Liturgia

 


 

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Liturgia

 

LITURGIA: il nome

 

Diamo inizio con questo articolo ad una serie di riflessioni sulla Lilurgia, alla ricerca della sua natura, dei suoi contenuti delle sue espressioni. Essa è il culmine e la fonte di tutta la vita della Chiesa (SC 10); merita di essere conosciuta e amata convenientemente.

Tanto per iniziare: quasi quotidianamente facciamo uso del termine Liturgia; qual è l'origine e il significato di questa parola? Proviamo a ricercarne le radici etimologiche e storiche dal suo comparire nell'uso civile classico, fino ai giorni nostri.

 

Perché "liturgia"?

Nell’uso civile. Nella lingua greca classica, cui appartiene, il termine Liturgia è composto dalla radice leit (da laós = popolo) e ergon (ergazomai = agire, operare). Il termine così composto significa direttamente «opera-azione per il popolo». In genere un'opera pubblica, tanto che il verbo leitourgein veniva usato per indicare il compimento di pubblici incarichi nella città o nello Stato.

Originariamente, dunque, il termine Liturgia ebbe un uso civile e significava un servizio pubblico, liberamente assunto, in favore del popolo. Potevano essere le feste o i giochi che determinate famiglie approntavano per la collettività; oppure l'armamento di una nave in caso di guerra.

Nell'epoca ellenistica il termine Liturgia perse il suo carattere originario di gratuità e di pubblicità e venne ad indicare un servizio, sia oneroso sia volontario, fatto alla comunità o anche ad un padrone.

Nell’uso religioso-cultale. Sempre in epoca ellenistica, si iniziò ad indicare con Liturgia il servizio che si deve rendere agli dei, soprattutto nelle religioni dei misteri, da persone a ciò deputate. Con questo senso tecnico di «servizio di culto che si deve a Dio», Liturgia comparirà anche nella traduzione greca dell'AT per affermarsi poi anche nel Cristianesimo.

 

L’uso biblico di "Liturgia"

Verso l'anno 200 avanti Cristo, ad Alessandria d'Egitto fu tradotta la Bibbia dall'originale ebraico in greco, ad opera dei cosiddetti Settanta (per questo comunemente indicata con il segno numerico LXX).

Nell 'Antico Testamento. Nel testo greco dell'Antico Testamento il termine Liturgia compare circa 170 volte. Esso traduce due verbi ebraici. sherèt e abhàd. I LXX, tuttavia, nella traduzione seguirono questo accorgimento: ogni volta che i due termini ebraici erano riferiti al culto prestato a IHWH dai sacerdoti e dai leviti nel tempio, vennero costantemente tradotti con Leitourgia. Quando invece i medesimi termini ebraici indicavano il culto reso a IHWH dal popolo, vennero tradotti con latria e dulia.

E' evidente che i LXX, con questo accorgimento linguistico, vollero dare alla parola Liturgia un significato tecnico ufficiale di «culto levitico» prestato da una particolare categoria di persone secondo un cerimoniale stabilito nei libri sacri della Legge. Liturgia era la forma migliore e più elevata del culto reso al Signore da parte di persone proprio per questo scelte e consacrate.

Nel Nuovo Testamento. Il termine Liturgia ricorre soltanto 15 volte nel Nuovo Testamento: 5 volte con un significato profano, 4 volte in senso rituale-sacerdotale secondo l'AT, solo 3 volte in senso di culto spirituale (Rm 15,16; Fil 2,17) e di culto rituale cristiano (At 13,2).

In Rm 15,6, l'Apostolo Paolo si dichiara ministro-liturgo di Cristo; la predicazione del Vangelo è per Paolo un'azione liturgico-sacerdotale perché ha come scopo l'offerta dei pagani come sacrificio gradito a Dio. In Fil 2,17 Paolo dichiara di essere pronto a «essere versato in libazione sul sacrificio e sulla Liturgia della fede» dei Filippesi.

Solo in At 13,2(“Mentre essi facevano Liturgia al Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse...") possiamo trovare il significato più vicino a quella che poi sarà chiamata «Liturgia cristiana»: la preghiera comunitaria della comunità cristiana.

Viene da chiedersi: perché un uso cosi limitato, nel Nuovo Testamento, di un termine cosi prestigioso nella tradizione dell'antica alleanza? Stessa sorte toccò anche alla parola «sacerdozio». Il motivo è semplice: perché la nuova economia salvifica inaugurata da Cristo doveva «completare» le antiche istituzioni, senza sopprimerle (Mt 5,17). Il compimento-completamento portato da Cristo al culto dell'antica alleanza sta nella linea indicata dai profeti. Essi avevano duramente contestato la liturgia levitica, ridotta a esteriorità e formalismo, ed avevano tenuto desta l'idea che tutto il popolo di Dio è un regno di sacerdoti e nazione consacrata per un culto spirituale: «Ascolterete la mia voce, osserverete la mia alleanza» (Es 19,6). Da qui la contestazione del culto materiale (Ger 7,22-23; Amos 5,25) e la riaffermazione di un culto spirituale (Os 6,6; Dan 3,39-41; Sal 39,7-9; 50,17-19; Mich 6,l -8).

Si comprende così come l'antico significato di Liturgia (templare, sacerdotale-levitico) fosse piuttosto riduttivo per gli Autori neotestamentari, tanto da costringerli a farne un uso piuttosto limitato; preferirono di gran lunga parlare di latria, dulia intesa come culto sacerdotale-spirituale di tutto il popolo della nuova alleanza.

 

 

"Liturgia " in epoca patristica.

Nell'Occidente latino il termine Liturgia non riuscì cosi presto a liberarsi del significato negativo che si portava dietro a seguito della tradizione veterotestamentaria. Basti pensare che nella Chiesa postapostolica, mentre si traslitterano dal greco in latino molte parole (es. Episcopus, Presbyter, Diaconus, Apostolus, Propheta, Eucharistìa ecc.), per Liturgia si fa ricorso ad espressioni come officium, ministerium, servitium. L'Oriente greco conservò invece il termine Liturgia, ma per indicare l'azione cultuale per eccellenza del popolo cristiano, cioè la liturgia eucaristica.

Occorre attendere il secolo XVI, a seguito della riscoperta della classicità greca in Occidente, per veder comparire di nuovo il termine Liturgia. Si scrivono libri sulla Liturgia greca, sulla Liturgia latina (intesi come riti e formulari relativi alla Messa).

Nel linguaggio ecclesiastico ufficiale latino il termine Liturgia comincia ad apparire solo nella prima metà del secolo XIX con Gregorio XVI (1832) e con Pio IX (1864). Diventa usuale con san Pio X (1903). Per Liturgia si intende la ritualità cerimoniale e rubricale. Nei seminari si insegna la Liturgia ma tale insegnamento consiste nello spiegare le cerimonie e le rubriche dei libri liturgici.

 

"Liturgia" nell'epoca moderna.

Con gli inizi del secolo XX il termine Liturgia man mano che se ne fa un uso sempre più frequente, vede evolvere il proprio significato. L'uso più comune, come dicevamo, intende la Liturgia come la parte esterna e sensibile del culto cristiano, mirante a rivestire il culto stesso di forme esteriori che allo stesso tempo fossero capaci di esaltarne il contenuto di fede per renderlo più facilmente percepibile ed esteticamente godibile. A questo significato rubricale, subentrò in seguito un significato più giuridico intendendo per Liturgia la somma delle norme con le quali l'autorità della Chiesa regola la celebrazione del culto

Con la nascita del movimento liturgico e con l'opera di valenti studiosi delle fonti liturgiche, Liturgia acquista valenze sempre più ecclesiali, teologiche, spirituali. Essa esprime il «culto della Chiesa», continuazione del culto di Cristo (Beauduin: 1873-i960). Nel 1914 nasce Rivista liturgica a cura dei benedettini di Finalpia e si incomincia a parlare di «teologia liturgica».

Un impulso decisivo viene dato da Odo Casel (1886-1948) che vede la Liturgia come «l'azione rituale dell'opera salvifica di Cristo, ossia la presenza, sotto il velo di simboli, dell'opera divina della redenzione». Con Casel si ha quasi una rivoluzione copernicana del concetto di Liturgia: essa non è anzitutto un “culto” con cui l'uomo cerca un contatto con Dio attraverso l'offerta del suo omaggio e della sua adorazione; al contrario, Liturgia è un momento dell'azione salvifica di Dio sull'uomo di modo che questi, una volta assunto nel mistero di Cristo reso presente nel rito, possa lodare e adorare Dio «in Spirito e Verità».

Pio XII, con la Mediator Dei (1947), si inserisce nel dibattito teologico avviato dal movimento liturgico tra le due grandi guerre. Per l'enciclica la Liturgia è l'esercizio del sacerdozio di Cristo, è il culto pubblico totale del corpo mistico di Cristo, capo e membra. Anche Pio XII sottolinea che la Liturgia , prima di essere l'azione della Chiesa verso Dio, è l'azione di Cristo nella Chiesa, così che la Liturgia precede la Chiesa con priorità di natura e di logica, in quanto la Chiesa prima è soggetto passivo della Liturgia, poi ne diventa soggetto attivo. Si insinua il concetto secondo cui è anzitutto la Liturgia a fare la Chiesa, mentre la Chiesa fa (celebra) la Liturgia.

 

La “Liturgia” nel Vaticano II

Il Vaticano II costituisce un autentico spartiacque circa la nozione di Liturgia. Sappiamo che, per esplicito volere di Giovanni XXIII, la Liturgia doveva essere il primo e principale argomento da discutere in Concilio. Pertanto, il primo documento approvato dal Vaticano II fu proprio la costituzione Sacrosanctum Concilium su la sacra liturgia (4.12.1963).  La costituzione  titurgica,  da una parte,  segue sostanzialmente l'impronta data da Mediator Dei alla Liturgia: la prosecuzione del mistero dell'incarnazione, uno strumento per unire l'uomo a Dio e Dio all'uomo.

D'altro canto, Sacrosanctum Concilium introduce notevoli sviluppi al concetto di Liturgia:

 

a.      Anzitutto il concetto e la realtà del mistero pasquale: l'opera di Cristo, compiuta una volta per sempre nel tempo della sua incarnazione e della sua Pasqua, ora si attua nel mistero della Chiesa. La Liturgia è la continuazione-attuazione del culto perfetto che Cristo ha prestato, nella sua umanità, al Padre. Nell'azione cultuale è Dio stesso che nella mediazione di Cristo e nella santificazione dello Spirito opera la «divinizzazione» dell'uomo in Cristo e nello Spirito.

