La sacra sindone storia

 


 

La sacra sindone storia

 

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La sacra sindone storia

INTRODUZIONE

Un recente sondaggio ha evidenziato che la Sindone di Torino è conosciuta, almeno per nome, in tutto il mondo.
In effetti è un “unicum”, dal punto di vista archeologico, storico e scientifico, prima ancora che di fede: esiste solo questa Sindone.

Prima di iniziare questa ricerca chiariamo alcuni termini e definiamo alcuni passaggi.

La parola “sindone” deriva dal termine greco “sindon” col significato di tela, di lino: meglio una porzione di tela di lino destinata ad un uso specifico, il lenzuolo ad esempio, ma non solo.
In riferimento alla sindone di Torino, il termine ha perso il significato di telo, o meglio, si fa più esplicito riferimento all’immagine che non al particolare telo.
Adottiamo anche noi questa definizione:

  • per “Sindone”, normalmente con la maiuscola, intendiamo l’immagine che compare sul “telo sindonico”.
  • Sindonico, sindonica, che si riferisce alla sindone

Questa terminologia è particolarmente precisa nella sezione che riguarda la ricerca scientifica, mentre per quella storica i termini finiranno per identificare un unico oggetto, del resto nell’analisi cronologica non sono necessarie specifiche divisioni.
Altri termini, preminentemente scientifici, verranno spiegati di volta in volta.

I passaggi fondamentali di questo scritto sono due: la storia e la ricerca scientifica.
La storia è più cronistoria, preferendo gli aspetti che riguardano la ricerca scientifica che pure sono da considerare in un quadro decisamente “storico”.

La Sindone è “Provocazione all’intelligenza”, così come disse il Santo Padre Giovanni Paolo II in occasione della sua visita a Torino durante l’ostensione del 1998: affronteremo la questione Sindone riducendo al minimo le eventuali conclusioni teologiche o di fede che i risultati della ricerca scientifica possono aver indotto. Fede e Sindone potranno essere temi di un successivo approfondimento.

Come sarà facile accorgersi, parecchie osservazioni sono tratte direttamente dai testi presi in esame, ciò è dovuto essenzialmente al carattere scientifico di alcune trattazioni (carbonio 14 ad es.) e che gli stessi autori sintetizzano per una migliore divulgazione: una ulteriore sintesi ne avrebbe fortemente compromesso il rigore didascalico oltre che scientifico.

Aggiungo in appendice una serie di articoli su temi specifici, una rassegna di immagini e una nota bibliografica.


STORIA

Premessa

“Da un punto di vista strettamente documentale, alla Sindone di Torino non si può di certo attribuire una storia precedente la metà del XIV secolo. Sono infatti databili fra il 1389 e il 1390 i primi documenti che si riferiscono ad una Sindone che è certamente la stessa che oggi si conserva a Torino. Ciò è provato non tanto dal contenuto dei documenti – nessuno di essi descrive la Sindone -, quanto perché è da che allora vi è una continuità soddisfacente delle fonti” Vi è inoltre una serie di documenti iconografici collegati non materialmente, ma cronologicamente ai primi avvenimenti narrati nei documenti trecenteschi.

Questi documenti ci permettono di risalire alle prime notizie dell'esistenza in Europa della Sindone

1353 – 1356. Goffredo de Charny, cavalliere crociato, consegna la Sindone ai canonici di Lirey, presso Troyes, in Francia.

1389. Pierre d’Arcis, vescovo di Troyes, proibisce l'ostensione della Sindone: il vescovo, nella cui diocesi si trova Lirey, tra la fine del 1389 e l'inizio del 1390 invia un lungo memoriale all'antipapa di Avignone Clemente VII nel quale  ricostruisce i fatti che l'hanno portato ad opporsi ai canonici di Lirey sulla questione dell'autenticità della Sindone. In questo documento si parla anche di un pittore che avrebbe confessato ad Henri de Poitiers, vescovo predecessore di Pierre, di aver lui stesso realizzato la Sindone negli anni cinquanta del trecento.

1390. Clemente VII tratta della Sindone in due bolle e due lettere. “Le bolle pontificie manifestano una notevole perplessità sulla questione: pur considerando la Sindone una “immagine” del sudario di Cristo, non osano spingersi fino ad accettare la teoria del “falso pittorico”. E ancora pochi mesi dopo aver chiuso la questione lasciando nel dubbio l'origine di tale lenzuolo, lo stesso antipapa concede ampie indulgenze ai frequentatori della Chiesa di Lirey, anche in considerazione dalla presenza in essa della Sindone.”
La Sindone continuò ad essere conservata ed esposta, pur con le restrittive disposizioni di Clemente VII, nella chiesa di Lirey, dove è documentata sino al 1418.

1418. In piena guerra dei cent’anni (1328 – 1453), che i francesi combatterono contro gli occupanti inglesi, “Humbert de la Roche, secondo marito di Marguerite de Charny, nipote e ultima discendente di Goffredo de Charny, firma una ricevuta dei beni della chiesa di Lirey, compresa la Sindone, ritirati per evitare una possibile razzia. Humbert aveva promesso la restituzione di tali beni al termine dei pericoli ma, dopo la sua morte avvenuta nella 1438, Marguerite trattiene presso di sé la Sindone. È difficile capire perché non la volle restituire, ma non dimentichiamo che quegli anni furono per la Francia e le sue popolazioni di estrema difficoltà e di pericolo. I canonici di Lirey inseguirono con ostinazione per tutta la Francia quella che ritenevano essere una reliquia di pertinenza dalla loro chiesa. Fra convenzioni, rinvii, cause, fino alla scomunica comminata nel 1457, è documentato il peregrinare di Marguerite con ostensioni estemporanee della Sindone. Il suo vagare si arrestò finalmente presso la corte dei duchi di Savoia, alla quale peraltro era già stato legato il marito Humbert” .

1453 Probabilmente in questa data avviene il definitivo trasferimento della Sindone ai Savoia: Marguerite cede  o forse vende la Sindone ad Anna di Lusignano, moglie del duca Ludovico di Savoia, che conserva la Sindone nella cappella di Chambery.

1476 - 1502 In questi anni si hanno notizie di ostensioni in diverse parti del Piemonte: Pinerolo, Vercelli, Torino.

1502 “Tutto questo itinerare non era sicuro per la Sindone per cui si pensò di darle una stabile sede, anche perché si erano avviate le trattative per un suo riconoscimento liturgico” . La Sindone venne trasferita con solenne cerimonia l' 11 giugno 1502 nella Cappella Ducale del Castello di Chambery.

1506 Sistemazione definitiva della Sindone nella Cappella Ducale del Castello di Chambery e approvazione pontificia del culto pubblico e dell’Ufficio con una bolla di Giulio II.

1532 Incendio della notte fra il 3 e il 4 dicembre: l'urna di legno rivestita d'argento che custodisce la Sindone ha un lato arroventato ed alcune gocce di metallo fuso attraversano i diversi strati della tela ripiegata. Due anni dopo le Clarisse cuciranno i rattoppi ancora oggi visibili.

1535 Per motivi bellici (la Casa Savoia fu coinvolta nelle guerre franco – spagnole), il lenzuolo è trasferito a Torino, successivamente a Vercelli, Milano, Nizza, e di nuovo a Vercelli; qui rimane fino al 1561, quando viene riportato a Chambery

1578. Emanuele Filiberto il 14 settembre trasferisce la Sindone a Torino, per abbreviare il viaggio a San Carlo Borromeo che vuole andare a venerarla per sciogliere un voto. In realtà questo trasferimento rientra nel più vasto quadro di riforme che porterà Torino a divenire la capitale sabauda. Da allora le ostensioni si succedono per particolari celebrazioni di Casa Savoia o per i Giubilei.

1694. Il primo giugno avviene la sistemazione definitiva della Sindone nella cappella dell'architetto Guarino Guarini annessa al Duomo di Torino. In quell'anno il beato Sebastiano Valfrè rinforza i rattoppi e i rammenti.

1706. In giugno la Sindone viene trasferita a Genova a causa dell'assedio di Torino tenuto dai francesi durante la guerra di successione spagnola. Al termine, in ottobre, viene riportata nel capoluogo piemontese.

1898. Prima fotografia eseguita dall'avvocato Secondo Pia fra il 25 e il 28 maggio.
Dall'emozionante scoperta del negativo fotografico, che rivela con incredibile precisione le sembianze dell'uomo della Sindone, iniziano studi e ricerche, soprattutto medico - legali.

1931. Durante l'ostensione per il matrimonio di Umberto di Savoia, la Sindone viene fotografata di nuovo da Giuseppe Enrie, fotografo professionista.

1933. Ostensione per commemorare il XIX centenario della Redenzione.

1939 – 1946. Durante la seconda guerra mondiale, la Sindone viene nascosta nel Santuario di Montevergine (Avellino) dal 25 settembre 1939 al 28 ottobre 1946.

1969. Dal 16 al 18 giugno avviene una ricognizione della reliquia da parte di una commissione di studio nominata dal cardinale Michele Pellegrino. Prima fotografia colori, eseguita da Giovanni Battista Judica Cordiglia.

1973. Prima ostensione televisiva in diretta (23 novembre). Nuova ricognizione della reliquia. Prelievi di Max Frei e Gilbert Raes.

1978. Celebrazione del IV centenario del trasferimento della Sindone da Chambery a Torino, con ostensione pubblica dal 26 agosto all’ 8 ottobre e congresso internazionale di studio. Al termine, dall’ 8 al 14 ottobre numerosi scienziati, prevalentemente statunitensi appartenenti allo STURP (Shroud of Turin Research Project), effettuano misure ed analisi sulla reliquia per 120 ore consecutive al fine di compiere un'indagine specifica multidisciplinare.

1980. Durante la visita a Torino il 13 aprile, il Papa Giovanni Paolo II ha modo di venerare la Sindone nel corso di un'ostensione privata.

1983. Il 18 marzo muore Umberto II di Savoia; per sua disposizione la Sindone è donata al Papa.

1988. Il 21 aprile dalla Sindone viene prelevato un campione di tessuto per sottoporlo alla datazione con il metodo del carbonio 14. In base a quest'analisi, la Sindone risalirebbe al Medio Evo, ad un periodo compreso tra  1260 ed il 1390 d.C.

1992. Il 7 settembre viene effettuata una ricognizione del sacro telo da parte di esperti invitati a suggerire iniziative ed interventi idonei a garantirne la migliore conservazione.

1993. Il 24 febbraio la Sindone e temporaneamente trasferita dietro l'altare maggiore del Duomo di Torino per consentire i lavori di restauro della cappella guariniana. La reliquia viene posta in una tecca di cristallo con le pareti spesse 39 mm, a temperatura e umidità controllata.

