Induismo

 


Induismo

 

 

Diffusione

Dopo il cristianesimo e l’islamismo è la religione più diffusa nel mondo: circa 550 milioni di seguaci. Gli stati nei quali è più diffuso sono: India, Bangladesh, Pakistan, Nepal, Malaysia, Sri Lanka.
Nel dopoguerra ci sono stati tentativi "missionari" in Occidente, ma, più che di vere conversioni all’induismo, si può parlare di attrazione per le pratiche "spirituali" di meditazione e (soprattutto) di yoga. La tradizione religiosa induista non ha avuto né fondatori né profeti, ma è il prodotto di 5000 anni di storia e si è sviluppata gradualmente nel corso del tempo.
Con ciò viene a cadere l’idea di un "induismo originario" come ideale storico e unità di misura cui riportare ulteriori svolgimenti e deformazioni.

 

Culto

La pratica religiosa di ogni indù è la puja che è un rito di offerte e preghiere che si possono fare sia in casa sia nel tempio.
In casa: il rito si fa anche tre volte al giorno. Si usano fuoco e acqua per la purificazione, quindi vengono offerti cibo, incenso, fiori e polveri colorate per l’ornamentazione, generalmente in un angolo dove viene conservata un’immagine della divinità favorita. Durante queste offerte si ripete la formula tradizionale "OM" o "AUM".


Nel tempio: il rito della puja è più solenne in quanto coinvolge più persone, si offrono burro, cereali, animali, bevande che vengono consumate insieme con i fedeli presenti. Particolare cura è riservata alla statua della divinità che viene unta, vestita, ornata e profumata.
Vi sono riti appositi per i diversi stadi della vita dell’uomo: nascita, godimento dei diritti civili, matrimoni, funerale.
Il rito meglio conosciuto e maggiormente praticato è il bagno rituale. Ogni mattina le gradinate intagliate sulle rive del Gange accolgono decine di migliaia di indù. Quando i raggi del sole lambiscono l’acqua, ondate di fedeli si gettano nella corrente. Essi s’inclinano profondamente verso il sole nascente, s’immergono più volte, raccolgono l’acqua nelle mani e la lanciano in aria pronunciando una preghiera. Tutti i gesti esprimono adorazione, lode, ringraziamento, invocazione ed esigenza di essere purificati dalle proprie colpe.

 

La maggior parte delle persone pratica un culto individuale, non attivo in una funzione comunitaria. L’alba e il tramonto sono tra i momenti preferiti. Il culto comprende suoni vibranti che richiamano la divinità (mantra) e l’offerta di doni (prasad) che simboleggia le antiche pratiche di sacrificio). Lo scopo ultimo è l’offerta del proprio Io per diventare una cosa sola con la divinità. Quindi il divino è riconosciuto in tutti gli esseri viventi.
Le festività religiose: sono basate sul calendario indù e sono spesso legate ai cambiamenti stagionali. Esse combinano culto e piacere e sono usate per allontanare gli influssi maligni. Le festività principali sono:

  • Holi: in onore di Krishna, originariamente era una cerimonia per assicurarsi il dono della fertilità; si celebra il nuovo anno e il ritorno della primavera. È la festa più popolare perché viene a mancare il tabù della casta e del freno morale, la festa si trasforma in una "abbuffata" di divertimenti e piaceri;
  • Dusserah: viene celebrata tra la fine di settembre e la metà di ottobre, dura nove giorni e celebra il trionfo del bene sul male;
  • Diwali: commemora il ritorno di Rama dall’esilio e celebra l’inizio dell’anno finanziario; cade tra la fine di ottobre e la metà di novembre. È la festa delle luci e dei doni, in onore della dea Lakshmi (o Shri, lo shakti di Vishnu) che porta buona fortuna e visita tutte le famiglie illuminate da una lampada.

Inoltre ad ottobre c’è la festa del Dasara : le celebrazioni in onore di Kalì (uno degli shakti di Shiva) durano dieci giorni, con processione, danze e scambi di doni.



Dottrina

Le Divinità
Oltre alla triade Brahma, Vishnu e Shiva, l’induismo venera una serie di altre divinità.
L’induismo è dunque politeista in duplice senso in quanto le sue 33 divinità sono a loro volta comprese in un unico dio superiore.

L’Uomo
Le caste: vi è una divisione in caste, la condizione della donna, la situazione dei "paria" o intoccabili, la venerazione per la vacca sacra. Oltre alle quattro caste principali (sacerdoti, guerrieri, coltivatori, artigiani), vi sono fino a 3000 sottocaste. È impossibile passare da una casta all’altra.
Il matrimonio avviene all’interno della casta stessa. Fuori della casta restano i "paria". Oltre alla concezione delle caste, abbiamo anche quella dei quattro valori fondamentali che devono trovare spazio nella vita di ogni uomo:

  • il Kama (desiderio, passione);
  • l’Artha (benessere, patrimonio, reputazione, successo);
  • il Dharm (dovere);
  • il Moksha (liberazione, distacco da tutto ciò che è materiale, salvezza spirituale);

Le fasi della vita: il primo stadio della vita è quello del discepolato da trascorrersi presso un maestro dove si studiano i Veda e le tradizioni popolari e si vive in maniera ascetica. Il secondo stadio è quello della famiglia e della professione. Il terzo stadio comprende le occupazioni e le cose fino a quel momento trascurate. Il quarto stadio è quello dell’eremitaggio e dell’abbandono della famiglia e della casta. Di conseguenza la vita dell’uomo è un fluire continuo, è un passaggio da un’esistenza ad un’altra. È la metempsicosi, o reincarnazione, o trasmigrazione dell’anima che è determinata dai meriti o dalle colpe.
La verità e l’Universo: la cosmologia indiana immagina l’Universo diviso in zone, come un diagramma chiamato mandala, una struttura concentrica con un quadrato diviso in diversi quadrati minori intorno alla divinità suprema. La divinità è fonte di ogni esistenza ed è paragonata ad un ragno nella sua tela da cui vengono emanate tutte le cose e in cui tutte le cose sono assorbite.
Il mandala collega il mondo degli dei con il tempio.

 

 

L'Induismo in Italia ed in Piemonte

 

CENTRO SPIRITUALE DI PACE HAIDAKHANDI
Lo scopo del Centro Spirituale di Pace Haidakhandi è la riscoperta dei valori di unità e di pace della cultura vedica, che fanno parte dell’induismo illuminato, il cui miglior portavoce è il Mahatma  Gandi con i suoi scritti.
Il Centro Spirituale di Pace Haidakhandi (o Herakhandi, a seconda della traduzione dal sanscrito) nacque a Milano nel 1988. L’anno seguente venne trasferito sulle silenziose colline intorno a Villa San Secondo (Annapurneshvari Mata Ashram, (AT), tel. 041/905393), poiché meglio si interpretavano le esigenze di quiete e tranquillità. Il Centro, infatti, costituisce un luogo di ritiro e di vita comunitaria (Ashram). Al suo interno si possono praticare gli insegnamenti di Shri Babaji di Herakhan (Uttar Pradesh - India), l’Avatar (discendente) di Shiva, il Signore Supremo. Il Centro è aperto a persone di ogni confessione religiosa e uno dei principali obiettivi è quello di poter offrire alle persone un momento di pace e di riflessione, lavorando insieme. Il Centro è sempre aperto a coloro che volessero trascorrervi un periodo. Ciò che si chiede alle persone è di armonizzarsi con i tempi e le attività giornaliere, che consistono in momenti meditativi, di preghiera e di lavoro.
Le relazioni vengono mantenute con tutti gli altri centri di Babaji. In Italia essi sono: il Prachar Sangh Italiano, l’organizzazione che Babaji ha voluto si occupasse della divulgazione del suo messaggio spirituale. L’indirizzo è: Via Pacini 22, 20121 Milano, tel. 02/26680732; il Bhole Baba Bam, il centro condotto da Francesco Russo dove si celebrano riti quotidianamente e si tengono alcuni seminari. L’indirizzo è: Via Gola 31, 20143 Milano, tel. 02/8372160; il Jnana Ashram, condotto da Rai Das e Daniela. Sorge attorno ad un’antica chiesetta in pietra ora trasformata in tempio di Babaji. È un luogo adatto alla meditazione, un eremo accogliente dove si pratica il Karma-Yoga. Ci sono anche cavalli per le passeggiate nei boschi. L’indirizzo è: Santa Maria di Pagialla, 06026 Pietralunga (PG), tel. 075/9460001; il Centro Bhole Baba, situato nel mezzo della valle dell’Itria, nota come la valle dei trulli. Nell’ashram, oltre ai rituali giornalieri e alle celebrazioni delle festività, si può meditare attorno ad un dhuni (posto del fuoco) perenne. L’indirizzo è: c.p. 138, 72014 Cisternino (BR).
Il movimento nacque in India nel 1970 intorno alla figura di Shri Babaji di Herakhan, considerato una manifestazione di Shiva, il Signore Supremo. Lo scopo principale della sua venuta in una manifestazione umana era quello di riformare il cuore e la mente degli uomini e rimuovere il male e la confusione dell’umanità. Sebbene Babaji vivesse in una cultura Hindu e fosse adorato quotidianamente con rituali Hindu, non era attaccato ad alcuna religione particolare. La sua non può essere considerata una religione, bensì una pratica spirituale. Babaji affermava che tutte le religioni portano il sincero devoto a Dio e tutte confluiscono nel Sanatan Dharma, la Religione Eterna, che è senza età e in cui tutte le religioni affondano le loro radici. Ad Herakhan, egli è adorato da hindu, cristiani, buddisti, ebrei, musulmani e persino atei. La disciplina spirituale promossa da Babaji si basa sul Karma-Yoga, il lavoro disinteressato, dedicato a Dio. Se compiuto con questo spirito "il lavoro è adorazione", è un potente strumento di purificazione del corpo e della mente e un modo per superare egoismo e pigrizia. Questo concetto è molto simile a quello espresso dal motto "prega e lavora". Babaji diede tre insegnamenti fondamentali: Verità, Semplicità e Amore, la Verità è cosa suprema poiché è Verità. La Verità è ottenuta attraverso il controllo e la purificazione della mente. La sua realizzazione è lo scopo della vita umana. Verità e Amore sono inseparabili. Babaji insegnava ad amare e servire gli altri con la consapevolezza che tutti gli esseri che percorrono la stessa via affrontano le stesse difficoltà. Semplicità significa consapevolezza della relatività e impermanenza della creazione materiale e aspirazione ad una vita superiore. Babaji morì, o lasciò il corpo, come sostengono i suoi discepoli, nel 1984 e indicò nel santo indiano Shri Muniraji Maharaji una guida spirituale e punto di riferimento, soprattutto per gli occidentali. Muniraji è ora considerato la massima autorità vivente. I discepoli più vicini a Babaji si sono occupati, e si occupano, della costruzione e sviluppo dei centri dedicati al suo culto, sia ad Herakhan che nel mondo.
I molti simboli presenti appartengono alla tradizione religiosa indiana. Babaji insegnava ai suoi discepoli a ripetere un antico mantra: "Om Namah Shivay", che dal sanscrito ha diversi significati, tra cui "io mi Arrendo a Dio/io prendo rifugio in Dio".
All'interno del gruppo non esistono autorità, ma ruoli. L’autorità è il Maestro in India. Vi sono tuttavia cariche su base elettiva, quali segretario, cassiere, responsabile del Messaggio. Colui che officia i riti è, di regola, una persona che gode di un certo prestigio e conoscenza all’interno della comunità.
Le attività del Centro consistono in incontri, dibattiti, conferenze finalizzati all’ottenimento di momenti di pace e di meditazione in un contesto di collaborazione di gruppo. Una volta al mese viene officiata la Yaghia, un’antica cerimonia vedica del fuoco. Riportata in uso da Babaji, durante questa cerimonia gli officianti offrono al divino frammenti degli elementi che compongono la creazione. In molte religioni il fuoco è sacro ed è il testimone della pratica spirituale. Nell’India antica i saggi si occupavano con molta attenzione del fuoco sacro poiché era ritenuto la dimora di Dio. Shri Babaji ha detto: "Attraverso la celebrazione delle yaghia vengono propiziate pace e prosperità per tutto il mondo". Infine questo rito è la rappresentazione simbolica dell’entrata in contatto con il proprio Sé superiore. Il Centro propone inoltre una serie di corsi che sono la testimonianza di come alcune persone abbiano integrato gli insegnamenti di Shri Babaji all’interno della propria professione. Il corso di Rebirthing, respiro dell’anima, condotto dal dott. Filippo Falzoni Gallerani (presidente del Centro) è un metodo attraverso il quale si possono ottenere buoni risultati sia nella soluzione di molti disturbi psicosomatici (ansia, depressione, ...) sia nella conoscenza del Sé e nello sviluppo del potenziale umano. Offre anche dei benefici alla persona sana, favorendo lo sviluppo delle facoltà latenti e il risveglio interiore. Liberare il respiro permette di scaricare le tensioni accumulate e porta al contatto diretto con il Prana-Energia che sta alla base di tutti i processi vitali. La tecnica respiratoria di base è in sé molto semplice ma conduce ad esperienze profonde, per le quali è indispensabile la guida di un professionista specializzato. Il corso sulla Relazione Umana, condotto dal dott. Settimo Catalano, è suddiviso in tre ambiti: il T-Group, il Corso per Coppie e l’Herakhandi Yoga per bimbi. Il primo corso allena la persona a stare in gruppo e sensibilizza a tutte quelle tematiche che riguardano la comunicazione e il rapporto con l’altro. Con il superamento dei meccanismi di difesa sia del singolo che del gruppo aumentano le potenzialità della persona. Il Corso per Coppie porta alla scoperta di nuove risorse mediante il superamento della routine. Consiste in un training al cambiamento aiutato sia dal confronto con gli altri che dagli stimoli del conduttore. L’obiettivo finale è consentire ai partners di vivere nel presente e di avere una maggiore serenità. L’Herakhandi Yoga per bimbi è lo yoga di Herakhan adattato ai più giovani. Consiste nel lavorare, giocare, cantare, suonare, ballare con la mente concentrata sul "qui e ora", con un atteggiamento di ascolto verso le esigenze dell’altro. Il gruppo diventa fonte di gioco ed energia. Il corso di Teatro, condotto da Enrico Maestrini, consiste nel trovare il coraggio di fare insieme agli altri, di agire di fronte al gruppo per poter arrivare al teatro "vero", spontaneo e fresco. Le materie del corso sono l’improvvisazione teatrale, la voce e il movimento. Lo spirito del corso è ben introdotto dal verbo inglese to play, che significa insieme recitare e giocare. Il corso sul Benessere, condotto da Bianca Sicre e Mario Bonanno, si compone di due pratiche che sono lo stretching e il massaggio. Queste tecniche aiutano a conoscere il corpo attraverso l’ascolto e la consapevolezza dei movimenti. Quando il pensiero si fa flessibile anche il corpo diventa flessibile.
L’associazione è costituita da 50 soci. I frequentatori del Centro sono 200/300 l’anno. Non esistono particolari differenziazioni per ordine di sesso, età, classe sociale. Gli esperti sono, però, di regola, laureati, specialmente in psicologia.

 

CENTRO YOGA SHANTI MARGA
È un centro dove si pratica Yoga e dove si studia la filosofia dello Yoga.
Il gruppo è nato dodici anni fa per iniziativa degli allievi di Ulrica Baldan, che teneva corsi di yoga in diverse palestre torinesi. Il reperimento di un locale proprio è stato motivato da necessità logistiche, quali l’igiene e il riscaldamento.
Il centro non ha relazioni con altri centri yoga anche se la direttrice pensa che sarebbe interessante organizzare attività comuni.
La tradizione spirituale è lo Yoga, disciplina prevalentemente induista, anche se al Centro non interessa in particolare un discorso religioso, bensì di ricerca e di studio spirituale.
La direttrice è anche la fondatrice del Centro Yoga, ed è aiutata da alcuni collaboratori.
Le pratiche Yoga del Centro seguono prevalentemente la disciplina del Kriya Yoga. Si tengono incontri di meditazione (del genere Vipassana), di Reiki, di massaggio ayurvedico e di shiatsu.
Vi è una prevalenza di donne di tutte le età, da studentesse a signore di 70 anni. Il livello socioculturale è eterogeneo, anche se ci sono molti insegnanti, professori universitari e persone di livello culturale alto. Il numero di partecipanti ai corsi varia a seconda dei periodi, con un massimo di quattordici persone per ogni singolo corso (che dipende dalla capacità del locale).
Si considerano libri di riferimento tutte le opere che trattano di ricerca spirituale indipendentemente dalla religione. Gli Yoga Sutra di Patanjali costituiscono un testo fondamentale per il Centro


http://www.maella.it/Download/Religione%20-%20Induismo.doc

 

L’INDUISMO

L’induismo è una tra le religioni più antiche del mondo, risale infatti a circa duemila anni fa, e si è diffuso soprattutto in India. Non ha un fondatore conosciuto.
Gli indù credono nell’esistenza di un Essere Supremo, BRAHMAN, che è l’anima dell’universo. A lui tende l’uomo, il quale dopo la morte, si reincarna in un uomo o un animale per purificarsi dalle proprie colpe.
La reincarnazione è diversa dal concetto di risurrezione della religione cristiana. La risurrezione è il passaggio dalla morte alla vita con Dio. Nella reincarnazione, invece, vi è un ritorno ad un’altra vita terrena che sarà migliore se i meriti della vita passata sono maggiori delle colpe, o peggiore in caso contrario. A motivo delle reincarnazioni gli indù sono soprattutto vegetariani e rispettano tutti gli animali, ma in particolare la “vacca”, ritenuta “sacra”, la cui docile natura è da imitare nei rapporti con gli altri.
La dottrina della reincarnazione ha giustificato la divisione della società indiana in quattro caste o gruppi sociali, principali.
Nella casta superiore troviamo considerati i BRAHMINI, cioè i sacerdoti e i maestri; poi vengono le caste dei guerrieri e dei nobili; infine i SUDRA, gli agricoltori e i commercianti che costituiscono la casta più numerosa. I poveri, e sono milioni, appartengono ai “fuori casta”, chiamati PARIA, cioè i figli di nessuno: sono esclusi dalla vita sociale e religiosa.
Ogni indù dovrebbe compiere il dovere legato alla casta e alla professione sociale di appartenenza, ma oggi questo rigido sistema a caste è molto meno incidente sulla vita degli individui.
Il Brahaman si manifesta anche in altre divinità, delle quali le più importanti sono: il Brahma (il Creatore), Vishnu (il Conservatore) e Shiva (il Distruttore).
I libri sacri dell’induismo, scritti in sanscrito, antica lingua indiana, sono i VEDA (sapere), che spiegano come praticare il dovere e la vita religiosa.
Il fiume indiano Gange è considerato un “fiume sacro”, simbolo della vita senza fine che scorre sempre, dove gli indù fanno il bagno rituale di purificazione. La vita dell’induista deve compiersi in quattro stadi: la formazione e lo studio presso un maestro, il GURU, il matrimonio e la famiglia e il lavoro, il ritiro dal mondo e l’eremitaggio in povertà. Durante l’anno si celebrano alcune feste con danze e canti popolari:

  • DIVALI, il Capodanno, a novembre, c’è la festa delle luci;
  • HOLI, in primavera, la festa in onore del dio Krishna;
  • DASARA, in ottobre, è la festa in onore della dea Kahlì.

