Il medioevo e la riforma Gregoriana

 


 

Il medioevo e la riforma Gregoriana

 

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Il medioevo e la riforma Gregoriana

IL MEDIOEVO E LA RIFORMA GREGORIANA

PREMESSE

  • Alla fine del secolo VII, il patrimonio ecclesiastico in Francia comprendeva quasi un terzo del territorio nazionale.
  • Per compensare servizi bellici e politici, Carlo Martello assegnò su larga scala in usufrutto – come “commende”, in commendamai suoi vassalli beni ecclesiastici e monastici.. Anche Carlo Magno nel primo decennio del suo governo, dispose del patrimonio ecclesiastico come se fosse della corona. Però in linea generale i possedimenti della Chiesa crebbero ancora notevolmente, grazie anche ad una nuova e importante fonte d’entrata: la decima sui raccolti dei campi.
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  • La mentalità giuridica germanica diede all’organizzazione ecclesiastica dell’alto medioevo una fisionomia particolare mediante il cosiddetto sistema delle chiese proprie o chiese private. Dal secolo VII in poi si afferma un po’ ovunque (nel regno dei Franchi, in Italia e in Spagna).
  • Quando un ricco possidente terriero costruiva su un fondo di sua proprietà una chiesa, una cappella o un monastero, dotandoli di beni immobili, egli considerava la chiesa (il monastero) con relativo patrimonio e rendite come sua proprietà piena (ecclesia propria). A questi beni, è vero, non poteva essere cambiata destinazione, però il “Senior” li poteva vendere, trasmettere in eredità, permutare o donare come ogni altro bene proprio; poteva nominare il titolare ecclesiastico secondo una sua libera scelta, conferendo l’ufficio e la prebenda a modo di un feudo (beneficium), poteva dimetterlo, poteva incamerare per intero o in parte l’eredità, durante la sede vacante poteva incassarne le rendite e poteva, infine, riservare al proprio uso le offerte, le decime dei fedeli ed anche i diritti di stola diventati ormai abituali. Lo stesso accadeva in parte con chiese e monasteri che i laici avevano ottenuto in feudo o in commenda. Nell’VIII secolo il sistema delle chiese proprie appare introdotto su larga scala.
  • Nell’epoca missionaria esso contribuì molto a provvedere di chiese i territori rurali. Il sistema però era estraneo alla natura dell’ufficio ecclesiastico ed alla concezione romana della Chiesa antica: era fonte di numerosi inconvenienti. Perciò già le legislazioni di Carlo Magno e di Ludovico il Pio si preoccuparono di assicurare la posizione degli ecclesiastici addetti a chiese proprie e le chiese stesse contro l’arbitrio dei padroni. Ma nonostante tutto il sistema delle chiese proprie rimase in vigore: anzi dalle chiese minori si estese alle chiese maggiori, specialmente a quelle vescovili.
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  • Nelle lotte per le investiture, i papi della riforma Nicola II, GREGORIO VII (1073-1085), Pasquale II PROIBIRONO ASSOLUTAMENTE CHE I LAICI ASSEGNASSERO UFFICI ECCLESIASTICI; ma in un primo tempo la proibizione non riuscì ad imporsi.
  • Solo quando nel Concordato di Worms del 1122 fu trovato un equo accomodamento tra Stato e Chiesa in merito alle prelature, fu possibile alla legislazione ecclesiastica rendere innocuo il diritto delle chiese proprie anche per i benefici minori, nel senso che i diritti dei padroni laici fu limitato alla protezione (patronatus) e alla presentazione (praesentatio) del candidato ecclesiastico, mentre l’ufficio vero e proprio veniva conferito dal vescovo.
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  • In seguito alla stretta unione tra Stato e Chiesa nel regno dei Franchi, l’alto clero o i prelati, vescovi e abati, raggiunsero presto importanti privilegi politici.
  • Dopo la metà del secolo VII, essi vennero chiamati al consiglio e all’aiuto dei re in affari di stato. Singole chiese e monasteri ricevettero anche l’immunità, cioè l’esenzione fiscale e giudiziaria. Inoltre i prelati ottennero presto alcuni altri diritti sovrani (regalia) come quello del mercato, di moneta e di dogana. Infine ebbero anche il diritto di contea.
  • In Germania fu specialmente l’imperatore Ottone I che infeudò largamente vescovi e abati con diritti imperiali, beni della corona e diritti di contea. L’aristocrazia ecclesiastica, i cui feudi non erano ereditari, costituiva un contrappeso a quella secolare. Lo sviluppo degli Stati ecclesiastici in Germania raggiunse la sua forma completa con i privilegi dell’imperatore Federico II (1220) e di suo figlio Enrico VII (1231, confermati da Federico nel 1232).
  • I vescovi e gli abati del regno germanico divennero così veri e propri principi territoriali, e come tali inseriti nella costituzione dell’impero. Questa situazione durò sostanzialmente fino al 1803.
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  • La situazione sopra descritta ebbe per la Chiesa grandi vantaggi. D’altra parte non furono poche anche le conseguenze negative della potenza secolare della Chiesa e dell’inserimento dei suoi dignitari nella politica. I sovrani aspiravano naturalmente a guadagnare un’influenza decisiva sulle nomine dei vescovi e degli abati.

