesse parte della propria persona ).

Il sé interpersonale.-

E ‘ il sé che si esperisce coinvolto in una relazione immediata con un’altra persona.
Se la qualità della nostra azione ( intensità, direzione, ritmo )  incontrano quelle degli altri, avviene quelle che viene chiamata INTERSOGGETTIVITà, caratterizzata da uno scambio interattivo di cui si avverte ( anche da  un osservatore esterno)  reciprocità, e questa percezione della risposta come INTERATTIVA fonda l’intersoggettività, in quanto noi esseri umani siamo attrezzati per raccogliere nelle espressioni e nei gesti il realizzarsi di questa.
Compare già nei primi 2-3 mesi: madre e figlio interagiscono sia nelle azioni, sia nei sentimenti, in modo immediato e coerente: il risultato è una struttura condivisa ( partecipata ) che i due non avrebbe potuto produrre da soli.
Gli aspetti del Sé ecologico e del Sé interpersonale sono difficilmente esperiti separatamente: “ Io ( osservatore ) posso vedere che la persona a cui tu ti rivolgi ( Sé interpersonale ) è situata qui ( Sé ecologico ) in questo ambiente.”
Per cogliere solo l’informazione ecologica, si dovrebbe trattare l’individuo non come un essere umano, con le sue comunicazioni ed interazioni, condizione  possibile solo in circostanze estreme, anche se può accadere forse più spesso che due innamorati, trasportati dall’effusione,  pongano attenzione esclusivamente all’esperienza percettiva piuttosto che a quella ecologica, tuttavia i momenti in cui questi aspetti del Sé sono colti distintamente sono molto rari.
Nell’evoluzione del bambino, la percezione interpersonale è poi accompagnata da altre forme di conoscenza circa il fatto che il bambino impara che gli altri non partecipano soltanto alle interazioni, ma hanno credenze, sentimenti propri: tra i 2 e 4 anni acquisiscono cioè una TEORIA DELLA MENTE.

Il esteso, è il sé come era nel passato e come si aspetta sia nel futuro, si fonda quindi su             quanto ricordiamo e quanto anticipiamo: Io sono la persona che ha avuto certe esperienze. Ma il sé esteso però non fa riferimento a TUTTI I RICORDI  di una persona: è noto per esempio che la memoria PROCEDURALE,  è indipendente dalla memoria delle ESPERIENZE PERSONALI, queste si che si riferiscono al Sé del passato, così come viene rievocato.
L’amnesia di fatto è una patologia del Sé esteso; Quando ci si ricorda di aver fatto qualcosa in un preciso momento e luogo, e si riconosce che quanto si è fatto implica Sé stessi, si fa riferimento al Sé esteso: il sé esteso è un insieme di tali ricordi.
Il ricordo di certe routine che lo riguardano ( alzarsi, far colazione  ecc.. )  ci fa  concludere che anche il bambino di tre anni può far riferimento al Sé esteso.
Il Sé esteso è  importante anche nella vita adulta, la definizione di sé stessi non prescinde da una serie di esperienze significative ricordate: meno studiate sono le modalità in cui i giovani definiscono sé stessi in base a quello che vorrebbero essere in futuro.
Come abbiamo visto il Sé esteso è importante per la definizione di sé stessi: tuttavia il recupero delle informazioni circa sé stessi è problematico perché è ricostruttivo: il sé esteso dipende anche dal sé concettuale ( ovvero il concetto che abbiamo di noi stessi ) in quanto guida non solo ciò che “dobbiamo” ricordare ma anche il modo e la qualità.
Allora possiamo dire che Il sé esteso, contribuisce alla formazione del sé concettuale, ma anche che allo stesso tempo il sé concettuale influisce sul sé esteso sulla selezione dei ricordi in termini quantitativi e qualitativi.

Il privato,  nasce nel bambino quando egli si accorge per la prima volta che alcune esperienze sono sue ed esclusivamente sue: fa riferimento a particolari esperienze che riguardano l’intimità della propria persona: Io sono colui che sente questa particolare gioia, un dolore.
Sembrerebbe che questa esperienza il bambino l’abbia iniziando  a partire dai 4 anni.
Le esperienze private sono anche oggetto di ricordo: i sogni avuti stanotte, i pensieri avuti ieri, ecc… sono quindi tutti elementi che vanno poi a ricomporsi nel sé esteso.
È possibile che queste manifestazioni del sé privato possano procedere indipendentemente dal sé ecologico ed interpersonale: posso parlare con tizio, ma pensare a Caio non presente.
L’”essere nel mondo” è una particolare esperienza ( il percepire, il fare ) che rimanda al sé privato oggetto di studio di filosofia esistenzialista.

Il sé concettuale.-

Il concetto di Sé e definito in rapporto ad una rete di altri concetti, ovvero ad una teoria: questa si basa prima di tutto su quanto è stato detto di me , anche in forma di comunicazioni rivolte a me in particolare.
Sebbene sia considerato in genere in modo unitario, esso comprende diverse subteorie più o meno distinte:
quelle sul RUOLO esprimono il nostro modo di considerare come ci adattiamo alla società , quello che dobbiamo fare e come dobbiamo essere trattati ( ad esempio l’essere padre ); quelle sui MODELLI INTERNI  concernono il nostro corpo e la nostra mente: le teorie sul corpo sono di tipo BIOLOGICO, quelle sulla nostra mente rimandano alla psicologia e filosofia.
Altre teorie sul sé riguardano la convinzione circa tratti individuali: possiamo credere di essere intelligenti o stupidi.
Ogni concetto di sé si forma nella vita sociale: in ogni società e cultura vi sono concetti di sé diversi.
Ma anche all’interno di ogni cultura sono possibili concetti di sé differenti: tuttavia ciò che cambia fa riferimento ad un numero determinato di elementi non così rilevanti.
Alcuni studi hanno messo in evidenza l’importanza del concetto di sé soprattutto durante la fase di apprendimento scolastico: considerarsi stupido, in poche parole, influisce gravemente sulla propria resa effettiva.
Il sé concettuale, come è stato detto, si distingue dagli altri perché si costruisce tramite idee elaborate nel sociale e comunicate verbalmente: per la formazione di esso prendiamo in considerazione le esperienze relative a tutti gli altri sé di cui abbiamo parlato: crea cioè  unicità e coerenza perché tende a mantenere uniti  e coesi gli altri tipi di sé, formando un’immagine coerente di noi come persone in rapporto agli altri; un’immagine simile per struttura ma che può essere diversa nei dettagli da quella che gli altri ci forniscono.
Il riscontro sociale del proprio sé, il fatto quindi di essere considerati uno e non + di uno dagli altri,  fonda il nostro SENTIMENTO DI IDENTITà.
Neisser afferma che è nell’interazione dell’individuo con l’ambiente che si formano i vari tipi di sé, e ci sono prove empiriche che l’origine di vari sé è precoce in ogni individuo anche se si realizza individualmente in momenti diversi.
In relazione a quanto abbiamo detto circa l’importanza dei vari aspetti dell’esperienza del sé sull’individuo, possiamo affermare che il Sé rappresenta l’ oggetto privilegiato dell’esperienza quotidiana di ognuno: il punto di riferimento a cui ogni esperienza e ricondotta: il che non significa sia “naturale” ogni atteggiamento egocentrico.

La prospettiva della social cognition.-

Secondo questa prospettiva elaborata alla fine degli anni ’60, il Sé viene visto come una struttura cognitiva che organizza in memoria tutte le informazioni che compongono la rappresentazione mentale che una persona ha dei propri attributi, ruoli, esperienze passate e prospettive future.
Questa prospettiva, come quella precedente di cui abbiamo parlato, riconosce molteplici componenti del concetto di sé.
Come Cantor afferma, nella rappresentazione del sé generale vi sono molteplici concezioni parziali che si attivano differentemente in relazione ai diversi contesti in cui l’attore sociale è inserito, organizzate in maniera gerarchica: una persona può avere nell’ambito lavorativo un’immagine diversa di sé rispetto ad un ambiente sportivo.
Quindi sono un insieme di conoscenze interconnesse che vengono attivate in maniera differenziata in base al contesto: l’aspetto del  sé attivato nel contesto in questione viene definito CONCETTO DI Sé OPERATIVO.
Markus affermava che il concetto di sé è costruito su un insieme di schemi corrispondenti ALLE DIMENSIONI SUI CUI UN SOGGETTO SI DESCRIVE.
Se un individuo utilizza e scegli una dimensione specifica per descrivere se stesso, e la considera particolarmente rilevante per sé in quel contesto, costruisce uno SCHEMA DI Sé.
Sono strutture affettivo-cognitive che rappresentano l’esperienza in un determinato ambito e organizzano l’elaborazione delle informazioni rilevanti per il sé.
Come ogni altra struttura cognitiva sono caratterizzati dalla DISPONIBILITà, ovvero presenza o meno dello schema in memoria e ACCESSIBILITà, la rapidità di recupero dello schema adeguato ad una situazione data.
Ogni schema, abbiamo visto , fa riferimento ad una dimensione che la persona reputa rilevante: queste dimensioni, è ovvio, cambiano da persona a persona: Claudio si definisce una persona ordinata; sulla dimensione dell’ordine egli ha creato allora questo schema di sé.
Ermindo invece considera questa dimensione irrilevante per la rappresentazione che ha di sé stesso.
Non tutti gli schemi sono positivi: ciascuno ha anche schemi su propri attributi negativi: in questo caso ( concezioni negative ) i soggetti individuano immediatamente i tratti che non li caratterizzano e fanno fatica a riconoscere quelli che possiedono ( l’essere sonnolente nello schema pigro per esempio ) .
Oltretutto gli schemi non sono facilmente modificabili, ovvero sono caratterizzati da STABILITà: se bastasse una sola volta che salgo in tram senza biglietto a distruggere lo schema di me come persona onesta, giungerei rapidamente a non sapere subito più chi sono.