Il tempio induista si chiama THIRTHA e il sacerdote BRAMINO. Nei templi i fedeli offrono fiori e generi alimentari alle varie divinità.

 

http://www.religionecattolica.it/L%27Induismo.doc

 

Induismo

La tradizione Indù

 

L’approccio all’induismo non risulta certamente assai facile, esso non possiede una Chiesa, una dottrina universalmente vincolante; l’induismo offre una pluralità di possibilità di azione, di pensiero e di fede religiosi. A differenza dell’islamismo l’induismo non è mai stato visto come serio concorrente del cristianesimo, dal contatto con la cultura occidentale potremmo dire che l’induismo ha tratto vantaggio da un certo fascino esotico e dalla distanza trasfiguratrice, ma in questa distanza esso è rimasto nebbiosamente confuso.
Solo da pochi anni le cose sono cambiate. I giovani d’Europa e d’America hanno scoperto le religioni indiane; essi cercano una religione che parli sia all’intelletto sia ai sensi, una religione piena di calore, di movimento e di fantasia.
Anche se gli studiosi occidentali per circa due secoli si sono occupati dell’induismo tuttavia si continua a incontrare una grandissima difficoltà a definire che cosa sia l’induismo. Ciò dipende soprattutto dal poliformismo e dall’interna contraddittorietà del fenomeno induismo. Infatti anche all’interno dell’induismo la sacra scrittura dell’uno non è affatto necessariamente quella dell’altro. L’uno insegna a non ledere la vita, mentre sull’altare dell’altro scorre il sangue dei capri e dei bufali sacrificati; le pratiche tantriche      dell’Uno sono un orrore per l’altro.
Forse non ci si sarebbe nemmeno così tanto affaticati a conciliare tutte queste cose se già nella formazione del concetto di "induismo" non si fosse insinuato un fraintendimento. Il termine induismo non è una autodeterminazione della religione indiana, bensì un concetto inventato dagli europei. Il significato di questo termine ebbe una lunga trasformazione finché nel XVI secolo i mercanti e i missionari europei si servirono di questa denominazione per indicare la maggioranza dei non mussulmani dell’India, e gli europei saranno  i primi a separare i concetti di "indiano" e di "indù", assegnando al primo il dominio profano e al secondo quello religioso, alla fine, da quest’ultimo il concetto di "induismo".
Ciò è stato causa di confusione. Dobbiamo perciò rivedere la nostra concezione dell’induismo; ci siamo abituati a considerare quest’ultimo come una religione, ma la cosa non è stata mai del tutto corretta. Secondo la nostra concezione occidentale della religione, gli indù non hanno una religione, ma più religioni diverse. Nemmeno essi affermano di avere un’unica religione. Questa, come abbiamo detto è stata         un’invenzione degli europei. Oggi il visnuismo e il sivaismo sono le religioni di gran lunga più importanti degli indù; vengono poi i seguaci del saktismo ed infine numerosi culti inferiori sono liberamente associati a queste grandi religioni. Gli indù si sono sempre resi conto che una molteplicità di religioni è necessaria per dischiudere un proprio cammino, per rendere possibile un proprio accesso alla divinità a una molteplicità di individui con bisogni ed evoluzioni distinti. Del resto la molteplicità riguarda soltanto la superficie; dietro ad essa, secondo la concezione indù, c’è un’ampia unità intenzionale, in quanto tali religioni cercano tutte di dischiudere agli uomini un accesso alla divinità e alla salvezza. Rispetto alle altre religioni rivelate, questa è una posizione estremamente liberale. L’unità sta nel fine, ma le vie per raggiungerlo non sono uguali e nemmeno di uguale valore. Alcune conducono più rapidamente al fine, altre si rivelano vie traverse, che si percorrono per ignoranza, in quanto uno vi è costretto dal proprio stato karmico.
• Fino agli inizi degli anni venti del nostro secolo si credeva che gli ariani vedici avessero prodotto la prima grande civiltà in terra indiana. John Marshall incominciò in quegli anni a interessarsi dell’esistenza di una più antica civiltà della valle dell’Indo, benché già nel 1856 gli inglesi, durante la costruzione di una linea ferroviaria, si fossero imbattuti ad Harappa in una città abbandonata di questa civiltà. Questa civiltà della valle dell’Indo fu una civiltà urbana, organizzata centralisticamente e altamente sviluppata. Da principio la si ritenne una diretta propaggine della civiltà mesopotamica. Oggi sappiamo che nella valle dell’Indo si è avuta, a partire dal settimo millennio a. C., una continua ed autonoma evoluzione, dalla quale è alla fine derivata la civiltà della valle dell’Indo. Purtroppo la scrittura di questa civiltà non è stata ancora chiaramente decifrata, nonostante ciò c’è un importante punto di appoggio per la questione se le religioni indù abbiano conservato qualcosa dell’eredità della civiltà della valle dell’Indo. Vi compare cioè già la tipica posizione dello yoga indiano. Ci sono anche rappresentazione sceniche di episodi la cui formulazione letteraria è conservata nelle successive fonti indiane.
Questa civiltà è tramontata probabilmente nel XVIII secolo a.C.. Mentre un tempo si riteneva che la sua decadenza fosse stata causata dall’immigrazione ariana oggi si crede di sapere che il suo tramonto fu causato non da una guerra, ma da mutamenti climatici e che gli ariani arrivarono solo dopo l’estinzione di questa civiltà.
• Gli ariani arrivarono in ondate successive tra il 1700 e il 1200 a.C ed impiegarono altri duecento anni per estendersi; nel 1000 penetrarono lentamente verso Oriente, fino al bacino superiore del Gange.
Dagli ariani deriva indubbiamente la corrente principale della tradizione religiosa di tutte le grandi religioni indù ed innanzitutto la lingua sacra degli indù, il sanscrito.
Dagli ariani provengono i più antichi testi sacri indù, i Veda. La radice del termine significa conoscere; ci sono stati tramandati i nomi dei poeti e veggenti che devono aver contemplato i singoli inni di questi testi sacri. Nello stesso momento è stata conservata l’idea che si tratti di rivelazioni eterne, senza principio, non prodotte ad un certo momento dagli dei e soltanto comunicate dai veggenti. Per la loro trasmissione tipicamente orale questi testi autoritativi vengono detti Sruti (Shruti), ciò che è udito.
La Parola divina è buona se la si comprende, ma opera anche senza che la si comprenda; i mantra, detti che aiutano il pensiero e la meditazione, a volte semplici sillabe che non presentano nessun senso riconoscibile, secondo la fede degli indù possiedono una particolare forza creativa a causa della loro origine sovrumana e della possibilità di sviluppo spirituale a essi inerente.
Si conoscono quattro raccolte di veda, ognuna delle quali era assegnata a una determinata funzione sacerdotale:
Rigveda: inni agli dei.
Samaveda: guida all’uso e all’intonazione degli inni sacri.
Yajurveda: sentenze sacrificali  impiegate nella celebrazione dei singoli sacrifici.
Atharvaveda: formule protettive e d’incantesimo.
Il filone mitico dei veda racconta la creazione a partire dal sacrificio dell’essere primordiale, Purusa.
I sacerdoti vedici intrapresero allora l’imponente tentativo di armonizzare, con l’aiuto di un rituale sacrificale esoterico, l’uomo con il suo ambiente, il microcosmo con il macrocosmo. In questo modo essi svilupparono un nuovo tipo di pensiero, un pensiero fatto di simboli e di astrazioni.
In questo periodo nacquero le caste sociale di cui parleremo fra poco.
• Verso la metà del primo millennio a.C. ci si accorse che a lungo andare non era possibile mantenere pura la religiosità. Pressione esterna ed evoluzione interna inducevano ad aprirsi ai bisogni religiosi e alle tradizioni religiose dei ceti inferiori non ariani. Al centro dell’interesse dei filosofi e dei ceti superiori istruiti erano invece entrati il problema dell’anima vitale e della coscienza dell’uomo e la questione della definitiva liberazione dal ciclo dell’esistenza. Assistiamo inoltre ad una evoluzione della scienza dei sacrifici verso una dottrina segreta altamente specializzata che rendeva notevolmente difficile la comprensione ai non adepti e certamente procurava privilegi ai brahamini, insieme mobilitava una violenta opposizione.
Infatti tra il VI e il IV secolo a.C. assistiamo ad un periodo di riforme portato avanti dall’opera di più riformatori che raccolgono intorno a sé dei discepoli. Tra loro ce ne sono due che fondano altrettante durature tradizioni monastiche: Mahavira, lo Jima (Vincitore), i cui seguaci si chiamano giainisti, e che rappresentano un ideale di vita rigorosamente ascetico; Gautama, il Buddha (Risvegliato), la cui dottrina divenne il fondamento del buddhismo.
Entrambi provengono dal ceto sociale degli kshatriya, sono quindi nobili e si rivolgono contro il monopolio religioso dei brahmini; entrambi respingono l’autorità dei Veda, riprendono ed elaborano sistematicamente la dottrina della rinascita e del karma già sviluppata nelle Upanisad.
Autoliberazione mediante il sapere! E’un tentativo audace, autocosciente, che presuppone già che la normale condizione di gente non liberata si fondi sull’ignoranza. Questo è un principio fondamentale di tutte le religioni dell’India, sviluppatesi successivamente a partire da una base comune.
Contemporaneamente si cercavano forme religiose che fossero accessibili a tutti gli uomini, non soltanto ai brahmini, ai monaci e agli asceti. Il legame emotivo con un’unica divinità divenne  così di primo piano e portò alla nascita di religioni indù monoteistiche (c’è un solo Dio anche se le sue manifestazioni possono essere molteplici) ed enoteistiche (ci sono molti dei, ma il mio Dio è il supremo e, per me, l’unico essenziale). Ci si rivolgeva a lui con umiltà e nel culto; lo si rendeva presente in immagini, gli si costruivano templi e gli si preparava un posto nel proprio cuore.
Solo a fatica e contro l’opposizione di colleghi conservatori riuscì ai brahmini di disinnescare questa mina. Essi permisero una fusione di religioni fino allora rigorosamente separate. Riuscirono a fondere divinità e forme di culto dei ceti inferiori con divinità e forme di culto vediche, integrando così religiosamente grandi settori del quarto ceto sociale. Là dove tale fusione ebbe successo, una grande massa di credenti cominciò a collegarsi con l’autorità della tradizione vedica.
In questo lungo periodo, tra il 600 a.C. e il 200 d.C., nascono i due poemi epici, il Mahabharata e il Ramayana che costituiscono un intreccio di storia, mitologia e pensiero religioso-filosofico. Sempre di questo periodo la Bhagavad-Gita (Il canto del Signore) che è stata definita il testo "evangelico" dell’induismo. Mai come in questa epoca si sono intrecciate magia e scienza, scetticismo e fede, licenziosità ed ascesi. Eppure attraverso questi contrasti la ricerca della verità ha potuto proseguire ed aprirsi a nuovi sviluppi. Questo periodo è caratterizzato anche dai Sutra, grandi compilazioni scritte dalle scuole sacerdotali in stile aforistico. Vengono redatti alcuni tra i Purana più rilevanti, che contengono miti, leggende, dottrine filosofiche prodotte in forma popolare e divulgativa, e riti.

Dharma è il concetto fondamentale dell’Induismo, deriva dalla radice "DHR" che significa afferrare, trattenere, forma principio di unità del’essere. Il dharma è l’ordine etico, naturale, gerarchico. sociale, cosmico.
A volte il dharma viene inteso anche come ciò che è scritto nei libri sacri, potremmo azzardare un parallelismo con il nostro logos.
Strettamente connesso con il concetto di dharma è quello di karma, che significa azione. Il karma deve essere in sintonia con il dharma: io agisco bene, la mia azione è retta e giusta se sono nel mio dharma, nel mio posto. Ognuno deve agire secondo la legge che gli è propria, solo così è in grado di realizzassi, se invece si va contro il proprio dharma, il dharma ti distrugge.
Questo concetto di legge del karma emerge in modo chiaro nel VI secolo a.C.: ogni azione che ciascuno compie, è effetto dell’azione precedente ed è causa dell’azione susseguente. Quindi ognuno porta il peso delle scelte fatte nella vita; questo peso influisce.
In questo modo si spiega il problema del male e del dolore, di fronte a questo problema molto profondo il cristianesimo ha ricorso al peccato originale. Secondo l’indù, invece, tutti coloro che nascono in realtà rinascono, ecco il samsara, che vuol dire rinascita. Una persona rinasce appunto a causa del peso karmico delle azioni compiute nelle esistenze precedenti. Non c’è nessuna nascita perché da tutta l’eternità, in senso temporale, non c’è stato un inizio nel tempo e nello spazio. Porsi il problema dell’inizio è un pò una perdita di tempo, la materia è eterna, non come Dio. Il dharma è eterno non nel senso che esiste simultaneità totale, dell’autopossesso tutto e totale; qui eterno significa senza fine e senza inizio, ma esiste il divenire, il movimento: il samsara.
Questo divenire si svolge attraverso le quattro età del mondo, i quattro yuga.

