I dieci comandamenti catechismo

 


 

I dieci comandamenti catechismo

 

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I dieci comandamenti catechismo

 

1. Non avrai altro Dio fuori di me.
2. Non nominare il nome di Dio invano.
3. Ricordati di santificare le feste .
4. Onora il padre e la madre.
5. Non uccidere.
6. Non commettere atti impuri.
7. Non rubare.
8. Non dire falsa testimonianza.
9. Non desiderare la donna d'altri.
10. Non desiderare la roba d'altri.

 

I DIECI COMANDAMENTI
Vivere nella libertà di Dio
(Pedron Lino)

 

INTRODUZIONE

Finalmente un numero sempre maggiore di uomini sta prendendo coscienza che il dominio scientifico e tecnico del mondo non basta da solo a garantire un futuro umanamente degno e migliore.

Se gli uomini di domani non saranno ispirati da una concezione di vita ricca di valori individuali, comunitari e sociali, ciò che li attende è il caos.

I cristiani, insieme con gli altri e più degli altri, sono chiamati a dare il loro contributo alla preparazione dei tempi nuovi e alla risoluzione dei nuovi problemi. La comprensione giusta, calibrata e attualizzata dei dieci comandamenti darà certamente basi sicure e nuovo slancio alla costruzione di un futuro degno dell’uomo.

Il decalogo (che significa le dieci parole) non è l’unico testo per fondare tutto il sistema della morale cristiana. Esiste il grande comandamento dell’amore, esiste la cosiddetta regola d’oro che tutti conosciamo in edizione negativa (non fare agli altri quello che non vorresti che gli altri facciano a te) e che il vangelo riporta in forma positiva ("tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge e i profeti" Mt 7,12).

Per un costume di vita cristiano il discorso della montagna (Mt 5-7) è tanto importante quanto i dieci comandamenti. Così pure il discorso di Gesù sul giudizio universale, in cui egli si identifica con i poveri e indica nell’amore per essi il criterio di giudizio, rientra in questo contesto (Mt 25,31-46).

I dieci comandamenti costituiscono un testo importantissimo per tutta l’umanità. Nella Bibbia il testo ci viene presentato due volte - e con notevoli differenze - in Es 20,1-17 e Dt 5,1-22. È una specie di programma per aiutare il popolo di Dio a non perdere nuovamente la libertà dopo la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e a non ricadere in nuove forme di asservimento. Il Dio liberatore chiama i liberati a collaborare alla salvaguardia della loro libertà: non basta accogliere la libertà come un dono; bisogna custodirla con vigilanza e costanza. Il decalogo è espressione della sollecitudine amorosa di Dio, il quale vuole che Israele non perda la libertà donatagli.

I dieci comandamenti costituiscono la parte fondamentale di tutta la legge: sono la base della vita degli uomini tra di loro e della vita del singolo e della comunità davanti a Dio.

Per comprendere i comandamenti nel modo giusto è necessario considerarli nel contesto di ciò che la Bibbia ci dice circa il rapporto di Dio con gli uomini e nella luce dei suoi progetti nei loro confronti. Solo dopo risulterà chiaro il contenuto dei singoli comandamenti. Vi anticipo la conclusione.

Essi hanno unicamente questo scopo: espandere, dilatare oltre ogni confine la libertà donata da Dio al singolo e alla comunità.

Dio è libero e vuole che l’uomo, fatto a sua immagine, partecipi a questa libertà: in questo l’uomo trova il proprio sviluppo e la pienezza di vita per sé e per gli altri. Quindi facciamo giustizia nei confronti di Dio: Egli non guarda con diffidenza alla libertà dell’uomo e non si preoccupa di imporre nuove catene con una fitta rete di leggi. Se così fosse, Dio non avrebbe creato l’uomo libero o lo avrebbe privato della libertà dopo i primi abusi e inconvenienti. No! Dio non guarda con sospetto la libertà dell’uomo, non teme la concorrenza dell’uomo: al contrario, come ogni padre, desidera che il figlio cresca nella libertà responsabile.

In questa prima parte consideriamo i dieci comandamenti come un complesso unitario. Nella seconda passeremo in rassegna i singoli comandamenti.

Il decalogo comincia con una frase d’importanza decisiva per la comprensione di tutto il testo: Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù (Es 20,1; Dt 5,6). Le singole direttive che seguono sono una conseguenza dell’azione liberatrice di Dio.

In altre parole, Dio dice al suo popolo: Io ti ho liberato dalla schiavitù; ora ti do dieci regole per restare libero e non ricadere in schiavitù: ti do i Dieci Comandamenti, ti do le dieci leggi della libertà.

Dopo che Dio ha liberato il suo popolo, questo deve comportarsi in maniera rispondente all’azione divina e non perdere o rovinare di nuovo con la propria incoerenza la libertà donatagli da Dio.

L’uomo non è schiavo di Dio e quindi tanto meno può essere schiavo di un altro uomo o delle cose o delle leggi. Nel nostro caso diciamo subito: Dio non vuole l’uomo schiavo dei comandamenti, ma libero, innamorato e riconoscente per il dono dei comandamenti. Di fronte a queste leggi l’uomo credente deve percepire in maniera molto intensa e con profonda gratitudine la gratuità dell’azione divina e sentirsi spinto ad agire in maniera simile a Dio, a comportarsi come si comporta Dio. L’osservanza gioiosa dei dieci comandamenti non nasce da fredde riflessioni razionali, ma da impulsi molto più profondi: scaturisce dall’esperienza dell’amore di Dio per l’uomo, dal sentirsi amati infinitamente da Lui. L’osservanza diventa così frutto ed espressione di gratitudine. L’agire dell’uomo così ispirato si trova liberato dall’angoscia del dovere e dall’aridità e dalla noia di un adempimento puramente esteriore di doveri, e assume un tono di festosità e di gioia. L’uomo non si comporta più da schiavo ma da figlio perché ha compreso che l’adesione a Dio è la sorgente straripante di ogni gioia piena e duratura, che servire a Dio è regnare.

Non vogliamo che queste parole appaiano entusiasmi puerili di chi ancora non conosce la vita e le inclinazioni dell’uomo al male. L’osservanza dei comandamenti non scaturisce immediatamente. Dapprima i comandamenti non vengono accolti con entusiasmo spontaneo come se ci venisse fatto un dono che ci procura una grande gioia, soprattutto se quanto ci richiedono i comandamenti non coincide con le nostre inclinazioni e i nostri interessi immediati. L’uomo, in forza delle sue disposizioni naturali tende a contraddire le norme che gli vengono imposte e a resistere. Solo se l’uomo percepisce che i comandamenti sono un dono prezioso di Dio e ne sperimenta i risultati entusiasmanti che derivano dalla loro osservanza, esprimerà la propria gratitudine a Dio con un comportamento corrispondente, convinto e gioioso.

L’osservanza dei comandamenti è un atto di amore a Dio che ci ama. Tutto quello che non è fatto per amore non è osservanza vera, è non osservanza, è peccato. L’osservanza dei comandamenti è la nostra collaborazione con l’azione liberante di Dio: diamo una mano a Dio che ci libera, gli permettiamo, con i fatti, di liberarci dal male. Il comportamento richiestoci da Dio attraverso i comandamenti è quello della fede (in questo caso: credere che i comandamenti sono per il nostro vero bene), della relazione entusiasta, amorosa e vivace con Lui. Si tratta di cooperare consapevolmente con l’azione di Dio. I comandamenti mirano a far sì che l’uomo credente impari a camminare con Dio (Mi 6,8), a percorrere con Lui una via comune. Per questo il decalogo viene definito nel Sal 25 come la via di Dio.

Le singole prescrizioni del decalogo sono semplicemente una concretizzazione del primo comandamento. Senza la fede in Dio, senza la base della relazione viva, adorante e grata con il Dio liberatore tutti gli altri comandamenti rimangono sospesi per aria. In altre parole Dio dice: Se hai realmente capito che cosa ho fatto per te guidandoti alla libertà, non andrai più dietro ad altri dèi, né calpesterai i diritti del tuo prossimo. Il decalogo, quindi, non è una legge concepita in termini giuridici, ma una direttiva per la vita, una parola che ispira e orienta, che aiuta a risolvere i problemi dell’esistenza.

L’Antico Testamento è pervaso di tanta gioia per i comandamenti di Dio. Nel Sal 19 la legge viene cantata così: La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima. La testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice. Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore; i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi... I giudizi del Signore sono più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele (Sal 19,8-11).

Il Sal 119, che è il salmo più lungo, è tutto un elogio della legge divina. Quanta differenza tra il Sal 112 che recita: Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti, e la reazione negativa, annoiata o stizzosa degli uomini di fronte alla legge di Dio. Forse, andando al catechismo da piccoli o a dottrina da grandi, avevamo capito tutto il contrario.

Leggere la Bibbia, conoscere l’Antico Testamento è una condizione indispensabile per la piena comprensione dei comandamenti. I cinque libri attribuiti a Mosè, il Pentateuco, non si occupano delle azioni eroiche degli antenati, ma ci mettono sotto gli occhi l’apprendimento spesso faticoso del modo di comportarsi con Dio, illustrato con l’aiuto dei singoli personaggi. Da essi è stato possibile imparare che cosa sia la fede, quella concreta, quella vissuta nella vita.

C’è una bella differenza tra una presentazione intellettualistica dei comandamenti e un influsso che prende e mette in moto le forze spirituali più profonde dell’uomo. Quello che interessa e soddisfa sommamente l’intelletto può spesso addirittura paralizzare e uccidere le energie spirituali che dovrebbero mettere in moto la volontà. L’uomo, data la sua naturale pigrizia e pusillanimità, ha bisogno di forti motivazioni per attuare effettivamente quello che riconosce come bene. La pedagogia morale deve ricorrere in larga misura a elementi narrativi e anche estetici per esaltare la bellezza del bene con racconti illuminanti e pieni di fascino: gli esempi trascinano.

Il fine del decalogo, lo scopo che Dio si propone dando i dieci comandamenti agli uomini è uno solo: la libertà; vuole che gli uomini siano liberi.

Dice il Concilio Vaticano II: Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà e intanto sorgono nuove forme di schiavitù sociale e psichica (GS 4).

Che cos’è la libertà? Ce lo chiediamo perché esiste una concezione deleteria della libertà, che in ultima analisi produce l’opposto di quello che persegue e propaganda. E nel mondo d’oggi va diffondendosi una libertà distruttiva e irresponsabile, capace di scuotere le fondamenta della società umana.

Dio è libero e vuole che l’uomo, sua immagine, partecipi alla sua libertà. L’uomo, immagine di Dio, deve poter vivere nella libertà di Dio. Il Dio della Bibbia non vuole che la libertà sia coartata da altri uomini o dalle forze del male e del peccato: l’uomo per essere uomo deve essere libero. Il decalogo si riferisce a quelle forme sbagliate di comportamento che mettono a repentaglio la libertà dell’uomo: le smaschera e le combatte.