Come caratteristiche degli schemi in relazione a quelli che possediamo sulle altre persone possiamo dire:

  • Gli schemi di sé sono + immediatamente accessibili in memoria rispetto agli schemi degli altri perché sono ( a ragione ) più utilizzati;  un po’ meno per le persone familiari
  • Gli schemi di sé sono memorizzati verbalmente, quelli degli altri visivamente, dato che l’esperienza che abbiamo degli altri è in primo luogo visiva, a differenza della nostra maggiormente basata su stati interni
  • L’aspetto emotivo degli schemi di sé è + intenso rispetto a quello degli schemi che abbiamo sugli altri ( anche qui meno per quelli sui familiari )
  • Gli schemi di sé fungono da quadri interpretativi per organizzare le informazioni sugli altri: coloro che possiedono schemi di sé su certe dimensioni danno descrizioni delle altre persone sulle stesse dimensioni.

 

Il sé operativo.-
Il soggetto “calibra” il modo in cui rappresenta il proprio sé in rapporto alle pressioni  provenienti dal mondo sociale.
Alcuni  soggetti sperimentali ( Markus; Kunda 1986 ) vengono etichettati alcuni come “unici” altri come “simili”: in seguito a questo etichettamento viene chiesto loro di autodescriversi: nonostante la non rilevanza delle descrizioni, i soggetti simili tendevano a ricalibrare il concetto di sé come “unici”; i soggetti “unici” invece come simili; una influenza ambientale sul concetto di sé è quindi indubitabile.
Il sé ha quindi funzioni regolatrici:  ha dimensioni salienti che intervengono differentemente e indipendentemente in base a  fattori situazionali:ovvero a secondo del contesto, si attivano particolari schemi.
Il Sé OPERATIVO  è quella parte del concetto di sé che è attivata in una situazione precisa ( come esempio sopra dell’individuo nell’ambiente lavorativo e sportivo ), corrisponde cioè a quello, fra gli schemi mentali del sé, che viene reso accessibile in riferimento a segnali contestuali su cui egli pone la sua attenzione.

Altri elementi della funzione regolatrice del sé.-
Vi sono altre componenti del sé che assumono un funzione regolatrice: una di queste funzioni è il SENTIMENTO DI EFFICACIA DEL Sé, ovvero la convinzione dell’individuo di eseguire un certo compito con  successo aumenta l’impegno effettivo e la probabilità di riuscita.
E’ quindi intimamente connesso al concetto di sé, è la condizione necessaria per promuovere, di fronte ad un compito rilevante per il soggetto, un comportamento finalizzato al suo superamento.
Il modo in cui le componenti del Sé influenzano l’elaborazione delle informazioni è in gran parte preconscio e non implica generalmente un intervento conscio da parte del Sé.
I COMPITI VITALI sono definiti come i problemi sulla quale una persona si impegna in una determinata situazione della vita ritenendoli come cruciali per la propria esistenza. Identificando qual è il compito vitale che una data persona sta affrontando in un momento preciso, è possibile interpretare molte delle azioni in cui si impegna.
Un altro dei processi fondamentali di regolazione del sé è costituito dalla PRESENTAZIONE DEL Sé e dalla gestione delle impressioni che si fanno sugli altri: per dare un’impressione di sé favorevole, un modo è quello di assumere un comportamento appropriato nella situazione interattiva specifica, e di conformarsi alle norme situazionali implicite ( una risata fragorosa non è opportuna in un funerale ).
Tuttavia per evitare di fare una cattiva impressione sugli altri circa il modo in cui si è si può giungere a crearsi dei veri e propri handicap: la tattica difensiva del SELF-HANDICAPPING   è volta quindi a celare la propria percezione circa l’incapacità in date situazioni. Ciò serve a mantenere integro il concetto e la propria stima di sé; in contesti estremi, l’uso di droga servirebbe a volte  proprio a coprire il proprio fallimento che distruggerebbe il sé,  creandosi dei veri e propri handicap: meglio drogato che fallito.

 

 

Sé  possibili e discrepanze del Sé.-

Non solo gli schemi di sé sono frutto dell’esperienza passata e presente, ma sono anche presenti schemi di sé che fanno riferimento a concezioni ipotetiche del sé ( sé POSSIBILI ) cui il soggetto aspira ed auspica realizzabili nel futuro. ( il sé possibile del laureato, nella giovane matricola ad esempio. )
Ma fanno riferimento anche a delle possibilità che il soggetto vorrebbe evitare ( l’essere disoccupato ) ; altrove possono essere costruiti dalle aspirazioni della famiglia su un soggetto e ai piani relativi, che possono coincidere o meno con quelli effettivi dell’individuo in questione.
Secondo Markus e Nurius, essi rappresentano le idee dei soggetti circa quello che possono diventare, che vorrebbero diventare, che temono di diventare.
Effettuando un rapporto tra il presente del Sé reale ed il futuro da perseguire o da evitare, costituiscono una connessione tra cognizioni e motivazioni: sono le componenti cognitive delle speranze, scopi, paure.
Funzionano sia come incentivi per il comportamento rivolto al futuro , ma rappresentano anche un quadro di riferimento valutativo interpretativo con cui dare un giudizio immediato sul proprio Sé.
Parlando dell’OTTIMISMO IRREALISTICO, le due stesse autrici indicano una sorta di pregiudizio positivo circa il proprio sé futuro riscontrato negli studenti di un college.
La maggioranza di loro pensava infatti sul proprio futuro come caratterizzato da un lavoro soddisfacente e da un matrimonio felice; al contrario le stime statistiche affermavano che negli USA la metà dei matrimoni si concludeva con il divorzio e le persone conducevano un lavoro ripetitivo e non creativo.
Questa distorsione, relativa cioè a sottovalutare la possibilità che eventi negativi possano accadere proprio alla persona in questione, è stata interpretata in due modi: motivazionalmente e cognitivamente.
La prima spiegazione fa riferimento al bisogno di ridurre l’ansia, il rischio e a mantenere un buon livello di autostima grazie alla possibilità di poter controllare gli eventi; la seconda fa riferimento alla euristica della disponibilità: quando la persona deve formulare la stima di probabilità che accada un certo tipo di evento nel futuro , lo fa a partire dal numero di esempi di eventi dello stesso tipo già occorsi in passato.
Se deve pensare a se stessa finisce quindi a sottostimare tale possibilità rispetto a quando pensa ad una categoria di persone.
Aver avuto esperienze negative infatti, aumenta la possibilità di avere esempi su di sé e diminuisce di conseguenza l’ottimismo irrealistico.
Questo da una parte è funzionale all’individuo, perché lo distoglie dall’immobilismo timoroso, ma può portare a conseguenze negative perché non permette una valutazione obiettiva dei rischi.
Higgins ci parla invece di DISCREPANZE DEL Sé.
In relazione a ciò l’individuo ha una rappresentazione di come egli è ( Sé REALE ) di come vorrebbe essere ( Sé IDEALE )  e di come dovrebbe essere ( Sé NORMATIVO ).
Le discrepanze tra questi livelli di sé porta un coinvolgimento emotivo  più o meno rilevante per il soggetto: se la discrepanza tra Sé reale e Sé ideale non è risolta, l’individuo proverà tristezza, scoraggiamento, delusione; se non è risolta quella tra Sé reale e Sé normativo, proverà agitazione, ansia , senso di incompetenza.
Il soggetto poi giudica  queste discrepanze come risolvibili in futuro?
Alcuni pensano di poterle superare in futuro , ma in realtà non le superano: questi soggetti sperimentano un’esperienza emotiva di tipo depressiva ; altri pensano di non poterle mai superare: questi sperimentano  un elevato senso di incapacità.