 

b.      La Liturgia è l'esercizio dell'opera sacerdotale di Cristo attraverso segni significativi ed efficaci. In forza dei «santi segni», il culto perfetto che Cristo ha reso al Padre con la sua umanità, viene ora offerto in forma «sacramentale» da tutta l'umanità redenta. Nella Liturgia si attua cosi l'azione sacerdotale di Cristo: dare gloria al Padre operando la santificazione dell'uomo.

A modo di conclusione, possiamo offrire una espressione riassuntiva del concetto di Liturgia: essa è un'azione sacra attraverso la quale, con un rito, nella Chiesa e mediante la Chiesa, viene esercitata e continuata l'opera sacerdotale di Cristo, cioè la santificazione degli uomini e la perfetta glorificazione di Dio.

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, introducendo la parte seconda dedicata alla Celebrazione del mistero cristiano, si domanda: che cosa significa il termine Liturgia? Ed offre questa risposta:

“Il termine «Liturgia» significa originariamente «opera pubblica», «servizio da parte del/e in favore del popolo». Nella tradizione cristiana vuole significare che il Popolo di Dio partecipa all'«opera di Dio» (cf Gv 17,4). Attraverso la Liturgia Cristo, nostro Redentore e Sommo Sacerdote, continua nella sua Chiesa, con essa e per mezzo di essa, l'opera della nostra Redenzione" (CCC 1069).

Il termine «Liturgia» nel Nuovo Testamento è usato per designare non soltanto la celebrazione del culto divino (cf At 13,2; Lc 1,23), ma anche l'annunzio del Vangelo (cf Rm 15, 16; Fil 2, 14-17.30) e la carità in atto (cf Rm 15,27; 2 Cor 9,12; Fil 2,25).In tutti questi casi, si tratta del servizio di Dio e degli uomini. Nella celebrazione liturgica, la Chiesa è serva, a immagine del suo Signore, l'unico «Liturgo» (cf Eb 8,2.6), poiché partecipa del suo sacerdozio (culto) profetico (annunzio) e regale (servizio della carità)" (CCC 1070).

“Opera di Cristo, la Liturgia è anche azione della sua Chiesa. Essa realizza e manifesta la Chiesa come segno visibile della Comunione di Dio e degli uomini per mezzo di Cristo. Impegna i fèdeli nella Vita nuova della Comunità. Esige «che i fedeli vi prendano parte consapevolmente, attivamente e fruttuosamente»" (CCC 1071).

 

Fonte: http://www.niccolov.it/dispense/Liturgia.zip

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

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Liturgia, attuazione dell'opera della redenzione (SC 2).

La riforma liturgica voluta dal Vaticano II ha permesso di superare una visione rubricistica di Liturgia, intesa per lo più come un insieme di cerimonie da applicare con scrupolosa esattezza, per acquisire invece una visione che potremmo chiamare misterica e che consiste nell’intendere la Liturgia come azione divina che viene affidata con grande amore alla diletta Sposa di Cristo, la Chiesa, affinché questa possa offrire a tutti i suoi figli, nel corso del tempo, i misteri salvifici del nostro Redentore.
A questo punto del nostro Corso di introduzione alla Liturgia, dopo aver visto la parte storica, è giunto il momento di occuparci della sua natura rispondendo alla domanda: che cosa è la Liturgia?
Come doveroso, seguiremo le indicazione di Sacrosanctum Concilium che, proprio in apertura, dice: «La Liturgia infatti, mediante la quale, soprattutto nel divino sacrificio dell'Eucaristia, “si attua l'opera della nostra redenzione”…» (SC 2).

Liturgia: attuazione dell’opera della redenzione.
L'opera della redenzione è l'attuazione del disegno di Dio, il quale "vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1 Tim 2,4).
Un tale progetto di salvezza è rivelato e attuato in diversità di modi e di tempi, secondo le indicazioni della Lettera agli Ebrei: «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. (Eb 1,1-2).
Si parla di tempi e di modi diversi:
* diversità di tempi. La storia della salvezza si è sviluppata secondo un susseguirsi di tempi così articolati: il tempo della "profezia" nel quale Dio parla ai padri per mezzo dei profeti rivelando gradualmente il suo eterno mistero di amore; il tempo della "pienezza" o tempo di Cristo nel quale la salvezza da annuncio per gli uomini (Verbo), si fa realtà negli uomini (Carne): è il tempo del "Verbum-caro" (Gv 1,14) e della pienezza dei tempi ("kairoi": Gal 4,4; Rm 16,25-27; 1 Tm 3,16; At 1,7;); il tempo della "prosecuzione" nella Chiesa mediante la quale l'evento “storico” di Cristo diventa evento “sacramentale” per gli uomini di tutti i tempi.
* diversità di modi. E’ la fase della religione naturale e del suo ambito culturale; segue la fase della religione rivelata, prima ebraica, poi cristiana.
Una sintesi di questo procedimento di salvezza è descritto da Efesini 1,13: “In lui anche voi dopo aver ascoltato (akoùsantes) l'Evangelo della vostra salvezza, e aver in esso creduto (pistéusantes), avete ricevuto il sigillo (esphragìsthête) dello Spirito Santo”.
La liturgia diventa indispensabile cerniera tra il tempo di Cristo e il tempo della Chiesa; tra la storia della salvezza compiuta da Cristo per noi e la storia della salvezza attualizzata da Cristo in noi nell'azione santificante dello Spirito Santo. Una tale liturgia si presenta come:

  • momento-sintesi: unisce annuncio e avvenimento; ciò che è avvenuto “una volta per sempre” (ephàpax: Rm 6,10; Eb 7,27; 9,12.26; 10,10.12.14), diventa “ogni volta” (osàkis: 1 Cor 11,26) presente-attuale-efficace qui-per-noi; ciò che è avvenuto “diacronicamente” (= lungo il tempo) nel tempo storico di Cristo, si attua “sincronicamente” (= stesso tempo) nell'azione sacramentale della Chiesa;
  • momento ultimo: la Liturgia è la via ordinaria, fino alla parusìa, nella quale Dio incontra e salva l'uomo mediante l'economia sacramentale, congiuntamente composta di annuncio e sacramento?.
  • anamnesi: è il "memoriale" nella sua componente tridimensionale che, mentre rende attuali? oggi gli avvenimenti salvifici compiuti da Dio nel passato (1 Cor 11,24), ne anticipa al tempo stesso il loro compimento futuro nella parusìa.
  • epiclesi: è "invocazione"? dello Spirito perché compia oggi nella Chiesa ciò che Cristo ha attuato una volta per sempre nel suo tempo storico secondo la volontà del Padre. "Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa" (SC 5). Ecco perché è possibile che nella Chiesa e mediante l'azione liturgico-sacramentale della Chiesa sia attuata “oggi”, “ogni volta”, l'opera della nostra redenzione (SC 2). In forza dell’azione santificante e attualizzante dello Spirito, la fede dei partecipanti è alimentata, le menti sono sollevate verso Dio per rendergli un culto spirituale, si riceve con più abbondanza la sua grazia (SC 33), ci è dato il pegno della gloria futura.?
  • anticipazione: già si pregusta qui quanto dovrà compiersi nella celeste liturgia nel Regno (2 Cor 1,22; 5,5).

A differenza degli altri culti, dunque, il culto cristiano non è iniziativa umana a cui Dio presti la sua potenza, ma piano di salvezza del Padre, volontà di Cristo fondatore, obbedienza piena e gioiosa della Chiesa animata dallo Spirito alla volontà del Maestro. Nel mistero del culto, per la mediazione del gesto sacramentale, l'evento di Cristo e la storia dell'uomo si compenetrano e si compongono in unità: il sacrificio di Cristo si completa nel sacrificio dei suoi discepoli (cfr SC 48).
Pertanto, prima ancora di essere azione del popolo per il suo Dio, la Liturgia è essenzialmente azione di Dio per il suo popolo. La Liturgia, nella sua natura più profonda, è essenzialmente: azione trinitaria, azione cristologica, azione ecclesiale, azione antropologica.

Azione trinitaria.
La Liturgia, in quanto attuazione dell’opera della redenzione, è un’azione divina che vede congiuntamente operanti le tre divine Persone della santa Trinità.
Il Padre vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (1 Tm 2,4); dopo aver parlato in più modi e a più riprese ai padri per mezzo dei profeti (Eb 1,1), nella pienezza dei tempi ha inviato il suo Figlio, il Verbo fatto carne, per annunziare e attuare il suo disegno di salvezza universale.
Il Figlio è il Verbo fatto carne (Gv 1,14) che, unto di Spirito Santo, viene ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti, medico dei corpi e dello spirito, Mediatore tra Dio e gli uomini. La sua umanità, nell’unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza. Nel Figlio avviene la nostra perfetta riconciliazione con il Padre e ci è data la pienezza del culto divino. In forza della sua pasqua di morte-risurrezione, il Figlio redime l’uomo, dà gloria al Padre, genera dalla croce il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. Invia anche gli Apostoli ad annunziare il Vangelo e ad attuare, nei sacramenti, l’opera di salvezza che annunziavano.
Lo Spirito Santo, che ha generato nel seno della Vergine Maria il Verbo eterno del Padre, continua a generare nel seno della Chiesa il Corpo mistico di Cristo conferendogli la dignità filiale che permette di adorare Dio col nome di Padre (Gal 3,16; Rm 8,15), in Spirito e Verità (Gv 4,23-24). Lo Spirito convoca i figli del Padre in assemblea liturgica attorno al Figlio risorto e assicura il pegno della gloria futura (2 Cor 1,22; 5,5; Rm 8,23).
Tutta la Liturgia è dunque pervasa da questa presenza trinitaria che attiva nella Chiesa un duplice movimento storico-salvifico: discendente o santificante (dal Padre, per Cristo, nello Spitrito) e ascendente (nello Spirito, per Cristo, al Padre).?