Molti continuano a pensare, sbagliando, che la libertà dell’uno ostacoli e impedisca la libertà dell’altro. Invece bisogna affermare con forza che la libertà intesa nel senso della Bibbia, si realizza solo nella comunicazione: nella comunicazione dell’uomo con Dio e nella comunicazione degli uomini tra di loro.

La libertà di Dio non è libertà di scelta tra il bene e il male (Dio non è tentato dal male) bensì libertà in ordine a un amore infinito. Dio è colui che è libero nel suo amore e ama nella sua libertà. Gli uomini devono partecipare a questa libertà divina che non è arbitrio: la libertà donata loro da Dio è la libertà di amare, la libertà di cooperare a ciò che Dio ha cominciato e sta portando a termine con la sua azione liberatrice. La libertà divina e quella umana non sono rivali tra loro: al contrario la libertà di Dio è condizione fondamentale della libertà dell’uomo che si sperimenta come libertà donata e dovuta ad altri. Scegliere la libertà come fondamento supremo della realtà significa credere in Dio. Il vero credente è rispettosissimo della libertà altrui e gelosissimo della sua. Nelle società atee la libertà degli uomini viene sempre gravemente lesa, nonostante tutte le assicurazioni in contrario.

Caratteristica della sovranità di Dio è che essa non opprime gli uomini, ma li rende liberi. Coloro che accolgono il regno di Dio cominciano a vivere in maniera nuova, cioè senza angoscia, pieni di fiducia e di consolazione, sani e salvi: in una parola, liberi.

La libertà così intesa non si attua solo nella comunicazione con Dio, ma anche nella comunicazione degli uomini tra loro. Libertà significa sovranità di fronte a tutte le ossessioni che incatenano la volontà, di fronte all’ossessione dell’attività, della mancanza di riguardo, dell’incapsulamento nel proprio io. L’uomo può fare l’esperienza beatificante di una simile libertà solo nella comunione, nella unione con Dio e con gli altri, e quando ha fatto questa esperienza si sente spinto a comunicarla agli altri con convinzione e con insistenza; e l’altro, gli altri, non sono un limite, come l’individualismo occidentale ha sempre pensato, ma la condizione della mia libertà. Dobbiamo combattere una concezione sbagliata, secondo la quale la libertà e l’autonomia sarebbero inconciliabili con l’amore del prossimo o addirittura con l’obbedienza. Bisogna anzi affermare il contrario: noi amiamo tanto quanto siamo liberi; noi obbediamo (nel senso vero del termine) tanto quanto siamo liberi. L’altruista è l’uomo libero da tutti i condizionamenti e per questo può amare con tutto se stesso. L’egoista, al contrario, è schiavo di sé e imprigionato dalle sue cose, e di conseguenza incapace di amare.

Voi capite allora che la trasgressione dei comandamenti è peccato perché il peccato è allontanamento dallo spirito liberatore di Dio e quindi una caduta nella mancanza di libertà. Secondo l’insegnamento della Bibbia il regno del peccato è un regno di crescente mancanza di libertà. L’abuso di libertà non rende più liberi, ma lede la libertà e l’uomo che ne abusa.

Quindi una libertà mal intesa esalta l’egoismo e il libertinaggio, non rende liberi ma aumenta piuttosto la solitudine e la mancanza di relazioni degli uomini tra loro e con Dio. Se i cristiani parlano di colpa e di peccato non lo fanno per limitare o impedire la libertà propria e altrui, ma per aiutare a scoprirla e a salvaguardarla. La libertà donata e resa possibile da Dio è sempre in pericolo; il Dio della Bibbia si rivela come un Dio costantemente intento a restaurare e ad ampliare tale libertà.

L’uomo si condanna da solo alla perdizione quando rifiuta Dio. Non è propriamente Dio a punire, ma è l’uomo a punire se stesso quando volta le spalle a Dio.

La conversione, il girarsi nuovamente verso Dio, è un atto che ci riporta alla libertà.

Il testo del decalogo comincia sempre con il ricordo dell’azione liberante e redentrice compiuta da Dio in occasione dell’uscita dall’Egitto: Io sono il Signore, Dio tuo, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù (Es 20,2; Dt 5,6). Solo unitamente alla liberazione dell’Esodo il decalogo acquista il suo vero senso e solo in questo contesto si capisce che i comandamenti non sono propriamente delle leggi o dei comandi di un Dio autoritario e tirannico, bensì istruzioni di vita. Se si lascia da parte il preambolo, si priva letteralmente il decalogo del suo significato più alto e del suo fondamento. Purtroppo, questo preambolo, così decisivo per la comprensione di tutto il decalogo venne trascurato per secoli, cosa che diede origine a una morale legalistica, che sottolineava esclusivamente le esigenze imposte da Dio agli uomini. Era quindi inevitabile che uomini sempre più numerosi prendessero sempre più le distanze da una simile morale legalistica. Occorre dunque restituire al decalogo il peso e il senso che gli attribuisce la parola di Dio: è una legge d’amore, è una legge di liberazione e di libertà.

Il decalogo è un invito a rendere operante la libertà donata da Dio. Egli ha sollevato Israele dal fango; ora i liberati devono impegnarsi a cooperare con Dio e a trarre, in suo onore, anche altri fuori da questa condizione.

Il tema principale di tutti e dieci i comandamenti può essere definito così: essi invitano i credenti a cooperare con l’azione liberatrice che Dio ha cominciato, affinché tutti gli uomini, immagine di Dio, vedano riconosciuti i loro diritti e possano vivere liberi. I dieci comandamenti indicano i punti più importanti, in cui la libertà donata da Dio risulta particolarmente vulnerabile. I credenti, dunque, non devono solo rispettare il diritto, la libertà e lo sviluppo degli altri, ma ricercarli attivamente. Il Decalogo, quale documento della libertà donata e resa possibile da Dio, invita a cooperare con la storia della liberazione che Dio ha messo in moto in questo nostro mondo con l’esodo d’Israele dall’Egitto e con l’esodo di Gesù dalla potenza della morte e del peccato attraverso la sua morte e la sua risurrezione.

I dieci comandamenti sono altrettante direttive preziose e liberanti. Sono istruzioni per un giusto comportamento con il mondo, con se stessi, con il prossimo e con Dio.

Il decalogo è il libretto di istruzione per l’uso relativo al comportamento in questo mondo. Bisogna leggerlo e attenersi a quanto dice se non vogliamo rovinare o distruggere noi stessi, gli altri e l’ambiente in cui viviamo.

Prima di prendere in considerazione i singoli comandamenti, facciamo (per la terza volta!) una forte sottolineatura al preambolo dei comandamenti. Ambedue le redazioni bibliche del decalogo cominciano ricordando che il Signore è il Dio salvatore del suo popolo: Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù (Es 20,2; Dt 5,6). Solo nel contesto del ricordo della salvezza, della liberazione dall’Egitto, i singoli comandamenti acquistano il loro vero senso di direttive per la vita. Essi servono a illustrare in maniera esemplare una precisa verità: gli uomini che si sono lasciati salvare dal Signore, sono chiamati a non perdere di nuovo il dono della libertà, ma a incrementarlo per diventare sempre più liberi come il loro Dio.

Nella misura in cui gli uomini osservano i comandamenti di Dio essi diventano immagine di Dio. 

 

Primo comandamento
NON AVRAI ALTRO DIO DI FRONTE A ME

Il testo biblico completo del primo comandamento suona così: Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che m’amano e osservano i miei comandamenti (Es 20,3-6).

In breve, il comandamento ordina: Non adorerai alcun Dio in contrapposizione a me. Allora avrai capito che gli altri dèi ti riducono solo in schiavitù.

Visto così, il comandamento è una logica conseguenza dell’evento dell’esodo.

Ma, diciamolo subito, la gente di tutte le epoche preferisce una schiavitù comoda a una libertà faticosa. Il popolo d’Israele ha appena assaporato la libertà che già comincia a dubitare se valga la pena di accollarsene le fatiche. Non appena la libertà comincia a diventare faticosa, esso manifesta tutta la sua nostalgia per le pentole di carne dell’Egitto e muove aspri rimproveri a Mosè ed anche al Signore.

Chi sono gli altri dèi o gli idoli?

Gli idoli sono esagerazioni e assolutizzazioni di quello che è importante per gli uomini. A seconda delle situazioni e delle epoche essi possono essere diversi. In fondo tutte le idolatrie si concentrano su tre oggetti: il potere, il possesso e il piacere. La loro caratteristica è di presentarsi con la pretesa dell’esclusività. La loro adorazione si accompagna all’intolleranza e al fanatismo.

Gesù dice che mammona (ciò che possediamo) è l’idolo più pericoloso (Mt 6,24). Gli idoli sono presenti dovunque non c’è un rapporto giusto con Dio. Un rapporto sbagliato o interrotto con Dio è la radice di molti comportamenti erronei che danneggiano o distruggono la libertà e la dignità dell’uomo. Questo spiega perché la Bibbia consideri la mancanza di fede come un autentico peccato. Essa è una minaccia per la libertà personale e collettiva: dove non è accettato Dio c’è sempre la schiavitù.

L’adorazione del vero Dio, amico degli uomini, è benefica, liberante e necessaria. Dove si adorano i falsi dèi si attribuisce una potenza divina a uomini o ad altre creature, e l’esperienza ci insegna che ciò rende schiavi. Dove invece si adora il Dio con noi, lì ogni potere esercitato dall’uomo sull’uomo viene messo in questione di continuo e radicalmente, per vedere se esso serve realmente alla libertà e alla dignità degli uomini. In questa prospettiva si muovono la critica dei profeti dell’Antico Testamento all’esercizio della regalità in Israele (1Sam 8,1-18) e l’ammonimento di Gesù ai discepoli affinché si guardino dall’adottare comportamenti autoritari. Gesù, dopo aver ricordato che i sovrani di questo mondo opprimono, spesso, i sudditi, raccomanda ai suoi cristiani: Per voi però non sia così (Lc 22,25).

Ovunque imperano le ideologie, lì al centro dell’attenzione non c’è più il Signore, ma qualcosa creato dall’uomo, un idolo. Gli idoli riducono sistematicamente l’umanità dei loro adoratori e la distruggono. In parole più chiare, gli idoli rendono i loro adoratori sempre meno umani fino a far perdere loro totalmente l’umanità.

I documenti della Chiesa ci esortano a non aderire alle ideologie di nessun genere perché sono troppo misere e impoveriscono l’uomo fino ad alienarlo totalmente da se stesso. Le ideologie tendono a porre come valori assoluti gli interessi che esse propongono. Non vi è nulla di divino al di fuori di Dio. L’uomo cade nella schiavitù quando divinizza o assolutizza la ricchezza, il potere, lo stato, il sesso, il piacere o qualsiasi creatura di Dio. È Dio la fonte della liberazione totale e radicale da ogni forma di idolatria. La caduta degli idoli restituisce all’uomo il campo della sua libertà. Dio, liberissimo, vuole entrare in dialogo con l’uomo libero, responsabile, nel pieno possesso della sua dignità.