Il sé nelle culture.-

Lo sviluppo del sé è un processo non solo interpersonale, ma anche strettamente connesso alle idee condivise nei gruppi  e nelle culture circa cosa significhi essere una persona come si deve, appropriata e morale.
La rassegna su come cambiano i concetti di sé a seconda delle culture è stata fatta da Oyserman e Markus, che sottolineano come a diversità di cultura corrisponde diversità di rappresentazioni sociali del sé differenziate.
Queste rappresentazioni sociali forniscono una struttura primaria per il sé di coloro che vivono in un determinato contesto.
Si considerano due tipi di culture: una occidentale e l’altra orientale: la prima è di chiaro stampo INDIVIDUALISTA, la seconda COLLETTIVISTA.
Nella cultura occidentale-individualista, la società è vista come un’insieme di individui autonomi ed indipendenti: lo scopo di ciascuno è la realizzazione ed il successo personale; in quest’ottica l’identità si forma intorno all’elaborazione della propria differenza ed unicità: le cause degli eventi sono riposte nell’attore ( locus of control interno ).
Si tendono a valorizzare i processi mentali come l’astrazione e l’ideazione, l’intelligenza e la competenza, l’essere brillanti.
Nella società collettivista,  il gruppo è l’unità di base: la società è un insieme di gruppi sociali.
L’armonia e completezza delle relazioni con il gruppo di appartenenza è lo scopo di appartenenza, il rispetto delle norme e dei valori è fondamentale per il successo collettivo.
In questo contesto, l’identità è focalizzata attorno al senso di affiliazione e le differenze personali sono concepite come specifiche nella situazione : in questo senso le cause degli eventi sono più spesso individuate nelle circostanze entro cui si verificano ( Locus of control esterno), ovvero le persone sono più fataliste.
Oltretutto si valorizzano  maggiormente la costanza, la persistenza nel compito, lo sforzo.
A seconda delle due diverse culture allora, i giudizi su di sé sono contraddistinti da diversi standard: il   successo personale per la prima, l’appartenenza a determinati gruppi per la seconda ( famiglia,  organizzazione ).
Le due dimensioni culturali hanno anche a che vedere con il modo in cui applicano sistemi di categorie rilevanti per rappresentare la realtà sociale:  nelle società individualiste la distinzione + saliente è fra Sé e non Sé: in seconda istanza gli altri sono categorizzati come appartenenti all’ingroup e all’outgroup.
Nelle seconde invece, la distinzione + saliente è invece tra ingroup e outgroup, e ciò si accompagna ad un maggior sospetto nei confronti dei secondi.
Nella cultura individualista avremo una struttura cognitiva che organizza la conoscenza ( concetto )  di sé  per lo più incentrata sull’autonomia e indipendenza: in base a queste dimensioni in alcuni esperimenti i soggetti occidentali hanno descritto sé stessi.
L’altra cultura, nelle rappresentazioni di sé, utilizza maggiormente la dimensione dell’interdipendenza e il proprio sé è costruito in rapporto agli altri.
Sul piano motivazionale, i primi sono motivati a compiere quelle azioni che esprimono al meglio gli attributi interni ( sono creativa e dipingo anche se faccio parte di una famiglia di avvocati ), i secondi sono motivati alle azioni che fortificano i legami sociali ( sposare qualcuno che rinsaldi i rapporti famigliari ecc… )
Sul piano emotivo, le emozioni vissute positivamente sono quelle che fanno riferimento agli attributi dell’individuo ( affermazione di sé in pubblico , conferma nel privato );  nei secondi  le emozioni che hanno l’altro come referente, come l’empatia.
A causa di queste differenze interculturali, il passaggio dell’individuo da una cultura all’altra, comporta per lui una ristrutturazione non indifferente delle proprie coordinate valoriali e normative, le quali potrebbe pregiudicare l’adattamento se non modificate a dovere.
Ciò avviene nel caso di molti immigrati per esempio, che decidono di mantenere un quadro di riferimento dominante che rimane quello di provenienza.

Identità come qualità relazionale e temporale del sé.-

Erikson  elabora una nozione di IDENTITà DELL’Io, intesa come consapevolezza che c’è coerenza e continuità del proprio significato per sé e  per gli altri, grazie alla funzione sintetizzante  dell’Io.
Per l’autore, l’acquisizione dell’identità  è il risultato di uno dei CONFLITTI VITALI che ritmano il ciclo di vita dalla nascita alla vecchiaia.
La DIFFUSIONE DEL Sé, ovvero l’incapacità dell’individuo di impegnarsi in un ruolo preciso, rappresenta la soluzione negativa dello stesso conflitto.
J.E. Marcia ha approfondito questa tesi in rapporto alla acquisizione o meno dell’identità.
Ogni stato di identità elaborato nella realtà in cui il soggetto è inserito ( in riferimento all’adolescenza ) è definito da due dimensioni:

  • ESPLORAZIONE di alternative possibili in aree diverse ( politico-religioso-sessuali )
  • IMPEGNO , ovvero il coinvolgimento verso l’alternativa prescelta.

Gli stati dell’identità sono tre:
ACQUISIZIONE DELL’IDENTITà:  l’individuo raggiunge questo stato dopo un processo di esplorazione ( una crisi ), regolato dalla capacità di sintesi dell’Io in cui le identificazioni infantili sono state elaborate in una rappresentazione di sé,   di varie alternative possibili cui segue l’impegno in rapporto a ruoli prescelti
BLOCCO DI IDENTITà: l’individuo si impegna in certi ruoli e valori ispirati alle figure di identificazione infantile in assenza di un fase di crisi di scelta precedente ( i figli dei professionisti che assumono i valori, le competenze e lo stile del lavoro del padre ).
MORATORIA: l’individuo non attua alcun impegno preciso ma procede nel  suo sforzo di esplorazione, ma mentre la diffusione corrisponde al vagare senza meta da una identificazione ad un'altra, qui  vi è lo sforzo di esplorazione guidato dalle capacità sintetiche dell’Io.
In relazione a quanto affermava Erikson circa il fatto che il processo di elaborazione e rielaborazione dell’identità possa svolgersi nei vari passaggi significativi dell’esistenza, si può affermare che esiste una stretta connessione ( e non sovrapposizione ) tra i CONCETTI DI Sé  e l’IDENTITà.
Il modello di CODOL invece esprime meglio l’interdipendenza tra i concetti di sé e l’identità.
L’attore sociale percepisce sé stesso nel mondo degli oggetti e nel mondo sociale così come percepisce gli oggetti e gli altri individui.
La percezione permette di rilevare le somiglianze e le differenze fra gli oggetti e gli individui; in questo senso, l’identificazione e il riconoscimento di un oggetto da parte di un individuo presuppongono: che l’individuo  determini le SOMIGLIANZE  e Le DIFFERENZE di un tale oggetto in rapporto con altri presenti nell’ambiente; che tale oggetto possieda delle caratteristiche invarianti, ovvero coerenza nel tempo.
Il processo di CATEGORIZZAZIONE  è il responsabile della semplificazione e della organizzazione della realtà percepita: è dimostrato che l’individuo registra ciò che per lui ha significato, ovvero ciò che lui è in grado di collegare a oggetti che conosce già e che hanno acquisito per lui una certa importanza.
La categorizzazione è possibile perché il soggetto vive in un ambiente fisico e sociale relativamente STABILE: egli può identificare gli oggetti perché gli stessi oggetti hanno caratteristiche che appaiono invariabili.
In base alla costanza dell’ambiente e alla coerenza psicologica che l’individuo può fare previsioni sugli oggetti, persone, avvenimenti.
In questa prospettiva “generale”, come avverrà allora il processo di percezione di Sé e di conoscenza su sé stessi?
Due punti fondamentali:

  • IL Sé COME OGGETTO UNICO, IL SENTIMENTO DELLA DIFFERENZA: non vi è rappresentazione di sé, se l’individuo non può identificare un certo oggetto come sé stesso; questa identificazione presuppone che l’individuo possa percepirsi come un oggetto particolare, diverso da ogni altro; il sentimento della differenza è essenziale alla presa di coscienza di sé: esso si forma tramite il confronto con gli altri che permette di affermare “Questo sono Io, questo non sono Io”
  • COERENZA E STABILITà DELL’IMMAGINE DI Sé: l’immagine del sé deve essere coerente è stabile, in quanto questo permette l’identità dell’individuo: ovvero che egli si senta lo stesso nel tempo e nello spazio. Ovvero: L’UNITà DEL Sé  e la sua PERMANENZA sono due componenti essenziali dell’identità, che fan si che l’individuo abbia un’immagine coerente del sé.

