Ebraismo

 


Ebraismo

 

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EBRAISMO : LA DOTTRINA

Le verità di fede dell'ebraismo si possono ridurre ai seguenti punti essenziali:

  • Fede in un solo Dio Creatore e Signore dell'Universo, che affida all'uomo il mondo, perché sia felice nella comunione con lui.
  • Fede nel prerdono di Dio, che toglie il peccato, fonte e origine di ogni male.
  • Fede nell'Alleanza di Dio con il suo popolo, in vista di un futuro di salvezza nei tempi messianici.
  • Fede in tutto ciò che è scritto nella Legge (Torah).
  • Fede in un futuro messianico nel quale regneranno pace, giustizia e abbondanza di ogni bene.

 

La Dottrina Ebraica la si trova sintetizzata nella professione di fede elaborata da Maimonide, un ebreo del medioevo (1135-1204), che contiene 13 punti :

  • Dio è creatore e governa tutte le cose: fece, fa e farà ogni cosa.
  • Dio è uno solo : solo lui è il Dio di Israele.
  • Dio non ha corpo, né gli attributi del corpo, né alcuna forma.
  • Dio è il primo e l'ultimo, l'Alfa e l'Omega della Storia.
  • Dio è il solo che si deve pregare.
  • Fede in tutte le parole dei Profeti.
  • Fede nella profezia di Mosè, capo dei profeti (inviati a parlare al posto di Dio) per coloro che lo hanno preceduto e per coloro che lo hanno seguito.
  • La Torah (Legge) è stata data da Dio a Mosè.
  • La Torah non sarà mai cambiata e non vi sarà più un'altra Torah data da Dio.
  • Dio conosce tutte le opere e i pensieri dell'uomo.
  • Dio ricompenserà chi osserva i suoi precetti e punirà chi li trasgredisce
  • Fede nella venuta del Messia, che va atteso ogni giorno, nonostante ritardi
  • Fede nella risurrezione dei morti.

La morale dell'ebraismo è quella dell'Alleanza, e si ritrova fondamentalmente nella Legge (Torah), riassunta nel Decalogo (o 10 Comandamenti). Il sentimento di dipendenza dell'uomo verso Dio è l'elemento chiave della coscienza ebraica. Una serie di doveri aiutano l'individuo ad elevarsi e a riconoscere la volontà di Dio. Nei giorni feriali, come nei festivi, nei riti come nelle cerimonie familiari, l'ebreo matura una serie di atteggiamenti che contribuiscono ad alimentare in lui il senso del divino e la presenza di Dio in lui e attorno a lui. Ogni ebreo deve avere la Mezuazah, cioè un piccolo astuccio che va attaccato allo stipite della porta, in cui c'è una sottile pergamena dove sono riportati i più importanti principi, come l'unità di Dio, l'amore del Signore per l'umanità e i doveri verso la famiglia, che insieme ai filatteri richiamano il fedele ogni giorno allo studio della Torah, la fedeltà alle pratiche religiose, come l'osservanza del sabato, delle celebrazioni festive, la recita delle benedizioni, i precetti e le norme alimentari. Anche la dieta del fedele è sottoposta a particolari azioni rituali di purificazione, perché per la mentalità ebraica tutto deve diventare un "kasher" cioè adatto, in modo da rientrare nelle categorie considerate biblicamente pure. Ogni comunità della diaspora ha poi nel rabbino un maestro di cultura e di spiritualità che aiuta gli ebrei a esplicare nella vita l'esercizio pratico dei doveri.


LE GRANDI FESTE

Le feste, per gli ebrei, sono momenti nei quali la storia della salvezza diventa attuale per l'Ebreo : sono "Memoriali" (Zikkaron), cioè riattualizzazioni di essa, per cui l'evento è come se accadesse oggi, in questo momento in cui si celebra. Tale significato è lo stesso anche per i cristiani. Esse si inseriscono in un ciclo annuale sacrale. L'anno, originariamente fondato sul calendario lunare, è stato successivamente adeguato a quello luni-solare . I mesi (hodes = prima lunazione) sono di 29 giorni, 12 ore e una frazione e corrispondono ai mesi connessi con le coltivazioni. Il mese più importante è quello della Pasqua, Nisan (marzo-aprile) e corrisponde al primo mese. Adar (febbraio-marzo) è il dodicesimo. Le feste più importanti:

  • FESTA DI CAPODANNO: Si celebra il primo di Tishri (settembre-ottobre), Ricorda la Creazione e l'inizio del tempo in cui Dio giudica l'operato degli uomini, chiedendo il rendiconto del creato affidato alle loro cure. La festa vuole essere anche il preannuncio del futuro verso cui tutto si muove.

 

  • FESTA DELL'ESPIAZIONE (KIPPUR). E' un giorno di espiazione e di pentimento per i peccati e le impurità commesse dal popolo e dai singoli fedeli.
  • FESTA DELLE CAPANNE O DELLE TENDE O TABERNACOLI (SUKKOTH). Si celebra alla fine della vendemmia, ringraziando Dio per l'abbondanza dei suoi doni. Ha inizio il 15 di Tishri (settembre-ottobre) e dura 7 giorni. E' tradizione agitare il frutto del cedro e i rami della palma verso i quattro punti cardinali per la propiziazione del tempo. Questa festa ha intenzione di mantenere vivo il ricordo del passaggio del popolo ebraico attraverso il deserto, simboleggiato dalla costruzione di capanne. La festa delle Capanne è anche la festa della Legge, di cui si leggono alcuni capitoli. Secondo una tradizione ebraica, i rami delle palme in mano, agitati festosamente nella processione, rappresentano gli uomini di tutte le razze che si uniscono agli ebrei nella lode di Dio.

 

  • FESTA DELLA CONSACRAZIONE (HANUKKAH). Fu istituita per ricordare la vittoria di Giuda Maccabeo contro i Seleucidi, che avevano profanato il tempio. Giuda lo ripulì da ogni contaminazione pagana, riaccese il candelabro e ristabilì il culto del vero Dio. Era il 25 di Kislev (novembre-dicembre) del 165 a.c. Nello stesso giorno gli ebrei celebrano questo ricordo.
  • FESTA DEL PURIM. Ha caratteri profani del capodanno persiano, con la sospensione della vita normale e del potere costituito, l'elevazione del re carnevale: ma è la commemorazione della Regina Ester, grazie alla quale la vita degli esiliati sotto Ciro fu meno dura. Tutte le famiglie fanno grande festa con banchetti, luminarie e mascherate. E' un'occasione gioisa per gli incontri, e viene celebrata nel mese di Adar (febbraio-marzo).

 

  • FESTA DEGLI AZZIMI E DI PASQUA (PESACH). Si celebra dal 15 al 22 di Nisan (marzo-aprile). In origine era un rito di primavera durante il quale si offrivano le primizie dell'orzo e i primogeniti delle greggi. Era anche una festa di transumanza pastorale, alla ricerca di nuovi pascoli, trasformata poi nella celebrazione del popolo ebraico dalla schiavitù d'Egitto. Tutto l'antico rituale nomadico (cibi di fortuna, abbigliamento da viaggio, rito del sangue, sacrificio d'auspicio per la fertilità) diventa il memoriale riattualizzato della salvezza, in attesa del Regno di Dio. E' la festa principale dell' Ebraismo, e viene celebrata ogni anno con un particolare rituale (Seder) durante il quale si mangia pane non lievitato o azzimo, erbe amare (segno della schiavitù) e una poltiglia di frutta varia (ricordo della "malta" che gli ebrei usavano in Egitto per le loro costruzioni). Durante questo pasto viene recitato l'Haggadah (=racconto) , rappresentazione drammatica dell'esodo attinta dai testi biblici. Durante questo racconto, il più giovane pone domande al padre riguardanti le cerimonie inabituali che vede compiere, e il padre risponde . Gli ebrei non mangiano pane lievitato per tutti gli 8 giorni della festa.
  • FESTA DI PENTECOSTE O DELLE SETTIMANE : Si celebra 7 settimane dopo la Pasqua e ricorda l'Alleanza del Sinai con il dono della Torah a Mosè da parte Dio. Durante il servizio religioso sinagogale viene letta, dal rotolo, la parte che riguarda i 10 comandamenti. Era anche la festa della raccolta del grano, con cui si ringraziava Dio per il raccolto. Durante la Notte, è uso rimanere svegli per studiare la Torah.

