Atti degli apostoli

 


 

Atti degli apostoli

 

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Atti degli apostoli

 

Introduzione
Comprendere un libro equivale a conoscere lo scopo inteso dall’autore. L’obiettivo degli Atti è storico-salvifico. Essi «presentano l’itinerario di salvezza dal tempio di Gerusalemme e dalla città santa, nella quale essa ha il suo inizio centrale, fin oltre i confini della Giudea e del giudaismo, verso il mondo pagano di allora, di cui Roma era il centro» (C.M. Martini).
Questa salvezza avviene in Cristo che compie le antiche profezie e dà senso agli eventi futuri. Tra le due venute del Salvatore Luca colloca il tempo della Chiesa, che è l’ultima fase della salvezza.
Gli Atti ci presentano la Chiesa primitiva come un costante punto di riferimento per le nostre comunità cristiane.
La comunità di Gerusalemme appare negli Atti come modello per la Chiesa universale, per le diocesi, la parrocchia e anche per quella chiesa domestica che è la famiglia. Essa costituisce un modello non in quanto dispensatrice di ricette già pronte per risolvere tutti i problemi, ma come stimolo per la ricerca di soluzioni diverse per situazioni differenti.

Capitolo 1
Tutto il capitolo primo va visto come introduzione che unisce «il tempo di Gesù» al «tempo della Chiesa». Gesù comunica il suo incarico a coloro che egli aveva scelto mediante lo Spirito Santo (v. 2) e fa loro la promessa che saranno testimoni di lui «fino agli estremi confini della terra» (v. 8).
Nel «secondo libro di Luca» gli undici apostoli (1,13) e Mattia, eletto per integrare il numero dodici (1,26), sono ricordati, ognuno per nome, per sottolineare che essi sono stati i testimoni oculari di Cristo (1,21-22) e costituiscono il legame attendibile tra Gesù e la Chiesa.
Questo capitolo presenta una comunità relativa a Gesù, quasi un suo prolungamento: è sempre quel Gesù, che un tempo agiva direttamente, che ora continua a predicare, a sanare, a soffrire mediante la sua comunità.
Prologo
1 Nel mio primo libro ho già trattato, o Teòfilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio 2 fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo.
3 Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio. 4 Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre «quella, disse, che voi avete udito da me: 5 Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni».
Il libro degli Atti si apre con un prologo. Come in quello del suo vangelo, Luca si rivolge a Teòfilo. Costui rappresenta, per il significato stesso del suo nome, ogni «amico di Dio» a cui lo Spirito santo concede di riconoscere l’amore divino che opera tra gli uomini. Teòfilo è anche ogni lettore, ognuno di noi, al quale il libro è rivolto. Il «mio primo libro» (v. 1) è il vangelo di Luca nel quale egli ha già scritto «tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio, fino al giorno in cui egli fu assunto in cielo» (vv. 1-2).
La novità più importante rispetto ai dati evangelici è il ricordo dei quaranta giorni (v. 3). All’inizio (Lc 3,24; 4,1-2) e alla fine del tempo di Gesù c’è un periodo di giorni contraddistinti dal biblico numero simbolico di 40, in cui Gesù e poi i suoi apostoli furono preparati alla loro missione. «Quaranta giorni» è un modo di dire tipico della Bibbia mediante il quale si definisce il tempo delle manifestazioni importanti e decisive di Dio, come quella a Mosè sul monte Sinai (Es 24,28; 34,28). Come Mosè, secondo una tradizione ebraica , durante la sua permanenza sul Sinai ricevette per quaranta volte – una volta al giorno – i comandamenti di Dio come fondamento della sua testimonianza davanti al popolo d’Israele, così gli apostoli, nel periodo dei quaranta giorni delle apparizioni di Gesù, ricevono il contenuto della loro testimonianza (il regno di Dio) e lo Spirito nel quale devono rendere questa testimonianza. Anche nell’insegnamento dei rabbini il numero quaranta ha un valore simbolico per indicare un tirocinio completo e normativo. In altre parole gli apostoli a contatto con il Signore risorto ricevono quella formazione autorevole e completa che li abilita a continuare la sua opera storica. Il contenuto dell’istruzione è il regno di Dio, cioè l’intervento salvifico e definitivo di Dio nella storia. Questo era già stato il programma della predicazione di Gesù (Lc 4,43; 8,1.10; 9,2; 11,20).
Un altro fatto singolare di questo riassunto delle esperienze pasquali negli Atti è il ricordo della commensalità degli apostoli con Gesù. Qui convergono due tradizioni: quella degli incontri dei discepoli con Gesù risorto dove il pasto ha valore di segno per suggerire che egli è vivo (Lc 24,41-42) e quello della cena eucaristica che esprime e realizza la piena comunione con il Signore (Lc 24,30; At 2,46).
I discepoli devono attendere a Gerusalemme il dono dello Spirito. Gerusalemme, meta del cammino storico di Gesù, centro ideale della storia dell’antico popolo d’Israele, luogo dell’accoglienza dello Spirito e sede della prima comunità cristiana sarà il punto di partenza della loro missione. Il passaggio dall’epoca dell’attesa e della preparazione a quella dell’attuazione e compimento è espressa nella frase di Gesù: «Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati (da Dio) in Spirito santo, tra non molti giorni» (v. 5). In questo versetto c’è un confronto tra i due battezzatori (Giovanni Battista e Dio) e tra i due battesimi (quello di Giovanni con l’acqua, quello di Dio nello Spirito Santo). Si passa dal battesimo come rito di purificazione e di penitenza, al battesimo di immersione nello Spirito, potenza divina che crea e rinnova l’uomo. Questa frase di chiusura del prologo degli Atti evoca il fatto nuovo e qualificante di questo libro: l’azione dello Spirito, dono del Risorto, che riunisce un popolo nuovo. Il movimento cristiano che si sviluppa dopo la Pasqua del Signore non è solo una nuova esperienza e organizzazione religiosa; esso è la testimonianza storica e visibile dell’azione di Dio che è esplosa in modo unico e definitivo nella vita, morte e risurrezione di Gesù.
L'Ascensione
6 Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: «Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?». 7 Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, 8 ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra».
9 Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. 10 E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n'andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: 11 «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo».
Gli apostoli chiedono a Gesù: «E’ questo il tempo in cui ricostituirai il regno d’Israele?». Essi attendono infatti la «restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall’antichità, per bocca dei suoi santi profeti» (3,21). Amos aveva profetizzato dicendo: «In quel giorno rialzerò la capanna di Davide, che è caduta; ne riparerò le brecce, ne rialzerò le rovine, la ricostruirò come ai tempi antichi». (Am 9,11). Giacomo di Gerusalemme afferma che è proprio quello che sta avvenendo attraverso la Chiesa nata a Pentecoste (15,16). Ma di quale restaurazione si tratta?
In realtà, l’avvento del regno di Dio è oggetto di preghiera perseverante: «Venga il tuo regno!» (Lc 11,2). Questa preghiera è rivolta al Padre che ha la benevolenza di darci il suo regno (Lc 12,31). E per quanto riguarda i tempi e i momenti di tale restaurazione, Dio ha riservato a Sé la conoscenza e la decisione. I tempi (chronoi) sono quelli che scandiscono lo svolgimento della storia umana sul piano della creazione; i momenti (kairoi) si collocano sul piano della salvezza: sono gli interventi della grazia di Dio nel quadro della sua alleanza con l’umanità (Cf. Dn 2,21; Sap 8,8; 1Ts 5,1).
La risposta di Gesù indica ai suoi la dimensione gravosa del cammino che i servi della Parola di grazia dovranno percorrere per far sì che il regno di Dio «venga» in tutti i luoghi e in tutti i tempi.
«Avrete forza dallo Spirito santo che scenderà su di voi». Questa parola fa eco a quella di Lc 24,49: «Io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Nell’episodio dell’Annunciazione, il messaggero di Dio aveva detto a Maria: «Lo Spirito santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo» (Lc 1,35). Si tratta del medesimo mistero di concepimento della Parola, non più nel grembo della vergine Maria – che tuttavia è sempre presente (v. 14) – ma in ogni persona e comunità cristiana.
Notiamo che mentre alla fine del vangelo di Luca Gesù aveva detto: «Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,48), ora dice: «Sarete testimoni di me» (v. 8). La testimonianza nella potenza dello Spirito Santo non riguarda più soltanto i fatti della salvezza, ma colui che si colloca al culmine di quegli eventi: il Signore risorto. Il riferimento ultimo della Scrittura e della testimonianza deve essere ormai la persona del Risorto.
Gesù indica anche il campo in cui deve realizzarsi la testimonianza: «in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli ultimi confini della terra» (v. 8). La restaurazione del regno di Dio passa per il tracciato di questa via. La testimonianza degli apostoli, a partire da Gerusalemme, si svilupperà in tutte le direzioni. Ma negli Atti, Luca prenderà in considerazione una linea privilegiata: quella che va da Gerusalemme a Roma, crocevia delle nazioni.
Nel racconto dell’Ascensione il vocabolario è preciso: «fu elevato», «è stato assunto fino al cielo». Dietro la forma passiva dei verbi, dobbiamo leggere l’azione di Dio. La nube inoltre segnala che si tratta di un ingresso nell’intimità del Padre, come nell’episodio della Trasfigurazione di Gesù (Lc 9,34-35). Ma questa nube esprime anche la gloria e il sottrarsi del mistero dal nostro sguardo. Tutto ciò richiama il discorso in cui Gesù parla della sua venuta «nella nube», cioè in maniera nascosta, velata: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire nella nube con molta potenza e gloria» (Lc 21,27). Ed è infatti di questa venuta che parleranno i due messaggeri del v. 10. Agli apostoli che stanno con gli occhi fissi al cielo, «due uomini in bianche vesti» (cf Lc 24,4) svelano il senso del mistero che stanno vivendo, ricordando che la venuta di colui che fu assunto al cielo deve essere vissuta sulla terra, nelle realtà concrete della storia umana. Gesù verrà allo stesso modo, cioè andando per le strade del mondo con gli uomini, in maniera invisibile. Luca ci mette in guardia da una spiritualizzazione errata che ci porterebbe a sottrarci ai compiti quotidiani.
Il futuro «verrà» del v. 11 traduce un «incompiuto» ebraico: l’azione del venire non si colloca nel futuro, ma «è in via di realizzazione»; la venuta di Gesù continua. Proprio per questo gli apostoli sono rimandati alla loro missione terrena, al loro impegno di testimonianza. E’ inutile guardare il cielo: il Signore viene sulla terra! Ma viene nella nube, in maniera velata, avvolto nel mistero di Dio.
In sintesi possiamo dire che il racconto sottolinea non tanto i particolari dell’esperienza storica che il racconto dell’Ascensione presuppone, quanto il suo significato attuale per i cristiani: prospettiva di una fine dei tempi; certezza della vittoria decisiva di Gesù sulla morte e della sua presenza presso il Padre e con noi; necessità dell’impegno dei cristiani nelle cose di questo mondo in vista della salvezza di tutti.
Il racconto dell’Ascensione non vuole principalmente darci delle informazioni circa il modo o il tempo della «partenza» di Gesù da questo mondo, ma è la risposta al problema riguardante il significato della storia alla luce della fede nella risurrezione di Gesù. Il problema si può formulare in questi termini: se è vero che con la risurrezione e glorificazione di Gesù la storia ha subito la svolta definitiva annunciata dai profeti, perché non si vede questo cambiamento sul piano religioso, sociale e politico? Forse tutto è rimandato a un capovolgimento a breve scadenza con una manifestazione gloriosa e spettacolare del Signore risorto? Questi interrogativi si intravedono anche nel vangelo di Luca: «Quando verrà il regno di Dio?» (cf. Lc 17,20; 19,11; 21,7). Nei circoli giudeo-cristiani questa speranza religiosa era frammista alle attese di liberazione messianica nazionale. I due discepoli di Emmaus sono i rappresentanti tipici di questo ambiente che coniuga insieme speranza nell’intervento di Dio e liberazione politica: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele (Lc 24,21).
Presentare il cammino della Chiesa, vuol dire per Luca ritrovare il nuovo senso della storia sotto il segno della risurrezione. E questo è racchiuso nella frase programmatica di Gesù: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e sarete testimoni di me in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (v. 8). La forza dello Spirito, la testimonianza e l’apertura universale sono le tre componenti essenziali dell’esperienza ideale della Chiesa, che Luca ci presenta negli Atti. La promessa di Gesù ridimensiona l’illusione dei fanatici che scambiano l’effusione dello Spirito con la garanzia per il trionfalismo religioso e politico: il regno per Israele. Ma la parola di Gesù indica anche un compito nuovo: lo Spirito non è una forza per dominare e controllare gli uomini, ma per essere testimoni di Gesù, il Signore risorto. Il concetto di testimonianza è un elemento fondamentale di questo libro e qualifica il ruolo autorevole dei primi inviati di Gesù, dai quali prende avvio l’esperienza della Chiesa. Nella parte centrale dei grandi discorsi degli Atti, Pietro, a nome del gruppo, ripete: «Noi siamo testimoni» (cf. 2,32; 3,15; 10,41).
I. LA CHIESA DI GERUSALEMME
Il gruppo degli apostoli
12 Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato. 13 Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C'erano Pietro e Giovanni, Giacomo e Andrea, Filippo e Tommaso, Bartolomeo e Matteo, Giacomo di Alfeo e Simone lo Zelòta e Giuda di Giacomo. 14 Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui.
L’ascensione di Gesù sul monte degli Ulivi richiama la visione di Ezechiele: «Dal centro della città la gloria del Signore si alzò e andò a fermarsi sul monte a oriente della città» (Ez 11,23). Sotto gli occhi del profeta, la gloria di Dio si prepara a lasciare la città santa per andare a raggiungere gli esiliati nel luogo della loro deportazione; così Dio potrà essere per loro « un santuario nelle terre dove hanno emigrato» (Ez 11,16). Segue subito la promessa: «Metterò dentro di voi uno Spirito nuovo» (Ez 11,19), una promessa che verrà precisata più avanti: «Porrò il mio Spirito dentro di voi» (Ez 36,27). La scomparsa di Gesù è dunque l’esatto contrario di una fine. Si tratta invece dell’inizio di un’incredibile opera di grazia e di salvezza.
Il v. 13 ci dà la lista degli apostoli di cui Luca sta per evocare le gesta. Tutti perseveravano nella preghiera. In questa preghiera comune esercitano il discernimento per penetrare più profondamente nella comprensione di ciò che avviene. Nella preghiera con Maria – figura centrale nel mistero delle origini – matura un nuovo intervento fondamentale dello Spirito Santo. Nel momento in cui, attraverso lo Spirito Santo, sta per essere generato il corpo vivente di Gesù nell’umanità, Maria è presente come colei che mette al mondo Dio. Le donne presentate con lei mettono in luce il carattere corporativo della maternità spirituale della donna all’interno della comunità. Per quanto riguarda i «fratelli» di Gesù, si tratta probabilmente di quelli che sono citati un Mc 6,3: Giacomo, di cui si parlerà più avanti (15,13; 21,18), Joses, Giuda e Simone.
La piccola comunità che attende nella concordia e in preghiera lo Spirito Santo, rappresenta in miniatura il nuovo popolo di Dio senza discriminazioni e privilegi. Tutti ne fanno parte: i discepoli della prima ora, le donne fedeli, la Madre e i parenti. Un nuovo principio di aggregazione tiene unito questo gruppo di persone: l’adesione a Gesù, il Signore risorto, e al suo progetto di vita. Il dinamismo dello Spirito di Pentecoste farà espandere questa forza di coesione oltre il piccolo ambito di questo luogo di preghiera.
Gli apostoli erano radunati nella concordia e si occupavano costantemente della preghiera, dedicandosi ad essa con insistenza e continuità. Alla loro comunione unanime partecipavano anche delle donne, Maria, madre di Gesù e i suoi fratelli. La preghiera ardente della comunità delle origini può essere vista come preparazione al dono dello Spirito, in analogia con Lc 3,21-22. Come risposta alla loro preghiera per il regno (Lc 11,2), Dio dà ai discepoli di Gesù anzitutto lo Spirito Santo (Lc 11,13).
La sostituzione di Giuda
15 In quei giorni Pietro si alzò in mezzo ai fratelli (il numero delle persone radunate era circa centoventi) e disse: 16 «Fratelli, era necessario che si adempisse ciò che nella Scrittura fu predetto dallo Spirito Santo per bocca di Davide riguardo a Giuda, che fece da guida a quelli che arrestarono Gesù. 17 Egli era stato del nostro numero e aveva avuto in sorte lo stesso nostro ministero. 18 Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere. 19 La cosa è divenuta così nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel terreno è stato chiamato nella loro lingua Akeldamà, cioè Campo di sangue. 20 Infatti sta scritto nel libro dei Salmi:
La sua dimora diventi deserta,
e nessuno vi abiti,
il suo incarico lo prenda un altro.
21 Bisogna dunque che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, 22 incominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione».
23 Ne furono proposti due, Giuseppe detto Barsabba, che era soprannominato Giusto, e Mattia. 24 Allora essi pregarono dicendo: «Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostraci quale di questi due hai designato 25 a prendere il posto in questo ministero e apostolato che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto da lui scelto». 26 Gettarono quindi le sorti su di loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli.
La preghiera non tarda a portare i suoi primi frutti. Gli apostoli prendono coscienza del posto rimasto vuoto nel gruppo dei testimoni della risurrezione: dopo la morte di Giuda, sono rimasti solo in undici a «giudicare le dodici tribù d’Israele» (Lc 22,30). Pietro si alza e prende la parola per indicare ciò che Dio si aspetta dalla comunità cristiana. Specificando che i fratelli radunati sono 120, Luca lascia intendere che il servizio di Dio è ciò che struttura il «resto». Il numero 120 equivale infatti a dieci uomini per ciascuna delle dodici tribù scelte per elezione divina. Nella tradizione ebraica è richiesto un numero minimo di dieci israeliti maschi e maggiorenni per rappresentare il popolo nella preghiera comune. Il popolo della nuova alleanza si costituirà dunque da questi 10x12, cioè da questi 120 fratelli.
La morte di Giuda viene riferita qui secondo una tradizione diversa da quella di Matteo 27,3-10. La tradizione di Matteo parlava di un suicidio per impiccagione e di una proprietà che i sacerdoti del Tempio avevano acquistato, col denaro restituito dal traditore, per destinarla alla sepoltura degli stranieri. La tradizione raccolta dal libro degli Atti parla di uno sventramento di Giuda e di una proprietà acquistata da Giuda stesso.
La versione di Matteo riprende un modello presente nel racconto della morte di Achitòfel di Ghilo, consigliere di Davide e poi suo traditore (2Sam 17,23). La versione degli Atti descrive la morte dell’empio (cf Sap 4,19) che non ha riconosciuto il Giusto (cf. 7,52). Spaccarsi in mezzo, o essere scagliati a testa in giù, sono modalità abitualmente attribuite a questo genere di morte insieme ai vermi, il fuoco, il gonfiore, la putrefazione (cf 12,23).
Ai vv. 16 e 21, troviamo l’espressione «bisognava», «bisogna». E’ un espressione che viene utilizzata per indicare il libero consenso di un uomo alla volontà salvifica di Dio. Questa «necessità» che incombe sull’uomo, e che può essere conosciuta attraverso la Scrittura, non si colloca sul piano della logica razionale, ma su quello della salvezza. A coloro che ricevono lo Spirito Santo, essa si rivela come la via misteriosa attraverso la quale la benevolenza del Padre ci raggiunge nel profondo della nostra volontà omicida. Gesù si è assoggettato a questa «necessità» (cf. Lc 24,26), e il Padre l’ha fatto risorgere. Attraverso molte tribolazioni i suoi discepoli entreranno dietro di lui nel regno di Dio, come leggiamo in At 14,21-22: «Dopo aver predicato il vangelo in quella città e fatto un numero considerevole di discepoli, (Barnaba e Paolo) ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia, rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio». Vissuta nello Spirito Santo, questa necessità perde il suo sapore di morte per essere riconosciuta come una via di grazia che conduce alla Vita.
In questo brano i Salmi permettono a Pietro di decifrare il destino di Giuda; anche nel suo tradimento egli è parte integrante del mistero pasquale. Questo discorso di Pietro ci rivela il modo cristiano primitivo di leggere i fatti. Anche gli avvenimenti più tristi e scandalosi, come il tradimento e il destino tragico di Giuda, acquistano un senso quando vengono letti sullo sfondo del progetto di Dio.
Se l’essenziale della missione degli apostoli consiste nell’essere i testimoni della risurrezione di Gesù, si capisce la condizione che viene indicata nei vv. 21-22: aver frequentato Gesù fin dagli inizi del suo cammino terreno, averlo visto morire e poi averlo riconosciuto vivo al di là della morte ed essere rimasti in reale contatto con lui per il periodo dei quaranta giorni. In tal modo il testimone avrà potuto accertarsi che si tratta veramente della stessa persona e non di una allucinazione o di un frutto della fantasia.
Per essere apostoli era necessaria una seconda condizione: essere stati scelti da Dio. E’ questo il senso della preghiera dei vv. 24-25. Da una prima selezione erano usciti due candidati, Giuseppe e Mattia. Il fatto di estrarre a sorte uno dei candidati invece che procedere a una nomina tramite una votazione da parte dell’assemblea esprime il desiderio di lasciare piena libertà di scelta a Dio (cf. Pr 16,33).
Il simbolismo dei Dodici, legato alle dodici tribù d’Israele, mette chiaramente in luce la continuità fra Israele e la nuova comunità che rende testimonianza al Risorto. In questa luce, la defezione di Giuda, in cui si legge in filigrana l’incomprensione di Gerusalemme e dei suoi figli nei confronti di Gesù che le porta la pace (Lc 19,42-44), non significa che le prerogative di Israele sono soppresse, né che l’accenno al traditore che va «al proprio luogo» indica la sua dannazione. Coloro che hanno rifiutato la visita del Re nella pace (Lc 19,42-44), riceveranno quella dei testimoni del Risorto: «sarete testimoni di me in Gerusalemme…» (v. 8).
Mentre la comunità prega, Pietro, nel nome di Gesù, riconosce che la salvezza di Dio si realizza, secondo le Scritture, nell’elezione di Mattia, che in tal modo subentra a Giuda.

Capitolo 2
Questo capitolo si presenta come il programma dell’opera di Luca. Si potrebbe paragonare al ruolo che ha il racconto del battesimo e della prima predica di Gesù a Nazaret nel vangelo. L’autore definisce i due centri propulsori dell’esperienza cristiana, le due forze che danno impulso al dinamismo cristiano: lo Spirito e la Parola. Lo Spirito di Pentecoste come forza rinnovatrice e unificante di Dio convoca attorno agli apostoli, che ne sono ripieni, i "giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo" (v. 5), i quali sono i rappresentanti della nuova umanità, cioè dei popoli del mondo abitato, dal quale provengono. La parola di Pietro che dà un senso cristiano e salvifico ai fenomeni dello Spirito, dono di Gesù risorto, opera la trasformazione delle coscienze e fa convergere verso il nucleo della nuova comunità una massa di convertiti (vv. 14-41). Infine l’attenzione si sofferma un momento a contemplare il quadro ideale della vita della prima comunità cristiana all’indomani della Pentecoste (vv. 42-47).
La Pentecoste
1 Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. 2 Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. 3 Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; 4 ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d'esprimersi.
5 Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. 6 Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. 7 Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? 8 E com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? 9 Siamo Parti, Medi, Elamìti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, 10 della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, stranieri di Roma, 11 Ebrei e prosèliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio». 12 Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l'un l'altro: «Che significa questo?». 13 Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di mosto».
Il racconto si apre con due espressioni che danno l’intonazione a tutto l’episodio. In primo luogo, il giorno della Pentecoste giunge come un "compimento" del tempo. Poi, l’intero spazio umano sembra concentrarsi in un punto:" si trovavano tutti insieme nello stesso luogo" (v. 1). Così il tempo e lo spazio si raccolgono perché venga data alla luce l’umanità rinnovata dal dono dello Spirito santo, come al Sinai, nel giorno in cui Israele si era accampato "con un medesimo cuore" e aveva aderito unanime alle parole ricevute da Dio (Es 19).
La descrizione dell’evento della Pentecoste rimanda alle immagini e al vocabolario del racconto dell’Esodo (c. 19): la teofania (manifestazione di Dio) del Sinai. Gli Atti parlano di rumore, di soffio violento, di lingue di fuoco (vv. 2-4). In Es 19, 16-18 ci sono tuoni, lampi, suono di tromba, terremoto, fumo, fuoco, voce… La provenienza del messaggio è identica: viene dal "cielo" dove Gesù è salito (1,11) come veniva dal cielo la voce che si era udita al suo battesimo (Lc 3,22), in conformità con Dt 4,36; "Dal cielo ti ha fatto udire la sua voce per educarti; sulla terra ti ha mostrato il suo grande fuoco e tu hai udito la sue parole di mezzo al fuoco".
Tutta la casa è invasa da un immenso soffio (v. 2), segno dello Spirito che riempie coloro che lo ricevono (v. 4). Le lingue di fuoco (o fiamme: cf. Is 5,24) rappresentano la potenza di Dio che fa parlare i discepoli. Secondo la tradizione ebraica, al Sinai "la voce di Dio uscì e si divise in 70 voci, in 70 lingue, in modo che tutti i popoli la udissero; e ogni popolo udì la voce nella propria lingua" (Parole attribuite a Rabbi Yohanan (III secolo): Midrash Es. Rab. 5,71a).
Luca descrive dunque l’effusione dello Spirito Santo sui discepoli attraverso il ricco simbolismo della teofania del Sinai (cf. Eb 12,18-19), l’evento su cui si fonda la prima alleanza con Israele. Nel battesimo di Gesù al Giordano "il cielo fu aperto e lo Spirito Santo discese su di lui" (Lc 3,21-22). Il giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo non si posa più soltanto su Gesù, ma viene effuso sulle primizie del popolo: "tutti furono riempiti di Spirito Santo" (v. 4).
La "potenza" che i discepoli ricevono conferisce loro capacità di parlare, di rendere testimonianza (cf. Lc 11,13-14). Luca presenta lo Spirito Santo come la "potenza dall’alto" (Lc 24,49), per mezzo della quale la Parola prende corpo nella nostra storia. Sulle labbra dei discepoli, essa risuona anzitutto come parola di lode: "Li udiamo dire nelle nostre lingue le grandezze di Dio" (v. 11).
Che cosa significa: iniziarono a parlare in altre lingue"? Alcuni esegeti pensano a un linguaggio estatico fatto di suoni inintelligibili, analogo alla "glossolalia" che Paolo descrive in 1Cor 14. Secondo altri, gli apostoli si sono espressi nelle lingue dei popoli rappresentati "dai giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo" (v. 5) accorsi al rumore. Nel testo di Luca il discorso degli apostoli è comprensibile: cantano le grandezze di Dio. Ma dal momento che sono tutti galilei (v. 7), si direbbe che si esprimono nella varietà delle lingue parlate da quanti assistono alla scena; sono dunque compresi da ciascuno nella propria lingua.
Il dono dello Spirito Santo libera in colui che ne viene colmato una parola che non passa inosservata. I particolari del prodigio sono secondari, ma una cosa è certa: ci troviamo di fronte a una parola rivolta a tutti. Una potenza prodigiosa adatta questa Parola a ogni ascoltatore, a ogni cultura. Il vero prodigio, costante nel racconto degli Atti, consiste nel fatto che questa Parola riesce a incontrare e a toccare ogni uomo. "La lezione è chiara: spetta alla Chiesa assumere tutte le lingue degli uomini, tutte le culture di cui tali lingue sono l’espressione e il veicolo" (J. Dupont).
Gli ascoltatori a cui si rivolgono gli apostoli sono giudei osservanti che abitano a Gerusalemme ma provengono "da tutte le nazioni che sono sotto il cielo" (v. 5). Essi vanno considerati in un certo senso come i rappresentanti dei popoli del mondo, che sono presenti in loro, almeno potenzialmente. Questo versetto dunque sottolinea l’universalità, ma a partire da un centro: il popolo d’Israele, e da un luogo: Gerusalemme.
Questo raduno a Gerusalemme dell’Israele disperso fa parte del messaggio dei profeti, un messaggio che prepara e dà fondamento alla teologia di Luca. A Babele (Gen 11,1-9) Dio ha disperso gli uomini su tutta la terra. Per radunarli suscita in Abramo, nel quale " si diranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3), un popolo, reso tale dall’alleanza del Sinai, e gli affida la missione di testimoniare di fronte al mondo la santità del Dio unico. A causa dell’infedeltà dei suoi capi a questa missione inclusa nell’alleanza, anche Israele è disperso: La sua riunione deve manifestare alle nazioni la tenerezza di Dio, inducendole a lasciarsi radunare da lui: "Chi ha disperso Israele lo raduna e lo custodisce come fa un pastore con il suo gregge" (Ger 31,10). Luca conosce la storia d’Israele e fa vedere come raggiunga il suo compimento nel giorno della Pentecoste. Il racconto si chiude con una domanda e una risposta. La domanda riprende il tema dello stupore e l’interrogativo dei giudei: Che senso ha l’esperienza dello Spirito? Senza l’interpretazione che ricollega la manifestazione dello Spirito alla storia della salvezza e all’avvenimento della morte e risurrezione di Gesù, essa resta ambigua (2,12-13). Così Luca ha creato il presupposto per l’intervento chiarificatore e l’interpretazione autentica data dal discorso di Pietro che segue.
Di fronte a un fatto così grande, l’autore raccoglie anche la risposta affrettata di chi mette tutto in ridicolo, di chi non è disposto ad accogliere il nuovo e il diverso, di chi giudica tutto e tutti con malevolenza e stupidità, di chi ha sempre la risposta pronta ancor prima che Dio spieghi all’uomo il significato delle sue opere: "sono pieni di vino dolce" (v. 13).
Discorso di Pietro alla folla
14 Allora Pietro, levatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così: «Uomini di Giudea, e voi tutti che vi trovate a Gerusalemme, vi sia ben noto questo e fate attenzione alle mie parole: 15 Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate, essendo appena le nove del mattino. 16 Accade invece quello che predisse il profeta Gioele:
17 Negli ultimi giorni, dice il Signore,
Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona;
i vostri figli e le vostre figlie profeteranno,
i vostri giovani avranno visioni
e i vostri anziani faranno dei sogni.
18 E anche sui miei servi e sulle mie serve
in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi
profeteranno.
19 Farò prodigi in alto nel cielo
e segni in basso sulla terra,
sangue, fuoco e nuvole di fumo.
20 Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue,
prima che giunga il giorno del Signore,
giorno grande e splendido.
21 Allora chiunque invocherà il nome del Signore
sarà salvato.
22 Uomini d'Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret - uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -, 23 dopo che, secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete ucciso. 24 Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. 25 Dice infatti Davide a suo riguardo:
Contemplavo sempre il Signore innanzi a me;
poiché egli sta alla mia destra, perché io non vacilli.
26 Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua;
ed anche la mia carne riposerà nella speranza,
27 perché tu non abbandonerai l'anima mia negli inferi,
né permetterai che il tuo Santo veda la corruzione.
28 Mi hai fatto conoscere le vie della vita,
mi colmerai di gioia con la tua presenza.
29 Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e la sua tomba è ancora oggi fra noi. 30 Poiché però era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, 31 previde la risurrezione di Cristo e ne parlò:
questi non fu abbandonato negli inferi,
né la sua carne vide corruzione.
32 Questo Gesù Dio l'ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. 33 Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire. 34 Davide infatti non salì al cielo; tuttavia egli dice:
Disse il Signore al mio Signore:
siedi alla mia destra,
35 finché io ponga i tuoi nemici
come sgabello ai tuoi piedi.
36 Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!».
Le prime conversioni
37 All'udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». 38 E Pietro disse: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. 39 Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». 40 Con molte altre parole li scongiurava e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa». 41 Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone.
Questa prima testimonianza-esortazione è rivolta in modo personale ai giudei pii (v. 5), nati nella diaspora (dispersione) e venuti a stabilirsi nella città di Gerusalemme per motivi religiosi. Indubbiamente la varietà delle loro origini rende presente la varietà dei popoli del mondo e sottolinea la destinazione universale della Parola fin dagli inizi della sua diffusione. Ma qui non c’è nulla che non sia prettamente giudaico. La proclamazione del giudeo Pietro a proposito del giudeo Gesù è rivolta ai giudei, figli della promessa, ai loro figli e a tutti coloro che si trovano lontano, dispersi tra le nazioni. Tre vocativi scandiscono il discorso: uomini giudei, uomini israeliti, fratelli (vv. 14.22.29). Notiamo che fino al capitolo 10 degli Atti il termine "fratelli" è riservato ai giudei. Soltanto dopo l’ingresso nella Chiesa di Cornelio diventano "fratelli" anche i pagani convertiti alla fede cristiana.
Il primo discorso di Pietro è elaborato con molta precisione. Egli spiega l’evento della Pentecoste per risvegliare la fede degli ascoltatori giudei della Parola. Il punto focale dell’insieme è "il giorno del Signore" che porta la salvezza (vv. 20-21) a chi invoca il suo Nome. La salvezza appare innanzitutto come la riunione del popolo d’Israele, con la sua vocazione all’universalità: "Il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati" (2,48).
Esaminiamo ora il testo del discorso di Pietro. La duplice reazione all’avvenimento della Pentecoste, di stupore da parte di alcuni e di scetticismo da parte di altri (vv. 12.13), viene colta da Pietro che invita i suoi ascoltatori a prestare attenzione alle sue parole.
Prima di tutto Pietro corregge la falsa interpretazione di alcuni dei presenti: ciò che vedono è un entusiasmo collettivo suscitato dallo Spirito. I suoi compagni non sono ubriachi perché da buoni ebrei rispettano le prescrizioni tradizionali. Era sconveniente e segno di dissolutezza prendere bevande alcoliche di primo mattino: "Guai a coloro che si alzano presto al mattino e vanno in cerca di bevande inebrianti" (Is 5,11). La giusta interpretazione di quello che sta accadendo può essere solo di carattere religioso.
Rileggendo a partire dal profeta Gioele la manifestazione dello Spirito di Pentecoste che si è appena realizzata, Pietro sviluppa un annuncio missionario di Gesù, Messia e Signore d’Israele. A questo scopo ricorre ad un altro evento - la risurrezione di Gesù - interpretandolo a partire dai Salmi. Il filo conduttore delle tre citazioni dei Salmi è la figura di Davide a cui la tradizione li attribuisce. Poiché si tratta della restaurazione del regno d’Israele (cf 1,6), una restaurazione che soltanto il Padre può decidere, bisogna far vedere qual è il re che Dio colloca oggi a capo del suo popolo. Richiamando la preghiera profetica di Davide, Pietro afferma: "Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!" (2,36). Dio aveva promesso a Davide: "Assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il tuo regno… La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre…" (2Sam 7). Il Salmo 110 definisce il Messia come colui che siede alla destra di Dio, il quale gli dà potere su Sion, conferendogli la regalità universale e il sacerdozio eterno.
Alla luce dell’evento della Pentecoste, i testimoni della morte e della risurrezione di Gesù possono proclamare ai loro fratelli israeliti che Gesù non è soltanto il Re-Messia d’Israele, discendente di Davide, risuscitato secondo le Scritture, ma anche il Signore e Cristo che effonde la Spirito Santo sui figli della promessa. L’espressione: "Dio lo fece Signore e Cristo…" (v. 36) significa che Gesù, attraverso la risurrezione e l’ascensione al cielo, è intronizzato da Dio come il Messia-Re e il Salvatore dell’umanità, che egli porta con sé nell’intimità del Padre.
La prima parte della profezia di Gioele sul dono dello Spirito è interpretata come esperienza profetica che per Luca si identifica con l’annuncio ispirato e autorevole dei missionari (cf At 19,6; 21,9). La novità attesa per i tempi ultimi e che Luca vede realizzata nella Chiesa primitiva è questa: il dono dello Spirito non è riservato ai profeti, ma è per tutto il popolo, per tutte le categorie senza esclusioni o privilegi. Questo era il sogno di Mosè: "Fossero tutti profeti nel popolo del Signore, e volesse il Signore dare loro il suo Spirito" (Nm 11,29). Ora questo è una realtà con la Pentecoste cristiana. Nel nuovo popolo di Dio non ci sono canali privilegiati, monopoli o zone riservate: lo Spirito e la capacità profetica di intendere e comunicare la parola di Dio sono dati a tutti.
Il dono dello Spirito si rivela anche attraverso i segni classici delle grandi manifestazioni di Dio (vv. 19-20).
Alla domanda degli ascoltatori: "che cosa dobbiamo fare, fratelli?" (v. 37) Pietro propone loro di convertirsi e di essere battezzati nel nome di Gesù Cristo, aderendo a lui e invocandolo come Signore che effonde lo Spirito negli ultimi tempi. Allora si realizzerà la promessa fatta ai figli del popolo eletto: "Io perdonerò la loro iniquità" (Ger 31,34), "Io vi purificherò" (Ez 36,25), e soprattutto "Porrò il mio Spirito dentro di voi" (Ez 36,27).
L’esortazione finale di Pietro: "Salvatevi da questa generazione perversa" (v. 40) è chiaramente di tipo profetico come il suo discorso che cita esclusivamente un profeta e alcuni Salmi.
L’intero discorso tende a provocare una decisione coraggiosa e urgente: rompere con un ambiente e un sistema di infedeltà a Dio destinato alla rovina ed entrare nel nuovo ordine della salvezza. E’ da rilevare la novità cristiana nella concezione della salvezza. Essere salvati non riguarda soltanto il momento finale, come nel linguaggio dei profeti e degli apocalittici. La salvezza è già avviata qui nel presente, nel tessuto storico dove si decide la conversione e ci si apre al futuro di Dio di cui lo Spirito Santo è pegno e anticipo.
La parola proclamata da Pietro si rivela immediatamente feconda: tremila figli d’Israele l’accolgono e si lasciano aggiungere alla cellula iniziale dei 120 discepoli che già erano radunati insieme (1,15). Con questo termine "parola" si riassume globalmente tutta la predica di Pietro: Questa accoglienza della parola diventa operativa grazie alla conversione che è un cambiamento di mentalità, di concezione di vita. Il segno visibile ed esteriore della rottura con il passato è il rito del battesimo nel nome di Gesù. L’effetto immediato del battesimo è il perdono dei peccati promesso dai profeti per il tempo finale (cf. Ger 31,34). La rottura con il passato non è un processo psico-sociale messo in atto dalla decisione umana di cambiare, ma è un dono di Dio che trae fuori l’uomo dalla schiavitù sotto il dominio del diavolo. Il nuovo dinamismo del cristiano ha la sua forza propulsiva nel dono dello Spirito Santo. La novità del battesimo nel nome di Gesù è proprio questo intimo legame dei cristiani con il dono dello Spirito Santo che rinnova interiormente i credenti per fare di essi i membri della comunità cristiana (cf. Ez 36,25-28). La Pentecoste dei battezzati si esprime essenzialmente nel dinamismo di una vita comunitaria che trae impulso di unità e fraternità dallo Spirito.
La prima comunità cristiana
42 Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. 43 Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. 44 Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; 45 chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. 48 Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
In questo primo sommario Luca concentra i tratti caratteristici e ideali della comunità cristiana. Il v. 42 potrebbe essere la presentazione della comunità dei convertiti di Pentecoste. Il v. 43 anticipa e prepara gli episodi dei capitoli successivi. I vv. 44-47 descrivono la vita comunitaria nel momento liturgico, nella sua organizzazione spirituale e sociale, e infine nel rapporto con l’ambiente esterno.
I tre piccoli quadri panoramici rivestono un particolare valore per entrare nel clima spirituale della prima comunità. I lettori hanno davanti agli occhi un progetto di comunità cristiana ideale a cui ispirarsi.
L’elemento fondamentale che qualifica la comunità è la perseveranza nell’impegno assunto, la dedizione costante e impegnata dei convertiti. Questa perseveranza si esprime in tre aspetti essenziali che danno il tono alla comunità:
l’insegnamento degli apostoli: è l’istruzione o approfondimento che segue all’adesione di fede iniziale segnata dal battesimo. Il contenuto abbraccia la rilettura dei testi biblici alla luce del Cristo, il richiamo degli insegnamenti di Gesù per guidare le scelte pratiche dei credenti. Il punto di partenza di una comunità cristiana è l’ascolto della Parola. La sua crescita e maturazione dipendono ancora dall’approfondimento e interiorizzazione della Parola. Una parola che non è ideologia o moralismo, ma testimonianza autorevole degli apostoli, cioè di quelli che sono i garanti della rivelazione storica di Dio. L’insegnamento degli apostoli è la trasmissione fedele di quello che Gesù ha insegnato (cf. 5,38);
la comunione fraterna: l’espressione traduce un vocabolo greco che troviamo solo qui in Luca, koinonia, che è l’unione spirituale dei credenti sulla base della stessa fede e dello stesso progetto di vita. La dimostrazione visibile e operativa di questa fraternità spirituale è la partecipazione dei beni nelle forme che vengono successivamente illustrate (cf. 2,44-45; 4, 34-35).
La comunità cristiana realizza l’ideale degli amici tra i quali ogni cosa è comune. Così a una logica proprietaria e padronale si sostituisce quella della partecipazione e della solidarietà. I beni materiali sono messi liberamente a disposizione della comunione spirituale e vengono utilizzati per far scomparire quelle discriminazioni che derivano e si basano sulla mancanza dei beni primari per le categorie più deboli.
la frazione del pane: frazione del pane o spezzare il pane nell’ambiente giudaico vuol dire compiere il gesto rituale all’inizio del pasto comune: il padre di famiglia o il capogruppo prende tra le mani il pane, rende grazie a Dio e lo spezza per distribuirlo ai commensali. Negli linguaggio degli Atti l’espressione si riferisce a tutto il pasto (2,42.46). Il v. 46b precisa che questo pasto avviene nelle case private, a differenza della preghiera e della liturgia tradizionali alle quali i cristiani partecipavano nel tempio.
Il pasto comune e riservato dei cristiani avviene in un clima di gioia e di semplicità di cuore. Il vocabolo "gioia" designa la letizia festosa che accompagna l’esperienza e la speranza della salvezza portata da Cristo (Lc 1,14.44), la "semplicità di cuore" indica la dedizione sincera e integra a Dio senza secondi fini.
Tenendo conto di tutto questo, si può ritenere che l’espressione frazione del pane negli Atti indichi il pasto fraterno dei cristiani che si ricollegava ai pasti di Gesù con i discepoli e in modo particolare all’ultima cena con la quale aveva interpretato profeticamente la sua morte e aveva annunciato la speranza della piena comunione nel regno di Dio (Lc 22,14-20; 24,30; At 20,7). Un pasto fraterno che dava la possibilità ai membri più poveri della comunità di avere la loro razione quotidiana di cibo e nello stesso tempo di prendere parte nella memoria di fede al gesto di amore e alla speranza di Gesù. Solidarietà, fraternità e celebrazione della fede erano fuse insieme nell’unico pasto. "Lo ‘spezzamento del pane’ include sia il pasto sia l’eucaristia, senza che Luca distingua" (G. Schneider);
le preghiere: si tratta di quelle preghiere che contraddistinguono la giornata del pio ebreo, la professione di fede all’inizio e al termine della giornata, il rendimento di grazie prima delle varie azioni. Il v. 46a ci informa che il gruppo dei cristiani prende parte assiduamente e comunitariamente alla liturgia del tempio (cf. At 3,1).
Il v. 47a ricorda un tratto caratteristico delle riunioni fraterne: il canto di lode a Dio. Una comunità unita, solidale, pronta a condividere anche i beni materiali, è aperta alla speranza e riconoscente a Dio.
Un’ultima pennellata completa questo quadro suggestivo. Come Gesù così anche la prima Chiesa gode del favore e della simpatia del popolo. Un ritornello della crescita chiude questo primo sommario. L’azione e l’iniziativa divina fanno espandere la comunità dei salvati. Non si può spiegare l’efficacia e il dinamismo del movimento cristiano senza l’entusiasmo carismatico nello Spirito che si traduce in uno stile nuovo di vita e in un clima di intensa spiritualità.