L’insediamento della prelatura e nei diritti sovrani ad essa connessi (regalia, temporalia), dall’inizio del secolo XI viene indicata generalmente con il nome di INVESTITURA.
Essa aveva luogo nelle forme del diritto feudale germanico: dall’inizio del secolo X mediante la consegna simbolica da parte del re del pastorale vescovile o abbaziale, al che presto si aggiunse la consegna dell’anello vescovile; alla morte di un prelato queste insegne della dignità spirituale dovevano essere restituite alla corte regia. L’investito doveva prestare al sovrano il giuramento di fedeltà e riconoscersi (commendatio) come suo vassallo (homo, vassus). Solo dopo tutto questo avveniva la consacrazione.
È evidente che questa investitura laicale, come la si chiamò, stava in opposizione con l’essenza dell’ufficio spirituale. I più alti uffici della Chiesa apparivano addirittura come chiese proprie del re, il quale ne disponeva in forza del diritto sovrano, e poteva persino dare l’impressione che il potere spirituale fosse solo un’emanazione di quello imperiale. Inoltre era troppo facile che la scelta dei dignitari ecclesiastici avvenisse, non tanto dal punto di vista dell’idoneità ecclesiastica, ma della politica e degli interessi economici. D’altra parte però bisogna riconoscere che il diritto di nomina venne esercitato senza preoccupazioni da principi sinceramente favorevoli alla Chiesa, come Carlo Magno, Ottone I, Enrico I e Enrico III, a tutto vantaggio della Chiesa stessa, poiché essi si preoccupavano di scegliere gli uomini migliori.. È comprensibile però che un po’ alla volta dovesse subentrare una reazione e che con il rafforzarsi del movimento di riforma, nel secolo XI, si tendesse sempre maggiormente all’eliminazione dell’investitura laicale. Tale abolizione viene richiesta decisamente dalla corrente ecclesiastica più severa, specie dal cardinale Umberto di Silva Candida e dal papa Nicola II nel sinodo Lateranense del 1059. QUESTA BATTAGLIA PER LA LIBERAZIONE DELLA CHIESA DAL POTERE DEI LAICI GIUNSE AD UNA PIENA ESPLOSIONE NELLA LOTTA PER LE INVESTITURE.

CONDOTTA DEL CLERO
Per quanto riguarda la condotta del clero bisogna dire che questo offre un quadro diverso a seconda del luogo e dell’epoca. Tempi confusi e bellicosi come quelli di Carlo Martello, degli ultimi Carolingi e del secolo X presentano, specie in Italia, in Francia e in Germania una deprecabile decadenza. Una speciale difficoltà presentava la legge del celibato ecclesiastico, a cui a partire dal IV-V secolo la Chiesa occidentale aveva obbligato i chierici maggiori.. In quasi tutte le regioni i sacerdoti di campagna convivevano con donne, o in concubinato o in matrimonio regolare. Non pochi chierici o canonici impegnati nelle chiese di città seguivano il loro esempio. Talvolta c’erano addirittura vescovi e, nei monasteri decaduti, anche monaci che avevano donne e figli. Il concubinato di un vescovo, di un monaco o di un canonico era in generale considerato una cosa insostenibile, mentre nei sacerdoti di campagna era ampiamente tollerato.
Quando singoli vescovi come Attone di Vercelli, Raterio di Verona e Dunstan di Canterbury, oppure anche i sinodi, da ultimo quello di Bourges (1031), inculcavano con insistenza il dovere del celibato, era come se parlassero al vento.
La preoccupazione della Chiesa ufficiale era poi rivolta quasi principalmente al patrimonio ecclesiastico, perché esso veniva sovente sfruttato per mantenere i figli dei sacerdoti. Per scongiurare soprattutto questo pericolo, nel 1022 il sinodo di Pavia, su iniziativa del papa Benedetto VIII, emanò alcuni severi decreti. Era necessario che il celibato fosse approvato interiormente da vasti strati della cristianità e che di conseguenza la sua violazione fosse condannata. Ed è proprio questo che a poco a poco si verificò. Forse all’inizio questo movimento ebbe pochi seguaci, ma poi lentamente acquistò una tale forza, che nella seconda metà del secolo XI il papato riformatore poté fare leva su di esso. In questo periodo per il matrimonio dei preti fu coniato il termine nicolaitismo, che assunse il significato di malcostume, incontinenza.