 

EBRAISMO : IL CULTO

            Ogni ebreo osservante è tenuto alle preghiere quotidiane, contenute in uno speciale libro di preghiere. Questo perché l’uomo biblico è in assoluta dipendenza da Dio e in rapporto di eterna Alleanza con lui. I Salmi ne sono la massima espressione. Gli uomini hanno l’obbligo di pregare a capo coperto, ma in genere fanno così anche le donne. Al mattino, nei giorni feriali, per le preghiere relative, si mettono i filatteri, piccole capsule che contengono versetti della Thorah scritti su pergamena, sulla fronte o sul braccio sinistro, quello del cuore. La preghiera si tiene 3 volte al giorno: sera, mattino e pomeriggio, e contempla lo “Shemà Israel” (Ascolta Israele ) in cui si ricorda che il Signore è Dio, il Signore è Uno, e bisogna amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le proprie forze, avendo sempre la sua legge nel cuore e nella mente.
Il sabato, lo “shabbat”, è il giorno sacro del riposo, in cui è vietato ogni lavoro. Il sabato comincia al venerdì sera con il tramonto del sole: nelle case si consuma un pasto, come rito religioso, in cui il padre benedice il vino e spezza il pane. Quindi in Sabato ci si riunisce in Sinagoga.  Le riunioni della sinagoga (dal greco “syunagoghè” = assemblea) si tengono al sabato e nelle feste comandate, e comprendono tre elementi: la preghiera, letture bibliche, azioni simboliche e cerimonie proprie del culto festivo.
Molta importanza ha il sacrificio, oggi non esercitatati in forma cruenta ma spirituale, ed è espiatorio del peccato, di comunione (il pasto sacro), l’offerta delle primizie, compresi i primi nati di uomini ed animali, in ricordo dell’appartenenza dei primogeniti a Dio e al loro riscatto compiuto nella notte di Pasqua, quando Dio liberò il popolo dalla schiavitù dell’Egitto donandogli la salvezza.

Autore : non identificabile dal documento se lo conoscete inviateci un messaggio e-mail
Fonte: http://www.parrocchiapoggiosannita.it/documenti/utili/RELIGIONE/EBRAISMO1.doc

 

 

“Ebraismo” è il termine che definisce la vita religiosa di Israele, il popolo eletto di Dio.
La religione ebraica è una delle più antiche del mondo, risale a circa 4000 anni fa, da quando cioè Dio scelse Abramo, il padre d’Israele, tra tutte le nazioni. Successivamente Dio stipulò con Mosè un’alleanza con la quale Dio stesso si impegnava ad essere il Dio degli Israeliti e loro si impegnavano a seguire i 10 comandamenti che lo stesso Dio aveva donato loro.
Il Dio degli Ebrei è il Dio cristiano, Padre e Creatore dell’universo, mentre Gesù è solo un ebreo, non è figlio di Dio, né il Messia che gli Ebrei ancora attendono.
L’ebraismo è, come l’Islam e il Cristianesimo, una religione monoteista, rivelata da Dio e del Libro (nel senso che il libro sacro per gli ebrei, la Bibbia, contiene la rivelazione di Dio per il suo popolo, Israele).
L’ebraismo comporta l’osservanza della “Torah”, una parola che significa “insegnamento” e che si riferisce all’insieme della Bibbia ebraica, ma soprattutto al Pentateuco (i primi 5 libri). La Bibbia ebraica è il nostro Antico Testamento, e molto importante è il Talmud (Insegnamenti) formato da molti libri nei quali viene descritto tutto quello che serve a un bravo Ebreo per capire e mettere in pratica ciò che viene detto nella Bibbia.

 

DOVE E COME PRATICANO LA FEDE GLI EBREI

Caratteristica è la casa degli ebrei: alla porta d’ingresso e allo stipite destro di ogni stanza è collocata la Mezuzah, una piccola cassa contenente i rotoli di pergamena sui quali sono scritti i brani della Bibbia. Ogni volta che si entra o si esce dalla stanza, si tocca la mezuzah con la mano.
Il luogo di culto per gli ebrei è il Tempio di Gerusalemme ma essi si incontrano nella Sinagoga e quando entrano, gli ebrei indossano il Kipa, un piccolo berretto. Per pregare correttamente indossano anche uno scialle della preghiera, il Tallit, e i Tefillin, due piccoli contenitori di pelle che racchiudono brani dell’Esodo e la preghiera detta Shema’.
Uno dei Tefillin, “preghiera”, è fissato sul capo con un laccio di cuoio, l’altro è legato all’avambraccio sinistro, dalla parte del cuore.
Al compimento del tredicesimo anno di età più un giorno, i ragazzi ebrei celebrano la cerimonia del “figlio del comandamento” (bar mitswah) che li inizia alla responsabilità riguardo lo studio, la preghiera, l’osservanza della legge. Per la prima volta nella sua vita, il ragazzo si alza per leggere le parole della Torah di fronte alla comunità riunita in preghiera.
Tutto ciò che mangiano e bevono gli ebrei deve essere kashèr, cioè puro: La carne deve essere priva di sangue; quella di maiale è vietata e per precise leggi di alimentazione non si può mangiare carne e latte insieme, o carne bianca e budino o yogurt.

 

LE GRANDI FESTE RELIGIOSE EBRAICHE

Gli Ebrei hanno molte feste: tutte iniziano la sera del giorno precedente e terminano al tramonto.
La festa del capodanno (Rosh-ha-shanà): è diverso dal nostro capodanno; si festeggia a settembre e si ricorda che Dio ha creato il mondo. Durante questa festa si suona lo shofar (corno di ariete o di montone) per ricordare il sacrificio di Isacco.
La festa del capodanno è utile per gli Ebrei perché essi si pentano del male che hanno fatto durante l’anno precedente.
IL GIORNO DELL’ESPIAZIONE (Yom Kippur): ricorre nei mesi di settembre–ottobre. Gli adulti fanno un giorno di digiuno e al termine della giornata suonano lo shofar.
LA FESTA DELLE CAPANNE (Sukkot) è particolarmente bella per i bambini; dura nove giorni e si celebra in autunno. Ogni famiglia costruisce in giardino, sul balcone o in cortile una capanna di foglie (Sukka) decorata con ghirlande, fiori e frutta di carta. Con questa festa si ricordano gli anni trascorsi nel deserto dagli israeliti.
Con la festa di pasqua (Pesach) gli Ebrei ricordano la liberazione dalla schiavitù egiziana con il passaggio dal Mar Rosso per una vita libera con il Signore. La festa di Pasqua si celebra nei mesi di Marzo – Aprile.
Altre feste importanti per gli Ebrei sono anche le Settimane o PENTECOSTE (Shavuoth) e la festa delle LUCI (Channukkà).

 

Fonte: http://www.religionecattolica.it/L%27Ebraismo.doc

 

 

Famiglia ed Ebraismo

 

PREMESSA

 

Formulare una breve sintesi della visione della famiglia all’interno della religione ebraica, non è semplice.
L’ “Israele di Dio” è un popolo antichissimo la cui storia è attraversata da eventi straordinari e forti tensioni dei quali la letteratura sacra e profana ha lasciato larga testimonianza.
Tenterò un breve percorso evidenziando le usanze e le prescrizioni che questo popolo si è dato alla luce di ciò che considera essere la sua più intima identità: il Dio Uno, le cui parole sono scritte in un libro: “la Torah”.

1. LA TESTIMONIANZA DELLA TORAH.

    1. ORIGINE : “Derescit”

 

La coppia è creazione di Dio e la famiglia  è la prima prescrizione religiosa data da Dio all’uomo seguita all’atto della creazione:
“Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate (..) su ogni essere vivente.” (Gen 1,24)
La famiglia rappresenta il primo microcosmo in cui Dio dona la sua benedizione: la coppia umana è il luogo di relazione in cui Egli si fa presente e di cui si “preoccupa” personalmente ; la  fecondità della coppia umana è per ogni ebreo, segno della benevolenza di Dio.
E’ la coppia creata lo spazio in cui il Creatore pone la sua fiducia per la conservazione del mondo tutto, attraverso l’unione dei due, si “riempirà” la terra. E’ al seme di Adamo che spetta, secondo il disegno di Dio, di popolarla e tenerla sotto di sé in Suo nome.
L’ uomo e la donna insieme sono l’apice della creazione, presiedono ad essa e la tengono in cura, come il Signore “ha cura di loro”.

 

    1. ALLEANZA ED ELEZIONE : “Berit

Nell’Ebraismo il matrimonio viene considerato una "alleanza", alleanza  fra due esseri viventi, per natura del tutto opposti, ma che è donata da Dio e nella quale Dio testimone permette che le tensioni naturalmente esistenti fra poli femminile e maschile, vengano riunite in nome di un unione armonica che ha la potenzialità di durare tutta la vita.
Questa alleanza è immagine della grande alleanza instaurata da Dio col suo popolo Israele e  che ha il suo primo sì di risposta in Abramo, padre del popolo di Israele; la famiglia ha un valore fondamentale: è  l’embrione dal quale nasce e si forma ogni nuovo uomo che viene educato alla coscienza di far parte di quel “popolo di Dio”, di quella discendenza che Dio stesso ha scelto e “messo a parte”.
La comunità pone al centro la famiglia come un nucleo originante e custodente la loro più originaria identità di creaturalità e vocazione.
Ed è la più piccola unità sociale attraverso la quale la cultura e l’eredità ebraica vengono trasmessi e tutelati.
L’ebraismo ne fa il baluardo dell’educazione, per la difesa di valori universali vissuti nella quotidianità attraverso la pratica di riti, usi, costumi e regole derivanti dalla tradizione e religione.

