Mahatma Gandhi

 


 

"Mahatma "  Gandhi

 

Il nome GANDHI significa "droghiere" perché la sua famiglia dovette esercitare per un breve periodo del piccolo commercio di spezie. Nelle ultime generazioni tale famiglia ricoprì alcune cariche importanti nelle corti del kathiawar. Il padre Mohandas Kaba Gandhi era stato il primo ministro del principe rajkot. I Gandhi erano di religione vaishnava, appartenevano cioè ad una setta hindù con particolare devozione per vishnù.
Mohandas karamchad Gandhi tra i dieci e i diciassette anni frequentò la "high school" del kathiawar. Compiuti tredici anni, dopo due precedenti fidanzamenti sfumati per la morte precoce delle fanciulle prescelte dai suoi genitori, e da lui neppur conosciute, venne sposato ad una sua coetanea. All’età di trentasette anni, d'accordo con la moglie, decise di prendere il voto di castità, andando contro ai principi della sua religione. Ebbe un periodo di crisi , in cui egli credette di esser ateo, che si risolse con una confessione scritta al padre. Terminata la "High school" andò al college, dove seguì alcuni corsi, ma senza profitto. Così il 4 Settembre 1888 Gandhi si imbarcò a Bombay per raggiungere Londra, dove cerca di inserirsi nella società, diventando un gentleman, purtroppo senza i risultati che si era preposto. Perso l’interesse per la società londinese, egli si dedica alla lettura di vari testi, anche di altre religioni, dai quali capisce che la rinuncia è la forma più alta di religiosità che un uomo possa esprimere. I tre anni trascorsi a Londra da Gandhi furono per lui di lenta ed inconscia maturazione. Ottenuta l’abilitazione alla professione legale, scopo della sua vita a Londra, nel 1891 ritorna in India. A Bombay lo attendono cattive nuove, la madre è morta da qualche mese, e la professione che lui esercita non rende abbastanza per sdebitarsi con i fratelli che avevano sostenuto le spese per i suoi studi. Spinto dalle suddette ragioni, decise di partire per il Sud Africa per sbrigare un complicato affare legale per conto di una casa di commercio indiana, in modo da estinguere una buona parte del debito contratto con i fratelli. Arrivato in Sud Africa ebbe subito le prime esperienze personali, sul treno che doveva portarlo a destinazione, benché munito di biglietto, venne allontanato dallo compartimento di prima classe perché riservato ai bianchi. A Johannesburg per colpa della sua razza non trova albergo. Queste umiliazioni da lui subite non sono dirette soltanto a lui ma a tutta la sua razza. Spinto da un forte orgoglio convoca una riunione con la colonia indiana d’Africa, dove per far sì che tale gente venga accettata dalla collettività, esorta i commercianti ad essere il più onesti possibile, ad avere più cura della pulizia personale e a dimenticare le differenze di casta.
Si offre per impartire lezioni di inglese gratuitamente, in modo da istruire la gente che non lo sapesse, fonte di imbrogli e vari raggiri. Successivamente prende contatto con le autorità ferroviarie con le quali raggiunge un patto per cui gli indiani, ben vestiti ed ordinati, potranno usufruire del servizio ferroviario di prima o seconda classe. Dopo un anno di permanenza in Sud Africa, ed ormai risolta la questione legale per cui vi si era recato egli decide di reimbarcarsi per tornare in India, ma la gente che aveva conosciuto lo esorta a restare ancora per almeno un mese in modo da far da guida per gli analfabeti di colore; egli accetta pur non sapendo che quel mese diventeranno poi vent’anni.
Nel maggio 1894 fonda il "Natal indian congress" una associazione per la difesa degli interessi indiani nell’unione sudafricana. Nel 1896 torna in India per cercare appoggi alle sue teorie.
Al suo ritorno in Sudafrica viene aggredito e malmenato e sfugge a stento al linciaggio. Durante la guerra boera organizza un corpo volontario per assistere i feriti; finita la guerra scoppia a Johannesburg una epidemia di peste ed egli si prodiga per assistere i colpiti, esponendo con gioia la vita per i suoi persecutori. Nel 1904 sull’esempio di Tolstoi fonda a Phoenix, nei pressi di Durban, una colonia agricola, dove vi trasferisce la tipografia del giornale "Indian Opinion" fondato sempre nello stesso anno, in essa Gandhi riserva per sé i lavori più umili e faticosi. In questa colonia egli divide il terreno in appezzamenti di poco più di un ettaro, e vi insedia i suoi compagni di lotta; la regola della comunità è che ognuno deve guadagnarsi la vita con il lavoro dei campi. Durante la guerra degli zulù, scoppiata in quel periodo, e dove Gandhi si presenta con un corpo di ambulanza volontario che cura, e soccorre bianchi e neri, compie su di sé esperimenti di una pratica che diverrà poi familiare e cara: il digiuno, come mezzo di purificazione e di autodominio. Comincia da qui la satyagraha, ovvero la forza della verità, che diverrà l’arma dei deboli; basato su idee che Gandhi enunciò in un solenne comizio tenuto il 1° Settembre 1906. Nell’agosto dello stesso anno il governo obbligò tutti gli asiatici a munirsi di scheda di identità, a fornire le impronte digitali e a sottostare ad altre umilianti misure di polizia che li ponevano a livello di comuni criminali. Gandhi consigliò ai satyagrahi di rifiutare di farsi schedare, se multati, non dovevano pagare l’ammenda, se processati dovevano deliberatamente dichiarare di aver violato le leggi ed andare in carcere senza opporre resistenza.
Facendo così in breve le prigioni del Transvaal furono piene. Nel 1907 fu arrestato anche Gandhi, che ricevette l’intimazione di lasciare il paese entro 48 ore; avendo disobbedito fu processato e chiese al giudice di accusarlo in modo tale da avere una pena superiore ai suoi compagni. Nel 1914 finalmente il satyagraha prevalse sulla forza delle armi e delle leggi. Gandhi poté ritornare finalmente nella sua patria che ormai gli era divenuta straniera; ma prima volle trascorrere qualche settimana in Inghilterra la quale aveva appena dichiarato guerra alla Germania. Anche qui Gandhi non perde l’occasione per mettere in pratica le sue teorie, ed organizza subito un corpo di volontari indiani residenti in Inghilterra per curare gli inglesi feriti. La fatica ed il freddo lo fanno ammalare di pleurite così, avendo bisogno di un clima caldo come quello dell’India per curarsi, il 9 gennaio 1915 Gandhi sbarca a Bombay. Anche qui le occasioni per manifestare le idee della non violenza e della disobbedienza civile non mancarono affatto, infatti il 30 marzo 1919 ha inizio, a Delhi, la prima grande campagna di satyaghara su scala nazionale per protestare contro le misure restrittive che gli inglesi imponevano sulla libertà personale degli indiani, e che intendevano mantenere anche dopo la guerra. Gli aderenti furono invitati a firmare una formale dichiarazione redatta dallo stesso Gandhi, in cui si impegnavano a "disobbedire" nel caso in cui queste leggi venissero applicate. Poiché Gandhi proclamò il satyagraha un processo di auto purificazione sacra si decise di sospendere il lavoro in tutta l‘India per un giorno dedicando tale giornata al digiuno e alla preghiera. Tale processo non ottenne i risultati che ci si aspettava, anzi ebbero l’effetto contrario, così con un atto di grande coraggio il 18 aprile, Gandhi, non curante delle proteste degli estremisti, ordina la sospensione del movimento. Successivamente Gandhi assume la direzione di un settimanale in lingua inglese "YOUNG INDIA" e di un mensile in gujerati "NAVAJIVAN" per diffondere le sue idee. Nel novembre 1921 Gandhi viene condannato a trascorrere 2 anni di carcere per avere ripreso i moti della non violenza contro il governo inglese. Quando venne rilasciato la situazione politica era profondamente mutata, e il movimento di non collaborazione aveva perduto ogni vigore. Gandhi propose una nuova campagna di disobbedienza civile basata sulla legge del monopolio del sale che incideva negativamente sopratutto sui poveri. La mattina del 12 marzo 1930 seguito da degli studenti si diresse, a piedi, verso la costa per fabbricare qualche grammo di sale in spregio al monopolio.
Per ogni villaggio in cui egli passava si aggiungeva sempre più gente, per lo più contadini. Il 5 aprile Gandhi raggiunse il mare a Danni dove in mezzo ad una folla che lo acclamava raccolse qualche grammo di sale; da qui iniziarono i moti del sale: i contadini non pagarono più l'imposta terriera; il boicottaggio dei tessuti stranieri divenne generale: i funzionari legislativi furono colpiti da ostracismo. I negozianti si rifiutavano di vendere i loro generi più necessari. I tribunali divennero deserti. Gli inglesi cercarono dapprima di reagire facendo caricare i dimostranti dalla polizia e arrestare i violati della legge. Gandhi fu arrestato e la direzione della campagna fu assunta dalla moglie, ma venne arrestata anch'essa; succedettero a quest'ultima molti altri capi ma vennero tutti arrestati ed in poco tempo le prigioni furono di nuovo piene. Il 25 gennaio 1931 Gandhi ed altri membri dell'esecutivo del congresso vennero liberati senza condizioni; e al termine di una serie di colloqui tra il Viceré e Gandhi, nel febbraio-marzo 1931 fu raggiunto un accordo definito "patto Irwin-Gandhi" per cui il Governo britannico modificava le leggi sul monopolio del sale, liberava i detenuti politici e revocava le ordinanze speciali ed i procedimenti pendenti ed il Congresso in cambio accettava di partecipare alla Conferenza della "Tavola Rotonda", nella quale fu raggiunto un vago accordo sulle linee generali della nuova costituzione. Con l'approssimarsi del secondo conflitto mondiale Gandhi riprese i contatti con il movimento indipendentista, per dichiarare così allo scoppio della guerra l'India come paese che condannava il nazismo e il fascismo e come paese che non si sarebbe mai alleato ad una guerra mirante alla difesa dello status quo, avrebbe collaborato alla difesa della democrazia se questa sarebbe stata applicata anche all'India. Nell'agosto 1940 il governo Churchill, dopo il crollo della Francia oppose la richiesta di un trasferimento immediato dei poteri ad un governo provvisorio indiano, dopo ciò non avendo ottenuto ciò che voleva Gandhi riprese la disobbedienza civile. Questa situazione era molto delicata per il governo britannico che non poteva affrontare anche il problema dell'India visto che la maggior parte delle forze erano impegnate nel conflitto mondiale. Nessun tentativo di riprendere colloquio fu tentato fino alla fine della guerra, intanto la moglie di Gandhi morì in carcere dopo un digiuno di protesta. La svolta decisiva si ebbe nel 1945 quando i mussulmani esposero le loro tesi nelle quali essi auspicavano la creazione di uno stato mussulmano separato, formato con le province in maggioranza mussulmane. Queste tesi prevalsero e il 15 agosto 1947 l'India si spaccò in due Stati distinti: il Pakistan e L'Unione Indiana. Per definire i confini vennero istituite due commissioni miste ma che stentavano a raggiungere un accordo, questa situazione tesa e complicata scatenò un guerra tra mussulmani ed hindù che alla fine di quel fatale 1947 provocò circa un milione di morti e circa 5 milioni di profughi. In questa situazione Gandhi ormai vecchio e solo lottò con tutte le sue forze, pure quando l'India divenne indipendente, rischiando anche di morire di fame, ma riuscendo a portare la calma almeno a Calcutta. Si recò di nuovo a Delhi, dove le violenze degli estremisti hindù erano molto più accese; qui egli si recava ogni sera per pregare all'aperto, in quiete, ma la sera del 30 Gennaio 1948 un giovane fanatico militante lo seguì e lo uccise con colpi di pistola a ripetizione. Così si chiudeva la vita di Gandhi all'età di 78 anni dopo aver lottato per tutta la vita per affermare un ideale di non violenza e di amore, ed era caduto vittima di quelle stesse passioni che aveva cercato di esorcizzare.


Gandhi e la sua eredità oggi
Fantin Paola
Quando sulla scena politica e civile dell'India apparve quel piccolo uomo vestito di semplici panni, con uno sguardo mite ma deciso, il grande impero britannico sorrise con compatimento. Cosa avrebbe mai potuto fare un singolo individuo contro quello che fino ad allora era stato il più vasto dominio coloniale della Terra? Eppure fu proprio quel piccolo uomo chiamato Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948) a strappare ai colonialisti inglesi la sua terra. E senza l'uso di alcuna arma micidiale ma solo con la non violenza, il boicottaggio pacifico, la resistenza passiva. 
Il Mahatma  o "Grande anima" infatti voleva ottenere per l'India l'autogoverno (Swaraj), basandosi sulla verità ideale (Satya), la non violenza (Ahimsa) e la purificazione attraverso l'amore del prossimo (Brahmacharya) della tradizione indiana. Egli infatti soleva dire che se la resistenza è violenta, l'altro continuerà a usare violenza. Ma se non si cade nella trappola e non si ricambia violenza con violenza, l'altro finirà collo scoraggiarsi e stancarsi. "Morirò comunque prima o poi. Questo è il destino di ogni uomo. Dunque sono pronto spiritualmente. Se vogliono usare violenza contro di me - affermava Gandhi parlando degli avversari - è un problema loro, non mio. La non violenza è fatta di materia solida, è l'arma dei cuori più forti. E' la Satyagraha". 

Un atteggiamento divenuto più che mai attuale in un'epoca come la nostra dove la corsa agli armamenti si porta via la fetta più grande dei bilanci degli Stati, Terzo Mondo in testa. Alla violenza si risponde con la violenza e intanto pochi si ingrassano e si lordano le mani col sangue di tanti innocenti. Eppure se tutti quei milioni di esseri umani mandati al macello fossero davvero consapevoli di quanto la guerra sia tutto uno sbaglio e si rivoltassero contro quei pochi capi che si nascondono dietro i loro cadaveri e ballano sulle loro morti per fame di potere, guerra non ci sarebbe. 

I pochi che governano sanno che se le popolazioni di tutto il mondo si unissero per pretendere la pace rifiutando la guerra, sarebbe la fine del loro sciacallaggio. Un rischio da non correre, evidentemente. E questo spiega il perché negli ultimi 50 anni l'informazione di massa abbia preso il sopravvento, divenendo strumento del potere per 'addormentare' le persone. Gandhi lo aveva capito e sapeva che solo con la non violenza, o resistenza passiva, l'avversario che basava il potere sulle armi sarebbe crollato sui suoi ruderi sconfitto da un popolo unito e consapevole. Come rendere allora oggi attuale Gandhi? Come raccogliere la sua eredità e portare la pace sulla Terra? 

Se n'è parlato a un recente incontro organizzato a Treviso da Associazione filosofica trevigiana, Cooperativa pace e sviluppo, Gildaform, Arci Yoga e Provincia di Treviso insieme a Mark Lindley, uno dei principali studiosi internazionali del pensiero e dell'opera di Gandhi, docente in molte università americane, indiane ed europee e autore di varie opere in molte lingue. "Come far capire Gandhi ai giovani, voi mi chiedete? Se alla televisione - ha risposto Lindley - vedremo più notizie sul Terzo Mondo, se capiremo finalmente che il terrorismo islamico è dovuto all'esportazione del petrolio e se ci rifiuteremo di assistere a tutta quella commercializzazione inutile, allora qualcosa cambierà. Guardateli i vostri giovani: vedono tanti modelli di camicia, si ritengono più interessanti se indosseranno l'ultimo, cercano di averlo a tutti i costi. Com'è possibile che con una televisione così poco seria essi si interessino ai problemi del mondo? Alla pace? Alla fame di quattro quinti di popolazione del Pianeta?" 

E smettiamola di parlare di perdita di valori, precisa lo studioso: "I valori sono sempre lì, basta solo avere determinazione per riscoprirli. Ma per noi oggi è difficile avere fiducia in qualche idea. Gandhi non era un dio. I suoi metodi devono essere studiati, adattati, capiti davvero. Ma una cosa vi posso dire: bisogna che ci cambiamo dentro, che limitiamo volontariamente i nostri desideri. E per far questo è necessario che ognuno di noi si conosca bene. Non bisogna mai fare più di quanto siamo in realtà capaci di fare". 
Tutto secondo le proprie possibilità e al momento giusto, dunque: "Supponiamo che finalmente venga prodotta su larga scala un'automobile ecologica e io decida di comprarla. Supponiamo anche che io la compri perché meno costosa, perché più conveniente, non perché consapevole del fatto che sarà un beneficio per l'ambiente e per le persone. Ecco: la mia decisione in realtà servirà ben poco. Ma se invece la compro sapendo che quest'auto è necessaria per diminuire l'inquinamento io faccio un piccolo passo nella direzione giusta, cioè del 'pensare' davvero a quel che faccio, secondo le mie capacità. Così sarò presto pronto a fare il prossimo passo quando verrà il momento. Piccoli passi che porteranno al traguardo. Non pensiamo infatti di cambiare tutto e subito. Gandhi diceva: 'Voglio il cambiamento sociale come le nuvole nel cielo', cioè in modo naturale, spontaneo, non forzato". 

Gandhi in tal senso fu un guerriero e un vero politico. Aveva ben presenti gli obiettivi finali e i mezzi per raggiungerli. Lui cercava vantaggi che andassero oltre i momenti della lotta, come un politico pensava al 'dopo', al nuovo governo che l'India si sarebbe data. "Se chiediamo dieci e ci offrono cinque e poi prendiamo solo tre - affermava il Mahatma  - va bene così. Poi ci daranno anche gli altri sette". 

Gandhi si prendeva le responsabilità di tutte le sue azioni, ma soprattutto puntava alla consapevolezza del singolo individuo, troppo spesso diviso dagli altri fratelli da pregiudizi, ignoranza, bugie. Quando l'India boicottò l'industria tessile britannica, ricorrendo ala produzione interna, le fabbriche in Inghilterra andarono in crisi, ci furono scioperi, licenziamenti, rivolte. Gandhi allora partì dall'India e raggiunse lo Stato britannico. "Andrò lì a spiegare cosa sta succedendo in India. Anche se mi linciano". 
E queste furono le parole che rivolse a una folla di operai in rivolta: "Non pensate di prosperare sulle tombe dei poveri milioni di indiani. Non voglio dipendere da alcun Paese per il mio cibo e il mio vestiario". Due lavoratrici lo presero per le braccia e gridarono: "Tre urrà per Mr. Gandhi!!!".
"Questa fu la differenza tra Gandhi, Fidel Castro e Stalin per esempio. Essi furono maestri nel vincere il potere con mezzi distruttivi - ha aggiunto Lindley - Poi però dovettero ricominciare con una società distrutta. Gandhi non volle mai questo". Gandhi fin da allora aveva capito gli effetti devastanti di un potere mondiale soggiogato al denaro, oggi chiamato globalizzazione o mondializzazione: "Voleva sviluppare la capacità di ogni villaggio indiano a essere indipendente. Per addolcire gli effetti malvagi della globalizzazione, diceva. Perché il Paese non fosse rovinato, al massimo diventasse un po' meno ricco. Soleva anche dire che la salvezza dell'India consisteva nel dimenticare quanto imparato negli ultimi 50 anni: treni, telegrafi, ospedali. Per Gandhi il capitalismo fu tutto uno sbaglio. Ci voleva invece autodisciplina come ci vuole anche oggi: quando infatti saremo pronti a semplificare la nostra vita per evitare che milioni di uomini muoiano di fame?" 

La Bibbia dice: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la Terra, soggiogatela e abbiate dominio su ogni essere vivente". Il testo sacro indiano, l'Upanishad, invece afferma: "Tutto ciò che si muove nell'Universo è intriso dello Spirito. Perciò godi con moderazione: non bramare ciò che non è tuo". Due civiltà, quella europea e quella indiana, dunque totalmente differenti anche nel pensiero religioso che è divenuto base del pensiero civile. 