IL PROBLEMA DELLA SIMONIA
Un problema assai complesso era rappresentato dalla simonia. In riferimento a Simon Mago, che voleva acquistare con denaro dagli apostoli il potere di imporre lo Spirito Santo (At 8, 18-24), per simonia s’intendeva, e s’intende ancora oggi, la compera o vendita di beni spirituali. All’epoca romana e nel primo medioevo, in occasione di ordinazioni, sacramenti, funerali, assunzione di cariche e altro si istituivano delle imposte, che però per la maggior parte risalivano a consuetudini legali. In questo modo c’era senz’altro il pericolo di cadere nella simonia vera e propria. Per tale motivo a partire dal IV secolo, sinodi e concili proibirono severamente tali imposizioni di denaro arrivando perfino a condannare il pagamento di beni temporali in qualche modo collegati con la Chiesa. Gregorio Magno si spinse più in là stabilendo non una ma tre forme di simonia:

  • MUNUS A MANU” (denaro o regali),
  • MUNUS AB OBSEQUIO” (servizi e favori)
  • MUNUS A LINGUA” (intercessione).

Inoltre riprese il concetto di “haeresis simoniaca”, già elaborato prima di lui: chi con la simonia peccava contro lo Spirito Santo era considerato come eretico.
Ma una condanna così globale non aiutò certo a dominare la realtà concreta, perché i giovani popoli germanici avevano sviluppato per l’amministrazione ecclesiastica delle forme che corrispondevano alla loro civiltà agraria e si realizzavano appunto nelle istituzioni delle chiese proprie, dell’investitura, ecc. Così essi capovolsero il rapporto originariamente esistente fra ufficio e proprietà ecclesiastica: mentre secondo la concezione ecclesiastica romana l’ufficio occupava il posto centrale e il patrimonio costituiva il mezzo per mantenere l’ecclesiastico e per provvedere ad altri impegni, nel diritto ecclesiastico influenzato dalla mentalità germanica l’aspetto giuridico oggettivo passò al primo posto e il sacerdote, necessario per i compiti della Chiesa, al secondo. Di conseguenza le chiese potevano essere tutte o in parte vendute e nell’affidare una chiesa si potevano pretendere dei pagamenti. Ma poiché l’investitura conferiva temporaneamente anche l’ufficio, questi pagamenti avevano per lo meno aspetto simoniaco. Fino a che punto potesse arrivare la tendenza materialistica, appare chiaramente da quanto avvenne nel 1016 per il conferimento dell’archidiocesi di Narbona. Il conte di Cerdana per il suo figlio di dieci anni offrì ben 100.000 scellini d’oro, pur di superare l’altro pretendente, l’abate di Conques che si era arricchito vendendo il patrimonio del monastero; i padroni, un conte e un viceconte accettarono la somma e se la divisero tra loro. Un simile mercimonio sarà stato senz’altro un’eccezione; in generale per le investiture delle chiese più ambite ci saranno state delle tasse più o meno fisse. Ogni investitura imponeva determinati impegni ai quali, a seconda delle circostanze, venivano aggiunti altri obblighi. I vescovati erano oggetto di traffico vero e proprio. Il parroco di campagna doveva pagare al signore una tassa per ottenere la sua chiesa. Quindi gli ecclesiastici erano tentati di trarre profitto dalle loro funzioni spirituali. Alcuni parroci arrivavano a farsi pagare per battezzare i neonati o fare i funerali. Naturalmente i candidati spesso si servivano delle raccomandazioni delle persone più influenti. Perciò le tre forme di simonia enucleate da Gregorio Magno erano senz’altro praticate un po’ ovunque. Poiché coloro che ricevevano l’investitura desideravano naturalmente recuperare i soldi spesi servendosi della chiesa e dell’ufficio ricevuto, non pochi pretendevano denaro per prestazioni puramente spirituali, cadendo così nella spirale della simonia vera e propria.. Chi condivideva i rigorosi criteri stabiliti da Gregorio Magno e dalle antiche leggi sinodali doveva necessariamente considerare l’eresia della simonia come uno dei vizi più gravi e frequenti della sua epoca.

