Il vangelo di Luca

 

 

 

Il vangelo di Luca

 

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Il vangelo di Luca

 

IL VANGELO Dl LUCA

1. Luca e il suo Vangelo

Antichi e moderni hanno fatto a gara nel lodare il terzo Vangelo, non solo per la finezza dello stile, ma anche per la delicatezza dei suoi sentimenti a tal punto che Dante definisce Luca ‘scriba mansuetudinis Christi’ e Renar presenta il terzo Vangelo come ‘il libro più bello che ci sia’. In effetti Luca sa bene come far vibrare il sentimento umano: tra le parabole evangeliche più impresse nella memoria del popolo cristiano ci sono senza alcun dubbio quelle del “buon samaritano”, del “figlio perduto e ritrovato” del “ricco epulone e Lazzaro”, del “fariseo e pubblicano”..: tutte lucane. La figura di Maria ci è nota soprattutto per i primi due capitoli di Luca. Potremmo continuare a lungo a delineare la sensibilità e la squisitezza di un letterato che ha saputo dipingere con sensibilità plastica numerosi quadri della sua stupenda opera.

 

1.1. Chi è Luca?

Il canone di Muratori (fine Il sec.) contiene questa notizia: “Terzo è il libro del Vangelo secondo Luca. Questo Luca è un medico che, dopo l’ascensione di Gesù, Paolo prese con sé come compagno di viaggio (esperto in diritto?). Egli scrisse in nome proprio e secondo il suo punto di vista per quanto non avesse visto personalmente il Signore nella carne...’ (XV, nota 34). Ireneo, da parte sua, scrive: “Luca, il compagno di Paolo, ha messo per iscritto nel suo libro l’evangelo da lui predicato”. L’elemento più solido di questa tradizione, attestata fin dal II secolo, è che la persona a cui si attribuisce la paternità del terzo vangelo non è un apostolo né un testimone oculare (cf Lc 1,1-4). La lingua che egli usa fa pensare piuttosto a un’origine ellenistica (Antiochia di Siria?). Paolo parla di un certo Luca in Col 4,14 e gli Atti, a più riprese, riprendono il racconto in prima persona plurale, come se accanto a Paolo ci fosse l’autore di Atti (cf At 16,10-17; 20,5-21,18; 27,1-28,16). I suoi rapporti con Paolo non vengono. comunque, definiti con precisione e si discute sull’influenza della teologia paolina su quella lucana.

 

1.2. ‘Dove’ e ‘quando’ è stato scritto il Vangelo

È difficile determinare il luogo della composizione del vangelo. Sembra certo che l’autore non conosca la Palestina e che lo scritto sia destinato a comunità situate fuori del territorio palestinese, ossia a cristiani provenienti dal paganesimo.

Sulla data del Vangelo possiamo certamente affermare che Lc 21,20-24 si può spiegare solo se gli eventi della distruzione di Gerusalemme si sono già verificati. Se si accetta questo, si spiega anche l’omissione di Mc 11,17 (“una casa di preghiera per tutti i popoli”) in Lc 19,46. Essere più precisi è difficile, ma si può verosimilmente supporre che la composizione si situi tra l’80 e il 90, più o meno nello stesso periodo in cui fu composto Matteo.

 

1.3. La lingua di Luca

Luca è il più greco degli autori del Nuovo Testamento. Maneggia la lingua con una certa padronanza e, quando vuole (per es nel prologo: 1,1-4), sceglie i termini con accuratezza e ritma i periodi con eleganza. Dialoga con la cultura greca a un livello piuttosto elevato (cf per es, il discorso di Paolo all’aeropago in At 17,22-31) e migliora il testo di Marco sia sul piano sintattico che su quello stilistico (fare il confronto, per es, tra Lc 3,21-22//Mc 1,10). Luca sceglie i vocaboli più accuratamente ed evita di essere triviale o scioccante (confrontare Lc 18,25; 21,14; 22,46.53 con i paralleli marciani).

