Profeta Abacuc

 


Profeta Abacuc

 

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Profeta Abacuc

 

LIBRO DI ABACUC

 

il libro di Abacuc
Il libro di Abacuc non è una delle letture più scontate. E’ un piccolo libro nella raccolta dei profeti minori.
Il profeta Abacuc sarebbe un personaggio sconosciuto, se non comparisse nella raccolta dei libri dell’AT con questo piccolo libro intitolato al suo nome. Possiamo senz’altro collocare il ministero profetico svolto dal nostro Abacuc in un periodo che è tra i più drammatici della storia della salvezza: il periodo storico alla fine del VII secolo a.C. che costituisce l’immediata premessa agli eventi della grande catastrofe, agli inizi del secolo successivo.
Gerusalemme è assediata e occupata; la popolazione è deportata a più riprese, nel contesto di uno sconquasso tale per cui molti contemporanei avranno l’impressione che sia definitivamente interrotta la storia, inaugurata tanti secoli prima e che era stata affrontata e vissuta con singolari aspettative.
Abacuc vive ed opera in quel periodo. La grande figura profetica che fa da riferimento è Geremia. Abacuc è contemporaneo di Geremia. Naturalmente la sua personalità non si pone a livello del grande Geremia, ma questo non toglie nulla al valore intrinseco della predicazione profetica svolta da Abacuc. Si tratta piuttosto di apprezzare il carattere specifico di questa sua missione in quanto noi siamo, leggendo adesso il libro di Abacuc, coinvolti in una conversazione che impegna intimamente il nostro profeta. Suo interlocutore è il Signore. Proprio Geremia, il grande contemporaneo di Abacuc, anche a questo riguardo è figura esemplare. Geremia è un profeta aperto al dialogo con il Signore in modo cosi intimo da toccare i livelli più intensi, più appassionati, più lirici, della conversazione, della disputa, della confessione.
Nel caso di Abacuc una conversazione che impegna radicalmente il profeta nel tentativo di affrontare una questione che è presente nella ricerca sapienziale che si è venuta man mano sviluppando nel corso delle generazioni e che qui riemerge. C’è un grande libro dell’AT che costituisce il sigillo più maturo di tutta questa problematica: il libro di Giobbe.
Il problema di Abacuc
Abacuc è profeta, ma è profeta che concentra la propria testimonianza, la propria missione in un ambito che ci appare del tutto interiore fino a coincidere con lo spazio della vicenda umana che è riservato alla ricerca sapienziale. Il problema su cui Abacuc riflette e a riguardo del quale dibatte in dialogo con il Signore, è il problema della storia, del senso della storia. Perchè gli eventi che si compiono nella storia assumono una fisionomia del tutto contraddittoria rispetto ai principi tradizionali dell’insegnamento sapienziale, per cui il buono è premiato e l’empio è punito? Questa problematica è ripresa e rilanciata, nel corso della storia della salvezza, fino a quel momento di sintesi davvero superlativa che è rappresentato dal libro di Giobbe.
Chi governa la storia? E allo stesso tempo: di quale potere parliamo nel momento in cui siamo coinvolti in una storia che ci travolge all’interno di dinamismi non corrispondenti alle elaborazioni teoriche dei sapienti? Dove sta il potere? Chi lo detiene? Chi lo gestisce?
Abacuc ha a che fare con la sua gente in un’epoca critica della storia della salvezza, ma è in contatto con rappresentanti di altre realtà culturali, altre istituzioni politiche, altri popoli e nazioni, che intersecano la storia del popolo di Dio. Il problema che Abacuc dibatte riguarda la vocazione dell’uomo e la sua presenza nella storia. Quale potere per l’uomo e quale potere sull’uomo nella storia degli uomini? Di questo problema Abacuc dialoga con Dio.
Un grido
Leggiamo il testo che è costruito in modo drammatico, per scene, mentre si succedono vari interventi. Gli interlocutori sono Abacuc, il nostro profeta, e il Signore.
Prima scena 1,1-4. C’è un titolo: «Oracolo che ebbe in visione il profeta Abacuc». Questa scena è occupata dalla urgenza sonora di un grido: «Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: "Violenza!" e non soccorri?». Abacuc non cerca altri interlocutori, si rivolge direttamente al Signore, non ha niente da imparare alla scuola di chicchessia. Il suo riferimento è unico ed assoluto: il Signore. E Abacuc protesta perché la realtà della storia umana in cui egli è coinvolto è segnata dalla violenza. Una sola parola che descrive in maniera efficacissima quale sia la situazione di ostilità, di sfruttamento, di ingiustizia che affiora dalla storia umana, attraverso l’esperienza del popolo d’Israele. Ma tale esperienza è ben riconoscibile nel grande, più ampio, più complesso svolgimento di tutta la storia umana. Il nostro profeta è frustrato, si lamenta e con il suo lamento sta dichiarando quanto sia amara la sconfitta di chi non sa come porre rimedio ad una evidenza così travolgente, così catastrofica.