Nel nostro mondo occidentale c’è un Dio onorario (il Dio trino) e un dio effettivo (il dio quattrino) che è la crescita economica, materiale: la religione di questo dio-denaro-progresso-benessere materiale è la religione più potente del mondo. La sua liturgia è la pubblicità; i suoi seguaci militano tanto nella destra che nella sinistra politica; alla crescita economica essa sacrifica gli uomini, la natura e il futuro del mondo; solo una fede più forte è in grado di fermarla nella sua corsa disastrosa.

Altri idoli del nostro tempo, ai quali viene sacrificata tanta felicità umana, sono il successo esterno, la carriera professionale, le conquiste tecniche che non sono finalizzate al vero bene dell’uomo. Per molti è il denaro, in questa o in quella forma, il bene veramente supremo e affascinante che dà senso e contenuto alla vita. Ma dove si assolutizza l’avere lì si distrugge l’essere umano.

L’adorazione all’idolo denaro conduce a varie forme di sfruttamento dei più deboli.

Tuttavia pur mettendo giustamente in guardia contro i vari idoli, non bisogna mai spingersi fino a demonizzare i valori creati, il denaro, il progresso.

Il creato è importante e prezioso. Però, solo se vediamo i suoi limiti e il suo riferimento a Dio, gli impediamo di affascinarci fino a renderci schiavi. Perciò evitiamo gli estremi ugualmente sbagliati e pericolosi: il deprezzamento dei valori creati o la loro divinizzazione.

 

Secondo comandamento
NON PRONUNCIARE INVANO IL NOME DEL SIGNORE TUO DIO

Il testo dell’Esodo aggiunge a questa proposizione: Perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano (Es 20,7). Nel Deuteronomio il comandamento si limita a proibire lo spergiuro: Non ti servirai del nome del Signore tuo Dio per giurare il falso, poiché il Signore non lascia impunito chi si serve del suo nome per giurare il falso (Dt 5,11).

Il Signore Dio di Israele, si distingue nettamente da tutti i nomi che le popolazioni circostanti davano abitualmente a Dio. Per il popolo d’Israele, Dio si rivela come colui che è presente: Io sono qui.

Il divieto di abusare del nome di Dio è diretto in primo luogo contro la magia, allora molto diffusa in Oriente. Nell’impiego delle formule magiche si riteneva che la cosa più importante consistesse nel conoscere il vero nome della divinità per poterla mettere, con la pronuncia del nome, al proprio servizio.

Inoltre il divieto è rivolto in modo speciale a coloro che invocavano Dio come testimone della verità di un’affermazione falsa.

Questo comandamento è diretto contro una falsa invocazione del nome di Dio per strumentalizzarlo contro la libertà dell’uomo.

L’uso sbagliato del nome di Dio cerca di insidiare, in nome di Dio, la vita e la libertà dell’uomo: cosa che può avvenire in molteplici modi.

Nel nome di Dio si sono condotte guerre terrificanti e pronunciate sentenze spaventose. Si pensi solo alle crociate e ai roghi delle streghe, allo sterminio degli ebrei o di altri popoli. In questo modo il nome di Dio è stato infangato moltissime volte nel corso della storia.

Si è abusato del nome di Dio tutte le volte che lo si è usato come copertura dei propri interessi poco pii. Così ci si è appellati a lui per difendere come volute da Dio le differenze esistenti tra schiavi e liberi, tra ricchi e poveri... e per legittimare le ingiustizie e le infamità dei poteri.

Neppure la Chiesa è al riparo dall’abuso del nome di Dio. Troppo spesso cristiani e uomini di Chiesa tendono a identificare se stessi e il proprio comportamento nella storia presente con la volontà di Dio e a far passare i loro pareri discutibili come parola di Dio.

La tendenza ad abusare di Dio come del realizzatore dei propri desideri è un fenomeno quotidiano, soprattutto nella preghiera. Nella misura in cui le mie suppliche e i miei desideri diventano dei comandi, io faccio della preghiera una pratica di magia. Il non soddisfacimento dei desideri diventa per molti un motivo per licenziare Dio. Essi si comportano come i primitivi che picchiano e gettano via il proprio feticcio quando non si verifica quello che ci si era atteso da lui.

Usare nel modo giusto il nome di Dio significa: impegnarsi nel suo nome a promuovere la dignità dell’uomo sua immagine. Richiamarsi al nome di Dio significa: richiamarsi a lui come garante della vita e della libertà. Santifica il nome di Dio colui che cerca di conoscere e di fare la volontà divina. Non per nulla le due domande del Padre nostro: Sia santificato il tuo nome e Sia fatta la tua volontà vanno strettamente unite.

 

Terzo comandamento
RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

Questo comandamento viene motivato nei due testi biblici fondamentali in maniera sorprendentemente diversa. Il libro dell’Esodo ricorda che ogni uomo, anche lo schiavo e lo straniero, sono immagini di Dio e quindi è opportuno che riposino in giorno di sabato. Come il Creatore si riposò il settimo giorno, così deve fare l’uomo (Gen 2,2): Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro (Es 20,8-11).

Ben diversamente il terzo comandamento è motivato dal Deuteronomio. Il Signore ha liberato il suo popolo dalla schiavitù, di conseguenza tutti i membri del popolo, anche gli schiavi e gli stranieri al suo servizio, devono riposare il giorno di sabato come uomini liberi: Osserva il giorno di sabato per santificarlo, come il Signore Dio tuo ti ha comandato. Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio: non fare lavoro alcuno, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te. Ricordati che sei stato schiavo del paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato (Dt 5,12-15).

I testi biblici citati lasciano trasparire chiaramente l’intenzione di questo comandamento: ogni settimo giorno gli uomini liberati da Dio devono prendere coscienza della libertà loro donata; devono partecipare al riposo di Dio creatore e rinnovarsi così costantemente nella loro qualità di immagini divine.

Ambedue le redazioni sottolineano con forza l’aspetto sociale. Gli ebrei, che sono degli ex schiavi, e tutti coloro che sono stati liberati dalla schiavitù, non devono dimenticare che il dono della libertà fatto ad essi, vieta radicalmente loro di ridurre altri in schiavitù. Il comandamento presuppone certamente ancora l’esistenza di schiavi, ma si appresta a scalzare le basi di una società schiavista, perché rifiuta appunto di riservare il lavoro e il riposo a gruppi diversi di uomini. Anzi fa ancora di più: fa balenare la liberazione degli schiavi. Ogni uomo deve avere la sua dose benefica di lavoro e di riposo.

Il terzo comandamento mira molto chiaramente a un’importante esperienza di libertà. Eppure nessun altro comandamento è stato così profanato per comprimere l’uomo sia nella realtà del sabato giudaico sia in quella della domenica cristiana.

Al tempo di Gesù il giudaismo cercava di regolare minuziosamente il sabato con prescrizioni complicate. Gesù si ribella intenzionalmente contro queste costrizioni, viola ostentatamente le prescrizioni umane riguardanti il precetto del sabato e afferma: Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2,27). Le sue affermazioni sul sabato sono giustamente considerate ardite e provocanti perché rappresentano una chiara ribellione contro le idee religiose dominanti in quel tempo. Egli mette in risalto la virtù liberante di questo giorno di riposo.

Anche nel cristianesimo comparvero continuamente tendenze legalistiche o oppressive che ebbero spesso il risultato di svisare la domenica come festa della libertà.

Oggi il tempo libero, il fine settimana è appannaggio di tutti, spesso i poveri lavorano meno dei ricchi, e i liberi professionisti ritengono di dover assolutamente lavorare anche di domenica e muoiono in buona percentuale prematuramente per eccesso di lavoro. Quindi lavoro a tutti i livelli della scala sociale e riposo assicurato per tutti quelli che lo vogliono. Ma il fine settimana molte volte e in molti casi non si lascia alle spalle uomini riposati, liberi e felici. Esistono la febbre del sabato sera, la nevrosi della domenica e l’esaurimento del lunedì.

Tante persone trovano il senso della loro esistenza solo nel lavoro, nell’attività professionale. Ma quando tale frenesia viene interrotta dalle feste o dalle ferie, emergono opprimenti e disperanti il vuoto dell’esistenza e la sua povertà di contenuti.

Perché la domenica riveli in maniera convincente il suo effetto positivo sull’uomo non basta che egli si astenga dal lavoro, ma deve vivere positivamente altri due momenti importanti: la santificazione e la comunione con altri uomini liberati. L’esperienza della domenica deve aiutare l’uomo a prendere le distanze da se stesso, affinché le sue tante e molteplici occupazioni non finiscano per sequestrarlo e inghiottirlo in maniera pericolosa. Santificare le feste significa allontanare la propria vita da orizzonti ristretti e inserirla in orizzonti più vasti e divini.

Santificare, celebrare e ringraziare sono tre atti che vanno strettamente uniti. Essi sono elementi fondamentali del nostro rapporto con Dio.

Una attività intensa e ininterrotta può, a lungo andare, esaurire l’uomo nella sua dimensione interiore e provocare in lui un vuoto inquietante.

L’uomo non conquista la sua identità solo mediante il lavoro. La sua esistenza non è giustificata solo da ciò che egli fa, ma anche e soprattutto da quanto riceve come dono di Dio. Da qui il grande significato della celebrazione e del ringraziamento: dell’eucaristia.

I cristiani ringraziano perché sono stati liberati dalla schiavitù per mezzo della morte e della risurrezione di Cristo. Tale azione liberatrice ha un valore così grande che non si finirà mai di celebrarla. La messa, che è la celebrazione del memoriale della morte e della risurrezione del Signore, tende necessariamente alla liberazione dell’uomo se viene celebrata come si deve. La possibilità di celebrare, libera l’uomo, e senza questa capacità la vita diventa, poco per volta, deserta, sconsolata e squallida. E siccome questo è molto importante per la nostra libertà interiore ed esteriore, Dio ce lo impone con un comandamento specifico. Per noi cristiani cattolici la messa della domenica è la celebrazione della festa della liberazione che ci è stata donata da Cristo mediante il suo sacrificio di morte e risurrezione.

Tuttavia né il riposo dal lavoro né il culto bastano a soddisfare pienamente il comandamento di santificare le feste. La sua osservanza include anche l’esperienza della comunione di uomini liberati. L’amore traboccante di Dio vuole promuovere gli uomini mediante la comunione con lui e la loro comunione reciproca. Nei giorni di festa perciò bisogna coltivare in modo particolare le relazioni personali che sono tanto importanti per la piena espansione del nostro essere. La capacità di saper passare il tempo libero in maniera non utilitaristica è espressione di libertà e di umanità. Educare a questo è un compito importante della Chiesa. La domenica deve diventare il giorno in cui ci si disintossica spiritualmente e fisicamente per poter riprendere la vita con gioia.

 

Quarto comandamento
ONORA TUO PADRE E TUA MADRE

Leggiamo nel libro del Deuteronomio: Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sia felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà (Dt 5,16).