Azione cristologica.
Nell’agire liturgico il soggetto principale, il vero Liturgo, è Cristo che dà forza e significato sia all’agire del ministro celebrante (in quanto segno sacramentale del Cristo Capo e Pastore del suo popolo), sia all’agire dell’assemblea celebrante (in quanto corpo sacerdotale del Cristo risorto). Con la sua risurrezione-glorificazione, infatti, Cristo non solo non abbandona la sua Chiesa, ma continua ad esserle sempre presente-operante in una duplice forma: come Signore Risorto che nella liturgia celeste intercede incessantemente per noi presso il Padre (Eb 7,25; Rm 8,34); come Liturgo dell’assemblea celebrante dal momento che Egli continua ad essere presente nella persona del ministro (quando Pietro battezza è Cristo che battezza), nella proclamazione della Parola (è Lui che parla quando nella Chiesa si annunziano le Scritture), nell’assemblea celebrante (dal momento che il Cristo ha promesso di essere presente dove due o tre sono riuniti nel suo nome: Mt 18,20), nelle azioni sacramentali ed in modo del tutto speciale nelle specie eucaristiche.

 

Azione ecclesiale.
Il Vaticano II ha definito la Liturgia come azione sacra per eccellenza in quanto è congiuntamente opera del Cristo Capo e del suo corpo sacerdotale che è la Chiesa.Perciò nessun’altra azi8one della Chiesa allo stesso titolo e allo stesso grado ne uguaglia l’efficacia (SC 7). Questa preghiera diventa la preghiera del Cristo totale: cioè la preghiera del Cristo Capo-Sposo che associa a sé la Chiesa suo Corpo-Sposa nell’azione di grazie al Padre nello Spirito.
Nella Liturgia, pertanto, ci è dato di partecipare all’esercizio del sacerdozio di Cristo. In questa azione così grande di glorificazione di Dio e di santificazione dell’uomo, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua Sposa amatissima, la quale nello Spirito prega il suo Signore e rende culto al Padre.
Dal momento che non esistono due Chiese, una celeste ed una terrena, ma un’unica Chiesa che tuttavia partecipa allo stesso tempo sia del desiderio saziato, sia della richiesta con gemiti (s. Agostino), anche l’attuale Liturgia terrena non è affatto separata da quella celeste. Noi già partecipiamo ad essa in qualche modo e ad essa siamo incamminati come pellegrini nell’attesa della venuta (= Parusia) del Signore nostro Gesù Cristo.
A motivo di questa sua importanza, la Liturgia è per la Chiesa momento culmine e fonte di ogni sua attività: è momento culmine perché ogni opera di evangelizzazione tende necessariamente all’Eucaristia quale punto di arrivo dell’annuncio evangelico; è momento fontale perché spinge a tradurre nella vita quanto si è ricevuto nella fede. La Liturgia, per essere vera e completa azione ecclesiale, deve prolungarsi nella carità-missione.
In quanto azione ecclesiale la Liturgia non è un accessorio nella vita della comunità battesimale; non permette trascuratezze o superficialità. Resta congiuntamente e inseparabilmente un’azione divina e umana, visibile ma dotata di dimensioni invisibili, impegnata nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina; e tutto questo, però, in modo tale che quanto in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, il presente alla città futura alla quale tendiamo (SC 2).

Azione antropologica.
La Liturgia non è solo azione di Cristo e della Chiesa, ma è allo stesso tempo anche un’azione pienamente umana, nel senso che esige da noi che vi partecipiamo una adesione totale di mente e di corpo, una partecipazione attiva, piena, consapevole, fruttuosa (SC 11).
Nella Liturgia non c’è niente di magico o di casuale; richiede piuttosto rettitudine di coscienza, concordia tra mente e voce (S. Benedetto: mens concordet voci), cooperazione con la grazia ricevuta in dono, osservanza delle leggi liturgiche.
La Liturgia è un diritto-dovere di ogni cristiano: diritto nel senso che tale dignità di partecipazione scaturisce dalla natura sacerdotale di ogni battezzato, dovere nel senso che dobbiamo anche esercitare in maniera piena e attiva ciò che spetta di diritto.
Come ben la definì S. Pio X, la Liturgia è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possano attingere il genuino spirito cristiano. Necessita per questo di una adeguata formazione: in primo luogo dei pastori e di coloro che sono chiamati a dirigere le comunità. Non si può pretendere una attuazione della riforma liturgica se gli stessi pastori d’anime non siano penetrati, loro per primi, dello spirito e della forza della Liturgia.
Né di deve credere che da sola la Liturgia esaurisca tutta l’attività della Chiesa e la vita spirituale del cristiano: essa suppone e necessita anche della preghiera personale dal momento che dobbiamo pregare incessantemente (1 Ts 5,17) e portare nel nostro corpo i patimenti di Cristo divenendo noi stessi un’offerta gradita al Padre (Rm 12,1-2).
Da quanto detto fin qui, in quanto attuazione dell’opera della nostra redenzione, a partire quindi dalla sua natura trinitaria, cristologica, ecclesiale, antropologica, la Liturgia esige alcuni comportamenti che è bene mettere subito in chiaro:

  • la Liturgia può essere regolata unicamente dall’autorità della Chiesa; «Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, aggiunga, tolga o muti alcunché di sua iniziativa, in materia liturgica» (SC 22 § 3);
  • le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è «sacramento di unità», cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei Vescovi.. Tali azioni appartengono all’intero corpo ecclesiale, lo manifestano e lo implicano (SC 26). Le celebrazioni devono avere pertanto un carattere comunitario con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli (SC 27).

 

LA LITURGIA
ESERCIZIO DEL SACERDOZIO DI CRISTO

Si cercherà qui di approfondire l’espressione di Sacrosanctum concilium 7 la quale, dopo aver detto che Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua Sposa amatissima, nell’opera così grande qual è la Liturgia, afferma: «Giustamente perciò la Liturgia è ritenuta come l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo» (SC 7).
L’espressione precisa di «sacerdozio comune» o «sacerdozio battesimale» si incontra in Lumen gentium e precisamente nel capitolo II dedicato al Popolo di Dio. Parlando della Nuova alleanza e del nuovo Popolo di Dio, così si esprimecirca il Sacerdozio comune dei fedeli: «Cristo Signore, pontefice assunto di mezzo agli uomini (cf. Eb 5,1-5), ha fatto del nuovo popolo di Dio “un regno di sacerdoti per Dio suo Padre” (Ap 1,6; cf. 5,9-10). I battezzati infatti vengono consacrati mediante la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo, per essere un’abitazione spirituale e un sacerdozio santo, e poter così offrire in sacrificio spirituale tutte le attività umane del cristiano, e annunciare i prodigi di colui che dalle tenebre li ha chiamati alla sua luce ammirabile (cf. 1Pt 2,4-10). Tutti i discepoli di Cristo quindi, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cf. At 2,42-47), offrano se stessi come oblazione vivente, santa, gradita a Dio (cf. Rm 12,1), diano ovunque testimonianza a Cristo, e rendano ragione, a chi lo richieda, della speranza di vita eterna che è in loro (cf. 1Pt 3,15).
Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano di essenza e non soltanto di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro; ambedue infatti, ognuno nel suo modo proprio, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo. Con la potestà sacra di cui è rivestito, il sacerdote ministeriale forma e dirige il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; da parte loro i fedeli, in virtù del loro sacerdozio regale, concorrono ad offrire l’Eucaristia  ed esercitano il loro sacerdozio nel ricevere i sacramenti, nella preghiera e nel ringraziamento, nella testimonianza di una vita santa, nell’abnegazione e nell’operosa carità» (LG 10).
Si parla del sacerdozio battesimale dei fedeli anche in Apostolicam actuositatem là dove si dice: «I laici vengono consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e testimoniare dappertutto Cristo» (AA 3).
Come vedremo più avanti, anche Sacrosanctum Concilium a più riprese parla del sacerdozio comune dei fedeli.

La Chiesa associata al sacerdozio di Cristo.
Cristo Signore, pontefice della nuova ed eterna alleanza, ha voluto associare e conformare al suo sacerdozio perfetto il popolo acquistato col proprio sangue (cf. Eb 7,20-22.26-28; 10,14.21). Egli, perciò, ha partecipato come dono alla Chiesa il suo sacerdozio (CD 28; PO 5.10.16; LG 10). Se si ha in comune con Cristo l’essere cristiano, si avrà in comune anche il suo sacerdozio.
Si tratta di una partecipazione di tutti, in grado diverso e con differenze essenziali: mediante il sacerdozio comune dei fedeli e mediante il sacerdozio ministeriale o gerarchico, i quali sebbene differenti per essenza e non solo per grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro nella comunione ecclesiale.
Il sacerdozio comune dei fedeli, chiamato giustamente anche sacerdozio regale (cf. 1Pt 2,9; Apoc 1,6; 5,9 s), poiché effettua il congiungimento dei fedeli, in quanto membri del popolo messianico, col loro re celeste, è conferito nel sacramento del battesimo. Il battesimo è come la prima unzione sacerdotale (LG 10). In Cristo non esiste più alcun privilegio di sangue, come nell’antica Legge, dove «sacerdoti si nasceva» per la semplice appartenenza alla tribù sacerdotale di Levi. Nella nuova Alleanza «sacerdoti si diventa» non per via di generazione carnale, ma per il sacramento della «rigenerazione» spirituale (Tito 3,3) che ci fa nascere alla vita nuova nella comunione dello Spirito e nella sua unzione (1 Gv 2,20; 2 Cor 1,22), la quale come rese Cristo sacerdote, così consacra anche ciascun membro del suo corpo mistico della dignità sacerdotale )LG 10.25.31). Questa unzione è anche detta «sigillo» (2 Cor 1,21-22; Ef 1,13; 4,30).
Il sacerdozio ministeriale dei Vescovi e dei Presbiteri è conferito mediante il sacramento dell’Ordine che li abilita ad agire nella Persona di Cristo capo e pastore.