Capitolo 3
La guarigione dello storpio
1 Un giorno Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera verso le tre del pomeriggio. 2 Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita e lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta «Bella» a chiedere l'elemosina a coloro che entravano nel tempio. 3 Questi, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, domandò loro l'elemosina. 4 Allora Pietro fissò lo sguardo su di lui insieme a Giovanni e disse: «Guarda verso di noi». 5 Ed egli si volse verso di loro, aspettandosi di ricevere qualche cosa. 6 Ma Pietro gli disse: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!». 7 E, presolo per la mano destra, lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono 8 e balzato in piedi camminava; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. 9 Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio 10 e riconoscevano che era quello che sedeva a chiedere l'elemosina alla porta Bella del tempio ed erano meravigliati e stupiti per quello che gli era accaduto.
Discorso di Pietro al popolo
11 Mentr'egli si teneva accanto a Pietro e Giovanni, tutto il popolo fuor di sé per lo stupore accorse verso di loro al portico detto di Salomone. 12 Vedendo ciò, Pietro disse al popolo: «Uomini d'Israele, perché vi meravigliate di questo e continuate a fissarci come se per nostro potere e nostra pietà avessimo fatto camminare quest'uomo? 13 Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; 14 voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, avete chiesto che vi fosse graziato un assassino 15 e avete ucciso l'autore della vita. Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni. 16 Proprio per la fede riposta in lui il nome di Gesù ha dato vigore a quest'uomo che voi vedete e conoscete; la fede in lui ha dato a quest'uomo la perfetta guarigione alla presenza di tutti voi.
17 Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi; 18 Dio però ha adempiuto così ciò che aveva annunziato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo sarebbe morto. 19 Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati 20 e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato come Messia, cioè Gesù. 21 Egli dev'esser accolto in cielo fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose, come ha detto Dio fin dall'antichità, per bocca dei suoi santi profeti. 22 Mosè infatti disse: Il Signore vostro Dio vi farà sorgere un profeta come me in mezzo ai vostri fratelli; voi lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. 23 E chiunque non ascolterà quel profeta, sarà estirpato di mezzo al popolo. 24 Tutti i profeti, a cominciare da Samuele e da quanti parlarono in seguito, annunziarono questi giorni.
25 Voi siete i figli dei profeti e dell'alleanza che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le famiglie della terra. 26 Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l'ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione e perché ciascuno si converta dalle sue iniquità».
Il capitolo terzo fornisce una chiave di lettura degli Atti che è fondamentale quanto l’evento della Pentecoste con il discorso esplicativo di Pietro. Anche questo brano presenta quell’intreccio "azione/discorso" che è essenziale ai fini di ogni testimonianza. Come annunciare Gesù, Parola di grazia che guarisce e libera, se non a partire da una guarigione-liberazione concreta? Come potrebbero gli apostoli essere testimoni di un Vivente che salva, se fossero soltanto dei parolai che ripetono a pappagallo (cf. 17,18) la dottrina di un maestro defunto?
Questo capitolo è dunque incentrato sulla persona di Gesù che agisce attraverso i suoi testimoni, e non più sullo Spirito Santo, che non viene qui nominato.
L’episodio mette in scena la coppia Pietro e Giovanni, che comparirà anche in seguito (4,13.19; 8,14). Si tratta probabilmente di un’allusione a qui passi del vangelo che parlano dei discepoli inviati a due a due (Lc 10,1; 19,29; 22,8). Questa pratica sottolinea che essi non agiscono in nome proprio, ma come inviati, testimoni, ambasciatori. Incontreremo questi binomi lungo tutto il racconto degli Atti: Barnaba e Saulo, Giuda e Sila, Paolo e Sila, Barnaba e Marco… Qui, Pietro e Giovanni rappresentano il gruppo dei credenti che rende testimonianza al suo Signore. Il loro gesto di guarigione fa vedere come la benedizione venga attraverso la comunità riunita attorno al suo Signore.
L’episodio avviene all’ingresso del Tempio, presso la porta orientale che ha i battenti in bronzo di Corinto. La si chiamava la porta bella. Viene indicata anche l’ora: sono le tre del pomeriggio, l’ora della morte di Gesù (Lc 23,44). Uno zoppo, un uomo escluso dal Tempio, viene legittimamente introdotto nel luogo sacro. Lo zoppo si rivolge a Pietro e a Giovanni chiedendo l’elemosina. Pietro gli risponde in qualità di testimone del Risorto: "Nel nome di Gesù Messia, il Nazareno, cammina!". E con la mano destra (cf. Lc 6,6) lo rialza. L’uomo si alza in piedi ed entra con loro nel Tempio, camminando, saltando e lodando Dio. "Luca mette in scena la guarigione come una rappresentazione della restaurazione definitiva di Israele, operata da Dio il giorno di Pentecoste con la creazione della comunità cristiana di Gerusalemme" (Hamm). Il discorso di Pietro, che segue, annuncerà che la riabilitazione di quell’escluso, che può entrare nel Tempio e lodare Dio, significa e preannuncia la restaurazione dell’intero popolo.
Il secondo discorso di Pietro costituisce una proclamazione di Gesù come "Figlio-Servo di Dio" (vv. 13-26), mentre il primo discorso era incentrato su Gesù in quanto "Signore". Il titolo di "Servo di Dio" è molto significativo per un ebreo. Viene attribuito ai grandi personaggi biblici che servono Dio con fedeltà, come Abramo (Sal 105,6.42), Giosuè (Gs 24,29), Davide (Sal 18,1), Giobbe (Gb 1,8), Daniele (Dn 6), oppure a quelli che sono stati investiti di una missione, come Mosè (Dt 36,5) e i profeti (Ger 7,25; Zc 3,8…), o anche a un pagano come Ciro (Is 42,1), scelto per realizzare il piano divino e permettere il ritorno in patria degli ebrei esiliati. In maniera del tutto particolare viene attribuito al misterioso Servo di cui parla Isaia (Is 41,8; 45,4; cf. Lc 1,54: "Venne in aiuto a Israele, suo Figlio-Servo"). Si tratta di un nome che è nello stesso tempo collettivo e personale: indica la totalità del popolo d’Israele, il cui servizio consiste nel testimoniare il nome del Dio unico di fronte alle nazioni e in mezzo ad esse, ma può anche designare un personaggio singolo, come ad esempio Geremia, il profeta sofferente.
La prima parte della proclamazione di Pietro (vv. 12-16) è incentrata sul Nome di Gesù Servo, colui che "il Dio dei nostri padri glorificò" e che ora guarisce davanti a tutti lo zoppo, immagine della discendenza di Abramo "restaurata" (v. 21). La piena guarigione dello zoppo è infatti la primizia della "restaurazione di tutte le cose" annunciata dai profeti (cf. Lc 1,70). La fede nel Nome del Servo Gesù è la chiave di questa restaurazione (cf. 1,6), che si è realizzata per mezzo della sua potenza. La fede è presentata qui come piena adesione a Gesù e come condivisione del suo destino di Servo. Pietro esorta il popolo a diventare anch’esso "testimone", come gli apostoli (v. 15). E’ dunque venuto il momento di svelare il grandioso disegno che Dio si propone di realizzare tramite il suo Servo Gesù.
La seconda parte della proclamazione (vv. 17-21) descrive il disegno di Dio che si sta realizzando. Pietro mette il popolo e i suoi capi di fronte alla necessità di operare una scelta. L’"ignoranza" (v. 17), per un giudeo, non è una scusante, anzi, può essere un peccato, specialmente se è frutto di una negligenza nello studio della Bibbia. Pietro considera un peccato il non aver riconosciuto che il Messia doveva soffrire, mentre tutti i profeti l’avevano annunciato. Lo Spirito Santo, parlando per bocca dei profeti, aveva annunciato da sempre questo Servo. Ma Israele ha meritato l’accusa che Stefano pronuncerà in 7,51: "Uomini duri di cervice e incirconcisi di cuori e di orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo".
La terza parte della proclamazione (vv. 22-26) spiega qual è il posto del Cristo Servo nel disegno di Dio, indicando, di conseguenza, qual è il modo un cui il popolo deve riorganizzarsi attorno al Servo-Profeta attraverso cui viene la benedizione divina. Chi non si converte e non ascolta il Profeta di cui aveva parlato Mosè, sarà eliminato dal popolo. Tutto ciò che avevano annunciato Mosè e i profeti viene ricapitolato e portato a compimento in Gesù. La vera conversione consiste nel riporre la propria fede in Gesù, nel considerarlo il centro della propria vita. Fa dunque parte del popolo di Dio chi aderisce a Gesù. Il popolo si ristruttura prendendo Gesù come fondamento (cf. 4,8-12).
Il rifiuto storico di Gesù messia e salvatore compiuto dal giudaismo ufficiale con la sua condanna a morte, non esaurisce le possibilità di salvezza del popolo ebraico. La Pasqua cristiana segna una svolta nella storia dell’infedeltà del popolo di Dio. Essa inaugura il tempo del perdono e della riconciliazione universale. Basta che il popolo giudaico e i suoi capi riconoscano il loro errore o la loro falsa coscienza rivedendo la propria posizione nei confronti di Gesù di Nazaret. La conversione per Luca è una rottura con il passato di ignoranza e di infedeltà, e l’apertura al progetto di Dio rivelato in Gesù. Conversione, fede e perdono dei peccati sono tre momenti del cammino della salvezza che ha la sua iniziativa in Dio e il centro di realizzazione in Gesù. Egli è e rimane il Messia d’Israele, colui che realizza la promessa di salvezza fatta al padre Abramo (v. 25). I primi destinatari sono i giudei, gli eredi dei profeti e i membri dell’alleanza fedele a Dio. Ma la condizione previa per l’adesione di fede a questo progetto di Dio è la conversione, cioè il superamento del passato di infedeltà (v. 26).
La priorità storica d’Israele e nello stesso tempo l’apertura universale della salvezza sono convalidate dalla promessa di Dio ad Abramo, il padre dei credenti: "Nella tua discendenza saranno benedette tutte le famiglie della terra" (Gen 12,3). Il progetto di salvezza presentato da Pietro non è arbitrario e illegittimo ma si inserisce nel quadro storico della genuina esperienza biblica. Anzi esso rappresenta il compimento storico di una grande promessa che è stata conservata e trasmessa con fedeltà. Gesù, il messia ucciso dagli uomini, ma glorificato da Dio, è il punto di convergenza di tutte le parole di promessa contenute nella Bibbia, e costituisce la chiave di lettura del cammino storico del progetto di Dio.

Capitolo 4
I capitoli 4 e 5 narrano due arresti, a cui fanno seguito due comparizioni davanti al sinedrio: Pietro e Giovanni, e poi i Dodici, si trovano a dover rendere testimonianza, come aveva detto Gesù (Lc 21,12-13).
Inizia qui quel conflitto con il giudaismo ufficiale che condurrà alla persecuzione della comunità cristiana di Gerusalemme (cf. 8,1). Lungo tutto il racconto Luca pone molto bene in risalto due atteggiamenti di fronte all’annuncio cristiano: la reazione ottusa e contraddittoria della classe dirigente e la disponibilità e accoglienza del popolo.
Il racconto della prima comparizione (4,5-22) propone di nuovo la lettura della guarigione dello zoppo: il Nome che salva Israele è Gesù. Rifiutandolo, i capi compiono ciò che era stato annunciato dal Salmo 118,22; ma questo Salmo lascia anche sperare che essi si convertano e riconoscano colui che viene nel nome del Signore (Sal 118,26; cf. Lc 13,35).
Il racconto della seconda comparizione (5,17-42) svela il disegno di Dio: non accettando di riconoscere il sangue che è su di loro (5,28), i capi rifiutano la via attraverso la quale sono giunte a loro la benedizione e la remissione dei peccati.
Lo Spirito Santo e l’intervento dell’angelo del Signore confermano l’autenticità della Parola proclamata dagli apostoli. Pietro e Giovanni, liberati e tornati presso i discepoli, vivono nella preghiera una nuova Pentecoste (4,31). E nel secondo episodio l’angelo del Signore si sostituisce ai capi indegni, liberando gli apostoli e inviandoli ad annunciare al popolo, nel Tempio, le parole del Vivente (5,20).
Nell’intervallo tra le due comparizioni, i frutti della Parola si manifestano in modo più evidente. L’assemblea dei credenti diventa un segno profetico e missionario sempre più chiaro della grazia degli ultimi giorni: condivisione, gratuità, guarigioni, gioia, comunione.
Pietro e Giovanni davanti al sinedrio
1 Stavano ancora parlando al popolo, quando sopraggiunsero i sacerdoti, il capitano del tempio e i sadducei, 2 irritati per il fatto che essi insegnavano al popolo e annunziavano in Gesù la risurrezione dai morti. 3 Li arrestarono e li portarono in prigione fino al giorno dopo, dato che era ormai sera. 4 Molti però di quelli che avevano ascoltato il discorso credettero e il numero degli uomini raggiunse circa i cinquemila.
5 Il giorno dopo si radunarono in Gerusalemme i capi, gli anziani e gli scribi, 6 il sommo sacerdote Anna, Caifa, Giovanni, Alessandro e quanti appartenevano a famiglie di sommi sacerdoti. 7 Fattili comparire davanti a loro, li interrogavano: «Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo?». 8 Allora Pietro, pieno di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anziani, 9 visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato ad un uomo infermo e in qual modo egli abbia ottenuto la salute, 10 la cosa sia nota a tutti voi e a tutto il popolo d'Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi sano e salvo. 11 Questo Gesù è
la pietra che, scartata da voi, costruttori,
è diventata testata d'angolo.
12 In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati».
13 Vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e considerando che erano senza istruzione e popolani, rimanevano stupefatti riconoscendoli per coloro che erano stati con Gesù; 14 quando poi videro in piedi vicino a loro l'uomo che era stato guarito, non sapevano che cosa rispondere. 15 Li fecero uscire dal sinedrio e si misero a consultarsi fra loro dicendo: 16 «Che dobbiamo fare a questi uomini? Un miracolo evidente è avvenuto per opera loro; esso è diventato talmente noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme che non possiamo negarlo. 17 Ma perché la cosa non si divulghi di più tra il popolo, diffidiamoli dal parlare più ad alcuno in nome di lui». 18 E, richiamatili, ordinarono loro di non parlare assolutamente né di insegnare nel nome di Gesù. 19 Ma Pietro e Giovanni replicarono: «Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a lui, giudicatelo voi stessi; 20 noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato». 21 Quelli allora, dopo averli ulteriormente minacciati, non trovando motivi per punirli, li rilasciarono a causa del popolo, perché tutti glorificavano Dio per l'accaduto. 22 L'uomo infatti sul quale era avvenuto il miracolo della guarigione aveva più di quarant'anni.
Al v. 1, entrano in scena tutti coloro a cui interessa che non cambi nulla, che il Tempio rimanga il luogo dell’argento, dell’oro e della macellazione rituale, sotto le apparenze di un’assoluta fedeltà a Mosè. I sadducei erano noti per il loro attaccamento alla lettera della Legge e per il rifiuto sistematico di prendere in considerazione tutto ciò che si presentasse come risurrezione, angelo, spirito (cf. 23,8). Non potevano quindi non opporsi alla predicazione degli apostoli. Vedremo nell’episodio del martirio di Stefano lo stesso atteggiamento di rifiuto nei confronti dell’invito a passare da Mosè a Gesù e dal Tempio allo Spirito Santo.
Si capisce allora l’irritazione di questi accaniti avversari della risurrezione dei morti (v. 2) quando sentono Pietro affermare: colui che avete fatto morire è vivo. Ed è talmente vivo che ha restituito la salute, la pienezza della vita a un rifiutato del popolo, a un uomo escluso dal Tempio.
L’esperienza della prigione è un fatto normale per un testimone. La cosa si ripeterà lungo tutto il percorso degli Atti (5,19.22-25; 8,3; 12,4.6.10.17; 16,23-24.27.37.40; 22,4; 26,10). La parola di Dio costringe a mettere in discussione le idee preconcette e i diritti acquisiti. Nel nostro caso, l’azione di Pietro e di Giovanni, che introducono uno zoppo guarito nel Tempio, li pone direttamente in conflitto con i sacerdoti responsabili del luogo santo. Questi ultimi si trovano di fronte a una scelta: o tacciono – e presto non avranno più niente da dire, perché il Tempio sarà distrutto - , o fanno tacere gli apostoli. Non ci sono altre alternative. Ma far tacere lo Spirito Santo è un’impresa impossibile.
La parola dei testimoni è feconda per la potenza dello Spirito Santo: Molti di coloro che avevano ascoltato la Parola credettero, e il numero degli uomini divenne di cinquemila (v. 4).
Pietro e Giovanni si trovano di fronte alla potente oligarchia politico-religiosa che controlla il paese d’accordo con l’occupante romano. Questi capi del popolo sono gli stessi che erano riusciti a ottenere la condanna di Gesù, ingannando il popolo che gli era favorevole e forzando la mano al procuratore romano Ponzio Pilato.
Ma Gesù, secondo la sua promessa, dà ai suoi testimoni bocca profetica e sapienza a cui non potranno opporsi o contraddire tutti i loro oppositori (Lc 21,15). E lo Spirito Santo, confermando nella preghiera che tutto si svolge secondo le Scritture, li colmerà di forza e di franchezza (4,23-31).
Nei vv. 7-12 Pietro riempito di Spirito Santo risponde con chiarezza alla domanda dei capi del popolo: Con quale potere o in nome di chi avete fatto questo? e dice: colui che vi sta innanzi sano e salvo è stato guarito nel Nome di Gesù Messia il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti… In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato (da Dio) agli uomini sotto il cielo nel quale bisogna che noi siamo salvati. (vv. 10-12). Il disegno di salvezza di Dio – segnalato dall’espressione bisogna (v. 12) – è descritto a partire dalla citazione del Salmo 118,22. Gesù stesso ne aveva fatto una lettura profetica alla fine della parabola dei vignaioli omicidi, proclamata nel Tempio di fronte ai medesimi sommi sacerdoti, scribi e anziani (Lc 20,1-19). Questa volta, Pietro attualizza il v. 22: "Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo (v. 11). La tradizione ebraica chiama costruttori di Sion i responsabili del popolo, capi e scribi.
L’immagine della pietra è nota nella tradizione biblica per indicare l’azione di Dio, la sua solidità e fedeltà che garantisce un futuro di salvezza ai credenti (cf. Is 8,14; 28,16). La tradizione ebraica antica, targùm, ha letto nel salmo 118 il destino del Messia. Nessuna meraviglia che la prima comunità cristiana abbia ripreso questo testo per esprimere la propria fede in Gesù, il Messia rifiutato dai capi giudei, ma posto da Dio come pietra di fondamento – secondo altri pietra di coronamento, chiave di volta – di un nuovo edificio, la Chiesa. Pietro trae la conclusione: Gesù è l’unica fonte di salvezza per tutto l’uomo e per tutti gli uomini (4,12). Pietro afferma questo con una formula che per le sue risonanze bibliche è molto ardita: non vi è altro nome che possa salvare gli uomini. L’unico nome che poteva essere invocato per la salvezza era quello di Dio (cf. Gl 3,5). Ora è Gesù, l’uomo crocifisso e risuscitato, che rende visibile e attuale la salvezza di Dio.
Su questa convinzione che mette in crisi il sistema religioso giudaico si fondano la libertà e il coraggio di Pietro e di Giovanni. Un coraggio e una libertà che si traducono nella testimonianza franca e aperta resa a Gesù. Luca ama rimarcare il contrasto tra questa attitudine dei due apostoli e la loro condizione culturale e sociale. Essi sono privi di cultura e di prestigio sociale, ma sono pieni di Spirito Santo e hanno imparato al seguito di Gesù quella libertà che non si fonda sul prestigio e sul potere. La parola libera e franca corrode e mette in crisi il potere quando è privo di ragioni.
Di fronte alla franchezza di Pietro, i capi e gli anziani non si interrogano su come obbedire a Dio, ma su come liberarsi degli apostoli, su come costringerli al silenzio. Ma Pietro e Giovanni rispondono: Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato (v. 20). La risposta di Pietro si appoggia su un celebre principio giudaico e greco. L’insurrezione di fratelli Maccabei e la lotta armata contro i Seleucidi nel II secolo a.C. è stata sostenuta da questo principio di resistenza: Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire la patrie leggi (2Mac 7,2; G, Flavio, Antichità giudaiche, XVIII, 8,2, § 264). Nell’ambiente greco è celebre la risposta di Socrate ai suoi giudici: O miei concittadini di Atene, io vi sono obbligato e vi amo, ma obbedisco a Dio piuttosto che a voi (Apologia, 29 D). La libertà nei confronti degli uomini si fonda sulla fedeltà a Dio, cioè a quello che è giusto in coscienza. E’ il principio dell’obiezione di coscienza, della resistenza e disobbedienza all’ordine ingiusto.
La reazione dei membri del sinedrio è meschina. Non sono capaci di prendere nessuna decisione. Ammettono il prodigio innegabile, prendono atto con meraviglia della forza della Parola di due illetterati, sono al corrente che il fatto ormai è a conoscenza di tutti, hanno sotto gli occhi il favore popolare verso gli apostoli. Sono spinti a prendere una decisione non dall’evidenza, dalla giustizia o dalla volontà di Dio, ma dalla paura. Vogliono solo guadagnare tempo, sperando in un futuro più favorevole per sbarazzarsi degli apostoli. E questo è il senso dell’ammonizione che, secondo la legge, doveva precedere ogni punizione di illetterati.
Il popolo è schierato dalla parte degli apostoli, come in precedenza era schierato dalla parte di Gesù (cf. Lc 22,2). Gli apostoli sono riconosciuti dal popolo come continuatori autentici del loro Maestro.

Il v. 22 ci dice che lo zoppo guarito aveva più di quarant’anni. Questa indicazione sembra alludere a Caleb (cf. Gs 14,9-10), il solo testimone fedele, insieme con Giosuè, tra gli esploratori della terra promessa. Caleb aveva più di quarant’anni, perché era sopravvissuto al periodo della vita nomade che Israele aveva dovuto trascorrere nel deserto (Es 16,35; Nm 14,34; Dt 2,7; Gs 5,6; Am 2,10). Egli solo aveva fatto il suo rapporto secondo coscienza, senza lasciarsi impressionare dai nemici da sconfiggere. Per questo fu il primo a ricevere la propria eredità (Gs 14,13), figura dei primi cristiani che per la loro fedeltà accedono al compimento della promessa, ricevendo quella eredità messianica di cui la guarigione è il segno evidente (cf. Lc 4,23; 5,31).

 

Preghiera degli apostoli nella persecuzione
23 Appena rimessi in libertà, andarono dai loro fratelli e riferirono quanto avevano detto i sommi sacerdoti e gli anziani. 24 All'udire ciò, tutti insieme levarono la loro voce a Dio dicendo: «Signore, tu che hai creato il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, 25 tu che per mezzo dello Spirito Santo dicesti per bocca del nostro padre, il tuo servo Davide:
Perché si agitarono le genti
e i popoli tramarono cose vane?
26 Si sollevarono i re della terra
e i principi si radunarono insieme,
contro il Signore e contro il suo Cristo;
27 davvero in questa città si radunarono insieme contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto come Cristo, Erode e Ponzio Pilato con le genti e i popoli d'Israele, 28 per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano preordinato che avvenisse. 29 Ed ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunziare con tutta franchezza la tua parola. 30 Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù».
31 Quand'ebbero terminato la preghiera, il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono pieni di Spirito Santo e annunziavano la parola di Dio con franchezza.
Gli ordini dei sommi sacerdoti e degli anziani sono evidentemente in contrasto con ciò che il Signore Gesù aveva comandato ai suoi discepoli: Sarete testimoni di me in Gerusalemme… (1,8).
La risposta cristiana al primo tentativo di repressione da parte del gruppo dirigente giudaico è una preghiera corale. Nella preghiera i fratelli attingono il discernimento che permette loro di inquadrare nel disegno di Dio (4,28) sia la propria testimonianza che l’atteggiamento dei capi. Questo discernimento li rende definitivamente consapevoli della sorte che attende i testimoni-profeti. Forse avevano sperato che i capi seguissero Gesù come avevano fatto loro lasciando i propri beni (Lc 18,28). Ma bisogna riconoscere la dura realtà: i capi hanno imboccato la strada dei pagani, cercando che cosa mangiare e che cosa bere, sempre preoccupati di tesaurizzare per (Lc 12,21.29.30).
La preghiera della comunità è il crogiolo in cui si leggono gli avvenimenti con gli occhi di Gesù.
L’unanimità dei cuori caratterizza la comunità dei credenti (1,14; 2,46; 5,12) di fronte all’aggressività degli oppositori (vv. 25-26). Il salmo 146, con cui si apre la preghiera, mette in evidenza il contrasto tra l’atteggiamento dei capi e quello dei fedeli, che accolgono veramente Dio come Re d’Israele, e Gesù come il Messia che egli ha inviato.
Dopo aver iniziato con un’invocazione al Dio creatore, il Padrone Supremo, come nelle professioni di fede della pietà ebraica (Es 20,11; Ne 9,6; Sal 146,6), la preghiera prosegue ricorrendo alle espressioni del salmo 2, che evoca il dramma messianico in cui Dio, il Signore, dà la vittoria al suo Re, al suo Consacrato, combattendo contro i re e i principi delle nazioni e contro i popoli della terra coalizzati contro di lui.
L’assemblea riconosce che il salmo trova compimento nella persona del Cristo – il Re messianico prefigurato da Davide - , la cui vittoria sulla morte dà al testimone un’assoluta franchezza nella battaglia che deve combattere. I nemici non sono più anonimi, ora hanno un volto: si tratta di Erode e Ponzio Pilato con le nazioni e il popolo d’Israele.
Nella preghiera, in cui agisce lo Spirito Santo, l’azione del Risorto si dispiega pienamente nella sua comunità. Lasciandosi penetrare dalla parola di Dio (i Salmi 146 e 2), gli apostoli scoprono di essere veramente l’Israele-Servo, solidali con Gesù-Servo. E’ lui che prega in loro.
I testimoni di Gesù concludono la loro preghiera così: E ora, Signore, volgi lo sguardo alle loro minacce e concedi ai tuoi servi di annunciare con tutta franchezza la tua parola. Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù (vv. 29-30). Non chiedono di evitare la prigione, ma di poter annunciare la Parola senza impedimento. Non domandano che le loro vite e i loro beni siano protetti, ma che gli altri siano guariti e salvati.
Il terremoto che segue alla preghiera della comunità è segno della presenza di Dio (Sal 68,8-9). Il frutto della preghiera cristiana, secondo la promessa di Gesù (Lc 11,13) è lo Spirito Santo donato in pienezza. Come risposta di Dio alla preghiera esemplare dei suoi testimoni, i discepoli sono nuovamente riempiti dallo Spirito della Pentecoste che conferisce loro la capacità di rendere testimonianza, come era avvenuto a Gesù sulla riva del Giordano (Lc 3,22). Il dono interiore dello Spirito sostiene la proclamazione libera e coraggiosa della parola di Dio. Un test molto semplice e alla portata di tutti per verificare la bontà di una preghiera è questa libertà o coraggio di testimoniare pubblicamente il Cristo in cui crediamo.
La prima comunità cristiana
32 La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. 33 Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. 34 Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto 35 e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.
La generosità di Barnaba
36 Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa «figlio dell'esortazione», un levita originario di Cipro, 37 che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l'importo deponendolo ai piedi degli apostoli.
Le pratiche di condivisione descritte negli Atti sono radicate in una comunione che è frutto dello Spirito Santo. L’autore ce lo ricorda in molti modi: un cuore solo e un’anima sola (4,3); con un medesimo cuore (2,46 e 5,12); insieme (2,44-47). L’unione del cuore e dell’anima che caratterizza la comunità cristiana proietta nei rapporti umani quanto l’Antico Testamento richiedeva nei riguardi di Dio: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (Dt 6,5). Anche la partecipazione delle ricchezze era contenuta in questo comandamento. Secondo l’esegesi ebraica, l’ultima espressione con tutte le forze significa che bisogna amare Dio con i propri beni. E questo si attua nella comunione dei beni, che è la realizzazione pratica dell’amore.
La rinnovata presenza di Dio in mezzo al suo popolo realizza anche il comando del Signore: Non vi sia alcun bisognoso in mezzo a voi (Dt 15,4). Il Targùm commenta questo comandamento così: Se voi vi sforzate di osservare i comandamenti della Legge, non ci saranno più poveri tra voi, perché Dio vi benedirà abbondantemente. La koinonìa-condivisione viene vissuta dalla comunità dei cristiani come il compimento di questa promessa contenuta nel Deuteronomio.
E’ probabile che Luca sia consapevole degli echi che questa koinonìa può risvegliare nei suoi lettori, che ben conoscono le tematiche greche ed ellenistiche relative all’amicizia: Fra amici, tutto è comune, e l’amicizia è uguaglianzaFra amici, nulla appartiene in proprio… (Diogene Laerzio, Vita di Pitagora VIII, 10; ecc.). La filosofia greca definiva l’amicizia come il fatto di essere un’anima sola, e ne proponeva la pratica affermando un’anima sola, ciò che gli amici possiedono è comune, amicizia è uguaglianza (Aristotele, Etica Nicomachea, IX.8, 1168b,8). Luca tuttavia è consapevole dell’abisso che separa l’ideale descritto dai filosofi dal dono fatto da Dio al suo popolo.
L’inserimento del v. 33: Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande stima, sembra fuori posto. In realtà, questo versetto che interrompe il discorso sulla comunione fraterna e la partecipazione dei beni ci presenta l’orizzonte nuovo aperto dalla vittoria di Gesù sulla morte, che rende liberi gli uomini da quella ossessione possessiva che nasce precisamente dalla paura della morte. La testimonianza della risurrezione sta all’origine della scelta cristiana e genera i nuovi rapporti interpersonali e sociali che si fondano sulla libertà di amare senza sfruttamento e dipendenza. Solo una comunità che tende a superare le discriminazioni generate dalla paura della morte può annunciare la risurrezione di Gesù Cristo in modo credibile.
Gran parte dei movimenti di riforma o di rifondazione dell’esperienza cristiana si sono ispirati all’ideale di comunità descritto qui da Luca.
A conferma del quadro ideale appena riferito (vv. 32-35) circa la partecipazione dei beni nella prima Chiesa di Gerusalemme, Luca riporta il gesto esemplare di Barnaba (vv. 36-37). Esso risalta per la sua generosità e contrasta efficacemente a confronto con la grettezza ipocrita dei due coniugi, Anania e Saffira di cui si racconta subito qui di seguito la storia tragica.

Capitolo 5
La frode di Anania e di Saffira
1 Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere 2 e, tenuta per sé una parte dell'importo d'accordo con la moglie, consegnò l'altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. 3 Ma Pietro gli disse: «Anania, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? 4 Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest'azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio». 5 All'udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. 6 Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono.
7 Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò anche sua moglie, ignara dell'accaduto. 8 Pietro le chiese: «Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?». Ed essa: «Sì, a tanto». 9 Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te». 10 D'improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito. 11 E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose.
All’episodio esemplare della donazione di Barnaba si contrappone quello negativo degli sposi Anania e Saffira. E’ il primo lato oscuro che risalta sullo sfondo di una comunità cristiana ideale animata dallo Spirito.
Non si può leggere questo brano senza dare ascolto agli interrogativi che sorgono spontaneamente in ogni lettore che riflette. Prima di tutto si ha l’impressione di muoversi in un’atmosfera da Antico Testamento, dove il giudizio e il castigo di Dio si rivelano inesorabili e fulminano la morte ai peccatori (cf. 1Re 14,1-18). Ma di quale peccato si tratta? Può essere punita così una bugia di due sposi che vogliono fare bella figura e nello stesso tempo cautelarsi per il loro futuro? Perché non è data loro la possibilità di spiegarsi e anche di riconoscere il loro gesto sbagliato, di pentirsi e di convertirsi? Questi problemi esulano del tutto dalla prospettiva del racconto di Luca che si serve di alcuni dati essenziali legati alla storia di Anania e Saffira per trasmettere un insegnamento ancora valido per la comunità cristiana. S. Girolamo coglie molto bene l’intenzione che guida la tessitura di tutto il racconto: affinché il castigo di due persone serva da ammonimento a molti (Lettere, 130). In poche parole si tratta di un messaggio di carattere teologico ed edificante nello stesso tempo.
Il motivo teologico è messo bene in mostra nelle parole di Pietro. Il peccato dei due cristiani non è solo un po’ di vanità o una menzogna, ma un affronto e un attentato contro la santità e l’integrità cristiana che hanno la loro radice nella presenza dello Spirito Santo (vv. 3 e 9). Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio (v. 4). Nel gesto di Anania che introduce la menzogna e la bramosia del denaro dentro la comunità dei discepoli è all’opera la potenza menzognera di Satana che già si servì di Giuda per condurre Gesù alla morte. Per questo si manifesta improvviso il giudizio di Dio di cui Pietro si fa interprete autorevole. Un giudizio che commina la morte per chi si mette fuori della comunità di vita del Signore. Chi non ascolterà quel profeta sarà estirpato di mezzo al popolo (At 3,23; cf. Lv 23,29). La comunità cristiana è erede della qahal del Signore, la santa assemblea del deserto che deve appartenere integralmente al Signore senza deviazioni e contaminazioni idolatriche (cf. Dt 13,1-19; 17,2-27). I cristiani e quelli che vedono il giudizio di Dio nella morte dei due coniugi si rendono conto che nella comunità cristiana è presente il Signore con il suo Spirito: un timore religioso si diffuse su tutti (cf. vv. 5.11). E’ significativo che il peccato di Anania e Saffira sia un peccato di menzogna e di attaccamento al denaro. E’ quella la strada segreta per stabilire l’alleanza con la potenza della morte e della menzogna, Satana. Il racconto di Luca serve come ammonimento ai cristiani: attenti all’ambiguità del possesso dove può trovare esca l’ipocrisia e la menzogna. E’ questa la strada che conduce lontano dalla comunità fraterna dei credenti e alla fine porta alla morte.
La comunità dei credenti si è trovata molto presto alle prese con il peccato contro la comunione. Sulla base della propria autorità, non poteva escludere dalla comunità della salvezza un battezzato che aveva ricevuto la Spirito Santo: la sanzione poteva venire soltanto da Dio. In questo racconto, chi pronuncia la sentenza di esclusione dalle conseguenze mortali non è Pietro, ma Dio. In tal modo la comunità cristiana non condanna a morte il peccatore, ma svela il peccato che compromette socialmente il gruppo, costata l’allontanamento o la distanza che il peccatore stesso ha posto tra sé e il gruppo, e annuncia il giudizio di Dio nei suoi confronti (Perrot).
Il brano in questione rispecchia una riflessione teologica di tipo midrashico sull’esistenza del peccato originale all’interno di ogni comunità umana voluta da Dio: il peccato di Adamo ed Eva dopo la creazione (Gen 3), quello dei figli di Dio e delle figlie degli uomini dopo l’istituzione della storia (Gen 6, 1-4), quello del vitello d’oro dopo la celebrazione dell’alleanza (Es 32), quello di Acan dopo il dono della terra promessa (Gs 7), quello di Davide dopo la sua consacrazione regale (2Sam 11). In questo brano ci troviamo di nuovo di fronte a una sequenza teologica che ha per oggetto l’entrata del peccato in un gruppo istituito da Dio. La comunità dei cristiani non fa eccezione: il peccato di infedeltà all’alleanza si fa presente anche in essa. Ma la comunità cristiana sa anche, su tutta la linea della tradizione giudaica, che la morte del peccatore espia e riscatta tutte le colpe della sua vita, perché rappresenta una consegna di sé a Dio. Tuttavia questo brano degli Atti non è rivolto a mettere in evidenza la misericordia di Dio, ma a sottolineare la gravità del peccato che uccide la koinonìa, avvelena la comunità e la trascina verso la morte.
L’alleanza proposta a Israele rimane sempre una questione di vita o di morte. Non per nulla Dio aveva detto ai padri per bocca di Mosè: Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita… (Dt 30,19). La vita l’abbiamo nella guarigione dello zoppo (3,1-10), la morte la troviamo qui.
La minaccia di morte, presente in questo racconto, scandalizza la nostra mentalità pagana. Ci sembra una specie di ricatto, un mezzo utilizzato da Dio – o dagli autori umani della Bibbia – per farci paura. Ma non è così! Il giudeo sa bene che la morte non viene inflitta per fare paura, ma esprime la serietà della Parola di Dio che dobbiamo ascoltare se vogliamo vivere (5,5.11).
Come abbiamo già accennato, qui Luca fa una rilettura del racconto del peccato originale contenuto nel capitolo terzo della Genesi. Siamo agli inizi della vita della Chiesa di Gerusalemme, descritta nei sommari con toni idilliaci che fanno pensare ai nostri progenitori nel giardino di Eden. Notiamo che in entrambi i racconti troviamo una coppia: uomo e donna, creati a immagine di Dio. Ai nostri progenitori era stata data la libertà di godere della creazione; nell’episodio degli Atti, la coppia poteva gestire i suoi beni come voleva. Secondo la tradizione giudaica corrente, il serpente sedusse Eva con la menzogna; negli Atti, il Satana spinge Anania a mentire. Anche la connivenza della coppia è sottolineata in tutti e due i casi. E nell’uno come nell’altro racconto, il risultato della caduta è la distruzione della comunione, e i trasgressori vengono espulsi (dal giardino dell’Eden i primi, dalla comunità cristiana i secondi). Si può dunque leggere il testo come una riattivazione del peccato originale nella Chiesa nascente: l’uomo e la donna, creati per dare la vita, diventano strumenti di morte per l’umanità e per la Chiesa. E, secondo il ritornello che risuona nel Deuteronomio, bisogna espellerli: "Estirperai il male da te" (Dt 13,6; 17,7.12; 19,19; 21,21; 22,24).
La tentazione, per noi, è di prendere alla lettera questo racconto e rifiutarlo perché contrario alla mitezza evangelica oppure relegarlo nella leggenda o nel mito a causa del suo carattere inverosimile. In entrambi i casi, ciò equivarrebbe a minimizzarne la portata. Anche se non possiamo delineare, in base a quest’unica tradizione, i contorni precisi del fatto storico che sta alla base del racconto, siamo tuttavia invitati a recepire il messaggio che l’autore intende trasmettere, un messaggio storico. Il peccato contro la comunione è comparso molto presto nella comunità di Gerusalemme per questioni di denaro e di condivisione dei beni.
Quadro di insieme
12 Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; 13 degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. 14 Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore 15 fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. 16 Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti.
Questo piccolo quadro riassuntivo non ha solo una funzione letteraria di collegamento degli avvenimenti che precedono e seguono. C’è un messaggio che Luca ci vuol dare. La prima comunità cristiana di Gerusalemme è avviata sulla strada della testimonianza pubblica che avviene attraverso due momenti: i fatti e la Parola. Ora è il tempo dei fatti. Si tratta di avvenimenti prodigiosi che rivelano la potenza dello Spirito di Gesù operante nei suoi testimoni qualificati, gli apostoli. Come avveniva al tempo di Gesù in Galilea (Lc 4,40), così ora l’azione potente di Dio si manifesta come forza di liberazione che restituisce l’integrità ai corpi malati e dà la liberazione agli uomini oppressi dalle potenze del male (cf. Mc 6,56; Lc 6,17-19).
Di fronte a questa testimonianza pubblica Luca registra due tipi di reazione: quella del popolo e quella dei capi. Di quest’ultima si parlerà nell’episodio seguente. Da parte della gente vi sono due atteggiamenti: da una parte il popolo colto da timore reverenziale non osa avvicinare il gruppo dei discepoli; dall’altra è attirato dalla nuova esperienza religiosa. Così si spiega l’aumento costante e progressivo di quelli che entrano a far parte della nuova comunità. Luca precisa che essi aderiscono al Signore di cui la sua comunità è il segno storico e visibile. La fama taumaturgica degli apostoli fa accorrere la gente anche da fuori della città di Gerusalemme.
Da queste righe emerge un fatto incontrovertibile: è molto più vicino al progetto e allo stile di Dio il popolo che obbedisce al suo istinto religioso e vuole incontrare la salvezza attraverso la liberazione dei corpi malati, che non i controllori del Tempio che obbediscono alla paura di perdere la loro autorità e tentano di soffocare la libertà e la novità dell’azione di Dio.
Arresto e liberazione miracolosa degli apostoli
17 Si alzò allora il sommo sacerdote e quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducei, pieni di livore, 18 e fatti arrestare gli apostoli li fecero gettare nella prigione pubblica. 19 Ma durante la notte un angelo del Signore aprì le porte della prigione, li condusse fuori e disse: 20 «Andate, e mettetevi a predicare al popolo nel tempio tutte queste parole di vita». 21 Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare.
Gli apostoli davanti al sinedrio
Quando arrivò il sommo sacerdote con quelli della sua parte, convocarono il sinedrio e tutti gli anziani dei figli d'Israele; mandarono quindi a prelevare gli apostoli nella prigione. 22 Ma gli incaricati, giunti sul posto, non li trovarono nella prigione e tornarono a riferire: 23 «Abbiamo trovato il carcere scrupolosamente sbarrato e le guardie ai loro posti davanti alla porta, ma, dopo aver aperto, non abbiamo trovato dentro nessuno». 24 Udite queste parole, il capitano del tempio e i sommi sacerdoti si domandavano perplessi che cosa mai significasse tutto questo, 25 quando arrivò un tale ad annunziare: «Ecco, gli uomini che avete messo in prigione si trovano nel tempio a insegnare al popolo».
26 Allora il capitano uscì con le sue guardie e li condusse via, ma senza violenza, per timore di esser presi a sassate dal popolo. 27 Li condussero e li presentarono nel sinedrio; il sommo sacerdote cominciò a interrogarli dicendo: 28 «Vi avevamo espressamente ordinato di non insegnare più nel nome di costui, ed ecco voi avete riempito Gerusalemme della vostra dottrina e volete far ricadere su di noi il sangue di quell'uomo». 29 Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. 30 Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avevate ucciso appendendolo alla croce. 31 Dio lo ha innalzato con la sua destra facendolo capo e salvatore, per dare a Israele la grazia della conversione e il perdono dei peccati. 32 E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che si sottomettono a lui». 33 All'udire queste cose essi si irritarono e volevano metterli a morte.
In questo brano si stagliano in modo preciso i protagonisti: da una parte gli apostoli guidati dall’angelo del Signore, cioè dalla presenza efficace e protettrice di Dio, dall’altra la suprema autorità giudaica, religiosa e politica insieme. Sullo sfondo di questi due protagonisti contrapposti sta il popolo al quale si rivolge l’insegnamento degli apostoli (vv. 20.25) e che Luca presenta come favorevole e simpatizzante con il gruppo cristiano (v. 26). Lo scontro avviene nella zona del Tempio simbolo religioso della storia del popolo di Dio. Gli apostoli, anche contro la diffida formale dell’autorità giudaica, rivendicano la libertà di parlare al popolo in nome dell’investitura ricevuta da Dio. Pietro afferma questa scelta chiara d’azione dichiarando: Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (v. 29). E’ la seconda volta (cf. 4,19) che in poche righe Luca riporta questo principio della libertà da parte di Pietro. Tenendo conto della tecnica narrativa dell’autore, che ama sottolineare mediante la ripresa l’importanza del tema, si può ritenere che questo sia un principio chiave del movimento cristiano nel conflitto con l’autorità giudaica.
Ma il vero centro del conflitto non è una questione di competenza o di giurisdizione religiosa, ma il nome o quell’uomo che il potere giudaico non ha il coraggio di nominare: Gesù. Pietro con audacia e libertà dichiara apertamente: Il Dio dei nostri padri ha risuscitato quel Gesù che voi avete fatto giustiziare sul patibolo della croce (v. 30). La ragione profonda che spiega il coraggio degli apostoli e la perplessità del potere giudaico sta proprio qui: nella presa di posizione di fronte a Gesù, ucciso dagli uomini, ma glorificato da Dio.
Le parole di Pietro davanti al tribunale supremo giudaico sono una rapida sintesi del primo annuncio cristiano riguardante la morte e risurrezione di Gesù (vv. 30-32). Questo piccolo brano che si trova al centro di tutto il racconto è la vera chiave di lettura di tutto l’episodio. Il conflitto degli apostoli con il potere giudaico, rappresentato dal sinedrio, prolunga il conflitto che ha condotto Gesù alla morte di croce. Ma la vittoria di Dio sul potere repressivo e sulla morte fa già intuire quale sarà l’esito di questo confronto storico.
Comparendo davanti al sommo sacerdote, al sinedrio e a tutta l’assemblea degli anziani dei figli d’Israele, gli apostoli si sentono dire: Avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento (v. 28). Si tratta di una splendida testimonianza della realizzazione del loro primo obiettivo: essere testimoni del Risorto a Gerusalemme (1,8). Per il momento, tutto avviene ancora tra figli d’Israele (5,21-31). Ma questa situazione non durerà a lungo. Dopo l’uccisione di Stefano, gli avvenimenti sfuggiranno di mano alle autorità di Gerusalemme e oltrepasseranno ben presto i confini del giudaismo.
L'intervento di Gamaliele
34 Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele, dottore della legge, stimato presso tutto il popolo. Dato ordine di far uscire per un momento gli accusati, 35 disse: «Uomini di Israele, badate bene a ciò che state per fare contro questi uomini. 36 Qualche tempo fa venne Tèuda, dicendo di essere qualcuno, e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini. Ma fu ucciso, e quanti s'erano lasciati persuadere da lui si dispersero e finirono nel nulla. 37 Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, al tempo del censimento, e indusse molta gente a seguirlo, ma anch'egli perì e quanti s'erano lasciati persuadere da lui furono dispersi. 38 Per quanto riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; 39 ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!».
40 Seguirono il suo parere e, richiamati gli apostoli, li fecero fustigare e ordinarono loro di non continuare a parlare nel nome di Gesù; quindi li rimisero in libertà. 41 Ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù. 42 E ogni giorno, nel tempio e a casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo.
L’intervento di Gamaliele, il maestro saggio ed equilibrato, esprime il significato profondo e teologico dello scontro con il movimento cristiano. Nel principio della tolleranza religiosa, richiamato da Gamaliele, come in quello della libertà affermato da Pietro si affronta una scelta fondamentale: accettare la logica di Dio nella libertà che deriva dalla vittoria sulla morte, che è la risurrezione, oppure obbedire a quella logica umana che si fonda sulla paura della morte e si serve del potere repressivo per affermarsi. La persecuzione non può arrestare l’azione irresistibile di Dio che si è rivelata nella risurrezione di Gesù ed è portata avanti dalla testimonianza coraggiosa degli apostoli.
Rabban Gamaliele I, maestro di Paolo (22,3), era l’erede del nonno, Rabbi Hillel (ca. 20 a.C.), uno dei più famosi dottori della legge, il quale era fariseo. L’argomentazione di Gamaliele è impeccabile, come si addice a uno scriba esperto. Egli comincia con l’evocare due episodi del recente passato: due casi di falsi messia (vv. 36-37). E conclude con una affermazione di cui si trova un parallelo nei Detti dei padri: Ogni riunione che sia per il Nome del Cielo è destinata a permanere, ma se non è per il Nome del Cielo non è destinata a permanere (Massima attribuita a Rabbi Yohanan il ciabattino, vissuto verso il 140 a.C.). Si può accostare questa massima al criterio proposto dal Deuteronomio per riconoscere i falsi profeti a partire dagli avvenimenti: Quando il profeta parlerà nel nome di Dio e la cosa non accadrà e non si realizzerà, quella parola non l’ha detta Dio (Dt 18,22).
La contrapposizione tra gli uomini e Dio, evocata da Gamaliele, richiama l’affermazione iniziale del discorso di Pietro: Bisogna sottomettersi a Dio più che agli uomini (v. 29; cf.: 4,19). In questo modo Luca ci fa capire che Gamaliele ha prestato attenzione, ha ascoltato il richiamo dell’apostolo. Rifiutando la risposta politica, prendendo le distanze dalla violenza di Erode e dei sommi sacerdoti, Gamaliele si mette all’ascolto degli avvenimenti, perché sa che da sempre, in Israele, Dio parla attraverso gli avvenimenti e conferma il tal modo i suoi profeti. Egli ricorda che combattere i profeti equivale a combattere Dio (v. 39). La questione, per lui, rimane aperta: e se fossero profeti? E’ lo stesso atteggiamento che prenderanno alcuni farisei durante il processo a Paolo: e se uno spirito gli avesse parlato, oppure un angelo? (23,9).
I sommi sacerdoti e i capi accettano il consiglio di Gamaliele e gli apostoli vengono messi in libertà, non senza essere stati debitamente percossi (come Gesù: Lc 23,16-22) e non senza aver ricevuto nuovamente il divieto formale di parlare ancora nel Nome di Gesù (v. 40). E gli apostoli continuavano ad andare (v. 41), lieti di condividere il destino di Cristo: maledetti dagli uomini, ma benedetti da Dio (cf. Lc 21,12-18). Si realizza per loro la beatitudine proclamata dal Vangelo: Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti. (Lc 6,22-23). Gli apostoli sono effettivamente nella gioia, e la Parola va con loro, allontanandosi dal sinedrio…
Nel Tempio, secondo l’ordine di Dio (v. 42; cf. 5,20), ogni giorno viene proclamata la Parola: Tempio e case sono luoghi di insegnamento e di evangelizzazione. Nel cuore della realtà quotidiana, nonostante il divieto, gli apostoli offrono il loro insegnamento al popolo. Il gioioso messaggio di Gesù risuona dovunque.

