Profeta Isaia

 


Profeta Isaia

 

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Profeta Isaia

 

Profeta Isaia

I PROFETI DEL SECOLO VIII                                                              

1. IL PRIMO ISAIA  (Is 1-39)

1.1. ASPETTI LETTERARI
Si dice che Isaia è il profeta che il re Manasse fece segare in due e che gli esegeti hanno segato in tre! In effetti oggi è comunemente accettato che solo i c. 1-39 sono del profeta Isaia del sec.VIII, con i suoi oracoli di salvezza e soprattutto di minaccia indirizzati ad Israele. Con i c.40-55 ci si trova in una situazione molto diversa: Israele non riceve quasi più rimproveri e minacce ma parole di salvezza, di incoraggiamento e di esortazione. Gerusalemme è stata distrutta, il popolo è in esilio, la potenza di Babilonia è in declino e il re di Persia Ciro ha già iniziato la sua corsa vittoriosa. Il profeta annuncia il ritorno in patria e la ricostruzione. Il suo stile è ridondante, innico ed incline alle ripetizioni. Questo profeta anonimo, responsabile dei c.40-55, è convenzionalmente chiamato “Secondo Isaia” (o Deuteroisaia) e svolge il suo ministero profetico durante l’esilio.
Diversa ancora è la situazione che si incontra nei c.56-66: il tempio è ricostruito e Gerusalemme ripopolata. Ma la condizione del popolo è deplorevole: miseria materiale, ritorno dell’idolatria e della falsa fede. Lo stile è quello del Secondo Isaia, ma i c. 56-66 sono da attribuirsi ad un suo discepolo postesilico, convenzionalmente chiamato “Terzo Isaia” (o Tritoisaia.).
Ma anche all’interno del Primo Isaia vi sono oracoli che appartengono alla scuola di Isaia. Sono cioè da attribuirsi a quei discepoli spirituali del profeta che hanno preferito la pseudonimia, mettendo i loro oracoli sotto il nome e il patrocinio del grande profeta del sec.VIII. Si tratta della cosiddetta “Apocalisse maggiore” (c.24-27) e “Apocalisse minore” (c.34-35), che sono oracoli di profeti postesilici che preannunciano il giudizio definitivo di Dio sulla storia; il racconto in prosa di avvenimenti accaduti al tempo dell’invasione di Sennacherib (c.36-39), quasi identico a quello di 2Re 18-20, di fattura deuteronomistica; ed altri oracoli minori, inseriti un po' ovunque nel libro. Il libro di Isaia è dunque un’antologia di testi profetici, scritti in varie epoche.
Lo stile del Primo Isaia è riconoscibile per la sua brevità e concisione, per la sua discrezione che gli permette di tenere sotto controllo le proprie emozioni e di non essere quasi mai autobiografico, per il carattere spesso allusivo degli oracoli, che rende talora difficile la loro datazione e la loro interpretazione.

 

1.2. PROBLEMI STORICI

A. La persona del profeta.  Isaia, figlio di Amoz, nasce intorno al 740 a.C, probabilmente a Gerusalemme, dal momento che le due grandi tradizioni della città santa - l’elezione divina di Gerusalemme e della dinastia davidica - costituiscono la base maggiore della sua teologia.
Ricevette la sua vocazione profetica “Nell’anno della morte del re Ozia” (6,1), nel 740 a.C. ed esercitò il suo ministero per tutta la seconda metà del secolo VIII. La sua familiarità con la corte e la politica fa pensare che fosse nella cerchia dei consiglieri del re.
Della sua vita sappiamo poco. Era sposato con una “profetessa” (8,3), da cui ha almeno due figli (7,3; 8,3), cui dà nomi simbolici: Sear Yashuv (“un resto tornerà”) e Maher Salal Cash Baz (“veloce alla saccheggio rapido al bottino”). Secondo il Talmud sarebbe morto martire, ucciso dall’empio re Manasse, figlio di Ezechia.
Era profeta di corte ma non cortigiano: non di rado attacca con veemenza gli aristocratici ed i notabili delle classi dominanti. Sotto questo aspetto assomiglia al profeta Amos, da cui fu influenzato soprattutto nella sua giovinezza.

