Religione celtica

 


Religione celtica

 

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Religione celtica

 

I Celti erano degli uomini guerrieri, ed allo stesso tempo guidati da una profonda spiritualità, la cui terra d'origine era vicina alle sorgenti del Danubio, e che estesero il loro dominio su tutta l'Europa centrale, sulle isole Britanniche e sulla Spagna. L'età d'oro dei Celti fu nel quinto e quarto secolo avanti Cristo, epoca di grandi conquiste e spostamenti. Ma a partire dal 300 a.C. i Celti iniziarono a perdere coesione politica e forza militare. La conquista da parte dell'impero romano fu agevole: all'inizio dell'era cristiana, la Gallia e la Britannia erano ormai romanizzate. L'Irlanda, in questo quadro, occupa un ruolo particolare, in quanto non fu mai conquistata, e neppure minacciata dai romani. La civiltà e le tradizioni celtiche sopravvissero pressoché indisturbate fino all'avvento dell'evangelizzazione.

La religione
Vincoli religiosi comuni univano i membri delle tribù; il re, che era investito di una funzione religiosa, partecipava attivamente ai riti. Divinità panceltiche convivevano con divinità locali, associate a singole tribù o a luoghi sacri. Alcune informazioni sulla mitologia celtica vengono fornite dal ritrovamento di oggetti rituali, come il calderone Gundestrup, un grande calderone d’argento con decorazioni a rilievo rinvenuto in una palude nello Jutland (Danimarca). Tracce di antichi miti celtici sono rintracciabili anche nelle letterature medievali dell’Irlanda e del Galles I siti destinati al culto comprendevano recinzioni sacre, ma anche strutture più complesse, quali pozzi, forse collegati al culto della terra, in cui venivano gettate le vittime di sacrifici (uomini in caso di necessità o animali), spade e altre offerte votive. Anche una serie di elementi naturali aveva significato religioso: l’agrifoglio e il vischio, ad esempio, erano sacri, così come le querce e i boschi. Gli animali erano venerati come totem tribali; era inoltre praticata l’arte divinatoria, interpretando il volo degli uccelli o le viscere delle vittime sacrificali. Questo compito era affidato ai druidi. I druidi erano i sacerdoti dei Celti , abitanti della Gallia e delle isole britanniche dal II secolo a.C. al II secolo d.C. Nelle zone della Gran Bretagna non invase dai Romani, il Druidismo sopravvisse finché fu soppiantato dal Cristianesimo qualche secolo dopo; era una religione fondata sulla fede nell’immortalità dell’anima che, al momento del trapasso, entrava nel corpo di un neonato, e sulla credenza che i druidi discendessero da un essere supremo.
La parola celtica era probabilmente dru-vis o druvid, da dru=molto e wis= sapiente. I druidi erano perciò i custodi del sapere, e attorno a loro ruotava l'intera vita del popolo. Erano sacerdoti, maghi, medici, poeti, depositari delle leggi. Il termine druido indica generalmente la class e sacerdotale dei celti, ma al suo interno vi erano distinzioni e ruoli precisi. In Irlanda, dopo i druidi, che incarnavano il sapere sommo, troviamo i file, poeti e veggenti, profetizzano e custodiscono i racconti e le ballate tramandate oralmente. Alcuni erano addetti allo studio mnemonico delle leggi, che poi ripetevano durante le contese giudiziarie. Il titolo di Druido si acquisiva dopo anni di durissimi studi, solo i migliori allievi del maestro potevano aspirare alla carica, gli altri venivano scartati. Non si trattava quindi di una casta chiusa. I druidi erano coinvolti nella vita di tutta la collettività, ma il druido supremo era un importante alleato del re. I druidi infatti avevano il diritto di decidere in quasi tutte le controversie pubbliche e private, di emettere sentenze e di comminare punizioni per delitti di ogni genere e questioni di confine. Chi disubbidiva loro non poteva assistere ai sacrifici, durissima punizione, perché chi ne era colpito era un fuorilegge senza diritti. Il potere supremo era detenuto da un arcidruido all’autorità del quale erano sottoposti gli altri druidi; quando questi moriva, a succedergli era il più autorevole ma se la scelta si rivelava difficile la decisione veniva presa tirando a sorte oppure con un duello. Esistevano tre classi di druidi: profeti, bardi e sacerdoti propriamente detti, assistiti da profetesse o maghe dotate di minor potere e privilegio. I druidi praticavano particolarmente l’astrologia e la magia, e conoscevano i misteriosi poteri di animali e piante. Uno dei loro compiti consisteva nel convincere il popolo che l’anima era immortale e che dopo il decesso passava da un corpo all’altro, cosa che costituiva uno dei principali incentivi del valore militare. Un altro scrittore romano insiste sull’efficacia di tale insegnamento: certi Celti, sostiene, per disprezzo della morte andavano in battaglia indossando solo una cintura, e uscivano dallo schieramento dei carri per sfidare i guerrieri avversari. Gli archeologi ritengono che i druidi usassero come altari e templi i blocchi di pietra conosciuti come dolmen (da dol=tavola min=pietra), trovati in regioni in cui il Druidismo era diffuso. Riferisce Cesare che i druidi mandavano a mente un’enorme quantità di versi e che alcuni di essi studiavano per vent’anni, ritenendo disdicevole l’uso della scrittura a fini di apprendimento, sebbene si servissero dell’alfabeto greco per quasi ogni necessità. I druidi avevano anche il compito di studiare il moto degli  astri, che conoscevano molto bene, calcolare il calendario e stabilire i periodi migliori per le varie attività agricole. I celti dividevano l'anno in due sole stagioni: la stagione dei mesi scuri e quella dei mesi luminosi: inverno ( il cui inizio era Samain) ed estate ( il cui inizio era Beltane). L'anno iniziava nella stagione oscura, con la festa sacra di Samain, un vero e proprio capodanno che corrisponde al 1° novembre. Si trattava di una festa sacra, durante la quale si riteneva che si aprisse un contatto con il Tir-na-nOg (l'Altromondo), e il piano della realtà e quello del surreale si sovrapponessero, rendendo possibili le cose più fantastiche. La festa in realtà iniziava tre notti prima del 1° novembre e finiva tre notti dopo. In questo periodo non era tollerata alcuna forma di lite o violenza. I matrimoni di prova stipulati in estate che non erano risultati un'unione felice, venivano sciolti. La festa celebrava la fine di un ciclo produttivo, la "morte" temporanea della natura, che si preparava durante i mesi invernali ad affrontare un nuovo ciclo. La festa sopravvive ai giorni nostri sotto due diversi aspetti: nei festeggiamenti ancora "pagani" di Halloween, e nella ricorrenza religiosa del giorno del culto dei morti, che conserva quindi l'idea celtica del contatto con l'aldilà. Festa speculare rispetto a Samain è quella di Beltane, celebrata il 1° maggio, per festeggiare l'arrivo della bella stagione, luminosa e calda. Si accendevano fuochi la notte, abitudine che è rimasta viva nei vari falò che si accendono nelle feste popolari dedicate ai santi patroni. Vi erano poi due feste intermedie: Imbolc, tre mesi dopo Samain, il 1° febbraio, festa delle greggi, celebrava il ritorno del latte alle pecore, e la fine del periodo più brutto dell'inverno; e Lugnasad, il 1° agosto, in onore del dio della luce Lugh, in occasione della quale si celebrava la raccolta dei frutti dell'anno, si effettuavano scambi commerciali e si stipulavano promesse di matrimonio. La festa era allietata da banchetti, corse di cavalli, esibizioni di musicanti e recite di poeti e cantori.