Capitolo 6
II. LE PRIME MISSIONI
L'istituzione dei sette
1 In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. 2 Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. 3 Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest'incarico. 4 Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola». 5 Piacque questa proposta a tutto il gruppo ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timòne, Parmenàs e Nicola, un proselito di Antiochia. 6 Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.
7 Intanto la parola di Dio si diffondeva e si moltiplicava grandemente il numero dei discepoli a Gerusalemme; anche un gran numero di sacerdoti aderiva alla fede.
In una comunità in cui tutti, a quanto sembra, si trovano bene, si produce un avvenimento insolito: ci fu una mormorazione (v. 1). Il tema delle mormorazioni è tipico del cammino degli ebrei nel deserto (Es 15-17; Nm 11-14). La giovane comunità di Gerusalemme deve consolidarsi attraverso la divisione e la contestazione, come avevano dovuto fare in passato le dodici tribù d’Israele in cammino verso la libertà. Teniamo presente che nel libro dell’Esodo, il cammino nel deserto è segnato dalla prova più grave del popolo eletto: il combattimento contro Amalek (Es 17,8-16; Nm 14,44-45), il nemico numero uno che aveva deciso di annientare Israele. Il suo nome, nella tradizione giudaica, è diventato simbolo dello sterminio. Ma la preghiera di intercessione di Mosè, che rimane con le braccia alzate per tutta la durata della battaglia, alla fine ottiene vittoria. Basandosi sul versetto finale del racconto (Es 17,16: Una mano si è levata sul trono del Signore: vi sarà guerra del Signore contro Amalek di generazione in generazione), l’esegesi giudaica ha considerato Amalek come il simbolo dell’odio antisemita. Discendente di Esaù (Gen 36,12), questo personaggio rappresenta l’opposizione all’interno del popolo eletto. Il Talmùd e il Midrash usano correntemente il nome di Amalek per condannare gli atti di aggressione di Roma nei confronti di Gerusalemme. Oggi, dopo la Shoah (sterminio), gli ebrei lo identificano col nazismo. La tradizione giudaica afferma che Dio stesso combatte ogni nemico che attacca il suo trono, cioè il suo Tempio, e che il Messia deve sterminare Amalek.
Dopo questo episodio troviamo, in Es 18,13-27 (ripreso in Dt 1,6-18), la scena dell’incontro di Mosè con il suo suocero, Ietro il Madianita. Nella conversazione che si svolge tra i due uomini, Mosè si lamenta di tutto il tempo che deve spendere per comporre le liti tra i membri del suo popolo. Ietro, che sa che cos’è l’organizzazione, gli consiglia di istituire dei giudici che si occupino dell’amministrazione della giustizia, in modo che egli possa stare davanti a Dio in nome del popolo e presentare le questioni a Dio (Es 18,19).
Ci siamo soffermati a esaminare in maniera un po’ dettagliata il rimando al cammino di Israele nel deserto perché si tratta di una sequenza che illumina questi capitoli degli Atti, costituendo in qualche modo il modello seguito da Luca per il suo racconto.
Il testo degli Atti parla anzitutto di mormorazioni e di una contestazione a proposito del servizio delle tavole. Qui si procede immediatamente alla scelta dei sette supplenti. Ma nella comunità di Gerusalemme, il contrasto che provoca la mormorazione è dovuto a una frattura linguistica e culturale presente all’interno della comunità. A Gerusalemme ci sono giudei di varia provenienza, come ha evidenziato l’evento della Pentecoste: abitavano a Gerusalemme giudei di ogni nazione che è sotto il cielo (2,5-11). Non dobbiamo dunque stupirci se la stessa varietà si riscontra tra i primi cristiani. Nel giro di breve tempo, sorge un contrasto tra ellenisti ed ebrei. Gli ellenisti sono giudei della diaspora (dispersione), originari dei paesi del bacino del Mediterraneo: parlano in greco, si servono del testo biblico dei Settanta (la traduzione greca della Scrittura), e la loro tradizione religiosa è spesso più aperta agli influssi dell’ellenismo. Gli ebrei sono abitanti della Giudea, di Gerusalemme o di altre regioni come la Galilea, dove l’aramaico è la lingua più diffusa; la loro mentalità è piuttosto conservatrice.
Oltre a parlare una lingua diversa, e quindi a frequentare luoghi di preghiera diversi – le sinagoghe dei vari quartieri (cf. 6,9; 24,12) -- , gli ellenisti, in caso di bisogno non potevano contare sull’aiuto della loro famiglia, che viveva in un paese lontano.
Si sarebbe potuto pensare che la più grande difficoltà, nella vita della comunità dei credenti in Gesù, sorgesse a proposito della celebrazione dell’eucaristia a causa della diversità delle lingue, perché la liturgia è il campo in cui le differenti sensibilità si scontrano facilmente. A una prima lettura, invece, il contrasto sembra sorgere da un problema apparentemente secondario: gli ellenisti si lamentano perché le loro vedove sono trascurate nel servizio quotidiano. La situazione della vedova israelita non era certo invidiabile: poteva continuare ad abitare nella casa del marito defunto e poteva vivere dei beni che egli aveva lasciato, ma spesso aveva il bisogno del sostegno della sua famiglia. Se era originaria della diaspora, la vedova non poteva contare sulla famiglia e dipendeva dall’aiuto offerto dalla comunità. Per iniziativa dei farisei, l’aiuto ai bisognosi era stato organizzato con interventi settimanali e giornalieri. Sembra che la comunità cristiana avesse adottato questo criterio. Il servizio quotidiano di cui parla il testo degli Atti sarebbe l’assistenza quotidiana prestata alle persone indigenti (distribuzione dei viveri e partecipazione al pasto comunitario, seguito dall’eucaristia: cf. 2,44-47).
Ma era proprio necessario convocare una grande assemblea per risolvere un problema concreto così poco essenziale? Dobbiamo dunque pensare che dietro all’istituzione dei Sette si nasconda una realtà più seria? Il velato rimando all’elezione di Mattia (1,15), contenuto in 6,1, sembra indicarlo.
Fino a questo punto degli Atti le celebrazioni sono state realizzate in aramaico, ma nella misura in cui i fratelli ellenisti diventano più numerosi, comincia a porsi il problema della lingua. I più poveri da un punto di vista sociale e culturale sono particolarmente penalizzati da questa situazione. Sembra venuto il momento di sdoppiare il servizio liturgico: si tratta dell’avvio di una comunità di lingua greca che ha come primo responsabile Stefano, con i sei ausiliari nominati insieme con lui.
Il servizio-diakonìa affidato ai Sette non può essere qualificato come materiale rispetto a quello degli apostoli che sarebbe spirituale .Anzi, vedremo che presto si tradurrà in servizio della Parola accompagnato da gesti di potenza, come attestano le attività di Stefano (6,8-10) e di Filippo (8,4-40).
Un altro interrogativo può inoltre essere posto: l’incarico del servizio delle mense affidato ai Sette può essere definito con riferimento al servizio quotidiano apparso carente, un servizio che includeva la condivisione delle agapi fraterne, quella della Parola e l’eucaristia?
Chi sono i Sette? Questo numero sottintende un’analogia con i sette magistrati (parnassìm o amministratori) responsabili del buon andamento di ogni comunità ebraica. Il Talmùd li chiama i notabili, i migliori o i Sette della città. Attraverso l’istituzione dei Sette incomincia un’apertura all’universo pagano, e più in particolare al mondo greco. Questi uomini sono giudei di estrazione greca, come risulta dai loro nomi. Notiamo però che l’ultimo della lista, Nicola, originario di Antiochia, è chiamato proselito; non è dunque giudeo di nascita, ma è un pagano convertito al Dio d’Israele.
Il testo non specifica il modo in cui si effettua l’elezione dei Sette responsabili. La comunità ellenistica locale li sceglie in base ad alcuni criteri determinati dagli apostoli (v. 3). L’imposizione delle mani è il riconoscimento del servizio a cui il Signore chiama i Sette.
Un’espressione importante conclude l’episodio: la Parola di Dio cresceva (v. 7). Questo tema deve essere accostato a quello della moltiplicazione dei discepoli nel v. 1. Ci troviamo di fronte a un ritornello di crescita che richiama il primo comandamento di tutta la Bibbia: Crescete e moltiplicatevi… . Si tratta di una benedizione che viene pronunciata dal Creatore sugli animali (Gen 1,22) e sulla prima coppia umana (Gen 1,28). Il desiderio del Creatore si realizza nella crescita della Parola di grazia che costruisce la comunità. Luca aggiunge: molta folla di sacerdoti obbediva alla fede. Questi uomini aderiscono a Gesù senza abbandonare il servizio del Tempio; non sono dei disertori. Il numero dei sacerdoti ebrei era considerevole: all’inizio dell’era cristiana sembra che fossero circa 8.000, residenti per lo più in Gerusalemme. L’adesione a Gesù di questi sacerdoti di tendenza sadducea renderà più aspre certe discussioni riguardanti il popolo e il Tempio. Che progetto aveva Dio quando inviò Mosè a costituire il popolo di Dio? Come considera Dio il Tempio collocato in Gerusalemme? A queste domande scottanti il discorso di Stefano, che segue immediatamente, dà un primo abbozzo di risposta. In una prospettiva tipicamente farisaica Stefano spiegherà qual è la sua posizione nei confronti del suo popolo e del Tempio di Dio.
L'arresto di Stefano
8 Stefano intanto, pieno di grazia e di fortezza, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo. 9 Sorsero allora alcuni della sinagoga detta dei «liberti» comprendente anche i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell'Asia, a disputare con Stefano, 10 ma non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava. 11 Perciò sobillarono alcuni che dissero: «Lo abbiamo udito pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio». 12 E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo trascinarono davanti al sinedrio. 13 Presentarono quindi dei falsi testimoni, che dissero: «Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. 14 Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e sovvertirà i costumi tramandatici da Mosè».
15 E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.
L’attività di Stefano è presentata fin dall’inizio con le stesse espressioni che sono state utilizzate per descrivere quella degli apostoli: prodigi e segni (2,43; 5,12; cf. 2,22; 7,36); grazia e potenza (1,8; 4,33). La continuità tra i Dodici e i Sette viene in tal modo sottolineata in maniera significativa. Stefano viene presentato immediatamente come servo della Parola.
I giudei provenienti dalla diaspora erano spesso raggruppati in determinati quartieri della città, dove avevano la loro sinagoga (cf. 24,12). Il gruppo dei liberti è probabilmente quello dei giudei i cui ascendenti erano stati portati a Roma come prigionieri da Pompeo nel 63 a.C. Quando furono liberati, erano stati reclutati dall’esercito romano per essere di servizio della forza d’occupazione in Siria-Palestina. Fra coloro che prendono posizione contro Stefano ci sono i giudei del Nord Africa (Cirenaica e Alessandria), i compatrioti del futuro testimone Saulo (originario della Cilicia) e i giudei dell’Asia. Paradossalmente i più accaniti oppositori dei cristiani si trovano tra gli ellenisti.
La sapienza, citata soltanto nei capitoli 6 e 7 degli Atti (6,3-10; 7,10-22), è il frutto principale dello Spirito Santo (cf. Is 11,2). Nel v. 8 si dice che Stefano è pieno di grazia e di potenza: la grazia appare come l’amore di Dio in ciò che ha di più tangibile, indicando un agire umano pienamente trasfigurato dallo Spirito di Gesù Messia. La sapienza è l’espressione del disegno di Dio nella sua profondità (cf. Lc 7,30-35) e indica un’intelligenza totalmente pervasa dallo Spirito Santo.
Questa grazia e questa sapienza, frutti dello Spirito santo, sono tacciate per tre volte di bestemmia (vv. 11.13.14). Bestemmiare significa arrogarsi una prerogativa divina oppure attentare direttamente alla potenza o alla gloria di Dio. La stessa accusa era stata presentata contro Gesù (Mc 14,58-64), la cui parola era inoppugnabile (cf. Lc 20,26; 22,53). Stefano (v. 12b), come Gesù(Lc 22,66), viene condotto al sinedrio, e vengono presentati alcuni falsi testimoni (v. 13a; cf. Mc 14,56-57). I detrattori di Stefano riprendono la parola di Gesù che identificava se stesso con il Tempio di Dio (Mc 14,58), come se volessero colpire il Maestro nel suo discepolo.
La duplice accusa verte dunque sul luogo della presenza di Dio (il Tempio o Gesù?) e sulla Legge, che raccoglie le usanze prescritte da Mosè, tra cui la circoncisione che è il segno dell’appartenenza a Israele. E’ dunque su questo punto che il sommo sacerdote interrogherà Stefano (7,1), come aveva già interrogato Gesù (cf. Mc 14,60-61).
All’accusa presentata dai falsi testimoni prezzolati, si contrappone la visione di tutti i membri del sinedrio: E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo (v. 15). L’angelo rivela la presenza di Dio (cf. 7,30), conforta (Lc 22,43), libera (5,19), trasmette il messaggio divino (7,38; cf. Lc 2,10). Stefano appare dunque come colui che parla nel nome del Dio d’Israele.
Questa scena può farci ricordare quella in cui Geremia, accusato di voler distruggere il Tempio, si vede rendere omaggio dai capi e dal popolo: Non ci deve essere sentenza di morte per quest’uomo, perché ci ha parlato nel nome del Signore nostro Dio (Ger 26,16). Possiamo inoltre ricordare l’immagine di Mosè, il cui volto risplende di luce dopo l’incontro con Dio sulla cima del Sinai (Es 34,29-30), come se il fulgore della presenza divina si fosse posato su di lui.
Nella sua difesa Stefano esporrà il disegno di Dio a partire dagli avvenimenti della storia d’Israele. Vero profeta, esprimerà le intenzioni di Dio sul popolo e sulla sua missione, e sul luogo santo dove Dio vuole che gli si renda culto. Testimone dell’opera di Dio con i suoi gesti e le sue parole, Stefano si colloca sulla scia di Mosè, il mediatore dell’alleanza, e su quella di Geremia, il profeta della nuova alleanza.

Capitolo 7
Il discorso di Stefano
1 Gli disse allora il sommo sacerdote: «Queste cose stanno proprio così?». 2 Ed egli rispose: «Fratelli e padri, ascoltate: il Dio della gloria apparve al nostro padre Abramo quando era ancora in Mesopotamia, prima che egli si stabilisse in Carran, 3 e gli disse: Esci dalla tua terra e dalla tua gente e và nella terra che io ti indicherò. 4 Allora, uscito dalla terra dei Caldei, si stabilì in Carran; di là, dopo la morte del padre, Dio lo fece emigrare in questo paese dove voi ora abitate, 5 ma non gli diede alcuna proprietà in esso, neppure quanto l'orma di un piede, ma gli promise di darlo in possesso a lui e alla sua discendenza dopo di lui, sebbene non avesse ancora figli. 6 Poi Dio parlò così: La discendenza di Abramo sarà pellegrina in terra straniera, tenuta in schiavitù e oppressione per quattrocento anni. 7 Ma del popolo di cui saranno schiavi io farò giustizia, disse Dio: dopo potranno uscire e mi adoreranno in questo luogo. 8 E gli diede l'alleanza della circoncisione. E così Abramo generò Isacco e lo circoncise l'ottavo giorno e Isacco generò Giacobbe e Giacobbe i dodici patriarchi. 9 Ma i patriarchi, gelosi di Giuseppe, lo vendettero schiavo in Egitto. Dio però era con lui 10 e lo liberò da tutte le sue afflizioni e gli diede grazia e saggezza davanti al faraone re d'Egitto, il quale lo nominò amministratore dell'Egitto e di tutta la sua casa. 11 Venne una carestia su tutto l'Egitto e in Canaan e una grande miseria, e i nostri padri non trovavano da mangiare. 12 Avendo udito Giacobbe che in Egitto c'era del grano, vi inviò i nostri padri una prima volta; 13 la seconda volta Giuseppe si fece riconoscere dai suoi fratelli e fu nota al faraone la sua origine. 14 Giuseppe allora mandò a chiamare Giacobbe suo padre e tutta la sua parentela, settantacinque persone in tutto. 15 E Giacobbe si recò in Egitto, e qui egli morì come anche i nostri padri; 16 essi furono poi trasportati in Sichem e posti nel sepolcro che Abramo aveva acquistato e pagato in denaro dai figli di Emor, a Sichem.
17 Mentre si avvicinava il tempo della promessa fatta da Dio ad Abramo, il popolo crebbe e si moltiplicò in Egitto, 18 finché salì al trono d'Egitto un altro re, che non conosceva Giuseppe. 19 Questi, adoperando l'astuzia contro la nostra gente, perseguitò i nostri padri fino a costringerli a esporre i loro figli, perché non sopravvivessero. 20 In quel tempo nacque Mosè e piacque a Dio; egli fu allevato per tre mesi nella casa paterna, poi, 21 essendo stato esposto, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevò come figlio. 22 Così Mosè venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere. 23 Quando stava per compiere i quarant'anni, gli venne l'idea di far visita ai suoi fratelli, i figli di Israele, 24 e vedendone uno trattato ingiustamente, ne prese le difese e vendicò l'oppresso, uccidendo l'Egiziano. 25 Egli pensava che i suoi connazionali avrebbero capito che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero. 26 Il giorno dopo si presentò in mezzo a loro mentre stavano litigando e si adoperò per metterli d'accordo, dicendo: Siete fratelli; perché vi insultate l'un l'altro? 27 Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse, dicendo: Chi ti ha nominato capo e giudice sopra di noi? 28 Vuoi forse uccidermi, come hai ucciso ieri l'Egiziano? 29 Fuggì via Mosè a queste parole, e andò ad abitare nella terra di Madian, dove ebbe due figli.
30 Passati quarant'anni, gli apparve nel deserto del monte Sinai un angelo, in mezzo alla fiamma di un roveto ardente. 31 Mosè rimase stupito di questa visione; e mentre si avvicinava per veder meglio, si udì la voce del Signore: 32 Io sono il Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Esterrefatto, Mosè non osava guardare. 33 Allora il Signore gli disse: Togliti dai piedi i calzari, perché il luogo in cui stai è terra santa. 34 Ho visto l'afflizione del mio popolo in Egitto, ho udito il loro gemito e sono sceso a liberarli; ed ora vieni, che ti mando in Egitto. 35 Questo Mosè che avevano rinnegato dicendo: Chi ti ha nominato capo e giudice?, proprio lui Dio aveva mandato per esser capo e liberatore, parlando per mezzo dell'angelo che gli era apparso nel roveto. 36 Egli li fece uscire, compiendo miracoli e prodigi nella terra d'Egitto, nel Mare Rosso, e nel deserto per quarant'anni. 37 Egli è quel Mosè che disse ai figli d'Israele: Dio vi farà sorgere un profeta tra i vostri fratelli, al pari di me. 38 Egli è colui che, mentre erano radunati nel deserto, fu mediatore tra l'angelo che gli parlava sul monte Sinai e i nostri padri; egli ricevette parole di vita da trasmettere a noi. 39 Ma i nostri padri non vollero dargli ascolto, lo respinsero e si volsero in cuor loro verso l'Egitto, 40 dicendo ad Aronne: Fà per noi una divinità che ci vada innanzi, perché a questo Mosè che ci condusse fuori dall'Egitto non sappiamo che cosa sia accaduto. 41 E in quei giorni fabbricarono un vitello e offrirono sacrifici all'idolo e si rallegrarono per l'opera delle loro mani. 42 Ma Dio si ritrasse da loro e li abbandonò al culto dell'esercito del cielo, come è scritto nel libro dei Profeti:
43 Mi avete forse offerto vittime e sacrifici
per quarant'anni nel deserto, o casa d'Israele?
Avete preso con voi la tenda di Mòloch,
e la stella del dio Refàn,
simulacri che vi siete fabbricati per adorarli!
Perciò vi deporterò al di là di Babilonia.
44 I nostri padri avevano nel deserto la tenda della testimonianza, come aveva ordinato colui che disse a Mosè di costruirla secondo il modello che aveva visto. 45 E dopo averla ricevuta, i nostri padri con Giosuè se la portarono con sé nella conquista dei popoli che Dio scacciò davanti a loro, fino ai tempi di Davide. 46 Questi trovò grazia innanzi a Dio e domandò di poter trovare una dimora per il Dio di Giacobbe; 47 Salomone poi gli edificò una casa. 48 Ma l'Altissimo non abita in costruzioni fatte da mano d'uomo, come dice il Profeta:
49 Il cielo è il mio trono
e la terra sgabello per i miei piedi.
Quale casa potrete edificarmi, dice il Signore,
o quale sarà il luogo del mio riposo?
50 Non forse la mia mano ha creato tutte queste cose?
51 O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. 52 Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; 53 voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l'avete osservata».
54 All'udire queste cose, fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui.
Lapidazione di Stefano. Saulo persecutore
55 Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra 56 e disse: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio». 57 Proruppero allora in grida altissime turandosi gli orecchi; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, 58 lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. 59 E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». 60 Poi piegò le ginocchia e gridò forte: «Signore, non imputar loro questo peccato». Detto questo, morì.
Fra tutti i discorsi riportati negli Atti degli apostoli quello di Stefano è il più lungo (52 versetti). Il tono del discorso è duro e la finale può sembrarci decisamente intollerabile. Ma ci precluderemmo la comprensione di questa rilettura profetica della storia dei rapporti tra Dio e Israele se la considerassimo come una requisitoria, un giudizio, una condanna che gli accusatori-accusati concluderebbero in maniera ignobile assassinando il profeta. Non si tratta di giudizio, ma di rivelazione del peccato in vista del perdono. Non si tratta di una requisitoria, ma di una esortazione profetica in nome dell’alleanza eterna. Non dobbiamo lasciarci ingannare dall’asprezza del tono, abituale nei profeti e di uso corrente nelle discussioni rabbiniche. Anche nel linguaggio comune ci si esprime con durezza quando si vuole sottolineare la propria disapprovazione nei confronti di un atteggiamento che si ritiene sbagliato. Le parole di Stefano richiamano le invettive dei profeti (cf. Is 1,2-20; Ger 7,1-15), di Giovanni Battista (Mt 3,7) e di Gesù (Mt 23, 13-33). Sono del tutto naturali sulle labbra di un fratello che si rivolge ai suoi amati fratelli israeliti, eletti di Dio. Non lasciamoci dunque indurre in errore dalla nostra sensibilità e dalla prima impressione.
Nel capitolo che stiamo leggendo Stefano rivive la storia d’Israele mentre la racconta: muore svolgendo la sua missione di testimone della grazia; vede e proclama il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio. Si tratta di una straordinaria azione profetica che esprime la missione e il compimento di Israele. Giovanni Battista infatti aveva annunciato, riprendendo un oracolo di Isaia (40,5): Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio (Lc 3,6). Per Israele il compimento consiste nella manifestazione di Dio così come egli è (cf. 1Gv 3,2), cioè nel vedere il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio. E’ ciò che Gesù aveva promesso alla corte suprema del suo popolo, davanti alla quale veniva processato (Mt 26,64).
Tutto il discorso di Stefano deve essere compreso alla luce di questa sua straordinaria testimonianza profetica. Il peccato dell’uomo non impedisce a Dio di essere buono, non sbarra la strada alla benedizione di Dio. Attraverso l’assassinio di Stefano Dio torna a dichiarare profeticamente qual è la salvezza donata a Israele al termine del suo cammino: la visione del Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio. Frutto della benevolenza divina, di cui i cieli aperti sono un segno, è contemplare il meraviglioso compimento del popolo eletto, ricapitolato in Gesù Messia, Figlio dell’uomo, nella gloria di Dio. E’ questo il punto di arrivo della difficile missione della testimonianza che deve essere resa al Dio unico, con la forza dello Spirito Santo, fino agli estremi confini della terra.
Rispondendo alla domanda del sommo sacerdote, Stefano ripercorre la storia dei padri. Egli fa memoria dei passati rapporti tra Dio e il suo popolo per gettare luce sulla situazione presente e individuare qual è il popolo che oggi Dio raduna e qual è il servizio (o culto) che attende da esso, di fronte alle nazioni. Per ogni cristiano, il modo più adeguato di difendersi o per rendere conto della propria speranza (cf. 1Pt 3,15) consiste nel narrare la storia dell’incontro di Dio con l’uomo, poi nel rifiuto dell’uomo e infine nel modo in cui Dio supera questo rifiuto: alleanza – peccato – perdono - sono i tre punti fondamentali si cui si articola il racconto che Israele ha trasmesso alla Chiesa.
Gli ascoltatori di Stefano devono saper che questa lunga arringa profetica, che rivela la profondità del peccato, è anche la promessa di una grazia sovrabbondante offerta al popolo umiliato. Ma bisogna che la rivelazione del peccato venga portata fino in fondo, e questo costerà la vita al testimone.
Siete anche voi come i vostri padri (v. 51). Gesù aveva detto ai dottori della Legge: Ahimè per voi, perché costruite dei sepolcri ai profeti che i vostri padri ucciseroVoi approvate le opere dei vostri padri (Lc 11,47-48). Queste parole fanno eco alla conclusione della storia sacerdotale: Il Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri per ammonirli, perché voleva risparmiare il suo popolo e la sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sua parole e schernirono i suoi profeti… (2Cr 36,15-16).
Traditori e assassini del Giusto: così Stefano conclude la sua rivelazione, come aveva fatto Pietro nel discorso del capitolo terzo: Voi consegnaste e rinnegaste GesùVoi uccideste l’Iniziatore della vita (3,13-15).
Ma tutto ciò non può essere di ostacolo alla tenerezza di Dio per il popolo che egli ama. La sua Parola, che risuona a partire da Gen 1,3, non ritorna mai a lui senza effetto, senza aver compiuto ciò che egli voleva e senza aver portato a termine la missione che le era stata affidata (cf. Is 55,11). Dopo che è stato svelato l’abisso del peccato d’Israele, viene rivelato il sublime destino dei figli della promessa, il pieno compimento della loro missione di testimoni dell’elezione e della grazia.
La reazione dei giudici non si fa attendere. Sono esasperati e digrignano i denti, due espressioni identiche a quelle utilizzate nel Salmo 35,16, preghiera di un giusto perseguitato di fronte ai testimoni che depongono il falso contro di lui. Si attende il verdetto del sinedrio. Risuona invece la straordinaria parola profetica di Stefano a proposito del compimento di Israele. Stefano appare pieno di Spirito Santo (cf. 6,3.5.10). La sua parola si fonda su una visione. Egli vive una sorta di trasfigurazione (videro il suo volto come quello di un angelo: 6,15; cf. Lc 9,29): Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio (7,56-57).
Stefano muore come testimone della grazia, identificandosi in maniera suggestiva con il Figlio dell’uomo. Il vangelo di Luca ci aveva fatto vedere che il perdono del Padre, pronunciato da Gesù crocifisso, faceva sbocciare le primizie di una umanità nuova (Lc 23,34.43.47-48). Allo stesso modo, tra coloro che assistono all’esecuzione di Stefano c’è un ragazzo chiamato Saulo (7,58; 8,1), destinato a diventare oggetto di elezione per sostenere il Nome di Gesù al cospetto delle nazioni, dei re e dei figli d’Israele (cf 9,15).
Stefano invoca il suo Signore riprendendo le parole di Gesù morente: Signore Gesù, ricevi il mio spirito (Lc 23,46). In ginocchio, come in agonia (cf. Lc 22,41), Stefano grida a gran voce (cf. Lc 23,46) le sue ultime parole di grazia: Signore, non imputare loro questo peccato (cf. Lc 23,34).
A partire dall’assassinio di Stefano niente sarà più come prima a Gerusalemme. Avallando questa lapidazione, il sommo sacerdote e i capi del popolo hanno dichiarato guerra ai discepoli di Gesù. Questa guerra durerà fino all’anno 70 quando la città santa sarà distrutta e l’aristocrazia sadducea scomparirà dalla scena. Dopo questa tempesta si arriverà così alla separazione tra il giudaismo e la Chiesa, alla fine del I secolo.

Capitolo 8
Il capitolo 8 presenta una duplice anticipazione del compimento della promessa, con riferimento al popolo e al luogo. Con la reintegrazione dei samaritani si avvia quella restaurazione della casa di Davide di cui parla il profeta Amos (9,11-12; cf. At 15,16). Poi, con il battesimo dell’eunuco e il suo ritorno presso la regina degli etiopi, viene annunciata la disseminazione dei veri adoratori per tutte le strade del mondo. Da un lato, assistiamo alla riunificazione delle tribù del Nord con quelle del Sud, separate a partire dallo scisma che ha avuto luogo a Sichem nel 931 (cf. 1Re 12) e che si è rinnovato in occasione della ricostruzione del Tempio sotto la dominazione persiana, nel 520 e nel 485 (cf. Esd 4). Dall’altro, il "luogo" della presenza di Dio abbandona per così dire la città di Gerusalemme prendendo la strada della diaspora (cf. Ez 11,22-23): l’eunuco ritorna gioioso alle sua responsabilità quotidiane in Etiopia.
Il capitolo 9 narra la conversione di Saulo, figura di Israele che raggiunge il proprio compimento del popolo che si fa testimone della grazia di Dio di fronte alle nazioni pagane, in tutti i luoghi in cui la Spirito Santo gli ordina di portare la Parola. La discendenza di Abramo diventa quindi innumerevole perché si estende a tutti i popoli della terra. I luoghi di adorazione si moltiplicano lungo le strade del mondo (cf. Es 20,24) nella misura in cui queste sono percorse da coloro che annunciano la buona notizia.
I capitoli 10-11 presentano un nuovo allargamento del campo d’azione della Parola. Con Pietro, la Parola raggiunge i confini del territorio di Israele. Il centurione, che manda a chiamare Pietro, scopre l’azione vivificatrice di Dio e riceve lo Spirito Santo con tutti quelli della sua casa. Ciò che la conversione di Saulo faceva presagire, comincia a realizzarsi per un intervento divino che chiama Pietro a una trasformazione spirituale di incalcolabile portata.
Adesso la Parola non è più riservata ai Dodici, come era avvenuto agli inizi. La strada è stata aperta da Stefano, uno dei Sette, e abbiamo visto che anche Filippo si dedica all’evangelizzazione.. Il racconto di Luca smette di essere incentrato su Gerusalemme e sul Tempio. La Parola è in cammino, e incontra ciascuno nel luogo in cui vive: i samaritani nella loro città, l’eunuco sul suo carro, Saulo nella sua spedizione punitiva, i soldati nella sede che è stata loro assegnata. Si sta compiendo un passaggio, si sta varcando una frontiera. Toccherà a Pietro, nella città imperiale di Cesarea, il compito di indicare al centurione pagano "il Giudice dei vivi e dei morti", Gesù, che raduna gli uomini di tutte le culture e di tutti i tempi nella sua Chiesa e dona loro la vita eterna.
1 Saulo era fra coloro che approvarono la sua uccisione. In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme e tutti, ad eccezione degli apostoli, furono dispersi nelle regioni della Giudea e della Samaria. 2 Persone pie seppellirono Stefano e fecero un grande lutto per lui. 3 Saulo intanto infuriava contro la Chiesa ed entrando nelle case prendeva uomini e donne e li faceva mettere in prigione.
4 Quelli però che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la parola di Dio.
Fino a questo punto, la persecuzione aveva riguardato soltanto gli apostoli e Stefano. Ora invece colpisce l’intera comunità di Gerusalemme. Con la fuga dei credenti da Gerusalemme, anche il Vangelo prende la via della diaspora. Questo termine, che solitamente si traduce con dispersione, significa più esattamente disseminazione, cioè semina.
Filippo in Samaria
5 Filippo, sceso in una città della Samaria, cominciò a predicare loro il Cristo. 6 E le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo sentendolo parlare e vedendo i miracoli che egli compiva. 7 Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida e molti paralitici e storpi furono risanati. 8 E vi fu grande gioia in quella città.
Simone il mago
9 V'era da tempo in città un tale di nome Simone, dedito alla magia, il quale mandava in visibilio la popolazione di Samaria, spacciandosi per un gran personaggio. 10 A lui aderivano tutti, piccoli e grandi, esclamando: «Questi è la potenza di Dio, quella che è chiamata Grande». 11 Gli davano ascolto, perché per molto tempo li aveva fatti strabiliare con le sue magie. 12 Ma quando cominciarono a credere a Filippo, che recava la buona novella del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo, uomini e donne si facevano battezzare. 13 Anche Simone credette, fu battezzato e non si staccava più da Filippo. Era fuori di sé nel vedere i segni e i grandi prodigi che avvenivano.
14 Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e vi inviarono Pietro e Giovanni.
15 Essi discesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; 16 non era infatti ancora sceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. 17 Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
18 Simone, vedendo che lo Spirito veniva conferito con l'imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro 19 dicendo: «Date anche a me questo potere perché a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo». 20 Ma Pietro gli rispose: «Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con denaro il dono di Dio. 21 Non v'è parte né sorte alcuna per te in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. 22 Pentiti dunque di questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonato questo pensiero. 23 Ti vedo infatti chiuso in fiele amaro e in lacci d'iniquità ». 24 Rispose Simone: «Pregate voi per me il Signore, perché non mi accada nulla di ciò che avete detto». 25 Essi poi, dopo aver testimoniato e annunziato la parola di Dio, ritornavano a Gerusalemme ed evangelizzavano molti villaggi della Samaria.
Filippo riprende la missione dei Sette dopo la morte di Stefano. In questo modo si avvia un movimento che porta la gente ad abbandonare le pratiche magiche e alienanti alle quali era attaccata e a scegliere Filippo e il Vangelo da lui proclamato. Simone esercitava la magia, compiendo gesti spettacolari che mandavano in visibilio i suoi spettatori. Agli artifici della magia, Filippo contrappone l'annuncio di Gesù e una serie di segni di potenza, liberando indemoniati e guarendo zoppi e paralitici, come faceva Gesù secondo il Luca 6,18. Il contrasto tra i due è evidente. Tutti possono constatare nella persona di Filippo la presenza operante del Risorto.
Ciò che Luca vuol mettere in luce è il senso della conversione dei samaritani: bisogna lasciare le false sicurezze, le motivazioni ingannevoli, le autorità fasulle, i poteri menzogneri, le salvezze illusorie. L’azione di Filippo ottiene un’autentica liberazione degli spiriti, un serio rinnovamento dei costumi e una vera terapia dei corpi (vv. 9-12). Nella seconda parte dell’episodio, il dono dello Spirito santo (vv. 14-17) e il discernimento operato dagli apostoli Pietro e Giovanni (vv. 18-25) accresceranno la radicalità della scelta: non solo bisogna rifiutare ciò che è falso e illusorio, ma anche vivere la realtà della grazia.
La Samaria ha accolto la Parola da un evangelista proveniente da Gerusalemme! L’incredibile notizia agli apostoli a Gerusalemme. Essi ricordano senza dubbio l’accoglienza rifiutata a Gesù: "Essi (i samaritani) non lo ricevettero, perché egli andava a Gerusalemme" (Lc 9,52-53). La comunità invia due delegati a verificare la meravigliosa realizzazione della promessa del Risorto (At 1,8). Gli apostoli non sono dunque i promotori di questa missione; arrivano solo in un secondo tempo per fare opera di discernimento, di autenticazione.
Giunti sul posto, Pietro e Giovanni pregano il Signore di portare a termine ciò che ha iniziato e di far discendere il suo Santo Spirito su questi credenti. Dio concede anche alla Samaria l’accesso alla grazia dei tempi nuovi; i samaritani vengono introdotti nella comunità cristiana già radunata attorno agli apostoli. Il legame tra la preghiera e il dono dello Spirito Santo era già stato evidenziato da Gesù in Lc 11,1-3; in At 1,12—2,4, l’effusione dello Spirito era giunta come risposta alla preghiera dei discepoli riuniti. Ricordiamo che gli apostoli avevano da Gesù una missione nei confronti delle tribù di Israele: dovevano portare loro la grazia del compimento con il "giudizio" del perdono di Dio (cf. Lc 22,30). Il gesto a cui ricorrono Pietro e Giovanni è l’imposizione delle mani, un gesto che nella maggior parte dei casi, come abbiamo già visto, manifesta una cooptazione (cf. At 6,6), esprime un’appartenenza.
Tutto un passato di guerre, di odio e di incomprensione tra giudei e samaritani viene in tal modo assunto dalla misericordia di Dio, come preludio alla riunificazione della casa di Davide intorno al suo discendente: il Messia Gesù. Lo scisma che si era verificato dopo la morte di Salomone (931 a.C.; cf. 1Re 12), determinando la separazione dei due regni, era rimasto nella memoria di tutti come una ferita (2Re 3,3; 10,29.31; ecc.). Ma Geremia aveva fatto sperare una riconciliazione (Ger 3,18), e Ezechiele, nella sua visione delle ossa aride, aveva annunciato un’alleanza di pace che avrebbe ripristinato l’unità del popolo (Ez 37, 15-28).
Lo scisma però si era ulteriormente approfondito dopo il ritorno dall’esilio: i samaritani, desiderosi di dare il loro contributo alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, si era visti opporre da Zorobabele un netto rifiuto (Esd 4,1-23). Un tempio rivale era stato costruito sul monte Garizim. Giovanni Ircano l’aveva distrutto nel 128 a.C., ma in seguito il luogo era stato restituito al culto (cf. Gv 4,20).
I samaritani attendevano un Messia chiamato Ta’eb (che significa Restauratore o Rinnovatore), che doveva appartenere alla casa di Giuseppe: si tratta di colui che i samaritani, chiamati dalla donna a vedere Gesù, definiscono "il salvatore del mondo" (Gv 4,42). La visita degli apostoli Pietro e Giovanni in Samaria e l’effusione dello Spirito Santo mostrano che è giunta l’ora della purificazione: i veri adoratori possono "adorare il Padre in Spirito e Verità" (Gv 4,23). Luca descrive il compimento di ciò che Gesù aveva annunciato nel Vangelo di Giovanni, parlando dei campi della Samaria "che già biondeggiano per la mietitura" (Gv 4,35).
Questa riunificazione dei samaritani con il resto del popolo di Dio era indispensabile. Il nuovo Israele, la Chiesa, non poteva essere inviato a tutti i popoli del mondo senza prima essere riunificato; altrimenti non avrebbe potuto essere testimone e artefice di riconciliazione per gli altri popoli. Gli apostoli sono venuto da Gerusalemme per portare ai samaritani lo Spirito che unifica. L’imposizione delle significa il riconoscimento della comunione nella medesima missione. E’ lo Spirito, infatti, che rende testimoni e invia in missione.
L’ex mago Simone, immaginando che Pietro e Giovanni abbiano potere sullo Spirito Santo propone loro un affare: darà loro una somma di denaro se gli trasmetteranno questo potere. Quest’uomo rivela così di essere rimasto legato alla sua vecchia schiavitù. Schiavo dell’"ingiusta ricchezza" (cf. Lc 16,13), rimane prigioniero dei suoi idoli e non ha ancora fatto una vera scelta per Dio. Dal momento che continua a pensare in termini di potere e di denaro, non ha aderito secondo verità alla Parola. La grazia non può diventare una transazione commerciale: l’oro e l’argento, segni dell’idolatria (cf. Os 2,10; 8,4; Ez 7,19), sono incompatibili con la gratuità di Dio. Nella comunità cristiana è chiesto a ciascuno di vivere come persona Che è stata graziata, rinunciando ai propri diritti e ai propri poteri.
La risposta di Pietro a Simone (vv. 20-23) non deve essere considerata come una condanna senza appello, ma come una "scomunica" per ottenere la sua conversione.
Filippo battezza un ministro etiope
26 Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: «Alzati, e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». 27 Egli si alzò e si mise in cammino, quand'ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candàce, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, 28 se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. 29 Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti, e raggiungi quel carro». 30 Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». 31 Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. 32 Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:
Come una pecora fu condotto al macello
e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa,
così egli non apre la sua bocca.
33 Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato,
ma la sua posterità chi potrà mai descriverla?
Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita.
34 E rivoltosi a Filippo l'eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». 35 Filippo, prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù. 36 Proseguendo lungo la strada, giunsero a un luogo dove c'era acqua e l'eunuco disse: «Ecco qui c'è acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato?». 37 . 38 Fece fermare il carro e discesero tutti e due nell'acqua, Filippo e l'eunuco, ed egli lo battezzò. 39 Quando furono usciti dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l'eunuco non lo vide più e proseguì pieno di gioia il suo cammino. 40 Quanto a Filippo, si trovò ad Azoto e, proseguendo, predicava il vangelo a tutte le città, finché giunse a Cesarèa.
Dopo una puntata verso nord attraverso la Samaria, la Parola prende la strada del sud, quella che conduce in Egitto passando per Gaza. Con l battesimo dell’eunuco e con il suo ritorno presso la regina degli etiopi, ha inizio la disseminazione dei testimoni sulle strade del mondo. Questa volta non si tratta più di una città e di un popolo che accolgono la Parola. Si tratta di un africano, che occupa un posto importante alla corte d’Etiopia. Forse si tratta più precisamente di un nubiano. L’"Etiopia" dei testi biblici è infatti la regione che oggi viene chiamata Nubia e che corrisponde alla parte settentrionale del Sudan (in ebraico Kush). In epoca romana esisteva in quel territorio il regno di Meroe, in cui sembra che le regine madri, che portavano il titolo di "Candace" (Kandake in meroitico), svolgessero un ruolo di prim’ordine. Lo storico greco Erodoto (Storie II,22.3) spiega il termine etiope facendolo derivare da aithein = bruciare, e ops = volto: volto abbronzato. Ma l’etimologia del termine è attualmente controversa.
L’etiope di cui parla Luca è indicato come un "eunuco". I re orientali avevano senza dubbio l’abitudine di affidare la sorveglianza del loro harem a guardiani precedentemente sottoposti a castrazione (cf. Est 2,3). Ma il termine nella Bibbia (in ebraico saris) ha un significato più ampio; il più delle volte significa un uomo di fiducia del re (Gen 39,1; 1Re 22,9; 2Re 8,6; Ger 52,25…) o un ufficiale superiore (2Re 20,18; 24,12-15: Ger 29,2; 34,19…). Forse sarebbe opportuno tradurlo con cancelliere o maggiordomo.
Questo pellegrino della Nubia richiama tutta la storia dei kushiti nella Bibbia. E’ soprattutto Isaia a parlarci di questo popolo. Nel capitolo 11 del suo libro Kush e l’"Egitto" sono nominati come luoghi in cui Israele è stato disperso (v. 11). Nei capitoli 18 e 19 gli oracoli sulle nazioni pagane associano l’Etiopia e l’Egitto nella speranza di una conversione. In particolare, dell’Etiopia si dice: "In quel tempo saranno portate offerte a Dio Sabaot da un popolo alto e abbronzato, da un popolo temuto ora e sempre, da un popolo potente e vittorioso, il cui paese è solcato da fiumi, saranno portate nel luogo dove è invocato il nome di Dio, sul monte Sion" (Is 18,7).
Il capitolo 45 di Isaia annuncia la conversione delle nazioni pagane e in particolare degli egiziani e degli kushiti: "Così dice il Signore: ‘Le ricchezze d’Egitto e le merci dell’Etiopia e i Sabei dall’alta statura passeranno a te, saranno tuoi; ti seguiranno in catene, si prostreranno davanti a te, ti diranno supplicanti: Solo in te è Dio; non ce n’è altri; non esistono altri dèi" (Is 45,14).
Anche nel libro del profeta Sofonia, preannunciando la conversione dei popoli pagani, si dice: "Da oltre i fiumi di Etiopia i miei supplicanti mi porteranno offerte" (Sof 3,10).
In Isaia 66,18-20 e in Sofonia 3,9-10 il compimento di questa speranza era stato descritto come un raduno delle nazioni, convocate da tutte le parti del mondo per far loro conoscere la gloria del vero Dio. Un’eco di tale visione si trova anche nei Salmi: "Verranno i grandi dall’Egitto. L’Etiopia tenderà le mani a Dio" (Sal 68,32); " Ricorderò Raab e Babilonia fra quelli che mi conoscono; ecco, Palestina, Tiro ed Etiopia: tutti là sono nati" (Sal 87,4).
Il racconto del battesimo di questo pellegrino nubiano è costruito con precisione. La proclamazione di Filippo si colloca sulla linea della predicazione profetica: per Luca e per la Chiesa delle origini il testo che getta luce su ogni vita è quello del "Servo sofferente", che è appunto il testo che sta leggendo il maggiordomo durante il viaggio sul suo carro. L’iniziativa è dell’angelo del Signore (v. 26), poi segue l’opera di Filippo, mosso dallo Spirito che lo fa parlare (v. 29) e, infine, l’iniziativa dell’eunuco che chiede di essere battezzato. Al centro di tutto, si colloca il testo di Isaia, cioè, la parola di Dio. Notiamo però che la Scrittura rimane sigillata e incomprensibile se il testimone del Risorto non ne manifesta la realizzazione nel Cristo e non apre a ciascuno la possibilità di essere associato alla sua morte e risurrezione per mezzo del battesimo.
Il racconto si conclude a Cesarea. Ci troviamo di fronte a una sintesi dell’itinerario degli Atti: da Gerusalemme alla città di Cesare. Si intravede subito la portata delle due anticipazioni che si sono realizzate. A Samaria, numerosi israeliti, di sangue misto e scismatici, sono stati inseriti nel popolo cristiano. Sulla strada che conduce in Etiopia un giudeo della diaspora, venuto dai confini del mondo, è stato ammesso nella Chiesa. Popoli fratelli, che vivevano nell’inimicizia, hanno trovato la loro solidarietà. Tutta la terra è raggiunta dalla presenza benefica di Dio, che si lascia incontrare dal credente che accoglie la Parola nella Scrittura e sulla bocca dei testimoni. Tale è la fecondità della Parola di grazia ormai in cammino. Questa grazia proromperà nel cuore di Saulo. Presto egli sarà indotto a fraternizzare prima con i giudei e poi con ogni uomo, andando fino a Roma, la capitale dell’impero.

Capitolo 9
La conversione di Saulo, fariseo e discepolo di Gamaliele, occupa un posto importante negli Atti. Per tre volte (9,3-19a; 22,6-16; 26,12-18) Luca racconta come quest’uomo è stato capovolto e costituito testimone della buona notizia della grazia di Dio. Il termine conversione non è evidentemente univoco: per un pagano si tratta del passaggio dall’idolatria al riconoscimento del Dio unico; per un giudeo (come per un cristiano) si tratta di un ritorno a Dio (= teshûbâh, dal verbo shûb = ritornare), del pentimento dopo il peccato e della decisione di collocarsi di nuovo nel rapporto di alleanza dell’amore personale di Dio. Questo racconto degli Atti delinea nello stesso tempo una vocazione e un ritorno.
La vocazione di Saulo
1 Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote 2 e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. 3 E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo 4 e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». 5 Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! 6 Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». 7 Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. 8 Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, 9 dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.
10 Ora c'era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: «Anania!». Rispose: «Eccomi, Signore!». 11 E il Signore a lui: «Su, va’ sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando, 12 e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista». 13 Rispose Anania: «Signore, riguardo a quest'uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. 14 Inoltre ha l'autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». 15 Ma il Signore disse: «Va’, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; 16 e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». 17 Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo». 18 E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato, 19 poi prese cibo e le forze gli ritornarono.