 

2. La composizione del Vangelo

La migliore composizione del Vangelo di Luca sembrerebbe la seguente:

 

1,1-4: DEDICA (PROLOGO)

 

I. 1,5-4,13: STORIA DELLE ORIGINI

A. 1,5-2,52: I racconti dell’infanzia

B. 3,1-4,13: Preludio della Missione

 

II. 4,14-9,50: L’OPERA DI GESÙ IN GALILEA E IN TUTTO IL PAESE

A. 4,14-44: L’opera di Gesù in Galilea

E. 5,1-9,50: L’opera di Gesù in tutto il paese della Giudea

 

III. 9,5 1-24,53: IL VIAGGIO A GERUSALEMME E IL COMPIMENTO

A. 9,5 1-19,28: Viaggio a Gerusalemme

B. 19,29-24,53: Il compimento a Gerusalemme

 

Tutto inizia e si conclude in Gerusalemme, e più precisamente nel tempio (cf 1,8 e 24,53): ciò non è a caso, ma corrisponde all’idea di storia di salvezza che ha Luca (cf dopo).

 

 

CAPITOLO OTTAVO

1. GLI ATTI DEGLI APOSTOLI

1. Luca e gli Atti

La tradizione, fin dalla fine del Il secolo, ha espresso la convinzione che il terzo Vangelo e gli Atti fossero scritti dalla stessa persona. Del resto lo stesso prologo del secondo libro rinvia a uno scritto precedente, indirizzato alla stessa persona, Teofilo (At 1,1). I dati interni delle due opere confermano questa convinzione: le idee teologiche coincidono e lo stile è molto simile (le differenze possono benissimo spiegarsi con la diversità delle fonti e delle circostanze). Per quanto riguarda il tempo e il luogo della composizione di Atti valgono le stesse considerazioni fatte per Luca (cf prima). Atti, comunque, non può essere sorto a un’eccessiva distanza temporale dal Vangelo.

2. La struttura di Atti

Fino ad oggi non esiste consenso tra gli studiosi sulla composizione degli Atti degli Apostoli. Si divide l’opera in due, tre, quattro, cinque, sei o più parti.

Gli autori antichi basavano la scelta di due parti soprattutto sui due eroi: Pietro nella prima metà del libro e Paolo nella seconda. Ma il testo non sembra dar ragione a un piano di questo tipo: dopo il racconto della conversione di Paolo al capitolo 9 segue, per es, la storia della conversione di Cornelio e del suo battesimo da parte di Pietro (10,1-11,18).

Un altro piano proposto è quello geografico, analogamente alla divisione del Vangelo e secondo le indicazioni di At 1,8: ‘Voi sarete miei testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria fino ai confini della terra’ (cf p. 62). Ma c’è disaccordo tra gli studiosi su dove iniziano la seconda (in 6,2? in 8,4?) e la terza parte (in 9,1? in 13,1? in 15?).

Forse, oltre ai criteri precedenti, sarebbe opportuno tenere in considerazione i segnali “letterari”, con le pericopi che fungono da “transizione” alle parti seguenti. Queste pericopi-ponte si trovano in 8,1-4;15,36-16,5; 20,1-21,14.

Le parti dei libro sarebbero dunque 4 e ciascuna presenterebbe una tappa dell’annuncio e dell’espansione della parola di Dio:

 

 

I.   1,1-8,4: PRIMA TAPPA: LA PROCLAMAZIONE DELLA PAROLA

       A GERUSALEMME

II.   8,5-16,5: SECONDA TAPPA: LA PROCLAMAZIONE

                   DELLA PAROLA IN GIUDEA E IN SAMARIA

III.   16,6-21,14: TERZA TAPPA: LA PROCLAMAZIONE DELLA

                   PAROLA IN OCCIDENTE

IV.   21,15-28,31: QUARTA TAPPA: LA PROCLAMAZIONE DELLA

                   PAROLA FINO AI CONFINI DEL MOMDO

 

 

2.1. At 1,1-8,4: La proclamazione della parola a Gerusalemme. Dopo il racconto dell’Ascensione (1,1-14) che costituisce il “ponte” tra il primo e il secondo libro (cf Lc 24,44-50), i primi capitoli ci presentano il gruppo apostolico e la vita della chiesa di Gerusalemme con la venuta dello Spirito (2,1-13) e la testimonianza missionaria di Pietro e dei discepoli.