B. Il contesto internazionale. Il quadro politico orientale dell’epoca è segnato dalla rapida e crescente espansione militare dell’Assiria. Nel 745 a.C. sale al trono Tiglatpileser III (detto Pul), che
riorganizza e modernizza l’esercito e lo guida alla conquista della “mezzaluna fertile” (745-727).Seguirono Salmanassar V (727-722) e Sargon II (721-705) che dilatarono i confini dell’impero; e Sennacherib (704-681) che consolidò tali conquiste. La politica assira nei confronti dei piccoli stati - quali erano quelli del corridoio siro-palestinese - comincia con l’imporre loro il tributo di vassallaggio; se osano rivoltarsi l’Assiria impone un governo fantoccio su un territorio considerevolmente ridotto; se persistono nella rivolta viene loro tolta l’indipendenza politica, sono trasformati in province assire, la popolazione è deportata e quella rimasta è mescolata con degli stranieri immigrati, per distruggerne anche l’identità etnico-culturale.
L’Egitto in quel periodo è ancora un gigante addormentato. La sua attività internazionale consiste nel fomentare rivolte in tutto il corridoio siro-palestinese, per creare una sorta di tampone a proprio vantaggio, onde arginare l’espansionismo assiro.

C. Il regno di Giuda. I regni di Azaria-Ozia (767-739) e di suo figlio Yotam (739-734) furono segnati dal benessere economico e dalla sicurezza politica. Quando inizia l’espansione assira il regno di Giuda se ne resta tranquillo; ma verso la fine si profila la minaccia di aggressione da parte dei regni d’Israele e Damasco. Minaccia che diventa aperta ostilità sotto il regno di Acaz (734-727): quei due regni vogliono forzare Giuda ad allearsi con loro nella ribellione contro l’Assiria: Acaz rifiuta e la coalizione siro-efraimitica gli muove guerra con l’intento di deporre il re ed imporre sul trono Ben Tabeel, leader del partito anti-assiro. Acaz allora chiede aiuto all’Assiria, che interviene e costringe la coalizione ad abbandonare il suo progetto, tuttavia Giuda paga pesantemente l’”aiuto fraterno” dell’Assiria, divenendone vassallo.
Ad Acaz succede il figlio Ezechia, ancora minorenne. In un primo tempo (727-715) il governo del regno è assicurato da un reggente, che non si mescola alle rivolte dei regni vicini contro Salmanassar e Sargon, che porteranno alla rovina il regno d’Israele (721). La svolta drammatica si ha quando Ezechia maggiorenne diventa re ‘sui iuris’ (714-698). Con lo stesso zelo con cui attua la riforma religiosa vuole anche recuperare la piena indipendenza politica, Egitto e Babilonia lo sollecitano ad agire. La tentazione di unirsi alla ribellione della Filistea (713) fu forte, ma poi desistette e l’Assiria non intervenne. Ma alla morte di Sargon Ezechia rompe gli indugi e si pone a capo di una lega anti-assira, non paga più il tributo di vassallaggio e si prepara progressivamente alla guerra. Nel 701 Sennacherib interviene e assedia Gerusalemme, che è costretta a capitolare. L’imperatore non poté completare la conquista perché dovette rientrare precipitosamente in Assiria per sedare una rivolta di palazzo, ma per Giuda fu l’inizio della fine: le fu imposto un pesante tributo e il suo territorio fu ridotto alla sola Gerusalemme e dintorni.

 

1.3. MESSAGGIO TEOLOGICO
Il ministero profetico di Isaia è strettamente legato alle mutevoli condizioni sociali e politiche della sua epoca, in cui si possono riconoscere quattro periodi: sotto il regno di Yotam, di Acaz, di Ezechia minorenne e poi maggiorenne. Nonostante il tono allusivo e non datato, alcuni oracoli si possono collocare, con una certa probabilità, nell’una o nell’altra epoca.

A. Sotto il regno di Yotam (740-734): disordini morali e religiosi. 
La prosperità economica introdusse numerose ingiustizie: corruzione dei giudici, arbitrio delle autorità, ingordigia dei latifondisti, sfruttamento dei poveri, lusso sfrenato degli aristocratici, derisione dei profeti...il tutto ammantato di una patina di formalismo religioso.  Isaia, ad imitazione di Amos, reagisce energicamente contro le ingiustizie (3,16-24; 5,8-24 + 10,1-4), contro il formalismo religioso (1,10-20).  La sposa fedele è diventata una prostituta (1,21-26), la vigna scelta non produce che acini amari (5,1-7). Sarà duramente punita da un’invasione di stranieri (5,26-29). L’elezione divina di Gerusalemme non è incondizionata: esige una degna condotta morale.