La storia umana è storia fatta di violenza che riproduce se stessa, che si ripropone come specchio sempre più raffinato e sempre più inevadibile, specchio di una prepotenza che scaturisce dall’intimo del cuore umano e che si impone poi come potere dominante sulla scena della storia umana. Di tutto questo il profeta discute con il Signore. Abacuc è quanto mai audace nella sua intraprendenza: denuncia l’apparente disinteresse di Dio: come mai tu non ascolti? Come mai tu non prendi posizione?
«Perché mi fai vedere l'iniquità e resti spettatore dell'oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Non ha più forza la legge, né mai si afferma il diritto. L'empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto».
Questo è quello che mi è dato da vedere, anzi tu stesso, dice il nostro profeta al Signore, mi conduci ad affacciarmi a questo orizzonte: sei tu che in qualche modo mi costringi a rilevare i dati di una situazione così drammatica. E’ impossibile per me sfuggire a questa realtà. Essa definisce la mia vita e la vita degli uomini e la storia degli uomini e non valgono più i riferimenti, a cui pure eravamo rivolti, come la legge e il diritto. Non valgono più. Sembravano argini in grado di dare un orientamento alla storia del nostro popolo, e quindi alla storia umana ed invece non è così.
La risposta di Dio
Seconda scena, 1,5-11: la risposta di Dio.
«Guardate fra i popoli e osservate». E’ il Signore che sta parlando adesso. «Inorridite e ammutolite». La risposta di Dio è quanto mai sferzante. Qualcuno, forse lo stesso profeta, si aspettava una risposta che lo consolasse, che gli offrisse qualche considerazione tranquillizzante, ed invece non è così. Il Signore risponde rincarando la dose:
«Guardate fra i popoli e osservate, inorridite e ammutolite: c'è chi compirà ai vostri giorni una cosa che a raccontarla non sarebbe creduta».
Il Signore vuol parlare ad Abacuc, e attraverso Abacuc a tutti, di una novità che nessuno mai avrebbe immaginato, sospettato, previsto, se non fosse vera. Questa novità ormai è documentata. E’ presente nella storia contemporanea come un dato ineccepibile, insormontabile, un dato da cui sono travolti. Qui il Signore sta parlando con il profeta Abacuc di una presenza che è ormai apparsa all’orizzonte, anzi incalza, incombe, sta sconvolgendo tutti gli equilibri personali, sociali, istituzionali. Si tratta dell’esercito caldeo, l’esercito babilonese: arrivano i babilonesi. Questa è la novità per i contemporanei, è una novità terrificante, sconvolgente, è una novità che viene adesso descritta come premonitrice di eventi catastrofici e irreparabili. La storia umana è ricorrentemente segnata da novità del genere. Di varia natura, non sempre di natura militare, a volte le novità non militari sono a volte più ravolgenti e devastanti. E prosegue:
«Ecco, io faccio sorgere i Caldei, popolo feroce e impetuoso, che percorre ampie regioni per occupare sedi non sue».
E’ veramente paradossale questo annuncio, sembra proprio che il Signore sia garante di questa presenza così crudele e spietata che si impone sulla scena della storia contemporanea: Io faccio sorgere i caldei. L’esercito babilonese viene descritto qui nell’atto di occupare territori che non sono suoi e di cui pure si impossessa con brutalità. Ecco chi esercita il potere: «Egli è feroce e terribile, da lui esce il suo diritto e la sua grandezza».
Il potere che esercita è determinato dalla forza con cui si impone: Da lui esce il suo diritto e la sua grandezza. E’ lui fonte dei suoi vantati diritti di invasione, di governo, di gestione del mondo. E’ il suo potere.
«Più veloci dei leopardi sono i suoi cavalli, più agili dei lupi della sera. Balzano i suoi destrieri, venuti da lontano, volano come aquila che piomba per divorare».
Una corsa incontenibile, nessuno può sfuggire a questo accerchiamento in un carosello storico che sta a dimostrare che il potere è di chi lo detiene e di chi lo esercita perché più forte.