Il vero destinatario di questo comandamento, come di tutti gli altri, è l’israelita adulto e libero. A lui viene ricordato il dovere di provvedere ai genitori anziani, di provvedere, cioè, alla generazione non più capace di lavorare. Il comandamento non è quindi diretto in primo luogo ai figli piccoli, ai più deboli, affinché obbediscano agli adulti, ai potenti, ma è diretto piuttosto agli adulti e ai potenti affinché non mettano da parte i genitori anziani e malfermi. Questo spiega perché nella tradizione giudaica il quarto comandamento sia spesso indicato come il più difficile del decalogo. Infatti la cura dei genitori anziani può diventare un pesante e spesso lungo aggravio economico e un lunghissimo esercizio di ogni virtù, non ultima la pazienza.

Questo comandamento non mira all’obbedienza verso i genitori, ma al rispetto dei genitori: dice di onorarli, non dice di obbedirli.

Anche i testi successivi dell’Antico Testamento sottolineano in questo senso il dovere dei figli adulti verso i genitori.

Leggiamo nel libro del Siracide:

Il Signore vuole che il padre sia onorato dai figli, ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espia i peccati; chi riverisce la madre è come chi accumula tesori.

Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi riverisce il padre vivrà a lungo; chi obbedisce al Signore dà consolazione alla madre. Chi teme il Signore rispetta il padre e serve come padroni i genitori. Onora tuo padre a fatti e a parole, perché scenda su di te la sua benedizione. La benedizione del padre consolida le case dei figli, la maledizione della madre ne scalza le fondamenta. Non vantarti del disonore di tuo padre, perché il disonore del padre non è gloria per te; la gloria di un uomo dipende dall’onore del padre, vergogna per i figli è una madre nel disonore.

Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Anche se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo, mentre sei nel pieno vigore. Poiché la pietà verso il padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati. Chi abbandona il padre è come un bestemmiatore, chi insulta la madre è maledetto dal Signore (Sir 3,2-16).

Anche Gesù, quando parla del quarto comandamento, ha chiaramente davanti agli occhi il comportamento dei figli adulti verso i genitori. Leggiamo nel vangelo secondo Matteo: Ed egli rispose loro: Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione? Dio ha detto: "Onora il padre e la madre" e inoltre: "Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte". Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione (Mt 15,3-6).

Nel corso della storia della Chiesa il quarto comandamento fu spesso utilizzato per sostenere le autorità costituite, oltre che i genitori. Lo si riferì tranquillamente a ogni governante e padrone, al sovrano del paese come al capo-ufficio nella vita professionale. In nome del quarto comandamento si sono commessi parecchi abusi di potere e non poche ingiustizie palesi.

L’obbedienza in senso biblico consiste anzitutto nell’ascolto di Dio e nella pratica dei suoi comandamenti.

Dio è la vera autorità. Perciò bisogna attendersi l’obbedienza anzitutto dai superiori, prima di poterla esigere dai sudditi. Solo così si può essere sicuri che si tratta di una richiesta di obbedienza che promuove gli uomini nella loro libertà e dignità.

I comandamenti vogliono indicare delle vie verso una libertà che non favorisce l’arbitrio e l’egoismo, ma che corrisponde alla libertà di Dio.

 

Quinto comandamento
NON UCCIDERE

Le tre formulazioni più brevi del decalogo suonano: Non uccidere - Non commettere adulterio - Non rubare (Es 20,13-15). Sono considerati i tre comandamenti più antichi. Ognuno di essi tutela un bene fondamentale della società umana. Questi comandamenti proteggono la vita, il matrimonio e la proprietà.

Il quinto comandamento è forse quello che oggi riscuote un riconoscimento sociale anche in ordine a situazioni e problemi quanto mai vari: tortura, pena di morte, guerra, obiezione di coscienza, suicidio, eutanasia, energia atomica, inquinamento dell’ambiente, danni alla salute procurati dalla droga, dall’alcool e dal fumo, aborto, fine del mondo, ecc.

A volte si assiste allo strano spettacolo di persone che si scagliano con veemenza contro la guerra, gli armamenti e la pena di morte e contemporaneamente fanno dimostrazioni in favore dell’interruzione della gravidanza e perorano la causa dell’uccisione su richiesta. Non è possibile separare i vari campi in cui è in gioco il rispetto della vita umana, né tantomeno contrapporli.

Il comandamento si oppone in primo luogo alla giustizia fatta da sé. Nessuno può di propria iniziativa versare sangue umano per affermare il proprio presunto diritto. Le violazioni di questo comandamento sono punite con il massimo rigore possibile: Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché a sua immagine Dio ha fatto l’uomo (Gen 9,6).

Oggi fatichiamo a capire che la trasgressione di questo comandamento venga punita con altro spargimento di sangue. Ma appunto questo dimostra la grande serietà originaria di questo comandamento.

Il divieto dell’omicidio indica nello stesso tempo in maniera particolarmente chiara la differenza tra uomo e animale. L’esistenza umana non è più automaticamente regolata dagli istinti, ma dalla morale e, dove questa non basta, dalla costrizione giuridica, che nelle sue forme concrete ha conosciuto ovviamente tanti cambiamenti già all’interno della stessa Bibbia.

Inizialmente in Israele la vendetta di sangue era tollerata. In caso di omicidio, i parenti dell’ucciso sono autorizzati a vendicare l’assassinio (cf Nm 27,10s; Gdc 8,18-21; 2Sam 14,7-11). Ma per impedire le esagerazioni, la vendetta del sangue venne limitata col principio successivamente spesso frainteso: Occhio per occhio, dente per dente (Es 21,24; cf Mt 5,38-42). Queste parole bibliche, che oggi vengono volentieri citate come segno d’una particolare sete di vendetta, sono in realtà, secondo la vera intenzione, un’arma protettiva molto efficace contro una escalation degli atti di vendetta.

Con il passare del tempo, in Israele venne limitato lo spazio lasciato alla vendetta di sangue e, dopo la formazione di un ordinamento giuridico, esso venne sottoposto al controllo dell’autorità (Es 21,18-25; Dt 19,15-21).

Un altro passo avanti è rappresentato dalla prescrizione (Dt 24,16), secondo la quale la vendetta di sangue può colpire solo il colpevole e non anche i membri della sua famiglia. Più avanti ancora leggiamo: Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore (Lv 19,18). Mia sarà la vendetta (Dt 32,35; cf Rm 12,19; Eb 10,30).

Per i profeti l’uccisione, oltre al suo significato originario, può anche avere questi sensi: sfruttare economicamente gli individui in maniera grave, opprimerli socialmente e giuridicamente, tarparne le possibilità di realizzazione. I profeti definiscono continuamente un simile comportamento con il vocabolo duro e accusatorio di assassinio (Os 4,2; Is 1,15.17 ecc.). Michea descrive questo tipo di uccisione in maniera particolarmente drastica, tacciando i ricchi che sfruttano i poveri di cannibalismo: Divorano la carne del mio popolo e gli strappano la pelle di dosso, ne rompono le ossa e le fanno a pezzi come carne in una pentola (Mi 3,3).

Infine il Nuovo Testamento approfondisce ancora una volta il quinto comandamento. Gesù osserva che la manifestazione esterna di ostilità molto spesso è solo l’ultima esplosione di un odio a lungo covato: Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: Chiunque si adira col proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio (Mt 5,22).

Nel catechismo di Lutero leggiamo: Se lasci andar via un nudo, che potresti vestire, lo hai fatto morire di freddo; se non dai da mangiare a un affamato, lo uccidi.

I molti e difficili problemi posti oggi dal tema della protezione della vita mostrano con chiarezza i limiti della pedagogia religiosa.

Già avremmo ottenuto molto se la nostra società si rendesse chiaramente conto che si può uccidere un uomo anche sottraendogli la possibilità di vivere.

Forse il problema fondamentale della nostra società mondiale suona oggi così: La nostra economia mondiale tende seriamente a favorire la possibilità di vita di tutti gli uomini? Oppure è comandata dall’avidità delle nazioni ricche, che vivono a spese di popoli poveri e riducono sistematicamente le loro possibilità di vita mediante "l’ordinamento economico mondiale?". Se questa ipotesi fosse vera, noi saremmo - nella prospettiva dei profeti - degli assassini. Tale dura parola non è purtroppo mitigabile. Tutto ciò che sottrae all’altro le possibilità di esistenza è, in fondo, equivalente a un’uccisione. Non possiamo più accettare che miliardi di uomini siano sottoalimentati, che il 25-30% dei bambini muoia prima dei cinque anni. Nello spirito del quinto comandamento dobbiamo riconoscere che l’umanità è un tutt’uno e che i beni di questo mondo appartengono a tutti. Una razionalizzazione di consumi permetterebbe all’Occidente di risolvere il problema della sottoalimentazione del Terzo Mondo e di migliorare la propria salute.

Tuttavia, per una giusta valutazione, bisogna aggiungere:

1° - Non esiste solo il contrasto tra società industriali ricche e paesi poveri in via di sviluppo; quasi tutti i paesi sottosviluppati sono anche oppressi da una piccola classe dominante, incapace e ladra che nutre la propria gente di chiacchiere ideologiche più che di pane. Ciò non costituisce certo una scusante per noi, tuttavia va tenuto presente.

2° - La mortale riduzione delle possibilità di vita degli altri non si riscontra solo nel rapporto tra Primo e Terzo Mondo; anche nella nostra società esiste una concorrenza spietata e assassina che oggi si fa strada già nella scuola e produce alla fine dei gruppi marginali. Quanto più il nostro sistema sociale diventa perfetto, esigente e affaticante, tanto più produce uomini incapaci di reggere a questo stress e che vengono sospinti ai margini. Alcuni di questi gruppi non hanno lobby (gruppi che tentano di influenzare il legislatore), a differenza, per esempio, dei lavoratori e dei loro sindacati; non possono minacciare scioperi e ottengono quindi poco o nulla.

Il quinto comandamento non proibisce solo l’uccisione vera e propria, ma anche le forme mascherate di uccisione quali la calunnia grave o la critica pungente che distrugge moralmente il prossimo o lo rende insicuro di sé.

Infine diciamo due parole sulla guerra. All’ombra del decalogo l’Antico Testamento risulta piuttosto bellicoso. Ma già con i profeti comincia ad affiorare il disagio per la guerra e si esalta più insistentemente la pace nel suo senso personale e sociale. La visione di un mondo senza guerra gioca un ruolo importante nei testi dell’Antico Testamento (cf. Is 2,4; 9,6; 32,17; ecc.).

Gesù sostiene il principio della non violenza e lo mette in pratica nel suo modo d’agire. Al posto delle varie forme di lotta contro gli altri egli esalta la riconciliazione col nemico e il lavoro per la pace: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9; cf 5,24).