 

Luca ci ha già presentato Saulo: custodiva i mantelli di coloro che lapidavano Stefano (7,58) e approvava la sua lapidazione (8,1). Si era fatto conoscere per il suo zelo nello smantellare la Chiesa di Gerusalemme eseguendo perquisizioni e arresti contro i credenti. Lo troviamo in questo capitolo mentre si prepara a partire per Damasco, una città situata 242 chilometri a nord di Gerusalemme. La spedizione a Damasco ha lo scopo di rintracciare coloro che erano sfuggiti alle prime persecuzioni, quei cristiani che si diffondevano come una peste (24,5) al di fuori di Gerusalemme. Mentre Paolo stava avvicinandosi a Damasco vede una luce che scende dal cielo. Il persecutore si sente chiamare con il suo nome: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?". Saulo chiede: "Chi sei, Signore?". La risposta è chiara: "Io sono Gesù che tu perseguiti". Non si perseguita un morto. Gesù è vivo, e quando si respingono i suoi inviati, si respinge lui (cf. Lc 10,18). Egli è dunque presente in coloro che Saulo sta perseguitando. Gesù inoltre si presenta con l’indicativo Io sono, un’espressione caratteristica che rimanda a JHWH (Es 3,14).
Saulo viene rialzato da terra (egerthe); ha gli occhi aperti, ma non vede nulla. Questa situazione richiama l’indurimento d’Israele così come viene descritto nell’episodio della vocazione del profeta Isaia: "Guardando guarderete, e non vedrete" (Is 6,9). Non dobbiamo considerare questa cecità come un castigo di Dio, che punisce in tal modo la malvagità del persecutore, ma come la prima tappa dell’elezione e di una grazia in cammino. Saulo infatti non potrebbe accogliere la guarigione e il perdono di Dio se prima non gli fosse rivelato che è cieco e ribelle. Questa rivelazione è un dono gratuito e il punto di partenza della salvezza.
Saulo rimane per tre giorni senza vedere, senza mangiare e senza bere. Forse si tratta di un’allusione ai tre giorni del mistero di morte e di risurrezione di Gesù: ogni testimone di Cristo deve passare necessariamente attraverso questo mistero.
Nella città di Damasco c’era un discepolo di Gesù di nome Anania. Il nome Anania significa "JHWH fa grazia" (?ânan–Yah). La grazia di JHWH a favore del persecutore passa infatti attraverso il discepolo perseguitato. Nel contesto di una visione, a quest’uomo viene affidata la missione di andare a cercare Saulo; e Saulo, in una visione parallela, viene informato della venuta di Anania. Poco più avanti, nel capitolo 10, troveremo un racconto di fondamentale importanza in cui vengono descritte due visioni parallele: si tratta dell’incontro altrettanto importante tra Pietro e il pagano Cornelio. Anania è chiamato a dare prova di un certo coraggio: gli viene chiesto di affrontare il persecutore. Pietro sarà chiamato ad assumere un comportamento che è in contrasto con tradizioni secolari, poste a salvaguardia della fede d’Israele. La missione di Anania presso Saulo in preghiera consiste in primo luogo nel restituirgli la vista con l’imposizione delle mani.
L’uomo di Dio esprime la sua riluttanza, ricordando il passato di Saulo e le sue iniziative contro "i santi di Gerusalemme" che invocano il nome del Signore (vv. 13.14). L’obiezione è un elemento classico delle teofanie dell’invio in missione: Mosé (Es 3,13; 4,1) o Isaia (Is 6,4) sono riluttanti perché sanno di dovere affrontare un popolo ribelle; in parecchi altri casi vengono avanzati dei dubbi sulle capacità che si presumono richieste all’inviato (Gen 15,6; Es 4,10; Ger 1,6; cf. la reazione di Zaccaria e di Maria in Lc 1,18.34). Come risposta a Anania viene fornito il necessario chiarimento: "Costui è per me un oggetto di elezione". Il verbo al presente sottolinea l’iniziativa divina di questa scelta gratuita: lo è già, senza aver fatto nulla per meritarlo. Anzi, il fatto di essere stato scelto per rendere testimonianza, per sostenere il Nome (bastasai to onoma mou), appare come un carico da mettersi sulle spalle. Saulo condividerà la sofferenza di colui che, per primo, porta la luce al popolo ebraico e alle nazioni: il Cristo (26,23; cf. Lc 2,32).
Anania impone dunque le mani a Saulo e gli manifesta la sua elezione da parte del Signore che gli è apparso lungo la via: Gesù vuole aprirgli gli occhi e riempirlo di Spirito Santo per farne un servo testimone. Accogliendo la Parola di grazia che gli viene trasmessa da Anania, Saulo diventa capace di vedere. Con il battesimo accede alla grazia dei tempi nuovi ed entra a far parte della Chiesa. Gli cadono dagli occhi delle squame, come avvenne al vecchio Tobi (Tb 3,17; 11,12), la cui guarigione preannuncia la restaurazione di Gerusalemme e la salvezza delle nazioni (Tb 14,5-7). La cecità di Saulo non è la privazione fisica della vista, ma l’ostacolo interiore che gli impedisce di accedere alla vera conoscenza di Cristo.
Nel cibo preso da Saulo si può vedere un’allusione all’eucaristia. Il testo non contiene la parola, ma ne suggerisce il senso. Gli altri due brani degli Atti in cui si parla di cibo si inseriscono rispettivamente in un contesto di frazione del pane (2,46; cf. 20,7.11) e di azione di grazie (27,33.34.36).
Predicazione di Saulo a Damasco
Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, 20 e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio. 21 E tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: «Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti?». 22 Saulo frattanto si rinfrancava sempre più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo. 23 Trascorsero così parecchi giorni e i Giudei fecero un complotto per ucciderlo; 24 ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; 25 ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta.
Saulo diventa un segno di salvezza all’interno della comunità di Damasco. Lo sottolinea l’espressione "rimase (letteralmente: avvenne, egeneto) alcuni giorni con i discepoli". Subito dopo lo vediamo parlare nelle sinagoghe. I vv.19b-30 prefigurano il cammino futuro di Saulo: dapprima egli si rivolge ai fratelli giudei di lingua aramaica; poi, a Gerusalemme, si incontra con i giudei di lingua greca.
Le riflessioni degli ascoltatori di Saulo fanno eco al dubbio avanzato da Anania (cf. v. 21). Ma Saulo non si perde d’animo e acquista sempre più una forza interiore: il verbo usato da Luca indica la potenza che Dio mette in lui(endynamoun: cf. Ef 6,10; Fil 4,13; 1Tim 1,12; 2Tim 2,1; 4,17), come in Abramo, modello del credente (Rm 4,20). Invece di scoraggiarlo. L’opposizione incontrata tra i suoi fratelli gli fa prendere maggiormente coscienza della grazia che gli è stata fatta, perché soltanto questa ha potuto trasformarlo interiormente (cf. 1Cor 15,10).
Il racconto della testimonianza resa a Damasco si conclude con un complotto per far perire Saulo. A questo punto la conversione di Saulo diventa irreversibile: il persecutore è messo nel numero dei perseguitati, come Gesù. I fratelli cristiani lo fanno fuggire dalle mani dei suoi nemici giudei, che avevano fatto sorvegliare le porte della città. Paolo conferma questa notizia in 2Cor 11,32-33. Ciò dev’essere avvenuto prima della morte del re nabateo Areta, cioè prima del 39/40 d.C.
Visita di Saulo a Gerusalemme
26 Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo. 27 Allora Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto il Signore che gli aveva parlato, e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. 28 Così egli poté stare con loro e andava e veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore 29 e parlava e discuteva con gli Ebrei di lingua greca; ma questi tentarono di ucciderlo. 30 Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso.
Gli atti mostrano Saulo che cerca risolutamente di attaccarsi al gruppo dei discepoli riuniti intorno agli apostoli; ma i suoi tentativi risultano vani a causa del suo passato. Interviene allora Barnaba, il "figlio della consolazione" (4,36-37). Egli, "pieno di Spirito Santo e di fede" (11,24), riconosce la grazia che Saulo sta vivendo. Lo conduce quindi dagli apostoli, facendosi garante dell’esperienza che Saulo ha fatto sulla via di Damasco e della trasformazione che quella esperienza ha operato nella sua vita. Stando con loro, impara a riconoscere lo Spirito che li pervade con la sua potenza e si mette a parlare dello Spirito Santo ricevuto a Damasco con la stessa franchezza di cui gli apostoli avevano dato prova a Gerusalemme. Saulo manterrà questo atteggiamento fino alla fine della sua vita.
Che cos’è precisamente questa franchezza (in greco: parrhesia, da pan-rhesis = dire tutto)? E’ sicuramente molto di più della semplice libertà di parola di cui si vantavano gli ateniesi. Nel testo degli Atti questa franchezza nel proferire la Parola, questa libertà di comunicare la Parola è riconosciuta solo agli apostoli (2,29; 4,13.29.31), a Paolo (9,27-28; 13,46; ecc.), a Barnaba (13,46; 14,3) e ad Apollo (18,26). Si tratta di una liberazione interiore che permette di annunciare la Parola, nel nome del Signore Gesù, senza mescolarvi nient’altro, senza aggiungere né togliere nulla: la Parola nuda, in tutta la sua forza, radicata nel passato d’Israele e nello stesso tempo capace di raggiungere l’oggi di ogni uomo, in qualsiasi luogo, con la potenza dello Spirito Santo. Sotto il segno di questa franchezza, non sono più Pietro o Paolo, Barnaba o Apollo a parlare: è il Signore che si esprime con potenza. Non si tratta di una parola umana, ma della Parola di Dio che è alleanza con l’uomo e lo fa vivere per sempre. Saulo riceve questa libertà: è la grazia della sua vocazione che l’accompagna in tutto il suo cammino, come egli scrive nelle sue lettere (cf. 2Cor 3,12; Ef 3,12; 6,19-20; 1Ts 2,2).
A Gerusalemme Saulo frequenta gli ellenisti, essendo anch’egli di lingua greca. Le appassionate discussioni rabbiniche con le stesse persone che avevano ucciso Stefano lo conducono presto allo scontro frontale. I giudei ellenisti riconoscono in lui un altro Stefano e cercano più volte di farlo morire. Allora i fratelli cristiani lo fanno fuggire a Cesarea e lo rimandano a Tarso, la sua città natale, dove egli rimane disponibile per la missione (cf. 11,25). Secondo la sua Lettera ai Galati lavorerà come missionario in Siria e Cilicia, forse per una decina di anni (cf. Gal 1,21; 2,1), prima di salire di nuovo a Gerusalemme.
Periodo di tranquillità
31 La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria; essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo.
L’episodio si chiude con un ritornello della crescita. La Chiesa va: la fecondità della Parola si diffonde in tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria. L’iniziativa è dello Spirito Santo che diffonde la sua opera di consolazione (paraklesis). La pace che la comunità riceve dal suo Signore non è l’assenza di persecuzioni, ma è la grazia di vivere insieme nella comunità. Difatti, soltanto due versetti più sopra si diceva che gli ellenisti complottavano per far morire Saulo. La pace che viene evocata qui è quella che la nascita di Gesù ha portato sulla terra come una riconciliazione (Lc 2,14) e quella che Gesù dona a coloro che non rifiutano le sue condizioni di pace (cf. Lc 19,42).
In risposta alla Parola di Dio annunciata con potenza, la Chiesa va avanti nel timore, cioè con la fede rinnovata nel Dio d’Israele, con una memoria più viva dei benefici dell’alleanza e con una visione più chiara degli avvenimenti di salvezza. E si moltiplica – segno della benedizione di Dio (At 6,2; 12,24) – secondo il comandamento delle origini: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela" (Gen 1,28). Lo Spirito Santo, che ha sempre preceduto i testimoni, preparando la strada ai messaggeri della Parola di grazia e spingendosi sempre più lontano, sta preparando una nuova tappa: apre la porta della salvezza ai popoli di tutto il mondo (At 10).
Pietro guarisce un paralitico a Lidda
32 E avvenne che mentre Pietro andava a far visita a tutti, si recò anche dai fedeli che dimoravano a Lidda. 33 Qui trovò un uomo di nome Enea, che da otto anni giaceva su un lettuccio ed era paralitico. 34 Pietro gli disse: «Enea, Gesù Cristo ti guarisce; alzati e rifatti il letto». E subito si alzò. 35 Lo videro tutti gli abitanti di Lidda e del Saròn e si convertirono al Signore.
Pietro risuscita una donna a Giaffa
36 A Giaffa c'era una discepola chiamata Tabità, nome che significa «Gazzella», la quale abbondava in opere buone e faceva molte elemosine. 37 Proprio in quei giorni si ammalò e morì. La lavarono e la deposero in una stanza al piano superiore. 38 E poiché Lidda era vicina a Giaffa i discepoli, udito che Pietro si trovava là, mandarono due uomini ad invitarlo: «Vieni subito da noi!». 39 E Pietro subito andò con loro. Appena arrivato lo condussero al piano superiore e gli si fecero incontro tutte le vedove in pianto che gli mostravano le tuniche e i mantelli che Gazzella confezionava quando era fra loro. 40 Pietro fece uscire tutti e si inginocchiò a pregare; poi rivolto alla salma disse: «Tabità, alzati!». Ed essa aprì gli occhi, vide Pietro e si mise a sedere. 41 Egli le diede la mano e la fece alzare, poi chiamò i credenti e le vedove, e la presentò loro viva.
42 La cosa si riseppe in tutta Giaffa, e molti credettero nel Signore. 43 Pietro rimase a Giaffa parecchi giorni, presso un certo Simone conciatore.
Pietro viene presentato qui come il continuatore dell’opera di Gesù, che porta bene e salvezza. E’ infatti l’azione di Gesù Messia (v. 34) a guarire il paralitico immobilizzato sul suo giaciglio e a risuscitare Tabità. In entrambi gli episodi troviamo il verbo della risurrezione alzati (vv. 34.40). Come Gesù aveva preso per mano la figlia di Giàiro per restituirla viva ai suoi genitori (Lc 8,54), così Pietro, dopo aver pregato in ginocchio, prende la mano della donna morta per presentarla viva ai suoi amici. Con questi gesti e con queste parole Pietro manifesta la potenza del Risorto che agisce in lui. I due racconti si concludono con il riconoscimento dell’opera di Dio da parte dei testimoni dell’accaduto (vv. 35.42). E molti degli abitanti di Lidda, della pianura del Saròn e di Giaffa credettero nel Signore.

Capitolo 10
Come aveva già fatto a proposito di Saulo e di Anania, Luca riprende il procedimento delle due visioni parallele. Cornelio ha una visione che riguarda Pietro, e Pietro ha una visione che riguarda Cornelio. Mentre tutti e due sono in preghiera (vv. 4.9), Cornelio riceve da un angelo l’ordine di mandare a chiamare Pietro, mentre lo Spirito Santo comanda a Pietro di mettersi in viaggio con alcuni pagani (v. 20). Solo Pietro può vedere il cielo spalancato (v. 11; cf. 7,56), segno di una rinnovata manifestazione della grazia e dello Spirito Santo (cf. Lc 3,21-22). E soltanto Pietro ode la vice dal cielo che gli dice: "Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano" (v. 15).
Pietro si reca da un centurione romano
1 C'era in Cesarèa un uomo di nome Cornelio, centurione della coorte Italica, 2 uomo pio e timorato di Dio con tutta la sua famiglia; faceva molte elemosine al popolo e pregava sempre Dio. 3 Un giorno verso le tre del pomeriggio vide chiaramente in visione un angelo di Dio venirgli incontro e chiamarlo: «Cornelio!». 4 Egli lo guardò e preso da timore disse: «Che c'è, Signore?». Gli rispose: «Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite, in tua memoria, innanzi a Dio. 5 E ora manda degli uomini a Giaffa e fa’ venire un certo Simone detto anche Pietro. 6 Egli è ospite presso un tal Simone conciatore, la cui casa è sulla riva del mare». 7 Quando l'angelo che gli parlava se ne fu andato, Cornelio chiamò due dei suoi servitori e un pio soldato fra i suoi attendenti e, 8 spiegata loro ogni cosa, li mandò a Giaffa.
Il centurione Cornelio viene indicato come un timorato di Dio. Questa espressione indica il pagano che in qualche modo riconosce il Dio unico che si è rivelato a Israele. I giudei continuano a considerarlo pagano finché non accetta la circoncisione: a quel punto diventa un proselito (cf. At 2,11; 6,5; 13,43). Quest’uomo manifesta la sua fede con le elemosine che elargisce al popolo d’Israele e con la preghiera che rivolge a Dio con assiduità. Questo è segno che lo Spirito Santo l’ha messo interiormente in sintonia con la rivelazione fatta a Israele.
Quest’uomo viene gratificato di una visione verso l’ora nona (le tre del pomeriggio). E’ l’ora dell’offerta del sacrificio e della preghiera del pomeriggio (cf. At 3,1). E’ anche l’ora in cui è morto Gesù e in cui il centurione responsabile dell’esecuzione della sua condanna a morte ha proclamato: "Veramente quest’uomo era giusto" (Lc 23,44-47). Nella sua visione Cornelio vede un angelo di Dio entrare da lui, come al momento dell’annunciazione un angelo era entrato dalla vergine Maria (Lc 1,28). Tramite l’angelo, il centurione viene messo alla presenza del Risorto, come lascia intendere la sua domanda: "Che c’è, Signore?". Cornelio parla come Saulo sulla via di Damasco (At 9,5). Gli viene confermato che le sue preghiere e le sue elemosine lo preparavano a questo incontro. Gli viene comandato di mandare a cercare Pietro che è il portavoce dell’annuncio pasquale.
9 Il giorno dopo, mentre essi erano per via e si avvicinavano alla città, Pietro salì verso mezzogiorno sulla terrazza a pregare. 10 Gli venne fame e voleva prendere cibo. Ma mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi. 11 Vide il cielo aperto e un oggetto che discendeva come una tovaglia grande, calata a terra per i quattro capi. 12 In essa c'era ogni sorta di quadrupedi e rettili della terra e uccelli del cielo. 13 Allora risuonò una voce che gli diceva: «Alzati, Pietro, uccidi e mangia!». 14 Ma Pietro rispose: «No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo». 15 E la voce di nuovo a lui: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano». 16 Questo accadde per tre volte; poi d'un tratto quell'oggetto fu risollevato al cielo.
All’ora sesta, l’ora in cui il Gesù crocifisso aveva promesso il paradiso al malfattore (cf. Lc 23,44), Pietro sale sulla terrazza per la preghiera di mezzogiorno. Un’estasi scende su di lui come era scesa su Adamo prima della creazione della donna e dell’instaurazione della prima alleanza (Gen 2,21) e su Abramo quando Dio aveva concluso con lui l’alleanza che aveva suggellato la sua promessa di universalità (Gen 15,12).
Anche l’estasi di Pietro sfocia in una missione universale. La Parola di Dio esorta l’apostolo a non esitare (v. 20) a compiere gesti che gli sembrano illeciti (v. 28); quegli animali, infatti, non possono essere mangiati, secondo il divieto alimentare del Levitico 11: per immolare e mangiare bisogna distinguere accuratamente gli animali puri e impuri.
Le leggi alimentari hanno lo scopo di sottolineare la separazione di Israele dalle nazioni, per salvaguardare la particolarità del popolo eletto e garantire così la sua missione di testimone nel cuore dell’umanità. Si capisce allora la reazione di Pietro, che si rifiuta di mangiare ciò che è impuro, come Ezechiele aveva opposto resistenza all’invito di Dio che gli chiedeva di "mangiare un cibo impuro in mezzo alle nazioni" (Ez 4,13-14). Questo atteggiamento richiama quello del vecchio Eleazaro che si rifiuta di mangiare carne suina (2Mac 6,18-31).
La grazia messianica oltrepassa i confini della separazione di Israele. La condivisione della salvezza ricevuta da Israele con i figli delle nazioni è offerta gratuitamente ad ogni uomo dal Messia di Israele. Il dono più grande, che è lo Spirito Santo, sarà il primo ad essere condiviso: da qui troverà significato ogni altra condivisione meno importante di questa. Quando Pietro vedrà lo Spirito Santo discendere su Cornelio e i suoi, capirà di doverli battezzare, cioè di doverli introdurre nell’assemblea di Dio, rendendoli pienamente partecipi della grazia della salvezza.
17 Mentre Pietro si domandava perplesso tra sé e sé che cosa significasse ciò che aveva visto, gli uomini inviati da Cornelio, dopo aver domandato della casa di Simone, si fermarono all'ingresso. 18 Chiamarono e chiesero se Simone, detto anche Pietro, alloggiava colà. 19 Pietro stava ancora ripensando alla visione, quando lo Spirito gli disse: «Ecco, tre uomini ti cercano; 20 alzati, scendi e va’ con loro senza esitazione, perché io li ho mandati». 21 Pietro scese incontro agli uomini e disse: «Eccomi, sono io quello che cercate. Qual è il motivo per cui siete venuti?». 22 Risposero: «Il centurione Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio, stimato da tutto il popolo dei Giudei, è stato avvertito da un angelo santo di invitarti nella sua casa, per ascoltare ciò che hai da dirgli». 23 Pietro allora li fece entrare e li ospitò.
Il giorno seguente si mise in viaggio con loro e alcuni fratelli di Giaffa lo accompagnarono. 24 Il giorno dopo arrivò a Cesarèa. Cornelio stava ad aspettarli ed aveva invitato i congiunti e gli amici intimi. 25 Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo. 26 Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Alzati: anch'io sono un uomo!». 27 Poi, continuando a conversare con lui, entrò e trovate riunite molte persone disse loro: 28 «Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo. 29 Per questo sono venuto senza esitare quando mi avete mandato a chiamare. Vorrei dunque chiedere: per quale ragione mi avete fatto venire?». 30 Cornelio allora rispose: «Quattro giorni or sono, verso quest'ora, stavo recitando la preghiera delle tre del pomeriggio nella mia casa, quando mi si presentò un uomo in splendida veste 31 e mi disse: Cornelio, sono state esaudite le tue preghiere e ricordate le tue elemosine davanti a Dio. 32 Manda dunque a Giaffa e fà venire Simone chiamato anche Pietro; egli è ospite nella casa di Simone il conciatore, vicino al mare. 33 Subito ho mandato a cercarti e tu hai fatto bene a venire. Ora dunque tutti noi, al cospetto di Dio, siamo qui riuniti per ascoltare tutto ciò che dal Signore ti è stato ordinato».
Pietro rimane perplesso circa la visione che aveva avuto per tre volte. Ha capito che Dio può purificare ciò che fino a quel momento considerava impuro, cioè estraneo a Israele. Ma non sa ancora come dovrà applicare questo principio. L’incontro con gli inviati dal centurione lo illuminerà, mediante l’intervento dello Spirito Santo (cf. 8,29;11,12), che nello stesso tempo ha inviato a lui quegli uomini. L’avvenimento è opera dell’iniziativa divina. Gli inviati presentano il loro padrone come un uomo giusto e timorato di Dio (cf. 10,2), molto stimato dai giudei, come il centurione del Vangelo (Lc 7,5). La loro venuta è motivata dalla visione di Cornelio, della quale informano Pietro.
Rivolto alle persone radunate nella casa di Cornelio, Pietro spiega la sua venuta. Riaffermando la separazione che l’israelita deve osservare nei confronti dei pagani, l’apostolo sottolinea che Dio solo ha potuto indurlo a infrangere questa prescrizione di purità che aveva imposto al suo popolo: "Dio mi mostrò che non devo considerare nessun uomo come profano o impuro" (v.28).
Nei vv. 30-32 Cornelio racconta la propria visione, mentre Pietro ha fatto soltanto una breve allusione alla sua, traendone subito le conclusioni. Il racconto della duplice visione verrà ripreso per la terza volta nel capitolo 11,9-10.13-14. La triplice ripetizione del racconto di un avvenimento significa che questo è opera di Dio ed è un avvenimento di salvezza.
Discorso di Pietro presso Cornelio
34 Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, 35 ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. 36 Questa è la parola che egli ha inviato ai figli d'Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti. 37 Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; 38 cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. 39 E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, 40 ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, 41 non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. 42 E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. 43 Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome».
Il battesimo dei primi pagani
44 Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. 45 E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo; 46 li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio. 47 Allora Pietro disse: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l'acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?». 48 E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Dopo tutto questo lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.
Cornelio non può ancora basarsi sulla Scrittura per comprendere Gesù. Sente Pietro che parla di un personaggio più potente del suo imperatore, che pure ha diritto assoluto di vita e di morte sui suoi sudditi. Il compito di Pietro e degli apostoli è quello di testimoniare che in tutte le azioni dell’uomo Gesù di Nazaret "Dio era con lui" (v. 38). Pietro esprime questa presenza attiva di Dio come azione dello Spirito Santo. Gesù aveva in sé la potenza dello Spirito di Dio e questa potenza si manifestava in guarigioni e liberazioni dal potere di satana.
Passando agli avvenimenti pasquali, l’apostolo evita di soffermarsi, di fronte a un uditorio pagano, sulle responsabilità dei giudei. Racconta brevemente la morte di Gesù, ma lo fa per mettere subito l’accento sull’azione di Dio che continua a intervenire a suo favore: "Dio l’ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione. E ci ha ordinato di annunziare al popolo di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio" (vv. 40-42). Gesù è colui che è stato fissato da Dio come giudice dei viventi e dei morti. In tal modo Cornelio può capire che si tratta di un potere supremo, che abbraccia la totalità dello spazio e del tempo. L’imperatore è il giudice dei vivi, ma i morti gli sfuggono. Il suo potere si rivela molto debole: ha solo il potere di lasciar vivere o di far morire, ma non è capace di suscitare e di risuscitare la vita. Il potere dell’imperatore, dunque, è subordinato a quello di Gesù che dà la vita. Cornelio può dunque arrivare a capire che il giudizio esercitato da Gesù è un giudizio di vita. Ogni uomo è giudicato davanti a lui solo in vista di un perdono e di una riconciliazione. Ciascuno quindi può scoprirsi graziato. Deve soltanto aderire, per mezzo della fede, alla grazia che gli è offerta, per essere puro e ricevere il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo. Con questo, Pietro ha detto tutto quello che Cornelio aveva bisogno di ascoltare.
Ma chi confermerà la testimonianza dell’apostolo? Su che cosa basarsi di fronte a interlocutori che non hanno vissuto una storia di rapporti con il Dio d’Israele e non conoscono la sua Parola e il suo modo di operare? E’ a questo punto che lo Spirito Santo discende su Cornelio e i suoi, sia per convalidare la parola di Pietro di fronte ai pagani che l’ascoltano, sia per manifestare che la fede ha purificato il cuore di Cornelio e della sua famiglia, con grande stupore di Pietro e dei fratelli che l’accompagnano.
Pietro dichiara di riconoscere in quelli uomini lo Spirito della Pentecoste, lo Spirito del Risorto. E perché tutto sia compiuto, li fa battezzare nel Nome del Signore Gesù Cristo. Facendo questo, Pietro li rende partecipi dei beni della salvezza e li introduce nella comunità dei discepoli di Gesù, alla pari degli ebrei

Capitolo 11
A Gerusalemme, Pietro giustifica la sua condotta
1 Gli apostoli e i fratelli che stavano nella Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. 2 E quando Pietro salì a Gerusalemme, i circoncisi lo rimproveravano dicendo: 3 «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!».
4 Allora Pietro raccontò per ordine come erano andate le cose, dicendo: 5 «Io mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e vidi in estasi una visione: un oggetto, simile a una grande tovaglia, scendeva come calato dal cielo per i quattro capi e giunse fino a me. 6 Fissandolo con attenzione, vidi in esso quadrupedi, fiere e rettili della terra e uccelli del cielo. 7 E sentii una voce che mi diceva: Pietro, alzati, uccidi e mangia! 8 Risposi: Non sia mai, Signore, poiché nulla di profano e di immondo è entrato mai nella mia bocca. 9 Ribatté nuovamente la voce dal cielo: Quello che Dio ha purificato, tu non considerarlo profano. 10 Questo avvenne per tre volte e poi tutto fu risollevato di nuovo nel cielo. 11 Ed ecco, in quell'istante, tre uomini giunsero alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. 12 Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell'uomo. 13 Egli ci raccontò che aveva visto un angelo presentarsi in casa sua e dirgli: Manda a Giaffa e fa’ venire Simone detto anche Pietro; 14 egli ti dirà parole per mezzo delle quali sarai salvato tu e tutta la tua famiglia. 15 Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo scese su di loro, come in principio era sceso su di noi. 16 Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo. 17 Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?».
18 All'udir questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!».
A Gerusalemme arriva la notizia che "anche i pagani hanno ricevuto la Parola di Dio". La notizia fa molto scalpore, perché pone il problema delle osservanze tradizionali degli ebrei. All’arrivo di Pietro a Gerusalemme "quelli dalla circoncisione" lo interrogano: non è forse venuto meno all’alleanza entrando nella casa di uomini non circoncisi e mangiando con loro? Gli chiedono dunque di fornire spiegazioni, non sul battesimo concesso ai pagani, ma sull’aver mangiato con loro.
Pietro presenta una rilettura degli avvenimenti così come Dio li aveva diretti tramite le due visioni (vv. 5.13), lo Spirito Santo (v. 12) e l’angelo (v. 13). Guidato in tal modo da Dio, egli si è trovato con sei fratelli (v. 12) in una casa pagana per rivolgere a Cornelio e ai suoi la Parola che porta alla salvezza. Dopo aver narrato la sua visione e la sua reazione, che mette in evidenza la sua fedeltà alle leggi della purità destinate a difendere l’elezione particolare e la missione universale d’Israele, Pietro fa capire che la visita dei tre uomini inviati dal centurione gli ha fornito la chiave per comprendere ciò che per lui era un enigma. Racconta quindi l’ultimo intervento di Dio, la "Pentecoste dei popoli pagani". Pietro lo ricorda: "Lo Spirito Santo cadde su di loro come anche su di noi all’inizio" (v. 15; cf. 2,4).
Gli altri apostoli e la comunità cristiana concordano con Pietro e con il suo operato e glorificano Dio dicendo: "Dio ha concesso anche ai pagani che si convertano perché abbiano la vita" (v. 18).
Fondazione della chiesa di Antiochia
19 Intanto quelli che erano stati dispersi dopo la persecuzione scoppiata al tempo di Stefano, erano arrivati fin nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia e non predicavano la parola a nessuno fuorché ai Giudei. 20 Ma alcuni fra loro, cittadini di Cipro e di Cirène, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai Greci, predicando la buona novella del Signore Gesù. 21 E la mano del Signore era con loro e così un gran numero credette e si convertì al Signore. 22 La notizia giunse agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme, la quale mandò Barnaba ad Antiochia.
23 Quando questi giunse e vide la grazia del Signore, si rallegrò e, 24 da uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore. E una folla considerevole fu condotta al Signore. 25 Barnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo e trovatolo lo condusse ad Antiochia. 26 Rimasero insieme un anno intero in quella comunità e istruirono molta gente; ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati Cristiani.
Un certo numero di cristiani giudei, partiti da Gerusalemme al momento della persecuzione, si rifugiarono presso altri giudei nella grande città di Antiochia e annunciarono loro ciò che era avvenuto a Gerusalemme. In seguito arrivarono ad Antiochia cristiani della cultura greca, più abituati a trattare con la gente non ebrea. Questi non tardarono ad annunciare "anche ai greci" la buona notizia del Signore Gesù.
Giunta la notizia a Gerusalemme, gli apostoli decidono di mandare ad Antiochia il cipriota Barnaba. Il giudizio di Barnaba sulla situazione trovata ad Antiochia fu molto positivo: "vide la grazia di Dio e si rallegrò" (v. 23). Da uomo virtuoso qual era, egli porta ad Antiochia una parola di conforto ed esorta i fratelli a rimanere vicini al Signore.
Il successo dell’annuncio della buona notizia del Signore Gesù ispira a Barnaba di andare a Tarso a cercare Saulo e lo invita a diventare suo collaboratore. La loro attività apostolica ad Antiochia dura un anno intero.
"Ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati cristiani". Fino a questo momento, coloro che aderivano a Cristo erano stati chiamati in modi diversi: fratelli, credenti, santi, discepoli, nazorei… Ora ricevono questo nome nuovo, che fa presupporre che il loro gruppo è percepito dall’esterno come una realtà particolare. Infatti le promesse fatte ad Abramo: "Dio gli promise con giuramento di benedire i popoli nella sua discendenza" (Sir 44,21; cf. Gen 12,3; 17,4; 22,18), vengono condivise con i greci e così prende forma una comunione di vita tra credenti giudei e greci. Ciò vuol dire che ai giudei credenti in Cristo dell’assemblea di Gerusalemme, quando rimanevano tra loro nella loro terra, mancava ancora una dimensione essenziale dei tempi messianici. Dio vuole che anche i pagani abbiano accesso alla medesima grazia della salvezza. Bisognerà dunque vivere insieme questa grazia e trovare le vie per realizzare questa convivialità messianica, questa koinonia universale, rispettando però la particolarità di ciascuno. Bisogna che il giudeo possa vivere da giudeo e che il greco rimanga pienamente greco. Andremmo contro la volontà di Dio se volessimo confondere ciò che Dio ha distinto, rinnegando in tal modo la diversità dei percorsi storici di ciascuno.
In questi pochi versetti assistiamo al sorgere di un’esperienza tanto nuova da dover essere definita con un nome nuovo. La novità è tale da far scoprire, solo in questo momento, la pienezza cristiana. L’appellativo "cristiani" compare nel momento in cui comincia a svilupparsi un modo di vivere nuovo, perché veramente universale. La comunione di vita che si realizza tra discepoli giudei e greci del Signore Gesù conferisce una dimensione nuova alla grazia messianica, ancora più visibile ad Antiochia che a Gerusalemme.
Barnaba e Saulo a Gerusalemme
27 In questo tempo alcuni profeti scesero ad Antiochia da Gerusalemme. 28 E uno di loro, di nome Agabo, alzatosi in piedi, annunziò per impulso dello Spirito che sarebbe scoppiata una grave carestia su tutta la terra. Ciò che di fatto avvenne sotto l'impero di Claudio. 29 Allora i discepoli si accordarono, ciascuno secondo quello che possedeva, di mandare un soccorso ai fratelli abitanti nella Giudea; 30 questo fecero, indirizzandolo agli anziani, per mezzo di Barnaba e Saulo.
Il racconto della fondazione della Chiesa di Antiochia si conclude con una notizia breve ma molto importante: i cristiani di Antiochia mandano un aiuto alimentare ai fratelli di Gerusalemme minacciati dalla carestia. Attraverso questo aiuto si assiste a una sorta di ritorno della grazia verso la Giudea, da dove erano venuti i messaggeri della Parola. Ciò, nello stesso tempo, permette all’autore di ricondurre l’attenzione del lettore alla comunità-madre di Gerusalemme, dove si svolgono avvenimenti di fondamentale importanza, che vengono narrati nel capitolo che segue.

Capitolo 12
Arresto di Pietro e sua liberazione miracolosa
1 In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa 2 e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. 3 Vedendo che questo era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Azzimi. 4 Fattolo catturare, lo gettò in prigione, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua. 5 Pietro dunque era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui. 6 E in quella notte, quando poi Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro piantonato da due soldati e legato con due catene stava dormendo, mentre davanti alla porta le sentinelle custodivano il carcere. 7 Ed ecco gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Alzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. 8 E l'angelo a lui: «Mettiti la cintura e legati i sandali». E così fece. L'angelo disse: «Avvolgiti il mantello, e seguimi!». 9 Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si era ancora accorto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell'angelo: credeva infatti di avere una visione.
10 Essi oltrepassarono la prima guardia e la seconda e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città: la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l'angelo si dileguò da lui. 11 Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora sono veramente certo che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che si attendeva il popolo dei Giudei». 12 Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera. 13 Appena ebbe bussato alla porta esterna, una fanciulla di nome Rode si avvicinò per sentire chi era. 14 Riconosciuta la voce di Pietro, per la gioia non aprì la porta, ma corse ad annunziare che fuori c'era Pietro. 15 «Tu vaneggi!» le dissero. Ma essa insisteva che la cosa stava così. E quelli dicevano: «E' l'angelo di Pietro». 16 Questi intanto continuava a bussare e quando aprirono la porta e lo videro, rimasero stupefatti. 17 Egli allora, fatto segno con la mano di tacere, narrò come il Signore lo aveva tratto fuori del carcere, e aggiunse: «Riferite questo a Giacomo e ai fratelli». Poi uscì e s'incamminò verso un altro luogo.
18 Fattosi giorno, c'era non poco scompiglio tra i soldati: che cosa mai era accaduto di Pietro? 19 Erode lo fece cercare accuratamente, ma non essendo riuscito a trovarlo, fece processare i soldati e ordinò che fossero messi a morte; poi scese dalla Giudea e soggiornò a Cesarèa.
La morte del persecutore
20 Egli era infuriato contro i cittadini di Tiro e Sidone. Questi però si presentarono a lui di comune accordo e, dopo aver tratto alla loro causa Blasto, ciambellano del re, chiedevano pace, perché il loro paese riceveva i viveri dal paese del re. 21 Nel giorno fissato Erode, vestito del manto regale e seduto sul podio, tenne loro un discorso. 22 Il popolo acclamava: «Parola di un dio e non di un uomo!». 23 Ma improvvisamente un angelo del Signore lo colpì, perché non aveva dato gloria a Dio; e roso, dai vermi, spirò.
A Gerusalemme si è venuta a creare una situazione politica senza precedenti. Dopo quarant’anni di vacanza del trono, Roma ha nominato un nuovo re: Erode Agrippa I , nipote di Erode il Grande e figlio di Aristobulo, assassinato da suo fratello Erode Antipa. Agrippa era amico di Caligola, il quale, divenuto imperatore nel 37, lo fece passare dalla condizione di prigioniero a quella di re: "Caio Caligola gli mise il diadema sul capo e lo nominò re della tetrarchia di Filippo, facendogli dono di quella di Lisania; in cambio della sua catena di ferro, gliene diede una d’oro di uguale peso" (Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche XVIII,237). Il suo regno a Gerusalemme fu però di breve durata: morì a Cesarea tre anni dopo, nel 44. Aveva 54 anni.
Per ottenere il favore dei giudei, Erode Antipa cominciò a perseguitare la Chiesa, facendo uccidere Giacomo, figlio di Zebedeo e fratello dell’apostolo Giovanni. Questo Giacomo non va confuso con Giacomo di Gerusalemme, parente prossimo di Gesù, di cui si parlerà in seguito nel libro degli Atti (12,17; 15,13; 21,18).
Volendo dare un colpo decisivo alla comunità dei nazorei, Agrippa I se la prende con colui che rappresenta tra loro l’autorità: Simone Pietro. Il suo arresto viene eseguito, come quello di Gesù (Lc 22,7), il "giorno degli azzimi" (v. 3), cioè la vigilia della Pasqua. Pietro sarà dunque liberato dalle sue catene nel corso della notte pasquale. E come gli ebrei avevano vissuto "in quella notte" (Es 12,8.12) il loro esodo dall’Egitto verso la libertà del servizio di Dio mangiando in fretta l’agnello immolato, con i fianchi cinti, i sandali ai piedi e il bastone in mano (Es 12,11), così l’angelo del Signore "quella notte" (v. 6) sveglia Pietro nella sua prigione e gli comanda di cingersi i fianchi, di calzare i sandali e di indossare il mantello (v. 8) per vivere una nuova liberazione in vista di un nuovo servizio. In quello stesso momento la comunità dei credenti di Gerusalemme era raccolta in preghiera (vv. 5.12), rievocando la Pasqua ebraica e la risurrezione del Signore Gesù.
Facendo fallire i progetti di Agrippa , il Signore manda il suo angelo a liberare Pietro dalla prigione, come aveva fatto con i Dodici (5,18-21). Quella volta gli apostoli erano stati inviati ad annunciare al popolo nel Tempio la Parola di vita. Adesso l’angelo conduce Pietro non più al Tempio, ma per la strada. Dio lo mette in cammino, come aveva incamminato gli ebrei verso il Sinai. Il luogo dell’insegnamento, infatti, non è più il tempio di pietra, ma sono le strade del mondo e le vie delle città dove i testimoni annunciano la Parola.
Pietro va a bussare alla casa di Maria, madre di Giovanni Marco, dove i credenti erano riuniti per la preghiera e per la celebrazione della Pasqua. Quando finalmente qualcuno va ad aprire la porta, le persone radunate per l’assemblea liturgica non riescono a credere ai loro occhi. Chiesto il silenzio, Pietro racconta loro la sua liberazione dal carcere e chiede che si dia notizia dell’accaduto a Giacomo, l’anziano che è responsabile della comunità di Gerusalemme, e agli altri fratelli, e subito riprende il viaggio verso "un altro luogo" (v. 17).
Il brano prosegue narrando la morte del persecutore. Luca narra la morte di Erode Agrippa I, avvenuta a Cesarea proprio quando egli aveva appena risolto il conflitto con la gente di Tiro e di Sidone. Egli si era recato a Cesarea per celebrare i giochi quinquennali istituiti da Erode il Grande in onore di Augusto. Per l’occasione era comparso davanti al popolo con una veste intessuta d’argento che scintillava al sole. I suoi adulatori gli rendevano omaggio, acclamandolo come un dio: "Possa tu esserci propizio! Se finora ti abbiamo temuto come un uomo, oggi proclamiamo che tu sei, per natura, superiore ai mortali" (Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche XIX,343-352). Ma Agrippa fu colpito da un improvviso malore e morì qualche giorno dopo, per una peritonite o per un’occlusione intestinale. Erode Agrippa I su cui il popolo d’Israele aveva riversato la sua attesa messianica, acclamandolo come un dio, è soltanto un cadavere roso dai vermi.
Barnaba e Saulo ritornano ad Antiochia
24 Intanto la parola di Dio cresceva e si diffondeva. 25 Barnaba e Saulo poi, compiuta la loro missione, tornarono da Gerusalemme prendendo con loro Giovanni, detto anche Marco.
Ritroviamo il ritornello della crescita: "Intanto la parola di Dio cresceva e si disseminava". Abbiamo visto nella prima parte degli Atti (6,7) che questo ritornello esprime la convinzione dell’autore. La diffusione di questa buona notizia che è Gesù, è la risposta al desiderio di Dio Creatore (cf. Gen 1,22.28: Siate fecondi e moltiplicatevi) e Signore della storia (cf. Gen 47,27: Gli israeliti… furono fecondi e divennero molto numerosi).
Il v. 25 segnala l’arrivo ad Antiochia di Barnaba e Saulo, che ritornano dopo aver compiuto il loro servizio. I due conducono con sé Giovanni Marco, forse l’evangelista Marco, figlio di Maria, che ospitava in casa sua la comunità dei credenti di Gerusalemme (v. 12).

Capitolo 13
III. LA MISSIONE DI BARNABA E DI PAOLO IL CONCILIO DI GERUSALEMME
L'invio in missione
1 C'erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d'infanzia di Erode tetrarca, e Saulo. 2 Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Barnaba e Saulo per l'opera alla quale li ho chiamati». 3 Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono.
A Cipro, il mago Elimas
4 Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, discesero a Selèucia e di qui salparono verso Cipro. 5 Giunti a Salamina cominciarono ad annunziare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei, avendo con loro anche Giovanni come aiutante. 6 Attraversata tutta l'isola fino a Pafo, vi trovarono un tale, mago e falso profeta giudeo, di nome Bar-Iesus, 7 al seguito del proconsole Sergio Paolo, persona di senno, che aveva fatto chiamare a sé Barnaba e Saulo e desiderava ascoltare la parola di Dio. 8 Ma Elimas, il mago, - ciò infatti significa il suo nome - faceva loro opposizione cercando di distogliere il proconsole dalla fede. 9 Allora Saulo, detto anche Paolo, pieno di Spirito Santo, fissò gli occhi su di lui e disse: 10 «O uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia, quando cesserai di sconvolgere le vie diritte del Signore? 11 Ecco la mano del Signore è sopra di te: sarai cieco e per un certo tempo non vedrai il sole». Di colpo piombò su di lui oscurità e tenebra, e brancolando cercava chi lo guidasse per mano. 12 Quando vide l'accaduto, il proconsole credette, colpito dalla dottrina del Signore.
Arrivo ad Antiochia di Pisidia
13 Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge di Panfilia. Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. 14 Essi invece proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiochia di Pisidia ed entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, si sedettero. 15 Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagoga mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!».
Nella lista che Luca ci presenta, Barnaba è nominato per primo e Saulo per ultimo: l’attenzione viene subito posta su questi due. La scelta fatta dallo Spirito Santo durante la celebrazione del culto e mentre digiunavano, conferma la loro chiamata alla missione. I due inviati sono affidati alla grazia di Dio, sostenuti dalla comunità e dai suoi responsabili, come confermerà il v. 26 del capitolo 14: "di qui fecero vela per Antiochia, là dove erano stati affidati alla grazia del Signore per l’impresa che avevano compiuto".
L’episodio del mago Bar-Iesus o Elimas non ci presenta un Paolo sadico. La prova della cecità è una grazia: svela all’uomo la cecità del suo cuore e durerà fino a quando l’uomo non sarà passato attraverso il mistero di morte e di risurrezione del Cristo. Il mago si mette a cercare qualcuno che possa prenderlo per mano e guidarlo: è un primo effetto della grazia.
La conversione del proconsole Sergio Paolo richiama indubbiamente la conversione del centurione Cornelio (10,44-46): a Cipro, Paolo fa ciò che Pietro aveva fatto a Cesarea. La missione di Paolo consiste nel portare avanti l’evangelizzazione delle nazioni pagane. A partire da questo episodio, Saulo verrà sempre chiamato con il suo nome greco-romano: Paolo. Notiamo inoltre che ormai viene nominato prima di Barnaba. Fin qui era stato il suo collaboratore, ma ora passa al primo posto. A questo punto, Luca parla di "quelli della cerchia di Paolo" (v. 13).
Questo brano segnala inoltre che Giovanni Marco si ritira. Luca non ci dice il motivo. Malgrado questa partenza, tuttavia, Giovanni Marco si rimetterà in viaggio con Barnaba quando si tratterà di costituire di nuovo un gruppo per un’altra missione (15,38).
Senza accennare alle fatiche e alle difficoltà dei viaggi compiuti, Luca ci mostra Paolo e i suoi che si recano immediatamente nella sinagoga di Antiochia di Pisidia. Su invito dei responsabili della sinagoga, Paolo prende la parola per pronunciare quella che oggi chiameremmo un’omelia.
La predicazione di Paolo davanti ai Giudei
16 Si alzò Paolo e fatto cenno con la mano disse: «Uomini di Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. 17 Il Dio di questo popolo d'Israele scelse i nostri padri ed esaltò il popolo durante il suo esilio in terra d'Egitto, e con braccio potente li condusse via di là. 18 Quindi, dopo essersi preso cura di loro per circa quarant'anni nel deserto, 19 distrusse sette popoli nel paese di Canaan e concesse loro in eredità quelle terre, 20 per circa quattrocentocinquanta anni. Dopo questo diede loro dei Giudici, fino al profeta Samuele. 21 Allora essi chiesero un re e Dio diede loro Saul, figlio di Cis, della tribù di Beniamino, per quaranta anni. 22 E, dopo averlo rimosso dal regno, suscitò per loro come re Davide, al quale rese questa testimonianza: Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri.
23 Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio trasse per Israele un salvatore, Gesù. 24 Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di penitenza a tutto il popolo d'Israele. 25 Diceva Giovanni sul finire della sua missione: Io non sono ciò che voi pensate che io sia! Ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali.
26 Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata questa parola di salvezza. 27 Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non l'hanno riconosciuto e condannandolo hanno adempiuto le parole dei profeti che si leggono ogni sabato; 28 e, pur non avendo trovato in lui nessun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che fosse ucciso. 29 Dopo aver compiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. 30 Ma Dio lo ha risuscitato dai morti 31 ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono i suoi testimoni davanti al popolo.
32 E noi vi annunziamo la buona novella che la promessa fatta ai padri si è compiuta, 33 poiché Dio l'ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo:
Mio figlio sei tu, oggi ti ho generato.
34 E che Dio lo ha risuscitato dai morti, in modo che non abbia mai più a tornare alla corruzione, è quanto ha dichiarato:
Darò a voi le cose sante promesse a Davide, quelle sicure.
35 Per questo anche in un altro luogo dice:
Non permetterai che il tuo santo subisca la corruzione.
36 Ora Davide, dopo aver eseguito il volere di Dio nella sua generazione, morì e fu unito ai suoi padri e subì la corruzione. 37 Ma colui che Dio ha risuscitato, non ha subìto la corruzione. 38 Vi sia dunque noto, fratelli, che per opera di lui vi viene annunziata la remissione dei peccati 39 e che per lui chiunque crede riceve giustificazione da tutto ciò da cui non vi fu possibile essere giustificati mediante la legge di Mosè. 40 Guardate dunque che non avvenga su di voi ciò che è detto nei Profeti:
41 Mirate, beffardi,
stupite e nascondetevi,
poiché un'opera io compio ai vostri giorni,
un'opera che non credereste, se vi fosse
raccontata!».
42 E, mentre uscivano, li pregavano di esporre ancora queste cose nel prossimo sabato. 43 Sciolta poi l'assemblea, molti Giudei e proseliti credenti in Dio seguirono Paolo e Barnaba ed essi, intrattenendosi con loro, li esortavano a perseverare nella grazia di Dio.
Paolo si rivolge agli "israeliti" e ai "timorati di Dio". Fin dall’inizio del suo discorso allarga la cerchia dei suoi ascoltatori, includendo i pagani aperti al giudaismo. Il Credo storico (vv. 17-22) si presenta come una parafrasi di 2Sam 7,6-9: l’uscita dall’Egitto, la traversata del deserto e l’ingresso in Canaan sono collocati in un crescendo che manifesta sempre più chiaramente la benevolenza del Dio d’Israele per il suo popolo. E’ evidente la differenza di tono rispetto alla requisitoria profetica di Stefano, che si sviluppava come un "processo" al popolo sulla sua fedeltà all’alleanza. L’azione divina si esprime in termini di elezione ("scelse i nostri padri"), di innalzamento ("innalzò il popolo") e di disposizione testamentaria ("li costituì eredi"): una triplice manifestazione di gratuità. Questo crescendo sfocia in un’istituzione: quella dei giudici, ai quali succedono i re, servi di Dio e del popolo.
Dalla dinastia di Davide, secondo la promessa, Dio trasse per Israele un Salvatore, Gesù. Designato da tutta la corrente profetica, da Samuele a Giovanni Battista, il Messia discendente di Davide, Gesù deve essere accolto come il Salvatore definitivo di Israele e del mondo. In questi stessi termini era stato annunciato dall’angelo della natività: "Vi fu partorito oggi il Salvatore che è Cristo Signore, nella città di Davide" (Lc 2,11).
I vv. 16-25 narravano le grandi opere compiute da Dio a favore di Israele. L’evento di cui si parla ora, la risurrezione-glorificazione di Gesù (vv. 26-41), viene messo in luce da una triplice ripetizione ancora più solenne; "Dio lo risuscitò dai morti… Dio ha adempiuto la promessa per noi, loro figli, avendo risuscitato Gesù… Colui che Dio risuscitò non vide la corruzione" (vv. 30.33.37).
Notiamo che Paolo , in questa seconda parte, abbandona il tono narrativo e sollecita i suoi interlocutori a coinvolgersi con lui nella Parola che sta proclamando; "Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti tra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata questa parola di salvezza" (v. 26). Questa "parola di salvezza" è ben più che una "parola di incoraggiamento, di consolazione". La Parola che aveva radunato Israele facendone un popolo (v. 17), viene personalmente a realizzare la salvezza promessa, tramite l’appello trasmesso dal testimone: "A noi fu inviata la Parola di questa salvezza".
Colui che porta la salvezza è stato però vittima del peccato e della morte. Innocente, sottoposto a giudizio iniquo, è morto sul legno della croce ed è stato deposto in una tomba (v. 29). Il gioco delle libertà umane (cf. Lc 23,25) ha guidato questo processo: i profeti l’avevamo predetto; per due volte (vv. 27.29) Paolo segnala che la salvezza di Dio passa attraverso i gesti omicidi degli uomini. L’intervento di Dio a favore dell’uomo secondo il suo cuore non si è fatto attendere: "Dio lo risuscitò dai morti" (v. 30). Possono testimoniarlo quelli che sono saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, ai quali egli è apparso (v. 31).
Questa risurrezione si presenta come una intronizzazione, una consacrazione: Gesù viene innalzato in quanto Figlio di Dio con tutta la potenza e la gloria di cui il Padre può colmare il suo Re-Salvatore. Paolo ricorre di nuovo alla Scrittura, citando l’oracolo che si colloca al centro del Salmo 2, in cui sono descritte la battaglia e la vittoria del Messia. Il v. 7 del salmo costituisce una solenne proclamazione del decreto divino d’investitura regale (cf. 2Re 11,12; Sal 89,40). Intronizzando Gesù come Re-Salvatore tramite la risurrezione dai morti, Dio adempie una volta per tutte la promessa fatta a Davide.
La speranza di incorruttibilità di cui ci parla il Sal 16,10 non si è realizzata nel personaggio storico di Davide, che ha raggiunto i suoi antenati nella morte, ma nel Re-Salvatore, nuovo Davide, che Dio ha definitivamente preservato dalla corruzione risuscitandolo dai morti.
Il v. 38 proclama il perdono dei peccati concesso grazie a Gesù risorto. L’argomentazione di Paolo non è dunque rivolta esclusivamente a far vedere che il Cristo doveva risorgere, ma va oltre, mettendo in luce la portata salvifica della risurrezione. In virtù della sua risurrezione, Gesù possiede il potere di salvare chiunque crede in lui: la promessa di Dio di dare un Salvatore a Israele si realizza pienamente nel Cristo risorto. E’ proprio perché non può più morire che il Cristo risorto diventa causa di santità, di giustizia e di salvezza non solo per gli uomini della sua generazione, ma per tutti coloro che, dopo la sua morte la sua risurrezione, crederanno in lui.
Paolo si rivolge di nuovo ai suoi "fratelli" (v. 38) interpellandoli in maniera diretta; "Sia dunque noto a voi!". La partecipazione ai beni della salvezza si presenta qui sotto una duplice forma: remissione dei peccati e dono della giustificazione. La remissione dei peccati ci fa partecipi della vittoria del Re-Salvatore sulle potenze del male. Il dono della giustificazione ci associa al culto reso da colui che è perfettamente Giusto, il Servo obbediente, il Pio che compie "tutte le volontà" del Signore Dio. E’ la liberazione dall’impotenza in cui prima ci si trovava di fronte all’esigenza di vivere la giustizia, di rendere un culto autentico e di osservare la Legge. Questi sono i beni della salvezza messianica portata dal Re-Salvatore. Tramite lui, attraverso la sua vittoria sui nemici dell’uomo, viene annunciata la libertà. In lui, nella sua giustizia, viene assunto ogni uomo che crede.
I vv. 40 e 41 richiamano l’attenzione sulla terribile prova a cui sono sottoposti gli ascoltatori di Paolo di fronte alla modalità con cui si è manifestata l’opera della salvezza. Si tratta di un vero scandalo rispetto alle attese popolari di un messianismo temporale centrato sulla figura di Davide. Essi attendevano un salvatore politico che ricostruisse il regno d’Israele (cf. At 1,6). Dio invece ha donato la salvezza che si manifesta nella vittoria del Risorto sul peccato e sulla morte.
Parola di salvezza, avvenimenti scandalosi, opera della grazia: questo annuncio inaudito provoca reazioni diverse nella sinagoga. Ma un buon numero di giudei e di simpatizzanti del giudaismo, scossi da questo discorso e desiderosi di saperne di più, si intrattengono con Paolo e Barnaba. I due missionari cercano di persuaderli a "rimanere attaccati alla grazia di Dio" che in quel momento si manifesta in mezzo a loro attraverso la testimonianza dei due apostoli.
Paolo e Barnaba si rivolgono ai pagani
44 Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola di Dio. 45 Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di Paolo, bestemmiando. 46 Allora Paolo e Barnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse annunziata a voi per primi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco noi ci rivolgiamo ai pagani. 47 Così infatti ci ha ordinato il Signore:
Io ti ho posto come luce per le genti,
perché tu porti la salvezza sino all'estremità della terra».
48 Nell'udir ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola di Dio e abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna. 49 La parola di Dio si diffondeva per tutta la regione. 50 Ma i Giudei sobillarono le donne pie di alto rango e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dal loro territorio. 51 Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio, 52 mentre i discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.
La gente accorre da tutta la città per ascoltare la parola del Signore. Ma esplode subito la gelosia dei giudei che cercano di contrastare in ogni modo gli annunciatori del Vangelo. La decisione di rivolgersi alle nazioni pagane dopo aver subìto questa esplosione di violenza è un fatto molto importante. L’annuncio della Parola ai pagani non è una conseguenza del rifiuto opposto dai giudei. Questo annuncio rientra da sempre nel disegno di Dio, anche se il rifiuto dei giudei ne costituisce l’occasione . Già nel Vangelo, Gesù lascia intravedere che altri uomini, oltre ai giudei, godranno dei benefici della salvezza. Ma qual è esattamente il disegno divino che Paolo richiama citando l’oracolo di Isaia 49,6: "Ti ho posto come luce per le genti, perché tu porti la salvezza fino all’estremità della terra" (v. 47)? Chi è questa luce delle nazioni? Chi deve essere testimone fino all’ultimo confine della terra? Alcuni esegeti pensano che Luca presenti questo episodio in chiave programmatica, come l’evento che inaugura il ministero di Paolo tra i pagani. Come gli abitanti di Nazaret (cf. Lc 4,16-30) così i giudei di Antiochia sono furibondi perché viene loro chiesto di condividere le loro prerogative con i pagani.
La "luce delle genti" è, senz’alcun dubbio il Cristo Risorto (cf. Lc 2,32; At 26,23). Ma anche Paolo si presenta come il "Servo" e applica esplicitamente a sé la citazione i Is 49,6, perché assume un ruolo di supplenza nei confronti dei giudei che non sono fedeli alla loro vocazione di testimoniare l’unico Dio in mezzo alle nazioni. La missione del Risorto e quella d’Israele si trovano dunque combinate nel medesimo versetto: non possono essere contrapposte l’una all’altra. L’inno a Gerusalemme contenuto nel libro di Tobia offre un’indicazione importante lungo questo itinerario messianico: "Una luce splendida brillerà sino ai confini della terra; nazioni numerose verranno da lontano, da tutti i confini della terra, e abiteranno presso il santo Nome del Signore Dio, portando in mano i doni per il Re del cielo" (Tb 13,13).
Alla gioia dei pagani che glorificano la parola di Dio, abbracciano la fede e diventano partecipi della vita eterna, fa riscontro la gelosia dei giudei che si trasforma in aperta persecuzione. Notiamo la brutta figura che fanno "le donne pie di alto rango e i notabili della città": alla larga da certa gente! Ma il mondo è grande e i missionari, seguendo le istruzioni del Signore (Lc 9,5; 10,11), abbandonano la città e vanno altrove.
Il discorso di Paolo ad Antiochia chiama dunque i giudei a trarre le debite conclusioni dall’alleanza conclusa da Dio con Davide e ad accogliere Gesù come Messia-Salvatore che adempie la promessa di Dio con la sua risurrezione dai morti, divenendo sorgente di vita per i credenti.

