Aneddoti sulla vita dei Santi

 

 

 

Aneddoti sulla vita dei Santi

 

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Aneddoti sulla vita dei Santi

GREGORIO TAUMATURGO, Santo, Vescovo

S. Gregorio, soprannominato Taumaturgo, nacque al principio del secolo III in Neocesarea del Ponto. Dotato di grande penetrativa e di una sete inestinguibile di sapere, Gregorio fu messo a frequentare la scuola di filosofia del celebre Origene.  Alla luce di quelle lezioni tanto eloquenti, la sua mente logica fu rischiarata e ben presto volle essere battezzato.
Dopo 25 anni di episcopato chiuse placidamente gli occhi nel Signore. Era l’anno 270.

AMASEA PICCOLA DIOCESI
San Gregorio il Taumaturgo, dopo una giovinezza serena e pensosa trascorsa in assiduo studio delle scienze umane e divine, si ritirò nel deserto in solitudine. Conoscendone le doti, il Vescovo di Amasea decise che avrebbe dovuto diventare prete, Ma tra lui e il santo si svolse una vera e propria lotta. Il Vescovo voleva assolutamente dargli gli ordini sacri, Gregorio non si sentiva all'altezza di tale missione. Dopo varie vicissitudini dovette cedere: fu letteralmente strappato dal deserto, consacrato e subito preposto ad una comunità di decine di migliaia di persone, tutte idolatre, eccetto 17 cristiani. Ecco la "ricca diocesi” che gli venne affidata. Con la santità della sua vita (e col dono dei miracoli) , finì i suoi giorni dopo aver conquistato tutti a Cristo.

 

GREGORIO MAGNO, Santo Papa

Già prefetto di Roma, Gregorio (540 - 604) si ritirò in uno dei monasteri che egli stesso aveva fondato. In se­guito dovette abbandonare la sua solitudine per recarsi a Costantinopoli come legato pontificio. Eletto papa nel 590, mise a servizio della Chiesa le proprie doti di organizzatore e di scrittore.

GLI ANGLI
Nel 590 Gregorio, dalla quiete del suo monastero, è co­stretto a prendere il timone della barca di Pietro, cioè la Chiesa. Una volta il santo, passando per il mercato di Roma, vide che venivano venduti degli schiavi dai lineamenti belli e dalle chiome bionde. Chiese al mercante: “Donde vengono costoro? Sono cristiani?” Quegli rispose: “Sono ancora immersi nelle tenebre del paganesimo e vengono dal Nord e precisamente dalla Britannia”. Gregorio chiese ancora: “Come si chiamano?”. Rispose il mercante: “Vengono chiamati ‘Angli’. Allora Gregorio disse: “Dobbiamo fare di tutto perché diventino ‘angeli’. E mandò i suoi monaci in Inghilterra a predicare il Van­gelo di Gesù.

LA MENSA DEL PAPA
Gregorio fu il primo papa che nelle lettere si chiamò ‘Servo dei, servi di Dio’. Per questo ogni giorno riceveva alla sua tavola i mendi­canti. Una volta mentre porgeva loro l’acqua, si avvicinò ad uno che appena avuti i piedi lavati, scomparve. Gregorio ne rimase molto sorpreso, ma la notte gli apparve Gesù che gli disse: “Ogni giorno tu accogli con amore i miei fratelli, ma ieri accogliesti me!”

REGINA COELI
Durante il pontificato di Gregorio Magno una terribile peste decimò gli abitanti di Roma. Gregorio allora ordinò una solenne pro­cessione propiziatoria intorno alle mura della città. Si portò in processione l’immagine della Madonna, dipinta dall’evangelista Luca. Dovunque la Madre di Gesù passava, ogni tenebroso maleficio scompariva, quasi d’incanto; anche il cielo tornò dolce, puro e bello. Ad una sosta, intorno all’immagine della Madonna, s’udi­rono le voci degli angeli cantare: “Rallegrati, Regina del cielo, alleluia: Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia, è risorto, come aveva predetto, alleluia!” E S. Gregorio subito aggiunse: “Prega per noi il Signore, alleluia!” E in quella occasione Papa Gregorio vide sulla torre del castello un Angelo maestoso, che pulita la spada dal sangue, la rimetteva nel fodero. Allora la peste cessò e d’allora quel castello che s’erge vicino al Tevere, si chiama Castel S. Angelo.

ALCUNE PAROLE DI SAN GREGORIO MAGNO

GRAZIA DI DIO
Segno infallibile di essere in grazia di Dio è la gioia del cuore.

BIBBIA
La Scrittura cresce con chi legge.

 

CONDIVISIONE
Dare ai bisognosi ciò che è loro necessario è restituire il dovuto, non dare del nostro. Si tratta di un debito di giustizia, non di un'opera di misericordia.

CROCE
In due maniere portiamo la croce di Cristo: quando, con la mortificazione, teniamo sotto controllo il corpo, e quando, con vera compassione, sentiamo i bisogni degli altri come se fossero nostri.

SILENZIO
Sa parlare bene colui che sa anche tacere bene.

LUIGI GUANELLA, Beato, Sacerdote
Luigi Guanella nacque a Fraciscio di Campodolcino in Val San Giacomo (Sondrio) il 19 dicembre 1842. Morì a Como il 24 ottobre 1915. Fu ordinato sacerdote il 26 maggio 1866. Entrò con entusiasmo nella vita pastorale in Valchiavenna: l'istruzione dei ragazzi e degli adulti, l'elevazione religiosa, morale e sociale dei suoi parrocchiani, con la difesa del popolo dagli assalti del liberalismo e con l'attenzione privilegiata ai più poveri. Nel frattempo a Savogno approfondiva la conoscenza di don Bosco e dell'opera del Cottolengo. Mandato a Pianello poté dedicarsi all'attività di assistenza ai poveri,  con alcune orsoline che organizzò in congregazione religiosa (Figlie di S. Maria della Provvidenza) e con queste avviò la Casa della Divina Provvidenza in Como (1886). L'opera si estese ben presto anche fuori città: nelle province di Milano (1891), Pavia, Sondrio, Rovigo, Roma (1903), a Cosenza e altrove, in Svizzera e negli Stati Uniti d'America (1912), sotto la protezione e l'amicizia di S. Pio X. Morì a Como il 24 ottobre 1915.

POVERI
Era la festa di S. Giovanni Battista, il patrono di Cam­podolcino. Luigino Guanella era sceso in paese e il marito di sua sorella gli aveva comprato un cartoccetto di cara­melle. Era l’ora della Messa e il ragazzino, non volendo entra­re in chiesa con quei dolciumi, pensò di nasconderli sotto un ammasso di legna. Non c’è anima viva intorno.., eppure si sente battere le mani, come a voler destare attenzione. Luigino leva gli occhi: un vecchietto gli stende timida­mente il palmo aperto, quasi a chiedere l’elemosina... Forse gli fanno gola quelle caramelle! Egli allora istintivamente si stringe a sé il cartoccio, lo guarda e lo difende... Quando rialza gli occhi, il misterioso vecchietto non c’è più. E lui prova una pena indicibile, quasi un senso di colpa e di rimorso d’essere stato così poco generoso.
“Dite quel che volete”, commentava, raccontando spesso il fatto, il beato Luigi Guanella, “Credete o non credete a questo mio misterioso ricordo di quando avevo cinque anni, questo è stato per me un segno della mia missione di beneficare i poveri, alla quale fin d’allora già mi sentivo chiamato”.

 

FIDUCIA NELLA PROVVIDENZA
Il Beato Luigi Guanella: un gigante della carità. Spinto da una fede capace di spostare le montagne e da un ideale in germoglio fin dall'infanzia, egli diede vita a un'esplosione di iniziative sbalorditive a favore degli emarginati, dei minimi, degli handicappati. Partì con niente, e finì con un complesso di opere che da Como si estesero a tutto il mondo. Col suo motto “Pane e Paradiso” e la sua intuizione di “Dio come Papà” (cioè tenero, quasi materno) fu uno dei precursori della evangelizzazione che si trasforma in promozione di tutto l'uomo: fisico e spirito. Il suo segreto era fidarsi totalmente della Provvidenza. Ma la sua attività era tale che un giorno Pio X, che gli era molto amico, gli domandò come facesse a dormire sereno come un bambino, nonostante gli assillanti pensieri e tanti debiti: “Santità”, gli rispose, “fino a mezzanotte ci penso io; dopo lascio che ci pensi Dio”.

POVERTA’ E FIDUCIA
Un giorno Don Guanella parlava in chiesa alle suore e alle novizie e, come era sua abitudine, insieme alla meditazione su argomenti reli­giosi, passava volentieri a considerazioni sulla vita pratica, ai modi di realizzare la carità e vivere la virtù. Non di rado metteva l’uditorio a parte dei suoi problemi, chiedeva preghiere per poter realizzare le sue opere, raccomandando a tutti fiducia nella provvidenza paterna del Signore. Così, per sollevare l’uditorio, a un tratto si mise una mano in ta­sca e prese a frugare, dicendo con un sorriso: “Ora guardiamo un po’ quanto abbiamo nella nostra cassaforte!…”. Dopo molto armeggiare e frugare nelle tasche, riuscì a tirare fuori solo una moneta da due soldi. La volle mostrare a tutti come se fosse un tesoro, ma, nel far questo, la moneta gli sfuggì di mano e, rotolando sul pavimento, andò a nascondersi chi sa dove. Le suore lo aiutarono a cercarla, ma fu fatica inutile, perché la moneta non venne fuori. Allora Don Guanella le pregò di lasciar perdere e fece un gesto come per dire: ora in cassaforte non abbiamo proprio più nulla!

DISCERNIMENTO
Alla Casa di Fratta Polesine, presso Rovigo, si presentarono un giorno due sorelle: Marta di quindici anni e Maria di diciassette. Esse dovevano passare un piccolo esame di attitudine alla vita religiosa, es­sendo desiderose di diventare suore delle Case della Provvidenza. Don Guanella invece di riceverle in parlatorio, le accolse nel cortile vicino al pollaio e, mentre scambiavano le prime parole di benvenuto, ecco che una gallina, trovato un buco nella rete, prese a fuggire entrando a nell’orto con l’intenzione di far man bassa della verdura. Don Guanella senza far tanti complimenti, cominciò l’esame e disse a Marta, la più giovane: “Saresti capace d’andare ad acchiappare quella gallina scervellata e portarmela qui?” Marta, nonostante portasse il nome della brava sorella di Lazzaro, trovò quella proposta un po’ stramba e fuori luogo, per cui arrossì, abbassò il capo umilmente e non si mosse. Maria invece, invitata a sua volta, senza starci tanto a pensare, si mise dietro alla gallina e, con una perfetta manovra, la prese delicata­mente e la riportò velocemente al pollaio. Don Guanella guardò ambedue le sorelle e poi, rivolto a Maria disse: “La tua prova è stata eccellente, per cui mi pare che potrai comin­ciare molto presto, anche la settimana ventura, il periodo di prova". Poi si rivolse a Marta e, tentennando la testa, sentenziò: “Tu, Marta, devi pregare ancora molto, devi fortificare la tua volontà, maturare e diventare forte. E ancora presto per venire con noi”.

 

IGNAZIO DI ANTIOCHIA, Santo Martire

Sant’lgnazio d’Antiochia viene ricorda­to per le intense espressioni di amore verso il Cristo, ignazio deriva da “ignis” (fuoco), e come fuoco ardeva la fede nel suo cuore. Perseguitato da Traiano, venne condotto a Roma, dove finì i suoi giorni nell’arena, divora­to dai leoni. L’ansia di raggiungere Dio, di ritrovare Cristo, gli fece accettare il martirio con gioia; molti cristiani cercarono di evitargli la pena capitale, ma ad essi Ignazio ri­spose: “Lasciatemi essere il nutrimen­to delle belve, dalle quali mi sarà dato di godere Dio. lo sono frumento di Dio. Bisogna che sia macinato dai denti delle belve, affinché sia trova­to puro pane di Cristo”.

 

PASSIO
Ignazio era vescovo d’Antiochia. Arrestato come capo dei cristiani, considerò un meravi­glioso onore morire per Cristo e per il suo gregge. Per il processo fu inviato a Roma, sotto l’imperatore Traiano. Durante il viaggio, scriveva ai cristiani della capitale dell’impero, che attraverso raccomandazioni e amicizie si erano mossi per evitargli la pena di morte: “Pregate per me, perché io sia cristiano, non solo a parole, ma anche a fatti. Non vogliate impedirmi d’essere, come tutti gli altri no­stri fratelli, pasto alle belve nel Circo, perché solo così raggiungerò pienamente Dio. Sono frumento di Dio, dispo­sto a farmi macinare dai denti dei leoni, pronto a diventare pane sacro, come Gesù, per la vita della Chiesa. Lasciatemi imitare la passione del mio Dio... Lasciatemi morire con il mio Amore crocifisso! E’ questo l’unico mio desiderio!” Arrivato a Roma, con altri cristiani, fu gettato nell’Are­na, pasto delle bestie feroci, che lo divorarono completa­mente. Le poche ossa dure rimaste furono amorevolmente rac­colte in un lino e inviate alla chiesa d’Antiochia, testimo­nianza mirabile del coraggioso pastore: vero discepolo di Gesù.

PAROLE DI SANT’ IGNAZIO DI ANTIOCHIA

PAROLA DI GESU’
Colui che possiede in verità la parola di Gesù può anche capire il suo silenzio.

EUCARISTIA
Quando vi riunite insieme per la cena Eucaristica, vengono demolite le potenze di Satana ed è dissolta la sua azione di rovina per la concordia della vostra fede.

CURA
Non ogni ferita si cura applicandole il medesimo emolliente.

PERSECUZIONE
Quando il cristianesimo viene odiato dal mondo mostra di non essere opera umana ma grandezza di Dio.

 

IGNAZIO Dl LOYOLA Santo Fondatore

Ignazio (c.1491 - 1556), nato nelle province Basche, era militare quando una ferita interruppe la sua carriera, senza spegnere l’ardore del suo tempe­ramento. In quell’occasione scopri la preghiera, e nella preghiera, il Signo­re Gesù. Questa esperienza spirituale lo trasformò profondamente. Gli Eserci­zi spirituali, che scrisse a Manresa nel 1523, sono il frutto della sua personale esperienza, e sono rivolti a trasformare gli altri per farne degli apostoli impegnati ad evangelizzare il mondo per la maggior gloria di Dio. Il gruppo dei suoi primi compagni pro­nunciò i voti a Montmartre (Parigi) nel 1534: fu questo il nucleo iniziale della Compagnia di Gesù, vivaio di missionari e di educatori che diffonderanno la fede in tutto il mondo.

SEGNO DI CROCE
“Fatti con più garbo il Segno della Croce” ,disse un giorno S. Ignazio di Lojola al piccolo ‘Giamburrasca’, che aveva con­dotto con sé a Roma dalla Spagna: Pietro Ribadeneira. “Padre Ignazio, ma lo faccio tale e quale i vostri Gesuiti”. “Cosa dici? I miei Gesuiti fanno il Segno di Croce come si deve!”,rispose Ignazio. Il ragazzo non replica, ma ne pensa una. I Gesuiti al mattino si alzavano molto presto e andavano in cappella attraverso i corridoi bui in veste nera e cotta bianca. Pietro riempie la pila dell’acqua santa con inchiostro nero. I Gesuiti, passando, intingono le dita, si segnano, vanno ai banchi per la meditazione, finita la quale depongono le cotte in sacrestia. Pierino, svelto, fa un bottino di tutte quelle cotte, le porta a S. Ignazio: “Venga, Padre, e verifichi i Segni di Croce dei suoi cari Gesuiti”.  Ahimé! Le macchie d’inchiostro dicono chiaro che anche i Gesuiti, talvolta, fanno il Segno di Croce ‘come Dio vuole’, o, meglio, come Dio non vorrebbe!

ALCUNE PAROLE DI IGNAZIO DI LOYOLA

SAPIENZA
Molta sapienza unita a una modesta santità è preferibile a molta santità con poca sapienza.

SCELTA
Scegli ora ciò che vorresti aver scelto in punta di morte.

DOMANI
Col proposito di far molto domani, l'insensato trascura il bene di oggi, così non ottiene né il bene di oggi né quello di domani.

PREGHIERA
Dobbiamo pregare come se tutto dipendesse da Dio e agire come se tutto dipendesse da noi.

INTERIORITA’
Non l'abbondanza del sapere sazia e solleva l'anima, ma il sentire e gustare le cose interiormente.

CORPO
E' necessario che il corpo non sia troppo affaticato, affinché non ne venga soffocato lo spirito, ma è necessario nello stesso tempo che il riposo dell'uno non sia a danno per l'altro.

MASSIMILIANO KOLBE, Santo
Nato in Polonia nel 1894, Massimiliano entrò nella famiglia francescana dei Minori Conventuali. Fondò la “Milizia di Maria Immacolata” e svolse, con la parola e con la stampa, un intenso apostolato in Europa e in Asia. Deportato ad Auschwitz durante la seconda guerra mondiale, offrì la sua vita in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Morì nel bunker della fame il 14 agosto 1941.

L’OPERA DI SAN MASSIMILIANO
Noi conosciamo padre Massimiliano Kolbe, soprattutto, per la sua morte tragica, ed eroica, nel campo di concentramento di Auschwitz — o, come dicono i polacchi, Oswiecim — ma dimentichiamo che fu, prima di allora, e finché poté agire libera­mente, un grande, instancabile, eroica apostolo della buona stampa.Il suo “Cavaliere dell’Immacolata” — prima in Polonia e poi, anche, in Giappone —arrivò a tirature altissime, di parecchi milioni di copie. Era instancabile, infaticabi­le. “Il nostro amore alla Madonna”, diceva, “è un impegno in fatiche per conquistare tutte le anime. E’ sgobbare tutto il giorno, ammazzarsi di lavoro, essere ritenuto un pazzo”.E a un suo confratello, che gli chiede se lo vuole in Giappone a lavorare con sé, scri­ve: Vieni pure fratello, ma attenzione: sei disposto a consumare completamente te stesso, ad abbreviare la tua esistenza a causa della fame, del freddo e dei disagi ed esporti ad una morte prematura, questo per amore della Madonna?Se è sì:vieni subito. Se è no: resta dove sei”.

UN SANTO NEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO
Nel 1941 padre Kolbe viene arrestato e internato nel campo di con­centramento di Auschwitz col numero 16670.
Il campo di concentramento è doppiamente un inferno. Non c’erano solo i soprusi e le sofferenze inflitte dalle SS. La lotta per la conserva­zione della vita assumeva forme così brutali che era raro il caso che un prigioniero aiutasse un altro. Non così padre Kolbe. “L’ho visto con i miei occhi”, afferma un prigioniero sopravvissuto, “passare una parte della sua razione a uno che soffriva la fame più de­gli altri. E la razione che ci davano era tanto piccola che solo il cuore di una mamma poteva avere la forza di spartirla”. “Una notte faceva un freddo cane, ricorda un altro. “Mi svegliai di soprassalto: qualcuno mi stava ricoprendo con una coperta. Era il Pa­dre. Ogni volta che mi rammento di lui non posso trattenere le lacrime”. L’amore di padre Kolbe per i suoi compagni di sventura era tale che dava tutto se stesso, lasciando sempre il posto migliore agli altri. Di­strutto dalla tubercolosi che lo aveva di nuovo colpito, al dottore che gli proponeva di entrare in ospedale, rispose: “Io posso aspettare; prenda piuttosto quello lì”, e indicò un altro prigioniero. “In quel mondo”, testimonia il dottore, “un tale desiderio di sacrificarsi per gli altri era così sorprendente per me, che alla fine gli chiesi: “Chi sei?”, ed egli mi rispose: “Sono un sacerdote cattolico”. Equando gli domandai se credeva ancora che Dio vegliasse su di noi, cercò di persua­dermi con tutto il suo fervore che Dio, nonostante le apparenze contra­rie, vegliava effettivamente su di noi”.