La storia dell’etica cristiana è punteggiata di tentativi per far accettare l’idea biblica della pace. Pure la tanto malvista dottrina della guerra giusta, oggi non più capita da tanti, può essere vista in questa prospettiva. Certo essa fu continuamente sfruttata in maniera cinica per giustificare lotte politiche quanto mai discutibili e spedire in suo nome migliaia di uomini all’altro mondo. Ma la dottrina della guerra giusta va vista nella cornice degli sforzi per umanizzare nei limiti del possibile il sinistro fenomeno della guerra, per arginare i suoi eccessi e salvare un po’ di umanità.

Di fronte alla situazione odierna la dottrina tradizionale della guerra giusta va ripensata a fondo. La tradizione pacifista cristiana guadagna sempre più terreno. Anche la Chiesa ufficiale si dichiara sempre più spesso in favore del bando della guerra. Sotto questo aspetto il quinto comandamento è un invito a impegnarsi con costanza per la pace, anche se la chiarificazione delle questioni sul tappeto richiederà ancora molto lavoro.

 

Sesto comandamento
NON COMMETTERE ADULTERIO

Una volta anche il sesto comandamento era saldamente integrato nell’ordinamento giuridico statale. Oggi esso conosce una crescente liberalizzazione sia nell’ordinamento giuridico sia nella mentalità generale. L’adulterio ha perso il carattere di delitto punibile. Assassinio e furto sono temi seri anche nei romanzi polizieschi, l’adulterio invece viene introdotto in funzione di salsa piccante per rendere più appetibile il libro o il film.

Il divorzio oggi è diventato una cosa ovvia per tanti, un mezzo per autorealizzarsi. Tuttavia la facilitazione del divorzio non ha proprio giovato a umanizzare i rapporti. Il valore del matrimonio indissolubile ha perso molti punti agli occhi di tante persone, anche di coloro che si dicono credenti e praticanti. Noi diciamo, senza esitazione e ambiguità, che una prassi lassista del matrimonio non giova a nessuno.

Il sesto comandamento tende di natura sua a proteggere il bene del matrimonio e, quindi, della famiglia. Tutta la Bibbia è contraddistinta da una profonda stima del matrimonio. Un motivo di questo sta nel fatto che, attraverso l’istituzione del matrimonio, gli uomini vengono inseriti in complessi umani più grandi. Il comandamento conferma perciò che l’uomo è un essere sociale.

Però esso non guarda solo alla comunione personale dei due coniugi.

Perlomeno altrettanto rilevante è l’importanza della famiglia per i figli, cosa che la psicologia e la pedagogia oggi sottolineano con forza.

I bambini, per crescere e svilupparsi come uomini liberi, hanno bisogno di molti stimoli, per espandersi hanno bisogno di protezione e di amore.

In questo senso il nido della famiglia è ancora e sempre il presupposto migliore della maturazione di un uomo.

La Bibbia ripropone continuamente il matrimonio come il simbolo più adeguato dell’alleanza tra Dio e il suo popolo (Os 1-3; Ger 2,1s; 3,1s; Ez 16; 23; Is 50,1). Contemporaneamente accomuna l’infedeltà d’Israele verso il Signore all’infedeltà matrimoniale. I profeti rimproverano senza stancarsi alla vergine Israele di darsi a tutti quelli che incontra per strada e di essere così diventata una prostituta (Ger 2,1-3.13; Ez 16,1-63; 23,1-49).

Viceversa viene esaltata la fedeltà permanente di Dio verso il suo popolo (cf. Sal 117,2; Rm 3,3). L’esperienza della fedeltà di Dio all’alleanza spinge a sua volta a essere fedeli, solidali e uniti nella società umana. Evidentemente l’alleanza del Signore con il suo popolo non pregiudica la libertà. La stessa cosa va detta del matrimonio, in cui i due coniugi sono pervenuti alla maturazione personale perché la vera liberazione arriva per l’uomo e per la donna soltanto nella fedeltà al fine che si sono proposto. L’esperienza lo conferma in molteplici modi: è realmente possibile avventurarsi in un matrimonio così concepito e viverlo guardando con fiducia alla fedele promessa di Dio. Dio vuole uomini liberi, che si aiutano reciprocamente a espandere la loro libertà. Promozione della libertà e promozione delle relazioni personali vanno perciò strettamente unite. Non stupisce quindi che la Bibbia usi tanto spesso il linguaggio dell’amore in particolare nel Cantico dei cantici. Questo libro può contribuire molto all’educazione della sessualità. Esso non è ostile all’eros né fa della sessualità un tabù, ma nello stesso tempo sottolinea la relazione personale, cioè l’amore.

L’amore umano e divino non contrastano tra di loro, ma si illuminano e si favoriscono a vicenda.

In questo contesto possiamo vedere il matrimonio anche come sacramento, cioè segno efficace ed eloquente della salvezza non solo per i due sposi e i loro figli, ma per molti altri. Gli sposi sono un segno eloquente ed efficace dell’immenso amore di Dio. Guardando a loro la gente può vedere quanto è bello che gli uomini si amino, credendo in Dio che ama gli uomini.

Il sesto comandamento mira a preservare dalla dissoluzione dell’egoismo la comunione dell’uomo e della donna, che dev’essere un’immagine della fedeltà di Dio.

Nell’odierna vita ecclesiale si mette anzitutto e giustamente in luce il grande valore positivo della sessualità umana. Non si tratta solo di questioni relative al comportamento sessuale; tutto l’uomo, maschio o femmina, è sessualmente caratterizzato, e per il giovane è cosa importante accettare tale sua qualità sessuale.

In questo contesto gioca un grande ruolo la questione della possibilità della fedeltà. La fedeltà coniugale, così come la concepisce la Bibbia - proprio in virtù dell’analogia tra matrimonio e alleanza di Dio con il suo popolo - è molto più che la semplice rinuncia a scappatelle extraconiugali; essa sta a indicare una fedeltà ben più profonda.

È chiaro che non è possibile presupporla come una cosa ovvia, e che essa ha bisogno del supporto di una decisione rinnovata e approfondita nella luce della fede. Non dobbiamo nascondere né ai fidanzati né agli sposati che la via della giusta maturazione sessuale e umana rimane faticosa e si prolunga a volte per tutta la vita.

Se bisogna affermare l’indole sessuale di tutto l’uomo, bisogna nello stesso tempo guardarsi da una sopravvalutazione della sessualità. La sessualità umana va inserita nella totalità della persona e del suo riferimento trascendentale; essa ha a che fare con l’orientamento dell’uomo verso il coniuge e verso Dio ed è perciò molto più di un mezzo privato di soddisfacimento dell’istinto. Non è adeguata neppure l’esaltazione della sessualità come semplice forza vitale, oggi tanto di moda. Essa sfocia in una visione superficiale dell’uomo e del suo comportamento. L’accentuazione isolata della sessualità non conduce alla maturazione, alla libertà e alla pienezza dell’uomo, ma piuttosto al caos.

 

Settimo comandamento
NON RUBARE

Molto diffusa è l’opinione che con questo comandamento Dio si metta dalla parte dei proprietari e si schieri contro i diseredati, che vorrebbero invece condividere la loro ricchezza. Per questo risulta a prima vista difficile vedere come il settimo comandamento serva la libertà degli uomini, soprattutto la libertà dei piccoli e dei poveri.

Per vederci più chiaro è opportuno studiare l’intenzione originaria del comandamento. Questo comandamento va fin dall’inizio in due direzioni: il ratto delle persone e il furto di cose materiali.

Questo comandamento vieta in primo luogo il ratto e il commercio di uomini. Così Es 21,16: Colui che rapisce un uomo e lo vende sarà messo a morte. E in maniera molto simile Dt 24,7: Quando si troverà un uomo che abbia rapito qualcuno dei suoi fratelli tra gli israeliti, l’abbia sfruttato come schiavo o l’abbia venduto, quel ladro sarà messo a morte; così estirperai il male da te.

Il comandamento tutela quindi in primo luogo la libertà del prossimo. Proviamo subito a mettere in luce l’intima unità tematica della cosiddetta seconda tavola del decalogo. Sempre si tratta dell’uomo: della tutela della generazione anziana (quarto comandamento), della vita (quinto comandamento), del matrimonio e della famiglia (sesto comandamento), della libertà (settimo comandamento), dell’onore personale di uomini liberi (ottavo comandamento) e della salvaguardia del loro matrimonio e dei loro beni dall’avidità disordinata di altri (nono e decimo comandamento).

L’Antico Testamento tiene conto dell’esistenza di per sé incoerente della schiavitù in seno a Israele, ma tende già a superarla. Neppure il Nuovo Testamento combatte formalmente la schiavitù, cosa per la quale la posizione sociale delle giovani comunità sarebbe stata del resto troppo debole, però la elimina dall’interno. Questo risulta chiaro da tutta la lettera a Filemone, nonché, ad esempio, da questa frase della lettera ai Galati 3,28: Non c’è più schiavo né libero.

Le giovani comunità cercarono in tutti i modi di realizzare una comunione genuina di uomini di varia provenienza, ivi inclusi gli schiavi. Quanto ciò fosse difficile nella pratica lo mostrano soprattutto la prima lettera ai Corinzi e la lettera di Giacomo, che condannano con parole dure il disprezzo dei poveri (1Cor 11,22) e il trattamento di riguardo riservato ai ricchi nelle comunità (Gc 2,1-9).

Il settimo comandamento si occupa in primo luogo e in modo particolare del ratto di persone, ma vieta indubbiamente anche il furto di cose.

Pure sotto questo aspetto esso va visto in relazione agli uomini, alla loro libertà, dignità e promozione, soprattutto alla promozione dei piccoli, dei poveri, altrimenti lo si capisce in maniera sbagliata. Non si tratta primariamente della protezione dei ricchi e dei proprietari contro i nullatenenti, ma anzitutto del presupposto della libera espansione personale per ognuno.

Nell’Antico Testamento la proprietà privata non è mai inviolabile e sacrosanta. Essa viene considerata in linea di principio come un prestito che Dio, il donatore autentico della terra promessa, ha affidato al popolo. Quanto questa concezione della proprietà sia presa seriamente risulta chiaro dalle norme dell’anno giubilare (cf. Lv 25,23-55). Esse mostrano quanto il concetto di proprietà fosse relativo in Israele perlomeno in linea di principio anche se non sempre in pratica. Quando un israelita, costretto dalla necessità, vendeva la sua terra, ne rientrava in possesso personalmente o attraverso i suoi eredi ogni 50 anni, cioè nell’anno giubilare.

I profeti usano parole roventi contro l’accumulazione della ricchezza da parte dei ricchi a spese dei poveri. La loro critica sociale mette in chiaro una cosa: si abusa della proprietà là dove essa non è più un mezzo per la propria sicurezza e il proprio sviluppo, ma diventa strumento di potere per dominare gli altri. Ove i potenti sfruttano l’indigenza dei poveri, là è in pericolo quella libertà che Dio ha donato al suo popolo e che questi deve continuamente realizzare in concreto. Il Siracide dice in maniera lapidaria: Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio. Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio (Sir 34,21-22).

La Bibbia sottolinea con grande energia i doveri sociali della proprietà.