Alle sorgenti della Tradizione
Già nell’epoca apostolica si adattò il vocabolario sacerdotale dell’antico testamento al Cristo, agnello pasquale della nuova alleanza (1Cor 5,7) e, in riferimento a lui, ai cristiani la cui vita si specifica in rapporto al mistero pasquale. Convertiti mediante la predicazione del Vangelo, possiedono la convinzione di vivere un sacerdozio santo e regale, trasposizione spirituale di quello dell’antico popolo (1Pt 2,5.9; cf. Es 19,6; Is 61,6), resa possibile dall’intervento dell’offerta sacrificale di colui che ricapitola in se stesso tutti i sacrifici antichi e apre la via verso il sacrificio totale ed escatologico della Chiesa (cf. s. Agostino, De civitate Dei, X, c. 6).
All’interno di questo popolo tutto sacerdotale, fin dall’inizio sono coesistite due forme complementari di partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo: il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale dei pastori.
Il sacerdozio battesimale dei fedeli. Di fatto i cristiani, pietre vive del nuovo edificio che è la Chiesa, offrono a Dio un culto nella novità dello Spirito, culto personale, giacché si tratta di offrire la vita “come ostia vivente, santa, gradita a Dio” (Rm 12,1-2  cf. 1Pt 2,5), e nello stesso tempo, comunitario, giacché tutti insieme rappresentano quell’“edificio spirituale”, quel “sacerdozio santo e regale”, quel “sacrificio spirituale” (1Pt 2,9), il cui scopo è quello di formare il tempio nel quale esercitano il loro sacerdozio, offrendo i sacrifici delle loro opere buone per mezzo di Gesù Cristo (cf 1Pt 2,8).
Questo sacerdozio ha insieme una dimensione morale: deve essere esercitato ogni giorno e in ogni atto della vita quotidiana; una dimensione escatologica: poiché è per l’eternità futura che Cristo ha fatto di noi " un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre " (Ap 1,6; cf. 5,10; 20,6); una dimensione propriamente cultuale: poiché l’Eucaristia, di cui i cristiani vivono, è paragonata da s. Paolo ai sacrifici dell’antica legge e anche, per contrapposto, a quelli dei pagani (1Cor 10,16-21).
Il sacerdozio ministeriale. Ora, per la costituzione, l’animazione e la conservazione del sacerdozio comune a tutti i battezzati, il Cristo ha istituito un ministero; attraverso il segno e la strumentalità di questo ministero egli comunica al suo popolo, lungo il corso della storia, i frutti della sua vita, della sua morte e risurrezione.
Il sacerdote ministro ha come sua relazione fondamentale quella con Gesù Cristo capo e pastore: egli, infatti, partecipa, in modo specifico e autorevole, alla «consacrazione/unzione» e alla «missione» di Cristo (cf. Lc 4,18-19).
La relazione del sacerdote con Gesù Cristo e, in lui, con la sua Chiesa, si situa nell’essere stesso del sacerdote, in forza della sua consacrazione-unzione sacramentale, e nel suo agire, ossia nella sua missione o ministero.
Il presbitero partecipa alla consacrazione e alla missione di Cristo in modo specifico e autorevole, ossia mediante il sacramento dell’ordine, in virtù del quale è configurato nel suo essere a Gesù Cristo capo e pastore e condivide la missione di «annunciare ai poveri un lieto messaggio» nella persona di Cristo stesso.
I presbiteri, pertanto, poiché la loro figura e il loro compito nella Chiesa non sostituiscono bensì promuovono il sacerdozio battesimale di tutto il popolo di Dio, conducendolo alla sua piena attuazione ecclesiale, si trovano in relazione positiva e promovente con i laici. Della loro fede, speranza e carità sono al servizio. Ne riconoscono e sostengono, come fratelli e amici, la dignità di figli di Dio e li aiutano a esercitare in pienezza il loro ruolo specifico nell’ambito della missione della Chiesa.

Un frutto del Concilio.
Il Vaticano II ha rivolto una rinnovata attenzione al sacerdozio comune dei fedeli. L’espressione "sacerdozio comune" e la realtà che racchiude hanno profonde radici bibliche (cf. per esempio, Es 19,6; Is 61,6; 1Pt 2,5.9; Rm 12,1; Ap 1,6; 5,9-10) e sono state ampiamente commentate dai padri della Chiesa (Origene, san Giovanni Crisostomo, sant’Agostino...). Tuttavia quest’espressione era quasi scomparsa dal vocabolario della teologia cattolica, a causa dell’uso antigerarchico che ne avevano fatto i riformatori. Conviene però ricordare a questo punto che il Catechismo romano vi allude esplicitamente. Recentemente ne hanno parlato anche Pio XI nell’enciclica Miserentissimus Redemptor e Pio XII nella Mediator Dei.
Il Concilio connette il sacerdozio comune dei fedeli con il sacramento del battesimo, indicando anche che un tale sacerdozio ha, per il cristiano, il contenuto e la finalità di "offrire, mediante tutte le opere, spirituali sacrifici" (LG 10), o ancora che si tratta, come già precisava san Paolo, "di offrire i propri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio" (Rm 12,1). La vita cristiana è dunque vista come una lode offerta a Dio e come un culto di Dio realizzato da ogni persona e da tutta la Chiesa. La santa liturgia (SC 7), la testimonianza della fede e l’annuncio del Vangelo (LG 10), partendo dal senso soprannaturale della fede di cui sono partecipi tutti i fedeli (cf. LG 12), costituiscono l’espressione di tale sacerdozio. Questo si realizza concretamente nella vita quotidiana del battezzato, allorché l’esistenza stessa diventa offerta di sé inserendosi nel mistero pasquale di Cristo. Il sacerdozio comune dei fedeli (o dei battezzati) fa risaltare con chiarezza la profonda unità tra il culto liturgico e il culto spirituale e concreto della vita quotidiana. Dobbiamo del pari sottolineare qui che un tale sacerdozio può essere inteso soltanto come partecipazione al sacerdozio di Cristo: nessuna lode sale verso il Padre se non attraverso la mediazione di Cristo, unico mediatore; il che implica l’azione sacramentale di Cristo. Nell’economia cristiana, infatti, l’offerta della vita si realizza pienamente solo grazie ai sacramenti e in maniera particolarissima grazie all’Eucaristia. Non sono forse i sacramenti simultaneamente sorgente della grazia ed espressione dell’offerta cultuale?

 

Complementarietà del sacerdozio comune e del sacerdozio ministeriale.
Avendo ridato, in un certo qual modo, il suo pieno significato all’espressione "sacerdozio comune dei fedeli", il Concilio Vaticano II si è interrogato per conoscere i reciproci rapporti tra il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico. L’uno e l’altro trovano, indubbiamente, il proprio fondamento e la propria sorgente nell’unico sacerdozio di Cristo. “Questo (infatti) è partecipato sotto forme diverse, sia dai ministri, sia dal popolo fedele” (LG 62; cf. LG 10). L’uno e l’altro si esprimono, nella Chiesa, attraverso la relazione sacramentale con la persona, la vita e l’azione santificanti di Cristo. Per il pieno sviluppo della vita nella Chiesa, corpo di Cristo, il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico non possono che essere complementari o "ordinati l’uno all’altro", così però, che dal punto di vista della finalità della vita cristiana e del suo compimento, il primato spetta al sacerdozio comune, anche se, dal punto di vista dell’organicità visibile della Chiesa e dell’efficacia sacramentale, la priorità spetta al sacerdozio ministeriale.
Il sacerdozio ministeriale, infatti, non significa di per sé un maggior grado di santità rispetto al sacerdozio comune dei fedeli; ma, attraverso di esso, ai presbiteri è dato da Cristo nello Spirito un particolare dono, perché possano aiutare il popolo di Dio a esercitare con fedeltà e pienezza il sacerdozio comune che gli è conferito.

Fondamento sacramentale dell’uno e dell’altro sacerdozio
E’ mediante la realtà sacramentale presente nella vita della Chiesa, realtà che si esprime in modo del tutto particolare nell’Eucaristia, che da un punto di vista teologico, si possono stabilire le relazioni tra le due forme di sacerdozio e la loro connessione. I sacramenti sono nello stesso tempo sorgente della grazia ed espressione dell’offerta spirituale di tutta la vita. Ora, il culto liturgico della Chiesa, nel quale una tale offerta raggiunge la propria pienezza, può realizzarsi solo quando la comunità è presieduta da un soggetto che può agire in persona Christi. Questa condizione, ed essa sola, dà pienezza al "culto spirituale", inserendolo nell’offerta e nello stesso sacrificio del Figlio. Attraverso il ministero dei presbiteri il sacrificio spirituale dei fedeli viene reso perfetto, perché viene unito al sacrificio di Cristo, unico mediatore; questo sacrificio, infatti, per mano dei presbiteri e in nome di tutta la Chiesa, viene offerto nell’Eucaristia in modo incruento e sacramentale, fino al giorno della venuta del Signore. A ciò tende e in ciò trova la sua perfetta realizzazione il ministero dei presbiteri. Infatti il loro servizio, che comincia con l’annuncio del Vangelo, deriva la propria forza e la propria efficacia dal sacrificio di Cristo, e ha come scopo che "tutta la città redenta, cioè la riunione e società dei santi, si offra a Dio come sacrificio universale per mezzo del gran sacerdote, il quale ha anche offerto se stesso per noi nella sua passione, per farci diventare corpo di così eccelso capo" (sant’Agostino, De Civitate Dei, 10, 6)" (PO 2).
Poiché sono originati da un’unica sorgente, il sacerdozio di Cristo, e in definitiva hanno un unico fine, l’offerta del corpo di tutto il Cristo, il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale dei vescovi e dei presbiteri sono dunque strettamente correlati.
Reciproco ordinamento, essenziale differenza.
All’interno dell’unico nuovo popolo di Dio, sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale dei vescovi e dei presbiteri sono inscindibili. Il sacerdozio comune raggiunge la pienezza del proprio valore ecclesiale grazie al sacerdozio ministeriale, mentre quest’ultimo esiste unicamente in vista dell’esercizio del sacerdozio comune. Vescovi e presbiteri sono indispensabili alla vita della Chiesa e dei battezzati, ma essi pure sono chiamati a vivere in pienezza il medesimo sacerdozio comune, e, a tale titolo, necessitano del sacerdozio ministeriale. "Per voi io sono vescovo, con voi sono cristiano", dice sant’Agostino (Sermo 340, 1).
Ordinati l’uno all’altro, il sacerdozio comune di tutti i fedeli e il sacerdozio ministeriale dei vescovi e dei presbiteri presentano tra loro una differenza essenziale (differenza che non è dunque solo di grado, o di onore), a causa del loro fine. Operando in persona Christi, il vescovo e il presbitero lo rendono presente di fronte al popolo; nello stesso tempo, il vescovo e il presbitero rappresentano anche tutto il popolo davanti al Padre.
Certo, ci sono atti sacramentali la cui validità dipende dal fatto che chi li celebra ha, in virtù della propria ordinazione, la facoltà di agire in persona Christi o "nell’ufficio di Cristo". Non ci si può tuttavia accontentare di tale osservazione per legittimare l’esistenza del ministero ordinato nella Chiesa. Esso appartiene alla struttura essenziale della Chiesa e quindi alla sua immagine e alla sua visibilità. La struttura essenziale della Chiesa come pure la sua immagine comportano una dimensione "verticale", segno e strumento dell’iniziativa e della preveggenza divine nell’economia cristiana.