B. Sotto il regno di Acaz (734-727): la guerra siro-efraimitica.
Di fronte alla minaccia di Damasco e Samaria, il re ed il popolo tremano per l’agitazione e il panico. Isaia li invita a non avere paura, a restarsene tranquilli, ad avere fiducia nel “Santo d’Israele”, che ha eletto Gerusalemme e la dinastia davidica. Se avranno fiducia in lui, egli saprà come liberare la città dall’angoscia e punire i due regni coalizzati (7,1-9).
Per rafforzare la fede vacillante del re, Isaia lo sollecita a chiedere un “segno”, che gli confermi la fedeltà di Dio alla parola data. Ma Acaz - che ha già in testa di chiedere aiuto all’Assiria - risponde in modo evasivo. Isaia si spazientisce ed offre lui stesso un “segno”: la giovane regina ben presto metterà al mondo l’erede al trono, Ezechia. La sua nascita sarà un presagio di speranza per la corte e per il popolo, tanto che gli si imporrà un nome simbolico “Emanuele”, quasi a significare la certezza della protezione divina; di lì a poco infatti gli aggressori saranno obbligati a mollare il cappio che stanno stringendo intorno alla città (7,10-16). Isaia poi offre un secondo “segno”: lui stesso ed i suoi figli (8,18); i loro nomi simbolici sono un presagio augurale della salvezza della città e della punizione della lega siro-efraimitica (8,1-4).
Ma ad Acaz questa “politica” di starsene tranquillo come le acque della vasca di Siloè e di contare solo sulla protezione del Signore non sta bene, non lo tranquillizza. Di fronte ad una tale mancanza di fede Isaia gli preannuncia una dura punizione: il Signore userà l’Assiria come un rasoio per umiliare il regno di Giuda che invaderà fino al collo al tempo di Ezechia e lo renderà una desolazione (7,18-25; 8,5-8). Come di fatto avverrà nel 701. L’elezione divina della città e della dinastia non è senza condizioni: oltre ad una degna condotta morale esige anche la piena fiducia nel Signore.
Isaia amareggiato si ritira in disparte, in silenzio, fino alla morte di Acaz; si preoccupa soltanto che le sue parole non vadano disperse, perciò le affida ai discepoli perché rimangano come testimonianza, negli anni a venire, della fedeltà di Dio alla sua Parola (8,16-17).

C. Sotto il regno di Ezechia minorenne (727-715) : la fine del regno d’Israele.
Durante il governo del reggente, Giuda si mantenne fuori dal pericoloso gioco delle alleanze e ribellioni. Non così la Filistea e Israele. Nell’anno della morte di Acaz (727) morì anche Tiglatpileser. La Filistea si ribella e sollecita Giuda a fare altrettanto. Isaia invita i Filistei a non farsi illusioni: il figlio del tiranno sarà peggiore di suo padre. Ed invita il governo di Giuda a respingere l’ambasciata filistea: il popolo di Dio deve confidare solo nel Signore, lui solo è la sua salvezza (14,28-32). Questa volta Isaia fu ascoltato!
Qualche anno dopo si ribellò il regno di Israele (chiamato anche Efraim, dal nome della sua tribù preminente, o Samaria, dal nome della capitale). Le vigne di Samaria e la sua posizione geografica offrono lo spunto ad Isaia per preannunciarne la rovina: la corte di Samaria, come un’orda di ubriachi ad una festa popolare, fa festa per la morte del re assiro. Ma il nuovo re verrà come un turbine e ingoierà il regno del Nord in un solo boccone (28,1-4). Come puntualmente si verificò nel 722/721.

