Parabole nel vangelo di Luca

 


Parabole nel vangelo di Luca

 

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Parabole nel vangelo di Luca

 

I. CHE COSA SONO LE PARABOLE ?

 

 

1. Origine del termine

 

Parabola viene dal greco parabolē, formato dal prefisso para-, che vuol dire “a fianco”, e dal verbo ballein che significa “gettare”. Il verbo composto paraballein significa dunque originariamente “gettare a fianco”. Si dedurrà che il discorso parabolico è una specie di messaggio deviato, per cui si dice una cosa parlando di un’altra. Senz’altro questo è vero, ma non basta. Il nostro stesso termine “parola” deriva da “parabolē”, quindi la parabola è solo una specie particolare di parola, o meglio che ogni parola è parabolica, cioè discorso “gettato a fianco”, da decifrare, da interpretare.

L’origine greca di “parabola” è solo apparente. Sotto la parola greca si nasconde un termine ebraico, mashàl , che appare 39 volte nella Bibbia ebraica. Questo però non significa che i libri ebraici dell’AT contengano solo 39 mashàl! Il termine viene dalla radice mšl, che ha significati molto differenti, al punto che nei dizionari è presentata, pur formalmente identica, come tre radici diverse, che significano:

  • dominare, governare;
  • essere uguale a, somigliare a;
  • dire un proverbio, parlare in parabole.

I due ultimi significati sembrano più vicini, perché il proverbio o la parabola sono tipi di discorsi che hanno a che fare con la similitudine o il paragone.

Il sostantivo mashàl, nel contesto in cui è usato nella Bibbia, non ha mai il significato di “dominazione” né di “somiglianza”. I dizionari segnalano i seguenti significati: proverbio, favola, scherno, discorso profetico figurato, similitudine, parabola, poema, sentenza etica di saggezza.

 

2. Mashàl come proverbio

 

Nella sua forma più breve, il mashàl è un proverbio. Ogni mashàl crea un problema, è un enigma che esige una risposta, e quindi invita alla riflessione. I nostri proverbi ci sembrano chiari perché li usiamo abitualmente, ma se prendiamo un proverbio di un’altra cultura, l’enigma appare!

Notiamo alcune cose:

a) la comprensione del proverbio dipende dal contesto culturale: ciascuno comprende i proverbi della sua cultura;

b) la comprensione del proverbio dipende dal contesto di comunicazione: se lo dico a proposito, può diventare comprensibile, anche se viene da un’altra cultura;

c) il proverbio intende enunciare una legge generale, anche se a partire da un caso particolare: può quindi applicarsi anche alla mia situazione;

d) solo la persona intelligente è capace di cogliere il rapporto tra proverbio e situazione; il proverbio infatti parla di una cosa per significarne un’altra, è un tipo di discorso sviato; è un discorso che trasmette la saggezza degli anziani alla generazione presente .

Il mashàl dunque si può comprendere solo nel suo duplice contesto: contesto culturale e contesto di enunciazione. Parla di qualcuno per dire qualcosa di un altro . Trasmette non tanto conoscenze astratte quanto piuttosto un comportamento .

In molti mashàl si trova l’elemento di paragone. Ad esempio: “Che cos’ha in comune la pula con il grano?” (Ger 23,28b). Si tratta di paragonare la pula con il grano per vedere ciò che hanno in comune e ciò che li differenzia. Questo mashàl inoltre non pone solo una domanda, ma si presenta con la forma tipica dell’enigma. Per definizione l’enigma è difficile da risolvere, perché richiede un intenso sforzo di riflessione; anzi è fatto apposto perché la persona cui è proposto non trovi facilmente la soluzione e sia costretto a rivolgersi e chiederne spiegazione a colui che glielo ha proposto. Cosa intende dire esattamente il profeta attraverso questo mashàl? Chi rappresenta la pula e chi il grano? Di chi vuol parlare?

 

3. Il mashàl come parabola

 

La funzione del mashàl, sia nella forma del proverbio che in quella del racconto più esteso, la parabola, è chiamare alla conversione . Esso invita ad avere un cuore nuovo ed uno spirito nuovo, per sfuggire alla morte e vivere. È un discorso che rivela all’uomo le pulsioni di morte che lo abitano e lo chiama a dominarle per vivere. La parabola ha dunque qualcosa del discorso profetico. La profezia non è per prima cosa l’annuncio di un avvenimento futuro, è la rivelazione del presente che la gente non capisce e in particolare la rivelazione del peccato che avrà immancabilmente delle conseguenze disastrose per l’avvenire, se non ci si pente. Anche la parabola evangelica ha queste dimensioni profetiche.