 

2.2. At 8,5-16,5: La proclamazione della parola in Giudea e Samaria. Saulo viene presentato in 8,1 e 8,3, dopo che era stato nominato per la prima volta in 7,58. Sembra esaurirsi qui (nel senso di At 1,8) la proclamazione della parola in Gerusalemme e viene presentata una nuova fase dell’annuncio attraverso la Giudea e la Samaria “fino ai confini del mondo” (At 1,8). Si passa da Gerusalemme ad Antiochia attraverso la Samaria. Barnaba, originario di Cipro viene inviato ad Antiochia come delegato della chiesa di Gerusalemme (11,22) e Barnaba porta ad Antiochia Saulo (11,25). Costui, figura di secondo piano fino a 13,9, da questo momento assume un ruolo primario nell’evangelizzazione delle nazioni, ruolo evidenziato anche dal nome (da 13,9: Paolo). Con Barnaba (e in parte Marco) Paolo affronta il primo viaggio missionario. L’assemblea di Gerusalemme, raccontata in 15,1-35, costituisce un vertice e una svolta: Luca presenta i fatti sfumando i toni di quello che dovette essere in realtà un confronto piuttosto duro tra due maniere di concepire l’identità cristiana e la prassi missionaria (cf il racconto di Paolo in Gai 2). Il dissenso tra Paolo e Barnaba (15,36-40), insieme all’assunzione di Sila segua l’inizio di una nuova fase.

 

2.3. At 16,6-21,14: La proclamazione della parola in Occidente

11 passaggio in Occidente (Europa) è motivato da Luca con la visione di un macedone che prega Paolo: ‘passa in Macedonia e aiutaci’ (At 16,9). Da questo momento Luca fa una scelta di campo: Paolo domina la scena, incontrastato. Di questo viaggio missionario (il secondo) Luca sviluppa principalmente tre tappe: Filippi, Atene e Corinto. Il famoso discorso all’areopago (At 17,16-34) offre un esempio tipico dell’annuncio di Paolo in mezzo a un uditorio pagano. Gli spostamenti di Paolo in At 18,18-23 e la conseguente intenzione di Luca non sono chiari. Comunque sembrerebbe che Paolo torni a Gerusalemme e poi affronti un nuovo viaggio (il terzo) in cui si colloca il lungo soggiorno ad Efeso (At 19).

 

2.4. At 21,15-28,31: “Fino ai confini del mondo”

Una nuova salita a Gerusalemme segna l’inizio dell’ultima parte degli Atti. Curiosamente egli non dice nulla sulla crisi delle comunità di Corinto (cf 1 e 2 Cor), sul motivo del viaggio a Gerusalemme (portare alla chiesa- madre una colletta; ma cf 24,17) e sulla redazione della lettera ai Romani durante il soggiorno in Grecia. L’itinerario del viaggio viene descritto con precisione. A Mileto Luca presenta il “discorso d’addio” di Paolo che prende congedo dai suoi (At 20,17-38). Da ora in poi, il cammino del Paolo missionario, tende sempre più a coniugarsi con il cammino del martire, rifiutato, arrestato e condotto a Roma. E, con la Parola che ormai ha raggiunto i confini del mondo (28,30-31), Luca conclude il suo racconto, senza interessarsi della fine di Paolo. Il futuro del messaggio importa di più delle sorti del messaggero.

 

