Sacra scrittura

 

 

 

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SACRA SCRITTURA I

 

Mercoledì 19/10/2005

Introduzione alle questioni relative al testo biblico (lingue usate ecc.).

  • Critica testuale: lo studio che si fa per stabilire il testo biblico tramite i manoscritti a noi giunti.
  • Canone: quali libri fanno parte del testo biblico e in che modo ci si è regolati nel corso del tempo per stabilire questi libri.
  • Ispirazione: definire che cosa significa che si tratta di libri ispirati.
  • “Dei verbum”: documento de4l Concilio Vaticano II sulla divina rivelazione.
  • Ermeneutica (scienza che studia l’interpretazione del testo): individuare qualche criterio per l’interpretazione.
  • Accenno alla storia della salvezza, collocando i singoli libri all’interno del percorso che Dio ha fatto fare al suo popolo.

Testi di introduzione.

  • MANNUCCI- Bibbia come parola di Dio (in particolare, per l’ermeneutica)
  • Introduzione generale alla Bibbia – LOGOS (scuola italiana) – Elledici
  • Bibbia e parola di Dio (II volume collana Paideia): scuola spagnola, che privilegia le questioni letterali

Fotocopia

L’interpretazione non comincia dal testo italiano, ma molto prima. Quando si utilizza una traduzione siamo già di fronte ad una interpretazione.
La Bibbia è scritta in ebraico, aramaico (pochi capitoli) e in greco.
I manoscritti biblici si trovano su stele (roccia incisa), papiri (in frammenti, perché il materiale è molto fragile) o pergamene.
I codici completi si trovano in quest’ultimo materiale (pergamena), perché molto più resistente. Essendo però la pergamena un materiale prezioso, poteva anche essere raschiato e riutilizzato (anche un manoscritto biblico a noi giunto è in questa condizione).
Una scelta che viene fatta nella Chiesa è quella di utilizzare il codice, mentre nel mondo ebraico era utilizzato il rotolo, ovvero vari rotoli suddivisi secondo i libri. Questo sistema presentava però problemi di successione ordinata dei libri, quindi si è prediletto ilo codice, il corrispondente del nostro libro.
Ulteriore supporto è costituito dagli ostraka, cioè i pezzi di coccio incisi, utilizzati per le pratiche ordinarie (pergamena e papiro erano troppo costosi per tale utilizzo). Si trovano anche degli ostraka con frasi del vangelo perché i cristiani non potevano permettersi un testo del Vangelo.
Diverse sono poi le lingue: ebraico e aramaico sono lingue semitiche. L’ebraico è piuttosto limitato anche come uso nel tempo; si calcola che possa essere stata usata come lingua per 5-6 secoli, fino alla caduta di Gerusalemme (?), a partire dalla fuga in Egitto. Con la deportazione a Babilonia sotto il dominio persiano gli ebrei hanno dovuto imparare l’aramaico. Dopo il ritorno dall’esilio (532 a. C. ?), l’aramaico rimane come lingua parlata e l’ebraico come lingua scritta e via via come lingua sacra. Anche l’ebraico si è modificato nel corso dei secoli, quindi anche i libri biblici non sono redatti nello stesso tipo di ebraico. La scelta è poi quella di scrivere il testo ebraico con i caratteri aramaici e in particolare secondo il carattere quadrato.
Le lingue semitiche sono lingue consonantiche: le radici consonantiche sono portatrici di un medesimo significato; le vocali intervengono solo a definire il verbo, l’aggettivo ecc. relativo sempre al medesimo ambito semantico. Si tratta di vocabolari molto limitati e in genere piuttosto legati al concreto. Concetti più astratti possono essere espressi con termini concreti (ad es., noi traduciamo che “Dio si adirò”, ma il testo riporta che “Gli diventò rosso il naso”, ovviamente per l’ira).
Gran parte del testo, inoltre, è in poesia, quindi nella traduzione si può perdere qualche sfumatura che può rendere solo la lingua originaria. Così, anche per i verbi ci sono modi diversi in ebraico di articolarlo, perché in ebraico si usano differenze relative all’intensità, alla reiterazione ecc.
Essendo una lingua consonantica, per molto tempo è stata trasmessa per iscritto solo la parte consonantica e in forma orale la parte vocale, tramandata per tradizione.
Fotocopia è sono ora indicate anche le vocali , cioè i trattini e i puntini sopra o sotto i caratteri più grandi. Sopra e sotto il tetragramma non ci sono vocali; ci sono le vocali di ADONAI (Signore) che ricordano che il nome di Dio è impronunciabile. Le vocali di ADONAI con quelle consonanti danno IEOVA (Geova).
Gli scritti del Nuovo Testamento sono tutti in greco, mentre del Vecchio solo gli ultimi.
Si tratta del greco del I secolo, cioè quello detto della KOINE’ (Alessandro Magno).
Il Nuovo testamento ha una redazione molto più ristretta (50-60 anni) e quindi la lingua usata è più uniforme.
Anche con il greco ci sono differenze che possono rappresentare una difficoltà per il traduttore; ad es., per quanto riguarda i verbi, il perfetto greco, che indica un’azione passata che ha effetti sul presente, non ha corrispondente in italiano (es.: “piena di grazia “ nel saluto dell’Angelo a Maria, che propriamente significa che Dio ama Maria, ma non da ora, da sempre). Nel greco biblico si fa poi grande uso dei participi che in italiano spesso si devono svolgere con delle relative. Altra difficoltà è costituita dall’ampiezza di valori nel greco tra i quali in italiano è necessario scegliere (es.: un valore finale-consecutivo).
Nella traduzione, quindi, si può perdere qualcosa del testo originale.

Mercoledì 26/10/2005

 

Le fotocopie dateci sono di edizioni critiche, riportano quindi nelle note le varianti. Sono cioè il risultato della critica testuale, ben distinta dalla critica letteraria. La critica testuale è la scienza che studia le diverse varianti di un testo e facendo questo studia anche la storia della trasmissione del testo stesso. Questo è importante per collocare ogni manoscritto (ogni testimone del testo), ma anche per ricostruire una spiritualità del testo. Ci si occupa di critica testuale sia per l’Antico sia per il Nuovo Testamento, che sono molto diversi; già per il fatto che il Vecchio è stato elaborato in 1000 anni e il Nuovo in 50!

La storia della trasmissione dell’Antico Testamento (vedi schema)
Si tratta di un percorso all’indietro.
Dal XVII sec. ad oggi si chiama periodo dei critici.
Ci si basa tutt’oggi sull’edizione critica BHS, Bibbia Hebraica Stuttgartensia, perché pubblicata a Stoccarda. La sigla “L” sta ad indicare il manoscritto di Leningrado che la costituisce, o B19a del 1008. Lo stesso manoscritto era pubblicato nell’edizione critica precedente, BHK, curata da Kittel (K). E’ considerato questo un manoscritto attendibile, in cui c’è anche l’indicazione delle vocali.
Prima erano state redatte altre Bibbie:

  • la prima era quella di Soncino (1488);
  • poi la Poliglotta Complutensia (1515-18), una pubblicazione in più lingue (in ogni pagina: una colonna in ebraico, una in greco, una in latino);
  • poi delle Bibbie rabbiniche (1517-24), pubblicate a Venezia.

Questo materiale delle produzioni a stampa è più facile da recuperare e da consultare.
Kennicott e De Rossi sono i primi che hanno tentato di raccogliere le varianti tra i vari manoscritti.
Kennicott (1776-1780) fa un elenco di tutte le varianti e si fa aiutare anche da altre persone , anche non preparate come lui. Egli (inglese) riesce a raccogliere molto materiale, che viene ripreso da De Rossi di Parma (1784-88) che integra la ricerca. La loro importanza è grande ancora oggi, perché per fare questo lavoro hanno dovuto inventarsi un sistema di catalogazione, hanno cioè dato un “nome” ai manoscritti consultati. Del loro lavoro resta anche il fatto che per ogni variante hanno raccolto i manoscritti che la riportavano (vedi fotocopia in ebraico: pc Mss = pochi manoscritti).
Prima di loro, un momento importante di studio critico era stato nel ‘600. Era stato un lavoro più di carattere teologico: ci si chiedeva se fosse legittimo questo tipo di lavoro (per il Corano, ad esempio, non si ammette questo tipo di studio). Quindi, il testo biblico è da prendere così come ci è arrivato oppure è lecito fare uno studio critico? Prevale quest’ultima posizione. Vengono pubblicate le prime Bibbie con apparato critico, sia pure povero in principio.
Prima della stampa, dal Vi al X sec. si ha il periodo di trasmissione dei Masoreti, studiosi ebrei raccolti in scuole spesso di tradizione familiare (due grandi scuole sono quelle di Ben Ashér e Ben Naftalí). Sono loro che accolgono i codici, quindi ci trasmettono un ordine che non era possibile con i rotoli. Inoltre, sono quelle due scuole che studiano un modo per scrivere le vocali: inventano un sistema fatto di punti, trattini ecc. che contornano le consonanti.
Ci sono in questo periodo diversi sistemi di vocalizzazione, almeno tre, ma poi ne prevale uno. Abbiamo testimonianza di tutto ciò dalla Gherníza del Cairo; la Gherníza era un deposito delle sinagoghe. Nel 1890 è stato scoperto questo deposito del Cairo con numerosi manoscritti con diversi sistemi di vocalizzazione.
Il lavoro di vocalizzazione dei Masoreti riporta quella che era la loro conoscenza del testo, quindi quella del VI sec. Non abbiamo un testo in ebraico più antico di questo che ci riporti le vocali.
Altro lavoro importante dei Masoreti è la MÁSORA. Questi autori hanno una grande venerazione per il testo. La MÁSORA consiste in una serie di annotazioni poste intorno al testo biblico, quasi come se lo schiudessero perché il testo non si tocchi.

 

M

 

 

 

TESTO

 

 

P

 

 

 

P

 

M

  

 

 

 


M = MÁSORA MAGNA: annotazioni di interpretazione
P = MÁSORA PARVA: possibili varianti e critica testuale

Prima ancora ci sono gli scribi, dal I al VI sec., o SOFERÍM, coloro che contano, perché contano tutto, le parole e cc. In modo che sia trasmessa fedelmente la tradizione. Raccolgono poi una serie di annotazioni, che esistono ancora oggi (vedi fotocopia), in cui indicavano “qui non copiamo e non sappiamo cosa ci stia a fare questa parola”; “noi suggeriamo di leggere così”. E’ importante tutto questo perché non intervengono a correggere! Inseriscono poi le divisioni liturgiche, gli accenti (che in ebraico non sono tonici, ma congiuntivi o disgiuntivi) ed anche un tipo di accento che corrisponde ad una pausa (la nostra virgola), dandoci così indicazione su come essi leggevano.
Come testimonianza di questo lavoro degli scribi, c’è un testo, detto del XII Profeti, ritrovato nel 1851 nei Vadi(?) (torrenti stagionali, canaloni) Murabba’at del II sec. (135 ca), un testo consonantico che ci riporta tali annotazioni dei SOFERÍM.
Prima degli scribi, c’è una grande varietà, mentre dal I sec. in poi c’è un medesimo testo trasmesso fedelmente in tutti i manoscritti. Invece, prima del I sec. ci sono forme diverse, il che fa pensare che ci sia stato un momento, collocato nel Concilio di Jamnia (80 d. C. ca), in cui si uniscono le varie tradizioni, Sappiamo, infatti, che c’è stato questo concilio di rabbini e si presume che sia stata l’occasione per stabilire un rigore dogmatico, in particolare a seguito della distruzione del tempio (70): c’è bisogno di un testo comune perché mancherà il confronto. Tra le varie forme del testo si sceglie una forma esistente del testo ebraico, non quella usata dai cristiani, che utilizzavano il testo in greco. Oggi si possono avere testimonianze dai ritrovamenti di Qumrám (dopo la II guerra mondiale), dove esisteva una cospicua comunità religiosa, i cui componenti, avvertendo imminente la fine (68 ca d.C.), hanno nascosto i loro manoscritti, intesi come il loro tesoro. Con il ritrovamento, gli inglesi si accaparrarono la ricerca e il materiale viene progressivamente pubblicato. Si tratta di numerosi manoscritti ritrovati in 11 grotte custoditi in anfore. Alcuni sono ben conservati, soprattutto per quanto riguarda le pergamene, mentre i papiri non sono ancora stati srotolati per paura di distruggerli. In questa comunità, è stato così possibile ritrovare manoscritti diversi tra loro, segno che questa differenza non faceva problema è perché l’istanza di ortodossia nasce con la diaspora; non c’è ortodossia, ma ortoprassi: si è ebrei perché si fanno determinate cose. E’ stato anche possibile recuperare manoscritti pressoché identici a quello di Leningrado, permettendo così di verificarne l’attendibilità.
E’ questo il periodo della PRESTABILIZZAZIONE in cui ci sono forme diverse del testo che convivono. Ciò pone un problema molto grande perché alcuni libri della Bibbia accompagnano la storia del popolo e quindi: quando finisce al redazione e quando inizia la trasmissione del testo? Se troviamo forme diverse, si tratta di differenze di trasmissione oppure di diverse fasi di redazione?
Il 444 a. C. convenzionalmente è indicato come il momento in cui finisce la redazione.
A Qumrám si è trovata anche una stesura corrispondente al testo greco dei Settanta; ciò ha permesso di dimostrare che le differenze rispetto al testo masoretico non sono dovute ai traduttori. Potrebbe anche essere che a Jamnia sia stato appositamente scelto non il testo che era alla base della traduzione dei Settanta, polemicamente contro i cristiani.

Mercoledì 9/11/2005

 

I documenti di Qumram ci hanno dato testimonianza della compresenza di varietà di testi.
I Settanta: prima traduzione in greco. Si tratta di un salto culturale rilevante. Per il fatto soprattutto che importante è la consapevolezza del concetto di lingua sacra è l’ebraico, anche dopo l’esilio (aramaico) è custodito come una lingua sacra. E’ una sorta di staticità. Nel III-II sec. però si accetta l’idea di tradurre, perché si ritiene che importante sia il senso delle parole di Dio. Diverse erano le comunità ebraiche diffuse nel Mediterraneo (Roma, Alessandria ecc.). proprio nella cultura ellenistica si pensa di tradurre il testo biblico in greco. E’ un salto concettuale importantissimo. Per Israele non è un passaggio così indolore, ma è fonte di discussione. Nella lettera di Aristea si narra che il re Eleazar convoca 72 traduttori e li fa rimanere in un’isola a tradurre. E’ una lettera dai tratti leggendari, ma ci testimonia del bisogno di una certa sacralizzazione dell’evento-traduzione. Questa traduzione si diffonde ed è quella accettata dai cristiani.
E’ un’opera che ci registra come la Bibbia venga letta e interpretata a quell’epoca. C’era, prima dei ritrovamenti di Qumram, chi pensava che in questa traduzione ci fossero state aggiunte teologiche, ma a Qumram è stato trovato un corrispondente in ebraico. Le differenze: nella versione dei Settanta c’è un’accentuazione messianica e della misericordia di Dio.. Non è comunque uno stravolgimento del testo.
Nel I sec. d. C. è Gerusalemme  distrutta, diffusione dei cristiani è il mondo ebraico sceglie un’altra versione del testo biblico.
La Settanta ha pure lei una storia di trasmissione. è SCHEMA:

  • le edizioni a stampa di Rahlfs
  • i codici onciali sono codici maiuscoli, si distinguono dai minuscoli, cioè in corsivo, più recenti (dal IX sec.); gli onciali sono più antichi. Il Codice B è uno dei migliori della Bibbia, custodito in Vaticano, dall’Egitto. Quella di Cambridge è un’edizione diplomatica basata sul Codice B. Invece, a Gottingen si sta facendo un’edizione eclettica.

DIPLOMATICA è Il testo è pubblicato il testo com’è.

ECLETTICA è si prendono tutti i testi e si sceglie quello che si preferisce, ma in apparato critico si riferisce chi è favorevole alla propria teoria e chi no; quindi, il lettore ha una lettura critica già pronta e può giudicare.

  • il Codice A è l’alessandrino, a Londra, del V sec.
  • il Codice ALEPH (prima lettera dell’alfabeto ebraico) oppure S è quello sinaitico, del IV sec.; è interessante perché riporta anche molte correzioni dei vari scribi
  • il Codice C è un codice rescritto di Sant’Efrem
  • ci sono poi papiri che attestano la Settanta (i papiri vengono prima dei codici in pergamena)
  • abbiamo anche qualche manoscritto di epoca precristiana (I sec. a. C.).

 

Abbiamo dunque fonti abbastanza buone per la Settanta. Ci sono poi molti testimoni indiretti, cioè coloro che citano il testo (es.: la Bibbia dei Settanta è quella citata dai Padri della Chiesa); le attestazioni sparse e concordi sono quindi importanti.
Citazioni si trovano nel Nuovo Testamento.
Ci sono poi alcune traduzioni antiche, a loro volta testimoni indiretti è SCHEMA
Nasce anche l’esigenza di tradurre in greco il testo masoretico, cioè quello scelto dagli ebrei:

  • testo di Aquila, molto letterario
  • Simmaco, versione più elegante

testimonianza di una fatica nel mondo ebraico nel I sec., perché c’è la necessità di tradurre in greco (ma con meno entusiasmo della prima traduzione) ed anche il peso dell’uso del testo sacro da parte dei cristiani.
Sul versante della Settanta, c’è Teodozione, che rielabora il testo nel tentativo di avvicinarsi al testo masoretico.
Inizialmente i cristiani utilizzano la Bibbia in greco, ma pensano subito a forme di traduzione in latino dal testo greco è la VETUS LATINA: in realtà, non una sola forma, ma più traduzioni del testo greco.
Origéne, un padre del III sec., fa il commento a tante parti della Scrittura e avverte come un peso che ci sia un contrasto con gli ebrei. A Cesarea, produce quindi le ESAPLE, un’opera su 6 colonne:

  • I colonna: testo masoretico
  • II colonna: lo stesso testo, ma in lettere greche (una traslitterazione)
  • III colonna: testo di Aquila
  • IV colonna: testo di Simmaco
  • VI colonna: testo di Teodozione
  • V colonna: riporta quello che secondo lui è il vero testo della Settanta.