L’OPERA DI SAN MASSIMILIANO
Noi conosciamo padre Massimiliano Kolbe, soprattutto, per la sua morte tragica, ed eroica, nel campo di concentramento di Auschwitz — o, come dicono i polacchi, Oswiecim — ma dimentichiamo che fu, prima di allora, e finché poté agire libera­mente, un grande, instancabile, eroica apostolo della buona stampa.Il suo “Cavaliere dell’Immacolata” — prima in Polonia e poi, anche, in Giappone —arrivò a tirature altissime, di parecchi milioni di copie. Era instancabile, infaticabi­le. “Il nostro amore alla Madonna”, diceva, “è un impegno in fatiche per conquistare tutte le anime. E’ sgobbare tutto il giorno, ammazzarsi di lavoro, essere ritenuto un pazzo”.E a un suo confratello, che gli chiede se lo vuole in Giappone a lavorare con sé, scri­ve: Vieni pure fratello, ma attenzione: sei disposto a consumare completamente te stesso, ad abbreviare la tua esistenza a causa della fame, del freddo e dei disagi ed esporti ad una morte prematura, questo per amore della Madonna?Se è sì:vieni subito. Se è no: resta dove sei”.

LEONE MAGNO, Santo Papa

 

Eletto papa nel 440, Leone (c. 395 - 461) fu un predicatore di grande ricchezza dottrinale e un pastore che, di fronte alle eresie, seppe formulare il miste­ro della persona del Cristo, Dio e uomo, in termini che verranno adottati dal concilio di Calcedonia (451). Con i suoi interventi coraggiosi, sal­vò per due volte la città di Roma dal­la devastazione di cui la minacciavano gli Unni di Attila e i Vandali di Genserico.

DAVANTI AD ATTILA
Nel periodo in cui Attila, re degli Unni, invadeva l’Italia, S. Leone Papa pregò per tre giorni e tre notti davanti ai Santi Apostoli Pietro e Paolo; poi disse ai suoi: “Chi vuole, mi segua”. Viaggiò fino al Mincio e qui affrontò Attila, il flagello di Dio. Il re degli Unni, appena visto il Papa, scese da cavallo, s’inchinò e gli disse di chiedergli quel che volesse. Leone disse: “Togli l’assedio da Aquileia, ridona la libertà ai prigio­nieri ed esci dall’Italia!” Il terribile Attila ubbidì, tra lo stupore dei suoi guerrie­ri, che così lo rimproverarono: “Tu vincitore del mondo, perché cedi di fronte ad un prete?” Attila rispose: “Ho ubbidito per il bene del popolo degli Unni. Quan­do il Papa mi parlava, io vedevo accanto a lui una figura maestosa e divina, che con sguardo terribile e braccio disteso mi indicava la via del ritorno! Come avrei potuto resistere a Dio?”

PREGHIERA DI S. LEONE MAGNO
O potenza meravigliosa della croce!... O ineffabile gloria della Passio­ne, che è insieme tribunale del Signore, giudizio del mondo e potenza del Dio crocifisso! Tu, o Signore, hai veramente attirato a te tutte le cose e mentre tu tendevi continuamente le tue mani a un popolo incredulo e sor­do, tutto il mondo comprese il significato della tua maestà che si mani­festava. . .
La tua croce è infatti fonte di benedizione e causa dì tutte le grazie: per essa è data ai credenti forza nelle infermità, gloria nell’umiliazione e vita dalla morte.
Ora, cessata la varietà dei sacrifici carnali, un’unica oblazione del tuo Corpo e del tuo Sangue abolisce le differenze delle diverse vittime: perché tu sei il vero Agnello che toglie i peccati del mondo, che in te compie tutti i misteri, e come il sacrificio è unico per tutte le vittime, così sia unico il regno per tutte le genti. Amen.

ALCUNE PAROLE DI SAN LEONE MAGNO
SPIRITO SANTO                                                                         
Se ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo, sono nostre non solo le opere buone che compiamo ma anche quelle compiute dagli altri.
LIBERTA’          
L'uomo gode vera pace e libertà quando il corpo è governato dallo spirito e lo spirito da Dio.
MONDO           
Ogni cosa, nel mondo, è piena di pericoli e tranelli: le passioni commuovono, i piaceri solleticano, i guadagni corrompono, le perdite scoraggiano, le maldicenze amareggiano.
PACE       
La pace sta nel volere quello che Dio comanda e nel non volere quello che Dio proibisce.
PERDONO
Non cercare di vendicarti, tu che hai tanto bisogno di perdono.
SUPPLICA     
Se il Signore ha promesso di concedere ciò che chiedono uno o più riuniti nel suo nome, che cosa potrà rifiutare ad un popolo che conta migliaia di persone strettamente osservanti, animate da un unico Spirito?

 

LUIGI GONZAGA, Santo

Luigi (1568-1591) fu paggio alla corte dei Medici e a quella di Spagna. A diciassette anni ottenne il permesso di farsi gesuita e rinuncio ai suoi diritti sul principato di Mantova, Dopo una breve  vita  religiosa  condotta  con la fedeltà più  assoluta,  morì  di  peste mentre, a Roma,  curava gli appestati, e poté così realizzare il suo desiderio di   immergersi   nel   "mare   immenso" dell'amore divino.

PACE DEL CUORE
Mentre ancora ragazzo stava giocando con i suoi compagni uno domandò: "Che cosa faresti se qualcuno ti dicesse che fra poco dovrai morire?" "Andrei a confessarmi" rispose uno”. "Andrei in chiesa a pregare" rispose un altro. "E io continuerei a giocare" rispose Luigi Gonzaga.

 

LUIGI MARIA GRIGNION DA MONTFORT, Santo, Sacerdote
Nato a Montfort, Rennes, Francia, nel 1673, divenne sacerdote nel 1700. Luigi Maria percorse le regioni occidentali della Francia predicando il mistero della Sapienza eterna, Cristo incarnato e crocifisso, e insegnando ad andare a Gesù per mezzo di Maria. Nel 1712-13 padre Grignion fonda una comunità maschile di missionari per l’evangelizzazione: la Compagnia di Maria. Questi religiosi, chiamati poi abitualmente Monfortani, estenderanno via via la loro attività in Europa, America e Africa. Ma lui vedrà solo gli inizi, morendo pochi anni dopo la fondazione, il 28 aprile 1716.

 

CRISTO NEI POVERI
S. Luigi Maria Grignion de Montfort, una sera, per le strade di Dinan, incontrò un povero mendicante sfinito dall’inedia e tutto una piaga. Senza farsi pregare, gli si avvicina, lo consola, lo abbraccia, se lo carica delicata­mente sulle spalle e si dirige verso la casa della missione. Poiché era un po’ tardi e la porta era già chiusa, bussa sollecitamente, gridando: - Aprite le porte a Gesù... Aprite le porte a Gesù! Entrato, lo rifocilla delicatamente e lo mette con ogni riguardo a letto, nel suo letto.

AVE STELLA DEL MARE
Nella vita di san Luigi Grignon de Mont­fort si narra che, trovatosi su di un veliero attaccato dai corsari, quando già costoro stavano dando l’assalto per catturare tutti i passeg­geri al largo della Bretagna, egli si inginocchiò e cominciò a cantare l’ Ave Maris Stella, supplicando un aiuto efficace dalla gran Madre del Signore. E in realtà s’alzò un vento impetuoso che trascinò lontano le navi dei corsari, facendole scomparire presto all’orizzonte. Nel mo­mento dell’Assunzione in cielo — spiegò poi il santo — la Madonna estende la sua mediazione, già praticata durante la vita, all’universo intero e in tutti i secoli. Confidando in lei, si è sempre difesi.

LEOPOLDO MANDIC, Santo, Cappuccino

Nella vita di san Leopoldo non c’è nulla di particolarmente memorabile, la sua storia è tutta interiore. Nato nel 1886 in Croazia, a Castelnuovo di Cattaro si fece cappuccino e per circa 40 anni rimase a Padova. Era alto un metro e trentacinque, aveva un difetto di pronuncia, camminava goffamente, era tormentato da innumerevoli disturbi, dall’artrite al mal di stomaca, eppure confessò per tutta la tutta la vita, fimo a quindici ore al giorno. Morì il 30 luglio 1942 e pur essendo in piena guerra il suo funerale fu una apoteosi di folla che già lo riconosceva santo

 

LA VOCAZIONE DI SAN LEOPOLDO MANDIC

“Quando ero bambino di otto anni, un giorno commisi una man­canza che non mi sembrava grave, e tale la giudico ancora oggi. Mia sorella mi rimproverò, e poi mi condusse dal parroco perché mi correg­gesse e mi castigasse. Io confessai al parroco la mia colpa ed egli, dopo avermi aspramente rimproverato, mi mise in ginocchio in mezzo alla chiesa. Io rimasi profondamente addolorato e dicevo tra me stesso: “Ma perché si deve trattare tanto aspramente un bambino per una man­canza così leggera? Quando sarò grande, voglio farmi frate, diventare confessore e usare tanta misericordia e bontà con le anime dei pecca­tori”.

 

AMICO DEGLI UOMINI E AMICO DI DIO

Fin da piccolo Leopoldo mostrò il suo buon cuore e la sua fede Un giorno egli giocava con amichetti su quella piccola spiaggia davanti a casa sua. Erano in posta dei patacconi e un compagno di gioco, a forza di perdere, ne rimase senza, si arrabbiò e disse una parolaccia. Lui prese di tasca tutti i suoi e li offrì al perdente dicendo: “Son tutti tuoi se prometti di non dir più parolacce”. Le destre stringendosi, fissarono il patto. Un buon inizio: per gli amici bisogna esser disposti a sacrificare qualcosa del proprio.

DOLCEZZA E PREPOTENZA
Il 14 luglio 1934, san Leopoldo, il  confessore di  Padova si trovava in tram per raggiungere un convento di suore. C’era molta calca e lui, picco­lino di statura, dovette un po’ sgomitare per raggiungere l’uscita. Urtò un giovane tracotante che senza complimen­ti gli mollò un ceffone. Il santo sor­ridendo gli disse: “Mi faccia bello an­che dall’altra parte, perché farei brutta figura andando in giro rosso so­lo da una parte”. Il ragazzo rimase talmente confuso che si inginocchiò in mezzo alla gente e gli domandò perdono. Il cappuccino gli batté amichevolmente la mano sulla spalla e disse: “Niente, niente! Amici come prima!”.

IL FREDDO E LA STUFA
Soffriva tremendamente il freddo, ma non chiese mai una stufa per il confessionale tanto umido e privo di sole.  Un rigidissimo giorno d’inverno, un confidente, trovandolo mezzo intirizzito, gli disse: “Ma, Padre, perché non si fa mettere per un po’ la stufa?” “Cosa vuole?, egli rispose, “tanti poveri soffrono il freddo ed io avrò il coraggio di riscaldarmi con la stufa? Cosa potrò dir loro quando vengono a confessarsi?”.

 

ALCUNI PENSIERI DAGLI SCRITTI DI SAN LEOPOLDO

 “Abbiate fede e troverete esauriente risposta a tutti i perché. E tutte le prove saranno sopportabili, e il dolore si rivestirà di luce”.
“Quando il Padrone Iddio ci tira per la briglia, direttamente o indirettamente, lo fa sempre da Padre, con infinita bontà. Cerchiamo di comprendere questa mano paterna che con infinito amore si degna di prendersi cura di noi”.
“Non occorrono penitenze straordinarie. Basta che sopportiamo con pazienza le comuni tribolazioni della nostra misera vita; le incomprensioni, le ingratitudini, le umiliazioni, le sofferenze causate dal mutare delle stagioni e dell’ambiente in cui viviamo. Esse formano la croce che il peccato ci ha caricato sulle spalle e che Dio ha voluto quale mezzo per la nostra redenzione.
“Se il Signore mi rimproverasse di troppa larghezza potrei dirgli: Padrone benedetto, questo cattivo esempio me lo avete dato voi, morendo sulla croce per le anime, mosso dalla vostra divina carità”.

 

 

MARIA MADDALENA DE PAZZI ,santa, carmelitana italiana
Di nobile famiglia, entrò fra le carmelitane nel 1582, conducendo, nonostante la precaria salute, una vita di austerità e di privazioni. Dettò i resoconti delle sue estasi, che, raccolte in volume con il titolo di Estasi, costituiscono un'opera di notevole interesse nella letteratura mistica del cattolicesimo. Dettò inoltre Lettere a Sisto V, a cardinali e vescovi che però i superiori non fecero pervenire a destinazione. La sua concezione di amore “rilassato” che si abbandona completamente nella volontà divina ebbe molta influenza sul quietismo..

INNAMORATA
Lasciò scritto santa Maria Maddalena de’ Pazzi: “Tu m’hai ingannata, Signore! M’avevano detto che non avrei trovato che croci, spine, abbandoni. Sono venuta e ho trovato Te, e con Te non c’è dolore, ma amore”.

ALCUNE PAROLE DI SANTA MARIA MADDALENA DE PAZZI
SILENZIO
Non è bastante il tacere delle labbra se non si osserva il tacere del cuore.
EUCARISTIA
Nessuno può predicare efficacemente se non piega le ginocchia dopo la S. Messa; nessuno può acquistare l'umiltà se non fissa lo sguardo in te, Verbo in Croce!
STRADA DI SANTITA’
Cadendo e rialzandomi, ho imparato a salire.

MARTINO DI TOURS, Santo, Vescovo
Nato in Ungheria, divenuto soldato a 16 anni, Martino (316 - 397) era ancora catecumeno quando, spinto da una pro­fonda carità evangelica diede metà del suo mantello a un povero.
Battezzato a ventidue anni, lasciò l’esercito e fondò a Ligugè il primo monastero di oriente. Divenne poi ve­scovo di Tours e si dedicò all’evange­lizzazione delle genti della campagna.

LE CREDENZIALI DELL'AMORE
San Martino pregava nella cella del suo monastero, quando sentì bussare alla porta. Entrò un giovane re, pieno di luce e bontà. Il santo lo guardò per bene, poi continuò a pregare. Il giovane re, meravigliato, esclamò: "Martino, io sono il Signore! Come mai non mi guardi? Come mai non mi ricevi con gioia?". Il Santo, senza scomporsi, disse: "Se sei il mio Gesù, mostrami le ferite!"
Tutto scomparve. Quel re meraviglioso non era il Signore: infatti alle mani e ai piedi non aveva ferite. Era il tentatore.

MARTINO E I POVERI
Ogni domenica la piazza del duomo di Tours era piena di mendicanti e di poveri disgraziati. Tutti manifestavano le loro miserie, per ottenere elemosine più abbondanti dai fedeli. Però all’improvviso tutta quella gente spariva: fuggiva­no tutti, come meglio potevano.
Un nuovo arrivato chiede: “Perché fuggite, povera gente di Tours?” Una voce risponde: “Viene Martino, il vescovo della nostra città”. “E con questo?” “Martino è santo: fa i miracoli!”, risponde la voce. “Non è forse questa una fortuna per tutti?”,insi­ste stupito il nuovo mendicante. Ma si sente rispondere: “No, è una disgrazia! Martino ci guarisce!” “E allora, non è questo che si cerca?” “. . .Ma non capisci che se il santo ti guarisce, nessuno più ti farà la carità e sarai costretto a lavorare?”

LA ‘CAPPA DI SAN MARTINO’
Martino, ancora soldato e catecumeno, dava ogni suo avere ai poveri. Avendo veduto alla porta di Amiens, nel gran rigore del freddo, un povero nudo e abbandonato, ta­gliò il suo mantello in due parti e gliene diede una. La notte gli apparve in sogno Cristo Gesù, vestito con quella metà di cappa’, che egli aveva donato al povero. Diceva agli angeli: “Questi è Martino che, ancor catecumeno, mi ricoprì di quest’abito!” Questo sogno incoraggiò talmente il santo, che allora aveva diciotto anni, che subito volle ricevere il battesimo e diventare cristiano.  La tradizione dice che quel giorno il cielo di novembre divenne sereno e il sole splendido come in estate e aggiun­ge che ogni anno il miracolo si rinnova, per rallegrare la festa del santo.

 

MELANIA LA GIOVANE, Santa

Nata in un ricca e nobile famiglia romana, pur essendosi sposata, dopo la morte di due figli decise d’accordo con il marito Piniano di vivere entrambi una vita monacale. Si spostarono prima in Sicilia, poi in Africa, poi a Gerusalemme fondando monasteri animandoli con un intensa attività liturgica. Morì a Gerusalemme nel 440.         

RICCHEZZE
Santa Melania, figlia di Marcellino, console nel 341, alla morte del marito si recò nel deserto di Nitria per visitare i santi solitari, dei quali aveva sentito raccontare meraviglie. In particolare si recò da Pambo, famoso in quei luoghi, e, venuta a sapere dell’estrema povertà del vegliardo, gli fece dono di trecento libbre d’argento in vasellami. Il santo lavorava ad intessere foglie di palma, e senza neppure volgere lo sguardo, disse: “Dio vi ricompensi”. Poi ordinò all’economo di distribuire il vasellame tra monasteri poveri della Lidia e delle isole. Melania attendeva che il vegliardo la ringraziasse e le desse una speciale benedizione ma, visto che continuava in silenzio il suo lavoro, gli disse: “Padre, affinché lo sappiate, sono trecento libbre d’argento…”. Il solitario, senza alcun gesto di stupore, rispose: “Colui per amore del quale lo avete donato, non ha bisogno di sapere il peso: egli pesa le colline e le montagne. Se l’aveste donato a me, era giusto dirmene la quantità, ma se l’avete offerto a Dio, che non disprezza neppure due spiccioli, allora tacete”.

MONICA, Santa

Nativa di Tagaste, nell’Africa romana, con trent’anni di paziente devozione, Monica (c. 331 - 387) riuscì ad ottenere la conversione del marito, un pagano violento e dissoluto. il figlio maggio­re, Agostino, la faceva molto soffrire con la sua cattiva condotta.Ma il Ve­scovo di Milano, S. Ambrogio, la rassicurò dicendole: “Non è possibile che il figlio di tante lacrime si perda”. La sua preghiera ottenne effettivamen­te la conversione. di Agostino, e Monica ebbe la consolazione di morire fra le sue braccia.