1.3.   COMANDAMENTO : “Mitzvah
1.3.1 Il Matrimonio combinato

Era considerato un obbligo fondamentale adempiere al più presto al dovere del matrimonio.
Quando aveva circa 13 anni, la bambina ebrea riceveva la richiesta di matrimonio. Lei non veniva consultata per questa svolta importante della sua vita, ma erano i relativi padri di famiglia che contrattavano il tutto. Infatti il padre dello sposo andava a parlare, in casa della sposa, proponendo una somma di denaro quale compenso per la famiglia della donna.
In tutto questo i due interessati non venivano mai consultati e tutto veniva svolto dalle rispettive famiglie. Era un vero e proprio contratto che si compiva con l'ingresso, nella casa dello sposo, della fidanzata.
Le fonti della Bibbia confermano che i matrimoni in epoca biblica sono, in genere, combinati dai genitori di entrambe le famiglie (Gen. 21,21-24, 28,2.)

1.3.2.  La famiglia Patriarcale

Ogni coppia di sposi si inseriva come un nuovo semino nel campo di una famiglia già formata; di solito era la sposa che entrava nella famiglia del marito: famiglia nuova all’interno di un altra famiglia già consolidata: ecco la  famiglia patriarcale.
Accadeva che molti fratelli della stessa famiglia vivessero insieme con le rispettive mogli e figli. Il Padre-capostipite  presiedeva con autorità, amministrava le sostanze e la giustizia; era figura di riferimento al quale rivolgersi per consiglio e alla quale prestare obbedienza. I membri delle famiglie che facevano parte di questa struttura di sostegno e controllo, anche quando non lo erano  di sangue, si chiamavano “fratelli”.
Fin dai tempi dei patriarchi il matrimonio non aveva alcuna particolare celebrazione: bastava che lo sposo conducesse la sposa nella camera della madre.
Ma quale poteva essere il motivo di quest'usanza è molto significativo: la camera della madre dello sposo era una specie di luogo consacrato all'amore e alla procreazione e pertanto l'introdurvi la sposa voleva esprimere chiaramente l'intenzione dello sposo di considerarla degna di continuare la tradizione della sua famiglia. Per tutto il periodo biblico nessuna cerimonia particolare accompagnò l'unione di due sposi perché considerata un fatto privato, un evento familiare. Quando Abramo volle  dar moglie ad Isacco, mandò il suo servo a trovargliela fra i suoi parenti rimasti in Ur Kasdim. La giovane Rebecca piacque al servo che la volle portare al suo padrone; i genitori e i parenti acconsentirono ed anche Rebecca che pur ancora non conosceva il futuro marito. Il testo della Genesi narra molto semplicemente che Isacco, dopo averla incontrata, la condusse nella tenda della madre, la defunta Sara: “Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e la amò” (Gen 24,67)
Anche nel Cantico dei Cantici vi è qualche cosa di simile per indicare il matrimonio: la pastorella innamorata nel veder il suo amato esclama:  “l'ho afferrato per non più lasciarlo, finché lo avrò condotto a casa di mia madre, nella camera di colei che mi ha partorito” (Ct 3,4).
Il momento della “camera” sembra segnare l’intenzione, il senso “forte” dell’unione.
Questo patto nuziale comunque era festeggiato con un banchetto fin dalla più lontana antichità; ne fa fede il capitolo 29 della Genesi dove si narra del matrimonio di Giacobbe con la bella Rachele, nozze celebrate con un banchetto a cui è invitata tutta la gente del luogo.
Che le nozze fossero accompagnate da musica e da canti nelle città della Giudea e per le vie di Gerusalemme è testimoniato da Geremia che, promettendo il ritorno del popolo alla sua terra, profetizzava che in quel tempo sarebbero tornati a risuonare come una volta voci di giubilo e voci di gioia, voci di sposo e voci di sposa.
La figura degli sposi e il rito nuziale sono rimasti nella poesia ebraica come immagini di gioia e di bellezza che Isaia cosi descrive: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perchè mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli” (Is 61,10).
Un altra figura sponsale è evocata dal salmista: il sole che sorge ad illuminare la terra è come lo sposo che esce dalla tenda nuziale (Sal 19,5).

 Sposarsi all'interno della comunità ebraica è, come testimonia la Torah, un comandamento, “mitzvah”, ed è strettamente collegato alla forte opposizione riguardo ai matrimoni fuori dal "clan" o con membri di altre popolazioni: questo preserva l’identità del popolo ebraico ed è anche rimedio all’idolatria. Come numerosi testi biblici attestano. (Es 34,16, Dt 7,3; Gio 23,12; Esdra 9,1-2 e 10,10-11, Nm 10,31).
La concezione biblica del matrimonio è essenzialmente monogamica (Gen 2,24) e, benchè ai tempi biblici la poligamia fosse comune tra le classi sociali più elevate (Giudici 8,30; I Re 11, 1-8), molti riferimenti al matrimonio negli Scritti sapienziali sembrano dare per scontato che un uomo abbia una sola moglie.
E’ disonorevole non sposarsi. E’ emblematica la storia del profeta Geremia: il fatto che egli non si sposi è segno che Dio si è allontanato dal suo popolo (a causa del peccato) revocando la Sua benedizione: “Così dice il Signore degli Eserciti, Dio di Israele: Ecco sotto i vostri occhi e nei vostri giorni farò cessare da questo luogo le voci di gioia e di allegria, la voce dello sposo e della sposa” (Ger 16,9).

 

2. RIFLESSIONE POST-BIBLICA.

2.1. COMANDO

Un padre ha il dovere capitale di dare in sposa la propria figlia secondo quanto è scritto nel Talmud in riferimento al comandamento: "Non profanerai tua figlia istigandola alla prostituzione" (Levitico 19,29). Così il Talmud insiste sul valore del matrimonio quando cita: "Colui che non si sposa vive senza gioia, benedizione e bontà".
Anche gli insegnamenti rabbinici ritengono il celibato innaturale: " Non è chi si sposa a commettere il peccato; il peccatore è l’uomo non sposato che spende tutti i giorni in pensieri peccaminosi (...).”

 

    1. USI E COSTUMI

Il matrimonio è un’istituzione fondata su un vero e proprio contratto matrimoniale che provvede particolari benefici alle parti e la cui natura è determinata anche dagli interessi individuali.
“Formare una coppia ben assortita è difficile come aprire le acque del Mar Rosso e richiede l’infinita saggezza di Dio stesso”, dichiarano i maestri rabbini.
Se in numerosi commenti rabbinici e midrashim si può ritrovare l’idea che il matrimonio viene combinato in cielo ancor prima della nascita e che qualora gli sposi riescano a creare un intesa e far regnare l’armonia, è perchè Dio stesso dimora fra loro, esso è pur sempre un’unione contratta fra individui e non è considerata, per se stessa, una sacra istituzione.
Il concetto ebraico del matrimonio come istituzione si basa sulla legislazione talmudica che non eleva il matrimonio alla posizione di “sacramento” religioso come potrebbero intenderlo i cristiani, la celebrazione religiosa ebraica non può considerarsi un atto sacramentale.
Ecco una preghiera ed un augurio che anche oggi si ripete durante la celebrazione dei matrimoni: “Benedetto sii tu, o Signore Dio nostro, re del mondo, quel Dio che ha creato la gioia e la letizia, lo sposo e la sposa, l'allegrezza e il canto, il giubilo e il gaudio, l'amore e la fratellanza, la pace e l'amicizia; fa, o Signore Dio nostro, che si odano presto nelle città di Giudea e nelle vie di Gerusalemme voci di letizia e voci di gioia, voci di sposi e voci di spose, canti giocondi di sposi dal loro baldacchino e di giovani dal banchetto della loro festa. Benedetto sii tu, o Signore, che fai gioire lo sposo insieme alla sposa”

 

3. ETA’ CONTEMPORANEA

    1. UNA SCELTA PERSONALE

 

La libertà nella scelta del coniuge ha iniziato ad essere praticata gradualmente dagli ultimi due secoli; è l’ideologia dell’amore romantico a sostituire quasi definitivamente la tradizione dei matrimoni combinati. Frutto di un processo di “modernizzazione” relativamente recente per il contatto con il concetto di matrimonio occidentale, di unione di un uomo e di una donna secondo una libera scelta, senza accordi preordinati. E’ comunque monito per ogni ebreo non considerare mai superficialmente il matrimonio e saper scegliere saggiamente.
Ecco alcuni fondamentali criteri: “Il matrimonio non dovrebbe mai essere contratto per denaro ma un uomo dovrebbe scegliere una moglie che sia di temperamento mite e che abbia tatto, che sia modesta ed industriosa e che risponda ad alti requisiti: di rispettabilità della famiglia, di età e stato sociale simili, di bellezza..”
Un dato di marcata connotazione “patriarcale” rimane: considerare la realtà dal punto di vista maschile. Questo fa parte ancora oggi delle formule rituali della celebrazione del matrimonio, dove è in uso la terminologia di “acquisizione” : l’uomo “acquista una donna”.
Nella pratica cerimoniale lo sposo, attraverso la cessione di un oggetto di valore alla sposa (di frequente si tratta di un anello) la "acquista" simbolicamente. Questo atto simbolico mostra che l’uomo assume un ruolo attivo e prevalente, perché nel compierlo è solo lui che pronuncia la speciale formula matrimoniale: "Tu sei consacrata a me con questo anello in accordo con la legge di Mosè e d’Israele", in ebraico, mentre la donna vi acconsente, in silenzio, accettando l’anello.
Pur con tutte le nuove riflessioni dei rabbini che sottolineano in questo l’aspetto simbolico nonché impegnativo dell’atto, è sicuramente una formula che può incorrere in interpretazioni equivoche.
Attualmente diciotto anni è considerata l’età minima per accedere al matrimonio: “Solamente ad una persona che sia intensamente occupata nello studio della Torah è permesso posticipare il matrimonio oltre il dovuto” (Avot 5.24).