D. Sotto il regno di Ezechia maggiorenne (714.698): l’invasione di Sennacherib.
A differenza del reggente, Ezechia si dimostra propenso a battersi per liberarsi del vassallaggio all’Assiria. La prima occasione gli è offerta dalla ribellione della città filistea di Asdod. Le grandi potenze, Babilonia ed Egitto, fomentavano continuamente le ribellioni dei piccoli stati vassalli dell’Assiria, al fine di logorarla per interposta persona. Asdod ricevette la promessa di un aiuto militare dell’Egitto. Ed anche Ezechia, impaziente di associarsi alla rivolta, ricevette la visita del re di Babilonia Merodach_Baladan (c.39), cui mostra i suoi tesori per fargli capire che è pronto alla guerra, e di una delegazione egiziana (18,1-6). In ambedue i casi Isaia si oppone, predice al re la perdita dei suoi tesori ed all’Egitto che sarà preda dell’Assiria. Per scoraggiare le smanie di rivolta e di alleanza con l’Egitto Isaia compie l’azione simbolica di girare per un lungo tempo a natiche scoperte (c.20): l’Egitto in cui confidano sarà umiliato e sarà schiavo dell’Assiria. Giuda si salvò di giustezza, forse pagò il tributo e fu risparmiato.
Non così nel 705: alla morte di Sargon Ezechia si ribellò. La ribellione fu preparata dapprima in modo occulto, per dissimulare il piano anche agli occhi del profeta. Ed anche Isaia ne parla in modo occulto, pur manifestando la sua inquietudine e predicendo senza veli schiavitù e  distruzione. Sacerdoti e profeti scherniscono Isaia perché ripete sempre lo stesso insegnamento come i bambini  quando apprendono l’alfabeto? Ebbene inciamperanno e cadranno a terra come bambini quando udranno l’ ”alfabeto” degli stranieri invasori (28,7-13)! Fanno disinvolti patti “con la morte” (con l’Egitto) e per questo si sentono arrogantemente sicuri sull’altura di Sion? Sion sarà un rifugio a patto che si confidi solo nel Signore, diversamente sarà calpestata (28,14-22). Si danno alla gioia ed alla festa confidando sull’inviolabilità di Gerusalemme? Saranno gettati nella polvere, da cui bisbiglieranno come agonizzanti (29,1-4). Il Signore attuerà il pestaggio (seppure non la distruzione) di Sion con la tenacia e la saggezza di un contadino (28, 23-29), ed è inutile dissimulare i piani segreti, il popolo è sua creatura e nella sfugge ai suoi occhi (29,15-16).
Seguì un secondo tempo di preparazione aperta della ribellione: Giuda invia messaggeri in Egitto a chiedere aiuto. Ed anche Isaia prese a parlare apertamente. Nomina la delegazione scesa in Egitto e la condanna: la politica di mettersi sotto la protezione del faraone è ingenua ed avventata e religiosamente idolatrica. L’alleanza con l’Egitto sarà deludente (30,1-5), inutile (30, 6-7), disastrosa (31,1-3). Nonostante la fortificazione dei bastioni, le opere idrauliche per l’approvvigionamento idrico e gli arsenali pieni di armi Giuda resterà senza protezione (22,8-11). Isaia non si stanca di ripetere sempre lo stesso messaggio: solo la tranquilla fiducia nel Signore dà la certezza della protezione divina della città; la fiducia nelle armi e nei cavalli, nelle alleanze e nelle strategie sarà solo causa di rovina (30,12-18). Ma Giuda non lo ascolta, vorrebbe da lui oracoli adulatori, Isaia perciò, per la seconda volta si trae in disparte, si chiude nel silenzio (30, 8-11).
Ma non durò molto. Isaia aveva presentato l’Assiria come strumento del Signore per punire il suo popolo incredulo. Ma ora l’Assiria vuol annientare il popolo di Giuda e, sotto le mura di Gerusalemme, proferisce un’intollerabile bestemmia, affermando con sarcasmo che il Signore non è che l’idolo di Gerusalemme e che farà la fine degli idoli degli altri popoli vinti. A quel punto Isaia esce dal silenzio ed interviene: l’Assiria ha travalicato i limiti di semplice strumento punitivo, pagherà cara la sua arroganza (10,5-15; 14,24-27; 30,27-33).
Ed in effetti la città dovette arrendersi all’assedio, ma Sennacherib non poté distruggerla, fu obbligato a tornare frettolosamente in Assiria. Ma Gerusalemme, anziché riconoscere la propria stoltezza e farne penitenza, invece di ringraziare il Signore per la miracolosa liberazione, sale sulle terrazze per osservare la ritirata dell’armata imperiale e si dà alla pazza gioia. Non ha raccolto alcuna lezione dai tragici avvenimenti. Ad Isaia non resta che sfogare tutta la sua amarezza (22,1-4. 12-14). I successori di Davide, in particolare Ezechia, lo hanno deluso profondamente.
Per questo, pur rimanendo solidamente radicato nella fede nell’elezione di Gerusalemme e di Davide, nell’ultimo periodo del suo ministero Isaia volge ormai il suo sguardo ad un futuro lontano, ad un tempo in cui il Signore compirà le sue promesse in un modo tanto straordinario quanto sorprendente. In quel tempo il Signore metterà fine all’oppressione di Giuda, che vivrà nella gioia e nella pace, nel diritto e nella giustizia; grazie ad un formidabile Principe, icona perfetta del governo di Dio sulla terra (9,1-6). La dinastia davidica andrà in rovina, come un albero secco, ma da esso il Signore, in modo del tutto gratuito ed inatteso, farà germogliare quel Principe. Lo colmerà del suo Spirito e di tutte le qualità per governare il popolo con rettitudine e fedeltà. Frutto della giustizia sarà la pace, dipinta con toni paradisiaci (11,1-9). La pace e la giustizia faranno di Gerusalemme il centro religioso del mondo. La Torah, fedelmente proclamata e perfettamente osservata si irradierà verso le nazioni, che si sentiranno misteriosamente attirate da Sion e ad essa convergeranno per risolvere i loro conflitti e soprattutto per apprendere l’arte della pace. La pace e la giustizia in Giuda genereranno la pace e la giustizia nella comunità internazionale (2,1-5).