Ma questa concezione tra Sé ed identità non è concepita allo stesso modo da diversi autori.
Tajfel parla per esempio di identità come di un PARTE  del concetto di Sé.
Ma questo autore, non si pone il problema di chiarire il rapporto tra sé e l’identità, e si limita, per dar conto dei processi intergruppi che analizza, a impiegare la nozione di IDENTITà SOCIALE, come quella PARTE dell’immagine del sé di un ‘individuo che deriva dalla sua consapevolezza di appartenere ad un gruppo sociale, unita al valore e significato emotivo  attribuito a tale appartenenza.
Questa definizione viene utilizzata, secondo Turner, per spiegare che in certi momenti, le percezioni che abbiamo di noi stessi sono basate soltanto in base all’appartenenza ad un gruppo, fino ad affermare che si può definire IDENTITà PERSONALE la “classe” dei contenuti più “personali” del concetto di Sé.
Allora si può affermare che il concetto di sé è costituito dalla somma dell’Identità sociale più l’Identità personale, tesi evidentemente insostenibile.
Il contributo di Tajfel è tuttavia importante perché suggerisce un interpretazione più marcatamente sociale del contributo di Codol: il confronto con gli altri che dà luogo al fatto di sentirsi unici e diversi dagli altri, NON PRESCINDE DAL FATTO DI SENTIRSI RADICATI IN UN GRUPPO rispetto ad altri gruppi: questa integrazione da origine ad una approccio costruttivista  dell’identità che si  fonda sulle percezione di sé come oggetto unico e distinto  radicato in una collettività sociale , relativamente costante nel tempo.

Evidenziamo allora una CONTINUITà LOGICA tra il modello sociodinamico di Erikson elaborato da Marcia e il modello di Codol-Tajfel.
Diciamo allora che il SENTIMENTO DI IDENTITà CORRISPONDE AD UNA QUALITà RELAZIONALE E TEMPORALE DELLA RAPPRESENTAZIONE DI Sé: tale sentimento di identità, diventa saliente nell’esperienza del soggetto in momenti particolari:

  • Quando il soggetto sente che il proprio Sé, pur tanto diverso tra quello che era, o da quello che sarà, è ancora e rimarrà LO STESSO.
  • Quando il soggetto avverte che, pur presentando sé stesso in modi assai diversi nei molteplici rapporti che instaura nel quotidiano, l’esperienza fondamentale che vive di sé è sempre la stessa
  • Quando il soggetto vede e sente sé stesso impegnato nell’azione e produzione di opere umane: il soggetto si rende conto che, pur essendo inserito in un mondo sociale in cui molte forze lo condizionano, è comunque in grado di mettere in atto un’iniziativa intenzionale, in quanto essere inseriti nel mondo sociale ma sentirsi capaci di una iniziativa autonoma è una componente essenziale del senso di identità.

Sentimento di identità e identità tipizzate.-

La Jacobson ha criticato la teoria di Erikson sull’identità perché non era in grado di distinguere fra identità dell’individuo descritta OGGETTIVAMENTE e identità dell’individuo come esperienza soggettiva dell’identità: questo è quanto Codol chiamava SENTIMENTO DI IDENTITà.
Finora abbiamo discusso di sentimento di identità, ovvero l’esperienza che l’attore sociale vive circa la continuità nel tempo e nello spazio del proprio Sé, nonché la possibilità di intervenire sull’ambiente e sugli avvenimenti ad ogni momento dato.
La nozione che interessa a noi definire, equivale a quella che definisce con criteri oggettivi ( esterni ovvero alla sua esperienza ) la sua immagine pubblica, quella in base a cui occupa un posto preciso nella società: è quello che Berger e Luckmann chiamavano TIPI DI IDENTITà, prodotte da specifiche strutture sociali ( l’identità di un italiano, quella di un americano, quella di un dirigente, quella di un barbone  ecc.. ) .
Se si vuole questi delineano degli stereotipi che semplificano e facilitano ad un tempo la conoscenza e certi tipi di spiegazioni ingenue degli eventi sociali.
Vi è tuttavia forte interdipendenza tra il sentimento di identità e la nozione di tipi di identità dal momento che l’attore conosce quasi sempre come è da come è definito socialmente e utilizza tale informazione come uno dei componenti del suo sentimento di identità.
Il rapporto invece tra IDENTITà PERSONALE e IDENTITà SOCIALE,  è da immaginare come due punti estremi di un unico continuum lungo il quale l’individuo “sente” la sua identità.
Ad un estremo sociale, l’individuo si sente interdipendente con il gruppo di appartenenza, e la sua azione sarà in rapporto a tale sentimento , il che influenza gli obiettivi che si pone, le strategie che sceglie , i simboli che utilizza la lotta che sostiene in quanto “identificato” con il gruppo.
All’altro estremo, personale, l’individuo si impegnerà in azioni che rifletteranno il suo bisogno di autonomia e di indipendenza dal contesto, come se fosse “isolato”  per propria scelta dagli altri, e agisse in termini di persona unica e irripetibile e non come appartenente ad un particolare gruppo.

 

 

IL giudizio sociale.-

Gli atteggiamenti.-
Le rappresentazioni che ci facciamo del mondo sociale non sono semplicemente descrizioni di cose, persone ed eventi: il modo in cui cogliamo le cose, le persone, gli eventi è in primo luogo di tipo valutativo.
Il costrutto di atteggiamento è quello che gli psicologi sociali hanno principalmente utilizzato per studiare questo sguardo valutativo sul mondo da parte dell’attore sociale.  E’ stato utilizzato per la prima volta da due sociologi,
Thomas e Znaniecky (1918), in base ai quali dal rapporto tra individuo e cultura emergono gli atteggiamenti , definiti come processi di coscienza sociale che determinano l’azione (es. la fame porta alla ricerca di cibo) e i
valori sociali ovvero ogni oggetto che ha significato in connessione con determinate azioni dell’individuo (es. una moneta,  uno strumento di lavoro).
Tra gli a
spetti positivi di questa definizione troviamo il fatto che sicuramente si tratta di una definizione innovativa per l’epoca: gli autori fanno riferimento ad uno stato motivazionale che causa il comportamento. Tuttavia è una definizione
aspecifica: non ci dice molto infatti sapere che gli atteggiamenti sono processi di coscienza individuale.
Record e Backman, nel loro manuale di psicologia sociale definiscono il rapporto tra atteggiamenti e valori sociali in termini di inclusione dei primi nei secondi: Gli atteggiamenti vengono concepiti come relativi ad un singolo oggetto, anche se astratto, i sistemi di valore, invece, sono degli orientamenti verso intere classi di oggetti: gli atteggiamenti individuali sono spesso organizzati entro una classe di valori. Tuttavia sono ancora considerati come processi individuali e non sociali.
Verso gli anni ‘20-’30 si ipotizza una relazione causale tra atteggiamenti e comportamenti: gli atteggiamenti sono intesi come antecedenti ai comportamenti, e quindi sarebbe possibile spiegare il comportamento umano in termini scientifici , ovvero individuandone cause confrontabili tra loro che consentano la formulazione di previsioni. Sembrava quindi possibile che l’orientamento valutativo individuale nei confronti degli oggetti fisici e sociali si prestasse ad una quantificazione che rendeva possibile il confronto tra grandezze diverse e quindi l’applicazione del metodo scientifico all’ambito psicologico. Si costruirono molte scale di misura degli atteggiamenti ( Thurstone ) . Purtroppo alla fine si arrivò

a definizioni di atteggiamenti spesso non concordanti: oltre 500 definizioni operative di “atteggiamento”.
Questo portò una sorta di scetticismo degli studiosi circa l’utilità di investire tanti sforzi intellettuali nello studio di un concetto che non garantiva di possedere un reale potenziale euristico e rallentò quindi anche la produzione di risultati empirici in quest’area, fino alla ripresa di interesse che si manifestò decenni dopo. Quando prevalse l’interesse di poter indurre dei cambiamenti in essi.
Secondo   Allport (1935) gli atteggiamenti sono riferibili ad uno  stato mentale neurologico di prontezza, organizzata attraverso l’esperienza, che esercita un’influenza direttiva o dinamica sulla risposta dell’individuo nei confronti di ogni oggetto o situazione con cui entra in contatto.
Gli a
spetti innovativi riguardano una concezione di atteggiamento come stato non direttamente osservabile, ma inferibile sulla base della risposta individuale che esso influenza: una variabile interveniente fra stimolo e risposta.