    1. LA FAMIGLIA MONONUCLEARE

 

La benedizione e il comando del Signore di unirsi e procreare (secondo la lezione sacerdotale) è stata da subito recepita; invece l’uso di “separarsi” della coppia, dalla famiglia di origine è frutto di una riflessione successiva della pur antichissima lezione Jhavista di Gen 2.24  “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie”.
Eco una interpretazione di alcuni commentatori rabbini: «la formula di Gen 1,24 “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie..” pone i verbi "lasciare" e "unirsi" in un ordine preciso, per insegnare che, prima di sposarsi, un uomo deve raggiungere l’indipendenza».
A chi è in procinto di contrarre le nozze viene consigliato un ordine procedurale preciso come stabilito nel Deuteronomio: "Prima compra una casa, poi pianta un vigneto ed infine sposati" (Cfr.Dt 20,5-7).
Come a dire che occorre una certa indipendenza economica, non solo affettiva, per iniziare e dare solide basi alla formazione di una famiglia che possa autosostentarsi.
E’ però lungo il corso del XX secolo che, anche in una tradizione così legata alle proprie radici come l’ebraismo, la famiglia mononucleare staccata da quella di origine, inizia ad essere la forma dominante di struttura familiare. La famiglia estesa continua, comunque, ad essere una forma di supporto ancora presente ed attiva all’interno di molte comunità.
La famiglia ebraica ha subito varie modificazioni nel corso dei secoli e in particolare dal XX secolo in poi, si è quasi organicamente adattata ai vari ambienti socio-culturali in cui ha dovuto sopravvivere. La sua struttura  ha assunto forme diverse in accordo con il paese di residenza, classe socioeconomica e livello d’acculturazione.
Un tema tutt’ora ricorrente all’interno della comunità ebraica è quello dell’emancipazione della famiglia ebraica proprio all’interno della società di appartenenza, perché potrebbe implicare, come già rilevato, l’assimilazione dei suoi membri e la perdita dell’identità ebraica .
Per far fronte a questo rischio si sono delineate, ai nostri giorni, particolari controforze all’interno di comunità ebraiche, messe in moto per combattere la disgregazione della famiglia ebraica, mediante programmi educativi e attraverso il rafforzamento dei servizi sociali.
Questi programmi, seppur diversi fra loro, hanno tutti uno scopo comune: quello di organizzare situazioni in cui sia possibile la riunione di membri di famiglie estese e la cura del dialogo intergenerazionale.
Riscoprire il dialogo intergenerazionale, infatti, è ritenuto essere una strada necessaria per ritrovare coesione all’interno dei membri della tradizione ebraica: l’apertura delle generazioni tra loro e il legame che si può instaurare è occasione di educazione e maturazione di ogni persona; fa riscoprire la rigenerazione vitale che promana dalla sapienza e dalla condivisione di una fede con il suo stile di vita unico e una serie di riti identitari.
Ritrovare il comune senso di appartenenza è antidoto alla dispersione/estinzione della tradizione ebraica.

 

4. IN PARTICOLARE, IL MATRIMONIO EBRAICO

4..1  AMORE-AMICIZIA, NON SOLO UNA ISTITUZIONE
Nel pensiero ebraico, il matrimonio, viene considerato l’unico legame capace d’innalzare e perfezionare la personalità individuale attraverso l’amore e la mutualità. Questa unione è considerata talmente importante che “ad un uomo è permesso vendere un rotolo della Torah allo scopo di sposarsi e una donna tollererà un matrimonio infelice pur di non rimanere sola”.
Il Matrimonio ebraico ha come scopo principale la creazione di una forte amicizia e complicità all’interno della coppia. La particolare situazione di complicità supera d’importanza l’amore, di cui è fondamento. L’amicizia tra partners viene considerata una particolare situazione d’intimità esclusiva che si crea qualora "un uomo ami la propria moglie quanto la sua stessa persona e la rispetti più di se stesso, sia compassionevole nei suoi riguardi, la protegga come avrebbe cura di se stesso così che lei lo amerà come se fosse parte di lui".
L’enfasi posta dalla tradizione ebraica sul concetto di "amicizia" emerge dal fatto che delle sette benedizioni nuziali, due celebrano l’amicizia e la complicità. Le benedizioni nuziali non includono invece una citazione che illustri l’importanza della "mitzvà" della procreazione. L’ultima benedizione elenca dieci sinonimi della parola "gioia" che, posti in un crescendo, raggiungono il climax con la benedizione a Dio che gioisce con gli sposi; questa benedizione ha lo scopo d’insegnare agli sposi che il fine ultimo dell’esistenza è il miglioramento del mondo e la glorificazione di Dio.
4. 2   LA CERIMONIA NUZIALE

La cerimonia del matrimonio e' ispirata dal testo biblico che riferisce lo sposalizio tra Isacco e Rebecca, testo che insiste sull'assenso di quest'ultima (Genesi 24,57-65).
Alla presenza di due testimoni competenti, lo sposo consegna alla sposa un atto in cui sono state scritte, a fianco dei nomi delle due parti contraenti, le parole: "Tu sei consacrata a me secondo la legge di Mosé e di Israele".
La sposa non parla, accetta l’atto con l’intenzione di essere unita allo sposo.
La cerimonia nuziale, secondo la legge talmudica, non può avere mai luogo il Sabato, nelle festività ed in giorni di lutto e fin dal racconto del matrimonio di Giacobbe e Lia è evidente che vi è una sorta di celebrazione consistente essenzialmente in una processione degli sposi verso la tenda matrimoniale, e un accompagnamento musicale. Il Talmud documenta ampliamente il fatto che la cerimonia sia accompagnata da grandi manifestazioni di gioia.
Durante il periodo talmudico, e presumibilmente fin da un periodo anteriore ad esso, il “matrimonio” consisteva in due momenti separati: il Kiddushin ed il Nessuin.
Il primo atto aveva luogo attraverso la cessione da parte dello sposo alla sposa di un anello, alla presenza di due testimoni, e la recitazione della particolare formula matrimoniale. Un anno dopo aveva luogo il secondo atto, il Nessuin, in cui venivano recitate la serie di benedizioni e attraverso il quale gli sposi erano del tutto legati al vincolo matrimoniale per cui veniva permessa loro la coabitazione.
Nell’epoca post-talmudica viene introdotta un’importante modificazione: il Kiddushin ed il Nessuin sono riuniti in un’unica grande cerimonia.
Era eccessivamente sconveniente avere un intervallo di tempo tra le due cerimonie giacché, da un lato, ai due contraenti era proibita la coabitazione e, dall’altro, essi erano soggetti a tutti gli obblighi imposti dallo status di coniugati fin dal Kiddushin; infatti, una volta conclusosi il Kiddushin era vietato ad entrambe le parti unirsi con qualunque altra persona, il legame era già definitivo. Altri cambiamenti dell’epoca post-talmudica consistono nell’aggiunta di nuove benedizioni e l’inclusione di un sermone del rabbino.
Questa modifica, introdotta presumibilmente durante il Medio Evo, diviene una pratica universale nel XII secolo.
La conclusione della cerimonia nuziale è segnata dalla rottura del calice, un gesto dal profondo valore simbolico.
Il bicchiere rotto simboleggia la distruzione del Tempio di Gerusalemme e del glorioso passato del popolo ebraico nel I secolo. Attraverso questo simbolo l’uomo diviene cosciente che anche la più grande delle gioie può, improvvisamente, essere ottenebrata dal dolore.
Si infrange un bicchiere per ricordare che nessuna cerimonia può considerarsi completamente lieta dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme e l’allontanamento dalla terra Santa del popolo eletto; simultaneamente infatti si pronuncia il verso del Salmo 137: “Si paralizzi la mia destra se ti dimentico Gerusalemme”.
Questo atto è un modo per ricordare che malgrado le felicità individuali nel corso della vita, vi è una continua tristezza nazionale. Questi pensieri arricchiscono la gioia rendendola più consapevole e inspirano gratitudine verso il Creatore che ha permesso di provare tale sentimento. Vi è un collegamento fra opposti sentimenti in modo da coprire una grande varietà di emozioni umane nelle quali trova una sintesi di unità ciò che è attuale con il passato, la felicità e la tristezza, il privato ed il pubblico.
Alcuni rabbini aggiungono un commento morale a questa pratica: la rottura del bicchiere serve da monito nel restare sobri e comportarsi in modo bilanciato nei festeggiamenti in modo da introdurre della serietà anche nella gioia più forte.
L’invito alla sobrietà è forte nell’ebraismo: non è opportuno lasciarsi andare a spese eccessive per i ricevimenti e le feste. Il matrimonio è un momento importante della vita di ognuno, è necessario tener conto di questo aspetto perché la dignità e la solennità del momento siano preservati e non sviati da un fasto sconsiderato.
La cerimonia, improntata alla gioia, deve esprimere la dignità e l'importanza del momento. Tutto ciò che rischia di vanificare la solennità del momento deve essere evitato.