Della civiltà europea Gandhi un giorno disse che essa "era un incantesimo di 9 giorni. Queste civiltà vanno e vengono e poi non lasciano più traccia". Nove giorni o 300 anni, che differenza fa? "Stiamo sfruttando il pianeta da tre secoli almeno, arroganti e sicuri di noi stessi - conclude Lindley - Ma quando finiranno petrolio, carbone cosa faremo? La nostra civiltà si basa su tutto questo, è fragile, effimera e sta facendo terra bruciata intorno a sé. Cosa ci resterà allora se avremo perduto lo Spirito e l'unità con l'Universo? Solo cenere e morti" . 
La forza del singolo uomo, come ha dimostrato Gandhi, è dunque la forza di un popolo intero. Non scoraggiamoci allora quando talvolta ci sembra che poteri superiori, quasi invincibili, vogliano decidere per noi e armarci la mano. Nessuno può decidere per nessuno se egli non lo vorrà. Ma per far questo bisogna uscire dall'incantesimo nel quale pochi bramosi di potere hanno gettato l'intera umanità. Togliere i veli dagli occhi si può: non date niente per scontato, dubitate di tutto quello che vogliono farvi credere. Cercatevi da soli la verità e non smettete mai di cercare. Chi cerca trova sempre, prima o poi.


" che cosa intendo per
"non-violenza" "

(dottrina della resistenza passiva)

Non violenza e codardia si accompagnano male. Posso immaginare un uomo armato fino ai denti che sia, in cuor suo, un codardo. Il possesso di armi implica un elemento di paura, se non di vigliaccheria. La vera non-violenza è invece impossibile ove non si possegga un indomito coraggio.

La non-violenza non deve mai essere usata a mo' di scudo per la codardia. Essa è un'arma per il valoroso.
Non scorgo né eroismo né sacrificio nel distruggere vite o proprietà, per offesa o per difesa.

La prova del nove della non-violenza è che, in un conflitto non-violento, non vi sono strascichi di rancore e, alla fine, i nemici si tramutano in amici. Di ciò ho fatto esperienza in Sudafrica con il generale Smuts. Questi fu, dapprima, il mio più accanito avversario. Oggi è il mio amico più affettuoso.
Questo è, in sostanza, il principio della non-collaborazione non-violenta. Ne consegue che esso deve affondare le sue radici nell'amore. Il suo scopo non dev'essere quello di punire o di infliggere ferite all'avversario. Pur non collaborando con lui, dobbiamo fargli sentire che in noi egli ha un amico, e dobbiamo tentare di toccargli il cuore rendendogli servigi umanitari ogni volta che ci è possibile.
La verità (satya) implica amore, e la fermezza (agraha) genera - e quindi ne è sinonimo - la forza. Perciò ho preso a chiamare satyagraha il movimento per l'indipendenza dell'India. Vale a dire: una forza che nasce dalla verità, dall'amore, dalla non-violenza.
Ahimsa è attributo dell'anima e, quindi, deve esser praticato da chiunque, in ogni faccenda della vita. Se non vien messo in pratica in ogni settore, non ha alcun valore pratico.
L'ahimsa non è quella cosa rozza che si è voluto far apparire. Non nuocere ad alcun essere vivente fa, senza dubbio, parte dell'ahimsa. Però ne è solo un'espressione secondaria. Al principio dell'ahimsa nuoce qualsiasi pensiero malvagio, nuoce l'indebita fretta, nuocciono le menzogne, l'odio, il malaugurio, l'invidia. Questo principio viene altresì violato quando si tiene per sé ciò di cui il mondo ha bisogno.
In un'epoca come questa, in cui la forza bruta detta legge, è quasi impossibile, per chiunque, credere che qualcuno possa rifiutare la legge della supremazia della forza bruta. Perciò ricevo lettere anonime in cui mi si consiglia di non interferire nella campagna della non-collaborazione, anche qualora da essa nascessero atti di violenza. Altri vengono da me e, presumendo che io, segretamente, stia tramando violenza, mi chiedono quando verrà il felice momento in cui le ostilità violente saranno apertamente dichiarate. Gli inglesi - mi assicurano costoro - non cederanno mai se non alla violenza, aperta o clandestina.
Altri ancora - mi si informa - credono ch'io sia il più gran mascalzone vivente in India, poiché non rivelo mai le mie vere intenzioni, mentre essi non hanno alcun dubbio ch'io, dentro di me, creda nella violenza al pari di quasi tutti gli altri.

Siccome la dottrina della spada è così radicata nella maggior parte degli uomini, siccome il successo della non-collaborazione dipende soprattutto dalla rinuncia a ogni violenza dal principio alla fine, e siccome le mie tesi al riguardo determinano la condotta di un gran numero di persone, desidero precisare questi concetti nel modo più chiaro possibile.
Credo fermamente che, laddove non ci sia da scegliere che tra codardia e violenza, si debba consigliare la violenza. Perciò, quando il mio figlio maggiore mi chiese come si sarebbe dovuto comportare qualora fosse stato presente allorché io, nel 1908, venni aggredito e ridotto quasi in fin di vita (scappar via e lasciare che mi ammazzassero, oppure seguire il suo istinto e usar la propria forza fisica per difendermi), io gli risposi che sarebbe stato suo dovere difendermi, anche a costo di usare violenza.

Però credo fermamente che la non-violenza sia mille volte superiore alla violenza, che il perdono sia più virile del castigo. «Il perdono nobilita il soldato». Ma l'astensione dal castigo equivale al perdono soltanto allorché si ha il potere di punire; non ha senso, invece, quando proviene da una creatura impotente. Un topo non perdona il gatto nel momento in cui non può far altro che lasciarsi sbranare. Io, perciò, apprezzo il sentimento di quanti reclamano l'esemplare punizione del generale Dyer e dei suoi pari. Lo farebbero a pezzi, se potessero. Ma non credo che l'India sia impotente. Non considero me stesso una creatura impotente. Solo, intendo usare la mia forza e la forza dell'India per uno scopo migliore.

Non mi si fraintenda. La forza non deriva dalla capacità fisica. Proviene da un'indomita volontà. Uno zulu medio è in grado di sopraffare, in qualsiasi momento, un inglese medio, in un combattimento a corpo a corpo. Però fugge di fronte a un ragazzino inglese, poiché teme la sua rivoltella o quelli che l'userebbero per lui. Teme la morte e perde coraggio nonostante la prestanza fisica. Noi in India potremmo anche renderci conto da un momento all'altro che centomila inglesi non debbono spaventare trecento milioni di esseri umani. In questo caso, certo, il perdono significherà il sicuro riconoscimento della nostra forza. Assieme al perdono illuminato verrà senz'altro a noi, come un'onda, una gran forza, e allora non sarà più possibile a un generale Dyer o a un Frank Johnson recare affronto all'India remissiva. Importa poco che, per il momento, io non riesca a inculcare il mio principio. Ci sentiamo troppo umiliati, adesso, per non nutrire rabbia e desiderio di vendetta. Ma non posso astenermi dal dire che l'India ha tutto da guadagnare rinunciando al
suo diritto di punire. Abbiamo un lavoro migliore da svolgere, una missione più alta da compiere per il mondo intero.

Non sono un visionario. Mi reputo un idealista pratico. La religione della non-violenza non è intesa soltanto per i rishi [saggi indù] e per i santi. È intesa anche per la gente comune. La non-violenza è la legge della nostra specie, come la violenza è la legge dei bruti. Lo spirito giace in letargo, nel bruto, ed egli non conosce altra legge che quella della possanza fisica. La dignità umana richiede che si obbedisca a una legge più alta: alla forza dello spirito.
Mi son quindi azzardato a proporre all'India l'antica legge del sacrificio-di-sé. Poiché il satyagraha e le sue diramazioni - la non-collaborazione e la resistenza civile - non sono altro che nuovi nomi per la legge della sofferenza. Quei rishi che scoprirono la legge della non-violenza nel bel mezzo della violenza eran dei geni più grandi di Newton. Ed eran guerrieri più grandi di Wellington. Benché esperti nell'uso delle armi, essi ne compresero l'inutilità e insegnarono a un mondo affranto che la sua salvezza non poteva venire dalla violenza, bensì dalla non-violenza.

Non-violenza, nella sua condizione dinamica, significa cosciente sofferenza. Non significa mite sottomissione alla volontà dei malvagi, ma comporta l'impegno di tutta l'anima a opporsi alla volontà del tiranno. Operando in nome di questa legge interiore, risulta impossibile per un singolo individuo sfidare tutto il potere di un ingiusto impero per salvare il proprio onore, la propria religione, la propria anima e adoperarsi per la caduta di quell'impero o per la sua rigenerazione.
Dunque, non chiedo all'India di praticare la non-violenza perché è debole. Voglio ch'essa la pratichi essendo ben conscia della sua propria forza, del suo proprio potere. Nessun addestramento alle armi è necessario per dispiegare questa forza. Si può credere di averne bisogno perché si pensa di essere soltanto un corpo inerte. Voglio che l'India si renda conto di avere un'anima che non può perire, ma che è capace di elevarsi trionfalmente al di sopra di ogni debolezza fisica e di sfidare il mondo intero.

Qual è il significato di Rama, semplice essere umano, che, aiutato da un'orda di scimmie, si oppone alla forza insolente di Ravana dalle dieci teste, il quale si crede al sicuro perché circondato da acque impetuose, nell'isola di Sri Lanka? Non sta forse a significare la vittoria della forza spirituale sulla possanza fisica? Però, essendo un uomo pratico, non aspetterò che l'India scopra da sé l'efficacia dell'arma spirituale nella lotta politica. L'India si ritiene impotente e si paralizza di fronte alle mitragliatrici, ai carri armati e agli aeroplani degli inglesi. E fa derivare la non-collaborazione dalla sua debolezza. Tuttavia essa servirà allo stesso scopo, cioé a liberarla dall'oppressione inglese, dal peso di questa ingiustizia, se un numero sufficiente di persone la metteranno in pratica.
Io distinguo questo movimento di non-collaborazione dal movimento indipendentista irlandese, il sinn Fein, poiché il nostro non è conciliabile in alcun modo con la violenza. Tuttavia invito anche gli adepti della scuola della violenza a provare invece con la pacifica non-collaborazione, o resistenza passiva.

Se fallisse, non sarebbe a causa della sua intrinseca debolezza. Potrebbe fallire per una scarsità di adesioni. Allora il pericolo sarebbe davvero grave. Gli uomini d'animo nobile - che non posson tollerare più a lungo l'umiliazione della loro patria - vorranno dare sfogo alla rabbia. Si voteranno alla violenza. Per quel che ne so io, periranno però senza liberare se stessi e il Paese dall'oppressione. Se l'India adottasse la dottrina della spada, potrebbe conseguire una vittoria momentanea. Allora, però, cesserebbe di essere l'orgoglio del mio cuore. Io sono sposato all'India poiché a essa debbo tutto di me. Credo, assolutamente, che essa abbia una missione nel mondo. Non deve imitare ciecamente l'Europa. Se l'India accettasse la dottrina della spada, io verrei messo allora a dura prova. Spero di non venir trovato in difetto. La mia fede in essa, questa fede vivente trascenderà il mio stesso amore per l'India. La mia vita è votata a servire l'India mediante la religione della non-violenza che, secondo me, sta alla radice dell'induismo.

Frattanto sollecito coloro che non si fidano di me a non disturbare il pacifico andamento della lotta appena cominciata, incitando alla violenza perché convinti che io desideri la violenza. Detesto i sotterfugi, l'insincerità. Si dia modo a questa gente di metter alla prova la noncollaborazione non-violenta, e ci si accorgerà che io non ho e non ho mai avuto riserve mentali di sorta.
La forza della non-violenza è di gran lunga più meravigliosa e arcana delle forze materiali della natura, come l'elettricità. La forza generata dalla non-violenza è infinitamente maggiore della forza di tutte le armi inventate dall'ingegno umano.

Sebbene la non-collaborazione sia una delle principali armi nell'arsenale del satyagraha, non va però dimenticato che non è, dopotutto, altro che un mezzo per assicurarsi la collaborazione dell'avversario, in armonia con la verità e la giustizia.
Troncare ogni rapporto con le potenze avversarie non sarà mai, quindi, consono ai fini del satyagraha, il quale mira invece a trasformare o purificare quei rapporti.

La disobbedienza civile rientra fra i diritti di qualsiasi cittadino. Nessuno può rinunciarvi senza cessare di essere uomo. Alla disobbedienza civile non tiene mai dietro l'anarchia. La disobbedienza criminale può invece condurvi. Ogni Stato reprime con la forza la violenza criminale. Perirebbe, se così non facesse. Ma reprimere la disobbedienza civile equivale a cercar di incarcerare le coscienze.
Non credo nelle scorciatoie violente al successo. Per quanto io ammiri i nobili motivi e simpatizzi con essi, sono incondizionatamente avverso ai metodi violenti, anche se al servizio della causa più giusta. L'esperienza mi ha convinto che un bene permanente non potrà mai esser frutto di non-verità e di violenza.
La non-violenza implica la volontaria sottomissione alle pene previste per la non-collaborazione con il male.

Chiudo questo mio scritto suggerendo alcune norme e direttive da mettersi subito in pratica.

1. Non si devono accettare volontari impreparati per le grandi dimostrazioni.
Pertanto solo i più esperti dovrano porsi alla testa dei cortei.
2. I volontari dovranno avere con sé un opuscolo con le istruzioni generali.
3. Nell'imminenza di una dimostrazione, si dovranno passare in rassegna i volontari e impartire loro speciali istruzioni.
4. Nelle stazioni, i volontari non dovranno concentrarsi tutti in un solo punto, presso il comitato di ricevimento, ma dovranno essere scaglionati qua e là tra la folla.
5. Alle stazioni non dovranno accedere grandi folle. Non farebbero che intralciare il traffico. C'è altrettanto onore nell'entrare in stazione, quanto nel restarne fuori.
6. Primo compito dei volontari sarà far sì che i bagagli degli altri passeggeri non vengano calpestati.
7. I dimostranti non entreranno in stazione molto prima dell'ora d'arrivo prevista.
8. Si dovrà lasciare un varco per consentire ai passeggeri di raggiungere il treno.
9. Un secondo corridoio dovrà restare aperto al centro della dimostrazione, per il passaggio delle personalità.
10. Non si formino catene. È umiliante.
11. I dimostranti non si muovano finché le personalità non abbiano raggiunto le loro carrozze, o finché non abbiano ricevuto un segnale convenuto da un volontario autorizzato.

 

12. Gli slogan nazionali debbono essere prestabiliti e non vanno lanciati comunque, in qualsiasi momento o tutto il tempo, bensì solo all'arrivo del treno, allorché le personalità salgono in carrozza, e poi, durante il corteo, a giusti intervalli.
Non si obietti che, in tal modo, la dimostrazione diverrebbe meccanica e tutt'altro che spontanea. La spontaneità dipenderà da quanto saranno nutrite le grida, dalla reazione a esse e dall'atteggiamento generale dei dimostranti, non già dal gran numero di slogan scomposti né dall'intensità delle grida. È l'addestramento di cui i partecipanti danno prova a caratterizzare le dimostrazioni. Un maomettano che in silenzio prega nella sua moschea non è meno «dimostrativo» di un indù che, al tempio, produce gran clamore con la voce, con il gong o con entrambi.

13. Lungo il percorso la folla deve allinearsi e non seguire le carrozze. Se del corteo fanno parte pedoni, essi debbono prender posto in silenzio e ordinatamente, e non partecipare o astenersi a loro piacimento.
14. La folla non dovrà far ressa sulle personalità, ma scostarsi da esse.
15. Chi si trova ai margini della cerchia non dovrà premere in avanti né opporre resistenza a una pressione in senso contrario.
16. Se vi sono donne in mezzo alla folla, esse vanno protette.
17. Non si dovranno portare tra la folla bambini piccoli.
18. Alle riunioni, i volontari si disperdano tra la folla. Imparino a far segnali con bandierine o mediante fischietti al fine di comunicarsi istruzioni, qualora a voce non sia possibile.
19. Non spetta al pubblico mantenere l'ordine. Basta, per questo, che sia fermo e in silenzio.
20. Soprattutto, ciascuno deve obbedire alle istruzioni dei volontari senza fare domande.

Il mio amico Shaukat Ali sembra dare la massima importanza alla violenza e ritenere che uccidere il proprio nemico sia il dharma dell'uomo. Quindi, egli segue la legge della non-violenza con il cuore gonfio di odio. Secondo lui, la noncollaborazione è un'arma dei deboli, inferiore, quindi, alla resistenza attiva. Ciononostante, si è unito a me perché ha capito che, a parte la non-collaborazione o resistenza passiva, non v'è alcun altro metodo efficace per tener alto l'onore della sua fede.

Faccio appello a quanti non hanno fede in me, affinché seguano il mio amico Shaukal Ali. Non occorre che credano nella purezza delle mie motivazioni, ma devono chiaramente rendersi conto che violenza e non-collaborazione non possono andar insieme. Il maggior ostacolo al lancio di una grande campagna di resistenza passiva è proprio il timore che da essa si scatenino violenze. Coloro che hanno pronte le armi debbono metterle da parte fintanto che è in corso la non collaborazione.
A mio avviso, il giorno in cui la forza bruta dettasse legge in India, ogni distinzione fra Est e Ovest, fra antico e moderno, verrebbe a scomparire. Quello sarà il giorno del giudizio, per me. Io sono fiero di considerare l'India mia patria, poiché ritengo che essa sia in grado di dimostrare al mondo la supremazia della forza d'animo. Qualora l'India accettasse la supremazia della forza bruta, non sarei più felice di chiamarla mia patria. Sono convinto che il mio dharma non riconosce limiti fra le varie sfere del dovere, né confini geografici. Prego Dio affinché io possa essere in grado di provare che il mio dharma non si dà alcun pensiero della mia persona né è limitato a un campo particolare.

Il satyagraha è una forza che può venir impiegata sia da individui sia da comunità. Può usarsi sia negli affari politici sia in quelli domestici. La sua applicabilità universale ne dimostra la permanenza e l'invincibilità. Può esser usato da uomini, donne e bambini. Non corrisponde affatto al vero dire che è una forza che possono usare solo i deboli in quanto non potrebbero rispondere alla violenza con la violenza.

In questa età di grandi prodigi nessuno dirà che una cosa o un'idea non vale niente perché è nuova. Dirlo è impossibile, in quanto non sarebbe consono allo spirito dell'epoca. Oggi si vedono cose di cui un tempo non ci si sognava neppure, l'impossibile sta diventando sempre più possibile. Restiamo stupefatti, di continuo, di fronte alle attuali invenzioni e scoperte nel campo della violenza. Ma io sostengo che scoperte ancor più meravigliose, un tempo impensate e in apparenza impossibili, saranno effettuate nel
campo della non-violenza.