Magia

Per i celti la realtà comprendeva sia il mondo terreno che quello dell'aldilà. Si consideravano discendenti del dio dell'aldilà, che identificavano con un luogo luminoso e felice. La loro realtà comprendeva dei, eroi e uomini comuni. Un ruolo importantissimo ricopriva la natura, che i celti consideravano amica e magica. La natura era uno strumento prezioso per le pratiche magiche. L'albero sacro era la quercia, e il boschetto di querce era un luogo sacro. Il vischio che cresceva sulle querce aveva proprietà magiche e curative, in quanto, non avendo radici a terra, era considerato un dono degli dei direttamente dal cielo. Doveva essere raccolto senza che cadesse a terra e senza tagliarlo con il ferro. Si riteneva che guarisse l'epilessia e impedisse il propagarsi dei tumori. Altro albero importante era il tasso, da cui i druidi ricavavano le bacchette usate per riti magici. Il nocciolo era l'albero della sapienza, ed era anche considerato come albero dell'altro mondo. Consumare i suoi frutti accresce la sapienza. Secondo una leggenda presso un boschetto di noccioli si trova una sorgente nella quale vivono cinque salmoni che si nutrono delle nocciole provenienti dal boschetto. Sono i salmoni della sapienza, e cibandosi di uno di essi Finn mac Cumhal acquisì una grande conoscenza. La mela è il frutto dell'immortalità, se tagliata a metà orizzontalmente mostra la stella a cinque punte simbolo del sole( spesso confuso, a causa della chiesa con un simbolo diabolico). L'acqua è il simbolo di fecondità e di sacralità, ha il potere di purificare e guarire. Innumerevoli sono le leggende su fonti sacre e guaritrici. Il mare è uno dei confini dell'aldilà. I Druidi hanno potere sulle onde. I Druidi sono infine anche signori del fuoco, che aveva grande importanza rituale, come elemento purificatore, portatore di luce che allontana il buio e la malvagità, e di calore.
Le più importanti divinità celtiche erano: TUATHA DE DANNAN era la dea madre; NUADA era il re degli dei; DAGDA era il dio padre; BOBD era la dea del fuoco; BRIGID era la dea della poesia; ANGUS era il dio dell’amore; DONN era il signore dei morti; LIR e MANANNAN erano gli dei del mare; LUGH BRACCIOLUNGO era il dio guerriero; DIANCECHT e MIACH erano gli dei della medicina; ARTAIOS era il messaggero degli dei; GOIBNIU era il fabbro degli dei; CREDNE era il dio metallurgo.