4.3   LA DONNA, LA SUA POSIZIONE NELLA FAMIGLIA

All’ interno del matrimonio l’uomo e la donna sono posti su un piano di equità legale: la legge stabilisce uguale rispetto ad entrambi per le regolamentazioni pertinenti all’alimentazione; le conseguenze legislative dovute a un caso di adulterio sono equiparte. All’interno del patto religioso, su uomini e donne incombe la stessa responsabilità morale, ma per quanto riguarda la conduzione familiare, i due hanno ruoli diversificati e in particolare quando la relazione sponsale viene allietata dalla presenza dei figli.
Nell’ebraismo, a differenza di quanto accade presso la gran parte dei popoli, è considerata ancor oggi determinante l’appartenenza del bimbo alla madre e non al padre. In origine i ragazzi più grandi sono normalmente affidati al padre che è tenuto ad insegnare loro la Bibbia mentre alle figlie sono insegnati “il giudaismo” e le responsabilità domestiche a casa dalla madre stessa, Oggi, questa distinzione non esiste più. Inoltre è importante notare che durante il XX secolo, si è sviluppato un dibattito generale in termini di educazione femminile dove su spinta di diverse correnti di tradizione ebraica si è discusso anche di studio della Bibbia per le donne in modo che ai giorni nostri essa risulta maggiormente accessibile alle donne. Nell’antichità, però, esso non fu sempre possibile in quanto lo studio, era considerato prerogativa strettamente maschile.
Alla donna spetta comunque per primo il compito della trasmissione dei valori della tradizione ai figli attraverso particolari ritualità domestiche che fungono da simboli per fondamentali concetti morali: sono le "mitzvoth domestiche", obblighi che le sono esplicitamente affidati, in quanto è lei ad essere maggiormente presente entro le mura domestiche.
Nulla preclude alla donna ebrea la possibilità di svolgere fuori casa una qualsiasi attività lavorativa, ma ciò non deve togliere tempo al suo impegno nel buon espletamento di questi obblighi.
In base all’elencazione che ne fa la Mishnà, gli obblighi religiosi specificamente affidati alle donne sono:
- La prelevazione di una parte dell’impasto destinato alla panificazione;
- la purità familiare;
- l’accensione dei lumi al Sabato e durante le maggiori festività.
Questi tre obblighi sono collegati ai 3 fondamentali “istinti” della natura umana:
- nutrirsi, unirsi;
- conservare la specie;
- ricerca spirituale;
La donna è destinata dal Signore a dare nutrimento: è con se stessa che nutre e fa vivere i figli. E’ quindi affidato a lei il compito di sacralizzare il nutrimento attraverso una specie di cerimonia e destinare a Dio una parte di ogni impasto destinato alla panificazione. Perché il cibo prima di tutto, come tutto ciò che è stato creato, non é proprietà dell’uomo bensì del Creatore ed è questo il significato delle molte limitazioni relative all’alimentazione.
La consacrazione del secondo istinto, quello della conservazione della specie, viene fatta attraverso le regole di purità familiare che coinvolgono vita coniugale, gravidanza, allattamento, ma anche  l’educazione dei bambini e sono visti come vie utili per garantire la continuità del genere umano. Gli atti, sia pure istintivi e naturali, che concorrono a realizzare tale scopo devono essere "sacralizzati" per non perderne di vista i valori che li devono informare.
E’ la madre di famiglia che accende i lumi al Sabato: il desiderio di ogni uomo di vedere la sola luce che illumina il significato della esistenza. Il Sabato come ogni ricorrenza ebraica sono momenti necessari e fortemente curati perché in modi diversi simboleggiano sempre il desiderio umano di recuperare il contatto col mondo spirituale e con Dio, della quale la donna si fa annunciatrice.

 

NOTE DI SITOGRAFIA
- Molte delle notizie raccolte in questa tesina e tutte le citazioni dei discorsi diretti dei maestri rabbini sono state riprese dalla tesi di Rivka Barissever “L’educazione nella famiglia ebraica moderna” rintracciata nel sito: www.morasha.it che ha una sezione in cui sono raccolte tesi di laurea che hanno come comune denominatore ebrei, cultura ebraica, storia del popolo ebraico e tutto quanto ruota attorno all'ebraismo.
- altre notizie da :
www.e-brei.net

 

Autrice della Tesina:
Elisabetta Pinciaroli
ISSR Pisa

 

Fonte: http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/s2magazine/AllegatiTools/177/Pinciaroli.%20Famiglia%20ed%20Ebraismo.doc

 


 

Ebraismo

Legge e libertà nell’ebraismo
Intervento per il convegno del S. Egidio, Palermo, 2 Settembre 2002

Riccardo Di Segni

Ringrazio....

  1. L’argomento che discutiamo questa mattina ha un posto di tutto rilievo nell’esperienza religiosa ebraica. Quando Charlton Heston nei panni di Mosè nel film I dieci comandamenti scende dal monte Sinai e scopre il vitello d’oro, gli sceneggiatori gli fanno dire che “non c’è libertà senza legge”. In questo caso la battuta non è un’invenzione holliwoodiana, ma ha un preciso riscontro nella tradizione. Il  rapporto tra legge e libertà è definito con precisione nel racconto della Bibbia, in particolare nel  libro dell’Esodo.  La storia a tutti nota è quella di un popolo che viene strappato, forse anche contro la sua volontà, dalla schiavitù egiziana, e che poi , a 50 giorni dal giorno in cui è stato liberato, assiste alla rivelazione divina con la promulgazione del decalogo sul monte Sinai. Il modello dell’uscita dall’Egitto diventa fondamento dell’esperienza religiosa ebraica, base della legge, criterio di riferimento per un sistema di diritto dove non c’è posto per l’ingiustizia e l’oppressione. La prima affermazione dei cosiddetti 10 comandamenti è quella in cui D. si presenta come Colui “che ti ha fatto uscire dall’Egitto, dalla terra della schiavitù” (Esodo 20:2). La legge che regola la schiavitù si basa sul principio che “i figli d’Israele sono per me schiavi che ho fatto uscire dall’Egitto (Lev. 25:55). Come spiegano i rabbini, schiavi di D. ma solo di Lui, e quindi di nessun altro. Sottomissione a D. come libertà da qualsiasi altro assoggettamento. Il tema della libertà si caratterizza quindi in un modo del tutto particolare, nel legame inscindibile con D. e la sua volontà e il dovere che impone. Mosè davanti al Faraone cita le parole divine: “manda via il mio popolo, perché mi servano” (Es. 7:16, 26, 9:1,13, 8:16) da una parte la libertà, dall’altra il servizio.
  1. Come è noto, nell’ebraismo il racconto biblico non rimane solo un documento del passato, ma è base dell’esperienza quotidiana, oggetto di studio e modello di pratica che viene sistematicamente rivisitato. Il ricordo dell’uscita dall’Egitto, che è in altri termini quello della libertà acquisita, è base di tutta la vita cerimoniale, dal Sabato alla Pasqua. Ma la scansione liturgica del tempo comprende necessariamente la celebrazione di Shavuot, la Pentecoste ebraica, a sette settimane dalla Pasqua, e alla quale ci si prepara giorno per giorno, contando letteralmente ogni giorno, con una piccola cerimonia, in ossequio al dettato biblico di Lev. 23:15. Il messaggio è chiaro: che la libertà conquistata non ha senso se non c’è la la legge, la cui promulgazione si celebra appunto a Shavuot.

 

  1. I rabbini hanno voluto ribadire questo concetto con una specie di slogan. E’ un famoso midrash, un insegnamento rabbinico del secondo secolo, che gioca sull’espressione biblica con cui si descrive la scrittura delle tavole della legge. Il testo dice che “le tavole erano opera divina e la scrittura era scrittura di D. incisa sulle tavole” (Esodo 32:16). “Incisa” in ebraico è “charut”; sostituendo una vocale –cosa possibile perchè il testo non è vocalizzato- si può leggere cherut, che significa libertà: Quindi i Maestri suggerivano di leggere la frase nel senso che “la scrittura di D. è libertà nelle tavole” . La frase ha un grande effetto di per sè, ma i rabbini continuarono a ragionarci sopra. Alcuni spiegarono: “chi si occupa di Torà è libero per sè stesso”. Altri discussero il senso di questa libertà: Rabbì Jehuda dice “libertà dai regni”, o in altre versioni “dagli esili”; rabbi Nechemia dice “libertà dall’angelo della morte”,  gli altri Maestri dicono “libertà dalle sofferenze” La divergenza rabbinica, che ora cercheremo di capire, scopre l’aspetto al tempo stesso debole e forte del principio. Perchè può essere facile parlare di libertà, ma di libertà ce ne se sono tante e diverse e lo slogan non ha senso se non si chiarisce di che libertà si tratti. E se qualcuno si potrebbe stupire per la mancanza di consenso rabbinico su un così importante pilastro del sistema, usi almeno questo rilievo come conferma di un primo dato molto importante: che la divergenza sul senso della libertà dimostra come ci sia nel sistema un ampio margine di libertà di pensiero e di dissenso. Entrando nel dettaglio della divergenza possiamo spiegare che la prima interpretazione, quella che parla di libertà dai regni o dagli esili, è essenzialmente politica; si tratta di indipendenza nazionale e il messaggio è che per il popolo ebraico solo se c’è l’accettazione della legge c’è la garanzia di non dipendere o ed essere sottomessi ad altri. Ma quello che sembra un semplice discorso politico probabilmente contiene un profondo messaggio religioso perché sostiene per gli ebrei l’unicità e l’esclusività della legge divina come garante di una libertà che altri popoli  invece possono acquistare anche solo in termini meramente politici. Quando poi si parla, nelle altre due interpretazioni,  di libertà dalle sofferenze o dall’angelo della morte, il discorso non è più - almeno in apparenza- politico, ma sale sulla scala dell’esperienza religiosa, per integrare la dimensione collettiva con quella personale, per passare dalla sofferenza materiale all’equilibrio e alla crescita spirituale, fino alla trasformazione totale della condizione dell’uomo. Beninteso, i messaggi che cerchiamo di interpretare sono in parte ancora misteriosi, con ampio raggio di significati, e le proposte di lettura non potranno mai garantire la certezza del risultato; ma questo nell’ebraismo fa parte del gioco.