La non-violenza è la più grande forza a disposizione del genere umano. È più potente della più micidiale arma che l'ingegno umano possa inventare.
Dobbiamo fare della verità e della non-violenza non materia di pratica individuale bensì di gruppi, di comunità, di Nazioni. Questo è comunque il mio sogno.
Vivrò e morirò per tentare di realizzarlo.
La fede mi aiuta a scoprire ogni giorno nuove verità"
(Gandhi)
Il 30 gennaio del 1948, all'età di settantanove anni, Gandhi fu ucciso a colpi di pistola da un fanatico indù, tra la folla che gremiva un parco pubblico a Nuova Delhi, mentre si accingeva a recitare le preghiera della sera


Lettera di Gandhi a Hitler

Caro amico,
se vi chiamo amico, non è per formalismo. Io non ho nemici. Il lavoro della mia vita da più di trentacinque anni è stato quello di assicurarmi l’amicizia di tutta l’umanità, senza distinzione di razza, di colore o di credo. Spero che avrete il tempo e la voglia di sapere come una parte importante dell’umanità che vive sotto l’influenza di questa dottrina di amicizia universale considera le vostre azioni. Non dubitiamo della vostra bravura e dell’amore che nutrite per la vostra patria e non crediamo che siate il mostro descritto dai vostri avversari. Ma i vostri scritti e le vostre dichiarazioni, come quelli dei vostri amici e ammiratori, non permettono di dubitare che molti dei vostri atti siano mostruosi e che attentino alla dignità umana, soprattutto nel giudizio di chi, come me, crede all’amicizia universale.È stato così con la vostra umiliazione della Cecoslovacchia, col rapimento della Polonia e l’assorbimento della Danimarca. Sono consapevole del fatto che, secondo la vostra concezione della vita, quelle spoliazioni sono atti lodevoli.Ma noi abbiamo imparato sin dall’infanzia a considerarli come atti che degradno l’umanità. In tal modo non possiamo augurarci il successo delle vostre armi. Ma la nostra posizione è unica.Noi resistiamo all’imperialismo britannico quanto al nazismo.Se vi è una differenza, è una differenza di grado. Un quinto della razza umana è stato posto sotto lo stivale britannico con mezzi inaccettabili. La nostra resistenza a questa oppressione non significa che noi vogliamo del male al popolo britannico. Noi cerchiamo di convertirlo, non di batterlo sul campo di battaglia. La nostra rivolta contro il dominio britannico è fatta senza armi. Ma che noi si riesca a convertire o meno i britannici, siamo comunque decisi a rendere il loro dominio impossibile con la non cooperazione non violenta. Si tratta di un metodo invincibile per sua natura. Si basa sul fatto che nessun sfruttatore potrà mai raggiungere il suo scopo senza un minimo di collaborazione,volontaria o forzata, da parte della vittima, I nostri padroni possono possedere le nostre terre e i nostri corpi, ma non le nostre anime. Essi non possono possedere queste ultime che sterminando tutti gli indiani, uomini, donne e bambini.E' vero che tutti non possono elevarsi a tale grado di eroismo e che la foza può disperdere la rivolta, ma non è questa la questione.Perché se sarà posibile trovare in India un numero conveniente di uomini e di donne pronti, senza alcuna animosità verso gli sfruttatori a sacrificare la loro vita piuttosto che piegare il ginocchio di fronte a loro, queste persone avranno mostrato il cammino che porta alla liberazione dalla tirannia violenta. Vi prego di credermi quando affermo che in India trovereste un numero inaspettato di uomini e donne simili. Essi hanno ricevuto questa formazione da più di vent’ anni. Con la tecnica della non violenza, comé ho detto, la sconfitta non esiste. Si tratta di un «agire o morire senza uccidere nè ferire. Essa può essere utilizzata praticamente senza denaro e senza l’aiuto di quella scienza della distruzione che voi avete portato a un tale grado di perfezione.Io sono stupito dal fatto che voi non vediate come questa non sia monopolio di nessuno. Se non saranno i britannici, sarà qualche altra potenza a migliorare il vostro metodo e a battervi con le vostre stesse armi. Non lascerete al vostro popolo un’eredità di cui potrà andare fiero. Non potrà andare orgoglioso raccontando atti crudeli, anche se abilmente preparati. Vi chiedo dunque in nome dell’umanità di cessare la guerra. In questa stagione in cui i cuori dei popoli d’Europa implorano la pace,noi abbiamo sospeso anche la nostra stessa lotta pacifica. Non è troppo chiedervi di fare uno sforzo per la pace in un momento che forse non significherà nulla per voi, ma che deve significare molto per i milioni di europei di cui io sento il muto clamore per la pace, perché le mie orecchie sono abituate a sentire le masse silenziose. Avevo intenzione d’indirizzare un appello congiunto a voi e al signor Mussolini, che ho avuto l’onore di incontrare all’epoca del mio viaggio in Inghilterra come delegato alla Conferenza della tavola rotonda. Spero che egli vorrà considerare questo come se gli fosse stato indirizzato, con i necessari mutamenti


La prospettiva interreligiosa di Gandhi

di Geshe Gedun Tharchin


Introduzione

Cercare la verità è una naturale aspirazione umana, un risultato dell'intelligenza e della mente umane: queste qualità rendono gli esseri umani superiori agli animali. Tuttavia, le differenti condizioni umane rappresentano molte diverse esperienze e conoscenze e queste portano con sé varietà di vite e reciproche interazioni tra soggetti ed oggetti; ognuno ha, quindi, molti strumenti per investigare fatti e verità, al meglio delle proprie capacità. Di conseguenza, il riconoscimento delle realtà e del vero modo di ricercare esse sono i principi generali per fondare una religione, una fede o un Dharma.
Effettivamente, Buddha stesso insegnò le Quattro Nobili Verità nel suo primo discorso. I molti fondatori religiosi credevano che la Verità è il solo fenomeno che può soddisfare il naturale umano desiderio. Loro credevano che lo stato ultimo della felicità della mente è realizzabile, e che gli esseri umani hanno il potenziale sufficiente per raggiungerlo tramite le proprie esperienze. Inoltre loro credevano che ogni essere umano è responsabile del piacere degli altri e che il benessere di un essere umano deve considerare come bene gli altri.
Loro credevano anche che lo stato naturale delle cose è basato su una ed ultima realtà. Per esempio Buddha dice che la realtà ultima è la vacuità, giacché tutti i fenomeni sono vuoti di un'esistenza intrinseca in loro stessi. Gesù dice che l'universo è una creazione di un ultimo vero Padre.
Di conseguenza tutti i fondatori religiosi avevano una pura e gentile motivazione e i loro insegnamenti divennero questa grande risorsa per la felicità umana.
Quindi io credo che rispettivamente ogni religione ha il potenziale di dare gli opportuni insegnamenti per guadagnare la pace della mente, se seguita come un'eccezionale sentiero spirituale. Naturalmente ogni essere umano ha il diritto e la possibilità di addestrarsi con tutte le diverse religioni affinché sviluppi una pratica religiosa organica e personale. Io non intendo dire né che tutte le religioni dovrebbero essere unificate, né che tutti gli esseri umani dovrebbero studiare e praticare tutte le religioni. Bensì, io sto sottolineando un importante concetto: le persone non dovrebbero considerare le religioni come contrapposte l'un l'altra o intoccabili.
Le persone devono considerare le religioni come risorse di felicità e non come la distruzione di essa.
Ogni qualvolta il nome di una religione diventa sinonimo di distruzione, ciò non accade per causa della religione o del suo fondatore, ma a causa delle persone che fraintendono il significato e l'uso della religione.

Ma come portare tutte le differenti religioni insieme negli studi e nella pratica di un singolo essere umano? Io vorrei spiegarlo qui parlando di Gandhi e della sua vita. Gandhi nacque in una famiglia Hindu e fu educato sia in Occidente sia in Oriente. Accanto ai suoi studi accademici, egli considerò la pratica religiosa come un grande compito della sua vita e studiò le differenti religioni ogni volta e dovunque ne aveva l'opportunità. Egli praticò religioni diverse appena poteva. Noi consideriamo Gandhi come un mente veramente grande e intelligente, mossa da pura conoscenza umana
Lui credeva che il valore di una religione ha fondamento sulle basilari buone qualità umane. Per valori umani intendo mente compassionevole e senso del perdono. Se qualcuno fallisce in queste qualità umane basilari, lui o lei non otterrà mai alcun beneficio da una fede religiosa.
Perciò coltivare i valori umani fondamentali è il primo dovere di una persona religiosa. Le qualità umane fondamentali sono la porta per iniziare una genuina pratica religiosa.
Allo scopo di raccogliere differenti studi religiosi in una sola vita umana, una persona dovrebbe capire i concetti delle diverse religioni e, per questo, i seguaci delle varie religioni dovrebbero incontrarsi e studiare insieme per il beneficio e la comprensione reciproci.
Questa è la principale ragione per cui promuovere il dialogo e gli incontri interreligiosi è molto importante nel mondo odierno.
Io considero la vita di Gandhi e il suo insegnamento come la migliore via e motivazione per attuare un così importante compito.
A causa dell'assenza di un'apertura e di buon cuore, molte persone del mondo oggi soffrono per sentimenti di insoddisfazione, malinconia e senso di insicurezza. Così, promuovere valori umani più profondi è un insegnamento di cui oggi il mondo ha bisogno.
Inoltre, la promozione di un'armonia tra le diverse religioni è essenziale per sviluppare le umane qualità. Allo scolpo di sviluppare una reale armonia tra le differenti religioni, base di una reciproca comprensione, noi dobbiamo promuovere maggiore comunicazione e interazione tra quelle diverse religioni. Perciò oggi il dialogo interreligioso è un compito e un bisogno essenziale.
I valori umani essenziali stanno a significare che per sua natura, effettivamente ognuno ha lo stesso desiderio di felicità e stesso diritto di realizzarlo. Un'altra verità è che la felicità dipende dall'aiuto degli altri o dal loro supporto, e dalla loro gentilezza. Quindi, giacché noi siamo esseri umani in una società umana, dobbiamo vivere nello sforzo comune del reciproco beneficio
Di conseguenza, noi dobbiamo occuparci o dovremmo pensare al benessere degli altri, avere il cuore aperto e capire la realtà


Gandhi e le religioni del mondo

Consideriamo Gandhi come un uomo universale che aveva una fede costante negli immortali valori umani e denunciava tutti i tipi di barriere: geografica, razziale, culturale ecc.
Riguardo alle diverse religioni nel mondo egli credeva profondamente che: "Tutte le religioni hanno una sorgente e nessun uomo ha il diritto di dire che la sua è la migliore, o che sia la sola vera forma di credo".
L'induismo di Gandhi era una religione con una prospettiva universale. Egli si lasciò influenzare da tutte le culture, e rifiutò di ridurre la sua eredità culturale a una visione ristretta della vita e degli eventi
Gandhi credeva nella grandezza di tutte le religioni. Egli dice: "Io credo la verità fondamentale di tutte le grandi religioni del mondo". Ogni qualvolta Gandhi ne aveva l'opportunità, egli citava le sacre scritture Hindu, Islamiche e cristiane alle riunioni di preghiera. Gandhi provava a capire e adottava ogni cosa che trovava essere di valore nelle altre religioni. Lui credeva in tutti i grandi profeti e santi. Lui proclama: "Il mio induismo non è settario. Esso include tutto ciò che io so essere il meglio nell'Islamismo, nel Cristianesimo, nel Buddismo e Zoroastrismo".
Gandhi non separava mai la sua religione dal resto della sua vita. Egli dice: "Io non conosco alcuna religione a parte l'attività umana".
Gandhi era un uomo politico che regolava la sua vita politica sui dettami dei principi morali e religiosi e in base alla voce della coscienza.
Thomas Matron riconosce un appropriato tributo a Gandhi, quando dice: "Per Gandhi, strano che possa sembrarci, l'azione politica deve essere la sua vera natura di religioso, nel senso che, essa doveva essere permeata dai principi di saggezza religiosa e psicologica. Separare religione e politica era agli occhi di Gandhi "follia", perché per Gandhi, la politica è fondata interamente su una religiosa interpretazione della realtà della vita e della condizione dell'uomo nel mondo".
Nella prospettiva di Gandhi "Dio" e "Verità" hanno la stessa denotazione. Perciò l'asserzione "Dio è Verità" può essere convertita semplicemente senza cadere in errore. Il significato psicologico di questa citazione è rilevante. Dopo "Crossed the Sahara of atheism", Gandhi accettò l'idea di Dio delle religioni del mondo.

Conclusione

Dalla vita di Gandhi, io sono sicuro che le persone che vogliono trovare la soluzione per l'armonia delle religioni del mondo, possono imparare il modo migliore per studiare, praticare e promuovere la pace del mondo e la Fratellanza Universale.

Geshe Gedun Tharchin
(Roma, 1998)


Traduzione dal testo originale inglese
"Interreligious studies and experiences of Gandhi",
Gedun Tharchin, Roma 1998,
a cura degli Spazi Web in Sintonia


G A N D H I

P E R   L A   P A C E

 Principi di non violenza


La ahimsa (non violenza) è per Gandhi la legge fondamentale del nostro essere. Per questo può essere utilizzata come il principio più efficace per l’azione sociale; la non violenza infatti è in profondo accordo con la verità della natura umana e corrisponde al desiderio innato di pace, di giustizia, di ordine, di libertà e di dignità personale. Poiché la himsa (violenza) degrada e corrompe l’uomo, rispondere alla forza con la forza e all’odio con l’odio può solo accrescere la degradazione progressiva. La non violenza, al contrario, risana e reintegra la natura umana, offrendo un mezzo per ristabilire l’ordine e la giustizia sociale. La ahimsa non  è una politica  per conquistare potere. È un modo per trasformare i rapporti così da compiere un trasferimento pacifico del potere, realizzato da tutti gli interessati, liberamente e senza coercizione, perché tutti sono arrivati a riconoscerne la giustezza.
Poiché la ahimsa appartiene all’uomo, tutti possono apprenderla, anche se Gandhi prudentemente afferma di non aspettarsi che tutti possano praticarla alla perfezione. In ogni caso, ognuno dovrebbe essere pronto a correre il rischio di puntare sulla ahimsa, dato che le politiche violente non solo si sono rivelate fallimentari, ma minacciano l’uomo di estinzione.
Thomas Merton
 
AFORISMI
 
La non violenza non è un vestito che possiamo mettere e togliere quando ci pare. Essa abita nel cuore, e deve essere una parte inscindibile del nostro essere. (I- 61)
 
L’acquisizione dello spirito della resistenza passiva richiede un lungo addestramento per imparare a rinunciare a se stessi e riconoscere le forze nascoste dentro di noi. Lo spirito della resistenza passiva modifica radicalmente il nostro modo di vedere la vita… È la forza più grande che esista, perché rappresenta la più alta espressione dell’anima.(I-63)
 
Non c’è salvezza per nessuno di noi se non nella verità e nella non violenza. So che la guerra è sbagliata, è un male che niente può mitigare. So anche che essa deve continuare. Eppure credo fermamente che la libertà conquistata con lo spargimento di sangue o l’inganno non sia libertà. (I-75)
 
La non violenza per essere un credo deve penetrare ovunque. Non posso essere non violento in una delle mie attività e violento nelle altre. Questa non violenza sarebbe una politica, non una forza vitale. (I-110)
 
   La non violenza è la più grande e la più attiva forza  che ci sia al mondo. Non si può essere passivamente non violenti…Chi riesce a esprimere la ahimsa nella vita esercita una forza superiore a tutte le forze della brutalità. (I-113)
 
Quando la pratica della ahimsa diventerà universale, Dio regnerà sulla terra come regna nei cieli. (I-121)
 
La non violenza non va predicata. Va praticata. (I-129)
 
Gli stati che oggi sono democratici solo di nome o devono diventare esplicitamente totalitari o, se sono sinceramente democratici, devono diventare coraggiosamente non violenti. (I-159)
 
Con il giusto addestramento e la giusta guida, la non violenza può essere praticata dalle masse del genere umano. (I-168)
 
Non ci sarà mai la pace se le grandi potenze non optano coraggiosamente per il disarmo. (I-176)
 
Gesù visse e morì invano se Egli non ci insegnò a regolare tutta la vita secondo la legge eterna dell’amore. (I-181)
 
Sbagliano di grosso quelli che non praticano la non violenza nei loro rapporti personali con gli altri ma sperano di usarla nelle questioni più grandi…La non violenza non è la sopportazione reciproca. Appena ci si convince che la non violenza è la legge della vita, è necessario praticarla  nei confronti di coloro che sono violenti con noi; e questa legge deve valere tanto per le nazioni quanto per gli individui. Se c’è questa convinzione, il resto viene da sé. (I-187)
 
Se si è orgogliosi ed egoisti, non si può essere non violenti. La non violenza è impossibile senza l’umiltà. L’esperienza personale mi dice che tutte le volte che ho agito in maniera non violenta vi sono stato indotto dall’incitamento supremo di un potere invisibile che mi ha sostenuto. Avessi agito seguendo la mia volontà, avrei fallito miseramente. (I-187)
 
Il mio ottimismo si fonda sulla fede nelle infinite possibilità dell’individuo di sviluppare la non violenza. Più la si sviluppa nel proprio animo, più essa diventa contagiosa fino a espandersi in ciò che ci circonda, e potrebbe inondare in breve tempo il mondo intero. (I-190)
 
Se non c’è l’accettazione della non violenza su scala nazionale di certo non c’è un governo costituzionale o democratico. (I-199)
 
Il vero democratico è colui che difende con mezzi esclusivamente non violenti la sua libertà e quindi  quella del suo paese e in definitiva quella di tutta l’umanità. Nelle prove che ci attendono, i pacifisti dovranno dimostrare la loro fede rifiutando risolutamente di impegnarsi in alcun modo nella guerra, sia essa difensiva o offensiva. Ma il dovere della resistenza spetta solo a coloro che credono nella non violenza come in una religione – non a coloro che calcoleranno  di ogni caso i pro e i contro e decideranno di volta in volta se approvare o opporsi a questa o quella guerra. Ne deriva che questo genere di resistenza è una faccenda in cui ognuno deve decidere da sé, guidato dalla voce interiore, se sa riconoscerne l’esistenza. (I-204)
 
Se ci manteniamo non violenti, l’odio si estinguerà, come tutto si estingue col disuso. (I-263)
 
È la legge  dell’amore a governare l’umanità. Fosse stata la violenza, cioè l’odio, a governarci, ci saremmo estinti già da chissà quanto tempo. E tuttavia la tragedia è che  uomini e nazioni cosiddetti civili si comportano come se il fondamento della società fosse la violenza. (I-266)
 
Si può salvare la democrazia solo con la non violenza, perché la democrazia, fin quando è sostenuta dalla violenza, non può provvedere ai deboli e proteggerli. A mio modo di vedere, in una democrazia le persone più deboli dovrebbero avere le stesse opportunità delle persone più forti. Il che non potrà mai essere se non attraverso la non violenza…La democrazia occidentale, per come funziona oggi, mi sembra una forma annacquata di nazismo o di fascismo. (I-269)
 
La  difesa non violenta  presuppone una totale indifferenza  verso la propria vita e i propri beni. (I-271)
 
Coloro che muoiono con remissività forse placheranno la furia della violenza con il loro sacrificio totalmente innocente. (I-278)
 
L’azione veramente non violenta non può che nascere dalla sincera convinzione che tu e colui che temi e consideri un  ladro…siate uno, e che perciò è meglio che sia tu a morire  per mano sua piuttosto che lui, il tuo fratello cieco, per mano tua. (I-279)
 
Dichiaro di essere un appassionato cercatore della verità, la quale altro non è che uno dei nomi di Dio. Nel corso di questa ricerca mi è stato dato di scoprire la non violenza. La sua propagazione costituisce la missione della mia vita. Non mi interessa vivere se non per seguitare questa missione. (I-282)
 
Colui che incontra la morte senza sferrare un colpo adempie al suo dovere per intero. Il risultato è nelle mani di Dio. (I-284)
 
Il migliore campo per l’esercizio della non violenza è la famiglia o le istituzioni considerate come una famiglia. Dovrebbe essere abbastanza facile praticare la non violenza tra i familiari. Se non siamo capaci neanche di questo significa che non abbiamo sviluppato la capacità della vera non violenza. (I-299)
 
L’uomo in quanto animale è violento, ma in quanto essere spirituale è non violento. Nel momento in cui si risveglia l’elemento  spirituale che è dentro di noi, non si può continuare a essere violenti. O si progredisce verso la ahimsa o si affretta  la propria rovina. (I-311)
 
In quest’epoca di democrazia è essenziale che i risultati desiderati siano raggiunti grazie all’impegno di tutti. Indubbiamente è una buona cosa conseguire un obbiettivo grazie allo sforzo di un singolo individuo supremamente potente, ma questo non renderà mai consapevole la gente della propria forza collettiva. (I-342)
 
Se si vuole davvero salvare la libertà e la democrazia, si potrà farlo solo grazie alla resistenza non violenta, che non è meno coraggiosa  né meno gloriosa della resistenza violenta. Anzi lo sarà infinitamente di più, perché darà la vita senza toglierne  alcuna. (I-357)
 
Che differenza fa per i morti, gli orfani e i senzatetto, se la folle distruzione è coltivata in nome del totalitarismo o in quello santo della libertà e della democrazia? (I-357)
 
La  libertà e la democrazia diventano  empie  quando le  mani si  arrossano di sangue innocente. (I-357)
 
Non collaborare con il male è un dovere sacro. (I-358)
 
Un soldato di pace, a differenza di quello di spada, deve dedicare tutto il tempo che può alla promozione della pace, in guerra come in pace. Il lavoro che egli svolge in tempo di pace è una misura  preventiva del tempo di guerra, e insieme una preparazione in vista di quella. (I-366)
 
Il compito che attende i seguaci della non violenza è assai difficile, ma nessuna difficoltà può confondere davvero uomini che hanno fede nella loro missione. (I-398)
 