Capitolo 14
Evangelizzazione di Iconio
1 Anche ad Icònio essi entrarono nella sinagoga dei Giudei e vi parlarono in modo tale che un gran numero di Giudei e di Greci divennero credenti. 2 Ma i Giudei rimasti increduli eccitarono e inasprirono gli animi dei pagani contro i fratelli. 3 Rimasero tuttavia colà per un certo tempo e parlavano fiduciosi nel Signore, che rendeva testimonianza alla predicazione della sua grazia e concedeva che per mano loro si operassero segni e prodigi. 4 E la popolazione della città si divise, schierandosi gli uni dalla parte dei Giudei, gli altri dalla parte degli apostoli. 5 Ma quando ci fu un tentativo dei pagani e dei Giudei con i loro capi per maltrattarli e lapidarli, 6 essi se ne accorsero e fuggirono nelle città della Licaònia, Listra e Derbe e nei dintorni, 7 e là continuavano a predicare il vangelo.
A Iconio si ripetono gli avvenimenti di Antiochia di Pisidia: predicazione nella sinagoga e fondazione di una comunità di cristiani provenienti sia dal giudaismo che dal paganesimo, mentre i giudei che non si convertono scatenano la persecuzione contro i missionari. La popolazione della città si divide quando i giudei che si rifiutano di credere in Gesù Messia si mettono ad aizzare i pagani contro i due inviati. Lo scopo viene raggiunto, perché Paolo e Barnaba, per sottrarsi alla lapidazione, devono fuggire a Listra e poi a Derbe, due colonie romane situate sulla "via regia" che collega Efeso ad Antiochia di Siria.
Guarigione di un paralizzato
8 C'era a Listra un uomo paralizzato alle gambe, storpio sin dalla nascita, che non aveva mai camminato. 9 Egli ascoltava il discorso di Paolo e questi, fissandolo con lo sguardo e notando che aveva fede di esser risanato, 10 disse a gran voce: «Alzati diritto in piedi!». Egli fece un balzo e si mise a camminare. 11 La gente allora, al vedere ciò che Paolo aveva fatto, esclamò in dialetto licaonio e disse: «Gli dei sono scesi tra di noi in figura umana!». 12 E chiamavano Barnaba Zeus e Paolo Hermes, perché era lui il più eloquente.
13 Intanto il sacerdote di Zeus, il cui tempio era all'ingresso della città, recando alle porte tori e corone, voleva offrire un sacrificio insieme alla folla. 14 Sentendo ciò, gli apostoli Barnaba e Paolo si strapparono le vesti e si precipitarono tra la folla, gridando: 15 «Cittadini, perché fate questo? Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. 16 Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada; 17 ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi il cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori». 18 E così dicendo, riuscirono a fatica a far desistere la folla dall'offrire loro un sacrificio.
Paolo guarisce un uomo "zoppo dal grembo di sua madre", come aveva fatto Pietro, accompagnato da Giovanni, alla porta del Tempio (capitolo 3). Come Pietro, Paolo fissa gli occhi sull’uomo che gli sta davanti, e vede che ha "fede per essere salvato" (v. 9; cf. 3,16). Allora gli ordina ad alta voce: "Alzati diritto sui tuoi piedi!". Lo Spirito Santo che abita nel cuore del missionario, gli permettere di riconoscere quella fede in Gesù che dà la guarigione (cf. 3,16), la fede nel "Nome dato tra gli uomini in cui bisogna che noi siamo salvati" (4,12).
Come a Gerusalemme, anche qui la folla reagisce con entusiasmo (cf. 3,9). Tuttavia in questa città della Licaònia è evidentemente escluso che si renda gloria al Dio unico. La lettura religiosa dell’avvenimento è totalmente diversa: "Gli dei sono discesi presso di noi!" (v. 11). E all’insaputa dei due missionari, che non capiscono il dialetto licaonico, il sacerdote del tempio di Zeus situato fuori dalle mura, si affretta a preparare un sacrificio in loro onore, facendo portare tori e ghirlande.
I due missionari, avendo saputo quello che si stava preparando, da bravi giudei si lacerano la vesti in segno di riprovazione di fronte alla bestemmia, sia pure del tutto involontaria. E Paolo interviene immediatamente con un discorso abile e nello stesso tempo rispettoso, adatto a un uditorio di abitanti della provincia. La sua intenzione è prima di tutto dissuasiva, ma non mancano i preliminari dell’evangelizzazione: "Vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al Dio vivente che ha fatto il cielo e la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano. Egli, nelle generazioni passate, ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi il cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori". Quello che viene presentato in tal modo è un Dio di grazia, e Paolo e Barnaba sono gli inviati di questo Dio colmo di sollecitudine e di tenerezza. L’accento non viene messo assolutamente sulle colpe passate, ma su una buona notizia da accogliere: la vita che gli ascoltatori godono è un dono del Dio unico. La colpa consisterebbe nel non ascoltare la Parola di grazia che risuona in quel momento per loro.
C’è dunque una conversione a cui acconsentire: bisogna distogliersi dalle cose vane, cioè dall’idolatria, per volgersi al Dio vivente. Queste parole richiamano il processo agli idoli promosso dalla Sapienza (cf. Sap 13; Rm 1,19-20). Paolo invita i suoi ascoltatori a scoprire il Dio invisibile come l’artefice del mondo invisibile: il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che essi contengono. E invita a scoprire la provvidenza di questo Dio, che dà agli uomini la libertà invece di mantenerli schiavi di un destino implacabile. Ma non è facile capovolgere il modo di pensare di una folla in fermento, invitandola ad aprirsi a una rivelazione divina. A stento i missionari riescono a persuadere la gente a rinunciare al sacrificio e a calmarsi.
Questo abbozzo di discorso missionario verrà sviluppato nella proclamazione di Paolo davanti all’Aeròpago di Atene (17,22-31). Fin d’ora si percepisce che il Dio proposto a questi pagani non chiede loro l’osservanza delle 613 prescrizioni della Legge. In filigrana appare l’immagine del Padre che ha dato il suo Figlio perché gli uomini abbiano la vita in abbondanza (cf. Gv 10,10). Si capisce allora l’accusa di tradimento o di apostasia che i giudei faranno a Paolo. Non possono accettare che si serva il Dio unico in modo diverso da quello che egli stesso aveva prescritto nella Legge.
Fine della missione
19 Ma giunsero da Antiochia e da Icònio alcuni Giudei, i quali trassero dalla loro parte la folla; essi presero Paolo a sassate e quindi lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. 20 Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli, alzatosi, entrò in città. Il giorno dopo partì con Barnaba alla volta di Derbe.
21 Dopo aver predicato il vangelo in quella città e fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiochia, 22 rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede poiché, dicevano, è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio. 23 Costituirono quindi per loro in ogni comunità alcuni anziani e dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. 24 Attraversata poi la Pisidia, raggiunsero la Panfilia 25 e dopo avere predicato la parola di Dio a Perge, scesero ad Attalìa; 26 di qui fecero vela per Antiochia là dove erano stati affidati alla grazia del Signore per l'impresa che avevano compiuto.
27 Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede. 28 E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli.
Il racconto passa bruscamente a segnalare l’arrivo a Listra di giudei provenienti da Antiochia (distante 180 chilometri) e da Icònio, dove Paolo e Barnaba avevano rischiato di essere lapidati. Essi persuadono la folla e danno esecuzione al loro progetto. E Paolo viene lapidato. Dato per morto, egli viene trascinato fuori dalla città. Ma Paolo si rialza in mezzo ai suoi discepoli e rientra in città. Se ne andrà il giorno seguente per recarsi a Derbe. Egli stesso, nella seconda lettera ai Corinzi, ci ha trasmesso il ricordo di questo momento in cui ha sfiorato la morte (2Cor 11,25).
Paolo e Barnaba raccolgono un bel numero di credenti a Derbe (v. 21), una tranquilla cittadina in cui l’imperatore Claudio aveva insediato una colonia di veterani. Non si fa il minimo accenno a conflitti o ad ostilità nei loro confronti. I cristiani di Derbe parteciperanno alla colletta fatta da Paolo a favore della Chiesa di Gerusalemme (cf. 20,4).
Portato a termine il loro lavoro a Derbe, i due inviati prendono la via del ritorno, esortando tutti a perseverare nella fede. Procedendo in senso inverso, i missionari visitano Listra, Icònio e poi Antiochia di Pisidia. Stranamente il racconto non segnala nessuna opposizione e non accenna più ai tragici avvenimenti che erano capitati in quelle città.
Paolo ha sperimentato che una certa attesa messianica sbagliata è omicida, e in definitiva contraria al disegno di Dio. Di conseguenza, quando incoraggia i discepoli a perseverare nella fede, dice loro senza mezzi termini: "è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio" (v. 22). L’opera della grazia non si realizza che attraverso un molteplicità di prove. Prove per Israele e prove per ogni cristiano. Gesù stesso le aveva annunciate (cf. Lc 21,12-19).
In ciascuna delle Chiese visitate da Paolo e Barnaba vengono designati alcuni "anziani". E’ la prima volta che si parla di anziani al di fuori della comunità di Gerusalemme, dove questa istituzione sembrava usuale (cf. 11,30; ecc.), in conformità con l’organizzazione delle comunità giudaiche.
Ripercorrendo la strada in senso inverso fino a Perge e al porto di Attalìa, i missionari tornano ad Antiochia sull’Oronte "dove erano stati affidati alla grazia del Signore per l’impresa che avevano compiuto" (v. 26). I missionari annunciano alla Chiesa "tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede" (v. 27). Queste parole fanno eco alla dichiarazione degli apostoli dopo la conversione di Cornelio e dei suoi: "Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita" (11,18).

Capitolo 15
1 Ora alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: «Se non vi fate circoncidere secondo l'uso di Mosè, non potete esser salvi».
2 Poiché Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Barnaba e alcuni altri di loro andassero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. 3 Essi dunque, scortati per un tratto dalla comunità, attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando la conversione dei pagani e suscitando grande gioia in tutti i fratelli. 4 Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani e riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro.
5 Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: è necessario circonciderli e ordinar loro di osservare la legge di Mosè.
Da ciò che è avvenuto a Cesarea con l’incontro tra Pietro e Cornelio a ciò che è capitato a partire da Antiochia con il viaggio di Paolo e Barnaba nelle regioni dell’Asia minore, è stato compiuto un notevole cammino. L’evento di Cesarea costituiva ancora un’eccezione: si trattava della conversione di un piccolo gruppo di pagani timorati di Dio, marginale rispetto alle Chiese palestinesi. Ad Antiochia invece ci troviamo davanti alla situazione opposta: sono gli ebrei ad essere in minoranza nelle regioni pagane in cui i missionari hanno diffuso la Parola di grazia. A Cesarea, Cornelio e i suoi non erano una minaccia per la specificità giudaica delle Chiese, anzi, la loro conversione valorizzava Israele e la sua tradizione millenaria, perché Cornelio e i suoi erano "timorati di Dio". Ad Antiochia invece, i figli delle nazioni si sono convertiti in maggior numero e hanno ricevuto per grazia una parte di eredità in comune con Israele, inaugurando in tal modo una situazione nuova. Infatti essi si riuniscono in Chiese in cui il numero dei giudei è ridotto al minimo e dove non osservano i comandamenti e le usanze che Dio aveva dato da sempre al popolo ebraico. Di conseguenza queste usanze risultano relativizzate.
La domanda che ne consegue è rilevante: si può appartenere al popolo di Dio senza osservare le prescrizioni date da Dio a questo popolo? Tutto ciò che in passato Dio ha fatto con Israele è innegabile, ma ciò che quello stesso Dio sta operando in mezzo alle nazioni è altrettanto innegabile. Gli apostoli che avevano letto e interpretato l’evento "Cornelio", dovranno fare anche la lettura dell’evento "Antiochia e dintorni", valutandone la portata. Si tratta davvero di un’opera della grazia? C’è davvero la porta della fede (14,27) aperta ai figli delle nazioni?
In questo capitolo 15 Pietro pronuncerà una parola chiara e decisiva su tale questione difficile. Ma esaminando bene il testo, vediamo già delinearsi una prima risposta attraverso l’espressione: la porta della fede (14,27).
Al centro del Vangelo secondo Luca, infatti, a proposito dell’ingresso dei figli d’Israele nel regno di Dio, troviamo un’espressione parallela: la porta stretta. Gesù dice: "Lottate per entrare attraverso la porta stretta" (Lc 13,24). Questa porta conduce alla vita (cf. Mt 7,13) e simboleggia la fedeltà alla Legge e ai Profeti (cf. Lc 16,31). Si tratta di una fedeltà impossibile all’uomo, come Pietro metterà in evidenza poco più avanti: "un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare" (15,10). Ma ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio (cf. Lc 18,27). Nel capitolo 13 del Vangelo secondo Luca la porta chiusa dal padrone di casa (Lc 13,25) sottolinea questa impossibilità, proprio per l’ostinato rifiuto, da parte dei destinatari ebrei di entrare per la nuova porta della fede che è il Vangelo della grazia che viene loro offerto. Alla porta stretta che conduce alla vita corrisponde dunque la porta della fede.
Il parallelo che viene tracciato tra la via di Israele e quella dei figli delle nazioni fa sorgere un grave problema. Molti in Israele saranno scandalizzati da questa opera della grazia che rivela un itinerario di vita diverso da quello del giudeo: una porta della fede aperta alle nazioni, un nuovo modo di agire di Dio, molto differente da quello di cui Israele è consapevole di aver beneficiato. La tentazione è quella di confrontare l’altra via con la propria e di emettere un giudizio a partire dalla propria. Ricordiamo la risposta del figlio maggiore (Israele) nella parabola del Padre misericordioso: "Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio (i popoli pagani) che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso" (Lc 15,29-30).
La contestazione del figlio maggiore ci rimanda alla controversia iniziata ad Antiochia in seguito all’affermazione categorica di alcuni personaggi venuti dalla Giudea: "Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete essere salvi" (v. 1). La circoncisione, il cui precetto si trova in Lv 12,3, appare come il segno impresso nella carne dell’alleanza di Dio con Abramo (Gen 17,10-14). Essa ha reso perfetto il patriarca (Gen 17,1) ed è considerata talmente sacra da essere indispensabile: "Il maschio non circonciso… sia eliminato dal suo popolo: ha violato la mia alleanza" (Gen 17,14). La circoncisione costituisce dunque una via aperta verso la salvezza, assolutamente obbligatoria per i figli d’Israele. E’ in gioco lo stretto legame tra la Legge di Mosè (in particolare la circoncisione, segno di appartenenza al popolo di Dio) e la salvezza. E poiché la rivelazione viene fatta a Israele e non ad altri, soltanto l’ingresso nel popolo dell’alleanza permette di accedere alla salvezza rivelata da Dio. Questo è il modo in cui Israele pone la questione.
Ma bisogna assolutamente appartenere a Israele per essere salvati? Se la risposta è sì, Barnaba si è ingannato quando ad Antiochia ha riconosciuto la grazia negli incirconcisi (11,23) e Paolo e Barnaba devono rivedere il loro lavoro di evangelizzazione a Cipro e nell’Asia minore, perché non hanno imposto la circoncisione ai figli delle nazioni.
Per mettere pace nella Chiesa di Antiochia, in cui si è creata una divisione a causa dell’intervento dei giudei cristiani venuti dalla comunità di Gerusalemme, si decide di mandare Paolo e Barnaba a Gerusalemme per sottoporre la questione al discernimento degli apostoli e chiedere una decisione agli anziani della Chiesa-madre.
Accolti nell’assemblea dei credenti, radunata insieme agli apostoli e agli anziani, i due inviati cominciano col fare un nuovo racconto del modo in cui le nazioni sono approdate alla fede e "riferirono tutto ciò che Dio aveva compiuto per mezzo loro"(v. 4; cf. 14,27). La prima reazione di alcuni dei farisei diventati credenti è quella di affermare alla luce del disegno di Dio, così come si è rivelato nella storia d’Israele, che non c’è alternativa alla circoncisione per l’inserimento dei pagani convertiti nel popolo di Dio: "è necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la Legge di Mosè" (v. 5). Bisogna dunque assoggettarli alla Legge di Mosè. Questa comprende 613 prescrizioni: 248 positive (il numero delle membra del corpo umano) e 365 negative (il numero dei giorni dell’anno). Chi la osserva scrupolosamente può essere visitato da Dio in tutte le parti del suo corpo e può essere guidato dal suo Creatore, che ogni giorno determina la sua azione per permettergli di costruire se stesso.
Il v. 5 riprende il v. 1, sottolineando però che qualora si applicasse la circoncisione che inserisce nel popolo di Dio ai pagani che hanno fede in Gesù, costoro sarebbero tenuti a seguire la via di Israele, cioè ad osservare tutte le prescrizioni della Legge di Mosè.
6 Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema. 7 Dopo lunga discussione, Pietro si alzò e disse:
«Fratelli, voi sapete che già da molto tempo Dio ha fatto una scelta fra voi, perché i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del vangelo e venissero alla fede. 8 E Dio, che conosce i cuori, ha reso testimonianza in loro favore concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; 9 e non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro, purificandone i cuori con la fede. 10 Or dunque, perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare? 11 Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati e nello stesso modo anche loro».
12 Tutta l'assemblea tacque e stettero ad ascoltare Barnaba e Paolo che riferivano quanti miracoli e prodigi Dio aveva compiuto tra i pagani per mezzo loro.
Pietro prende la parola per ricordare gli avvenimenti del recente passato. Allude alla giustificazione che ha dovuto fornire ai fratelli dopo aver ammesso al battesimo i primi pagani (cf. 11,2-17). Ricorda la sua missione nei loro confronti, collocandola sulla linea dell’elezione di Israele: "Dio ha fatto una scelta tra voi, perché i pagani ascoltassero per bocca mia la parola del Vangelo e venissero alla fede". Invita poi a considerare la portata di questo avvenimento: Dio, che svela la realtà profonda dei cuori, ha dato a quegli uomini lo Spirito Santo "come anche a noi" (v. 8; cf. 10,47). La pentecoste di Cesarea (10,44-46) viene ricollegata a quella ricevuta dai Dodici all’inizio (2,1-11). Dio ha attestato in tal modo che il cuore di quei pagani era purificato per il semplice fatto che avevano creduto nel Signore Gesù, mettendo ormai sullo stesso piano i pagani e i giudei che avevano aderito a Cristo.
Pietro riassume brevemente tutto ciò che Dio ha voluto svelare attraverso gli avvenimenti di Cesarea, che egli ha vissuto personalmente e che gli altri apostoli hanno convalidato, riconoscendo in essi il compimento della parola di Gesù: "Sarete battezzati nello Spirito Santo" (1,5), e affermando la loro piena corrispondenza al disegno di Dio (11,1-18).
Il dono dello Spirito Santo presuppone il perdono dei peccati, come aveva sottolineato Pietro nel discorso della Pentecoste (cf. 2,38). Se questo dono è stato effuso su alcuni pagani, ciò significa che il loro cuore è stato purificato (cf. 10,15; 11,19). Dunque la fede è stata una porta di salvezza per questi pagani, e quindi non esiste nessuna discriminazione tra i figli d’Israele e loro.
Il v. 10 introduce il momento della conclusione e dell’esortazione. I figli delle nazioni sono stati raggiunti dalla grazia divina in un modo diverso da quello degli ebrei. Gli uni e gli altri rispettino dunque la via attraverso la quale sono stati raggiunti da Dio. Attraverso l’inattesa conversione dei pagani, gli ebrei scoprono che la grazia divina si estende al di là di ogni osservanza, e che la fede in Gesù, morto e risorto, supera la fedeltà alle pratiche della Legge.
Paolo e Barnaba, illuminati dalla parola di Pietro, riprendono il racconto dettagliato dei segni e dei prodigi che Dio ha operato tramite loro tra le nazioni.
Il discorso di Giacomo
13 Quand'essi ebbero finito di parlare, Giacomo aggiunse: 14 «Fratelli, ascoltatemi. Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere tra i pagani un popolo per consacrarlo al suo nome. 15 Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto:
16 Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide che era caduta; ne riparerò le rovine e la rialzerò,
17 perché anche gli altri uomini cerchino il Signore e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome,
18 dice il Signore che fa queste cose da lui conosciute dall'eternità.
19 Per questo io ritengo che non si debba importunare quelli che si convertono a Dio tra i pagani, 20 ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia, dagli animali soffocati e dal sangue. 21 Mosè infatti, fin dai tempi antichi, ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe».
Giacomo, in nome degli anziani trasmette le direttive pastorali dedotte dall’annuncio profetico di Pietro. L’intervento di Pietro comprendeva due punti: una memoria dell’opera di Dio a favore dei pagani (vv. 7-9) e una proclamazione profetica che dettava il comportamento per l’oggi (vv. 10-11). Il discorso di Giacomo ricalca il medesimo schema: un’evocazione di ciò che Dio ha fatto per i pagani fin dall’inizio, con riferimento al profeta Amos (vv. 14-18) e un’indicazione delle conseguenze dell’iniziativa di Dio per giungere a un comportamento pratico da assumere per il futuro (vv. 19-21).
L’obiettivo del discorso di Giacomo è chiaro: non infastidire i figli delle nazioni che si sono convertiti, cioè desistere di metterli in difficoltà e di collocarli in una situazione sbagliata. Il loro posto giusto è quello di considerarli figli di Noè e, di conseguenza, tenuti ad osservare i comandamenti di Noè. Egli si riferisce a quelli che i rabbini chiamavano i comandamenti di Noè (mitswot bene Noah), una sorta di legge naturale che ritenevano dovesse essere osservata da ogni persona onesta e sulla quale sembra che esistesse un consenso nelle regioni dell’antico Medio Oriente. Tali comandamenti erano sette (sei divieti: non bestemmiare il Nome di Dio, non praticare l’idolatria, non contrarre unioni matrimoniali illecite, non commettere omicidio, non rubare facendo violenza, non prendere un pezzo di carne da un animale vivo; e una prescrizione: stabilire un sistema legale per vigilare sull’applicazione di questi divieti). Questa versione dei comandamenti è stata fissata nel II secolo d.C. Ma la più antica versione conosciuta si trova nel Libro dei Giubilei (7,20-39) che risale probabilmente all’epoca di Giovanni Ircano (129-104 a.C.), che aveva sottomesso gli edomiti costringendoli ad adottare il giudaismo.
Nella sua risoluzione, Giacomo riprende soltanto quattro comandamenti di Noè: il culto degli idoli, le colpe sessuali (come l’incesto, l’adulterio e le unioni proibite), il mangiare carne di animali soffocati contenente sangue e l’omicidio. Come dice il v. 21, chiunque avesse avuto minimamente a che fare con i giudei che vivevano nelle città dell’impero era senza dubbio a conoscenza di questa normativa giudaica riguardante i non circoncisi. Infatti i cristiani provenienti dal paganesimo accoglieranno questa risoluzione non come un peso supplementare ma come un gesto di comunione e con grande gioia (cf. 15,31).
Per alcuni commentatori i quattro precetti richiamati da Giacomo sarebbero presi dal libro del Levitico 17-18. Difatti, la versione orientale, chiamata Testo Alessandrino (TA) sottolinea l’aspetto rituale o cultuale dei precetti, mentre quella occidentale, chiamata Testo Occidentale (TO) sottolinea l’aspetto morale (cf. At 15,20-29 e 21,25). Di conseguenza ci si chiede: perché imporre ai pagani convertiti alcuni comandamenti di ordine rituale, quando li si esenta dall’osservanza della Legge? La risposta chiarificatrice, in questo caso, è in Lv 17-18, che riporta nello stesso ordine i quattro precetti in questione, indicando che sono rivolti al popolo ebraico e ad ogni "straniero dimorante in mezzo a loro" Queste regole avevano lo scopo di rendere possibile la coesistenza tra giudei e pagani. E ciò che Giacomo intende salvaguardare è appunto la coesistenza tra credenti di origine diversa.
La lettera apostolica
22 Allora gli apostoli, gli anziani e tutta la Chiesa decisero di eleggere alcuni di loro e di inviarli ad Antiochia insieme a Paolo e Barnaba: Giuda chiamato Barsabba e Sila, uomini tenuti in grande considerazione tra i fratelli. 23 E consegnarono loro la seguente lettera: «Gli apostoli e gli anziani ai fratelli di Antiochia, di Siria e di Cilicia che provengono dai pagani, salute! 24 Abbiamo saputo che alcuni da parte nostra, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con i loro discorsi sconvolgendo i vostri animi. 25 Abbiamo perciò deciso tutti d'accordo di eleggere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Barnaba e Paolo, 26 uomini che hanno votato la loro vita al nome del nostro Signore Gesù Cristo. 27 Abbiamo mandato dunque Giuda e Sila, che vi riferiranno anch'essi queste stesse cose a voce. 28 Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: 29 astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose. State bene».
I delegati ad Antiochia
30 Essi allora, congedatisi, discesero ad Antiochia e riunita la comunità consegnarono la lettera. 31 Quando l'ebbero letta, si rallegrarono per l'incoraggiamento che infondeva. 32 Giuda e Sila, essendo anch'essi profeti, parlarono molto per incoraggiare i fratelli e li fortificarono. 33 Dopo un certo tempo furono congedati con auguri di pace dai fratelli, per tornare da quelli che li avevano inviati. 34 . 35 Paolo invece e Barnaba rimasero ad Antiochia, insegnando e annunziando, insieme a molti altri, la parola del Signore.
La decisione presa da Giacomo viene messa per iscritto per entrare nella tradizione vivente del popolo di Dio. Ma il decreto deve essere proclamato a viva voce. Lo scritto sarà dunque inviato tramite alcuni delegati "che devono riferire a voce queste cose" (v. 27). Il decreto avrà effettivamente valore di legge soltanto là dove sarà comunicato per iscritto e a parole, cioè nelle Chiese di Antiochia, della Siria e della Cilicia (v. 23).
Come portavoce del decreto vengono scelti due uomini, che devono accompagnare Paolo e Barnaba: un certo Giuda, figlio di Sabba, e Sila.
Dopo l’indicazione delle motivazioni e la notizia dell’invio dei due delegati di Gerusalemme, il testo della decisione della Chiesa-madre si apre in maniera solenne: "E’ sembrato bene allo Spirito Santo e a noi" (v. 28). Il decreto promulgato dagli anziani indica come "indispensabili" alcune osservanze richieste ai credenti di origine pagana. Tali osservanze sono necessarie per superare le tensioni derivanti dal carattere composito delle Chiese in questione. Lo Spirito Santo le ha suggerite perché si riesca a vivere insieme l’unanimità, rispettando nello stesso tempo la via della fede di ciascuno.
La lettera termina con un’espressione positiva e incoraggiante: "Agirete bene!" (v. 29). Questo finale della lettera si muove in senso contrario rispetto alla posizione di coloro che erano venuti dalla Giudea (v. 1) pretendendo che la circoncisione fosse necessaria per la salvezza. La gioia e la pace ritrovate dai cristiani di Antiochia conferma che lo Spirito Santo è l’autore di questa decisione.
In questo genere di conflitti è possibile la riconciliazione se le fazioni opposte accettano di ascoltare il vissuto di ciascuno; ciò spiega l’importanza del racconto degli avvenimenti (14,27; 15,3-4.12). Di conseguenza è indispensabile la reciproca fiducia in ciò che l’altro ha sperimentato, una fiducia fondata sulla certezza che il medesimo Dio ha incontrato ciascuno lungo la sua strada.
I delegati di Gerusalemme rimangono ad Antiochia per un certo periodo di tempo (v. 33), svolgendo il proprio ministero profetico di consolazione e di incoraggiamento in mezzo ai credenti. Paolo e Barnaba continuano la loro opera di insegnamento e di evangelizzazione.
IV. LE MISSIONI DI PAOLO
Paolo si separa da Barnaba e si aggrega Sila
36 Dopo alcuni giorni Paolo disse a Barnaba: «Ritorniamo a far visita ai fratelli in tutte le città nelle quali abbiamo annunziato la parola del Signore, per vedere come stanno». 37 Barnaba voleva prendere insieme anche Giovanni, detto Marco, 38 ma Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro nella Panfilia e non aveva voluto partecipare alla loro opera. 39 Il dissenso fu tale che si separarono l'uno dall'altro; Barnaba, prendendo con sé Marco, s'imbarcò per Cipro. 40 Paolo invece scelse Sila e partì, raccomandato dai fratelli alla grazia del Signore.
41 E attraversando la Siria e la Cilicia, dava nuova forza alle comunità.
La questione delle condizioni richieste per una comunione di vita tra credenti di estrazione giudaica e credenti di origine pagana ha trovato a Gerusalemme una soluzione "consolante" per la comunità di Antiochia (cf. 15,31). Ora Paolo può partire per il suo giro apostolico. Ha l’avallo della Chiesa-madre. Il suo compagno Barnaba era, al suo fianco, il testimone esemplare della comunità di Gerusalemme. Ma ora i due si dividono a causa di Giovanni Marco, cugino di Barnaba. Barnaba, infatti, ha deciso di dare nuovamente fiducia a Giovanni Marco e di associarlo all’équipe, nonostante l’episodio della sua mancata partenza per l’altipiano anatolico, considerata da Paolo come una defezione (cf.13,13). Per Paolo non si scherza con l’opera (v. 38); chi la intraprende è consegnato alla grazia (14,26; 15,26.40). Non sappiamo tuttavia la precisa ragione del disaccordo tra i due.

Barnaba parte con Giovanni Marco, dirigendosi verso l’isola dove era nato, Cipro. Paolo invece sceglie come suo collaboratore Sila, membro importante della comunità di Gerusalemme, che insieme a Giuda Bar Sabba era stato inviato ad Antiochia dalla comunità di Gerusalemme. Tramite questo nuovo compagno, Paolo mantiene i suoi legami con la Chiesa-madre. La divisione dell’équipe non sembra un episodio tragico; infatti fornisce l’occasione per uno sdoppiamento, paragonabile allo sviluppo di una cellula vivente. Lo scopo del viaggio è presentato come una "visita" alle comunità fondate durante il viaggio precedente attraverso l’Anatolia.

Capitolo 16
In Licaonia Paolo si aggrega Timoteo
1 Paolo si recò a Derbe e a Listra. C'era qui un discepolo chiamato Timòteo, figlio di una donna giudea credente e di padre greco; 2 egli era assai stimato dai fratelli di Listra e di Icònio. 3 Paolo volle che partisse con lui, lo prese e lo fece circoncidere per riguardo ai Giudei che si trovavano in quelle regioni; tutti infatti sapevano che suo padre era greco. 4 Percorrendo le città, trasmettevano loro le decisioni prese dagli apostoli e dagli anziani di Gerusalemme, perché le osservassero. 5 Le comunità intanto si andavano fortificando nella fede e crescevano di numero ogni giorno.
Paolo completa la sua équipe prendendo con sé Timoteo (che significa colui che onora Dio). Egli nutre molto affetto per questo fedele collaboratore come risulta soprattutto dalla Lettera ai Filippesi (1,1;2,19-23) e da quelle lettere dette "pastorali" che secondo la Tradizione sono state indirizzate da Paolo a questo suo caro compagno di missione. Benché suo padre sia greco, Timoteo è giudeo per parte di sua madre Eunice (2Tm 11,5), una giudea diventata cristiana; egli osserva dunque la Legge ed è con pieno diritto un figlio di Israele, dal momento che l’appartenenza giudica è trasmessa dalla madre. Paolo si preoccupa che venga circonciso, non solo per non provocare i giudei della regione, ma anche perché sia ben chiaro che l’annuncio cristiano non viene trasmesso da giudei apostati. Del tutto diverso sarà il caso di Tito: trattandosi di un greco, Paolo si opporrà decisamente alla sua circoncisione (cf. Gal 2,3-5).
Traversata dell'Asia Minore
6 Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. 7 Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; 8 così, attraversata la Misia, discesero a Troade. 9 Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: «Passa in Macedonia e aiutaci!». 10 Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore.
L'arrivo a Filippi
11 Salpati da Troade, facemmo vela verso Samotracia e il giorno dopo verso Neapoli e 12 di qui a Filippi, colonia romana e città del primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni; 13 il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che si facesse la preghiera, e sedutici rivolgevamo la parola alle donne colà riunite. 14 C'era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiàtira, una credente in Dio, e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. 15 Dopo esser stata battezzata insieme alla sua famiglia, ci invitò: «Se avete giudicato ch'io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.
Lo Spirito Santo impedisce ai missionari di "predicare la Parola nella provincia di Asia" (v. 6) e di dirigersi verso la Bitinia (v. 7). Luca non chiarisce le circostanze di questo cambiamento di programma. Il racconto di questo lungo giro (circa 1500 chilometri) occupa soltanto tre versetti (vv. 6-8). Luca non si propone di narrare le peripezie della missione; il suo obiettivo è mostrare che è lo Spirito Santo che ne determina la traiettoria. Paolo si vede costretto dallo Spirito Santo a modificare i suoi progetti. Una notte, a Tròade, gli apparve in sogno un Macedone che gli dice: "Passa in Macedonia e aiutaci!" (v. 9). Incomincia la missione in Europa.
Sbarcati nel porto di Neapoli, Paolo e i suoi entrano a Filippi, una "colonia" romana. Era popolata dai veterani delle legioni vincitrici congedate dopo la battaglia di Antonio e Ottaviano contro Bruto e Cassio (42 a.C.), ai quali si era aggiunto un contingente di persone che Ottaviano aveva esiliato da Roma dopo la battaglia di Azio (31 a.C.).
Gli ebrei erano pochi a Filippi, e non esisteva una sinagoga. C’era soltanto un "luogo di preghiera" fuori dalle mura, vicino al fiume.
Recandosi in questo luogo, in giorno di sabato, Paolo incontra un gruppo di donne che si sono radunate per pregare. Fra queste donne c'è Lidia, originaria di Tiàtira, che dirige una piccola azienda tessile utilizzando la porpora del suo paese. Il cuore di Lidia si apre per aderire alle parole della buona notizia annunciata da Paolo. Riconoscendo in lei la fede nel Signore, Paolo la battezza subito, con tutta la sua "casa". La donna allora offre ospitalità ai missionari, invitandoli ad educare e a nutrire la sua fede appena nata. E li accoglie in casa sua.
In questo modo viene fondata la prima comunità d’Europa, a partire da un gruppo di donne che pregano il Dio unico e che credono nel Signore Gesù. La comunità di Filippi, sulla quale Luca fornisce poche notizie, rimarrà molto cara al cuore di Paolo. L’apostolo nutrirà per i Filippesi molto affetto, che sarà ben ricambiato, e scriverà loro anche una lettera che ancora si legge in tutte le Chiese: la Lettera di Paolo apostolo ai Filippesi.
Paolo e Sila in prigione
16 Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una giovane schiava, che aveva uno spirito di divinazione e procurava molto guadagno ai suoi padroni facendo l'indovina. 17 Essa seguiva Paolo e noi gridando: «Questi uomini sono servi del Dio Altissimo e vi annunziano la via della salvezza». 18 Questo fece per molti giorni finché Paolo, mal sopportando la cosa, si volse e disse allo spirito: «In nome di Gesù Cristo ti ordino di partire da lei». E lo spirito partì all'istante. 19 Ma vedendo i padroni che era partita anche la speranza del loro guadagno, presero Paolo e Sila e li trascinarono nella piazza principale davanti ai capi della città; 20 presentandoli ai magistrati dissero: «Questi uomini gettano il disordine nella nostra città; sono Giudei 21 e predicano usanze che a noi Romani non è lecito accogliere né praticare». 22 La folla allora insorse contro di loro, mentre i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli 23 e dopo averli caricati di colpi, li gettarono in prigione e ordinarono al carceriere di far buona guardia. 24 Egli, ricevuto quest'ordine, li gettò nella cella più interna della prigione e strinse i loro piedi nei ceppi.
Nell’ambiente latino e militare di Filippi, non stupisce che qualcuno si faccia promotore del mantenimento dell’ordine e accusi Paolo e gli altri testimoni della Parola di introdurre pratiche contrarie alle usanze romane (vv. 20-21). Qual è l’episodio che scatena questa opposizione? Un semplice gesto di liberazione. Pietro e Giovanni, come ricorderete, si erano trovati in prigione dopo che avevano guarito lo zoppo che stava alla porta Bella del Tempio (4,3). Ora anche Paolo e Sila perdono la libertà perché liberano una giovane schiava. Tipico esempio dello "scambio" evangelico! La ragazza procurava molti guadagni ai suoi padroni praticando la divinazione, non come veggente, ma attraverso modi di parlare fuori dal normale: "urlava" (v. 17). L’oracolo che continua a ripetere è pura verità: "Questi uomini sono servi del Dio Altissimo, i quali vi annunciano una via di salvezza" (v. 17). La ragazza non si sente chiamata in causa da questo fatto; il suo avvertimento è rivolto agli altri: "essi vi annunciano". Le sue parole hanno il carattere ripetitivo e disumanizzante degli slogan pubblicitari. E’ evidente che si tratta di un’alienata. Luca dice che è posseduta da uno "spirito pitone", con riferimento al serpente che custodiva l’oracolo di Delfi, di cui era sacerdotessa Pizia. Anche nel Vangelo ci sono dei demoni che gridano a Gesù la pura verità: "So chi tu sei: il Santo di Dio!" (Lc 4,34) – "Tu sei il Figlio di Dio" (Lc 4,41). Ma Gesù li fa tacere. La buona notizia è portata da testimoni che impegnano la propria vita, non da uomini ridotti ad altoparlanti.
Non potendo sopportare una simile degradazione, Paolo pronuncia l’esorcismo liberatore: Dice allo "spirito pitone": "Ti comando, nel Nome di Gesù Cristo, di uscire da lei!" (v. 18). Lo spirito esce e con lui se ne va anche la speranza del guadagno su cui puntavano i padroni della ragazza. La loro reazione è estremamente violenta: trascinano Paolo e Sila nella piazza del tribunale. Il capo d’accusa è semplice: attentato all’ordine pubblico, infrazione delle leggi romane, perché: "Questi uomini gettano il disordine nella nostra città; sono giudei e predicano usanze che a noi Romani non è lecito accogliere né praticare" (v. 21).
I magistrati non ritengono neppure necessario verificare l’esattezza dell’accusa e ordinano che Paolo e Sila siano bastonati e messi in prigione. E’ il luogo dove vanno a finire normalmente i testimoni della Parola. La cosa non sconcerta i due evangelizzatori, i quali, con una coerenza sconcertante alla loro missione, trasformano la prigione in un luogo di preghiera.
Liberazione miracolosa dei missionari
25 Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i carcerati stavano ad ascoltarli. 26 D'improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito tutte le porte si aprirono e si sciolsero le catene di tutti. 27 Il carceriere si svegliò e vedendo aperte le porte della prigione, tirò fuori la spada per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. 28 Ma Paolo gli gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». 29 Quegli allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando si gettò ai piedi di Paolo e Sila; 30 poi li condusse fuori e disse: «Signori, cosa devo fare per esser salvato?». 31 Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». 32 E annunziarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. 33 Egli li prese allora in disparte a quella medesima ora della notte, ne lavò le piaghe e subito si fece battezzare con tutti i suoi; 34 poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.
35 Fattosi giorno, i magistrati inviarono le guardie a dire: «Libera quegli uomini!». 36 Il carceriere annunziò a Paolo questo messaggio: «I magistrati hanno ordinato di lasciarvi andare! Potete dunque uscire e andarvene in pace». 37 Ma Paolo disse alle guardie: «Ci hanno percosso in pubblico e senza processo, sebbene siamo cittadini romani, e ci hanno gettati in prigione; e ora ci fanno uscire di nascosto? No davvero! Vengano di persona a condurci fuori!». 38 E le guardie riferirono ai magistrati queste parole. All'udire che erano cittadini romani, si spaventarono; 39 vennero e si scusarono con loro; poi li fecero uscire e li pregarono di partire dalla città. 40 Usciti dalla prigione, si recarono a casa di Lidia dove, incontrati i fratelli, li esortarono e poi partirono.
Gli avvenimenti che si svolgono nel carcere di Filippi vanno accostati alla prima Pentecoste a Gerusalemme (At 2). I terremoti sono frequenti in questa regione; da allora ad oggi hanno devastato più volte l’antica città di Filippi. Luca non dice di che natura sia il sisma che scuote la prigione, ma certamente è una manifestazione di Dio che scende in quel luogo per irrompere nella vita della guardia del carcere e dei suoi familiari (v. 33). Quando la guardia vede le porte del carcere aperte pensa di non poter far altro che suicidarsi. Lasciar fuggire i detenuti era una colpa che meritava al carceriere la stessa pena a cui essi erano condannati (cf: 2,17; 27,42). Piuttosto che rischiare la decapitazione, egli preferisce uccidersi. Soltanto le parole di Paolo riescono a dissuaderlo. Tremando come Mosè alla vista del roveto ardente (cf. 7,32), la guardia si getta ai piedi di Paolo e Sila. La presenza divina irrompe nella sua vita. Senza esitazione pone ai due annunciatori del Vangelo la domanda che apre alla fede e al battesimo: "Signori, cosa devo fare per essere salvato?" (v. 30). La risposta di Paolo e Sila è chiara: "Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia" (v. 31).
Segue una breve catechesi, la celebrazione del battesimo e la cena (eucaristica?), con grande gioia di tutti.
Nella finale di questo episodio Paolo e Sila non pretendono le pubbliche scuse dai magistrati della città; vogliono solamente che si ristabilisca e si riconosca la verità dei fatti. Erano stati accusati di gettare il disordine nella città di Filippi e di predicare usanze contro la legge dei romani (cf. v. 21), ora esigono che il potere romano riconosca come prive di fondamento giuridico le procedure che condannano come illecite le usanze cristiane. L’autore degli Atti dunque riconosce al diritto romano la competenza e la capacità di intervenire con efficacia nel campo dei rapporti sociali tra uomini di religioni diverse, ma sottolinea nello stesso tempo la sua incompetenza in materia propriamente religiosa: "Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio" (Lc 20,25).