Si tratta di una sorta di edizione critica eclettica della Settanta.
Non ci è giunto intero, ma ci è giunta proprio la V colonna.
Il mondo siriaco, più statico e isolato, traduce invece il testo dei masoreti. Anche quando si decide di fare una vera e propria traduzione, quella di San Gerolamo (V sec.), si sceglie il testo scelto dagli ebrei, cioè quello masoretico. Da qui la Volgata. La Nuova Volgata è con Giovanni Paolo II. La scelta di Gerolamo va in un certo senso contro la tradizione cristiana.

Il Targum è la traduzione-spiegazione della Bibbia in aramaico. Raccoglie come la Bibbia veniva letta (in ebraico) e commentata (in aramaico) in sinagoga.

Quando ci troviamo di fronte a delle lettura dei testi non uniformi, bisogna cercare di collocarle in questa storia e di capirne l’attendibilità.

Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, siamo di fronte a una realtà molto diversa. E’ molto più possibile immaginare un originale, in particolare perché gli scritti del NT sono prodotti nell’arco di circa cinquant’anni. L’originale, però, si è trasmesso in una realtà molto più variegata rispetto a quella ebraica, che vigilava molto sul testo. La comunità cristiana è entusiasta e quindi c’è una forte attività di copiatura e diffusione (è copie delle lettere di Paolo diffuse in tutte le comunità). Si trattava di mettere in comune i testi e perciò c’è una produzione molto grande di materiale con moltissime varianti ed errori (200.000 varianti, di cui 15-20 significative per il senso).
C’è un’attestazione enorme del testi del NT: fra le opere dell’antichità sono i più documentati di tutti. Abbiamo papiri dell’inizio del II sec., cioè di circa 30-40 anni successivi alla stesura. Abbiamo 86 papiri, ….. onciali, 2800 ca minuscoli, più di 2200 lezionari (libri utilizzati per la liturgia, quindi non opere complete): in tutto più di 5300 manoscritti.
Il primo testo a stampa è del 1514 in greco. Il primo lavoro critico importante è quello di Erasmo: una prima edizione critica del 1516 e poi altre cinque edizioni del suo testo. Si tratta di un’edizione eclettica, cioè sceglie l’autore le forme da trasmettere. Si diffonde come TEXTUS RECEPTUS, cioè quello accettato, tanto era diffuso. Lutero traduce da questo testo in tedesco.
Su questo stesso testo, un tale Stefano, di Parigi (1550 ca), pone la divisione in capitoli e versetti, che sussiste ad oggi. Già allora c’erano detrattori di tale operazione.
Il testo di Erasmo è quello che viene utilizzato fino allo sviluppo delle edizioni critiche (fine ‘600-inizio ‘700). E’ allora che si cerca di raccogliere i vari manoscritti per definire delle tradizioni testuali. Oggi, questo tipo di organizzazioni non convincono del tutto. Vengono così evidenziate 4 tradizioni testuali (p. 340 e p. 107 testi):
1) ALESSANDRINO: Egitto e Alessandria come importante centro di studio; è il testo che è rappresentato dal Codice B;
2) OCCIDENTALE, rappresentato dal Codice D, ha alcune aggiunte in particolare di elementi straordinari e meravigliosi;
3) CESARIENSE, legato alla Chiesa di Cesarea, altra sede di studi (Origene, Eusebio);
4) TESTO BIZANTINO o DELLA MAGGIORANZA, testo in greco trasmesso dalla Chiesa bizantina. E’ un testo più elegante, più chiaro, più armonico. Viene allora da pensare che sia quello più recente, perché più lavorato, ma scoperte recenti hanno dimostrato che era già in antico. Esiste allora un testo protobizantino? E’ in atto tutta una fase di studi.

Mercoledì, 16/11/2006

 

In che cosa consistono le VARIANTI tra i diversi manoscritti?
Ci possono essere veri e propri errori di trascrizione, che in genere si individuano subito perché sono presenti in un solo manoscritto.
Ci sono poi errori che vengono dall’udito: si lasciano cadere delle doppie o si aggiungono dove non ci sono, si rende più lineare la forma; ci sono anche gli errori IN PARAPLEXIS, cioè dovuti al salto degli occhi (es.: in un manoscritto di Qumram viene saltata una riga, aggiunta dopo); si assiste anche a confusioni di lettere (es.:

                = il nome di Davide 
 



                 = lo Spirito

si confondono).
Nelle forme del greco la confusione può esserci per il fenomeno dell’ITACISMO (prevale il suono “i” anche nella scrittura).
Ci sono poi trasposizioni di lettere; divisioni di parole (nei manoscritti più antichi erano tutte attaccate, si dividono nei più recenti e quindi il senso può cambiare in base alla divisione).
E questi sono tutti errori indipendenti dalla volontà di chi scrive.
Ci sono però anche interventi voluti: interventi di armonizzazione del testo (è Geremia); si inseriscono glosse o spiegazioni teologiche (si inserisce il nome di Dio accanto alla parola nel testo masoretico, ma non nella Settanta); ci sono cambiamenti fatti per evitare offese o custodire in negativo la memoria di divinità pagane, soprattutto nei nomi (nomi di divinità pagane vengono spesso sostituiti dal termine BOSCÈ = abominio nel testo masoretico, ma non nella Settanta che è prima e non presentava tale sensibilità).
Ci sono alcuni criteri, pur sempre PROBABILISTICI, per ricostruire la forma del testo base.
Due parametri per una corretta critica testuale:

  • CRITICA ESTERNA: cercare di valutare i testimoni, diretti e indiretti, delle varie letture (“Le autorità si pesano e non si contano”: non ci si basa sulla maggioranza dei manoscritti che ovviamente sono più recenti; una attestazione che si trova in più tradizioni – greca, ebraica, siriaca – si valuta di più di una che compare in una tradizione soltanto).
  • CRITICA INTERNA: valutare il senso delle diverse varianti, quanto una lettura o l’altra corrisponde allo stile dell’autore.

Quattro detti:

  • LECTIO DIFFICILIOR PRESTAT FACILI: si preferisce la più difficile;
  • LECTIO BREVIOR PRESTAT LONGIORI: la più breve si preferisce (anche non del tutto condivisa);
  • LECTIO DIFFORMIS A LOCO PARALLELO PRESTAT CONFORMI: si preferisce la lettura difforme in un luogo parallelo (per il tentativo di uniformare);
  • LECTIO GENUINA CETERARUM ORIGINE EXPLICAT (forse la più importante).

Si tratta comunque di criteri di probabilità.
La critica testuale deve essere fatta con molta cura e attenzione e in genere è svolta in gruppo.

Caso dal Libro dei giudici 18, 30:

  • –AN inserito (= in apice), come se fosse aggiunto o perché deve essere notato: si trova nel testo masoretico Codice di Leningrado e molti altri manoscritti masoretici e nella Settanta Codice A e B;
  • –AN nel testo: si trova in molti testi masoretici e nella Settanta Codice A e B;
  • senza –AN: nella Settanta, nella Volgata, nella Vetus Latina, in pochi testi masoretici.

La traduzione di 1 e 2 è: “figlio di Manasse”; quella della 3 è: “figlio di Mosè”.
La critica esterna ci dice che la terza ipotesi deve essere tenuta in molta considerazione perché presente in più tradizioni (greca, latina, ebraica). Ma anche la prima ci fa chiedere perché in tanti manoscritti si trova quella che dovrebbe essere stata una svista.
La critica interna ci impone di entrare nella lettura vera e propria. La tradizione più antica è la £, perché riporta la lettura tradizionale (Gherson è figlio di Mosè effettivamente); le prime due letture invece sono più recenti perché danno una lettura più teologica, per così dire corretta (Gherson è sì figlio di Mosé, ma si dice che è figlio di Manasse).

Caso dal Nuovo Testamento (2Pietro 2, 13) – indicazione dei banchetti cristiani (in greco):

  • APÀTAIS: papiro 72 / Codice sinaitico / Codice siriaco / Codice armeno / testo bizantino / prima mano Codice Alessandrino / ecc.
  • AGÀPAIS: Codice Alessandrino corretto / Vetus Latina / Volgata / Codice siriaco / Codice Vaticano / ecc.
  • AGNOÌAIS: alcuni minuscoli.

Per la critica esterna, la 3 ha un’attestazione debole (si tratta di pochi manoscritti, troppo tardi e solo greci). Le prime due tradizioni sono invece attendibili, perché per la 1 è importante l’attestazione di un papiro perché è antico e per la 2 è importante il Codice Vaticano, che è attendibile.
Per la critica interna, c’è un passo simile nella Lettera di Giuda che riporta AGÀPAIS. Poi nella comunità si usa molto il termine AGÀPE, quindi poteva essere un termine più comune. E’ più facile che si sia passati da APÀTAIS ad AGÀPAIS che non viceversa, Nella scrittura maiuscola i due termini non si distinguono poi molto e quindi può essere successo che si sia scelto il termine più comune, arrivando a correggere il testo.

Questo lavoro si fa per tutte le varianti che si incontrano. Quando si fa un’edizione eclettica, sono gli autori che danno la scelta, mentre nella diplomatica è il lettore a scegliere tra le varianti riportate.
VEDI FOTOCOPIE (è un’edizione eclettica) - Vangelo di Luca:
NOTA 53 è la forma AMEN è in quei manoscritti indicati; si indicano poi anche i manoscritti che non la riportano; il testo sceglie di non metterlo perché lo considera non attendibile.

Mercoledì 23/11/2005

 

Bisogna fare attenzione a non confondere la critica testuale con la critica letteraria.

Questioni sul Canone biblico

 

Il termine CANONE fa riferimento alla canna usata come unità di misura e quindi alla misura, alla norma.
Noi abbiamo l’attestazione dell’elenco dei libri considerati ispirati dal Concilio di Laodicea (360), negli scritti di Sant’Atanasio che elenca i canonici e gli apocrifi. Eusebio di Cesarea utilizza una particolare terminologia: libri riconosciuti da tutti (OMOLOGOUMENOI) e libri discussi (ANTILEGOMENOI) e, infine, libri SPURI, cioè apocrifi. Considera dunque che tra i canonici ci sono due categorie.
Al Concilio di Trento e poi con Sisto da Siena si usa la terminologia di PROTOCANONICI (accolti da tutti) e di DEUTEROCANONICI (discussi). Non si tratta di espressioni felici perché fanno pensare a libri entrati prima e altri dopo. Ancora oggi si usa:

7 DEUTEROCANONICI AT:

  • Tobia
  • Giuditta
  • 1 e 2 Maccabei
  • Baruk
  • Siracide
  • Sapienza

7 DEUTEROCANONICI NT:

  • Ebrei
  • Giacomo
  • Giuda
  • 2 e 3 Giovanni
  • 2 Pietro
  • Apocalisse

Quali sono le questioni su questi 14 libri?

Antico Testamento

Il prologo del Siracide, in greco, ci dice che il testo fa riferimento a LEGGE – PROFETI – ALTRI SCRITTI. Quindi, già intorno al 130 a. C. (il Siracide è l’unico datato) i libri erano così organizzati. Ma quali erano questi libri?
Nel 93 ca d. C. Giuseppe Flavio attesta quali sono i libri. Per quelli più recenti non ci sono profeti che attestino che sono ispirati. Quindi, è questo dei profeti un criterio distintivo.
C’è poi la documentazione dell’incontro di Jamnia, nel quale si discute sui libri “che sporcano le mani”, cioè sono sacri. In particolare, sappiamo che si discusse sul Qoelet e sul Cantico dei cantici (il Cantico risultava erotico e il Qoelet blasfemo), ma presumibilmente si dev’essere discusso di tutti per poi arrivare a definire un canone. Da quel che vediamo dopo, a Jamnia si è fissato un canone breve, senza i deuterocanonici. Nella Chiesa, invece, si considera da subito come testo di riferimento per l’AT la Settanta, quindi il canone lungo, perciò con i deuterocanonici.
Nel Nuovo Testamento e nei primi padri apostolici si citano i deuterocanonici ed anche libri poi considerati apocrifi (es.: libro di Enoch). Solo nelle opere per convincere gli ebrei (es.: San Giustino) si utilizzano esclusivamente i protocanonici.
San Gerolamo pone la questione di quali testi utilizzare. Dichiara che è necessario accogliere i libri che anche gli ebrei riconoscono (i testi disponibili in ebraico), quindi sostiene l’EBRAICA VERITAS. I Padri discutono sulla questione; il Papa chiede comunque a Gerolamo di tradurre tutti i libri. Egli traduce quelli in greco male oppure non li traduce. E’ una discussione questa che si protrarrà.
Le discussioni più accese sul canone sono del IV-V sec. L’elenco più antico del canone è quello di Innocenzo I del 405 (è il primo documento con l’autorità pontificia).
Ad una definizione completa si arriva con il Concilio di Trento (Lutero nella sua Bibbia aveva trascurato i deuterocanonici). Il Concilio presenta l’elenco completo (canone lungo); se questo non viene accettato, segue la scomunica (1546).

Nel secolo scorso, sono stati trovati 2/3 del Siracide in ebraico. Quindi, è più probabile che sia stata una scelta di Jamnia a mettere da parte alcuni libri.

Nuovo Testamento

C’è una grande proliferazione di scritti. Si dà, però, un valore particolare agli scritti apostolici e a quelli che sono riconosciuti come Vangeli, che parlano cioè di Gesù.
San Giustino (150 ca) – vedi testo dell’Apologia in Mannucci – dà un’attestazione molto antica della Messa domenicale con la lettura dei profeti e delle memorie degli apostoli.
Nella seconda lettera di Clemente ai Corinti (150) – vedi testo – accanto ad Isaia si trova citato Matteo.
Quindi, tra i molti prodotti, alcuni testi sono ritenuti più importanti e accostati ai testi dell’AT.
Ci sono poi due episodi:

  • l’eresia di Marcione, che dice che bisogna mettere da parte l’AT perché il Dio dell’AT è cattivo e bisogna mantenere solo il Vangelo di Luca e 10 lettere di Paolo. Ciò provoca una ribellione nella comunità cristiana;
  • Taziano, che scrive il Diatessaron (= attraverso i quattro), sostiene che, poiché i 4 Vangeli non sono completamente concordi, è necessario formulare un solo Vangelo ai fini della predicazione. Compone quest’opera che ha una certa diffusione, ma i Padri reagiscono per difendere quei libri scartati e questo perché si riconosce che non sono solo opera di uomini.

Con Tertulliano si ha la prima attestazione di “Nuovo Testamento”; quindi, matura gradualmente questa consapevolezza.
Ci sono delle liste di libri dell’AT e del NT insieme, a presentare una realtà unitaria. Le liste più antiche:

  • frammento muratoriano (II sec.)
  • lista di Origene ecc.

Questi elenchi dei Padri non sono tutti concordi, ci sono libri discussi che entrano o meno. Ci sono varianti secondo le regioni (chiesa siriaca ecc.).
Cosa fa discutere sui deuterocanonici del NT?

  • il riferimento agli autori: si capisce che l’Apocalisse è diversa dal Vangelo e che la Lettera agli Ebrei è diversa dalle altre lettere di Paolo è sono dunque dello stesso autore?
  • sorgono eresie da alcuni libri (es.: la millenarista dall’Apocalisse)
  • ci sono poi testi (es.: Didachè) che godono molta fortuna è perché non inserirli nel canone?

La questione si ripropone in tempo di Riforma (Lutero), quando si mettono in dubbio anche singole parti di libri. Il Concilio di Trento decide per mantenere i libri così come ci sono giunti nella Volgata, integri e in tutte le loro parti.
Il criterio dato per la canonicità è esterno alla Scrittura, non interno è il criterio è la tradizione divino-apostolica: la Chiesa deve tenete quei libri utilizzati fin dagli apostoli e nella tradizione della liturgia. Ciò che qualifica che i testi sono ispirati è la tradizione nella liturgia, non l’apostolicità dei testi e non un giudizio sul contenuto (questo sarebbe un giudizio di merito che il Magistero non può fare). Da un punto di vista teologico, questo è un passo importante per l’autodefinizione e la vita della Chiesa. Non si accettano dunque i criteri interni proposti dai teologi protestanti, anche se questi stessi parlano di un’azione dello Spirito nel riconoscere i testi e quindi ripropongono la tradizione.
Anche la DEI VERBUM ritorna sulla questione.
Un altro problema del mondo riformato è quello del CANONE DEL CANONE è è nelle mani dell’interprete l’autorità del canone e comunque si pone un giudizio di valore, per cui qualche libro è più importante di altri o qualche parte più di altre.
Altro problema è quello, più recente, sul PROTOCATTOLICESIMO, sempre da parte protestante. La questione è centrata sul quando nasce il cattolicesimo. La prima risposta (von Arnach) è che l’origine sta nella commistione con l’ellenismo dopo io testi del NT. Altri autori, però, individuano tratti di ellenismo e di regolamentazione anche nel NT. Ci sarebbero quindi testi meno canonici; si potrebbero perciò fare scelte selettive, ma ciò è insostenibile perché allora si può giudicare il testo sacro.
Oggi, anche tra i protestanti c’è chi salva interamente il NT, da cui si sarebbero sviluppate forme diverse di cristianesimo è testo di Kung, testo di un autore protestante, poi cattolico.

Mercoledì 30/11/2005

 

Questioni relative al Canone

Il Concilio di Firenze e quello di Trento definiscono il Canone: i libri tutti interi e in tutte le loro parti è la fedeltà alla Parola di Dio che siamo chiamati a vivere dev’essere su tutta la Parola!