 

 

Mito della creazione

I Celti credevano di discendere dal Dio degli inferi, e di provenire dalla terra dei morti, che, lungi dall'essere un luogo triste,  da loro era chiamata "terra dei vivi" o "terra dei morti felici", cioè un luogo di vera gioia. Da questo luogo giunse il fondatore, Partholan.
I Fomori: erano esseri giganteschi, deformi, violenti e crudeli che rappresentavano le potenze del male. Partholan, fondatore d'Irlanda, dovette combattere con loro, e li cacciò nel Mare del Nord, da dove essi occasionalmente calavano a saccheggiare il paese.
Il popolo di Nemed: il popolo di Nemed e quello di Partholan erano consanguinei. Il popolo di Nemed giunse in Irlanda in seguito all'estinzione del popolo di Partholan causata da una pestilenza. Anch'essi dovettero scontrarsi con i Fomori, che sconfissero completamente i Nemed, eccetto trenta superstiti, che abbandonarono l'Irlanda disperati.
I Tùatha Dè Danann: detto anche Popolo di Danu, mitici colonizzatori d'Irlanda. Il nome significa "le genti del dio la cui madre è Danu". A volte Danu porta anche il nome di Brigit, una dea molto popolare nell'Irlanda pagana. Arrivarono in Irlanda dal cielo, con due oggetti, il tesoro dei Danann: la Pietra del Destino, sulla quale venivano incoronati i re d'Irlanda, e una spada invincibile. I Danann, mitico popolo, governarono sull'Irlanda fino all'arrivo dei Milesi. Avevano un numero enorme di dei, dei quali si parlerà in seguito. Lo stesso popolo era considerato divino, e tradizionalmente ritenuto custode delle scienze e delle arti.
I Milesi: il popolo dei figli di Miled. Giunsero in Irlanda quando quella terra era governata dai Danann. Arrivarono il primo di maggio, giorno sacro a Beltenè, divinità che dona la vita agli uomini e se la riprende. I Milesi sconfissero i Danann, che però non se ne andarono dall'Irlanda: si avvolsero in un velo di invisibilità che potevano mettere e togliere a piacimento. Da allora l'Irlanda fu abitata da due popoli: quello umano, e quello soprannaturale, i Danann, che occhio umano non può vedere, a meno che essi non si rendano visibili, quando desiderano interagire con gli umani. Più tardi i Danann vennero denominati anche il Popolo di Sidhe. Rappresentano l'amore dei Celti per la scienza, la poesia e la musica.

 

L’universo
Per i celti gli elementi che costituiscono l’universo sono cinque. I bardi gallesi li chiamavano: Kalas (in Bretone Kaleter), la materia dura, la terra; Gwyar (Tamder), la materia gassosa, l’aria; Uvel (Tandem), la materia ignea, il fuoco; e infine Nwyvre (Nenvder), la materia celeste, l’etere. Su questo quinto elemento dobbiamo soffermarci. Nwyvre per i bardi gallesi e per i sapienti celtici in qualunque altro modo lo designassero, è il principio creatore, la Luce incorporea, da cui deriva la vita, il movimento, lo spirito. Nwyver è più piccolo della cosa più piccola e più grande della cosa più grande: la sua sottigliezza, che significa penetrabilità e infinita capacità di espansione, è la sua potenza.
Per raffigurare l’esistenza dell’universo si deve disegnare un cono con il vertice in basso, e immaginare tre cerchi al suo interno. Il primo in alto, che è anche il più grande, è quello di Keugant: il cerchio che Dio riserva a se stesso, impenetrabile per ogni creatura. Il secondo è quello di Gwenved: è il cerchio delle  anime luminose e della felicità, attinto da chi ha vinto la propria battaglia contro il principio del male e quello della dissoluzione; lì, nel cerchio di Gwenved, le anime ritrovano la memoria delle precedenti incarnazioni e la pace. Infine il terzo cerchio è quello di Abred: quello traversato dall’uomo, che vi vive la sua esperienza. Abred è diviso a sua volta in tre cerchio; i cerchio più basso e più piccolo è Announ, dove la vita fermenta soltanto come pura possibilità in un oscuro desiderio di germinazione; poi incontriamo il cerchio di Gobren, infine quello di Kenmill. In  questi due l’uomo sale dalla profondità vicino al nulla assoluto (Announ) attraversando l’animalità sino alla conoscenza del proprio essere individuo, sino alla conquista della personalità, grazie alla quale compie le suo prove, incontrando le tre calamità <<Necessità, Oblio, Morte>>, sottoponendosi ai tre doveri, <<Soffrire, Rinnovarsi e Scegliere>>.
Arrivato al punto più alto di Abred, se ha davvero vinto la lotta contro il male e la distruzione, sale in Gwenved.   
Secondo il sapere druidico, che procede per triadi, tre cose sono state create simultaneamente, l’Uomo, la Luce e la Libertà. Dunque l’uomo deve usare della libertà e della propria capacità di scegliere per riconquistare la luce, che è la sua condizione originaria, non essendo le anime umane nient’altro che una pioggia di scintille emanate dal corpo divino.