MADRE E FIGLIO
Monica di Tagaste era cristiana. Sposò Patrizio, uomo ira­scibile e pagano: il suo paziente e dolce affetto lo conqui­stò al Cristianesimo. Da lui ebbe tre figli, di cui il più famoso è Agostino: sua gioia e tormento. Lo seguì con materna comprensione nei suoi lunghi erro­ri religiosi e morali; ebbe cura del nipotino Adeodato, nato ad Agostino da una convivenza illecita; lo convertì a Cristo a forza d’infinite lacrime e preghiere. Quando nella notte di Pasqua dell’anno 397, Ambrogio, vescovo di Milano, battezzò Agostino e lo accolse ufficial­mente nella Chiesa, Monica fu invasa dalla più grande gioia: aveva generato il figlio due volte: una alla vita ter­rena e ora alla vita celeste. Dopo simile consolazione, che stare a fare ancora al mondo? Lei e il figlio, prima del ritorno in Africa, appoggiati ad un balconcino di Ostia Tiberina, sotto la volta del cielo stellato, conversarono con grande dolcezza, dimentichi delle vicende passate, protesi verso il futuro di Dio. Monica disse al figlio: “Agostino mio, questa vita ormai non ha più alcuna attrattiva per me. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era che mi faceva desiderare di restare quaggiù ancora per poco: vedere la tua conversione prima di morire. Ora che il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, ora che ti vedo addirittura pronto a rinunziare a tutto per ser­vire Lui, che cosa faccio qui?”
Si mise a letto e dopo pochi giorni morì, gioiosa perché Dio non disprezza il pianto di una madre, anzi ne ascolta sempre l’incessante preghiera; ma soprattutto per aver guidato nel porto di Dio l’intera barca della sua famiglia.

 

LEONARDO MURIALDO, Santo
Leonardo Murialdo nacque a Torino il 26 ottobre 1828 da una famiglia benestante di forti tradizioni cristiane che lo educò fin dall’infanzia ad un amore concreto verso i poveri. Ordinato sacerdote il 20 Settembre 1851 collaborò con Don Bosco e con il Cafasso. Fu direttore dell’ Istituto degli Artigianelli. Murialdo collaborò attivamente alla fondazione delle “Unioni Operaie Cattoliche” e a diversi organismi e servizi sociali, prodigandosi per ottenere una legislazione sociale più umana e più giusta. Fu lui a promuovere a Torino nel 1883 la fondazione del primo giornale Cattolico italiano per i lavoratori, “La Voce dell’Operaio”. All’inizio del nuovo secolo il 30 Marzo 1900 a 72 anni, il Murialdo concluse il suo cammino terreno.

CROCI
San Leonardo Murialdo, il prete della carità, fu insignito della “Croce di Cavaliere della Corona d’Italia”, però non la portò mai.
A chi gli chiedeva che cosa ne avesse fatto rispondeva: ”Di croci ne ho già ben altre da portare tutti i giorni!”.

CARBONERIA
Il Murialdo accoglieva tutti, anche gli spazzacamini che incontrava per strada: le sorelle lo aiutavano ma ogni tanto, è comprensibile, perdevano la pazienza. “Leonardo, gli disse un giorno una di esse, trovandosi davanti ad una montagna di panni sporchissimi, ora stai esagerando. Ci hai trasformato la lavanderia in ‘carboneria’ ”.

NOTKER  BALBULUS, Beato, Monaco
Era nato verso l’840 fu benedettino nel convento di San Gallo, ne divenne poi bibliotecario (890). Apprezzato compositore di inni e sequenze, è scrittore ricercato, dallo stile personale, non privo di oscurità. Morì nel 912.

CANTORE DI DIO
Il beato Notker, un monaco svizzero di san Gallo, che vendicò la sua balbuzie componendo magni­fici canti religiosi (tra cui la sequenza “Victimae Paschali laudes”), passava una sera lungo un torrente; arrivato nei pressi del mulino di Presle, gli capitò di vedere un ragazzetto che abbassava la chiusa, fermando così le ruote e le macine. Inaspettatamente ci fu completo silenzio. Allora il monaco, accordandosi con la mandola, cantò il fa­moso ritmo che comincia appunto con queste parole: “Come un mulino senz’acqua / così è l’uomo senza Spirito Santo”.

 

ORIONE LUIGI, BEATO
Il beato Luigi Giovanni Orione, nacque a Pontecurone nella diocesi di Tortona, il 23 giugno 1872. Lavorò nei campi nella sua fanciullezza. Nel 1886 entrò nell’oratorio di Torino diretto da s. Giovanni Bosco, ove rimarrà per tre anni, Inaspettatamente lasciò i salesiani e nel 1889 entrò nel seminario di Tortona per studiare filosofia per due anni, al termine del corso, proseguì gli studi teologici. Il 13 aprile 1895, venne ordinato sacerdote. Si impegnò con tutte le sue forze in molteplici attività: visite ai poveri ed ammalati, lotta contro la Massoneria, diffusione della buona stampa, frequenti predicazioni, cura dei ragazzi.  Si precipitò a soccorrere le popolazioni colpite dal terremoto del 1908 a Messina e Reggio Calabria, inviando nelle sue Case molti orfani. Per curare tante attività, fondò la Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza e le Piccole Missionarie della Carità; dal lato spirituale e contemplativo, fondò gli Eremiti della Divina Provvidenza e le Suore Sacramentine, a queste due Istituzioni ammise anche i non vedenti. Ancora lo spirito missionario lo spinse a mandare i suoi figli e suore nell’America Latina e in Palestina sin dal 1914. Gli ultimi tre anni della sua vita li trascorse sempre a Tortona, dove morì, il 12 marzo 1940.

CONFESSIONE
Don Bosco è allo stremo delle forze. Confessa soltanto alcuni salesiani e gli alunni dell’ultima classe. In modo quasi inspiegabile, Luigi Orione ottiene questo singolarissimo privilegio. Bisogna che si prepari seriamente. Lo narrò don Orione stesso: “Nell’esa­me di coscienza che feci, riempii tre quaderni”. Per non tralasciare nulla, aveva consultato alcuni formulari. Ricopiò tutto, si accusò di tutto. A una sola domanda aveva risposto negativamente: alla domanda: “Hai ammazzato?”. “Questo no!”, scrisse. Poi, con i quaderni in tasca, una mano sul pet­to, gli occhi bassi, si accodò agli altri attendendo il suo turno. Tremava per l’emozione. Toccò a lui. Si inginocchiò. Don Bosco lo guardò sorridendo: “Dammi i tuoi peccati”. Il ragazzo tirò fuori il primo quaderno. Don Bosco lo prese, sembrò soppesano un attimo, poi lo stracciò. “Dammi gli altri”. Anche gli altri due fecero la stessa fine: stracciati. Il ragazzo stava a guardare disorientato. “E adesso la confessione è fatta”, disse il Santo. “Non pensare mai più a quanto hai scritto”.

A BORDO STRADA
Nella vita di don Orione si racconta che egli, tornando in bicicletta da un paese vicino a Tortona, vede all’improvviso un uomo seduto sull’orlo del fosso. Scende dalla bicicletta e gli si va a sedere vicino. Si accorge che ha gli occhi molto tristi. Gli chiede: “Cos’hai?”, e quello risponde: “Per me è finita”. Don Orione lo spinge ad aprirgli il suo cuore: “Cosa c’è? c’è rimedio a tutto!”. E lui: “No, per me è finita!”. E all’improvviso esce in questa espressione: “Ci può essere perdono per uno che ha ucciso suo padre?”. E don Orione: “Se sei pentito, c’è subito il perdono!” e l’assolve lì sull’orlo del fosso.

INCONTRO CON SILONE
Silone in “Uscita di sicurezza”(1965) descrive il suo incontro con don Orione quando aveva 16 anni. Rimasto orfano nel terremoto del 1915 in Abruzzo, era stato messo dalla nonna in un collegio a Roma. Per una sua fuga di tre giorni il direttore non lo volle più e pensò di affidarlo alle istituzioni di don Orione. Silone fu contento di questo “castigo”, perché qualche anno prima, all’epoca del terremoto, gli era rimasta particolarmente impressa la figura del prete che si prodigava fra le macerie. Ora, per un sopravvenuto impedimento, don Orione telefonò che non sarebbe venuto a prendere il ragazzo in collegio; si sarebbero invece incontrati nell’atrio della stazione per poi partire per San Remo. Per un equivoco della memoria, Silone non riconobbe don Orione in quel piccolo e semplice prete, e credendolo un sostituto lo trattò male e si fece portare persino i bagagli con arroganza, come se quel prete fosse un facchino. Durante il viaggio, per dispetto, si fece comprare “L’Avanti”, che allora costituiva il foglio anticlericale per antonomasia. Don Orione fece tutto come un servo, e quando l’equivoco fu chiarito, di fronte alle scuse del ragazzo, don Orione disse soltanto: “Portare le valige come un asinello... La mia vocazione è un segreto che voglio rivelarti; sarebbe poter vivere come un autentico asino di Dio, come un autentico asino della Divina Provvidenza”.

PERDONO
Una sera d'inverno, don Orione predicava nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo Scrivia, gremitissima di fedeli giunti anche dai paesi vicini. Tema: la misericordia di Dio! Argomento prediletto di molte sue predicazioni. A comprovare la grandezza del sacramento della Confessione disse questa frase: “ Anche se un figlio fosse giunto ad un tal grado di perversione da mettere il veleno nella scodella di sua madre per ucciderla, purché sinceramente  pentito del proprio delitto, otterrebbe da Dio il perdono!”. A funzione finita, Don Orione, avendo perso l'ultimo tram per ritornare a Tortona, vi si avviò a piedi. Imbruniva e faceva freddo. Un uomo, avvolto in un mantello, dal fare molto sospetto, lo ferma ad un angolo della strada e, accettatosi di trovarsi di fronte il prete che ha fatto la predica e che ha parlato del veleno nella scodella, gli dice bruscamente: “Lei mi conosce, perché ha parlato di me!” Don Orione continua ad affermare il contrario e allora l'uomo, rompendo ogni indugio, dichiara: “Io sono quel tale di cui ha parlato lei questa seta; io ho messo il veleno nella scodella di mia madre!” Brivido e commozione in don Orione. Di li a poco, su quel ciglio di strada appena rischiarato nella notte invernale, l'apostolo della carità raccoglieva la confessione del penitente più bisognoso della misericordia di Dio e della sua pace. Ma prima di andarsene per la sua strada, quell'uomo, in un impeto di commozione per la grazia ricuperata, volle abbracciare con grande affetto ed entusiasmo il sacerdote che lo aveva riconciliato con la vita

ANCHE IL RE PUO’ SERVIRE
Si era a pochi giorni dopo il terremoto (del 1915, nella Marsica, in Abruzzo). La maggior parte dei morti giaceva ancora sotto le macerie. I soccorsi stentavano a mettersi in opera. Gli atterriti superstiti vivevano nelle vicinanze delle case distrutte in rifugi provvisori. Si era in pieno inverno, quell'anno particolarmente freddo. Nuove scosse di terremoto e burrasche di neve ci minacciavano (...).Durante certe notti gli urli delle belve non ti lasciavano prendere sonno (...). Una di quelle mattine grigie e gelide, dopo una notte insonne, assistei ad una scena assai strana. Un piccolo prete sporco e malandato, con la barba di una decina di giorni', si aggirava tra le macerie attorniato da una schiera di bambini e ragazzi rimasti senza famiglia. Invano il piccolo prete chiedeva se ci fosse un qualsiasi mezzo di trasporto per portare quei ragazzi a Roma. La ferrovia era stata interrotta dal terremoto, altri veicoli non vi erano per un viaggio così lungo. In quel mentre arrivarono e si fermarono cinque o sei automobili. Era il re (Vittorio Emanuele III) col suo seguito che visitava i comuni devastati. Appena gli illustri personaggi scesero dalle loro macchine e si allontanarono, il piccolo prete, senza chiedere il permesso, cominciò a caricare sopra una di esse i bambini da lui raccolti. Ma, com'era prevedibile, i carabinieri rimasti a custodirle vi si opposero, e poiché il prete insisteva, ne nacque una vivace colluttazione al punto da richiamare l'attenzione dello stesso Sovrano. Per nulla intimorito, il prete si fece allora avanti e, col capello in mano, chiese al re di lasciargli per un po' di tempo la libera disposizione di quelle macchine in modo da poter trasportare gli orfani a Roma, o almeno alla stazione più prossima ancora in attività. Date le circostanze, il re non poteva non acconsentire. Assieme ad altri, anch'io osservai con sorpresa e ammirazione tutta la scena. Appena il prete, col suo carico di ragazzi, si fu allontanato, chiesi attorno a me: "Chi è quell'uomo straordinario?". Un vecchio, che gli aveva affidato il suo nipotino, mi rispose: "Un certo don Orione, un prete piuttosto strano".

ALCUNE PAROLE DI DON ORIONE
ALTRUISMO       
La perfetta letizia non può essere che nella perfetta dedizione di sé a Dio e agli uomini, ai più miseri come ai più fisicamente, moralmente deformi.

APOSTOLO         
Chi non è apostolo è apostata.
PREGHIERA        
La salvezza delle anime si compie più con le ginocchia che con tutto il resto.

PROVVIDENZA   
Iddio ama tutte quante le sue creature, ma la sua Provvidenza non può non prediligere i miseri, gli afflitti, gli orfani, gli infermi, i tribolati di ogni maniera.

RIDERE              
Chi non sa ridere non è una persona seria .

MARIA               
Leggete sulla mia fronte, leggete nel mio cuore, leggete nell'anima mia:non vi vedrete cosa che non porti scritto: Grazia di Maria.

FEDERICO OZANAM, Beato

 

Il francese Federico Ozanam, fondatore della Società di San Vincenzo, è un esempio di carità e santità laicale. Nato a Milano nel 1813 si spostò poi a  Parigi dove si legò ai circoli cattolici intorno al fisico André-Marie Ampère e a Emmanuel Bailly. Nel 1833 diede vita alle «conferenze» che tuttora condividono la vita dei poveri. Si laureò in Legge e Lettere, insegnò alla Sorbona, fu accademico della Crusca di Firenze. Nel 1841 si sposò. Ebbe una figlia. Il tutto continuando a seguire l’Opera. Morì a Marsiglia nel 1853 ed è beato dal 1997.

SANTI GENITORI
I coniugi Ozanam (genitori del celebre Federico, fondatore delle Conferenze di San Vincenzo), arrivati alle soglie della vecchiaia sentirono il peso delle fatiche che la carità, da loro costantemente praticata nelle soffitte e nei tuguri di Parigi, aveva loro imposto per tanti anni. Così si diedero dei limiti, secondo le loro forze e si promisero a vicenda che non sarebbero andati a visitare se non malati del primo, o al massimo, del secondo piano. Un giorno, papà Ozanam, che era medico, si trovava presso alcuni poveretti al pian terreno e gli parlarono di un malato abbandonato da tutti al quarto piano. Il bravo dottore tentennò un po', poi finì col dire: "Ci vado, ma, per amor del cielo, non ditelo a mia moglie, le ho promesso che non avrei mai superato il secondo piano". E va su, col fiato grosso, con grande fatica. Entra dall'ammalato a cui una donna stava dando da bere. Quando si avvicinò, la donna si voltò: era sua moglie. Si guardarono in faccia arrossendo, poveri vecchietti, ancora ansanti per quelle scale. Ma si sorrisero, felici.

LA PREGHIERA NON È TEMPO PERSO!
Un giorno Federico Ozanam usciva di chiesa quando incontrò un amico, professore alla Sorbona, il quale battendogli la mano sulla spalla, gli disse: “Si vede proprio che hai del tempo da perdere”. “Al contrario”. rispose il fondatore delle Conferenze di S. Vincenzo,”se vuoi impiegare bene il tempo della tua giornata, comincia la mattina, col perderne mez­z’ora li dentro!”.

BAMBINI
Federico Ozanam, il santo fondatore delle Conferenze di san Vincenzo, amava spesso baciare il suo piccolo nella culla: lo baciava sul cuore e diceva di “venerare in quel puro angioletto il trono della santissima trinità”.

PAOLINO DA NOLA, Santo
Ricco patrizio romano, Paolino (c. 355-431), nativo di Bordeaux, divenuto console nel 378, si convertì e fu battezzato nel 389. Donò i suoi beni ai poveri e venne ordinato sacerdote. Con la moglie Teresa e con alcuni discepoli si ritirò a Nola, città di cui nel 409 fu eletto vescovo. Visse nella preghiera e nella povertà, totalmente dedito al suo gregge, specialmente durante le terribili invasioni dei Visigoti.

TABERNACOLO
S. Paolino da Nola riferisce che ai suoi tempi il tabernacolo era diviso in due scomparti: uno per le specie Eucaristiche e l’altro per i volumi della S. Scrittura. Si concretava così il pensiero di S. Agostino: Cristo è presente tra noi con la sua Carne e la sua Parola.

RITRATTO
S. Paolino, vescovo di Nola, fu pregato da un carissimo amico di mandargli un suo ritratto. Ma il santo gli rispose: “Quale mio ritratto devo mandarti, carissimo amico? Quello dell’uomo vecchio pagano, o quello dell’uomo nuovo, cristiano? Quello dell’uomo vecchio però è troppo brutto e non merita alcuna considerazione. Quello dell’uomo nuovo poi è inutile che te lo mandi, perché è ancora uno sgorbio, non è per niente finito”.

UMILTA’
San Paolino da Nola, secondo le molte testimonianze di sant’Agostino, protestava che la sua vera vocazione sarebbe stata quella di fare l’umile guardiano della chiesa di San Felice, martire di Nola. “Mi hanno fatto prete – confessava – ma a forza, mio malgrado, con violenza, e sono stato preso alla gola; la mia ambizione non arrivava certo a questo”.

PERPETUA E FELICITA, Sante e Martiri
Perpetua era una giovane di nobile fa­miglia e aveva da poco dato alla luce un bambino. Felicita, la sua schiava era incinta quando durante le persecu­zioni fu arrestata con la sua padrona e divenne madre in carcere pochi gior­ni prima del supplizio. Il martirio delle due donne e di altri tre cristiani ebbe luogo nell’anfitea­tro di Cartagine, il 7 marzo 203.

PERPETUA E FELICITA
Negli Atti del martirio delle sante Perpetua e Felicita si legge un particolare molto significativo. Una delle due sante, Felicita, era  in catene, e doveva dare alla luce un bambino. Quando il travaglio del parto la prese, questa crea­tura gemeva. E i carcerieri a dirle: “Ma come! Stai gemendo e pian­gendo tanto! Come farai quando noi ti tortureremo e ti metteremo a morte?”. “Ora - rispose la Santa -, ora sono io che soffro; là vi sarà un Altro in me che soffrirà per me”.

 

PIER DAMIANI, Santo

 

Nato a Ravenna nel 1007, a 28 anni entrò nel monastero di Fonte Avellana, rinunciando a tutto tranne che all'arte dello scrivere. Si servì di questo per promuovere la riforma del clero, dei monasteri e del laicato. Nominato suo malgrado vescovo, cardinale e conte di Ostia, riuscì abbastanza rapidamente a farsi sollevare da questi incarichi  onorevoli. Ridivenne semplice monaco e come tale morì nel 1702.

UNA MONETA
Un fanciullo vispo e grazioso trovò per via una moneta d’argento. Povero ed orfano, com’era, era ricoverato per carità da un fratello che lo trattava poco bene. Al luccicare della moneta, una gioia ineffabile inonda il suo cuore e, frattanto va fa­cendo mille castelli in aria.“Come impiegherò questa moneta?”, si domandava. Seduto sopra un sasso, si guardava intorno: le vesti erano rattoppate e sdrucite, le scarpe rotte. E il pane? Una lacrima gli cade dagli occhi, pensando che anche il pane gli mancava. Quanti bisogni! A quale dare la preferenza?...Ed ecco che passa, da lì, un sacerdote. A quella vista, il giovanetto si ricorda del babbo, della mamma che non ha più: gli occhi si gonfiano di lacrime. Prende una ri­soluzione e, con la moneta in mano, corre dal sacerdote: “Prendete”, gli dice. “Fatemi la carità di celebrare una Messa per i miei poveri morti”.Da quel giorno, protetto dalle anime sante del Purgatorio, vide cambiarsi la sua vita. Lo raccoglie un altro fra­tello e lo fa studiare. Quel fanciullo, di ingegno acuto e indole buona, cresce nella scienza e nella pietà: si fa, poi, religioso, diventa un grande dottore, vescovo, cardinale, santo... Quel fanciullo era, è, san Pier Damiani.