La non violenza non conosce la sconfitta. Deve essere però la vera non violenza, non una simulazione. (II-8)
 
Nel momento in cui lo schiavo decide di non essere più schiavo, le catene gli cadono di dosso. Egli diviene libero e mostra agli altri come si fa. La libertà e la schiavitù sono stati della mente. Perciò innanzitutto occorre dirsi: “Non accetterò più il ruolo dello schiavo. Non ubbidirò ciecamente a tutti gli ordini, se essi sono in conflitto con la mia coscienza disubbidirò”. Il cosiddetto padrone potrebbe anche frustarti per cercare di costringerti a servirlo. E tu dirai: “No, non ti servirò né per il tuo denaro né per le tue minacce”. Così forse conoscerai la sofferenza. E la tua disponibilità a soffrire farà brillare la fiaccola della libertà, che niente potrà mai spengnere. (II-10)
 
Gesù è stato forse il resistente più attivo che ci tramandi la storia. La sua è la non violenza par excellence. (II-16)
 
Nel satyagraha la causa deve essere giusta e limpida tanto quanto i mezzi. (II-33)
 
Nella non violenza le masse dispongono di un’arma che permette anche a un bambino, a una donna, o a un vecchio decrepito di opporsi con successo al governo più potente. Se il tuo spirito è forte, la semplice mancanza di forza fisica cessa di essere uno svantaggio. (II-41)
 
Il primo principio dell’azione non violenta è la non collaborazione con tutto ciò che è umiliante. (II-53)
 
Il  genere umano è a un bivio. Deve scegliere fra la legge della giungla e la legge dell’umanità. (II-56)
 
La ahimsa richiede la forza e il coraggio di sopportare il male senza ritorsione, di subire i colpi altrui senza infliggerne ad alcuno. Ma non si esaurisce in questo il suo significato. Il silenzio diventa vigliaccheria quando la situazione impone di dire forte e chiara tutta la verità e di agire di conseguenza. (II-57)
 
Sacrificare la propria vita per ciò che si ritiene giusto, ecco l’essenza del satyagraha. (II-59)
 
La spada del satyagraha è l’amore, e la fermezza incrollabile che ne deriva. (II-59)
 
Non sei un satyagrahi se resti a guardare, spettatore silenzioso o passivo, mentre il tuo nemico viene condotto a morte. Devi difenderlo a costo della tua vita. (II-63)
 
Devo forse commettere tutto il male che posso prima di potere imparare a fuggirlo? Non è sufficiente conoscere il male per fuggirlo? Se conoscerlo non ci basta, dovremmo essere tanto sinceri da ammettere che amiamo troppo il male per rinunciarvi. (II-74)
 
Il mondo se la vedrà brutta se lo spirito della violenza si impadronisce della mente delle masse. Esso può arrivare a distruggere la specie umana. (II-75)
 
Indubbiamente la preghiera richiede una viva fede in Dio. È inconcepibile che il satyagraha possa avere successo senza questa fede. Dio può essere chiamato con qualsiasi altro nome a condizione che esso implichi l’idea della viva Legge della Vita – in altre parole, della Legge e del Legislatore sentiti come un tutt’uno. (II-78)
 
È impossibile che uno stato moderno basato sulla forza possa resistere in maniera non violenta alle forze del disordine, siano esse esterne o interne. Non si può servire Dio e Mammona, non si può essere nello stesso tempo misurati e furiosi. (II-90)
 
La ahimsa è uno dei grandi principi del mondo e nessuna forza terrena potrà mai annientarla. Migliaia di persone come me potrebbero morire nel tentativo di affermare questo ideale, ma la ahimsa non morirà mai. Il vangelo della ahimsa può essere propagato solo attraverso quei credenti che muoiono per la causa. (II-96)
 
L’umanità può uscire dalla violenza solo attraverso la non violenza. L’odio può essere vinto solo dall’amore. Ricambiare l’odio con l’odio serve solo ad allargarlo e approfondirlo. (II-97)
 
Considero l’impiego della bomba atomica per l’annientamento di uomini, donne e bambini, l’uso più diabolico della scienza. (II-98)
 
La non violenza è la sola cosa che la bomba atomica non potrà mai distruggere…A meno che il mondo non adotti subito la non violenza, la bomba atomica significherà il suicidio certo della specie umana. (II-98)
 
La verità e la non violenza non sono possibili senza un’accesa fede in Dio, intendendo con Dio quella Forza viva che esiste autonomamente, che tutto conosce, che partecipa di ogni altra forza conosciuta al mondo ma non dipende da alcuna, e che continuerà a vivere anche qualora tutte le altre forze concepibili si estinguessero o cessassero di agire. Non posso spiegare la mia vita senza la fede in questa Luce vivente, Che tutto abbraccia. (II-112)
 
È  difficile ma non impossibile attenersi strettamente al principio dell’onestà nel concludere affari. Ma è certamente vero che l’onestà risulta incompatibile con la capacità di ammassare grandi fortune. (II-127)
 
Il satyagraha esclude la vendetta. Non crede nella distruzione ma nella conversione. (II-149)
 
Dove c’è la ahimsa c’è la Verità e la Verità è Dio. Egli si manifesta in forme che io non sono in grado di descrivere. So solo che Egli pervade ogni cosa e dove c’è Lui tutto va bene. (II-151)
 
A meno che le grandi nazioni non si liberino della loro voglia di sfruttamento e dello spirito della violenza, di cui la guerra è l’espressione naturale e la bomba atomica l’inevitabile conseguenza, il mondo non ha speranza di pace. (II-163)
 
[Gesù] che era un uomo completamente innocente, sacrificò se stesso per il bene degli altri, nemici compresi, e diventò così riscatto del mondo. Fu un atto perfetto. (II-166)

La bontà deve sempre accompagnarsi alla coscienza. La vita mi ha insegnato che la sola bontà altrimenti serve a poco. Occorre coltivare l’acuta capacità di discernimento che va con il coraggio morale e il carattere. (II-195)
 
L’essenza del vero insegnamento religioso consiste nell’idea che si debba servire e aiutare tutti. È piuttosto facile essere amichevoli con gli amici. La religione vera sta nell’aiutare chi ti considera un nemico. L’altra è ben poca cosa. (II-248)
 
I mezzi impuri si risolvono in un fine impuro. (II-274)
DISCORSI SULLE RELIGIONI AFFRONTATI DA GANDHI

 
Mi professo un uomo di fede e preghiera, e persino se venissi fatto a pezzi, Dio mi darebbe la forza di non ripudiarLo e di asserire che Egli è. Il mussulmano dice che solo Dio è e che non c’è nessun altro. Anche il cristiano e l’induista dicono la stessa cosa, e persino il buddista, benché con parole differenti, se mi è consentito esprimermi così. Ognuno di noi può esibire la propria interpretazione della parola di Dio, quel Dio che abbraccia non solo questo minuscolo globo, ma milioni di miliardi di altri globi simili. Come possiamo noi, piccole creature striscianti e del tutto inermi – così Egli ci ha fatti – misurare mai la Sua grandezza, il Suo sconfinato amore, la Sua infinita  pietà, che Lo inducono a tollerare che l’uomo Lo neghi con insolenza, alterchi su di Lui, e tagli la gola ai propri simili? Come possiamo misurare la grandezza di Dio, che è così misericordioso, così divino? Benché le parole siano le stesse, dunque, non hanno un identico significato per tutti. Per questo sostengo che facciamo del proselitismo o che conquistiamo shuddhi o tabligh con le nostre parole o i nostri scritti, ma solo, in realtà, con la nostra vita. Sia la vostra vita un libro aperto su cui tutti possano studiare. (..) Allora non vi sarebbero più sfiducia, sospetto, gelosia e dissensi.

SUL BUDDISMO

  Ho la massima venerazione per il Budda, uno dei più grandi predicatori di pace. Il vangelo del Budda è il Vangelo dell’amore.

 (…) E’ mia dichiarata convinzione che la sostanza o gli insegnamenti del Budda costituiscano ormai una parte integrante dell’induismo. (…) Con il suo immenso sacrificio, la sua grande rinunzia e la purezza immacolata della sua vita egli lasciò un’impronta indelebile sull’induismo, che serba un eterno debito di gratitudine verso quel grande maestro.

(..) Gautama era lui stesso un convinto induista. Aveva assorbito quanti di meglio c’era nell’induismo e riportò alla vita certi insegnamenti dei Veda, rimasti sepolti sotto uno strato di erbacce. Il suo grande spirito induista si fece largo attraverso la foresta delle parole, parole ormai prive di significato, che ricirconfuse dell’aurea verità presente nei Veda. Fece sì che alcuni passi dei Veda riacquistassero quel significato che gli uomini della sua generazione avevano del tutto smarrito, e trovò in India la terra più congeniale.  Dovunque il Budda si recasse, era seguito e circondato non da non-induisti, ma da induisti, già perfettamente impregnati nella legge vedica. Ma l’insegnamento del Budda si allargò a tutto e abbracciò tutto, come il suo cuore, e perciò è sopravvissuto al suo corpo fisico e si è diffuso sulla faccia della terra. (..) proclamo che tale risultato è un trionfo dell’induismo. Budda non rinnegò mai l’induismo, ma ne ampliò la base.

  (..), vedo tante incongruenze tra ciò che sono personalmente arrivato a intuire come fatto centrale della vita del Budda e la vostra pratica da restarne confuso. (..) tre punti (..). Il primo è il credere in una pervasiva Provvidenza chiamata Dio. Innumerevoli volte mi è capitato di sentirla mettere in discussione e ho letto in alcuni libri che avevano, oltretutto, la pretesa di esprimere lo spirito del buddismo, che il Budda non credeva in Dio. Secondo la mia umile opinione una tale credenza contraddice il fondamento stesso dell’insegnamento del Budda. La confusione è derivata, a mio avviso, dal suo ripudio – giusto ripudio – di tutto ciò che di vile ai suoi tempi veniva associato al nome di Dio. Indubbiamente il Budda rigettò la nozione che un essere chiamato Dio fosse spinto da malizia, potesse pentirsi delle proprie azioni, fosse perfettamente esposto a tentazioni e corruzioni e avesse i propri favoriti come i re della terra. L’intera anima del Budda respingeva indignata la credenza che un essere chiamato Dio potesse prendere per propria soddisfazione il sangue vivo degli animali, quegli animali che aveva Egli stesso creato. Reinsediò, pertanto, Dio al proprio posto e detronizzò l’usurpatore che a quel tempo pareva averne occupato il Bianco Trono. Sottolineò e riploclamò l’eterna e immutabile esistenza del governo morale di questo universo. Affermò senza esitazione che la legge era Dio stesso.


  Che cos’è il Nirvana?
Le leggi di Dio sono eterne e immutabili, non separabili da Dio stesso. Ciò rappresenta una condizione imprescindibile della Sua stessa perfezione. Di qui la grande confusione che il Budda non credesse in Dio ma, semplicemente, nella legge morale. Da tale equivoco circa Dio stesso, sorse poi quello sull’esatta interpretazione della grande parola nirvana. Per  nirvana, indubbiamente, non deve intendersi completa estinzione. A quanto mi è stato dato capire a proposito del tratto fondamentale della vita del Budda, il nirvana è solo completa estinzione di tutto ciò che c’è di vile, di perverso, di corrotto e corruttibile in noi. Il nirvana non è come la nera mortifera pace della tomba, ma pace vivente, felicità pulsante di un’anima che è conscia di sé, e conscia di aver trovato dimora nel cuore dell’Eterno.
Il terzo punto riguarda la scarsa considerazione in cui giunse a essere tenuta l’idea di santità di tutti gli esseri viventi nei suoi viaggi fuori dall’India. Per quanto grande fu il contributo dato dal Budda all’umanità nel restaurare Dio al Suo eterno posto, secondo la mia umile opinione ancora maggiore fu il suo contributo all’umanità nel pretendere rispetto per ogni forma di vita, per vile che potesse essere. So benissimo che nemmeno la sua India si levò alle altezze da lui auspicate. Ma l’insegnamento del Budda, quando divenne buddismo e si diffuse fuori di essa, arrivò e significare che la sacralità delle vita animale non aveva il senso inteso dall’uomo ordinario. (..). Soprattutto in Birmania, nessun buddista ucciderebbe personalmente un solo animale, ma non si darebbe cura che fossero altri ad uccidere degli animali per lui e a servirgli la loro carne per cibo.
L’induismo ha dettato alcune condizioni per uno studio adeguato e fervente delle religioni. Esse hanno un carattere universale. Ricorderete, fra l’altro, che Gautama era un convinto induista, saturo dello spirito dell’induista, dello spirito vedico, nato e cresciuto in un ambiente estremamente esaltante – esaltante per lo spirito – e che, a quanto ne so, non rigettò mai l’induismo o il messaggio dei Veda. Ciò che operò, perciò, fu di tale riforma della fede pietrificata che lo circondava. Mi azzardo a suggerirvi che il vostro studio del buddismo sarà incompleto se non verificherete le fonti originali da cui il Maestro trasse la propria ispirazione, se non studierete, cioè, il sanscrito e le scritture in tale lingua, Ma il vostro compito, se volete capire lo spirito del Budda e non solo la lettera del buddismo, non finisce qui. Tale studio impone le condizioni che mi accingo a descrivervi: chiunque, uomo o donna, si accosti allo studio della religione, deve prima di tutto osservare quelli che vengono chiamati i cinque yama. Si tratta delle cinque regole per l’autopurificazione, che voglio ricordarvi. Prima di tutto, Brahmacharya, il celibato; la seconda è Satya, la verità; la terza è Ahimsa, la perfetta innocenza, che non fa arrecare male nemmeno a una mosca; segue Asteya, il non rubare, non soltanto nel senso in cui la parola è comunemente intesa, ma anche in quello di astenersi dal pretendere con sé, o addirittura guardare con cupidigia, tutto ciò che non sia proprio. Infine, Aparigraha: chi desiderasse possedere ricchezze mondane o altre cose, non sarà in realtà, adatto a intendere lo spirito del Budda. Queste sono le condizioni indispensabili. Ve ne sarebbero anche altre, ma quelle su cui insisto sono le fondamentali, le stesse a cui si era conformato Gautama, prima di raggiungere la conoscenza, rispettandone, come pochi altri suoi contemporanei, soprattutto lo spirito. Lasciate che vi dica umilmente che non comprenderete lo spirito del Budda senza prima conformarvi a vostra volta a tali regole e cercare poi, con animo fervente, di capire che cosa il Maestro realmente intendesse. Non fa differenza che voi sappiate di lui attraverso tutti i libri che sono stati scritti sulla sua figura; mi permetto di garantirvi che comprenderete e interpreterete persino questi libri in una luce nuova non appena avrete adempiuto, prima di tutto, all’osservanza delle condizioni preliminari. Guardate che cosa hanno fatto molti critici dell’Islam, che hanno ridotto a pezzi il sacro testo su cui giurano milioni di musulmani, esponendo al disprezzo gli insegnamenti dell’Islam. E gli autori di tale critiche non erano uomini disonesti, bensì onesti; non erano persone che non si sforzassero di ricercare la verità, lo facevano, ma ignoravano le condizioni da rispettare prima di poter intraprendere alcuno studio religioso. Guardate, inoltre, che cosa hanno fatto i critici dell’Induismo. Ho letto molte di quelle critiche, cercando di penetrare lo spirito dei loro autori, ma sono arrivato alla conclusione che essi non conoscevano l'abc dell’induismo, e che incorrevano in grossolani errori d’interpretazione. Prendete lo stesso cristianesimo. Molti induisti l’anno frainteso. Si accostano alla Bibbia, al Vecchio Testamento, al Nuovo Testamento con spirito cavilloso e inficiato da pregiudizi. Ma perché parlare degli induisti? Non ho forse letto libri scritti da inglesi che, fingendosi atei, hanno smontato la Bibbia pezzo per pezzo e posto le loro impietose disamine in mano a uomini e donne innocenti, arrecando in tal modo grave danno ai semplici che leggevano?
(..) Voi credete che Gautama insegnò al mondo a trattare come faceva lui stesso persino le creature più vili. Considerava preziosa quanto la sua anche la vita delle creature che strisciano sulla terra. Affermare che gli esseri umani siano signori e padroni della creazione inferiore è solo arroganza. Al contrario, essendo essi creature viventi maggiormente dotate, devono considerarsi amministratori del regno animale inferiore.

 

SUL CRISTIANESIMO

  Il mondo, e perciò anche noi, non può fare a meno dell’insegnamento di Gesù più di quanto non possa rinunciare a quello di Maometto o delle Unipanishad. Considero tali dottrine complementari tra loro, nessuna valida in modo esclusivo. Il loro significato reale, la loro interdipendenza e interrelazione, devono esserci ancora rivelati. Non siamo che mediocri rappresentanti delle nostre rispettive fedi, cui contravveniamo più spesso di quanto non crediamo.

(…) Considero Gesù Cristo uno dei più grandi maestri dell’Umanità, ma non lo considero il “solo Figlio di Dio”. Molti passi della Bibbia sono mistici. Per me “la lettera uccide, lo spirito dà vita”.

(…) Gesù non predicò una nuova religione, ma una nuova vita. Egli invitò gli uomini al pentimento. Sono sue le parole: << Non tutti coloro che diranno, “Signore, Signore”, entreranno nel Regno dei Cieli; ma solo chi eseguirà la volontà del Padre mio che è nei cieli. >>

(…) E occorre ricordare che Egli (il Cristo) operava in mezzo alla sua gente, e diceva che non era venuto a distruggere, ma a completare.

Gandhi si rivolge ai missionari cattolici dicendo che:
Benché sia stato loro amico, li ho sempre criticati, non  per il puro gusto di farlo, ma perché sentivo che mi sarei dimostrato un amico migliore aprendo loro il mio cuore, anche a costo di ferirne i sentimenti. (…)

La prima distinzione che vorrei fare, dopo queste osservazioni preliminari, tra la vostra opera missionaria e la mia, è che mentre io rafforzo la fede della gente, voi la minate. Il vostro operato, ho sempre ritenuto, sarà tanto più ricco se accetterete per quello che sono le fedi delle persone che venite a servire, fedi che, per quanto rozze, per loro sono preziose. E affinché possiate meglio apprezzare quello che dico, occorre forse che rileggiate il messaggio della Bibbia nei termini di ciò che sta accadendo intorno a noi. La parola è la stessa, ma lo spirito si estende e si fa sempre più pregnante. Potrebbe darsi che molte cose della Bibbia debbano essere reinterpretate alla luce delle scoperte – non della scienza moderna- ma del mondo spirituale, sotto forma di esperienze comuni a tutte le fedi. Occorre rileggere e reinterpretare i versetti fondamentali di San Giovanni. Sono arrivato a pensare che le parole abbiano una loro evoluzione proprio come noi esseri umani, modificandosi, di stadio in stadio, nei contenuti che sottendono. Per esempio il contenuto della parola più ricca – Dio – non è lo stesso per ciascuno di noi, ma varia con l’esperienza di ognuno. (…).
D.: Come possiamo rinunciare a condannare se siamo convinti che la nostra verità cristiana sia la sola realtà?
R.:  Questo mi porta a ribadire il dovere della tolleranza. Se non riuscite a rendervi conto che la fede altrui è altrettanto vera della vostra, quantomeno dovreste sentire che gli altri uomini sono altrettanto veri di voi. (…)

 (...) e arrivai alla conclusione che tutte le religioni sono giuste, ma che ognuna di esse non può che essere naturalmente e necessariamente imperfetta, perché interpretata, e più spesso fraintesa, dai nostri poveri intelletti, o, a volte, dai nostri poveri cuori. In tutte le religioni scoprii, con mio dolore, che c’erano diverse e persino contraddittorie interpretazioni di alcuni termini, e dissi:<<Non fa per me. Se voglio soddisfare la mia anima, devo sentire a modo mio. Devo servire Dio in silenzio e chiederGli di guidarmi>>. C’è un magnifico verso in sanscrito che dice:<<Dio aiuta soltanto l’uomo che si sente del tutto indifeso e umile>>.