Capitolo 17
A Tessalonica. Difficoltà con i Giudei
1 Seguendo la via di Anfipoli e Apollonia, giunsero a Tessalonica, dove c'era una sinagoga dei Giudei. 2 Come era sua consuetudine Paolo vi andò e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture, 3 spiegandole e dimostrando che il Cristo doveva morire e risuscitare dai morti; il Cristo, diceva, è quel Gesù che io vi annunzio. 4 Alcuni di loro furono convinti e aderirono a Paolo e a Sila, come anche un buon numero di Greci credenti in Dio e non poche donne della nobiltà. 5 Ma i Giudei, ingelositi, trassero dalla loro parte alcuni pessimi individui di piazza e, radunata gente, mettevano in subbuglio la città. Presentatisi alla casa di Giasone, cercavano Paolo e Sila per condurli davanti al popolo. 6 Ma non avendoli trovati, trascinarono Giasone e alcuni fratelli dai capi della città gridando: «Quei tali che mettono il mondo in agitazione sono anche qui e Giasone li ha ospitati. 7 Tutti costoro vanno contro i decreti dell'imperatore, affermando che c'è un altro re, Gesù». 8 Così misero in agitazione la popolazione e i capi della città che udivano queste cose; 9 tuttavia, dopo avere ottenuto una cauzione da Giasone e dagli altri, li rilasciarono.
Nuove difficoltà a Berea
10 Ma i fratelli subito, durante la notte, fecero partire Paolo e Sila verso Berèa. Giunti colà entrarono nella sinagoga dei Giudei. 11 Questi erano di sentimenti più nobili di quelli di Tessalonica ed accolsero la parola con grande entusiasmo, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano davvero così. 12 Molti di loro credettero e anche alcune donne greche della nobiltà e non pochi uomini. 13 Ma quando i Giudei di Tessalonica vennero a sapere che anche a Berèa era stata annunziata da Paolo la parola di Dio, andarono anche colà ad agitare e sobillare il popolo. 14 Allora i fratelli fecero partire subito Paolo per la strada verso il mare, mentre Sila e Timòteo rimasero in città. 15 Quelli che scortavano Paolo lo accompagnarono fino ad Atene e se ne ripartirono con l'ordine per Sila e Timòteo di raggiungerlo al più presto.
Tutto il racconto della missione a Filippi era rivolto a sottolineare che quel primo annuncio della Parola si svolgeva in un mondo tipicamente romano in cui dovevano regnare il diritto e la giustizia. Nei due racconti che seguono in cui Paolo e i suoi compagni proclamano il Vangelo a Tessalonica (l’attuale Salonicco) e a Berea, due altre città della Macedonia, l’atteggiamento degli ambienti giudaici dell’impero ritorna in primo piano ed è caratterizzato da un’aperta ostilità. In entrambe le città i cristiani sono ben presto travolti dalla violenza della persecuzione che si abbatte su Paolo per iniziativa dei giudei.
Tessalonica era abitata da una popolazione cosmopolita di cui facevano parte commercianti e soldati, viaggiatori e funzionari, uomini liberi e schiavi. Non lontano dalla città sorgeva il monte Olimpo, ritenuto la dimora degli dèi e delle dee della mitologia greca. Paolo, arrivato in città si reca "secondo la sua usanza" alla sinagoga. L’apostolo avvia senza indugio un dialogo con i giudei, portandolo avanti per tre sabati. A partire dalla rivelazione di Dio, il cui disegno di salvezza è descritto nei libri sacri; Paolo presenta Gesù come il personaggio storico in cui il messaggio biblico trova la sua perfetta realizzazione. L’effetto della predicazione dei missionari a Tessalonica è simile a quello di Antiochia di Pisidia: solo alcuni giudei credono; tra i figli delle nazioni, invece, i convertiti sono molto numerosi: "aderirono a Paolo e Sila un buon numero di Greci credenti in Dio e non poche donne della nobiltà" (v. 4).
Anche in questa città i capi dei giudei reagiscono e suscitano una persecuzione. Ma non avendo trovato Paolo e Sila che erano ospitati in casa di Giasone, afferrarono Giasone e lo trascinarono con alcuni cristiani davanti ai magistrati della città. L’accusa addotta è ingegnosa. In primo luogo viene sottolineato il disordine provocato "in tutto l’universo"
(v. 6) dagli imputati a cui Giasone aveva dato alloggio. Paolo e Sila vengono accusati di agire contro i decreti di Cesare, perché affermano "che c’è un altro re, Gesù" (v. 7). Ma i politarchi (= i governanti della città) non si lasciano ingannare. Agiscono con prudenza e moderazione, chiedendo a Giasone e agli altri cristiani di versare una cauzione.
Giasone e i fratelli cristiani capiscono che le vite di Paolo e di Sila sono in pericolo e li fanno partire, durante la notte, per Berea, un piccolo paese di montagna situato a una sessantina di chilometri di distanza. Qui esiste un’importante sinagoga. Diversamente da ciò che è accaduto a Tessalonica, l’accoglienza è calorosa. Gli uditori sono ben disposti , gli ascoltatori ricevono la Parola "con tutto l’impegno". A partire da questa espressione meta pases prothymias (con tutto l’impegno), che occupa un posto centrale nel testo, l’autore presenta l’atteggiamento degli ascoltatori di Paolo a Berea come un modello per l’esegesi contemporanea: ascolto attento, critica esigente, approfondimento della fede.
Giorno dopo giorno, nel luogo deputato allo studio e nelle case, interrogano le Scritture a proposito della figura del Messia sofferente e risorto, con riferimento a Gesù che Paolo annuncia loro come il Messia. Molti di questi ebrei giungono alla fede cristiana e con loro "anche alcune donne greche della nobiltà e non pochi uomini" (v. 12). In questa atmosfera serena arrivano velocemente i giudei di Tessalonica, i quali vogliono allontanare Paolo da Berea. Dopo nuove proteste e nuovi tumulti, Paolo è costretto a fuggire in gran fretta. Sila e Timoteo resteranno ancora un po’ a Berea. Giunto ad Atene, Paolo si congeda dai suoi accompagnatori e dà loro l’ordine per Sila e Timoteo di raggiungerlo al più presto. A questo punto Paolo si trova di nuovo sulla strada, cacciato di città in città. Anche Gesù era stato scacciato da Nazaret (cf. Lc 4,29-30), era stato respinto dai samaritani (cf. Lc 9,52) e aveva concluso la sua vita come un escluso; e aveva predetto la stessa sorte ai suoi inviati (cf. Lc 10,10-11; 12,11-12). Paolo, discepolo fedele del suo Maestro, continua il suo viaggio tra le nazioni.
Paolo ad Atene
16 Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli. 17 Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei e i pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava. 18 Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui e alcuni dicevano: «Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?». E altri: «Sembra essere un annunziatore di divinità straniere»; poiché annunziava Gesù e la risurrezione. 19 Presolo con sé, lo condussero sull'Areòpago e dissero: «Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? 20 Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta». 21 Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare.
La città di Atene, in quell’epoca, aveva perduto il suo antico splendore, ma anche se la sua importanza politica era ormai tramontata, manteneva fieramente la sua prerogativa di capitale culturale dell’universo. Era dunque il luogo ideale per l’incontro del messaggio evangelico con la sapienza dei greci. Di fronte all’Aeròpago, il Vangelo inaugura ufficialmente il suo cammino tra le nazioni.
Arrivato nel centro commerciale di Atene, Paolo nota il gran numero di statue che raffigurano le divinità del paganesimo. Mentre visita questi monumenti, il suo cuore di buon giudeo si indigna, spingendolo a prendere la parola per esprime la sua disapprovazione. Ciò che lo colpisce è la quantità enorme delle immagini che rappresentano le divinità: tutte quelle statue fanno apparire a Paolo la città di Atene come kateidolon polin, una città dedita all’idolatria. Il geografo Pausania (II secolo a.C.) scrive: "Atene possiede più statue di quante se ne possano trovare in tutto il resto della Grecia" (Periesegi della Grecia XVII,24). E secondo Petronio, un autore latino del tempo di Paolo, "ad Atene è più facile incontrare un dio che un essere umano" (Satiricon I,17).
Paolo, com’era sua abitudine, dialoga con i suoi fratelli giudei nella sinagoga di Atene. Nello stesso tempo si mette a conversare ogni giorno in piazza con i primi venuti. E’ gente che ama discorrere: l’inflazione della parola fa eco alla proliferazione delle immagini. Tra questi Paolo incontra dei filosofi stoici ed epicurei. Gli stoici prendono nome dal fatto che si radunavano sotto il portico dipinto (stoa poikile), chiamato anche portico di Attalo. Per quanto riguarda gli epicurei, essi si rifanno all filosofo Epicuro (342-271 a.C.) che aveva insegnato nel "Giardino". Alcuni di loro vedono in Paolo uno spermologos ("che beccuzza granelli", e quindi "scroccone", "plagiatore sfacciato", "pappagallo ignorante"), uno di quei parlatori che mettono insieme dei luoghi comuni e frasi fatte, senza molta logica e costrutto. Altri lo considerano un "predicatore di divinità straniere" (v. 18), che annuncia forse una nuova coppia di dèi: Gesù e Anastasia. La risurrezione (in greco anastasis) viene presa per il nome di una dea. Questo equivoco sul nome "risurrezione" lascia intendere una profonda resistenza nell’accogliere il Vangelo da parte degli ascoltatori di Paolo.
All’improvviso, Paolo viene preso e condotto davanti al tribunale dell’arconte-re (archon basileus), che presiede l’alta corte di Atene, chiamata Aeròpago (colle di Ares). Al tempo di Paolo, la corte era formata da un centinaio di membri, in particolare ex-arconti. A quanto sembra, lo si sospetta ancora una volta di turbare l’ordine pubblico con innovazioni religiose, e in particolare con l’introduzione di "divinità straniere" (xenia daimonia).
Il testo degli Atti fa notare il difetto fondamentale degli ateniesi che spiegherà la loro allergia all’insegnamento di Paolo sulla risurrezione. L’unica cosa che interessa loro è "dire o ascoltare quello che c’è di più nuovo" (v. 21). Sono ossessionati dell’ultima novità e sempre pronti a dar credito alla notizia più recente. Non c’è spazio per qualcosa di definitivo, né all’origine né alla fine; non si riconosce alla storia nessuna consistenza, al di là di quella del tempo che scorre (la cronaca). L’annuncio che Paolo farà di un "giorno" del giudizio, permetterà a coloro che si convertono di liberarsi da questa nevrosi, dando alle loro vicende storiche un ancoraggio sicuro a cui faranno riferimento tutti gli uomini e tutto il cosmo.
Discorso di Paolo davanti all'Areopago
22 Allora Paolo, alzatosi in mezzo all'Areòpago, disse:
«Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. 23 Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. 24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell'uomo 25 né dalle mani dell'uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dá a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26 Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, 27 perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28 In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo.
29 Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all'oro, all'argento e alla pietra, che porti l'impronta dell'arte e dell'immaginazione umana. 30 Dopo esser passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, 31 poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».
32 Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un'altra volta». 33 Così Paolo uscì da quella riunione. 34 Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell'Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.
Il discorso presentato qui è un modello di annuncio del Vangelo ai figli delle nazioni. Il punto di arrivo del discorso è l’affermazione del v. 31: "Poiché egli (Dio) ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti". Questa è la chiave della buona notizia proclamata da Paolo. Del resto, è proprio su questo preciso argomento che è invitato a fornire spiegazioni. In realtà non si tratta di un insegnamento, ma della testimonianza di un evento decisivo, che apre la via che conduce alla vita (cf. 11,18). Di fronte all’alta corte di Atene come di fronte al sinedrio di Gerusalemme, le menti e i cuori si dividono sulla risurrezione, quella parola-evento "incredibile" (cf. 26,8) che tuttavia è l’unica luce di perdono che brilla sulla nostra storia, l’unico metro su cui tutto deve essere giudicato (cf. Lc 6,37-38).
Ma la fede nella risurrezione di Gesù presuppone la fede nel Dio che ha risuscitato Gesù. Per questo vedremo Paolo soffermarsi a lungo a parlare di questo Dio sconosciuto, ignorato. La risurrezione è il punto di partenza e nello stesso tempo il punto di arrivo del discorso. Eppure il missionario si sforza dal principio alla fine di condurre i suoi ascoltatori a riconoscere il Dio unico, senza pronunciare una sola volta il nome di Gesù. Di questo Dio viene messa in evidenza l’assoluta libertà: non ha bisogno né di templi, né di offerte. I culti pagani, dunque, non hanno più nessun fondamento. Sulla scia della rivelazione del Dio unico, i vv. 26-29 svelano l’identità dell’uomo nella sua unicità: l’uomo è fatto per abitare la terra e per cercare Dio. E Dio non si tiene a distanza dall’uomo e non gli è estraneo: noi siamo della sua stirpe, siamo fatti a sua immagine, viviamo di lui e per lui.
In sintesi, la sostanza dell’annuncio di Paolo davanti all’alta corte di Atene è questa: ignoranza umana della realtà di Dio, rivelazione del Dio unico, identità dell’uomo, giudizio di perdono ed esigenza di impegno. Si tratta dunque di una parola di rivelazione sul Dio che ha creato il cosmo e l’umanità, che dà a tutti vita e respiro, e che in questo giorno offre il perdono e suscita nell’uomo l’atto decisivo della fede.
Pur essendo "i più sensibili alla religione", gli ateniesi riconoscono pubblicamente una certa ignoranza; lo dimostra l’iscrizione che Paolo dice di aver trovato su un piedestallo: "A un dio sconosciuto". Questo monumento ha un significato ambiguo: può trattarsi di una confessione di ignoranza da parte degli ateniesi, ma può trattarsi anche dell’ambizioso proposito di fare di Atene una città che onora tutti gli dèi. Di fatto un monumento del genere può avere entrambi i significati. Nel discorso di Paolo l’alternativa all’ignoranza non sarà la conoscenza, ma la conversione (metanoia: v. 30).
Il modo in cui Paolo presenta Dio "che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene" (v. 24) e "che dà a tutti vita e respiro e tutte le cose" (v. 25) è molto vicino al modo in cui si esprime Isaia 42,5: "Così dice il Signore che ha fatto il cielo e l’ha reso saldo, che ha consolidato la terra e ciò che vi si trova, e che dà il respiro al popolo che è su di essa, e lo spirito a coloro che su di essa camminano". Paolo mette l’accento sul significato della creazione: essa è in vista di un dialogo dell’uomo con Dio. L’universo è un poema da leggere e da ascoltare. Il compito dell’uomo è di decifrare il poema della creazione per giungere al creatore.
L’allusione alla Provvidenza di Dio è rivolta sia a respingere la filosofia epicurea, secondo cui gli dèi non si curano degli uomini, sia a tendere la mano allo stoicismo, che vede nell’ordine del mondo una prova della sollecitudine degli dèi nei confronti degli uomini.
Sulle orme dei profeti, e facendo appello alla validità della visione poetica, Paolo cita due autori greci per dimostrare che i suoi ascoltatori hanno la possibilità di accedere a una conoscenza intima di Dio. La citazione di Arato permette a Paolo di proseguire nella sua argomentazione contro l’idolatria grossolana, che cede alla tentazione di confondere la presenza divina con le sue espressioni: "Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro…"(v. 29). Un parallelo interessante si trova negli scritti di Seneca: "Non è necessario alzare gli occhi al cielo, né pregare il custode del tempio perché ti permetta di accostare l’orecchio alla statua, come se ciò potesse avere come risultato che il dio ti ascolti meglio. Dio è vicino a te, è con te, è in te" (Lettere a Lucilio 41,1).
La conversione proposta a tutti e dovunque consiste unicamente nell’apertura alla Parola di Dio che penetra l’uomo per rivelargli la sua perversione e restituirgli la sua dignità; per demolirlo e ricostruirlo secondo ciò che è veramente: "stirpe di Dio". La nuova creazione – la risurrezione dei morti - viene a sconvolgere l’uomo nella fiducia che riponeva in se stesso e lo conduce a realizzarsi pienamente nella sua vocazione più fondamentale. Questa nuova creazione si manifesta in un giudizio attuato un giorno da un uomo "che egli (Dio) ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti" (v. 31).
La reazione degli ateniesi è quella di sempre. Alcuni fanno dell’ironia, altri aderiscono alla fede. Le conversioni non sono molto numerose. Luca ricorda due nomi: Dionigi l’Aeropagita, che sembra in qualche modo rappresentare l’aristocrazia ateniese, Dàmaris e altri con loro.
Nello sviluppo di questo brano si opera un capovolgimento di prospettiva. All’inizio, la domanda degli Aeropagiti si colloca sul piano del "conoscere": essi ritengono di poter valutare l’insegnamento del predicatore straniero. Paolo invece finisce col rivelare loro un uomo-evento che giudica la loro ricerca e il loro agire. Il Dio che viene loro annunciato e che parla attraverso la parola del missionario è il Dio della vita. Non si colloca a livello di ideologia, ma li chiama in causa sul piano della realtà. E’ possibile raggiungerlo, come a tentoni, a partire dalle sua opere e si offre agli uomini come un evento storico. Ogni uomo è interpellato e invitato a corrispondere all’alleanza che Dio instaura con lui dandogli "la vita, il movimento e l’essere" (v. 25). Si avvia in tal modo una dinamica di libertà che implica, da parte di Dio, un giudizio di grazia e di salvezza. Questo giudizio si manifesta in forma sfolgorante nella vittoria della vita sulla morte, che Paolo rivela come il punto culminante del suo messaggio: la risurrezione di Gesù.
La Chiesa di tutti i tempi deve imparare questo discorso missionario per andare incontro alle aspirazioni concrete dell’uomo e rivelargli in Gesù Cristo la profondità delle sue radici divine. L’episodio di Atene è l’esempio tipico del dialogo della Chiesa col mondo.

Capitolo 18
Fondazione della chiesa di Corinto
1 Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. 2 Qui trovò un Giudeo chiamato Aquila, oriundo del Ponto, arrivato poco prima dall'Italia con la moglie Priscilla, in seguito all'ordine di Claudio che allontanava da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro 3 e poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì nella loro casa e lavorava. Erano infatti di mestiere fabbricatori di tende. 4 Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere Giudei e Greci.
5 Quando giunsero dalla Macedonia Sila e Timòteo, Paolo si dedicò tutto alla predicazione, affermando davanti ai Giudei che Gesù era il Cristo. 6 Ma poiché essi gli si opponevano e bestemmiavano, scuotendosi le vesti, disse: «Il vostro sangue ricada sul vostro capo: io sono innocente; da ora in poi io andrò dai pagani». 7 E andatosene di là, entrò nella casa di un tale chiamato Tizio Giusto, che onorava Dio, la cui abitazione era accanto alla sinagoga. 8 Crispo, capo della sinagoga, credette nel Signore insieme a tutta la sua famiglia; e anche molti dei Corinzi, udendo Paolo, credevano e si facevano battezzare.
9 E una notte in visione il Signore disse a Paolo: «Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, 10 perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città». 11 Così Paolo si fermò un anno e mezzo, insegnando fra loro la parola di Dio.
Gli avvenimenti narrati in questo capitolo si svolgono a Corinto. Qui Paolo deve affrontare ancora una volta la riluttanza dei giudei ad assumere fino in fondo la loro vocazione di popolo di Dio, mentre il proconsole romano, sollecitato a prendere posizione su questo scontro, si rifiuta di intervenire.
La città di Corinto era stata devastata e incendiata nel 146 a.C. dall’esercito del generale romano Lucio Mummio. Cent’anni dopo, nel 44 a.C., l’imperatore Giulio Cesare fondò una colonia romana sulle rovine dell’antica città greca.
Venendo da Atene, dopo un viaggio di 70 chilometri, Paolo scopre una città ricostruita di recente e in piena espansione. E’ stata ripopolata da coloni romani, che sono guardati con disprezzo dai greci. Corinto è abitata da un’accozzaglia di stranieri incolti, che si sono arricchiti depredando tombe e monumenti antichi. La nuova Corinto sembra aver ereditato i difetti dell’antica. Quest’ultima era nota come città dei piaceri, con il famoso santuario di Afrodite Pandemos (o Venere popolare) costruito sull’Acrocorinto, uno sperone roccioso che domina la città. Il geografo Strabone (64 a.C.–21 d.C.) scrive che in quel santuario vivevano circa mille prostitute sacre. Comunque fosse la situazione, rimane il fatto che Corinto, nella sua condizione di città portuale, favoriva la prostituzione.
Corinto è la capitale della provincia senatoria dell’Acaia. Qui la parola di Dio non ha più a che fare con semplici strateghi, come a Filippi, ma è chiamata a comparire davanti al tribunale titolare di una delle più importanti magistrature dell’impero, il proconsole Lucio Giunio Gallione. Un’iscrizione trovata a Delfi permette di stabilire che fu proconsole dell’Acaia dal primo luglio del 50 (o 51) al 30 giugno del 51 (o 52). E’ una notizia importante per la cronologia di Paolo.
In questo brano per la prima volta vediamo comparire il nome di Roma. A partire da Corinto, viene annunciata la meta precisa della missione. Le due successive ricorrenze del nome di Roma fanno vedere che questa meta si iscrive nel progetto di Dio. Nel primo caso si tratta di ciò che lo Spirito Santo suggerisce a Paolo durante il suo soggiorno ad Efeso: "Bisogna che io veda anche Roma" (19,21). Nel secondo caso si tratta dell’obiettivo che il Signore assegna a Paolo dopo il suo arresto a Gerusalemme: "Bisogna che tu renda testimonianza anche a Roma" (23,11):
Il giudeo con cui Paolo fa conoscenza a Corinto si chiama Aquila; sua moglie si chiama Priscilla. Aquila e Priscilla non sono due semplici operai. Il termine "mestiere" indica che appartengono alla categoria degli artigiani, il che li distingue dalla manodopera non qualificata. Paolo, che esercita il mestiere di fabbricatore di tende, decide di lavorare e di abitare con loro. Dandoci questa notizia, Luca prepara la dichiarazione che il missionario farà agli anziani di Efeso: "Voi sapete che per le mie necessità e per quelle di coloro che erano con me, hanno provveduto queste mie mani" (20,34; cf. 1Cor 4,12).
Come ha sempre fatto, Paolo si rivolge in primo luogo ai suoi fratelli giudei: ogni sabato dialoga con loro nella sinagoga, cercando di convincerli della verità di ciò che annuncia. Ma anche qui vediamo ripetersi la scena drammatica che si era svolta nella sinagoga di Nazaret con il rifiuto opposto a Gesù (Lc 4,28-29) e quella avvenuta nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, con il rifiuto opposto a Paolo (13,50): la parola del profeta non viene accolta. L’opposizione dei giudei di Corinto si manifesta in violente bestemmie (v. 6) al punto che Paolo, secondo il comando evangelico (cf. Lc 10,10-11) deve andarsene scuotendo la polvere dai suoi vestiti. La Parola di Dio, quando viene rifiutata, assume la forma di un giudizio. Il v. 6 potrebbe essere parafrasato così: "Voi siete responsabili (il vostro sangue ricada sul vostro capo) della resistenza che opponete al compimento. Tutta la missione che voi vi rifiutate di assumere sarà ugualmente compiuta: io stesso andrò alle nazioni". Si tratta di un ordine impartito dal Messia, che ha inviato i suoi ad "annunciare una luce al popolo (dei giudei) così come alle nazioni" (26,23). Se un inviato viene meno al suo servizio e al suo invio in missione, come ha fatto Giuda il traditore, Dio ne suscita due che si aggiungono agli inviati (cf. 1,23-26).
Dopo questi avvenimenti, Paolo prende le distanze dall’ambiente giudaico e si inserisce nell’ambiente pagano. Il Signore in persona si manifesta in visione a Paolo durante la notte, per confermare la sua testimonianza e rivelargli la missione che l’attende in quella città, nella quale rimarrà per un anno e mezzo a insegnare la Parola di Dio (v. 11).
Attraverso la visione notturna del Macedone a Tròade, Paolo era stato chiamato a offrire il suo aiuto al mondo pagano in Europa. Qui la Parola del Signore interviene a fortificare Paolo nella realizzazione della sua missione. Questo testo richiama in modo abbastanza immediato la vocazione di Geremia: "Non temerli, perché io sono con te per proteggerti" (Ger 1,8). La stessa garanzia era stata data da Dio al suo servo Mosè: "Io sarò con te" (Es 3,12) e al suo servo Giosuè: "Non temere, perché è con te il Signore tuo Dio, dovunque tu vada" (Gs 1,9). Sulla linea di questi grandi personaggi, Paolo è configurato al popolo di Israele servo di Dio; infatti, lo vediamo prendere su di sé la vocazione "profetica" di questo popolo, secondo il testo di Isaia 41,8-11: "Ma tu, Israele mio servo, tu Giacobbe, che ho scelto, discendente di Abramo mio amico (…). Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e anche ti vengo in aiuto e ti sostengo con la mia destra vittoriosa. Ecco, saranno svergognati e confusi quanti s’infuriavano contro di te".
La parola che il Signore rivolge a Paolo, suo testimone, lo colloca sulla linea dei servi di Dio per mezzo dei quali viene radunato e salvato il suo popolo. "Continua a parlare e non tacere!": Il Signore conferma il suo inviato nel suo servizio, che consiste nel "testimoniare ai giudei e ai greci la conversione a Dio e la fede nel Signore nostro Gesù" (20,21).
Paolo tradotto in tribunale dai Giudei
12 Mentre era proconsole dell'Acaia Gallione, i Giudei insorsero in massa contro Paolo e lo condussero al tribunale dicendo: 13 «Costui persuade la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge». 14 Paolo stava per rispondere, ma Gallione disse ai Giudei: «Se si trattasse di un delitto o di un'azione malvagia, o Giudei, io vi ascolterei, come di ragione. 15 Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra legge, vedetevela voi; io non voglio essere giudice di queste faccende». 16 E li fece cacciare dal tribunale. 17 Allora tutti afferrarono Sòstene, capo della sinagoga, e lo percossero davanti al tribunale ma Gallione non si curava affatto di tutto ciò.
Con l’entrata in scena di Lucio Giunio Gallione, che è fratello maggiore del filosofo Seneca, viene di nuovo messo in evidenza il legame tra Corinto e Roma. Questa volta Paolo viene condotto davanti ad una autorità che è alle dirette dipendenze dell’imperatore Claudio, citato nei versetti precedenti.
Guardando con un po’ di attenzione, ci si rende conto che i capi d’accusa hanno sempre una radice giudaica. Gli accusatori sono presentati esplicitamente come giudei che rimproverano a Paolo di insegnare un modo di venerare Dio che essi ritengono contrario alla Legge. E Gallione li rimanda alla loro Legge: "Vedetevela voi!" (v. 15). Se vogliono accusare Paolo, devono farlo in quella sede.
Scacciati dal tribunale romano, gli accusatori si mettono a litigare tra loro e percuotono il capo della loro sinagoga. L’impero romano non ha nulla a che vedere con un Messia giudaico, soprattutto se è già morto. Nella persona di Gallione, l’impero definisce chiaramente la propria neutralità nei confronti dell’annuncio del Vangelo, preoccupandosi soltanto di mantenere l’ordine pubblico. Ricordiamo che la politica imperiale diventerà anticristiana soltanto dieci anni dopo, intorno al 62, quando Nerone sposerà una donna giudea, Poppea. La decisione di far ricadere sui cristiani la responsabilità dell'incendio di Roma del 64 sarà una conseguenza di questa inversione di rotta.
Il problema posto dalla comparizione di Paolo davanti a Gallione è quello del rapporto tra Dio e Cesare (cf. Lc 20,20-25), e quindi della competenza del potere civile in materia religiosa: Chi agisce come rappresentante di Cesare deve conoscere e accettare i limiti della propria giurisdizione.; chi è stato chiamato da Dio a svolgere una missione deve portarla a termine senza cercare di servirsi del diritto civile per far trionfare la propria causa.
Ritorno ad Antiochia e partenza per il terzo viaggio
18 Paolo si trattenne ancora parecchi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s'imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era fatto tagliare i capelli a causa di un voto che aveva fatto. 19 Giunsero a Efeso, dove lasciò i due coniugi, ed entrato nella sinagoga si mise a discutere con i Giudei. 20 Questi lo pregavano di fermarsi più a lungo, ma non acconsentì. 21 Tuttavia prese congedo dicendo: «Ritornerò di nuovo da voi, se Dio lo vorrà», quindi partì da Efeso. 22 Giunto a Cesarèa, si recò a salutare la Chiesa di Gerusalemme e poi scese ad Antiochia.
23 Trascorso colà un po’ di tempo, partì di nuovo percorrendo di seguito le regioni della Galazia e della Frigia, confermando nella fede tutti i discepoli.
In questi sei versetti Luca riassume un viaggio di 3.500 chilometri, metà per mare e metà via terra. A Cencre, prima di imbarcarsi, Paolo si fa radere il capo: E’ il segno dell’adempimento di un voto fatto durante la permanenza a Corinto. Luca non dice né l’oggetto del voto, né le circostanze in cui è stato emesso.
Quando Paolo giunge ad Efeso si reca subito alla sinagoga, com’era sua abitudine, per dialogare con i giudei. Tuttavia si tratta solo di un primo contatto. Quando essi lo pregano di restare un po’ di tempo con loro, Paolo non accetta, ma promette loro che tornerà da loro "se Dio vorrà" (v. 21). Soltanto dopo lunghi mesi, probabilmente nel 54, la volontà di Dio lo condurrà nuovamente ad Efeso, dove rimarrà per due anni (19,10), o forse anche più a lungo, dato che nel suo testamento parlerà di "tre anni" (20,31) di prove e tribolazioni. Il motivo per cui Paolo ha fretta di lasciare Efeso dopo questo primo contatto è spiegato dal testo occidentale al v. 21: "Bisogna proprio che io faccia la prossima festa a Gerusalemme". Se si tratta della Pasqua celebrata all’inizio della primavera, era necessario che Paolo si imbarcasse nell’autunno del 52, prima che la stagione invernale rendesse impossibile la navigazione.
Spinto dalla medesima sollecitudine apostolica che l’aveva indotto a partire per l’Asia dopo l’assemblea di Gerusalemme, ancora una volta Paolo compie questo lungo viaggio per "rafforzare nella fede tutti i discepoli" (v. 23).
Apollo
24 Arrivò a Efeso un Giudeo, chiamato Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, versato nelle Scritture. 25 Questi era stato ammaestrato nella via del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. 26 Egli intanto cominciò a parlare francamente nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. 27 Poiché egli desiderava passare nell'Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto colà, fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; 28 confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo.
Luca narra gli inizi del ministero di Apollo. Alessandria, la sua città natale, era un brillante centro di cultura giudeo-ellenistica, dove era stata realizzata la traduzione greca della Bibbia nota come "versione dei Settanta". Apollo possedeva una straordinaria capacità di interpretare le Scritture. Inoltre era in grado di insegnare con precisione "le cose che riguardano Gesù" (v. 25). Che cosa mancava ad Apollo se, come dice il testo, conosceva solo il battesimo di Giovanni Battista? Gli mancava il battesimo cristiano. Il battesimo cristiano è un rito di unione al mistero del Cristo morto e risorto, e in quanto tale conduceva a una vita nuova, liberata dal peccato. Il grande sapere di Apollo ha ancora un notevole cammino da percorrere fino a lasciarsi illuminare dal mistero pasquale: allora l’intelligenza di Apollo potrà aprirsi alla piena conoscenza delle Scritture. Per questo intervengono Aquila e Priscilla e gli espongono con maggiore precisione "la via di Dio" (v. 26) nella persona di Gesù.
Munito di lettere di raccomandazione, indirizzate dai fratelli di Efeso alla comunità di Corinto, Apollo si imbarca per l'Acaia. Qui incontra i credenti e suscita in loro un grande stupore. Egli non parla più soltanto degli avvenimenti della vita di Gesù, ma fa vedere ai giudei, alla luce delle Scritture, "che Gesù è il Messia". Apollo "ribollente nello Spirito" (v. 25), già parlava e insegnava secondo lo stile di Paolo.
Ci sono ormai tutti i presupposti per affrontare l’ultima tappa della grande missione di Paolo: il suo soggiorno per più di due anni a Efeso. Questa tappa rappresenta il culmine dell’opera di fondazione di Paolo, al termine della quale l’apostolo andrà a Gerusalemme, come il suo Signore, per vivere la sua passione-testimonianza.

Capitolo 19
I seguaci di Giovanni a Efeso
1 Mentre Apollo era a Corinto, Paolo, attraversate le regioni dell'altopiano, giunse a Efeso. Qui trovò alcuni discepoli 2 e disse loro: «Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?». Gli risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo». 3 Ed egli disse: «Quale battesimo avete ricevuto?». «Il battesimo di Giovanni», risposero. 4 Disse allora Paolo: «Giovanni ha amministrato un battesimo di penitenza, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Gesù». 5 Dopo aver udito questo, si fecero battezzare nel nome del Signore Gesù 6 e, non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, scese su di loro lo Spirito Santo e parlavano in lingue e profetavano. 7 Erano in tutto circa dodici uomini.
Al tempo di Paolo, Efeso era la capitale della provincia di Asia, sede del senatore romano che ricopriva la carica di proconsole. Era una delle città più belle dell’impero. Aveva tra i 200.000 e i 300.000 abitanti. Questa grande città asiatica doveva la sua ricchezza non solo al porto, ma anche al tempio dedicato ad Artèmide, figlia di Zeus e di Leto, una delle sette meraviglie del mondo. A partire dall’VIII secolo a.C. gli abitanti dell’Asia minore l’avevano proclamata la loro divinità nazionale. Era la dea della fecondità. Il culto di Artèmide era molto popolare: da tutto l’impero affluivano pellegrini con le loro offerte, fonte di notevoli entrate per la città.
Paolo arriva a Efeso e qui trova alcuni discepoli, che avevano ricevuto soltanto il battesimo di Giovanni Battista e non avevano neppure sentito parlare del battesimo nello Spirito Santo. Paolo li battezza e impone loro le mani perché ricevano lo Spirito Santo.
Questo brano è in stretta relazione con il capitolo 2. Un indizio significativo è il numero degli uomini che costituiscono il primo nucleo della chiesa di Efeso: sono una dozzina come i Dodici discepoli scelti da Gesù e che a Pentecoste avevano ricevuto la confermazione di rappresentare il nuovo popolo di Dio. Arrivato al punto di narrare la conclusione dell’opera missionaria di Paolo, l’autore ci riconduce agli inizi per farci meglio percepire la coerenza del disegno divino e la sua portata universale, già segnalata dall’eterogeneità della folla giudaica presente a Gerusalemme quando lo Spirito santo viene effuso sulla prima comunità cristiana. Paolo si è chiaramente assunto la missione affidata al popolo di Dio per la totalità di tutte le nazioni e la sta portando efficacemente a termine.
Fondazione della chiesa di Efeso
8 Entrato poi nella sinagoga, vi poté parlare liberamente per tre mesi, discutendo e cercando di persuadere gli ascoltatori circa il regno di Dio. 9 Ma poiché alcuni si ostinavano e si rifiutavano di credere dicendo male in pubblico di questa nuova dottrina, si staccò da loro separando i discepoli e continuò a discutere ogni giorno nella scuola di un certo Tiranno. 10 Questo durò due anni, col risultato che tutti gli abitanti della provincia d'Asia, Giudei e Greci, poterono ascoltare la parola del Signore.
Gli esorcisti giudei
11 Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, 12 al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano.
13 Alcuni esorcisti ambulanti giudei si provarono a invocare anch'essi il nome del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo: «Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica». 14 Facevano questo sette figli di un certo Sceva, un sommo sacerdote giudeo. 15 Ma lo spirito cattivo rispose loro: «Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?». 16 E l'uomo che aveva lo spirito cattivo, slanciatosi su di loro, li afferrò e li trattò con tale violenza che essi fuggirono da quella casa nudi e coperti di ferite. 17 Il fatto fu risaputo da tutti i Giudei e dai Greci che abitavano a Efeso e tutti furono presi da timore e si magnificava il nome del Signore Gesù. 18 Molti di quelli che avevano abbracciato la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche magiche 19 e un numero considerevole di persone che avevano esercitato le arti magiche portavano i propri libri e li bruciavano alla vista di tutti. Ne fu calcolato il valore complessivo e trovarono che era di cinquantamila dramme d'argento. 20 Così la parola del Signore cresceva e si rafforzava.
I vv. 8-10 descrivono i primi tre mesi del ministero di Paolo, che parla liberamente nella sinagoga di Efeso. Dopo questo periodo riservato ai giudei, Paolo prende una decisione memorabile; lascia la sinagoga e continua il dialogo nella scuola di Tiranno: un luogo pubblico aperto a tutti, dove giudei e non giudei possono ritrovarsi liberamente. Questo passaggio da un luogo all’altro sembra avere una particolare importanza, perché manifesta un distacco deciso. Nel Libro degli Atti non lo vedremo più pronunciare la Parola nella sinagoga. Abbandonandola, Paolo "mette da parte i discepoli" (v. 9), come egli stesso e Barnaba erano stati "messi da parte" per lo Spirito Santo ad Antiochia di Siria (13,2), in vista dell’"opera della grazia". Questo passo segna indubbiamente una fase nuova nell’attuazione del disegno salvifico di Dio. La testimonianza dei discepoli andrà ampiamente al di là degli ambienti giudaici, raggiungendo tutti gli abitanti della città, senza distinzioni.
Per due anni, tra il 55 e il 58, l’annuncio della Parola del Signore risuona con potenza nella città e nei suoi dintorni. Paolo evidentemente non agisce da solo: le sue lettere parlano del ministero di Epafra a Colossi, e poi a Laodicea e a Gerapoli con Filèmone e Archippo (Col 1,7; 4,12-13), mentre all’evangelizzazione di Efeso lavoravano con lui Erasto e Timòteo (At 19,22), Gaio e Aristarco (19,29), Tito e alcuni altri (2Cor 12,18).
La Parola di Dio dispiega la sua grazia a favore di "coloro che sono infermi" (vv. 11-12) e così manifesta la potenza unica del Nome del Signore Gesù, principio di salvezza per ogni uomo. Ma alcuni esorcisti giudei tentano di impadronirsi del Nome di Gesù e di pronunciarlo sbrigativamente sugli indemoniati (vv. 13-17). La potenza del Nome di Gesù non può essere usata in un modo qualsiasi. Ci vogliono dei testimoni che si siano lasciati pervadere dalla Parola di Dio. I sette figli del sommo sacerdote Sceva pretendono di pronunciare una parola attraverso la quale possa agire la signoria di Gesù, ma senza un impegno personale nei suoi confronti. E’ evidente che non hanno accettato come Signore della loro vita "quel Gesù che Paolo proclama". A causa della dissociazione tra la parola che gli esorcisti pronunciano e la realtà della loro vita, l’esorcismo pronunciato nel nome del Signore Gesù degenera in formula magica, separata dalle sue radici concrete nell’evento Gesù. Di conseguenza lo spirito maligno non ha difficoltà a mettere a nudo l’impostura del loro potere. E poiché non si sono consegnati al Signore Gesù per la loro salvezza, sono sottomessi alla signoria degli spiriti cattivi per la loro punizione: "E l’uomo che aveva lo spirito cattivo, slanciandosi su di loro, li afferrò e li trattò con tale violenza che essi fuggirono da quella casa nudi e coperti di ferite" (v. 16).
Rivolgendosi ai giudei e ai greci, l’annuncio missionario raggiunge tutti e produce frutti di fede: "Molti di quelli che avevano creduto venivano, confessando e denunciando le loro azioni" (v. 18). Coloro che ormai intendono camminare sulla via del Signore rinunciano pubblicamente alle loro pratiche magiche e, pieni di ardore per le vere Scritture, gettano nel fuoco il loro libri di magia, con lo slancio con cui i primi discepoli del Signore risorto liquidavano i loro beni (4,32-37). Luca mette in risalto l’enorme patrimonio che va in fumo: l’equivalente del salario di 50.000 giornate di lavoro.
La predicazione della Parola a tutti gli abitanti della regione di Efeso produce una grande crescita di credenti e fa presagire una nuova tappa nella missione di Paolo. Infatti, nel versetto seguente il racconto compie una svolta, svelando la meta ultima del disegno di Dio. Paolo si reca a Gerusalemme con la ferma convinzione di dover raggiungere Roma: "Dopo essere stato là devo vedere anche Roma" (v. 21).
V. LA FINE DEI VIAGGI.
IL PRIGIONIERO DEL CRISTO
I progetti di Paolo
21 Dopo questi fatti, Paolo si mise in animo di attraversare la Macedonia e l'Acaia e di recarsi a Gerusalemme dicendo: «Dopo essere stato là devo vedere anche Roma». 22 Inviati allora in Macedonia due dei suoi aiutanti, Timòteo ed Erasto, si trattenne ancora un po’ di tempo nella provincia di Asia.
In questo breve passo degli Atti, Paolo decide, come Gesù, di salire a Gerusalemme. Nella città santa vivrà anch’egli la sua passione, unito al Mistero pasquale di Cristo. Come il suo Maestro, verrà messo in carcere dai giudei e verrà consegnato nelle mani dei pagani (21,11; cf. Lc 18,31-33). Paolo sta terminando la sua corsa (20,24); è venuto per lui il momento di salire là dove era salito il Signore Gesù (cf. Lc 19,28). Il racconto fa una breve allusione al lungo giro che Paolo si propone di compiere prima di raggiungere la meta: vuole attraversare la Macedonia e l’Acaia, ricapitolando tutto il suo viaggio missionario. Poi il suo sguardo spazia più lontano: "Dopo essere arrivato là, devo vedere anche Roma" (v. 21). Queste parole indicano l’orientamento della quinta e ultima sezione degli Atti (21,15--28,31).
A Efeso. La sommossa degli orefici
23 Verso quel tempo scoppiò un gran tumulto riguardo alla nuova dottrina. 24 Un tale, chiamato Demetrio, argentiere, che fabbricava tempietti di Artèmide in argento e procurava in tal modo non poco guadagno agli artigiani, 25 li radunò insieme agli altri che si occupavano di cose del genere e disse: «Cittadini, voi sapete che da questa industria proviene il nostro benessere; 26 ora potete osservare e sentire come questo Paolo ha convinto e sviato una massa di gente, non solo di Efeso, ma si può dire di tutta l'Asia, affermando che non sono dei quelli fabbricati da mani d'uomo. 27 Non soltanto c'è il pericolo che la nostra categoria cada in discredito, ma anche che il santuario della grande dea Artèmide non venga stimato più nulla e venga distrutta la grandezza di colei che l'Asia e il mondo intero adorano».
28 All'udire ciò s'infiammarono d'ira e si misero a gridare: «Grande è l'Artèmide degli Efesini!». 29 Tutta la città fu in subbuglio e tutti si precipitarono in massa nel teatro, trascinando con sé Gaio e Aristarco macèdoni, compagni di viaggio di Paolo. 30 Paolo voleva presentarsi alla folla, ma i discepoli non glielo permisero. 31 Anche alcuni dei capi della provincia, che gli erano amici, mandarono a pregarlo di non avventurarsi nel teatro. 32 Intanto, chi gridava una cosa, chi un'altra; l'assemblea era confusa e i più non sapevano il motivo per cui erano accorsi.
33 Alcuni della folla fecero intervenire un certo Alessandro, che i Giudei avevano spinto avanti, ed egli, fatto cenno con la mano, voleva tenere un discorso di difesa davanti al popolo. 34 Appena s'accorsero che era Giudeo, si misero tutti a gridare in coro per quasi due ore: «Grande è l'Artèmide degli Efesini!». 35 Alla fine il cancelliere riuscì a calmare la folla e disse: «Cittadini di Efeso, chi fra gli uomini non sa che la città di Efeso è custode del tempio della grande Artèmide e della sua statua caduta dal cielo? 36 Poiché questi fatti sono incontestabili, è necessario che stiate calmi e non compiate gesti inconsulti. 37 Voi avete condotto qui questi uomini che non hanno profanato il tempio, né hanno bestemmiato la nostra dea. 38 Perciò se Demetrio e gli artigiani che sono con lui hanno delle ragioni da far valere contro qualcuno, ci sono per questo i tribunali e vi sono i proconsoli: si citino in giudizio l'un l'altro. 39 Se poi desiderate qualche altra cosa, si deciderà nell'assemblea ordinaria. 40 C'è il rischio di essere accusati di sedizione per l'accaduto di oggi, non essendoci alcun motivo per cui possiamo giustificare questo assembramento». 41 E con queste parole sciolse l'assemblea.
I termini "economici" si sono improvvisamente accumulati sotto la penna d Luca, dopo aver fatto la loro comparsa con l’indicazione della somma corrispondente al valore dei libri bruciati sul rogo: il salario di 50.000 giornate lavorative (v. 19). Con l’episodio degli orefici veniamo introdotti nel mondo degli artigiani, persone che maneggiano denaro e ricercano il profitto. Questi difendono gelosamente la loro professione (v. 27), legata al benessere (v. 25) che la statua "caduta dal cielo" (v. 35) procura alla città di Efeso. Usciamo dunque dal mondo della Parola efficace, attenta ai deboli e ai piccoli, per entrare nel mondo della ricchezza economica e del benessere. La grande Artèmide, venerata in tutta l’Asia, incarna molto bene i valori di fecondità materiale, di prosperità e di prestigio su cui si fonda la società degli Efesini.
Il culto della grande dea è dunque legato alla potenza economica, il che conferisce all’episodio il suo significato particolare. Il santuario di Artèmide svolgeva infatti il ruolo del banchiere e del proprietario terriero, con la corporazione degli amministratori della proprietà e dei grandi della finanza. Al servizio della dea provvedevano un collegio di sacerdoti e un grande numero di ragazze vergini, le "api", guidato dalla grande sacerdotessa che veniva eletta di anno in anno.
In una situazione del genere, è facile capire quanto fossero laceranti i problemi suscitati dall’annuncio del regno di Dio. E’ la prima volta che Luca segnala una reale ostilità dei pagani alla predicazione di Paolo.
Nella città di Artèmide non c’è posto per il Dio unico che fa gesti di potenza per soccorrere coloro che sono infermi. Al contrario, gli artigiani di Efeso sono orgogliosi di fabbricare oggetti votivi d’argento in onore degli dei costruiti da mani umane (cf. 17,24). E’ il mondo alla rovescia! I fabbricanti di ex voto e di tempietti in miniatura cercano di accaparrare a proprio vantaggio la potenza del Signore "che ha fatto il cielo, la terra e il mare e tutte le cose che sono in essi" (4,24). Fanno assegnamento sulla potenza pervertita del denaro. Quello che cercano è il loro profitto personale e la stabilità della loro professione. Demetrio, il loro portavoce, presenta abilmente il loro punto di vista materialistico e interessato mascherandolo da patriottismo religioso. E si fa zelante paladino dell’attività turistica di una città che vede affluire molti pellegrini. Se la parola del Signore trova ascolto a Efeso, tutto questo sistema di valori verrà completamente sconvolto.
Di fronte a un mondo in cui i beni di consumo regolano tutti i rapporti tra gli uomini, si erge la grandezza del regno di Dio. La sua via consiste nel riconoscere l’assoluta iniziativa di Dio, nel riporre la propria fiducia nella potenza della Parola e nel servirsi delle proprie mani per aiutare i deboli. La parola di Dio scalza i valori che Artèmide rappresenta: il profitto, la fama, la sicurezza, il benessere. Si capisce così la violenta reazione degli orefici, che vedono minacciati i loro diritti più fondamentali e le basi stesse della loro sicurezza materiale.
Il racconto di Luca fa chiaramente vedere dove sta il vero problema: a Efeso, come in ogni società dei consumi, c’è una stretta dipendenza del mondo religioso dal denaro. La Parola libera da questa schiavitù e rivela ciò che deve essere convertito nel campo dei valori umani.
La violenza che esplode ad Efeso, come a Corinto, manifesta il carattere quasi impossibile della conversione richiesta. Come si era comportato il notabile ricco di cui ci parla il vangelo di Luca: « Gesù gli disse: "Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi". Ma quegli, udite quelle parole, divenne assai triste, perché era molto ricco» (Lc 18,22-23). In quella circostanza, coloro che ascoltavano Gesù dissero: " Allora chi potrà essere salvato?". Ed egli rispose : "Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio" (Lc 18,27). Solo Dio può liberare gli uomini dall’idolo mammona, da ciò che possiedono.