L’ispirazione

 

Il Concilio di Trento dice che i libri canonici li consideriamo tali perché individuiamo in Dio il loro autore. (parte III, p. 115)
Già nell’AT si evidenzia il potere della Parola. Nella Genesi Dio crea il mondo “dicendo”, è la Parola che crea. Il racconto biblico evidenzia che è un unico principio (Dio) all’inizio di tutte le cose. La sua Parola è creatrice.
La Parola di Dio è presentata poi come legge; è una Parola che è comando (comandamenti).
E’ una Parola che chiama, coinvolge degli uomini come suoi strumenti è Isaia 6 è il profeta riconosce la propria incapacità a comunicare, è purificato da Dio ed è chiamato a partecipare all’attività di Parola. Si trova la stessa cosa nella vocazione di Geremia (Geremia 1). Sempre in Geremia, si vede come il profetare è un’esigenza cui non ci si può opporre. Nella vocazione di Ezechiele c’è anche il gesto simbolico del mangiare un rotolo scritto per esprimere che al profeta è consegnata la Parola, anche nella forma scritta, da riferire al suo popolo. Sempre in Ezechiele, il profeta è inteso come sentinella. Il profeta è colui che deve ascoltare la Parola di Dio e deve consegnarla agli altri.
Sempre nell’AT (Deuteronomio 31,24) ci sono passaggi in cui si ha consapevolezza dell’importanza del custodire il libro, che è posto accanto all’Arca dell’alleanza. Deuteronomio 6 è consapevolezza del ricevere una legge da custodire, da fissare. euteronomio 17-18 è prescrizione al re di fare una copia della Torah (pentateuco) per tenerla presente nel suo regno (il modo di intendere la monarchia nell’AT è un ruolo di governo, non di legislazione perché è Dio che dà la legge.
Nel secondo Libro dei Re viene descritto il ritrovamento del libro della Legge (riforma di Giosia), che è visto come lo strumento che chiama alla conversione proprio perché si ritiene che non sia un libro scritto da uomini.
Nel libro di Neemia (Neemia 8) si ha una proclamazione liturgica della parola scritta, accompagnata da gesti (alzarsi). Tale parola viene accolta come impegno, quindi ci deve essere un’adesione personale.
C’è una volontà di Dio di rivelarsi. Normalmente il Dio della Bibbia si manifesta soprattutto attraverso la Parola e quindi Dio chiede di essere ascoltato (Ascolta Israele…). Ma Dio si manifesta anche con visioni attraverso intermediari (angeli).Si manifesta anche come colui che dona lo Spirito, generalmente in vista di una missione nei riguardi del popolo è Ezechiele 2; Numeri 11 (azione dello Spirito sui 70 anziani con i due che erano rimasti all’accampamento: il dono dello Spirito si effonde su tutti i chiamati, anche su coloro che non rispondono); Libro della Sapienza 9, 18 (dono dello Spirito sui sapienti).
La consapevolezza di avere un insieme prezioso di parole scritte, ma provenienti da Dio si ha nel primo libro dei Maccabei 12, 9.E’ la prima volta che si trova l’espressione “sacra scrittura”. E’ quindi un testo sacro. Poi nel secondo libro dei Maccabei 2, 13 e 8, 23, come forma di preghiera e di propiziazione di fa leggere il libro sacro.
Quindi, nell’AT emerge la consapevolezza di avere una Parola di Dio che è stata scritta, volontà di Dio di comunicarsi, dono dello Spirito ecc.
Anche nel NT si ha tale consapevolezza. Matteo nel discorso della montagna riporta una legge quasi personificata: “la Scrittura dice, ma io vi dico”. Nell’Apocalisse compare il libro che viene aperto dall’Agnello immolato.
Questi passi possono essere utili per capire meglio il senso dei due passi che ci illuminano sul senso dell’ispirazione:

  • 2Pietro 1: i profeti parlarono ispirati dallo Spirito Santo, non per volontà umana. C’è la sottolineatura di come Dio opera sull’autore ispirato perché annunci non per propria volontà, ma per volontà di Dio. E’ un’azione dello Spirito sul profeta.
  • 2Timoteo 3, 14-17: “tutta la Scrittura è ispirata da Dio” è qui compare proprio la Parola, cioè il riferimento è qui alla Parola, non allo scrittore. E compito della Parola è essere utile ecc.

C’è dunque un’ispirazione che sottolinea l’autore ed una che si sposta sul testo, cioè sottolinea il risultato.
Volendo indagare sul termine “ispirazione”, ci si può chiedere che cosa si intendesse allora (cap. 10, p. 142):

  • mondo greco-ellenistico: l’ispirazione è intesa in senso estatico, è quindi un intervento da parte di Dio che espropria il soggetto da sé;
  • mondo giudaico: qui è ben diverso il senso. San Paolo in più occasioni distingue tra ciò che dice il Signore e ciò che si sente di consigliare lui (vedi 1Corinzi 7). Quindi, gli autori sacri sanno anche distinguere.

Nel giudaismo si attestano due casi di concezioni differenti del senso di “ispirazione”:
+ FILONE è si avvicina di più all’interpretazione ellenistica (rapimento estatico)
+ GIUSEPPE FLAVIO è mette insieme le fonti naturali (fatti contemporanei) e le fonti soprannaturali (fatti lontani e antichi), ma il testo che ne risulta è comunque divino.
Questo tipo di considerazione dell’elemento umano accanto a quello divino si ritrova anche altrove (inizio del Vangelo di Luca, lettere di Paolo, Apocalisse) è distinzione tra ruolo umano e ruolo divino.
Nella tradizione die Padri della Chiesa si parla dell’ispirazione solo per inciso.

[per approfondire il tema, “La parola ispirata” di Alonso – Paideia]

Mercoledì 7/12 (vigilia della festa dell’Immacolata)

Mercoledì, 14/12/2005

            [DA ANDREA]

Ispirazione

Nel Nuovo Testamento l’ispirazione è presentata da due prospettive:

  • Seconda lettera di Pietro – la parola di Dio;
  • Seconda lettera ai Corinzi

Si parla di ispirazione estatica nel mondo ellenistico e giudaico; nel mondo giudaico, però, si parla di estasi con capacità di conoscere e comunicare come testimoni.
Nella tradizione dei Padri dei primi secoli si accenna all’ispirazione parlando di altro, non si hanno vere e proprie elaborazioni. Spesso ci si avvale di immagini tratta dall’esperienza umana; una delle immagini più usate è quella dello strumento, in senso musicale e in senso scrittorio.
Clemente Alessandrino: il divino plettro calato dal cielo servendosi degli uomini come strumenti musicali fa scaturire le note.
Atenagora: lo Spirito Santo si serviva dei profeti come un flautista che suona il flauto.
Ippolito: il Verbo è il plettro e gli apostoli lo strumento.
L’immagine dello strumento è da considerarsi nel suo carico di relazione e valore affettivo; lo strumento diviene quasi collaboratore dello Spirito. Lo strumento incide sulla produzione del suono; l’esecutore è condizionato dallo strumento. In questo rapporto che si crea entrano elementi che ci permettono di analizzare il rapporto tra Dio ed autore umano, legato  all’esecutore.
Riferimento anche allo strumento penna.
Gerolamo: devo preparare la mia lingua come uno strumento-penna, con cui possa scrivere lo Spirito.
Gregorio Magno: ci si deve informare sullo scrittore, non sulla penna che ha scritto (l’elemento principale in un libro biblico è l’ispiratore, l’autore-Dio, non il suo strumento-penna, il profeta).
Agostino: pensa alla mano; gli apostoli sono membra del corpo di Cristo, le mani di Cristo che hanno scritto è stretto rapporto tra evangelista e Gesù stesso.
Lo strumento però influenza il risultato.
Altra immagine è quella del dettato.
Gerolamo dice che lo Spirito Santo dettò i concetti della Lettera ai Romani e occorre lo Spirito per comprenderla.
L’elemento del dettare torna in maniera costante. Quando si parla di “dictare” nell’antichità ci si riferisce al comporre, l’organizzare il testo è i cancellieri redigono il contenuto dato, ma con la propria capacità di elaborazione
Dunque dettato non in senso di trascrizione scolastica, ma anche di elaborazione formale del concetto. Chi detta può dare diverse indicazioni più o meno generiche o puntuali. Si instaura quindi un’intesa tra chi detta e chi redige. Tale è il senso di dettare inteso nella tradizione antica.
Un’immagine simile è quella del messaggero (ambasciatore). Il messaggero spesso deve portare un messaggio, ma sta a lui presentarlo; la comunicazione dell’ambasciatore è fondamentale, egli riceve le disposizioni, ma capisce da sé come elaborarle, in che termini e tempi.
Da parte di Dio vi è la volontà di comunicazione mediata da un uomo per far sì che questa comunicazione possa essere mediata in modo opportuno.
Altra immagine è il rapporto dei personaggi con il proprio autore.
Giustino: le parole dei profeti come pronunciate dalla bocca di un personaggio (talora come parlasse Dio, Talora Cristo ecc.).
Il rapporto degli autori umani di Dio è di dipendenza, ma con una certa libertà.
Epoca Scolastica (scolastica da SCOLII, domande a margine del testo poste poi ai maestri è le Summae sono le raccolte di scolii con le risposte): l’ispirazione diviene oggetto di studio.
Scoto: ispirazione come evidenza prodotta da Dio nell’autore umano.
Bruno d’Asti: utilizza ancora il termine “dettato”.
San Bonaventura: l’ispirazione è legata ad una serie di influssi dello Spirito Santo sull’animo umano.
San Tommaso: egli tratta due volte dell’ispirazione e la seconda trattazione è veramente determinante.
I aspetto: legato alla questione della causalità. Nel descrivere come funzioni il divenire, il succedersi, Tommaso distingue tra causalità principale e secondaria (efficiente e strumentale è concetto aristotelico). Tommaso raccoglie caratteristiche fondamentali per parlare di strumentale:

  • I caratteristica: la causa principale è autonoma, quella strumentale opera perché è in atto la causa principale. Nello strumento abbiamo due azioni, una propria dello strumento, una propria della causa principale (la penna sparge inchiostro, la mano-la persona la fa scrivere). Il risultato dell’azione è comune tra causa principale e strumentale; necessariamente le due cause devono agire insieme per produrre un effetto, si possono riconoscere gli effetti di ambedue le cause.
  • II caratteristica: la causa principale ha permanentemente la propria capacità, la causa strumentale è transeunte, ha bisogno, per produrre effetto, della causa principale.

Tali caratteristiche devono essere lette nel rapporto tra Dio ed autore ispiratore. Dio è causa, l’autore umano è strumento; hanno agito insieme, si può riconoscere da chi vengono i singoli effetti. Quando la causa (ispirazione divina) finisce, l’autore non ha più ispirazione, non ha più capacità.

Tommaso parla poi di carismi; si tratta di una scelta radicale per la teologia dell’ispirazione, poi sviluppatasi. Tommaso considera tre tipi di doni dello Spirito: CARISMATA LOQUENDI, AGENDI e CONOSCENDI. Secondo Tommaso il carisma dell’ispirazione è collocato nei carismi di conoscenza (oggi si penserebbe piuttosto alla comunicazione, loquendi).Tommaso ha in mente la profezia come modello; il carisma della profezia è di conoscenza fra due elementi, due strade:

  • ACCEPTIO RERUM: raccolta dei dati contenuti; Dio fa conoscere all’autore cose che lo Spirito può rivelare, ma anche altre fonti, altrimenti non avrebbe conosciuto. E’ fondamentale perché si tratta di ispirazione.
  • IUDICIO DE REBUS ACCEPITIS: Dio aiuta l’autore umano a dare un giudizio sulle cose ricevute; il giudizio veritiero è oggetto dell’azione dello Spirito. Lo Spirito è garante della Verità.

Per questa scelta di Tommaso poi la riflessione si concentrerà sull’autore umano, l’ispirazione dell’autore più che del testo, con conseguenze sulla Verità; se l’ispirazione dà un giudizio di Verità ciò che viene detto è vero (non è possibile un errore).
Dunque, la Verità è il contenuto della Scrittura, l’impossibilità di errore è caratteristica del testo ispirato (si pensi ai problemi successivi l’accusa a Galilei: vi è l’esasperazione delle affermazioni della Scrittura).
Questa logica si trova che nel Concilio di Firenze: il tema degli autori che hanno parlato ispirati dallo Spirito.
Concilio di Trento: è lo Spirito a dettare, dove “dettato” viene applicato anche alle tradizioni non scritte.
Nei Riformatori (Lutero, Calvino) l’ispirazione è verbale, letterale. Addirittura si considerano sacre consonanti, vocali, punteggiatura, ogni singola parola. Il dettato è più vicino al nostro concetto di dettare. Il credente, se accoglie come ispirato un concetto, se lo riconosce, deve accettarlo completamente anche nella forma.
Nella tradizione cattolica successiva a Trento, si ha una discussione che si protrae tra la scuola domenicana e quella gesuita con diverse posizioni.

  • Ispirazione verbale, sostenuta dai domenicani: significativo rappresentante è Banez, che vuole sottolineare la divinità della Scrittura (questo tratto mette in secondo piano l’autore umano);
  • Ispirazione reale, sostenuta dai gesuiti: Lessio propone attraverso tre tesi l’ispirazione reale (res – contenuti) è vedi le tre testi a pag. 157 manuale. Lesso sembra aprirsi ad un’ispirazione quasi a posteriori; egli viene condannato e gli viene chiesto di riformulare le sue tesi. L’ispirazione interviene nel momento del giudizio di verità. Lo Spirito assiste garantendo l’inerranza.

Bellarmino scrive sull’ispirazione, dicendo che vi è un coinvolgimento diverso dello Spirito nelle diverse parti della Scrittura.
Alcuni nel tardo ‘700 propongono prospettive diverse. Viene identificata l’ispirazione con l’assenza di errore, l’ispirazione può essere anche conseguente se la Chiesa approva il testo (ispirazione antecedente, concomitante, successiva).
Il Concilio Vaticano I nel 1870 (interrotto dalla breccia di Porta Pia) esclude l’ispirazione conseguente e l’ispirazione senza errore, ma accetta solo Dio come autore e l’ispirazione diretta dello Spirito. Il Concilio sottolinea il consenso della Chiesa condotta dallo Spirito, la considerazione della totalità delle parti ispirate, l’autore-Dio riconoscibile come autore del libro (non si può parlare di consegna dei contenuti all’uomo). Non basta un riferimento ultimo a Dio, ma Dio deve essere coinvolto nell’atto.
Franzelin, in margine al Vaticano I, in un trattato propone Dio come autore formale e l’uomo come autore materiale (concezione aristotelica: forma, dall’uomo, e sostanza, da Dio).
Lagrange contesta che si possano separare le idee dalla espressione, non c’è idea senza forma, non è possibile che l’Idea di Dio non avesse già una propria forma.

[DA CRISTIANO]

Vengono usate immagini per delineare l’ispirazione della Scrittura; una delle più usate è quella degli strumenti (plettro, cetra, lira, flauto). Lo Spirito Santo era il musicista e gli uomini lo strumento. Sia il musicista che lo strumento devono essere ottimi per far sì che la melodia sia perfetta.
Il dettato è un’altra immagine utilizzata. Lo Spirito Santo detta agli apostoli e per mano loro si esprime con la penna. Il dettato nell’antichità era l’arte del comporre e di organizzare un testo venuto da un cliché di un superiore che dava alle cancellerie il compito di scrivere i suoi ordini; quindi si stabilisce un rapporto di obbedienza per chi deve scrivere e di chiarezza per chi vuole che sia sviluppato il suo pensiero.
Un’altra immagine è quella del messaggero, ambasciatore. Un buon ambasciatore incide notevolmente sul risultato dell’oggetto del messaggio che deve trasmettere. Dio utilizza le capacità degli uomini per trasmettere il suo messaggio.
All’epoca della Scolastica si spiegava la Scrittura tramite lo domande degli alunni. Le summae sono l’organizzazione delle varie domande raccolte in un unico volume. Si spiega l’ispirazione come intervento di Dio per condurre l’uomo alla verità. E’ Dio che detta all’uomo ciò che vuole che sia scritto.
San Tommaso tratta due volte dell’ispirazione orientando al magistero il risultato dei suoi studi.
In un primo tempo, descrive la causalità dell’ispirazione secondo espressioni aristoteliche. Ci sono cause principali e cause strumentali. L’agire delle due cause insieme dà un risultato. La causa principale continua ad avere le sue capacità, la causa strumentale senza la causa principale non ha significato (mano – penna è Dio e l’autore ispirato hanno questo tipo di rapporto: Dio è la mano e l’uomo la penna).
I carismi sono un latro modo di spiegare l’ispirazione. Ci sono tre tipi di doni dello Spirito: conoscenza, azione e parola. Il carisma dell’ispirazione viene collocato nei carismi di conoscenza. Tommaso ha in mente la profezia come modello di ispirazione. La profezia ha due aspetti: la raccolta dei dati contenuti e il giudizio.

Mercoledì 21/12/2005

[DA ANDREA]

Providentissimus Deus: enciclica di Leone XIII del 1893, in cui si affronta dettagliatamente la realtà dell’ispirazione, viene descritto il fatto dell’ispirazione nella maniera poi assunta dal Magistero. Vengono elaborati quattro elementi secondo la cosiddetta psicologia dell’autore (nell’accezione scolastica di studio dell’uomo) sotto la dimensione intellettiva, volitiva e operativa (p. 160 manuale):

  • lo Spirito interviene con una azione sulla volontà per indurre l’autore a scrivere
  • azione sull’intelletto: lo Spirito aiuta l’autore ad individuare quello che deve comunicare in quanto vero
  • nuova azione sulla volontà, che obbliga l’uomo ad essere fedele a ciò che ha appreso dallo Spirito
  • azione sulle facoltà operative: lo Spirito interviene sull’autore in modo che scriva adeguatamente ciò che ha appreso.