Al v. 10 è come se l’esercito si personalizzasse: è l’esercito, ma è anche il comandante dell’esercito, i babilonesi ed il gran re:
«Egli dei re si fa beffe, e dei capi si ride; si fa gioco di ogni fortezza, assale una città e la conquista. Poi muta corso il vento: passa e paga il fio (meglio: e se ne va). Questa la potenza del mio (meglio: suo) Dio!». Sembra quasi che scherzi, che si diverta, e intanto tutti coloro che sono comparsi lungo la traiettoria della sua corsa sono stati spazzati via. Non c’è nessuno che entra in rapporto positivo con lui. Si tratta semplicemente di sottostare, di subire la sua prepotenza, di rimanere schiacciato come oggetto del suo potere. E tutto questo in nome di quel diritto e di quella forza che egli vanta come il suo stesso Dio: questa è la potenza del suo Dio.
Qui è il Signore che sta rispondendo ad Abacuc: ecco, vedi, il potere è nelle loro mani, è negli zoccoli di quei cavalli. Questo è il loro Dio, parola del Signore.
Tu, tu, Signore?
Il profeta non è soddisfatto. Abacuc, 1,12-17:
«Non sei tu fin da principio, Signore, il mio Dio, il mio Santo? Noi non moriremo, Signore. Tu lo hai scelto per far giustizia, l'hai reso forte, o Roccia, per castigare».
Abacuc vuole trovare una motivazione che sia persuasiva, ma il suo tentativo è insostenibile. Il profeta si rivolge al Signore ancora in atteggiamento provocatorio, anche se nella sincerità della devozione: Tu sei il mio Dio, Tu sei il mio santo, non è forse vero questo? Tu, tu Signore? Come mai le cose vanno in questo modo dal momento che sei tu, mia Roccia, incrollabile? Se le cose stanno così, i tentativi di spiegare e interpretare non convincono. Abacuc si trova dinanzi ad una evidenza sconcertante e scandalosa: tu dai fondamento all’idolatria, per cui il potere è il criterio assolutamente autoreferenziale a cui gli uomini fanno riferimento. E debbono fare riferimento per essere attori e protagonisti della loro storia.
«Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l'iniquità, perché, vedendo i malvagi, taci mentre l'empio ingoia il giusto?».
Tu vedi e taci, perché? E poi:
«Tu tratti gli uomini come pesci del mare, come un verme che non ha padrone».
Questa è la situazione in cui si trovano gli uomini dal momento che la storia è abbandonata al potere di chi vuole imporsi, in forza di quel principio assoluto per cui l’esercizio del potere è il dio di questo mondo, è l’unico dio. Abacuc dice al Signore: Tu approvi, sei tu che favorisci, anzi sostieni, esalti i rapporti di potere che qui vengono descritti ricorrendo a immagini proprie della pesca. Tu, Signore, sei il grande pescatore. «Tu tratti gli uomini come pesci del mare, come un verme che non ha padrone, ma egli (il caldeo) li prende tutti all'amo». Nel corso della storia umana è lui, il babilonese, il pescatore che si dedica con sistematica prepotenza alla sua arte, alla sua attività di raccolta in modo tale che nessuno dei pesci di questo mondo gli sfugga. E tutto questo con una puntualità, con una efficienza tali da conferire un valore sacro a quella attività pescatoria.
«Egli li prende tutti all’amo, li tira su con il giacchio, li raccoglie nella rete, e contento ne gode». «Perciò offre sacrifici alla sua rete».
La sua rete ha valore divino, un valore sacro.
«Brucia incenso al suo giacchio, perché fanno grassa la sua parte e succulente le sue vivande. Continuerà dunque a vuotare il giacchio e a massacrare le genti senza pietà?».
Il profeta grida, si lamenta, protesta e man mano che la conversazione con il Signore si sviluppa non trova soluzione al suo problema
il giusto vivrà per la sua fede
La quarta scena (2,1-5) ha un andamento più meditativo. Qui finalmente viene individuato un valido criterio interpretativo della storia. Sono pochi versetti estremamente densi e carichi di teologia.
«Mi metterò di sentinellain piedi sulla fortezza, a spiare, per vedere che cosa mi dirà, che cosa risponderà ai miei lamenti». Il profeta come sentinella. Questa è un’immagine che ritorna più volte nella tradizione dei profeti. Qui la sentinella si prende l’impegno di sorvegliare il comportamento di Dio. Si tratta di tenerlo d’occhio, si tratta di scrutare la scena della nostra storia umana per poter discernere attraverso gli eventi che si stanno compiendo, quali siano le sue vere intenzioni.