1995. Il 5 settembre il cardinale Giovanni Saldarini, arcivescovo di Torino e custode della Sindone, annuncia le prossime due ostensione, stabilite dal 18 aprile al 14 giugno 1998 (per celebrare il centenario della prima fotografia) e dal 29 aprile al 11 giugno del 2000 (in occasione del grande Giubileo della Redenzione).

1997. Nella notte tra l' 11 e il 12 aprile un incendio provoca gravissimi danni alla cappella della Sindone. Fortunatamente dal 1993 il lenzuolo era stato trasferito nel Duomo a causa dei lavori di restauro della cappella stessa. Sono note a tutti le immagini del salvataggio effettuato dei vigili del fuoco di Torino: l'incendio nel Duomo aveva già seriamente compromesso la zona retrostante l'altare maggiore nella quale era la Sindone. I 14 aprile dello stesso anno una commissione di esperti alla presenza dal cardinale Giovanni Saldarini ha esaminato lo stato del lenzuolo: è stato constatato che nessun danno si è verificato e il cardinale ha confermato le ostensioni programmate per il 1998 e per il 2000.

1° novembre 1997 Un incendio si è sviluppato nel Castello dei Savoia a Chambery. Nessun danno alla Sainte-Chapelle che custodì la Sindone dal 1502 al 1578.

Venerdì 19 dicembre 1997 alle ore 20:30 è stato posto in opera uno scudo d'acciaio sotto l'arco che divide la Cappella della Sindone dal Duomo per consentire l'isolamento acustico della Cappella durante l'ostensione. È alto 15 metri e pesa circa 15 tonnellate. (La Stampa, 20 dicembre 1997)

Martedì 23 dicembre 1997 alle ore 19 è stata celebrata nel Duomo di Torino la prima Messa dalla notte dell'incendio dell'11 aprile 1997, dopo 256 giorni di attesa. La funzione religiosa celebrata dal parroco Don Francesco Cavallo non ha rappresentato comunque la riconsegna ufficiale del Duomo alla città, prevista per la metà di gennaio. (La Stampa, 24 dicembre 1997)

29 gennaio 1998 La Curia di Torino ha reso noto che il 25 giugno 1997 si è tenuta un'ostensione privata della Sindone a Torino nella chiesa del Santo Sudario. In quell'occasione alcuni esperti italiani e stranieri hanno condotto degli esperimenti utili per la costruzione del cristallo della teca, dalla quale i pellegrini potranno osservare la Sindone durante la prossima ostensione. Inoltre era presente anche una troupe televisiva guidata dal regista Michelangelo Dotta che ha realizzato immagini ad alta definizione. Tali immagini straordinarie costituiranno la parte più importante del documentario ufficiale dell'ostensione: "L'Uomo dei dolori - La Sindone di Torino" (Avvenire, 30 gennaio 1998)

12 febbraio 1998 si è tenuta nel Duomo di Torino la presentazione al Cardinale Giovanni Saldarini dell’enorme dipinto raffigurante la Cappella del Guarini così come era prima dell’incendio dell’aprile scorso. Quest’opera è stata eseguita dallo scenografo Giampaolo Lanza ed è stata collocata davanti allo scudo d’acciaio che ora divide il Duomo dalla Cappella in attesa della conclusione dei lavori di restauro prevista per il 2001.

Mercoledì 15 aprile 1998 alle 5:29 la Sindone è stata segretamente trasferita nella sagrestia temporanea del Duomo di Torino dal luogo segreto dove era conservata dopo l’incendio dell’aprile 1997 (alcuni articoli di stampa parlano di un monastero nelle colline attorno Torino). Era presente il Cardinale Giovanni Saldarini. L'esperta tessile Mechtild Flury-Lemberg e suor Maria Clara Antonini hanno lavorato tre giorni per cucire la Sindone su un telo bianco e un mollettone dopo aver rimosso il vecchio bordo di seta blu.

Venerdì 17 aprile 1998 la Sindone è stata inserita distesa nella sua nuova teca, realizzata dalle officine "Bodini" di Torino. Il costo di 800 milioni di lire per produrre la teca è stato sponsorizzato dall'"Italgas". La teca pesa tre tonnellate e misura m 4,64 x 1,38. Ogni parete della teca è formata da due lastre di acciaio da 5 mm separate da una piccola intercapedine d'aria, mentre la parte interna è di acciaio inossidabile. La Sindone è coperta da un cristallo speciale, spesso 7 cm, antiproiettile e protetto dai raggi UV. Dentro la teca c'è una miscela di gas inerte (argon) e vapore acqueo; la quantità di ossigeno è continuamente controllata per non far superare il limite di 0,01÷0,1%. Anche la temperatura è controllata a circa 18°C. La teca è stata posta nel Duomo circa nella stessa posizione in cui la Sindone è stata esposta nel 1978

Sabato 18 aprile 1998 è iniziata l'ostensione della Sindone. La mattina sono potuti entrare in Duomo i primi visitatori: il Cardinale Saldarini, la Principessa Maria Gabriella di Savoia e sua figlia Elisabetta. Alle 9 più di 800 giornalisti accreditati provenienti da tutto il mondo hanno potuto vedere la Sindone.
Alle 11 una conferenza stampa è stata indetta per l'apertura dell'ostensione. Dato il grande numero di giornalisti è stata tenuta all'aperto, nel cortile del seminario di via XX Settembre. Oltre al Cardinale Saldarini c'erano Don Giovanni Sangalli e Don Giuseppe Ghiberti per rispondere alle domande.
Sfortunatamente ci sono stati molti problemi tecnici, come l'assenza di traduttori per i giornalisti stranieri, un inadeguato sistema di amplificazione che ha reso le registrazioni non usabili e la mancanza di specifici esperti della Sindone in grado di rispondere ad alcune domande. Durante questa conferenza stampa ci sono state delle affermazioni che hanno sollevato molte polemiche. In particolare, quelle relative al significato delle parole "icona" e "reliquia" che sono in contrasto con le precedenti dichiarazioni del Papa favorevoli all'autenticità della Sindone. Infatti il cardinale ha affermato che “Non è corretto chiamare la Sindone 'reliquia'”. Poiché insistentemente veniva definita "icona", Emanuela Marinelli è intervenuta chiedendo che venisse precisato che con il termine "icona" non si intende definire la Sindone un dipinto anche perché è stato scientificamente dimostrato che non lo è. Don Giuseppe Ghiberti ha ringraziato per questo intervento confermando che il termine "icona" viene usato solo nel senso di "immagine". Alle 16 la solenne messa per l'apertura dell'ostensione e' stata celebrata dal Cardinale Saldarini alla presenza di molti Vescovi piemontesi.

 

Domenica 24 maggio 1998 Papa Giovanni Paolo II si è recato a Torino in occasione del centenario della prima fotografia della Sindone scattata il 24 maggio 1898. In mattinata il Papa ha celebrato la messa in piazza Vittorio alla presenza di circa 500.000 persone. È stata la prima messa trasmessa via Internet. Nel pomeriggio ha sostato a lungo in preghiera davanti alla Sindone. Successivamente il Papa ha detto che “La Sindone è provocazione all'intelligenza. Non trattandosi di una materia di fede, la Chiesa non ha competenza specifica per pronunciarsi su tali questioni. Essa affida agli scienziati il compito di continuare ad indagare per giungere a trovare risposte adeguate agli interrogativi connessi con questo Lenzuolo”. (La Stampa, 25 maggio 1998)

Da venerdì 5 a domenica 7 giugno 1998 si è tenuto a Torino il III Congresso Internazionale di Studi sulla Sindone dal titolo "Sindone e Scienza: Bilanci e programmi alle soglie del terzo millennio" che ha visto la partecipazione di 100 relatori ufficiali e di circa 300 partecipanti. Gli scienziati di tutto il mondo sono tornati a valutare i risultati delle ricerche sul Lenzuolo e hanno aggiunto qualche ulteriore studio alla già lunga lista di lavori in favore della sua autenticità.

Domenica 14 giugno 1998 alle 14 si è chiusa l'ostensione della Sindone. È durata 56 giorni e ha visto l'afflusso di oltre 2.500.000 persone prenotate provenienti da ogni parte del mondo e molte altre (circa 350.000) senza prenotazione. Il gruppo organizzato più numeroso era formato da 5.000 persone. Gli ultimi pellegrini sono stati un gruppo di cattolici dello Sri Lanka residenti a Milano. La fine dell'ostensione è stata solennizzata da una Messa alle ore 16 celebrata dal Cardinale Giovanni Saldarini e trasmessa via Internet. Al termine la teca è stata ruotata in posizione orizzontale ed è stata coperta da una lastra di acciaio blindato che insieme al resto della struttura supertecnologica protegge la Sindone dalla luce e da eventuali incidenti. (Il Giorno, 15 giugno 1998)

Venerdì 22 gennaio 1999 C'è stata una ricognizione della Sindone alla presenza del Custode Pontificio, card. Giovanni Saldarini, e dei membri della Commissione Diocesana per la conservazione. La ricognizione ha fornito risultati ampiamente positivi: la sistemazione nella nuova teca con gas inerte garantisce le necessarie sicurezze esterne e le condizioni ottimali di preservazione della Sindone. (Comunicato stampa Arcivescovado di Torino, 25 gennaio1999)


PRE – STORIA

Definisco “pre - storia” della Sindone tutti quei riferimenti che, pur non avendo alcuna certezza documentaria, rimandano alla tradizione che vede nel telo il vero lenzuolo che avvolse Cristo per la sua sepoltura.
Metto la “pre - storia” dopo la “storia” perché le deduzioni tratte sono frutto di processi di critica storica, iconografica e archeologica: usando di queste scienze, la “pre – storia” si pone come naturale ponte fra la storia e la ricerca scientifica più recente.
Tralascio volutamente i legami coi Vangeli: saranno oggetto di confronto nell’ambito delle ricerche scientifiche.

La tradizione dell’esistenza di una raffigurazione del volto di Cristo, anche se molto nebulosa, è molto antica: Andrè Dubarle, sacerdote ricercatore, negli anni settanta di questo secolo, intuisce la corrispondenza fra la Sindone e il Mandilion (fazzoletto) trovato nella città di Edessa (attuale Urfa in Turchia)
Confrontando i vari riferimenti, notizie e labili testimonianza, Dubarle propone l’inizio di questa tradizione in una data anteriore al IV sedolo d.C.

IV o VI secolo. La leggenda di una corrispondenza epistolare fra Gesù e il re di Edessa: Abgar V, il re malato, chiede l’intervento di Gesù per la propria guarigione. Nell’ampliamento di questa leggenda ritrovata in un testo noto come “Dottrina di Addai”, alla risposta di Gesù si accompagna una tavola sulla quale il messo – archivista – pittore, inviato da Abgar a Gesù, aveva dipinto il ritratto dello stesso Gesù.