In questo modo Leone XIII dice che possiamo individuare Dio autore insieme all’uomo. Questa schematizzazione di Leone XIII appare interessante nel contesto dell’epoca di realizzazione, ma lo schema risulta poi insufficiente sia per la psicologia moderna sia per la comunicazione: l’uomo non è solo intelletto e volontà, ma sentimento, emozioni, inconscio ecc. Tali elementi entrano nella produzione letteraria soprattutto nella produzione poetica. Lo studio delle civiltà antiche evidenzia le modalità letterarie, i generi, e dunque i vincoli letterari dell’autore stesso.
Importante però è la descrizione dell’intervento dello Spirito come transeunte, legato dunque all’opera.
Questa schematizzazione viene ripresa negli interventi successivi, interventi della commissione biblica e del papa contro il modernismo.
Spiritus Paraclitus: enciclica di Benedetto XV (1920), pronunciamento che cita la Providentissimus Deus.
Pio XII nel 1943 interviene con l’enciclica Divino Afflante Spirito, dove mette in risalto l’uomo come strumento vivo, intelligente, con il proprio ingegno e che utilizza generi letterari della sua epoca; è importante studiare i generi letterari coevi (come già facevano i protestanti), individuando però criteri che garantiscano la correttezza degli studi. Pio XII sottolinea come si può parlare di genere letterario quando vi siano opere diverse con lo stesso schema, costanti riconoscibili coeve.

Nel Concilio Vaticano II si pone il problema dell’ispirazione in modo tematico; si sceglie durante il Concilio di non descrivere con eccessivi particolari l’aspetto dell’intelletto, ma di valutare l’ispirazione nella sua forma di mistero.
Un contributo fondamentale viene dato da un vescovo rappresentante delle comunità d’Oriente. Si invita a cogliere in una prospettiva di mistero l’ispirazione, tornando indietro rispetto alle scelte di Tommaso, che analizza l’autore; ora ci si concentra su cosa accade nel testo.

 


 

INCARNAZIONE

 

VERBO DEL PADRE

  

 

 

 


 

 

 

 


I misteri vanno dunque insieme: l’ispirazione è una consacrazione della storia della salvezza ( la Sacra Scrittura) sotto la specie della parola umana, ma inseparabilmente dalla consacrazione eucaristica sotto la specie del corpo di Cristo.
L’azione di Dio accompagna tutta la storia (interventi e libri che li narrano).
Il concetto di autore è ampio e diversificato; con una modalità più complessiva possiamo dare un’interpretazione più ampia.
Il Vaticano II ha lasciato la descrizione minima e ha ribadito il rapporto tra Sacra Scrittura e incarnazione.
Parlare di ispirazione porta con sé due conseguenze fondamentali per la Sacra Scrittura:

  • l’inerranza: Dio, suprema verità, non può sbagliare nel capire, non può ingannare nel comunicare;
  • forma della Parola di Dio, “nel contesto del logos la Verità, nel contesto dello Spirito la Forza”.

La traduzione utilizza soprattutto il concetto di “inerrare”. Tale dichiarazione era accompagnata da una grande fiducia nel testo biblico di tradizione giudaica. La Scrittura è qualcosa che si deve compiere. Già i primi Padri, di fronte alle difficoltà della Scrittura, danno un giudizio di affidabilità comunque del testo biblico (S. Agostino, S. Ireneo).
Si trovano di fatto delle discordanze nel testo biblico (Origene preferisce dare un’interpretazione allegorica a ciò che non capisce). S. Agostino ha testi in cui esprime la fiducia assoluta nella Parola (piuttosto che ammettere discrepanze, mette in dubbio la propria intelligenza). Agostino dice anche che il Signore voleva fare con la Scrittura dei cristiani, non degli scienziati, dunque non voleva insegnare matematica o scienza.
Momento eclatante sull’autorità scritturale è la questione di Galileo Galilei: come era possibile accettare una concezione dell’universo diversa rispetto a quella scritturale? Galilei, pur cercando di rifarsi alla Scrittura, crea un grande contrasto di concezioni; Galilei capisce che non è possibile suffragare la sua tesi con la Scrittura. Galilei, come Agostino, dice che “alla Scrittura interessa come si vada in Cielo e non come sia il Cielo”.
Altro problema sollevato è la teoria evoluzionistica; alcuni autori hanno voluto basare le proprie dimostrazioni sul testo biblico. Nella Genesi non si vuole mostrare e dimostrare l’evoluzione dell’uomo, ma si vuole spiegare il perché delle cose, non il come (il carattere stesso della Genesi è sintetico).
Tutto dipende da Dio creatore e sovrano, anche le realtà venerate da altri popoli sono opera di Dio.
Scienza storica: lo studio archeologico delle civiltà orientali offre spunti di contrasti storici con la Bibbia; per alcuni autori l’inerranza doveva essere limitata a fede e morale; altri autori dicono che la Scrittura narra dei fatti quello che appare (così come i fenomeni naturali: il sole sorge, ma è la terra che gira), ma in realtà il problema è ben diverso da quello della natura! In realtà, nel corso degli studi storici si è capito che la storia antica è spesso celebrativa, non oggettiva (la storia oggettiva è esigenza romantica).

Mercoledì 11/01/2006

 

Il problema della verità

Le caratteristiche della parola umana: informare, chiedere, suscitare effetti ecc. sono tutti presenti nella parola umana.
Quella di Dio è una parola efficace perché produce ciò che dice. E’ una parola vera: Dio non si inganna né può ingannare è INERRANZA è viene accentuata l’assenza di errore (Darwin, Galilei, scoperte archeologiche).
Si arriva dunque al Concilio, durante il quale si pone il tema della verità della Scrittura; nei documenti preconciliari si trova sempre il termine inerranza (p. 252). Via via si cerca, però, di passare dal termine negativo di inerranza a quello positivo di verità.
Nel quarto schema conciliare si inserisce l’espressione VERITÀ SALVIFICA, cioè in ordine alla salvezza. Anche questa non sarà accettata da tutti i padri conciliari. Si giunge poi a NOSTRAE SALUTIS CAUSA.
Ci sono poi altri problemi inerenti la Scrittura. Il Concilio ci indica che accogliamo la Scrittura come n percorso che va preso tutto insieme. Ci sono, tuttavia, degli enunciati che non sono poi così chiari per noi è libro di Giosuè, che è di carattere più epico (vedi l’episodio del crollo delle mura di Gerico) e libro dei Giudici, che è invece più realistico (per quest’ultimo l’entrata nella terra promessa è più graduale).
Questo aspetto del considerare le modalità espressive, letterarie ha tuttora grande sviluppo. Considerando la verità letteraria, si può dire che c’è una verità di informazione. A volte si coglie anche una teoria, una dottrina: verità del pensiero, della logica. C’è poi una verità tipica dell’opera letteraria, che è data dalla sua coerenza interna. C’è inoltre una verità secondaria.
Della Scrittura noi facciamo non solo lettura, ma anche meditazione.
La verità letteraria corrisponde anche ad una verità di sé (es.: Davide che si pente riflette la nostra esperienza di peccato). Ci interessa proprio la verità letteraria, cioè una verità di comunicazione più ampia rispetto a quella della verità di pura informazione. Ad esempio, a noi interessa poco se Giobbe sia effettivamente esistito. Dunque, il concetto di verità è piuttosto articolato.
Un altro elemento importante è che la verità nell’uomo, che è limitato, spesso la troviamo non come possesso, ma come processo. E’ un cammino. E’ un elemento prezioso di verità anche la progressività della Rivelazione è la volontà di Dio di manifestarsi assume le dinamiche umane (es.: un incontro tra Gesù ed Abramo sarebbe stato un po’ prematuro per Abramo!). Bisogna dunque considerare anche la gradualità della verità (es.: la fatica di Qoelet a capire è vera, anche se non è vero che l’essere giusto è come essere malvagio, come lui dice). Quella verità che ci appartiene è sempre da intendere come ricerca della verità, che può subire delle battute d’arresto, proprio perché siamo limitati è assunzione di limite, che è una verità di ricerca, non una verità di possesso.
Con questa consapevolezza ci si può oggi accostare con più tranquillità alla Scrittura senza seguire l’inerranza intesa rigidamente e cioè con lo spirito di difendere la verità anche letterale.

Dei Verbum

 

Abbiamo vissuto quest’anno (2005) i quarant’anni dalla chiusura del Concilio.
Nei documenti conciliari ci sono 4 costituzioni particolarmente significative, di cui 2 dette dogmatiche:

  • LUMEN GENTIUM, sulla natura della Chiesa;
  • DEI VERBUM, sulla divina Rivelazione.

La DV è uno di quei documenti sui quali nel Concilio c’è stata battaglia. Emergevano qui alcuni punti nodali.
Questa costituzione raccoglie anche il frutto dello studio biblico: movimento biblico, movimento liturgico, movimento ecumenico sono novità che ruotano attorno allo studio della Scrittura e che caratterizzano il ‘900. C’è tanto materiale che provoca un rinnovato interesse per la Scrittura.
Alla prima seduta del Concilio nel 1962 il documento sulla divina Rivelazione viene subito respinto. Ciò vuol dire che i padri intendono vivere in profondità il Concilio. La cosa desta sgomento proprio perché il documento è respinto completamente. Il limite più grande che i padri evidenziano nella preparazione dei documenti preconciliari è l’esclusione dall’elaborazione del mondo della ricerca universitaria.
Decisivo è l’intervento del Papa Giovanni XXIII che decide di andare avanti costituendo una nuova commissione che comprenda gli studiosi e con un nuovo schema. Discusso più volte tale schema, la DV viene approvata il 18 novembre 1965 nella penultima sessione (l’ultima è quella del 7 dicembre), attraversa dunque tutto il Concilio. Si trattato quindi di una redazione travagliata.

PROEMIO
E’ molto importante perché dà subito il tipo di approccio: “il religioso ascolto della Parola di Dio”. Si vuole sottolineare il primato della Parola, che viene ascoltata, prima che annunciata, dal Papa e dal Magistero. L’ascoltare è una virtù ecclesiale fondamentale che non deve essere data per scontata. I padri non esprimono ciò che hanno nella loro testa, ma ascoltano.
C’è un legame inseparabile tra ascolto e proclamazione. E se l’ascolto è religioso, la proclamazione è con ferma fiducia.
Viene citato il prologo della prima lettera di Giovanni: ciò che interessa è che si realizzi una comunicazione con Dio e tra pastori. L’obiettivo è la comunione con Dio, con la Trinità. Se salta l’annuncio, salta anche la nostra comunione con Dio.
Questa attività del Concilio si pone in continuità con i Concili precedenti, quello di Trento e il Vaticano I. Quest’ultimo si era interrotto bruscamente nel 1870 e aveva quindi lasciato questioni in sospeso.
L’ascolto fa partire le virtù teologali (Fede, Speranza, Carità). L’obiettivo del Concilio non è indicare l’errore (ANATEMA SIT), ma portare all’ascolto perché questo porti il mondo a sperimentare Fede, Speranza e Carità. Il fine è indicare che cosa conduce il mondo a salvezza. Avendo dunque anche la presunzione di poter interloquire con tutti, non solo con chi è cristiano.

Mercoledì 18/01/2006

 

Nel Proemio il Concilio dichiara il primato dell’ascolto della Parola di Dio. Inizia così un percorso che conduce all’amore. Con la speranza di rivolgere una parola significativa a tutto il mondo.

CAPITOLO 1
Si tratta della natura della Rivelazione E’ il capitolo teologicamente più denso.

PUNTI 2
“Piacque a Dio”: la Rivelazione è una scelta libera (aspetto di libertà), che manifesta la sua bontà e sapienza. IL primo atteggiamento è dunque di gratitudine. Dio rivela la sua persona e il mistero della sua volontà, cioè di far partecipare tutti della sua natura.
Dio si fa conoscere come Trinità (aspetto trinitario): il Padre è il fine, Cristo è il mediatore e lo Spirito è l’ambiente è TRINITÀ ECONOMICA: come Dio si pone in relazione agli uomini ai fini della salvezza (aspetto storico-salvifico).
L’incarnazione è strumento fondamentale della Rivelazione. Rivelandosi in Gesù, Dio ha detto tutto ciò che aveva da dire: noi cristiani non attendiamo e non accettiamo altre rivelazioni, perché ciò significherebbe che la Rivelazione non è sufficiente, non è completa. In Gesù riconosciamo il compimento della Rivelazione (aspetto cristologico).
La logica della Rivelazione è quella dell’amicizia, del rapporto personale, dell’intimità (aspetto personalistico): Dio parla agli uomini come ad amici (linguaggio appropriato). Anche la nostra risposta deve essere di amicizia.
Non solo le parole, ama che i fatti (gesti ed eventi) sono parte della Rivelazione. C’è una profondità che è trasmessa dalla Scrittura che impone a noi di inserirci in essa con la nostra storia personale. Dio vuole l’incontro della nostra vita con la sua vita; la vita del credente è coinvolta.
E’ una logica che unisce gesti e parole – la potremmo definire sacramentale – e che ci fa capire il modo di manifestarsi di Dio (es.: la croce è più eloquente di qualsiasi discorso nel farci capire l’amore di Dio per noi).
Con l’Incarnazione, Dio nel Figlio assume non solo una bocca per parlare, ma assume tutta l’esistenza umana. Il contenuto fondamentale della Rivelazione è in definitiva Gesù stesso, cioè la Parola incarnata è non solo idee e concetti, ma è la vita divina che viene comunicata in Gesù con la Rivelazione, perché l’obiettivo di Dio è partecipare la sua natura, vivere la comunione.
La Rivelazione si concretizza nel percorso dell’Antico e del Nuovo Testamento (PUNTI 3 e 4).

PUNTO 3
La prima parola che Dio dice a tutti è la creazione. Anche questa parola è detta tramite Gesù, il Verbo. Fin dall’inizio Dio ha voluto, oltreché attraverso la creazione, farsi conoscere manifestandosi.
La via della salvezza è la perseveranza nella pratica del bene. La parola che Dio dice nella creazione, la promessa di salvezza fatta ai progenitori e la cura del genere umano costituiscono la Rivelazione universale, per tutti gli uomini. All’interno di questa c’è stata la scelta di Abramo: per parlare agli uomini come ad amici determina la scelta di una lingua degli uomini, di un popolo è Dio deve assumere il limite umano per parlare con l’uomo.
Il monoteismo è oggetto della Rivelazione veterotestamentaria. Dio è vivo (è il vivente) e vero (continuità con la realtà).Dio è provvidente, si prende cura dell’uomo, è Padre, quindi vive una paternità, una relazione non soggetta a ripensamenti (non è un semplice rapporto amicale): è una responsabilità che Dio assume nei confronti dell’uomo. Dio è giusto giudice, cioè è garanzia del bene. uella dell’AT stimola l’attesa del Salvatore, non è una Rivelazione completa. Anche l’attesa è preparazione al Vangelo ed è quindi importante per i padri conciliari.

PUNTO 4
Inizio della Lettera agli Ebrei: venuta di Gesù come compimento, continuità con l’AT.
La Parola è Gesù stesso, il Verbo eterno di Dio. In Gesù c’è l’incontro tra la Parola di Dio e l’uomo.
C’è continuità tra Gesù e il Padre (Vangelo di Giovanni). Tutto in Gesù è Rivelazione, tutto il percorso della Incarnazione alla Pentecoste.
Il succo del NT è che Dio è con noi, la presenza di Gesù, Dio-con-noi, l’Emmanuele. La Resurrezione e la Pasqua sono individuati come il contenuto fondamentale del NT, non tanto come eventi della vita di Gesù, ma in rapporto alla vita dell’uomo: quella Resurrezione è fondamento per la resurrezione per l’uomo.
Affermazione sulla definitività e pienezza della Rivelazione. C’è sì l’attesa di un ritorno del Signore, ma è un ritorno imprevisto, non annunciato e non rivelato. Non ci saranno altre rivelazioni pubbliche. Ci possono essere quelle private (es.: veggenti), ma non hanno carattere di Rivelazione per tutti gli uomini e quindi non sono verità di fede.

PUNTO 5
L’uomo risponde e deve rispondere in modo adeguato: la risposta deve coinvolgere tutta la persona. Si parla di un atto intero e libero.
La fede non è solo un’adesione intellettuale, ma se coinvolge tutto l’uomo è un’adesione anche spirituale e affettiva, come di ogni relazione interpersonale. La fede è un atto globale della persona, che comporta conseguenze importanti sul piano personale e della comunità. La fede è abbandono di sé ed è un abbandono intero, che comprende anche ciò che può sfuggire all’intelletto e alla volontà.
La fede comporta questa consegna di sé a Dio. Non è possibile la fede senza la grazia, è un dono di Dio. La fede è realtà mai compiuta, non è un possesso che si raggiunge una volta per sempre. Non è un dato, ma un itinerario, un percorso. E’ una realtà dinamica. Tutto questo ci deve far allontanare da alcuni rischi (la sfiducia, il giudizio ecc.).

Mercoledì 25/01/2006

 

PUNTO 6
Si riprende il Vaticano I sulla conoscibilità razionale di Dio. Dio può essere conosciuto a partire dalle cose create, razionalmente. E la Rivelazione? Riguardo a queste cose, possono essere conosciute facilmente: la possibilità a livello razionale (cioè Dio, principio  e fine di tutte le cose) è facilmente accessibile con la Rivelazione. Ci sono anche aspetti che trascendono la mente umana e che ci sono dati dalla Rivelazione (la Trinità, com’è Dio in se stesso e che cosa si propone con l’uomo). C’è dunque una intelligenza applicata alla fede, ma la manifestazione gratuita che Dio dà di sé supera ogni pensiero umano.
La nostra conoscenza è sempre limitata, imperfetta. Nel Medioevo prese sviluppo la teologia negativa, orientata a individuare ciò che Dio non è (es.: Dio non è finito), perché non possiamo concepire pienamente ciò che è. Il Concilio Lateranense IV dice che qualsiasi somiglianza tra Dio e la sua creatura è sempre più piccola delle differenze. Qui il Vaticano II sviluppa e compie quello che era enunciato nel Vaticano I, concilio interrottosi bruscamente.