Ed ecco, la risposta, vv. 2-3: «Il Signore rispose e mi disse: "Scrivi la visione"». E’ proprio vero, stai attento a quello che vedi perché è importante che tu registri questo messaggio. «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente». Dunque se il messaggio dev’essere scritto, vuol dire che dev’essere conservato, dev’essere tenuto a mente, ricordato, riproposto, perché vale. Se non vale per l’immediato, vale per il futuro, ma vale come criterio interpretativo di tutto lo svolgimento della storia umana. Per quanto adesso non possa essere registrata la immediata scadenza di questo messaggio. Scrivilo. E poi aggiunge: «E` una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà"». Il messaggio dev’essere messo per iscritto in vista di un avvenire che potrebbe allungarsi in modo imprevedibile, indeterminabile. Nello stesso tempo è vero che ogni rinvio superfluo è eliminato. Questo messaggio porta in sé una urgenza che si incide fin da adesso nelle strutture più profonde e qualificanti di tutta la storia umana, quella che è in corso e quella che ancora sta davanti a noi quando verrà il momento. Ma questo messaggio vale già come criterio interpretativo di quel che sta avvenendo, anche se la scadenza è rinviata, ma non tarderà.
Il vero e proprio principio ermeneutico sta qui: «Ecco, soccombe colui che non ha l'animo retto». Dobbiamo tradurre più esattamente: «Ecco il gonfiamento», è l’immagine di un uomo tronfio, di un uomo che si sta gonfiando, appunto. Questa immagine ritorna in tanti luoghi. 1Cor «Coloro che si gonfiano». Paolo usa questa espressione in modo quasi sintomatico per individuare delle presenze che sono interne alla chiesa, nel contesto della sua elaborazione pastorale. «Coloro che si gonfiano». E’ l’uomo che in un altro momento era stato identificato come l’empio, ma è esattamente l’uomo che si gonfia, in quanto si erge come protagonista della propria storia e come devoto cultore di quel valore assoluto che è il suo potere, il potere di dominare, di governare, di gestire la debolezza altrui, di invadere la scena del mondo, di affermarsi. Questo gonfiamento non spiana la strada degli uomini. «Mentre il giusto vivrà per la sua fede». Basta solo una qualche vibrazione nell’orecchio e subito ci ricordiamo della insistenza con cui Paolo nelle sue lettere ritorna proprio su questo versetto, proprio su questo rigo che diventa uno dei grandi principi della sua teologia della salvezza: il giusto vivrà per la fede. E’ una citazione di Abacuc. Paolo è studioso di Abacuc, Paolo commenta Abacuc, Paolo stringe tutta la sua ricerca teologica nel confronto con la tradizione giudaica passata attraverso l’esperienza della legge, delle osservanze, fallimenti, e così via. Tutto si ricapitola per lui in questo versetto: il giusto vivrà per la fede. Chi si affida, chi si arrende a Dio, vive. Chi si consegna a Dio, vive. La scena con cui abbiamo a che fare è ancora quella che ci è stata descritta con molti particolari precedentemente: è la storia degli uomini. Tuttavia il criterio interpretativo è ben diverso da quello su cui Abacuc faceva leva per denunciare il disastro tragico di una storia incomprensibile; d’altra parte anche il Signore sembrava che stesse al gioco, che accettasse di dialogare con Abacuc in base a quel principio di riferimento: il potere come valore in base al quale si deve spiegare il senso della storia umana. Abacuc ha protestato. Il Signore adesso sta riprendendo il discorso ma a partire da un altro principio. Non si tratta di protestare ancora perché non si è trovato un potere che sia tale da soverchiare il potere del nemico; il criterio in base al quale sarai in grado di interpretare il senso della storia umana sta nella scoperta che ti è aperta dinanzi la strada della vita man mano che tu impari ad affidarti a Dio. Il giusto vivrà mediante la fede. E’ esattamente un’altra strada.
Il superbo non sussisterà
Il v. 5 amplia il principio che è stato formulato in modo così essenziale nel versetto 4:
«La ricchezza rende malvagi; il superbo non sussisterà; spalanca come gli inferi le sue fauci e, come la morte, non si sazia, attira a sé tutti i popoli, raduna per sé tutte le genti».