 

 

2. IL LIBRO DI AMOS

2.1. PROBLEMI LETTERARI
Il libro di Amos è unitario e autentico. Solamente l’oracolo di salvezza di 9,11-15 è di un autore posteriore, poiché menziona il ritorno dall’esilio. Un discepolo del profeta ha segnalato l’epoca (1,1) e l’incidente di Betel fra Amos ed il sacerdote Amasia, che segnò la fine del suo ministero profetico (7,10-17). Tre frammenti di un inno che celebra la potenza creatrice del Signore (4,13; 5,8; 9,5-6) erano preesistenti ad Amos: è probabile che lui stesso li abbia inseriti nel testo.

 

2.2. IL PROFETA E LA SUA EPOCA
Amos è un agricoltore di Tekoa (1,1), vicino a Gerusalemme, vissuto nella prima metà del secolo VIII, allorché in Israele regnava Geroboamo II (7,10). Il suo linguaggio è quello spigoloso e conciso del contadino, ma ha un’ottima conoscenza della situazione sociale e religiosa di Israele, dei fatti politici internazionali nonché delle tradizioni religiose del suo popolo.
Benché giudeo fu profeta nel regno d’Israele: Questa ragione, unitamente al fatto che non era un profeta professionale, fornì il destro alle autorità del regno per espellerlo dopo qualche mese di predicazione. Amos protestò attribuendo il suo ministero ad un preciso mandato del Signore (7,14-15), ad una chiamata irresistibile (3,3-8).
Sotto il regno di Geroboamo II Israele conobbe un periodo di notevole floridezza economica, grazie ai commerci, all’agricoltura e all’industria tessile. Quella prosperità produsse cambiamenti considerevoli nell’organizzazione politica, economica e religiosa del Paese. Israele uscì definitivamente dalla società tribale, sostanzialmente egualitaria e fondata sulle autonomie locali governate dai consigli degli anziani, per divenire in pieno uno stato alla maniera dei Cananei. Compaiono il latifondo, l’economia capitalistica, l’emergere di una borghesia agiata,  la centralizzazione del culto nazionale, il controllo governativo sulla burocrazia e la giustizia.

Le conseguenze sul piano sociale furono devastanti. A fronte di una classe emergente dei nuovi ricchi, che esibisce volgarmente la propria ‘dolce vita’ nei suoi clubs esclusivi (3,15; 4,1; 6,4-6), sta una massa di cittadini che, strozzati dal prestito ad usura (2,8) e dal mercato selvaggio (8,4-5), sono costretti a alienare la proprietà fondiaria e a vendere sé stessi come braccianti (2,6). La ricerca maniacale del profitto toglie ogni scrupolo di fronte alle frodi commerciali (8,5-6) e alla corruzione dei giudici (5,7.10.12). Il culto stesso partecipa all’euforia generale, celebrato con splendide cerimonie in occasione di pellegrinaggi e feste solenni (4,4-5), in attesa del “giorno del Signore” (5,18) allorché benedirà il suo popolo concedendogli il pieno benessere.