INTORNO ALL’ALTARE C’È TUTTA LA CHIESA!
C’è tra gli scritti di san Pier Damiani (1007-1072), vescovo e dottore della Chiesa, già monaco camaldolese, un libretto intitolato: ‘Dominus vobiscum’. Fu originato da un fatto preciso: un amico eremita, che diceva sempre la Messa da solo, aveva chiesto al grande maestro Pier Damiani se doveva dire il ‘Signore sia con voi’ dal momento che non c’era nessuno da salutare, nessuno che rispon­desse. In sintesi Pier Damiani risponde: Non è vero che non c’è nessuno intorno al tuo altare solitario, perché intorno ad esso c’è tutta la Chiesa, sparsa dall’O­riente all’Occidente, in modo invisibile ma reale.

 

 

PIETRO CHANEL, Santo, Martire

Nato in Francia a Cuet di Belly nel 1803, fu uno dei primi sacerdoti maristi. Fu inviato in missione in Polinesia. Con fatica predicò per tre anni. Finalmente cominciarono le prime conversioni tra le quali anche quella del figlio del re il quale per rabbia condannò a morte sia il figlio che il missionario. Vengono martirizzati il 28 Aprile 1841.

EUCARISTIA
Un giorno in una chiesa quasi deserta, un ragazzino di sette anni pregava tutto solo in un banco. A un certo punto si sposta e va vicino alla balaustra. Dopo un po' va sui gradini dell'altare, poi prende uno sgabello e sale sulla mensa... Una signora che stava in chiesa, lo richiama. "Vieni giù, che fai li? Scendi!". Il bambino, indicando Gesù nel Tabernacolo, con aria innocente risponde "Ma io gli voglio bene!". Quel bambino era il futuro San Pietro Chanel.
PIO DA PIETRALCINA Santo Sacerdote Cappuccino
Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, nacque a Pietrelcina (BN) il 25 maggio 1887. Entrato come chierico nell'Ordine cappuccino il 6 gennaio 1903, il 27 gennaio 1907 prende i voti e il nome di Padre Pio. Fu ordinato sacerdote il 10 agosto 1910 nella cattedrale di Benevento. Il 28 luglio 1916 salì a San Giovanni Rotondo (FG), sul Gargano, dove salvo poche e brevi interruzioni rimase fino alla morte avvenuta il 23 settembre 1968. La mattina di venerdì 20 settembre 1918 pregando davanti al Crocifisso del coro della vecchia chiesina ricevete il dono delle stimmate che rimasero aperte, fresche e sanguinanti per mezzo secolo. Durante la vita attese unicamente allo svolgimento del suo ministero sacerdotale, fondò i "Gruppi di Preghiera" e un moderno ospedale a cui pose il nome di "Casa sollievo della sofferenza" (5 maggio 1956). Il 20 marzo 1983 venne aperto il processo diocesano per la sua beatificazione terminato il 21 gennaio 1990. Il 21 dicembre 1998 fu promulgato il decreto sul miracolo (guarigione di una malata cui era apparso in sogno), il 2 maggio 1999 è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II, che il 16 giugno 2002 lo ha canonizzato a Roma.

RAZIONALISMO, PSICOLOGIA E BUOI
Un medico diceva a Padre Pio: “Io non credo nelle stimmate: le sono venute perché lei pensava  troppo fissamente alle piaghe del Crocifisso”. Sappiamo bene come Padre Pio avesse per taluni risposte alla paprica: sorridendo bonario e malizioso, rispose: “Bravo, figliolo ! Pensa intensamente a un bue: vedrai che ti nasceranno le corna!”.

VOGLIA DI STRAORDINARIO
Negli anni in cui l'interessamento per il messaggio di Fatima era esagerato, tanti tentavano in tutti i modi di farsi svelare il segreto da Padre Pio, attribuendogli... l'onniscienza.
“Padre, che cosa succederà nel 1960?”. E lui, furbo: “Figlioli, iÌ '60 avrà 365 giorni !” scherzava. Ma poi diventando serio serio, assicurava che una cosa certa la sapeva e la raccomandava: il richiamo della Vergine alla penitenza.

PADRE PIO ANGELO CUSTODE
Una ragazza, viaggiando in treno da Napoli a Pompei, viene disturbata da certi giovinastri volgari e molesti, sicché si sentiva molto a disagio. Per fortuna, entra un controllore e si siede vicino alla giovane viaggiatrice, restandovi finché ella scende dal treno. Pochi giorni dopo, la ragazza si reca a San Giovanni Rotondo e, trovandosi davanti al Cappuccio delle Stimmate, gli confida tra l'altro: “Padre, la gioventù moderna è proprio corrotta”. Padre Pio ha un risolino e, pensando a quel che gli toccava fare per salvare delle anime, le risponde: “Lo dici a me che ho dovuto fare per un paio d'ore il controllore su quel treno... ! “.

GLI SCAPACCIONI DI PADRE PIO
Padre Pio aveva un enorme numero di penitenti sparsi un po' dovunque, e con essi non era certo clemente, anche perché leggeva nelle loro anime e conosceva le loro intenzioni. Un fatto originale accadde a un giovane romano, il quale aveva la buona abitudine di entrare in chiesa o almeno scoprirsi il capo, quando vi passava davanti. Un giorno, trovandosi in compagnia di amici, vinto dal rispetto umano, non ossequiò il Signore: sentì la voce di Padre Pio, ben chiara: “Vigliacco!”. Presto andò a trovarlo a San Giovanni Rotondo, e quando fu davanti al Padre, si sentì ammonire: “Sta' attento: quella volta hai avuto solo un rimprovero, ma un'altra volta ti arriverà un sonoro scapaccione”.

NASCONDIMENTO
Padre Pio era ritenuto brusco, scostante. Era che non voleva sentir parlare di sé. Nei cinque anni che visse a Pietrelcina, dopo l'Ordinazione sacerdotale, si era costruito da sé una capanna dietro la casa dei genitori: là nessuno lo disturbava, e il frate pregava e contemplava di continuo. Un giorno, il 20 settembre 1915, mamma Peppa, come il solito, venne a chiamarlo per il pasto. Padre Pio uscì dalla capanna agitando le mani come se le avesse bruciate. La madre, che era una donna allegra di carattere, lo guardò da lontano e, sorridendo, disse: “Padre Pio cos'hai? Si direbbe che tu soni la chitarra”. “Non è nulla, mamma; sono doloretti senza importanza”. La mamma non insistette. Tre anni dopo, alla stessa data, Padre Pio ricevette le stimmate. Quel giorno egli stava nel coro, nella terza fila; Padre Arcangelo notò che le mani di Padre Pio sanguinavano. “Siete ferito?” candidamente chiese. E il confratello, brusco: “Badate agli affari vostri! “. Poi si recò dal Superiore. Da quel giorno, non cessò di sanguinare e di provare dolori atroci: ma le sue mani emanavano profumo di viole.

PADRE PIO E LE SUE 'RELIQUIE'
Il commendatore Beviacqua, che visse vicino a Padre Pio per 20 anni, un giorno cominciò a sfilare, senza farsi scoprire, i fili del suo cordone: tanta gente glieli chiedeva e i suoi amici non credevano di far qualcosa di male. Padre Pio per un po' lasciò fare; poi fece capire che si accorgeva di tutto, anzi ogni tanto diceva: “Guagliò, scherzando scherzando, mi porti via tutte le filacce”. Una volta il Bevilacqua gli disse: “Padre Pio, se voi sapeste chi è Padre Pio !”. E il Frate, pronto: “E chi vo' che sia? Nu pover'ommo!”. E siccome il commendatore era abruzzese, aggiunse: “Tu appartieni alla classe dei più grandi suonatori di zampogna. Siete stati voi che avete rallegrato Gesù Bambino nella stalla”.

 

BUON APPETITO AI POVERI
“Buon appetito a chi non ce l'ha, e chi ce l'ha molto lo abbassi un pochettino”, disse una volta Padre Pio, trovandosi tra amici. Lui l'appetito magari lo aveva sempre, perché spessissimo lo mortificava. Alla gola, poi, non dava retta mai. Un giorno espresse un desiderio: “Mangerei con piacere due gamberetti”.
Lo seppe il proprietario dell'albergo ‘Santa Maria delle Grazie’, un suo figlio spirituale, e si fece in quattro per trovarli: spedì una macchina a Manfredonia, ma non ce n'erano. Furono pescati appositamente e portati a San Giovanni Rotondo; furono cotti e presentati al Frate; il quale sorrise e ringraziò, ma disse: “Ecco un buon piatto per i poveri !”. E non ne mangiò. Fece lo stesso con due pesche ricevute in stagione in cui non se ne trovano. Un tale le cercò a Benevento; e tornò trafelato con i frutti, per sentirsi dire dal bizzarro Cappuccino: “Ai poveri !”.

IL MESTIERE DI DIO
Un uomo in punto di morte era nell’angoscia: dubitava del perdono di Dio. Padre Pio che lo assisteva, lo rassicurò: “Dio ti perdonerà” “Come fa a esserne così sicuro?”, chiese ancora l’uomo. “perché è il suo mestiere”

TRANQUILLITA’
Padre Pio non rinunciò mai ai suoi compiti di sacerdote, anche quando era ormai estenuato dalle malattie e dalla penitenza. Una sera stava tornando lentamente alla sua cella dopo una giornata passata interamente a confessare e ad accogliere gente, quando scorse i soliti “clandestini” appostati in punti strategici del corridoio. Si rabbuiò per un istante, poi spalancò le braccia con rassegnazione: “Se penso che mi son fatto monaco per restare solo con la mia anima, sudo freddo” – borbottò accingendosi a respingere l’assalto.

CROCI
Padre Pio, quando ormai respirava a fatica e poteva a malapena camminare, uscendo dalla cappella dopo la recita del vespro, incontrò un uomo che lo supplicò di liberarlo dalla sofferenza. Lo ascoltò e lo confortò, poi si allontanò: “Tutti vengono per farsi togliere le croci”, mormorò, “nessuno viene per portarle”.

CASA DELLA SOFFERENZA
Quando fecero notare a Padre Pio che “La casa della sofferenza” , l’ospedale che dal 1947 stava costruendo era “troppo di lusso” rispose: “Non è mai troppo per chi soffre”.

ALCUNE PAROLE DI PADRE PIO
SOFFERENZA     
Chi comincia ad amare deve essere pronto a soffrire.

 

EUCARESTIA      
Quando stai bene, la Messa l'ascolti. Quando stai male, e non puoi assistervi, la Messa la dici.
DIAVOLO           
Il demonio ha un'unica porta per entrare nell'animo nostro: la volontà; delle porte segrete non ve ne sono. Nessun peccato è tale, se non è stato commesso colla volontà. Quando non c'entra la volontà, non c'entra il peccato, ma debolezza umana.
DIAVOLO           
Il diavolo è forte con chi lo teme, ma debolissimo con chi lo disprezza.
TEMPO               
Il tempo speso per la gloria di Dio e per la salute dell'anima non è mai malamente speso.
SANTITA’           
Il santo non è quel frate cupo che porta appiccicata alla tonaca la malinconia.
GIUSTIZIA         
Terribile è la giustizia di Dio. Ma non scordiamo che anche la sua misericordia è infinita.

 

PIO X
Giuseppe Sarto era il suo nome e cognome prima di diventare Papa. Nasce nel 1835 e muore nel 1914. E’ Santo. Come Papa attenuò l’intransigenza vaticana rispetto al Regno d’Italia. Permise ai cattolici di partecipare alla vita politica

 

MONTAGNE
La figura paterna e radiosa di Pio X suscitava un fascino irresistibile sulle folle che accorrevano a visitarlo: Un giorno dal suo trono vide che una grassa donnona con forti gomiti fendeva la folla per correre a baciare la mano al Santo Padre. Appena gli  giunse davanti, il papa esclamò: “Come è vero che la fede fa spostare le montagne”.

VITA DA PAPA
Pio X ricevette in udienza particolare una nobile veneziana. Incoraggiata dalla benevola e affabile accoglienza del Santo Padre la nobildonna gli domandò: “E come si trova a Roma, Vostra Santità?” E Pio X : “Da papa!”

LA CALZA DEL PAPA
Il parroco don Giuseppe Sarto divenne Pio X. Una volta, una buona signora ricevuta in udienza, come favore specialissimo espresse al Papa il desiderio di poter avere una delle sue calze. Sorpresissimo e disorientato, Pio X le chiese: “Una mia calza? E per farne cosa, signora?”. “Santo Padre, da anni soffro forti dolori a una gamba e son sicura che se metto la sua calza i dolori passeranno”. “Oh!”, esclama Pio X, sorridendo tra allegro e malinconico. “E io che la metto tutti i giorni e soffro tanti dolori!”.

COSI' VA PER TUTTI
Quando era parroco, Pio X, per consolare una povera famiglia in cui era morta la madre, raccontò: «C'era una volta un 'falzador' che andò a tagliare l'erba, A un tratto sentì la voce di un fiorellino che lo supplicava: "Sono così piccolo! Sono così piccolo! Risparmiami, ti prego, cosa ti costa? ". Il falciatore ebbe pietà e non lo tagliò. Ma subito sentì la vocina di altre centinaia di fiori e di erbe che gridavano: "Anca mi, anca mi! ". Allora il falciatore si strinse nelle spalle e disse a tutti: "Avete ragione: se ne risparmio uno, devo risparmiare anche gli altri fiori e le altre piante. Ma allora come posso guadagnarmi la giornata e portar via il fieno? ".

POLITICA
In uno dei primi giorni del pontificato di Pio X, alla persona che gli chiedeva quale sarebbe stata la sua politica, il Papa, alzando gli occhi al cielo e tenendo la mano sul piccolo crocifisso che gli stava dinanzi, rispondeva senza esitazione: “È questa la mia politica”. La croce di Cristo è l’unica politica; essa è sorgente di gioia e diventa benedi­zione, poiché la Croce costituisce la storia della salvezza.

PENITENZA DI UN SANTO

Nella biografia di san Pio X si legge che Papa Sarto, quando era giovane e si sentiva in qualche modo tentato di peccare contro la purezza, si precipitava a prendere una scala, e poi andava a dipingere una meridiana solare su qualche muro. Le tentazioni dovettero essere numerose, se ancor oggi a Tombolo, presso Castelfranco Veneto, se ne possono vedere molte.

CHE COSA VUOL DIRE VIVERE VICINI AL SIGNORE»
Sapete l’impressione che destò san Pio X nell’ambasciatore del Brasile, che per primo lo avvicinò dopo la sua elezione al pontificato? Disse: “Mi avevano detto che era un parroco di campagna... Credevo di trovarmi davanti a un uomo che avrei giocato con due parole. Egli ha giocato me. Ora capisco cosavuol dire vivere vici­ni al Signorein una consuetudine continua. Può non essere stato all’università, può non aver mai imparato la diplomazia, egli ci gioca tutti. Sa stare dappertutto: sa stare con tutti. Chi l’avrebbe pensato?”

FARE LA VOLONTA’ DI DIO
Al Papa san Pio X si presentò, accompa­gnata da sua madre, una fanciulla inglese, ricchissima, la cui pura bellezza era deturpata da un cancro inguaribile alla guancia. Inginoc­chiandosi, disse al Pontefice: “Santo Padre, se tu vuoi, puoi guarirmi”. “Davvero, figliola? Credi veramente che ti possa guarire?”. “Sì, Padre Santo, perché l‘ha detto Gesù”. “Ebbene, se è così sia fatta la volontà di Dio secondo la tua fede”. E la benedisse sorridendo. La fanciulla e la madre tornarono all’albergo col cuore fiducioso. Tolte le bende, la guancia apparve risanata. Pochi giorni dopo, madre e figlia erano di nuovo ai piedi del vicario di Cristo. “Dunque sei guarita?”. “Sì, Padre Santo”. “Non credere che sia io... E il potere delle Chiavi di Pietro”. “Santo Padre, mio papà è protestante ma consentirà a tutto quanto io gli domanderò per dimostrare riconoscenza. Chiedi dunque qualcosa di grande, una chiesa, un ospedale, una scuola, la spesa non conta”. Il Pontefice si raccolse un istante in preghiera. Poi, come mosso da ispi­razione divina, disse: “Figliola, una cosa sola è veramente grande: fare la volontà di Dio. Va’ e pensa a questo”. L’inglesina studiò quale fosse per lei la volontà di Dio. Sentì una vocazione e si fece religiosa in un monastero romano

ETA’
Pio X ad un patrizio che si congratulava con lui perché portava bene gli anni, rispose: “Anche troppo! Non c’ è infatti pericolo che me ne cada via uno”.

VERITA’ E CARITA’
Pio X, ad un cattolico che parlava in forma esagerata ed esagitata dei non credenti, rispose: “Voi non potete costruire la fede sulle rovine della carità”

UMORISMO
La figura paterna e radiosa di Pio X suscitava un fascino irresistibile sulle folle che accorrevano a visitarlo. Un giorno, dal suo trono, vide che una grassa donnona con forti gomitate fendeva la folla per correre a baciare la mano al Santo Padre. Appena gli giunse davanti, il Papa esclamò: “Come è vero che la fede fa spostare le montagne”.

ECUMENISMO
Quando era vescovo di Mantova era in cordialissimi rapporti con molte famiglie israelitiche le quali, ricambiandolo della stima, lo incaricavano spesso di opere di carità, inviandogli denaro per le famiglie bisognose. Una volta il Vescovo fu ricevuto in udienza da Leone XIII, che gli domandò come si comportavano i cristiani di Mantova. Sarto rispose: “Santità, i migliori cristiani di Mantova sono gli ebrei”.

REALISMO
Quando il Cardinal Cassetta, che era ricchissimo, lasciò la diocesi di Sabina, alcuni sacerdoti di Frascati chiesero a Pio X che si degnasse di trasferire Cassetta alla loro diocesi. E Pio X: “Ma volete il cardinale Cassetta o la cassetta del cardinale?”.

PROVVIDENZA
Pio X era molto amico di don Guanella e lo ammirava per le sue tante opere portate avanti soprattutto con la preghiera e la fiducia nella Provvidenza. Un giorno gli domandò come facesse a dormire sereno come un bambino nonostante gli assillanti pensieri e tanti debiti: “Santità – gli rispose – fino a mezzanotte ci penso io; dopo lascio che ci pensi Dio”.

CHIERICHETTO
Un giorno quando monsignor Sarto era Patriarca di Venezia, un prete che celebrava senza neppur un chierichetto si vide davanti il suo cardinale pronto a servigli Messa. “Oh no, Eminenza!”- protestò imbarazzatissimo. A sua volta il cardinale protestò ma sorridendo: “Come?Io non sono che un povero cardinale di campagna, ma la Messa so servirla ancora, non credete?”

MODESTIA
Quando fu eletto Papa, a quanti lo avevano designato disse: “No, non posso accettare. Rinuncio al cardinalato, piuttosto mi faccio cappuccino”. Pressato da tutti poi accettò ma nella sua modestia si sentiva indegno e incapace.