Tuttavia si tratta di una definizione piuttosto generica: questo può corrispondere a molteplici stati, e l’aspetto valutativo passa in secondo piano.
Rosemberg e Hovland (1960) propongono un  modello tripartito.
Gli atteggiamenti sono un costrutto psicologico costituito da 3 componenti:
Una componente cognitiva: informazioni e credenze verso un oggetto;
Componente affettiva: reazione emotiva verso l’oggetto in seguito ad una sua valutazione; e la Componente comportamentale: azioni di avvicinamento o allontanamento dall’oggetto.
Quindi la ricerca ha studiato soprattutto la componente valutativa e la risposta affettiva che ne deriva di persone spesso caratterizzate dall’appartenenza a differenti categorie sociali ( anziani, bambini, di sinistra, di destra ecc…)  nei confronti di determinati oggetti: così non è sempre chiaro il rapporto tra dimensioni.
Nell’ottica della
social cognition (Fazio, 1986) l’atteggiamento  è una struttura cognitiva costituita dall’associazione in memoria tra la rappresentazione dell’oggetto e la sua valutazione.
In quanto struttura cognitiva è caratterizzata da disponibilità  ed accessibilità, ed ha le stesse funzioni delle altre strutture cognitive, ovvero quelle di organizzare e favorire la codifica delle informazioni in entrata.
L’atteggiamento verso internet in questa prospettiva è concepito come una rappresentazione mentale di internet collegata in modo più o meno forte con una sua valutazione: se l’associazione tra la rappresentazione dell’oggetto e la sua valutazione è forte si può dire che l’atteggiamento è altamente disponibile. Allora quando la persona in questione si troverà a parlare ed a leggere qualcosa di internet, riuscirà rapidamente ad attivare in memoria anche una sua valutazione.
Questa definizione non è in contrapposizione con il modello tripartito.
Gli aspetti innovativi di questa impostazione riguarda il fatto che introduce il concetto di “forza dell’associazione tra oggetto e valutazione” misurato attraverso il tempo di latenza (tempo che occorre all’individuo per formulare la valutazione dal momento in cui appare lo stimolo: (ad esempio internet) più il soggetto utilizza un tempo di latenza superiore, più è debole l’associazione. La facilità del recupero in memoria ( accessibilità ) della valutazione quando l’individuo è posto di fronte all’oggetto informa della forza del legame che si è creato fra i due nel corso delle esperienze precedenti. Tale legame sarà molto più forte per un ragazzo che lavora in un Internet Cafè, rispetto ad un commercialista.
Si può dire allora che

  • Quando il legame è forte: attivazione automatica della struttura  cognitiva: l’atteggiamento è disponibile.
  • Quando il legame è debole: elaborazione consapevole per recuperare tale struttura ed esprimere la valutazione sull’oggetto in questione.
  • Quando il legame è molto debole: incapacità di recuperare l’associazione e formulazione della valutazione nel momento stesso (formulazione online)

Come si formano gli atteggiamenti? ( sulle lumache per esempio )   Attraverso tre modalità:

  • Esperienza diretta ( le ho assaggiate e mi avevano procurato disgusto )
  • Osservazione della esperienza altrui ( la mia amica quando le assaggiò fece una smorfia di disgusto )
  • Comunicazione ( mia madre, in seguito ad una cena di lumache a cui era stata, mi raccontò che vomitò tutta la notte )

L’atteggiamento che risulta da:

  • Esperienza diretta : Porta a una forte associazione in memoria tra la rappresentazione dell’oggetto e la sua valutazione; Il ripetersi dell’esposizione all’oggetto  rende l’associazione automatica (memory based)

; oltretutto l’atteggiamento è più resistente al cambiamento.

  • Osservazione dell’esperienza altrui: L’associazione tra la rappresentazione dell’oggetto e la sua valutazione è meno forte; l’atteggiamento meno resistente al cambiamento.
  • Comunicazione  : Associazione tra rappresentazione e oggetto molto debole, difficile recupero dalla memoria (atteggiamento formulato online) ; Atteggiamento molto meno resistente al cambiamento.

Gli atteggiamenti possono formarsi nel corso di una semplice esposizione ripetuta ad uno stimolo nuovo per l’individuo. E’ quello che Zajonc chiama effetto di mera esposizione, in una serie di esperimenti infatti ha dimostrato che all’aumentare della frequenza di esposizione ad uno stimolo nuovo corrisponde la formazione di un atteggiamento positivo nei confronti dello stimolo. La prima reazione, secondo questo studio, di fronte allo stimolo nuovo sarebbe quella dell’evitamento, le successive esposizioni farebbe diminuire questa reazione negativa.

 

Come si “misurano” gli atteggiamenti.-

A partire dagli anni venti, alcuni studiosi si dedicarono alla messa appunto di metodi per la misurazione degli atteggiamenti: scale che permettevano di attribuire un punteggio alle posizioni espresse dagli individui intervistati e li rendesse confrontabili.
Bisogna partire dall’evidenza del fatto che gli atteggiamenti  non sono osservabili ma sono inferibili da alcuni indicatori (risposte manifeste e comportamenti).

Le scale permettono di misurare: sia la natura e l’intensità delle opinioni; sia la  frequenza dei comportamenti.
Le p
rime scale sono quelle di Thurstone e Chave (1929) e Guttman (1941).La costruzione di queste scale prevedeva la presenza di giudici sia per valutare gli item da includere o meno nella scala, sia per  il calcolo scalare di ogni item.
A causa del  lungo e dispendioso lavoro di preparazione che esse richiedevano, le misurazioni dirette più impiegate oggi derivano dall’applicazione delle cosiddette scale Likert o del differenziale semantico.
La scala Likert (Likert, 1932) è costituita da item (affermazioni favorevoli o sfavorevoli) che coprono gli aspetti rilevanti nell’area semantica dell’oggetto studiato.
I soggetti devono indicare su una scala di risposta il grado di accordo o disaccordo con le affermazioni.

Esempio: La mia famiglia dovrebbe eliminare la carne dalla  dieta
Totale disaccordo    1    2    3    4   5    6    7    Pieno accordo

Consente di effettuare operazioni statistiche come l’aggregazione delle risposte sullo stesso oggetto e il calcolo della media.
Il differenziale semantico (Osgood, Suci e Tanenbaum, 1957)consiste
in un insieme di coppie di aggettivi bipolari separati (in genere) da sette spazi che rappresentano una gradazione dall’ uno all’altro. L’ oggetto di atteggiamento è posto all’inizio del questionario.

Esempio: Come giudica il conformismo?

Buono      ___     ___     ___     ___     ___      ___     Cattivo

Bello       ___     ___     ___     ___     ___      ___     Brutto

Gli autori hanno poi rilevato che le coppie di aggettivi si raggruppano sistematicamente in tre fattori: Valutazione – Potenza – Attività.
AlcuneCritichealla validità delle scale sono riferibili al fatto che le risposte sono sotto il controllo dei soggetti: questo genera il problema legato alla risposta secondo desiderabilità sociale.

 

Per misure meno dirette di misurazione possiamo includere
La risposta elettrogalvanica (capacità della pelle di condurre elettricità): la variazione di tale risposta indica uno stato di attivazione emotiva che si ha quando il soggetto è posto di fronte ad un oggetto di particolare rilevanza.
Così come Petty e Cacioppo hanno messo in evidenza che quando una persona è esposta ad una opinione simile alla sua manifesta una maggiore attività dei muscoli del viso, rispetto a quando è esposta ad un messaggio controattitudinale.
I
vantaggi di questi studi permettono di superare il problema relativo all’influenza dalla desiderabilità sociale.
Ma le metodologie sono troppo intrusive e non troppo agevoli.

Il tempo di latenza nell’espressione della risposta viene misurato anche tramite l’utilizzo di un software che permette di calcolare il tempo tra l’apparizione dello stimolo sullo schermo del computer e la pressione esercitata dal soggetto su appositi tasti per la risposta.