La speculazione indù amplifica e orchestra i ritmi che comandano la periodicità delle creazioni e delle distruzioni cosmiche. L’unità di misura del ciclo più piccolo è appunto lo yuga. Uno yuga è preceduto e seguito da una aurora e da un crepuscolo che uniscono tra di loro le età. Un ciclo completo, o mahayuga, si compone di quattro età di durata ineguale, con l’età più lunga all’inizio e la più corta alla fine: krita-yuga (4000 anni + 400 anni d’aurora e altrettanto di crepuscolo), treta-yuga (3000 anni), dvapara-yuga (2000 anni) e kali-yuga (mille anni). Quindi un mahayuga dura in totale 12000 anni. Alla diminuzione progressiva della durata di ogni nuovo yuga, corrisponde, sul piano umano, una diminuzione della durata della vita, accompagnata da un rilassamento dei costumi e da un declino dell’intelligenza. Questa decadenza continua su tutti i piani, biologico, intellettuale, etico, sociale. Il kali-yuga, quello nel quale ci troviamo attualmente, è considerato proprio l’età delle tenebre. Oltre al deprezzamento metafisico della storia e oltre al mito della perfezione degli inizi, merita di fermare la nostra attenzione l’eterna ripetizione del ritmo fondamentale del cosmo: la sua  periodica distruzione e la ricreazione.  Da questo ciclo senza inizio né fine l’uomo può staccarsi solamente con un atto di libertà spirituale. Questa speculazione  mostra con sufficienza il rifiuto della storia; mentre l’uomo delle culture tradizionali rifiuta la storia per mezzo della abolizione periodica della creazione, rivivendo così incessantemente nell’istante atemporale degli inizi, lo spirito indù, nelle sue supreme tensioni, svilisce e respinge anche questa riattualizzazione del tempo aurorale, che non considera più come una soluzione efficace del problema della sofferenza.
La concezione dei quattro yuga apporta un nuovo elemento: la spiegazione e la giustificazione delle catastrofi storiche, della decadenza progressiva della biologia, della sociologia, dell’etica e della spiritualità umana. Il tempo, per il semplice fatto che è durata, aggrava continuamente la condizione cosmica e implicitamente la condizione umana.
Vivere nel dharma ha delle ripercussioni nel tuo futuro perché il dharma deve essere reintegrato; ristrutturare il dharma, ricostruire l’armonia cosmica, sociale, individuale, richiede tempo, una vita individuale non basta. Questa logica è legata alla natura, ai cicli naturali. Non esiste un inferno eterno, tutti possono farcela, occorre però tempo e pazienza. Qui però non esiste il giudizio di Dio, il giudice supremo è l’atto che compi, è una giustizia interna, a secondo che il karma sia in sintonia col dharma all’interno del samsara. C’è una logica immanente, non per questo meccanicistica perché c’è di mezzo la libertà individuale. Sta di fatto che ci troviamo di fronte ad un pensiero ottimistico sulla sorte dell’uomo in quanto tutti sono in grado di raggiungere moksa (mòkscia), che significa liberazione. E’un processo lento perché ognuno di noi è una interconnessione di cause intermedie con tutto l’universo, non siamo semplicemente una somma di causa, anche per noi occidentali c’è una serie di fattori che ci influiscono, addirittura a livello inconscio.
La salvezza è nell’eterno, non nel divenire; nello spirito, non nella materia; l’ideale è dunque non rinascere più, tagliare qualsiasi legame con questo mondo fenomenico.
Questo concetto religioso antropologico ha delle ripercussioni sociali. Le caste in India seguono la legge del dharma e del karma e così le differenze sociali sono spiegate facendo uso di un certa "teodicea", tale differenza trova infatti origine nel divino: secondo il mito cosmogonico di Purusa (Puruscia) l’ordine naturale e sociale deriverebbero dal suo sacrificio primordiale.
Il mondo indù conosce quattro caste, varna:
                                   Brahmini: detentori dei valori religiosi (la testa)
                                   Ksatriya: i soldati (le braccia)
                                   Vaisya: i commercianti e i produttori (le cosce)
                                   Sùdra: i lavoratori manuali (i piedi)

Esiste inoltre una categoria di persone fuori casta chiamata paria, è un agglomerato di popoli che per svariati motivi, storico, culturali, sociali, economici e politici, si sono trovati fuori dall’ordine cosmico e sociale; essere fuori casta significa trovarsi in una brutta situazione perché non si è in grado di compartecipare all’ordine sociale.
Ovviamente gli studiosi hanno dato altre spiegazione alla formazione del modello sociale indiano.
Nel mondo indù nessuno è uguale all’altro, c’è una concezione gerarchica che indica in un certo qual senso anche una vicinanza o lontananza dalla liberazione totale, dalla immortalità totale.
Questo è ancor più comprensibile se si tiene conto dei tre guna:
Sattva: il principio luminoso, intelligente.             
Rajas: il principio attivo, della virilità e della potenza.
Tamas: il principio oscuro, inerte.
Questi tre principi sono distinti e sono presenti in noi in percentuale diversa, ogni casta ha il suo guna caratteristico in percentuale diversa. Nei brahmini prevale il sattva ovviamente, in quella dei guerrieri il guna del rajas e nelle caste più basse prevale il guna di tamas.
Per questo non esiste un’unica via, marga, di salvezza perché ogni persona è caratterizzata dalla prevalenza di un guna.
La prima strada è la via della conoscenza, jñanamarga, la via della contemplazione. Conoscere significa andare oltre la grande illusione che ci fa credere vero ciò che non è.

Per il pensiero indù sia il nostro mondo sia la nostra esperienza vitale e psicologica sono i prodotti più o meno diretti dell’illusione cosmica, detta maya. Il velo di maya è una formula simbolica per esprimere la irrealtà ontologica sia del mondo che di ogni esperienza  umana. Irrealtà ontologica perché né il mondo  né l’esperienza umana partecipano dell’essere assoluto. Questo non significa che il mondo non esiste bensì che è illusorio per il semplice fatto che è creato e distrutto dal tempo. Il mondo non è un miraggio o una illusione nel senso immediato del termine: il mondo fisico e l’esperienza vitale e psichica individuale esistono, ma esistono unicamente nel tempo; cioè secondo il pensiero indù non esisteranno più domani o fra cento milioni d’anni; di conseguenza, giudicati sulla scala dell’essere assoluto sono illusori. In questo senso la maya rivela un’esperienza particolare del nulla, del non-essere. Proprio per tale ragione l’India non ha mai attribuito importanza filosofica alla storia. L’India si è preoccupata dell’essere, mentre la storia, creata dal divenire, è una delle forme del non-essere. Non per questo il pensiero indù ha trascurato l’analisi della storicità: parecchio tempo prima di Heidegger, il pensiero indù ha identificato nella temporalità la dimensione fatale di ogni esistenza, esattamente come ha presentito, prima di Freud e di Marx, il condizionamento molteplice di ogni esperienza umana e di ogni giudizio sul mondo. Per l’indù ogni esistenza è in sé essenzialmente una rottura, perché è una separazione dall’assoluto. In altri termini, la scoperta della storicità come modo d’essere specifico dell’uomo nel mondo corrisponde a ciò che gli indù chiamano da molto tempo maya. L’angoscia sorge dalla scoperta tragica che l’uomo è un essere votato alla morte, nato dal nulla e in cammino verso il nulla. Per un indù la scoperta dell’illusione cosmica ha senso soltanto se è seguita dalla ricerca dell’essere assoluto, il brahman; la nozione di maya non ha sen-so senza la nozione di brahman. In linguaggio occidentale si potrebbe dire: prendere coscienza che si è condizionati ha senso soltanto se l’uomo si volge verso l’incondizionato  e cerca la liberazione.
L’angoscia è provocata dalla presa di coscienza della nostra precarietà e dalla nostra fondamentale irrealtà, ma tale presa di coscienza non è fine a se stessa: ci aiuta soltanto a scoprire l’illusione della nostra presenza nel mondo; ma a questo punto interviene una seconda presa di coscienza: si scopre che la Grande Illusione, la maya, era nutrita dalla nostra ignoranza, cioè dalla nostra falsa ed assurda identificazione con il divenire cosmico e con la storicità. In realtà il nostro , il nostro atman, non ha nulla a che vedere con le molteplici situazioni della nostra storicità. Il partecipa all’essere, l’atman è identico al brahman. L’indù comprende molto bene la nostra paura, la nostra angoscia, perché si tratta in definitiva della scoperta della propria morte, ma della morte del nostro non-io, della nostra individualità illusoria, della maya, non dell’essere del quale partecipiamo, del nostro atman, che è immortale proprio perché non è condizionato e non è temporale. La morte che ci rende ansiosi è soltanto la morte delle nostre illusioni, della nostra ignoranza; essa sarà seguita da una rinascita, dalla presa di coscienza della nostra vera identità, del nostro vero modo d’essere: bisogna morire alla storia per scoprire e vivere l’essere.
Interessante al riguardo è il mito di Indra che decide di rifare e abbellire la residenza degli dei. Viçvakarman, l’artigiano divino, dopo un anno di lavoro riesce a costruire un palazzo magnifico. Indra, però, non si ritiene soddisfatto: vuole ingrandire ancora la costruzione, renderla più maestosa, unica al mondo. Sfiancato dallo sforzo Viçvakarman si lagna con Brahma, il Dio Creatore, il quale promette di aiutarlo e interviene presso Visnu, l’Essere Supremo, di cui Brahma stesso è semplice strumento. Visnu si
incarica di far tornare Indra alla realtà. Un bel giorno Indra riceve nel suo palazzo la visita di un ragazzo tutto stracciato; si tratta di Visnu in persona il quale aveva assunto quelle sembianze per umiliare il Re degli Dei. Visnu incomincia subito a parlargli degli innumerevoli Indra che fino a quel momento hanno popolato gli universi. Mentre il ragazzino parlava una processione di formiche aveva fatto la sua comparsa nel salone del palazzo. Il bambino le nota, poi, preso da stupore, scoppia in un’improvvisa risata.
"Perché ridi?" gli chiede Indra. "Ho visto le formiche, oh Indra, che sfilavano in lunga parata. Ognuna di esse era stata un Indra in passato. Al pario di te, per la sua pietà, ognuna di esse era salita un tempo al rango di Re degli Dei. Ora però, dopo molteplici trasmigrazioni, ognuna è ridiventata formica. Questo esercito di formiche è un esercito di antichi Indra...".
L’intenzione di questo mito è trasparente. La vertiginosa evocazione degli innumerevoli Universi che sorgono e scompaiono dal corpo di Visnu basta, da sola, a risvegliare Indra, cioè a costringerlo a superare  l’orizzonte limitato e rigorosamente condizionato della sua situazione di Re degli Dei. Si sarebbe anzi tentati di aggiungere, della sua situazione storica, in quanto Indra si trova ad essere Gran Capo guerriero degli dei in un determinato momento storico, in una data tappa del grandioso dramma cosmico. Indra ascolta dalla bocca stessa di Visnu una storia vera: la vera storia  dell’eterna creazione e distruzione dei mondi, a fianco della quale la sua storia personale, le innumerevoli avventure eroiche effettivamente sembrano essere "storie false", ovvero eventi privi di significato trascendente. Indra poiché riesce a superare la sua "situazione" storicamente condizionata e riesce a strappare il velo illusorio creato dal tempo profano, cioè dalla sua storia personale, è guarito dal suo orgoglio e dalla sua ignoranza; in termini cristiani egli viene "salvato". E questa funzione redentrice del mito opera non soltanto per Indra ma anche per ciascun uomo che ascolta la sua avventura. Trascendere il tempo profano, ritrovare il gran tempo mitico, equivale ad una rivelazione della realtà suprema: realtà rigorosamente metafisica alla quale ci si può accostare soltanto attraverso i miti e i simboli.

Il brahman, dal punto di vista storico religioso, è la più astratta rappresentazione del divino che sia mai stata concepita. Essa è totalmente indipendente da immagini antropomorfe e da relazioni funzionali. Brahman è un neutro, né Dio né Dea, senza attributi, senza figura, senza compito, onnipresente e tuttavia inconoscibile. E’un essere trascendente che penetra, sostiene e vivifica il mondo. Un principio immutabile all’interno e al di là del mondo che è mutabile. I maestri delle Upanisad non trovarono le cose facili a parlare dell’assoluto in un tempo abituato a vedere gli dei vicini alla vita. Si potevano enunciare formulazioni soprattutto negative, si poteva dire ciò che non è, e negare ogni rapporto concreto con l’esistenza mondana. L’invisibile è però operante, è quindi l’es-senziale, l’essenza, l’io. Brahman è un essere (sat), infatti dal nulla non nasce nulla; solo un essere può diventare un essere. In secondo luogo il brahman è coscienza (cit), poiché  la coscienza è il presupposto di ogni conoscere, volere e creare. Inoltre il brahman è felicità (ananda), per felicità si intende il soddisfacimento di tutti i desideri, in quanto non c’è nulla che l’assoluto non abbia in sé. Esso non è apatia, ma gioia contagiosa, alla stessa maniera che la coscienza assoluta è la luce irradiante della conoscenza. Questi sono i tre modi di essere del brahman.
L’ignoranza è allora confondere l’io empirico con il , con l’atman; è proprio l’io empirico che è fonte di dominio, di possesso, di desiderio, sentimenti che ci spingono a rinascere perché ci fanno identificare con la materia, con il nostro corpo. Vivere questa situazione significa distaccarsi radicalmente da tutto ciò che è materiale, andare nella foresta, ricercare l’assoluto, staccarsi dal sesso, dai desideri. E’immediatamente comprensibile che questa via è per pochi.
Non dobbiamo commettere l’errore di pensare che il fine ultimo del pensiero indù sia soltanto la svalorizzazione del mondo materiale e della vita. Maya non è una scoperta che porta ad un paradosso, alla perdita di senso dell’esistere, maya è una creazione divina, un gioco cosmico che ha come scopo sia l’esperienza umana, sia la liberazione da questa esperienza. Prendere coscienza di questa illusione ontologica del mondo fenomenico porta semplicemente a considerare la nostra condizione umana non come il fine ultimo; tale scoperta non porta infatti tutti gli indù a ritirarsi dal mondo, altrimenti l’India sarebbe da molto tempo scomparsa dalla storia, bensì a vivere in maniera equilibrata il rapporto con la temporalità: la cattiva azione non consiste nel vivere nel tempo bensì nel considerarlo assoluto dimenticandosi e disprezzando l’eternità.
In quest’ottica si inserisce la seconda via di salvezza, karmamarga, la via dell’azione: l’uomo può vivere nel mondo (potremmo dire che è inevitabile), sposarsi, agire socialmente, ma non deve essere prigioniero dei risultati delle sue opere, deve essere libero dentro di sé; essere nel mondo ma non divorato e posseduto dal mondo. Come nel gioco, si gioca anche quando si perde, Dio non cerca      l’utile.
Ritornando al mito di Indra: il Re degli Dei, umiliato da Visnu, rinuncia alla sua vocazione di dio guerriero e si ritira sulle montagne per praticare l’ascesi più terribile. Poco tempo dopo, sua moglie, la regina Cacî, desolata per essere stata abbandonata implora l’aiuto del prete consigliere Brhaspati. Costui prendendola per mano, va da Indra e gli parla lungamente, non soltanto della virtù della via contemplativa, ma anche dell’importanza  della vita attiva, della vita  che trova la sua pienezza in questo mondo. Indra, a questo modo, riceve una seconda rivelazione: comprende che ciascuno deve seguire la via che è la sua e realizza la propria vocazione, ovvero, in ultima istanza, compiere il suo dovere. Però, dal momento che la sua vocazione e il suo dovere erano di continuare ad essere Indra, egli riprende la sua identità e prosegue le eroiche avventure, senza orgoglio, senza fatuità, perché ha compreso la vanità di ogni situazione, fosse anche quella di Re degli Dei...
Questo seguito del mito ristabilisce l’equilibrio: l’importante non è sempre rinunciare alla propria situazione storica sforzandosi invano di unirsi all’Essere universale, bensì di conservare costantemente nello spirito le prospettive del Grande Tempo, pur continuando ad adempiere al proprio dovere nel tempo storico.
La terza via di salvezza è detta bhaktimarga (devozione amorosa), è la via alla quale tutti possono accedere. Bhakti, la dedizione a Dio, l’amore per Dio e il venire amati da Dio, costituisce il centro di questa via di liberazione. L’uomo diviene partecipe della grazia di Dio mediante un abbandono incondizionato a lui e mediante un amore per lui capace di superare tutte le distanze. Ma questo amore egli non lo realizza esclusivamente con la propria forza. In concomitanza con il suo sforzo, Dio gli si avvicina con la sua grazia gli concede quello che l’uomo aspira a realizzare ardentemente, cioè ancora una volta la bahkti,  l’amore di Dio. La bahkti è quindi un movimento reciproco, un reciproco avvicinamento dell’uomo e di Dio. E’un altro tentativo di superare la separazione tra l’io individuale e io assoluto, tra atman e brahmnan. Questa volta non nel fuoco della coscienza, ma nell’ardore dell’amore, che presuppone una relazione personale.
Il culto, i gesti rituali, la lode, l’adorazione, il canto dei nomi santi di Dio sono tutte espressioni di questo atteggiamento interiore che caratterizza l’incontro dell’anima con il suo Bhagavat.
Di fatto il movimento bhakti è particolarmente legato a Visnu, Krsna e Siva.
Se vogliamo in sintesi cogliere che cosa è la bhakti nel suo sviluppo storico, possiamo dire che essa è il risultato di una sintesi religiosa e di un movimento di devozione popolare, la ricerca di una risposta all’anelito religioso. La speculazione upanisadica non è stata capace di venire incontro a questa inquietudine religiosa. La bhakti è una possibilità offerta anche alla donna di soddisfare il suo bisogno di devozione. La donna diventa così il simbolo dell’anima umana che vuole vedere il volto del suo Dio, lo sposo dell’unione mistica.

            Per quanto riguarda il problema cosmogonico, il cantore vedico si serve di diverse immagini per descrivere l’origine del mondo. Egli vede il mondo come emanazione, come generazione e come offerta. Lo vede anche come opera di  un ordinatore, che separa il cielo e la terra, stende il cielo tra gli alberi e fissa le stelle in cielo. Oppure lo vede come opera di uno scultore, alla stessa maniera che in Genesi. Ma il problema è: da dove l’ordinatore e lo scultore prende il materiale per la sua opera? Esisteva presso di lui da sempre? C’era ad esempio, una materia primordiale, con la quale il mondo potè essere fatto? Due sono i postulati: il primo conduce ad un dualismo di Dio e mondo, coscienza e materia; il secondo conduce ad un’identità di Dio e mondo o una partecipazione del mondo e di tutte le creature all’essenza di Dio.
Già l’inno della creazione del Rigveda afferma che al di fuori dell’Uno non c’è nient’altro. Non può esserci nessun secondo elemento originario accanto all’unico Dio, se questi è realmente unico, senza un secondo. Si può risolvere il problema dicendo che l’Uno ha creato tutto dal nulla, ma nasce il problema di come possa coesistere il nulla accanto all’uno.
Come è avvenuta allora la creazione del mondo? I pensatori indiani concordano con quelli occidentali quando parlano di un’eccitazione della volontà dell’assoluto. L’uno volle diventare molteplice. Ma un tale impulso della volontà, diretto alla creazione, presuppone una riflessione e la riflessione, nel caso della coscienza assoluta, al di fuori della quale non c’è nulla, può essere soltanto una riflessione su se stessa.
La prima riflessione è quindi il mistero vero e proprio. La coscienza assoluta si rivolge a se stessa, si rende oggetto, diventando così insieme, per la prima volta, soggetto.
Da questo principio derivano tutti i miti, che prendono le mosse da un essere androgino, che si divide in maschio e femmina e, quindi, genera una diade. Questa concezione della polarità maschile-femminile svolge un ruolo decisivo presso gli sivaiti.