 

 

 

La visione dell’ aldilà

 

Secondo i Celti la morte fisica coincideva con la cessazione di una cooperazione organica dei quattro elementi. Il "corpo astrale" del defunto entrava in un mondo invisibile, una sorta di espansione di quello fisico , dove manteneva la memoria della propria vita terrena.
La tradizione voleva che proprio questa memoria inducesse i defunti , il primo giorno di novembre , a far ritorno tra i vivi , serenamente preparati ad accoglierli.(E' anche questa una delle tante ricorrenze celtiche recuperate dal calendario cristiano.)Lentamente tuttavia le tracce emotive e mentali della vita passata si cancellavano e si giungeva così a una "seconda morte", che dava accesso al mondo dell'oblio("terza morte").Da qui,a seconda dell'evoluzione spirituale raggiunta nella vita terrena , si passava al piano della coscienza spirituale e all'immortalità o si ritornava nel mondo fisico .
In termini universali questo ciclo secondo i Celti si sarebbe mantenuto fino a che l'ultimo degli esseri viventi non avesse realizzato la propria immortalità potenziale.



Reincarnazione

Da quanto detto sopra si ricavano gli elementi per interpretare l'informazione fornita da alcune fonti classiche secondo la quale i Celti avrebbero creduto nella reincarnazione Più che alla migrazione dell'anima da un corpo all'altro sembra infatti che si debba pensare alla possibilità di fare esperienza , da parte di alcuni maestri particolarmente avanzati nella "cerca" spirituale,dei diversi stati di coscienza presenti nel dinamismo dell'Oiw , da quello del più elementare fra gli esseri esistenti a quello dell'uomo realizzato. Se così fosse , si spiegherebbe l'insistenza di molti racconti mitologici sulla possibilità di trasformarsi, mediante la magia,negli animali e nelle cose più disparate. Perciò che l’anima fosse immortale è certo. Meno certo è che i Druidi avessero teorizzato per tutti la metempsicosi , ovvero la trasmigrazione delle anime da una vita all’altra. Ma ci è  stato tramandato il racconto di diversi casi di metempsicosi. Sono quelli di Tuan MacCairill e di Fintan, uomini primordiali mantenuti in vita dai tempi prima del diluvio sino a quelli di San Patrizio perché potessero tramandare al proprio popolo le sue leggende e il suo sapere. Tuan MacCairill, oramai vecchio, raccontò ai suoi vicini le varie forme animali in cui la sua anima si era reincarnata. Come Fintan, era stato innanzitutto un lupo. Così aveva conosciuto la ferocia e la fame, razziato le greggi, lottato con i suoi compagni del branco per il possesso delle femmine e per il potere. Poi era stato cervo. La sua natura era del tutto mutata. Non più quel bisogno ardente di carne, quel gusto di azzannare, ineliminabile. Ora la sua passione dominate era correre. Si ritrovava zampe sottili, corpo agile, corna ramificate che facevano da richiamo per le femmine. Doveva imparare a fuggire le insidie dei più forti e aggressivi tra gli animali, gli agguati e le trappole dei cacciatori, che potevano colpirlo da così lontano; e per questo diventò guardingo e veloce, imparò a mimetizzarsi nel folto del bosco tra i rami, a slanciarsi nelle pianure e sulle rive dei laghi. Poi era stato un cinghiale. La sua anima era scesa in una di quelle bestie tozze, pesanti, dalle setole scure, dalla zanne ricurve, che amano i luoghi più dirupati e nascosti, che si rintanano dove i cespugli e gli alberi formano in intrico impercorribile, che migrano in branchi in cerca di cibo affrontando il gelo, la nebbia, le tempeste.  Aveva percorso i pendii più impervi, nuotato nei fiumi pieni di gorghi e rapide, usare le zanne per scavare la terra e razziare i bulbi appena seminati. Poi era stato un’ossifranga, un aquila di mare. Aveva cambiato corpo e orizzonti. Non più pini e querce, felci e roveti. Ora rocce nude a picco sull’oceano, scogliere che scendevano a fronteggiare le onde, isole sperdute tra nebbie e schiume; e il ritmo altalenante delle maree, con le coste che cambiano dal mattino alla sera contorni e aspetto, e burrasche che portano i marosi a battere contro le rive, saccheggiandole. Aveva conosciuto barche di pescatori e di guerrieri. Poteva distinguerle da lontano, le vele, il timone, persino i volti degli uomini. E aveva sentito di nuovo quel bisogno insopprimibile, ingovernabile di uccidere per vivere, per alimentare il proprio sangue con altro sangue. Apriva le ali; ora conosceva il segreto, la meraviglia del volo, del librarsi, del cabrare, dello scendere in picchiata; e piombava come un fulmine sui pesci, gli prendeva prigionieri nel suo becco, se ne cibava. Infine era stato un salmone. Era sceso nella profondità di  quell’oceano che aveva prima di allora visto dall’alto o lambito con gli artigli e il becco per afferrare le prede. Viaggiava per il buio dei fondali dove incontrava piovre e murene, coralli e alghe, seguiva le correnti veloci, sentiva arrivare la primavera quando, avvicinandosi alla superficie, avvertiva che l’acqua era più tiepida. E quel bisogno irresistibile di partire lo prendeva insieme a tutti i suoi compagni, e navigava come orientato da una bussola verso la foce di un fiume, e cominciava a risalirlo. Era arduo. Doveva affrontare scogli, strette, pietrame, andare contro corrente, schivare i predatori. Finché, pericolo dopo pericolo, fatica dopo fatica, non approdava alle acque limpide e sicure della sorgente. Tuan MacCairill e Fintan, uomini conservarono nella loro memoria tutte quelle esperienze. Entrambi hanno terminato la loro esperienza con il salmone che per i celti era il simbolo che rappresentava il viaggio dell’anima. Altri miti propongono il concetto di reincarnazione a quello di amore eterno come in questo:
l dio Midir, signore del sidh di Bri Leith, una collina nella contea irlandese di Longford, si innamorò della bellissima fanciulla Etain, un’immortale. La sposò e la portò nel suo sidh dove però aveva già una sposa, Fuamnach, gelosissima della nuova rivale. Un giorno la colpì con la sua bacchetta magica, trasformandola in una pozza d’acqua che subito dopo si tramutò in un serpente, quindi in una splendida libellula che se ne volò via. Fuamnach tornò al sidh, felice di essersi sbarazzata della rivale. A Midir non restò che accettare la situazione: non poteva disfare l’incantesimo e non voleva punire Fuamnach, che pur sempre amava. La libellula però stava sempre accanto a Midir, il quale aveva capito che era la sua amata Etain e badava che nulla di male le accadesse. Fuamnach ne era indignata e voleva e voleva distruggere la rivale, e un giorno evocò un vento magico che spazzò via la libellula, trasportandola oltre colli e foreste, fino alla riva del mare. Il vento magico lasciò cadere il bell’insetto in una spiaggia solitaria, e per sette lunghi ani la povera Etain visse in miseria e dolore, con le ali delicate tutte piegate e inzuppate dall’acqua salina. Alla fine dei sette anni, accadde che Angus, il dio dell’amore, passasse da quelle parti e, scorta la bella libellula che si scaldava al sole, la prese delicatamente e se la portò a casa. Le fabbricò una gabbietta di cristallo che riempì di erbe e di fiori, e da allora la portò sempre con sé. Ben presto, non ci fu chi non parlasse della meravigliosa libellula del dio dell’amore, e la voce giunse alle orecchie di Midir e di Fuamnach a Bri Leith. Prima che Midir venisse a saperne di più, Fuamnach riuscì a rubare la gabbia di cristallo ad Angus; aprì l’uscio per fare fuggire l’insetto, e quando questo fu uscito evocò un altro vento magico che spazzò via un’altra volta la povera Etain, che venne trasportata irresistibilmente sopra l’intera Irlanda, finché non fu sbattuta sul tetto di una grande fortezza nell’Ulster. La libellula precipitò attraverso il foro per il fumo nella sala delle feste, finendo proprio nella coppa dalla quale era intenta a bere la signora del luogo, Etar. La donna inghiottì la libellula senza accorgersene, e nove mesi dopo diede alla luce una bambina al quale impose il nome di Etain. Sebbene Etain avesse il nome precedente, non aveva memoria della vita di prima né dei tristi anni passati come libellula, e divenne una splendida fanciulla. All’epoca, re supremo dell’Irlanda era Eochaid Airem, e tutti gli altri sovrani gli obbedivano. Al termine del primo anno di regno, egli volle che si tenesse una grande festa a Tara, ma nessuno voleva andarci perché il re non era sposato, cosa considerata un gravissimo difetto in un re. Eochaid mandò allora messaggeri in tutta l’Irlanda alla ricerca di una sposa degna di lui. I messaggeri visitarono le case di tutti i capi irlandesi, e quando videro Etain si resero conto che era lei la più adatta. Eochaid si affrettò ad andare da lei, e la trovò seduta su un verde prato, a Bri Leith, accanto a una fonte mormorante. Si era sciolta i capelli per lavarseli e se li stava pettinando con un pettine d’oro. Aveva le braccia candide e nude, e indossava una tunica di seta verde, fermata con spilloni d’oro. Eochaid si innamorò di lei a prima vista, e rimase incantato ad ammirarla. La bella aveva le guance del colore della digitale, occhi azzurri come giacinti e la pelle, luminosa come la neve fresca, metteva sempre più in risalto le labbra d’un rosso vivo. Tutto in lei era perfetto, dalle lunghe dita sottili ai piedi delicati, ed Eochaid e il suo seguito furono certi che si trattasse di una creatura dell’Aldilà, ma quando ne chiese la mano il re si sentì rispondere che era la figlia di Etar e che fin dall’infanzia era innamorata di lui, Eochaid, sicché si sposarono seduta stante, e tutti si rallegrarono della felice scelta del re. Ben presto, quelli dell’Aldilà di Bri Leith udirono parlare della bellezza di Etain, e Midir si rese conto che doveva essere la stessa fanciulla che anni prima era stata sua moglie. Si mascherò allora da giovane e andò a Tara, dove svelò a Etain chi era in realtà e che un tempo era stata la sua sposa._ E allora tu mi hai abbandonata? _ chiese Etain, che nulla ricordava del suo passato._ No _ disse Midir _ a strapparti a me è stata la perfida magia di Fuamnach. Ma adesso torna con me nella tua casa nell’Aldilà. Ma Etain sdegnò la sua proposta e disse: _ Non rinuncerò al re d’Irlanda per te. Perché dovrei crederti, se di te non mi ricordo? _ Midir se ne andò deluso, ma ben presto tornò a Tara, questa volta nella sua forma vera, di giovane, bel guerriero. Si presentò a Eochaid e gli disse che era venuto per giocare a scacchi con lui. Eochaid, che era ritenuto il miglior giocatore del paese, chiese quale fosse la posta in gioco, e Midir: _ Colui che perde pagherà qualsiasi cosa gli sia chiesta _ ed Eochaid accettò, persuaso di vincere senz’altro la partita, e il gioco ebbe inizio. Giocarono parecchie mani, e più volte Midir lasciò che a vincere fosse Eochaid, ma nell’ultima e decisiva lo sconfisse agevolmente, e il re gli chiese che cosa volesse._ Prendere Etain tra le braccia e baciarla _ rispose Midir. Eochaid non poteva venire meno alla parola data e, dopo esser rimasto a lungo pensieroso, disse: _ torna tra un mese, e avrai quello che chiedi. Andatosene Midir, Eochaid consultò i suoi druidi sul da farsi e, seguendone il consiglio, convocò tutti i guerrieri perché vigilassero su Tara il giorno del previsto arrivo di Midir. Perché, avevano detto i druidi, se quel giorno non avesse potuto avvicinarsi a Etain, la promessa non sarebbe stata più valida. Venne dunque il giorno atteso, e le porte di Tara furono sbarrate; Eochaid ed Etain stavano nelle stanze più interne del palazzo, tra una cerchia di guerrieri, certi che nulla di male potesse accadere loro. Ma all’improvviso, materializzandosi dall’aria, Midir fu in mezzo alla cerchia, ed Etain lo vide qual era senza la maschera. E quando disse: " Eochaid ha promesso di lasciare che io ti abbracci" non oppose resistenza. Al primo bacio, la memoria di Etain riemerse, e lei si ricordò di quanto avesse amato Midir e seppe che lo amava come un tempo. _ Portami con te _ gli disse allora la fanciulla. E, prima che Eochaid e i suoi guerrieri potessero fare una mossa per impedirlo, Midir prese Etain e scomparve con lei attraverso il foro del fumo. Il re e i suoi corsero fuori per fermarli, ma non videro traccia dei fuggiaschi, e tutto quello che apparve ai loro occhi furono due cigni, legati assieme da una catena d’oro, che lentamente volavano in cerchio sopra Tara, e poi puntando rapidi alla volta del sidh di Bri Leth. E così Midir riconquistò la sua bella Etain, strappandola al supremo re d’Irlanda, e la portò a vivere felice con lui nell’Aldilà.