Prevedere il comportamento a partire dall’atteggiamento.-

A Partire dagli anni ’60 divenne sempre più chiaro agli psicologi sociali che non sempre conoscere gli atteggiamenti  delle persone ( come attraverso le risposte ai questionari ) serviva per prevedere i loro comportamenti relativi. Le ricerche che includevano rilevazioni degli atteggiamenti ed osservazioni dei comportamenti riportavano infatti correlazioni molto variabili e basse.
La prima evidenza empirica di questo fatto è riconducibile alla ricerca di  La Piere (1934). Egli viaggiò in America in compagnia di una coppia di cinesi. In quegli anni esisteva un diffuso pregiudizio verso i cinesi; nonostante ciò registrò solo casi rari di discriminazione da parte di albergatori e ristoratori. Tuttavia sei mesi più tardi La Piere mandò un questionario agli stessi albergatori e ristoratori dove ottenne risposte molto negative nei confronti dei cinesi. Da ciò ne deduce che non
è sempre possibile prevedere i comportamenti dagli atteggiamenti.
Alcuni autori allora arrivarono a proporre l’abbandono dello studio degli atteggiamenti,  altri autori hanno cercato di rilevare le lacune metodologiche nelle ricerche sul rapporto tra atteggiamenti e comportamenti.
Il modello della teoria dell’azione ragionata di Fishbein e Ajzen si inserisce in questa direzione. Essi fanno notare innanzitutto che le basse correlazioni riscontrate tra atteggiamenti e comportamenti riguardano spesso misure di atteggiamenti generali ( ad esempio l’atteggiamento nei confronti dell’inquinamento ) e l’osservazione di comportamenti assolutamente specifici ( con quale frequenza le persone usano l’auto o fanno la raccolta differenziata di rifiuti ).
In primo luogo i comportamenti sono frutto dell’intenzione di metterli in atto. L’intenzione è il prodotto delle credenze  che il soggetto ha circa le conseguenze del comportamento, associate alla valutazione che egli ne dà di tali conseguenze. Questo è, secondo gli autori, l’atteggiamento verso il comportamento, un atteggiamento ovvero specifico, non generico.  Sarebbe per esempio, non l’atteggiamento  verso l’inquinamento, ma verso l’uso dell’auto, prodotto dalle credenze che il soggetto ha circa l’utilità e il danno che deriva da tale comportamento, unitamente alla valutazione che ne fa.
Ma nella determinazione dell’intenzione, entrano in gioco anche le norme condivise, sui comportamenti adeguati indeterminate situazioni ( una società che massimizza l’utilità dell’essere furbi, elicita il comportamento da “furbi” : l’individuo utilizzerà la macchina anche in giorno di restrizione, anche se rilevando l’atteggiamento generale nei confronti dell’inquinamento questo poteva risultare solo moderatamente negativo ) . Le credenze circa le norme sociali, unitamente alla motivazione ad aderire a tali aspettative dei gruppi di riferimento, costituiscono il secondo insieme di fattori causali del comportamento. 
Le critiche sono attribuibili al fatto che

il comportamento sembra sempre sotto il completo controllo dell’individuo ma non è così per i:

  • Comportamenti che derivano dall’abitudine (es. mangiare carne)
  • Comportamenti che sono frutto di dipendenza (es. fumare)
  • Comportamenti che derivano da stati emotivi (es. piangere)

Ajzen (1988) ha riformulato la teoria introducendo come fattore causale insieme agli atteggiamenti verso il comportamento e alla pressione sociale la percezione del controllo sul comportamento.

 

L’altro aspetto rilevante da considerare riguarda il fatto che i due processi che i due studiosi propongono per spiegare il rapporto tra atteggiamenti e comportamenti richiede una elaborazione dei fattori in gioco piuttosto impegnativa per l’individuo. Egli recupera dalla memoria e valuta le conseguenze del comportamento in termini individuali e in termini sociali prima di decidere se mettere in atto tale comportamento. Ma se pensiamo all’esperienza quotidiana, una tale ponderazione dei fattori in gioco non precede necessariamente tutti i comportamenti. I comportamenti meno rilevanti infatti sono reiterati in forma automatica, senza un processo di elaborazione approfondita.
Secondo Fazio allora  il modello di Fishbein e Ajzen si applica solo quando l’associazione tra  oggetto e valutazione è debole o non disponibile.
Perché quando l’associazione tra oggetto e valutazione è forte l’atteggiamento si attiva automaticamente e guida il comportamento.

 

Cambiamento degli atteggiamenti.-

Nonostante la tendenza al conservatorismo cognitivo che porta spesso l’individuo a porre una maggiore attenzione alle informazioni coerenti con le sue credenze e valutazioni piuttosto che a quelle incoerenti, gli atteggiamenti possono subire dei cambiamenti nel corso del tempo.
Il cambiamento di atteggiamenti può avvenire allora attraverso:
Mera esposizione ripetuta di un stimolo che è spesso sufficiente a modificare l’atteggiamento relativo : un processo individuale legato all’esperienza diretta. L’
Esperimento di Zajonc (1969) aiuta a comprendere meglio: aumentando la frequenza di esposizione ad uno stimolo nuovo (parole turche o ideogrammi) aumenta il grado di piacevolezza di tale oggetto.
Festinger mette in evidenza nella teoria della Dissonanza cognitiva (Festinger, 1957) un processo di natura motivazionale  volto al cambiamento degli atteggiamenti. Esso, deriva dal bisogno di mantenere coerenza tra le proprie cognizioni (credenze e valori) e/o comportamenti: per fare un
esempio :   credo che mettere il casco sia utile alla vita, ma a volte non indosso il casco.
Questa azione porta dissonanza con  le mie cognizioni e credenze, questo mi procura uno stato di disagio e un desiderio di ristabilire l’equilibrio.
Le strategie per ristabilire l’equilibrio vanno dalla  modificazione dell’elemento dissonante meno resistente al cambiamento ovvero  il cambiamento del comportamento, come conseguenza il soggetto modifica il comportamento e utilizza sempre il casco; oppure
il cambiamento della credenza relativa all’utilità del casco attraverso la percezione selettiva delle informazioni, ciò determina il  cambiamento di atteggiamento:  il soggetto ricorda le informazioni che criticano l’utilità del casco.
Se la persona è dunque indotta a mettere in atto un comportamento che non corrisponde al suo atteggiamento relativo, sperimenta uno stato di dissonanza in grado di motivare il cambiamento dell’elemento meno resistente , ovvero l’atteggiamento ( dato che il comportamento già attuato non può essere modificato ) .
L’esperimento di Festinger e Carl Smith (1959) “20 $ per una menzogna” conferma questa impostazione.

I soggetti sperimentali partecipavano a un esperimento molto noioso. In seguito dovevano riferire ad altri soggetti che il compito era molto interessante. I soggetti venivano pagati per dire questa bugia ( dovevano sostituire l’assistente che si era assentato con una scusa )  o 20 dollari ( alta ricompensa )  o 1 dollaro ( bassa ricompensa ) che rappresentava la variabile indipendente.
I soggetti poi  dovevano valutare il compito attraverso un questionario (var. dipendente)
I Risultati hanno messo in evidenza che nei soggetti che hanno ricevuto 20 dollari la menzogna (che crea dissonanza) è giustificata dalla ricompensa e  valutano il compito sempre noioso. I soggetti che hanno ricevuto 1 dollaro non avevano denaro sufficiente per giustificare la menzogna (dissonanza) e allora riducono la dissonanza valutando più positivamente il compito; la dissonanza viene ridotta attraverso la modifica dell’atteggiamento sul compito: il soggetto finisce per valutarlo infine dei conti non così noioso!
I soggetti devono sentirsi liberi: solo se l’individuo ha la sensazione di avere attuato liberamente il comportamento dissonante con il suo atteggiamento sarà motivato a modificare quest’ultimo. Se ha la sensazione di esservi stato costretto, la dissonanza sarà risolta attraverso una attribuzione causale esterna: ho agito in quel modo perché qualcuno mi costringeva a farlo.
Ciò che rende conto del cambiamento degli atteggianti avvenuti dalla pressione esercitata sull’individuo dall’esterno può essere riconducibile alla comunicazione persuasiva. Pensiamo ai risvolti applicativi di tale costrutto per la propaganda politica e alla pubblicità commerciale.
La scuola di Yale (1942) effettua uno studio sulle campagne persuasive utilizzate per ottenere il consenso dei cittadini alla partecipazione degli USA alla guerra. Questo analizza le caratteristiche della fonte, del messaggio e del ricevente, produce ricerche dai risultati frammentari. Da ciò non si è  elaborato infatti  una teoria generale in grado di spiegare e di fare previsioni sui cambiamenti di atteggiamenti in seguito ad una comunicazione persuasiva.
Gli
anni ‘80 vedono il fiorire dell’elaborazione di due modelli a due percorsi: il cambiamento di atteggiamenti come esito di due processi di diversa natura
ovvero il modello della probabilità di elaborazione (Petty e Cacioppo, 1981) e il  modello euristico-sistematico (Chaiken 1980; Eagly e Chaiken 1984) .
Entrambi sono accomunati dal fatto di prevedere che il cambiamento degli atteggiamenti possa essere l’esito di due processi di natura diversa.
Il modello di Petty e Cacioppo, prevede due processi di elaborazione dei messaggi:

  • Percorso centrale: include una elaborazione attenta delle  argomentazioni e delle informazioni; richiede risorse cognitive quali

focalizzazione dell’attenzione, comprensione delle argomentazioni confronto e integrazione fra informazioni e credenze possedute.