Il mashàl è uno dei mezzi più efficaci per far comprendere all’altro le cose difficili che gli si vogliono comunicare e che mettono in discussione la sua condotta. Ci si ricordi la parabola di Natan (2Sam 11-12) o quella del profeta mascherato di 1Re 20,26-43, che svilupperemo più avanti. Il funzionamento della parabola consiste essenzialmente nel presentare all’altro un’immagine nella quale, dopo aver dato il proprio giudizio, egli si trovi obbligato a riconoscersi.

Il mashàl dunque:

  • è di per sé una parola efficace. Il suo scopo non è l’informazione, ma l’azione: è una parola destinata a fare qualcosa. Il proverbio apre una via;
  • è un mezzo di relazioni. Non è un mezzo di conoscenza intellettuale, ma serve a comunicare, e non delle idee, ma a stabilire o a ristabilire le relazioni fra le persone;
  • è di per sé uno strumento per il bene, di tutti, di chi lo dice e di chi lo sente;
  • è parola di saggezza: trasmesso dai saggi, è destinato al saggio, che lo dovrà usare per rendere saggio colui al quale lo dice.

 

4. Mashàl come esempio o segno

 

Talora mashàl si applica a un gruppo, a una nazione, specialmente a Israele, e particolarmente alla disgrazia che le accadrebbe a causa del suo peccato.

Si usa l’espressione “essere per”, “diventare qualcosa”. Israele diventa un mashàl per le nazioni.

Si dice anche “dare come un mashàl”: il soggetto è Dio che “dà Israele come mashàl” alle nazioni. Ad esempio in Dt 28, 37 si dice: “Diventerai oggetto di stupore, di motteggio (mashàl) e di scherno per tutti i popoli fra i quali il Signore ti avrà condotto”. “Mashàl” è al centro di due parole che possono essere considerate suoi sinonim: stupore e scherno. La CEI traduce giustamente “mashàl” con “motteggio”, ma si potrebbe tradurre con “proverbio” o meglio con “esempio”, però “esempio da non seguire” .

Un’espressione simile a “dare come mashàl” è “mettere come mashàl”, cioè come esempio, rivelazione. Nel Salmo 44,15 si dice: “Ci ha resi la favola (mashàl) dei popoli”. Il mashàl è un segno che permette di riconoscere nel castigo l’azione di Dio, che non è un’azione di vendetta, ma ha per scopo la conversione.

 

5. Mashàl come oracolo o rivelazione

 

I famosi “oracoli” di Balaam (cf. Num 22-24: “Allora Balaam pronunciò il suo poema [mashàl] e disse…”) sono chiamati dal testo biblico, per sette volte, mashàl. Sono rivelazioni profetiche che annunciano il futuro di Israele. Il testo insiste sull’origine divina dei mashàl di Balaam e sull’obbedienza del veggente, che non può esimersi dal pronunciarli. I mashàl di Balaam sono una benedizione per Israele, e non una maledizione come visto precedentemente. Ma la contraddizione tra i due significati opposti della parola mashàl è solo apparente: infatti quando Dio fa d’Israele un esempio e una favola per le nazioni, quando lo mette in situazione d’essere deriso dai pagani, non è mai per uno scopo di maledizione pura e semplice o di condanna senza rimedio. Al contrario, lo scopo del castigo divino è sempre quello di far ritornare il peccatore, di richiamarlo alla vita.

 

6. Mashàl come insegnamento

 

Il Salmo 78. lunga meditazione sulla storia d’Israele, si apre così:

 

1Popolo mio,

porgi l’orecchio al mio insegnamento (tôrâ), ascolta le parole (dābār) della mia bocca.

2Aprirò la mia bocca in parabole (mashàl),

rievocherò gli arcani dei tempi antichi”.

 

Mashàl è qui, come in testi visti precedentemente, abbinato a “enigmi”, ma la cosa nuova è il fatto che è messo in parallelo con “l’insegnamento” (tôrâ ) e con “le parole” che escono dalla bocca di Dio (1).

La storia è dunque una parabola, un enigma che bisogna saper decifrare: il saggio saprà riconoscervi la “potenza” e le “meraviglie” che Dio ha messo in atto per salvarlo (v. 4b). Ma le lezioni della storia non sono solo il frutto dell’intelligenza dell’uomo: sono prima di tutto un “insegnamento” che viene da Dio (1), fonte ultima di ogni saggezza. Le parabole debbono essere interpretate, ma sono fatte anzitutto per essere raccontate.