 


Oltretomba


Un altro punto da chiarire è quello relativo ai "luoghi" dell'esistenza ultraterrena , a proposito dei quali si sono espressi non tanto i maestri di spiritualità , ma la fantasia e l'immaginazione popolare. L 'Oltretomba sarebbe stato un'isola nell'estremo Occidente , oltre l'Oceano , oppure una città sprofondata nel mare. Per gli Irlandesi (ma si deve forse pensare a una mediazione cristiana) l'Aldilà era ripartito in tre luoghi diversi: un'isola paradisiaca , un mondo sotto le onde e un altro nelle viscere della terra. Per i Gallesi le anime dei morti confluivano ad Avalon , dove crescevano i frutti che conferivano a chi ne mangiasse l'immortalità , l'eterna giovinezza e la scienza. In generale si deve comunque pensare a un "altro mondo" concepito come quello che sta oltre tutti i confini della terra , compreso il confine della sua superficie rispetto alle sue profondità.
E' comunque interessante notare come i Celti, che ponevano molte meno barriere di altri popoli tra il visibile e l'invisibile , pensassero che l'Aldilà fosse accessibile anche ai vivi. Credevano di conoscerne le entrate , spesso collocate in particolari incroci o presso le tombe. Si sa in proposito che ai bambini erano date precise istruzioni perchè non vi si smarrissero , così come era giudicato pericoloso che ci andassero i malati, perchè potevano non avere abbastanza energie per il ritorno.