Qualche deduzione
La complementarietà tra sacerdozio battesimale e sacerdozio ministeriale, il loro reciproco ordinamento, la loro differenza essenziale, fanno sì che si instauri tra queste due differenti forme di partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo un rapporto che sia non di concorrenza, né di sovrapposizione, né di sostituzione. A livello pratico-operativo si possono trarre alcune deduzioni:

  • Nell’assemblea liturgica deve apparire chiaramente la distinzione e la complementarietà tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio battesimale: «Nell’assemblea, che si riunisce per la Messa, ciascuno ha i diritto e il dovere di recare la sua partecipazione in diversa misura a seconda della diversità di ordine e di compiti (cf SC 14.26). Pertanto tutti, sia i ministri che i fedeli, compiendo il proprio ufficio, facciano tutto e soltanto ciò che è di loro competenza; cosicché la stessa disposizione della celebrazione manifesti la Chiesa costituita nei suoi diversi ordini e ministeri» (IGMR 58).
  • Ufficio e compito del popolo di Dio: « Nella celebrazione della messa i fedeli formano la gente santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, offrire la vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote ma anche insieme con lui, e imparare a offrire se stessi» (IGMR 62; cf SC 48).
  • Anche se vi sono ministri ordinati, gli uffici dell’accolito, del lettore, devono essere esercitati da loro stessi dal momento che nell’assemblea ciascuno deve fare tutto e soltanto ciò che gli compete (IGMR 66; SC 28);
  • Vi sono compiti o funzioni che i fedeli laici possono esercitare in diretto servizio ai ministri ordinati: L’esercizio di questi compiti o funzioni non è per i fedeli laici un diritto né fa di essi dei pastori. Si richiede capacità e competenza, e data la funzione di supplenza di questi uffici, dovranno cessare appena venga meno la necessità e l’urgenza (es. i ministri straordinari della Comunione).
  • Il popolo cristiano, stirpe eletta, regale sacerdozio, gente santa, popolo d’acquisto ha diritto e dovere in forza del battesimo di partecipare attivamente-consapevolmente-pienamente-fruttuosamente alle celebrazioni liturgiche (SC 14);
  • In tutti i sacramenti che riceve, il fedele esercita il suo sacerdozio battesimale (SC 59); in particolare nella celebrazione eucaristica quando, assieme al sacerdote ministro, è offerente della vittima immacolata (SC 48), quando si alimenta del Corpo di Cristo (SC 55), quando prega com’unitariamente (SC 53).
  • L’esercizio del sacerdozio battesimale non si limita all’azione liturgica, ma esige un suo prolungamento anche nell’esercizio delle virtù e nella sopportazione dele sofferenze per l’imitazione di Cristo (1 Pt 3,7; 4,7), nell’esercizio della carità che copre la moltitudine dei peccati (1 Pt 4,8), nella proclamazione missionaria delle opere meravigliose di Dio che ci ha tratti dalle tenebre alla sua mirabile luce» (1 Pt 2,9) [cf LG 34.36; AA 10].


LITURGIA, PREGHIERA PERSONALE, PII ESERCIZI

Seguendo le indicazioni di Sacrosanctum concilium (1963) cercheremo qui di chiarire il rapporto esistente tra la “preghiera liturgica” e la “preghiera personale” (SC 12) ed i “pii esercizi” (SC 13). Anche in questo caso la Costituzione liturgica uso lo stesso modo di argomentare che aveva seguito poco avanti nel descrivere il rapporto tra Liturgia e le altre attività della Chiesa. Si diceva: la Liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa (SC 9), pur essendo il “culmine e la fonte” di tutta la sua attività (SC 10). Così qui: «La vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sola Liturgia» (SC 12); suppone quindi che debbano esserci altri spazi di preghiera dedicati alla preghiera personale ed ai pii esercizi; la natura della preghiera liturgica resta tuttavia «di gran lunga superiore»: deve restare punto di riferimento e modello paradigmatico di ogni altra espressione orante nella Chiesa. Occorre pertanto chiarire i rapporti ed i limiti che devono intercorrere tra queste espressioni diversificate della preghiera cristiana.

Liturgia e preghiera personale (SC 12)
«Il cristiano, infatti, benché chiamato alla preghiera comune, è sempre tenuto ad entrare nella sua stanza per pregare il Padre in segreto (Mt 6,6); anzi, secondo l’insegnamento dell’Apostolo, è tenuto a pregare incessantemente» (SC 12).
Significa che oltre alle azioni liturgiche comunitarie (che restano la forma tipica e privilegiata del pregare: SC 27) vi deve essere anche la preghiera "personale" e privata che ciascuno è tenuto a fare entrando nella propria stanza per pregare il Padre in segreto (cf Mt 6,6). E poiché occorre pregare sempre senza interruzione (Lc 18,1) è evidente che oltre allo spazio riservato alla Liturgia comunitaria deve esserci necessariamente uno spazio anche per la preghiera personale che estenda il dovere-necessità del pregare al resto del tempo. Del resto, chi non sa pregare individualmente in segreto, come potrà pregare comunitariamente nell'assemblea comunitaria?
Questa è stata anche l’esperienza delle primitive comunità cristiane. I discepoli del Signore, fedeli agli insegnamenti del Maestro, si presentano come una comunità perseverante nella comunione orante (At 1,14; 2,42; 4,24s; 12,5.12). Le comunità apostoliche sono riunite in assemblea attorno alla Parola e alle preghiere (Ef 5,18-20; Col 3,16-17), nel Nome e nello Spirito del Signore risorto (Rm 8,15; Gal 4,6). Al culmine di queste assemblee sta la “frazione del pane” (At 2,42.46; 20,7.11; 27,35), ma vi sono anche momenti per altre preghiere intese come sacrificio spirituale dei cristiani, offerta della lode, frutto di labbra che confessano il nome del Signore (Eb 13,15; At 4,24-30; 6,4).
Il pregare cristiano, pur in continuità con la tradizione giudaica, si caratterizza subito per un forte accento trinitario (al Padre, per Cristo, nello Spirito), ecclesiale (espressione del “noi” comunitario del popolo di Dio e delle membra sacerdotali del corpo di Cristo), cattolico (ha l’ampiezza e la universalità di tutti i popoli della terra; confessa la comunione dell’”unica voce” che unisce Liturgia celeste e Liturgia terrestre; esprime l’universalità delle intenzioni: per tutti e per ciascuno).
Si può dire che storicamente la centralità e la preminenza della preghiera liturgica rispetto alla preghiera personale è esistita fino al secolo X. Con il passaggio dal romanico al gotico, anche la spiritualità cambia: dai circumstantes (cf Canone romano) che stanno attorno all’unico altare, si passa al moltiplicarsi degli altari lungo le navate gotiche e l’allontanarsi dei fedeli dallo spazio presbiterale quando l’altare viene spinto verso il fondo della navata. Si assiste ad una lenta separazione tra Liturgia ufficiale (la Liturgia del clero, dotta e difficile) e devozione popolare (la Liturgia del popolo, semplice e devozionale). Occorrerà attendere il Vaticano II per avviare un lento e difficile riavvicinamento tra Liturgia e assemblea, una osmosi tra preghiera liturgica e preghiera personale.
Riprendendo il discorso iniziale, dobbiamo dire che le due forme di preghiera non sono e non devono essere in opposizione o concorrenza tra loro, ma si completano a vicenda e stanno in stretta continuità tra loro. L’una e l’altra devono coesistere nella vita del cristiano perché non si può immaginare il raggiungimento del culmine della preghiera, qual è quella “liturgica” se prima non vi è stato l’esercizio “personale” dell’incontro orante col Signore “faccia a faccia”. La preghiera personale, anzi, è come il momento di verifica di quello che sarà il passaggio alla preghiera liturgica: difficilmente chi non sa pregare “nel segreto” della propria coscienza, riuscirà a pregare in mezzo all’assemblea.
La complementarietà tra preghiera liturgica e preghiera personale non annulla il principio secondo cui la preghiera liturgica resta al culmine e come modello paradigmatico di ogni preghiera personale. La salvaguardia di questo principio comporta alcune conseguenze: non vi sia sovrapposizione tra i due momenti, nel senso che non si deve approfittare dell’assemblea liturgica e comunitaria per isolarsi nella recita delle proprie preghiere personali e devozionali; la preghiera del rosario, ad esempio, non deve essere trascurata, ma non è certo durante la celebrazione eucaristica che deve essere recitata. Sarebbe un vero gesto di “avarizia” col Signore e un discredito della comunione fraterna voler approfittare dei momenti della preghiera comunitaria per sbrigare anche le proprie preghiere personali e devozionali. Per queste resta tutto il resto del tempo che pure deve essere dedicato alla preghiera incessante (Lc 18,1; 1 Ts 5,17).
Forse è opportuno approfondire questo rapporto dicendo che ogni preghiera cristiana deriva la propria dignità e garanzia dalla preghiera di Cristo stesso: è infatti una preghiera fatta in Cristo, cioè uniti a lui come i tralci alla vite. Ma quando i singoli battezzati si riuniscono in assemblea liturgica sotto la presidenza di un ministro che agisce nella persona di Cristo, essi formano il Corpo totale di Cristo sacerdote, cioè il Cristo-capo unito al Cristo-corpo. Una tale preghiera non solo è fatta in Cristo, ma appartiene ed è fatta da tutto il corpo di Cristo che è la Chiesa unita al suo Sposo. Questa preghiera della Sposa, fatta sotto la guida dello Spirito Santo (Ap 22,17), acquista una dimensione universale e globale così vasta che non potrà mai essere uguagliata neppure dalla preghiera personale più devota e raccolta.
Resta la difficoltà di doversi muovere, nella preghiera liturgica, sulla traccia di formule preordinate rinunciando alla libera iniziativa e inventiva personale. Se ben si afferra però il valore della preghiera liturgica, tale inconveniente non solo non mortifica la preghiera, ma la educa e la nobilita. Mi offre una realtà più grande di me, su cui sono chiamato a modellarmi. Mi aiuta a superare il soggettivismo, a uscire dai limiti angusti della mia povertà spirituale, per assumere il respiro orante della Chiesa universale. Alla scuola della Chiesa che prega ed esprime nelle formule scelte la pienezza del mistero cristiano, imparo a pregare con un respiro autenticamente ecclesiale.
La preghiera liturgica, dunque, in quanto preghiera fatta dall’intero Corpo di Cristo, Capo e membra, resta sempre la forma privilegiata verso cui deve tendere e da cui deve attingere ogni altra forma di preghiera. Tra le due dovranno esserci spazi e modi differenziati di espressione, senza inutili riduzioni o sovrapposizioni.