VI o VII secolo Negli “Atti di Taddeo” la precedente leggenda viene ripresa, manipolata e completamente stravolta: Abgar avrebbe incaricato il suo messo – archivista – pittore di ritrarre in un quadro l’aspetto del Signore. Ma poiché l’artista non riusciva a fissare i lineamenti del maestro, questi chiese un asciugamano: gli fu dato un telo “doppio piegato quattro volte (tetràdiplon in greco). Gesù, lavatosi, si asciugò e sul telo rimase impressa l’immagine del suo volto.
È importante sottolineare ìl singolare termine tetràdiplon perché è quello che ha incuriosito a tal pun­to da far sorgere la "teoria di Edessa". Gli studiosi infatti notarono che la Sindone piegata a metà e poi ancora quattro volte si riduce a un rettangolo al cui centro spicca il solo volto. Alcune riprodu­zioni più antiche del Mandilion, in effetti, ce lo tramandano co­me un rettangolo con il lato più lungo per base, coperto da una griglia a losanghe - il reliquiario a modo delle icone bizantine ­con un medaglione nel centro da cui emerge il volto. Un esame a luce radente ha in effetti evidenziato sulla Sindone delle trac­ce che possono essere riconducibili ad antiche piegature nelle sedi interessate.

525. Durante i restauri della Chiesa di S. Sofia di Edessa viene riscoperta l'immagine del volto di Gesù su stoffa acheropita (non fatta da mani umane) detta Mandilion. Numerose testimonianze e descrizioni la mettono in relazione con la Sindone. C’è identità tra il volto della Sindone e le copie del Mandilion con oltre un centinaio di punti di congruenza (cioè punti di sovrapponibilità fra due figure; per il criterio legale americano sono sufficienti 60 punti per affermare che due immagini sono della stessa persona).
L’iconografia sacra, a partire da questi anni, presenta straordinarie caratteristiche di similitudine col volto di Edessa: numerosi riscontri si trovano nelle icone dal VI secolo in poi (Il Cristo barbato, dal viso ovale, con lunghi capelli che ricadono sulle spalle, gli occhi grandi, gli zigomi sporgenti, il triangolo tra le sopracciglia, il caratteristico ciuffo di capelli al centro della fronte – la colatura di sangue dalla ferita della corona di spine ? -).
La stessa tipologia di tratti somatici si ritrova anche riprodotta su monete bizantine dal VII secolo: anche in questi casi i punti di congruenza sono numerosi.

944. Gli eserciti bizantini, nel corso di una campagna contro il sultanato arabo di Edessa, entrano in possesso del Mandilion e lo portano solennemente a Costantinopoli il 16 agosto. Il Mandilion probabilmente era la Sindone ripiegata otto volte (tetràdiplon) in modo da far vedere solo il volto

1147. Luigi VII, re di Francia, durante la sua visita a Costantinopoli venera la Sindone.

1171. Manuele I Comneno mostra ad Amalrico, re dei Latini di Geruealemme, le reliquie della Passione, tra le quali è la Sindone.

1150 - 1195. In un sermone conservato in un codice del X secolo, la lettera di Gesù ad Abgar  è modificata in maniera significa­tiva. Il Signore scrive che gli avrebbe inviato un telo nel quale Abgar avrebbe potuto vedere “non soltanto l'aspetto del mio volto, ma la statura di tutto il mio corpo impresso per interven­to divino" Il sermone prosegue spiegando come è avvenuta l'impressione: Gesù “si adagiò in tutta la sua lunghezza su un telo bianco come la neve e - meraviglia a dirsi e capirsi - per a­zione di Dio i tratti gloriosi del volto del Signore e la nobilissi­ma statura di tutto il suo corpo vi si impressero”.
L'immagine del corpo di Cristo “adagiato in tutta la sua lunghezza”, viene riprodotta nella miniatura del Codice Pray datato intorno al 1190.

1204. Robert de Clary, cronista alla IV Crociata, scrive che: "Tutti i venerdì la Sindone è esposta a Costantinopoli  […] ma nessuno sa ora cosa sia avvenuto del lenzuolo dopo che fu saccheggiata la città". La Sindone sparisce così da Costantinopoli ed è probabile che il timore della scomunica esistente per i ladri di  reliquie ne abbia provocato l'occultamento. Molti indizi fanno pensare che fu portata in Europa e conservata per un secolo e mezzo dai Templari.

1314. I Templari, ordine cavalleresco crociato, sono condannati al rogo come eretici, accusati anche di un culto segreto ad un Volto che pare riprodotto dalla Sindone. Uno di essi si chiamava Geoffroy de Charny, omonimo di quell’altro Charny al quale fanno riferimento i primi documenti certi del 1353


RICERCA SCIENTIFICA

iconografia dal vi secolo

Prima di addentrarci nello studio puramente scientifico, che accompagna la storia della Sindone a partire dalla prima fotografia di Secondo Pia, approfondiamo alcuni aspetti della presenza di un supposto telo sindonico prima dell’anno 1000.
Come abbiamo visto nell’iconografia dei secoli VI e successivi, possiamo parlare di un “modello comune” dalle caratteristiche somatiche particolari, questo modello ha notevoli punti di contatto con l’immagine sindonica, e non in relazione col solo volto, ma con tutta l’immagine del corpo.
Il Codice Pray mette in evidenza alcuni particolari che collimano quasi perfettamente con l’immagine presente sulla Sindone e che erano già stati considerati in icone e monete più antiche.

Icone / dipinti

  • Cristo del Mandilion (VI secolo)
  • Cristo della Chiesa di Santa Sofia a Salonicco (VII secolo)
  • Cristo Pantocratore, Dafni (XI secolo)
  • Cristo Benedicente, Duomo di Monreale (XII secolo)
  • Cristo di Melitore Toscano (XIII secolo)
  • Cristo del monastero di Chilandari (XIII secolo)

Monete:

  • Solido d’oro di Basilio I (989): la simmetria e la deformità del piede destro
  • Solido d’oro di Giustiniano II (685 – 695): la disposizione dei capelli, un ciuffetto mediofrontale, tumefazione del volto e quattro sole dita

Il Codice Pray:

  • Il corpo di Cristo giace supino su un telo
  • Volto ovale, capelli lunghi,
  • Cristo ha le braccia incrociate sulla zona pubica.
  • Soprattutto il braccio destro è innaturalmente piegato all’altezza del gomito
  • Le mani presentano quattro dita
  • Le gambe hanno lunghezza diversa

Nella parte inferiore della miniatura si osserva il telo lasciato nel sepolcro dopo la resurrezione (l’angelo appare alle pie donne giunte al sepolcro con gli aromi): il telo è piegato e se ne possono notare il dritto e il rovescio.

  • Il rovescio, la parte non a diretto contatto col corpo di Cristo, è ornato con croci rosse tipiche dei paramenti degli imperatori bizantini: probabilmente una tela servita a protezione del lenzuolo. (Attestazione di presenza intorno all’anno 1000)
  • La parte diritta è rappresentata con trama – ordito che riproduce quella sindonica
  • Sempre sul diritto, ad un attento esame, si possono rinvenire quattro strani cerchi posti a forma di “L” rovesciata: Jerome Lejeune, nel 1993 presentò i risultati di una analisi da lui condotta e che evidenziavano la presenza sulla sindone di fori, forse dovuti alle conseguenze di un incendio di cui non si ha notizia certa, quasi esattamente corrispondenti a quelli del Codice Pray.
    La novità di tale ricerca fu però un’altra: i fori corrispondevano ad altre macchie poste in modo simmetrico agli estremi: solo accettando la piegatura “tetràdiplon” si possono ottenere queste corrispondenze simmetriche.

Proviamo a trattare ora la sindone come un “normale” reperto archeologico: cos’è, che età ha, cosa rappresenta ovvero a cosa è servito.
Le tre domande non trovano univoche risposte, ma un insieme di “indizi”, anche di risposte vere e proprie ma che si completano a vicenda e che trovano la loro ragione in diverse discipline scientifiche.
La Sindone, in tutto il suo essere oggetto e immagine, è il “reperto archeologico”, meglio l’”unicum”, che ha interessato e interessa il maggior numero di scienze che sia mai stato impiegato: si passa dalla analisi merceologica alla medicina legale, dalla eidomatica (trattamento informatico dell’immagine) alla fotografia tradizionale, per non parlare della esegesi, della storia dell’arte, persino della numismatica e della palinologia (studio dei pollini)
Vedremo al lavoro parecchie di queste attività scientifiche.

Analisi merceologica

In campo archeologico, per poter datare un oggetto, se questi non può fornire una data intrinseca, occorre ricercare nel contesto storico – archeologico elementi sicuramente datati e che in qualche misura si rifanno all’oggetto in esame. Ne abbiamo appena visto un esempio: le monete, le icone, le miniature che ho citato sono sicuramente databili; alcune perché possiedono effettivamente una data, altre perché si riferiscono a personaggi la cui cronaca ci è pervenuta corredata da indicazioni cronologiche, altre per una più complessa ricerca paleografica (studio della scrittura antica).
Guardiamo ora alla sindone: in questo caso una data palese non è presente, ma ci sono alcuni elementi precipui che suggeriscono una datazione.
Anzitutto il telo: abbiamo già visto che è di lino, con particolare riferimento all’uso che deriva dalla parola greca “sindon”, forse “lenzuolo”. “E’ lungo 4.36 metri e largo, in media, 1.1 metri. Dal 1534 è cucito e impunturato su una tela bianca detta d’Olanda, applicata come fodera di sostegno dopo l’incendio del 1532. Lo spessore del telo, peraltro non omogeneo, è di circa 34/100 di millimetro mediamente, il che porta ad un calcolo approssimativo di circa 2.450 Kg.” Per inciso questi dati saranno elementi di controversia nella questione della datazione del telo col carbonio 14.
Nel 1931 un esperto tessile, Virgilio Timossi, esaminò il telo sindonico definendolo di manifattura rudimentale. Questa tesi fu avvalorata anche da Silvio Curto, sovrintendente di Antichità Egizie, che nel 1969 fece parte di una commissione di esperti che analizzò la sindone su incarico dell’allora cardinale Michele Pellegrino.
“Già nell'antichità si ricavava dalla cor­teccia del Linum usitatissimum, pianta alta da 50 a 110 cm, il cui fusto veniva fatto macerare in acqua; lo stelo era suc­cessivamente frantumato per liberare le filacce dai frammenti legnosi. I fasci di fibre venivano puliti, stirati e disposti uno dopo l’altro; poi trasformati in filo con la torcitura. Il filato veniva lavato in acqua bollente: era la cosiddetta “cottura del lino”. La sbiancatura, anticamente compiuta con cenere o saponaria, contribuiva anche al mantenimento della stof­fa. Infine, l’esposizione al sole.
Ad una più attenta analisi al microscopio, ogni filo del tessuto è composto da 70 – 120 fibrille (filacce liberate tramite processo di macerazione) “presenta un diametro variabile e la torcitura “Z”, in senso orario, opposta a quella “S”, antioraria, più comune nell’antico Egitto. Questo elemento fa pensare a un'origine siro­palestinese: lini con torcitura “ Z ” sono stati infatti rinvenu­ti a Palmyra (Siria), Al-Tar (Iraq) e nel deserto della Giudea.
L'intreccio del tessuto, anch'esso irregolare, fu realizzato con un metodo arcaico su un telaio manuale molto rudimen­tale. Esso presenta salti di battuta ed errori.
La tessitura è in diagonale tre – a - uno, ottenuta facendo pas­sare il filo trasversale della trama alternativamente sopra tre e sotto uno di quelli longitudinali dell'ordito. Ciò contribui­sce a garantirne la robustezza. La spigatura, che dà alla stoffa il caratteristico aspetto a “spina di pesce”, forma “strisce” larghe circa 11 mm.
In antiche tombe egizie (Beni Assan, 3000 a.C.) si tro­vano già raffigurati telai idonei a produrre tale tipo di tela.
II lino veniva tessuto dagli Egiziani in teli di grandi dimen­sioni. Per quanto riguarda i lenzuoli funebri, è normale che venissero rapidamente distrutti dalla stessa decomposizione dei corpi. In Egitto, invece, la mummificazione del corpo e l'applicazione di molteplici bende e fasciature hanno assicu­rato la conservazione di alcuni lenzuoli tombali.
Un lenzuolo che risale al 1996-1784 a.C., lungo sette me­tri e stretto come la Sindone, si trova nel Museo Egizio di Torino ed è perfettamente conservato.”