COMPLICAZIONI
Un giorno Pio X era nel suo studio con un monsignore che era suo parente. C’era un’afa incredibile e il Papa disse: “Lo sai, ho una sete da non dire!” “Vado subito a prendervi un bicchier d’acqua!” “Un prelato che va a prendere dell’acqua: non te lo perdonerebbero!”. “Allora suoniamo il campanello, verrà il cameriere”.
“Ma via. Lascia andare perché sarebbe un’impresa: il cameriere dovrebbe chiedere all’aiutante di camera, questi vorrebbe sapere che bibita il Papa preferisce, se fredda, se calda…quante complicazioni per un bicchier d’acqua. Tutto considerato è bene che ci teniamo la nostra sete, senza disturbare nessuno, fino all’ora di cena”.

POVERTA’
Un giorno, mentre era patriarca di Venezia, papa Sarto disse: “A Mantova ero povero, qui sono pitocco” E guardando l’orologio d’oro che gli aveva regalato un amico, sospirò: “Il mio orologio di argento era sempre in viaggio per il Monte di pietà. Oggi non lo posso più fare perché chi mi ha regalato questo vi ha fatto incidere, per obbligarmi a tenerlo, lo stemma patriarcale. Così non posso neppure più salire le scale del monte di Pietà di Venezia”

ALCUNE PAROLE DI SAN PIO X
PREGHIERA     
Sa vivere bene chi sa pregare bene.
EDUCAZIONE  
Gli educatori devono vedere tutto, rimproverare poco, perdonare molto.
MARIA  
Nelle vicende dolorose dei tempi non restano altri conforti che quelli del cielo e tra questi l'intercessione potente di quella che fu in ogni tempo l'Ausiliatrice dei Cristiani.
MISSIONE       
L'opera delle missioni è l'opera delle opere, perché Gesù Cristo fu missionario lui stesso.

POLICARPO DI SMIRNE, Santo, Vescovo Martire

 

Nato verso il 69 fu discepolo di Giovanni Evangelista, vescovo di Smirne fu martirizzato sotto il proconsolato di Stazio Quadrato. Di lui si conserva una Lettera ai Filippesi relativa al viaggio di Ignazio di Antiochia.

IL MARTIRIO DI POLICARPO
Era ormai anziano quando seppe che i suoi persecutori lo cercavano e allora temendo di non riuscire a dare una buona testimonianza, in un primo tempo si nascose. Nel nascondiglio pregava Gesù d’infondergli la perseveranza e il coraggio necessario per affrontare la prova, se ciò fosse stato necessario. Scoperto, venne condotto in città. Per strada si cercò di convincerlo a sacrificare all’imperatore. Il vecchio scosse la testa, dicendo: “No, No, non è possibile che io possa far questo”. Portato nell’Anfiteatro, in mezzo alla folla dei pagani smaniosa di vederlo divorare dalle fiere: “Risparmia la tua vecchiaia, — gli fu detto. — Rendi omaggio al genio dell’imperatore”. Ma il vecchio vescovo scosse ancora la testa canuta. “Io ho a mia disposizione le fiere”. “Fatele pure venire”, rispose con serena rassegnazione Policarpo. “Io ti posso far bruciar vivo”, incalzò il Proconsole. “Il fuoco che mi minacci, brucia un momento, poi passa: io temo invece il fuoco eterno della dannazione” La folla gridava:” Egli è il grande dottore dell’Asia, è il padre dei cristiani: il distruttore degli dèi. Alle belve!”.Ma l’ora dello spettacolo era trascorsa, e per quel giorno le fiere non potevano entrare nel circo. Venne allora raccolta in gran furia, la legna per il rogo. Le guardie portarono le catene. “Lasciatemi come sono”pregò il vecchio. Si tolse la tunica, si sciolse da se stesso i calzari.
Salito sulla catasta di legna, pronunciò una bellissima preghiera.Quando il fuoco divampò, le fiamme avvolsero il corpo del vescovo, che aveva, “il colore di un pane cotto da poco, o d’una lega d’oro e d’argento in fusione. Lo splendore abbagliava la vista”. Poi tutto cadde in cenere.
ROBERTO BELLARMINO,Santo
Roberto (1542 - 1621) era nato in pro­vincia di Siena. Teologo di fama, polemista con i protestanti si preoccu­pò anche dei bambini per i quali compo­se un catechismo. Dopo essere stato per tutta la sua vita un ardente difensore della fede cattolica, morì recitando il Credo.

NATALE
Da un discorso di Natale di San Roberto Bellarmino: “Il mondo è simile ad un albergo o osteria, quali se ne trovano in Italia ed altrove. Sei in viaggio ed entri in un albergo. Prontamente, ecco­ti dinanzi il direttore, tutto lieto e cortese, che ti accoglie con le più amabili maniere: “Comanda, signore? Qui abbiamo ogni ben di Dio: pane ottimo, vino squisito, carni scelte, letti morbidi.”. Aggiunge anche non di raro: “Quanto al prezzo ci accomoderemo facilmente, senza questioni. Del resto fate il conto d’essere in casa vostra:servitevi pure, godete delle cose mie, come fossero vostre. Pagherete quando vi piacerà.”. Poi accompagna il cliente alla tavola: “Si accomodi.”. Ed ivi ora lo invita a bere, ora a mangiare, ora gli sorride, ora lo lusinga. Finita la cena, lo accompagna a letto e con buon garbo: “Buon riposo!”. E fin qui lo credereste non un oste, ma quasi un carissi­mo fratello. Ma eccoci al rovescio della medaglia!
Il dì seguente siamo sul partire. Cambia la scena. L’ami­co oste ti corre innanzi e, tutto sostenuto, ti presenta scrit­ta una litania di quello che ti ha servito e, chissà anche di quello che non ha servito. Somma. Tanto dovete pagare!
Tu sbalordito sgrani tanto d’occhi e protestando: “Come? Ho mangiato così poco; ho dormito tanto male ed ora devo sborsare tutti questi soldi?” Ma lui, deciso: “Mi meraviglio davvero che voi non conosciate quan­to siano aumentati i prezzi d’albergo! Dopo aver mangiato e bevuto, ora fate questione per pagare? Per Bacco, se pa­gherete, fino all’ultimo spicciolo!”.  A voi, uditori, la similitudine del mondo!”

ALCUNE PAROLE DI SAN ROBERTO BELLARMINO
CONDIVISIONE
Colui che sostiene che il superfluo non debba essere dato ai poveri in nome del diritto, non può negare che debba essere dato loro in nome della carità; se qualcuno è condannato da Dio, poco importa che lo sia per mancanza di giustizia o di carità.
CROCE
Niente va più a nostro merito su questa terra che somigliare  a Nostro Signore nella sua Passione.
CARITA’
Vale più un'oncia di carità che cento carri di dottrina.
EUCARESTIA
Ho imparato molto di più sui gradini dell'altare, davanti all'Eucarestia, che non sui molti libri che ho letto.      

ROMUALDO, Santo
A  vent'anni,  Romualdo  (c.  951-1027) lascio Ravenna per ritirarsi nella solitudine. Stabilitosi a Camaldoli, propose ai suoi discepoli, che praticavano la vita comune secondo la regola benedettina,   di  diventare eremiti o persino reclusi. L'austerità che imponeva a se stesso, non intaccava assolutamente la sua gioia, che stupiva tutti quelli che lo conoscevano.

MODESTIA
Si racconta che un giorno S. Romualdo, fondatore dei Camaldolesi, tornava dalla visita alla giovane contessa Si­billa. Strada facendo, s’arrestò improvvisamente e interpellò, per metterlo alla prova, il giovane monaco che l’accompa­gnava: “Bella donna quella contessa: ha un viso molto gra­zioso; peccato però che sia strabica!” Ma subito il discepolo osservò: “Oh, no! Tutt’altro, maestro; la contessa, oltre ad essere graziosa, ha due bellissimi occhi regolari, azzurri!” S. Romualdo allora concluse serio: “Fratello mio, hai scordato la regola del monaco? Da chi hai imparato questa precisa contemplazione del volto femminile?” Il povero novizio, preso così in trappola, divenne rosso e promise maggior modestia degli occhi per il futuro.

 

ROSA DA LIMA, Santa

La patrona dell’America del sud è una giovane peruviana di origine spagnola, morta a trentun anni. Isabella d’Oliva (1586 - 1617), soprannominata Rosa per la sua bellezza, a vent’anni si fece terziaria domenicana, come santa Cate­rina da Siena, per cui nutriva una grande ammirazione. Da allora abitò in una piccola cella nel giardino dei suoi genitori, e visse nella mortifica­zione, sottoposta a dure prove interio­ri. Morì dicendo: “Gesù! Gesù! Con me!”

IN ALTO
Nella bolla di canonizzazione di santa Rosa da Lima si racconta un gioco a cui la prima santa americana si dedicava gareggiando con suo fratello Fernando. Si trattava di vedere chi riusciva a lanciare più in alto dei mazzi di fiori: Spesso quelli di Fernando superavano i fiori della sorella, ma poi ricadevano giù. Invece quelli di santa Rosa rimanevano sospesi in aria e a volte si sparpagliavano a formare una croce raggiante (per questo, ancor oggi, viene chiamata la santa degli aquiloni, e a Lima li lanciano in suo onore.) Gettiamo anche noi verso l'alto le buone azioni di ogni giorno, le nostre sofferenze, i nostri desideri, il Signore stesso li farà volare.

CORONA
Il padre Juan Villalobos, che fu confessore di santa Rosa da Lima, ricevette dalla domenicana una confidenza pre­ziosa: gli disse d’essersi trovata “sul balcone chiuso” sovrastante la strada, mentre sua sorella veniva fatta oggetto d’una serenata estiva. In quella, il Signore Gesù le era apparso e le aveva mostrato due corone, una di rose e l’altra di spine: “Scegli tranquilla”, le aveva detto: “l’una vale l’altra, se vuoi. Coronata con questa o con quella, ciò che più importa è la tua anima”. “Ma tu hai scelto la corona spinata”, gli aveva risposto lei, strappando gli di mano il “serto doloroso”.

 

SILVESTRO, Santo,Papa
Fu papa dal 314 al 335. Nel 313 l’impe­ratore Costantino aveva ufficialmente reso religione pubblica il cristianesimo. Silvestro organizzerà la Chiesa finalmente uscita dalle catacombe, ma non per questo più sicura in quanto minacciata dalle eresie e dalla menta­lità dell’imperatore che si considerava il legittimo rappresentante della divinità. Nel 324 fu consacrata la Basilica di S. Pietro, nel 325 venne convocato il concilio di Nicea dove si condannò l’eresia di Aria che negava la divini­tà di Gesù e si definì nettamente il Credo che è anche detto simbolo di Nicea. Silvestro si prodigò anche per stabili­re le regole della liturgia e fu molto attento alle necessità del popolo che subito dopo la morte cominciò a vene­rarlo come santo.

TRINITA’
L’imperatore Costantino voleva avere un’idea della Trinità e la chiese a San Sivestro papa, ritenuto l’uomo più sapiente del suo tempo. San Silvestro non pensò di dimostrarla con parole dotte ma con un gesto semplice, da bambini. Mostrò all’imperatore il proprio mantello e vi fece tre pieghe uguali ben distanti l’una dall’altra dicendogli: “Vedi, stoffa è la prima piega, stoffa la seconda e stoffa la terza: tre pieghe ma una stoffa sola. Così si può affermare, con una vaga rassomiglianza, che avvenga in Dio uno e Trino. Vedi che non è assurdo?”.

 

TARCISIO, Santo, Martire
Fu martire della fede nel 280 perché ucciso per mano di pagani che lo assalirono mentre portava la Comunione. E’ patrono della Azione Cattolica.

MINISTRO D’EUCARISTIA
Un giovanetto esce dalle catacombe romane: gli occhi raccolti, le braccia, incrociate, in gesto d’amore sul petto, mentre le labbra mormorano sommesse preghiere. Alcuni soldati pagani gli si avvicinano: vogliono togliergli il miste­rioso tesoro che egli tiene sotto le braccia incrociate. Tutta la loro prepotenza non riesce allo scopo. Lo bastonano, lo lapidano. Pietosamente raccolto da un cristiano e portato nelle catacombe, il piccolo Tarcisio muore ai piedi del Vescovo dicendogli: “Padre, mi hanno percosso, ma non hanno potuto to­gliermi i Misteri!” Sotto le mani incrociate stringeva ancora la Santissima Eucaristia.

 

TEODULO Santo Vescovo.
Teodulo fu il primo vescovo del Vallese. Fu prima a Martigny e poi a Sion. Ebbe una vita pia, generosa nei confronti di tutti. Verso la metà del secolo IV scoprì il luogo dove era stata decimata la legione Tebea e raccolse una parte di reliquie di quei martiri nella chiesetta che fece costruire ad Agauno. A quel tempo sia il Vallese che la Val d’Aosta appartenevano alla diocesi di Milano, e il santo Vescovo girò molto per le valli per predicare e dare una prima organizzazione ai cristiani residenti.

TEODULO E IL SUO ASINO
Molte leggende si raggruppano intorno a San Teodulo come protettore contro i serpenti e gli scorpioni. Ad esempio una volta a Breuil trovò una bambino morso da una vipera. Dopo aver guarito il bambino ordinò a serpenti, bisce, rospi e scorpioni di allontanarsi dal posto e così successe. Teodulo, poi, aveva un asino sul quale si spostava nei suoi viaggi di predicazione e aveva dato a questo asino il compito di schiacciare con le sue zampe tutte le vipere e i serpenti incontrati e questo ne fece strage. In Valpelline si mostra ancora una roccia con su un impronta. Si dice sia quella dell’asino di Teodulo che schiacciando un serpente lasciò la sua traccia nella roccia.

 

TERESA DI CALCUTTA, Santa
(Skoplje 1910-Calcutta 1997)
Entrata nel 1928 nella congregazione delle Suore di Loreto (irlandesi), venne inviata a Dajeeling, in India. Nel 1948, dopo alcuni anni di insegnamento alla Saint Mary High School di Calcutta, colpita dalla miseria del paese fondò la congregazione delle Missionarie della carità. Nota in tutto il mondo per le sue cure ai più bisognosi, ricevette nel 1979 il premio Nobel per la pace. Nel 1986 è stata pubblicata una raccolta di suoi pensieri e meditazioni intitolata Le mie preghiere.

LA LAMPADA
Racconta Madre Teresa:
"In Australia, dove operano le nostre Sorelle, andiamo nelle case dei poveri e laviamo e facciamo le pulizie e tutto questo genere di lavori. Una volta andai nella casa di un uomo solo e gli chiesi: "Mi permettete di pulire la vostra casa?". Quegli mi rispose: "Sto bene così". E io replicai: "Starete meglio se mi lascerete farvi le pulizie". Così mi lasciò ripulire la sua abitazione. Poi scorsi in un angolo della stanza una lampada piena di polvere. Gli domandai: "Non accendete la lampada?". Mi disse: "Per chi? Sono anni che nessuno viene mai a trovarmi.., sono anni".
Allora dissi: "Accenderete la lampada, se le Sorelle vi verranno a trovare?". Egli disse: "Sì". Allora ripulii la lampada. Le Sorelle cominciarono ad andare a casa sua, nella sua abitazione e la lampada rimase accesa. Mi dimenticai completamente di lui. Dopo due anni ricevetti notizie da lui stesso che diceva: "Dite alla mia amica che la luce che ha acceso nella mia vita sta ancora brillando".

LA MACCHIANA DEL PAPA
Madre Teresa ha venduto la bianca "Lincoln" che i cattolici americani avevano offerto al Papa per i suoi spostamenti durante il     suo soggiorno a Bombay, in occasione     del         Congresso Eucaristico, nel dicembre 1964, e che egli, prima di partire aveva regalato all'eroica fondatrice delle missionarie della carità.
"Il regalo del Papa — aveva detto —era stato molto prezioso e mi aveva causato una grande emozione, ma ci siamo accorte che il suo mantenimento veniva a costare troppo. Un ricco indù mi ha offerto un prezzo di affezione con il quale abbiamo comprato un terreno sul quale sta sorgendo una città dei lebbrosi". Noi continueremo a girare con i nostri carretti per i bassifondi alla ricerca           di moribondi, neonati, lebbrosi. Quando il  Papa, prima di salire sull'aereo, faceva dono della sua auto alla Madre, questa si trovava accanto a un vecchio che moriva per denutrizione. Lo avevaraccolto il giorno prima, mentre si recava al grande "Ovale" ove il Pontefice avrebbe concluso il Congresso. Il vecchio, ridotto a pelle ed ossa, con le gambe sottili come canne di bambù, non aveva potuto essere salvato: la fame lo aveva ridotto oltre quel punto dal quale nessun cibo e nessuna medicina poteva salvarlo. Spirò sereno tra le braccia della buona suora che pregava in ginocchio accanto a lui. C'è un episodio, nella vita di madre Teresa, che sconvolge molte idee e lascia pensosi.

LA DANZA DEI POVERI
Forse uno degli episodi chiave per capire questa figura. Durante una notte passata nella stazione di Howrah, a Calcutta, verso mezzanotte quando i treni sono tutti fermi per qualche ora, arrivò una poverissima famiglia che veniva di solito a dormire. alla stazione. Erano una madre e quattro figli, dai cinque agli undici anni. La madre era una buffa, piccola cosa avvolta in un sari bianco di cotone, sottile per quella notte di novembre, con i capelli rasi a zero, stranamente per una donna. Aveva con sé dei recipienti di latta, qualche straccetto e dei pezzi di pane, tutto quanto possedeva per sé e per i suoi figli. Erano mendicanti. La stazione era la loro casa. I bambini, tre ragazze e un bimbo che era il più piccolo, erano come la madre pieni di vivacità. A quell'ora, in piena notte, sedettero tutti su un marciapiede della stazione presso le rotaie, vicino ad altre innumerevoli famiglie e mendicanti solitari che già dormivano tutt'intorno, e fecero il loro pasto serale di pane secco, probabilmente quanto era avanzato a un rivenditore che verso sera lo aveva ceduto a un prezzo bassissimo... Ma non fu un pasto triste. Essi parlavano, ridevano e scherzavano. Sarebbe difficile trovare una riunione di famiglia più felice di quella. Quando il breve pasto fu finito, andarono tutti a una pompa con grande allegria, si lavarono, bevvero e lavarono i loro recipienti di latta. Poi stesero con cura i loro stracci per dormire vicini, e un pezzo di lenzuolo per coprirsi tutti. E fu allora che il ragazzino fece qualcosa di assolutamente meraviglioso: si mise a danzare.Saltava e rideva fra i binari, rideva e cantava sommesso con incontenibile gioia. Una simile danza, in una simile ora, in così assoluta miseria!
Madre Teresa ha affermato tante volte che per noi occidentali, tristi nella nostra ricchezza, rintanati nelle nostre lussuose caverne, il povero è un "profeta". Pur nella miseria dove la nostra economia l'ha esiliato, egli ci insegna dei valori grandi che noi abbiamo dimenticato: l'amore per gli altri, la gioia che nasce dal gustare le piccole cose, l'amicizia, la capacità di entusiasmarsi per qualche cosa.

TI VOGLIO BENE
In una torrida e afosa giornata di maggio è portata in ambulanza al Nirmal Hriday una donna, ridotta a un mucchietto informe e maleodorante. Madre Teresa solleva quel povero corpo scarno, così simile a una radiografia. Le piaghe aperte raccontano una lunga storia di patimenti. Mentre lava delicatamente tutto il corpo con acqua disinfettante, invita un'altra suora ad intervenire con cardiotonici, e una terza a portare un brodo tiepido. La donna si  rianima,  gli  occhi che fissavano il vuoto riprendono vita. Mormora: “Perché fai questo?” “Perché ti voglio bene”, dice piano madre Teresa. La donna con un grande sforzo le prende la mano: "Dillo ancora”. “Ti voglio bene”,ripete con dolcezza. “Dillo ancora, dillo ancora..” La donna le stringe le mani, l'attira a sè. Sulle sue labbra appare un'ombra di sorriso.