CAPITOLO II
Problema della trasmissione.
E’ uno di quei capitoli che hanno provocato battaglia sulle due fonti, Scrittura e Tradizione, che battaglia che vedeva contrapposte due prospettive teologiche e che pesava sul discorso ecumenico (diverse tradizioni). La scelta dei padri rispecchia il “religioso ascolto”: il Concilio parte dalla descrizione ragionata delle singole realtà, della loro origine e dei loro rapporti.

PUNTO 7
C’è una affermazione subito di principio: Dio che ha rivelato è anche garante di quanto ha rivelato. La Rivelazione ha una portata universale nel tempo e nello spazio. In quello che accade ed è accaduto si vede la realizzazione di quanto voluto da Dio.
C’è una missione verticale: Cristo affida agli apostoli il compito di trasmettere il Vangelo a tutti come fonte di ogni verità e regola morale è la fede e la morale sono consegnate da Gesù agli apostoli. Perché questa missione possa essere compiuta, c’è il conferimento dei doni divini.
La missione si realizza in due modi:

  • apostoli che predicarono (tradizione orale)
  • apostoli e uomini della loro cerchia che scrissero.

Per gli apostoli le fonti sono le parole di Gesù e la venuta dello Spirito Santo. Gli apostoli hanno 3 mezzi:

  • la predicazione orale
  • gli esempi
  • le istituzioni (il costituire una chiesa, segnata da una dinamica sacramentale e dai ministeri).

L’origine è la stessa, sia nella forma orale sia nella forma scritta; hanno entrambe come contenuto un unico vangelo e rispondono a un unico mandato.
Dopo c’è una trasmissione orizzontale, con una fisionomia diversa: Per gli apostoli il mandato è quello di trasmettere quanto visto e udito con l’ausilio dello Spirito Santo; i successori degli apostoli (i vescovi) devono conservare il Vangelo integro e vivo, devono cioè custodire la Rivelazione, che ha assunto queste due forma per scelta apostolica.
A conclusione c’è l’immagine molto bella dello specchio, presente nel NT e sviluppata molto nel Medioevo. La Chiesa, pellegrina in terra (cioè segnata dai tanti limiti), scopre nel suo volto quanto c’è di divino, cioè i doni che Dio le fa. Si parla dunque di autocoscienza e di autocomprensione della Chiesa, ma l’immagine dello specchio è più pregnante.
Le due realtà /Tradizione e Scrittura) non sono affatto in contraddizione.

PUNTO 8
Che cosa si intende per sacra Tradizione è bisogna stare molto attenti nell’usare tale espressione.
Tradizione in senso teologico è ciò che caratterizza in senso costitutivo tutta la Chiesa da sempre. E’ la vita della Chiesa che costituisce il contenuto e il metodo della tradizione.
La predicazione apostolica è espressa nei libri e poi c’è una trasmissione orale. Questa non avviene casualmente, ma gli apostoli ne sono consapevoli. Gli apostoli vigilano sulla correttezza fino a combattere. E’ una vigilanza molto rigida. San Paolo (1Corinzi): “vi ho trasmesso quanto anch’io ho ricevuto”. E’ una consegna del patrimonio, che avviene sia a voce sia per iscritto.
In questo patrimonio della Tradizione c’è già tutto quanto contribuisce a una condotta santa e all’incremento della fede. La Chiesa, con l’insegnamento, la prassi, la liturgia (detti LUOGHI TEOLOGICI, testimoni privilegiati della Rivelazione) trasmette tutto ciò che essa è, che essa crede. Sacra Tradizione è tutto ciò che è la Chiesa e viene trasmessa come una vita da assumere. L’essere della Chiesa coesiste e coincide con ciò che essa crede.
La Tradizione progredisce anche, grazie allo Spirito Santo che accompagna sempre la vita della Chiesa. Ciò avviene tramite delle strade:

  • riflessione, studio
  • preghiera
  • predicazione

Così è la vita di tutti che viene trasmessa nella Tradizione. Si poteva infatti restringere la Tradizione al Magistero, cioè alla predicazione dei vescovi, e invece si comprende rutta la vita della Chiesa.
La Chiesa tende progressivamente alla verità. In realtà, al Concilio c’era chi avrebbe preferito un’affermazione più decisa e cioè la chiesa possiede la verità.
Abbiamo sì un patrimonio che ci è trasmesso da Dio, ma c’è anche un percorso di comprensione e di ricerca cui tutti contribuiscono (es.: rapporto uomo-donna, schiavitù-libertà).
I luoghi dove possiamo trovare i segni della tradizione sono le parole dei padri. Il primo dono che fa la Tradizione alla Chiesa è il Canone dei libri biblici. Inoltre, la Tradizione rende operanti le Scritture nella Chiesa.
C’è poi una descrizione trinitaria: la realtà di Dio è ancora operante tramite la vita della Chiesa, cioè la sacra Tradizione. Nella Chiesa che vive è Dio che è operante, che continua ad operare.
Non si può considerare testimone autorevole della Tradizione un solo elemento: ci deve essere condivisione di tutti e sempre.


Mercoledì 15/02/2006

 

PUNTO 9

Uno dei temi sui quali era più forte il dibattito. Era una questione rimasta un po’ aperta dal Concilio di Trento.
I Padri erano divisi nel considerare Scrittura e Tradizione come entrambe rivelazione oppure come due fonti autonome e allora la Tradizione avrebbe potuto fornire dati aggiuntivi (Tradizione additiva).La Tradizione non può essere separata dalla Scrittura. Hanno la stessa origine, lo stesso fine (cioè la salvezza dell’uomo). Si insiste sulla loro unità e sulla loro relazione.
Si afferma un’identità tra Scrittura e Parola di Dio, mentre non si afferma l’identità con la Tradizione. Suo compito è conservare, esporre, diffondere. Anche per i successori degli apostoli si parla di dono dello Spirito. Non solo la Scrittura è un criterio veritativo, ma anche la Tradizione.

PUNTO 10
Più dettagliatamente si precisano i rapporti tra la Tradizione, la Scrittura e, all’interno della Tradizione, il Magistero.
C’è il legame con il momento originario dell’inizio della Chiesa tramite il patrimonio trasmesso.
Anche i pastori fanno parte della comunità. Il magistero deve servire la parola.
La Parola di Dio è NORMA NORMANS, mentre il magistero è NORMA NORMATA, cioè è diretto dalla Parola.
Il “santamente” riferito alla custodia si riferisce all’attività di tutta una vita del pastore che espone la Parola.
Compito del magistero è ascoltare, custodire, esporre la Parola.
Tradizione, Scrittura e Magistero sono uniti profondamente:

  • Scrittura è Parola di Dio
  • Tradizione è come si è trasmessa la Parola
  • Magistero è servizio che verifica questo rapporto, cioè l’aderenza della vita cristiana alla Parola.

CAPITOLO III: ISPIRAZIONE E INTERPRETAZIONE

PUNTO 11
Per fede apostolica si accoglie il Canone.
Si ripete pari pari la dicitura del Concilio di Trento.
Dio è autore, ma anche l’uomo è autore. Da questo modo di intendere la Scrittura (testo ispirato) discende un modo di interpretare. Questo dovrà essere un’ermeneutica del testo è il senso del testo è ciò che il testo ci dice così com’è, anche se non dimostriamo che l’autore umano intendeva proprio quello (ERMENEUTICA DELL’AUTORE) oppure che l’autore comprendeva tutto. E questo discende dal fatto che si predilige l’ISPIRAZIONE DEL TESTO.

PUNTO 12
Come si sottolinea un’ermeneutica del testo.
“Cioè” è “e”: l’interprete deve capire che cosa hanno voluto dire gli autori (criteri umani), tenendo presente anche dei criteri teologici.
Attenzione alla storia per capire bene che cosa si vuole esprimere nel momento in cui il testo viene prodotto. Attenzione ai vari generi letterari. Questo richiamo era venuto in particolare da Pio XII.
I criteri teologici:

  • LETTURA NELLO SPIRITO: nell’interprete si suppone un contesto di fede
  • l’UNITA’ DELLA SCRITTURA: ogni singola parte della Bibbia la interpretiamo alla luce di tutta la Scrittura, in un senso e in un altro (avanti e indietro); questa caratteristica discende proprio dalla natura ispirata (posiamo interpretare Leopardi alla luce di Dante, ma non viceversa): il Dio che ispira Isaia e Matteo è lo stesso
  • CONTINUITÀ DELLA TRADIZIONE: la tradizione della Chiesa può essere rilevante per l’interpretazione della Scrittura
  • ANALOGIA DELLA FEDE: c’è una coerenza e una continuità tra i diversi misteri della fede rivelati da Dio (es.: la struttura dell’incarnazione si pone in relazione con la dinamica sacramentale è c’è un’analogia).

Ad animare il dibattito c’era proprio il ruolo degli studiosi. Qui si sottolinea il loro compito preparatorio. Segue poi il giudizio della Chiesa, quasi ad indicare un ulteriore criterio teologico, perché non è il singolo studioso che fa l’interpretazione. E qui la Chiesa non è intesa solo nel senso del Magistero, ma anche in quello della comunità dei fedeli. C’è sì, alla fine, il giudizio della Chiesa, perché è al Magistero che è affidato il compito di conservare e interpretare la Parola di Dio.

PUNTO 13
La stessa logica dell’incarnazione si ritrova nell’ispirazione e viene chiamata AMMIRABILE CONDISCENDENZA (SUNKATÁBASIS) DELLA ETERNA SAPIENZA è farsi comprensibile e farsi uomo, caratteristica propria del Cristianesimo, non delle altre religioni monoteiste.
Così si rivela il Dio di Gesù Cristo, l’accondiscendente, cioè si dispone verso l’uomo. E l’azione di Dio si intreccia con l’azione dell’uomo è massima condiscendenza.
Il rivelarsi di Dio ci permette di intravedere qualcosa del suo mistero, della sua identità.

Mercoledì 22/02/2006

 

CAPITOLO IV

Sono i capitoli che presentano Antico e Nuovo testamento e la relazione che esiste tra loro.
Anche qui si nota il tentativo di sintesi che dia una chiave di lettura come principio unificante.

PUNTO 14
Viene presentata l’idea della elezione del popolo di Israele, non unico popolo chiamato a salvezza, ma come strumento per portare tutti i popoli alla salvezza, vero disegno di Dio.
Prima di tutto l’alleanza con Abramo e poi con il popolo, attraverso Mosè è non una sola famiglia, ma un popolo, che si riconosce tale.
A questo popolo Dio si manifesta in parole e atti, duplice dimensione (operare e parlare) che abbiamo già trovato. Nel mondo ebraico, DABÀR significa sia parole sia fatti è si sviluppa nel mondo ebraico l’attenzione all’ORTOPRASSI (retto operare), mentre nel mondo greco di sviluppa l’ORTODOSSIA (il retto credere è logos: ratio).
Il percorso fatto fare ad Israele è perché attraverso di lui il messaggio arrivi a tutti. Sono citati i passi biblici in cui è sottolineata questa missione universale.
Il VT è fondamento del guardare avanti per “ottenere la speranza” (sottolineato nel n. 15).

PUNTO 15
C’è la citazione dell’enciclica di Pio XI con cui il Papa reagiva contro le prime iniziative naziste contro gli ebrei.
La logica del VT è espressa con 3 parole:

  • preparare
  • profetizzare
  • prefigurare, significare con figure.

Il preparare l’avvento di Gesù si esprime nel tempio, nell’ambiente, nella famiglia di Gesù.
Si parla di annunzio profetico con riferimento ai testi messianici ed è molto presente anche negli Evangelisti e nelle stesse parole di Gesù è consapevolezza di essere all’interno di questo percorso (Gv 5, 39).
Con il prefigurare si fa riferimento a tipi, personaggi, situazioni, istituzioni che sono TIPI di ciò che in Gesù si è realizzato.
Nel VT non c’è ancora l’annuncio, ma è un percorso che è “vera pedagogia divina”.
Si indicano le 3 domande che possiamo fare ad ogni pagina del testo del VT:

  • chi è Dio?
  • chi è l’uomo?
  • e quale la loro relazione, che cosa fa Dio per l’uomo?

e quindi anche le risposte che possiamo attenderci.
Si tratta del contenuto fondamentale del testo biblico.
Si parla di una logica di pedagogia.
In questi testi, è tutto il mistero della nostra salvezza, quindi essi parlano della esperienza di ogni uomo.

PUNTO 16
I principi dell’unità tra VT e NT.

  • Dio autore
  • Reciproca rivelazione, manifestazione (Agostino)

E’ vero che il NT è del tutto nuovo (novità di Gesù), ma Gesù e gli apostoli hanno assunto completamente il VT. Alla luce della novità di Gesù, perché è nel NT che i libri del VT si spiegano nel loro “pieno significato”.
La logica del Concilio è dunque di unità della Scrittura, che si fonda su:

  • Dio autore
  • Predicazione della Chiesa
  • VT e NT si chiarificano a vicenda.

 

CAPITOLO V

E’ il NT che ci dà la pienezza della Rivelazione.

PUNTO 17
La “potenza di Dio manifesta la sua forza negli scritti del NT”.
Il centro della rivelazione offerta da Gesù è il Padre e il loro rapporto.
E’ l’accenno alla Pasqua che fa da polo di attrazione.
Ciò che la Chiesa fa:

  • predicare il Vangelo
  • suscitare la fede
  • radunare la Chiesa.

Si tratta di passi successivi e legati tra loro. Non si può radunare la Chiesa senza aver suscitato la fede.

I PUNTI 18-19 si riferiscono al Vangelo come testimone principale all’interno del NT della vita di Gesù.
Tra le due guerre si discuteva molto della storicità del vangelo.
Con il Concilio si prepara l’istruzione (?) Sancta mater ecclesia che definisce come leggere e comprendere.

 

PUNTO 18
Si insiste sull’origine apostolica, anche se si sottolinea che la redazione avviene per ispirazione dello Spirito Santo ad opera degli apostoli e di uomini della loro cerchia.
Si parla, secondo la tradizione classica, di unico Vangelo, ma quadriforme.
E’ necessaria la visione di più sguardi.

PUNTO 19
Inizia con “santa madre Chiesa” come la istruzione prima citata.
Tappe, passaggi di formazione del vangelo:

  • livello di Gesù insieme agli apostoli
  • predicazione degli apostoli, che hanno presenti gli eventi pasquali ed hanno ricevuto lo Spirito (quindi, non sono allo stesso livello di comprensione della fase 1)
  • dimensione ecclesiale, in cui si comincia anche a scrivere e si sottolineano:
  • liturgia, culto è ultima cena
  • catechesi è discorsi di Gesù
  • missione è testi polemici di confronto con i farisei o testi su miracoli ecc.

Quindi, quando l’apostolo scrive ha presenti questi passaggi intermedi:

  • l’AT
  • realtà già sperimentate (le prime “chiese” – dimensione ecclesiale)
  • diverse realtà a cui rivolgersi
  • azione dello Spirito
  • una sua originalità e identità personale

Il periodo di questo percorso è piuttosto breve, anche se molto ricco.
La storicità che noi cerchiamo non è cronachistica, ma è il tentativo di sintesi di un’esperienza vissuta con Gesù e dopo. E questo non è un limite, ma un elemento di ricchezza.
Luca, nel prologo, ci dice che molti hanno posto mano a raccontare tali vicende ed anche lui dichiara di volersi accingere non a narrare, ma a provare la verità per suscitare la fede.
Questo itinerario è da tenere ben presente quando ci confrontiamo con il testo del vangelo.
Ciò che è fondamentale per noi è il nucleo di verità, non se Gesù ha detto in un modo o in un altro.

PUNTO 20
C’è una centralità del vangelo. Gli altri testi lo confermano.
Gli scritti del NT ci documentano come la promessa di Gesù di rimanere con gli apostoli sia stata mantenuta.
I Vangeli arrivano in realtà dopo le lettere di Paolo ecc., sono dunque scritti dopo. Le lettere paoline erano in gran parte già note. La forma narrativa del Vangelo non è una povertà teologica, ma semmai uno sforzo di semplificazione per essere accessibile.

Mercoledì 01/03/2006: Sacre Ceneri

Mercoledì 08/03/2006

 

CAPITOLO VI

E’ un altro elemento di novità, perché tratta la materia dal punto di vista operativo.
Si arriva a questa serie di indicazioni dopo periodi anche tormentati (vedi il Concilio di Trento, che era su posizioni difensive per la Riforma). La Scrittura era quasi vista con sospetto, non si sollecitava il rapporto diretto con la Parola di Dio.
Dopo Trento, la riflessione si approfondisce la catechesi e più che la preghiera sulla Parola di Dio si sviluppano le preghiere, le devozioni, la tradizione mariana ecc. è sviluppo autonomo rispetto alla Parola di Dio.
Con il Vaticano II si riporta la vita della Chiesa alla Parola di Dio e al suo ascolto.

  • TEOLOGIA SCOLASTICA (manuali): si parte da un enunciato, da una verità e la si dimostra;
  • TEOLOGIA POST-CONCILIARE: si parte dalla lettura delle Scritture e si arriva a un enunciato.

Con il Concilio cambia proprio l’atteggiamento.
E’ molto importante anche dal punto di vista ecumenico, perché la Parola di Dio è il fondamento per tutti i cristiani.
C’è tutto un movimento biblico (monasteri) che pervade il ‘900 e precede il Concilio.