 

7. Mashàl come allegoria

 

In Ezechiele, mashàl designa l’allegoria, cioè un discorso metaforico, simbolico, cifrato, nel quale ogni dettaglio del testo rimanda a un dettaglio corrispondente della realtà; più che un’interpretazione, l’allegoria richiede una decifrazione. Dopo aver raccontato il suo mashàl, il profeta ne fornisce la chiave di lettura e ne dà la spiegazione. Così per l’allegoria dell’aquila in Ez 17,3-10. Nel vv. 11-24 dà la spiegazione, che è una decifrazione della situazione politica e una profezia di ciò che il Signore sta per compiere. Lo scopo della parabola potrebbe essere riassunto al v. 21, con il quale si chiude il discorso di Dio (12-21): “saprete che io, il Signore, ho parlato” .

 

8. La parabola in atto

 

La parabola di Natan

 

La parabola è una finta senza la quale non sarebbe possibile dire la verità all’altro, senza la quale nemmeno l’altro potrebbe scoprire da solo la propria verità. Nella parabola più famosa dell’AT, quella raccontata da Natan a Davide (2Sam 12,1-4) osserviamo il funzionamento, la forza e l’efficacia della parabola. Il re aveva sedotto Betsabea (11,1-5), aveva tentato di addossare la gravidanza al marito, Uria l’Ittita (11,6-13) e non essendoci riuscito, l’aveva fatto assassinare (11,24-25). Allora:

 

«1Il Signore mandò il profeta Natan a Davide e Natan andò da lui e gli disse:

Vi erano due uomini nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. 2Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; 3ma il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina che egli aveva comprata e allevata; essa gli era cresciuta in casa insieme con i figli, mangiando il pane di lui, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno; era per lui come una figlia. 4Un ospite di passaggio arrivò dall’uomo ricco e questi, risparmiando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso, per preparare una vivanda al viaggiatore che era capitato da lui portò via la pecora di quell’uomo povero e ne preparò una vivanda per l’ospite venuto da lui”.

5Allora l’ira di Davide si scatenò contro quell’uomo e disse a Natan:

Per la vita del Signore, chi a fatto questo merita la morte. 6Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non aver avuto pietà”».

 

La parabola è una parola di Dio: è il Signore che invia il profeta (1).

La parabola parla di personaggi senza un nome proprio. L’anonimato si ritrova abbondantemente nelle parabole evangeliche ed ha lo scopo di mascherare l’identità di colui cui mira. Qui l’anonimato maschera talmente bene l’identità di Davide che lui stesso non si riconosce affatto nel personaggio del ricco. A ciò si aggiungono altri travestimenti: l’”unica pecorella” del povero non permette di identificare la sposa di Uria che rappresenta. In sostanza, è tutto il racconto fittizio che si discosta dalla storia reale, in modo tale che il re non riesca a sospettare il giro che prende il profeta, l’astuzia di cui si serve.

Tutta la strategia del profeta sta nel non attaccare frontalmente, ma di presentare un caso a colui che esercita la funzione di giudice in Israele. Il profeta non domanda niente, né emette il minimo giudizio: si limita di riportare un fatto. Sta all’uditore del racconto giudicare. La parabola, ogni parabola, è destinata a far pronunciare un giudizio da colui che l’ascolta. E Davide lo fa subito.

Il narratore nota l’effetto del racconto: “Allora l’ira di Davide si scatenò contro quell’uomo” (5). In ebraico, è nel corpo che si manifestano i sentimenti: il testo dice letteralmente che “il suo naso s’infiammò molto contro quest’uomo”. Ciò mostra che la parabola non è un discorso di tipo intellettuale che si indirizza solo all’intelligenza, ma tocca l’uomo nella sua dimensione affettiva più profonda. Lo colpisce e lo cambia.

Il verdetto viene pronunciato, ed è senza appello, perché è fatto “per la vita del Signore”, cioè è rimesso nelle mani di Dio e il re non potrà cambiarlo: è irrevocabile. Come la parabola è detta dal profeta a nome del Signore, così il giudizio del re. Rileviamo anche l’opposizione fra vita e morte: “Per la vita del Signore, chi a fatto questo merita la morte”. La parabola non è dunque una piccola storia insignificante: essa mette in gioco la vita e la morte.