            Anche l’induismo ha affrontato l’annoso problema del rapporto tra unità e molteplicità, monismo e. dualismo. Come in Grecia anche in India la mitologia non è soltanto un aspetto della religione indiana. Ci sono anche l’approfondimento filosofico-religioso e l’esperienza mistica dell’u-nico divino. Già nei Veda si parla dell’Uno, accanto al quale all’inizio non c’era nulla e che nelle Upanisad ci si rappresenta come il fondamento originario divino, come la fonte e il fine di tutti gli esseri: come il Brahman. Nel libro X del Rgveda viene trattato il rapporto tra l’uomo e il molteplice. Nell’inno 90 la creazione è descritta come il sacrificio del macantropo Purusa. L’uomo vedico quando compiva il sacrificio rituale cercava di riattivare il potere mitico della creazione-sacrificio e di riattualizzare così il mito delle origini, cogliendone la portata salvifica. Il testo è oscuro perché non spiega né l’origine di Purusa né quella degli dei. Purusa è nello stesso tempo trascendente ed immanente. L’essere supremo non è totalmente diverso dall’uomo, né il mondo è totalmente estraneo all’uomo. Ciò con cui l’uomo è a contatto nella vita quotidiana non è ciò che sembra essere. Tutto è simbolo. Si potrebbe dire che tutto il reale è dinamico, secondo la circolarità sacrificale che coinvolge cielo e terra, rito ed esistenza, il divino e l’umano, microcosmo e macrocosmo.
In ulteriori fasi della tradizione indù lo spirito puro sarà Purusa e la materia, il principio femminile, sarà Prakrti.
All’interno del vasto panorama indù sono tre, esemplificando, le scuole più importanti che cercano in maniera diversa di dare una risposta al problema del rapporto tra mondo e Brahman.
1^ posizione: Brahman e mondo sono assolutamente una cosa sola. E’la posizione di Sankara, uno dei più importanti pensatori indiani, vissuto tra il 788 e l’822. Oltre che grande filosofo e riformatore Sankara fu anche grande mistico. Nell’esperienza dell’unità mistica il nostro io individuale, l’atman, viene sentito per quello che è: soltanto come un diverso aspetto dell’io assoluto, del Brahman. E il mondo viene colto nel suo insieme: come realtà apparente, come grande illusione cosmica, come maya, che l’uomo prende come reale soltanto nello stato irredento di ignoranza e di concupiscenza. In questo mondo-apparenza, e soltanto qui, il Brahman si rivela come un Dio personale con attributi. Può essere venerato sotto molteplici forme Visnu, Siva...
Affrontare il problema del rapporto tra il Brahman e il mondo è già porsi nel mondo fenomenico, fuori dall’esperienza del Brahman. In verità due sono gli aspetti del Brahman, il corporeo, il sensibile, il mortale, detto nirguna Brahman e l’incorporeo, il trascendente, l’immortale detto saguna Brahman.
Nirguna è lo stato di pienezza dell’essere che trascende ogni nome e forma, è silenzio; saguna è lo stato dell’essere che integra e armonizza la dualità, saguna Brahman è Isvara.
In questo contesto non ha senso porsi domande sul perché esista il mondo in quanto il problema esiste solo all’interno dell’esperienza empirica e filosofica, che è esperienza di maya. Invece         nell’esperienza della conoscenza superiore non c’è domanda e non c’è risposta, c’è solo la visione,   l’autotrascendenza dell’atman. Il termine maya assume in questo contesto un significato ontologico e gnoseologico. Dal punto di vista ontologico maya è il potere misterioso del Brahman che crea in noi l’illusione di assumere come reale il mondo fenomenico. Dal punto di vista gnoseologico maya non è altro che ignoranza, avidya, una falsa interpretazione. Questo non significa che il mondo sia una pura illusione senza un minimo di spessore ontologico, il mondo è illusione solo dal punto di vista del nirguna Brahman, prima di tale esperienza il mondo non è reale ma  nemmeno irreale; esso ha una consistenza reale pratica che noi cogliamo a livello di maya e di  avidya. Nel pensiero di Sankara attribuire a ciò che è reale la natura o la proprietà degli oggetti irreali è detto sovrapposizione, adhyasa. L’universo si percepisce come reale perché viene sovrapposto a Brahman.
Nel creare il mondo Dio non si è posto nessuno scopo, egli ha creato per gioco, lila, e non aveva nessun bisogno di creare il mondo. Il male del mondo non può essere imputato a Dio ma solo al peso karmico determinato dalle libere scelte dell’uomo.
2^ posizione: Brahman e mondo sono totalmente separati: è la posizione dell’avversario fanatico di Sankara, Madhva (1199-1278), al quale si richiama il movimento religioso di madhva che esiste ancora oggi. Per lui il mondo è assolutamente  reale: creato, conservato, governato ed anche di nuovo annientato da Dio. Egli non si è, come ritiene Sankara, trasformato in questo mondo carente, imperfetto. E’assolutamente reale la distinzione tra Dio e mondo, tra Dio e anima individuale. Così contro il monismo, a-dvaita, di Sankara, Madhva difende un dualismo radicale, dvaita.
3^ posizione: Brahman e mondo sono un’unica cosa nella distinzione, è la via intermedia di Ramanuja (1056-1137). Non tutto quello che nella vita abituale riteniamo reale, il mondo intero, può essere un’illusione. In effetti una tale concezione non trova conferma nelle Upanisad più antiche. Certo come per Sankara, anche per Ramanuja il Brahman è "senza un secondo", ma non è senza attributi, senza qualità, proprietà, carattere, non è impersonale, ma è identico al Dio personale. Questa è una convinzione fondamentale di Ramanuja. In polemica con Sankara, per il quale tutte le opere buone, l’adorazione ed il culto sono parte dell’illusorio mondo-apparenza, Ramanuja vede enunciate chiaramente già nelle Upanisad la venerazione di un Dio personale e l’unione mistica con lui, e di qui egli giustifica nuovamente la bhakti, la fedeltà, l’amore, la venerazione, la dedizione a Dio. Il Brahman non è nient’altro che il Dio personale, che emana da sé dall’eternità il mondo e lo conserva, lo guida dall’interno e lo ritira di nuovo.
Dio e mondo sono una cosa sola, certo; ma come l’anima e il corpo sono una cosa sola. E in incondizionato contrasto questo Dio, dotato di tutte le qualità buone, sta soprattutto con il male: non soltanto con il finito e il dolorante, ma con il male. Egli non è in ogni caso al di là del bene e del male, ma è il bene supremo e il fine più alto di ogni pietà umana.
Lontano dal panteismo di Sankara, la scuola di Ramanuja viene detta anche "assenza di dualità caratterizzata", vishishtadvaita.
Ramanuja osserva che maya, la potenza creatrice, non può significare illusione, perché è difficile da superare, in quanto tale è essenzialmente reale: Dio e il mondo sono reali. Non c’è distinzione tra nirguna e saguna, la realtà suprema è contemporaneamente questi due aspetti del Brahman.
Facendo ricorso all’analogia Ramanuja cerca di spiegare la relazione tra Dio e mondo: come il corpo è sostenuto dall’anima, ne è completamente controllato, così avviene anche nel rapporto tra Dio e il mondo. Per conseguenza ogni anima è subordinata al Signore e tutti gli esseri sono al suo servizio.
Secondo Ramanuya il motivo che ha spinto il Brahman  a creare un mondo che comprende ogni specie di enti sensitivi e inanimati è nient’altro che il gioco, lila. Quando però egli guarda Dio dal punto etico non si stanca di ripetere che Dio vuole il bene dell’uomo. Per il fatto che Dio esista senza uno scopo estrinseco non si può concludere che il sé individuale esista senza uno scopo.

Il dio Siva, rappresentato molto spesso come un danzatore, ha un profondo significato simbolico. Queste divinità sono saguna Brahman, l’aspetto del Brahman con i guna, quindi fenomenico, visibile. C’è il fenomeno del demiurgo, se possiamo; c’è il fenomeno di maya, la grande illusione che è velo che nasconde ma nello stesso tempo rivela, per alcune correnti indù.
Il mistero di Dio per tutte le religioni è che Dio per rivelarsi deve nascondersi, è troppo luminoso: lo stesso vocabolo "rivelare", significa togliere il velo ma anche rimetterlo.
La mentalità indù abbiamo già visto che è sempre stata oscillante tra dvaita e advaita, dualità e non dualità; non si parla mai di  monismo, non c’è una scelta radicale tra monismo e dualismo.
Siva è un Dio distinto dal mondo, ma fino ad un certo punto: nella danza di Siva, mentre il corpo danza freneticamente, il volto è pace e serenità. Non riescono mai a separare nettamente divino e temporale. Anche noi che in Gesù dovremmo trovare l’incontro tra questi due poli alla fine oscilliamo sempre tra incarnazione ed escatologia, tra l’aldiquà e l’aldilà. Questa difficoltà dialettica presenta mille volti: se punti tutto sull’aldilà qui passa tutto, ingiustizie e guerre; se imposti tutto sul-l’aldiquà allora il paradiso è già in terra?
Siva è un Dio personale, è un tu, ha una moglie che si chiama Parvati. In realtà è lo stesso Dio, il femminile rappresenterebbe l’aspetto dell’aldiquà; la femminilità è sempre legata alla natura, alle rinascite e quindi alla dimensione materiale del divenire samsarico.
L’indù se rappresenta Siva e Parvati vogliono rappresentare l’eterno e la temporalità, oppure a volte rappresentano solo Siva ma androgino verticalmente: una parte del corpo è maschile e l’altra parte femminile. Anche se gli indù adorano vari dei, Siva, Visnu etc, il Dio è unico, anche se ci sono varie maniere di rappresentarlo; è abbastanza comprensibile per una religione che non possiede un Dio incarnato. Nelle loro tradizioni ci sino state delle evoluzioni, tante correnti si sono condensate nella figura di Siva, altre in quella di Visnu e così via. Conseguentemente sempre per opera dei brahmini si è cercato di sintetizzare teologicamente Brahman come creatore, Visnu come conservatore e Siva come distruttore; sono modi di attribuire  a ciascuna di queste tre divinità ciò che e proprio e comune a ciascuna divinità. Nella concezione indù Dio è creatore, conservatore e distruttore.
Brahman però non è oggetto di culto, tranne pochissimi templi in India.
Analizziamo ora nei dettagli la danza di Siva che è molto complessa in quanto si cerca di far coincidere gli opposti. La danza è simbolo del divenire, del movimento, della circolarità cosmica.
E’la categoria del gioco, la divinità danza e nello stesso tempo è immobile: se si guarda il volto è silenzio ed immobilità, il corpo è un fremito, è samsara, è la danza dei mondi. L’indù si porrà il problema se si debba o meno danzare: l’ideale è che la danza finisca, perché continuare a danzare significa rinascere e restare prigionieri delle passioni e dei desideri che turbano l’uomo lasciandolo legato all’illusione della realtà intramondana che mentre la cogli ti sfugge.
D’altra parte, dirà il karmamarga, è partecipando a questa danza che ti liberi e ti salvi.
Siva ha quattro braccia, è un simbolo per indicare che Dio è in grado di fare di più dell’uomo, Dio ha tante cose da fare e quindi deve avere delle possibilità che noi non abbiamo.
La mano destra in alto regge un piccolo tamburo: il suono che richiama Vac, una dea dei tempi vedici, la parola creatrice. Anche gli ebrei hanno la parola creatrice, dabar, è una parola che realizza ciò che significa: attraverso questa parola è stato creato l’universo.
Negli scavi ad Ebla sono stati trovati i resti di un tempio dedicato a Dabar, la dea della parola, così la possedevano gli indù. Gli antichi attribuivano alla parola qualcosa di sacro, di magico, di efficace.
Il canto nelle religioni ha sempre avuto una grandissima importanza; lo stesso Agostino ha af-fermato: "Bis orat qui cantat". Gli Indiani cantano molto.
Questa mano simboleggia anche l’etere cosmico, il quinto elemento che è capacità di trasmissione e di comunicazione nel cosmo; Siva esprime l’energia divina nel cosmo. Il simbolo di Siva è infatti il lingam, il fallo sempre eretto; non è più simbolo sessuale. Nei santuari sivaiti, nel garbhagrha, la stanza "seno materno", si trova il lingam che si erge sul fior di loto, simbolo dell’organo sessuale femminile, della maternità; cielo e terra, maschile e femminile, visibile ed invisibile: è la donna che dà un volto alle creature umane. Il lingam è uno dei modi più spirituali per esprimere Dio, perché non ha nessun volto antropomorfo o teriomorfo, così è simbolicamente molto spirituale. Fuori del garbhagrha, il santo dei santi indù, c’è anche il toro, Nandi, simbolo anch’esso di Siva.
Con il braccio sinistro in alto regge il fuoco della distruzione perché nella concezione indù il mondo nasce e muore; Dio dà l’essere a tutto è anche colui che può sottrarre l’essere, l’essere non può sfuggire di mano a Dio.
Il braccio destro sotto ha il segno che simboleggia la misericordia di Dio, "non abbiate paura", è il Dio attento che si cura dell’uomo, la compassione. Dio crea e distrugge e nello stesso tempo assiste    l’umanità.
L’altro braccio sinistro, quello sotto, è piuttosto disteso e rilassato, indica la non azione, la passività.
Con la gamba sinistra Siva danza, con quella destra schiaccia un demone dell’ignoranza, avidia; la ignoranza nasce quando assumi il mondo fenomenico come realtà vera ed assoluta.
Nella figura di Siva è presente una complessa simbologia: creazione, distruzione, conservazione; il Dio lontano e il Dio vicino, accessibile ed inaccessibile.
Il Dio Siva viene incontro al bisogno di far coincidere gli opposti: vita e morte, nascita e morte, luce e tenebre. Non è un dualismo di tipo iranico, gli opposti coincidono nell’unità di Dio.
Siva viene rappresentato mezzo nudo, coperto di pelli, pellegrino; è Dio della foresta e quindi       dell’indeterminato e nello stesso tempo è Dio protettore, il Dio della famiglia, affezionato alla sua Parvati.
Diffuso in India è anche il culto per Ganesha, un Dio minore, è figlio di Siva e di Parvati ed è raffigurato con un corpo da bambino e la testa di elefante. Il mito racconta che un giorno Siva e Parvati erano in un momento di grande amore; in quel momento arriva il figlio che li disturba, Siva si irrita e gli taglia la testa. Rappacificatosi Siva decide di tagliare la testa al primo essere che avrebbe incontrato per riattaccarla sul collo del figlio, ha incontrato un elefante.
L’elefante in India è molto rispettato, è una animale docile, tranne quando va in amore. L’elefante serviva probabilmente per aprire un varco nella foresta. Ganesha viene invocato all’inizio, è quasi come il nostro Spirito Santo, anche se è tutt’altra cosa.

            Visnu non è contrapposto a Siva, fuori dalla porta di un tempio visnuita si può trovare scolpita l’immagine di Siva e viceversa. Questo perché il divino non si esaurisce mai nella creaturalità multiforme del divenire cosmico, della mente umana, delle teologie, delle filosofie.
Visnu si presenta con cinque forme, è un Dio più umano di Siva:
Quattro modalità rappresentano le funzioni nei confronti della creazione:
1- L’aspetto trascendente
2- Fratello maggiore - Padre - Nonno
L’uomo quando parla di Dio pende le immagini e i simboli dall’esperienza umana.
3- Dio incarnato, gli indù usano il termine avatara che significa discesa, nei momenti più difficili della vita e della storia il Dio discende ed assume una figura visibile, non necessariamente umana: (a) Pesce  (b) Tartaruga  (c) Cinghiale  (d) L’uomo leone  (e) Nano  (f) Rama  (g) Krsna   (h) Buddha  (i) Cavallo bianco.
4- Immanenza di Dio
5- Presenza visibile, la manifestazione materializzata di Dio nell’immagine

C’è l’idea di un Dio misericordioso che si fa vicino, che viene incontro ai bisogni dell’uomo; potremmo parlare di grazia. Mentre per noi il Dio fatto carne si è incarnato una volta per sempre, qui invece scende e poi se ne va, tutto è diveniente nell’induismo, nulla è permanente, non riescono a concepire un corpo eterno di Dio; l’idea di incarnazione come è concepita da noi cristiani è abbastanza ripugnante, non vale la pena di stare sempre qui, non è questo il posto adatto a Dio, nemmeno dell’uomo se è per questo. L’anima, l’atman, è qui perché è prigioniera.
Si dà molta importanza al Dio personale, qui la bhakti si trova molto bene
La moglie di Visnu è Laksmi e rappresenta la bontà e la fecondità, la grazia; il femminile rappresenta quasi una mediatrice tra Dio e l’uomo, colei che ottiene le grazie, ha una funzione più continuatrice, che rende visibile la bontà del Dio, ma anche la fecondità del Dio che è la creazione. Laksmi è anche la dea dell’abbondanza, dei raccolti copiosi.
Del resto in occidente la pietà popolare ha messo insieme il mese di maggio con la Madonna, la Madonna è associata alla luna.
Krsna, avatara di Visnu, ha un ruolo importantissimo nella Bhagavad-Gita, dove è Visnu stesso, il Dio trascendente ma anche immanente. Krsna ha configurazioni diverse: nei Purana per esempio è il Dio nero, il Dio che gioca con l’uomo, gli chiede un amore senza confini, si incontrano con le pastorelle, in un amore che coinvolge il sesso, non solo l'apertura del cuore, ma molte delle pastorelle sono sposate. Ma allora come è spiegabile questo rapporto illecito?
L’more tra marito e moglie, nel mondo indù, è molto importante ma non è la prima cosa, la tradizione vuole che siano i genitori che decidono, che contrattano il matrimonio per i figli, l’aspetto del dharma vuole che il bene della coppia sia elargito per il bene della società e non soltanto per quello individuale. Qui abbiamo invece Krsna che si innamora delle pastorelle e  viceversa, è quindi simbolo dell’amore nuziale con Dio non dell’amore tra uomo e donna, tra i due sessi, che sfocia nella famiglia e finisce a beneficio nel dharma.
Il matrimonio punta sul dharma, sulla società, sull’aldiquà; l’amore di krsna con le pastorelle è simbolo dell’unione dell’anima con il suo Dio in moksha, nella salvezza finale. Krsna risponde ad una simile obbiezione dicendo che lui è nel marito e il marito in lui e quindi è come se amassero il marito. Sotto c’è l’idea che di fronte a Dio l’istituzione matrimoniale viene trascesa, mentre da noi ne è simbolo, è l’anticipazione di moksha.