PUNTO 21
Parallelo impegnativo tra Sacra Scrittura ed Eucarestia è duplice mensa (Sacrosanctum Concilium), che rimanda ad un atteggiamento noto nella Chiesa perché è una riflessione che si trova già in Agostino, proprio come parallelo tra Eucarestia e Parola.
Nel Sinodo diocesano (1988) si è stabilito che in ogni Chiesa ci fosse una Bibbia per l’adorazione e al consultazione.
E’ “regola suprema della fede” perché, in virtù dell’ispirazione, è Parola di Dio. E’ una amorevole conversazione tra il Padre e i suoi figli.
Non è un bene supplementare, ma essenziale: senza la Parola non c’è vita spirituale.
Conseguenze operative. Accessibilità della Parola, che è per tutti.

PUNTO 22
Necessità di traduzioni.
Saltano molte usanze e norme precedenti.
C’era ancora chi guardava con sospetto alla partecipazione dei fedeli, quindi al momento del Concilio questa non era così scontata è largo accesso necessario.
Si sottolinea come il tradurre sia nella tradizione della Chiesa. Nella traduzione, si stabilisce il principio per cui la base è costituita dai testi originali. La Volgata è il testo ufficiale, ma nelle traduzione si dà facoltà di tradurre dai testi originali.
Si è avviato il lavoro di traduzione in centinaia di lingue e questo lavoro non è ancora concluso (es.: alcune lingue africane).Si stabilisce anche la possibilità di traduzioni ecumeniche (tenendo comunque conto che nelle traduzioni incide ovviamente la sensibilità del traduttore). In Italia, si è scelta la traduzione ecumenica in lingua corrente, più semplice e con meno sforzo interpretativo da parte del lettore.
Il tradurre è stata dunque una conseguenza importante del Concilio.
La Chiesa italiana ha proposto una revisione della traduzione della Bibbia: nel 2002 è stata approvata dalla CEI, ma manca l’approvazione della Santa Sede, che forse non verrà.
Quella che abbiamo è del 1972.
Ci sono anche altre traduzioni, fatte da singole case editrici ecc.(è bene controllare sempre).

PUNTO 23
Prospettiva spirituale e mistica è la Chiesa è la sposa del Verbo incarnato ammaestrata dallo Spirito Santo.
Lo studio deve essere fatto in collaborazione, ma non dev’essere un’esegesi astratta, bensì deve essere orientato alla predicazione.
Intelletto, volontà e capacità di amare sono le dimensioni fondamentali dell’uomo che vengono raggiunti tutti dalla Parola.
Anche l’incoraggiamento agli studiosi è un passo importante del Concilio. C’era stata infatti una ventata polemica contro lo studio critico delle Scritture e invece qui ne viene sottolineata tutta l’importanza.

 

PUNTO 24
Non si usa la Scrittura come prova delle proprie tesi, ma si deve partire dal dato biblico. Lo studio delle sacre pagine è l’anima della teologia.
E’ indicato il ministero della Parola in tutte le sue forme, con un cenno particolare alla omelia.
La sorgente della forza del proprio servizio ha origine nella Parola scritta.

PUNTO 25
Dare ovviamente spazio alla lettura, contatto continuo con le Scritture. I percorsi di tale contatto sono la lettura spirituale assidua (lettura personale nella preghiera), lo studio accurato e la liturgia.
C’è un primo livello (lettura e studio) che appartiene a qualche ministero specifico; c’è poi la lettura cui devono accostarsi tutti i fedeli (frequente lettura). Le strade sono la sacra liturgia, la pia lettura e iniziative adatte e sussidi.
Nella lettura c’è una dialogicità che si stabilisce con Dio. La lettura è anche un dato oggettivo, perché ci fa capire come pensa Dio (potenzia la nostra vita di fede). I vescovi devono curare tali aspetti.
Si decide di preparare anche delle edizioni per i non cristiani e questo non è ancora stato fatto.
Un effettivo cambiamento c’è stato nella Chiesa.

PUNTO 26
Riemerge il parallelo tra Scrittura ed Eucarestia.
L’idea è che la Parola di Dio ha un suo percorso (CORSA) da compiere. La Parola di Dio è un bene prezioso per tutti gli uomini (dimensione universale).
C’è un dinamismo ecclesiale che ruota intorno all’Eucarestia, c’è un dinamismo spirituale intorno alla Parola.
“La Parola di Dio permane in eterno” è il motto dell’Istituto biblico (si riconosce il contributo sul rapporto con la Scrittura).

Contenuti Dei verbum (aspetti che caratterizzano la realtà attuale):

  • nel contesto della rivelazione
  • diversi aspetti della rivelazione
  • rapporto tra Scrittura e tradizione
  • la realtà dell’ispirazione
  • verità fondamentali piuttosto che inerranza
  • generi letterari
  • criteri interpretativi, umani e divini
  • ruolo degli esegeti
  • ecc.

Mercoledì 15/03/2006

 

ERMENEUTICA (criteri di interpretazione della Scrittura)

Un tempo si divideva in 3 parti:

  • NOEMATICA (significati possibili della Scrittura)
  • EURISTICA (il modo in cui far emergere tali significati)
  • PROFORISTICA (il modo di esprimerli).

Recentemente, si lascia tale scansione per capire quali elementi è bene tenere presenti nell’interpretazione.
Si sono sviluppate diverse scuole ermeneutiche nella storia.
Il primo passo di interpretazione della Bibbia è la Bibbia stessa (Gesù si presenta come un interprete e spesso riprende passi dell’AT; ancor più gli evangelisti).
C’è una tradizione interpretativa diffusa nel giudaismo per l’AT, giunta a noi in forma scritta e che ci tramanda una tradizione. Sono due le scuole giudaiche principali:

  • ALACÀ: dal verbo “camminare” è spiegazione soprattutto morale
  • AGADÀ: dal verbo “narrare” è spiegazione delle sezioni storiche, anche se permane l’intenzione di istruire.

Questo materiale viene raccolto in testi che sono il MIDRASH, l’insegnamento, la ricerca. I sistemi dei maestri ebrei per interpretare fanno riferimento a un primo significato immediato (il senso ovvio) e poi cercano di interpretare in base ad elementi, come l’ordine delle parole, la particolarità del linguaggio ecc. (a volte sono in realtà piuttosto arditi). Prevale in ciò l’idea di una sacralità dell’ispirazione tale da coinvolgere tutto. Poi, si cerca di porre delle domande al testo per trovare risposte in altri testi biblici (metodo dialettico), ma a volte ci troviamo spiazzati. Quindi, è un modo di interpretare su più livelli. Qualcosa di simile si trova nell’ambito cristiano nella scuola alessandrina.
Nel cristianesimo, importante è l’attività interpretativa di Paolo e degli altri autori del NT. Dopo si evidenziano la scuola alessandrina (Origéne) e quella antiochena. La prima ricerca il senso spirituale come forma allegorica (anche queste interpretazioni ci lasciano spesso spiazzati). La scuola antiochena (Gerolamo) è più attenta a cercare un significato letterale, anche se c’è comunque la ricerca di un significato teologico ulteriore. Questi due filoni si trovano anche negli autori successivi (Ambrogio; Agostino, che è considerato una sintesi tra criterio letterario e allegorico).
Hanno poi uno sviluppo nel medioevo soprattutto nell’ambito monastico (lectio divina).
Sistema quadripartito medievale nella ricerca del significato e nella Scolastica (viene formulato un verso per riassumere i 4 aspetti):

  • SIGNIFICATO LETTERALE: le gesta di Dio nella storia della salvezza;
  • SENSO ALLEGORICO: elementi fondamentali della fede;
  • SENSO MORALE: come agire (ogni testo ce lo ha);
  • SIGNIFICATO ANAGOGICO: dove si sta andando, cioè il significato escatologico (il fondamento e l’oggetto della speranza).

Comprendere la Scrittura è dunque dare spiegazione di questi 4 livelli. Questo è quanto si fa nella lectio divina, quindi nella preghiera.
Si sviluppa tra XII e XIII sec. anche la lectio scolastica. Nella scuola si fa la lectio corsiva della Bibbia: lettura della pagina con le questioni e le difficoltà che pone. Si raccolgono poi le QUAESTIONES in SUMMAE, divenendo autonome. In questo approccio più scolastico prevale il riferimento al senso letterale o., al più, ad uno spirituale, ma molto semplice è si riduce lo sforzo interpretativo della Scrittura.
La Riforma protestante cerca di reagire a questo. Nei suoi inizi essa si propone proprio come un richiamo alla Scrittura. Ci si basa sul criterio del libero esame, prima in Lutero e poi in Calvino, quindi non si ha un approccio unico alla Scrittura. Tale principio caratterizza l’interpretazione in campo protestante, che è un mondo variegato.
Nel mondo cattolico tale ricerca protestante è recepita più tardi.
Un elemento importante in ambito cattolico è quello del Rinascimento, con la riscoperta delle culture e delle lingue antiche e con la relativa ricerca filologica. Il mondo cattolico è segnato anche da alcuni momenti di tensione: il vaticano I nel 1870 si pone il problema di come rapportarsi con l’atteggiamento protestante, preoccupato da tratti eccessivi di razionalismo nella ricerca della verità storica.
Anche la Providentissimus Deus si pone il problema biblico (vedi in Mannucci). Negli anni successivi è istituita la Commissione biblica ed è fondato l’Istituto biblico (ed anche l’Ecole biblique a Gerusalemme). E’ con queste istituzioni nascenti che ci si confronta con la crisi modernista. C’è come un blocco del percorso proprio per la necessità di rispondere a questi errori (inizi ‘900).
Uno stile un po’ diverso è promosso con la Divino Afflante Spirito (?) di Pio XII, nella quale si sottolinea lo studio letterale ecc. è attenzioni di tipo umano nello studio della Scrittura.
Si sottolinea come in questi anni gli interventi (es.: Commissione biblica) siano sempre risposte a problemi singoli(es.: il modernismo), ma non sono definitive. Si è sottolineata così una certa libertà di esegesi.
In questo stile rinnovato si colloca anche la Sancta Mater Ecclesia (già vista e vedi anche Dei Verbum al n. 19).
Questo è un po’ il percorso della interpretazione, attraverso i vari sistemi che portano ognuno qualcosa di buono. Si assiste a un atteggiamento di apertura verso gli approcci provenienti da tutto il mondo e non solo a quelli provenienti dal mondo occidentale (es.: teologia africana o dell’America Latina); il lavoro intorno alla Parola di Dio è comunque ancora aperto.
Maggiore attenzione va posta agli ultimi secoli, perché anche la filosofia si pone in modo riflesso il problema dell’ermeneutica.
Il padre dell’ermeneutica moderna (tra ‘700 e ‘800) è SCHLEIERMARCHER, che evidenzia due elementi nell’interpretazione:

  • DIMENSIONE COMPARATIVA: confronto con tutti gli elementi a disposizione (più oggettivo);
  • DIMENSIONE INTUITIVA: criterio più soggettivo, quasi divinatorio, che ricerca di immedesimarsi. A partire da questa logica, si comincia a dare grande spazio alle biografie (es.: autori letterari).

Questi percorsi sono intrecciati in un circolo ermeneutico perché si influenzano a vicenda.
Su questa strada prosegue anche ……… che distingue tra:

  • SCIENZE DELLA NATURA (compito di spiegare)
  • SCIENZE DELLO SPIRITO (compito di comprendere).

L’interpretazione si basa sul capire, comprendere.
Questa indicazione è ripresa da HEIDEGGER, che dice che è proprio dell’uomo il comprendere (vedi testo in Mannucci).La comprensione coincide con l’essere uomo; comprensione è capire qualcosa di sé. Un elemento importante secondo lui è anche quello della DECISIONE, che riguarda cioè anche il futuro. E’ questo il percorso dell’ATTUALIZZAZIONE. Ci fa scoprire chi siamo, ci fa decidere chi saremo, ci fa assumere come nostro essere ciò che abbiamo colto.
Suo discepolo è GADAMER, che scrive “Verità e metodo”. Egli sottolinea la TRADIZIONE: l’uomo viene da un passato che lo determina, lo orienta. Nell’ermeneutica è dalla tradizione che ci viene una precomprensione. All’interno della tradizione, va sottolineato il concetto di AUTORITÀ. Gadamer evidenzia anche l’ELEMENTO DIALOGICO: dobbiamo lasciarci provocare per proporre domande ulteriori, sempre nuove; non dobbiamo fermare dunque il percorso della tradizione, ma dobbiamo andare avanti.
Nel mondo biblico, soprattutto protestante, si sviluppa l’ERMENEUTICA ESISTENZIALE, il cui maggiore esponente è BULTMANN (morto nel 1976), che evidenzia l’importanza della PRECOMPRENSIONE: dobbiamo essere consapevoli del tipo di domanda che portiamo al testo. Così, siamo in primo luogo costretti a capirci (senso esistenziale).Il passo ulteriore è quello di decidere (Heidegger).Il testo ci fa capire chi siamo e chi vogliamo essere. Per Bultmann il comprendere coincide con il credere, cioè la Scrittura la si può comprendere solo se l’invito alla fede che essa porta viene accolto; la comprensione è dunque propria dei credenti. Questo è anche il criterio con cui affrontare la Scrittura. Bisogna secondo lui procedere a un processo di demitizzazione: l’interprete deve sciogliere la struttura mitica per scoprire quanto c’è sotto, tradurre il mito in categorie esistenziali. Diventa, però, difficile capire quale sia il confine tra il mito e la storia e forse Bultmann in ciò eccede (concezioni contestate anche nello stesso ambito protestante).

Mercoledì 22/03/2006

 

[vedi manuale]
Il capire comporta anche il decidersi: comprendere e credere vanno insieme.
Bultmann insiste sulla DEMITIZZAZIONE, ma c’è il rischio di coinvolgere nel mito anche dati importanti della fede, fino alla incarnazione stessa, c’è il rischio di interpretare Cristo come un uomo.
Accanto a Bultmann e innestandosi su Heidegger e Gadamer ci sono altri autori più recenti che si pongono il problema del comunicare con l’uomo contemporaneo. Questo gruppo di autori è identificato col nome di NUOVA ERMENEUTICA, che sottolinea l’autocomprensione: la Parola di Dio aiuta l’uomo a capire se stesso, ma finalizza la comprensione a decidersi per la fede. Si tratta di un’occasione di salvezza. EBELING, ad esempio, dice che è il testo che interpreta noi. E’ una parola viva che illumina il nostro stesso essere.
Si insiste sulla proclamazione della Parola, che è il vero momento ermeneutico. La Parola ha tale efficacia perché siamo nell’ambito di una tradizione (teniamo conto che si tratta di autori in genere protestanti, quindi la tradizione non è intesa in senso cattolico).
FUCHS sottolinea che è l’amore la condizione fondamentale (Bultmann faceva riferimento alla fede) per capire la Scrittura.

Accanto a questo filone ESISTENZIALE, c’è quello della Scuola di Francoforte (ERMENEUTICA STORICO-POLITICA), che raccoglie l’eredità marxista.
HABERMAS è il rappresentante più significativo; egli sottolinea il valore della CRITICA. Fondamentale è dunque il sottoporre a una verifica critica ogni realtà da comprendere. L’esercizio della critica è segno di libertà dell’uomo.
Sul versante dello studio biblico, ciò si traduce in varie idee:

  • PANNENBERG sottolinea la storia, la ricostruzione del fatto storico. E questo contro l’idea di Bultmann. E’ la totalità degli eventi storici dell’AT e del NT che costituisce la rivelazione. IN tale ricostruzione dei fatti c’è anche il futuro. Fondamentale è in questo senso la resurrezione di Gesù, perché prefigurazione reale della salvezza.

Si mettono dunque in risalto la ricostruzione dei fatti, la concezione della storia come annuncio e promessa. In ciò sta anche la provocazione è c’è dunque un senso politico, perché capire la Scrittura significa anche operare nel presente

  • Su questa linea si muove BOLTMAN (?), per il quale si è parlato di politica della speranza (?). Il contesto è quello di un uomo proteso verso il futuro, verso un oltre. Nel rapporto con la Scrittura, l’interprete porta in sé questa istanza: nella Scrittura individua le tracce di un futuro possibile. E questo perché la storia che è nella Bibbia è insieme ricordo e promessa. Se nella Scrittura è racchiusa la libertà, l’attività ermeneutica deve essere orientata a ricercare i segni; e l’attività politica deve essere orientata a ciò. Può essere utopia, ma è il compito dell’uomo.

Su queste concezioni si innestano i movimenti delle teologia della liberazione (America Latina).

Un altro percorso è quello della PSICANALISI è una ermeneutica che vuole evidenziare anche quei tratti non consci nell’operare (importanza della parola, anche dal lato terapeutico).
Freud considera la religione come illusione. All’interno della logica freudiana, si cerca di dare dei significati possibili della Scrittura. Si tratta a volte di interpretazioni un po’ esagerate, sganciate dal dato storico.
Ci sono poi autori psicanalitici che recuperano la valenza religiosa. Un elemento base di questo filone interpretativo è l’elemento simbolico, in cui emerge l’inconscio. Esponente significativo è Paul RICOEUR, che cerca proprio di svelare il simbolo. Il simbolo dev’essere accolto, così come lo sviluppo narrativo del simbolo che è il mito. Quel linguaggio evocativo permette, infatti, una comunicazione più piena. Non si deve solo ricercare l’origine del simbolo, ma bisogna anche farlo rivivere: c’è’ una archeologia del simbolo, ma anche una sua teleologia. Si deve innescare un circolo ermeneutico tra ciò che è stato e ciò che sarà, che a sua volta rimanda la ciò che è stato e così via.
Sulla sua scia ci sono autori che sviluppano un’ermeneutica simbolica.