L’attività della tessitura era nota nell’area siro-palestinese sin dall’antichità e, come riportano storici del tempo, particolarmente pregevole: “Il lino della Palestina è di un bel colore giallo; la Galilea è il centro di produzione, in una località chiamata Arbeel”. (Pausinio  - I sec. d.C.). La stessa attività è attestata nelle “Antichità Giudaiche” da Giuseppe Flavio (nato intorno al 40 d.C.): era strettamente connessa alle attività manuali femminili, anche se lo stesso Giuseppe annota che uomini originari della Mesopotamia “non considerano disonorevole il lavorare la lana”. ”In verità, quando era eseguita da uomini, la tessitura era considerata un mestiere spregevole. Nella Gerusalemme del primo secolo, le botteghe dei tessitori erano ubicate nel malfamato quartiere della Porta sterquilina”.
Si consideri anche che, proprio nell’area di Gerusalemme, la tessitura doveva aver raggiunto alti livelli di qualità soprattutto in rapporto all’uso dei teli che si faceva nel Tempio: esisteva una professione, quella del “follatore” che era in stretto rapporto con quella del tessitore: dopo la tessitura i fili dovevano essere infeltriti per rendere impermeabile la tela poi realizzata. Anche se più propriamente riferito alla lana, tutto il processo attesta una elevata esperienza e una notevole bontà del prodotto finito.

Dunque il telo sindonico ha caratteristiche merceologiche che ritroviamo molto simili nella Palestina del primo secolo d.C.; ciò non significa, ancora, che il telo sia stato realizzato proprio in quel periodo. Occorrono ancora altre indagini.

l’immagine sindonica

Poniamo attenzione ora all’immagine presente sul telo, alla Sindone:
“Contiene l'immagine anteriore e posterio­re di un uomo barbuto, di alta statura e di taglia atletica, con il volto maestoso sottolineato da lunghi capelli.”

“Un esame dei segni visibili sul corpo fa dedurre che l'Uo­mo della Sindone fu torturato, flagellato e crocifisso. Con particolare chiarezza nell'immagine frontale il viso presenta tracce di molteplici traumi: tumefazioni sulla fronte, sulle ar­cate sopraccigliari, sugli zigomi, sulle guance e sul naso; que­st'ultimo presenta l’escoriazione della punta. Nel complesso però il volto ha un aspetto composto e sereno.
Le spalle appaiono sollevate. Si nota una grossa ecchimo­si a livello della scapola sinistra e una ferita sulla spalla de­stra. I ginocchi, soprattutto il sinistro, risultano escoriati, come per violente cadute.
Rivoli di sangue emergenti da sorgenti quasi puntiformi sono presenti su tutta la calotta cranica; essi sono partico­larmente evidenti sulla nuca e sulla fronte, e hanno decorso diverso in quest'ultima e sui capelli, con colature allungate verso il basso.
II collo non ha lasciato traccia sull'impronta frontale; ciò fa pensare che la testa sia stata chinata in avanti e fermata in tale posizione dal rigor mortis, la rigidità cadaverica.
Ben visibili sono gli avambracci e le mani incrociate sul­l'addome, la sinistra sopra la destra. I gomiti sono semifles­si. Sul polso sinistro esiste una grande macchia di sangue, causata da una grave ferita. Quantunque la mano destra sia parzialmente occultata dall'altra, il filo di sangue che scorre per l'avambraccio indica che anche sul polso corrispondente doveva trovarsi un'analoga ferita. Sono lesioni provocate da grossi chiodi.
Le dita, che si distinguono bene, appaiono allungate. È evi­dente la mancanza dei pollici: la lesione del nervo mediano, provocata dai chiodi conficcati nei polsi all'altezza dello spazio di Destot, porta infatti il pollice a contrarsi e a opporsi al palmo della mano.
Sul lato destro della cassa toracica si nota una grossa ferita; essa descrive un ovale, il cui asse maggiore è lungo circa 4 cm e il minore poco più di 1 cm. Dallo studio di tale ferita si deduce che deve essere stata prodotta da una punta di lancia. Il suo asse longitudi­nale è parallelo al decorso degli archi costali anteriori, all'al­tezza del 5° spazio intercostale destro.
I margini della piaga sono rimasti allargati e sono precisi e lineari come ci si aspetta in un colpo dato dopo la morte. Da questa ferita è sprizzato un fiotto di sangue che risulta abbondante e denso in modo anormale rispetto a quello che potrebbe uscire da un cadavere; esso forma una chiazza di cm 15 x 6. Oltre al sangue è colato anche un liquido chiaro, che alle analisi è risultato siero. Esso ha lasciato una mac­chia debole che si spande oltre gli orli del sangue fuoruscito.
Proviene dalla ferita del costato anche il sangue alla base del torace che si nota sull'impronta dorsale e si estende da una parte all'altra per tutta la sua larghezza, forse in corri­spondenza di una legatura della Sindone intorno al corpo.
Sulle due immagini, anteriore e posteriore, si notano de­calchi di sangue che formano disegni abbastanza regolari su tutto il corpo. II sangue si è coagulato su lesioni lacero - contuse diversamente sanguinanti, spesso abbinate, a decorso paral­lelo, causate da ripetute sferzate, circa 120, disposte a rag­giera verso due diverse zone di provenienza.“

Riporto quasi per esteso le descrizioni di due eminenti studiosi della Sindone: Pierluigi Baima Bollone, direttore del Nuovo Istituto di Medicina Legale dell’Università di Torino, medico e attuale direttore del Centro internazionale di Sindonologia, Emanuela Marinelli, laureata in Scienze Naturali e in Scienze Geologiche ha fatto parte del Centro Romano di Sindonologia sin dal 1977.
Le descrizioni che forniscono sono frutto di attente e scrupolose osservazioni condotte sia “de visu” che attraverso i più moderni sistemi di ripresa fotografica. Non sono certo gli unici studiosi ad aver condotto siffatte indagini: sono quelli che meglio hanno riassunto, a mio avviso, tali osservabili caratteristiche
Se ne desumono dati oggettivi che attestano una serie di tragici avvenimenti occorsi a colui che definiamo Uomo della Sindone, fatti che potremmo riassumere in tortura e morte per crocifissione.

Le osservazioni che verranno formulate avranno interesse anche per completare il quadro della datazione.

la flagellazione

La tortura subita dall’Uomo della Sindone è stata una flagellazione:
“Su tutta la superficie del corpo, sia sull'impronta ante­riore sia su quella posteriore, tanto del tronco quanto dei quattro arti, spicca una quantità di lesioni dalla struttura caratteristica. Hanno l'aspetto di due bottoni, come se fos­sero state provocate da due palline, unite tra loro da un tratto rigido.
L’interpretazione è agevole. Si tratta delle estremità li­bere di un flagello romano (flagrum), che erano appunto costituite da due sfere metalliche collegate tra loro da una sbarretta a cui era assicurata una strisciolina di cuoio o una cordicella fino all'impugnatura. Uno strumento del genere è in grado di determinare importanti lesioni cuta­nee di natura ecchimotica, escoriativa o anche ferite lacero – contuse.”
E’ difficile stabilire con certezza quanti colpi siano stati inferti, si va da un minimo di 40 ad un massimo di 120, facendo anche un po’ di confusione fra numero di colpi e numero di lesioni rinvenute: un flagrum romano del primo secolo poteva avere anche tre strisce di cuoio che terminavano con altrettanti piccoli “manubri” di metallo , ma il numero preciso di questi, unito all’incertezza sul numero dei carnefici che attuarono la flagellazione, ne rende impossibile la quantificazione. Di sicuro i colpi furono maggiori di ciò che era consentito dall’allora legge ebraica (39 colpi massimi); va considerando anche il fatto che i romani, al contrario, non avevano limitazioni di sorta sul numero delle fustigate e che questo tipo di supplizio non era comminato a cittadini romani.
Una ulteriore osservazione va condotta sulla distribuzione dei colpi: “Alcuni autori ritengono […] che la flagellazione fu eseguita con il corpo del condannato ritto, appeso per le braccia . Questo è ragionevole, visto che non si osservano lesioni sugli avambracci […] Certamente l’Uomo della Sindone in quel momento era nudo, visto che non appare risparmiata neppure la cute dell’addome o quella delle regioni glutee.”
“Se ne deduce che, inizialmente, questa flagellazione è stata ordinata come severa punizione a parte; essa, comunque, denota un particolare accanimento da parte dei carnefici (o carnefice)” .
Sono note infatti flagellazioni appositamente condotte su condannati alla croce al fine di ridurre le energie e accelerare l’arrivo della morte – le ferite erano fortemente sanguinanti -; tanto è vero, che per alcuni reati assai gravi (tradimento, omicidio ?) , questa pena pre – crocifissione non veniva applicata, aumentando così l’agonia del condannato.