 

2.3. MESSAGGIO RELIGIOSO
Il Signore, che finora ha osservato in silenzio, ora “ruggisce da Sion” (1,2) e manda il suo messaggero Amos (espresso nella formula reiterata “così dice il Signore”) a far loro conoscere tutta la sua irritazione. Sono convinti che l’ingiustizia sociale sia compatibile con la pratica religiosa? Si sbagliano! La fede disgiunta dalla giustizia sociale è nauseante (5,21-24). La coscienza dell’elezione (3,1-2) non garantisce l’impunità, anzi rende Israele più responsabile. Se l’appello alla conversione (5,4-6) non sarà accolto, il Signore considererà Israele come un qualsiasi altro popolo (9,7), lo chiamerà alla sbarra come gli altri popoli imputati di crimini contro l’umanità (c.1-2), si chiuderà nel silenzio (8,11-12) e il “giorno del Signore” non porterà successo ma sciagura (5,18-20; 8,9-10).
Una formidabile sequenza di ‘piaghe d’Egitto’ devasterà Israele - carestia, siccità, distruzione, morte, disfatta militare - contro le quali anche l’intercessione profetica conterà ben poco (7,1-9; 8,1-3; 9,1-4). Un velo di morte e di lutto scenderà su tutto il Paese (5,16-17). Israele sprofonderà nella melma come un carro stracarico (2,13). Per quanto incredibile - Israele era all’apogeo della sua potenza politica e nessuna minaccia era in vista - è possibile che Amos alluda all’invasione assira ed alla distruzione di Samaria, che avverranno circa 40 anni dopo, nel 722 a.C.  (4,2-3; 5,27; 6,14).
3. IL LIBRO DI MICHEA

3.1. PROBLEMI LETTERARI
Questo libro presenta un problema di autenticità. C’è accordo solo nell’attribuire i c.1-3 a Michea di Moreset. I c.4-5, a causa delle contraddizioni, vengono spezzettati e attribuiti a vari profeti successivi. Ma è preferibile l’ipotesi che vi vede un dibattito fra Michea e i Profeti di corte - cosa tipica anche nella prima parte - attorno al problema della salvezza: quando e da dove verrà e in che consisterà (la menzione di Babilonia è una glossa, probabilmente l’originale diceva solo “in esilio”). I c.6-7 sono da molti attribuiti ad un anonimo profeta d’Israele. E’ certo che sono indirizzati al regno di Israele (ne menziona i fatti storici e la teologia è influenzata da Osea e dalle tradizioni israelitiche dell’esodo e della conquista), ma nulla vieta di pensare che Michea si sia rivolto anche a quella porzione del popolo di Dio. E’ preferibile pertanto considerare l’intero libro come autentico.

 

3.2. IL PROFETA E LA SUA EPOCA
Michea nacque a Moreset Gat  in Giudea ed esercitò il suo ministero prevalentemente a Gerusalemme, negli stessi anni di Isaia, nella seconda metà del sec. VIII, con il quale ha in comune il poema di 4,1-4 (= Is 2,1-4), sebbene sia difficile stabilirne la paternità originaria. Della sua vita e della sua vocazione non sappiamo nulla; un secolo dopo Michea era noto come profeta di sciagura al tempo di Ezechia (cfr. Gr 26,17-18). La situazione sociale e politica dei due regni è la stessa che trovarono i profeti Amos e Isaia; Michea, per parte sua, accentua il duro scontro fra i Profeti per vocazione e quelli professionali.

 

3.3. MESSAGGIO TEOLOGICO
La prima sezione (c.1-3) si apre con una teofania in cui il Signore convoca tutti i popoli ad udire la sentenza di condanna di Samaria e la minaccia di ugual sorte a Gerusalemme ed ai villaggi della Giudea: dovranno subire la devastante invasione di un esercito nemico (c.1; 3,12). Nel lamento sui villaggi (1,10-15) il profeta gioca con il nomen-omen, come se dicesse: “Piangete a Il Pianto, a Polverosa avvolgetevi nella polvere, copriti Bellezza, la gente di Uscita non esce, e quella di Sradicata è sradicata ecc.”. Le ragioni della condanna sono: l’idolatria (1,7), la voracità dei latifondisti e degli usurai (2,2.8-10), con la complicità e la copertura dei falsi profeti sempre pronti a brindare alle magnifiche sorti di Gerusalemme (2,11). Essi respingono Michea che denuncia i crimini e annuncia la sciagura (3,8), affermando che l’elezione di Sion e la misericordia divina sono indefettibili (2,6-7). Michea replica a muso duro: poiché i profeti sono dei prezzolati, il Signore anziché visioni manderà loro degli incubi (3,5-7.11).