(..) Non compiacetevi di credere che basti recitare il celebrato verso di San Giovanni per essere cristiani. Se ho letto con correttezza la Bibbia, so che se Gesù Cristo si reincarnasse in mezzo a noi oggi, riconoscerebbe come suoi, più che molti di noi, parecchi che non hanno mai sentito il suo nome o che hanno addirittura rigettato l’interpretazione ufficiale del Cristianesimo. Perciò vi chiedo di affrontare il problema che vi sta davanti con cuore aperto e umiltà.
  
Che si professi una religione o un’altra non è di alcuna rilevanza. Quello che Dio dice, e quello che vuole sentirci dire, non è che cosa professiamo con le labbra, ma che  cosa crediamo con il cuore e non c’è ombra di dubbio che nel mondo esistano migliaia e migliaia di uomini e donne che ignorano la Bibbia o il nome di Gesù o il Suo stupefacente sacrificio, ma che hanno di gran lunga maggior timore di Dio di molti cristiani che hanno letto la Bibbia, pregano con regolarità e sono sinceramente convinti di rispettare tutti e dieci i Comandamenti. Ma la stoffa di cui è fatta la religione è più robusta, e a noi fragili, deboli creature umane non è dato capire che cosa intenda chi ci dica che saremo migliori se professeremo una religione diversa da quella a cui eravamo legati.

SULL’ISLAMISMO

 

  Dopo uno studio più accurato possibile di tali religioni, sono giunto alla conclusione che, se è opportuno e necessario scoprire una sottesa unità fra tutte le religioni, occorre procurarsi un passe-partout: quello della verità e della non-violenza. Se apro lo scrigno di una tale religione con tale passe-partout, non trovo difficile scoprirne le somiglianze con altre. Se guardiamo alle religioni come alle mille foglie di un albero, ci sembrano tutte differenti, ma tutte riconducono a uno stesso tronco. Finché non riusciremo a intuire tale unità di fondo, non sapremo far cessare le guerre condotte in nome della religione, che non riguardano soltanto gli induisti e i mussulmani. Le pagine della storia del mondo sono tutte lordate dei sanguinosi racconti delle guerre di religione.

  D: Noi mussulmani crediamo che la vita del Profeta fosse interamente guidata da Dio e sinceramente non-violenta, benché non nel vostro senso del termine. Egli non intraprese mai nessuna guerra a scopo offensivo, e aveva la più sensibile considerazione per i sentimenti degli altri, ma se lo si trascinava in una guerra difensiva estraeva la spada e incitava alla guerra santa, perché Maometto ammette il ricorso alla spada in  determinate circostanze. Ma  la vostra non violenza è differente. Voi la prescrivete ad ogni costo e in qualunque circostanza. Non penso che il Profeta sarebbe d’accordo. Chi dobbiamo seguire, voi o il Profeta? Se diamo retta a voi, cessiamo di essere mussulmani. Se seguiamo il Profeta, non possiamo aderire al Congresso e al suo credo di assoluta non-violenza. Vuole risolvere questo dilemma?
R: Posso rispondere soltanto che, già che avvertite la differenza, non dovreste esitare a seguire i Profeta, anziché me. Voglio solo aggiungere che ho studiato la vita del Profeta e il Corano con il distacco di uno studioso delle religioni. E sono giunto alla conclusione che l’insegnamento del Corano volge fondamentalmente in favore alla non-violenza. La non-violenza è  migliore della violenza, afferma il Corano. La non-violenza è comandata come un dovere, la violenza permessa solo come necessità. Ma devo evitare di levarmi a giudice di ciò che disse il Profeta. Devo basare la mia condotta su quanto raccomandarono i grandi maestri della terra, non su ciò che fecero. IL Profeta non si guadagnò la propria autorità brandendo la spada, ma con anni di lotta con Dio per conoscere la verità. Se si cancellano quegli anni preziosi dalla vita di quel grande, si deruba il Profeta della sua dignità. Furono quelli gli anni che fecero di Maometto un profeta. Non possiamo assumere a nostra guida la vita di un profeta, una volta che sia stato riconosciuto come tale. Solo i profeti possono valutare l’opera dei profeti. Se un funzionario può giudicare i meriti di un soldato, un profano quello di uno scienziato, un uomo ordinario può giudicare un profeta, molto meno imitarlo. Se mi mettessi al volante di una macchina, le farei correre dei rischi e metterei in pericolo anche me stesso, se non nelle fauci stesse della morte. Quanto più pericoloso sarebbe, allora, per me, imitare un profeta! Quando chiesero al Profeta come mai, visto che lui poteva digiunare oltre i tempi prescritti, nemmeno i compagni potessero fare altrettanto, egli rispose con prontezza:<<Il nutrimento spirituale che Dio mi concede soddisfa anche i bisogni del mio corpo; a voi Egli chiede il Ramzan. Non di imitare me>>.
Cito a memoria.

 

GANDHI

 

Tratto da ‘ Buddismo, Cristianesimo, Islamismo’- Tascabili Economici Newton,

1993.

Ogni gruppo di persone ormai ferme in un solo punto di vista dettato da un Maestro, Saggio, Profeta, si convince di una propria filosofia spirituale e decide di chiudersi  in un solo gruppo definendosi appartenente ad una specifica religione credendo fermamente di avere in pugno la sola verità, la sola realtà, la sola conoscenza piena e vera di Dio.
 
Nonostante l’etimologia del termine religione che vuol dire religo e cioè relegare; unire, l’uomo usa questo termine per dividere, scontrarsi, odiarsi difendendo le proprie convinzioni limitate senza confrontarsi, con gioia di ricerca e a cuore aperto, ad altri complementari insegnamenti divini.
 
Non si potrebbe mai pensare che il nostro unico Padre, colui che ci ha plasmati nell’amore fratelli di un'unica famiglia cosmica, nonché terrestre, porti sulla terra, tramite vari divini Maestri, divisioni e disordine.

L’uomo da solo non va da nessuna parte. Anche se tutti diversi, siamo tutti legati tra noi e a Lui, e da Lui andremo pur chiamandolo o immaginandolo in modo diverso. Abbiamo bisogno di tutti i  fratelli superiori che, scegliendosi un largo gruppo di persone si incarnano sul nostro piano terrestre per insegnargli la via della verità che è quella di prendere coscienza che siamo esseri spirituali scesi momentaneamente sul piano materiale. Per ogni gruppo c’è una classe diversa, a differenza delle caratteristiche e dei livelli spirituali ma pur sempre divina.
 
Questi Maestri vengono ad amarci, ad indicarci le vie che conducono al miglioramento del nostro spirito che è la nostra vera essenza, la nostra vera identità, la coscienza, quella da modellare, lasciare crescere con armonia, gioia, entusiasmo, amore per tutta la creazione e sempre con i nostri fratelli: tutti!

Facciamone oro anziché perderci nei sentimenti negativi dell’:“Io ho la sola verità” dove, sicuramente il nostro adorato Padre non vi risiede, per cui lancio una preghiera nell’etere:
Amiamoci ed apprezziamo i saggi e vari insegnamenti universali dell’Amore, della Giustizia e della Fratellanza direttamente dai preziosi Testi Sacri, quelli non manipolati dall’umana ignoranza.
Riconoscenti e fieri al Padre di poter appartenere ad una grande famiglia che vive insieme nella stessa splendida casa: la Madre Terra, composta da elementi naturali bellissimi e vivi che ci nutrono e ci permettono di essere degli esseri umani-spirituali integrati ad essa.
Alla scoperta di una Grande Anima
 
recensioni ed aforismi
 
a cura di Marcella Boccia
 
 
 
Un esasperato amore per la verità 
   "Allorchè fu in età di andare a scuola, prima a Porbandar, poi a Rajkot (dove suo padre era stato inviato per mettere ordine negli affari dello Stato), Mohandas si distinse per il suo attaccamento alla verità. 
Un giorno un ispettore britannico interrogava gli allievi sull'ortografia di una parola inglese e il maestro suggeriva; Mohandas fu il solo a rifiutare questo aiuto illecito e a commentare lo sbaglio". 
(Raja Rao, Un giorno apparve sulla Terra in "Il Corriere Unesco", ottobre 1969)
 
 
 
 
"Tutto ciò che vive è il tuo prossimo" 
   "La protezione della vacca è la caratteristica dell'induismo: Gandhi vede anzi in essa una delle più alte affermazioni dell'evoluzione umana. Perché? Perché è un simbolo di 'tutto il mondo inferiore', col quale l'uomo stringe un patto d'alleanza: significa 'l'affratellamento tra uomo e animale'; e-secondo la bella espressione del Mahatma  - 'trasporta l'essere umano al di là dei limiti della sua specie, afferma l'identità dell'uomo con tutto ciò che vive'.La ragione d'aver scelto proprio la vacca sta nel fatto che in India è questa la migliore compagna, la fonte di abbondanza; e Gandhi vede 'nei suoi dolci occhi un poema di pietà'. 
   Ma il culto che egli le tributa non ha nulla a che fare con l'idolatria: nessuno più duramente di lui condanna il feticismo privo di bontà del popolo indù, che osserva soltanto la lettera, senza praticare la compassione 'per le mute creature di Dio'. Quando il pensiero di Gandhi siasi veramente compreso (e nessuno lo avrebbe compreso meglio del poverello di Assisi), anche l'importanza che egli attribuisce al culto della vacca non può stupirci. Nè egli ha torto quando dice che la protezione della vacca 'è il dono della religione indù al mondo': chè infatti al precetto del Vangelo 'Ama il tuo prossimo come te stesso' si aggiunge l'altro: 'Tutto ciò che vive è il tuo prossimo' ".
(R. Rolland, Mahatma  Gandhi, Sonzogno, Milano)
 
 
 
 
 
Ladruncolo, fumatore e aspirante suicida 
   "Fra gli undici e i dodici anni, il piccolo Mohan cominciò a fumare di nascosto e a rubare i soldi ai genitori e ai fratelli per comperare le sigarette. Qualche tempo dopo, appreso che i semi di una pianta della giungla, lo stramonio, erano velenosi, strinse con un suo giovane parente un patto suicida per liberarsi per sempre dall'oppressione dei genitori. 
Spinti da un profondo sentimento drammatico, i due fanciulli decisero di morire nel tempio della città. Arrivarono in realtà fino all'altare, ma all'ultimo momento mancò loro il coraggio. Per salvare la propria dignità, ognuno inghiottì due o tre semi e se ne tornò a casa" 
(Louis Fisher, La vita di Gandhi, La Nuova Italia, 1971) 
 
 
 
Fin da piccolo cocciuto e non violento 
   "Per anni il ragazzo Gandhi non manifestò alcuna qualità eccezionale. La tavola pitagorica era per lui un grosso problema. Camminare era l'esercizio fisico che più gli piaceva, e il giardinaggio il suo passatempo favorito. Aveva notevole abilità manuale. 
Gli studiosi, che hanno cercato nella sua infanzia i segni di quello che sarebbe diventato, osservano che era cocciuto ma non violento. Non picchiava mai altri ragazzi, nemmeno quelli che picchiavano lui" 
(G. Ashe, Gandhi, A Study in Revolution, Asia Publ. House, 1958)
 
 
 
Gli inglesi sono forti perché mangiano carne 
   "Mohandas, quando era ancora bambino viveva a Rajkot, fu molto impressionato dalla vigoria degli inglesi. Lui e i suoi compagni cantavano spesso una canzoncina del poeta gujarati Narmad, che diceva: 'Guardate come i forti inglesi dominano i piccoli indiani / Siccome mangiano carne, sono alti cinque cubiti'". 
(Gandhi, Dossier Mondadori, 1972) 
 
 
 
 
Una capra viva nello stomaco di Gandhi 
   "Deciso a mangiare la carne, fissai con il mio compagno il giorno in cui fare l'esperimento. E' difficile spiegare pienamente come io mi sentissi. Da un lato c'era l'entusiasmo per questa 'riforma' e la novità di vivere una svolta importante della mia vita. Dall'altro, la vergogna di nascondermi come un ladro per compiere un gesto così importante. Non si dire quale delle due sensazioni prevalesse in me. 
Andammo in cerca di un posto solitario lungo la riva del fiume,e  qui vidi la carne per la prima volta nella mia vita. C'era anche del pane. Non mi piacquero nè l'una nè l'altro. La carne, di capra, era dura come il cuoio. Non riuscii affatto a masticarla. Mi sentii male e smisi di mangiare. 
La notte successiva fu terribile. Un orrendo incubo mi ossessionava. Tutte le volte che cercavo di addormentarmi mi sembrava che una capra viva si agitasse belando dentro di me, e avrei voluto alzarmi, attanagliato come ero dai rimorsi" 
(M. Gandhi, An Autobiography, Navajivan Publ. House, Ahmedabad, 1927)
 
 
 
 
Gandhi mangia da solo perché non sa usare forchetta e coltello 
   "Il viaggio da Bombay all'Inghilterra durò circa otto settimane. Essendo i passeggeri quasi tutti inglesi, Gandhi, che non parlava ancora bene la loro lingua, si trovava  in imbarazzo. 'Passò perciò la maggior parte del tempo nella sua cabina, oppure da solo sul ponte ad ammirare le stelle e il chiarore della luna. 
Benché non soffrisse il mal di mare, evitava di pranzare nel ristorante di bordo, in parte per il suo impaccio a maneggiare il coltello e la forchetta (gli indiani mangiano servendosi direttamente della mano destra), in parte per il suo timore che i cibi contenessero carne. Preferì dunque cibarsi parcamente con i viveri che si era portato con sè'".
(G. Ashe, Gandhi, A Study in Revolution, Asia Publ. House, 1958)
 
 
 
 
 
La conversione di Gandhi: "Non sarò mai un inglese" 
   "A Londra, Gandhi fa la scoperta di se stesso. Vi arriva convinto della necessità di anglicizzarsi... ma improvvisamente un giorno si ridesta alla realtà. Si convince che egli non è e non sarà mai un europeo nè un gentleman... Abbandona l'appartamento che aveva appigionato, si riduce in una stanza, compera una stufa, vi cuoce egli stesso la prima colazione e la cena, composta di una tazza di cacao e pane. 
Si immerge nello studio del diritto. Nelle ore libere si dedica a qualche lettura di argomento religioso". 
(G. Borsa, Gandhi e il risorgimento indiano, Bompiani, 1942)
 
 
 
 
 
Si accosta al cristianesimo 
   "Non c'è dubbio che Gandhi fu influenzato dal cristianesimo, ma non è facile dire se ciò sia avvenuto per via diretta o indiretta. Come egli stesso scrive, sentì molto il valore delle parole contenute nel Sermone della Montagna, che egli paragona a un'antica poesia gujarati. 
Si commuoveva alla vista di un crocifisso; e verso la fine dei suoi giorni aveva nella sua stanza solo l'immagine del volto di Cristo". 
(A. Sessa, Gandhi, la forza della non violenza, Emi, 1969)
 
 
 
 
 
Gandhi: "Sono solo un simpatizzante" (teosofia)
   "Venni portato alla Loggia Blavatskij e qui presentato a Madame Blavatskij e a Mrs. Besant. 
Quest'ultima aveva da poco aderito alla Società teosofica, e io stavo seguendo con molto interesse la polemica sorta attorno alla sua conversione. Gli amici mi proposero di entrare nella Società, ma io rifiutai educatamente dicendo: 'Siccome conosco così poco la mia religione, non voglio far parte di alcuna istituzione religiosa'".
(M. Gandhi, An Autobiography, Navajivan Publ. House, Ahmedabad, 1927)
 
 
 
 
 
 
Gandhi giornalista del "The Vegetarian" 
   "Mohandas si avventurò per la prima volta nel giornalismo collaborando con nove articoli alla rivista del movimento vegetariano inglese 'The Vegetarian'. Questi articoli si occupavano della dieta e delle abitudini del popolo indiano, del suo sistema sociale e delle sue festività, e vi balenavano qua  e là lampi di umorismo. Nello stesso periodo, egli entrò a far parte del comitato esecutivo della Società vegetariana di Londra e si assunse il compito di disegnarne il distintivo. Non solo, quando soggiornò nel quartiere londinese di Bayswater, vi fondò un circolo vegetariano" 
(B.R. Nanda, Gandhi il Mahatma, Mondadori, 1961)
 
 
 
 
 
 
A Londra legge il più indiano dei libri indiani 
   "E' molto significativo che proprio a Londra, nel cuore dell'Occidente, Gandhi senta il bisogno di leggere il libro più indiano di tutta la letteratura indiana. E' indice di una reazione all'atmosfera occidentale. Dalla lettura della Gita ritrae una impressione enorme. Lo colpiscono molto questi versetti: 'Quando l'uomo volge la sua attenzione agli oggetti dei sensi egli si attacca ad essi; da questo attaccamento nasce in lui l'amore, dall'amore l'ira, dall'ira il turbamento del senno, dal turbamento del senno l'agitazione della memoria, dall'agitazione della memoria l'annientamento della luce dello spirito, e per l'annientamento di questa lice egli perisce'". 
(G. Borsa, Gandhi e il risorgimento indiano, Bompiani, 1942)
 
 
 
 
 
 
Torna dall'Inghilterra indiano al cento per cento
   "Gandhi trascorse gli anni della formazione in una casa indù ortodossa e studiò in scuole indiane. Pur imparando l'inglese a scuola, la sua lingua materna era il gujarati. E quando partì per l'Inghilterra, personalità e mentalità di lui avevano già ricevuto il sigillo del tradizionale ambiente indiano. In tal modo, i quasi tre anni trascorsi a Londra non furono per il futuro Mahatma che una fase transitoria... Rientrò in india nel 1891, fondamentalmente immutato, indiano al cento per cento, e niente affatto inglese".    
(M. Brecher, Vita di Nehru, Il Saggiatore, 1965)
 
 
 
 
 
 
 
Satyagraha e Ahimsa "i polmoni di Gandhi" 
   "I due grandi princìpi direttivi della vita di Gandhi sono stati il Satyagraha (ricerca della Verità) e l'Ahimsa (esercizio della non violenza); Gandhi stesso li definiva 'i miei due polmoni, senza i quali non potrei vivere'. Quali sono i rapporti tra i due princìpi? Sempre per Gandhi 'la Non violenza e la Verità sono così strettamente legate tra loro che è praticamente impossibile districarle e separarle l'una dall'altra. Sono come due facce di una stessa medaglia, o meglio, come le due facce di un dischetto di metallo liscio e senza incisioni. Chi può dire qual'è il dritto e quale il rovescio? Una cosa è certa: la Non violenza è il mezzo, la Verità lo scopo' (Gandhi, Lettres a l'ashram, Albin Michel, Parigi, 1960). 'Ahimsa, o non violenza, e Satyagraha, 'forza dell'anima' o più alla lettera 'forza della verità', sono termini sanscriti che non si possono tradurre esattamente, in quanto sono carichi di implicazioni religiose e filosofiche che nella traduzione si perdono. Si può però dire che l'Ahimsa scaturisce dal principio interiore del Satyagraha".
(P. Spear, Storia dell'India, Rizzoli, 1970)
 
 
 
 
 
 
 
Satyagraha = non violenza, disobbedienza, non cooperazione 
   "Satyagraha letteralmente significa aggrapparsi alla verità, cioè significa che la verità è forza. La verità è anima o spirito. Satyagraha è dunque la forza dell'anima. Esclude l'uso della violenza (non violenza) perchè l'uomo non ha la capacità di conoscere la verità assoluta e perciò non può permettersi di punire. La disobbedienza civile, che è un aspetto del Satyagraha, è una violazione civile, cioè non violenta, delle leggi immorali dello Stato. Un altro aspetto del Satyagraha è la non cooperazione, il rifiuto a collaborare con lo Stato quando esso diventa, a giudizio del non collaboratore, corrotto. Per sua natura, la non cooperazione è accessibile persino a coloro che sono di mentalità infantile e può essere praticata dalle masse".
 (Gandhi, Young India, 23-3-1931)
 
 
 
 
 
 
I tre gradini della non violenza 
   "La concezione gandhiana della non violenza si articolava su parecchi livelli: di qui confusioni e malintesi a non finire. Al livello più basso l'ahimsa era una tattica politica. A coloro che non potevano praticare la non violenza in forza di una convinzione morale si chiedeva di farlo perchè era una tattica che dava ottimi risultati. Nel suo secondo aspetto, la non violenza era un metodo morale, un metodo migliore, che non la forza fisica, per raggiungere un fine moralmente giusto. Al terzo e più alto livello del pensiero di gandhi, la non violenza era un principio spirituale: la supplica di un'anima a un'altra anima".
(P. Spear, Storia dell'India, Rizzoli, 1970)
 
 
 
 
 
 
 
Il digiuno 
   Gandhi, deciso a digiunare per espiare l'errore di due suoi discepoli, spiega nella sua Autobiografia (Garzanti 1931): 'Comprendevo che il tutore o il maestro era responsabile, almeno in parte, del fallo del discepolo. La mia responsabilità in questo avvenimento mi divenne quindi chiara come la luce del sole. Sentivo inoltre che i due colpevoli avrebbero capito tutta la grandezza del mio dolore e della loro colpa se mi avessero visto fare una penitenza. Così mi imposi un digiuno di sette giorni e feci voto di fare un solo pasto al giorno per un periodo di quattro mesi e mezzo. Una nuova conseguenza di questo incidente mi costrinse qualche tempo dopo a un nuovo digiuno di quattordici giorni. Il risultato morale del mio sacrificio superò ogni mia aspettativa".  
 