Liturgia e pii esercizi (SC 13)
Per Liturgia, come è stato fin qui spiegato, si intende l'azione pubblica, solenne, qualificata di culto il cui "soggetto" celebrante è Cristo e la Chiesa ed il cui "oggetto" celebrato è il mistero pasquale di Cristo e la vita della Chiesa secondo testi-riti-tempi regolati dall'Autorità della Chiesa (SC 22 § 1). La Liturgia è perciò la preghiera del "Cristo totale": Capo e membra esercitano il culto pubblico integrale, l'azione sacra per eccellenza, opera del Cristo sacerdote e del suo Corpo che è la Chiesa (SC 7). Essa, in effetti, forma col suo Capo la "mistica persona" del "Cristo totale". Misticamente unita dallo Spirito al suo Capo, essa partecipa del suo intercessore servizio celeste "innanzi a Dio" (cf Eb 9,24; 7,25; 1 Gv 2,1).
I pii esercizi sono invece azioni di devozione il cui "soggetto" sono le singole persone, ed il cui "oggetto" sono composizioni e forme di libera iniziativa dei fedeli senza che intervenga la Chiesa con la sua autorità per regolarle con libri-testi-tempi. Si potrebbe anche dire che mentre la Liturgia è azione compiuta "da" Cristo e "dalla" Chiesa, i pii esercizi sono invece azioni compiute "in" Cristo e "nella" Chiesa:
Dal momento che la Liturgia è azione sacra per eccellenza, nessun'altra azione della Chiesa allo stesso titolo e allo stesso grado ne uguaglia l'efficacia (SC 7). Pertanto, i rapporti tra Liturgia e pii esercizi devono essere regolati secondo queste indicazioni di Sacrosanctum concilium: «I pii esercizi del popolo cristiano, purché siano conformi alle leggi e alle norme della Chiesa, sono vivamente raccomandati, soprattutto quando si compiono per mandato della sede apostolica. Di speciale dignità godono anche i sacri esercizi delle Chiese particolari, che vengono celebrati per mandato dei vescovi, secondo le consuetudini o i libri legittimamente approvati. Bisogna però che tali esercizi siano regolati tenendo conto dei tempi liturgici, in modo da essere in armonia con la sacra Liturgia, da essa in qualche modo traggano ispirazione e ad essa, data la sua natura di gran lunga superiore, conducano il popolo cristiano» (SC 13).
Volendo semplificare queste indicazioni, possiamo dire che tra Liturgia e pii esercizi devrebbero esserci rapporti di:
* armonia: rispetto reciproco circa i tempi, le leggi, la natura, l’importanza, ecc.;
* ispirazione: i pii esercizi devono arricchirsi e imitare i contenuti e lo stile celebrativo della Liturgia ritenuto di gran lunga superiore; dovranno recuperare la presenza della Parola;
* condurre alla Liturgia ed arricchire la Liturgia stessa con i loro valori (es. maggiore partecipazione, intensità di espressione e di calore umano, contatto con la vita quotidiana [vedere la descrizione positiva che ne fa Evangelii nuntiandi 48. In certe epoche è stata l'unica forma di pietà accessibile al popolo cristiano, escluso come era dalla ricchezza della liturgia);
* non sovrapposizione: durante la Liturgia non si devono fare i pii esercizi (es. la recita del Rosario, le Novene);
* non esclusione: non deve esistere solo la Liturgia, ma nel rispetto dei tempi e delle norme liturgiche, devono pure essere conservati e valorizzati i pii esercizi e le devozioni popolari;
* non concorrenza: non vi deve essere dubbio di fronte ad una scelta: le azioni liturgiche devono avere la precedenza essendo "di gran lunga" superiori ai pii esercizi; è dunque un errore lasciare la Liturgia delle Ore per far spazio ad un pio esercizio, ad es. la Via Crucis in tempo di Quaresima.
Si dovrà quindi comporre in armonia la Liturgia con la pietà popolare, ispirando la seconda alla prima (cf SC 13) e vivificando quella con questa, senza esclusivismi e senza preclusioni, ma anche senza "fondere" o "confondere" le due forme di pietà: il popolo cristiano avrà sempre bisogno dell'una e dell'altra, e a Dio bisognerà lasciare aperte tutte le strade che conducono al cuore dell'uomo.
I pii esercizi, pertanto, siano mantenuti, rispettati, valorizzati, ma nei loro tempi e nell'ambito che loro compete; possono essere anche assunti, nell'ambito dell'adattamento liturgico, come parte integrante dei segni-riti della liturgia (SC 37-40).

 

METODO E ATTUALITÀ DELLA MISTAGOGIA

Benché la Liturgia sia principalmente azione di grazie, benedizione, lode, dossologia al Padre, per Cristo, nello Spirito Santo, essa ha anche una funzione didattica (SC 33-36) in quanto è fonte di istruzione per il popolo di Dio. I Padri della Chiesa chiamarono mistagogìa quel particolare tipo di catechesi che, istruendo mediante i riti e le preghiere (SC 48), mirava ad introdurre nei santi misteri, in vista di una partecipazione piena-attiva-consapevole-fruttuosa, proprio a partire dai segni visibili e dalle preghiere della Liturgia (per ritus et preces).
Dopo aver spiegato che cosa è mistagogìa, proveremo ad individuare le caratteristiche del metodo mistagogico e a coglierne l’attualità.

Il metodo mistagogico.
I riti non sono realtà evidenti in modo immediato; essi nascondono un senso occulto, che resta nascosto per un non iniziato, ma che offre una ricchezza vitale e permanente a chi vi è introdotto. Da questa esperienza nasce la tradizione iniziatica presso le grandi religioni del mondo greco come del monoteismo biblico. Attraverso i riti si propone al credente di entrare nel disegno nascosto di Dio, in forza della fede e dell'illuminazione dello Spirito.
Dall'esperienza catecumenale del diventare cristiani e, più specificamente, dall'esperienza maturata dal vasto fenomeno della catechesi mistagogica, possiamo trarre alcune indicazioni su questa particolare forma di «Liturgia didattica», quantomai utile anche ai nostri giorni.

  • Priorità dell'evangelizzazione e della fede.

Questa è l'indicazione del Vaticano II in SC 9: prima che gli uomini possano accostarsi alla Liturgia bisogna che siano chiamati alla fede e alla conversione. Già san Paolo nella lettera ai Romani dice che per adorare Dio bisogna prima averlo conosciuto e aver creduto in lui; la fede nasce dall'ascolto (Rm 10,14-15). L'evangelizzazione introduce nella storia della salvezza, suscita la fede nell'azione di Dio che culmina nel mistero pasquale di Cristo.

  • L'esperienza del sacramento ricevuto rende possibile e facilita la conoscenza del mistero di Cristo.

"Una volta rinnovati per mezzo del battesimo, possiate condurre il genere di vita che conviene a coloro che sono stati purificati" (S Ambrogio). Con l'aiuto del catechista e sostenuto dalla grazia del sacramento (lo Spirito resta il maestro interiore), il neofita può alzare il velo e fissare gli occhi sul mistero. "Per questa Liturgia del sacramento noi siamo riconfermati nelle cose che ci sono mostrate: ci viene data una immagine di questa ineffabile economia di salvezza di nostro Signore" (Teodoro di Mopsuestia).
Sta qui l'efficacia del metodo mistagogico inteso come nuova evangelizzazione di coloro che già sono battezzati. “Il sacramento già ricevuto costituirà il fondamento di questo impegno” (Rito del battesimo dei bambini 3). Anche i discepoli di Emmaus hanno avuto questa stessa esperienza: i loro occhi, prima incapaci di riconoscerlo (Lc 24,16), nel gesto dello spezzare il pane si aprirono e lo riconobbero (Lc 24,31). Se la parola aveva riscaldato il loro cuore (Lc 24, 32), il segno dello spezzare il pane aveva completato l’apertura dei loro occhi nel riconoscere il mistero del Signore Risorto (Lc 24, 31).

  • Il contributo di una comunità viva.

Attorno al vescovo e al suo presbiterio cresce la vita cristiana, sorretta dall'esempio e dalla preghiera di tutta la comunità. La mistagogìa suppone il sostegno di una comunità che crede, che prega, che serve. "La formazione cristiana spetta soprattutto al popolo di Dio, cioè alla Chiesa che trasmette e nutre la fede ricevuta dagli Apostoli” (RICA, Introduzione generale, n.7). "E' tutta la madre Chiesa dei santi che agisce, poiché essa tutta intera genera tutti e ciascuno" (S. Agostino).

  • Una iniziazione integrale.

La formazione biblica si esprime nella partecipazione liturgica e nell'esercizio di una condotta morale cristiana. Equilibrio e armonia tra ortodossia e ortoprassi. Superamento di una catechesi concettualista e moraleggiante, in favore di una catechesi biblica-liturgica-esperienziale che pone in primo piano la dimensione storica della salvezza e dell'esperienza di fede.

  • Una maturazione per gradi.

Si cresce per tappe ed esperienze di vita cristiana successive: catecumenato, esperienza sacramentale, piena introduzione nella conoscenza del mistero e nella vita della comunità. Si pensi al valore mistagogico della celebrazione dell'anno liturgico.

  • Globalità di esperienze.

Non una semplice istruzione teorica, ma una sinergia di esperienze fatte di ascolto, preghiera, esorcismi, scrutini, traditiones e redditiones (del Pater, del Credo, dei Vangeli), esercizio della carità. Non solo un'istruzione sulla fede, ma una crescita nella fede che coinvolga tutta la vita. Il metodo mistagogico invita ad organizzare la formazione catechistica non semplicemente in forma di apprendimento intellettuale, ma anche come «esperienza» vissuta dell'essere cristiani: ascolto, preghiera, esercizio della carità, rapporti diretti con la comunità, testimonianza di vita. Una catechesi che sia iniziazione alla vita di fede, alla vita della Chiesa, al mistero liturgico vissuto consapevolmente, alla testimonianza della carità.

  • Nel contesto celebrativo dell'anno liturgico.

San Giovanni Crisostomo insegna che “la determinazione temporale ha qualcosa di misterioso”; la pedagogia dell'anno liturgico è essa stessa una ininterrotta mistagogìa che usufruisce della grazia proveniente dalla Pasqua (l'anno liturgico inteso come «pasqualizzazione» del tempo).