 

  1. Se dunque sul primo termine del discorso, la libertà, tutti concordano che c’è ma ognuno l’ intende a modo suo e abbiamo qualche difficoltà a capire fino in fondo di cosa si parli, sul secondo termine, quello della legge, l’intenzione è chiara, malgrado il terribile equivoco che lo circonda. Quando in tutti i testi tradizionali si parla di legge, si intende sempre qualcos’altro, che non è strettamente legge, è la Torà. Torà significa essenzialmente insegnamento ed è il nome che viene dato in senso stretto alla prima parte della Bibbia, il Pentateuco, che rappresenta la Torà scritta, e in senso più largo a tutta la tradizione sacra, che viene definita orale perché fino a circa il secondo secolo veniva trasmessa solo a viva voce. In tutti i testi che abbiamo citato la parola legge è da sostituirsi  con Torà. Di questa traduzione parziale e fuorviante è responsabile il tramite greco, che spesso rende Torà con nomos e poi ne riduce il significato. In questo processo riduttivo, e in qualche modo emarginante, ha una notevole responsabilità il cristianesimo dei primi secoli, e di questo dato, proprio nel contesto attuale che è di confronto rispettoso e costruttivo, dobbiamo tener conto con grande attenzione. Il cristianesimo di Paolo nasce alimentandosi su una contrapposizione con la legge, che è poi contrapposizione alla Torà, e proprio in questa contrapposizione trova parte della sua identità rispetto alla matrice originaria ebraica. Le espressioni rabbiniche sopra citate vanno lette anche in questa luce, come un tentativo di sistematizzazione che ha sullo sfondo la nascita di una nuova religione che critica all’ebraismo la sua fedeltà alla Torà. Il paradosso è che il cristianesimo eredita dall’ebraismo il tema della libertà che si conquista solo nella strada di una disciplina spirituale, ma allo stesso tempo rifiuta il modello globale presentato dall’ebraismo, definendolo come “legge”. Nei secoli successivi il distacco si farà ancora più profondo, accompagnato anche dal disprezzo e dall’accusa di freddo legalismo.
  1. Questa prima grande rivolta del figlio contro il padre ha avuto la sua ripetizione quasi vendicativa nella rivolta del nipote contro padre e nonno; uscendo di metafora, la nascita del mondo contemporaneo intorno all’idea della democrazia, fondata sui concetti di libertà ed uguaglianza. La modernità, mentre attinge questi concetti -anche senza ammetterlo-  dalle fonti mai prosciugate della tradizione giudeo-cristiana rifiuta in qualche modo l’ispirazione religiosa sottolineando il diritto ad una legge che l’uomo si dà da solo, senza dipendere dall’autorità divina o di chi pretende di rappresentarla in questa terra. Alcune religioni monoteistiche hanno faticato molto nel tentativo di conciliare i fondamenti della società attuale con l’idea di origine sacra degli ordinamenti dei propri sistemi; spesso il risultato è quello di un compromesso più o meno onorevole nel quale si cerca di far convivere le differenze separando gli ambiti di competenza. Altre religioni non hanno neppure fatto questo tentativo, o sono giunte, in alcune loro componenti , alla conclusione di opporsi totalmente al sistema democratico. E siamo così arrivati alla dolorosa recente constatazione che in questo mondo globalizzato l’estremismo religioso, opposto ai valori centrali della democrazia,  è diventato veramente una minaccia seria.

 

  1. La dicotomia tra secolarismo e religione sul tema della libertà, dopo essere stata una delle basi del conflitto degli ultimi due secoli tra progresso e reazione, torna alla tragica ribalta nella tormentata ricerca attuale di un equilibrio. La società occidentale deve trovare la sua strada tra le minacce dell’estremismo religioso da una parte e del relativismo morale dall’altra . Il ruolo delle religioni, specialmente delle tre grandi monoteistiche, potrebbe essere determinante in questo processo, ma è difficile dire se le religioni riusciranno a trovare una piattaforma condivisa per una risposta comune. Non si può ignorare quanto, proprio su questi temi, in ciascuna religione l’identità sia costruita su un’immagine forte, e spesso, almeno nel passato, polemica verso le altre realtà. Ma perchè non possiamo rifiutare la richiesta e la responsabilità, dobbiamo ragionare sui nostri fondamenti, sui valori e sulle proposte da offrire, ciascuno partendo dalla propria esperienza.

 

  1. L’idea che guida l’ebraismo è la riflessione sulla natura e sul dovere dell’uomo. L’uomo è libero di scegliere il suo destino ma non è indipendente dalla creazione e dal Creatore, ed è per questo chiamato ad una vocazione superiore, alla realizzazione della spiritualità cui lo chiama la sua natura duplice, materiale e spirituale. Come l’accampamento, dove il popolo si raccoglie e si ferma deve essere sacro (Deut. 23:15), così il singolo individuo deve realizzare la santità per diventare egli stesso accampamento e sede di immanenza divina; un’immanenza che cerca l’uomo singolo come la collettività organizzata e vi si posa sopra anche suo malgrado, “sta in mezzo a loro tra le loro impurità” (Lev.16:16). L’uomo è sottoposto e minacciato da ogni tipo di schiavitù, da quella delle passioni personali a quella politica e ideologica della società che lo circonda. In opposizione a queste minacce il modello di santità proposto rappresenta una forma di riscatto e di liberazione totale dalle seduzioni passionali e culturali; e rispetto alle  forme politiche di oppressione una linea di resistenza attiva e passiva, e un’espressione di speranza nella forza divina liberatrice. Di libertà ce ne sono tante, come di schiavitù. Quando un essere umano serve più di un padrone sta facendo una qualche forma di idolatria. Il richiamo assoluto ebraico alla spiritualità non estranea l’uomo dalla società ma ve lo reimmerge decisamente con un progetto di rinnovamento e di correzione, indicando un modello di libertà molto più ampio e comprensivo di quelli di cui la società laica si accontenterebbe. Senza estremismi e imposizioni, possiamo e dobbiamo rivendicare, nel confronto con gli altri sistemi e le altre culture, e potremmo farlo anche insieme, che la nostra idea di servizio assoluto ad un unico Re è la risposta necessaria, è una sfida alla crescita, è un lievito fecondo.

 


Avot 6 :2 dove il testo prosegue: « e’ libero solo colui che si dedica allo studio della Tora’ »

Avot de Rabbi Nathan 2

Numerose le fonti: Tanchuma Waera 9, Shir haShirim Rabba 8,  Shemot Rabba 51, Waikra Rabba 18

Paul Eidelberg, Beyond the Secular Mind. A Judaic Response to the Problems of Modernity, Greenwood Press

 

Fonte: http://www.romacer.org/rav/Legge%20e%20libert%C3%A0%20nell.doc

 