 
 
 
 
 
 
Tagore e Gandhi 
   "Nel marzo del 1915, Gandhi incontrò per la prima volta Rabindranath Tagore, il grande poeta indiano insignito due anni prima del Premio Nobel per la letteratura. Per certi aspetti i due erano simili... Un'acuta americana, riferisce Ashe, ebbe a osservare che 'Tagore è come la montagna, e Gandhi come la cascata, la cui acqua scende fino agli abitanti delle pendici'. Ad ogni modo, nonostante le diversità, Gandhie  Tagore furoino legati da grande amicizia e reciproca stima".
 
 
Tagore canta la "Grande Anima"
   "Fu Tagore ad attribuire a gandhi il titolo di Mahatma (Grande Anima). A quanto pare, 'un suo sostenitore lo aveva chiamato così quando ancora si trovava in Sudafrica. Ma fu Tagore a lanciare il culto. Già da febbraio (1915), nelle lettere che gli indirizzava,a  riferirsi a lui come al 'Mahatma Gandhi', e cantò in una poesia 'la Grande Anima in veste mendicante', alludendo agli abiti modesti che egli stava prendendo l'abitudine di indossare. A Gandhi non piacque mai di essere chiamato così. Ma il titolo si incollò su di lui. Le masse lo accolsero come 'Grande Anima' prima ancora di conoscerlo come uomo politico".
 (G. Ashe, Gandhi, A Study in Revolution, Asia Publ. House, 1958)
 
 
 
 
Il significato del termine "Mahatma" 
   "Il significato letterale del nome che fu dato a gandhi dal popolo dell'India è Grande Anima (da Maha, grande e Atma, anima). La parola trova la sua origine negli Upanishad, dove sta a significare l'Essere Supremo e quelli che si uniscono a lui in comunione di conoscenza e d'amore:
E' l'Essere unico e luminoso
Il Creatore di ogni cosa, il mahatma,
Vivo sempre nel cuore dei popoli
Rivelato dal cuore,
Dall'intuizione, dall'intelligenza.
Colui che lo conosce, Diviene immortale


30 GENNAIO 1948: assassinato Ghandi, l’apostolo della non violenza

Antonia Bonomi

MOHANDAS KARAMCHAND GANDHI 2 ottobre 1869

Come  dicevano i nostri padri "scherza coi fanti, ma  lascia stare  i  santi", perciò non aspettatevi  che  ironizzi  su questo personaggio. Non perché voglia evitare le ire del mio prossimo,  ma perché merita che ci si inchini davanti a  lui non tanto per la fama che lo accompagna, quanto perché era un’autentica grande personalità. Soprattutto si è trattato di  un soggetto che ha saputo lavorare su se stesso, che  ha saputo  sublimare  i propri istinti meno  nobili.  Il  segno natale di appartenenza, la Bilancia, indica propensione  ad agire  secondo criteri di equità, di giustizia. La Luna  nel Leone accentua ulteriormente queste inclinazioni e parla del desiderio  di far trionfare nobili ideali. Questa Luna è  in trigono  perfetto a Nettuno, simbolo del  trascendente,  del misterioso, legato all'espressione religiosa dell'essere. In poche  parole: la Bilancia si sarebbe limitata a  professare questi  ideali, la Luna li ha spinti alla ribalta  pubblica.
Pare  avesse  l'ascendente nello Scorpione, ma se  così non fosse  in questo segno ha Mercurio, Venere e  Marte,  ovvero l'intelligenza,  il sentimento e l'energia-combattività.  Lo Scorpione è un  segno aggressivo,  portato  agli eccessi, polemico,  guerresco,  sovversivo, ribelle e chi più ne  ha più ne  metta. Non ci siamo con Gandhi?  Calma.  Invece  di rivoltarci  contro  l'astrologia, vediamo insieme la  vita  di questo uomo eccezionale. Prima di votarsi alla non violenza era stato un estimatore degli inglesi, che pure  opprimevano il   suo paese,  si  era  laureato  in  giurisprudenza   in Inghilterra,  dove  aveva imparato i modi  degli  inglesi  e persino  a ballare, e aveva servito fedelmente  gli  inglesi contro  i  Boeri  e  durante  la  rivolta  degli  Zulu.  Era portaferiti,  ma  non fu una scelta sua, bensì una scelta imposta. Nella  prima  parte della  vita fu tranquillamente una piacevole Bilancia  un po' snob verso il proprio popolo, che si godeva i  privilegi dovuti alla classe sociale di nascita. Aveva visto la luce in una  famiglia benestante, il padre apparteneva alla  terza  delle  quattro caste indiane, i Vaisia, i commercianti  (Gandhi  significa fruttivendolo),  ed  era ministro di un  principe.  Il  suo modello   di   vita  era  quello  inglese   e   tutto andò paradossalmente  bene finché visse in  Inghilterra.   Quando rientrò in patria e aprì uno studio  legale incominciò a capire   che  i  suoi  idoli  non  lo tenevano in   grande considerazione. Chiamato in Sud Africa per difendere alcuni compatrioti  venne scacciato da un  vagone  ferroviario  di prima  classe, e perciò riservato ai bianchi,  malgrado gli avessero  venduto il biglietto per quel vagone. Dire che  ci rimase male è un eufemismo, ma ancora non reagì. Sempre nel corso  di  quel processo  si rese  conto  che  gli  inglesi trattavano malissimo, sfruttandoli, tutti i lavoratori  di razza  diversa. Riflettendo si rese conto che anche nel  suo paese una   sterminata  moltitudine di persone, gli appartenenti alla   casta  degli Intoccabili,   subivano vessazioni. Basti dire che non venivano considerati neppure  esseri  umani.  Gandhi inizia a ragionare  e  il  suo pensiero  si snoda attraverso gli insegnamenti  avuti  dalla madre,  indù ortodossa votata all'ascetismo.  Quest'ultimo paragrafo  l'ho tratto da un articolo che riguarda Gandhi  e la  sua  vita,  e che non è stato scritto a  uso  e  consumo dell'astrologia.  Perché lo dico? Perché la posizione  della Luna  natale  di Gandhi indica proprio la  grande  influenza materna sull'evoluzione spirituale del soggetto. Il ribelle, guerrafondaio  gruppo di pianeti nello Scorpione non  prende la  strada  della lotta armata, ma sceglie la  strada  della ribellione passiva. Comunque, non mi si venga a dire che non fu un sovversivo. Non avrà brandito il bastone, ma  invitare a  disobbedire alle leggi, a non acquistare il  sale  perché soggetto  a monopolio, a non pagare le tasse non  mi  sembra sia da pulcini bagnati. Gandhi era un coraggioso, risoluto e audace,  era  anche autolesionista come vuole il  suo  Marte nello Scorpione, e lo provano gli undici digiuni "fino alla morte",  e  possedeva carisma, quell'insieme  di  fascino  e magnetismo  che trascende l'aspetto fisico. Il carisma e  le ispirazioni  geniali  li  riceve da Urano nel  Cancro,  che spezza l'opposizione tra i pianeti nello Scorpione e Giove e Plutone  congiunti  nel Toro, la somma di  queste  influenze indica  che ha saputo vivere fino in fondo il  meglio  della propria  personalità, elevando i difetti al rango di  virtù e seguendo  il  meglio dei suggerimenti della  sua  religione. Vogliamo semplificare, e mi attiro le ire dei colti?  Gandhi era  un  bastian contrario. Gli  inglesi  ricorrevano  alla violenza per far valere le loro ragioni? E lui sceglieva  la strada della non violenza.
Il  suo  grande  merito sta nell'avere  adattato  in  chiave dinamica, costruttiva la tendenza all'abulia del suo popolo. Non  parlavo  di  geniali intuizioni? Basandoci  sulla  sua religiosità e sullo  snobismo intrinseco,  che  lo  faceva sentire oltraggiato quando si accorgeva di non essere tenuto in  considerazione in quanto essere umano,  possiamo  capire come sia riuscito a vincere le notevoli contraddizioni della sua personalità. Vi scandalizzate al termine contraddizioni?
Volete  qualche esempio? Si oppose con tutte le sue forze a un tentativo degli inglesi di dare il voto agli Intoccabili. Costoro avrebbero dovuto votare separati dagli appartenenti alle  altre  caste,  ma  riconoscere  loro  questo   diritto significava  sottrarli  alla soggezione  nella  quale  erano tenuti  da  millenni. Voleva o non voleva  il  riscatto  dei paria?  Sì ma fece di tutto perché  non uscissero  dall'induismo,  ed è questa religione che li considera inferiori. Ha sempre professato l'idea di un'India unica,   lottando  perché non  si scindesse tra  indù e musulmani, ma dichiarava che per lui sarebbe stato lutto se uno  dei suoi  figli si fosse unito ad  una  appartenente  a quest'ultima religione. Sosteneva anche  che  gli   indù liberati  dal  contatto con i musulmani, sarebbero  tornati all'ortodossia  dell'induismo.  Però pochi giorni prima  di morire  aveva  iniziato un  nuovo  digiuno  in  favore  dei musulmani. Per concludere, quando gli inglesi se ne andarono e  ci fu la scissione fra India e Pakistan, i due popoli  si scannarono.  Lui, serafico  e  pacifista,  disse  che tutto sommato  era  necessario, perché il sangue  versato avrebbe purificato  gli animi delle masse e portato  alla  riunione.
Che  sia  stato un grande non c'è dubbio,  che  sia  rimasto qualcosa della sua opera è dubbio se si esclude il fatto che abbia  fatto sloggiare gli inglesi, ma un fatto è certo:  ha saputo vendersi molto bene, da bravo commerciante. E la sua Luna  nel  Leone,  del resto,  mal  accettava  posizioni  di sudditanza. E' tutto oro quello che luce? Gandhi fu in buona fede? Le sue idee avevano un fondamento sincero, nobile, per il resto ci ha "marciato" mitigando gli eccessi ai quali  lo esponevano tutti i pianeti nello Scorpione con lo stile  del segno di nascita e il gusto per la scena sempre dovuto  alla Luna  nel  Leone. Un altro fatto è incontrovertibile:  non aveva le idee chiare, nel senso che non sarebbe mai riuscito a  far  marciare  uno stato, ad organizzare  i  pensieri  in leggi.  Nel  suo tema  natale non  c'è traccia  di  queste facoltà. Capo carismatico, religioso, trascinatore di  folle sì, statista no. Nehru, il suo discepolo  prediletto,  del resto, diceva  di  lui che era un genio  intuitivo,  e  noi l'abbiamo trovato, che la sua missione era liberare  l'india dal  giogo straniero e che Gandhi aveva opportunisticamente adattato le sue convinzioni allo scopo. Non solo, giudicando il  suo  maestro  parlava  di  abilità  e metodi  indiretti.
Insomma,  non lo considerava un modello di sincerità. E se osserviamo l'opposizione  del Sole con  Nettuno,  tutte  le quadrature  e  le  opposizioni di Plutone  che  parlano  di doppiezza,  di  inclinazione al bluff, senza  esagerare, ma lasciatemelo dire: Gandhi ha recitato. A fin di bene, ma ha caricato le tinte.

Curiosiamo   dal  buco  della  serratura  e  scendiamo   nel privatissimo. Gandhi si sposò giovanissimo, a tredici  anni, ed  ebbe  un figlio. A trentun anni si voterà alla  castità totale,  ma già mentre era in Inghilterra a  studiare  aveva giurato alla  religiosissima madre che  mai  avrebbe  avuto contatti  con  donne impure, ovvero straniere in  genere,  o appartenenti  a caste inferiori. Nei suoi  discorsi parlava spesso di sesso e scandalizzando gli occidentali  raccontava che gli era costato molto rinunciare alla grazia  femminile, alla   quale   si  diceva sensibilissimo.   Che   ne   dice l'astrologia?  La  congiunzione  Venere-Marte parla  di  un generale equilibrio sessuale, ma i due pianeti sono opposti a  Giove e a Urano, a loro volta congiunti, il  che  sta  a significare che i sentimenti e la sessualità possono  essere sacrificati all'ambizione. L'opposizione Marte-Plutone parla di possibile impotenza precoce

 

 


NUOVA DELHI 30 gennaio 1948: il giorno dell'attentato


Un dono. Mahtma Gandhi

Un dono 
 
Prendi un sorriso, 
 
regalalo a chi non l'ha mai avuto. 
 
Prendi un raggio di sole, 
 
fallo volare là dove regna la notte. 
 
Scopri una sorgente, 
 
fa bagnare chi vive nel fango. 
 
Prendi una lacrima, 
 
posala sul volto di chi non ha pianto. 
 
Prendi il coraggio, 
 
mettilo nell'animo di chi non sa lottare. 
 
Scopri la vita, 
 
raccontala a chi non sa capirla. 
 
Prendi la speranza, 
 
e vivi nella sua luce. 
 
Prendi la bontà, 
 
e donala a chi non sa donare. 
 
Scopri l'amore, 
 
e fallo conoscere al mondo. 
Mahtma Gandhi

GANDHI DOPO GANDHI: IL DESTINO DEL DISSENSO AL NOSTRO TEMPO [1]
Ashis Nandy

Da The Little Magazine, Vol.1, numero 1, Maggio 2000

Traduzione di Laura Coppo per il Centro Studi Sereno Regis

Ci sono quattro Gandhi sopravvissuti alla morte di Mohandas Charamchand Gandhi (1861-1948). Cinquant’anni dopo il suo assassinio potrebbe essere utile stabilire la loro identità, come avrebbe potuto fare la polizia britannica all’apice del colonialismo. Tutti e quattro sono dei piantagrane, ma creano problemi a persone diverse, per ragioni diverse e in modi diversi. Sono anche utilizzabili nella vita pubblica contemporanea in modi distinti. Lo dico non con dispiacere, ma con ammirazione. Perché l’abilità di disturbare le persone, o, proprio per questo motivo, di essere utilizzabili – cento e trent’anni dopo la propria nascita e cinquant’anni dopo la propria morte non è una cosa da poco. Francamente a me non importa chi fu o chi è il vero Gandhi; lasciamo che siano gli accademici a dibattere questa questione di enorme portata. La politica contemporanea non riguarda le ‘verità’ della storia: riguarda il modo in cui il passato viene ricordato, e il problema di creare un futuro basato su memorie collettive. Nel bene o nel male, Gandhi sembra essere penetrato in questa memoria.
Due specificazioni per iniziare. Innanzitutto, io non sono un gandhiano. La mia opinione non dovrebbe contare, ma il gandhismo, come lo capisco io, è più grande di quanto lo fosse Gandhi. Gandhi stesso più o meno lo ammise quando diede intero credito delle proprie idee all’antica saggezza, e di sicuro non viene sminuito da questa ammissione. Anzi, ne esce più umano, e per questo aspetto, più auto-riflessivo. Gandhi non poté vivere secondo i propri principi in parte perché era un politico pragmatico, e il ruolo dei politici è di diluire il purismo morale. Per usare il commento a suo favore e da me preferito, preso in prestito dal necrologio di Gandhi scritto da Arnold Toynbee, Gandhi era un profeta che voleva vivere nelle baraccopoli della politica. Non poté permettersi di essere un perfetto gandhiano. Chiamarlo un gandhiano imperfetto è un tributo alla sua memoria.
Secondo, per il bene di coloro che vogliono sapere tutto, dovrei chiarire che i Gandhi di cui parlo sono ideali weberiani. Sono strumenti di analisi e a tratti caricature – questo Max Weber non se lo sarebbe aspettato. Questo vuol dire che sono irreali ma non falsi. Per questo aspetto sono stato influenzato dal teorico letterario D. R. Nagaraj che amava affermare, seguendo William Blake, che l’esagerazione stilizzata può essere un sentiero verso la saggezza.
Veniamo ora ai Gandhi sopravvissuti. Sono tutti ben noti, io porto solamente alla consapevolezza una conoscenza tacita. Comunque, è mia responsabilità di psicologo riconoscere che la conoscenza che esiste ed è tacita è spesso quella che disturba di più ed è la più dolorosa da confessare.
Il primo Gandhi è il Gandhi dello Stato e del nazionalismo indiano. Trovo questo Gandhi difficile da digerire e così credo l’avrebbe trovato Gandhi stesso. Ma molte persone trovano tollerabile solo questo Gandhi e ci convivono felicemente.
La biografia e la carriera politica di questo Gandhi ufficiale è iniziata presto. Dopo l’indipendenza la presenza politica del Padre della Nazione, la sua memoria e i suoi scritti risultavano molto problematici ai funzionari del giovane stato indiano e agli intellettuali che avevano già iniziato a specializzarsi nel ronzare come tante mosche sulla struttura clientelare dello stato. Non solo il forte elemento anarchico nella sua ideologia, ma anche il suo particolare rifiuto di una chiara divisione fra il privato e il pubblico, il religioso e il secolare e il passato e il presente, costituivano un bel grattacapo. Questi intellettuali erano disturbati da lui come lo era il suo assassino. Naturam Godse, che si definiva un razionalista e un modernista, nella sua ultima dichiarazione alla Corte che lo aveva condannato a morte dichiarò esplicitamente di aver commesso un parricidio per salvare il nascente Stato indiano da un antimoderno neofita politico e un pazzo. Dopo l’indipendenza, gli stessi colleghi di Gandhi avrebbero voluto seppellirlo sei piedi sotto terra, mantenendolo intatto come icona dello stato-nazione indiano. Non perché Gandhi non piacesse loro, ma perché appariva così anacronistico nell’atmosfera successiva alla Seconda Guerra Mondiale degli stati centralizzati, dell’ingegneria sociale e del ‘realismo’ della politica internazionale.
Da allora gli statisti indiani di destra e di sinistra non hanno mai preso coscienza del loro enorme debito nei confronti del signor Godse per aver imposto al Padre della Nazione un prematuro martirio, che gli ha immediatamente garantito la santità e lo ha effettivamente finito come presenza politica attiva. Gli eredi di questa classe politica rimproverano ancora a Gandhi di aver occasionalmente rifiutato di fare quello che si aspettavano da lui e di essersi opposto alla santità che gli veniva imposta, presumibilmente come stratagemma per neutralizzarlo. Su questa questione si sarebbe di certo differenziato in modo fondamentale dal suo dotato nipote, il filosofo Ramachandra Gandhi.
Questo è il Gandhi, come una volta è stato detto a noi residenti della città imperiale di Delhi, che sta per essere messo al sicuro sul piedistallo lasciato libero da Re Giorgio V all’India Gate. Sarà probabilmente la sua finale incoronazione come santo patrono della scricchiolante Prima Repubblica indiana. Sarà anche l’uso più comico mai fatto di Gandhi dopo che il tragico-romantico eroe borghese Subhas Chandra Bose chiamò con il nome di Gandhi una delle brigate dell’Esercito Nazionale Indiano durante gli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale. Con il declino dello stato indiano e con le varie versioni occidentalizzate del nazionalismo indiano che sbucano come funghi in forma di auto-affermazione culturale, questo Gandhi non è al presente al meglio della salute. Quello che il Signor Godse non è riuscito a fargli, la brigata hindutva e i due esperti di cinema di Bombay divenuti portabandiera avidi di potere del nazionalismo hindu, Thackeray e Lal Krishna Advani, sono già riusciti a fare con l’episodio della moschea di Babri [2].