IL MONACHESIMO
Il monachesimo, soprattutto quello benedettino (529 abbazia di Montecassino), ha prestato alla Chiesa e alla civiltà cristiana alla fine dell’antichità e nell’alto medioevo servizi intramontabili; ad esso si deve per buona parte anche la conversione, l’educazione e la cultura dei Germani. Però nell’epoca torbida degli ultimi Merovingi (VII-VIII secolo) il monachesimo in Francia decadde molto.. L’aumento delle ricchezze era molto nocivo per la disciplina claustrale. I sinodi di riforma di S. Bonifacio e il governo di Carlo Magno determinarono un miglioramento della situazione. S. Benedetto di Aniane (+821) si adoperò con buon successo per l’applicazione di una disciplina uniforme. Il sinodo riformatore degli abati tenuto ad Acquisgrana nell’816-817 sotto la direzione di Benedetto di Aniane ordinò per tutti l’introduzione della regola benedettina, un severo distacco dal mondo e il dovere del lavoro manuale.

Nella dissoluzione di ogni ordinata istituzione, quale avvenne nel X secolo, i monasteri soffrirono assai; molti vennero distrutti. In Italia l’abbazia di Farfa, a quaranta chilometri a nord di Roma, uno dei monasteri più famosi nell’Italia del IX secolo per il suo fervore, le sue fondazioni e le sue ricchezze, fu attaccata dai Saraceni intorno all’890, resistette per sette anni e infine fu incendiata. Restaurata nel X secolo, divenne invece famosa per la rilassatezza dei costumi. I monaci vi mantenevano delle concubine e si abbandonavano a depravazioni di ogni genere. Una fonte di inconvenienti fu l’usanza di accogliere in certi monasteri solo gli appartenenti alla nobiltà. In Francia gli abati laici ebbero nuovamente il sopravvento.. Questi abitavano nei monasteri con le loro mogli e figli, con i vassalli e i cani da caccia, mentre i monaci a loro piacimento abbandonavano il chiostro, conducendo una vita completamente mondana. In Germania la situazione era migliore.

Nell’antichità cristiana la stragrande maggioranza dei monaci erano laici: dopo il secolo IX/X invece troviamo nei monasteri un numero notevole, a volte preponderante, di sacerdoti. Si dedicavano, oltre che alle loro funzioni religiose, soprattutto all’insegnamento nelle scuole monastiche. I lavori profani e più gravosi venivano lasciati prevalentemente ai monaci laici. La divisione dei monaci in due classi, i sacerdoti o corali e i laici, che si forma durante il secolo XI, divenne lentamente quasi universale.

Un’altra notevole innovazione nella vita monastica è l’esenzione. I monasteri vennero esentati cioè liberati dalla giurisdizione, specie dal potere giudiziario del vescovo e assoggettati direttamente alla Santa Sede. Diversa dall’esenzione, ma ad essa affine, è la “libertas romana” cioè la dipendenza dalla protezione papale.