Sakti è la divinità femminile, nell’induismo troviamo molte dee. Nei veda c’era Aditi, la divinità femminile un pò astratta, madre degli dei, misericordiosa.
La teologia indù ha fatto molte elaborazioni, ci si rese conto che queste divinità avevano molti aspetti comuni, esprimevano tutte il femminile e se sono divinità vuol dire che c’è un certo rapporto tra il femminile e Dio. C’è un certo rapporto tra le energie di Dio e la natura e questi due aspetti, energie di Dio e natura, vengono quindi distinti. Nel divenire samsarico la natura esprime questa irruzione del divino che entra nella tempo e nella storia. La natura diventa l’aspetto visibile del divino, è una mediazione che rende accessibile quel divino che di per sé sarebbe inaccessibile.
Tutte le religioni hanno il problema di conciliare il Dio che interviene nel mondo, al di fuori di sé e il Dio dentro di sè. Chi conosce il tomismo sa che Dio ha creato col e  nel tempo senza cambiare se stesso. Dio rimane se stesso quindi, ma come fa a non cambiare se opera, se agisce.
Il primo motore di Aristotele è provvidente è previdente? No perché se conosce è attivato da ciò che conosce e quindi è in potenza e richiama quindi l’atto.
E’quindi il problema di tutte le filosofie e di tutte le religioni, l’induismo è una religione cosmica e quindi il problema si incentra a livello cosmico. La Sakti è la mediazione, in qualche modo permette a Dio di manifestarsi senza che venga contagiato dal divenire, dal male, dalla corporeità, dai limiti creaturali della natura contingente. La natura umanizza il volto di Dio attraverso il suo aspetto femminile. Loro hanno colto il divino nel cosmo o nell’interiorità della coscienza umana, non nella storia. Del resto anche noi parliamo di tante presenze  di Gesù Cristo risorto: nell’Eucarestia, nella Parola proclamata, nella comunità, nel povero.
Con un salto fenomenologico, e non teologico, potremmo dire che Dio per rendersi visibile all’uomo in Gesù Cristo, si è rivolto ad una donna, a Maria, la natura. In alcuni dialetti non a caso l’organo sessuale femminile viene chiamato "natura". La differenza teologica è che la Madonna non è divina, non è ierofania.

Nell’induismo, a differenza che nel cristianesimo, si può parlare di religione popolare caratterizzata da una visione cosmica del sacro. Nei templi indù di trovano scolpiti all’ingresso due dei quattro grandi fiumi indiani, ricorda un pò il simbolo dell’acquasantiera da noi, i fiumi sono femminili.
Ci sono quattro città molto importale da un punto di vista sacrale nelle quali si svolge il pellegrinaggio del Kumbamela, è una festa che si fa ogni dodici anni, ovvero ogni quattro anni a rotazione in una delle quattro città. Una antica leggenda narra che in ognuno di questi quattro luoghi siano caduti dal cielo delle gocce di nettare traboccate dalla giara che le conteneva, esse danno         l’immortalità; il kumbamela sarebbe andare a cogliere la salvezza rituale facendo il bagno sacro nel Gange. Tutto diventa ierofania: monti, fiumi, laghi. Possiedono poi un calendario sacro che indicano i momenti propizi  per costruire o per compiere determinate azioni.
Il pellegrinaggio, yatra, ha il significato di purificazione, non è indispensabile, ma orienta l’anima indù a recuperare lo spazio sacro, i tirtha; solo nello spazio sacro c’è salvezza, rimanere profano significa rimanere in uno spazio chiuso di entropia e solo nello spazio sacro si recupera quella energia attiva che dà ordine, essere, divenire, vita.
Il tempio indù è l’abitazione del Dio nel senso che è il corpo del Dio; è il  microcosmo simbolo del grande cosmo; esprime l’ascensione spirituale. Il tempio che è solido significa il superamento della transitorietà, del cambiamento, dell’ignoranza e dell’incertezza. Le processioni che si svolgono        all’interno del tempio sono il simbolo del ciclo temporale, coinvolgono il credente perché si integri       nell’universo, girano secondo le lancette dell’orologio; il credente si mette in armonia con l’universo e quindi è capace di dominare la durata cronologica e sfuggire al tempo che è sede di morte. Alcuni studiosi sottolineano la differenza tra le dimensioni del luogo di culto indù, che essendo circolare richiama ad un concetto di tempo che ritorna eternamente su se stesso, e quello cristiano, generalmente rettangolare che richiama un concetto di tempo lineare: andare verso l’altare significa avvicinarsi, tendere ad un punto temporale ben preciso, la seconda venuta del Signore.
L’artista indù quando fa l’immagine, deve essere contemplativo, vivere interiormente. Si deve modellare la materia dopo aver contemplato la verità, deve fare un pellegrinaggio interiore.

Il simbolismo religioso della cremazione è un rito di passaggio molto importante all’interno della tradizione indù. Come modello scegliamo quello della città di Varanasi o Benares. Varanasi è un termine composto da due parole: Varuna che è il dio delle acque e della moralità e Asi che vuol dire spada: è la spada della retta conoscenza che recide l’ignoranza. L’ignoranza strutturale dell’e-sistemza, avidia, la non conoscenza, deriva dal peso karmico e la ruota del samsara; l’uomo confonde l’essere vero, il divino, con la materia e la corporeità.
Un mito racconta che brahma, volle farsi crescere una quinta testa per mostrarsi superiore, il Dio Siva, geloso, in un momento di collera gli tagliò la testa. Tale atto andava contro il dharma che provocò un profondo senso di rimorso in Siva che andò errando nell’universo per espiare la sua colpa. Arrivato finalmente a Varanasi lì fece il bagno sacro del Gange e si purificò dai suoi peccati. Da allora Varanasi è diventata la città di Siva. Da allora significa dal tempo mitico, che precede sempre il tempo storico.
C’è un alto mito che spiega il perché di questa particolare devozione a Varanasi: Siva e Parvati stavano facendo il bagno a Varanasi, improvvisamente il dio dell’amore, Kama, ha tentato Parvati, Siva geloso è corso a difendere la moglie, aprì il terzo occhio fulminò Kama che fu ridotto in cenere; ciò avvenne sul Ghat Manikarnika. Il mito spiega che la morte di Kama è il simbolo della morte dei desideri, colpevoli delle nostre rinascite. Varanasi è costruita sul tridente di Siva, è il centro del mondo se si muore lì, luogo di congiunzione con l’eterno, sei liberato totalmente dai legami corporei, la tua anima non rinasce più, è salva per sempre.
Il rito della cremazione è detto anyesti, deve essere fatta al più presto possibile dopo la morte. La cremazione è un momento importante e significativo della tradizione religiosa indù, connessa con la morte deve essere interpretata come un rito di passaggio.
Descriviamo qui come il rito viene compiuto a Varanasi, città-cuore dell’induismo, nome composto da due parole: Varuna, il dio delle acque e della moralità e Asi, che significa spada.
Il corpo viene profumato ed avvolto in un lenzuolo di colore bianco se il cadavere è di un uomo o di una donna vedova, rosso arancione per le altre donne. I parenti stretti lungo la strada che conduce al Ghat cantano un inno ritmico, le donne non sono presenti al rito. Giunti al Ghat Manikarnika, i parenti trattano con il Dom, il becchino che generalmente è un fuori casta. La cerimonia è diretta dal Maha Brahmino. Al parente più stretto del morto, karti, vengono tagliati i capelli, fa un bagno rituale nel Gange e recita un mantra dettato dal brahmino. Il karti pone fiori sul cadavere, vi versa ghee, burro chiarificato, lo asperge con acqua del fiume e con profumo di sandalo. Terminata questa fase il karti appicca il fuoco alla pira sottostante al cadavere utilizzando dell’erba di kuss che viene poi posta sotto i piedi del cadavere dopo sette deambulazioni da parte del karti. La completa distruzione del morto dura all’incirca tre ore, compito del karti è di spaccare il cranio del defunto nel caso il fuoco non riesca.
La cremazione è seguita da dieci giorni di lutto durante i quali o parenti stretti devono mantenere un comportamento austero nei costumi ed offrire all’anima del defunto pinda dan, riso.
Durante questo stadio intermedio l’anima è preta, spirito pericoloso che può essere nocivo soprattutto ai parenti, deve passare del tempo prima che l’anima diventi pitri spirito ancestrale.
Nel rituale della cremazione la bipolarità caldo-freddo assume un’importanza fondamentale. Il freddo sembra includere l’inerzia e la corporeità, mentre il caldo è inteso come componente dinamica         dell’esistenza. Immergere il cadavere nel Gange oltre che un simbolo di purificazione è anche un mezzo per raffreddare il corpo e facilitare all’anima il distacco da esso. Questo non basta occorre distruggere il cadavere così facendo si bruciano anche gli attaccamenti dell’anima al copro. Tuttavia anche la cremazione non è sufficiente, rimangono delle tracce che possono essere motivo di attaccamento, per questo i resti della cenere del cadavere e della pira vengono gettati nel Gange, per raffreddarli definitivamente e disperderli una volta per tutte.
Non vengono cremati i sadhu, i bambini inferiori a otto anni e i defunti a causa di malattie infettive.
Non nel tempio ma nella casa sta il centro  di gravità di questa vita religiosa; in casa vengono attuati tutti i sacramenti religiosi. Non la comunità, ma l’individuo o la famiglia è qui il soggetto dell’attività religiosa. Ogni uomo sta su un diverso gradino della via verso autoperfezionamento, per cui è logico che anche i suoi rapporti con la divinità si sviluppino nella maniera più intensa nella sfera privata.
Esiste anche una differenza nell’atteggiamento dell’individuo nei confronti di Dio. Da noi, come in India, ci sono molti modi di atteggiarsi di fronte a Dio. Ma se si vuole sottolineare un atteggiamento particolarmente caratteristico, si deve forse dire che, nel rapporto con il suo Dio, il cristiano è soprattutto un peccatore pentito, mentre invece l’indù sta di fronte al suo Dio come l’ospitante. Egli non viene soltanto come aiutante o salvatore, ma anzitutto come ospite. Lo si saluta, lo si ospita, gli si fanno doni, lo si celebra.        L’uomo si presenta a lui come colui che dà e Dio come colui che prende.
Tale venerazione domestica, detta puja, ha inizio con la celebrazione del matrimonio ed è un compito religioso comune all’uomo e alla donna. Perciò l’ingresso nello stato matrimoniale per l’indù è più di una semplice legittimazione alla procreazione. E’insieme l’ingresso nella fase delle azioni rituali e l’inizio del secondo e più importante dei quattro stadi della vita, in base ai quali gli indù dividono la vita.
In questo stadio si incomincia ad adempiere i propri doveri ereditari nei confronti dei genitori, degli antenati e degli dei; doveri ai quali si è stati accuratamente preparati nel primo stadio della vita, brahmacarya, riservato all’acquisto del sapere religioso e all’esercizio rituale.
Quando in seguito, i figli saranno divenuti grandi e integrati a loro volta nella tradizione rituale religiosa, e quando, infine, nipoti saranno cresciuti e divenuti autonomi, incomincerà per gli sposi, che ora sono divenuti nonni, il terzo stadio della vita, vanaprasthya. Un tempo ci si ritirava nel silenzio della foresta, ci si nutriva soltanto di frutta e radici, si praticava l’ascesi e si studiavano i testi sacri. Oggi generalmente si rimane in casa; permane comunque una tendenza a una più intensa attenzione ai doveri religiosi.
Non è obbligatorio entrare nel quarto ed ultimo stadio della vita. Una volta però che vi si sia risolti, si diventa samnyasin, cioè uno che allontana da sé tutto, compresi i diritti e i doveri nella società. Anche le donne possono diventare samnyasin.
La sua contemplazione di Dio deve diventare così intensa e il suo pensiero  deve fissarsi in maniera così stabile in lui che egli non se ne distacca nemmeno nel momento in cui lo sorprende la morte.
In Italiano abbiamo diversi termini per esprimere il concetto di rinascita, samsara; eppure nessuno è fino in fondo adeguato per esprimere quello che la tradizione indù intende con tale concetto. Per l’indù non esiste l’unità del copro e dello spirito che rinasce, ma solo una sua parete, solo il Jivatman, che è una particella del divino in noi.
Quindi è scorretto parlare di reincarnazione perché non esiste un corpo immutabile, così come è inadeguato il termino metasomatosi, il soma cambia, non è lo stesso.
Anche il concetto di trasmigrazione è scorretto in quanto l’anima non si limita a trasmigrare ma assume delle modificazioni per effetto del peso karmico.
Il primo accenno di questa "teoria" la troviamo nelle Upanisad, trattata in maniera ancora esoterica; il ciclo delle rinascite determinato dalle azioni che sole sopravvivono alla sparizione dell’individuo è una verità che "non è da farsi in pubblico".
Ognuno  è tenuto ad osservare il suo dharma, il suo dovere. Ogni ente deve vivere la sua collocazione ontica nel cosmo e nella gerarchia degli esseri. L’atto, il karman, può essere secondo il dharma o contro. Osservando il dharma l’uomo si conserva, andando contro di esso l’uomo si distrugge. Ogni atto è dunque effetto di un’azione precedente e causa di un’azione susseguente. Qualsiasi atto, buono o cattivo, lascia dei risultati residui, karmasaya. Quando un uomo muore, tutti i residui che rimangono nel pensare, nel volere e nel sentire, il citta che è parte di prakrti, si uniscono a purusa, entro un feto e vi producono un corpo proporzionato.
C’è il sancita-karman che consiste nella somma totale del peso karmico accumulato nelle reincarnazioni passate; il praradha-karman, che è il peso karmico assegnato per la reincarnazione attuale e che ha cominciato a produrre il suo effetto; c’è l’agamo-karman, che è il peso karmico accumulato ulteriormente durante la vita presente.
Molti pensatori indù sostengono che la dottrina delle rinascite risponde all’interrogativo dell’anima indù sul problema del dolore, delle differenze e delle diversità tra gli esseri. L’esigenza di giustizia è così soddisfatta: siamo noi esseri umani i responsabili delle nostre disgrazie. Quegli indù che sono teisti e credono in un Dio personale che in qualche modo è anche creatore discolpano Dio da ogni contaminazione o responsabilità del male nel mondo facendo notare che Dio ha creato il mondo per gioco. Lila è il gioco eterno di Dio; così facendo però il problema del dolore è solo spostato e non risolto: poteva esserci un altro gioco di Dio, con cui non fosse connesso il male della creazione?
La dottrina delle rinascite offre una buona spiegazione ma solo in quanto guarda il male dalla parte dell’uomo.
Vale la pena di soffermarci su un gesto rituale da secoli diffuso nel subcontinente indiano che è già significato nella Bhagavadgita: la puja quotidiana che si celebra nelle case e nei templi.
La sua origine etimologica è molto incerta, alcuni studiosi la fanno derivare dal termine dravidico pucu-pusu che significa dipingere, intonacare, ungere. La sua origine va storicamente collocata verso il 320 quando i Gupta cominciarono ad unificare il Nord India, favorendo la diffusione del culto delle immagini e degli dei. La puja non sostituì completamente il sacrificio vedico che in alcuni casi continuava ad essere celebrato. Tuttavia a poco a poco puja diventò culto regolare nei templi e nelle case private. La puja può essere descritta come un modo convenzionale di onorare e di venerare. Questo comportamento caratterizzò l’uomo indù come segno di rispetto, sottomissione, accettazione di una persona o di una realtà simbolica. Ci sono puja quotidiane, periodiche e annuali.
Il devoto sivaita si alza al mattino novanta minuti prima del sorgere del sole. Si siede in modo confortevole, guardando verso la direzione Est e Nord, pone le sacre ceneri sulla sua fronte e medita su Siva. Poi eleva il suo canto mattutino secondo le norme contenute negli Agama, fa il bagno sacro nel fiume e recita la Bhairava prarthana. Ci sono due tipi di Siva puja: atmarthapuja, che si svolge nelle case dal capo famiglia, pararthapuja, che si svolge nel tempio da un sacerdote.
Atmarthapuja è formata da un certo numero di gesti (mudra) e inni:
1- Purificazione del luogo di culto con aspersione di acqua recita degli astra-mantra.
2- Venerazione di Ganapati o di Vighesvara e del guru.
3- L’adoratore seduto sul tavola recita gli asanamantra e formula l’intenzione, samkalpa.
4- Jala suddhi: il devoto guarda l’acqua - asperge l’acqua - chiude il vaso dell’acqua -    copre il vaso dell’acqua - recita kavaca-mantra - unisce le mani - si protegge dagli       influssi malefici - erige nella sua mente una parete di fuoco recitando l’astra-mantra.
5- Il devoto tocca le dodici parti del corpo e le consacra con un gesto sacro.
6- Si purifica le mani.
7- Purifica le ceneri recitando il kala-mantra.
8- Si impiastra con le ceneri
9- Segna con le ceneri le linee sulla fronte, il petto, le braccia, ecc..
10- Recita il kavaca- mantra.
11- Rimuove le impurità con acamana.
12- Il devoto mentre respira medita pregando che il suo corpo raggiunga l’unità col Dio.
In questa prima fase del rito ci si prefigge due scopi: la purificazione e la concentrazione meditativa per raggiungere l’unità con la divinità.
Comincia poi la seconda fase che consiste in esercizi di respirazione, canto di inni e recitazione. Il devoto tiene Siva tra le sue braccia poi lo mette in contatto con sei parti del corpo, Sadanga: le due braccia, le due gambe, la testa e la vita.
A questo punto comincia la puja vera e propria che consiste in cinque, dieci o sedici forme di culto a secondo delle tradizioni.
1- L’invocazione o benvenuto al Dio.
2- Preparazione del trono per il Dio.
3- Avvicinamento al Dio.
4- La puja propriamente detta: il culto-adorazione.
5- La conclusione.
La puja strettamente intesa consiste nelle cinque offerte corrispondenti ai cinque elementi del mondo, i cinque upacara consistono in sei elementi simbolici: l’acqua (la relazione che il servo deve avere con il suo padrone), il sandalo (la fiducia dell’amico fedele), i fiori (adorazione della divinità),         l’incenso (amore intenso, la bhakti), la luce (la retta conoscenza), il cibo (la realizzazione            dell’identità tra colui che compie l’atto di culto e il Dio cui il culto è rivolto).
La paratha puja secondo gli Agama deve essere celebrata nel tempio sette volte al giorno, alle 5, al mattino presto, alle 9, alle 12, alle 18, alle 20 e alle 22.
Il sacerdote compie  alcuni riti sacri preliminari, si reca al santuario, venera il Dio, apre il tabernacolo, verifica se c’è il materiale necessario. Purifica il pavimento, aspergendolo d’acqua e adora il sole. Mentalmente prepara i diversi troni per la discesa del Signore: il trono per ungerlo, la sede di loto per le offerte, il trono per i doni e i posto per la musica e le danze. Segue l’unzione del lingam. Poi il sacerdote compie i cinque gesti rituali:
1- Lava i piedi al Dio con acqua appositamente preparata con fiori.
2- Offre l’acqua perché sia sorseggiata.
3- Prepara l’acqua profumata.
4- Offre l’incenso e la luce.
Segue japa, mantra-iapa e la meditazione. Infine c’è la circumambulazione, pradaksina, attorno     all’immagine e la prostrazione.
Quando la puja è terminata le singole persone o gruppi portano le loro offerte, arcana, e infine viene distribuito il prasada.
Nella puja la divinità è creduta presente con tutta la sua vitalità. L’immagine diventa in qualche modo il corpo del Dio, secondo alcuni. Si tratta di una specie di "incarnazione" o discesa. La purezza rituale della persona e del luogo è una condizione per la discesa della divinità, la quale discende in qualche modo anche in colui che compie il culto. Nel sud dell’India, nell’area tamil, il sacerdote dopo essere entrato nel santuario e aver compiuto tutta una serie di atti purificatori è trasformato in Siva, perché la scritture dicono che bisogna diventare Siva per essere in grado di offrire il culto a Siva.
Anche il rituale dei visnuiti del sud viene svolto in due modi: tra le pareti domestiche, Svarthajana, e nel tempio, Pararthayaiana che a sua volta si trova in due forme: Pancaratra e Vaikhanasa.
Se confrontiamo in modo generale il culto visnuita e quello sivaita, vi troviamo molte somiglianze; le differenze riguardano piuttosto i dettagli. Nelle comunità visnuite si nota una propensione verso pratiche tantriche; è noto che secondo la prospettiva indù il rituale si prefigge risultati intramondani.
Il culto visnuita tende a concepire Dio in modo più antropomorfico del culto sivaita. Facendo puja ciascuno si realizza nell’ordine gerarchico della realtà. E poiché la possibilità di caduta e di perdere la certezza che deriva dalla fedeltà all’ordine cosmico-gerarchico è minacciata ogni giorni, la puja deve essere giornaliera.
Nella puja domestica il Dio è ricevuto come un ospite e durante i vari momenti della giornata è trattato secondo le necessità dell’ospite. Già nei tempi antichi Dio è considerato un ospite: "Io canto al Signore, l’ospite più amato". Gli ospiti sono come dei e gli dei sono sopiti tra gli uomini. Gli dei sono parte del mondo in cui l’uomo vive. Essi vengono da lontano, come un viaggiatore che arriva da una terra lontana. Essi assumono anche modalità diverse di presenza che sono le diverse visite che fanno all’uomo. Per questo l’idea di puja include le idee di servizio, rispetto e onore.
L’immagine aiuta il devoto a trattare Dio come persona proprio nell’adorazione amorevole della puja. Quindi la puja è simbolo dell’aspetto personalistico di Dio, colto ad un certo livello della esperienza coscienziale e del simbolismo dell’ospite che l’uomo riceve a casa. Il simbolo unisce mentre trascende.
I guna agiscono sull’uomo determinando anche tre diversi atteggiamenti di culto: il dono satvico è quando si offre a coloro che non possono ricambiare, poveri, mendicanti, orfano e vedove. Il dono rajasico quando è offerto con l’attesa di scambio o con l’aspettativa di una ricompensa da parte degli dei, secondo la legge del karman. I dono tamasico quando è fatto in tempo e spazio non adatti, o è motivato da cattivo atteggiamento o disprezzo.