 

 

 

Il "Nodo Infinito"

La religione dei celti sembra essere politeista, sono tantissimi gli dei che compaiono nelle iscrizioni, ma in realtà i vari dei erano solo manifestazioni di un unico spirito divino che anima e pervade la realtà. Lo spirito assume varie forme ed è il responsabile della continua armonia dell'universo. La stessa vita terrena non è altro che il punto centrale di una lunga esistenza. Lo spirito pervade tutta la natura, con la quale i celti si sentivano in stretto contatto. La realtà è quindi un intreccio di infinite possibilità esistenziali, forme viventi e inanimate, come le pietre, l'acqua e il fuoco, tutte unite dal comune spirito che pervade e anima tutto. Le rappresentazione grafiche, presenti in una grandissima varietà di fregi e decorazioni, sono il "nodo infinito", e la spirale (incessantemente ripetuta, moltiplicata ed elaborata nel simbolo sacro del Triskell), che simboleggiano l'infinita evoluzione dell'universo.

 

 

Lista degli dei e delle dee

Arawn
        Re dell'Annwn (l'oltretomba) e guardiano dei luoghi pericolosi. Pregando questo Dio un mortale potrebbe avere accesso alla saggezza delle anime degli antenati assimilate da Arawn.
Nel primo ramo del Mabinogion egli è accompagnato da una muta di cani bianchi dalle orecchie rosse detti Cwn annwn (i cani dell'oltretomba). Narra la leggenda di Arawn e Pwyll che i due si scontrano durante una battuta di caccia durante la quale Pwyll, principe del Dyfed, sottrae una preda ai cani di Arawn. Il dio profondamente offeso offre a Pwyll una via di scampo: i due dovranno scambiarsi le sembianze e regnare sui rispettivi regni per un anno, alla fine di questo periodo Pwyll dovrà uccidere con un solo colpo Hafgan, un dio-re che insidia il trono di Arawn. Pwyll riesce nell'intento e tra lui ed Arawn si instaura un rapporto di profonda amicizia.
Arawn è anche signore dell'inganno e del doppio gioco e fa di tutto per accaparrarsi le anime dei mortali. Meschino, crudele, affascinante, non ha un aspetto vero e proprio, ma si presenta sotto molteplici forme e aspetti.
Egli può dare consiglio a chi lo prega, rivelando a lui il passato e il futuro, i pensieri più segreti dei vivi e dei morti, ma spesso questi consigli sono raggiri, frasi sibilline o vere e proprie armi a doppio taglio, finalizzate sempre al raggiungimento da parte di Arawn del suo unico e solo obiettivo: altre anime di cui cibarsi.
Arawn si diverte inoltre ad avvicinare fanciulle mortali, mostrandosi loro con le sembianze del loro amato, o di un uomo bellissimo, corteggiandole per poi depositare nel loro grembo un figlio dannato, dal destino segnato e legato ad Arawn per l'eternità.
Egli dimora di preferenza nella parte più buia dell'Annwn, dove gode nell'ascoltare i gemiti e i lamenti delle anime che vi vagano senza pace.
Arianrhod
        Arianrhod ("la ruota d'argento", ovvero la Luna) è una delle discendenti di Don. Sorella di Gwydion (consigliere di Math ap Mathonwy) e madre di Dylan e Llew Llaw Giffes.
Arianrhod presiede all'aurora, alle fasi lunari e quindi per associazione a tutte le questioni femminili, alle nascite, ai matrimoni, alla fertilità ed ai riti lunari. E' una Dea dalla connotazione fortemente sessuale ed i riti a lei dedicati comprendono accoppiamenti ed orge. La sua dimora è Caer Arianrhod, ovvero l'aurora boreale.
Nel quarto ramo del Mabinogion si narra che il Dio Math ap Mathonwy (Math figlio di Mathonwy) aveva il bisogno di posare i piedi sul ventre di una vergine per calmarsi. Quando la vergine Goewin che era preposta a questo compito fu stuprata durante una battaglia Arianrhod venne scelta per sostituirla. Per provare la sua verginità ella dovette camminare sul bastone magico di Math. Appena compiuta la prova Arianrhod dette alla luce due figli. Uno venne chiamato Dylan, l'altro ebbe dalla madre tre Geis (veti): egli non doveva aver un nome, non poteva sposare una donna mortale nè portare armi che non gli fossero state donate dalla madre. Gwydion convinse con l'inganno Arianrhod a chiamare questo ragazzo Llew Llaw Giffes ("lo splendente dall'abile mano").
Artio
        Dea della caccia e dell'abbondanza, spesso raffigurata come un'orsa (o in compagnia di un orso). Il suo nome significa infatti "orsa". Pare che il nome di Artù sia collegato a questa divinità di cui ad oggi non restano che pochissime tracce.