Si potrebbe certo interpretare la seconda parte del versetto (6) come una commutazione di pena: invece della morte il re infligge il rimborso, del quadruplo. La clemenza reale sarebbe così immagine e annuncio della misericordia divina verso Davide: poiché il re si è pentito del suo peccato, evita la condanna a morte, ma il figlio della sua unione illegittima con la donna di Uria, lui morrà (13-14).

Dopo che il re ha emesso il suo giudizio, il profeta può pronunciare il suo, sempre in nome del Signore:

 

«“7Tu sei quell’uomo!

Così dice il Signore, Dio d’Israele: “Io ti ho unto re d’Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, 8ti ho dato la casa del tuo padrone e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo padrone, ti ho dato la casa di Israele e di Giuda e, se questo fosse troppo poco, io vi avrei aggiunto anche altro.

9Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai colpito di spada Uria l’Hittita, hai preso in moglie la moglie sua e lo hai ucciso con la spada degli Ammoniti.

10Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Hittita”.

11Così dice il Signore: “Ecco io sto per suscitare contro di te la sventura della tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un tuo parente stretto, che si unirà a loro alla luce di questo sole; 12poiché tu l’hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole”».

 

A Davide non resta che confessare il proprio peccato riconoscendosi nell’uomo ricco della parabola. Lo avrebbe fato se il profeta non avesse usato il giro della parabola? La parabola può sembrare uno stratagemma, un’arma, e infatti lo è. Ma non è una trappola mortale, non è un’arma che uccide. È la spada a doppio taglio della parola di Dio che separa il bene dal male, che asporta ciò che è malato e porterebbe alla morte .

 

La parabola del profeta mascherato (1Re 20,26-43)

 

Acab, re d’Israele, è attaccato da Ben-Hadad, re d’Aram, che vuole prendere il suo paese, ma riesce a sconfiggere il suo immenso esercito con degli Israeliti che “sembravano due greggi di capre” (27).

Ben Hadad si arrende e Acab gli lascia salva la vita e conclude con lui un’alleanza. Questo era contro le regole della guerra e la condotta del re d’Israele:

 

«35Allora uno dei figli dei profeti disse al compagno per ordine del Signore: “Picchiami!”. L’omo si rifiutò di picchiarlo. 36Quegli disse: “Poiché non hai obbedito alla voce del Signore, appena ti sarai separato da me, un leone ti ucciderà”. Mentre si allontanava, incontrò un leone che l’uccise.

37Quegli, incontrato un altro uomo, gli disse: “Picchiami!”. E quegli lo percosse a sangue.

38Il profeta andò ad attendere il re sulla strada, dopo essersi reso irriconoscibile con una benda agli occhi.

39Quando passò il re, gli gridò:

“Il tuo servo era nel cuore della battaglia, quando un uomo si staccò e mi portò un individuo dicendomi: Fa’ la guardia a quest’uomo! Se ti scappa, la tua vita pagherà per la sua oppure dovrai sborsare un talento d’argento. 40Mentre il tuo servo era occupato qua e là, quegli scomparve”.

Il re d’Israele disse a lui:

“La tua condanna è giusta, l’hai proferita tu stesso!”.

41Ma quegli immediatamente si tolse la benda dagli occhi e il re d’Israele riconobbe che era uno dei profeti.

42Costui gli disse:

“Così dice il Signore: poiché hai lasciato andare libero quell’uomo da me votato allo sterminio, la tua vita pagherà per la sua, il tuo popolo per il suo popolo”.

43Il re d’Israele se ne andò a casa amareggiato e irritato ed entrò in Samaria».

 

Ancora una volta le parole del profeta sono pronunciate dietro ordine del Signore (42), così come tuta la sua condotta è ispirata dall’alto (35). La cosa nuova sta nel fatto che non è solo il racconto che il profeta riferisce ad Acab ad essere un travestimento, ma anche il fatto che il profeta stesso si rende irriconoscibile per via della benda che gli copre gli occhi. L’artificio è totale, perché il racconto maschera la realtà e la benda traveste colui che parla. Come nelle parabole precedenti, il re è condotto a giudicare se stesso, ma qui l’ironia è al colmo, perché il re afferma che il guardiano negligente ha emesso la propria condanna! Il gioco dello specchio è raddoppiato. Allo specchio presentatogli dal profeta, il re vedrà la sorte che gli è riservata. L’ultimo capitolo di 1Re racconterà come Acab, malgrado il suo travestimento, sarà colpito a morte sul suo carro da combattimento: “Il carro fu lavato nella piscina di Samaria dove si lavano le prostitute e i cani leccarono il suo sangue, secondo la parola pronunziata dal Signore” (1Re 22,38). Ancora una volta la parabola non è stata uno scherzo: può concludersi nel sangue.