 


H. Kung - H. von Stietencron, Cristianesimo e religioni universali, Mondadori, Milano 1986, p.169-193.

G. Favaro, Induismo, Pro manuscripto, Milano 1993, p. 7-8.

M. Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, Borla,  Roma 1968, p. 148-153.

G. Favaro, Induismo, cit., pag. 13-17.

M. Eliade, Miti, sogni e misteri, Rusconi, Milano 1976, p. 60-65.

M. Eliade, Immagini e simboli, Jaca Book, Milano 1991, p. 58-59.

H. Kung - H. von Stietencron, Cristianesimo e religioni universale, op. cit., pag. 227-228.

H. Kung - H. von Stietencron, Cristianesimo e religioni universali, op. cit., p. 65-66.

Ibid., pag. 264.

H. Kung - H. von Stietencron, Cristianesimo e religioni universali, op. cit., pag. 225-226; 229.

Ibid., pag 240.

G. Favaro, Induismo, op. cit. pag. 78-81.

H. Kung - H. von Stietencron, Cristianesimo e religioni universali, op. cit. pag 241-242.

G. Favaro, Induismo, op. cit. pag. 81-87.

G. Favaro, Induismo, op. cit. pag. 168-172.

H. Kung - H. von Stietencron, Cristianesimo e religioni universali, op. cit. pag. 290-293.

G. Favaro, Induismo, op. cit., pag. 18-28.

G Favaro, Induismo, op. cit., pag.134-162

 

Fonte: http://www.liceomeda.it/new/documenti/materialedidattico/religione/induismo.doc

 

Induismo


Tratto da C. Gobbetti “Nel Silenzio del Mistero” da p. 529 - 542
§ 466 Generalità
L'induismo può essere considerato la religione più antica del mondo. La parola induismo deriva da indù, che gli stranieri (specie musulmani) hanno dato agli abitanti della terra oltre il fiume Sindhu (indù) nell'attuale India.
Vicino al Gange, il fiume più grande dell'India, sono state scoperte alcune tracce di civiltà protostoriche indù, dalle quali l'India sembra derivare il suo nome; i reperti sembrano risalire al IV - III millennio a.C.
L'attuale India è un sottocontinente asiatico cinque volte più vasto della Francia: il suo punto più largo è di 3200 Km, pari alla distanza Londra - Mosca. La sua popolazione, secondo il censimento del 1991, è di circa 843.931.000 abitanti e corrisponde a quella dell'intera Africa e delle due Americhe: un quinto dell'umanità!
In realtà l’induismo non è una religione, ma l’insieme di tante spiritualità spesso dipendenti da molte dottrine in comune. L'India ha dovuto assimilare, nella sua lunga storia, una complessa moltitudine di popoli, di costumi, di civiltà, di lingue, di religioni diverse: per questo viene considerata una delle civiltà più ricche di saggezza umana del mondo. Possiede innumerevoli ricchezze artistiche e spirituali dovute a una plurimillenaria meditazione. L’induismo si è sviluppato in due grandi epoche storiche: quella più antica detta vedismo e quella successiva detta bramanesimo.
L'epoca Veda va dal 1500 al 500 a.C. e vede nascere i quattro testi Sacri dell’induismo: i famosi Veda (il sapere).
Poi abbiamo il periodo storico in cui si formano i “sacerdoti” dell’induismo detti bramini o brahmani. Detto periodo è denominato bramanesimo: va dall’800 a.C. al 500 dopo Cristo.  Il nome deriva da Brahama (il Dio “Creatore”). Brahman è l’Assoluto, tutto quanto esiste, la forza suprema del cosmo, lo spirito universale. Più che una religione, il bramanesimo è un insieme di movimenti religiosi che riconoscono il carattere sacro degli antichi testi sacri Veda. Tali movimenti si opposero al buddismo e al giainismo facendone proprie alcune dottrine. Il diffondersi dei Brahamana (testi sacri per i “sacerdoti” indù) e delle Upanisad (commentari) permise ai sacerdoti (“bramani”) di acquisire un'autorità indiscussa fino ad essere i più importanti depositari dei “magici” riti sacrificali.
Successivamente (nel V sec. a.C.) iniziarono a predominare certe divinità che nei testi sacri Veda erano considerate di secondo piano: Vishnu e Siva con Brahma. In questo periodo si sviluppò la dottrina del Karman, dell'Atman, della trasmigrazione delle anime (Samsara).

§ 467 I libri Sacri dell’induismo: i Veda

  • Il primo, il più importante e il più antico è il Rg - Veda (“il sapere messo in versi”). E’ una collezione di 1.028 inni in sanscrito antico (sanscrito vedico) destinati al canto durante le cerimonie liturgiche. Ciascun inno è dedicato a una particolare divinità, in modo che il fedele possa rivolgersi al Dio giusto nel momento giusto.
  • Per facilitare la scelta, gli inni (detti sùkta) sono stati tramandati e raggruppati in dieci mandala (cerchi rituali). L’opera è di grande bellezza lirica e suggestiva. La composizione del Rg Veda risalirebbe al 1500 a.C.; secondo alcuni studiosi gli “inni” (i sukta) più antichi precederebbero di molto l'invasione ariana in India, dovendosi attribuire al III o addirittura al IV millennio a.C.
  • Il secondo libro dei Veda è il Samaveda, che raccoglie canti sacrificali connessi con la scienza magica indiana.
  • Il terzo libro è lo Yajurveda e vi contiene le formule sacrificali con carattere magico.
  • Infine vi è il quarto libro detto Atharvaveda, una raccolta di inni, preghiere magiche ed espiatorie (liberatorie o purificatorie), incantesimi, enigmi, formule magiche in prosa cadenzata e in poesia. Fornisce interessanti informazioni sulla medicina indiana primitiva.

Essendo i Veda di difficile interpretazione per la loro ricca simbologia enigmatica, hanno bisogno di commentari:

  • I Brahamana (scritti fra il X e l'VIII sec. a.C.; descrivono la liturgia, le parole rituali, soprattutto sacrificali fatte dai soli sacerdoti detti Brahamani).
  • Le Upanisad, fanno parte dell'ultimo periodo della letteratura vedica e sono i testi più filosofici.

Si definisce Vedanta la dottrina salvifica, diffusasi in India verso i sec. VI-VII d.C., la quale riconosce l'autorità dei Veda. La salvezza vedantica consiste, secondo la tradizione indiana, nella “liberazione” o moksha la quale si raggiunge non tanto mediante il rito liturgico, ma piuttosto mediante la “via del sapere superiore” (jñanamarga), fondata sostanzialmente sulle meditazioni delle Upanisad (commentari dei veda).
Ai quattro Veda e ai due commentari i Brahamana e le Upanisad aggiungiamo, tra una massa di altri scritti, una grande epopea indiana: il Maha Barata, chiamato anche “il V  Veda”, che comprende il celebre “Canto del Beato”: la famosa Bhagavad Gitaalla quale si ispira la spiritualità della gran parte dei movimenti religiosi indiani. Osserviamo ora alcune caratteristiche sulle dottrine degli induisti.

§ 468 IlSamsara (la reincarnazione).
Il Samsara è il pensiero indiano secondo il quale l'anima di un morto ritorna a vivere sulla terra in un nuovo corpo: la reincarnazione delle anime o, come a volte si afferma, la metempsicosi (dal greco metampsýchosis, passaggio dell'anima da un corpo all'altro). Ricordiamo che la reincarnazione è una convinzione molto diffusa anche in molte tribù “primitive” africane e nell’antichità classica. Secondo il Samsara, la vita è il risultato dei meriti o dei demeriti acquisiti nella vita precedente. Questa dottrina divide ideologicamente la struttura sociale in caste come spiegheremo più avanti, in quanto la nascita in una casta o nell'altra è determinata dal comportamento nella vita precedente.

§ 469 Brahman(lo spirito universale)
Un’altra convinzione della dottrina e della morale indù è che il mondo abbia una grande “anima universale” Brahman (l'Unità, l'Assoluto), alla quale tutto tende per unirsi ad esso. Dal Brahman furono emanate (non create) tutte le cose, compresi gli dei. Il Brahman è fin dai tempi del Rgveda (l’antica raccolta degli scritti sacri Veda) il pilastro della filosofia indiana di tutti i tempi, per la quale tutto ciò che si è emanato dal Brahama (il Dio da cui ha avuto inizio il cosmo) deve tornare ad esso. Non trovate una lontana somiglianza con la teoria scientifica occidentale del big bang? Nei prossimi articoli spiegheremo di che cosa si tratta, quando confronteremo i diversi modi di pensare l’origine dell’universo nelle religioni.
Per unirsi con l'Essere Eterno (il Brahama), l'anima deve raggiungere un grado supremo di purezza. E' costretta perciò a reincarnarsi ripetutamente nella materia (il corpo) finché non abbia conseguito la purezza necessaria.
L’anima è sempre pura in quanto è libera dalla materia. La meditazione, l’ascesi, le opere buone e positive, il non far del male a sé stessi o agli altri, permettono al sé individuale di diventare un tutt’uno col sé universale e di cessare il suo peregrinare da un corpo all'altro per unirsi con l'Assoluto.

§ 470. Atman (lo spirito individuale).
L’Atman è l' “anima” o lo “spirito” individuale. Dapprima sentita come respiro-spirito, o forza vitale che anima i corpi; poi, nella meditazione del pensiero sacerdotale, divenne l'anima individuale.
Il concetto di Atman assunse un'importanza decisiva nella storia religiosa dell'India quando, con le Upanisad, si giunse a identificare l' Atman, (“anima individuale”), con il Brahman, (“anima universale”). La religione indiana incominciò così a cercare la realizzazione dell'identità fra “spirito” individuale e “spirito” universale.
Nel politeismo l’uomo e il mondo erano visti come realtà distaccate; ora si pensa all’unione.

§ 471 Il Karman (la forza dell’azione).
Abbiamo scritto che nell’induismo l'esistenza è pensata come un'infinita successione di rinascite (il Samsara). Il motivo è da ricercare nella dottrina del Karman, la quale appare per la prima volta nelle più antiche Upanisad (sec. VI a.C.). La sorte di un individuo, dopo la morte, non dipende dalle pratiche di culto, ma dal Karman che è il frutto di ogni azione, sia positiva sia negativa. Dalla prevalenza di una forza dell’azione umana (Karman) sull'altra, dipende la condizione in cui si dovrà rinascere dopo la morte.
Per usare un linguaggio a noi familiare il Karman è la condotta umana che incide sulla vita successiva dopo la rinascita.
La dottrina del Karman insegna che le azioni umane producono determinate situazioni. In pratica si raccoglie ciò che si semina o si ha seminato. Se l’azione è stata buona, e non ha danneggiato se stessi o gli altri, renderà la vita più facile, più sana e accelererà la corsa verso l’evoluzione “cosmica”.
Viceversa, se l’azione è stata negativa (si è creato danno a sé stessi o agli altri) si raccoglierà sofferenza. Questa sofferenza si manifesta attraverso malattie, fallimenti, liti, perdita di denaro, depressione, ecc.
Non vi è una maledizione o un giudizio divino; semplicemente ognuno raccoglie ciò che semina con il suo comportamento. Vi è una piccola parte di scuola popolare che, per spiegare il Karman, predica quanto segue, ma più per farsi capire: chi ha rubato il grano rinascerà topo; chi ha rubato la carne come avvoltoio; l'uomo crudele rinascerà tigre; l'invidioso cieco; il calunniatore muto ecc. Oggi è pensiero comune che le rinascite sono solo verso uno stadio di vita superiore o migliore (in evoluzione) o, al limite, simile alla vita precedente, ma non retrocedono in un topo, in un avvoltoio o in un altro. E’ tutto in lenta evoluzione. La dottrina del Karman è una cosa, l’uso che se ne è fatto con la popolazione semplice, è un’altra.