LA FONDAZIONE DEL MONASTERO DI CLUNY
In mezzo alla decadenza generale della Chiesa e della cultura sorse una nuova fondazione monastica, dalla quale doveva uscire una riforma del monachesimo della massima importanza storica. Negli anni 908-910 il duca Guglielmo il Pio di Aquitania fondò in Borgogna il monastero di Cluny.
Il duca assicurò alla sua fondazione libertà nel disbrigo degli affari esterni ed interni. La libera elezione dell’abate e l’esenzione dalla giurisdizione del vescovo furono garantite dal documento di fondazione. Rigorosa osservanza della regola di S. Benedetto, severa disciplina ascetica, assoluta obbedienza all’abate, cura attentissima alla celebrazione della liturgia caratterizzarono lo spirito del monastero di Cluny, che ben presto divenne il massimo centro religioso della Chiesa, soprattutto sotto i suoi grandi abati Bernone, Oddone, Aimardo, Maiolo, Odilone, Ugo Magno e Pietro Venerabile.
Il monachesimo ebbe il compito di testimoniare il distacco cristiano dal mondo e di vigilare contro i pericoli della secolarizzazione. Il monachesimo ha sempre avuto la forza di esercitare la riforma della Chiesa dall’interno, si è sempre interessato, specie quello occidentale, dei problemi dell’intera cristianità e il movimento cluniacense ha coinvolto in modo decisivo nel suo processo riformista tutta la storia occidentale.
La forza di Cluny non si radicava nel disprezzo pessimista della vita, bensì nella tacita accettazione di un dovere spirituale e religioso che era quello di pregare per la cristianità intera. Ricerche storiche nuove ed approfondite hanno dimostrato che i cluniacensi, nonostante la severità dello spirito di riforma, hanno sempre mantenuto una certa apertura sul mondo; essi si occuparono di scienza, s’interessarono degli sviluppi politici del loro tempo e mantennero contatti con gli imperatori e i re. Ugo accettò di essere padrino di battesimo di Enrico IV e, in seguito, svolse opera di intercessore di mediazione fra questi e il papa. Il monaco di Cluny rimane presente nel mondo per mezzo del ministero della carità. La volontà di Guglielmo di Aquitania consegnata nell’atto di fondazione era questa: “Noi vogliamo anche che, nel più alto intento, si pratichino qui ogni giorno, nei confronti dei poveri, degli indigenti, dei forestieri, dei pellegrini, le opere di misericordia”.
Diversi monasteri o si affiliarono a quello di Cluny o furono fondati allora e si modellarono sui suoi statuti. Nacque così una congregazione monastica che nel secolo XII comprendeva circa 3000 comunità. Cluny divenne il cuore religioso dell’Occidente.
I monasteri tedeschi conservarono ancora i rapporti che li legavano alla linea feudale aristocratica. I più importanti fra questi monasteri ebbero sempre di fronte alla riforma monastica cluniacense, articolata centralmente e antifeudale, un atteggiamento di riserva, se non addirittura di ostilità. Essi si sentivano legati da precisi impegni con la Chiesa imperiale ottoniana e, nelle lotte fra imperatore e papa, si schierarono quasi sempre dalla parte del primo.
Studi recenti hanno di nuovo riproposto il problema del rapporto esistente fra la riforma cluniacense e la cosiddetta “riforma gregoriana”. Non si può parlare di influenza diretta.. Il moto cluniacense non si preoccupò affatto di favorire le pretese papali al potere supremo: queste teorie erano lontanissime dai suoi interessi almeno quanto l’idea di Crociata o la diffusione della missione cristiana. Tuttavia esso favorì l’approfondimento della vita cristiana e richiamò l’attenzione sull’importanza della religione nella vita pubblica, sulla posizione della Chiesa e del suo capo supremo – il papa – nel mondo, sugli abusi ecclesiastici e sui grandi doveri della Chiesa. Cluny preparò quindi – seppur indirettamente – il terreno per gli sviluppi futuri della vita ecclesiale e la sua azione fu d’importanza storica eccezionale.

1046 INTERVENTO DELL’IMPERATORE
L’imperatore Enrico III di Franconia (1039-1056) era divenuto di fatto il capo supremo della Chiesa. A Roma era ripreso il gioco vergognoso delle famiglie dei Crescenzi e dei Tusculani. E in quel periodo si videro tre papi lottare, poco dignitosamente per la somma dignità. L’imperatore venne a Roma e nel dicembre del 1046 destituì immediatamente tutti e tre i papi e propose ai romani il nuovo pontefice Clemente II (1046-1047) ed esercitò anche per i papi eletti in seguito (tutti uomini degni e di carattere fermo), lo stesso diritto di designazione.

 

Per quanto meritevole fosse il ristabilimento dell’ordine e l’eliminazione di situazioni intollerabili a Roma, una simile nomina dei papi, che faceva apparire la Sede Romana quasi come una “chiesa propria” dell’imperatore germanico, non poteva assolutamente avere lunga durata. Clemente II emanò subito una severa proibizione di ogni genere di simonia.

Leone IX (1049-1054) accettò la nomina fatta dall’imperatore solo alla condizione che seguisse una elezione canonica. Chiamò dall’estero uomini valenti, come Umberto, che egli fece cardinale-vescovo di Silva Candida; ricondusse a Roma il giovane monaco Ildebrando (il futuro Gregorio VII). Il fine principale che il papa perseguì fu l’abolizione degli abusi ecclesiastici. Meno felice fu l’intervento di Leone IX nelle faccende bizantine e in quelle dell’Italia meridionale. In seguito all’agire precipitoso del patriarca Cerulario di Costantinopoli e all’asprezza dei legati pontifici, la rottura tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente, preparata già da lungo, scoppiò improvvisamente nel 1054 e dopo inutili tentativi di mediazione si trasformò in uno scisma durevole. Leone non arrivò a vedere l’atto finale di questa tragedia. Anche la situazione dell’Italia meridionale gli procurò gravi preoccupazioni. Giunse ad un conflitto armato con i suoi vicini, i rapaci Normanni: l’esercito papale venne sconfitto e distrutto, il papa cadde in mano ai vincitori.

