Parole da conoscere

 


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Parole da conoscere.

 

 Israele.

(Significato ebraico controverso). Tutti i racconti della Bibbia provengono dalla realtà di un popolo chiamato “Israele”. Questo fatto viene sviluppato teologicamente e genealogicamente: secondo Gn 32,28: Giacobbe riceve il nome di Israele, dopo una lotta notturna con un essere sconosciuto, mentre secondo Gn 35,10 egli l’ottiene da Dio nel corso di una apparizione avuta in Betel; tutti i “figli d’Israele” vedono in Giacobbe il loro comune antenato. Forse essi formavano una confederazione per il culto. La più antica menzione extrabiblica di Israele è costituita dall’iscrizione di una colonna sulla quale il faraone Merenptah (ultimo terzo del XII° sec. AC.) ricorda le popolazioni vinte. Noi non sappiamo a che cosa corrisponda qui “Israele”; poiché la Sacra Scrittura non parla di una sconfitta in questo tempo.

Anche il Regno settentrionale si chiamava “Israele” (1Re 14,19). Israele è il nome che indica il popolo di Dio (Sal 53,7; Is 40,27) che è stato accolto nel patto.

 

Jahvé.

E’ più frequente dei nomi di Dio nella Bibbia ebraica.

La pronuncia dei segni consonantici ebraici data dalla forma di Jahvé è assicurata da numerose testimonianze extrabibliche. Infatti la pronuncia nella forma “Jehovah” che si trova in molti manoscritti della Bibbia ebraica non significa affatto che essa sia quella giusta. Questa forma di iscrizione si può spiegare in questo modo: originariamente in tutte le parole ebraiche si scrivevano solo le consonanti (quindi per Jahvé: y h v h). Quando poi in seguito si sente il bisogno di aggiungere l’indicazione delle vocali con il sistema della puntuazione, allora alle consonanti y h v h non si uniscono le vocali corrispondenti, ma quelle che erano proprie del termine ebraico che corrisponde a “Signore”. Ciò avvenne per un motivo di religiosa riverenza verso il nome originario. Le nuove vocali aggiunte dovranno ricordare che bisogna evitare di pronunciare il nome divino di Jahvé ed al suo posto occorreva leggere “Signore”. Se si è formata la parola “y(e)h(o)v(a)h” , occorre tenere presente che le vocali inserite (e qui messe in parentesi) sono proprie di un’altra parole, il “Signore”, (Adonai).

In Es 3,14s (racconto del roveto ardente) il nome Jahvé è interpretato nel senso di “io sono”. Sono molto controversi l’età, l’origine e il significato originario del nome Jahvé. Sicuramente esso non è stato reso noto per la prima volta da Mosè )Es 6,3); né esso era noto solo alle tribù israelitiche. Forse Mosè lo ha appreso dai Cheniti; in ogni caso Mosè ha assicurato per il futuro una grande importanza a questo nome tra le tribù israelitiche.

 

 

 

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Torà.

In ebraico significa “la legge” (Gn 26,5), le leggi trascritte nel Pentateuco (Deut 4,44), quindi l’intero Pentateuco. Nel primo giudaismo e nel tempo del NT il termine Torà indica l’intero AT (Gv 10,34; Rm 3,19s), non solo il Pentateuco.

 

Abluzione.

Era richiesta per il recupero della purità cultuale (Lv 15). L’abluzione delle mani prima dei pasti (Mc 7,2ss) aveva ancora solo la funzione simbolica di attestare l’innocenza (Mt 27,24). Poiché nell’epoca della Bibbia si andava scalzi, era particolarmente necessaria l’abluzione dei piedi; era perciò considerata espressione di ospitalità e di gentilezza offrire l’acqua per l’abluzione dei piedi (Gdc 19,21; Lc 7,44) o fare lavare da uno schiavo i piedi dell’ospite. Gesù lava i piedi ai suoi discepoli come segno del suo servizio e della sua donazione (Gv 13,1-16: Lavanda dei piedi).

 

Sommo Sacerdote.

Come presso gli altri popoli così anche in Giuda ed in Israele si aveva un sacerdote capo (2Re 25,18). I testi dell’AT che parlano del sommo sacerdote hanno avuto per lo più origine dopo l’esilio e sono perciò influenzati da nostalgiche visioni retrospettive, da considerazioni di principio e dalla prassi post-esilica. I “figli di Aronne” si consideravano come la sola classe sacerdotale legittima; in realtà non era stato sempre così. La situazione determinatesi dopo l’esilio ha influenzato la tradizione sul sommo sacerdote; la posizione di Aronne fu fortemente esaltata, le sue vesti furono dettagliatamente descritte (Es 28s).

Il sommo sacerdote offre il sacrificio quotidiano (Es 29,42), può entrare nel Santo dei Santi del tempio (Lv 16,2; giorno dell’espiazione), era perciò mediatore tra Jahvé e il suo popolo. Inoltre aveva un grande influsso politico come capo del Sinedrio. Il suo ufficio, che in origine era ereditario ed a vita, veniva concesso già prima dell’epoca di Gesù  solo per alcuni anni; e per di più solo se il candidato si era dimostrato “adatto” dal punto di vista politico o assicurava degli adeguati contraccambi. Nel NT sono nominati i sommi sacerdoti Anna, Caifa e Anania.

E’ controverso come si componesse il collegio di coloro che erano chiamati i “sommi sacerdoti”, se dal sommo sacerdote in carica e dai suoi predecessori o da altri. Con Cristo, l’antico patto è superato e quindi anche il sacerdozio dell’Antico Testamento.