MEDICINA TRA FEDE E RAGIONE
SINTESI DELL’INTERVENTO DI RICCARDO DI SEGNI
Ci troviamo a dibattere oggi di nuovo un tema su cui si discute da millenni. La medicina e la fede hanno sempre coinvolto l’uomo, e i due ambiti necessariamente si sono incontrati, confusi, separati o entrati in conflitto. Le novità, ammesso che siano tali, di un dibattito su questi temi ai nostri giorni riguardano da una parte le concezioni e le mentalità diverse, dall’altra i progressi scientifici e i problemi di scelte che pongono alla società. Le religioni monoteistiche si presentano a questa discussione forti di un’esperienza che supera i secoli e i millenni. E’ un’esperienza che in qualche modo conferisce certezze e sicurezze, ma che non impedisce di aprirsi alla discussione con il mondo e di rispondere dinamicamente alle domande che la società pone.
Molte antiche civiltà avevano un rapporto sacrale con la malattia e la medicina e molto spesso l’attività del sacerdote si identificava con quella del medico. Implicita in quest’ identità c’era una concezione della malattia come espressione di una volontà superiore, molto spesso in senso punitivo, o perlomeno come prova cui sottoporre l’uomo; la cura del male pertanto richiedeva un rapporto speciale con la volontà superiore e i mezzi fisici per ottenere la guarigione erano uno strumento più o meno secondario e più o meno lecito. Era inoltre essenziale nell’associazione tra l’attività sacerdotale e quella medica la gestione della morte. L’ebraismo biblico si misura con tutti questi problemi e pone le basi per alcune modifiche essenziali. Non è un caso che la prima volta in cui si parla di medici nella Bibbia è quando Giuseppe, in Egitto, ordina ai suoi servi i medici di imbalsamare il corpo del padre Giacobbe (Gen. 50:2): documento poco lusinghiero per la storia della medicina che presenta i medici come servi del potere la cui principale occupazione è la preservazione di un cadavere piuttosto che la tutela della salute dei viventi. Ma il modello egiziano nella Bibbia è negativo, e la nuova società da costruire deve esserne il rovescio; così come in Egitto i sacerdoti rimangono gli unici possidenti di proprietà terrene, oltre al Faraone (Gen. 47:22), mentre nella nuova società ebraica i sacerdoti non potranno avere possedimenti (Dt. 10:9); e come i sacerdoti egiziani basavano il loro potere sulla morte così i sacerdoti ebrei non potranno neppure avvicinarsi ai cadaveri (Lev. 21:1). La malattia resta però uno strumento di volontà divina, una punizione e una prova, ed è un segno ed un premio per il popolo che osserva la volontà divina quello di essere immune dai mali dell’Egitto e di essere guariti (Es. 15:26, Deut. 32:39, Sal. 103:3, Ger. 17:14 ecc). Lo spazio per un medico, soprattutto per una persona che cura con mezzi fisici sembrerebbe stretto in questa concezione, ma la Bibbia lo concede implicitamente (Es. 21:19, Ger. 8:22), aprendo la via per la coesistenza di due sistemi: quello della fede che interpreta in senso provvidenziale la vicenda umana con i suoi casi positivi e negativi, tra cui rientra, ma non solo in senso negativo, la malattia (le sofferenze possono essere “care” e benvenute! ). La fede propone un’interpretazione, mai troppo vincolante nel caso individuale di quello che succede; suggerisce all’uomo la strada per la riconciliazione con Dio, segnata dalla preghiera ma soprattutto dal pentimento e dal corretto comportamento, conforta l’uomo e lo segue nel suo tormentato percorso. Ma il sistema della medicina non perde la sua forza e la sua fondamentale legittima autonomia. Su questo tema in verità si continuava a dibattere nei primi secoli dell’era cristiana –ma sappiamo cosa era allora la medicina- tuttavia nell’ebraismo ha prevalso nettamente una linea pragmatica e positiva. Si faceva molto anticamente l’esempio della pianta che per crescere e dar frutti deve essere incessantemente curata dall’agricoltore; ciò che è dato all’uomo da fare praticamente per impedire la de
vastazione dei suoi beni –e il corpo, la salute e la vita sono i suoi beni più importanti- non solo è lecito ma è anche obbligatorio (TB BQ 85a). Anche ammesso quindi che la malattia sia sempre espressione di una volontà superiore fa parte del gioco l’obbligo umano di reagire a questa condizione con tutti i mezzi che la ragione gli consente di usare. E questo anche se il “medico di tutte le creature” rimane sempre il Signore, e il medico non è che un suo “delegato” nell’esercizio dell’attività (TB AZ 55a).
Questo compromesso fondamentale non risolve evidentemente tutte le possibili situazioni conflittuali. Un tema caro all’antichità, di cui si ha testimonianza nei Vangeli, e che purtroppo, per ignoranza o malafede viene ancora da qualcuno usato in senso antigiudaico, è quello della scala dei valori: cosa è più importante, ad esempio, l’osservanza scrupolosa della legge che esprime la volontà divina o la salvezza della vita umana? Non sono io che devo spiegarvi che alla luce di certe affermazioni evangeliche è chiaro che la vita umana dovrebbe prevalere: “il Sabato è stato dato a voi e non voi al Sabato”, (Mc 2:27) quindi si profana il Sabato per salvare una vita umana. Sembrerebbe dal contesto evangelico che si tratta di una rivoluzione, ma in realtà i testi rabbinici condividono lo stesso principio con le stesse parole (TB Yoma 85b), basandosi sul verso che dice “questi sono i precetti che l’uomo metterà in pratica e grazie ai quali vivrà” (Es. 20:11), che viene spiegato nel senso che con i precetti dovrà vivere e non morire. In conclusione l’ebraismo rabbinico arriva a formulare il principio della prevalenza della salvezza della vita umana, quindi anche con l’esercizio della medicina, anche a costo della trasgressione di sacri precetti; esistono ovviamente limiti e distinzioni, di cui ora non c’è spazio per parlare.
Il campo di possibile, reale e sempre più attuale conflitto tra i due ambiti è quello della bioetica. La fede, o forse meglio ciò che ne consegue o la presuppone, chiede all’uomo di seguire una strada, di attenersi a un sistema normativo, la cui origine è sacra e superiore all’uomo. Se come esseri umani –almeno nella maggioranza-, condividiamo il principio di “non uccidere” come fedeli di una religione monoteistica siamo accomunati dall’idea che questo principio non deriva solo dalla fondamentale e ovviamente condivisibile necessità di fondare la società sul rispetto reciproco, ma dall’ idea biblica per cui l’uomo è fatto a immagine divina, e che per questo è proibito uccidere l’uomo (Gen. 9:6). La forza della norma si basa su una sua origine superiore, a un certo punto lasciata in mani umane per il suo sviluppo coerente, ma che per esser tale deve rispettare regole ben definite di sviluppo e trasmissione. La norma guida ogni attività umana e la medicina non si sottrae a questa regola. Di qui il principio, almeno per noi condiviso, della necessità di regolare eticamente le scelte mediche. Anche se la medicina è attività buona quasi per definizione, basata sulla solidarietà umana e in favore dell’uomo, le possibilità di un uso improprio delle tecniche non la rendono immune dal controllo etico. E fin qui il nostro consenso è pressocchè totale. Ma i problemi non si esauriscono purtroppo nelle premesse, perché l’evoluzione dottrinaria dei sistemi segue vie molto differenti. Come esistono fedi differenti, così esistono risposte differenti ai vari problemi, e per quanto riguarda l’ebraismo, il pluralismo di soluzioni è anche interno al sistema. Su alcuni dei temi più delicati del dibattito bioetico, come la fine della vita e la medicina dei trapianti, o l’inizio della vita e la ricerca sulle cellule staminali si profila nel mondo della fede, o meglio, delle fedi, una diversità di impostazioni, sia in senso rigoristico che di apertura, che non è di poco conto. Tra le sfide e le contraddizioni che la società attuale propone, questa situazione è in qualche modo nuova, se non altro per la complessità tecnologica da un lato, e per l’apertura alle diversità culturali e religiose dall’altra. Per coloro che appartengono ai mondi della “fede” è un nuovo forte stimolo per misurare la forza delle proprie convinzioni e delle proprie eredità culturali in un mondo sempre più cambiante.

 

http://www.romacer.org/aefiles/MEDICINA%20TRA%20FEDE%20E%20RAGIONE.doc

 