 

 

II. BREVE STORIA DELL’INTERPRETAZIONE DELLE PARABOLE

 

1. L’ESEGESI CLASSICA E L’INTERPRETAZIONE ALLEGORICA

 

Fino alla fine dell’Ottocento la parabola era spesso interpretata in senso allegorico. L’interpretazione allegorica è una spiegazione che attribuisce a ogni dettaglio della parabola un significato particolare. L’esempio classico è quello della parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37). La tabella alla pagina seguente riporta le interpretazioni di due padri della Chiesa, uno greco, Origene, e uno latino, Agostino; più di dieci secoli dopo, la lettura di Lutero testimonia che l’interpretazione allegorica dei Padri si è mantenuta fedelmente, ben oltre il Medio Evo. Tutte le parabole sono trattate in questo modo. Benché tracce di questo modo di interpretare appaiano anche ai nostri giorni, i commentatori moderni non seguono affatto questo genere di esegesi .

Occorre notare che gli antichi commentatori delle parabole potevano trovare delle interpretazioni allegoriche nei vangeli stessi. Ad es., la parabola del seminatore (Mc 4,3-8) è seguita dalla sua spiegazione (Mc 4,14-20), di tipo allegorico: riprende praticamente ogni dettaglio della parabola per decodificarlo e fornirne la corrispondenza con la realtà. La parabola della zizzania, tipica di Matteo (Mt 13,24-30) è spiegata in maniera analoga (13,37-43).

Paolo stesso non disdegna l’allegoria: possiamo rilevare quella dell’olivo (Rm 11) o quella dell’“armatura di Dio” (Ef 6,14ss).

Da un secolo ormai, l’esegesi critica ha posto fine all’interpretazione allegorica abituale delle parabole, e non soltanto di quelle parabole che non avevano ricevuto alcuna spiegazione nei vangeli, ma anche delle altre.

In sintesi, l’esegesi tradizionale:

  • non mette in dubbio l’autenticità delle parabole, come sono riportate nei vangeli: le differenze tra le diverse redazioni si spiegano semplicemente per il fatto che certe parabole sono state dette da Gesù in circostanze diverse e indirizzate a un diverso pubblico;
  • essa non mette neppure in dubbio l’autenticità del quadro situazionale immediato alla parabola, né delle applicazioni che l’accompagnano;
  • anche se capita spesso che le parabole siano chiarite dal confronto con altri testi dell’AT o dei vangeli stessi, l’esegesi non ha ricorso sistematicamente al contesto più ampio nel quale è inserita la parabola;
  • oltre il senso letterale globale della parabola che la maggioranza non ignora, molti hanno tendenza a privilegiare l’interpretazione allegorica che si sforza di dare a ogni dettaglio del racconto un senso più profondo, in relazione con la storia della salvezza.

 

 

Le parabole in Luca

 

Quante parabole nel vangelo di Luca?

 

Domanda di difficile risposta.

- Dipende dalla definizione di parabola che si adotta. Per es.: “Medico cura te stesso!” di Lc 4,23 è parabola? La traduzione CEI dice: “Di certo voi mi citerete il proverbio: ‘Medico cura te stesso’. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. Ora, la parola tradotta con “proverbio” è parabolē!

- Inoltre non è così evidente che un testo sia da considerare come una sola parabola o due, anzi di più: vedi ad esempio “Il vestito nuovo e gli otri” (Lc 5,36 e 37-39), “Il granello di senape e il lievito” (Lc 13,18-19 e 20-21).

Per sapere esattamente che cos’è una parabola secondo Luca, il modo di procedere più sicuro sarebbe quello di cominciare con l’esaminare tutti i testi che Luca chiama “parabola”. E poi elencare tutti i testi di Luca in cui si trovano le stesse caratteristiche. Così facendo, il p. Meynet è arrivato a contare un totale di 47 parabole in Luca.