la crocifissione

L’Uomo della Sindone morì crocifisso.
La crocifissione venne abolita da Costantino durante gli ultimi anni del suo impero (egli visse fra il 280 e il 337); anche se alcuni autori sostengono che l’abolizione sia da attribuire a Teodosio (347 – 395), dopo queste date i casi noti di uso di questo supplizio sono abbastanza rari e solo nell’ambito del diritto musulmano questa forma di esecuzione dura a lungo, l’ultimo caso noto è quello di uno schiavo turco crocifisso a Damasco nel 1247.
Si hanno invece molte più notizie, anche assai dettagliate, durante gli anni  attorno al primo secolo, specialmente sotto il dominio romano: ne parlavano già Plutarco e Cicerone definendo la croce “crudele e disgustosa”, poi Tacito, Seneca (50 a.C. – 37 d.C.) che, facendo riferimento all’”albero maledetto”, dichiara che la vita si spegne goccia a goccia. Giuseppe Flavio: “la più penosa delle morti”. E ancora, la ribellione di Spartaco si concluse tragicamente con la crocifissione di seimila (?) ribelli lungo la via Appia; nella Palestina del primo secolo a.C. Alessandro Ianneo fece crocifiggere 800 prigionieri. Durante l’assedio di Gerusalemme condotto dai romani nel 68 d.C., i carnefici di Tito crocifissero 500 prigionieri al giorno (?).
Tutti questi dati indicano quanto fosse diffuso il supplizio della croce negli anni compresi fra il primo secolo a.C. e il primo d.C. Abbiamo detto che l’Uomo della Sindone fu crocifisso, ma, oltre al dato che emerge dalla analisi della Sindone, è possibile stabilire come avveniva la crocifissione?
“I romani, che credevano all'efficacia della crocifissione per scoraggiare i criminali, avevano finito, alla lunga, per farne una vera e propria scienza, con regole molto precise, e possiamo sta sicuri che i legionari dell'Impero, che erano di solito incaricati dall'esecuzione, avevano una grande pratica.”
“Negli anni 40 è stata rinvenuta a Pozzuoli una lastra di marmo, la “tabula puteolana”, con incise le norme per la crocifissione. Essa risale al I secolo a. C.
Al Primo secolo d.C. appartengono invece due graffiti che rappresentano crocifissioni, uno a Pompei, l’altro a Pozzuoli.
La “tabula puteolana”, i due graffiti e le testimonianze letterarie ci forniscono alcune importanti informazioni sui metodi di crocifissione.”
Jehohanan ben Hagqwl è il nome che compare sul lato di un sepolcro rinvenuto a circa un chilometro e mezzo a nord della porta di Damasco a Gerusalemme: è probabilmente il nome di un condannato alla croce. Le ossa dei piedi, rinvenute in questo sepolcro, conservano il chiodo che li ha trapassati e che, essendosi incurvato durante la crocifissione, non fu tolto dalle carni del condannato prima che questi venisse sepolto. Anche su ciò che resta dell’avambraccio destro si possono notare significative scalfitture dovute, presumibilmente, al chiodo infisso. La tibia e il perone sinistri sono spezzati in modo anomalo – non dovuto al cattivo stato di conservazione o altro – , essi fanno pensare alla particolare azione, nota col nome di “crurifragium”, che i carnefici attuavano sui condannati al patibolo della croce per accelerarne la morte: spezzavano loro le gambe con un colpo secco, di un grosso bastone o di una specie di mazza. L’immagine dell’uomo della Sindone non presenta segni di frattura agli arti inferiori.
Si possono notare due larghe escoriazioni corrispondenti alle scapole, meglio, le ferite da “flagrum”, presenti sulle scapole, sono state abrase da una azione meccanica: ciò è conforme all’uso romano di far trasportare sulle spalle del condannato il braccio orizzontale della croce.
Infatti la croce era costituita da due parti distinte. Una era il tronco verticale, “stipes” solitamente infisso nel terreno, l’altra veniva fissata a questa e si chiamava “patibulum”

“Ne1961 Maiuri e ne1978 Fasola illustrano il graffito di una crocifissione ritrovato in una “taberna” di Pozzuoli nei pressi dell’anfiteatro. Misura 40x26 cm e raffigura una cro­ce “a tau” con “stipes” più esile rispetto al patibulum. La sce­na è vista di spalle. Il corpo del condannato sembra rico­perto da una pelle di animale, probabilmente perché si tratta di una crocifissione avvenuta nell'anfiteatro, dove quest'accorgimento serviva per provocare lo sbranamento finale da parte delle belve che a un certo punto venivano immesse nell'arena. II soggetto è sistemato a cavalcioni del “truncus”, una sorta di piolo dello stípes con la funzione di sorregge­re il peso del corpo e su cui il crocifisso veniva posto a ca­valcioni. Le mani sono fissate al patibolo all'altezza dei polsi e sembrano inchiodate. I piedi appaiono anch'essi inchiodati in opposizione.
L’importanza che il graffito riveste per la conoscenza della crocifissione romana è notevole, sia perché rappre­senta finora l’unica raffigurazione non cristiana della croce, sia perché, appartenendo molto presumibilmente al I secolo, offre un test prezioso per confermare o rivelare al­cuni elementi già noti da testi letterari, ma ancora discussi.
Nel graffito si rinvengono i tre elementi essenziali per una croce: il palo verticale (crux, stipes, malus). II palo tra­sversale (patibulum, antemna, oros;), il paletto di appoggio del corpo (truncus).Il patibulurn è segnato da una linea, indizio di una mode­sta grossezza; esso infatti era costituito da un palo o da una pertica di grandezza inferiore al palo verticale, sul quale viene a poggiare o ad incastrarsi, in modo da formare una T (il tau greco), abitualmente ricorrente presso gli scrittori pagani e cristiani per designare la croce.
Il palo verticale, di foggia rozza, detto perciò anche trun­cus, presenta una altezza modesta, così da permettere faci­lità di manovra nella fase di innalzamento del condannato in croce.
A un terzo di altezza del tronco è visibile un paletto su cui il crocifisso sta a gambe divaricate. Tale posizione, impropriamente detta “seduta”, permetteva al condannato di eseguire movimenti del tronco, in avanti e lateralmente, causando, com'è possibile vedere, una leggera rotazione dell'avambraccio e del corpo, al fine di ritardare la morte e di evitare l'asfissia e i crampi.”

A questo punto possiamo giungere ad una prima conclusione: i reperti archeologici, gli scritti pervenutici da autori antichi, le raffigurazioni, attestano in maniera inequivocabile che la tortura della flagellazione e il supplizio della croce furono le cause prime che portarono alla morte colui la cui immagine è presente sul telo della sindone. Ma c’è di più.

I vangeli come “strumenti di analisi”

Sino ad ora, volontariamente, non ho considerato i Vangeli; con certo sforzo, ma aderente al proposito di fornire una documentazione non confessionale sul tema della sindone, tratterò i Vangeli solo dal punto di vista di eccezionali documenti storico – archeologici.
Riguardo ai Vangeli, “il più antico [manoscritto] in assoluto è il frammento di un codice in papiro della prima metà del II secolo, contiene alcuni versetti di Gv 18” . E’ il cosiddetto P52 conservato presso la Biblioteca John Rylands di Manchester.

La datazione dei Vangeli

Di fatto i Vangeli come noi li conosciamo derivano da copie : la più antica di quelle scoperte è appunto P52, ma da una analisi attenta di tutti i testi antichi che si riferiscono ai Vangeli, da una critica testuale interna agli stessi Vangeli, dalla conoscenza degli ambienti storici, si possono proporre le seguenti datazioni per quella che è definita come “prima stesura” dei Vangeli:
Marco                       70 d.C.
Matteo e Luca            80 d.C.
Giovanni                   100 d.C.
Le date sono solo approssimative e centrate su un intervallo di più o meno 5 anni, inoltre, dopo i recenti studi di alcuni autorevoli papirologi, forse sono possibili datazioni ancora più antiche, sino ad ipotizzare addirittura il 44 - 45 d.C. per la prima stesura del Vangelo secondo Marco . Dato però che le polemiche intorno a questa possibile retro – datazione dei Vangeli non si sono ancora spente, preferisco fare riferimento alle datazioni che ho riportato.
Dunque, accostando i Vangeli con l’immagine dell’Uomo della Sindone abbiamo le seguenti corrispondenze:

la flagellazione nei vangeli

“Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare” Gv. 19,1

Diversamente da come viene descritta nei Vangeli Sinottici (Matteo, Marco e Luca), e come era d’uso, Giovanni pone la flagellazione al centro della “scena del processo” e sotto precisa indicazione del proconsole Pilato: si tratta della crudele flagellazione romana.

la corona di spine

“E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo […] e gli davano schiaffi” Gv. 19,2-3
“E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso” Mc. 15,19

Quello della corona di spine è un vero e proprio “gioiello di corrispondenza”: stiamo valutando i Vangeli come elementi di sicura antica datazione in grado di chiarire e di fornire risposte alle domande che ci siamo posti all’inizio di questa ricerca. Nei dati archeologici precedentemente presi in esame e che in qualche modo si riferiscono ai supplizi e alle torture comminate sotto l’impero romano del primo secolo, non vi sono testimonianze di una “coronazione di spine”: sono solo i Vangeli a parlarcene, essi sono attendibili anche in riferimento al contesto nel quale questo fatto è avvenuto: i soldati, sentito il “capo d’accusa” nei confronti di Gesù (”questi si è proclamato re dei Giudei”), lo deridono con una sorta di incoronazione regale, segnata dalla posa sul capo di un intreccio di spine a imitazione di una mitra, tipica corona orientale del tempo, e dal drappo “porpora” addossatogli quale manto regale.
Sul capo dell’Uomo della Sindone, sia nella parte frontale che in quella relativa alla nuca, sono visibili segni di lesioni da punta: “sulle due impronte […] spicca la presenza di oltre trenta colature ematiche, 13 sulla fronte e 20 sulla regione occipitale. La maggior parte di esse fuoriesce da una piccola lesione tondeggiante riferibile a una ferita da punta”
Occorre anche considerare che se la corona di spine fosse stata solamente “appoggiata” sul capo dell’Uomo della Sindone avrebbe prodotto escoriazioni, del resto facili sul cuoio capelluto, ma non certamente profondi traumi, quali si possono desumere anche dalle caratteristiche ematiche delle tracce presenti sul telo sindonico in corrispondenza di queste ferite (sangue venoso, sangue arterioso). Se ne deduce che la corona di spine fu spinta o percossa sul capo.

il patibulum

“Ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Golgota” Gv. 19,17
“Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui” Mt. 27,32
Abbiamo già visto che sull’immagine della Sindone sono visibili alcune escoriazioni nelle zone scapolare destra e sinistra, non perfettamente in asse tra di loro: la destra più bassa della sinistra. Possono essere fatte risalire al trasporto del “patibulum”.