PAPA NICOLA II
Gli anni 1058-1059 determinarono la svolta decisiva della politica della “Curia” contro il vigente predominio statale nelle cose della Chiesa, preludendo così alla lotta per le investiture.

  • Nicola II (1058-1061) con il decreto per l’elezione del papa disponeva che l’elezione spettasse ai soli cardinali, fosse tenuta possibilmente a Roma, scegliendo un membro del clero romano.
  • In seguito, il Concilio Lateranense III del 1179 esigerà per la scelta del pontefice la maggioranza dei 2/3 del sacro collegio e
  • Gregorio X nel 1274 introdurrà il conclave che non potrà più protrarsi a lungo perché “dopo tre giorni ci sarà solo più una portata ad ogni pasto, dopo altri cinque giorni solo più acqua, vino e pane; durante il conclave non ci sarà alcun diritto a provvigioni e ad altre entrate provenienti dalla curia romana”.

 

Intanto al re Enrico, quale futuro imperatore e ai suoi successori doveva essere riservato un diritto di conferma o di riconoscimento.

Il sinodo lateranense del 1059 emanò anche degli energici decreti per l’attuazione della riforma ecclesiastica:

  • al clero concubinario fu inflitta la scomunica ed
  • ai laici fu proibito di assistere alla loro Messa;
  • il clero fu esortato a riprendere la vita apostolica in comune;
  • fu assolutamente vietato ricevere una chiesa da mano laica, sia gratis che dietro esborso – primo divieto dell’investitura laicale -;
  • la simonia fu di nuovo severamente biasimata.

Nicola e Ildebrando cercarono con abile mossa politica un contrafforte nei Normanni, fino allora nemici della Sede Apostolica. Nel sinodo di Melfi del 1059, il papa infeudò il conte Riccardo di Aversa e il duca Roberto il Guiscardo: ambedue si obbligarono a difendere la Chiesa Romana, specie la libertà delle elezioni papali. Questo fatto sollevò tanta indignazione in Germania, che si giunse alla rottura dei rapporti con Roma.
Quando morì Nicola II, Ildebrando procurò, senza alcun intervento germanico, l’elezione del vescovo Anselmo di Lucca, Alessandro II (1061-1073) il quale aveva già avuto prima una notevole funzione come uno dei capi della pataria milanese.
L’elezione di Alessandro II non fu riconosciuta in Germania. Il giovane re Enrico IV proclamò il vescovo di Parma Cadalo, col nome di papa Onorio II (antipapa). Un sinodo di vescovi italiani e tedeschi riunito a Mantova (Pentecoste 1064) si pronunciò definitivamente in favore di Alessandro.

GREGORIO VII. LA LOTTA PER LE INVESTITURE
Gregorio VII (1073-1085) era l’uomo più indicato a reggere il timone della Chiesa in tempi difficili: vera tempra di dominatore eccezionalmente volitivo, perspicace e di carattere impetuoso, animato da un ardente entusiasmo per la causa di Dio e della Chiesa. Scopo principale della sua vita fu il ripristino del “retto ordine”, cioè il consolidamento, più perfetto possibile, del “regno di Dio sulla terra”, sotto la guida attiva del successore di Pietro e vicario di Cristo, a cui le potenze secolari devono subordinarsi in tutto ciò che riguarda la salvezza del mondo cristiano. L’IDEA DEL DOMINIO UNIVERSALE DEL PAPA SI FONDAVA QUINDI ESSENZIALMENTE SU UNA BASE  RELIGIOSA.
In primo luogo Gregorio continuò l’opera di riforma ecclesiastica iniziata dai suoi predecessori contro la simonia e il matrimonio ecclesiastico. Alla lotta svolta dentro la Chiesa contro la corruzione del clero si collega intimamente la decisa presa di posizione di Gregorio contro le investiture laicali. La parola programmata “libertas ecclesiae” postulava l’elezione canonica dei vescovi e la libertà della Chiesa nel disporre delle sue proprietà.
Gregorio VII espose il suo programma politico-ecclesiastico in 27 brevi proposizioni che costituiscono il “Dictatus Papae”. Le proposizioni principali riguardanti il rapporto fra “sacerdotium” e “regnum” ed esprimenti la classica formulazione della rivendicazione papale della superiorità del potere spirituale su quello temporale, suonano così:
8. solo il papa possa far uso delle insegne imperiali
9. al papa e solo a lui spetta che tutti i principi bacino i piedi.
12. gli sia lecito deporre gli imperatori.
27. il pontefice può sciogliere i sudditi dal vincolo di lealtà verso gli iniqui.
Nel sinodo quaresimale del 1075 egli proibì ogni conferimento di uffici ecclesiastici fatto per mano di laici, e in particolare l’investitura di vescovi per mano dei re di Germania. Si sollevò ovunque fiera opposizione, soprattutto nell’impero germanico-italico. Il divieto delle investiture sembrava minacciare nei suoi stessi cardini la potenza imperiale.
Enrico IV (1056-1106) nominò i titolari di parecchi vescovati italiani, fra cui importantissimo quello di Milano.. Il papa oralmente lo fece minacciare di scomunica nel caso che si fosse ostinato nella disobbedienza. L’imperatore con impulsiva leggerezza passò alla lotta aperta: per opera sua nel sinodo di Worms (gennaio 1076) il papa fu dichiarato deposto da 26 vescovi. Un sinodo di vescovi lombardi radunati a Piacenza approvò l’inaudita sentenza. A fianco del papa si schierarono le migliori forze morali e spirituali del tempo, validi alleati politici: Matilde di Toscana, i Patari di Milano, i Normanni.