  • La celebrazione liturgica è una preziosa catechesi in atto.

Ciò è dovuto alla particolare pedagogìa della Liturgia: il linguaggio simbolico e «totale» (spirito, intelletto, occhi, bocca, orecchie…), l'efficacia della grazia che promana dai santi misteri, il contesto di fede e di partecipazione comunitaria, il senso della festa, la comunione col trascendente, la legge squisitamente pedagogica della ciclicità. Ogni celebrazione liturgica deve essere quindi autentica mistagogìa: l'atto di credenti che consapevolmente sanno ciò che celebrano e alimentano la loro fede mediante la celebrazione stessa (cf SC 48)

  • Esprimere nella vita quanto si è ricevuto mediante la fede (SC 10).

L'iniziazione cristiana deve essere l'inizio di una vita nuova in Cristo: “noi che abbiamo rivestito il Cristo e siamo stati ritenuti degni di averlo come ospite, potremo con la perfezione della vita, anche tacendo, mostrare a tutti la potenza di colui che abita in noi” (Crisostomo).

Attualità della mistagogìa.
"[La mistagogìa] è ciò che resta di più vivo e di meno segnato dal tempo nelle opere dei Padri" (J. Danielou). Giovanni Paolo II ne fa l'elogio in Catechesi tradendae n.12. Qui vogliamo verificare l'attualità dell'esperienza mistagogica.
In un mondo secolarizzato che basta a sé stesso e nel quale la religione e la Chiesa sembrano non avere più alcuna utilità, non deve esserci spazio per la rassegnazione e la pusillanimità. Occorre piuttosto recuperare le fondamenta perdute della fede, trasmettere fedelmente tali verità dando loro un continuo e persistente approfondimento attraverso comuni sforzi, rinnovati e rafforzati. Tutto questo ci obbliga a rifondare su base missionaria la nostra pastorale nella moderna società industriale, nei nostri paesi di antica evangelizzazione.

  • Il metodo mistagogico suggerisce: recuperare il senso del mistero.

"In un mondo secolarizzato, diviso, in cui tanti uomini ignorano Cristo, la formazione si può così comprendere come educazione al senso del mistero, al servizio della comunione e alla missione. L'educazione al senso del mistero. La formazione più fondamentale è quella dell'uomo di fede e di preghiera [eucaristia quotidiana, sacramento della penitenza, lectio divina, direzione spirituale]” (Sinodo dei Vescovi 1990).
Chiediamoci: la vita dei presbiteri, dei religiosi, dei laici, il modo di celebrare la Liturgia… sono espressione del senso del mistero? "Credete veramente a quello che annunziate? Vivete quello che credete? Predicate veramente quello che vivete?...Il mondo..reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio che essi conoscano e che sia a loro familiare, come se vedessero l'invisibile [Eb 11,27]" (EN 76). Che senso avrebbe parlare di mistagogìa se non si recuperasse allo stesso tempo il senso del mistero? Recuperare una Liturgia che sia «epifanìa del mistero», significa, secondo il Card. G. Danneels, «spiegare con chiarezza i fondamenti teologici della disciplina sacramentale e liturgica; dar vita ad una catechesi che sia mistagogica, cioè in grado di aprire un cammino per il quale i cristiani abbiano accesso alla vita liturgica nella sua dimensione più prorfonda».

  • Ascolto, fede, amore.

La mistagogìa, attraverso il linguaggio dei santi segni, conduce nell'universo dello spirito alzando il velo e comunicando una nuova capacità visiva, quella cioè di fare esperienza della salvezza nell'oggi della celebrazione liturgica. Una autentica catechesi sacramentaria, pertanto, va ben al di là di una semplice istruzione morale-intellettuale; mira piuttosto ad una conoscenza esperienziale dell'universo della fede, segnando il primato della vita sui concetti.
Questa del resto è la metodologia catechistica di S. Agostino il quale, nel suo De catechizandis rudibus, afferma chiaramente che il termine ultimo e la finalizzazione della catechesi è la «charitas»: «chi ti ascolta, ascoltando creda, credendo speri, sperando ami».
La mistagogìa esige un certo stile di celebrazione:

  • più che compiere dei riti, si deve celebrare una Presenza;
  • servire Dio e il popolo con dignità e umiltà ; nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine si deve far sentire ai fedeli la presenza viva di Cristo (IGMR 60);
  • "Di ben poca utilità saranno le cerimonie più belle... se non sono volte ad educare gli uomini alla maturità cristiana" (PO 6).
  • Si tratta di attuare il principio fornito da S. Ambrogio: Io trovo Te nei tuoi misteri.
  • Liberare le feste dall'episodico e dal devozionale per renderle presenza della salvezza di Dio, evento pasquale del Signore morto e risorto, oggi della salvezza definitiva che attua le promesse di Dio, compimento in noi di ciò che Cristo ha fatto per noi.
  • La funzione mistagogica dell'anno liturgico consiste nell'educare i fedeli ad approfondire la loro conoscenza e la loro sequela di Cristo. Permette anche di formare la nostra vita di fede non secondo schemi soggettivi, ma secondo il piano sacramentale della Chiesa, secondo un processo graduale, circolare, ciclico.
  • La mistagogìa dell'anno liturgico esige che le feste siano celebrate secondo il loro vero scopo: non occasioni per attuare iniziative pastorali, ma momenti favorevoli (kairoi: 2 Cor 6,1) per celebrare, vivere, essere coinvolti nella salvezza pasquale offerta ogni volta dal Signore risorto.

Concludendo. "La Liturgia celebra ed esprime il mistero di Cristo, quale mistero di salvezza che si realizza oggi nella Chiesa, in una azione sacramentale, significativa ed efficace. La viva partecipazione all'azione liturgica consente ai credenti di penetrare sempre più nel mistero di Cristo, di coglierne l'ampiezza e la mirabile unità" (CEI, Il rinnovamento della catechesi 114). Difficilmente si potrebbe trovare una verità di fede cristiana, che non sia in qualche modo esposta nella Liturgia. La mistagogìa, intesa come pieno inserimento-partecipazione alla Liturgia, permette a sua volta ai fedeli di esprimere e manifestare il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa (SC 2); permette alla Liturgia di diventare evangelizzante.

 

LITURGIA TERRENA E LITURGIA CELESTE

Essendo azione eminentemente "ecclesiale", anche la Liturgia partecipa di quelle che sono le prerogative della Chiesa: “è umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell'azione ma dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina; e tutto questo, però, in modo tale che quanto in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, il presente alla città futura alla quale tendiamo” (SC 2).
Ecco perché nella Liturgia che noi celebriamo qui sulla terra già partecipiamo, pregustandola, alla Liturgia celeste che viene celebrata nella santa Gerusalemme dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo (cf Ap 21,2; Col 3,1; Eb 8,2).

Il Sommo Sacerdote sempre vivente.
Pur restando vero che il Signore Risorto per realizzare nel nostro tempo la sua opera perenne di salvezza, si fa sempre presente nella sua Chiesa ed in modo speciale nelle azioni liturgiche (SC 7; 35: praesens semper adest et operatur), tuttavia non dobbiamo dimenticare che la vera Liturgia è quella che Egli celebra quale nostro Sommo Sacerdote "sempre vivente" in una perenne intercessione presso il Padre in nostro favore (Eb 7,25; Rm 8,34). Congiuntamente allo Spirito Santo, che intercede presso Dio in favore dei santi (Rm 8,27), anche Cristo, Sacerdote eterno, esercita nel cielo l’ufficio di mediatore e di intercessore a favore di coloro che per mezzo suo si accostano a Dio: «Egli, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore» (Eb 7,24-25).
La letteratura neotestamentaria su questo tema è piuttosto abbondante. Si possono intravedere, alla base di questi testi, almeno due grandi riferimenti a «figure» (typoi: Col 2,17) già ben conosciute nella tradizione veterotestamentaria:

  1. quella del sommo sacerdote levitico che, una volta all’anno, aveva accesso al santo dei santi nel giorno solenne della festa dell’espiazione (kippur; cf Lev 16); egli portava del sangue tratto dal sacrificio del capro espiatorio e lo versava sul coperchio dell’arca dell’alleanza quale espiazione di tutti i peccati degli Israeliti (Lev 16,16). Nella pienezza del tempo si è manifestata la «realtà» di queste figure, Cristo, (cf Col 2,17); Egli non con il «sangue esterno» di capri o di vitelli, ma con il proprio sangue, ha offerto se stesso senza macchia a Dio con uno Spirito eterno per purificarci dalle opere morte e permetterci di servire il Dio vivente (Eb 9,11-14);
  2. quella del Servo del Signore descritta nel secondo carme del profeta Isaia (Is 49). Dice il Signore: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me» (Is 49,15-16). Nella pienezza del tempo Cristo Signore Risorto sta sempre Vivente dinanzi al Padre in una perenne Liturgia di intercessione a nostro favore. Nelle sue mani non c’è il disegno di una città, Gerusalemme, ma c’è il segno della trafittura dei chiodi, il segno del suo grande amore per noi.

In Cristo le «figure» si sono dunque realizzate. Noi «abbiamo un avvocato (parakletos) presso il Padre: Gesù Cristo giusto» (1 Gv 2,1). Egli è «il Vivente», colui che, morto, ora vive per sempre (Ap 1,18). «Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire al cospetto di Dio in nostro favore» (Eb 9,24).

Accostiamoci con fiducia.
Avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, possiamo accostarci con cuore sincero nella pienezza della fede e con i cuori purificati al santuario celeste dove Cristo è entrato inaugurando una via nuova e vivente per noi attraverso il velo della sua carne (Eb 10,19-22) per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno (Eb 4,14-16). Anche noi possiamo avere accesso a questa Liturgia celeste: per mezzo di Cristo possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito (Ef 2,18); per la fede in Lui noi abbiamo il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio (Ef 3,12). Noi che eravamo stranieri e nemici, siamo stati riconciliati per mezzo della morte del suo corpo di carne e possiamo presentarci santi, immacolati e irreprensibili al suo cospetto.
La Liturgia diventa così dono divino di grazia gratuita. Nell’antica alleanza vigeva la legge per cui «nessun uomo può vedere Dio e restare vivo» (Es 33,20). Mosè sul monte della teofania ha dovuto togliersi i sandali dai piedi (Es 3,5) e coprirsi il volto; ha potuto vedere Dio solo di spalle, perché il suo volto non lo si può vedere (Es 33,23).
Ma, da quando il Verbo eterno del Padre ha piantato la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14), ci ha reso possibile l’incontro e la visione del Dio invisibile, senza per questo venire annientati dalla sua «gloria». «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).
Concedendoci la caparra del suo Spirito (2 Cor 1,22; Ef 1,13; 1 Gv 2,20.27), il Signore Risorto ha permesso anche a noi di poter accedere alla visione della divina gloria, dal momento che la nostra patria è nei cieli (Fil 3,20): «Ora vediamo come i uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto» (1 Cor 13,12: cf Mt 5,8; 1 Gv 3,2).