Il diritto di proprietà dei padroni e le loro rivendicazioni trovano il loro chiaro confine là dove entrano in gioco le necessità elementari degli altri. Pertanto leggiamo nel libro del Deuteronomio (Cap. 24): Quando presti qualcosa a un altro e ne ricevi un pegno, se quell’uomo è povero, non andrai a dormire con il suo pegno. Dovrai assolutamente restituirgli il pegno prima del tramonto del sole, perché egli possa dormire con il suo mantello e benedirti; questo ti sarà contato come una cosa giusta agli occhi del Signore tuo Dio (v. 12 a); non prenderai in pegno la veste della vedova (v. 17); nessuno prenderà in pegno né le due pietre della macina, né la pietra superiore della macina, perché sarebbe come prendere in pegno la vita (v. 6).

I doveri sociali della proprietà vengono alla luce anche nella prescrizione di non raccogliere accuratamente tutto nei campi, nelle vigne e negli uliveti, ma di lasciare la possibilità ai poveri di racimolare quel che resta (cf. Dt 24,19-21; Lv 19,9s; 23,22).

La Bibbia menziona all’israelita credente tre motivi per cui non può disporre della sua proprietà a piacimento e in maniera arbitraria:

1 - Dio è il creatore e il sostenitore di tutte le cose, per cui ne è anche il primo proprietario; l’uomo è solo l’amministratore dei beni terreni. Questi gli sono stati dati in prestito ed egli dovrà rendere conto a Dio di come li ha usati. Dio fa dire con estrema chiarezza: Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini (Lv 25,33).

2 - In linea di principio i beni della terra sono destinati a tutti gli uomini. Ciò risulta, per esempio, dal fatto che in caso di estrema necessità tutto è comune. Nell’Antico Testamento questo principio rimane comprensibile limitato a Israele. Dio non ha dato la terra promessa al singolo, ma a Israele come comunità. Di conseguenza in questo paese ci deve essere posto per tutti. I profeti pronunciano parole molto dure contro coloro che speculano sui terreni e sulle case, contravvenendo a questa direttiva (cf Mi 2,1-3; Is 5,8; ecc.). Il re stesso cade sotto questo verdetto, quando non si comporta bene (cf. Ger 22,13-19).

3 - Non possiamo dire che la proprietà degli altri non ci interessa, perché ne siamo corresponsabili. Di conseguenza dobbiamo stare attenti a non procurare danni al prossimo. Così leggiamo in Dt 22,1-3: Se vedi smarriti un bue o una pecora di tuo fratello, non devi fingere di non averli scorti, ma avrai cura di ricondurli a tuo fratello... Lo stesso farai del suo asino, lo stesso della sua veste, lo stesso di qualunque altro oggetto che tuo fratello abbia perduto e che tu ritrovi; tu non fingerai di non averli scorti.

Accanto a questi chiari obblighi sociali della proprietà viene con altrettanta chiarezza vietato il furto. È però opportuno distinguere tra furto dall’alto e furto dal basso. Allora risulta ancora più chiaro come la Bibbia metta il divieto del furto in rapporto con la dignità dell’uomo.

Il furto dall’alto è quello dei potenti che sfruttano la situazione di quelli che sono caduti in miseria e in questo modo viene minacciata quella libertà che Dio ha donato al suo popolo. Un esempio eloquente in tal senso è la storia di Nabot, un modesto contadino, che aveva una vigna accanto al palazzo del re (1Re 21). Il re Acab e sua moglie Gezabele non si danno pace finché Nabot non viene ucciso in maniera apparentemente legale, e il re si appropria del suo pezzo di terra. Il profeta Elia, mandato da Dio si presenta davanti al re e predice a lui e a tutta la sua casa la fine come castigo di questo crimine.

Certo anche il furto dal basso, quello perpetrato dai poveri, è proibito dal comandamento. Il settimo comandamento pone la proprietà personale dell’uomo sotto la protezione di Dio perché la proprietà serve a promuovere la libertà personale. Una certa misura di proprietà dischiude delle possibilità, mette a disposizione uno spazio per agire ed è un importante presupposto per la cultura. Questo comandamento vuole garantire le possibilità di tutti gli uomini e favorire il loro sviluppo.

Degno di nota è il fatto che l’antico Israele che conosceva la pena di morte per molti delitti (per es. per l’idolatria, l’adulterio e il ratto di persone), non ha mai punito con la pena di morte il furto di beni materiali. Possiamo addirittura dire che nella Bibbia il furto della povera gente viene giudicato con molta comprensione. Si pensi, ad esempio, a come il racconto dell’Esodo (3,21s) narri con una certa maligna soddisfazione che gli schiavi ebrei in fuga dall’Egitto si impossessano di oggetti di valore dei loro padroni egiziani, cosa che procurò sempre una qualche difficoltà ai moralisti nel corso dei secoli. L’esegesi tradizionale spiega che questo furto è una occulta compensazione del salario non percepito.

Nella tradizione cristiana l’aspetto del settimo comandamento riferito al ratto delle persone talvolta fu messo in ombra. Il rapimento e il commercio di persone umane fu continuamente praticato anche in paesi influenzati dalla fede cristiana. Una forma diffusa di ratto fu la pirateria: essa fu un flagello internazionale per secoli. Ricordiamo la cattura di ostaggi e la loro uccisione, in tempo di guerra e... in tempo di pace: è una grave piaga del nostro tempo (sequestri di persona). Ricordiamo il mercato degli schiavi neri che furono trasportati a milioni dall’Africa alle Americhe dai cattolicissimi regni di Spagna e Portogallo, dall’Inghilterra e da altri stati... cristiani. Queste vicende atroci e umilianti pongono ancor oggi il mondo di fronte a gravi problemi come quello dei meticci in America latina e della gente di colore negli U.S.A.

La schiavitù non è finita neppure oggi e neppure nella forma più grossolana. L’ Anti - slavery society che ha sede a Londra riferiva nel 1979 che il commercio degli schiavi viene tuttora praticato in circa 40 paesi della terra. Il rapporto parla di 5 milioni di schiavi tutt’oggi esistenti. Tale commercio è alimentato soprattutto negli stati allineati ai margini del Sahara: Ciad, Sudan, Niger e Mali; ma anche nella Sierra Leone, nel Ghana e nella Guinea equatoriale si riducono con la forza neri in schiavitù. I preferiti dai commercianti sono giovani e ragazze dai dodici ai vent’anni. I mercanti ne ricavano un utile di circa tre milioni (anno 1979) per ogni capo. Per tenerli buoni durante il trasporto li stordiscono con la droga. I compratori risiedono soprattutto nella penisola arabica. In diversi paesi islamici il commercio degli schiavi non è considerato una violazione della legge e della morale per cui è spesso difficile interdire questa attività.

Inoltre, sempre secondo questo rapporto, la schiavitù è tuttora diffusa anche in vari paesi dell’Asia e dell’America Latina. Nella giungla del Paraguay, per esempio, si organizzano regolarmente cacce agli indios, che poi vengono costretti a lavorare in stabilimenti per la lavorazione del legno e nelle fattorie. Chi cerca di fuggire, viene ucciso senza tante formalità.

Anche l’odierno impiego, abbastanza diffuso anche in Italia, di lavoratori stranieri illegali va visto come una forma di moderno commercio di carne umana.

Un’ultima parola sul furto dei beni. A tutti e a ciascuno compete il diritto primario e fondamentale, assolutamente inviolabile, di usare dei beni di natura nella misura necessaria per una realizzazione degna della persona umana. Tutti gli altri diritti, anche quello di proprietà e di libero commercio, gli sono subordinati.

Oggi riconosciamo sempre più, anche nella nostra società occidentale, che nella struttura sociale esistono numerosi elementi ladreschi.

Ogni forma di sfruttamento del bisogno altrui è uno di questi elementi.

Anche se questo sfruttamento è legale, può essere nello stesso tempo profondamente immorale, come quando si richiedono affitti esosi, interessi da usurai o si specula sui terreni.

La Seconda lettera al popolo di Dio proveniente dal movimento di Taizè emanata a Calcutta, fissa volutamente molto in basso il limite da cui incomincia l’ingiusta ricchezza: Resisti alla mania del consumo: quanto più compri, tanto più diventi dipendente. Con l’accumulo delle riserve per te o per i tuoi figli comincia l’ingiustizia... Se l’unica cosa che t’importa nel tuo lavoro è la carriera, la concorrenza, un alto stipendio e il soddisfacimento delle tue attese consumistiche, non sei lontano dallo sfruttare gli altri o dall’essere a tua volta sfruttato (Brief aus Taizè, luglio-agosto 1979).

Dio ama tutti senza eccezioni, ma non ama tutti allo stesso modo; egli non può amare allo stesso modo il carnefice e le sue vittime, lo sfruttatore e gli sfruttati.

Dobbiamo prendere con chiarezza ed effettivamente le distanze dall’ingiusta ricchezza e vivere nella misura massima possibile il vangelo della povertà. Siamo Chiesa. La credibilità di quanto annunciamo viene notevolmente incrinata se non amministriamo i nostri beni in modo da poter annunciare senza arrossire il vangelo ai poveri. Se, al contrario, la Chiesa (che siamo noi!) si presenta come uno dei ricchi e dei potenti di questo mondo, risulta diminuita la sua credibilità. Il nostro esame di coscienza deve raggiungere lo stile di vita di tutti: papa, vescovi, religiosi, religiose, laici.

Oggi il furto dall’alto viene praticato soprattutto nei rapporti tra nazioni industrializzate e ricche e paesi in via di sviluppo: lo sfruttamento dei poveri è favorito dalla cosiddetta libera economia di mercato. La Chiesa non può più essere l’alleata dei potenti, ma deve impegnarsi a ridurre il divario tra ricchi e poveri. Essa condanna sia il liberalismo economico che il marxismo. Ammette di aver molto mancato in campo economico e ribadisce che i beni della terra sono destinati a tutti. La proprietà deve essere fonte di libertà per tutti, mai di dominazione o di privilegi. È un dovere grave e urgente farla volgere alla sua finalità primigenia.

La ricchezza assolutizzata è un ostacolo alla vera libertà. I crudeli contrasti di lusso e di estrema povertà, aggravati inoltre dalla corruzione che invade la vita pubblica e professionale, manifestano fino a che punto i nostri paesi si trovano sotto il dominio dell’idolo della ricchezza. Capitalismo e marxismo sono forme di ingiustizia istituzionalizzata. Dobbiamo perseguire la civiltà dell’amore come ci ha detto Paolo VI a conclusione dell’Anno santo 1975.

Quanto abbiamo detto non deve ovviamente minimizzare il furto dal basso. Esso si manifesta, per esempio, anche nella vita professionale con l’uso sbagliato e negligente di macchine e impianti. Furto è anche l’abuso delle istituzioni dello stato sociale. C’è chi con tutta tranquillità prende il sussidio di disoccupazione e rifiuta offerte di lavoro, c’è chi fa il finto malato e usufruisce lautamente dell’assistenza pubblica...