Quel tale che precedentemente era descritto come il rigonfiato, il fanfarone, eccolo all’opera: è micidiale, insaziabile e inarrestabile e d’altra parte sempre più puntuale, sistematico, metodico, nell’esercitare un potere che è causa di morte, che è causa di distruzione, un potere che è infernale, diabolico. Nella morte non si sazia, attira a sé tutti i popoli, raduna per sé tutte le genti. Spalanca come gli inferi, come lo sheol, le sue fauci. E’ l’empio, il rigonfiato, il fanfarone: così potremmo tradurre ciò che qui è chiamato il superbo. La ricchezza rende empi. Un’affermazione più chiara, perentoria di questa non si potrebbe trovare.
Questo modo di procedere rende la vita pesante, affannosa, desertica, appunto: infernale. Il giusto, invece, vivrà della sua fede.
v. 6 al v. 20: una quinta scena che in realtà consiste in un ampio intermezzo che dà voce ad un coro. C’è un coro in questa specie di rappresentazione drammatica che stiamo ricostruendo. E’ il coro raccoglie i popoli che nel corso della storia umana hanno sperimentato la violenza, hanno sperimentato l’oppressione, sono stati stretti dentro la macina del potere. Ci sono poi i rappresentanti, più o meno qualificati, delle figure autorevoli, fino al poveraccio, all’ultimo meschino rappresentante della vocazione umana. Un coro di voci: è il coro degli oppressi. Questi sono spettatori e quindi testimoni della infernale contraddizione a cui va incontro il rigonfiato, il fanfarone, il superbo, l’empio, comunque vogliamo definirlo. Parliamo al singolare, ma è tutto un meccanismo che viene puntualmente riproposto nella storia umana; esso passa attraverso l’esercito babilonese, ma non solo. E’ un modo di organizzare il mondo, la vita, la storia; è un modo di esercitare il potere. E’ il potere divenuto valore assoluto!
Il v. 6 introduce 5 interventi che si succedono e si fondono tra di loro nel contesto del coro: «Forse che tutti non lo canzoneranno, non faranno motteggi per lui? Diranno:». Qui cominciano i 5 interventi, ognuno dei quali è introdotto da un "guai", "sventura".
Primo intervento, vv. 6-8: «Guai a chi accumula ciò che non è suo». Ciascuno di questi 5 interventi dà una particolare configurazione al personaggio che stiamo considerando, al potere di cui egli ha fatto il suo stesso dio. Qui il potere viene rappresentato come ingordigia dell’accumulo, ingordigia della sopraffazione, perché ogni accumulo comporta un approfittamento a danno degli altri. Per chi esercita in questo modo il potere: guai! Che disgrazia, che sventura, che disastro.
«Guai a chi accumula ciò che non è suo, e fino a quando? e si carica di pegni! Forse che non sorgeranno a un tratto i tuoi creditori, non si sveglieranno i tuoi esattori e tu diverrai loro preda? Poiché tu hai spogliato molte genti, gli altri popoli spoglieranno te, a causa del sangue umano versato, della violenza fatta alla regione, alla città e ai suoi abitanti».
Guai a te, sventura, per come ti sei arroccato nel tuo potere e hai approfittato a più non posso e vai incontro ad una inevitabile nudità. Sei un uomo nudo.
Guai a chi è avido di lucro..
Secondo intervento, vv. 9-11: qui il potere viene considerato come volontà di costruire una casa. La casa nel senso dell’edificio e la casa nel senso della famiglia. «Guai a chi è avido di lucro, sventura per la sua casa». Una famiglia al modo di una casa, una casa al modo di una famiglia, costruita i quella prospettiva di riferimento assoluto, di valore sacro che è la prospettiva propria del potere. Guai a chi investe il proprio potere nel costruirsi una casa , corrispondente alle sue presunzioni , alle sue prepotenze. Anche la casa è "gonfiata", anche la famiglia è portata a livelli così smisurati, squilibrati, da scoppiare tristemente e trasformarsi in un ammasso di frammenti ingovernabili. «Guai a chi è avido di lucro, sventura per la sua casa». Ha rimpinzato la casa, l’ha ingrassata a più non posso «per mettere il nido in luogo alto, e sfuggire alla stretta della sventura». «Hai decretato il disonore alla tua casa», ecco il risultato: «hai soppresso popoli numerosi, hai fatto del male contro te stesso. La pietra infatti griderà dalla parete e dal tavolato risponderà la trave». La casa sta crollando, non c’è trave che possa sostenere il soffitto, il tavolato si sta disintegrando. Hai costruito la tua casa in forza del potere che hai considerato come il dovere l’unico Dio, la tua casa ti casca sulla testa.