  • Come reazione immediata nel sinodo quaresimale del febbraio 1076 il papa lanciò la scomunica contro Enrico e ne sciolse i sudditi dal giuramento di fedeltà.
  • Nel gennaio 1077 Enrico fu assolto dal papa che si trovava a Canossa.

Scontenti dell’assoluzione, i principi tedeschi elessero re Rodolfo di Svevia. Scoppiò allora la guerra civile e Gregorio rimase neutrale. Con la minaccia di eleggere un antipapa, Enrico chiese a Gregorio un riconoscimento per sé e la scomunica per Rodolfo.

  • Nel sinodo quaresimale del 1080, il papa rinnovò la scomunica e la deposizione di Enrico e confermò re Rodolfo.
  • Enrico dichiarò deposto Gregorio e fece eleggere antipapa l’arcivescovo Liberto di Ravenna con il nome di Clemente III.
  • Enrico organizzò negli anni 1083-1084 assalti a Roma e al papa.
  • Venne in aiuto Roberto il Guiscardo. Protetto dai Normanni, il papa si ritirò nel meridione e stabilì la sua sede a Salerno, dove morì il 25 maggio 1085.

Nonostante l’apparente sconfitta, non si può negare che gli ideali di purezza e libertà della Chiesa, per cui egli aveva lottato per tutta la vita con la totale dedizione della sua persona, si trovavano sulla via di una vittoriosa affermazione.

IL DOPO GREGORIO VII
Dopo undici mesi si riuscì ad eleggere al soglio pontificio Vittore III (1086-1087), l’amico di Gregorio VII, l’abate Desiderio di Montecassino.
Dopo la sua morte fu designato come suo successore Urbano II (1088-1099), cardinale-vescovo Odo di Ostia, francese di nascita, già priore di Cluny. Questi  si mostrò più prudente e più adattabile. Rinnovò i decreti contro la simonia, il concubinato degli ecclesiastici, l’investitura da parte dei laici; aggiunse il divieto del giuramento feudale prestato da ecclesiastici a laici. Suscitò poi nel sinodo di Clermont del 1095 la prima Crociata.
Sotto il pontificato del successore di Urbano, Pasquale II (1099-1118), lo scisma volse rapidamente al suo termine.

Frattanto proseguiva in Germania e in Italia la lotta fra Enrico IV e i gregoriani. Nella questione delle investiture, Gregorio VII e i suoi successori tennero verso la Francia e l’Inghilterra un atteggiamento più mite e riguardoso che verso l’impero. Estremamente arduo fu raggiungere una durevole intesa nella lotta per le investiture con l’impero germanico.
Enrico V (1106-1125) e Pasquale II tentarono di risolvere il problema.

  • Enrico rinunciò alle investiture e permise le elezioni canoniche, alla condizione che il papa ordinasse ai prelati tedeschi la restituzione di tutti i beni e diritti sovrani che avevano ricevuto dall’impero. Le chiese di Germania dovevano accontentarsi della decima e delle donazioni private.
  • Ma per ideale che fosse, da parte del papa, la formulazione di una simile ardita proposta, essa si rivelò ben presto irrealizzabile, perché la sua attuazione avrebbe scosso l’intera compagine costituzionale ed economica dell’impero.
  • Quando il 12 febbraio 1111 Pasquale inaugurò in S. Pietro la cerimonia dell’incoronazione e fece leggere i documenti concordati fra le due parti, scoppiò una vera rivolta. Vescovi e principi respinsero sdegnati l’ordine pontificio.
  • In seguito, Enrico pretese la corona imperiale e il diritto all’investitura e cercò d’imporre la sua volontà con la violenza. Fece prigioniero insieme a tredici cardinali, nella basilica di S. Pietro, il papa che si rifiutava di incoronarlo, e lo costrinse dopo una prigionia di due mesi con un nuovo trattato (11 aprile 1111) a concedergli il diritto di investitura con l’anello e il pastorale, riconoscendo d’altro canto la libera elezione dei prelati. I gregoriani costrinsero Pasquale a ritirare il privilegio dato all’imperatore.