 

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Parusia.

(significa: ritorno). Come espressione dell’escatologia, la parusia indica la venuta di Gesù nella gloria (Mt 16,27; 26,64), per tenere il giudizio e portare a compimento il Regno di Dio; essa verrà sugli uomini improvvisamente (Mt 24,27.43). Come annunzio di preparazione per la parusia si celebra la cena (1Cor 11,26). La Chiesa primitiva considera già il suo tempo come ultimo (1Cor 10,11), crede nella vicinanza del Signore (Fil 4,5; Gc 5,9) o dice che il giorno del Signore è già venuto (2Ts 2,2).

Alcuni consigli di Paolo riguardanti il matrimonio (1Cor 7,1.8.25-29) e la proprietà (1Cor 7,3s) si devono comprendere nella prospettiva della parusia. Con l’idea che presso Dio non conta la durata del tempo terreno (2Pt 3,8ss), si tenta di rispondere a chi si meraviglia perché la parusia non è ancora venuta (1Ts 5,2ss.9; 2Ts 2,1ss).

 

Avidità.

(non esiste nessuna parola ebraica corrispondente). Il desiderio di appropriarsi della proprietà degli altri viene condannato nel decalogo (Es 20,17; Dt 5,21), è combattuto dai profeti (Ger 22,17); l’avidità distrugge la vita (Pro 1,19). Il possesso non crea nessuna sicurezza (Lc 12,15), ma porta solo preoccupazioni; il desiderio del possesso è insaziabile, l’avarizia di corte vedute (Ec 5,9-16); il culto della ricchezza, come surrogato della religione, è idolatria (Col 3,5).

 

Korbàn.

(“dono sacro”). Offerta fatta al tempio. Nel testo greco di Mt 27,6, korbàn significa “tesoro del Tempio”. Gesù polemizza perché si eludeva la legge, in quanto il denaro destinato ai genitori si pagava al tesoro del tempio e così ci si sentiva a posto con il dovere (Mc 7,11).

 

Teofania

Si intende con teofania la maniera e la modalità con cui di volta in volta avviene una epifania di Dio. Secondo l’AT, l’uomo non può vedere Dio senza morire (Es 33,20; Gdc 6,22; Is 6,5); tuttavia la Sacra Scrittura racconta come Dio sia apparso in forma umana (Gn 18) e come angelo di Jahvé (Gn 16,10ss). Sono importanti i racconti di teofania del libro dell’Esodo. Dio si rivela nel fuoco come segno della sua gloria. In occasione della stipulazione del patto, Dio si manifesta nel fuoco, nel fumo e nello scotimento della terra (Es 19,18), nel suono della tromba e nel temporale. Per mezzo della teofania Dio mostra che vuol essere presente al suo popolo. E’ degno di nota che non si parli di una figura di Jahvé, sia nei racconti della stipulazione del patto (Es 24,9ss; Nm 12,8), sia nei racconti delle visioni dei profeti ((Is 6,1ss; Ez 1,4-2,9). La nube riveste nelle teofanie un ruolo molto importante (Es 13,21s).

 

 

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Altare.

Nella Bibbia indica principalmente il luogo per il sacrificio, ma può essere anche un monumento, un ricordo di una speciale esperienza di Dio. Secondo la tradizione biblica fondano altari i Patriarchi. Davide erige un altare nell’aia di Arauna (2Sam 24,25), Salomone dietro e davanti al tempio di Gerusalemme, Geroboamo in Dan e in Betel . 2Cron 32,12 prospetta l’ideale di un altare per tutto Israele. Nel NT il significato dell’altare si attenua, poiché Cristo è stato offerto una sola volta. Il nuovo altare di cui parla Eb 13,10 è perciò Cristo stesso. Al centro della celebrazione comunitaria c’è la tavola della cena (1Cor 11,20).

Gli altari più antichi ricordati nell’AT sono ottenuti ammassando della terra e delle pietre non scalpellate; in contrasto con i popoli vicini, altari su roccia sono raramente usati dagli israeliti; sono caratteristici i quattro corni agli angoli dell’altare, simbolo della potenza e della forza di Dio.

In base alla loro destinazione, si distinguono: l’altare degli olocausti, per i sacrifici di animali, pane, farina, vino; l’altare dei profumi per bruciarvi gli incensi.

 

Presbiteri.

(“anziani”; dalla parola presbiteri deriva il termine “preti”). Si chiamano così i capi delle comunità cristiane (At 11,30). La loro guida è Cristo stesso; da lui i presbiteri derivano tutta la loro autorità. Essi non sono dei semplici rappresentanti, ma assolvono un servizio che è normativo nell’edificazione esteriore ed interiore delle comunità. Nella successiva evoluzione del sacerdozio cristiano per lo più non fu determinante questo ideale, ma il modello dei sacerdoti dell’Antico Testamento. Nella Sacra Scrittura non si fa ancora distinzione tra presbiteri ed episcopi.

 

Episcopo.

(“ispettore, sorvegliante”; da qui deriva il termine “vescovo”). In 1Pt 2,25 si chiama episcopo Cristo stesso; negli altri casi sono chiamati episcopi uomini che hanno delle funzioni direttive nelle comunità cristiane primitive, i quali appartengono al collegio dei presbiteri. Con il termine episcopo viene descritta in questi casi una competenza; si potevano dare più episcopi nella medesima comunità. I termini di “episcopo” e di “presbitero” (=anziano) possono essere usati in modo equivalente (Tt 1,5.7).

 

 

Fonte: http://www.santamariadellaneve.org/introduzione%20NT/05a-paroleConoscere.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

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