  • Percorso periferico:  è basato su elementi che non hanno a che fare con le argomentazioni  ma sul modo in cui vengono presentate e su elementi del contesto (attrattività della fonte, musica, colori vivaci ovvero gli indici periferici ).

In quali occasioni gli individui allora intraprenderanno il primo o il secondo?
L’idea è che, in relazione a quel gran numero di richiami persuasivi di cui sono fatti bersaglio, gli individui non possono procedere ad elaborare in modo approfondito le informazioni disponibili per arrivare ad una conclusione di accettazione o meno, pena l’immobilismo.
I due fattori chiave allora che determinano la possibilità che si arrivi ad una conclusione dopo aver vagliato attentamente le informazioni in gioco sono La motivazione  e l’abilità cognitiva.
La prima fa riferimento a alla rilevanza che il tema in questione ha per il soggetto in relazioni ai suoi scopi ( deve comprare un auto, vagliare attentamente le informazioni circa i modelli ) . Oltre ad essere motivato però i soggetto deve anche essere in grado di elaborare il messaggio: quando gli autori parlano di abilità cognitiva fanno riferimento sia a capacità stabili come intelligenza, sia a condizioni contingenti che influiscono sullo sforzo cognitivo ( rumori ecc…oltre che compressibilità del messaggio stesso).
Secondo questo modello, quando una persona è motivata e capace di elaborare il contenuto informativo di una comunicazione, l’eventuale processo di cambiamento è l’esito del percorso centrale di elaborazione. Quando una persona non è motivata, gli eventuali cambiamenti di atteggiamento sono il risultato del percorso periferico.
Nel primo caso è importante la qualità dell’argomentazione, nel secondo caso la qualità è in secondo piano è aumenta l’importanza dei segnali periferici.
Nell’esperimentodi Petty, Cacioppo e Goldman (1981) alcuni Studenti ascoltano una comunicazione sulla necessità di istituire un esame generale prima della fine del corso.
Tre condizioni sperimentali  (manipolazione di tre variabili indipendenti) erano previste:  rilevanza personale della comunicazione  (alta motivazione vs. bassa motivazione: ad alcuni viene detto che il cambiamento avverrà tra 10 anni, ad altri dall’anno a venire)
qualità delle argomentazioni a sostegno dell’utilità dell’esame (qualità forte vs. debole) e livello di expertise della fonte (alto vs. basso: questo viene allora attribuito ad un rapporto preparato da una classe di studenti di scuola superiore.)
I risultati mettono in evidenza che nella condizione di alta rilevanza personale (alta motivazione) il processo di persuasione è favorito da argomentazioni fortemente convincenti (elemento centrale).

Nella condizione di bassa rilevanza personale (bassa motivazione) il processo di persuasione è influenzato dal livello di expertise della fonte (elemento periferico).
Secondo gli autori, quando gli individui procedono ad una analisi approfondita, gli elementi periferici non esercitano effetti, quando invece l’individuo raggiunge la sua conclusione attraverso il percorso periferico, gli elementi centrali perdono efficacia.
Il cambiamento di atteggiamento che deriva dal processo centrale è più persistente nel tempo, più predittivo del comportamento e più resistente alla contropersuasione rispetto a quello del processo periferico.
Il modello euristico-sistematico prevede due processi di elaborazione che non si escludono a vicenda:

Il processo sistematico prevede un’elaborazione approfondita del messaggio (come processo centrale del modello sopravisto).

Il processo euristico prevede l’applicazione di euristiche utilizzate come modalità per arrivare a un giudizio, queste permettono un risparmio energetico ( se il prodotto costa molto vuol dire che è di buona qualità ).

Il processo sistematico e il processo euristico sono influenzati anch’essi, come nel modello precedente dalla motivazione e dalla abilità cognitiva.
L’applicazione di una regola euristica, può orientare la percezione selettiva delle informazioni: siccome so che il prodotto X costa di più, e siccome penso che ciò che costa di più è di buona qualità, farò attenzione a quelle informazioni che confermeranno questa mia convinzione.
Alla fine degli anni 90’ vi è l’elaborazione di un modello unimodale
(Kruglansky et al.)  secondo cui 
La natura del processo di elaborazione è unica e le  differenze dei processi nelle ricerche sono dovute ad artefatti metodologici.
Il cambiamento di atteggiamento consiste nella  verifica delle ipotesi e nella generazione di inferenze da informazioni rilevanti. Questo avviene attraverso un ragionamento di tipo sillogistico (se…..allora….).
Le evidenze rilevanti sono costitute dalle credenze pertinenti al giudizio che si deve formulare e che il soggetto ha già nella memoria e che è in grado di attivare, e dai segnali che può ricavare, nel caso della comunicazione persuasiva, dalla comunicazione stessa.
Nel modello unimodale si prevede dunque che la natura del processo di elaborazione sia unica. Ciò che varia è l’estensione del processo stesso, ovvero la durata della verifica di ipotesi successive prima di giungere ad una conclusione che il soggetto giudica soddisfacente. Tale durata dipende anche qui dalla motivazione personale e dalla abilità cognitiva, ma vi sono alcune modifiche rispetto ai modelli precedenti.
Per quanto concerne l’abilità cognitiva essi distinguono fra aspetti software  e aspetti hardware. I primi si riferiscono alla disponibilità e all’accessibilità in memoria delle informazioni rilevanti, ovvero delle credenze che formano la premessa maggiore del sillogismo. I secondi riguardano invece l’allerta, l’energia cognitiva disponibile in relazione al carico cognitivo ( come fonti di distrazione o rumori che aumentano il carico cognitivo e diminuiscono la possibilità di una elaborazione approfondita ).
Per ciò che concerne la motivazione, affermano che è possibile individuare diverse motivazioni specifiche ( per esempio quella dell’accuratezza dei giudizi ) che agiscono sulla probabilità di dare avvio alla elaborazione, di farla procedere più o meno a lungo e di farle assumere una direzione precisa.

 

Formazione delle impressioni.-

Il comportamento delle persone in interazione è in primo luogo orientato dal modo in cui gli attori sociali si percepiscono reciprocamente: anche in una situazione poco rilevante come la richiesta di un caffè al bar, il nostro comportamento sarà diverso se entriamo con l’idea che il barista sia un ragazzetto svogliato oppure una gentile signora di mezza età.
Come arriviamo ad una rappresentazione delle persone?

Solomon e Asch (1946) propongono il  modello configurazionale nella formazione delle impressioni.
Le persone secondo questo modello si formano prima una impressione globale degli altri entro cui fanno poi rientrare ulteriori informazioni che li descrivono.  Le persone sono concepite come unità psicologiche e le diverse informazioni sono ricondotte ad un nucleo interpretativo unificante: è un approccio di tipo olistico che rimanda ad una impostazione Gestalista.

Egli sottopose alcuni  soggetti  a leggere una lista di aggettivi relativi ad un individuo.  Veniva chiesto loro di valutarequesto ipotetico individuo.

Intelligente, abile, lavoratore, freddo, risoluto, pratico, prudente =  persona calcolatrice, arrivista;

Intelligente, abile, lavoratore, caldo, risoluto, pratico, prudente =  persona affabile, generosa.
Nella situazione sperimentale, conformemente alle ipotesi egli osservò che la semplice variazione del tratto in posizione centrale  provocava impressioni della persona differenti. Asch dimostrò che i primi tratti presentati nella lista erano quelli che servivano per attivare la configurazione globale dell’impressione: per questo motivo finiscono per avere un effetto superiore rispetto a quelli successivi ( effetto primacy ) .
Quando la lista cominciava con le qualità positive, l’impressione che ne derivava risultava decisamente più positiva rispetto alle condizioni in cui la lista presentata cominciava con le qualità negative. I primi tratti servono dunque a costruire la configurazione entro la quale i tratti seguenti vengono interpretati. I tratti negativi non appaiono così negativi quando devono essere interpretati alla luce di una serie di qualità positive già considerate. E’ un processo di elaborazione Top-Down.