Guai a chi costruisce una città...
Terzo intervento, vv. 12-14: è il potere in quanto strumento a cui fa ricorso chi vuole costruire la città. Sono collegate tra di loro la casa e la città. Si ricordi il salmo 127 (126): «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode».
«Guai a chi costruisce una città sul sangue e fonda un castello sull'iniquità. Non è forse volere del Signore degli eserciti che i popoli fatichino per il fuoco e le nazioni si stanchino per un nulla?».
Una gran fatica inutile, eppure ne vien fuori una città, una torre, un fortilizio impressionante, affascinante. Eppure tutto sembra costruito soltanto per dare alimento la fuoco. «Poiché, come le acque colmano il mare, così la terra dovrà riempirsi di conoscenza della gloria del Signore». L’alluvione, l’allagamento, il nuovo diluvio. La città è travolta perché solo una volta che sarà spazzata via da quella alluvione, la conoscenza della gloria del Signore potrà spuntare come nuova piantagione da quel terreno. Là dove la città è stata costruita sul sangue, è l’invenzione di Caino (Gen 4-9) bisogna che passi un diluvio perché il terreno sia lavato e reso fertile, come Noè che dopo il diluvio coltiva la vite e ne ricava il vino per la consolazione del cuore umano.
Guai a chi fa bere veleno..
vv. 15-17. «Guai a chi fa bere i suoi vicini versando veleno per ubriacarli e scoprire le loro nudità». Qui il potere viene considerato come abuso nella strumentalizzazione della miseria altrui. Questa è una prospettiva che si ripropone in diversi contesti: quello personale, quello familiare e domestico, quello civile e politico. «Guai a chi fa bere i suoi vicini versando veleno per ubriacarli e scoprire le loro nudità. Ti sei saziato di vergogna, non di gloria». Anche in questo caso c’è un richiamo a Noè. Ti sei ubriacato di vergogna, non di gloria. «Bevi, e ti colga il capogiro. Si riverserà su di te il calice della destra del Signore e la vergogna sopra il tuo onore». Passerai dalla ubriacatura di vergogna alla vergogna dell’ubriachezza. Ti ritroverai nudo. Qui la nudità che rievoca la situazione in cui si trova Noè, la nudità viene messa in relazione agli effetti che sono registrati nell’ambiente cosmico che, sottoposto alle forme del potere umano, viene raso al suolo. Le montagne sono disboscate, il territorio spopolato: tu sei nudo.
«Si riverserà su di te il calice della destra del Signore e la vergogna sopra il tuo onore, poiché lo scempio fatto al Libano ricadrà su di te e il massacro degli animali ti colmerà di spavento, a causa del sangue umano versato, della violenza fatta alla regione, alla città e a tutti i suoi abitanti».
Guai a chi dice al legno..
E siamo al quinto intervento, vv. 18-20. Bisogna leggere prima il v. 19, poi il v. 18. Ora il v. 19: «Guai a chi dice al legno: "Svegliati", e alla pietra muta: "Alzati"». In questo quinto intervento il potere è considerato nella sua pretesa di usare le parole del linguaggio in modo esaltante, in modo idolatrico. A suo tempo il p. Corradino parlava del verbalismo. Il quinto intervento nella sequenza che stiamo considerando, mette a fuoco proprio questa idolatria del potere in quanto abusiva, petulante, prepotente, travolgente, strumentalizzazione della parola: è l’immagine di ogni comunicazione. Niente di più attuale. «Guai a chi dice al legno: "Svegliati", e alla pietra muta: "Alzati". Ecco, è ricoperta d'oro e d'argento ma dentro non c'è soffio vitale». E’ ricoperta d’oro e d’argento, ma non c’è soffio vitale.
V. 18 «A che giova un idolo perché l'artista si dia pena di scolpirlo? O una statua fusa o un oracolo falso, perché l'artista confidi in essi, scolpendo idoli muti?».
V. 20 «Il Signore risiede nel suo santo tempio. Taccia, davanti a lui, tutta la terra!». Resta il silenzio della fede con cui il giusto si dedica alla paziente e coraggiosa ricerca della sua vita. «Taccia, davanti a lui, tutta la terra!».
il cantico di Abacuc
Qui si inserisce, proprio sullo sfondo di quel silenzio, il cantico famoso di Abacuc, uno dei grandi cantici dell’AT, a cui è molto affezionata la tradizione orientale. E’ uno dei 9 cantici anticotestamentari per eccellenza.