Luca utilizza il termine parabolē solo 18 volte , ma dato che lo usa più volte per la tessa parabola (quella del “Seminatore” e quella dei “Vignaioli omicidi”), i testi che egli chiama “parabola” sono solo 14. La parola non appare nella prima sezione (1,1-4,13: cioè fino alle tentazioni di Gesù nel deserto), né nell’ultima sezione (cc. 22-24: passione e resurrezione). Appare invece 7 volte nella seconda sezione (4,14-9,50: il ministero in Galilea) e 11 volte nella terza sezione (9,51-21,38: la salita a Gerusalemme).

 

Traiamo queste note da R. MEYNET, Vedi questa Donna? Saggio sulla comunicazione per mezzo delle parabole, Paoline, Roma 2000, 15-61.

Spesso la traduzione greca dell’Antico Testamento, detta la Settanta, ha reso con parabolé il termine ebraico mashàl. Il plurale sarebbe meshalìm, ma per comodità usiamo mashàl sia per il singolare che per il plurale.

La parabola non è un genere facile il cui scopo consiste nell’aiutare le persone semplici a capire ciò che non sarebbero capaci di cogliere senza un’immagine.

Un esempio: 1 Sam 10,12.

Cfr. 1 Sam 24, 10-16.

Cf. ad es. Ez 18,1-4; e lo splendido capitolo 16, dove la lunga allegoria della storia d’Israele è, per così dire, riassunta in questo proverbio: “Quale la madre, tale la figlia” (16,44).

Cf. anche 1Re9,7 (= 2Cr 7,20-22), dove “mashàl” (tradotto dalla CEI con “favola”) è messo in parallelo con “lo zimbello”. Il tempio diventa un segno enigmatico, a proposito del quale la gente fa una domanda sul perché di tale atto del Signore. Segue la risposta. Dunque enigma e rivelazione (alle genti). Le benedizioni che precedono (4-5) non dicono niente che possa essere messo in parallelo con il mashàl della maledizione e questo vale anche per Dt 28. Forse perché il mashàl significa un ammonimento, quasi una minaccia, almeno un richiamo, un appello alla conversione.

Il termine tôrâ,  tradotto sia con legge (5a) che con insegnamento (1a), viene dalla radice yrh, che significa “lanciare una freccia”, “irrigare” e soprattutto “mostrare, indicare”, e quindi “insegnare”. Tôrâ è anche il termine ebraico che indica i primi cinque libri della Bibbia, in greco “Pentateuco”: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. La Tôrâ è dunque l’insieme dei libri che contengono i 613 comandamenti della Legge, ma è anche e soprattutto l’insieme dei racconti fondanti, che narrano la storia degli uomini e d’Israele dalla creazione del mondo fino alla vigilia dell’entrata nella terra promessa. La Tôrâ è un’immensa parabola, è il grande enigma che gli autori sacri, sotto l’ispirazione divina, decifrano per noi. È la parabola che abbiamo ricevuto e che dobbiamo trasmettere ai nostri figli.

In Ez 21,1-4; 23,3-14 le allegorie del profeta sono chiamate mashàl. Ma ve ne sono molte altre che non sono presentate come tali, ma che lo sono allo stesso modo (es.: Ez. 16; 19; 23). In Gdc 9 c’è l’allegoria di Iotam.

Si leggerà una parabola dello stesso genere in 2Sam 14.

Traiamo queste note da R. MEYNET, Vedi questa Donna? Saggio sulla comunicazione per mezzo delle parabole, Paoline, Roma 2000,  69-97.

L’interpretazione allegorica faceva parte della cultura del mondo ellenistico. I commentatori delle narrazioni omeriche la utilizzavano per trovare un senso decente, spirituale, profondo ai miti greci. I racconti indecorosi sugli dei greci rappresentavano le idee, le passioni umane  che si contendevano il cuore degli uomini, o simboleggiavano gli elementi – terra, acqua, aria e fuoco – la cui combinazione aveva creato il mondo. L’esegesi allegorica ellenistica fu adottata dal grande commentatore ebreo Filone d’Alessandria (1° sec. d.C.) che l’applicò alla Bibbia, per spiegare in particolare gli antropomorfismi del testo sacro: era infatti diventato scandaloso per gli spiriti raffinati del tempo sentir parlare delle mani, delle braccia, del cuore, delle viscere di Dio. Le mani e le braccia rappresentavano in realtà la sua potenza; il cuore e le sue viscere la sua saggezza e la sua misericordia.

 

 

Matteo lo utilizza 17 volte e Marco 13.

 

Fonte: http://www.xaverianas.com/public/pagine_bibliche/IntroduzioneParabole.doc

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