Secondo Anderson (1965) e il suo Modello algebrico le impressioni si formano dalla media ponderata delle informazioni su una persona.
L’effetto primacy secondo Anderson, è un  effetto dovuto al calo di attenzione che si verifica man mano che l’individuo procede nella lettura dei tratti. E’ un modello basato su un
processo di elaborazione bottom up: sforzo maggiore di elaborazione rispetto a quello previsto da Asch.
Alla fine degli anni ’80 si vede il profilarsi di proposte concettuali che vedono l’intervento di differenti processi di formazione delle impressioni  a seconda delle condizioni entro cui queste si attuano.
I  due processi possono essere agli estremi di un continuum (Fiske e Neuberg, 1990) : ad uno estremo di tale continuum troviamo il Processo basato su informazioni di appartenenza categoriale  (top down) all’altro estremo un Processo basato su informazioni individuali ( i suoi tratti )       (bottom up), vi è un ruolo della motivazione nel processo di elaborazione.
Per esempio, nell’
impressione verso uno sconosciuto inizialmente sono utilizzate informazioni categoriali (sesso, età..): si tratta di una impressione quasi automatica, poco sforzo e attenzione ovvero elaborazione di tipo Top Down: dall’unità agli elementi.

Se la persona diviene rilevante per il raggiungimento di uno scopo l’ elaborazione è più profonda e richiede maggiore sforzo. Elaborazione di tipo Bottom up: attenzione alle informazioni individuali.
Nei primi stadi tuttavia, quanto più il soggetto percepisce i dati della realtà come conformi all’impressione formulata tanto più si formerà ad utilizzare prevalentemente il processo basato sulla categoria ovvero avverrà una categorizzazione confermativa ; al contrario, può succedere che l’iniziale categorizzazione e le informazioni successive vadano in conflitto , e in questo caso il soggetto procede ad una ricategorizzazione ( per esempio: non è gentile come di solito sono gli esercenti pubblici ( categoria ) è stressato come tutti quelli che lavorano in una città così caotica ). Se poi le informazioni relative ad una persona che il soggetto giudica rilevante per sé non coincidono con nessuna rappresentazione categoriale che possiede, procederà ad una elaborazione dei singoli elementi informativi su base individuale.
Un processo di tipo configurazionale, è anche quello che porta gli individui ad una rappresentazione della personalità umana.
Secondo questo modello significa considerare che la formazioni delle impressioni è l’esito di un unico processo che varia in estensione  a  seconda del livello di motivazione individuale all’accuratezza del giudizio e del carico cognitivo. Ricordiamo poi che la formazione delle impressioni è qualcosa di ben diverso dalla conoscenza approfondita della persone.
Gli studiosi hanno poi evidenziato l’impiego di quelle che hanno denominato teorie implicite di personalità . Con ciò intendiamo dire che l’individuo, quando dispone di informazioni circa determinati tratti di personalità , inferisce immediatamente altri tratti di personalità: se una persona è qualificata come intelligente e calorosa, daremo per scontato che è anche generosa.
Loro funzione è quella di permettere all’organismo pensante di procedere in modo economico ed elastico nel contesto della miriade  di informazioni ambientali. Se per ogni soggetto incontrato, dovessimo verificare tutte le ipotesi esplicative circa il suo comportamento, non potremmo intrattenere dei rapporti sensati con nessuno. Sono come griglie di lettura per cogliere il senso del comportamento altrui e di noi stessi.
Vi sono anche aspetti negativi: esse possono essere scorrette e non messe in discussione dal soggetto in questione, che tenderà a verificarle giuste. E’ una tendenza che avviene inconsapevolmente. E allora troviamo idee fisse, pregiudizi, concetti applicati a tutti gli esseri umani ecc…

 

La formazione della reputazione.-

Le
impressioni che le persone si formano degli altri , non rimangano ritratti isolati nella mente di ciascun individuo ma sono elementi essenziali di scambio comunicativo.
Noi abbiamo tre modalità per conoscere gli altri: con l’ osservazione diretta del comportamento; ascoltando ciò che gli altri dicono di loro stessi, oppure avendone informazioni da terzi , con quest’ultima modalità si forma la reputazione  delle persone. Ma
che cosa è la reputazione? Essa è un “giudizio formulato da una comunità su un individuo in particolare che generalmente, ma non necessariamente, appartiene alla comunità stessa” (Emler, 1994)
E’ quindi una forma di conoscenza sociale mediata dall’esperienza altrui. Essa prende il via dalla formazione delle impressioni e si costruisce nella comunicazione, riguarda la storia delle relazioni dell’individuo così come le sue debolezze o i punti forza particolari, ovvero le qualità umane variabili , difficilmente osservabili in modo diretto e le caratteristiche relativamente rare.
Ma ciò è possibile laddove ci sia una struttura sociale. E allora perché un individuo abbia una reputazione è necessario che:

  • Faccia parte di una comunità come membro stabile
  • I membri scambino, nelle conversazioni, informazioni sui comportamenti e sulle qualità altrui
  • I membri siano inseriti in una rete che colleghi chi non si conosce per via diretta

A che cosa serve la reputazione?

  • Assicura gli scambi cooperativi: coordina gli sforzi degli individui
  • Controllo sociale: limita l’accesso alle interazioni a persone potenzialmente dannose
  • Promuove autocontrollo: l’individuo ha interesse ad avere una reputazione positiva per avere accesso agli scambi comunicativi, acquisendo credito morale che matura all’interno della propria comunità.

Ciò implica che
di conseguenza l’individuo agisca attivamente e consapevolmente nella costruzione della propria reputazione.
Le critiche alla teoria della società di massa riguardano alcune asserzioni secondo cui nelle società moderne la comunicazione è un evento raro e I rapporti sono legati ai ruoli e alle categorie di appartenenza. Ma per

 Emler e Reicher (1995):
I contatti informali sono importanti nelle società moderne e gli individui si scambiano informazioni su di sé e sui conoscenti: questo permette di concludere che anche in questo tipo di società è attivo il processo di formazione e di trasmissione della reputazione.

La reputazione è specifica dei contesti, la reputazione di cui un soggetto gode in un gruppo non è necessariamente la stessa in un altro gruppo.
Una volta stabilizzatasi oltretutto la reputazione diventa difficilmente modificabile: esso è un lungo processo che prende avvio da quello della formazione delle impressioni e su questo l’individuo non ha pieno controllo, in quanto essa risulta essere una costruzione sociale basata sulle interpretazioni e rielaborazioni che gli altri membri della comunità si fanno delle sue azioni. Ciò non significa che non sia possibile modificare la propria reputazione, ma può risultare arduo mettere sempre in atto comportamenti coerenti con l’immagine di sé che si vuole diffondere e rendere tali atti talmente pubblici da assicurarne la trasmissione attraverso le reti sociali.

Percepire persone e gruppi.-

La percezione dei gruppi e delle persone è stata considerata nell’ambito della psicologia sociale separatamente.

Recentemente alcuni autori propongono la tesi secondo la quale sono gli stessi i processi che sottendono la percezione sociale sia degli individui sia dei gruppi.
Abbiamo visto come Asch teorizzi come in certe condizioni, gli individui danno per scontato che la personalità costituisca una configurazione unitaria e quindi concepiscono gli esseri umani come entità coerenti.
Hamilton e Sherman hanno mostrato che le persone percepiscono un certo livello di unità (entitativity) anche nel caso dei gruppi sociali.

Che cos’è l’ entitativity?  Essa è la
percezione che un aggregato abbia natura di entità fornita da una sorta di confine (Campbell, 1958), sia gli insiemi sociali, sia gli individui possono variare lungo una dimensione che va da una entitatività percepita come molto bassa ( i clienti di un negozio , o una persona lunatica che cambia spesso rumore ) ad una molto alta ( i membri di un club esclusivo o una persona coerente e prevedibile ) , nella realtà la entitatività si trova in posizioni intermedie. 
I fattori che fanno variare la percezione di entitativity :

  • Somiglianza o prossimità fra gli elementi dell’insieme
  • Organizzazione reciproca
  • Interdipendenza
  • Aspettative di comportamenti congruenti

Nella percezione di gruppi ad alta entitativity (membri di un club esclusivo), l’individuo formula un’impressione che segue lo stesso iter di  formazione delle impressioni individuali.
Le informazioni sono integrate in una rappresentazione ben organizzata:

  • Danno luogo a inferenze immediate e spontanee sulle caratteristiche dei membri
  • Danno luogo a maggiori aspettative di coerenza 
  • Danno luogo a spiegazioni di tipo causale per comportamenti congruenti con le aspettative

Nei gruppi invece a  bassa entitativity (clienti di un negozio) :
Come nella formazione delle  impressioni basate sulle categorie le informazioni sono rievocate dalla memoria (memory based) e le eventuali incongruenze fra le informazioni non creano problemi di ricomposizione
Per concludere possiamo affermare

:
A parità di aspettative circa l’unitarietà degli individui o dei gruppi i processi per la formazione delle impressioni sono gli stessi.

 

 

Fonte: http://appunti.buzzionline.eu/downloads/fondsociale0506.zip

link sito web: http://appunti.buzzionline.eu/

Autrice dei testi : Betty

 

 

 

 

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