Il secondo Gandhi è il Gandhi dei gandhiani. Al momento sta soffrendo di un caso di anemia acuta. Il Gandhi dei gandhiani è occasionalmente amabile ed è una benigna presenza di nonno nel folklore indiano. Ma è spesso una noia mortale, a parte il fatto di essere un puritano vittoriano nato per sbaglio in India. Beve nimbupani [3] – al contrario del Gandhi dello stato indiano e del nazionalismo che beve Campa Cola, tecnicamente prodotta da una compagnia indiana, ma non Coca Cola, prodotta da una multinazionale – e indossa khadi tessuto a mano. C’è una cosa che questo secondo Gandhi non fa: non tocca la politica. Infatti non può permetterselo, altrimenti i sussidi e le donazioni del governo indiano ai vari ashram che portano il suo nome, alla produzione di khadi e ai seminari di rito sul gandhismo si prosciugherebbero. In questa incarnazione organizza occasionalmente convegni per condannare la crescente criminalizzazione della politica, lo sviluppo iniquo o la corruzione nel paese. In questi seminari tutti versano abbondanti lacrime sulla situazione indiana senza mai fare alcun nome o menzionare alcun partito. Tutti sono felici dopo questi eventi: anche i politici corrotti che hanno connessioni con i criminali si uniscono voluttuosamente all’applauso.
Il Gandhi dei gandhiani viaggia per tutto il mondo predicando il gandhismo o tenendo lezioni sul pensiero gandhiano. In India parla al pubblico attraverso i gandhiani molto meno di frequente. A ragione, perché in India il suo pubblico è di solito pateticamente scarso. E anche quel poco pubblico spesso appare addormentato, disattento e stanco all’inizio del sermone. Vengono solamente perché si aspettano di essere visti e perché non starebbe bene se fossero assenti. L’età media di questi gandhiani si aggira adesso intorno ai cent’anni, e l’età media degli ascoltatori non è di molto inferiore. I gandhiani pensano che sia così perché gli indiani hanno tradito Gandhi. Altri, meno rispettosi verso questi gandhiani, pensano che in realtà i gandhiani abbiano tradito sia gli indiani, sia Gandhi stesso. Essi fanno notare che coloro che giurano giorno e notte in nome di Gandhi avrebbero potuto scegliere altre strade, come hanno fatto persone come Baba Amte, Anna Hazare e Sunderlal Bahuguna [4].

Il terzo Gandhi è il Gandhi degli scapestrati, degli eccentrici e degli imprevedibili. Questo Gandhi è più ostile alla Coca Cola che al whisky e considera la versione locale della Coca Cola più pericolosa di quella importata. Questo perché la sua obiezione ai cibi altamente meccanizzati è strutturale, e perciò considera più pericoloso se sul suolo nazionale vengono create strutture durevoli e radicate per produrre beni di consumo di massa superflui all’interno dell’economia indiana. E lo dice in così tanti modi. Non incline al falso nazionalismo, preferirebbe importare Coca Cola o Pepsi per gli indiani che non possono farne a meno, piuttosto che sottoscrivere la Campa Cola.
Questo Gandhi - autore di Hind Swaraj- è anche un po’ un piantagrane e un guastafeste. Gli piace essere un indipendente e una stranezza nella nostra vita pubblica. E’ questo Gandhi che Vandana Shiva aveva in mente, consapevole o meno, quando ha denunciato in una Corte americana la brevettazione di alcuni derivati del neem [5]. E’ questo Gandhi che ha guidato la ben nota lotta di Metha Patkar contro le dighe sul Narmada, Claude Alvares contro Operation Flood e Vandana Shiva contro la Rivoluzione Verde. Ed è quest o Gandhi che viveva nello scrittore-ballerino-pensatore Shivaram Karanth che già ultra ottantenne combatté contro l’inganno, la stupidità e la necrofilia dell’establishment nucleare indiano.
Questo Gandhi ha anche altre affiliazioni sovversive. Preferisce la compagnia di noti critici della sua visione del mondo come V.M.Tarkude [6] e anche di pakistani come Akhtar Hamid Khan [7] e Asma Jehangir [8], alla compagnia di coloro che proclamano di portare il suo nome e hanno avuto in mano le redini della politica indiana per più di due decenni. L’età media di coloro che sono in compagnia di questo Gandhi è bassa, ma lo sarebbe ancora di più se non fosse per alcuni giovani di cuore come Tarkunde e Kuldip Nayar [9] che la alzano in modo esagerato. E sia questo Gandhi che i suoi giovani amici sono dei veri piantagrane per lo Stato indiano, per quelli che vengono ufficialmente definiti gli interessi della sicurezza del paese e per l’establishment scientifico. Sono una minaccia per il senso comune che passa per sanità, ma che potrebbe essere chiamato, secondo un’espressione del mio guru Sigmund Freud, psicopatologia della vita pubblica quotidiana.
Ho una personale inclinazione per questo Gandhi e per i suoi terribili, irresponsabili, giovani amici. Molte delle cose che ho fatto nella mia vita, adesso questi giovani le stanno facendo ancora meglio. Per essere crudele con i miei numerosi nemici posso anche dire che, anche dopo la mia morte, quello che sto facendo e dicendo sarà detto e fatto in modo più assertivo, con più fiducia, più eleganza e con una ben più grande raffinatezza politica da loro. Questo mi elettrizza, perché anche dopo la mia morte dovrei essere capace di perseguitare i miei nemici che mi sono sopravvissuti.
Accidentalmente, questo Gandhi non deve indossare khadi o abiurare l’alcool. Il suo abito abituale è composto di blue jeans e khadi kurta e, per compiacere il giornalista Raminder Singh che ha scritto a questo proposito con gran piacere su India Today, porta anche una jhola [10]. Molti sospettano che questo Gandhi abbia al momento legami ben poco profondi con il suo luogo di nascita, il Gujarat, e che potrebbe ripudiare quello stato come lo stato che lo ha ripudiato.
Ho paura che nei prossimi decenni questo Gandhi e le cattive compagnie che frequenta saranno una vera spina nel fianco per gli indiani sani, razionali ed educati. L’antropologo e attivista politico Fred Chiu di Taiwan spesso mi ricorda di un antico detto che ovunque va una civilizzazione, porta con sé le sue malattie veneree. Afferma che ai giorni nostri ovunque il capitalismo globale arriva, porta con sé l’attivismo politico, le ONG e, presumibilmente, i jholawas [11] che alla prima occasione iniziano a infastidire gli eroici investitori delle multinazionali e i capitani d’industria. Questo, come i devoti del capitalismo globale e i giganti del business stanno dolorosamente arrivando a capire, è un costo nascosto non menzionabile del capitalismo. Francamente ho una segreta ammirazione per la determinazione di coloro che impersonano questo costo.

Il quarto Gandhi solitamente non viene letto. Si sente solo parlare di lui, spesso di seconda o terza mano. Mentre pochi come Martin Luther King esaminano e utilizzano il suo lavoro con attenzione e in modo critico, gli altri non sanno nemmeno che cosa ha scritto. Né a loro importa. Il loro atteggiamento nei confronti di Gandhi è lo stesso del fu A. K. Gopalan [12] nei confronti di Karl Marx. E’ stato scritto che una volta abbia dichiarato di non aver mai letto nulla di Marx perché non lo avrebbe capito, ma che nondimeno rimaneva un marxista.
Questo Gandhi è principalmente un Gandhi mitico. Contrariamente alla vita reale, egli si conforma pienamente alla sua dottrina – almeno secondo i suoi ammiratori nei movimenti ambientalista, anti-nucleare e femminista. Perché le ‘realtà’ della sua vita vengono derivate dai principi del gandhismo che hanno diffuso nel mondo come una nuova leggenda o saga epica.
Alcuni anni fa, un giornalista americano, Richerd Greiner, stupito dall’immensa popolarità del film Gandhi di Richard Attenborough, ha cercato di ridimensionarne la figura mettendo in luce grandi discrepanze fra la vita e la filosofia di Gandhi. (Grenier naturalmente non aveva niente da dire su Milton o Beethoven perché erano stati accusati di abuso su minori, o su Platone perché lo giustificava nel contesto dell’omosessualità).
Ma tali tentativi di demistificazione non funzionano perché i Grenier del mondo si confrontano con il bisogno di credere nelle potenzialità umane e con un curioso obbligo di intercedere in situazioni di sofferenze prodotte dall’uomo che spesso sembra essere fondamentale della natura umana.
Quando i lavoratori polacchi si sollevarono contro il loro regime autoritario alla fine degli anni ’80, parlarono di Lech Walesa come del loro Gandhi, una descrizione che il leader sindacale, gran bevitore di vodka dal linguaggio rude, deve aver trovato difficile da digerire. Ma i lavoratori polacchi non erano interessati alle somiglianze o dissomiglianze storiche e verificabili tra i due: stavano facendo un’affermazione diversa. Stavano dicendo qualcosa di quello che essi stessi volevano, e di come Gandhi con la sua arma della militanza nonviolenta fosse diventato ai giorni nostri un simbolo della ribellione contro i vuoti tiranni e l’autoritarismo burocratico spalleggiati dal potere dello stato e della tecnologia moderna. Perché soprattutto questo Gandhi è un simbolo di coloro che lottano contro l’ingiustizia, cercando di mantenere la propria umanità anche quando devono affrontare un’inumanità inqualificabile. Questo è il motivo per cui quando Benigno Aquino fu assassinato nelle Filippine, i dimostranti nelle strade di Manila fecero esattamente quello che avevano fatto i lavoratori polacchi a Gdansk; gridarono ‘Benigno, il nostro Gandhi’. E se sembra solo una coincidenza, gli studenti birmani che alcuni anni fa si sollevarono contro il loro regime militare invocarono Gandhi allo stesso modo. Solo che il loro leader questa volta era Aung San Suu kyi, che non aveva nemmeno letto Gandhi quando iniziò a essere stupidamente accusata di essere una gandhiana senza compromessi. In tempi diversi questo epiteto è stato usato per altre persone – da Abdul Gaffar Khan a Nelson Mandela.
Il quarto Gandhi cammina per le pericolose strade del mondo minacciando lo status quo e gli individui pomposi e arroganti ovunque e in qualsiasi aspetto della vita. I tiranni lo sottovalutano perché non ha armi ad appoggiarlo, e i rivoluzionari di professione lo prendono in giro perché parla di nonviolenza. Ma di solito pagano cara questa sottovalutazione. Nel lungo termine, i primi possono solo consolarsi del fatto che a volte le rivoluzioni progettate contro di loro falliscono, paradossalmente dopo aver ottenuto successi spettacolari. Le rivoluzioni, come tutti sanno, divorano i loro figli sia fisicamente che moralmente. I rivoluzionari – oggi solitamente un miscuglio di cinici accademici pantofolari di mezza età, che hanno passato il fiore degli anni e si godono i benefici dell’università - possono trarre consolazione dal fatto di poter tenere poderosi seminari sui limiti ‘storici’ del gandhismo che avrebbero dovuto assicurare la sua morte decenni fa. Ma non appena il seminario risonante successo accademico finisce, questo mitico Gandhi si è già spostato verso altri slum del mondo per portare a nuove formazioni contro i suoi protetti di una volta.

Vi ho dato quattro Gandhi e ho indicato le mie preferenze, così che anche voi possiate fare le vostre scelte. Ma non siete obbligati a scegliere nessuno dei quattro. Forse sarebbe la cosa più saggia da fare, perché Gandhi può essere pericoloso. E’ molto meglio appendere il suo ritratto nel vostro ufficio o a casa, come fanno molti altri, per mostrare il vostro rispetto a questa nuova aggiunta al pantheon indiano, e portare i vostri figli a fare un pic-nic nel giorno di vacanza che è diventato l’anniversario del suo compleanno.

 

Ashis Nandy (nato nel 1937) ha iniziato la sua carriera come sociologo e psicologo della politica. I suoi interessi attuali si concentrano sulla psicologia politica della violenza, sulle culture della conoscenza, su utopie e visioni, sulla cultura popolare e sul dialogo fra civilizzazioni. E’ membro e direttore del Centre for the Study of Developing Societies e Presidente del Committee for Cultural Choices and Global Futures, entrambi con sede a New Delhi.
Nandi è coautore di diversi rapporti sui diritti umani ed è attivo in movimenti per la pace, per le scienze e le tecnologie alternative e per la sopravvivenza culturale. E’ membro del Consiglio Esecutivo del World Future Studies Federation, del Commonwealth Human Rights Iniziative (New Delhi), dell’International Network for Cultural Alternatives to Developement, e dell People’s Union for Civil Liberties. Fa parte del comitati esecutivo del Transnational Foundation for Peace and Fuure Research (Stoccolma), e dell’Institute of Postcolonial Studies (Melbourne).
Tra le sue opere ricordiamo:
Science, Hegemony and Violence: A Requiem for Modernity. Ed. Ashis Nandy. Tokyo:  United Nations University, 1988. Delhi: Oxford UP, 1990.
The Intimate Enemy: Loss and Recovery of Self Under Colonialism. Delhi: Oxford UP, 1983.
Alternative Sciences: Creativity and Authenticity in Two Indian Scientists. New Delhi: Allied, 1980.


Mahatma  Gandhi

"Qualsiasi persona, uomo o donna, può ottenere i miei stessi risultati se solo compirà lo stesso sforzo e coltiverà la stessa speranza e la stessa fede'

 

 

Mohandas Gandhi (1869-1948), detto Mahatma  (Grande Anima),uomo politico indiano laureato in legge in Inghilterra, visse dal 1893 al 1914 in Sudafrica dove intraprese lotte non violente per l'uguaglianza razziale e sociale. Nel 1919 tornato in India iniziò una lotta, basata sulla disobbedienza civile e il boicottaggio statale, per l'indipendenza dell'India dal colonialismo inglese. Partecipò ai negoziati che si conclusero con la proclamazione dell'indipendenza dell'India il 15 agosto 1947. Lottò contro la suddivisione in caste della socetà indiana infatti le sue comunità erano frequentate anche dagli "intoccabili" che facevano parte dell'ultimo gradino sociale. Mentre cercava tenacemente di riapacificare India e Pakistan separate da rivalità religiose, il 30 genneio 1948, fu assassinato, con tre colpi al petto, da un fanatico indù. Tutta l'India quel giorno pianse il suo liberatore. Le sue ceneri vennero gettate nel Gange ed oggi la sua anima continua a vivere nei suoi discepoli e in ciascuno di noi.

Nasce a Porbandar nel 1869 e compie gli studi laureandosi in Inghilterra;la grande madre / avversaria che iniziera' a combattere dopo una permanenza in Sud Africa durante la quale ,esercitando la professione di avvocato, prese coscienza delle gravi condizioni nelle quali versava la maggior parte dei miseri ed "intoccabili" sparsi nel mondo.

 

Nel 1915 ,ritornato quindi in India ,inizio' la sua attivita' politico - morale che gli valse ,nel tempo, l'appellativo di Mahatma ( grande anima);
i punti basilari del suo pensiero e della sua azione furono presto chiari; indipendenza dall'Inghilterra e liberta' totale per il suo paese, liberta' da ottenere
attraverso un grande impegno continuo e senza compromessi ma sempre con un dogma, un principio inviolabile ; la lotta non violenta e la disubbidienza civile, il rifiuto di sottostare alle regole rigide del sistema pagando in prima persona con anni ed anni di carcere e sacrifici.

 

 

Il grande messaggio di Gandhi sta tutto in questa semplicissima linea di condotta, tanto piu' efficace quanto piu' forte e immodificabile. Uno dei concetti piu' belli ed affascinanti della sua battaglia era proprio quel satyagraha, un concetto tradotto semplicisticamente in resistenza passiva, ma, in realta' piu'complesso ,piu' profondo; il vero senso del termine e' di per se' una mina vagante innescata in tutte le societa' dall'antichita' ad oggi; satyagraha vuole meglio significare
"insistenza per la verita' "

 

 

 

 

L'uso della violenza e' una pratica assai facile per imporre le proprie idee, molto piu' semplice del dialogo e Gandhi non abbandono' mai questa strada difficile
come non abbandono' mai la ricerca della verita' ,anche quando questa portava a galla gli intrighi le debolezze e gli errori dei suoi stessi seguaci; in questo sono pochi i
grandi , gli uomini che riescono a non piegarsi mai e a rifiutare i compromessi, lottando spesso con i propri amici, i propri compagni di viaggio ; questo credo sia forse il piu' grande insegnamento ma anche il piu' grande limite di un pensiero fatto da un grande spirito per piccoli spiriti come gli uomini , la gente anonima di tutti i tempi e le ere.

 


Persone come Gandhi hanno il grande dono di una coerenza insopprimibile che corre molto vicina al confine dell'idealismo un poco "folle" che ha portato tanti grandi personaggi dentro il cuore di immense folle , pero' solo col passare del tempo, degli anni.
Forse per questo, assieme a questa forte comunione con tanti animi sparsi nel mondo, il bagaglio di questi uomini unici e' sempre stato, per converso, pieno di solitudine;
forse proprio dopo una vita passata con e per la gente, Gandhi mori' assaporando questo vago senso di solitudine la mattina del 30 Gennaio 1948, quando fu ucciso
da un fanatico indu', un suo fratello di fede quindi, quando la "sua India" liberata ed indipendente iniziava a soffrire le rivalita' etniche e religiose; non c'era
piu' un solo grande nemico ,l'oppressore inglese , ma tanti anonimi ed invisibili nemici , avversari di fede e di interesse, gli stessi compagni di lotta di ieri...

 

Il pensiero
"Qualsiasi persona, uomo o donna, può ottenere i miei stessi risultati se solo compirà lo stesso sforzo e coltiverà la stessa speranza e la stessa fede"

"Spesso il titolo di Mahatma (Grande Anima) mi ha profondamente addolorato, sono un essere mortale qualunque, soggetto alle stesse debolezze di tutti gli altri esseri viventi, non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la nonviolenza sono antiche come le montagne. L'unica cosa che ho fatto è di aver cercato di sperimentarle al massimo delle mie possibilità."