Un altro percorso è quello dello STRUTTURALISMO; il capostipite dello strutturalismo linguistico è DE SAUSSURE. Ci sono delle relazioni tra le parole; la lingua può essere oggetto di studio con le sue leggi. Egli mette in evidenza lo studio sincronico del testo, così come si presenta, non come si è sviluppato.
A livello di ermeneutica biblica, ciò comporta il delinearsi di diversi metodi. Oggetto dello studio non è l’autore, ma il testo stesso così com’è, al di là di qualunque intenzionalità. Si evidenziano le relazioni tra gli elementi del testo. E’ un metodo che si suppone più oggettivo da parte dei suoi teorici (a volte ciò appare discutibile).
Per certe parti della Scrittura questo approccio può dare risultati interessanti. Ma questo metodo può portare anche a soluzioni un po’ aride, che non arrivano a dire nulla sulla Scrittura.

[In genere, tutte queste esegesi vengono da parte protestante, ambito che non conosce l’autorità magisteriale. In ambito cattolico, non si conoscono gli eccessi dei vari indirizzi.]

Un altro approccio è quello dell’EMPIRISMO LOGICO (Circolo di Vienna), soprattutto con WITTGENSTEIN, filone che afferma che è significativo solo ciò che può essere verificato dai sensi. Con ciò, viene a mancare qualsiasi teismo, qualsiasi ragionamento su Dio, perché senza significato. All’interno di ciò, si determinano distinzioni linguistiche, dal momento che c’è un linguaggio per le cose non sensibili (amore, dolore ecc.) che hanno un significato.
A proposito della Scrittura, ci sono tentativi di letture che mettono da parte l’elemento trascendente. Ad esempio, ROBINSON: la realtà importante è l’altro, per cui si rilegge la Bibbia nella sua valenza etica. Gesù è uomo completamente per gli altri.
Altri autori definiscono Gesù come “signore della vita” senza alcun riferimento a Dio: Gesù è l’uomo che lotta per la giustizia (così HAMILTON).
Il Vangelo, per ………., porta la buona notizia della morte di Dio.
Altri autori accettano l’idea di Dio come totalmente altro, al punto che non se ne può parlare. E’ una teologia della frustrazione e della prassi.

Mercoledì 29/03/2006

 

Nel mondo cattolico su tutto questo materiale da parte protestante si interrogano diverse scuole.
C’è un documento del 1993 della Pontificia Commissione biblica, “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa” (vedi) e firmatario ne è il Cardinale Ratzinger come segretario della Congregazione per la dottrina della fede (?). Qui si dice anche qualcosa sui metodi di analisi letteraria.

Negli anni ’80 si è seguita soprattutto la strada dell’ANALISI RETORICA. Non ci si può limitare solo a considerazioni stilistiche, ma queste sono sempre utili.

Altro tipo di analisi è quella NARRATIVA (citato anche questo nel documento di Ratzinger).E’ uno studio sincronico, cioè uno studio del testo come si presenta. Anche lo studio rabbinico si avvicina di più a questa scelta.

Altro tipo è l’ANALISI SEMIOTICA, studio sempre sincronico il cui fondamento si basa su:

  • principio di immanenza: il testo così com’è è portatore di significato;
  • principio di struttura del senso: relazioni;
  • principio della grammatica del testo.

Si fa così un’analisi a livello narrativo, a livello discorsivo e a livello semantico. E’ un’analisi che assume anche toni matematici, ma può aprire una riflessione ulteriore.
Questi tipi di analisi (retorica, narrativa, semiotica) rientrano nel filone LETTERARIO.

 

Ci sono anche altri filoni, come quello della TRADIZIONE, che comprende:

  • studio canonico: ricerca sul Canone
  • studio dei rapporti con la tradizione giudaica
  • studio sugli effetti del testo nelle tradizioni cristiane: influenza sulla vita delle comunità (la Commissione ne mette in evidenza l’importanza, ma dice di fare anche attenzione a false interpretazioni e fraintendimenti).

Viene poi presentata una serie di approcci che privilegiano le SCIENZE UMANE:

  • aspetto sociologico (Scuola di Chicago): studio della società del tempo, di come vivevano gli apostoli ecc.
  • studi antropologici
  • studi psicologici.

Ci sono poi approcci CONTESTUALI (risposta alle situazioni del singolo ambiente):

  • approccio liberazionista (America Latina): l’esegesi non può essere neutra ed è uno studio di comunità, non di singoli.

Questo approccio presenta elementi di valore, ma anche dei rischi, perché una lettura di tal genere è per sua natura provvisoria per il mutare delle situazioni; c’è anche il rischio di privilegiare alcuni testi rispetto ad altri. Bisogna fare attenzione anche al tipo di analisi della società e a ciò che si cerca nella Bibbia.

  • approccio femminista, che ha un aspetto radicale, che ritiene la Bibbia androcentrica, ed una forma neo-ortodossa, che opera una selezione dei testi. Altro filone è detto forma critica, che cerca di vedere come attorno a Gesù e nelle lettere paoline ci sia un egualitarismo da cui però prevarrà il maschilismo.

Ci sono anche qui alcuni limiti: il partire con una ermeneutica del sospetto; si possono avere confusioni sul ruolo femminile oggi e allora.
Ci sono anche contributi importanti, che portano a correggere alcuni tratti interpretativi della tradizione. Si mettono ad esempio in evidenza i tratti femminili di Dio (es.: maternità di Dio).
Nelle forme più esasperate c’è il rischio di trarre conclusioni dal SILENZIO.

C’è poi l’approccio FONDAMENTALISTA, che è il più pericoloso. Così è la Riforma protestante nelle posizioni della fine del XIX sec., quando i LETTERALISTI sostenevano l’inerranza verbale, cioè ogni parola è verità. Questa teoria impedisce la ricerca critica, rifiuta il carattere storico della Scrittura, nega i limiti del linguaggio umano, rifiuta ogni significato simbolico (Testimoni di Geova, alcuni avventisti).Si dà una pretesa di divinità assoluta. Ci si distacca così dalla tradizione, cioè da come è stata interpretata la Scrittura, fino a punte antiecclesiali. Può portare a un “suicidio del pensiero”. Non corrisponde dunque alla logica che la Scrittura stessa ci propone.

Questi sono altri tipi di studio (documento Commissione) rispetto a quelli già visti (vedi manuale).
Gli elementi del n. 12 della Dei Verbum devono essere tenuti insieme e non sono separabili.

 


SCHEMA DEL CIRCOLO ERMENEUTICO

 

H

 

S

 

A

 

T

 

R

 

L

  

 

 

 


Questi sono i diversi elementi da considerare nell’atto ermeneutico.

T = testo (al centro)
Il TESTO (T) mette in relazione un AUTORE (A) e un RECETTORE (R), che tratta di un argomento , cioè un SOGGETTO (S) su un determinato ORIZZONTE (H) espresso con un certo LINGUAGGIO (L).
Noi dobbiamo tenere presenti tutte queste componenti. Nell’ermeneutica esistenziale si pone l’accento del recettore e così via.
Nel rapporto AUTORE-TESTO individuiamo subito un influsso dell’autore sul testo. C’è anche un influsso del testo sull’autore (vedi opere di Pirandello è la coerenza del testo si impone anche sull’autore). L’autore non ha una libertà assoluta nei confronti della sua opera.
C’è anche un influsso dell’AUTORE sul RECETTORE, ma pure al contrario, se si considera la consapevolezza dell’autore di rivolgersi a un determinato destinatario.
C’è anche movimento dal TESTO al RECETTORE, e dal RECETTORE al TESTO. Quest’ultimo è stato messo già in evidenza da Platone è punto di vista o precomprensione, che è inevitabile, perché non esiste uno sguardo asettico.
Esiste in questo senso una logica di circolarità del capire, perché man mano che il recettore capisce qualcosa, capisce meglio il tutto e il tutto fa capire meglio il particolare. La crescita della comprensione (fasi della vita) è un influsso del recettore sul testo.

Mercoledì 05/04/2006

 

Siamo in un contesto che è di relazione in ogni atto conoscitivo. Ciò vale per le scienze fisiche (Einstein), ma anche per le conoscenze estetiche e umanistiche (Platone ci parla del punto di vista nel vedere una statua).
Bisogna tenere conto della precomprensione con cui ci accostiamo al testo.

CIRCOLO ERMENEUTICO: relazione che esiste tra la parte e il tutto nell’atto della comprensione è il tutto ci illumina sulla parte e la parte sul tutto e così via.
Questo modo di conoscere si applica bene anche alla Bibbia: in virtù del principio di unità della Scrittura (Dio è autore del tutto), anche dal punto di vista ermeneutico una parte, un singolo libero illumina il tutto e viceversa.

CAPACITÀ DIALOGICA DEL CAPIRE: per poter capire dobbiamo anche lasciarci interpellare dal testo è non ci deve esser accostamento monologico, perché non si ha vera comprensione. Noi ci accostiamo al testo con delle domande, ma può essere il testo che ce ne pone di più importanti. E’ questa anche la base dell’insegnamento rabbinico. Anche Gesù spesso adotta tale metodo (esempio del tributo è la domanda è: è giusto dare il tributo a Cesare? E Gesù risponde: di chi è l’immagine sulla moneta?).
Quindi, l’importante è instaurare un dialogo con il testo. Questo comporta una SIMPATIA con il testo, un lasciarsi coinvolgere. In passato, c’è stato chi ha ipotizzato una neutralità dell’interprete, ma ciò non è possibile. E’ meglio dunque che tale partecipazione sia consapevole e dichiarata.
Queste sono un po’ le relazioni che ci sono sul piano orizzontale A – T – R.

Passando al percorso superiore, troviamo la S (Scrittura) che denuncia i limiti del nostro linguaggio, perché si tratta di una materia INEFFABILE.
H è l’ORIZZONTE, cioè la totalità precompresa non tematizzata, ovvero lo sfondo sul quale si colloca la nostra conoscenza. Ogni nostro atto di comprensione si colloca su un orizzonte. Si tratta di tutto il nostro bagaglio che necessariamente influenza la nostra comprensione. Lo stesso oggetto provoca una conoscenza diversa a seconda dell’orizzonte.
Di fronte a un testo, la massima comprensione ci sarà nel caso di massima consonanza di orizzonte tra autore e recettore. Se determinati elementi o esperienze (es.: l’amore) sono presenti nel nostro orizzonte, li possiamo tematizzare, altrimenti no. E il nostro orizzonte ha la capacità di ampliarsi.
C’è un orizzonte TOTALE e uno PARZIALE. Ci sono conoscenze teoriche e pratiche che arricchiscono l’orizzonte (es.: l’Eucarestia vissuta da fedele o conosciuta tramite un racconto da non credente).
Così, tutti gli aspetti dell’esperienza vissuta rientrano nella comprensione.
L’orizzonte ha anche la possibilità di essere corretto, aggiustato. E un modo per farlo è anche la domanda, che tematizza alcuni punti. La domanda è un momento nel quale individuiamo un qualche punto per far accrescere il nostro orizzonte (Scolastica). Il tema della domanda rispecchia proprio la precomprensione. Il bravo esegeta è colui che sa porre domande al testo. Per questo, ancora l’esperienza della fede può evidenziare alcune prospettive nella comprensione del testo.
Di certo, non possiamo far coincidere il nostro orizzonte con quello dell’autore. Si colloca qui anche la Tradizione: perché ci sia la sovrapposizione auspicata tra il nostro orizzonte e quello dell’autore fondamentale è la Tradizione. Questa, prima di essere un elemento teologico, è un elemento base del processo ermeneutico. Se non ci fosse il portato della Tradizione, tante cose non le capiremmo. L’inserirci in una Tradizione è per noi una condizione di possibilità di comprensione. Noi ci muoviamo in rapporto sia con il rapporto originario, sia con tutti coloro che nel tempo lo hanno già studiato e interpretato (Mons. Richetti: “noi siamo nani, ma sulle spalle di giganti”). E questa è una possibilità importante, di ricchezza del conoscere. E’ per questo che anche nel mondo protestante si sviluppa una certo recupero, almeno dal punto di vista ermeneutico se non teologico, della Tradizione.
A nostra volta, noi creiamo Tradizione. Anche in questo senso abbiamo un rapporto continuo tra il vivere e il capire. Noi ci collochiamo nella Tradizione e possiamo capire ilo testo meglio di chi l’ha scritto, perché l’autore non ha a disposizione tutto ciò che c’è stato tra lui e noi. All’autore manca tutto il percorso di sviluppo fino a noi (S. Paolo: uomo-donna; schiavo-libero).
E tutto questo tenendo ben presente che non dobbiamo arrivare a capire l’intenzione dell’autore. Dobbiamo avere coerenza con il testo, non con l’intenzione dell’autore. Questo vale per tutti i testi, ma a maggior ragione per la Bibbia in cui riconosciamo anche Dio-autore, di fronte al quale non ha rilevanza l’intenzione dell’autore umano.
C’è quindi una possibilità infinita di sviluppo di conoscenza (lo Spirito donato avrebbe condotto alla verità tutta intera: è ciò che ha detto Gesù nell’ultima cena). Si tratta di una realtà dinamica.
Ci possono essere degli ostacoli o delle tradizioni aberranti. Un grosso pericolo è poi il congelamento della Tradizione (tradizionalisti) perché si mette un blocco a tale realtà dinamica.
Altro percorso che può caratterizzare la Tradizione è la ramificazione, cioè lo sviluppo di più aspetti, di cui alcuni possono essere accettati ed altri no (tradizioni aberranti che non sono fedeli al testo).
E’ qui che diventa fondamentale la funzione del Magistero, sotto l’aspetto sia giuridico sia carismatico. Spesso, è il Magistero che si dimostra più avanti della realtà., che la sollecita. Il Magistero ci aiuta anche a capire in quali sviluppi di ricerca possiamo collocarci.

Mercoledì 26/04/2006

 

Passiamo alla riga inferiore, cioè al LINGUAGGIO, che mette in comunicazione autore e recettore. Soprattutto negli ultimi anni si è preso a studiare questo fenomeno.
Il linguaggio rende possibile, ma condiziona anche la comunicazione. Per sua natura, è un fenomeno approssimativo. E’ un fenomeno articolato che comunica una realtà continua: tanti elementi entrano nell’esperienza. Nel linguaggio dobbiamo articolare ogni elemento, ammesso che li individuiamo tutti. Esprimendo il parole, scomponiamo la realtà.
Questi limiti condizionano la possibilità di comunicazione. Le stesse parole (es.: verde) sono limitate. Si può comunicare qualcosa, ma non tutto. Tale comunicazione condizionata non è affatto falsa.
I vari linguaggi si definiscono secondo caratteri precisi è es.: il linguaggio scientifico che dev’essere preciso. Il percorso del linguaggio scientifico si articola in tre fasi:

  • concettualizzazione
  • distinzione
  • classificazione

Si cerca di cogliere un elemento che possa essere riportato a un concetto astratto (es.: il termine “radice” che, astratto dalla realtà, significa varie cose). Questo è il percorso proprio del linguaggio scientifico che deve nominare sempre cose nuove.
E le necessità cambiano da lingua a lingua è es.: in ebraico ci sono 7 termini per indicare i nostri “sacrificio” – “olocausto”. Perché la nostra lingua non ha avvertito tale esigenza.
Il linguaggio cambia anche nelle varie età della vita e nei vari ambienti in cui ci collochiamo.
Il linguaggio letterario, invece, si arricchisce diversamente (forma più ricca nelle costruzioni, più che nel numero delle parole). Per il linguaggio scientifico ciò che si richiede è il massimo possibile di oggettività. Così non è nel linguaggio letterario, che non punta sulla distanza (oggettività), ma sulla partecipazione, sul coinvolgimento. Proprio per questo il linguaggio letterario osa molto, fino ad arrivare al linguaggio simbolico (vedi quanto già detto sul simbolo a proposito dell’orizzonte (?)).
Davanti a un testo troviamo una costruzione autonoma infinitamente ricca è come una sinfonia, che può essere identificata con lo spartito o con la sua esecuzione, ma quale delle moltissime esecuzioni? C’è una interpretazione. E non possiamo dire che una esecuzione sia più vera di un’altra.
INTERPRETAZIONE RIPRODUTTIVA: un testo esiste veramente quando viene interpretato.
Ed è proprio l’esecuzione l’interpretazione che dà un senso particolare.
Il linguaggio letterario si propone di far entrare nell’opera (es.: la poesia “Orfano” di Pascoli è sovrapposizione di immagini, perché il giardino non c’è, ma viene creato dal canto della vecchia).
Esiste una verità letteraria, oltre ad una logica, ontologica. La verità letteraria può anche essere discutibile dal punto di vista logico-ontologico (il giardino della poesia non esiste veramente, però è una realtà letteraria). E’ comunque una comunicazione di valore e nella verità. E’ vero Perché appartiene alla esperienza umana.
Altro elemento importante è proprio l’utilizzo delle immagini e quindi il passare attraverso dei simboli. Il simbolo è ampiamente utilizzato nel linguaggio religioso. Il simbolo va distinto dalla allegoria:

  • nel simbolo, non c’è passaggio tramite il concetto; c’è una sovrapposizione di piani, qui non si elimina la realtà del significante, come nell’allegoria. Porta in sé un significato più grande delle parole che lo esprimono. E’ per questa ricchezza che è più utilizzato per esprimere l’ineffabile;
  • nell’allegoria, si hanno due realtà accomunate per un concetto, cioè attraverso un procedimento razionale ben definito (nella Bibbia, “corno” = forza è c’è un passaggio e quindi una scomposizione concettuale).

Il simbolo è il più alto grado che si può utilizzare. Può esprimersi in diversi modi, può essere mortificato e ignorato dal lettore. Il simbolo provoca l’uomo nella sua interezza.
Ci sono diversi tipi di simboli:

  • ARCHETIPICI o UNIVERSALI, propri dell’uomo (es.: le posizioni nello spazio, il buio e la luce);
  • CULTURALI, che possono anche realizzare diversamente aspetti archetipici (es.: il camminare, il muoversi, in macchina, a piedi ecc.);
  • LETTERARI (es.: Giobbe).