Il versetto di Matteo, se letto in profondità – storica, in quest’ambito -, ci può indicare alcuni dati di non scarso rilievo. Concordemente, tutti e quattro i vangeli dicono che Gesù fu crocifisso assieme ad altri due “banditi”, “benché la tradizione giudaica non ammetteva che nello stesso giorno fosse giustiziato più di un condannato. Ma i romani facevano a meno dei costumi giudaici e specialmente Pilato sembra che facesse di tutto per andare apertamente contro di essi”.
Dalla città di Gerusalemme escono dunque tre condannati (il luogo della crocifissione era fuori le mura della città), probabilmente legati tra di loro, comunque col loro strumento di supplizio posto sulle spalle. Non sappiamo se anche per i due “banditi” si trovarono dei “cirenei” che li aiutassero nel trasporto del “patibulum”, di sicuro questo aiuto si è reso necessario per Gesù: perché ? Una ovvia conclusione e che Gesù non fosse davvero in grado di proseguire il cammino con quel peso sulle spalle. (Secondo alcuni calcoli desunti da ritrovamenti, il patibulum poteva pesare anche 70 chilogrammi). Se guardiamo alla Sindone, la flagellazione, condotta con tanta ferocia e diffusa praticamente su tutto il corpo, aveva notevolmente indebolito il pur forte corpo dell’Uomo della Sindone; la flagellazione aveva probabilmente provocato anche il versamento di sangue nel cavo pleurico con aumento della pressione nella cavità stessa e conseguenti fortissimi spasmi.
L’aiuto da parte di un’altra persona diventava assolutamente indispensabile anche perché occorreva fare in fretta, per ragioni di tempo – “Era vicina la Pasqua ebraica” -, ma anche per non dover fronteggiare inutilmente un tumulto popolare che già si era palesato durante il “processo” nei confronti di Gesù.

in croce

“… Quando l’ebbero crocifisso” Mt 27,35
“… Dove lo crocifissero” Gv 19,18
“Perciò lo crocifissero …” Mc 15,24
“… là crocifissero lui e i due malfattori” Lc 23,33

“L’estrema laconicità con cui gli evangelisti riferiscono la crocifissione nasconde forse l’orrore che il terribile supplizio doveva suscitare […] Il modo della crocifissione, su cui gli evangelisti tacciono, lo si può dedurre dalle parole di Tommaso, l’apostolo incredulo: ‘Se non vedo nelle sue mani l’impronta dei chiodi…” (Gv 20,25)”.

“I giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce di sabato […] chiesero a Pilato che spezzassero loro le gambe e venissero rimossi. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe del primo  e dell’altro che erano stati crocifissi con lui. Venuti da Gesù, siccome lo videro già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con un colpo di lancia, gli trafisse il fianco e ne uscì subito sangue ed acqua.” Gv 19, 31-34

crurifragium

Al pari della “corona di spine” anche questa descrizione di Giovanni rappresenta un parallelo stupefacente, unico più che raro, con ciò che possiamo osservare sulla Sindone. L’Uomo della Sindone non subì il “crurifragium”, come ho invece notato parlando di Jehohanan ben Hagqwl; al contrario, Giovanni ci descrive il gesto di un soldato, un’azione apparentemente senza senso, non si tratta né di un atto di ostilità, neppure del colpo di grazia ma di un estemporaneo “colpo di lancia nel fianco”. Questo tipo di ferita è rinvenibile sulla Sindone.
La tradizione apocrifa conservata negli “Atti di Pilato”, indica che il colpo fu inferto nel fianco destro: nella stessa posizione rinvenibile sulla Sindone.
Anche la nota “ne uscì subito sangue ed acqua” è molto importante: “L’impronta frontale del cadavere della Sindone mostra una breccia cutanea della lunghezza di 4,5 cm e della larghezza di 1,5 cm, con il tipico aspetto di ferita da punta e taglio”.
Alcuni esperimenti condotti con l’ausilio di radiografie fatte a soggetti dalla corporatura molto simile a quella dell’Uomo della Sindone, hanno potuto dimostrare che la ferita è localizzata nel quinto spazio intercostale: da qui il cuore si trova a circa 8 centimetri di distanza. Ammesso che i romani usassero lance dalle punte lunghe più di 8 centimetri, resta improbabile che tale arma abbia direttamente colpito il cuore; se l’avesse fatto, il sangue uscito dal cuore sarebbe colato direttamente nel cavo pleurico. Abbiamo già constatato quanto fosse debole Gesù prima di essere inchiodato sulla croce, quanto le ferite della flagellazione avessero già causato forti traumi, anche interni, al punto che fu necessario l’intervento di Simone di Cirene nel trasporto del “patibulum”.
Dunque “è molto più accettabile che la ferita da punta e taglio al torace abbia fatto sgorgare del sangue che si era precedentemente raccolto nel cavo pleurico” , appunto quello che si è avuto in seguito ai colpi inferti col “flagrum”.

“Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse già morto da tempo” Mc 15,44

L’ultima descrizione di una morte per crocifissione si ha in riferimento alla condanna subita da uno schiavo turco a Damasco nel 1247: egli agonizzò per due giorni. Origene, storico del secondo secolo, attesta che “Essi [i condannati] vivono con sommo spasimo talora l’intera notte e di poi ancora l’intero giorno”. Stando al Vangelo di Marco, Gesù fu crocifisso “all’ora terza” e morì “all’ora sesta”, ebbe dunque un’agonia di circa tre ore , come conciliare questi dati apparentemente contraddittori?
“Basandosi sulle conoscenze di anatomia e delle tecniche della crocifissione, si può ricostruire il lato medico di questa forma dì esecuzione lenta in cui ciascuna ferita era in­ferta per produrre un’intensa agonia ma numerose concau­se partecipavano a determinare la morte. La flagellazione precedente serviva a indebolire il condannato e, se la per­dita ematica era considerevole, a produrre un'ipotensione ortostatica e uno shock ipovolemico (scarsa ventilazione polmonare). Quando la vittima ve­niva gettata con le spalle a terra per l'infissione delle mani, le ferite provocate dalla flagellazione si sarebbero sicura­mente riaperte e contaminate con la terra; per di più, a cia­scun atto respiratorio tali ferite avrebbero raschiato contro il ruvido legno della croce, e come risultato la perdita di sangue avrebbe continuato per tutto il tempo della crocifis­sione. [...] II maggior effetto fisiopatologico della crocifissione, se si eccettua il dolore straziante, è rappresentato dalla grossa interferenza con la normale respirazione e so­prattutto con l'espirazione. Il peso del corpo, trascinando in basso le braccia distese e le spalle, tendeva a fissare i muscoli intercostali in posizione inspiratoria e perciò a ostacolare l'espirazione passiva. Infatti l'espirazione era quasi del tutto diaframmatica e la respirazione superficia­le; è probabile che in tali condizioni questa forma di respirazione non sia sufficiente, risultando così un eccesso di anidride carbonica, che insieme ai cram­pi muscolari e alle contrazioni tetaniche dovute alle fatiche acceleri ancora di più la frequenza respiratoria. Per un’e­spirazione sufficiente sarebbe stato necessario sollevare il corpo facendo forza sui piedi, flettendo i gomiti e addu­cendo le spalle; peraltro, così facendo, il peso del corpo avrebbe gravato sul tarso producendo un immenso dolore. Per di più, la flessione dei gomiti avrebbe causato una rota­zione dei polsi intorno ai chiodi provocando quindi un forte dolore lungo i nervi mediani danneggiati. Tirando su il corpo si sarebbe causata un’ulteriore sofferenza, provocata dallo sfregamento della schiena flagellata sul ruvido legno della croce; a tale supplizio si sarebbero aggiunti i crampi muscolari e le parestesie delle braccia distese e sollevate. Come risultato, ciascuno sforzo respiratorio diventava no­tevolmente faticoso e conduceva all'asfissia. La vera causa di morte per crocifissione dipende quindi da molti fattori e varia a seconda dei casi, ma le due condizioni più impor­tanti sono probabilmente lo shock ipovolemico e l'asfissia per esaurimento; altri possibili fattori sono la disidratazione, l'aritmia da stress e l’insufficienza cardiaca congestizia - con rapido accumulo di trasudato pleurico e pericardico. Le fratture da crurifragium, se provocate, portano a morte per asfissia entro pochi minuti.”
Al di là di alcuni termini tecnici,  la “breve” agonia di Gesù descritta nei Vangeli è una ipotesi più che ragionevole, se poi si confrontano questi studi con l’immagine dell’Uomo della Sindone, ci si rende conto che dall’ipotesi si può benissimo passare alla certezza.

Possiamo allora concludere, anche se parzialmente, che, considerato il solo il carattere “storico – archeologico” dei Vangeli “tutti i particolari delle immagini della Sindo­ne non solo corrispondono, ma forniscono un riscontro vi­sibile alla narrazione dei Vangeli.
Esse confermano che l'Uomo della Sindone fu vittima di lesioni contusive, che fu flagellato, che gli venne posta sul capo la corona di spine.
Esse confermano che l'Uomo della Sindone fu inchioda­to ai polsi e ai piedi e che in questa posizione agonizzò, tentando di vincere l'avanzare della morte con cambia­menti di posizione.”

la sepoltura

Sino ad ora abbiamo “letto” la sindone nella sua immagine, evidenziando i caratteri che la legano alle scoperte archeologiche e ai Vangeli in un’ottica direi medico – legale.
Vediamo, riprendendo il discorso sul “telo”, quali sono le conferme storiche legate alla modalità di sepoltura. Se si potrà dimostrare che l’immagine dell’Uomo della Sindone, il telo e il suo contenuto diverso si possono accostare alle fonti antiche, evangeliche e non, avremmo un grado in più sulla conoscenza della data di origine del manufatto e sul suo uso, aggiungendo risposte alle iniziali domande di questo lavoro.