C’è una intestazione: «Preghiera del profeta Abacuc, in tono di lamentazione».
Il termine tradotto con lamentazione qui, altrove è inteso come colpa inavvertita. Nell’AT ogni tanto si parla di queste colpe inavvertite. Questa è la preghiera del profeta Abacuc che sta uscendo da una situazione di incertezza interiore, di confusione, di disagio. C’erano dei modi che esigevano un discernimento e adesso Abacuc canta dimostrando che proprio questo discernimento è avvenuto. Questo discernimento riguarda il senso della storia, riguarda il problema del potere.
Prima strofa: «Signore, ho ascoltato il tuo annunzio, Signore, ho avuto timore della tua opera. Nel corso degli anni manifestala falla conoscere nel corso degli anni. Nello sdegno ricordati di avere clemenza».
Ecco, ho ascoltato, dice il profeta. Sono terribili gli eventi di cui parli e d’altra parte è proprio nella prospettiva che hai illuminato, con quanto hai voluto chiarire da parte tua, è in quella prospettiva che si delinea il cammino della vita, lì dove dice: "Nel corso degli anni manifestala", si potrebbe tradurre meglio: "Nel corso degli anni falla vivere la tua opera".
La venuta del Signore, vv. 3-7. Abacuc ne dà una descrizione teofanica meravigliosa e appassionante. Tutto fa riferimento alle forme di una tempesta: Viene il Signore.
«Dio viene da Teman, il Santo dal monte Paràn. La sua maestà ricopre i cieli, delle sue lodi è piena la terra». Una tempesta che sconvolge i cieli nella loro altezza e la terra in tutta la sua estensione; una tempesta che avanza in modo maestoso e si impone come unificazione tra cielo e terra: il cielo si copre, la terra freme, tutto l’universo è coinvolto là dove il Signore viene nella gratuità dei suoi gesti, delle sue parole, della sua presenza.
«Il suo splendore è come la luce, bagliori di folgore escono dalle sue mani: là si cela la sua potenza». E’ velato e al tempo stesso luminoso, quella mano che lo copre è la mano da cui provengono le folgori che ci abbagliano e che pure illuminano in modo completo, capillare, radicale la scena del mondo. E’ lui, velato nel suo segreto, eppure tutto espresso nella luminosità con cui raggiunge le realtà più nascoste, più sconosciute, più marginali della creazione e della storia umana.
«Davanti a lui avanza la peste, la febbre ardente segue i suoi passi». Fulmini e grandine: davanti a lui e dietro di lui. Davanti a lui fulmini e poi ecco: uno scroscio di grandine che viene appresso in modo da scandire i tempi. Ormai si erge come Signore nella sequenza dei tempi, c’è un prima e c’è un dopo in rapporto alla sua presenza.
«Si arresta e scuote la terra, guarda e fa tremare le genti; le montagne eterne s'infrangono, e i colli antichi si abbassano: i suoi sentieri nei secoli». Tutte le creature sono stimolate, sono eccitate, vengono provocate in modo da offrire una risposta, perché tutte le creature sono coinvolte in questa tempesta e sono valorizzate in essa: sussulti di obbedienza, perché la terra è guardata da lui.
«Ho visto i padiglioni di Cusàn in preda a spavento, sono agitate le tende di Madian». Il vento che circola con la sua energia vorticosa, intrattenibile, dall’alto al basso, da destra a sinistra, da sopra a sotto, spazza le tende dei beduini, gonfia come vele quei drappeggi e trasforma la creazione in una pienezza. La pienezza del Signore riempie! S. Paolo, a modo suo con il suo linguaggio, parlerà appunto del pleroma, della pienezza.
Terza strofa, vv.8-15. Il Signore è protagonista di un combattimento che già si traduce nella sua vittoria. Non c’è nemmeno un combattimento a dire il vero, per il fatto stesso che si presenta già è vittorioso.
«Forse contro i fiumi, Signore, contro i fiumi si accende la tua ira o contro il mare è il tuo furore, quando tu monti sopra i tuoi cavalli, sopra i carri della tua vittoria? Tu estrai il tuo arco e ne sazi di saette la corda. Fai erompere la terra in torrenti; i monti ti vedono e tremano, un uragano di acque si riversa, l'abisso fa sentire la sua voce».