3. Motivi teologici dell’opera lucana

3.1. Storia della Salvezza ed Escatologia

La “storia della salvezza” costituisce il punto cruciale della teologia lucana e la stessa riflessione cristologica va inserita in questo contesto. È soprattutto nella tensione tra storia ed escatologia che, all’incirca dagli anni cinquanta, una corrente teologica (comprendente Vielhauer, Schulz, Conzelmann, Dinicler, Klein, Käsemann, ecc.) influenzata da Bultmann e dalla sua scuola, vede il problema-chiave della teologia lucana. La tesi di questa corrente potrebbe essere espressa in questo modo: mentre per Paolo e il cristianesimo primitivo l’escatologia è un connotato della vita cristiana come vita posta sotto la chiamata e il giudizio della parola di Dio, in Luca, invece, l’escatologia si trasforma in una parte della storia. In altre parole: Cristo appartiene agli eventi del passato e, tra Cristo e “gli eventi ultimi” si inserisce “il tempo della Chiesa” con le sue istituzioni, sacramenti, ecc. Luca, pertanto, sarebbe il primo e il più qualificato esponente del “Proto-cattolicesimo” di cui farebbe parte l’idea di tradizione, di successione nell’ufficio ministeriale, ecc. Espressione di questa tendenza è anche la tesi di Conzelmann del 1954, che diede il nome anche al suo famoso libro (Die Mitte der Zeit), anche se Conzelmann rifiuta di parlare di “Proto-cattolicesimo”. A suo parere, Luca, componendo un secondo libro, dopo quello sulla storia di Gesù, trasforma questa storia “ultima” in “penultima”. Il tempo di Gesù costituirebbe “il centro del tempo”, preceduto dal tempo di Israele e seguito dal tempo della Chiesa che aspetta la Sua nuova venuta. Questa tesi è stata contestata fin dall’inizio perfino nell’ambito del protestantesimo tedesco (cf Lohse) per la ragione che “il punto di svolta” della Storia della Salvezza è la venuta di Gesù. Ci sono, pertanto, solo due periodi in questa storia salvifica: la Promessa e il Compimento (cf Lc 16,16!). Dio realizza il suo disegno di salvezza a tappe: il tempo del compimento, la cui tappa principale resta la vita di Gesù di Nazareth, non si chiude con la sua morte, resurrezione e ascensione; il tempo della salvezza è presente ancora oggi; tempo in cui la signoria del Cristo si manifesta per mezzo della Parola dei messaggeri cristiani, dello Spirito e della presenza della Chiesa, sottomessa al suo Signore.

La tesi di Luca esponente di un “Proto-cattolicesimo” è stata abbandonata anche da molti dei suoi iniziali fautori. Certamente Luca ha un’idea della tradizione (cf Lc 1,1-4) e della garanzia apostolica (cf dopo), ma la sua teologia sui ministeri e sulla successione negli uffici ministeriali non è affatto elaborata (a differenza, per es, delle lettere di Ignazio). La sua prospettiva è prevalentemente missionaria.

 

3.2. Salvezza di Dio e responsabilità dell’uomo

Luca articola fortemente il tema della salvezza sulla responsabilità personale. Il pentimento e la conversione sono il compito, la responsabilità degli uomini (cf Lc 13,1-5; 15; 16,30; 24,47) un poiein (= fare) prioritario che li impegna interamente e che porta dei frutti (cf At 26,20). Radicandosi sulla predicazione di Gesù e sull’Antico Testamento, Luca sottolinea l’aspetto morale della conversione. L’azione di Dio non esclude l’azione dell’uomo perché il dono (cf At 5,31; 11,18) non è un oggetto, ma una relazione che provoca la reazione dell’altro. La conversione stabilisce una relazione nuova con Dio, ma introduce anche il cristiano in un’attività comunitaria, dove il pentimento verso Dio e il perdono dei fratelli vengono vissuti in maniera analoga (cf Lc 17,3-4).

L’importanza che Luca conferisce al tema della responsabilità personale è anche evidente dall’urgenza della proclamazione della Parola (tema essenziale degli Atti) e dalla chiave costantemente attuale nella quale Luca interpreta i fatti: c’è da discernere l’istante presente (Lc 12,54), da portare la croce ogni giorno (Lc 9,23), da agire con perseveranza (Lc 8,15; 21,19).

 

3.3. L’opera dello Spirito

Lo Spirito Santo gioca un molo preminente nell’opera di Luca. Il terzo Vangelo nomina lo Spirito più frequentemente degli altri due Sinottici e At 1-12 costituiscono la parte del Nuovo Testamento dove il termine pneuma (= spirito) appare con più frequenza. Il libro degli Atti, comunque, non racconta primariamente il successo delle manifestazioni ‘entusiastÈ, ma il successo della Parola stimolata e accompagnata dallo Spirito. L’irruzione escatologica dello Spirito, già operante nella vita e nella missione di Gesù (cf Lc 4,18), avviene nel giorno della Pentecoste giudaica (At 2) e suscita la missione. Tanto l’organizzazione interna della comunità quanto i suoi sforzi di evangelizzazione sono determinati dallo Spirito, con un impulso sempre nuovo e decisivo.