“L'Antico Testamento attribuisce un'estrema importanza alle sepolture. Si dovevano seppellire anche gli stranieri e i nemici; non farlo era considerato un segno di grande malva­gità. I corpi venivano inumati in tombe scavate nel terreno, oppure nella roccia. La sepoltura aveva luogo al più presto possibile, preferibilmente il giorno stesso della morte, e que­sto valeva persino per i cadaveri dei criminali.
Per quel che riguarda i condannati alla croce, valeva la nor­ma stabilita nel Deuteronomio: “ Se un uomo avrà commes­so un delitto degno di morte e tu l'avrai messo a morte e ap­peso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere sull'al­bero tutta la notte, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l'appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità” (Dt 21,22-23).
Giuseppe Flavio e Filone Alessandrino (sec. I d.C.) con­fermano la validità di questa regola ancora nella loro epoca. Per la sepoltura, secondo la Mishnah (raccolta di “opinioni rabbiniche” II sec.), si cominciava con il lavare e ungere il corpo. I potenti erano seppelliti con le loro vesti di tela. Secondo il Talmud (raccolta di testi della letteratura giudeo-rabbinica, circa 450 d.C.), anche i condannati al­la. pena capitale avevano l'omaggio di un sepolcro.
Nel 1951 a Khirbet Qumran (vicino al Mar Morto) venne trovato uno scheletro sepolto nello stesso atteggiamento dell'Uomo della Sindone e avvolto dentro un lenzuolo.
Mosè Maimonide, filosofo e giurista ebreo vissuto nel sec. XII, nella sua opera dal titolo “Ricapitolazione della Legge” fornisce un'ampia documentazione sugli usi funerari della sua gente a quell'epoca. Ancora dal Tulmud: i cadaveri dovevano essere sepolti integri; al defunto si chiudevano gli occhi; se la bocca era rimasta aperta si utilizzava un fazzoletto legato sopra la testa; il ca­davere era lavato, unto con diverse specie di aromi; capelli e peli in genere dovevano essere tagliati, quindi la salma era rivestita con le sue vesti e avvolta in una tela bianca cucita con filo di lino; il volto era coperto con un sudario.
Antonio Persili, esperto di esegesi biblica, descrivendo gli usi funerari scrive: “Si cospargevano copiosamente profumi sul banco del sepolcro; si sistemavano nella grotta dei bru­ciaprofumi. I profumi, sia liquidi (disciolti nell'olio di oli­va), sia solidi (ridotti in minutissima polvere), venivano usa­ti con grande abbondanza nei riti funerari. Quelli liquidi ve­nivano versati sulla pietra sepolcrale e sulle vesti del defun­to, quelli solidi venivano bruciati per purificare l'aria all'in­terno del sepolcro”.
La mirra, una spezia dal forte profumo e dal gusto ama­ro, era adoperata sotto forma di unguento per purificare il corpo dagli odori cattivi. Da sola o con altre sostanze, in par­ticolare I'aloe, era usata per profumare le tele (lenzuola o vesti).
L'aloe medicinale, o aloe socotrina, era un succo amaro. Forse veniva mescolata con la mirra per temperarne il forte profumo. L'uso per i cadaveri aveva lo scopo di ritardarne la corruzione.”

“[Pilato] informato dal centurione, concesse il cadavere a Giuseppe, il quale, comprato un panno di lino, fece deporre (Gesù), e lo avvolse col panno di lino e lo pose in un sepolcro, che era stato tagliato nella roccia” Mc 15,45-46
“Presero dunque il corpo di Gesù e lo avvolsero con bende insieme agli aromi, secondo l’usanza di seppellire dei giudei. Nel luogo in cui fu crocifisso c’era un orto e nell’orto c’era un sepolcro nuovo, in cui non era ancora stato posto nessuno. Là, a causa della preparazione dei giudei, dato che il sepolcro era vicino, deposero Gesù.” Gv 19,40-42
“Giuseppe quindi, prese il corpo, l’avvolse in una sindone pulita e lo depose nel proprio sepolcro, che da poco aveva scavato nella roccia” Mt 27,58

I brani sono presi dalla “Nuovissima versione della Bibbia dai testi originali”, ciò per cercare di essere il più vicini possibile all’espressione diretta degli autori evangelici. Pur nella diversa forma, tutti gli evangelisti assicurano che il corpo – cadavere – di Gesù fu deposto, avvolto in un telo , in un sepolcro nuovo, appena scavato nella roccia. L’annotazione di Marco secondo la quale Giuseppe “acquistò” il telo è molto importante: “ci fa comprendere che la festa non era ancora iniziata, altrimenti non sarebbe stato possibile trovare un negozio aperto.”
“I sinottici menzionano solo la ‘sindone’, supponendo un allestimento funebre affrettato a causa del riposo festivo sopraggiunto poco dopo la morte di Gesù”.
“Che l'Uomo della Sindone non sia stato rasato emerge dalle immagini che si osservano sul lenzuolo. Esse mo­strano un cadavere con capelli e barba fluenti. Non risulta essere stato neppure lavato, visto l'abbondanza di colatu­re e coaguli sulla cute e la presenza di altre tracce estranee, come per esempio quelle di terriccio alle ginocchia.
In sostanza solo una parte delle disposizioni tradiziona­li sulla cura del cadavere trasmesse da Mosè Maimonide [e dal Talmud –ndr-] risultano rispettate. Ciò è comprensibile, visto che la se­poltura fu affrettata e provvisoria. Affrettata per l'avvici­narsi del sabato, e Luca ricorda che al momento della se­poltura ’già risplendevano le luci del sabato,’ [Lc 23,54]. La sepoltura fu anche provvisoria, visto che la domenica mattina le donne vanno al sepolcro per la cura funeraria che non era stata effettuata in precedenza.
Quanto agli aromi, Matteo non ne fa cenno. Marco rileva che ne furono acquistati per andare a imbalsamare Gesù [Mc 16,1]. Aggiunge che furono portati da Maria Maddalena, madre di Giacomo e Salome [Mc 16,1]. Luca riferisce che nelle prime ore della domenica le donne si recano ‘al sepol­cro portando gli aromi che avevano preparato, [Lc 26,1]. Giovanni sottolinea infine che venne utilizzata una ,’mistu­ra di mirra e aloe, del peso di cento libbre – circa 33 Kg -[Gv 19,39].
In effetti, sulla Sindone sono state iden­tificate tracce di aloe e mirra.”
­
Non so se tutte le risposte che ho trovato soddisfano le domande che mi sono posto inizialmente: la sindone, cos’è, che età ha, cosa rappresenta ovvero a cosa è servita.
Di sicuro so qualche cosa di più: la sindone è un telo che ha avvolto il cadavere di un uomo flagellato e crocifisso con le stesse modalità che si ritrovano nei testi e nella documentazione archeologica del primo secolo d.C.
L’ulteriore riscontro di dati con i quattro Vangeli, pur considerati nella loro funzione di ‘testimonianza storica’, confermano, anzi aggiungono particolari e informazioni che avvalorano la tesi della datazione indicata; dimostrano anche stretta affinità con ciò che si può desumere da un’osservazione pure superficiale dell’immagine dell’Uomo della Sindone. Indicano chiaramente che il telo servì quale lenzuolo funebre, così come usuale nella sepoltura giudaica.

Riassumendo più precisamente le osservazioni condotte sull’immagine possiamo dire:
“la struttura corporea che ha lasciato le due immagini sulla Sindone risulta ben delineata sia in corrispondenza della faccia anteriore sia di quella posteriore.
Le due immagini appartengono chiaramente al medesi­mo soggetto. Hanno corrispondente architettura anatomi­ca, analogo assetto e, […] sono accostate per il capo e separate da quello che è stato definito ,’spazio epicranico’, che misura 18 cm. La struttura somatica è fis­sata in una posizione del tutto naturale.
Il capo, senza appoggi, è flesso in avanti in maniera che il volto risulta piegato verso il petto. Questa posizione for­zata fa sì che manchi l'immagine anteriore del collo, men­tre essa risulta allungata all'indietro.
Le masse muscolari del petto, del dorso, dei glutei, delle cosce e dei polpacci sono ben pronunciate. Gli arti supe­riori sono flessi a circa 100° il destro e a 90° il sinistro, in corrispondenza delle spalle.
Non è rimasta impressa l'immagine del dorso dei piedi nell'impronta anteriore, mentre si osserva assai bene la pianta in quella posteriore.
La mancanza di un preciso punto di repere (di riferimento) in corrispon­denza dei piedi nell'immagine anteriore rende difficile calcolare la statura dell'uomo della Sindone. Le difficoltà sono aumentate dal fatto che il tessuto non aveva di certo una posizione rettilinea, ma si adattava all'anatomia della faccia anteriore del corpo con sollevamenti e infossamenti. Va inoltre tenuto presente che la Sindone è stata ripiegata, spiegata, arrotolata e appesa in occasione delle ostensioni un gran numero di volte per secoli e secoli. È verosimile che essa sia oggi un po’ più lunga che in origine.
Queste sono le ragioni della difficoltà di determinazio­ne della statura dell'uomo della Sindone e le enormi diffe­renze nel computo dei diversi studiosi che hanno affronta­to il problema. [..] È probabile che il valore esatto sia da individuare in una cifra intermedia tra quelle indicate, dell'ordine dei 170 cm
Le due immagini corporee, anteriore e posteriore, dell'uomo della Sindone mostrano numerose lesioni trauma­tiche distribuite su tutta la superficie cutanea.
In corrispondenza di molte di tali lesioni si osservano macchie rosso carminio di vario assetto riferibili a spandi­menti e colature che la tradizione ha, da sempre, ritenuto di sangue.
Va segnalato il particolare rapporto tra immagini e san­gue. Infatti, al di sotto delle tracce ematiche non vi è l'im­magine, e questo prova che l'impressione delle parti ana­tomiche e delle lesioni è avvenuta in un momento cronologicamente successivo a quello in cui è stato versa­to il sangue.”

Ultimi cento anni

Nelle pagine che seguono prenderò in esame la ricerca scientifica così come si è sviluppata dalla fine del secolo scorso ad ora: le osservazioni saranno dunque frutto di analisi scientificamente condotte – pur non prive di errori – e non di comparazioni fra documenti storico – archeologici e la sindone.