La seconda sezione (c.4-5) è un dibattito fra Michea  e i Profeti di corte sul tema della salvezza. I Profeti affermano con sicumera che il Signore è il Dio-con-noi e difende sempre e comunque il suo popolo come gli altri dèi i loro rispettivi popoli (4,5). E’ lui che governa la città mediante il re ed i suoi saggi consiglieri: perché dunque contorcersi dalla paura? (4,9). Sì è vero che l’Assiria è in marcia contro la città per distruggerla, ma non è che un’astuta strategia del Signore: lascia che il nemico si concentri attorno a Sion per permettere all’esercito giudeo di piombare su di esso come un toro furioso e farne una carneficina (4,11-13). L’esercito con i suoi abili ufficiali garantiranno la tranquillità della città (5,4-5). Michea risponde: la salvezza non è per ora ma per il futuro. Il Signore è il Dio di tutti i popoli, e un giorno li attirerà a Gerusalemme non per tendere loro un’imboscata ma per insegnare loro la convivenza pacifica e la mutua comprensione (4,1-4), ed il loro pellegrinaggio incrocerà la carovana degli giudei esiliati che il Signore farà tornare in patria (4,6-7). Ora invece c’è ben da contorcersi dal dolore: i giudei andranno in esilio (4,10); ora è il tempo del lutto: Gerusalemme sarà assediata e il re sarà umiliato (4,14).

 

Per i Profeti la salvezza è garantita ed esalta la grandezza della monarchia e di Gerusalemme (4,8). Allora Giuda sarà temuto fra le nazioni per la sua aggressività e ferocia (5,7). Michea ribatte: certo il Signore attuerà la salvezza per mezzo di un discendente di Davide, ma che sorgerà di nuovo dalla
borgata insignificante di Betlemme, come Davide nei tempi antichi. Sarà scelto per grazia e governerà con rettitudine, per questo il suo dominio si estenderà al mondo ed il popolo di Dio crescerà grandemente (5,1-3). Allora Giuda sarà fra le nazioni una presenza tranquilla e benefica, come la rugiada (5,6). Insomma - conclude Michea - il Signore salverà il suo popolo, ma la salvezza non sarà automatica e a buon mercato. Dovrà passare prima per una terribile prova, che purificherà il popolo di Giuda e di Israele dall’orgoglio politico-militare, dalle false certezze propagandate dai profeti mercenari, dalle speranze illusorie generate dal sincretismo religioso (5,9-12).

La terza sezione (c.6-7) ha la forma di un processo, in cui il Signore fa causa ad Israele. Davanti ad un jury cosmico (6,1-2) ricorda tutti i benefici di cui ha colmato Israele nell’esodo dall’Egitto (6,3-5). Perché allora tanta ingratitudine? Perché invece di corrispondere con la giustizia, la bontà e l’umile fiducia, irrita il Signore con il formalismo religioso (6,6-8), le frodi nel commercio (6,9-12), l’idolatria (6,16)? La sentenza è inevitabile: Israele dovrà subire la devastazione, la carestia la morte (6,13-15). Il profeta ripercorre gli atti processuali e riconosce che la sentenza di condanna era giusta e meritata (7,1-6). Ma non ne gode, dalla sua postazione profetica sa che l’ultima parola del Signore è il perdono e la salvezza, che spera ed invoca (7,7.18-20). Perciò prende la parola nel dibattimento e accusa le nazioni nemiche di aver gioito per la punizione d’Israele e di aver irriso l’impotenza del Signore (7,8-10). Per questo saranno prese dal panico e dal terrore quando il Signore riverserà su di esse la stessa sventura e salverà il suo popolo (7,11-17).

 

 

4. IL LIBRO DI OSEA                                                                           

4.1. PROBLEMI LETTERARI
Il libro non pone problemi di autenticità. Eccetto la conclusione sapienziale (14,10), ed alcuni riferimenti al regno di Giuda da attribuirsi ad una rilettura posteriore allorché, distrutta Samaria (721 a.C.) il libro fu portato in Giuda (1,7; 3,5; 4,15; 5,5; 6,4; 12,1). Osea ha un grande talento poetico, soprattutto nell’uso dei simboli, immagini e paragoni; tuttavia le accuse, minacce, appelli e promesse - pronunciate in diversi tempi - sono mescolati alla rinfusa.