Capitolo 20
Paolo abbandona Efeso
1 Appena cessato il tumulto, Paolo mandò a chiamare i discepoli e, dopo averli incoraggiati, li salutò e si mise in viaggio per la Macedonia. 2 Dopo aver attraversato quelle regioni, esortando con molti discorsi i fedeli, arrivò in Grecia.
3 Trascorsi tre mesi, poiché ci fu un complotto dei Giudei contro di lui, mentre si apprestava a salpare per la Siria, decise di far ritorno attraverso la Macedonia. 4 Lo accompagnarono Sòpatro di Berèa, figlio di Pirro, Aristarco e Secondo di Tessalonica, Gaio di Derbe e Timòteo, e gli asiatici Tìchico e Tròfimo. 5 Questi però, partiti prima di noi ci attendevano a Troade; 6 noi invece salpammo da Filippi dopo i giorni degli Azzimi e li raggiungemmo in capo a cinque giorni a Troade dove ci trattenemmo una settimana.
I primi quattro versetti del cap. 20 descrivono la decisione presa da Paolo di "andare a Gerusalemme" (19,21). Nel racconto della partenza vengono messi in luce tre aspetti significativi dei legami del missionario con la comunità: comunione, incoraggiamento e affetto. Il tratto più saliente di questi versetti è il moltiplicarsi degli spostamenti per terra e per mare, raccontati con molti particolari. Questo andare incessante è intervallato da soste più o meno brevi, che si presentano come le tappe di un viaggio nel quale Paolo teme di essere trattenuto. Nel v.16 leggiamo esplicitamente questa fretta: "Paolo aveva deciso di passare al largo di Efeso per evitare di subire ritardi nella provincia di Asia: gli premeva di essere a Gerusalemme, se possibile, per il giorno di Pentecoste". Rimane a Corinto per tre mesi, ma soltanto perché è costretto ad attendere la fine dell’inverno e la ripresa della navigazione.
Paolo non è solo. Per questo viaggio è scortato da sette compagni. Insieme, essi formano una sorta di corona intorno all’apostolo, attestando la ricca messe da lui raccolta lungo il cammino.
A Troade. Paolo risuscita un morto
7 Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane e Paolo conversava con loro; e poiché doveva partire il giorno dopo, prolungò la conversazione fino a mezzanotte. 8 C'era un buon numero di lampade nella stanza al piano superiore, dove eravamo riuniti; 9 un ragazzo chiamato Eutico, che stava seduto sulla finestra, fu preso da un sonno profondo mentre Paolo continuava a conversare e, sopraffatto dal sonno, cadde dal terzo piano e venne raccolto morto. 10 Paolo allora scese giù, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: «Non vi turbate; è ancora in vita!». 11 Poi risalì, spezzò il pane e ne mangiò e dopo aver parlato ancora molto fino all'alba, partì. 12 Intanto avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati.
In occasione della liturgia domenicale, la sera precedente la partenza, Paolo celebra l’eucaristia con la comunità. Paolo prolunga il colloquio fino a tarda ora. Mentre Paolo fa l’omelia, un ragazzo di nome Eutico (che significa Buona Fortuna), preso dal sonno, cade dalla finestra del terzo piano sulla quale si era seduto per ascoltare Paolo. Paolo scende, abbraccia il ragazzo e annuncia che di nuovo "la sua anima è in lui". Poi sale per spezzare il pane e continua la sua omelia, discorrendo fino alla luce del giorno.
Quest’ultima celebrazione eucaristica a Tròade è il memoriale del Signore che Paolo lascia alle sue comunità. Ormai non potrà più essere presente di persona per esortarle. Ma dopo la sua partenza esse potranno trovare in questo memoriale "un conforto senza misura" (v. 12).
Da Troade a Mileto
13 Noi poi, che eravamo partiti per nave, facemmo vela per Asso, dove dovevamo prendere a bordo Paolo; così infatti egli aveva deciso, intendendo di fare il viaggio a piedi. 14 Quando ci ebbe raggiunti ad Asso, lo prendemmo con noi e arrivammo a Mitilène. 15 Salpati da qui il giorno dopo, ci trovammo di fronte a Chio; l'indomani toccammo Samo e il giorno dopo giungemmo a Milèto. 16 Paolo aveva deciso di passare al largo di Efeso per evitare di subire ritardi nella provincia d'Asia: gli premeva di essere a Gerusalemme, se possibile, per il giorno della Pentecoste.
Paolo e i suoi compagni sbarcano a Mileto dopo aver percorso circa 300 chilometri in cinque giorni di navigazione. Paolo ha evitato intenzionalmente lo scalo di Efeso, per paura di essere trattenuto. Luca non precisa il motivo di questo timore. La Pentecoste si avvicina e Paolo desidera arrivare a Gerusalemme in tempo per celebrare la festa.
Addio agli anziani di Efeso
17 Da Milèto mandò a chiamare subito ad Efeso gli anziani della Chiesa. 18 Quando essi giunsero disse loro: «Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno in cui arrivai in Asia e per tutto questo tempo: 19 ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime e tra le prove che mi hanno procurato le insidie dei Giudei. 20 Sapete come non mi sono mai sottratto a ciò che poteva essere utile, al fine di predicare a voi e di istruirvi in pubblico e nelle vostre case, 21 scongiurando Giudei e Greci di convertirsi a Dio e di credere nel Signore nostro Gesù. 22 Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. 23 So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. 24 Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio.
25 Ecco, ora so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunziando il regno di Dio. 26 Per questo dichiaro solennemente oggi davanti a voi che io sono senza colpa riguardo a coloro che si perdessero, 27 perché non mi sono sottratto al compito di annunziarvi tutta la volontà di Dio. 28 Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue. 29 Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; 30 perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé. 31 Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di esortare fra le lacrime ciascuno di voi.
32 Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l'eredità con tutti i santificati. 33 Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno. 34 Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. 35 In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!».
36 Detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. 37 Tutti scoppiarono in un gran pianto e gettandosi al collo di Paolo lo baciavano, 38 addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.
Giunto a Mileto, Paolo invia un messaggio agli anziani della chiesa di Efeso per salutarli e invitarli a recarsi da lui. Questi anziani saranno i primi ascoltatori del suo testamento spirituale. Attraverso di loro Paolo si rivolge a tutte le comunità cristiane di origine pagana e ai falsi maestri che minacciano la loro fede.
In tutto il libro degli Atti è l’unica volta che Luca ci riporta un discorso di Paolo ad ascoltatori cristiani. Si tratta di un bel esempio di quelle parole di esortazione che il missionario rivolgeva alle giovani comunità da lui fondate. Questa volta però ci troviamo di fronte a un addio ai suoi discepoli che gli sono tanto cari, che ha generato nella fede e che non vedranno più il suo volto.
Paolo comincia col ricordare i suoi anni di ministero a Efeso: egli si è comportato da servo del Signore nelle sofferenze subite e nella testimonianza resa a Cristo con la Parola che conduce alla conversione. Egli dichiara di essersi comportato umilmente da fedele discepolo del suo Maestro. L’umiltà però non l’ha spinto a tacere. Egli ha saputo prendersi le proprie responsabilità di testimone per condurre i giudei e i pagani alla conoscenza del Dio unico e alla fede in Gesù risorto.
Paolo svela loro il suo destino. Lo Spirito santo stesso conferma a Paolo che lo attendono tribolazioni e catene a Gerusalemme. Ed egli, come Gesù, si mette in viaggio in piena libertà. Con questa salita a Gerusalemme ha inizio per Paolo un altro modo di essere testimone e di portare a termine il servizio che gli è stato affidato: bisogna che egli renda testimonianza alla buona notizia della grazia di Dio.
Egli annunzia agli anziani che il suo destino sarà ormai strettamente legato a quello di Gesù che aveva dichiarato: "Saliamo a Gerusalemme, e tutto ciò che è scritto attraverso i profeti a proposito del Figlio dell’uomo sarà compiuto. Poi sarà consegnato ai pagani..."(Lc 18,31-32). Paolo trasmette agli anziani il suo testamento. Ormai dovranno essere loro a farsi carico della chiesa di Efeso. Se essi si allontanano da questo disegno di Dio o lasciano che altri se ne allontanino, la responsabilità è loro: il loro sangue è sul loro capo, e Paolo ne è innocente.
Il v. 28 costituisce il culmine della Parola rivolta agli anziani. Paolo delinea il mistero della chiesa come gregge al servizio del quale gli anziani sono stati costituiti "sorveglianti" o "episcopi" (episkopous).
I vv. 29-35 sviluppano le conseguenze di questo incarico: vigilanza di fronte ai nemici del gregge, gratuità di vivere in solidarietà con i deboli, nel ricordo vivo e operante delle parole di Gesù: "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!".
In questo brano ci troviamo di fronte all’unica volta in cui viene usato il termine "sorvegliante" o "episcopo" negli scritti di Luca. .E’ usato per qualificare gli anziani e sottolinea l’ampiezza del loro compito pastorale. L’accento non è posto su una dignità di notabili, ma sulla loro responsabilità nei confronti del gregge. In particolare essi hanno il dovere di smascherare i falsi maestri e le loro dottrine devianti. E devono far questo non solo con la parola, ma anche con l’esempio di una vita totalmente consegnata alla grazia di Dio.
Dopo aver richiamato ancora una volta alla memoria degli anziani il proprio servizio, svolto "per tre anni, notte e giorno, con lacrime", Paolo affida tutti i presenti alle mani di Dio Padre, Figlio e Spirito santo. Nel cuore del testamento di Paolo a Mileto si colloca la rivelazione del mistero di Dio, il mistero della grazia offerta sia ai giudei che ai greci.
Le parole di Paolo: "Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste di nessuno" (v. 33) evocano il terribile castigo che si era abbattuto sui uno dei notabili d’Israele al tempo in cui Giosuè era entrato nella terra promessa. Acan, Figlio di Zerach, era perito con tutta la sua famiglia per aver desiderato e rubato argento, oro e un ricco mantello di Sennaar riservati a Dio (cf. Gs 7,16-26). Quando è in gioco la grazia, non si può barare. Nel libro degli Atti, l’episodio di Anania e Saffira lo mette tragicamente in evidenza (5,1-11). Pietro aveva espresso lo stesso rifiuto di quelle realtà idolatriche quando aveva detto allo zoppo della porta Bella: "Non possiedo né oro né argento, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!" (3,6).
Se dunque gli anziani vogliono comportarsi da testimoni della grazia e manifestarne tutta la gratuità, devono ispirarsi alla condotta di Barnaba, che "avendo venduto un campo che aveva, ne portò il ricavato e lo mise ai piedi degli apostoli" (4,37). E non devono dimenticare il modo in cui lo stesso Paolo non solo aveva cercato di non essere a carico di nessuno nel periodo che aveva trascorso tra loro, ma aveva anche lavorato con le sue mani per aiutare i suoi compagni (cf. 1Ts 2,9; 4,11; 1Cor 4,12; 9,15).
A differenza di ciò che avviene nel mondo, dove la felicità consiste nel ricevere, o addirittura nel prendere, la beatitudine del regno di Dio consiste nel dare: "E’ più beato dare che ricevere". L’ultima parola rivolta da Paolo agli anziani unifica tutto il discorso con la sua insistenza sull’attività del dono, caratteristica di Dio che fa grazia in Gesù. Paolo colloca in tal modo il suo agire e quello degli anziani di Efeso, sulla stessa linea dell’agire di Cristo.
Paolo si congeda da tutti inginocchiandosi a pregare. I presenti scoppiano allora in un grande pianto. Ciò che affligge gli anziani radunati è la prospettiva di non rivedere più il volto di Paolo. Essi lo accompagnano fino alla nave, simbolo della partenza e della separazione, del pericolo e della precarietà, del viaggio verso l’ignoto.

Capitolo 21
La salita a Gerusalemme
1 Appena ci fummo separati da loro, salpammo e per la via diretta giungemmo a Cos, il giorno seguente a Rodi e di qui a Pàtara. 2 Trovata qui una nave che faceva la traversata per la Fenicia, vi salimmo e prendemmo il largo. 3 Giunti in vista di Cipro, ce la lasciammo a sinistra e, continuando a navigare verso la Siria, giungemmo a Tiro, dove la nave doveva scaricare. 4 Avendo ritrovati i discepoli, rimanemmo colà una settimana, ed essi, mossi dallo Spirito, dicevano a Paolo di non andare a Gerusalemme. 5 Ma quando furon passati quei giorni, uscimmo e ci mettemmo in viaggio, accompagnati da tutti loro con le mogli e i figli sin fuori della città. Inginocchiati sulla spiaggia pregammo, poi ci salutammo a vicenda; 6 noi salimmo sulla nave ed essi tornarono alle loro case. 7 Terminata la navigazione, da Tiro approdammo a Tolemàide, dove andammo a salutare i fratelli e restammo un giorno con loro.
8 Ripartiti il giorno seguente, giungemmo a Cesarèa; ed entrati nella casa dell'evangelista Filippo, che era uno dei Sette, sostammo presso di lui. 9 Egli aveva quattro figlie nubili, che avevano il dono della profezia. 10 Eravamo qui da alcuni giorni, quando giunse dalla Giudea un profeta di nome Agabo. 11 Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: «Questo dice lo Spirito Santo: l'uomo a cui appartiene questa cintura sarà legato così dai Giudei a Gerusalemme e verrà quindi consegnato nelle mani dei pagani». 12 All'udir queste cose, noi e quelli del luogo pregammo Paolo di non andare più a Gerusalemme. 13 Ma Paolo rispose: «Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a esser legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù». 14 E poiché non si lasciava persuadere, smettemmo di insistere dicendo: «Sia fatta la volontà del Signore!».
Lasciando la spiaggia di Mileto, Paolo e i suoi compagni si distaccano dalle persone care e partono per l’isola di Cos e di lì, attraverso un viaggio di 650 chilometri, arrivano a Tiro. Paolo approfitta dello scalo per far visita alla piccola comunità cristiana del luogo. Anche qui lo Spirito Santo gli predice un futuro di sofferenza. I discepoli si appellano allo Spirito per cercare di trattenere Paolo perché non andasse a Gerusalemme. Paradossalmente, questa preoccupazione di proteggere Paolo è provocata dallo stesso Spirito Santo che suscita in lui il desiderio di andare a Gerusalemme. Ciascuno dunque coglie le mozioni dello Spirito secondo le proprie responsabilità e le proprie inclinazioni. Lo Spirito infatti non costringe le persone, ma le mette in una condizione di libertà. Soltanto la preghiera e l’obbedienza permettono di superare le contraddizioni e le tensioni che ne derivano. Ed è proprio nella preghiera che tutti i discepoli si ritrovano radunati sulla spiaggia che si stende sui due lati della città.
A Cesarea, in casa di Filippo che era uno dei Sette incaricati di occuparsi degli ellenisti (cf. 6,5), giunge un profeta dalla Giudea di nome Agabo. Già in 11,28 l’intervento di questo profeta aveva permesso alla chiesa di Antiochia di esprimere concretamente la sua riconoscenza nei confronti della comunità-madre di Gerusalemme inviando degli aiuti per mezzo di Barnaba e Saulo in occasione di una grave carestia al tempo dell’imperatore Claudio. Come i profeti dell’Antico Testamento, Agabo incomincia con l’esprimere attraverso un’azione mimica il messaggio che deve trasmettere. Prendendo la cintura di Paolo, se l’annoda ai piedi e alle mani. Il gesto viene spiegato dalle parole che l’accompagnano: "Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo a cui appartiene questa cintura sarà legato così dai giudei a Gerusalemme e verrà quindi consegnato nelle mani dei pagani" (v. 11).
La reazione dei compagni è immediata: si uniscono alla gente del luogo in un coro di proteste. Paolo non è insensibile alla desolazione di coloro che lascerà orfani, ma la sua decisione è incrollabile. Svolgerà la sua missione fino in fondo, fino alla morte, per servire il suo Signore. La stessa determinazione era stata descritta da Luca nei confronti di Gesù (Lc 22,33). Paolo non si lascia persuadere dalle lacrime degli amici i quali smettono di insistere, accettando di fare la volontà del Signore.
Arrivo di Paolo a Gerusalemme
15 Dopo questi giorni, fatti i preparativi, salimmo verso Gerusalemme. 16 Vennero con noi anche alcuni discepoli da Cesarèa, i quali ci condussero da un certo Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora, dal quale ricevemmo ospitalità.
17 Arrivati a Gerusalemme, i fratelli ci accolsero festosamente. 18 L'indomani Paolo fece visita a Giacomo insieme con noi: c'erano anche tutti gli anziani. 19 Dopo aver rivolto loro il saluto, egli cominciò a esporre nei particolari quello che Dio aveva fatto tra i pagani per mezzo suo. 20 Quand'ebbero ascoltato, essi davano gloria a Dio; quindi dissero a Paolo: «Tu vedi, o fratello, quante migliaia di Giudei sono venuti alla fede e tutti sono gelosamente attaccati alla legge. 21 Ora hanno sentito dire di te che vai insegnando a tutti i Giudei sparsi tra i pagani che abbandonino Mosè, dicendo di non circoncidere più i loro figli e di non seguire più le nostre consuetudini. 22 Che facciamo? Senza dubbio verranno a sapere che sei arrivato. 23 Fa’ dunque quanto ti diciamo: vi sono fra noi quattro uomini che hanno un voto da sciogliere. 24 Prendili con te, compi la purificazione insieme con loro e paga tu la spesa per loro perché possano radersi il capo. Così tutti verranno a sapere che non c'è nulla di vero in ciò di cui sono stati informati, ma che invece anche tu ti comporti bene osservando la legge. 25 Quanto ai pagani che sono venuti alla fede, noi abbiamo deciso ed abbiamo loro scritto che si astengano dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, da ogni animale soffocato e dalla impudicizia».
26 Allora Paolo prese con sé quegli uomini e il giorno seguente, fatta insieme con loro la purificazione, entrò nel tempio per comunicare il compimento dei giorni della purificazione, quando sarebbe stata presentata l'offerta per ciascuno di loro.
La lunga tappa di 100 chilometri da Cesarea a Gerusalemme viene suddivisa in due parti: Paolo e i suoi compagni si fermano in un villaggio, dove sono ospitati da Mnasone. Poi ripartono per raggiungere Gerusalemme. Giacomo e gli anziani attendono i viaggiatori. Dopo averli salutati, Paolo racconta ciò che Dio ha realizzato tra i pagani per mezzo del suo "servizio". Dopo aver ascoltato Paolo, i presenti glorificarono Dio. Ma l’attenzione di Giacomo e degli anziani si sposta subito su un altro tema: bisogna evitare che Paolo diventi un nuovo motivo di discordia tra i giudei.
Per un giudeo, l’obbligo di osservare la Legge è fuori discussione. E siccome la pratica missionaria di Paolo suscita dovunque il sospetto dei suoi fratelli giudei, Giacomo e gli anziani gli offrono l’occasione per chiudere la bocca ai suoi accusatori facendo vedere che si è comportato bene osservando la Legge (v. 24). Per questo gli chiedono di manifestare chiaramente l’osservanza della Legge compiendo un gesto di pietà e di solidarietà sostenendo le spese della cerimonia di richiesta per lo scioglimento di un voto, a favore di quattro fratelli bisognosi. Luca ha già mostrato la fedele osservanza di questa pratica da parte di Paolo, alla sua partenza da Corinto (18,18).
La celebrazione dello scioglimento di un voto aveva un costo notevole in denaro e sacrifici: un agnello per l’olocausto; una pecora per il sacrificio per il peccato; un ariete per il sacrificio di comunione; un canestro di pani azzimi fatti con fior di farina e intrisi di olio, con le relative oblazioni e libazioni (cf. Nm 6,14-15). Per Paolo poteva essere anche un modo per dare alla comunità le elemosine e le oblazioni da lui raccolte "per la sua nazione" (24,17).
Nella raccomandazione fatta da Giacomo a Paolo c’è anche un altro elemento da tenere presente. Rientrando da un viaggio in terra pagana, un buon giudeo doveva "purificarsi", sottoponendosi ad aspersioni di acqua il terzo e il settimo giorno di una settimana. Questa richiesta di solidarietà e di osservanze, di fatto, costerà a Paolo la libertà (cf. vv. 27ss).
L'arresto di Paolo
27 Stavano ormai per finire i sette giorni, quando i Giudei della provincia d'Asia, vistolo nel tempio, aizzarono tutta la folla e misero le mani su di lui gridando: 28 «Uomini d'Israele, aiuto! Questo è l'uomo che va insegnando a tutti e dovunque contro il popolo, contro la legge e contro questo luogo; ora ha introdotto perfino dei Greci nel tempio e ha profanato il luogo santo!». 29 Avevano infatti veduto poco prima Tròfimo di Efeso in sua compagnia per la città, e pensavano che Paolo lo avesse fatto entrare nel tempio. 30 Allora tutta la città fu in subbuglio e il popolo accorse da ogni parte. Impadronitisi di Paolo, lo trascinarono fuori del tempio e subito furono chiuse le porte. 31 Stavano già cercando di ucciderlo, quando fu riferito al tribuno della coorte che tutta Gerusalemme era in rivolta. 32 Immediatamente egli prese con sé dei soldati e dei centurioni e si precipitò verso i rivoltosi. Alla vista del tribuno e dei soldati, cessarono di percuotere Paolo. 33 Allora il tribuno si avvicinò, lo arrestò e ordinò che fosse legato con due catene; intanto s'informava chi fosse e che cosa avesse fatto. 34 Tra la folla però chi diceva una cosa, chi un'altra. Nell'impossibilità di accertare la realtà dei fatti a causa della confusione, ordinò di condurlo nella fortezza. 35 Quando fu alla gradinata, dovette essere portato a spalla dai soldati a causa della violenza della folla. 36 La massa della gente infatti veniva dietro, urlando: «A morte!».
37 Sul punto di esser condotto nella fortezza, Paolo disse al tribuno: «Posso dirti una parola?». «Conosci il greco?, disse quello, 38 Allora non sei quell'Egiziano che in questi ultimi tempi ha sobillato e condotto nel deserto i quattromila ribelli?». 39 Rispose Paolo: «Io sono un Giudeo di Tarso di Cilicia, cittadino di una città non certo senza importanza. Ma ti prego, lascia che rivolga la parola a questa gente». 40 Avendo egli acconsentito, Paolo, stando in piedi sui gradini, fece cenno con la mano al popolo e, fattosi un grande silenzio, rivolse loro la parola in ebraico dicendo:
Paolo viene arrestato nel Tempio proprio mentre esegue le richieste fatte da Giacomo e dagli anziani di Gerusalemme. I suoi aggressori sono giudei venuti dall’Asia, cioè dalla regione di Efeso. Essi colgono l’occasione per compiere la propria vendetta accusandolo di aver introdotto nel Tempio un pagano loro compatriota. Così Paolo viene accusato di aver profanato il Tempio proprio mentre si era presentato con quattro giudei per purificarsi con loro (v. 26). Colui che portava al suo popolo e al Tempio l’oblazione del mondo sta per essere ucciso per il suo popolo, per la Legge e per il Tempio proprio dai suoi stessi fratelli giudei. Paolo comincia la sua passione nel Tempio della città santa.
Per quale motivo la folla dimostra tanto accanimento? La risposta ce la dà il v. 28: "Questo è l’uomo che va insegnando a tutti e dovunque contro il popolo, contro la Legge e contro questo luogo; ora ha introdotto perfino dei Greci nel tempio e ha profanato il luogo santo". La Parola può avere un effetto sovversivo: i capi di Gerusalemme si erano sentiti minacciati dalla testimonianza di Stefano; i commercianti di Efeso avevano avvertito il pericolo che la predicazione di Paolo rappresentava per i loro interessi. Accusare Paolo di profanare il Tempio significa mettere in agitazione tutta Gerusalemme e provocare l’intervento dei romani.
La reazione dei romani è immediata. Paolo viene sottratto alla folla eccitata che grida: "A morte!", come aveva fatto nei confronti di Gesù trent’anni prima (cf Lc 23,18). Luca descrive la scena mostrando il tribuno Claudio Lisia che si occupa personalmente del prigioniero. Il comandante della guarnigione sembra convinto di aver arrestato uno di quei terroristi che incitano il popolo alla rivolta. Dopo aver dato le proprie generalità al tribuno, Paolo chiede di poter parlare alla folla. Lo fa in mezzo a un grande silenzio, parlando in aramaico (non in ebraico!), la lingua comunemente usata da tutti i giudei.

Capitolo 22
Arringa di Paolo ai Giudei di Gerusalemme
1 «Fratelli e padri, ascoltate la mia difesa davanti a voi». 2 Quando sentirono che parlava loro in lingua ebraica, fecero silenzio ancora di più. 3 Ed egli continuò: «Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi. 4 Io perseguitai a morte questa nuova dottrina, arrestando e gettando in prigione uomini e donne, 5 come può darmi testimonianza il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani. Da loro ricevetti lettere per i nostri fratelli di Damasco e partii per condurre anche quelli di là come prigionieri a Gerusalemme, per essere puniti.
6 Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all'improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me; 7 caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? 8 Risposi: Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti. 9 Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono colui che mi parlava. 10 Io dissi allora: Che devo fare, Signore? E il Signore mi disse: Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia. 11 E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni, giunsi a Damasco.
12 Un certo Anania, un devoto osservante della legge e in buona reputazione presso tutti i Giudei colà residenti, 13 venne da me, mi si accostò e disse: Saulo, fratello, torna a vedere! E in quell'istante io guardai verso di lui e riebbi la vista. 14 Egli soggiunse: Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, 15 perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito. 16 E ora perché aspetti? Alzati, ricevi il battesimo e lavati dai tuoi peccati, invocando il suo nome.
17 Dopo il mio ritorno a Gerusalemme, mentre pregavo nel tempio, fui rapito in estasi 18 e vidi Lui che mi diceva: Affrettati ed esci presto da Gerusalemme, perché non accetteranno la tua testimonianza su di me. 19 E io dissi: Signore, essi sanno che facevo imprigionare e percuotere nella sinagoga quelli che credevano in te; 20 quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anch'io ero presente e approvavo e custodivo i vestiti di quelli che lo uccidevano. 21 Allora mi disse: Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani».
In questo discorso al popolo, notiamo l’impiego massiccio della prima persona singolare: 40 volte in 21 versetti. Giustamente dunque si parla di autodifesa e non di proclamazione. E’ l’apologia di un testimone giudeo che spiega ai suoi fratelli e ai suoi padri come Dio l’ha costituito testimone, presso tutti gli uomini, del Giusto perseguitato e glorificato.
Il luogo in cui Paolo rende la sua testimonianza è particolarmente simbolico: la gradinata che conduce al Tempio di Gerusalemme, dimora dell’Altissimo, e alla fortezza Antonia, rivolge in aramaico, agli altri in greco.
Ricordando la sua vita di testimone, Paolo mette in luce la testimonianza a cui è chiamato Israele. La vocazione dei giudei, nella sua radice, esige che ci si lasci inviare alle nazioni (cf. Libro di Giona). E’ normale per un giudeo sentirsi ricordare che Israele ha la missione di portare la salvezza di Dio fino all’estremità della terra (cf. Is 49,6: "E’ troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele. Ma io ti renderò luce delle nazioni perché tu porti la mia salvezza fino all’estremità della terra"). Il problema è il modo in cui Paolo realizza questa testimonianza. Il suo comportamento è simile a quello di un nemico del popolo, perché ne mette a repentaglio la sua stessa esistenza, le sue usanze, il suo culto. Come si può capire tutto questo? Paolo dichiara di aver ricevuto da Dio l’incarico di essere testimone del Nazoreo perseguitato e glorificato. Lasciandosi battezzare nel Suo Nome, si è impegnato a seguirlo nel suo mistero di passione-risurrezione. Se i suoi fratelli presteranno orecchio al messaggio profetico che Dio indirizza loro attraverso gli avvenimenti della sua vita, capiranno di essere chiamati a diventare anch’essi come lui (cf. 26,29). E non come singoli individui, ma come popolo di Israele in quanto tale. Dunque l’intero Israele, per essere il popolo testimone delle meraviglie di Dio, deve accettare di passare attraverso il mistero della passione-risurrezione del suo Messia.
L’apologia di Paolo mette il popolo d’Israele di fronte alla sua vocazione di testimone. Israele accetterà di andare alle nazioni per essere testimone vivente del Cristo morto e risorto?
Ciò che Paolo vuole dimostrare in questo discorso è la propria obbedienza agli ordini del Signore che gli è apparso sulla via di Damasco (v. 8), mandandolo da Anania (v.10) che gli aveva rivelato la sua missione (vv. 14-16), confermata in seguito dal Signore stesso.
Paolo, cittadino romano
22 Fino a queste parole erano stati ad ascoltarlo, ma allora alzarono la voce gridando: «Toglilo di mezzo; non deve più vivere!». 23 E poiché continuavano a urlare, a gettar via i mantelli e a lanciar polvere in aria, 24 il tribuno ordinò di portarlo nella fortezza, prescrivendo di interrogarlo a colpi di flagello al fine di sapere per quale motivo gli gridavano contro in tal modo.
25 Ma quando l'ebbero legato con le cinghie, Paolo disse al centurione che gli stava accanto: «Potete voi flagellare un cittadino romano, non ancora giudicato?». 26 Udito ciò, il centurione corse a riferire al tribuno: «Che cosa stai per fare? Quell'uomo è un romano!». 27 Allora il tribuno si recò da Paolo e gli domandò: «Dimmi, tu sei cittadino romano?». Rispose: «Sì». 28 Replicò il tribuno: «Io questa cittadinanza l'ho acquistata a caro prezzo». Paolo disse: «Io, invece, lo sono di nascita!». 29 E subito si allontanarono da lui quelli che dovevano interrogarlo. Anche il tribuno ebbe paura, rendendosi conto che Paolo era cittadino romano e che lui lo aveva messo in catene.
Comparsa davanti al sinedrio
30 Il giorno seguente, volendo conoscere la realtà dei fatti, cioè il motivo per cui veniva accusato dai Giudei, gli fece togliere le catene e ordinò che si riunissero i sommi sacerdoti e tutto il sinedrio; vi fece condurre Paolo e lo presentò davanti a loro.
"Lo ascoltavano fino a questa parola…". Il popolo dei giudei sembra aver capito bene la testimonianza di Paolo. L’appello che il Signore rivolge loro attraverso la vita dell’apostolo potrebbe indurli a condividere la sua sorte. Di qui la violenza della loro reazione: "Porta via dalla terra un tale individuo!" (v. 22). E’ la richiesta che avevano già urlato in precedenza (21,36). Ed è la stessa che trent’anni prima, forse nello stesso luogo, avevano gridato verso Pilato a proposito di Gesù: "Porta via costui! Ora liberaci Barabba!" (Lc 23,18).
Di fronte alla nuova esplosione di furore omicida, il tribuno salva Paolo e lo fa condurre nella fortezza. Decide poi di farlo interrogare immediatamente per scoprire il motivo di tanto accanimento da parte del popolo. Durante l’interrogatorio di un imputato, soprattutto se si trattava di uno schiavo, la giustizia romana ricorreva spesso alla tortura per ottenere la confessione del delitto. Mentre veniva legato per essere sottoposto ai colpi di frusta, Paolo rivela la sua condizione di cittadino romano e chiede al tribuno di attenersi a una procedura legale nei suoi confronti: prima di infliggere una pena deve essere istituito un processo, e in ogni caso l’uso della frusta non è ammesso quando l’imputato è un cittadino romano.
Paolo aveva presentato la sua difesa davanti ai suoi fratelli dimostrando loro la sua piena fedeltà alla vocazione giudaica garantita dalla Legge. Ora invita i romani a salvaguardare la giustizia e a rispettare quelle leggi che sono il fondamento stesso del loro impero.
Dopo la dichiarazione sensazionale di Paolo, i soldati si ritirano e il tribuno è colto dal timore. Il tribuno osserverà la legge per paura del governatore Felice e Festo, successore di Felice, farà lo stesso per paura dell’imperatore.
Il tribuno voleva conoscere il motivo dell’accanimento della folla nei confronti di Paolo (v. 24). Il breve dialogo con il prigioniero non gli ha fornito una risposta su questo punto. Bisognerà dunque che applichi una procedura legale, interrogando gli accusatori di Paolo.
Sotto la protezione dei romani, Paolo affronta le autorità giudaiche radunate nel sinedrio per ordine del tribuno.

Capitolo 23
1 Con lo sguardo fisso al sinedrio Paolo disse: «Fratelli, io ho agito fino ad oggi davanti a Dio in perfetta rettitudine di coscienza». 2 Ma il sommo sacerdote Anania ordinò ai suoi assistenti di percuoterlo sulla bocca. 3 Paolo allora gli disse: «Dio percuoterà te, muro imbiancato! Tu siedi a giudicarmi secondo la legge e contro la legge comandi di percuotermi?». 4 E i presenti dissero: «Osi insultare il sommo sacerdote di Dio?». 5 Rispose Paolo: «Non sapevo, fratelli, che è il sommo sacerdote; sta scritto infatti: Non insulterai il capo del tuo popolo ».
6 Paolo sapeva che nel sinedrio una parte era di sadducei e una parte di farisei; disse a gran voce: «Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti». 7 Appena egli ebbe detto ciò, scoppiò una disputa tra i farisei e i sadducei e l'assemblea si divise. 8 I sadducei infatti affermano che non c'è risurrezione, né angeli, né spiriti; i farisei invece professano tutte queste cose. 9 Ne nacque allora un grande clamore e alcuni scribi del partito dei farisei, alzatisi in piedi, protestavano dicendo: «Non troviamo nulla di male in quest'uomo. E se uno spirito o un angelo gli avesse parlato davvero?». 10 La disputa si accese a tal punto che il tribuno, temendo che Paolo venisse linciato da costoro, ordinò che scendesse la truppa a portarlo via di mezzo a loro e ricondurlo nella fortezza. 11 La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma».
Questi versetti mettono in evidenza un elemento centrale della predicazione di Paolo: la speranza costituita dalla risurrezione dei morti (v. 6). Delle due scene, la prima (vv. 1-5) sottolinea l’incomprensione di cui vengono circondati i profeti, la seconda (vv. 7-10) mostra i danni causati dalla mancanza di ascolto. La conclusione fa vedere come Dio sostiene i suoi testimoni (v. 11). Assistiamo a un duplice capovolgimento della situazione: i giudici si scoprono giudicati dal loro stesso atteggiamento nei confronti di Paolo. Il sommo sacerdote si squalifica come capo del popolo perché fa percuotere Paolo sulla bocca (profetica), atteggiamento contrario alla Legge: il potere, soprattutto quando ha torto, usa la violenza! I membri del sinedrio si giudicano da sé dividendosi sulla questione importante della speranza del popolo e della venuta del Messia, con la sua conseguenza concreta: la risurrezione dei morti.
Nel suo discorso Paolo si colloca immediatamente sul piano della propria responsabilità davanti a Dio, come ogni buon cittadino responsabile risponde della propria condotta davanti all’autorità civile. Ma questo è proprio ciò che non piace al sommo sacerdote Anania.
Anania di Nebedeo, appartenente al casato di Guryon, ricoprì la carica di sommo sacerdote dal 47 al 59. Aveva fama di essere un intrigante, un uomo crudele e avido, un collaboratore di Roma. In questo racconto, urtato dalla disinvoltura del tono di superiorità di Paolo, ordina di percuoterlo. Questo capo indegno si rifiuta di ascoltare un profeta e facendo percuotere l’imputato prima che questi si sia difeso, viola la Legge che sarebbe tenuto per primo a rispettare e a far rispettare (cf. Lv 19,15). La reazione di Paolo scandalizza i presenti. L’apostolo pronuncia una prima parola profetica: "Sei tu che Dio sta per percuotere, o muro imbiancato!". E’ chiara l’allusione al muro di cui parla Ezechiele (Ez 13,10-15), il muro che dovrebbe difendere la città e che i falsi profeti di turno ricoprono incessantemente di fango perché non si veda che è pericolante. Dio stesso sta per abbatterlo. Per dovere di cronaca ricordiamo che otto anni più tardi, dopo aver visto la sua casa incendiata dagli zeloti, Anania morirà in una fogna, assassinato insieme a suo fratello Hezechias.
Paolo si sente rispondere: "Tu insulti il sommo sacerdote di Dio!". In realtà Paolo ha pronunciato una parola profetica, svelando il peccato e annunciando il castigo. Inoltre, anche se è investito della carica di sommo sacerdote, quell’uomo non si comporta come tale. Il suo atteggiamento è quello di un nemico della Legge e dei Profeti, mentre il profeta Paolo è sempre vissuto nella fedeltà alla Legge, come aveva ricordato un momento prima. E’ molto probabile che sia questo il significato il significato della frase di Paolo: "Io non sapevo, fratelli, che è il sommo sacerdote" (v. 5): infatti è difficile pensare che Paolo non avesse individuato colui che presiedeva il sinedrio. Paolo aggiunge subito una frase tratta dal codice dell’alleanza, che comanda a chi subisce una condanna a non lasciare esplodere il proprio risentimento maledicendo Dio e i giudici: "Non bestemmierai Dio; non maledirai il capo del tuo popolo" (Es 22,27 LXX).
Dopo questo fatto, Paolo, in mezzo al sinedrio, grida di essere stato messo sotto accusa "a proposito della speranza e della risurrezione dei morti". Sulla risurrezione dei morti i sadducei e i farisei sono in contrasto tra loro. I primi affermano che bisogna attenersi alla lettera del solo Pentateuco; i secondi attualizzano la Legge alla luce dei testi profetici e sapienziali. Già nel Vangelo i sadducei avevano discusso con Gesù sull’argomento della risurrezione (Lc 20,27-40). E Gesù aveva denunciato il loro errore. Negli Atti li abbiamo visti irritarsi per l’insegnamento di Pietro e di Giovanni che annunciavano nella persona di Gesù la risurrezione dei morti (4,2). Questa credenza, per loro, era estranea alla Scrittura, mentre i farisei vedevano in essa il compimento delle promesse fatte ai padri e una conseguenza dell’alleanza.
Al grido di Paolo (v. 6) risponde quello dei membri del sinedrio (v. 9), divisi dalla parola provocatoria del profeta. La discussione si inasprisce e si trasforma in insurrezione (stasis: vv. 7.10). E poiché il sommo sacerdote, senza volerlo, aveva trattato Paolo come un profeta, alcuni farisei, sentendosi toccati nel vivo della loro fede, riconoscono l’innocenza dell’accusato. Egli diventa per loro un segno del compimento della loro speranza.
Ancora una volta il racconto ci mette di fronte a un’iniziativa sorprendente: il tribuno fa entrare i soldati nella sala delle udienze e porta via Paolo. Il racconto conclude con una conferma a Paolo da parte di Gesù stesso: «La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: "Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma"» (v. 11).
Complotto dei Giudei contro Paolo
12 Fattosi giorno, i Giudei ordirono una congiura e fecero voto con giuramento esecratorio di non toccare né cibo né bevanda, sino a che non avessero ucciso Paolo. 13 Erano più di quaranta quelli che fecero questa congiura. 14 Si presentarono ai sommi sacerdoti e agli anziani e dissero: «Ci siamo obbligati con giuramento esecratorio di non assaggiare nulla sino a che non avremo ucciso Paolo. 15 Voi dunque ora, insieme al sinedrio, fate dire al tribuno che ve lo riporti, col pretesto di esaminare più attentamente il suo caso; noi intanto ci teniamo pronti a ucciderlo prima che arrivi».
16 Ma il figlio della sorella di Paolo venne a sapere del complotto; si recò alla fortezza, entrò e ne informò Paolo. 17 Questi allora chiamò uno dei centurioni e gli disse: «Conduci questo giovane dal tribuno, perché ha qualche cosa da riferirgli». 18 Il centurione lo prese e lo condusse dal tribuno dicendo: «Il prigioniero Paolo mi ha fatto chiamare e mi ha detto di condurre da te questo giovanetto, perché ha da dirti qualche cosa». 19 Il tribuno lo prese per mano, lo condusse in disparte e gli chiese: «Che cosa è quello che hai da riferirmi?». 20 Rispose: «I Giudei si sono messi d'accordo per chiederti di condurre domani Paolo nel sinedrio, col pretesto di informarsi più accuratamente nei suoi riguardi. 21 Tu però non lasciarti convincere da loro, poiché più di quaranta dei loro uomini hanno ordito un complotto, facendo voto con giuramento esecratorio di non prendere cibo né bevanda finché non l'abbiano ucciso; e ora stanno pronti, aspettando che tu dia il tuo consenso».
22 Il tribuno congedò il giovanetto con questa raccomandazione: «Non dire a nessuno che mi hai dato queste informazioni».
Paolo è un prigioniero in attesa di giudizio; la sua sorte ormai non è più nelle sue mani, ma si gioca tra i giudei che vogliono la sua morte e i romani a cui si è affidato e che lo proteggono. Quaranta uomini si sono impegnati a non mangiare e bere finché non avranno versato il suo sangue. Come abbiamo visto, gli zeloti non avevano problemi a punire personalmente coloro che ritenevano colpevoli di gravi trasgressioni della Legge. Qui li vediamo agire come sicari, cioè come quei terroristi che si mescolavano alla folla armati del loro pugnale (sica) e lo affondavano tra le costole delle loro vittime.
Veniamo a sapere che Paolo ha una sorella a Gerusalemme. Il figlio di questa viene a conoscenza del complotto e ne parla con lo zio, che a sua volta si rivolge al centurione. Per realizzare il loro piano, quei giudei attendono che l’ufficiale romano organizzi una nuova riunione del sinedrio.
Trasferimento di Paolo a Cesarea
23 Fece poi chiamare due dei centurioni e disse: «Preparate duecento soldati per andare a Cesarèa insieme con settanta cavalieri e duecento lancieri, tre ore dopo il tramonto. 24 Siano pronte anche delle cavalcature e fatevi montare Paolo, perché sia condotto sano e salvo dal governatore Felice». 25 Scrisse anche una lettera in questi termini: 26 «Claudio Lisia all'eccellentissimo governatore Felice, salute. 27 Quest'uomo è stato assalito dai Giudei e stava per essere ucciso da loro; ma sono intervenuto con i soldati e l'ho liberato, perché ho saputo che è cittadino romano. 28 Desideroso di conoscere il motivo per cui lo accusavano, lo condussi nel loro sinedrio. 29 Ho trovato che lo si accusava per questioni relative alla loro legge, ma che in realtà non c'erano a suo carico imputazioni meritevoli di morte o di prigionia. 30 Sono stato però informato di un complotto contro quest'uomo da parte loro, e così l'ho mandato da te, avvertendo gli accusatori di deporre davanti a te quello che hanno contro di lui. Sta’ bene».
31 Secondo gli ordini ricevuti, i soldati presero Paolo e lo condussero di notte ad Antipàtride. 32 Il mattino dopo, lasciato ai cavalieri il compito di proseguire con lui, se ne tornarono alla fortezza. 33 I cavalieri, giunti a Cesarèa, consegnarono la lettera al governatore e gli presentarono Paolo. 34 Dopo averla letta, domandò a Paolo di quale provincia fosse e, saputo che era della Cilicia, disse: 35 «Ti ascolterò quando saranno qui anche i tuoi accusatori». E diede ordine di custodirlo nel pretorio di Erode.
Di fronte alla determinazione dei congiurati, il tribuno decide la partenza immediata del prigioniero per Cesarea, alle nove di sera (tre ore dopo il tramonto). L’ufficiale che comanda la guarnigione non è un giudice: prima o poi avrebbe dovuto trasferire il prigioniero al suo superiore gerarchico. Solo il procuratore della Giudea, che risiede a Cesarea, detiene il potere giudiziario per la regione da lui governata. Il tribuno svuota le sue caserme della metà degli effettivi per scortare il prigioniero, temendo un’imboscata lungo la via.
In questo racconto Luca ci fa toccare con mano la sollecitudine con cui l’amministrazione imperiale garantisce la sicurezza di un cittadino romano. Inoltre sottolinea la precisione delle procedure, parlando del rapporto che deve essere redatto in un caso del genere.
I cavalieri che scortano Paolo arrivano a destinazione e consegnano al governatore il rapporto del tribuno Lisia. Da un rapido interrogatorio Felice viene a sapere che Paolo è originario della regione della Cilicia. Avrebbe dunque potuto farlo giudicare là. Ma non vuol costringere gli accusatori a fare un lungo viaggio e forse teme di perdere un’occasione di tornaconto politico… o finanziario. Preferisce quindi di occuparsi personalmente del caso, impegnandosi a far comparire in giudizio Paolo e i suoi accusatori.
Comincia così, per Paolo, una lunga carcerazione preventiva. Rimarrà per due anni rinchiuso nel pretorio di Erode, in attesa di un processo sempre rimandato.