GESU’
Quando si recò a Cambridge per ricevervi dal principe Filippo, in qualità di presidente onorario dell'università, la laurea honoris causa in teologia, Madre Teresa giunse verso mezzogiorno in convento, dove s'incontrò con il pubblico e la stampa. Un giornalista le chiese: “Cos'è che l'ha indotta a iniziare il suo lavoro, che l'ha ispirata e sostenuta durante tutti questi anni?” La Madre rispose: “Gesù”. Il giornalista rimase sconcertato. Egli si aspettava evidentemente delle lunghe spiegazioni, ed invece non sentì pronunciare che una parola. Ma per la Madre questa sola parola bastava a riassumere tutta la sua vita, a spiegare la sua fede, le sue imprese, il suo coraggio, il suo amore, la sua devozione, i suoi risultati. Tutto era dovuto a Gesù, ogni sforzo e ogni sacrificio erano per Lui. La Madre espresse nuovamente questa sua convinzione quando mi disse: "Padre, lo dica loro: lo facciamo per Gesù".
La frase è diventata il suo motto, la sua parola d'ordine, la spiegazione per ogni attività e per ogni successo delle suore. "Lo facciamo per Gesù", qualsiasi cosa, sempre!

I BACI DI GESU’
"Una volta — racconta Madre Teresa —stavo cercando di confortare una bambina malata, che soffriva molto. A un certo punto le dissi: "Dovresti essere felice che Dio ti fa soffrire, perché le tue sofferenze sono una prova che Egli ti ama molto. Le tue sofferenze sono altrettanti baci di Gesù". "Allora, Madre — rispose la bambina —dica per favore a Gesù di non baciarmi così tanto". Fu molto bello che la bambina non dicesse "dica per favore a Gesù di smettere di baciarmi", ma soltanto "di non baciarmi così tanto".

PROVVIDENZA
Un giorno, a Calcutta, venne un uomo con una ricetta e disse: "Il mio unico figlio sta morendo e questa medicina la si può trovare soltanto fuori dall'India". Proprio in quel momento, mentre stavamo ancora parlando, venne un uomo con un cesto pieno di medicine e, proprio sopra a tutte, c’era il farmaco che ci occorreva. Se fosse stato sotto le altre non l'avrei scorto. Se fosse venuto prima o subito dopo, non l'avrei potuto vedere. Ma in quel preciso momento, tra milioni e milioni di bambini nel mondo, Dio nella sua tenerezza si era preoccupato di quel piccino che stava negli slums di Calcutta fino a mandare, nel momento esatto, quel cesto di medicine per salvarlo. Sia lode alla tenerezza dell'amore di Dio, poiché ogni piccolo, sia che appartenga a una famiglia ricca o a una povera, e figlio di Dio, creato dal Creatore ai tutte le cose.

 

DARE LA MANO
"Una volta stavo camminando per le vie di Londra — racconta Madre Teresa — e mi capitò di vedere un uomo, tutto rannicchiato, sembrava così solo, così abbandonato. Mi fermai, gli presi la mano, gliela strinsi, gli domandai come stava. La mia mano è sempre molto calda ed egli alzò lo sguardo e disse: "Oh, dopo tanto tempo, sento il calore di una mano umana, dopo tanto tempo!". I suoi occhi brillarono e si levò a sedere. Proprio quel po' di tepore che si sprigionava da una mano umana aveva portato gioia nella sua vita. Dovete fare questo genere di esperienza. Dovete tenere gli occhi ben aperti e provare.

PICCOLI DELINQUENTI
"Un giorno — racconta madre Teresa — venne da me un poliziotto con alcuni ragazzini sui dieci—undici anni, che erano stati colti a rubare nei pressi della stazione di Howrah. Quel poliziotto era una brava persona, ed esitava a metterli in prigione: a contatto con i criminali si sarebbero rovinati per sempre. Mi domandò se potevo occuparmi di loro. Parlai un poco con quei ragazzi, e scoprii che facevano i ricettatori e i galoppini di una banda di ladri, che in cambio davano loro ogni giorno un buon pasto. Proposi: "E se una buona minestra calda ve la dessi io, tutti i giorni, e anche qualcosa in più, lascereste perdere quella banda?". Mi guardarono incerti. Ciò che li convinse, probabilmente, non fu la minestra, ma l'interesse e l'affetto che dimostravo per loro. Vennero con me Madre Teresa cercò una casa per loro, procurò il cibo necessario, organizzò una scuola. Poi un ricco indù donò altre case, e ora i ragazzi poverissimi che le suore di madre Teresa nutrono e preparano alla vita sono parecchie migliaia. A mano a mano che crescono, madre Teresa cerca per loro un lavoro. Per le ragazze riesce a formare una modesta dote che le aiuti a trovare un marito.

PUNTUALITA’ DI DIO
Settembre 1963. Ad Agra le suore di Madre Teresa hanno aperto un altro centro di carità". Di laggiù una suora telefona in termini drammatici: “Dobbiamo a tutti i costi aprire una casa per i bambini abbandonati. In questa zona ne muoiono a decine tutti i giorni”. “E quanto ci vuole per aprirla?” “Possiamo farcela con 50 mila rupie . “Capisco benissimo, sorella — mormora madre Teresa . — Ma io non so dove prenderle, cinquantamila rupie”. Pochi minuti dopo il telefono squilla ancora. E' la redazione di un quotidiano di Calcutta. Annunciano a madre Teresa che il governo delle Filippine le ha assegnato il premio Magsaysay, che la riconosce come "la donna più meritevole dell'Asia". Teresa non ha la più pallida idea di che cosa sia quel premio. Domanda: “Si tratta di denaro?” “Sì, circa 50 mila rupie”. Il redattore del giornale rimane di stucco quando sente la suora mormorare al microfono: “Allora vuol proprio dire che Dio vuole la casa per i bambini abbandonati di Agra”.

 

NELLA CASA DEI MORIBONDI
Ecco come un giornalista ci racconta un episodio dell' "Ospedale dei Moribondi":
"Lo scaricarono da un carretto e a braccia lo portarono nella baracca. Guaiva come un cucciolo. Se avesse avuto più forza avrebbe urlato, perché il cancro stava divorando metà del suo corpo. Gli ammalati, sui pagliericci intorno, cominciarono a brontolare. Qualcuno alzò la voce: “Ma non sentite che puzza? Portatelo fuori”. Una donna esile, vestita di un sari bianco, si avvicinò con una bacinella e delle bende. Ma il tanfo terribile che emanava da quelle piaghe la fece impallidire. Se ne andò di corsa, prima di svenire. li brontolio dei malati si fece minaccioso: “Portate via quella carogna. Lasciateci morire in pace...” Reggendolo per le mani e per i piedi, tre suore lo portarono nella baracchetta posta a nord, sempre in ombra e fresca. La stanza dei cadaveri. Lo posero sul pavimento. Madre Teresa vide che le altre due non ce la facevano più, e disse: “Portatemi una bacinella di acqua pulita, poi andate dagli altri”. Adagio cominciò a lavare le piaghe orrende, accompagnata da quel guaito lungo, interrotto solo da un ansare affannoso, disperato. A un tratto gli occhi, che fino allora avevano fissato senza vedere niente, si fermarono su di lei. Il guaito cessò, Il moribondo cercava qualche parola: “Dove sono?... Chi sei?... Come fai a sopportare questa puzza nauseante?” “Non è niente — lei rispose — in confronto al male che sopporti tu”. La morte arrivò verso sera. Madre Teresa era ancora lì, a reggere la testa, a dire parole di speranza. Quell'uomo (di cui nessuno sa il nome) riuscì ancora a dire: “Tu sei diversa dalle altre. Ti ringrazio”. E lei: “Sono io che ringrazio te, che soffri con Cristo.".

SORRIDERE
Qualche tempo fa arrivò un gruppo nu­meroso di professori dagli Stati Uniti.
Mi chiesero: “Ci di­ca qualcosa che possa esserci utile”. Dissi loro: “Sorridetevi scambievolmente”. Credo di averlo detto con eccessiva serietà. Uno di loro mi domandò: “Lei è sposata?”. Gli risposi: “Sì, e a volte mi riesce difficile sorridere a Gesù; perché arriva ad essere troppo esigente”. Credo che l’amore cominci proprio qui: nella famiglia.

PICCOLE GOCCE
Un giorno madre Teresa di Calcutta fu apostrofata in pubblico da un contestatore: "Che cosa è la sua carità? Cosa crede di fare in India? Meno di una goccia nell'oceano. Basta con la carità, ci vuole giustizia!". Al che Madre Teresa rispose: "E’ vero: quello che facciamo è nulla. Quando ho incominciato non ho pensato tanto. Mi ero trovata per strada davanti ad un uomo rannicchiato per terra, scheletrito dalla fame, col respiro impercettibile. Non potevo neppure rimuoverlo. Mi sono chiesta, allora, che cosa potevo almeno dirgli, qualche parola che quell'uomo non avesse mai sentito in vita sua, che lo consolasse prima di morire. Gli ho preso delicatamente il viso tra le mani e gli ho sussurrato all'orecchio: "Ti voglio bene!". Mi sorrise...e morì. Aveva ricevuto un dono inaspettato. Non dimenticherò mai quel sorriso risuscitato da quelle tre parole."

MISSIONE
Il ministro della corte imperiale di Addis Abeba mi ha fatto alcune domande inqui­sItorie: “Che cosa volete dal governo?” “Niente; sono soltanto venuta a offrire le mie Sorelle, affinché possano lavorare fra le gente povera e sofferente.” “Che cosa faranno le sue Sorelle?” “Noi serviamo gratuitamente e senza compenso i più poveri tra i poveri.” “Quale lavoro specifico sanno svolgere?” “Cerchiamo di portare un po’ di amore e un po’ di tenerezza e di compassione agli emarginati, a coloro che non sono amati.” “Predicate alla gente, cercando di convertirla?” “Le nostre opere di amore rivelano ai poveri sofferenti l’amore che Dio ha per loro.”

BAMBINI
Madre Teresa di Calcutta indica ai fanciulli come vivere nel Regno di Gesù e prepararsi a rispondere alle domande che il Re dell’Amore ci farà nel giudizio finale. “Tanto in India come in molti altri paesi abbiamo nelle nostre case molti bambini. Molti bambini poveri, come sapete. Molti di loro non hanno nessuno che li ami. Questa è una delle ragioni per cui dovete rendere grazie a Dio per avervi dato genitori meravigliosi che vi amano moltissimo. Ma vi assicuro che i nostri bambini sono dei bambini meravigliosi. Ho ricevuto una bella lettera di una bambina assai giovane. In essa mi diceva che stava per fare la Prima Comunione. Disse ai suoi genitori: «Non compratemi un vestito per la Prima Comunione. La farò con un vestito normale. Datemi piuttosto il denaro del vestito e io lo manderà a Madre Teresa per i suoi bambini”. Immagino che abbiate sentito parlare delle cose tremende che sono avve­nute, non molto tempo fa, in Etiopia a causa della tremenda siccità che devastò il paese. Senza dubbio, avrete sentito che molti abitanti di quel paese, tanto adulti quanto bambini, sono morti di fame. Quando i bambini di altri Paesi seppero che io mi preparavo a recarmi in Etiopia, un gran numero di loro vene a trovarmi e mi portò ogni sorta di piccoli regali, insieme a qualche soldo.Uno di loro, assai piccolo, aveva ricevuto da qualcuno, per la prima volta nella vita, un cioccolatino. Venne verso di me con questo e mi disse: “Madre Teresa, mi faccia il favore di dare questo cioccolatino a un bambino dell’Etiopia”. Non vi pare che si trattò di un bel gesto da parte di un bambino come voi? Non potrò mai dimenticare la lezione che mi diede un bambino indù di quattro anni a riguardo di ciò che vuoi dire amare con un grande amore. Avvenne durante un periodo in cui non v’era modo di trovare zucchero a Calcutta. Ignoro come fu che quel piccolo ebbe notizia che Madre Teresa non aveva zucchero per i suoi bambini. Tornando a casa disse ai suoi genitori: “Per tre giorni, non prenderò zucchero. Lo risparmierò per darlo a Madre Teresa”.Quel piccolino amava con un grande amore. Amava fino alla sofferenza. In Africa ci sono molte migliaia di persone che muoiono di fame a causa della siccità. Mi imbattei in strada in una bambina di cinque o sei anni e le diedi un pezzo di pane. Cominciò a mangiarlo briciola per briciola, dicendo che avrebbe avuto ancora fame, una volta terminato il pane. Lei aveva già fatto esperienza di cosa è la fame, qualcosa che né io né voi ancora sappiamo cos’è. Un altro bambino, ai suo fianco, non stava nemmeno mangiando. Pensavo che gli fosse finito il pane. Lui mi spiegò: “Ho il papà malato. Ho molta fame, ma penso che a mio padre piacerebbe questo pezzo di pane”. Quella buona creatura era disposta a privarsi del suo cibo per dare a suo padre la soddisfazione di un pezzo di pane! I Poveri sono grandi! Essi non hanno bisogno della nostra compassione! Essi non stanno chiedendo di risvegliare la nostra pietà! Essi sono grandi! Essi si meritano il nostro amore!”.

TUTTO PARTE … DA NOI
Un giornalista parlava con Madre Teresa di Calcutta: "Ma insomma... questa Chiesa va così male, non crede anche lei? Cosa possiamo fare per migliorarla?". E Madre Teresa: "Ah, guardi, semplicissimo: cominciamo da me e da lei!".

GESU’ NEL POVERO
“Una sera — raccontava Teresa di Calcutta — trovai un uomo in fin di vita sulla strada. Lo raccolsi e lo portai a casa. Dopo le prime cure, ritornando in sé, mi disse: “Sono sempre vissuto come una bestia: perché vuoi farmi morire da uomo?”. Gli risposi: “Il tuo volto è il volto di Gesù”.

SANTA TERESINA
Episodi della vita di Teresa raccontati da Madre Teresa di Calcutta:
Si legge nella vita di santa Teresa di Gesù Bambino che una volta fu sgridata per un fallo che non aveva commesso. Poteva dire qualcosa per difendersi, ma preferì tacere e temendo di non riuscirci, corse via dal luogo.
Un’altra volta stava lavando biancheria, e di fronte a lei c’era un’altra Suora che le spruzzava in volto acqua sporca. Sarebbe bastato che Teresa le desse un’occhiata per farla smettere, ma tenne gli occhi bassi, e continuò a lavare, mentre l’altra continuò a spruzzarla. Voi, e anch’io, avremmo detto qualcosa.  Un’altra volta ancora in cappella, c’era una Suora che faceva rumore con la corona del Rosario. Teresa avrebbe potuto farglielo notare. Invece tacque e disse a Gesù: “Che bella musica sento mai!”. Voi e io avremmo detto: Basta, per favore, Ma che cosa fai? Non puoi pregare senza fare quel rumore?”.  Anche queste piccole cose hanno contribuito alla santità di Teresa.  

AMORE E COMPASSIONE
In Canada, durante un programma televisivo in cui appariva accanto a Jacques Monod e a Jean Vanier, Madre Teresa se ne stava seduta con il capo apparentemente chino in preghiera, mentre il famoso biologo molecolare francese, vincitore di un Premio Nobel, illustrava con calore come tutto il destino futuro della razza umana sia inesorabilmente racchiuso nei nostri geni. Invitata dall'intervistatore ad esprimere il proprio punto di vista, ella alzò semplicemente il capo e osservò:" Io credo nell'amore e nella compassione", quindi riprese le proprie devozioni. Il suo intervento, che veniva a convalidare l'efficace testimonianza cristiana data da Jean Vanier, risultò in qualche modo decisivo, e il professor Monod ebbe poi a dire che, con qualche altro trattamento del genere, la sua solida posizione atea sarebbe stata scossa

STORIA DI MATERASSI
"Stava per giungere una postulante — raccontava con semplicità madre Teresa — e non c'era un materassino per lei in tutto il convento. Una fodera l'avevamo, ma non c’era niente con cui riempirla. Stavo scucendo il mio cuscino per estrarne il cotone e usare quello, quando suona il campanello dell'entrata. Vado ad aprire. E' un inglese con un cuscino sotto il braccio: "Sto per lasciare Calcutta, dice, e ho pensato che forse a voi poteva servire". Lo aiuto a tirar giù dalla macchina un materasso gonfio, pesante, che servirà a riempire almeno quattro dei nostri smilzi materassini".

GENEROSITA’ DI DIO
Nel centro di assistenza, a Calcutta, un giorno sono stati ricevuti altri venti ragazzi. A pranzo il loro appetito robusto ha messo fine alla provvista di riso. Per il pasto serale non ce n'è proprio più. E' l'ora di accendere il fuoco, ma che mettere nella pentola? Madre Teresa sorride. Forse pensa alle parole che in circostanze simili diceva il Cottolengo: "Adesso si vedrà se la Casa è mia o è della Provvidenza". Dall'entrata vengono avanti tre persone, una signora e due uomini curvi sotto il peso di due sacchi. Quella donna, sconosciuta, si rivolge alla prima suora che vede: "Ho pensato di portarvi un po' di riso. Volete accettarlo?".

IL CORPO DI CRISTO
Madre Teresa accompagnava una suora, nuova, venuta al ricovero dei moribondi. Era dopo la messa e le parlava del Corpo del Cristo che avevano appena ricevuto tutte e due. E disse: “È lo stesso Gesù, quello che andate a trovare nel corpo dei poveri”. Tre ore dopo, sulla via del ritorno, la nuova venuta ha un nuovo sorriso: “Non aveva mai visto sorridere in quel modo”, racconta Madre Teresa. La Giovane suora le spiega: “Quando sano arrivata all’ospizio dei moribondi, portavano un uomo che era caduto in una fogna. Era coperto di ferite, di sporcizia e di vermi. lo l’ho pulito e l’ho curato. Per tre ore ho toccato il corpo del Cristo”.

FAME
Ero a Calcutta da qualche giorno, quando Suor Teresa mi telefona che a Kaliga, all’ospedale dei morenti, una giovane stava per morire. Si trattava d’una donna che lo stato civile diceva di anni 22. Era pressappoco della mia statura. Era una donna normale e aveva avuto due figli. Io la vidi, impotente, uscire dalla sua atroce esistenza con sussulti convulsi. Quando fu morta, ebbi il violento impulso di pesarla. Suor Teresa e io prendemmo fra le braccia questo piccolo corpo e lo portammo sulla bilancia. Signori, quella donna di 22 anni, quella donna alta come me, pesava 20 Kg.! Ora voi sapete di che cosa è morta. Solo dopo d’allora, quando mi si dice: “Quella è morta di fame! io so cosa significa!” (R.FOLLEREAU).