Cernunnos
        Dio delle foreste e degli animali selvatici, , il cui nome significa "colui che ha le corna" o "colui che ha le corna appuntite". La sua figura è fortemente sessuale in quanto Cernunnos simboleggia la forza, la virilità e la fertilità.
La prima immagine conosciuta di Cernunnos è l'incisione rupestre di Paspardo, in Val Camonica, del IV secolo a.c. , nella quale il dio è ritratto con le corna di un cervo, porta un torquis ad ogni braccio ed è accompagnato da un serpente con corna d'ariete e da un piccolo fedele col pene eretto.
In altre rappresentazioni egli ha un serpente al posto di un braccio e dalla sacca che tiene in grembo cadono monete o semi, simboli anch'essi di abbondanza e fertilità.
Cernunnos figura anche sul famoso Calderone di Gundestrupp, nell'atto di gettare un uomo al suo interno, forse come simbolo di rinascita o rigenerazione.
Coventina
        Coventina era la personificazione della sacra fonte di Carrawburgh situata lungo il Vallo di adriano. La sorgente alimentava un piccolo pozzo circondato da un muro ed era usanza per i celti di quelle zone di andare a gettare al di là del muro monete, monili od oggetti di uso quotidiano come offerta alla Dea. Erano soprattutto le donne a fare queste offerte per propiziarsi un parto sicuro.
Coventina era anche considerata una dea guaritrice, si credeva infatti che le acque della sua fonte potessero guarire molti malanni.
E' spesso raffigurata come una ninfa acquatica seminuda sdraiata in mezzo alle onde oppure nell'atto di versare acqua da una coppa.
Epona
        Epona è la dea dei cavalli per antonomasia, il suo nome deriva infatti dalla parola celtica "epos" che significa appunto "cavallo". Per i celti il cavallo era molto importante, al punto tale che essi non ne mangiavano per alcun motivo le carni, per questo Epona era una delle divinità più venerate.
Il suo culto era diffuso soprattutto in Gallia e in Renania tra le tribù degli Edui, dei Lingoni e dei Treveri ma compare anche in aree più remote come la Britannia e l'Iberia.
Viene rappresentata sempre in compagnia di uno o più cavalli, con ceste di grano o frutta ai suoi piedi. In alcune raffigurazioni ella porta appesa alla cintura una chiave che secondo alcuni studiosi rappresenta la sua capacità di aprire le porte dell'oltretomba e di favorire così una "rinascita". Epona era inoltre associata all'acqua e al latte, nutrimento essenziale per i Celti.
Dagda
        In origine era chiamato Dagodevos ed era la principale divinità dei danesi che si spostarono in Irlanda. Padre di Angus (o Oengus), dio dell'amore e di Brigit, dea della sapienza e della poesia, sposo di una dea con tre nomi (Breg "menzogna", Meng "astuzia" e Meabel "disgrazia") era considerato come un dio benevolo, protettore degli uomini e padre dei Tuatha de Danann. Altre divinità come Bodb il rosso, Ceacht, Midir e Ogma sono talvolta indicate come suoi figli.
Il suo nome significa "il buon dio" ed eraassociato alla magia e all'abbondanza, egli infatti possedeva un caderone magico chiamato Uldry che poteva nutrire tutta la terra.
Viene rappresentato con un'enorme clava in mano, la quale ha una particolarità: quando colpisce da una parte uccide i vivi e quando colpisce dall'altra resuscita i morti.
Il Dagda è una figura paradossale, dotato di infinita saggezza è però rozzo e volgare ed ostenta una voracità smodata oltre ad una perenne, smisurata erezione.
Fu costretto dal figlio Angus ad abdicare.
Brigit
"Alta, forte o gloriosa", dea della sapienza, del fuoco, del focolare domestico e della poesia. Brigit è una delle divinità più complesse del Pantheon celtico ma anche una delle più amate, tanto che la Chiesa Cristiana per eradicarne il culto la trasformò in Santa Brigida. Era una dea una e trina, a volte legata a due "sorelle" e talvolta veniva associata anche alla guarigione ed alla fertilità tanto che la festa di Imbolc (1° febbraio) era a lei dedicata in quasi tutta l'area celtica.
Brigit era conosciuta anche con i nomi Berecyntia, Brigindo, Brid, Bridget e Brigantia, in quest'ultima forma era la dea protettrice dell'omonima tribù dei Brigantii del nord della britannia. Per i briganti la Dea Brigit era anche una divinità della guerra e veniva da loro raffigurata con elmo, lancia e scudo.
In Irlanda era la figlia del dio buono Dagda e quindi legata alle "cose buone", alla fertilità, al parto, ai mestieri ed alla poesia.
In Scotia era chiamata Bride, dal cui nome pare derivi il moderno Bride (sposa, in inglese) ed era la dea preposta ai matrimoni e al parto.

 

 

Bibliografia

Dal sito www.ilcrepuscolodeglidei.it
Dal sito www.ageofmithology.it
Dal sito www.icelti.it
Georges Minois, Piccola storia dell’inferno, Bologna, il mulino,1995
T.W. Rolleston, I miti celti, Milano,longanesi&c.,1994

 

                                                

Fonte: http://old.liceivaldagno.it/ScuoleInRete/trissino_valdagno/mediateca.nsf/9bc8ecf1790d17ffc1256f6f0065149d/eaa77160c84a9861c12570d7003f023c/Body/M18/ENTRATA.doc

Sito web da visitare: http://old.liceivaldagno.it

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