"Sono fedele soltanto alla verità e non devo obbedienza a nessuno salvo che alla verità"

"Non si potrà mai giungere alla vera democrazia con mezzi falsi e violenti.... La libertà individuale può attuarsi soltanto in un regime di autenticità"

"Non vi è limite all'estensione dei nostri servizi ai nostri vicini di là dalle frontiere fatte dagli Stati. Dio non ha mai creato frontiere"

"Non desidero rinascere. Ma se devo rinascere, vorrei nascere intoccabile, in modo da poter dividere i loro dolori, le loro sofferenze, e gli affronti che vengono loro recati, e cercare così di liberare me stesso e loro da questa condizione”

 


 miserabile"REQUIEM PER GANDHI
Francesco Comina
Adesso tutti ci chiediamo che cosa potrà ancora accadere. Ora che il braccio dell’apocalisse è penetrato nel santuario del mondo occidentale dove nessun potere umano aveva mai osato entrare in questo modo, con questa forza e con questa barbarie distruttiva, nessuna ragione davvero umana sembra poter salvare il mondo così com’è. Ma la cosa peggiore è che nessuna ragione umana sa descrivere il mondo così come sarà. 
Il vento terribile di Hiroshima oggi torna ad invadere le città con i suoi abitanti che dormono, che faticano o che si baciano per amore. Il fungo sale con la polvere della distruzione sopra cumuli di rovine e di morti. La città giapponese ne ha inghiottiti 100.000 in un solo colpo (ma c’era la guerra e gli Usa l’hanno fatta finire con la bomba atomica), New York, invece, ne cerca oltre 20.000 nel giardino di una pace, che sembrava destinata ad unificare il mondo. 
L’Onu aveva appena annunciato che i primi dieci anni del Terzo Millennio sarebbero stati segnati da un vocabolario nuovo, quello della giustizia e della riconciliazione fra i popoli, e invece a proiettare le nuove generazioni sul baratro della condizione precaria dell’esistenza. The Day After, il film che ha cercato di leggere la fine del mondo con gli occhi di una telecamera piazzata sulle rovine del disastro nucleare, è stato vissuto da noi tutti attraverso l’obiettivo di telecamere vere piazzate sulle alte torri centrate dagli aerei della Morte e brancolanti nelle strade buie e polverose della catastrofe in diretta. La polvere bianca del film si è sparsa ai piedi della superpotenza americana. 
È terribile.
L’uomo non ha saputo sfruttare la sua ragione per organizzare una civiltà equa, armoniosa, libera dalle frenesie del dominio etnico, culturale, religioso, politico. La pace è stata messa in un cantuccio, considerata come un oggetto romantico e sentimentale, buono per addolcire certe conclusioni di film d’avventura.
Non è stata messa al centro, né delle chiese, né delle istituzioni politiche, né delle fedi, né delle culture, né delle pedagogie, né delle letterature. Abbiamo privilegiato il braccio di ferro, la contesa continua, la volontà di potenza.
Ci hanno pensato i profeti a dire che lungo i sentieri di questa umanità c’è solo la foresta della violenza a scatenare gli istinti macabri dell’odio. 
E così abbiamo creato i mostri che arrivano dall’aria, dall’acqua, dalla terra per far sparire le città, queste culle dell’umanità: Auschwitz, Hiroshima, Saigon, Beirut, Gerusalemme, Belfast, Baghdad, Sarajevo, Belgrado… Le città dei civili sono attaccate e affondate. Uomini, donne e bambini non possono vivere perché il braccio dell’Apocalisse annienta le loro dimora.
È terribile.
Ma nessuno sa cosa accadrà domani. I sondaggi dicono che il 90% degli americani vuole una ritorsione in grande stile contro i terroristi che hanno osato invadere il cuore del mondo, ma anche contro i Paesi che li ospitano e questo anche a costo di provocare una guerra mondiale. 
Gandhi è morto e sepolto. Il satyagraha, l’energia della verità che egli vedeva realizzata nella sofferenza che si oppone alla violenza, non dice nulla all’uomo del terzo millennio. Ma è morto anche il diritto scaturito dalla seconda guerra mondiale. La Nato al posto dell’Onu, le armi al posto delle trattative, la paura al posto della serenità… 
La soluzione non sta nella ricerca della pace giusta, ma nell’affermazione della forza più grande, che si contrappone alla forza provocante. Questo gioco all’azzardo brucia tutte le candele, perché non c’è forza più grande di quella che oggi si agita  nelle viscere delle potenze mondiali: i missili «in-umani» di oggi sfidano Dio e la creazione. L’esito ultimo, altro non è che l’Anticreazione.
Ecco la follia del nostro tempo: credere di poter risolvere le controversie internazionali con la forza, con la violenza, con il braccio di ferro teso alla provocazione dell’Apocalisse. È come segare il ramo dell’albero a cui siamo appesi.
Il mondo è ingiusto, profondamente squilibrato, terribilmente diviso e lacerato; c’è un nord ricco, che sfrutta la maggior parte delle energie del sud povero; ci sono bambini ingrassati dalla noia e dall’effimero, mentre altri hanno la pancia gonfia per l’inedia e muoiono a migliaia e migliaia ogni giorno; ci sono religioni che fanno a gara per rubarsi i fedeli e uomini di fede che tentano con ogni sforzo di abbracciarsi sotto l’unico Dio plurale dei popoli. 
Eppure, anziché capire la complessità del mondo e cercare di tracciare strade di convergenza possibili, si preferisce rompere, uccidere, guardare gli inermi con gli occhi iniettati di sangue. 
È terribile.
Eppure non sappiamo cosa accadrà nei prossimi giorni: quale vendetta, quale ritorsione, quale azione americana potrà mai risarcire un tributo di sangue così immenso?
La via ci sarebbe, ma è una via inammissibile dalla nostra civiltà. L’aveva fatta sua Gandhi, attingendola dalla spiritualità dell’oriente. La via è semplice e impossibile: «Se tu fai questo io ti uccido, hanno da sempre sentenziato le civiltà dell’occidente. Se tu fai questo, sono io che muoio, hanno proclamato gli spiriti liberi e nonviolenti dell’oriente». 
È la via che probabilmente Bush non seguirà mai. L’odio dev’essere combattuto con altro odio, con altri attacchi, con altre città distrutte. Questo sembra essere il dato premonitore di ciò che ci attenderà. 
Speriamo che non sia così e che la ragione faccia luce sui colpevoli di tali terribili attentati, ma preservi il mondo dal rischio di una nuova guerra totale.
Se prevarrà la saggezza l’occidente (Abendsland) non sarà ancora tramontato.
È terribile…

Pubblicato sul quotidiano «L’Adige» il 14 settembre 2001.


LA PACE INTERNAZIONALE

 

 

 

 

 

 

 

Non credere alla possibilità di una pace permanente vuol dire non credere alla santità della natura umana. I metodi adottati finora sono falliti perché è mancato un minimo di sincerità da parte di coloro che ci si sono provati. Ma essi non s'accorsero di questa mancanza. La Pace non si ottiene con un parziale adempimento delle condizioni, così come una combinazione chimica è impossibile senza l'osservanza completa delle condizioni necessarie per ottenerla. Se i capi riconosciuti dell'Umanità che controllano gli strumenti di distruzione rinunciassero completamente al loro uso, con piena conoscenza delle relative implicazioni, si potrebbe ottenere la pace permanente. Questo è evidentemente impossibile, se le grandi potenze della terra non rinunciano al loro programma imperialistico. E questo sembra a sua volta impossibile, se le grandi nazioni non cessano di credere nella competizione che uccide l'anima e di desiderare la moltiplicazione dei bisogni e, quindi, l'accrescimento dei beni materiali.


GANDHI

Per analizzare il pensiero di Gandhi è necessario prima di tutto chiarire quale sia la differenza concettuale fra violenza, intesa nell’ambito gandhiano e nell’ambito del cristianesimo occidentale. In questo secondo caso si segue il precetto evangelico che propone un pacifismo che sul piano etico comporta il non riconoscimento della politica, attuando quindi una dicotomia fra etica e politica.
Invece per Gandhi si deve minimizzare la violenza partendo dalla considerazione che comunque nel mondo è sempre presente un tot di violenza che inevitabilmente trova le sue applicazioni nella politica. Non si verifica perciò una dicotomia fra etica e politica, in quanto l’uomo deve manifestare la propria moralità nella scelta politica stessa.
Emerge una valutazione negativa della violenza sia a priori che a posteriori. A priori è dovere dell'uomo ridurre la violenza al minor livello possibile. A posteriori esegue una revisione della storia e giunge alla conclusione che sulla base dell’esperienza il discorso della violenza non abbia ridotto i problemi; comunque la bontà dell’azione in ambito sia politico che morale è il punto di partenza di tutta la teoria gandhiana.

"Teoria pratica della non – violenza".
Gandhi ritiene che nulla di nuovo è presente nelle sue parole, ma la verità che egli si propone di farci scoprire con il percorso teorico della non–violenza è un’antica forma di sapienza. Prima di spiegare quali sono i fondamenti della dottrina, l’autore ci rende partecipi del percorso che l’ha spinto a coltivare tali ideali. Anche maturando la sua esperienza di vita si rese conto che la strada della non–violenza era utile come metodo alternativo per far cessare le ingiustizie, senza tuttavia far ricorso alla forza fisica.
Deluso dall’azione del governo inglese nei confronti delle colonie dell’India, Gandhi decise che la ragione non era sufficiente né efficace per risolvere problemi in cui sono in gioco valori umani fondamentali: la sofferenza, in quanto legge naturale, dell’umanità, è capace di far scoprire nuovi ideali altrimenti nascosti, di aprire nuove vie alla ragione. Il coinvolgimento sentimentale ed emotivo è infinitamente più efficace di quello razionale: solo la comprensione è l’arma vincente contro l’ingiustizia.
Mentre la dottrina della violenza impone di colpire l’avversario offendendolo, la non–violenza consiste nel conservare nella propria interiorità il dolore e la sofferenza. Non per questo si esalta la morte del singolo, ma l’atteggiamento dell’animo proteso al sacrificio arricchisce moralmente il mondo.
La non–violenza si deve avvalere dell’isolazionismo, della non–collaborazione. Un esempio chiarificatore di quanto affermato è dato dall’opportunità del disarmo dopo la seconda guerra mondiale. Gandhi ritiene che se uno stato dell’Europa che decidesse per primo di aderire a quella politica, accettandone tutti i rischi, si renderebbe degno del rispetto universale.
Così anche nei rapporti tra gli uomini l’atteggiamento non–violento non è considerato come una rinuncia ad ogni lotta concreta contro l’ingiustizia radicale, anzi diventa un mezzo morale di opposizione all’iniquità: l’uomo non–violento opporrà all’oppressore non la resistenza fisica, ma una eticità intoccabile, che porterà il tiranno a riconoscere l’ingiustizia, quindi rimuoverla.
Le caratteristiche ed i principi della non violenza possono essere riassunti in 7 punti, che qui di seguito riporto dal testo originale:

  1. "La non violenza è la legge della razza umana, ed infinitamente più grande e più potente della forza bruta"
  2. "Essa non può essere di alcun aiuto a chi non possiede una fede profonda nel Dio dell’Amore"
  3. "La non–violenza offre la più completa difesa nel rispetto di se stesso e del senso dell’onore dell’uomo [….] . La non–violenza, per la sua stessa natura, non è di nessun aiuto nella difesa dei guadagni illegittimi e delle azioni immorali".
  4. "Gli individui e le nazioni che vogliono praticare la non–violenza debbono essere pronti (le nazioni fino all’ultimo uomo) a sacrificare tutto tranne il loro amore. La non–violenza è dunque incompatibile con il possesso di paesi di altri popoli; vedi ad esempio l’imperialismo moderno, il quale deve chiaramente basarsi sulla forza per difendersi.
  5. "La non–violenza è un potere che può essere posseduto in egual misura da tutti – bambini, ragazzi, ragazze e uomini e donne adulti, posto che essi abbiano una fede profonda nel Dio dell’Amore e che quindi possiedano un uguale amore per tutto il genere umano. Quando la non–violenza viene accettata come legge di vita essa deve pervadere tutto l’essere e non venire applicata soltanto ad azioni isolate."
  6. "E’ un profondo errore supporre che questa legge sia applicabile per gli individui e non lo sia per le masse dell’umanità"

Basandosi su questi principi, Gandhi afferma che la non–violenza è l’unica forma d’azione diretta; senza un’attiva espressione, essa è priva di significato, quindi l’uomo passivo non sarà mai capace di mettere in atto i fondamenti della dottrina.
La pratica della non–violenza si basa su di una forza spontanea, che nasce dal cuore di ognuno; l’amore guida l’animo verso il prossimo, ricercando il proprio e l’altrui bene.
Un errore che si può compiere quando si pensa al mettere in pratica la teoria della non-violenza consiste nel pensare che essa è adatta solamente al debole, mentre il forte che può avvalersi dell’uso indiscriminato delle armi la riterrà inutile.Questo errore è superabile se si considera come vera forza solo quella che scaturisce dall’anima. La pratica della non violenza richiede un grande coraggio.
Il controllo sulla mente è necessario per la pratica della resistenza passiva, che produce un duplice effetto: coinvolge colui che fa uso e colui contro cui è usata migliorando la condizione di entrambi


Gandhi
Un conosciuto spot, tuttora messo in onda in alcune delle principali reti televisive nazionali, ha intelligentemente associato la figura del Mahatma  (letteralmente: grande anima) Gandhi e la comunicazione, settore nel quale l’azienda promossa produce e commercializza beni e servizi. Esso suggerisce in particolare l’idea che, coniugando le tecnologie di comunicazione odierne con i profondi insegnamenti contenuti in ogni pensiero ed azione del Mahatma , il suo messaggio avrebbe potuto ricevere una diffusione incomparabilmente maggiore, sino a raggiungere, in ipotesi, una dimensione potenzialmente globale attraverso l’uso di internet.
Raccogliamo il suggerimento, e tuttavia scegliamo di mettere tra parentesi il capzioso condizionale che nel messaggio pubblicitario segna lo stacco tra il progresso odierno raggiunto dalla tecnica nel settore delle comunicazioni e la possibilità di Gandhi, la cui esistenza si è conclusa ormai da quasi sessant’anni, il 30 gennaio 1948, di servirsene al fine di una maggiore diffusione del proprio insegnamento. Perché, ma ciò cede evidentemente alla logica eminentemente commerciale dello spot, Gandhi, per dirla con le sue stesse parole, non ha un messaggio, il suo messaggio è la sua stessa vita. Pertanto le nuove, efficacissime tecnologie che aprono alla comunicazione orizzonti potenzialmente illimitati e velocità quasi istantanea possono ben servire alla causa gandhiana.
Per una umanità più sapiente, e insieme pacificata, la diffusione del pensiero del Mahatma è infatti un vero scrigno colmo di tesori; le tecniche della comunicazione, coniugate all’uso delle tecnologie più innovative che, tante volte, sono solo strumento per ogni potere, anche tirannico, nel continuo perpetrare l’insegnamento della sofistica in ordine alle tecniche di persuasione e captazione del consenso politico, la chiave per aprirlo nell’era della globalizzazione.

 

 

 

 Le “lezioni” di Gandhi 

Non mi sono mai fatto un feticcio della coerenza. Sono un seguace della verità e debbo dire ciò che sento e penso in un dato momento su un problema, senza preoccuparmi di ciò che posso aver detto prima. Nella mia ricerca della verità ho ripudiato molte idee. Ciò che mi interessa è la mia disponibilità ad ubbidire alla chiamata della verità  -mio Dio- di momento in momento.

 La verità risiede in ogni cuore umano, e qui va cercata: e bisogna lasciarsi guidare dalla verità quale ognuno la vede. Nessuno ha il diritto di costringere gli altri ad agire secondo la propria nozione della verità.
  
Il solo tiranno che accetto in questo mondo è la piccola voce silenziosa che parla dentro di me. E anche se devo affrontare la prospettiva di formare una minoranza di uno solo, credo umilmente d’avere il coraggio di trovarmi in una minoranza così disperata
  
L’amore alla verità suppone la volontà di capire sempre il punto di vista dell’avversario.
  
L’ahimsà (amore) non è soltanto uno stato negativo consistente nel non fare il male, ma anche uno stato positivo consistente nell’amare, nel fare il bene a tutti, anche a chi fa il male.
  
E’ la sofferenza, e solo la sofferenza, che apre nell’uomo la comprensione interiore.
  
E’ sempre stato un mistero per me come gli uomini possano sentirsi onorati dall’umiliazione di un loro simile.
  
Quando intorno a me si muore di fame, la sola preoccupazione che mi sia permessa è di dar da mangiare a questi affamati.
  
La non-violenza dei forti è la forza più potente del mondo. La non-violenza è la legge degli uomini, la violenza è la legge dei bruti.
  
C’è la non-violenza del debole, del vile: da essa non può venir mai niente di buono.
  
La non-violenza non vuol dire rinuncia ad ogni forma di lotta contro il male. Tutt’altro. La non-violenza  - almeno come la concepisco io – è una lotta ancor più attiva e reale della stessa legge del taglione, ma sul piano morale.
  
La non-violenza non può essere definita come un metodo passivo o inattivo; è un movimento molto più attivo di altri che esigono l’uso delle armi. La verità e la non-violenza sono forse le forze più attive di cui il mondo dispone

Ho appreso attraverso un’amara esperienza l’unica suprema lezione: controllare l’ira; e come il calore conservato si trasforma in energia, così la nostra ira controllata può trasformarsi in una forza capace di muovere il mondo
Non che io non mi adiri. Non do sfogo all’ira. Coltivo la qualità della pazienza come mansuetudine e, generalmente parlando, ci riesco. Ma quando l’ira mi assale mi limito a controllarla. Come riesca a controllarla, è una questione inutile, perché è un’abitudine che ciascuno deve coltivare e conquistare con una pratica assidua
Gran parte della miseria che affligge il mondo è conseguenza della nostra avidità
Chiunque possiede qualcosa di cui non ha bisogno è un ladro
L’economia che ignora o trascura i valori morali è fallace. L’estensione della legge della non-violenza alla sfera dell’economia significa null’altro che l’introduzione dei valori morali come fattori da prendere in considerazione nel regolamento del commercio internazionale
La vera educazione consiste nel trarre alla luce il meglio di una persona. Quale libro può essere migliore del libro dell’umanità?
Nelle questioni di coscienza la legge di maggioranza non conta
La regola d’oro è di essere amici del mondo e considerare una tutta la famiglia umana. Chi distingue tra i fedeli della propria religione e quelli di un’altra, diseduca i membri della propria e apre la via al rifiuto e all’irreligione
 Il mio obiettivo è l’amicizia con il mondo intero, e io posso conciliare il massimo amore con la più severa opposizione all’ingiustizia
Per me, patriottismo equivale a umanità. Sono patriota perché sono umano e umanitario. Non sono esclusivo, non nuocerò all’Inghilterra o alla Germania per servire l’India. L’imperialismo non ha posto nel mio schema di vita. La legge di un patriota è molto poco patriota se egli è un tiepido verso il resto dell’umanità. Non vi è conflitto tra legge privata e legge politica
Ahimsà vuol dire amore infinito, che a sua volta vuol dire infinita capacita di sofferenza. Chi, se non la donna, la madre dell’uomo, manifesta questa capacità nella misura più grande? La manifesta portando e nutrendo il bambino per nove mesi  ricavando gioia dalle sofferenza che vi s’accompagnano. Che cosa può superare le sofferenze provocate dalle fitte del travaglio? Ma ella le dimentica nella gioia della creazione. Chi si dà pena perché il piccino cresca giorno dopo giorno? Che la donna trasferisca questo amore a tutta l’umanità, che dimentichi di essere stata o di poter essere l’oggetto della concupiscenza dell’uomo. E occuperà il suo posto glorioso di madre, guida creatrice e silenziosa a fianco dell’uomo. A lei è dato di insegnare l’arte della pace al mondo in lotta, assetato di questo nettare
Chi è arrivato alla sostanza della propria religione è arrivato anche alla sostanza delle altre religioni


[1] Questo saggio è nato da una breve nota pubblicata in The Times of India il 30 gennaio 1996.

[2] La moschea di Babri fu fatta costruire nel 1528 da un sultano moghul proprio nel punto in cui secondo gli hindu sorgeva un tempo un tempio dedicato a Rama. Dopo anni di conflitti, nel 1992 la moschea fu rasa al suolo da un gruppo di attivisti e simpatizzanti di gruppi fondamentalisti e del BJP, l’attuale partito di maggioranza in India. Questa azione portò a scontri tra hindu e musulmani con un bilancio di oltre 3000 morti (ndt).

[3] Succo di limetta (ndt).

[4] Sono questi tre attivisti che ispirati da Gandhi hanno dedicato la loro vita al servizio dei più poveri, impegnandosi anche in campagne di lotta nonviolenta ad esempio contro la costruzione della diga di Theri (Bahuguna) o delle dighe sul sacro fiume Narmada (Baba Amte) (ndt).

[5] Pianta medicinale nota e usata da sempre in India per le sue proprietà purificanti, disintossicanti e antisettiche (ndt).

[6] Avvocato, giudice, attivista politico e filosofo impegnato nel sociale, Tarkunde sostenne che l’Indipendenza dell’India non era frutto delle lotte di Gandhi ma dell’impegno inglese nella Seconda Guerra Mondiale (ndt).

[7] Sociologo con grande esperienza nel campo del sociale Tarkunde si è impegnato in progetti di auto-sviluppo di villaggi poverissimi in Pakistan attirando sui suoi successi l’attenzione di organizzazioni mondiali come l’UNICEF) (ndt).

[8] Avvocatessa attivista per i diritti umani e coinvolta nel movimento di emancipazione femminile in Pakistan (ndt).

[9] Noto giornalista indiano (ndt).

[10] Borsa di tela da portare a tracolla (ndt).

[11] Coloro che portano la jhola (ndt).

[12] Gopalan fu un importante leader del Communist Party of India (di inclinazione marxista) (ndt).

 

 

http://www.maella.it/Download/Religione%20-%20Mahatma%20Gandhi.doc

 

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