§ 472 Le caste e i paria
Dalla dottrina della reincarnazione (il Karma e il Samsara) si arriva a quella delle caste (Varna) a cui l'uomo appartiene proprio in seguito alla reincarnazione della sua anima. La tradizionale suddivisione in categorie di persone superiori o inferiori della società indiana, non viene attribuita al caso (o a privilegi genetici), bensì al Karman prodotto dall'individuo nella sua vita precedente. La casta è una classe di persone che per nascita, per ceto sociale o per la professione esercitata, si ritiene separata dagli altri e perciò gode o pretende di godere dei privilegi. Il termine indiano varna (colore) per indicare le caste, fa supporre un motivo razziale alla base del sistema di vita sociale (gli Arya erano biondi e di carnagione chiara, mentre i Dravida erano scuri).
In origine le caste erano quattro:

  • brahmana, usciti dalla testa del Dio Brahama, erano i sacerdoti e gli studiosi dei Veda;
  • ksatriya, usciti dalle sue spalle, erano i politici e i nobili guerrieri;
  • vaisya, usciti dal suo ventre, erano gli uomini liberi, gli agricoltori, gli artigiani e commercianti;
  • sudra, usciti dai suoi piedi, erano gli schiavi, e i servi.

L'ultimo posto nella società indù spetta ai “fuori casta”, i paria o “intoccabili” (da Parayan, gruppo della regione indiana di Madras vicino al Golfo del Bengala).

§ 473 Chi sono i fuoricasta o i paria?
I paria sono individui, che per i loro mestieri (becchini, macellai, conciapelli, lavandai) e per le loro abitudini (specie alimentari) non sono accettati nella società indù.
L'intoccabilità deriva essenzialmente dal lavoro svolto dall'individuo: per esempio i macellai sono considerati paria perchè uccidere qualsiasi animale è un crimine; così l'orrore della morte e della contaminazione che deriva da ogni contatto con essa, spiega la posizione di paria occupata da becchini, conciapelli, ecc.
Oltre che intoccabili, i paria sono anche inavvicinabili: il contatto con caste inferiori, e soprattutto con i paria, causa contaminazione. I paria sono relegati ai margini della società, senza diritti e spesso molto sfruttati.
Nel corso dei secoli crebbe il prestigio dei “sacerdoti” bramani; essi riuscirono ad imporre l'idea che l'induismo coincide con la loro ideologia di casta, nella quale Vishnu e Siva sono considerati i maggiori dei, mentre le divinità delle varie famiglie o dei vari villaggi ne costituiscono semplicemente delle loro caratteristiche.
La “dottrina” del sistema castale è stata messa in discussione in ogni epoca dando origine a due atteggiamenti:

  • quello di chi rifiutava l'idea di una gerarchia religiosa delle condizioni di vita sociali, dando vita a numerose sette;
  • quello di chi, pur accogliendo l’idea della divisione in caste, proclamava che l'unica via di salvezza non dipendeva da essa, ma “dalla rinuncia al mondo”.

Nel corso della storia, le caste si sono moltiplicate e suddivise in categorie sociali insuperabili. L'India possiede oggi 4.800 caste: le caste Bramaniche con solo 15 milioni di membri, si suddividono in 1.866 sotto caste. Tuttavia alcuni studiosi ritengono che le caste furono, grazie alla loro rigida chiusura, un ottimo mezzo di difesa passiva degli hindu contro gli invasori musulmani. Il contatto con le idee occidentali, l'avvento dell'industrializzazione, l'opera svolta da tanti riformatori (tra cui Gandhi) dall'Ottocento in poi, ha portato all’eliminazione delle caste a livello giuridico. Di fatto invece il sistema perdura, almeno nelle piccole città e nei villaggi.

§ 474. I fuori casta italiani.
I fuori casta non esistono solo in India ma anche, in modo più raffinato, in occidente compresa l’Italia e, purtroppo, non solo in certe località ben civilizzate politicamente, ma anche in certe parrocchie.
Chi potrebbero essere i fuori casta italiani?
Ognuno si faccia il suo serio esame di coscienza anche nel nostro quartiere o paese “democratico”.
Madre Teresa di Calcutta, come molti altri personaggi meno popolari di lei anche appartenenti ad altre religioni, hanno avuto il coraggio di andare contro corrente e di amare i fuori casta non solo dell’India, ma anche le persone trattate come tali anche in occidente; persone sole e rifiutate, gli emarginati, i barboni, le prostitute, i drogati, i sieropositivi, i divorziati, gli extracomunitari, i bambini illegittimi, gli ex carcerati o gli zingari, l’elenco potrebbe essere interminabile e suscitare seri dibattiti per realizzare qualche piccolo intervento concreto.

§ 475 Il dharma: l'ordine morale
Nell’induismo tutti i compiti, i doveri, le facoltà, le attribuzioni assegnati a ogni singola persona, la condotta morale, vengono chiamati dharma. Se si trasgredisce il proprio dharma, o si danneggia il dharma altrui, si cade nell'impurità e nella disgrazia. L'indù deve rispettare tre leggi fondamentali di “retta” condotta:

  • La legge delle caste.
  • La legge degli stadi della vita.
  • Una volta uscito dall'infanzia, l'indù bramino deve percorrere successivamente, nel corso della sua esistenza, quattro stadi: studente, maestro di casa, eremita, religioso errante.

§ 476 La legge di condotta individuale.
Purezza; padronanza di sé, distacco, lealtà, non violenza. La non violenza o il non danneggiare: “ahimsa”, consiste nel rispettare tutti gli esseri viventi, anche gli animali. Gandhi l'ha utilizzata efficacemente contro gli inglesi come strumento di resistenza politica, per la liberazione dell'India.

§ 477 Il moksha:la salvezza
E’ la dottrina della liberazione dal ciclo delle rinascite (reincarnazioni). Presente alla fine del periodo upanisadico, produsse movimenti ascetici e diverse religioni quali il buddismo e il giainismo. Tutto il problema è dunque liberarsi per sempre dalla dipendenza karmica della rinascita. Come? Le principali vie di salvezza sono tre:

  • l'azione ( il compimento del dovere, l’azione positiva, il dharma);
  • la conoscenza (la liberazione dall'ignoranza, la conoscenza delle leggi di natura che governano l’universo);
  • la devozione (l’adorazione amorevole per la divinità).
  • Tale “devozione” può essere “modernamente” interpretata come il “rispetto” per sé stesso e per gli altri; il non esprimere giudizi su chi la pensa diversamente (che è poi la base delle caste, purtroppo, e del razzismo in generale); non presumere di essere ad ogni costo nel giusto.

§ 478 Le divinità indù
L’induismo non ha un fondatore, e neppure esiste una “Chiesa” indù.
L’induismo non è un'organizzazione religiosa accettata universalmente. Ogni comunità familiare pratica un culto ereditato dalla tradizione; i gesti compiuti, le preghiere recitate derivano da un rituale consuetudinario.
Non solo, ma ogni individuo si regola a modo suo nella vita di tutti i giorni: non deve seguire comandamenti divini, perchè gli dei sono numerosi e spesso rivali tra loro. Non esistono comandamenti di una “Chiesa”, perchè non esiste un’organizzazione religiosa che possa legiferare. Ciascuno, nel proprio comportamento, deve piuttosto riferirsi alla Norma Eterna, considerata come una specie di morale inserita nel “cuore” di ogni individuo (il dharma, la buona condotta). Alcune caratteristiche sono però comuni a tutti gli indù; oltre alla venerazione verso molteplici divinità, vi è il rispetto per la vacca e la fiducia nell'efficacia dei riti.
In India, la vacca è uno degli animali sacri per eccellenza e viene lasciata vagare liberamente nelle città o nei campi; non è lecito né ucciderla né cibarsi delle sue carni, ma solo di utilizzare il suo latte e il suo sterco.
Nei testi sacri Veda, la vacca sacra appare spesso con il nome di aghnya.
TRIMURTI
Fra le divinità indù assumono particolare importanza Brahama chiamato anche Ishvara, “il solo e unico Dio” che prende i nomi di:
Brahama (il “Creatore” emanatore o colui dal quale è iniziata la grande aurora cosmica, la nascita).
Simbolo è il cigno, l’aspetto femminile più conosciuto è la dea Sarasvati (dea della saggezza, della sapienza, è venerata dagli studenti).
Vishnu(il Conservatore dell’ordine cosmico)
Simbolo è l’aquila Garuda, l’aspetto femminile più conosciuto è la dea Lakshmi, la dea della bellezza e della ricchezza. Ogni periodo di disordine, scende in forma di avatara a ristabilire l’ordine iniziale es. Krishna.
Siva  (il distruttore e il rigeneratore, colui che danzando distrugge e feconda)
Simbolo è il toro Nandi. Fra gli aspetti femminili più famosi ricordiamo Durga sul leone, Kalì con la lunga lingua infuocata, Parvati con il figlio Ganesh (o Ganapati, il nano con la testa di elefante).
Brahama, Visnu, e Siva costituiscono la triade divina detta Trimurti (“triplice forma”). Non confondiamo la Trimurti con la SS. Trinità dei cristiani. Qualora si volesse cercare una lontana premonizione della SS. Trinità nella dottrina induista di Dio, la si può scorgere nella meditazione del Dio Personale (il sé) Ishavara definito come Sat - Chit - Ananda: Sat = puro essere;   Chit = puro pensiero;   Ananda = Beatitudine pura.
I “discendenti” o le incarnazioni di Vishnu, il conservatore del mondo, permettono di adorarlo sotto forma di pesce, tartaruga, nano, cinghiale, leone o sotto il volto di Rama, di Krishna.
Siva è ambivalente. Con la sua danza cosmica, distrugge l'universo per ricostruirlo.

§ 479 Chi sono gli Hare Krishna?
A volte può capitare di incontrare lungo le vie delle città italiane alcuni “strani” personaggi dalla testa completamente rasata che cantano o danzano e a volte regalano libri. Li chiamano gli Hare Krishna, in Italia è famosa una comunità che vive vicino a Firenze, ma vi sono comunità minori anche in altre città italiane. Ma chi sono gli Hare Krishna?
Krsna o Krishna è considerato l’ottava incarnazione (avatara) dello stesso dio Visnu, quella del dio pastore.
Il suo nome significa “nero”. Nonostante la sua nobile origine, fu allevato come vaccaro ma, alla fine della sua vita, entrò in possesso della sua eredità e governò saggiamente. Krishna è anche il personaggio principale della Bhagavadgita (una parte dei testi sacri Veda) a cui si rifanno gli Hare Krishna. La Bhagavadgita è composta da tre sezioni distinte che espongono le tre vie tradizionali dell'induismo per raggiungere la realizzazione di se stessi e l'unione mistica con la divinità: quella dell'azione (karman), quella dell'amore (bhakti) e quella della conoscenza (jñana). Il messaggio fondamentale di salvezza (le tante vie che portano alla divinità) è collegato con il culto di Krishna ed è fissato nel Bhagavadgita. Krishna è venerato come massima espressione di uomo oltre che di divinità. Egli è la personificazione della “salvezza”.
Per i fedeli incolti, invece, Krishna è l'azione stessa salvifica ed è spesso inteso come taumaturgo e distruttore di malvagi e demoni. La venerazione di Krishna, si esprime soprattutto misticamente, in forma di amore assoluto verso la divinità (bhakti). Nel 1966 A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada (nato nel 1896 a Calcutta in India), fondò a New York l’associazione internazionale per la coscienza di Krishna la quale poggia su una interpretazione della Bhagavadgita
Il fondatore propone una vita spirituale abbastanza semplice che consiste nel ripetere indefinitamente queste 16 parole:
Hare Krishna  Hare Krishna  Krishna Krishna  Hare Hare  -  Hare Rama  Hare Rama  Rama Rama  Hare Hare”.
Questo mantra (parole cariche di potere o di una forza particolare) ha come conseguenza il risveglio della coscienza di Krishna permettendo su tale divinità l’amore del fedele.
Si tratta di un canto di liberazione spirituale, che gli Hare Krisna credono sia in grado di elevare non solo chi lo canta, ma anche chi l’ascolta. Il mantra dell’Hare Krisna, costituito da 16 parole, deve essere ripetuto 1.728 volte al giorno da ogni fedele. Per essere certi che il conto sia esatto si fa ricorso a una collana di 108 grani simile alla corona del rosario per i cristiani cattolici. Ad ogni grano si recita il mantra, e percorrendo 16 giri si ottengono i 1.728 mantra desiderati.
Il fondatore del movimento Prabhupada ha compiuto gli studi presso le università di filosofia, di scienze economiche e di lingua inglese, ed è stato dirigente industriale fino al 1954. Nel frattempo fu influenzato da un astronomo e matematico guru dal quale ricevette la consacrazione divina nel 1936 e l’incarico di promuovere la “Scienza della coscienza amorevole di Krisna” nel mondo occidentale.
Nel 1950 si separò dalla sua famiglia e si ritirò come “eremita della foresta” a Vrndavana, dove vi è l’antico eremo dedicato al culto di Krishna; in quell’eremo morì nel 1977 all’età di 81 anni.
Nel 1965 lasciò l’India per diffondere il suo messaggio in America, per poi propagandarlo nel resto del mondo. Aveva iniziato la sua opera di diffusione spirituale a New York recitando e cantando i suoi primi mantra. Nella città americana insegnò presso un centro yoga frequentato prevalentemente da hippies e da intellettuali. Gli Hare Krisna ritengono che chiunque invochi sinceramente il nome di Krisna anche una sola volta nella vita, può essere liberato dai suoi “peccati” e messo nelle condizioni di non commetterne altri. I mali e i problemi del mondo sarebbero l’effetto dell’ignoranza di Krisna da parte degli uomini. Gli appartenenti al movimento sono tenuti alla rigida osservanza di quattro principi comportamentali:

  • Una vita alimentare rigidamente vegetariana che esclude qualsiasi tipo di carne, di pesce e di uova. Gli alimenti consentiti possono essere consumati solo dopo averli offerti a Krisnha chiedendone la prasada (“grazia”).
  • L’assoluta astinenza da qualsiasi sostanza inebriante o stupefacente (tabacco, tè, alcolici, caffè, droghe).
  • Una vita sessuale che escluda qualsiasi rapporto extraconiugale e finalizzata alla sola procreazione con una frequenza non superiore a un rapporto al mese.
  • L’astensione a qualsiasi gioco d’azzardo e dagli sport eccessivamente agonistici.

Gli Hare Krishna sposati, chiamati adhicarin, indossano una veste bianca la quale, nelle donne, è simile al sari indiano.
I non sposati, chiamati brahmacarin, indossano una caratteristica veste color giallo zafferano. I membri maschi sono rasati completamente sul capo, a eccezione di una treccia, detta sikka. I bambini frequentano una scuola specifica organizzata dal movimento e ispirata all’amore devoto per Krisna. Per entrare nel movimento degli Hare Krishna occorre superare un periodo di prova della durata di circa sei mesi. Se si è giudicati idonei si procede alla cerimonia d’iniziazione e il nuovo membro della comunità, davanti a un fuoco ardente, riceverà un nuovo nome spirituale e tre fili di perle che dovrà portare per tutta la vita. Passati altri sei mesi si potrà prendere parte alla seconda iniziazione, detta del brahmano nel corso della quale si apprende un mantra segreto che dovrà essere ripetuto tre volte al giorno.
A livello più alto di consacrazione vi sono i sannyasin, i quali sono tenuti al voto di castità e di povertà intesa come totale privazione di ogni piccola cosa. La veste arancione non è una caratteristica specifica degli Hare Krisna, ma dei membri del movimento religioso ispirato agli insegnamenti del maestro spirituale indiano Bhagwan Shree Rajneesh.
Gli Hare Krisna vivono negli asrama, centri rurali in cui vivono una vita rigida e minuziosamente organizzata, onde evitare il più possibile il contatto con il mondo, da loro considerato materialista.

§ 482.Che cosa è lo Yoga?
Lo yoga è una tecnica di concentrazione umana che tende a dominare la realtà. Lo scopo dello yoga è quello di “legare” (o fermare) il divenire per raggiungere la piacevole sensazione dell’essere.
Lo yoga si pone in contrasto al pensiero vedico che è fondato sullo rta, che è proprio “movimento” (e nel quale ogni “arresto” è sentito negativo per l’evoluzione). Rispetto al politeismo vedico, lo yoga realizza una rivoluzione di valori, che potremmo chiamare mistica. Si cerca dentro di sé quello che la religione vedica, mediante le immagini divine, cercava all’esterno dell'uomo.  
Yajnavalkya identificava la sostanza del mondo (Brahman) con la sostanza dell'uomo (Atman).
Su questa linea si rendeva inutile la presenza di certe divinità allo scopo di collegare l'uomo al cosmo.
Anche il culto diventa inutile. La pratica rituale si trasforma in ascesi o, particolarmente, in yoga.
Lo yoga viene assunto come tecnica estatica dalle più diverse correnti dell'induismo, ma esiste anche una sua formulazione assoluta, quasi una “religione” a sé, che viene chiamata convenzionalmente yoga classico. È lo yoga che, probabilmente nel sec. V della nostra era, è stato esposto sistematicamente da Patañjali negli Yogasutra.
Il discepolo che pratica lo yoga si esercita alla padronanza dei sensi, alle prove yoga, a controllare la respirazione, ai metodi di concentrazione e di meditazione. Non va dimenticato che con il termine yoga si intendono correntemente tutte quelle tecniche ascetiche indiane, comuni  sia a varie forme di induismo, sia al Buddismo, con le quali si cerca di attuare la “libertà” dell'individuo dagli stimoli fisici e psichici, esterni o interni,  per portarlo a un'assoluta integrità spirituale e alla realizzazione, attraverso la meditazione e la concentrazione, dell'estasi.