Il rischio è quello di concettualizzare troppo il simbolo, che così ne viene svuotato è es.: la contrizione (= dolore perfetto dei peccati), che dal punto di vista concettuale si riduce al dolore, ma dal punto di vista simbolico derivato dal termine usato significa frantumazione di un cuore di pietra.
Lo stesso termine TORAH rimanda a chi per insegnare a tirare con l’arco abbraccia l’allievo; se noi parliamo di “legge” se ne svilisce il significato. Nella Bibbia si parla spesso di tirare con l’arco; lo stesso peccato significa sbagliare bersaglio!

Mercoledì 10/05/2006

Il linguaggio simbolico, avendo in sé un plusvalore di significato, porta con sé un valore aggiunto. Nella Scrittura ne troviamo un ampio uso, che deve essere riconosciuto nell’interpretazione. Se, invece, ci troviamo di fronte a un linguaggio allegorico, dobbiamo procedere per concettualizzazione. Così pure se ho di fronte un testo narrativo o poetico.
Questa serie di attenzioni che il linguaggio richiede entra nel campo dell’interpretazione. Si tratta di trovare il modo migliore. Per uccidere il simbolo, ad esempio, basta trattarlo da allegoria, cioè trattarlo come un concetto e ricondurlo ad esso. Oppure, lo si può sminuire pensando “è solo un simbolo”.
Un elemento molto importante è la questione della TRADUZIONE.
Il simbolo sollecita molto la dimensione del nostro orizzonte (se non sappiamo che cosa sia la luce, non capiamo cosa significhi il sole) è serve una certa comunanza tra autore e recettore.
Figura del go‘el (GOEL), cioè il redentore, la persona più prossima che si deve prender cura per legge dell’orfano, della vedova ecc.: Libro di Ruth, episodio della vedova che sposa 7 fratelli. Il go‘el ha questa responsabilità, ma può rinunciare tramite lo scioglimento del laccio del sandalo (Giovanni Battista). Questa istituzione possiamo cercare di ricostruirla, ma non ne abbiamo esperienza, non è nel nostro orizzonte. E’ per questo che assimiliamo il redentore al padre, di cui abbiamo esperienza.
La lingua che usano autore e recettore nel caso della Bibbia non è la stessa; dunque c’è il problema della TRADUZIONE.
Carlo Guzzetti – “La Bibbia e la sua comunicazione”; “La Bibbia e la sua traduzione”
Guzzetti è collaboratore della traduzione interconfessionale in lingua corrente; ha vissuto quindi questa esperienza di traduzione.
Considerando il fatto del tradurre, esso riguarda la tradizione biblica.
TARGUM (i TARGUMIN): è una traduzione, ma anche una interpretazione. Nasce dal fatto che si legge la Bibbia in ebraico nelle cerimonie religiose. Dopo l’esilio l’ebraico non si usa più e quindi il testo viene letto in ebraico, cui segue una presentazione della lettura in aramaico. Il TARGUM è una via di mezzo tra una traduzione ed una spiegazione. I TARGUMIN si hanno già quando ancora si scrive la Scrittura.
Il passaggio fondamentale si ha poi con la Settanta. Con questa si afferma il principio secondo cui è più importante ciò che Dio dice della lingua in cui lo dice. Si tratta di un passaggio decisivo: si accetta che il testo sia tradotto in greco. E tale atteggiamento lo adottano anche gli autori del NT che citano la Bibbia in greco. Invece, dopo l’incontro di Jamnia il mondo ebraico ritorna quasi ad una concezione di lingua sacra (com’è il Corano).
Nella tradizione cristiana si afferma la condizione dell’accessibilità (traduzione in latino).
Il problema si pone poi con le lingue volgari. E’ con Lutero che si insiste sulla traduzione della Bibbia. Prima no, perché, sebbene esistessero letterature in volgare, la lingua colta era pur sempre il latino. Nello sforzo di rendere la Bibbia accessibile a tutti, Lutero trova che tradurre è anche interpretare e quindi “aggiunge” alcune cose secondo le sue interpretazioni teologiche e secondo la lingua tedesca.
Si arriva dunque al Concilio di Trento, in cui si discute di tale problema. C’era chi sosteneva l’importanza della lettura diretta e chi invece la riteneva pericolosa e fonte di abusi. Il Concilio non si pronuncia sulla questione perché i tempi non sono maturi. La forma del testo viene nella pratica decisa dai vari decreti “attuativi” dei concili, e cioè verso una sorta di irrigidimento.
E’ dunque fondamentale la decisione del Vaticano II che in più si rifà ai testi originali senza il passaggio dal latino, che pure è la lingua ufficiale della Chiesa.
Il passaggio da una lingua a un’altra non è solo una trasposizione di parole, non è solo un esercizio di vocabolario. De Saussure aveva sottolineato che la lingua è fatta anche di relazioni.
Ci sono forme diverse di costruzione delle frasi (es.: frasi negative); ci sono elementi che entrano nel linguaggio letterario; ci sono visioni del mondo diverse da lingua a lingua. L’insieme di tutti questi elementi ha fatto concludere alcuni che è impossibile tradurre. L’importante è tuttavia tenere presente tutti questi elementi e le varie problematiche connesse.
Ogni lingua è espressione di una cultura e quindi la traduzione deve tener conto anche del passaggio da una cultura all’altra. E’ come se ci fosse un ambito religioso ed uno pagano, culturale da tener presenti. Ma come e in che proporzione? E cosa possiamo intendere come cultura? C’è, ad esempio, l’ambito dell’ecologia, cioè del contesto ambientale (es.: “bianco come la neve”, ma chi non cosa sia oppure se non esiste proprio la parola “neve”? la stessa cosa si ha quando si parla della vigna o delle stagioni). Ci sono poi differenze culturali che possono venire dalla tecnologia (es.: la semina, che per gli indiani avviene seme per seme). Anche oggi, nella cultura odierna affiorano nuove problematiche (il matrimonio, la paternità ecc.). Ci possono essere distanze anche nell’ambito della cultura ideologica (es.: modo diverso di concepire la legge, il peccato ecc., perché ci sono culture in cui la vendetta ha un valore quasi di dovere).
Le note: sono onestà o pigrizia? (paragrafo nel testo di Guzzetti); nell’uso liturgico le note non si possono utilizzare.
Un’altra serie di problemi viene dalle diverse funzioni del linguaggio:

  • espressivo (prevale le prima persona)
  • discorsivo
  • suggestivo (si vuole suscitare qualcosa in chi riceve, quindi prevale il tu o il voi).

Accanto alle funzioni, ci sono denotazioni (valori comuni che tutti riconoscono) e connotazioni (elementi che danno un orientamento particolare) è es.:

  • punteggiatura
  • sfumature lessicali (genitore, padre, papà); l’italiano è piuttosto ricco in tal senso
  • intervento diretto sulla parola (casa, casetta, casaccia ecc.)
  • il tono stesso della voce (che nello scritto è difficile individuare)
  • contesto esistenziale in cui chi parla è inserito (nel campo biblico, per es., il termine “pecora” nel rapporto con Buon Pastore detto a un pastore o a un cittadino).

 

Mercoledì 17/05/2006

Riprendiamo il discorso sulle questioni sollevate dalla traduzione.
Il linguaggio ha connotazioni diverse da una lingua all’altra. Se si tratta di una lingua morta è ancora più difficile capirne il senso. Ci sono dei problemi di traduzione per la complessità dei contenuti e della forma in cui sono espressi (es.: S. Paolo). Si tratta di testi difficili perché sono scritti male oppure la difficoltà del testo è indice della difficoltà del contenuto, arduo quindi da esprimere.
Ci sono anche caratteri stilistici di cui tenere conto (es.: alcuni salmi sono scritti in acrostico stilistico, cioè ogni strofa inizia con una lettera specifica per rendere complessivamente l’ordine alfabeto; sarebbe bene in questi casi cercare di riproporre tale elemento, ma a volte è difficile. Oppure nei testi di Giovanni ci sono molte ripetizioni, perché fanno parte del suo stile: nella traduzione è meglio mantenere la ripetitività o sostituire i termini?).
E’ comunque in gioco non il carattere denotativo, ma quello connotativo.
Vengono evidenziate 6 scelte fondamentali per il traduttore:

  • se la traduzione debba rendere le parole originarie o le idee originarie;
  • la traduzione deve essere un’opera nuova o una riproduzione;
  • deve avere lo stile del testo originario o quello del traduttore;
  • deve apparire contemporanea al testo originario o al tempo del traduttore;
  • la traduzione può operare aggiunte e/o omissioni oppure no;
  • la traduzione di un testo poetico deve essere in prosa o in poesia (non è questione piccola perché gran parte del VT è in poesia, perché nelle culture antiche la poesia è la forma più alta del linguaggio).

Sulla base di queste opzioni, si possono evidenziare due modelli più importanti (polari, estremi):

  • EQUIVALENZA FORMALE
  • EQUIVALENZA DINAMICA o FUNZIONALE
  • Ci si preoccupa di mantenere le equivalenza formali (prosa, poesia, sostantivo con sostantivo, punteggiatura); si cerca il massimo della letteralità.

Questo potrebbe apparire un buon modello, ma può presentare diversi problemi. A volte la traduzione che sembra più fedele può non esserlo.

  • Si concentra sul destinatario, quindi è una traduzione mirata (ci si pone di fronte a un lettore medio, al suo contesto culturale e si cerca di comunicargli il contenuto fondamentale del testo). Il traduttore diviene un filtro di comunicazione del testo. Tale modello può risultare vago e rischioso, perché si accoglie un forte condizionamento del traduttore.

In mezzo a questi due modelli estremi ci sono più gradazioni. La traduzione deve essere a metà strada.
Ciò ci fa capire che tradurre è comunque interpretare. Il traduttore non può essere asettico. E c’è una duplice interpretazione nel momento del comprendere del traduttore e in quello del farsi comprendere dal lettore.
Leggendo il testo dobbiamo quindi renderci conto delle difficoltà e sapere quale metodo è stato scelto (raffronto tra più bibbie) è il testo di Guzzetti “La Bibbia e la sua traduzione” 8testo difficile) propone degli esercizi.
Nell’altro testo, propone un raffronto tra le varie traduzioni:

  • quella CEI del 1972, che fa una scelta ad equivalenza formale moderata dal peso della Tradizione, cioè corretta dalla forma tradizionale dell’interpretare (Volgata e Neovolgata del 1989, cioè la traduzione latina approvata dal Santo Padre); c’è un’esigenza di rivedere le forme nelle varie lingue alla luce della Neovolgata
  • “Novissima versione” delle Paoline (1967), secondo il criterio dell’equivalenza formale in cui si cerca di riproporre il carattere del testo, cioè lo stile, con risultati vari (a volte non felici); una scelta delle Paoline è stata quella di affidare la traduzione a persone competenti, ma su testi su cui non avevano lavorato granché (scelta singolare)
  • di Garofalo
  • dei Gesuiti, della Civiltà Cattolica
  • della Fabbri, con scelte più originali
  • traduzione in lingua corrente, che per forza di cose è dinamica, perché immediatamente comprensibile; dà, nei casi controversi, una delle comprensioni possibili (Guzzetti ha partecipato a questa). Si tratta di una traduzione fatta da un gruppo ecumenico e quindi le varie scelte sono e devono essere condivise, quindi dice il minimo condiviso e non il massimo possibile (suo vantaggio e limite).
  • Bibbia di Gerusalemme: il testo italiano è quello CEI con le note della versione francese, cioè della Bible de Jerusalemm.

Ci sono poi le traduzioni protestanti:

  • il Diodati, versione classica del XVII sec., che è molto fedele e formale nel modo più rigoroso
  • del Luzi, degli anni ’20, oggi utilizzata; anche questa è formale.

I Testimoni di Geova utilizzano un’altra traduzione fatta dall’inglese, lingua che non è molto articolata e quindi può fuorviare. Si può avere una traduzione accettabile dell’inglese, ma non dell’ebraico. Ci sono poi anche interventi tendenziosi.

Mercoledì 24/05/2006

SCHEMA SULLA STORIA DELLA SALVEZZA

Come cambia la percezione di Dio in questo percorso?
La fede di Israele comincia con Abramo. La storia dei patriarchi è quella di un Dio che chiama: dove il patriarca si rende conto di aver incontrato Dio, lì costruisce una stele, un altare.
Con la chiamata di Mosè al Sinai il segno diviene l’arca, non un appuntamento da attendere, ma un segno stabile. Non si tratta più di un Dio che si incontra, ma che accompagna, che guida. Si sviluppa ora l’immagine biblica della vita come cammino.
L’arca viaggia con la sua tenda fino a Salomone con la costruzione del tempio. Dio allora è colui che abita in Gerusalemme e, per incontrarlo, bisogna andare là. E’ un Dio che fonda la sua autorità in un luogo e da quel luogo si riceve benedizione; si sa dove abita Dio e lo si va a trovare.
587: distruzione del tempio, evento drammatico perché è distrutta la casa di Dio. Ci si chiede allora come sia il rapporto con Dio ora che l’arca è dispersa e il tempio è distrutto.
Si afferma allora la forma universalista: Dio è per tutti e ovunque. Ci si riallaccia alla creazione, ad Adamo perché Dio è per tutti e si rivela anche a Babilonia.
Con il nuovo tempio (nel giudaismo) si accentua la dimensione legale (le osservanze) ed il punto di riferimento divengono il sacerdote e la classe sacerdotale. La ricostruzione del tempio riapre l’ostilità con Samaria che aveva i suoi santuari.
Altro momento critico è l’incontro con l’ellenismo. Con al rivolta dei Maccabei si ha un soprassalto di orgoglio nazionale, ma piuttosto breve.
Con la predicazione di Gesù, Dio si incontra in una Persona e poi nella Chiesa suo corpo.

Riassunto:

  • appuntamento (stele)
  • arca
  • Gerusalemme
  • in ogni luogo
  • in Gesù

 

Collocazione dei Libri
Ci sono Libri in elaborazione continua. Tra questi anche la Torah, il Pentateuco, che va da Abramo a Mosè. Si ha una prima elaborazione dei testi della Torah nel periodo monarchico (tradizione Javhista ed Eloista). C’è poi la tradizione deuteronomica fatta sotto Giosia, momento di riforma importante, ultimo tentativo di comporre la fragilità interna prima dell’invasione. Il Pentateuco è riletto e riveduto al tempo di Esdra e Neemia: è il codice sacerdotale, il cui carattere più importante è dato dal Levitico (le norme).
All’epoca di Giosia si possono ricollegare anche i libri storici (Giosuè, Giudici, 1 e 2Re ecc.), chiamati “la storia del Deuteronimista”. 1 e 2Cronache rileggono la stessa storia, ma alla luce della classe sacerdotale (sono fatte in quell’epoca). Nell’epoca di Esdra e Neemia si collocano anche i libri che da loro prendono il nome.  1 e 2 Maccabei sono subito dopo tale esperienza.
Presso gli ebrei, tutti questi libri storici sono chiamati PROFETI ANTERIORI.
Ci sono poi i romanzi:

  • Ruth (epoca deuteronomica)
  • Giuditta, Ester (confronto con l’ellenismo).

Per quanto riguarda i profeti, ci sono i profeti scrittori al tempo della divisione del regno: Amos e Osea nel regno del nord, Isaia e Michea al sud. Geremia a cavallo della caduta di Gerusalemme. Ezechiele nell’esilio. Ci sono poi gli profeti, detti MINORI, nel post-esilio.
Il profetismo in genere va dal 700 al 400 ca. Dopo c’è la crisi per la mancanza del profeta. I libri profetici sono caratterizzati, cioè legati al loro tempo, a differenza della Torah che segue la storia di Israele.
Altri libri accompagnano la storia di Israele:

  • Salmi, che partono dall’epoca davidica
  • Proverbi, da Salomone.

L’epoca di Esdra e Neemia, oltre alla definizione della Torah, è quella della redazione dei Salmi e dei Proverbi.
Alcuni libri, poi, tra Esdra e Neemia e l’ellenismo, registrano la crisi: Giobbe, Qoelet, Cantico.
Ci sono poi gli ultimi libri dell’AT, che sono nel periodo dell’ellenismo: Siracide e Sapienza.

Per il NT, i primi scritti sono le Lettere di Paolo (1 e 2 Tessalonicesi, attorno al 50). Il 50 è anche la data del Concilio di Gerusalemme: la salvezza viene da Gesù o da Mosè? Circoncisione o no? I discepoli si riconoscono in una realtà diversa dall’alveo ebraico ed è questa la vera separazione. Con Jamnia si ha la scomunica da parte della Sinagoga. E’ un moneto conflittuale e pesante, anche perché i Romani riconoscevano gli ebrei, ma non i cristiani e in questo atto gli ebrei maledicevano i cristiani.
Attorno al 70 si hanno i Vangeli (nell’ordine Marco, Matteo, Luca).
Attorno al 100, Apocalisse e Vangelo di Giovanni.
Dunque, Siracide e Sapienza sono i testi più vicini a Gesù e quindi vanno conosciuti bene. Già in Siracide c’è il riferimento a Dio Padre del singolo (prima c’è solo come Padre del popolo) e non si tratta quindi di una novità di Gesù.

 

DOMANDE:

  • caso Galileo
  • enciclica di Leone XIII Providentissimus Deus i Pontefici sull’ispirazione)
  • critica testuale (AT e NT)
  • senso dello studio della critica testuale
  • ispirazione
  • canone
  • la verità nella Dei Verbum – la verità della Scrittura
  • differenza tra deuterocanonici e protocanonici

 

Autore: Appunti lezioni di Don F. Vannini

  • fonte: http://www.niccolov.it/appunti/SACRA_SCRITTURA_I.doc

 

 


 

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Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

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