Infine dobbiamo ancora menzionare il rispetto della proprietà comune.

Anche qui troviamo una vasta gamma di abusi che vanno dalla demolizione intenzionale di cabine telefoniche e di impianti pubblici... fino allo spreco del pubblico denaro e allo sfruttamento delle limitate risorse di materie prime.

La ricchezza infine può facilitare l’insorgere e il permanere delle varie forme di esercizio irriguardoso e brutale del potere.

Dio con i suoi comandamenti si interessa di tutto, ma non per opprimere l’uomo, bensì per favorire benefiche relazioni umane.

Oggi ancora è compito importante della pedagogia morale inculcare il rispetto della proprietà altrui. Dobbiamo imparare tutti e insegnare agli altri a non allungare la mano su ciò che non ci appartiene. Ma la pedagogia morale non può limitarsi a questo. Deve ampliare i nostri orizzonti includendovi problemi più grandi e risvegliare e rinvigorire la nostra determinazione di cooperare nei limiti del possibile alla loro soluzione.

 

Ottavo comandamento
NON PRONUNZIARE FALSA TESTIMONIANZA

Il senso letterale originario di questo comandamento riguarda una situazione ben precisa: la testimonianza in tribunale. In Israele, date le limitate possibilità che la giustizia aveva a sua disposizione, le corrette informazioni dei testimoni avevano un’importanza particolarmente grande. A volte la falsa testimonianza di due testimoni davanti al giudice poteva provocare addirittura la condanna a morte di una persona. La Bibbia ricorda numerosi esempi al riguardo come quello di Susanna condannata a morte sulla parola di due falsi testimoni e salvata per intervento di Dio e di Daniele (Dn 13,1-64). Nello stesso processo di Gesù i falsi testimoni svolgono un ruolo decisivo (Mc 14,55ss).

Dati i pericoli che una falsa testimonianza può comportare per il prossimo, ogni israelita viene invitato a guardarsi da essa o da una testimonianza velenosa, dettata dall’odio: Non testimoniare alla leggera contro il tuo prossimo e non ingannare con le labbra. Non dire: Come ha fatto a me così io farò a lui... (Pr 24,28s).

Israele non riuscì propriamente mai ad avere un potere giudiziario indipendente dal governo e dall’amministrazione. Ciò fece sì che gli interessi dei potenti, sia politicamente, sia socialmente, influenzassero assai l’amministrazione della giustizia. I profeti usano parole particolarmente dure contro i giudici ingiusti.

Isaia accusa i potenti in Israele: I tuoi capi sono ribelli e complici di ladri; tutti sono bramosi di regali, ricevono mance, non rendono giustizia all’orfano e la causa della vedova fino a loro non giunge (1,23). Lo stesso profeta esclama: Guai a coloro che assolvono per regali un colpevole e privano del suo diritto l’innocente (5,23s). Parole simili usa Amos nei confronti di quei giudici che si arricchiscono con false sentenze: Essi sono oppressori del giusto, incettatori di ricompense e respingono i poveri nel tribunale (Am 5,12; cf. 5,7-15). Il Deuteronomio esorta i giudici: Non temete alcun uomo, perché il giudizio appartiene a Dio (Dt 1,17). Richiamandosi al Dio con noi i giudici devono salvaguardare la loro indipendenza anche verso i potenti.

Leggiamo nella lettera di Paolo agli Efesini: Perciò bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri (4,25). La verità consiste in primo luogo in un comportamento che favorisce la convivenza umana. La reciproca appartenenza umana non va distrutta dalla menzogna, che semina diffidenza e rende impossibile la convivenza dei membri del corpo di Cristo.

Pertanto, se vogliamo tenere conto nel modo giusto del senso fondamentale di questo comandamento, dobbiamo anzitutto sottolineare l’importanza della verità per la libertà dell’uomo. Gesù ce lo dice in termini estremamente chiari: La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Verità, veracità e quindi reciproca fiducia sono elementi vitali indispensabili per la libera espansione dell’uomo. Dove invece la diffidenza mina le relazioni, lì l’umanità degli uomini intristisce.

Prendere seriamente l’ottavo comandamento significa per i credenti: impegnarsi per un ordinamento e un’amministrazione corretta della giustizia, un ordinamento e un’amministrazione che pongano la ricerca della verità al di sopra di ogni altro interesse e cerchino di impedire e di escludere ogni manipolazione del diritto. Un vivo interesse per queste cose rientra nella corresponsabilità politica dei credenti, specialmente quando oggi pensiamo agli abituali processi farsa e ai processi spettacolari dei regimi totalitari di ogni colore.

La sfera dell’ottavo comandamento non abbraccia solo la semplice bugia e neppure solo la sala del tribunale, ma ingloba tutte le situazioni in cui, sulla base di affermazioni altrui, si prende di mira un individuo. Tali situazioni si verificano anche nel campo dell’informazione e dell’elaborazione e conservazione dei dati. Nella sua odierna attualizzazione il comandamento riguarda anche il modo in cui si rilasciano certificati, nonché l’intenzione con cui i giornalisti mettono in pubblico la vita privata degli altri.

Ogni giorno, attraverso la stampa, la radio e la televisione, la scena pubblica della nostra vita diventa un tribunale. Non di rado il giornalista vi svolge il ruolo di pubblico ministero, accusa, adduce testimoni e richiede la pena. Una volta si diceva: È cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente (Eb 10,31). Oggi molti siamo quotidianamente costretti a sperimentare quanto sia spaventoso cadere nelle mani degli uomini. Non è fuori posto dunque mettere l’ottavo comandamento anche in relazione al rispetto che gli strumenti di comunicazione sociale devono avere della sfera privata e personale degli individui. Il richiamo alla verità non autorizza a danneggiare in qualunque modo la vita, l’onore, la professione e la libertà di un uomo, fintanto che il bene comune non lo richiede.

Non tutto ciò che è vero va manifestato, fintanto che esso non pregiudica la libertà altrui. Quel che diciamo deve essere vero, ma non abbiamo l’obbligo di dire tutto quello che è vero.

Alcuni fanatici della verità vanno fieri di sé perché dicono in faccia a tutti quel che pensano di male sul loro conto. Certo, a volte è necessario parlare con coraggio. La Bibbia ricorda numerosi esempi in questo senso: la coraggiosa filippica pronunciata da Natan davanti a Davide (2Sam 12,1-15) o la critica rivolta dal Battista al re Erode (Mt 14,4). Questo però non va scambiato con quegli episodi che servono solo a poter dire poi con orgoglio a sé e agli altri: Gliele ho cantate chiare! Il punto decisivo è un altro e cioè se con la mia critica intendo veramente aiutare il prossimo.

Un uso della verità che ha nell’amore il criterio supremo, richiede molto tatto. Bisogna fare in modo che la verità, anche quando fa male, in ultima analisi edifichi e non distrugga, che infonda coraggio e non deprima. Tutto questo ha un’elevata rilevanza pedagogico-morale.

L’ottavo comandamento - visto nel contesto di tutta la Bibbia - tiene conto in partenza della malignità del cuore umano, per esempio nella sua tendenza a dire piuttosto male che bene del prossimo. Uno dei compiti dell’autoeducazione etica sta nell’abituarsi a saper parlare bene dei propri nemici. Infatti se non so dire nulla di buono su di essi, posso star sicuro che non ho guardato bene.

Proprio sotto questo aspetto può essere utile richiamare l’avvertimento di Gesù: Non giudicate per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate, sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati (Mt 7,2s). La prospettiva escatologica è evidente: Come tu fai agli altri Dio farà a te. Viceversa dobbiamo dire: Come Dio fa a me, così io faccio a te. Dio mi ha perdonato, è stato magnanimo con me, perciò sarò anch’io magnanimo nel perdonare gli altri. Perdonatevi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo (Ef 4,32). Ovviamente non possiamo dire tutto questo finché non abbiamo smesso di danneggiare gli altri.

 

Nono e Decimo comandamento
NON DESIDERARE LA DONNA D’ALTRI. NON DESIDERARE LA ROBA D’ALTRI

Il tema comune del nono e decimo comandamento è la condanna del desiderio disordinato. Il male non comincia con l’azione, ma nel cuore. In termini più precisi: i due comandamenti non vietano solo il desiderio interiore, ma anche quei misfatti che non possono essere perseguiti giuridicamente e che pure danneggiano chiaramente gli altri.

Il desiderio è un fenomeno umano fondamentale, che fa parte dell’istinto di conservazione. È normale che l’uomo desideri il cibo, la bevanda, l’indumento che scalda e fa belli, nonché la casa che rappresenta un rifugio.

Un’esistenza umana sana ha una sete profonda e quasi insaziabile di vita, e gli individui che si dicono prematuramente contenti di quel che sono, hanno rinunciato in pratica ad espandersi. Il desiderio di amore e il desiderio d’una congrua proprietà sono di importanza fondamentale per la maturazione umana, così come il desiderio di successo e di prestigio. Può compiere cose grandi solo chi desidera appassionatamente. Temere in partenza i desideri può avere effetti deleteri per l’uomo, perché può spingerlo troppo facilmente ad essere rinunciatario.

La Bibbia parla in termini molto positivi e del desiderio degli uomini e del desiderio di Dio.

L’Antico Testamento descrive uomini con forti passioni, e lo stesso Nuovo Testamento non manifesta alcuna simpatia per gli individui insensibili e freddi. Ricordiamo le parole dell’Apocalisse: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo. Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca (3,15s). Gesù esorta espressamente a desiderare: Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato (Mc 11,24). Quanto più grandi sono i nostri desideri, tanto più sicuramente la cosa desiderata viene concessa. Viceversa gli uomini che hanno scarsa fiducia in Dio vengono biasimati (cf. Mt 7,7-11; 21,22; Gv 14,13s; 15,7).

Anche la tradizione spirituale conosce il motivo del desiderio divino di gratificare gli uomini. Ma questi nella maggior parte dei casi non sono ricettivi nei confronti di ciò che Dio vuole loro dare. Dio, essendo grande, dà di preferenza doni grandi; peccato che noi poveri uomini abbiamo cuori così piccoli!

L’inno per la festa dell’Ascensione canta: Aiutaci a bramare con santo desiderio ciò che è là dove sei tu, Signore e Salvatore. I santi invitano continuamente a coltivare desideri arditi. S. Agostino scrive: Chi non ha desideri è muto davanti a Dio, per quanto alta risuoni la sua voce agli orecchi degli uomini. Chi ha desideri canta in cuor suo, anche se la lingua tace. Solo se l’uomo è un essere che desidera può espandersi pienamente.

Riconoscere che l’uomo deve desiderare, bramare e aspirare in misura adeguata per potersi sviluppare in maniera piena non significa ovviamente che egli debba accondiscendere a qualsiasi specie di desiderio. Infatti il desiderio disordinato sotto forma di avidità, ambizione, gelosia e sete di piaceri ha effetti sinistri e deleteri. Dobbiamo perciò mettere in conto un’ambivalenza di desideri; essi possono essere benefici o distruttivi.