 

4.2. IL PROFETA E LA SUA EPOCA
Osea fu profeta nel regno d’Israele, come Amos, ma un po' posteriore a lui, tra il 750 e il 725, dagli ultimi anni del regno di Geroboamo II fino alla vigilia della caduta di Samaria. Inizia la crisi del regno, segnata da continui colpi di stato che portano vari generali al potere, dalla sciagurata avventura siro-efraimitica (v. Isaia) con conseguente riduzione dell’autonomia politica e territoriale del regno, e dalle alleanze politico-militari che approderanno alla distruzione di Samaria.
Della persona del profeta conosciamo solo la disavventura matrimoniale: amò e sposò Gomer, ma dopo un periodo di fedeltà ella lo abbandonò per un altro uomo, ma alla fine, pentita, ritornò da lui. Ai figli che ebbe da Gomer diede i nomi simbolici di Izreel ( valle di massacri), “Non-amata” e “Non-mio-popolo” (c.1-3). Questa dolorosa esperienza fece capire ad Osea la relazione fra il Signore ed il suo popolo infedele ed è la chiave interpretativa dei suoi oracoli. Che pronunciò in prossimità dei santuari del regno, ove ebbe modo di conoscere a fondo il sincretismo cultuale in essi praticato. Gli oppositori lo tacciavano di “folle e ridicolo” (9,7), ma non gli fu impedito di parlare.

 

4.3. IL MESSAGGIO TEOLOGICO
Come Amos anche Osea denuncia le ingiustizie e la corruzione (4,1-2) ed il formalismo religioso generatore di sicurezze illusorie (5,6; 6,1-3; 8,11-13). Ma tipica di Osea è la critica dell’idolatria, a partire dall’esperienza ‘illuminante’ del suo matrimonio. Il sincretismo religioso - che Osea chiama fin dall’inizio “prostituzione” (1,2) - consiste nella ‘baalizzazione’ del culto del Signore, venerato sotto l’immagine di un toro (8,5-6) nei santuari nazionali (6,10) come in quelli locali (4,13). Mediante la sacra prostituzione ed altri  riti di fecondità il i contadini vogliono strappare alla natura la fertilità del suolo e del bestiame, l’abbondanza dei raccolti e le piogge alla stagione propizia (2,7; 4,12-14; 9,1; 11,2). Non han capito che il Signore non è una potenza capricciosa della natura ma un dio che esige una “conoscenza” personale, amore gratuito e adesione sincera, solo a questa condizione è disposto a colmare Israele di benefici agricoli (2,21-24; 6,6; 12,7-9). Ma gli educatori del popolo invece di correggerlo si sono adeguati e fatti complici del sincretismo (4,4-8).
Oltre l’amore il Signore esige anche la fedeltà: per questo la fiducia nelle potenze mondane non è che una variante dell’idolatria. Le alleanze ora con l’Assiria ora con l’Egitto (5,13; 7,11) e le ripetute congiure di palazzo (7,3-6) non sono che “amanti” (8,9) come gli idoli. 
Per Osea l’idolatria non è solo un peccato attuale ma strutturale. In modo singolare il profeta rivisita la storia della salvezza come storia dell’infedeltà, per mostrare quanto profonde sono le radici del male. Dal crimine dei Beniaminiti a Gabaa all’idolatria a Baal-Peor, agli oscuri misfatti di Galgala (9,9-10.15).  E’ una razza perversa! Inevitabile la sentenza di ripudio (2,4). La punizione è descritta con le immagini classiche dell’invasione, rovina, esilio, morte (9,3-6.11-17; 10,5-10).
Tuttavia la punizione d’Israele non è l’ultima parola: il Signore vuol purificarlo non distruggerlo  (11,8-9). Come un innamorato deluso vuol sedurre di nuovo la sua sposa e riprenderla con sé, come nei giorni della giovinezza, al tempo dell’esodo (11,1-4), quando lo seguiva docilmente (2,8-19; 14,1-5). Se il vibrante appello alla conversione sarà ascoltato, per Israele si dischiuderanno radiose prospettive di salvezza (2,20-25; 14,6-9).

 

 

Fonte: http://scienzereligiose.altervista.org/disp/at2-profetiviiisec.doc

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