le prime fotografie

Sino al 25 maggio 1898 le ricerche scientifiche condotte avevano carattere di mera osservazione visiva, da questa data le cose cambiano. Secondo Pia, un avvocato e fotografo dilettante, viene incaricato di eseguire alcune fotografie al telo sindonico. La vicenda ha il sapore di una storia romanzata con tanto di colpi di scena e risvolti farseschi.
Esposizione di arte sacra, Torino 1898, in occasione del fidanzamento del Principe Vittorio Emanuele III con la principessa Elena di Montenegro. Durante questo evento si decide un’ostensione pubblica della sindone; Natale Noguier de Malijay, salesiano, professore di fisica e chimica, ebbe l’idea di fotografare il telo e la sottopose ad Umberto I, il re in un primo tempo rifiutò decisamente, poi, sempre più incalzato acconsentì all’esperimento.
Fu incaricato Secondo Pia, un avvocato con la passione per la fotografia. I mezzi, le attrezzature e le tecniche di quel tempo non permisero una facile realizzazione, tant’è che il primo tentativo, compiuto il 25 maggio stesso, fallì miseramente a causa del calore eccessivo delle lampade usate per illuminare tutto il telo: gli schermi di vetro, messi a protezione della sindone, andarono letteralmente in frantumi.
Due giorni dopo Pia ci ritentò e questa volta ebbe successo, o almeno, le difficoltà occorse furono superate. Portò le lastre nel suo gabinetto fotografico, a casa sua, e subito iniziò il trattamento chimico per lo sviluppo. A poco a poco l’immagine si formava, e con la stessa lentezza, ma inesorabilmente, aumentava in Pia l’eccitazione per il fenomeno che stava osservano: “sulla negativa avrebbe dovuto apparire soltanto un’inversione delle luci e delle ombre rispetto alla realtà. Le zone chiare avrebbero dovuto risultare scure e viceversa, la destra doveva apparire a sinistra e questa a destra. […] Invece qui, sulla negativa c’era l’immagine positiva, reale.”
Gli aneddoti a questo punto si sprecano,  uno dei più diffusi è quello che racconta di Pia uscire dalla camera oscura con la lastra ancora bagnata in mano, il tremore alle mani, forte per l’emozione, fece scivolare la lastra che risciò di cadere a terra, la qual cosa avrebbe vanificato ogni suo lavoro.
Nella realtà lo stesso Pia afferma: “Rinserrato nella mia camera oscura e assorto nel mio lavoro, provai un’emozione fortissima allorché, durante lo sviluppo, vidi apparire per la prima volta, sulla lastra, il Santo Volto, con tale chiarezza che ne rimasi stordito”.
Come naturale, Pia si chiese a cosa attribuire quel fenomeno, fece anche delle copie in positivo del negativo ottenuto e le confrontò con l’immagine sindonica, scartò ogni ipotesi di errore accidentale giungendo infine alla conclusione  che ciò che appariva sul negativo era ciò che la macchina aveva ripreso dal tessuto. Il buon avvocato si chiese anche chi avesse mai riprodotto sul telo una figura con siffatte caratteristiche: l’ipotetico artista avrebbe dovuto conoscere il fenomeno del negativo fotografico molto prima che venisse effettivamente codificato da Talbot nel 1840.
Presentati i suoi risultati, Pia non fu da tutti creduto e si suppose un artefatto. Bisognerà attendere il 1931 quando Giuseppe Enrie realizzò un’altra serie di fotografie confermando la straordinaria caratteristica di negativo fotografico dell’impronta sindonica e dando così inizio ad una ricerca sempre più approfondita per stabilire quali fossero le cause che generarono l’immagine.
Una delle conseguenze più importanti di questa caratteristica è che “per una lettura più immediata della Sindone è meglio riferirsi al negativo fotografico”.
Sempre in relazione al negativo fotografico, ben presto si osservò un altro particolare di notevole importanza: le macchie che da sempre la tradizione attribuiva essere di sangue, sul negativo appaiono negative, mentre sul positivo appaiono positive, esattamente come qualsiasi altra immagine fotografica; in seguito questo fatto fu chiarito con la constatazione che effettivamente in quelle zone vi era apporto di materiale ematico e che sotto di esso l’immagine non compariva.

Una teoria sulla formazione dell’immagine

Negli “Atti del Convegno Nazionale di Studi sulla Santa Sindone” tenutosi a Torino nel 1939 vengono riportati, tra gli altri, le indagini di carattere merceologico condotte da Timossi nel 1931; nello stesso Convegno si discutono e verificano le prime ipotesi di formazione dell’immagine anche in riferimento ai lavori di Paul Vignon, biologo docente alla Sorbona, che fin dal 1900 aveva elaborato la cosiddetta teoria “vaporigrafica”.
Paul Vignon “osservò che il chiaroscuro delle impronte sindoniche varia di intensità nei diversi punti in rapporto alla presunta distanza fra la tela e il corpo che vi fu avvolto. Ciò sarebbe stato provocato dai vapori ammoniacali, formatisi per alterazione dell'urea con­tenuta nel sangue e nel sudore, che avrebbero impressionato, in proporzione inversa alla distanza, la tela cosparsa di aromi sensibili come I'aloe.
La teoria vaporigrafica fu ripresa da Michel Adgé, pro­fessore di chimica, mentre Giovanni Imbalzano, professore di matematica e fisica, propose l’ipotesi di una termografia con effetti vaporigrafici. Ma c'è una difficoltà da superare. La diffusione dei vapori, infatti, non è ortogonale ma diretta in tutti i sensi; inoltre il quantitativo di sudore presente sul corpo non era uniformemente distribuito né sufficiente per determinare un'impronta estesa e uniforme come quella sindonica.
[…] Inoltre nell'ipotesi di Vignon ci do­vrebbe essere una differenza fra l'impronta dorsale e quella frontale, che invece nell'immagine sindonica hanno identi­che caratteristiche.
Le indagini condotte dagli scienziati americani nel 1978 han­no evidenziato un'ulteriore difficoltà per questa teoria: l'im­magine è solo superficiale, mentre i vapori ammoniacali pe­netrerebbero nei fili della stoffa. Gli esperimenti condotti han­no fornito risultati imprecisi.”
Nel corso degli studi successivi si sono aggiunte altre difficoltà nell’accettazione della teoria vaporigrafica: la principale è che l'idrolisi dell'urea in un ambiente come la tomba dove sarebbe stato deposto l'Uomo della Sindone sarebbe stata estremamente lenta, e avrebbe potuto essere accelerata solo dalla presenza di un enzima secreto da certi batteri, condizioni che non avrebbero potuto verificarsi se si ammette che il corpo rimase nel sepolcro solo alcune ore, cioè non ci sarebbe stato tempo per il lento processo di produzione dell'ammoniaca, né tanto meno per la proliferazione dei batteri durante la decomposizione del cadavere, decomposizione che però non può esserci stata perché avrebbe inevitabilmente lasciato tracce sul lenzuolo.
Una seconda difficoltà risiede nel fatto che la formazione dell’immagine per diffusione di vapori non produce strinature sul tessuto , né visibiltà all’ultravioletto nella parte rovescia dello stesso; caratteristiche queste rinvenute sulla sindone.
Intorno agli anni ’50 si moltiplicarono le teorie e gli esperimenti per capire e dimostrare la formazione dell’immagine; continuarono con tenacia sino agli anni ’80, per poi ridursi senza mai essere completamente abbandonati. I risultati ottenuti da queste diverse teorie sono comparabili solo parzialmente: nessun esperimento ha ottenuto un’immagine che presenti contemporaneamente tutte le caratteristiche proprie della sindone.


G. Ghiberti - U. Casale DOSSIER SULLA SINDONE  Queriniana 1998

Ibidem

Ibidem

G. Ghiberti - U. Casale DOSSIER SULLA SINDONE” Queriniana 1998

G. Ghiberti - U. Casale DOSSIER SULLA SINDONE” Queriniana 1998

N. Balossio L’IMMAGINE DELLA SINDONE – Ricerca fotografica e informatica ELLE DI CI 1997

G. Ghiberti - U. Casale DOSSIER SULLA SINDONE” Queriniana 1998

O. Petrosillo – E. Marinelli LA SINDONE – Storia di un enigma Rizzoli 1998

Ibidem

M.G. Siliato SINDONE Piemme 1997 (Vedi anche immagini in APPENDICE)

E. Marinelli LA SINDONE Un’immagine impossibile San Paolo 1996

E. Marinelli LA SINDONE Un’immagine impossibile San Paolo 1996

J. Jeremias GERUSALEMME AL TEMPO DI GESU’  Dehoniane 1989

P. B. Bollone SINDONE – LA PROVA Mondadori 1998

E. Marinelli LA SINDONE Un’immagine impossibile San Paolo 1996

P. B. Bollone SINDONE – LA PROVA Mondadori 1998

Vedi illustrazione

Vedi immagine

P. B. Bollone SINDONE – LA PROVA Mondadori 1998

E. Marinelli LA SINDONE Un’immagine impossibile San Paolo 1996

Il dubbio deriva da scarse notizie in proposito

Cicerone, IN VERREM e in PRO RABIRIO sostiene che, data la crudeltà, questo supplizio non poteva mai essere applicato a cittadini romani.

L’esagerazione dei numeri può derivare da esagerazioni nelle descrizioni epiche degli avvenimenti

Bréhant, articolo apparso su “La presse Médicale” citato da Bollone.

O. Petrosillo – E. Marinelli LA SINDONE – Storia di un enigma Rizzoli 1998

G. Zaninotto LA CROCIFISSIONE NEGLI SPETTACOLI LATINI, da B. Bollone o.c. – Vedi anche figura

F. F. Bruce ROTOLI E PERGAMENE Piemme 1994

Di tutto o parte del Nuovo Testamento si contano circa 5000 manoscritti

Si vedano ad es. i lavori di C. P. Thiede, J. O’Callaghan citati in Bibliografia

P. B. Bollone SINDONE – LA PROVA Mondadori 1998

A. Sisti MARCO in NUOVISSIMA VERSIONE DELLA BIBBIA Paoline 1984

Vedi ad esempio Mt 27,24

A. Lancellotti MATTEO in NUOVISSIMA VERSIONE DELLA BIBBIA Paoline 1984

P. B. Bollone SINDONE – LA PROVA Mondadori 1998

Ibidem

Occorre sottolineare che la cronologia marciana è dettata più da intenti teologici che non storici, vi è infatti discrepanza con ciò che indica Giovanni a riguardo dell’inizio del “processo” – “era quasi l’ora sesta” Gv 19,14. Se si considerano gli altri avvenimenti a contorno, mancanza di “crurifragium”, fretta nel togliere il cadavere dalla croce, prossimità della Pasqua, l’agonia di Gesù è comunque da considerarsi breve

Edwards – Wesley – Gabel – Hosmer riportati da B. Bollone o.c.

P. B. Bollone SINDONE – LA PROVA Mondadori 1998

E. Marinelli LA SINDONE Un’immagine impossibile San Paolo 1996

Per una migliore comprensione dei diversi vocaboli usati dagli evangelisti per identificare il telo, vedi in appendice SINDON OTHONIA

A. Sisti MARCO in NUOVISSIMA VERSIONE DELLA BIBBIA Paoline 1984

A. Lancellotti MATTEO in NUOVISSIMA VERSIONE DELLA BIBBIA Paoline 1984

P. B. Bollone SINDONE – LA PROVA Mondadori 1998

P. B. Bollone SINDONE – LA PROVA Mondadori 1998

Due fari da circa 1000 “candele”, mentre le lastre fotografiche erano di formato 50 x 60 cm

E. Marinelli LA SINDONE Un’immagine impossibile San Paolo 1996

N. Balossino L’IMMAGINE DELLA SINDONE, ELLE DI CI 1997

E. Marinelli LA SINDONE Un’immagine impossibile San Paolo 1996

Bollone non è totalmente concorde: l’ipotesi di qualche effetto della mirra e dell’aloe sulla cellulosa delle fibre di tessuto non è da scartare, queste sostanze, rinvenute sul telo, possono produrre alterazioni anche colorate.
Resta la questione della visibilità all’ultravioletto.

Vedi in appendice SINOSSI DELLE TEORIE SULLA GENESI DELLA SINDONE

 

Fonte: tratto da http://anteprima.qumran2.net/aree_testi/studi/sindone.zip/sindone.doc

Sito web da visitare: www.qumran2.net

Autore del testo: vari vedi documento originale

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