Sotto il pontificato di Gelasio II (1118-1119) suo successore, si giunse ad una rottura formale. Enrico fece eleggere un antipapa (Gregorio VIII) e Gelasio scomunicò l’imperatore e l’antipapa, si recò in Francia e morì a Cluny.

A Cluny fu eletto Callisto II (1119-1124) fino allora arcivescovo Guido di Vienna, rigido sostenitore dei principi ecclesiastici. L’aspirazione ad un accomodamento della lunga ed annosa contesa era ormai ovunque così forte, che entrambe le parti non potevano più sottrarvisi. Si imparò a distinguere fra ufficio e possesso, fra l’aspetto spirituale e quello temporale dell’investitura, fra il conferimento di una chiesa con i simboli dell’anello e del pastorale e l’infeudazione delle regalie (la cosiddetta investitura feudale), la quale ultima non fu più contestata dall’imperatore. Non furono più inclusi nel divieto d’investitura i benefici minori. Lo scisma papale per allora ebbe termine. Dopo prolungate e difficili consultazioni si giunse al

  • CONCORDATO DI WORMS DEL 23 SETTEMBRE 1122. Enrico, assolto dalla scomunica, rinunciava alla investitura dei prelati con l’anello e il pastorale e riconosceva le elezioni canoniche e la conferma dell’eletto per opera del metropolita.

Il papa riconosceva all’imperatore il diritto di assistere alle elezioni dei prelati in Germania, purché fosse esclusa la simonia e l’impiego della forza. L’investitura temporale invece doveva essere conferita dall’imperatore con lo scettro, simbolo dell’autorità temporale, e questo si doveva fare in Germania prima della consacrazione, dando così la possibilità di escludere un candidato non gradito, in Italia e in Borgogna, dove l’impero aveva minori interessi da tutelare, dopo la consacrazione, entro il termine di sei mesi. Il giuramento feudale dei prelati rimase.

CONCLUSIONI
Certamente l’impero era riuscito ad affermare buona parte dei suoi diritti, ma la vincitrice sostanziale della contesa era stata la curia; infatti l’investitura dei laici nella sua vecchia forma fu eliminata, le elezioni dei vescovi e degli abati e la facoltà di disporre dei simboli dell’ufficio spirituale furono restituiti alla Chiesa, e la tutela esercitata dal potere temporale su quello spirituale fu infranta. Di una conferma della elezione papale da parte dell’imperatore non era naturalmente più il caso di parlare. Lo sviluppo di tutta la situazione conteneva, oltre che un grande successo per il papato, le basi per un aumento ancora più rilevante della sua potenza.
Per l’approvazione e la proclamazione solenne del Concordato di Worms, Callisto II nel 1123 celebrò un importante concilio in Laterano (Lateranense I), il nono concilio ecumenico, il primo celebrato in Occidente; la convocazione e la direzione dello stesso, a differenza dei concili dell’antichità cristiana, spettò ora naturalmente solo al papa.

Il carattere feudale che legava la Chiesa imperiale allo Stato si mantenne per tutta l’epoca medievale e oltre: fino alla Rivoluzione francese al periodo della grande secolarizzazione. Il 25/2/1803 in Germania si vide l’esproprio e la secolarizzazione di 22 tra arcivescovati e vescovati, 80 abbazie e oltre 200 monasteri. La Chiesa tedesca in questa occasione perse così la base materiale e l’appoggio che aveva nell’impero. Scomparvero 18 università cattoliche. Fu distrutto l’intero ordinamento feudale.
Ma la Chiesa, privata del potere temporale e impoverita, poté ora avvicinarsi al popolo in modo più schietto e più puro. La “grazia della povertà” creò l’occasione per la riorganizzazione e la purificazione della Chiesa (Franzen).

 

Fonte:

http://anteprima.qumran2.net/aree_testi/studi/storiachiesa/storia-della-chiesa.zip/STORIA_DELLA_CHIESA.doc

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