ABBANDONO
Dove stanno i vostri genitori anziani? Dove stanno? Un giorno visitai una casa di riposo: una delle migliori di Inghil­terra. Non ricordo di aver mai visto cose tanto belle e lussuo­se in una casa per vecchi. Tuttavia non c’era un solo sorriso sui volti dei ricoverati. Tutti quei vecchi tenevano lo sguardo rivolto verso la porta. Chiesi a una suora: “Perché sono così?”. La suora mi rispo­se: “E così tutti i giorni. Sono sempre in attesa che qualcuno venga a trovarli. La solitudine li consuma e non cessano di guardare verso la porta. Ma non viene mai nessuno”. L’abbandono è una grande povertà. (Teresa di Calcutta, in Avvenire, 9-12-1979)

PARADISO
Madre Teresa di Calcutta, premio Nobel per la pace 1979, racchiude tutto il sogno della sua vita dedicata ai poveri e ai moribondi e la storia della sua vocazione in un aneddoto. Scriveva in una lettera da Calcutta: “Nei primi giorni della mia attività tra la poverissima gente della periferia, fui colpita da febbre altissima. Nel delirio mi ritrovai davanti a S. Pietro, ma lui non voleva lasciarmi entrare in paradiso. Diceva: “E’ impossibile che uno della bidonville possa entrare in cielo. Non ci sono bassifondi in paradiso!” Io gli risposi arrabbiata: “E’ proprio così? Allora io farò di tutto per riempire il paradiso con gente dei bassifondi della città e allora sarai costretto a lasciar passare anche me!”
Povero S. Pietro! Da allora le Sorelle e i Fratelli non gli danno pace, perché c’è sempre uno stuolo della nostra gente che s’è assicurata un posto in paradiso con le sue soffe­renze!”

LA MATITA
Madre Teresa di Calcutta insegnava alle sue novizie ad accettare con un sorriso tutto ciò che Dio dà ed esige. Confidò un giorno al gesuita Van Exem che la seguì fin dagli inizi: “Vede questa matita? Io sono la matita di Dio. Un mozzicone di matita con cui può scrivere qualsiasi cosa”.

ALCUNE PAROLE DI MADRE TERESA

ABORTO
Un bambino non ancora nato e non voluto è la creatura più povera e indifesa.

AFFETTO
Sono sempre più convinta che la mancanza di affetto è la peggiore delle infermità che può soffrire un essere umano.
AMARE
Ciò che conta non è fare molto, ma mettere molto amore in ciò che si fa.
AMARE
Se invece di chiederci. "a che serve ?", cominciassimo a chiederci. " a chi serve?", ogni nostro atto si arricchirebbe di senso.
PACE
Le opere dell'amore sono sempre opere di pace .
SANTITA’
Dobbiamo diventare santi non perché vogliamo sentirci santi, ma perché Cristo deve poter vivere pienamente la sua vita in noi.
SORRISO
Quando il dolore ti visita, accettalo con un sorriso. si tratta del maggior dono che Dio ti fa. Abbi coraggio di accettare con un sorriso qualsiasi cosa Egli ti dà. e restituiscigli di buon grado tutto ciò che Egli ti chiede.
PICCOLE COSE
Il bene che facciamo è come una goccia nel mare. Ma se noi non esistessimo, il mondo avrebbe una goccia di acqua in meno.
GENTILEZZA
Non voglio che facciate miracoli con sgarbo, preferisco che facciate sbagli con gentilezza.

 

SANTA TERESA D`AVILA, vergine e dottore della Chiesa
Nacque ad Avila, in Spagna, nel 1515. Entrata nell'Ordine delle Carmelitane, fece grandi progressi nella via della perfezione ed ebbe rivelazioni mistiche. Votatosi alla riforma del suo Ordine, dovette sostenere molte tribolazioni, ma riuscì vittoriosa di tutto con il suo invincibile coraggio.
Scrisse anche libri di profonda dottrina e frutto delle sue esperienze mistiche. Morì ad Alba de Tormes (Salamanca) il 4 ottobre 1582.

AMICIZIA DIVINA
Santa Teresa d’Avila, proprio in un momento di gravi preoccupazioni, fu colpita da un atroce dolore alle gambe. Se ne lamentò con Dio: “Signore, dopo tanti guai, mi mancava solo questo!”.
Dio le rispose: “Così, Teresa, io tratto i miei amici”. E lei: “Ora capisco perché ne hai così pochi!”,

GUARDA CHI TI GUARDA
Santa Teresa d’Avila suggeriva un esercizio che facesse spe­rimentare l’amore di Cristo, Buon Pastore: “Immaginate Gesù in piedi, davanti a voi.., tutto quello che dovete fare è guardarlo mentre Egli vi guarda”. Scrivendo nel suo spagnolo bello del “siglo de oro”, la Santa dice: “Mira que te mira. Guarda che ti sta guardando”, e aggiunge il “modo”: amore­volmente e umilmente. Una delle suore di santa Teresa d’Avila che aveva praticato questo metodo disse di aver superato quel senso di estraneità, indifferenza, aridità che provava nella preghiera. Quando le chiesero come facesse, rispose: “Permetto semplicemente a me stessa di essere amata da Gesù”.
FIGURA CONTROVERSA
Santa Teresa d’Avila, da viva, fece paura a molti, fu derisa, considerata pazza, guardata con sospetto e perfino esaminata da un legato della Santa inquisizione, solo perché pretendeva che la vera fede fosse un “discendere profonda­mente nel segreto di sé” e non soltanto un “credere di pre­gare accumulando parole”.

GESU’
Teresa d’Avila diceva ‘maliziosamente’: “Teresa da sola, può far niente; Teresa e la grazia di Dio possono far molto; ma Teresa la grazia di Dio e i soldi... possono far tutto”. Un giorno, mentre Teresa scendeva le scale del monastero si trovò di fronte ad un bambino. Subito gli chiese: “Come ti chiami, piccolino?” “E tu ,risponde il fanciullo, come ti chiami? “lo, riprende lei, sono Teresa di Gesù”. “Ebbene io, conclude il bambino, sono Gesù di Teresa”.

PERCHE’ PREOCCUPARSI INUTILMENTE?
Santa Teresa d’Avila era sempre allegra e serena: “Anche nelle peggiori ore della mia vita – confessò un giorno- non ho mai pronunciato parole di mestizia”.
Una notte, viaggiando con una monachella spaventatissima (era il giorno dei morti con le campane funebri) si sentì dire: “Madre, che cosa fareste se io morissi qui, adesso?” E lei: “Sorella, se accadesse una cosa del genere, penserò al da farsi, però adesso lasciatemi dormire”.

SORRISO E BUON SENSO
Varie cose della vita del monastero infastidivano Santa Teresa d’Avila: una era il gruppo di certe monache, di lodevolissimi costumi, ma nemiche del sorriso come del diavolo:”Non sopporto una monaca imbronciata.” – commentava Teresa.
Un altro fastidio, anzi una preoccupazione molto seria era quella che le veniva da quelle giovani monache che erano soggette a troppe frequenti visioni e rapimenti che avevano l’estasi facile come il raffreddore; Teresa ne diffidava: “Questo finirà per ucciderle – protestava – o per incretinirle”.

 

RITRATTO
Il ritratto di Santa Teresa d’Avila conservato nel monastero teresiano di Siviglia fu eseguito su commissione del padre Gracian che era il superiore ecclesiastico di Teresa. Ma egli non fu per niente soddisfatto del lavoro, La santa stessa rivolgendosi al pittore, avrebbe così commentato il lavoro appena ultimato: “Dio ti perdoni, fra Giovanni, d’avermi dipinta e d’avermi fatta brutta e cisposa.

DIAVOLO
Santa Teresa d’Avila dovendo parlare del diavolo e non volendo nominarlo direttamente lo definì: “Quel povero disgraziato, che non può amare”.

QUALE VOLONTA’?
Una volta, Teresa d’Avila a Valladolid, si incontrò con una suora che doveva essere trasferita al convento di Avila; e poiché quest’ultima si dava da fare per spiegare il motivo per cui, secondo lei, doveva restare lì dove si trovava, perché questa era la volontà del Signore. La Santa sorridendo, le disse: “Come siete abile a fare della vostra volontà la volontà di Dio”

ALCUNE PAROLE DI SANTA TERESA D’AVILA

AMARE
La cosa più importante è non pensare troppo e amare molto; per questo motivo fate ciò che più vi spinge ad amare.

AMARE
I figli della terra manifestano il proprio amore con le rose. Il Signore invece manda spine quali messaggere del suo amore.

TENTAZIONE
Non mi spavento quando vedo un'anima alle prese con violente tentazioni. Poiché se possiede l'amore e il timor di Dio ne uscirà con gran profitto.

PREGHIERA
Trattate con il Signore come un padre, un fratello, un maestro, uno sposo. Consideratelo nei vari tipi di rapporto, E non siate così ingenui da non chiedere nulla.

VOLONTA’ DI DIO
La volontà di Dio non consiste che in due cose: nell'amore di Dio e nell'amore del prossimo.

DIO
Che il vostro desiderio sia vedere Dio, la vostra paura perderlo, il vostro dolore non possederlo, la vostra gioia ciò che può innalzarvi verso Lui

 

 

TERESA DI GESU’ BAMBINO, Santa, Monaca

Teresa Martin (1873—1 897) aveva 24 anni quando morì, monaca di clausu­ra nel Carmelo di Lisieux. Ma pur essendo piccola e sconosciuta ha la­sciato una grande testimonianza di santità. Teresa propone a tutti i cristiani, ed in particolare ai più “piccoli” di seguire la “piccola via”: si tratta di riconoscere la propria piccolezza e di abbandonarsi con fiducia all’infini­ta bontà di Dio, come un bambino tra le braccia di sua madre.

VOCAZIONI FAMILIARI
Nel secolo scorso un ragazzo ventenne, di nome Luigi, si presentò al convento Grand Saint Bernard nelle Alpi francesi. Chiese al superiore di entrare nella congregazione. Il superiore, dopo aver conosciuto meglio il carattere e le capacità del ragazzo, disse: “Dovresti scegliere un’altra strada nella vita”.
Qualche anno più tardi, sempre in Francia, una giovane di nome Zelia Maria venne al convento delle Suore della Carità e chiese di poter entrare nella congregazione. Dopo un lungo colloquio la superiora, anche se aveva di fronte una ragazza buona e religiosa, le diede una risposta negativa: “Il tuo posto non è qui. La tua vocazione è quella di mettere su una buona famiglia cristiana”. Passò qualche anno. Luigi, che non era stato ammesso alla congregazione, conobbe Zelia Maria, s’innamorò di lei e la sposò. Ebbero cinque figlie che educarono con cura. Tutte e cinque divennero brave suore, e una anche santa: Teresina di Gesù Bambino.

OBBEDIENZA
Scriveva il Cardinal Ballestrero:
Santa Teresa aveva la fortuna - o la sfortuna, non so: dipende dai punti di vista - di parlare con il Signore, di esserne interpellata, di essere fatta depositaria della sua volontà. Gesù diceva a Teresa: "Figlia mia, voglio questo". Teresa andava a riferirlo ai superiori, i quali a volte la pensavano diversamente e le imponevano di agire al contrario. Non per questo Teresa si turbava; né aveva titubanze di sorta: "Io so bene quello che devo fare: Tu, Signore, hai detto: chi ascolta voi, ascolta me. Nel sentire la voce tua posso essere un'illusa, nell'ascoltare la voce di chi mi parla in tuo nome non c'è pericolo di illusione. Abbi pazienza". Quando le imposero di aspergere con acqua santa il Signore che le appariva gli diceva: "Signore, perdonami, è per obbedire a chi ti rappresenta!"

AMABILITA’ DI DIO
S.Teresa di Gesù Bambino un giorno se ne stava se­duta nel giardino del monastero di Lisieux. Benché molto ammalata, meditava profondamente l’amore di Dio. Ad un tratto le venne vicino una chioccia, che cercava qua e là insetti per i suoi numerosi e allegri pulcini. Che cura premurosa e materna tra i molti cip cip!
La santa pensò allora all’amore di Dio e iniziò mental­mente la recita del Padre nostro’. Le due prime parole: Padre nostro, le fecero scoppiare nel cuore un’immensa commozione, tale che non riuscì più a proseguire. E pianse di gioia. Una consorella, vedendola in pianto, le chiese: “Suor Teresa, cosa succede?”. Lei rispose additando la chioccia, che allegra chiamava i pulcini: “Questa gallina mi ha fatto pensare al salmo che dice: Dio mi custodisce, come la pupilla degli occhi, mi protegge sotto le sue ali! (Salmo 17,8). Di fronte a tanta tenerezza di Dio nei nostri riguardi, come non commuoversi? Che bella, sorella, la preghiera che spesso recitiamo: Pietà di me, o Dio; vicino a te, come uccellino, mi rifugio; mi riparo all’ombra delle tue ali, finché passi la tentazione!  (Salmo 57,2)”.

 

ALCUNE PAROLE DI SANTA TERESINA

GENEROSITA’ DI DIO
Il Signore non si contenta di proporzionare i suoi doni ai nostri modesti desideri.

PARADISO
In cielo non si incontreranno mai sguardi indifferenti, perchè tutti gli eletti si riconosceranno debitori reciprocamente di tutte le grazie  che hanno valso la corona.

PROVA
Il Signore proporziona le prove alle forze che ci dà.

 

CORAGGIO
Non importa se non avete coraggio, basta agire come se ne aveste.

CORPO MISTICO
Quante volte ho pensato che forse devo tutte le grazie che ho ricevuto alle preghiere di un'anima che conoscerò solo in cielo.

EUCARISTIA
Non è per restare nel ciborio d' oro che Gesù discende ogni giorno dal cielo, ma per trovare un altro cielo che gli è infinitamente più caro del primo: il Cielo della nostra anima.

 

 

 

 

TOMMASO D’AQUINO, Santo, Dottore della Chiesa  

Nacque a Roccasecca dalla famiglia dei conti d’Aquino  tra il 1225-1227. A cinque anni è già a Montecassino per la sua formazione. Continuerà gli studi all’Università di Napoli. A 17 anni sceglie di entrare nell’ordine dei predicatori domenicani tra contrasti anche pesanti da parte dei famigliari. Eccolo ancora a studiare prima a Roma e poi a Colonia. Insegnerà nelle cattedre più prestigiose del suo tempo, sarà anche un mistico con numerose visioni. Facondo scrittore provò a dare un ordine a tutta la conoscenza teologica dell’epoca. Ricordiamo la sua Summa Theologica (tra l’altro, rimasta incompiuta. Muore il 7 Marzo 1274.

LA STRADA DEL PARADISO
S. Tommaso d’Aquino un giorno ricevette una lettera dalla sorella. Questa lo pregava così: “Dolcissimo e dotto fratello, indica alla tua povera sorella il metodo più facile per andare in Paradiso”. Il Santo scrisse in calce alla lettera questa sola frase: “Basta volerlo!”e gliela rimandò.

EUCARISTIA
Il piccolo Tommaso a soli 5 anni era già nel monastero di Montecassino per essere educato ed istruito. Già nutriva una grande  devozione per la Madonna e per Gesù Eucaristia.  A 9 anni,durante una notte di tempesta (lampi e tuoni da fare spavento), il monaco che ne aveva cura lo cercò invano. Infine lo trovò aggrappato al tabernacolo: "Tommaso, che hai fatto? Perché sei qui?"
"Padre Maestro, perdonami! Ma avevo tanta paura del temporale e voi mi avete detto tante volte che Gesù è la più grande difesa nostra, che Lui con un sol cenno della mano fa calmare le tempeste…"
Il monaco sorrise. Ma Tommaso divenuto sacerdote e domenicano, trasse sempre dal tabernacolo ispirazione per i suoi ineguagliabili inni alla Eucaristia.

UMILTA’
S. Tommaso d'Aquino aborriva gli onori e le lodi. Quando Clemente IV gli offrì la carica di Arcivescovo di Napoli, non solo rifiutò, ma ottenne una grazia lungamente sollecitata: quella che non gli venisse mai più offerta nessuna altra dignità ecclesiastica. Quando gli fu conferito il titolo di "dottore", lo accettò solo per obbedienza. E quando, studente, ebbe da un condiscepolo, di cui avrebbe potuto certamente essere il maestro, l'appellativo di "bue muto" a causa del grande silenzio che lo distingueva, scambiato per ignoranza e mancanza di ingegno, se ne compiacque apertamente. Un giorno in cui leggeva a voce alta durante il desinare, venne ripreso per aver pronunciato erroneamente una parola. La lesse allora come gli si richiedeva, benché fosse sicuro che si trattasse di uno sbaglio. "Non ha alcuna importanza - disse dopo ai compagni - pronunciare una sillaba lunga o breve. Quel che più importa è l'umiltà e l'obbedienza”.

SOLO PAGLIA
Passavano i mesi e san Tommaso d'Aquino non si decideva a porre fine alla sua meravigliosa opera, "Summa theologica": il capolavoro della teologia medievale. Perché?  Un giorno ebbe una visione mistica, nella quale il Signore gli concesse di gustare qualcosa delle verità cristiane e di estasiarsi un attimo delle realtà celesti. Quando allora i suoi compagni lo sollecitavano: "Padre, coraggio dia termine alla sua opera!" Egli rispondeva: " Quel che ho scritto, fratelli, è paglia! Soltanto paglia di fronte alle realtà divine!"

DONI DELLO SPIRITO
San Tommaso d’Aquino parlava dei doni dello Spirito Santo attraverso un esempio  chiarificativo: uno scola­retto alle prime armi col sillabario non ha le disposizioni sufficienti per comprendere un insegnamento universitario né, d’altra parte, un fanciullo potrebbe da solo scalare un ardua montagna: bisognerebbe potenziare le sue capacità fisiche e spirituali, le intellettive e le volitive, a un punto tale, che I’istantaneità dell’atto farebbe gridare al miracolo: così i doni dello Spirito Santo proporzionano le nostre deboli forze a comprendere il mondo del soprannaturale e ad agire virtuosamente secondo le sue divine mozioni, indirizzandoci al fine superiore a cui siamo chiamati

SCHERZI
Per il suo carattere meditativo i suoi compagni lo avevano definito il “bue muto”. Un giorno per prendersi gioco di lui, gli dissero che si vedeva un bue volare sopra Parigi. San Tommaso uscì dalla sua cella come se avesse creduto vera la notizia e volesse vedere il bue. Immaginate le risate dei compagni. “Sapevo bene – disse allora Tommaso – che era impossibile; ma ritenevo più verosimile che la notizia fosse vera piuttosto che tanti religiosi si fossero accordati per dire una menzogna”.

RICOMPENSA
Verso il termine della sua vita, San Tommaso si trovava in preghiera davanti al crocifisso che gli parlò: “O Tommaso, tu hai scritto bene di me, dimmi che cosa vuoi in ricompensa”. “Nient’altro che  te”, rispose Tommaso.

ALCUNE PAROLE DI SAN TOMMASO D’AQUINO
ANGELO CUSTODE
Dal momento della nascita l'uomo beneficia dell'assistenza di un angelo che lungo tutto il cammino della vita, così disseminato di scogli, è guida illuminata e attenta; al termine della corsa, nella patria celeste, sarà ancora compagno nella gloria.
PREGHIERA
La preghiera non viene presentata a Dio per fargli conoscere qualcosa che Egli non sa, ma per spingere verso Dio l'animo di chi prega.
FARE
Il miglior modo per comprendere una cosa è costruirla.
GIOIA
Nessuno possiede la vera gioia se non vive nella Grazia.
SILENZIO
Dio si onora col silenzio non perché non si dica nulla o nulla si ricerchi di Lui, ma perché, qualsiasi cosa di Lui si dica o si ricerchi, siamo coscienti di essere ben lontani dalla sua comprensione.
VERITA’
Ogni verità da chiunque sia detta viene dallo Spirito Santo.
PREDICAZIONE
Le prediche corte piacciono di più: se sono buone, si ascoltano più volentieri; se sono cattive, pesano di meno.