§ 483 I maestri dell’induismo.
Tra le grandi figure dell'India contemporanea merita ricordare:
Tagore, notissimo poeta lirico; Aurobindo filosofo indiano e leader del movimento nazionalista;
Gandhi il noto liberatore dell'India e il suo discepolo Vinoba Bhave, riformatore sociale, il pandit Nehru.
Nel cattolicesimo merita di essere ricordata Madre Teresa di Calcutta premio Nobel per il suo particolare servizio verso i paria e verso i più poveri dei poveri nel mondo.

 

Cap. 5 Induismo e cristianesimo
§ 484. Un confronto con il cristianesimo
Per il credente indù, la storia è un continuo ciclo e i tempi sono segnati simbolicamente dal sonno e dal risveglio di Brahama. Per il cristiano, la storia è centrata sull'incarnazione della Parola di Dio attraverso Gesù Cristo; ed è una lenta preparazione verso il Regno di Dio (il paradiso, la grande “festa” cosmica di Dio con l'uomo), verso il ritorno del Signore detta parusia (dal greco parousía, presenza).
In comune con il cristianesimo, l'induismo insegna il rispetto al sacro, la pratica del raccoglimento, il distacco dei beni che ti abbagliano, ma che passano. L'induismo potrebbe insegnare al cristianesimo come sottrarsi all'agitazione, al rumore, per meditare il vangelo e come amare sé stesso (accettarsi) di più, per poi amare meglio il prossimo. Una bella caratteristica della popolazione indiana (soprattutto nella cultura popolare che è meno integralista o fanatica) è di dare uguale valore alle diverse forme di rito. Un induista che ascolta la messa cattolica, la vive dandole importanza e significato di quando partecipa a un rituale induista o anche musulmano.
Per loro Dio si è manifestato in modi diversi nelle popolazioni geograficamente distanti. Pur non essendo cattolici, sono convinti che “fa bene” partecipare anche alla santa messa quando hanno l’occasione di parteciparvi, oppure a una danza sacra sciamanica, come ascoltare il loro maestro spirituale (guru) o partecipare ai loro propri riti.
Non si tratta di una specie di “toccasana” (porta fortuna), ma dell’abitudine alla pluralità di tante religioni.

§ 485.Gesù e le avatare indù
Per gli orientali Gesù è considerato un’avatara. Che cosa è l’avatara? In sanscrito è la “discesa” di una divinità o una sua incarnazione a scopo salvifico, in particolare di Visnu, che assume forme disparate, soprattutto quando l'umanità o la religione sono in pericolo. Avatara è la “manifestazione” di una divinità o di una sua caratteristica, non la reincarnazione, che è invece la rinascita dopo la morte degli uomini e di tutti gli esseri viventi, ma una “teofania” cioè una diretta manifestazione di Dio agli uomini.
In oriente, le principali avatare di Visnu sono dieci, delle quali nove sono già avvenute, ovvero quelle di Matsya (pesce), Kurma (tartaruga, testuggine), Varaha (cinghiale), Narsimha (uomo-leone), Vamana (nano), Parasurama (Rama con la scure), Rama, Krsna e Buddha.
Una deve ancora venire, ovvero Kalki, l'Apocalisse della nostra epoca ciclica delle rinascite.
Anche per il cristianesimo (cattolici, ortodossi, protestanti) Gesù di Nazareth è un’incarnazione, ma della seconda “persona” (caratteristica detta anche ipostasi) della Santissima Trinità dell’unico Dio, quella comunemente chiamata il “Figlio” o “ciò per cui Dio è la forza della Parola”, o “il Verbo”.
Inoltre i cristiani attendono il ritorno di Gesù, come di Kalki per gli indù, che consegnerà il suo “regno” al Padre (“ciò per cui Dio è l’idea, l’iniziativa, il pensiero o il progetto”).  Che cosa significa tutto questo? I fedeli cristiani dovrebbero ricordare che stiamo vivendo il tempo della parusia, quello che attende la seconda venuta di Cristo risorto sulla terra per concludere il suo regno messianico. Dagli scritti del Nuovo Testamento si deduce che il senso fondamentale della parusia è anche quello di “presenza” (dal gr. parusía, presenza).
Gesù inizia la sua presenza nel mondo con la sua nascita a Betlemme e la concluderà nella sua apparizione come re e giudice dell’Universo. Fra questi due momenti però egli sarà sempre presente personalmente tramite l'azione dello Spirito Santo e della sua Chiesa fatta anche di uomini terreni.
Il significato di “ritorno” si configura piuttosto come un “tenersi pronto”, una vigilanza insonne, con la “lucerna” della fede accesa, operando il bene senza posa, perché il Signore non ha svelato il giorno della sua ricomparsa. Ma ricomparirà. Come? Non lo sappiamo. Lasciamo ai teologi lo studio approfondito di tale mistero per vedere se è possibile un dialogo dottrinale “analogico” della fede cristiana con quella induista o buddista, queste ultime troppo spesso elegantemente ignorate dai fedeli cristiani fino a creare veri e propri pregiudizi discriminatori, a volte di bassa lega. Giovanni Paolo II, come è ben noto, amava organizzare incontri di preghiera anche con i maggiori esponenti di altre religioni nel mondo. Insieme con il Papa sono stati pregati Brahama, Allah, Hare Krisna, la SS. Trinità ecc. Ci limitiamo a ricordare che molte considerazioni “dottrinali” soprattutto dell’induismo, non sono lontane da quelle del cristianesimo; si tratta di studiarle attentamente nel loro giusto significato per una proficua crescita spirituale anche attraverso il dialogo con le altre religioni.
Il Concilio Vaticano II insiste sull’importanza di cercare Cristo anche nelle altre religioni. La Chiesa cattolica, nel documento conciliare Nostra Aetate (n. 2), nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni.
Il documento ufficiale su come la chiesa cattolica considera le due religioni orientali induismo e buddismo, lo riporteremo per intero dopo esserci occupati del buddismo. Il problema del dialogo interreligioso lo affronteremo ulteriormente in un capitolo specifico successivo dopo l’islamismo.

§ 486.Insieme per divinizzare il mondo
Uno degli numerosi scopi del fedele Cattolico, dovrebbe anche essere quello di “divinizzare” il mondo mediante l’amore, non di allontanare le persone scomode che amano e sognano di “ringiovanire” la Chiesa di Cristo Risorto, come spesso esortano i documenti del Concilio Vaticano II, proclamati negli anni sessanta del nostro secolo e prima delle contestazioni del ‘68. Alcuni dei documenti conciliari sono considerati della stessa importanza di un dogma di fede, quasi come un prolungamento della Bibbia. La caratteristica di “divinizzare” con l’amore il mondo è presente anche in numerose altre religioni che si esprimono con un linguaggio spesso apparentemente diverso dal nostro, ma troppo spesso volutamente frainteso o travisato nel suo reale significato, oppure del tutto sconosciuto, non solo a causa della disinformazione giornalistica. Vogliamo ricordare ai lettori che non è nostra intenzione affermare che tutte le religioni siano uguali, e neppure che abbiano lo stesso identico scopo e gli stessi metodi per intervenire nella società; ma semplicemente che è ora di smetterla con certi timori (più parrocchiali che dottrinali), quando si tratta di confrontarci con realtà apparentemente diverse dalle nostre.

§ 487. Gesù: un’ “avatara” molto particolare
Dobbiamo tener presente che l’incarnazione di Gesù (o avatara per gli orientali) presenta la caratteristica di apparire risorto in carne e ossa. Tale caratteristica sembrerebbe una novità specifica del cristianesimo, e così si dica per la crocifissione dovuta a condanna a morte da parte degli uomini. Non sembra che qualcosa di simile appaia nelle avatare indù.  La resurrezione di Gesù non è una rinascita di un’altra vita precedente (reincarnazione) in un altro corpo, ma una serie di apparizioni e sparizioni del corpo materiale di Gesù. I cristiani considerano Gesù l’incarnazione diretta della seconda persona della SS. Trinità.
Se per i cristiani è difficile credere nella resurrezione, per gli orientali non lo è affatto, in quanto per un’avatara tutto è possibile: colui che ha iniziato l’aurora cosmica (il Dio Brahama, Visnù o altri nomi induisti) si manifesta agli uomini nelle più svariate maniere per “divinizzare” o, come direbbero i cristiani ripetendo la famosa frase del Nuovo Testamento:“perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor.15,28).
Tale versetto biblico precisa che questo sarà possibile solo quando sarà annientato il nemico della morte.  
Per gli induisti potrebbe essere la liberazione dalle rinascite, mentre per i cristiani la liberazione dalle dipendenze del peccato: il “paradiso”, la grande “festa” di Dio con tutte le sue creature.
Nei vangeli non appaiono versetti che sottintendono la rinascita in altri corpi prima della comunione totale con Dio (il paradiso). Tuttavia si parla di resurrezione dei corpi in modo non facilmente comprensibile e spiegabile. Nei vangeli si parla di inferno, purgatorio, paradiso.
Che cosa significano questi termini? Una risposta l’abbiamo presentata nel capitolo specifico, ma è pur sempre un’interpretazione di fede considerata verità, che potrebbe essere ulteriormente approfondita. Come? Lasciamo ai dotti teologi tale delicata questione. Alcuni arditi pensatori della fede cristiana non esitano a vedere una certa lontana analogia della dottrina delle anime del purgatorio in preparazione per il paradiso, con quella induista del ciclo delle rinascite prima della liberazione totale (moksha), che consiste nella fusione o comunione dell’ “anima” individuale (Atman) con quella universale (Brahman).
Attualmente il Magistero (Papa e vescovi) non si è ancora espresso in forma ufficiale, forse si dovrà aspettare ancora molto tempo per avere qualche chiara risposta. Non si calcolano i tempi prima che un’eventuale risposta sia comunemente accettata dai fedeli cattolici nelle parrocchie e soprattutto da certi parroci che rifiutano il dialogo costruttivo con le altre religioni. Tuttavia è in fase di riflessione come deve essere inteso il confronto costruttivo della verità nel cristianesimo (cattolici, ortodossi e protestanti), con quella nell’induismo.
L’induismo e il buddismo sono fra le religioni non cristiane tra le più interessanti per un dialogo di crescita spirituale con la fede cattolica. Più difficile il dialogo dei cristiani cattolici con i cristiani protestanti e vedremo il perchè nel capitolo successivo del dialogo interreligioso.
Maggiori difficoltà sono presenti nel dialogo tra i cattolici e i musulmani e tutti gli integralismi o fanatismi religiosi di qualsiasi setta sparsa nel mondo. Non si tratta di insegnare a un indiano come si fa a pregare, ma di imparare qualcosa di nuovo che può essere condiviso, e non contraddittorio, anche per il cristianesimo.
Solo così si può risolvere, a poco a poco, il problema del dialogo interreligioso, senza pretendere che la propria religione (qualunque essa sia) fatta anche di uomini, debba controllare il suo potere nella società in cui si trova e debba considerarsi l’unica a possedere tutta la verità.
Siete in uno stato d’animo di piena confusione o di crisi generale? Avete perso la fede? Si ricorda che coloro che perdono la fede, spesso la perdono perchè si erano affidati alla fragilità umana degli uomini religiosi, non alla verità religiosa.
Il cristianesimo invita alla gioia di amare chiunque, non alla tristezza di sentirci confusi perchè riteniamo di essere i soli depositari del giusto e della verità.
Il cristiano dovrebbe anche ricordare che Dio ha accettato di farsi “impotente” nell’incarnazione umana di Gesù soprattutto quando era disperato sulla orribile e tragica croce che, secondo la dottrina cristiana, gli abbiamo offerto tutti, non solo gli ebrei e i romani.
Gesù accettò la crocifissione per salvare (liberare, amorizzare) l’umanità intera, fin dalle origini della creazione.
Gesù non è morto sulla croce solo per i battezzati nella fede Cattolica (Protestante e Ortodossa), ma per tutti gli uomini, compresi i credenti delle altre religioni e gli atei. Non per distruggere le altre religioni con la presunzione e la prepotenza, ma per “amorizzarle” (unirle benevolmente) affinché Dio sia tutto in tutti.

 


Numerosi studiosi considerano il brahmanesimo come il primo periodo dell'induismo stesso.

Brahman è l'Anima Suprema del Cosmo, l'Ente neutro ed eterno dal quale emanano tutte le cose, compresi gli dei. Il brahman è fin dai tempi del Rgveda il pilastro della filosofia indiana di tutti i tempi, per la quale tutto ciò che si è sublimato dal brahman deve tornare a esso. Egli è inoltre superiore anche all'adorazione che il devoto dedica a un “dio la forza suprema al di sopra di tutto.

Giainismo. E’ la  dottrina dei seguaci di Jina (Vincitore). sorta nella stessa epoca (sec. VI a.C.) e nella stessa regione dell'India in cui è nato il buddismo. E’ una religione dell'India risalente a Vardhamana la cui eterodossia consiste nella ricerca di una salvezza extramondana o antimondana, mentre la tradizione politeistica indiana tende, come tutte le religioni etniche, al conseguimento di un ordine e di una salvezza mondani. sorta nella stessa epoca (sec. VI a.C.) e nella stessa regione dell'India in cui è nato il buddismo.

Bhagavad Gita. Poema didascalico in 18 canti e 700 strofe. In tale poema si racconta che Krsna, ottava incarnazione di Vishnu, prese il posto dell'auriga (il pilota, colui che guida) di Arjuna e indicò all'eroe la via della salvezza attraverso l'adorazione fiduciosa della divinità (bhakti) e la pratica delle dottrine Yoga (la bhakti Yoga).

Emanazione. L’emanazione è la “diffusione” di Dio nel mondo. In questa visione, Dio è interamente nel mondo. Il pantesismo è il pensiero secondo il quale il mondo è una continuazione di Dio, il prolungamento della sua vita. (Vedi § 497).

Atman. E’ l’essenza stessa dei corpi, quella pura e inattaccabile dai peccati commessi dal corpo stesso, nel quale momentaneamente si incarna; poi, in una visione tipicamente panteistica è l'essenza di ogni cosa, vivente e non vivente, esistente sulla Terra e altrove. L’ “essenziale” rappresentato dall'Atman venne così contrapposto al “contingente”, inteso come Maya, apparenza illusoria.

Hare indica la forza della divinità.

Rama è un eroe della mitologia induista; è un principe narrato nel Ramayana, ma è anche un'incarnazione (avatara) di Visnu. Nel sistema delle incarnazioni del dio, elaborato dal visnuismo, troviamo due Rama: quello “con l'ascia”, sesta incarnazione, le cui funzioni sono di difendere la casta dei brahmani (“sacerdoti indù”); quello del Ramayana, il principe figlio di Dasaratha re di Ayodhya, settima incarnazione, con funzione esaltatrice della casta dei guerrieri (e dei re). A livello della religiosità popolare il Rama che si impone è il guerriero che lotta contro i demoni per liberare la moglie Sita (a sua volta incarnazione della dea vedica Sri), e li sconfigge, fornendo un modello di comportamento “umano”.

Tagore. Massimo scrittore indiano di lingua bengali (Calcutta 1861-1941) e poeta bengalese moderno, fu inoltre drammaturgo, pittore, educatore e umanista. Ricevette un’istruzione privata di tipo occidentale, che dovette in seguito spingerlo a fondare la scuola “aperta e indiana” di Santiniketan. Nel 1878 venne inviato in Gran Bretagna per completare gli studi. Ritornò in patria dopo due anni e cominciò a pubblicare le sue liriche, che gli procurarono in breve fama vastissima. Nel 1913 gli fu assegnato il premio Nobel per la raccolta di liriche Gitanjali (Offerta di canti). Nel 1912 aveva scritto il canto Jana gana mana, divenuto poi l'inno nazionale dell'Unione Indiana, ma avanzando negli anni arrivò a disprezzare il nazionalismo che divide il mondo in «scomparti ostili». Viaggiò moltissimo, recando ovunque il suo internazionalismo e la sua filosofia umanitaria di pace e fratellanza di tutti gli uomini nel rispetto delle loro tradizioni.

Gandhi. (Grande anima). Pensatore e uomo politico indiano (1869-ucciso a Nuova Delhi 1948), studiò prima in India, poi a Londra, dove si laureò in giurisprudenza. Al ritorno in India (1891) praticò l'avvocatura e prese contatto con i circoli nazionalisti, ma poi recatosi nell'Africa del Sud decise di dedicarsi alla difesa dei connazionali emigrati. Solidamente ancorato all'humus della cultura induista, ma non disdegnando gli apporti di altre grandi religioni come il cristianesimo e l'islamismo e del pensiero filosofico indiano, Ramakhrisna e Vivekananda, formulò in questa sua prima attività sociale la dottrina della non-violenza.

Madre Teresa di Calcutta. nome con cui è nota la missionaria cattolica di origine albanese Agnes Gonxha Bojaxhiu (Skopje 1910 - 1997). Entrata nel 1928 nella congregazione delle Suore di Nostra Signora di Loreto, in Irlanda, svolse il noviziato in India e vi rimase come insegnante presso la St. Mary's High School di Calcutta. Qui fondò nel 1950 la congregazione delle Missionarie della Carità. Nel 1979 Teresa è stata insignita del premio Nobel per la pace.

“L'ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.” (1 Corinzi 15,26 - 28)

 

Fonte:http://www.governolo.it/Dispense/2_quadrimestre/-%203%20Sup%20Induismo%20da%20Nsm.doc

 

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