Con una sola voce.
La funzione dell’attuale Liturgia, quella della Gerusalemme peregrinante, ha come funzione di metterci fin da ora in comunione con la Liturgia perenne che si celebra nel santuario celeste, dinanzi alla gloria di Dio e all’Agnello (Ap 5,12-13).
Non vi sono quindi due liturgie, una celeste e una terrena, ma un'unica Liturgia partecipata da noi qui ora in maniera assetata e da pellegrini sotto il peso "delle sofferenze del momento presente" (Rm 8,18), e dai Santi in maniera saziata e da cittadini dei cieli già "partecipi della gloria futura" (Rm 8,18); noi qui mediante il velo dei "segni" sacramentali, loro ormai "faccia a faccia" nel santuario celeste (1 Cor 13,12).
Questa visione della Liturgia terrena già partecipe della Liturgia celeste viene ben espressa in ogni prefazio da quello che si chiama «protocollo conclusivo» che dice: «Per questo mistero di salvezza, uniti agli Angeli e ai Santi, cantiamo a una sola voce la tua gloria».
Partecipi del sacerdozio di Cristo, possiamo dunque affermare che mentre siamo incamminati come pellegrini (Eb 13,14) verso la Patria celeste, già ora il Signore Risorto ci fa partecipare della sua Liturgia perenne in modo che il nostro canto di lode sia unito a quello degli Angeli e dei Santi formando con loro un'unica voce nella speranza di essere un giorno con loro nella Liturgia celeste senza fine nella casa del Padre.
Tra Liturgia terrena e Liturgia celeste vi è pertanto un duplice legame:
teologico, a motivo della presenza dell'unico Signore e Liturgo (Eb 8,2.6), il Signore Risorto (cf SC 7); a motivo della medesima appartenenza a Cristo e alla carità di Dio e del prossimo che ci permette di cantare, sia pure in grado e modo diverso, lo stesso inno di gloria; tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo la comunione nel medesimo Spirito, formano una sola Chiesa e sono pertanto tra loro uniti in Lui (Ef 4,16; LG 49);
cronologico, a motivo del già che noi abbiamo (Gal 5,25) in rapporto al non ancora che deve compiersi (1 Gv 3,2; Fil 3,21); ci è data infatti la caparra dello Spirito (Ef 1,14; 2 Cor 1,22; 5,5) che, principio di risurrezione (Rom 8,11), già ora ci abilita ad un vero culto spirituale (Rm 12,1), ad un sacrificio vivente a Dio gradito (Ef 5,2; Eb 9,14).
Il Vaticano II ha detto che "Mediante l'assemblea liturgica la Chiesa manifesta più pienamente l'indole escatologica della sua vocazione" (LG 48) ed "attua già su questa terra, in maniera nobilissima, la sua unione con la Chiesa celeste" (LG 50).
Se dalla Liturgia noi attingiamo la ricchezza della grazia divina, non dobbiamo tuttavia dimenticare che le «sorgenti» di questa vita soprannaturale sono «lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio, dove la vita della Chiesa è nascosta con Cristo in Dio, fino a che col suo Sposo, comparirà rivestita di gloria (cf Col 3,1-4)» (Lumen gentium 6).
Nel tempo della Chiesa, lo Spirito Santo è all’opera. Soprattutto mediante la predicazione del Vangelo (attività missionaria) ed il ricorso ai mezzi della grazia sacramentale (attività liturgica), lo Spirito fa ringiovanire la Chiesa, la rinnova continuamente, la fa partecipare fin da ora alla cittadinanza (politeuma) «nei cieli» (Fil 3,20; LG 13.48), essendo «la Gerusalemme di lassù nostra madre» (Gal 4,26; LG 6).

Nella comunione dei Santi.
L’espressione comunione dei Santi la troviamo già nel Simbolo apostolico e poi nel Credo Niceno-Costantinopolitano quando si fa la professione di fede dicendo «credo la comunione dei Santi». Con questa espressione si vogliono esprimere almeno tre significati: anzitutto la comunione ai beni spirituali della Chiesa (Sancta = le cose sante); in secondo luogo la comunione che esiste tra le membra del corpo di Cristo, siano esse in situazione di pellegrinaggio su questa terra, o di purificazione nel purgatorio, o di beatitudine nel Paradiso (Sanctorum = i Santi); infine la comunione allo Spirito Santo (Sancti = il Santo Spirito).
La Liturgia permette la realizzazione di questo misterioso e reale vincolo di comunione. La Chiesa crede infatti che l’unione in Cristo dei fratelli, la quale consiste in vincoli di carità, non s’interrompe con la morte, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali. La fede dona ai cristiani che vivono sulla terra la possibilità di comunicare in Cristo con i propri cari già strappati dalla morte (GS 18). Questa comunicazione avviene attraverso diverse forme di preghiera basate sulla fede della comunione-continuità tra Liturgia terrena e Liturgia celeste.
Nella Liturgia terrena, soprattutto quando celebriamo il sacrificio eucaristico, ci uniamo in sommo grado al culto della Chiesa celeste, comunicando con essa e venerando la memoria soprattutto della gloriosa Vergine Maria, ma anche del beato Giuseppe e dei beati apostoli e martiri e di tutti i santi (LG 50). Realmente, quando si celebra la Liturgia terrena, si manifesta la volontà di unirla con quella celeste. Così, nel Canone Romano, questa volontà appare non solo nell’orazione «In comunione con tutta la Chiesa», ma anche nel passaggio dal prefazio al canone e nell’orazione del canone «Ti supplichiamo, Dio onnipotente», nella quale si chiede che l’offerta terrena sia portata sull’altare sublime del cielo, al cospetto della maestà divina, per le mani dell’angelo santo del divin sacrificio; da questo «admirabile commercium» tra Liturgia celeste e Liturgia terrena viene a noi la certezza che «su tutti noi che partecipiamo di questo altare… scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo».
Ma questa Liturgia celeste non consiste solo nella lode. Il suo centro è l’Agnello che sta in piedi, come immolato (cf. Ap 5,6), cioè «Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi» (Rm 8,34; cf. Eb 7,25). Poiché le anime dei beati partecipano a questa Liturgia d’intercessione, in essa hanno cura anche di noi e del nostro pellegrinaggio, «poiché intercedono per noi e con la loro fraterna sollecitudine aiutano grandemente la nostra debolezza». Poiché in questa unione della Liturgia celeste e terrena diventiamo coscienti che i beati pregano per noi, «è quindi sommamente giusto che amiamo questi amici e coeredi di Gesù Cristo e anche nostri fratelli e insigni benefattori e che per essi rendiamo le dovute grazie a Dio» (LG 50).
Inoltre, la Chiesa ci esorta con impegno a invocarli umilmente e ricorrere alle loro preghiere, al loro potere e aiuto per ottenere benefici da Dio, per mezzo del Figlio suo Gesù Cristo, nostro Signore, che è l’unico Redentore e Salvatore. Questa invocazione dei Santi è un atto per cui il fedele si affida fiduciosamente alla loro carità. Poiché Dio è la fonte dalla quale si diffonde tutta la carità (cf. Rm 5,5), ogni invocazione dei Santi è riconoscimento di Dio, quale fondamento supremo della loro carità, e tende, come ultimo termine, a lui.

Concludendo possiamo dire che tutta la vita cristiana è da vedere come una processione liturgica di peregrinanti (cf la panegyrìa di Eb 12, 22) il cui scopo è, arrivando al termine dove è la perfezione, di avvicinarci a Dio nel santuario celeste, e comparire dinanzi a Lui. In questa Liturgia celeste ed in questo santuario, già ci hanno preceduto coloro che «sono morti nel segno della fede» (Canone Romano). La nostra Liturgia terrena, pur nella sua limitatezza e debolezza umana, già è partecipazione reale di quella realtà celeste, grazie alla divina presenza, là e qui, dell’unico Sommo Sacerdote, il Signore Risorto. Egli ci asperge col suo sangue purificandoci dai nostri peccati, ci nutre col suo corpo per la Risurrezione finale, ci da già il pegno della gloria futura
Sant’Agostino esprime questa nostra peregrinazione verso la Liturgia celeste, con il celebre Discorso che si intitola «Canta e cammina».
«Cantiamo qui l`alleluia, mentre siamo ancora privi di sicurezza, per poterlo cantare un giorno lassù, ormai sicuri. Perché qui siamo nell`ansia e nell`incertezza […] Ora infatti il nostro corpo è nella condizione terrestre, mentre allora sarà in quella celeste. O felice quell`alleluia cantato lassù! O alleluia di sicurezza e di pace! Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico. Ivi risuoneranno le lodi di Dio. Certo risuonano anche ora qui. Qui però nell`ansia, mentre lassù nella tranquillità. Qui cantiamo da morituri, lassù da immortali. Qui nella speranza, lassù nella realtà. Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria. Cantiamo pure ora, non tanto per goderci il riposo, quanto per sollevarci dalla fatica. Cantiamo da viandanti. Canta, ma cammina. Canta per alleviare le asprezze della marcia, ma cantando non indulgere alla pigrizia. Canta e cammina. Che significa camminare? Andare avanti nel bene, progredire nella santità. Vi sono infatti, secondo l`Apostolo, alcuni che progrediscono si, ma nel male. Se progredisci è segno che cammini, ma devi camminare nel bene, devi avanzare nella retta fede, devi avanzare nella retta fede, devi progredire nella santità. Canta e cammina». (Dai «Discorsi» di sant`Agostino, vescovo, Disc. 256, 1. 2. 3; PL 38, 1191-1193 [Ufficio delle Letture, sabato XXIV per annum])

 

Fonte: http://www.niccolov.it/dispense/Liturgia.zip

Autore del testo: Paolo Giglioni
Settembre 1999

Gennaio 2000

Marzo 2000

Luglio 2000   

Gennaio 2001: Mistagogìa2-VCC20

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