 

TRINITA’
L'amore non ha permesso a Dio di restare solo.

 

TOMMASO MORO,Santo
Fu cancelliere alla corte inglese di Enrico VIII Non accettò la scissione della Chiesa operata dal re perciò fu condannato a morte con il vescovo Giovanni Fisher. Bonario, coraggioso, amante della famiglia e dotato di ottimo humor, diede eccezionale testimonianza di fede e di attaccamento alla Chiesa.

INCORRUTTIBILITA’
Un ricchissimo signore aveva mandato a Tommaso Moro due grandi anfore d'argento per renderselo amico in un importante processo. Tommaso Moro le fece riempire del miglior vino della sua cantina e le rimandò indietro tramite lo stesso servo che le aveva portate. "Dì pure al tuo padrone, - gli disse -  che tutto il vino della mia cantina è a sua disposizione".

IL GRAN CANCELLIERE CHIERICHETTO
Gli agiografi raccontano che il Duca di Norfolk era andato a cercare san Tommaso Moro (Gran Cancelliere d’Inghilterra) per recarsi insieme a Corte dove erano attesi dal Sovrano. Non lo trovò in casa e lo raggiunse nella chiesa del quartiere dove individuò subito il lord Cancelliere che cantava, con la cotta indosso, nel coro della parrocchia. “Ma come, mio Lord Cancelliere”, disse il Duca. “ma come? Siete ora divenuto un chierichetto? un chierichetto?”. “Oh sì!”, rispose san Tommaso Moro sorridendo: “Vostra Grazia non potrà pensare che il Re, vostro padrone e mio, si offenderà se io ringra­zio e servo innanzitutto Dio, suo e nostro Signore, né per questo riterrà che io disonori il mio ufficio.

VERITA’
Enrico VIII, che si riteneva un abile compositore, con malcelati accorgimenti, sollecitava le congratulazioni di Tommaso Moro, il quale finalmente le fece in questi termini: “Maestà, la vostra musica è celestiale”. Il re compiaciuto asserì: “Gradisco i tuoi complimenti perché di arte te ne intendi” “Sire, in fatto di musica ho gusti abominevoli”.

RISCHI
Enrico VIII, venuto a conoscenza dei gravi insulti che contro di lui aveva proferito Francesco I, ebbe un eccesso di bile ed ordinò al cancelliere Tommaso Moro di andare subito in Francia per lanciare sul muso del re le ingiurie di cui nella foga del dire offriva saggi.
Il santo Cancelliere attese che sbollisse alquanto la collera e poi modestamente fece osservare che tale ambasceria poteva costargli la vita. “Non temete – sentenziò Enrico – se Francesco troncherà la vostra testa, io farò decapitare tutti i francesi che si trovano nei miei domini”.
Il faceto Cancelliere replicò: “Sono molto obbligato a vostra maestà, ma dubito molto che tra tante teste riesca a trovarne una che si adatti alle mie spalle”l

SCELTE CRISTIANE
Sir Thomas More era lord cancelliere di Enrico VIII, re d’Inghilterra. Quando questi volle separarsi dalla Chiesa di Roma e diventare capo della chiesa anglicana, sir Thomas si rifiutò di riconoscerlo tale. Per questo fu rinchiuso nella Torre di Londra. Resistette a tutte le suppliche degli amici e dei parenti. Alla moglie, che lo scongiurava di evitare la morte, un giorno chiese: “Abiurando, per quanti anni ancora potrò vivere e godere del favore del re?” “Trenta o quarant’anni ancora!”, rispose la moglie. Concluse il marito: “E per così pochi anni dovrei perdere l’eternità? E per il favore di un re, dovrei perdere la grazia di Dio? Non sia mai!”

HUMOUR... INGLESE DI S. TOMMASO MORO
Grazie al suo famoso humour, espressione della speranza cristiana e di una fede viva, sir Thomas More è riuscito a sdrammatizzare anche la sua morte. Salendo la vacillante scaletta del patibolo, esclama: “Per favore, messer Luogotenente, volete darmi una mano per farmi salire sicuro? Poi, per scendere, lasciate pure che mi arrangi da solo”. Incoraggia anche il carnefice: “Su, amico, fatti animo, e compi il tuo ufficio senza timore. Ma guarda che ho il collo piuttosto corto: perciò sta’ attento a colpire diritto, per non macchiare il tuo buon nome”.

 

UNA TESTA DI MEZZO
Il giorno della sua esecuzione, il barbiere chiese a Tommaso Moro se volesse tagliarsi i capelli. “Caro amico, - rispose il condannato – io e il re abbiamo un procedimento in corso, che riguarda la mia testa e non voglio affrontare nessun a spesa finché il problema non sarà risolto…”

ALCUNE PAROLE DI SAN TOMMASO MORO
FIDUCIA
Dio ci ha dato la grazia sia di disperare di noi stessi, sia di affidarci completamente alla sua forza, nella dipendenza e nella speranza totale.
UMORISMO
Donami, Signore, il senso del ridicolo: concedimi la grazia di comprendere uno scherzo, affinché nella vita conosca un po' di gaiezza e possa farne parte anche agli altri.
PREGHIERA
Dammi, o Signore, la grazia di lavorare alla realizzazione delle cose per cui ti prego.
ANIMA
Nessun uomo concepisce opinione sì vile e bassa della dignità della natura umana, da credere che le anime muoiano e periscano con il corpo.

 

VALENTINO, Santo Vescovo di Terni, Martire 
Poco sappiamo di questo Santo patrono degli innamorati. Una “passio” narra che Valentino, vescovo di Terni fosse stato chiamato a Roma per pregare per un malato e per guarirlo. Lì fu riconosciuto come cristiano e decapitato. Un’altra tradizione dice che, arrestato, ridiede la vista alla figlia cieca del giudice che si convertì. Ma l’imperatore mise a morte tutti e tre.

 

UNA STORIA DI SAN VALENTINO

La leggenda-storia racconta così: A Terni viveva una bella ragazza chiamata Serapia. Essa si innamorò perdutamente di un centurione Romano chiamato Sabino. L’amore era corrisposto ma lei era cristiana e lui pagano. Sabino allora si fece battezzare da Valentino, allora Vescovo della città.
Tutto sembrava andare per il meglio quando si scoprì che Serapia aveva pochi giorni di vita a causa di una tisi galoppante. Sabino si recò a pregare il Vescovo perché o guarisse la ragazza o impedisse la loro separazione.
Valentino avrebbe detto loro di abbracciarsi strettamente e, alla sua benedizione, un sonno profondo li addormentò per tutta l’eternità. Storia o leggenda? All’interno del Museo civico di Terni esiste ancora  un urna che raccoglierebbe i resti di Serapia e Sabino si può infatti vedere un braccio di donna (sarebbe il braccio sinistro di Serapia) incastrato profondamente nello stomaco (di Sabino). Si vedono anche due braccialetti, simbolo di un amore mai finito. Sempre a Terni qualcuno indica dei ruderi come la casa di Serapia.

GIOVANNI  MARIA VIANNEY, Santo curato d’Ars

Ebbe grandissima difficoltà nello stu­dio, ma lo Spirito Santo da lui invoca­to con tanta preghiera e penitenza, fece di lui quel sacerdote che attirò ad Ars una moltitudine di persone in cerca di perdono e di luce. E’ il patrono dei parroci.

 

ASINI
Il   Curato d’Ars quando era seminarista si imbatté in un esaminatore severissimo. L’esame fu un vero disastro. Alla fine il professore gli disse: “Caro Vianney, lei è un perfetto ignorante. Che vuo­le che ne facciamo noi di un asino?” Il futuro Curato, con calma: “Se Sansone è riuscito a battere tremila Filistei con una sola mascella d’asino, che cosa potrà fare il Signo­re con un asino intero?”

 

ASSISTENZA A TEMPO COMPLETO
Per guadagnarsi il suo mantenimento in Seminario, il santo Curato d’Ars, da giovane, andava a lavorare in una vigna: appena arrivato a quella vigna, Giovanni Vianney piantava un bastone sul quale aveva inchiodato un’assicella; poi levava di tasca una statuetta della Madonna e la poneva sull’assicella. Voleva che Lei l’assistesse nel suo lavoro. Ogni tanto la guardava. E Lei lo guardava sempre mentre faticava. Gli sembrava che “non si stancasse mai in quella vigna”.

PROGRAMMI PASTORALI
San Giovanni Vianney, il santo Cu­rato d’Ars, quando era ancora giovane sacerdote, fu man­dato dal suo Vescovo ad Ars, un paesino di cui non sapeva nemmeno la strada. Camminò a lungo e poi chiese a un ragazzino se poteva indicargli la strada per Ars. Il ragazzo rispose gentilmente: «Monsieur l’Abbé, Ars è qui vicina, è quella chiesina bianca che si vede laggiù in fondo, tra il verde». Il Santo lo ringraziò e aggiunse: «In cambio, io vorrei poterti insegnare la strada per il Cielo». Ed era tutto un programma e un ideale

VEDUTE DIVERSE
S. Giovanni Maria Vianney entrava ad Ars, par­rocchia da tempo trascurata. Gli dissero: “Qui non c’è più niente da fare” Egli disse: “Quindi qui c’è tutto da fare!”

LA LODE PIU' BELLA AL CURATO D'ARS GLIELA FECE IL DIAVOLO
“Ce l'ho con te, curato della malora! Se ci fossero altri tre preti come te, in Francia, io sarei spacciato. Brutto mangiatore di patate, perché non te ne vai? Stavo così bene quando ad Ars non c'eri tu !”, gli gridò il diavolo una notte, comparendogli sotto una forma orribile, spaventosa. Da quella volta lo tormentò quasi tutte le notti, Ma il curato era contento che il ‘Rampino’ lo tormentasse: “Quando il "Rampino" mi tormenta è buon segno: il giorno dopo qualche grande peccatore viene confessarsi”.

ASTUZIE
Il curato d'Ars un giorno fu invitato a predicare in una parrocchia nella quale gli uomini erano soliti uscire dalla chiesa durante il sermone. Il santo pensò bene di iniziare la sua predica in questo modo: "Fratelli, oggi parlerò del furto: Chi di voi si sente colpevole al riguardo farebbe bene ad uscire, perché dirò delle cose molto dure." Naturalmente nessuno si sognò di andarsene prima del termine della Messa.

PREGHIERA VERA
Il curato d’Ars era solito raccontare questo fatto che gli era capitato nei primi anni che era in parrocchia. C’era un uomo che non passava mai da­vanti alla chiesa senza entrarvi un momento. La mattina, quando andava al lavoro, la sera, quando ritornava, la­sciava alla porta il badile e la zappa e rimaneva a lungo in adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Gli chiesi una volta che cosa dicesse al Signore nella lunga visita che gli faceva. Sapete che cosa mi rispose? “Signor curato, io non gli dico niente. lo lo guardo e lui mi guarda”.

DUBBI
Nella vita del santo curato d’Ars si legge questo episodio. Andò da lui un ricco e colto signore che gli disse: “Padre, vorrei discutere con lei perché ho molti dubbi sulla fe­de e sui comandamenti. Non so nemmeno io se credo o non credo.” Rispose il Santo: “Prima si confessi e preghi con me e poi discuteremo”. Quell’uomo che da molti anni non si riconciliava con Dio, cedette alle insistenze del santo parroco. Si confessò e pregò con lui e poi Giovanni Maria Vianney gli disse: “Adesso discutiamo pure. Quali dubbi hai?”. Quello rispose sereno: “Ora non ho più nessun dubbio. Sento che Dio ha perdonato tutti i miei peccati. I miei dubbi sono scom­parsi”.

 

LE DIVERTENTI RISPOSTE DEL CURATO D'ARS
Nessuno se le sarebbe aspettate da ‘monsieur Vianney’, come molti lo chiamavano ad Ars. Ma solo così riusciva a togliersi di dosso taluni pellegrini importuni. A una ‘pia donna’ piuttosto attaccaticcia, che gli aveva detto: “Sono qui da tre giorni, signor curato, e ancora non sono riuscita a parlarvi” Rimbeccò come niente fosse: “In Paradiso, figliola, parleremo in Paradiso!”.
A un'altra che gli spiegava: “Ho fatto 200 leghe a piedi per vedervi”, assicurava: “Non valeva la pena di venire da così lontano soltanto per questo. Non avreste perduto molto”.
“Una sola parola, Padre !”. “Figliola, me ne avete dette già cento !”.
“Padre, vorrei sapere qual è la mia vocazione”. “Andare in Paradiso !”.
“Ero venuta per ascoltare una bella predica, ma devo confessare che si predica molto meglio altrove», gli disse una aristocratica dama di Parigi; ridendo il Curato rispose: “È proprio vero, signora: non sono molto istruito, ma se voi faceste le cose che vi dico, il Signore avrebbe ancora pietà di voi”. Quando il curato riusciva a convertire qualcuno, rientrava rallegrandosi dolcemente: “Coraggio, il vecchio stregone è riuscito a concludere un buon affare, oggi”.
Allorché don Raymond, il prete suo collaboratore, fu trasferito, profondamente rattristato il Curato disse: “Ho dovuto subire molti maltrattamenti, ma mi hanno fatto tanto bene. Voi, invece - diceva al nuovo coadiutore - non mi rimproverate mai. Ero più felice prima!”.

AVETE FATTO PROPRIO TUTTO?
Un giovane sacerdote che lavorava in una parrocchia vicina andò a sfogarsi col santo Curato d’Ars e a dirgli tutta la sua amarezza, perché, nonostante il lavoro che faceva, non vedeva che scarsi frutti pastorali, e si lamentò: “Ho fatto proprio di tutto, ma non vedo nascere niente!”.  E il Curato:  “Avete fatto proprio tutto? Vi siete flagellato? Avete passato le notti in preghiera?”

DIO IN UN UOMO
Tra i pellegrini che andavano dal santo curato d’Ars, uno aveva espresso in particolare il desiderio di vedere con i propri occhi quell’uomo che faceva tanti prodigi e convertiva tanti cuori; e si trovò di fronte a un uomo magro e molto austero, umile e semplice, che conver­sava con Dio, parlava di Dio e lasciava trasparire Dio. Al suo ritorno gli chiesero che cosa aveva visto, ed egli rispose: “Nulla, ho visto Dio in un uomo”. Perché non cerchiamo di fare in modo che anche in noi sia facile scoprire la presenza del Signore?

BRUTTO MONDO?
Il Curato d'Ars aveva un parrocchiano che si lamentava in continuazione. Invariabilmente terminava i suoi discorsi pessimistici dicendo: "Certo che il mondo è proprio brutto!" Un bel giorno il sacerdote non ne poté più e sbottò: "Se hai un brutto muso, è inutile che passi il tempo ad incolpare lo specchio".
DIO CI SENTE
Uno dei suoi parrocchiani domandò un giorno al curato d'Ars:  "Come mai, reverendo quando prega la si sente appena, mentre invece quando predica grida così forte?" "Semplice - rispose il santo - quando predico ho a che fare con dei sordi. Il buon Dio, invece. Ha l'orecchio finissimo".

LA “SOSTITUZIONE VICARIA” DEL SANTO CURATO D’ARS
Quando il Curato d’Ars ascoltava in confessione peccati molto grossi, imponeva penitenze molto lievi, le penitenze grosse le faceva lui; questa era la sua sostituzione vicaria. Ragionava così: Se a quello do la penitenza grossa non la fa, e un’altra volta non viene più; pago io al suo posto.
È quello che ha fatto Gesù: ha portato la croce che avrei dovuto portare io. Bisogna che siamo pronti a pagare di persona cristianamente: molte cose si mettono a posto così. 

ROSARIO
Uno straordinario apostolo, il S. Curato d'Ars, si serviva del S. Rosario per attirare anime e far piovere su di esse grazie senza numero di conversioni anche prodigiose. Una volta fu invitato a predicare gli Esercizi Spirituali al popolo in una località nei pressi di Ars. Per prima cosa, egli chiese al Parroco se tra i fedeli ci fosse qualcuno disposto a pregare intensamente. Il Parroco gli indicò una povera mendicante, buona solo a dire Rosari. Il Santo Curato avvicinò subito la poveretta e la pregò di voler recitare continuamente Rosari per tutto il tempo delle prediche. La mendicante ubbidì, La Missione andò benissimo. Le conversioni si moltiplicavano, e il S. Curato attestava con gran giubilo: Non è opera mia, ma della Madonna invocata dalla mendicante con i Rosari.

SERENITA’ DAVANTI A DIO
Il S. Curato d'Ars diede questa testimonianza: "Ho ricevuto due  lettere della stessa forza: in una si diceva che ero un grande santo, nell'altra che ero un ipocrita. La prima non mi aggiunge nulla, la seconda non mi toglie
nulla: davanti a Dio si è quello che si è e nulla più".

SAPIENZA
San Giovanni Maria Vianney non sopportava lo sfoggio di cultura. Un giorno, trovandosi in un circolo di intellettuali ebbe a dire: Coloro che sono guidati dallo Spirito Santo sono ricchi di sapienza; e ciò spiega perche tanti ignoranti ne sanno più dei dotti.

ALCUNE PAROLE DEL SANTO CURATO D’ARS
AGIRE
Fare tutto insieme e sotto gli occhi del buon Dio! Pensare che egli vede tutto, che tien conto di tutto!
AMOR DI DIO
Alcuni piangono perché credono di non amare Dio; ebbene, costoro lo amano!
AMARE DIO
L'amore è meglio del timore; ci sono quelli che amano il buon Dio, ma in gran timore... Non bisogna fare come costoro. Dio è buono, conosce la nostra miseria; bisogna che noi lo amiamo, bisogna che vogliamo fare di tutto per piacergli.
UMILTA’
L'umiltà è come una bilancia: quanto più ci si abbassa da un lato tanto più si è innalzati dall'altro.
VISIONE         
Lo vedremo! Lo vedremo! Fratelli miei, ci avete mai pensato? Vedremo Dio! Lo vedremo davvero, lo vedremo così com'è, faccia a faccia!
GRIDI
Ci sono due gridi nell'uomo: il grido dell'angelo e il grido della bestia. Il grido dell'angelo è la preghiera, il grido della bestia è il peccato.
DANNAZIONE   
Non è Dio che ci condanna, siamo noi stessi, a causa dei nostri peccati. I dannati non accusano Dio, accusano se stessi dicendo: "Ho perduto Dio, l'anima e il cielo per colpa mia".
ELEMOSINA     
Ci sono quelli che dicono: "Oh! ne fa cattivo uso". Ne faccia l'uso che vuole, il povero sarà giudicato su quest'uso che avrà fatto della vostra elemosina, e voi sarete giudicate sull'elemosina stessa che avreste potuto fare e che non avete fatto. 
MATRIMONIO  
Dio non benedice le nozze in cui non è stato consultato.
PARADISO      
Dio è così buono che, nonostante gli oltraggi che gli facciamo, ci porta in Paradiso quasi nostro malgrado. È come una madre che porta in braccio il suo bambino al passaggio di un precipizio. E interamente occupata a evitare il pericolo, mentre il suo bambino non smette di graffiarla e di maltrattarla.
SPIRITO SANTO         
Con lo Spirito Santo si vede tutto grande: si vede la grandezza delle minime azioni fatte per Dio, e la grandezza dei minimi sbagli.

 

Fonte: http://digidownload.libero.it/unaparolaalgiorno/Aneddoti%20e%20Parole%20di%20Santi%203.doc

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