Capitolo 24
Il processo davanti a Felice
1 Cinque giorni dopo arrivò il sommo sacerdote Anania insieme con alcuni anziani e a un avvocato di nome Tertullo e si presentarono al governatore per accusare Paolo. 2 Quando questi fu fatto venire, Tertullo cominciò l'accusa dicendo: 3 «La lunga pace di cui godiamo grazie a te e le riforme che ci sono state in favore di questo popolo grazie alla tua provvidenza, le accogliamo in tutto e per tutto, eccellentissimo Felice, con profonda gratitudine. 4 Ma per non trattenerti troppo a lungo, ti prego di darci ascolto brevemente nella tua benevolenza. 5 Abbiamo scoperto che quest'uomo è una peste, fomenta continue rivolte tra tutti i Giudei che sono nel mondo ed è capo della setta dei Nazorei. 6 Ha perfino tentato di profanare il tempio e noi l'abbiamo arrestato. 7 . 8 Interrogandolo personalmente, potrai renderti conto da lui di tutte queste cose delle quali lo accusiamo». 9 Si associarono nell'accusa anche i Giudei, affermando che i fatti stavano così.
Luca rimane fedele alla traiettoria che aveva tracciato: da Gerusalemme alle nazioni pagane, di cui la città di Cesarea è il simbolo. E Roma comincia a profilarsi all’orizzonte dal momento che Paolo si appella a Cesare (24,11).
La città di Cesarea non aveva un carattere giudaico, anche se molti dei suoi abitanti erano giudei; le truppe di origine pagana e il governatore potevano risiedervi senza che questo risultasse provocatorio per i giudei. La scelta di Cesarea da parte dei romani rispettava il carattere religioso di Gerusalemme. A questo aspetto psicologico si aggiungeva una motivazione strategica; la città infatti sorgeva sulla riva del mare: in caso di insurrezione, c’erano meno rischi che il governatore rimanesse intrappolato, e le comunicazioni con Roma erano più facili.
Il capitolo 24 descrive ciò che avviene sotto la giurisdizione di Felice. L’argomento decisivo dei due discorsi che Paolo pronuncia a propria difesa è la fede nella " risurrezione dei morti" (24,15.21 e 26,23).
Una delegazione giudaica, formata dal sommo sacerdote Anania e da alcuni membri del sinedrio, scende da Gerusalemme a Cesarea per sporgere ufficialmente querela contro Paolo davanti al procuratore romano. Gli accusatori esprimono le loro lagnanze in termini di attentato all’ordine pubblico. L’arringa di Tertullo, abituato a parlare per la sua conoscenza del diritto romano e per la sua pratica della lingua greca, obbedisce pienamente ai dettami dell’arte oratoria allora in vigore. Tertullo presenta il prigioniero a tinte fosche: quell’uomo è "una peste", che aizza il popolo contro i suoi capi, fomentando in continuità tumulti e disordini. Il contagio si è diffuso ovunque trai giudei. Lo dimostrano le insurrezioni che scoppiano in tutto l’universo. L’avvocato attribuisce a Paolo la responsabilità dei movimenti di rivolta contro Roma che sorgono in continuità nel popolo giudico, e conclude pregando il procuratore di fare la propria indagine; non avrà nessuna difficoltà a trovare testimoni pronti a confermare tutte le imputazioni. I delegati del sinedrio si limitano a dare ragione a Tertullo.
Discorso di Paolo davanti al governatore romano
10 Quando il governatore fece cenno a Paolo di parlare, egli rispose: «So che da molti anni sei giudice di questo popolo e parlo in mia difesa con fiducia. 11 Tu stesso puoi accertare che non sono più di dodici giorni da quando mi sono recato a Gerusalemme per il culto. 12 Essi non mi hanno mai trovato nel tempio a discutere con qualcuno o a incitare il popolo alla sommossa, né nelle sinagoghe, né per la città 13 e non possono provare nessuna delle cose delle quali ora mi accusano. 14 Ammetto invece che adoro il Dio dei miei padri, secondo quella dottrina che essi chiamano setta, credendo in tutto ciò che è conforme alla Legge e sta scritto nei Profeti, 15 nutrendo in Dio la speranza, condivisa pure da costoro, che ci sarà una risurrezione dei giusti e degli ingiusti. 16 Per questo mi sforzo di conservare in ogni momento una coscienza irreprensibile davanti a Dio e davanti agli uomini. 17 Ora, dopo molti anni, sono venuto a portare elemosine al mio popolo e per offrire sacrifici; 18 in occasione di questi essi mi hanno trovato nel tempio dopo che avevo compiuto le purificazioni. Non c'era folla né tumulto. 19 Furono dei Giudei della provincia d'Asia a trovarmi, e loro dovrebbero comparire qui davanti a te ad accusarmi, se hanno qualche cosa contro di me; 20 oppure dicano i presenti stessi quale colpa han trovato in me quando sono comparso davanti al sinedrio, 21 se non questa sola frase che gridai stando in mezzo a loro: A motivo della risurrezione dei morti io vengo giudicato oggi davanti a voi!».
La controinquisitoria di Paolo fa vedere che è impossibile considerarlo un agitatore di popolo, perché non avrebbe neanche avuto il tempo di agire in tal senso. Era andato in pellegrinaggio a Gerusalemme dodici giorni prima e quindi non avrebbe avuto neanche una settimana per preparare la presunta insurrezione. La formulazione di questa accusa contro di lui aveva dunque l’unico scopo di far scivolare la questione sul terreno dell’ordine pubblico. Egli afferma che i suoi accusatori non sono in grado di fornire le prove dei crimini che denunciano contro di lui. Anche qui, per due volte, Paolo riconduce il dibattito al suo oggetto reale, passato sotto silenzio dalla requisitoria: la sua fede nella risurrezione dei morti. L’origine del conflitto si colloca precisamente in quell’affermazione che ha diviso gli stessi membri del sinedrio e che ha provocato la sospensione della riunione: "Io sono giudicato oggi davanti a voi riguardo alla risurrezione dei morti" (23,6; 24,21). Con queste parole, Paolo rivela chiaramente che il contrasto non si potrà risolvere senza una spiegazione all’interno del giudaismo, di fronte alla "via" aperta dal Messia di Nazaret. Se si è realizzata una simile speranza promessa da Dio, tutto sarà necessariamente rivoluzionato. Chi sarà ora il capo del popolo? Chi si dovrà riconoscere come Signore dell’universo? Quale sarà d’ora in poi la missione di Israele? A quale vita si dovranno invitare i popoli pagani? Se Gesù Cristo, Figlio di Dio, è risorto, tutto deve essere relativizzato rispetto a questo evento decisivo, e il vecchio ordinamento deve lasciare posto a questa formidabile novità.
La cattività di Paolo a Cesarea
22 Allora Felice, che era assai bene informato circa la nuova dottrina, li rimandò dicendo: «Quando verrà il tribuno Lisia, esaminerò il vostro caso». 23 E ordinò al centurione di tenere Paolo sotto custodia, concedendogli però una certa libertà e senza impedire a nessuno dei suoi amici di dargli assistenza.
24 Dopo alcuni giorni Felice arrivò in compagnia della moglie Drusilla, che era giudea; fatto chiamare Paolo, lo ascoltava intorno alla fede in Cristo Gesù. 25 Ma quando egli si mise a parlare di giustizia, di continenza e del giudizio futuro, Felice si spaventò e disse: «Per il momento puoi andare; ti farò chiamare di nuovo quando ne avrò il tempo». 26 Sperava frattanto che Paolo gli avrebbe dato del denaro; per questo abbastanza spesso lo faceva chiamare e conversava con lui.
27 Trascorsi due anni, Felice ebbe come successore Porcio Festo; ma Felice, volendo dimostrare benevolenza verso i Giudei, lasciò Paolo in prigione.
Il racconto riprende mostrandoci il governatore Felice che, dopo aver udito le parti in causa, pensa sul come trarre profitto dalla vicenda. Annuncia quindi che è necessario un supplemento d’inchiesta; prima di pronunciarsi attenderà l’arrivo del tribuno Lisia, l’unico vero testimone imparziale. Nello stesso tempo concede all’imputato di essere trattato con riguardo, concedendogli un regime di favore che permette ai suoi amici di occuparsi di lui. Per due volte Luca scrive che Felice fa chiamare Paolo per ascoltarlo sulla fede in Cristo Gesù (vv. 24-26). Questa propensione di Felice ad ascoltare Paolo non sfocia tuttavia in un cammino di conversione. Gli argomenti trattati da Paolo in questi colloqui sono piuttosto duri per la coppia che si intrattiene con lui: la giustizia e la padronanza di sé non sono le virtù preferite dal governatore, ed è probabile che Drusilla, in situazione irregolare, rimanga spesso contrariata. Felice spera segretamente che Paolo gli offra una somma di denaro in cambio della libertà. Secondo Luca, è questo il vero motivo per cui lo manda spesso a chiamare.
Nonostante i due anni trascorsi (si tratta con ogni probabilità della massima durata ammessa dalla legge romana per la detenzione preventiva) senza che nulla intervenga a modificare la situazione, Felice continua a tenere Paolo in carcere. Fino all’ultimo, il governatore vuole assicurarsi il favore dei giudei, che sono suoi alleati politici a Gerusalemme. Ma l’abilità con cui amministra la sua provincia non impedirà che il suo destino precipiti: intorno all’anno 60, non essendo riuscito a reprimere alcune sommosse scoppiate a Cesarea, viene richiamato a Roma da Nerone per rendere conto delle sue malversazioni e viene destituito. Suo fratello Pallante intercede per lui presso Nerone, ma non sappiamo che cosa gli succede quando Pallante cade in disgrazia e viene avvelenato nel 62. L’imperatore designa come suo successore Porcio Festo.

Capitolo 25
Paolo si appella a Cesare
1 Festo dunque, raggiunta la provincia, tre giorni dopo salì da Cesarèa a Gerusalemme. 2 I sommi sacerdoti e i capi dei Giudei gli si presentarono per accusare Paolo e cercavano di persuaderlo, 3 chiedendo come un favore, in odio a Paolo, che lo facesse venire a Gerusalemme; e intanto disponevano un tranello per ucciderlo lungo il percorso. 4 Festo rispose che Paolo stava sotto custodia a Cesarèa e che egli stesso sarebbe partito fra breve. 5 «Quelli dunque che hanno autorità tra voi, disse, vengano con me e se vi è qualche colpa in quell'uomo, lo denuncino».
6 Dopo essersi trattenuto fra loro non più di otto o dieci giorni, discese a Cesarèa e il giorno seguente, sedendo in tribunale, ordinò che gli si conducesse Paolo. 7 Appena giunse, lo attorniarono i Giudei discesi da Gerusalemme, imputandogli numerose e gravi colpe, senza però riuscire a provarle. 8 Paolo a sua difesa disse: «Non ho commesso alcuna colpa, né contro la legge dei Giudei, né contro il tempio, né contro Cesare». 9 Ma Festo volendo fare un favore ai Giudei, si volse a Paolo e disse: «Vuoi andare a Gerusalemme per essere là giudicato di queste cose, davanti a me?». 10 Paolo rispose: «Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, qui mi si deve giudicare. Ai Giudei non ho fatto alcun torto, come anche tu sai perfettamente. 11 Se dunque sono in colpa e ho commesso qualche cosa che meriti la morte, non rifiuto di morire; ma se nelle accuse di costoro non c'è nulla di vero, nessuno ha il potere di consegnarmi a loro. Io mi appello a Cesare». 12 Allora Festo, dopo aver conferito con il consiglio, rispose: «Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai».
Assumendo le sue funzioni a Gerusalemme, Porcio Festo non sa di avere soltanto due anni di vita. Questo patrizio energico e integerrimo è ben deciso a riportare la calma in quella provincia agitata. Appena arrivato in Oriente si trova subito a dover affrontare la realtà: salito a Gerusalemme "tre giorni dopo" il suo arrivo, riceve i sommi sacerdoti e i notabili della città. Questi gli chiedono, come dono grazioso (charis: vv. 3.9) per il felice evento, di far comparire davanti a loro il prigioniero Paolo. Ma la "grazia" non viene loro concessa. Notiamo, tuttavia, che attraverso le manovre politiche, si delinea il progetto di Dio.
Il nuovo procuratore imprime allo sviluppo degli avvenimenti un’accelerazione che contrasta con le lungaggini del suo predecessore. Meno di due settimane dopo il suo insediamento, lo troviamo in tribunale ad ascoltare ciò di cui i giudei accusano Paolo. Le accuse sono molte e gravi, ma non ci sono le prove. Quelle persone non possono provare né una disobbedienza alla Legge, né un sacrilegio compiuto nel tempio, né un attentato a Cesare. Paolo riprende la sua difesa che aveva già presentato due anni prima davanti a Felice.
Al v. 9 ricompare l’espressione "fare un favore (charis) ai giudei". E’ evidente che il governatore è sottoposto a forti pressioni. A Cesarea (come a Roma: Claudio e Nerone) l’ostilità dei giudei nei confronti dei cristiani riesce a influire sulle decisioni del potere. Festo indubbiamente non ha accolto l’accusa di attentato alla sicurezza dello stato (v. 8; cf. vv. 18-19.25-26), ma è pronto a concedere, almeno in parte la "grazia" richiesta dai sommi sacerdoti e dai notabili (v. 3). Dal momento che la controversia riguarda questioni religiose, perché non far salire il prigioniero a Gerusalemme, in modo che venga giudicato davanti al sinedrio?
Ma Paolo è categorico: «"Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, qui bisogna (greco: deî) che io sia giudicato. Ai giudei non ho fatto alcun torto, come anche tu sai perfettamente. Se dunque sono in colpa e ho commesso qualcosa che meriti la morte, non rifiuto di morire; ma se nelle accuse di costoro non c’è nulla di vero, nessuno ha il potere di consegnarmi a loro. Io mi appello a Cesare". Allora Festo, dopo aver conferito con il consiglio, rispose: "Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai"» (vv. 10-12). Questo "bisogna" è in primo luogo un dovere giuridico, perché Paolo è un cittadino romano e non intende rinunciare a questa prerogativa. Ma si tratta anche, più profondamente, della volontà di Dio che vuole così. Ricordiamo l’importanza della parola "bisogna-d?î" nei testi di Luca (è presente 18 volte nel Vangelo e 24 negli Atti): è un termine "tecnico" che significa una precisa volontà di Dio.
La reazione di Paolo non è dettata dal desiderio di sfuggire alla morte o dalla volontà di rivendicare un proprio diritto. Paolo nega di poter essere giudicato dall’autorità dei sommi sacerdoti o del sinedrio. Essi non obbediscono alla loro missione quando distorcono la Legge a proprio vantaggio e si oppongono al disegno di Dio manifestato nel suo Cristo, che è il vero capo e giudice del popolo (cf. 7,27.35, che cita Es 2,14). Essi, dunque, non sono più le autorità dalle quali deve essere giudicato e a cui deve obbedienza, mentre come cittadino romano ha il dovere di essere giudicato dall’autorità civile da cui dipende per volontà di Dio (cf. Rm 13,1-5: "Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non avere da temere l’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza.").
Paolo non dice esplicitamente queste cose perché Festo non potrebbe comprenderle, ma il lettore sa che le cose stanno in questi termini, come risulta dalle precedenti affermazioni di Pietro (10,42) e di Paolo (17,31). E’ sufficiente dunque, per Paolo, ricordare al procuratore che è in grado di riconoscere da sé l’inconsistenza delle prove.
Appellandosi a Cesare, Paolo offre a Festo un mezzo pienamente legale per liberarsi da un caso difficile. Il ricorso a Cesare infatti sospende l’azione di tutte le giurisdizioni provinciali, rendendole inoperanti. Se l’appello viene dichiarato ammissibile, il caso diventa di competenza del tribunale imperiale. E’ ciò che Festo esamina con i suoi consiglieri, ben contento di poter pronunciare una sentenza che lo liberi da quel processo imbarazzante.
La cittadinanza romana, dichiarata da Paolo in 22,22-29 (cf.16,37), in quella fase della vicenda era servita all'apostolo come salvacondotto per sfuggire ai suoi avversari e arrivare vivo a Cesarea. Ora gli permette di compiere un nuovo passo: "andare da Cesare" e in tal modo "rendere testimonianza anche a Roma", secondo la volontà del Signore manifestata in 23,11. E’ dunque nella sua duplice qualità di giudeo e di cittadino romano che Paolo può condurre a termine la sua missione.
Paolo compare davanti al re Agrippa
13 Erano trascorsi alcuni giorni, quando arrivarono a Cesarèa il re Agrippa e Berenìce, per salutare Festo. 14 E poiché si trattennero parecchi giorni, Festo espose al re il caso di Paolo: «C'è un uomo, lasciato qui prigioniero da Felice, contro il quale, 15 durante la mia visita a Gerusalemme, si presentarono con accuse i sommi sacerdoti e gli anziani dei Giudei per reclamarne la condanna. 16 Risposi che i Romani non usano consegnare una persona, prima che l'accusato sia stato messo a confronto con i suoi accusatori e possa aver modo di difendersi dall'accusa. 17 Allora essi convennero qui e io senza indugi il giorno seguente sedetti in tribunale e ordinai che vi fosse condotto quell'uomo. 18 Gli accusatori gli si misero attorno, ma non addussero nessuna delle imputazioni criminose che io immaginavo; 19 avevano solo con lui alcune questioni relative la loro particolare religione e riguardanti un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere ancora in vita. 20 Perplesso di fronte a simili controversie, gli chiesi se voleva andare a Gerusalemme ed esser giudicato là di queste cose. 21 Ma Paolo si appellò perché la sua causa fosse riservata al giudizio dell'imperatore, e così ordinai che fosse tenuto sotto custodia fino a quando potrò inviarlo a Cesare». 22 E Agrippa a Festo: «Vorrei anch'io ascoltare quell'uomo!». «Domani, rispose, lo potrai ascoltare».
23 Il giorno dopo, Agrippa e Berenìce vennero con gran pompa ed entrarono nella sala dell'udienza, accompagnati dai tribuni e dai cittadini più in vista; per ordine di Festo fu fatto entrare anche Paolo. 24 Allora Festo disse: «Re Agrippa e cittadini tutti qui presenti con noi, voi avete davanti agli occhi colui sul conto del quale tutto il popolo dei Giudei si è appellato a me, in Gerusalemme e qui, per chiedere a gran voce che non resti più in vita. 25 Io però mi sono convinto che egli non ha commesso alcuna cosa meritevole di morte ed essendosi appellato all'imperatore ho deciso di farlo partire. 26 Ma sul suo conto non ho nulla di preciso da scrivere al sovrano; per questo l'ho condotto davanti a voi e soprattutto davanti a te, o re Agrippa, per avere, dopo questa udienza, qualcosa da scrivere. 27 Mi sembra assurdo infatti mandare un prigioniero, senza indicare le accuse che si muovono contro di lui».
A questo punto, a Festo non resta che preparare una relazione perché il processo d’appello a Roma si svolga legalmente. Provvidenzialmente per lui, dopo qualche giorno arrivano a Cesarea il re Agrippa e la sua amata sorella Berenice, di un anno minore di lui. Vengono a far visita al nuovo governatore. Festo, sapendo che il suo ospite è molto interessato alle discussioni sulla Legge, coglie l’occasione per esporgli il caso del prigioniero Paolo. I vv. 14-21 sono la ripresa del racconto precedente, ma contengono un particolare di estrema importanza: il motivo di contrasto tra i giudei e Paolo è tutto incentrato su "un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo" (v. 19). Il racconto di Luca raggiunge qui il suo punto culminante, mostrando Paolo che affronta un romano e un giudeo, entrambi rispettosi della sua persona e del messaggio di cui è portatore. Con Festo ed Agrippa, anche noi siamo desiderosi di ascoltare questo messaggio direttamente dalla bocca di Paolo.
Questa comparizione di Paolo davanti a Festo e ai suoi ospiti non è un vero processo, ma piuttosto una "conferenza" a cui sono invitati tutti i tribuni militari e le persone importanti della città. Convocando questa assemblea Festo aveva anche l’obiettivo di raccogliere dalla bocca di Paolo il materiale per preparare il dossier da inviare a Roma. Infatti, sarebbe stato irragionevole e biasimevole inviare un prigioniero al tribunale dell’imperatore senza un atto di accusa grave e circostanziato. Dal momento poi che si trattava di questioni religiose, la presenza di un esperto d’eccezione come il re Agrippa poteva essergli di valido aiuto. Festo, il rappresentante dell’imperatore, sollecita il parere di un’assemblea in cui sono presenti giudei e pagani, senza partito preso. Lo stesso Agrippa presiederà la seduta e darà la parola a Paolo.

Capitolo 26
Discorso di Paolo davanti al re Agrippa
1 Agrippa disse a Paolo: «Ti è concesso di parlare a tua difesa». Allora Paolo, stesa la mano, si difese così: 2 «Mi considero fortunato, o re Agrippa, di potermi discolpare da tutte le accuse di cui sono incriminato dai Giudei, oggi qui davanti a te, 3 che conosci a perfezione tutte le usanze e questioni riguardanti i Giudei. Perciò ti prego di ascoltarmi con pazienza. 4 La mia vita fin dalla mia giovinezza, vissuta tra il mio popolo e a Gerusalemme, la conoscono tutti i Giudei; 5 essi sanno pure da tempo, se vogliono renderne testimonianza, che, come fariseo, sono vissuto nella setta più rigida della nostra religione. 6 Ed ora mi trovo sotto processo a causa della speranza nella promessa fatta da Dio ai nostri padri, 7 e che le nostre dodici tribù sperano di vedere compiuta, servendo Dio notte e giorno con perseveranza. Di questa speranza, o re, sono ora incolpato dai Giudei! 8 Perché è considerato inconcepibile fra di voi che Dio risusciti i morti?
9 Anch'io credevo un tempo mio dovere di lavorare attivamente contro il nome di Gesù il Nazareno, 10 come in realtà feci a Gerusalemme; molti dei fedeli li rinchiusi in prigione con l'autorizzazione avuta dai sommi sacerdoti e, quando venivano condannati a morte, anch'io ho votato contro di loro. 11 In tutte le sinagoghe cercavo di costringerli con le torture a bestemmiare e, infuriando all'eccesso contro di loro, davo loro la caccia fin nelle città straniere.
12 In tali circostanze, mentre stavo andando a Damasco con autorizzazione e pieni poteri da parte dei sommi sacerdoti, verso mezzogiorno 13 vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più splendente del sole, che avvolse me e i miei compagni di viaggio. 14 Tutti cademmo a terra e io udii dal cielo una voce che mi diceva in ebraico: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo. 15 E io dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti. 16 Su, alzati e rimettiti in piedi; ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora. 17 Per questo ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando 18 ad aprir loro gli occhi, perché passino dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano la remissione dei peccati e l'eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me.
19 Pertanto, o re Agrippa, io non ho disobbedito alla visione celeste; 20 ma prima a quelli di Damasco, poi a quelli di Gerusalemme e in tutta la regione della Giudea e infine ai pagani, predicavo di convertirsi e di rivolgersi a Dio, comportandosi in maniera degna della conversione. 21 Per queste cose i Giudei mi assalirono nel tempio e tentarono di uccidermi. 22 Ma l'aiuto di Dio mi ha assistito fino a questo giorno, e posso ancora rendere testimonianza agli umili e ai grandi. Null'altro io affermo se non quello che i profeti e Mosè dichiararono che doveva accadere, 23 che cioè il Cristo sarebbe morto, e che, primo tra i risorti da morte, avrebbe annunziato la luce al popolo e ai pagani».
La testimonianza di Paolo, il cui contenuto è molto simile a quello del discorso da lui pronunciato davanti al popolo mentre veniva condotto fuori dal tempio (22,3-21), segue lo schema classico dell’apologia. La situazione tuttavia è diversa da quella del capitolo 22, dove si trattava di fronteggiare una folla ostile; ed è diversa anche da quella del capitolo 24, dove Felice era investito della funzione di giudice. Qui si va al di là dell’ambito giudiziario. Questo discorso introduce una nuova maniera, annunciata da Gesù (cf. Lc 21,15): per "presentare la vostra difesa, io vi darò bocca profetica e sapienza alla quale non potranno opporsi o contraddire tutti i vostri oppositori" .
L’esordio consiste in un’espressione di deferenza nei confronti del re Agrippa. Paolo è contento di presentare "oggi" la propria difesa davanti a un "conoscitore di tutte le usanze che vigono presso i giudei, così come delle loro dispute" (v. 3). Con queste parole Paolo reinserisce la questione nel suo vero contesto, così come si è sempre premurato di fare (23,6; 24,21). Sono i giudei infatti che lo accusano. Egli riassume così la triplice accusa formulata contro di lui: sedizioso, seguace di Gesù di Nazaret, profanatore del tempio.
Con l’accenno alla sua fede farisaica, Paolo colloca al centro della propria speranza la risurrezione dei morti. E’ proprio questo, infatti, il nocciolo della questione.
La speranza della risurrezione si fonda sulla promessa inconfutabile "avvenuta ai nostri padri" (cf. Gen 15,6) per disposizione divina (cf. 23,6; 24,15.21). Tale promessa sta alla base della costituzione del popolo delle dodici tribù, e si manifesta concretamente attraverso il culto incessante (cf. 7,7) che viene celebrato nel tempio di Gerusalemme in una prospettiva messianica, cioè rivolta alla venuta del compimento, che è il Messia risorto. Ciò dunque che si rimprovera a Paolo è di voler portare la sua fede di fariseo al pieno compimento. Se questa speranza viene dimenticata da coloro che dovrebbero mantenerla viva, Paolo la vede affidata a sé: ha il dovere di proclamarla.
Paolo pone la domanda fondamentale per gli ascoltatori di allora e di tutti i tempi: "Perché tra di voi è considerato incredibile che Dio risusciti i morti?". Questa domanda vuol costringere Israele a fare i conti con la propria speranza. Lo "scisma" (cf. 23,7) tra sadducei e farisei dimostra che questa speranza non produce quell’unità del popolo che invece dovrebbe realizzare. La risurrezione di Gesù ha dato a questa speranza un’attualità straordinaria e definitiva.
Di questa risurrezione Paolo ha già fatto esperienza quando Gesù, sulla via di Damasco, gli ha ordinato: "Alzati e mettiti in piedi; io ti sono apparso infatti per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto di me e di quelle per cui ti apparirò. Ti libererò dal popolo e dai pagani, ai quali ti mando ad aprire loro gli occhi, e perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di satana a Dio e ottengano il perdono dei peccati e l’eredità in mezzo a coloro che sono stati santificati per la fede in me." (vv. 16-18). Quest’ordine ricorda quello che era stato rivolto al profeta Ezechiele: "Figlio dell’uomo, àlzati, ti voglio parlare" (Ez 2,1). Raccontando la propria vocazione e collocandola nella scia di quella di Ezechiele, Paolo intende mettere i suoi ascoltatori giudei, e in particolare Agrippa, di fronte alla vocazione del popolo d’Israele. Ciò risulta chiaro se si prosegue nella lettura del libro di Ezechiele: "Lo spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che parlava. Mi disse: "Figlio dell’uomo, io ti mando agli Israeliti, alle (nazioni) ribelli, che si sono rivoltate contro di me. Essi e i loro padri hanno peccato contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: Così parla il Signore Dio. Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genìa di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro. Ma tu, figlio dell’uomo, non li temere, non aver paura delle loro parole; saranno per te come cardi e spine e ti troverai in mezzo a scorpioni; ma tu non temere le loro parole, non t’impressionino le loro facce, sono una genìa di ribelli. Tu riferirai loro le mie parole, ascoltino o no, perché sono una genìa di ribelli. E tu, figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non essere ribelle come questa genìa di ribelli; apri la bocca e mangia ciò che io ti do" (Ez 2,2-8).
Il v. 18 ci richiama anche la vocazione del servo-Israele: "Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre" (Is 42,6-7).
Paolo conclude questa parte del suo discorso dicendo: "Null’altro affermo se non quello che i Profeti e Mosè dichiararono che doveva accadere, che cioè il Cristo avrebbe dovuto soffrire e che, primo tra i risorti da morte, avrebbe annunziato la pace al popolo e ai pagani" (vv. 22b-23).E’ in quest’ordine che egli ha citato le Scritture, di cui indica il compimento nella persona di Gesù, secondo la parola pronunciata dallo stesso Gesù quando, dopo la risurrezione, "stette" in mezzo ai suoi discepoli: «"Bisogna che sia compiuto tutto ciò che è scritto di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". Allora aprì la loro intelligenza per comprendere le Scritture e disse loro: "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risorgere dai morti, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Voi siete testimoni di questo"» (Lc 24,44-48).
Reazioni dell'uditorio
24 Mentr'egli parlava così in sua difesa, Festo a gran voce disse: «Sei pazzo, Paolo; la troppa scienza ti ha dato al cervello!». 25 E Paolo: «Non sono pazzo, disse, eccellentissimo Festo, ma sto dicendo parole vere e sagge. 26 Il re è al corrente di queste cose e davanti a lui parlo con franchezza. Penso che niente di questo gli sia sconosciuto, poiché non sono fatti accaduti in segreto. 27 Credi, o re Agrippa, nei profeti? So che ci credi». 28 E Agrippa a Paolo: «Per poco non mi convinci a farmi cristiano!». 29 E Paolo: «Per poco o per molto, io vorrei supplicare Dio che non soltanto tu, ma quanti oggi mi ascoltano diventassero così come sono io, eccetto queste catene!».
30 Si alzò allora il re e con lui il governatore, Berenìce, e quelli che avevano preso parte alla seduta 31 e avviandosi conversavano insieme e dicevano: «Quest'uomo non ha fatto nulla che meriti la morte o le catene». 32 E Agrippa disse a Festo: «Costui poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare».
Le parole che il Risorto aveva detto a Paolo sulla via di Damasco, ora Paolo le rivolge ai suoi ascoltatori, che in quel momento occupano il posto che egli aveva occupato nella visione di Damasco. Questo è anche ciò che comprendono, ciascuno a suo modo, Festo e Agrippa.
Festo si rende conto della forza dell’argomentazione del prigioniero, anche se il nocciolo del discorso gli sfugge. Egli ha colto l’essenziale della controversia, dal momento che l’ha riassunta correttamente ad Agrippa: "un certo Gesù che è morto, e che Paolo dichiara che vive". Ma ritiene di trovarsi di fronte a un illuminato che ha letto troppe "scritture": una situazione che confina con la pazzia.
Paolo è considerato pazzo dal governatore, mentre il suo discorso profetico è recepito dal re. Inoltre Paolo sottolinea che "il caso Gesù" non può essere sfuggito a un uomo come Agrippa: "ciò non è accaduto in un angolo segreto". In effetti la vicenda di Gesù non si è svolta in un angolo segreto: per un giudeo, Gerusalemme è il centro del mondo; per Luca, è il luogo della salvezza. E in questo momento, tramite Paolo, la salvezza è messa alla portata del re: "Per poco non mi persuadi che mi hai fatto cristiano" (v. 28).
L’ultima parola spetta a Paolo: "Per poco o per molto, io vorrei supplicare Dio che, non soltanto tu, ma tutti quelli che oggi mi ascoltano, diventino come sono io, eccetto queste catene!" (v. 29). Questo augurio esprime il desiderio più profondo dell’apostolo e l’oggetto della sua missione.
La seduta è tolta. Festo e i suoi ospiti lasciano la sala delle udienze e concludono dicendo: "Quest’uomo non ha fatto nulla che meriti la morte o le catene… Costui poteva essere rimesso in libertà, se non si fosse appellato a Cesare" (vv. 31b-32). Ci troviamo di fronte a un’ultima dichiarazione di innocenza, che ricorda quella di Pilato a proposito del Cristo (Lc 23,4.14.22).

Capitolo 27
La partenza per Roma
1 Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l'Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio della coorte Augusta. 2 Salimmo su una nave di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d'Asia e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalonica. 3 Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone e Giulio, con gesto cortese verso Paolo, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. 4 Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari 5 e, attraversato il mare della Cilicia e della Panfilia, giungemmo a Mira di Licia. 6 Qui il centurione trovò una nave di Alessandria in partenza per l'Italia e ci fece salire a bordo. 7 Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all'altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmóne, 8 e costeggiandola a fatica giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale era la città di Lasèa.
In questa tappa finale verso Roma fa la sua ultima comparsa il "noi" che verrà utilizzato fino a 28,16. E’ la traccia di un "diario di viaggio", oppure un artificio letterario destinato a dare l’impressione della testimonianza diretta, oppure un segno del coinvolgimento del lettore nel racconto? Paolo rimarrà costantemente al centro della narrazione. Con lui c’è almeno un compagno di viaggio cristiano, il macedone Aristarco, che era già stato con Paolo a Efeso (19,29) e poi aveva attraversato con lui la Macedonia (20,4) prima del suo ritorno a Gerusalemme.
Molto probabilmente Paolo fa parte di un gruppo di prigionieri affidati dal procuratore al centurione Giulio, che era il comandante della coorte chiamata Augusta. Avendo trovato una nave da carico immatricolata nel porto di Adramitto e che faceva cabotaggio lungo la costa dell’Asia minore, il centurione fa imbarcare i prigionieri in un giorno d’autunno dell’anno 60. Luca dice subito che questo centurione prova simpatia per Paolo e gli permette di sbarcare a Sidone, il primo scalo sulla costa fenicia, per andare a salutare i fratelli cristiani della comunità locale e usufruire della loro premurosa assistenza. Poi la nave riprende il suo viaggio che viene descritto dettagliatamente dall’autore. Notiamo l’importanza che Luca attribuisce ai venti che ostacolano il cammino della nave. Più che un semplice fenomeno meteorologico, questa forza cosmica rimanda a una potenza sovrumana (cf. Lc 8,22-25).
La tempesta e il naufragio
9 Essendo trascorso molto tempo ed essendo ormai pericolosa la navigazione poiché era già passata la festa dell'Espiazione, Paolo li ammoniva dicendo: 10 «Vedo, o uomini, che la navigazione comincia a essere di gran rischio e di molto danno non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». 11 Il centurione però dava più ascolto al pilota e al capitano della nave che alle parole di Paolo. 12 E poiché quel porto era poco adatto a trascorrervi l'inverno, i più furono del parere di salpare di là nella speranza di andare a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale.
13 Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, convinti di potere ormai realizzare il progetto, levarono le ancore e costeggiavano da vicino Creta. 14 Ma dopo non molto tempo si scatenò contro l'isola un vento d'uragano, detto allora «Euroaquilone». 15 La nave fu travolta nel turbine e, non potendo più resistere al vento, abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16 Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Càudas, a fatica riuscimmo a padroneggiare la scialuppa; 17 la tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per fasciare di gòmene la nave. Quindi, per timore di finire incagliati nelle Sirti, calarono il galleggiante e si andava così alla deriva. 18 Sbattuti violentemente dalla tempesta, il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; 19 il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l'attrezzatura della nave. 20 Da vari giorni non comparivano più né sole, né stelle e la violenta tempesta continuava a infuriare, per cui ogni speranza di salvarci sembrava ormai perduta.
21 Da molto tempo non si mangiava, quando Paolo, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Sarebbe stato bene, o uomini, dar retta a me e non salpare da Creta; avreste evitato questo pericolo e questo danno. 22 Tuttavia ora vi esorto a non perdervi di coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite in mezzo a voi, ma solo della nave. 23 Mi è apparso infatti questa notte un angelo del Dio al quale appartengo e che servo, 24 dicendomi: Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare ed ecco, Dio ti ha fatto grazia di tutti i tuoi compagni di navigazione. 25 Perciò non perdetevi di coraggio, uomini; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato annunziato. 26 Ma è inevitabile che andiamo a finire su qualche isola».
27 Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell'Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l'impressione che una qualche terra si avvicinava. 28 Gettato lo scandaglio, trovarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, trovarono quindici braccia. 29 Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. 30 Ma poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e già stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prora, Paolo disse al centurione e ai soldati: 31 «Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo». 32 Allora i soldati recisero le gòmene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.
33 Finché non spuntò il giorno, Paolo esortava tutti a prendere cibo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell'attesa, senza prender nulla. 34 Per questo vi esorto a prender cibo; è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto». 35 Ciò detto, prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. 36 Tutti si sentirono rianimati, e anch'essi presero cibo. 37 Eravamo complessivamente sulla nave duecentosettantasei persone. 38 Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave, gettando il frumento in mare.
39 Fattosi giorno non riuscivano a riconoscere quella terra, ma notarono un'insenatura con spiaggia e decisero, se possibile, di spingere la nave verso di essa. 40 Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare; al tempo stesso allentarono i legami dei timoni e spiegata al vento la vela maestra, mossero verso la spiaggia. 41 Ma incapparono in una secca e la nave vi si incagliò; mentre la prua arenata rimaneva immobile, la poppa minacciava di sfasciarsi sotto la violenza delle onde. 42 I soldati pensarono allora di uccidere i prigionieri, perché nessuno sfuggisse gettandosi a nuoto, 43 ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo progetto; diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiunsero la terra; 44 poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra.
Nel piccolo porto di Creta i responsabili tengono consiglio. Non è lontano l’inverno che impedisce ogni viaggio di una certa importanza per mare. Anche Paolo dice la sua: "Uomini, vedo che la navigazione comincia ad essere rischiosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite" (v. 10). Ma le sue parole restano inascoltate. In materia di navigazione il centurione preferisce affidarsi alla competenza del capitano della nave e del suo pilota. D’altra parte, secondo il parere dei più, il luogo non era adatto per una sosta di qualche mese. Alla fine prevale il parere della maggioranza. Ed ecco, puntuale la tempesta, con la conseguente perdita della nave e del suo carico. Si salvano solo le persone. Di questa lunga descrizione facciamo solo un breve commento al discorso di Paolo (vv. 21-26). Per tre volte ritorna l’espressione "bisognava" (v. 21), "bisogna" (vv. 24.26), che indica la volontà di Dio per tutti quegli uomini e la necessità che tutti si sottomettano ad essa. Questo progetto di Dio è stato rivelato a Paolo da un messaggero del cielo: "bisogna" che Paolo, in nome di Israele, renda la sua testimonianza presentando la sua difesa davanti a Cesare, giudice supremo di questo mondo.
Dopo aver esortato i compagni a condividere la sua fede nella parola dell’angelo del Signore (v. 25), Paolo li invita a partecipare al suo gesto di speranza prendendo cibo (v. 33). Tutti prendono parte alla "condivisione del pane" in quell’"oggi" della salvezza. In quel cibo mangiato insieme "per la salvezza", l’allusione all’eucaristia è chiarissima. Paolo desidera vivere con loro una comunione che evoca la frazione del pane (2,42; 20,7.11) dei fratelli, memoriale della cena di Gesù alla vigilia del suo passaggio al Padre e annuncio della vita nuova offerta a quelle 276 persone salvate per grazia dalla morte.

Capitolo 28
Soggiorno a Malta
1 Una volta in salvo, venimmo a sapere che l'isola si chiamava Malta. 2 Gli indigeni ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo. 3 Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. 4 Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: «Certamente costui è un assassino, se, anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere». 5 Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. 6 Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio.
7 Nelle vicinanze di quel luogo c'era un terreno appartenente al "primo" dell'isola, chiamato Publio; questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni. 8 Avvenne che il padre di Publio dovette mettersi a letto colpito da febbri e da dissenteria; Paolo l'andò a visitare e dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì. 9 Dopo questo fatto, anche gli altri isolani che avevano malattie accorrevano e venivano sanati; 10 ci colmarono di onori e al momento della partenza ci rifornirono di tutto il necessario.
Gli avvenimenti di Malta riferiti in questo brano corrispondono a quelli di Creta (27,9-20). Lì la decisione ostinata degli uomini li aveva condotti vicino alle porte della morte; qui la grazia di Dio annunciata da un angelo (27,24) fa rifiorire la vita. La vittoria sul serpente annuncia quella su satana, predetta dal Signore: "Ecco: vi ho dato l’autorità di calpestare serpenti e scorpioni e tutta la potenza del nemico" (Lc 10,18-19). E’ per opera del diavolo, nemico del genere umano, che il peccato e la morte sono entrati nel mondo (cf. Sap 2,24; Rm 5,12-13). La vittoria sulla malattia è la conseguenza più immediata. Malta appare come la terra in cui può manifestarsi la grazia della vita nuova.
Il nome dell’isola, Malta, significa l’ape o il miele. La gente di Creta era stata inospitale, l’accoglienza dei maltesi, invece, è caratterizzata da una simpatia umana fuori dal comune. Invece di rapinare i sopravvissuti, come i pirati dei poemi antichi, questi uomini li aiutano a radunarsi e a riscaldarsi a un falò acceso per loro. Ritroviamo l’atmosfera del salmo 107, 23-30, dove si ringrazia Dio per la liberazione dalla potenza del mare.
A questo punto avviene un segno che colpisce profondamente gli abitanti del luogo. Paolo viene morso a una mano da una vipera uscita da un fascio di legna che stava gettando sul fuoco. I presenti vedono in questo episodio un messaggio sinistro. Per la Bibbia il serpente è un animale ambiguo, portatore di morte e di vita; può infatti uccidere, punendo il malvagio (Sir 39,30;Ger 8,17), ma può anche essere segno di un intervento di Dio (Nm 21,9; Es 7,9). Lo stesso simbolismo è presente anche presso i greci e i romani. Ciò che accade a Paolo potrebbe essere un intervento della giustizia divina che colpisce un criminale, o un intervento di Dio che salva il suo apostolo. A Paolo non succede nulla di male, anzi, butta nel fuoco la vipera. Questo gesto ci ricorda la visione dell’Apocalisse (19,20). Convinti in un primo momento che Paolo fosse un criminale, i maltesi ora cambiano parere e credono che sia un dio.
I naufraghi sono condotti nella tenuta di Publio, il magistrato che amministra Malta in qualità di delegato del pretore di Sicilia. E la grazia della salvezza si manifesta attraverso la mani di Paolo. Il primo a beneficiarne è il padre di Publio. Molte altre persone colpite da infermità sono guarite da Paolo. Gesù presente nel suo inviato continua la sua opera di salvezza.
Da Malta a Roma
11 Dopo tre mesi salpammo su una nave di Alessandria che aveva svernato nell'isola, recante l'insegna dei Diòscuri. 12 Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni 13 e di qui, costeggiando, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l'indomani arrivammo a Pozzuoli. 14 Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma. 15 I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio.
16 Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia.
Finalmente Paolo arriva a Roma ed è accolto dai fratelli cristiani. La loro presenza e il loro affetto lo rincuorano dopo tante peripezie. Invece del carcere, vengono concessi a Paolo gli arresti domiciliari, che gli permetteranno di ricevere visite, come vedremo subito nel seguito del racconto.
Presa di contatto con i Giudei di Roma
17 Dopo tre giorni, egli convocò a sé i più in vista tra i Giudei e venuti che furono, disse loro: «Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo e contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato in mano dei Romani. 18 Questi, dopo avermi interrogato, volevano rilasciarmi, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. 19 Ma continuando i Giudei ad opporsi, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere con questo muovere accuse contro il mio popolo. 20 Ecco perché vi ho chiamati, per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d'Israele che io sono legato da questa catena». 21 Essi gli risposero: «Noi non abbiamo ricevuto nessuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. 22 Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi; di questa setta infatti sappiamo che trova dovunque opposizione».
Dichiarazione di Paolo ai Giudei di Roma
23 E fissatogli un giorno, vennero in molti da lui nel suo alloggio; egli dal mattino alla sera espose loro accuratamente, rendendo la sua testimonianza, il regno di Dio, cercando di convincerli riguardo a Gesù, in base alla Legge di Mosè e ai Profeti. 24 Alcuni aderirono alle cose da lui dette, ma altri non vollero credere 25 e se ne andavano discordi tra loro, mentre Paolo diceva questa sola frase: «Ha detto bene lo Spirito Santo, per bocca del profeta Isaia, ai nostri padri:
26 Va’ da questo popolo e dì loro:
Udrete con i vostri orecchi, ma non comprenderete; guarderete con i vostri occhi, ma non vedrete.
27 Perché il cuore di questo popolo si è indurito:
e hanno ascoltato di mala voglia con gli orecchi;
hanno chiuso i loro occhi
per non vedere con gli occhi
non ascoltare con gli orecchi,
non comprendere nel loro cuore e non convertirsi,
perché io li risani.
28 Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l'ascolteranno!». 29 .
Epilogo
30 Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, 31 annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento.
Il finale degli Atti degli apostoli ci lascia perplessi. Molti commentatori hanno cercato in diversi modi di spiegare la brusca interruzione del racconto e la delusione di chi si aspettava il resoconto e la conclusione del processo di Paolo, oppure la narrazione della sua morte. Ci si interroga anche sul significato della profezia dell’indurimento del popolo, tratta da Isaia, con la quale Luca termina la sua opera.
Cerchiamo di capire questo finale. Paolo è giunto a Roma dove, secondo la parola del Signore, deve "testimoniare riguardo a Gesù" come aveva fatto a Gerusalemme (23,11).
Essendo agli arresti domiciliari Paolo non può fare visita alla comunità ebraica, come era solito fare, ma chiama a casa sua le persone più importanti tra i giudei di Roma. Luca riferisce il discorso di Paolo che riassume ai visitatori le vicende del suo recente passato. Come se fosse sotto processo, Paolo comincia con l’affermare la sua innocenza riguardo alle accuse dei giudei di Gerusalemme. La sua innocenza è stata verificata dai magistrati dell’impero. Queste parole ci richiamano alla memoria la predizione di Agabo: "I giudei lo legheranno a Gerusalemme e lo consegneranno nelle mani delle nazioni" (21,11). Le stesse parole erano state usate da Gesù per annunciare la propria morte (Lc 9,44; 18,32). La passione di Gesù si profila dunque dietro a quella di Paolo, dandole il suo vero significato.
Durante questo primo incontro chiarificatore, i giudei di Roma rispondono a Paolo che nessun rapporto sfavorevole è giunto a loro dalla Giudea sul suo conto e quindi non hanno pregiudizi nei suoi confronti. Chiedono dunque di ascoltare ancora Paolo, secondo il suo desiderio, per potersi pronunciare sull’affidabilità del suo insegnamento ed eventualmente eliminare la contraddizione che esiste a questo proposito con i giudei di Gerusalemme e con i romani. Viene dunque fissato un nuovo incontro per riprendere il colloquio.
Il giorno stabilito, i giudei tornano a far visita a Paolo nel suo alloggio. Questa volta sono più numerosi e passano con lui un’intera giornata. Il contenuto dell’esposizione di Paolo è il Regno di Dio. Nel Vangelo di Luca e negli Atti il Regno di Dio si identifica con Gesù stesso: la sua persona, la sua vita, la sua azione nel mondo. In questa espressione possiamo vedere un richiamo all’inizio degli Atti (1,3), dove si parla dell’insegnamento impartito dal Risorto durante i quaranta giorni che precedono la sua ascensione al cielo. Paolo, attraverso la sua parola e la sua vita, continua l’opera iniziata da Gesù.
Per tutto il giorno, dunque, Paolo cerca di persuadere i suoi ascoltatori riguardo a Gesù, come aveva già fatto tante volte, a partire dalla Legge di Mosè e dai Profeti (cf. 13,27; 17,2-3). E’ sulla base delle Scritture che i giudei di Roma, rappresentanti qualificati del popolo d’Israele, possono credere che Paolo identifichi la loro speranza con il Regno di Dio presente in Gesù risorto.
La reazione è quella che, a partire dalla Pentecoste (2,12-13), ha sempre fatto seguito all’annuncio del Regno da parte dei testimoni: fede o non-fede, accoglienza o incredulità. La "Parola di grazia" continua ad essere "segno di contraddizione" dovunque. La parola di Dio che Isaia aveva rivolto ai loro padri ora viene rivolta da Paolo ai loro figli. Il loro rifiuto non è una novità; era già incluso nel messaggio del profeta. La non-fede del popolo d’Israele di fronte al Vangelo è scandalosa e incomprensibile, ma si colloca sulla linea di tutta la storia biblica, nel corso della quale Israele spesso è stato sordo alla voce dei suoi profeti. La citazione di Isaia è dunque un giudizio profetico che costituisce un ultimo richiamo alla conversione, lasciando a Israele la possibilità di una salvezza finale (cf. Rm 11,11-12).
Gli ultimi due versetti degli Atti, più che una conclusione, sono un ultimo sommario. Paolo rimane fedele alla sua missione: "proclamare il Regno di Dio e insegnare le cose riguardo al Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza" (vv. 30-31). Questa proclamazione è rivolta a tutti; nessuno è escluso, giudeo o pagano che sia. Ciò che Paolo insegna è la presenza del Regno di Dio nel mondo tramite l’azione nascosta del Risorto. I tre titoli "Signore Gesù Cristo" sono una sintesi di tutto l’annuncio cristiano proclamato da Paolo "con tutta franchezza e senza ostacoli" (v. 31).
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Fonte: http://www.padrelinopedron.it/data/edicola/Padre%20Lino%20Pedron%20-%20Catechesi/ATTI%20DEGLI%20APOSTOLI.doc

Autore del testo: Pedron Lino

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