PELLEGRINAGGIO

Desidero prima di tutto ringraziare gli organizzatori di questo convegno per l’invito che mi è stato rivolto a partecipare. Ma un ringraziamento particolare va a chi ha avuto l’idea di questa tavola rotonda, che discute il tema del pellegrinaggio; un tema che almeno dal nostro punto di vista è  veramente stimolante, come cercherò di dimostrare. Sappiamo che il pellegrinaggio può essere un movimento individuale, o di piccoli gruppi, o di grandi gruppi. Ci si muove verso una meta particolare, che si segnala per una condizione speciale, quella che nel linguaggio di molte religioni è definita come sacralità. Spesso non ci si muove in un momento qualsiasi, ma in tempi anch’essi speciali: feste, ricorrenze, anniversari. Il pellegrinaggio segnala quindi il movimento verso un luogo speciale, spesso in un momento speciale. E’ un modo per classificare tempo e spazio, e per inserire la persona o un gruppo, coinvolti dallo spostamento, in una dimensione spaziale e temporale diversa. La cultura ebraica fin dalle origini bibliche ha praticato e anche imposto con regole precise diverse forme di pellegrinaggio. L’aspetto più rilevante è quello delle tre grandi feste: Pesach, la Pasqua, Shavuot, la Pentecoste, e Sukkot, la festa dei Tabernacoli. In queste tre occasioni c’era l’obbligo per ogni maschio adulto di salire a Gerusalemme a presentarsi al cospetto della presenza divina, nel Tempio, con un’offerta. La regola è prescritta ripetutamente nella Bibbia: nell’ Esodo ai capitoli 23 (v. 17) e 34 (v;23) e nel libro del Deuteronomio al capitolo 16 (v.16): “tre volte l’anno ogni tuo maschio si farà vedere alla presenza del Signore, e non si mostri a mani vuote”..  In ossequio a questo comando la vita religiosa dell’antico Israele era come scandita da queste tre grandi occasioni annuali che vedevano fiumi di persone affluire a Gerusalemme da ogni parte della terra d’Israele, e anche da luoghi remoti della terra. La regola fu osservata per tutto il tempo che il Santuario fu in funzione. Prima di Gerusalemme i pellegrini si dirigevano nel luogo dove dimorava il tabernacolo, come apprendiamo dalla storia della nascita del profeta Samuele (1 Samuele 1).
Il pellegrinaggio fu il segno dell’esistenza di un centro religioso e anche politico per l’intero popolo ebraico. Quando alla morte del re Salomone si creò una scissione tra il regno di Giuda, che ospitava a Gerusalemme il suo Santuario, e il regno d’Israele, lo scismatico re Geroboamo dovette creare dei Santuari alternativi nel suo territorio (cfr. 1 Re 12) per impedire quella che era di fatto una manifestazione di unità. Nella storia successiva, fino alla distruzione del Santuario da parte dei romani, l’enorme affluenza di genti a Gerusalemme fu spesso causa di tumulti e ribellioni contro autorità locali e occupanti e anche di repressioni tragiche; era l’occasione in cui l’intero popolo si trovava insieme e quindi si misurava nel bene e nel male con le sue contraddizioni. A un pubblico cristiano non c’è poi bisogno di spiegare la fedeltà dei personaggi evangelici alle norme del pellegrinaggio e l’importanza che questi riti ebraici hanno nelle origini della storia cristiana.
Il pellegrinaggio festivo aveva, tra gli altri significati, il senso di una forte affermazione di fede, di riconoscenza per i doni ricevuti (la libertà, la Torà, la terra), di abbandono nelle mani del Signore, che pur chiamando a sé in un unico luogo tutti gli uomini, prometteva la sicurezza del paese dalle minacce dei nemici esterni (Esodo 34,24), che anche in tempi biblici non mancavano.
Già nella Bibbia abbiamo altri esempi di pellegrinaggi, meno intensi ma non meno significativi. Nel seccondo libro dei Re (4:23) quando la donna di Shunem si reca di corsa a incontrare il profeta Eliseo, il marito le chiede: “perché ci stai andando, oggi non è né l’inizio del mese né Sabato”. Segno che mentre nelle grandi feste c’erano i pellegrinaggi di massa verso il Santuario, nelle feste minori gruppi più piccoli andavano a incontrare le grandi personalità. Da qui è derivata la regola dell’ebraismo rabbinico, di andare a trovare durante le feste i Maestri, perché chi lo fa in quel momento è come se si presentasse al cospetto divino. Questo è uno degli esempi, diremmo minori, con i quali l’ebraismo cerca da diciannove secoli di compensare un enorme vuoto. La distruzione del Tempio, fatta dai romani nell’anno 70 non fu per gli ebrei un semplice evento militare. Fu una tragedia totale che cambiò le forme di una religione, privandola, prima di tutto, del suo luogo più sacro. Da quella data l’ebraismo è una religione orfana di spazi sacri; e il pellegrinaggio è più un fatto nostalgico e culturale che una realtà vissuta. Esistono tante forme di pellegrinaggi locali, di visite a luoghi o persone celebri; in questi ultimi anni soprattutto Gerusalemme è tornata al centro dei nostri movimenti, ma questo avviene con la coscienza di non poter compiere pienamente il dettato biblico. Tutto questo non è una novità politica recente, è una dato religioso antico, che viene tra l’altro sottolineato nelle preghiere quotidiane, e ancora di più in quelle festive. Quindi, prima conclusione, l’ebraismo è religione del pellegrinaggio che non c’è più, ma che dovrebbe esserci.
Ma questa è solo la prima di altre contraddizioni. Il pellegrinaggio per eccellenza è come si è detto quello verso il Santuario di Gerusalemme. Ma lo stesso re che lo edificò, Salomone, nel discorso di inaugurazione riportato in 1 Re 8 v. 27 mise in evidenza il paradosso fondamentale di quanto aveva fatto: se tutta la terra è piena della presenza divina, che senso ha costruire una casa al Signore? Lo stesso concetto ritorna nella letteratura profetica; Isaia (cap. 66 v. 1): “ I cieli sono il mio trono, la terra è uno sgabello per i mie piedi, che casa potrete mai costruirmi, e quale mai può essere il luogo del mio riposo?”  Eppure il luogo sacro esiste, perché non tutti i luoghi sono uguali, come non tutti i tempi sono uguali. E’ lo stesso comando divino a richiederlo  e indicarlo: “ovunque farò ricordare il mio nome verrò da te e ti benedirò” (Esodo 20,24). La prima cosa che viene detta a Mosè che si avvicina al roveto ardente è quella di togliersi le scarpe, in segno di rispetto, perché la terra dove sta è terra sacra (Esodo 3:5). Attenzione, la traduzione qui abbatte la grandezza dell’espressione, perché nel testo originale è admat qodesh, letteralmente “terra del sacro”; così come non esiste una lingua sacra, ma una leshon haqoddesh, una “lingua del sacro”. Il sacro possiede le cose e non viceversa. Lo spirito vola, e il sacro si concentra su un luogo e chiama l’uomo a sé per estrarlo dalla banalità e farlo crescere. La destinazione del pellegrinaggio è il luogo speciale dove l’uomo si mostra al sacro, e il sacro l’osserva per benedirlo; il rapporto è bidirezionale, e foriero di benedizione, ma a condizione che per il pellegrino il percorso che ha fatto sia quello della salita e dell’onesta purificazione. Quindi, seconda conclusione, ebraismo come religione del paradosso del luogo sacro, che può e deve esserci, ma solo a certe condizioni.
E avviamoci ora verso la terza conclusione: quella del senso del confluire insieme in un unico luogo. Il termine comune delle lingue europee che indica il pellegrino  e il pellegrinaggio non è quello dell’ebraico, in cui si parla di  ‘olèh e di ‘aliya la regel, letteralmente “colui che sale”, e la “salita per l’occasione sacra”. Pellegrino invece, almeno in alcune lingue, finisce con diventare sinonimo di straniero, diverso e sradicato. E’ notevole questa ambivalenza di significati che invece l’ebraico cerca di correggere in un senso unico; ma non perché voglia sfuggire a questa ulteriore contraddizione, ma solo per indirizzarla. Il tema dell’uomo che gira per il mondo –senza meta- è presente dalle origini, ed è la condizione di Caino dopo il suo delitto, la condizione degli esuli che fuggono, da Mosè che ha ucciso l’egiziano al popolo intero in esilio, senza fissa dimora. E’ la condizione che nasce dall’errore e dal dramma e che chiede riparazione, e si pone come una sorta di polo simbolico opposto all’ordinato confluire del pellegrinaggio verso una meta definita. I mistici ebrei insistono su questo tema immaginando che la lacerazione dell’esilio umano si rispecchi in una frattura negli stessi attributi con i quali la maestà divina si manifesta nella storia. Trasferendo sul piano divino la lacerazione il dramma diventa cosmico e richiede ancor più riparazione.
L’opposizione tra le due realtà, quella della dispersione e quella pellegrinaggio verso una meta,  è evidente nel confronto tra due immagini bibliche fondamentali: la prima è la storia della torre di Babele. In Genesi 11 un’umanità primordiale cerca la sua sicurezza nella sfida tecnologica della costruzione di un edificio altissimo, e ciò scatena la punizione divina che per impedire questa realizzazione confonde le lingue degli uomini e li disperde per tutta la terra, contro il loro desiderio dichiarato di non volersi disperdere. Fa da contrasto a questo racconto la nota profezia di Isaia 2 che immagina in un giorno lontano il monte della casa divina più alto di tutte le alture, e luogo di afflusso di tutte le nazioni, che vi cercheranno l’insegnamento divino. Da quel luogo si eserciterà la giustizia sulle nazioni, sicchè le armi saranno trasformate in strumenti agricoli e nessun popolo alzerà più la spada su un altro né più impareranno la guerra. Alla luce di questo brano, il misterioso e apparente oscuro zelo vendicativo divino della torre di Babele si chiarisce, in una definizione di quelli che devono essere i valori condivisi dell’umanità che si unisce e si crea un edificio di riferimento. Evidentemente non basta unirsi, anzi unirsi può essere pericoloso. Parlare un’unica lingua ed essere “uniche cose” devarim achadim, come dice il verso 1, in una omologazione forzata, è contro i progetti del Creatore. La torre, secondo alcuni nostri intrpreti, serviva a controllare dall’altro che nessuno scappasse. Non è neppure bello stare tutti insieme in un posto, anzi è meglio andarsene ciascuno per la sua strada e neppure intendersi. E’ la Torà, l’insegnamento spirituale, la parola divina che prorompe, a dare un senso all’unità, alla confluenza delle persone e delle nazioni. E’ l’esercizio della giustizia tra le nazioni, imposto anche con la forza. Il pellegrinaggio ha un senso se è ‘alyà, se è salita. Questa salita attende il popolo d’Israele, per sè e per tutta l’umanità. Con le parole del profeta Isaia nell’ultimo capitolo del suo libro (66), che immagina l’afflusso di tutte le nazioni a Gerusalemme verso la casa del Signore, con le offerte in recipienti puri. “E anche da loro prenderò sacerdoti e Leviti, dice il Signore”  (v. 21) “E in ogni mese e in ogni Sabato ogni essere umano si presenterà a inchinarsi davanti a me dice il Signore” (v. 43) 

 

Fonte: http://www.romacer.org/rav/pellegrinaggio.doc

 

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