 

3.4. La Chiesa

Gli “Atti” non presentano in primo piano la storia della Chiesa o quella dello Spirito Santo, ma la diffusione della Parola. L’ecclesiologia lucana dipende dalla ricchezza della sua cristologia. Per cui, è Gesù, e lui solo, che opera la salvezza; la Chiesa è il veicolo della Parola di salvezza e il ponte tra il tempo presente e l’inizio. Poiché la Parola di Dio è legata, secondo Luca, a degli avvenimenti reali della storia passata, riguardante Gesù di Nazareth, è naturale che i testimoni abbiano un molo fondamentale. Il gruppo dei dodici apostoli (Lc 6,12-16) assume così una funzione “fondatrice e normativa” (cf Lc 24,48: “di questo voi siete testimoni”). Negli Atti, Pietro è il garante e il difensore della missione ai pagani che Paolo effettua, come strumento indispensabile dell’opera divina. In questo modo l’ecclesiologia lucana manifesta anche un carattere ‘dinamico’, nello spazio e nel tempo.

 

3.5. L’universalismo

Non c’è nessun libro biblico che sottolinei con lo stesso vigore di Luca la partecipazione di Israele e dei Gentili al piano divino di salvezza (cf il “cantico di Simeone” in Lc 2,30-32 e Lc 3,6). Per Luca la salvezza è offerta e proclamata prima di tutto a Israele, che ne ha bisogno quanto le nazioni. Ma questo dono a Israele non esclude un’offerta ai Gentili; al contrario la permette: a livello fondamentale per la conversione di alcuni Giudei, a livello storico per l’indurimento di altri (cf Lc 2,34). Se Luca riprende delle tradizioni giudeo-cristiane di tendenza centripeta che integrano i pagani nella storia del popolo messianico, egli le interpreta alla luce dell’universalismo paolino, che spezza le false barriere d’Israele per mantenerne la vera identità.

 

3.6. L’attenzione ai poveri

Negli anni 70, soprattutto sotto la spinta di esegeti cattolici come H. Schürmann, J.A. Fitzmyer e altri, sono stati evidenziati gli aspetti soteriologici e pastorali della teologia lucana. H.-J. Degenhardt, nella sua dissertazione del 1965 ha definito Luca “l’evangelista dei poveri”. L’ideale di povertà e le minacce ai ricchi (Lc 6,20.24), non intendono, comunque, né canonizzare delle situazioni acquisite né presentare un ideale ebionita; vogliono, invece, porre all’interno del mondo dei fermenti di giustizia e carità radicati in Dio. Sulla strada della sequela le ricchezze rappresentano un pericolo reale; ai discepoli si richiede una disponibilità totale e reale (cf l’insistenza lucana su tutto e su tutti in Lc 5,11.28; 12,33; 14,33; 18,22), un retto uso delle ricchezze nella condivisione dei propri beni (cf 18,22.28 e in 4,32-37). Sotto questo aspetto, Luca non pone in questione soltanto il singolo che si preoccupa dei beni di questo mondo piuttosto che del Regno di Dio, ma anche la società in cui vive.

 

I VIAGGI DI PAOLO

 

 

Oltre ai commentari di H. SCHÜRMANN, Lukasevangelium. Trad. italiana, Il Vangelo di Luca, voll. I-II, J. A., FITZMEIER, Luke, F. BOVON, Saint Luc. Di carattere più pastorale SANTI GRASSO, Luca.

Oltre ai commentari di H. CONZELMANN, Die Apostelgeschichte e di R. PESCH, Die Apostelgeschichte, sono molto utili vari studi condotti da J. DUPONT, tra i quali Studi sugli Atti e Teologia della Chiesa negli Atti.

 

 

Fonte: http://www.niccolov.it/dispense/esegesi%20e%20capitoli%20VII-VIII.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

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