La Bibbia tiene oggettivamente presente questo loro secondo aspetto.

Secondo il racconto della Genesi il peccato originale dell’uomo fu provocato dalla sua insoddisfazione e dal conseguente desiderio disordinato.

Gesù stesso ricorda che non solo le cattive azioni contaminano l’uomo, ma anche il desiderio disordinato che sta alla loro base (Mc 7,18.20-23).

La lettera di Giacomo indica con chiarezza la capacità deleteria del desiderio disordinato: Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? (Gc 4,1).

Il desiderio di una più intensa autorealizzazione e autoespansione può diventare tanto forte che uno è pronto a superare molti ostacoli e anche a calpestare il diritto e la felicità altrui.

Più tardi si prende però anche visione della forza distruttrice del desiderio. Proprio per amore dell’autorealizzazione di tutti nella libertà ci vogliono dei chiari ordinamenti, e questi comportano necessariamente con sé dei limiti. Spesso ci vuole molto tempo prima che un individuo conosca e riconosca tali limiti come benèfici e utili.

Occorre prevenire certi processi che tendono a diventare incontrollabili, e canalizzare le passioni in maniera tale che esse rimangano produttive e non divengano deleterie.

Il desiderio disordinato mette in pericolo l’alleanza della libertà, l’alleanza con Dio e l’alleanza col prossimo. Esso infatti è la radice dei diversi tentativi di mettere fuori gioco o addirittura di liquidare il fratello rivale o di aumentare le proprie possibilità di libertà a spese degli altri. Tale desiderio è la radice di molte atrocità. Il primo libro dei Re al cap. 21 ne descrive gli effetti deleteri nella storia di Nabot di cui già abbiamo parlato spiegando il settimo comandamento. Ricordiamo anche il peccato di Davide che prese per sé la moglie di Uria e ne fece assassinare il marito (2Sam 11).

Ciò che occorre opporre all’azione devastante del desiderio disordinato non è la rimozione, ma una sollecita cultura, educazione, del desiderio.

La semplice repressione delle pulsioni ha in ogni caso effetti negativi, che possono manifestarsi anche sotto forma di individui scontenti e inibiti. Non si tratta di reprimere, ma di purificare i desideri, non di rimuoverli, ma di educarli.

I due comandamenti non mirano a soffocare tutti i moti del desiderio, dell’aspirazione, degli appetiti, delle passioni. Dio è interessato all’ordine interiore dell’uomo e i due comandamenti invitano perciò a lavorare in questo senso. Dove non ci si preoccupa di questa purificazione, lì spuntano uomini senza scrupoli che, pur di raggiungere l’oggetto dei loro desideri, passano letteralmente sui cadaveri. È spaventoso vedere quanto in fretta, oggi, tanti uomini ricorrano alla violenza quando qualcosa o qualcuno ostacola il loro cammino.

Il desiderio può e deve avere una forte vitalità, ma deve essere umano, cioè in ordine.

La cultura del desiderio comincia con il credere seriamente all’importanza del pensiero e del volere. Bisogna prendere coscienza dell’effetto benefico dei buoni pensieri e dell’effetto malefico dei cattivi pensieri e praticare una sana igiene della fantasia e dei pensieri. La prima cosa perciò è l’atteggiamento interiore dell’uomo.

Quando i testi biblici parlano del cuore puro (Mt 5,7) non intendono un cuore che non conosce ancora nulla della concupiscenza sessuale, ma pensano a un cuore purificato, che è diventato chiaro e trasparente davanti a Dio, a un cuore più orientato verso la volontà di Dio che verso i propri desideri egocentrici, a un cuore che ha fatto proprio il desiderio di Dio.

L’ascesi necessaria alla purificazione del cuore serve al potenziamento dell’io. Chi ha imparato a resistere a stimoli disordinati sperimenta un potenziamento della propria autocoscienza perché può dire con tutta sincerità: non ho bisogno di questo e di quello.

Un’adeguata educazione in questo senso è quanto mai preziosa. Essa è preziosa per i singoli individui e il loro ambiente immediato ed è preziosa per la nostra società libera e democratica perché ne va di mezzo la sua sussistenza. Proprio una società libera in alto grado, ha bisogno di uomini sovrani che sanno fare un determinato uso della loro libertà. Dovrebbe esser chiaro che l’ascesi che qui proponiamo è un autocontrollo sereno, elastico e veramente libero e liberante.

Teniamo presente che esso non si costruisce da solo e che per raggiungerlo bisogna sostenere una lotta impegnativa.

Non desiderare la donna d’altri
Dovrebbe essere chiaro a questo punto che non è il desiderio in se stesso ad essere proibito. Il comandamento mette piuttosto in guardia contro la distruzione egoistica del matrimonio di un altro. Non può essere volontà di Dio che un uomo credente, per amore della sua fede, si sforzi spasmodicamente di non trovare bella e desiderabile una bella donna. Però è importante che egli lasci volentieri che un altro si goda la propria donna, non perché ne sia proprietario, ma perché è parte di lui stesso, forse, addirittura la sua migliore metà nel senso letterale dell’espressione.

In discussione non è solo il desiderio dell’uomo, ma anche quello della donna: il comandamento vale per ambedue i sessi.

Ricordiamo quanto ha detto Gesù: Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5,27).

Oltre alla buona educazione, alla buona volontà e a tutte le forze umane, l’uomo deve affidare il proprio appetito disordinato all’amore salvante e ordinante di Dio che conosce l’uomo meglio di quanto l’uomo conosca se stesso.

Non desiderare la roba d’altri
Il decimo comandamento condanna l’avidità, la volontà disordinata di avere, nonché l’invidia per quello che gli altri hanno. Il comandamento non vieta il desiderio di avere qualcosa di bello o l’indignazione perché un altro viene preferito ingiustamente, ma solo il desiderio di modificare la situazione in modo tale che d’ora in poi gli altri siano poveri e io sia ricco, io innalzato e gli altri perennemente abbassati e degradati.

La cosa qui vietata è non solo e non in primo luogo il desiderio dal basso verso l’alto, bensì in primo luogo il desiderio deleterio o insaziabile dei proprietari e dei ricchi.

Il comandamento non riguarda coloro che hanno troppo poco e tanto meno intende vietare la lotta per la giustizia sociale, ma ha chiaramente per oggetto in primo luogo coloro che non hanno mai abbastanza.

Anche il NT parla un lunguaggio assai chiaro circa questo appetito disordinato. In relazione al possesso dei beni materiali, per esempio, leggiamo nella prima lettera a Tito: L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali (6,10). Nella misura in cui i singoli, i gruppi e le imprese economiche mettono in primo piano la volontà disordinata di avere, ostacolano la libera espansione degli uomini fatti a immagine di Dio.

Il decimo comandamento non protegge solo l’altro dai miei appetiti disordinati, ma protegge anche me dall’avidità famelica e dall’invidia che rode e consuma fino a distruggere. L’una e l’altra cosa spesso fanno più male a noi stessi che agli altri.

La nostra industria consumistica punta decisamente sugli appetiti naturali dell’uomo e li stimola intenzionalmente con la pubblicità per trovare uno sbocco di mercato ai beni prodotti. A questo scopo solletica tutti i desideri possibili, facendo non di rado appello in forte misura alla concupiscenza sessuale.

Che cosa può fare un nullatenente, con scarsa capacità di autocontrollo, quando lo si pone continuamente di fronte a una vasta gamma di beni di consumo e lo si martella: Non sarai felice, se non avrai questo e quello! ?

Molti delinquenti, per non dire la maggior parte, non sono vittime di quella campagna di seduzione sistematicamente condotta, che noi chiamiamo pubblicità? Il cerchio si chiude quando poi si girano film o si pubblicano libri, che descrivono con voluttà o con ostentata indignazione morale queste tragedie umane e le rimettono così sul mercato. Qui tocchiamo con mano alcuni tratti profondamente inumani della nostra società, che stigmatizza poi in maniera sorprendente solo le vittime della seduzione e non i seduttori. Si metta questo comportamento a confronto con le parole di Gesù: Guai al mondo per gli scandali!... Guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo... Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare (Mt 18,7.6).

La nostra società si concepisce sempre più come una pura società del bisogno, come una rete di bisogni e della loro soddisfazione. Dove però la vita è comandata sempre più da questa struttura del bisogno, lì diventa sempre più angusta e piccina. Lì c’è bisogno dell’azione correttiva della fede, perché nella fede si esprime una nostalgia che supera tutti i nostri bisogni.

Queste idee vanno tradotte nella moneta spicciola del comportamento quotidiano. Già i bambini devono imparare che non tutti i loro desideri possono venir soddisfatti. Bisogna insegnar loro a rinunciare a qualcosa, altrimenti si educano individui smaniosi di soddisfare, seduta stante, tutti i loro capricci, e questo atteggiamento distrugge a lungo andare la loro vita e quella altrui. Viceversa, se il bambino è educato a condividere le proprie cose con gli altri, anche più tardi sopporterà più facilmente le frustrazioni della vita.

Il miglior rimedio contro l’invidia e le altre pulsioni disordinate è ancora e sempre la generosità. Nell’educazione alla generosità non bisogna però esagerare. Non è bene educare i bambini solo a dare; bisogna anche avviarli a saper disporre dei loro beni nel proprio interesse.

Ma l’importanza del decimo comandamento è ancora una volta più profonda. Esso si riallaccia in modo particolare al primo. Il desiderio di possedere può infatti diventare così violento da trasformarsi in idolo, da occupare il primo posto nel cuore e da contendere tale posizione a Dio. Ma allora si verifica quello che abbiamo constatato all’inizio: i surrogati di Dio rendono schiavi, precipitano l’uomo nell’eterna gara fatta di desiderio e di soddisfacimento del desiderio. La libertà e la vita esistono in ultima analisi solo presso Dio, che è più grande di tutto quello che possiamo raggiungere sulla via dell’avere.

Gli ultimi comandamenti in fondo ci dicono quindi che non dobbiamo lasciarci avvincere in maniera assoluta da alcuna realtà mondana. Dio solo può avanzare pretese assolute.

Vivere insieme nella libertà di Dio: ecco il programma che ci propongono i comandamenti.

Preghiamo con il Sal 119: Aprimi gli occhi perché io veda le meraviglie della tua legge (V. 18). Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore (V. 32). Mia eredità per sempre sono i tuoi insegnamenti, sono essi la gioia del mio cuore (V. 111). Scaturisca dalle mie labbra la tua lode, poiché mi insegni i tuoi voleri. La mia lingua canti le tue parole, perché sono giusti tutti i tuoi comandamenti (VV.. 171-172).

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Fonte: http://www.padrelinopedron.it/data/edicola/Padre%20Lino%20Pedron%20-%20Catechesi/I%20DIECI%20COMANDAMENTI.doc

Sito web : http://www.padrelinopedron.it/

Autore del testo: (Pedron Lino)

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