Qui la traduzione è da correggere: l’abisso tende verso l’alto le mani. C’è quasi un tentativo di difesa. «In alto il sole tralascia di mostrarsi, e la luna resta nella sua dimora, fuggono al bagliore delle tue saette, allo splendore folgorante della tua lancia». Quella tempesta che ci è stata descritta precedentemente qui è interpretata al modo di una azione di battaglia, c’è qualche tentativo di difesa, ma la rotta è generale, il nascondimento è anche delle creature più potenti, più appariscenti: il Signore viene ed è vittorioso.
Adesso prosegue (vv. 12-15) esplicitando un dato che ormai è divenuto decisivo per noi: quel conflitto in cui il Signore già si manifesta vittorioso riguarda l’empietà. Viene, è combattente vittorioso in quanto espelle l’empietà. «Sdegnato attraversi la terra, adirato calpesti le genti. Sei uscito per salvare il tuo popolo, per salvare il tuo consacrato». Il popolo, il consacrato, sarebbe il messia. Il popolo di cui si parla qui è quel popolo, è quella presenza nella storia umana che abbiamo intravisto in qualche maniera. C’è chi non entra nel gioco del potere: c’è chi sopporta, c’è chi spera, c’è chi si consegna, c’è chi si attiva, c’è chi si abbandona, c’è chi si arrende a Dio e vive. C’è un messia, consacrato del Signore che appare in modo inconfondibile come segno di salvezza, quel segno che dà il senso alla storia, che stringe e disintegra il problema del potere. «Hai demolito la cima della casa dell'empio, l'hai scalzata fino alle fondamenta». Una casa che si eleva in verticale: demolita. «Con i tuoi dardi hai trafitto il capo dei suoi guerrieri che irrompevano per disperdermi con la gioia di chi divora il povero di nascosto. Hai affogato nel mare (meglio: Calpesti il mare con) i suoi cavalli nella melma di grandi acque». Il Signore viene ed è vittorioso nel conflitto contro l’empietà. L’empio è stritolato, è disintegrato, appare il popolo costituito da coloro che si affidano a Dio e sono protagonisti della vita e protagonisti della storia.
Ultima strofa, vv. 16-19: «Ho udito». Adesso il profeta parla in prima persona singolare: è la sua commozione. Nel frattempo il profeta non ha trovato la risposta a quel problema, come l’aveva impostato lui inizialmente. Anzi, per certi versi, il problema è esasperato. Nel frattempo, tuttavia, è cambiato lui, Abacuc, è cambiato l’atteggiamento del cuore umano, è cambiato il modo di leggere, di intendere, di interpretare il senso della storia. E’ cambiato il modo di impostare il problema: con quale potere contrasteremo il potere? Non è più così il problema.
«Ho udito e fremette il mio cuore (che è la pancia: fremiti nella pancia), a tal voce tremò il mio labbro, la carie entra nelle mie ossa e sotto di me tremano i miei passi. Sospiro al giorno dell'angoscia che verrà contro il popolo che ci opprime».
L’anima mia magnifica il Signore..
Il tormento è generale, Abacuc si rende conto che la situazione nei suoi dati oggettivi va precipitando, eppure il profeta si esprime con una professione di fiducia. E’ vero: «Il fico infatti non germoglierà, nessun prodotto daranno le viti, cesserà il raccolto dell'olivo, i campi non daranno più cibo, i greggi spariranno dagli ovili e le stalle rimarranno senza buoi. Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio salvatore. Il Signore Dio è la mia forza (il Signore Dio è il mio potere), egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa camminare».
Il v. 18 è citato dalla madre del Signore nel suo cantico del Magnificat: «L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,46-47). La Madonna cita Abacuc. E tutte le volte che cantiamo il Magnificat noi implicitamente cantiamo con Abacuc. Una volta nella vita bisognerebbe che ce ne rendessimo conto. "Esulta in Dio il mio spirito, in Dio mio salvatore". Tant’è vero che quando s. Gerolamo traduce qui in latino dice: Et exultabo in meo Iesu meo, in Dio mio Gesù.
s. Gerolamo traduce Abacuc, alla luce del vangelo secondo Luca, il cantico di Maria. In Dio mio Gesù, e Gesù vuol dire salvatore.
Io gioirò nel Signore, esulterò in Dio mio Gesù. Il Signore Dio è la mia forza (il Signore Dio è il mio potere), egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa camminare. Immagine di leggerezza soave perché si è aperto lo spazio della libertà, lo spazio della fede e della gioia, lo spazio dell’amore, lo spazio della vita nel cuore degli uomini che si affidano a Dio.

 

Fonte: http://www.indes.info/lectiodivina/archivio/1999-00_Il_potere/04_quarto_incontro_Libro_di_Abacuc.doc

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