Giovanni Pascoli riassunto vita e opere

 

 


 

Giovanni Pascoli riassunto vita e opere

 

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Giovanni Pascoli riassunto vita e opere

 

Giovanni Pascoli riassunto vita e opere

 

GIOVANNI PASCOLI


VITA

Rappresenta un rinnovamento di tutta la letteratura italiana. È più profondo sia nella scrittura che nella forma
Appartiene a una famiglia di piccola borghesia, dove il padre venne assassinato.
Laureato in lettere, insegna nelle università. Si dedica e partecipa ad una manifestazione socialista e verrà arrestato. Passerà alcuni mesi in galera.
Ha due sorelle che si prendono cura di lui, verso le quali prova un senso di gelosia massimo.
Non si sposa mai e non ha mai avuto storie d’amore.

 

PENSIERO

  1. pessimismo della vita: sfiducia nei confronti della scienza. Vede la vita come sofferenza, angoscia di vivere. Si sente fragile
  2. vita è come un dolore e si traduce ad una fuga dalla realtà. Si nasconde nell’infanzia e alle piccole cose cioè semplici cose della natura
  3. si rifugia nell’infanzia

 

POETICA

  1. Fanciullino – la poesia è come guardare la realtà con lo sguardo di un bambino. Che, quindi, si stupisce di tutto. Il poeta, deve saper stupire come il bambino. Deve sapersi stupire davanti alle piccole cose.
  2. compito del poeta è cogliere l’essenza e la realtà. Poeta veggente, cioè colui che riesce a prevedere le cose. Ossia andare oltre la realtà. La poesia come intuizione che coglie i lati misteriosi della realtà.
  3. La poesia è uno strumento per cogliere la realtà e lo stato d’animo. Deve saper tradurre i simboli.
  4. evasione dalla realtà e quindi si rifugia nel mondo della natura, infanzia.
  5. la poesia è un mezzo per esprimere lo stato d’animo
  6. simbolismo = movimento francese che stabilisce che la realtà è l’insieme dei simboli attraverso i quali l’autore esprime i suoi sentimenti.
  7. intuizionismo = la realtà è attraverso l’irrazionalità

 

TEMATICHE

  1. infanzia: prima dell’assassinio del padre
  2. contemplazione della natura e paesaggio che acquistano un carattere simbolico. La scoperta delle piccole cose = cioè una cosa potabile, vuol dire che le cose semplici (fiori, animali) possono essere oggetto di poesia.
  3. dolore e sofferenza dell’uomo
  4. smarrimento dell’uomo davanti all’immensità dell’universo e del cosmo
  5. parla della morte e il senso della morte

 

RINNOVAMENTI

  1. linguaggio: rifiuta il linguaggio letterario e adotta un linguaggio colloquiale e molto semplice (linguaggio di tutti i giorni)
  2. struttura della poesia: prima crea una sequenza a un collegamento tra il prima e il dopo (logico o nesso temporale). Elimina questi nessi, cioè procede con le immagini che non sono connesse logicamente
  3. metrica: usa i versi spezzati, finisce la frase ma il senso continua sotto

 

 

OPERE

1891:  Myricae = tamerice, è un fiore. Descrive il paesaggio semplice. Sembra descrittivo, ma non ha un significato simbolico. Ci sono molti elementi della realtà. Tecnica del correlativo oggettivo: l’oggetto descritto è correlato a uno stato d’animo. Quindi l’oggetto perde la dimensione effettiva e acquista uno stato d’animo

1897: i poemetti

  • primi pensieri
  • nuovi poemetti

 - sono testi non scritti in poesia che hanno però carattere poetico. Rappresentano la vita di campagna nei vari momento. La vita dei contadini ed è la vita positiva dove l’ambiente è bello.

1903: i canti di Castelvecchio: parla della vita ed è la continuazione della 1° raccolta. Racconta le sofferenze dell’uomo e il mistero della vita

POEMI CONVIVIALI

Convivio: rivista dove sono stati pubblicati
Parlano del mondo antico
Racconto del passato: condizione umana di sofferenza

ULTIME RACCOLTE

  • odi e inni
  • poemi italici

 

Manifesta il suo impegno politico, si propone come poeta vate, cioè propone di lanciare messaggi e istruire i suoi ideali (socialismo). Vuol però trasmettere anche altri valori, come il nazionalismo e il colonialismo

 

TEMPORALE

 

Un bubbolìo lontano…

Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare;
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.

 

  • Parafrasi della poesia.

Un brontolio lontano annuncia un temporale…
Verso il mare, all’orizzonte, il cielo è rosso, infuocato; verso il monte è nero come la pece, rischiarato qua e là da qualche nube frastagliata e sfilacciata; nel nero che domina questo paesaggio si distingue una casa bianca che spicca come un’ala di gabbiano.

  • Cerca le figure retoriche usate nella poesia e spiega la sensazione comunicata da ciascuna di esse.

Bubbulìo: onomatopea. Comunica una sensazione di tristezza.
Alliterazione: segnata dal colore rosso. Comunica la sensazione di prolungamento del temporale.
Similitudine: “Rosseggia l’orizzonte come affocato, a mare”. Comunica sensazione di un paesaggio caldo.
Metafora: “nero di pece” e “stracci di nubi”. La prima comunica una sensazione di buio e la seconda di tristezza.

  • Nella poesia prevalgono:
  • Sensazioni auditive
  • Sensazioni visive

 

  • Cosa significa affocato?

Il termine “affocato” significa infuocato.

  • I colori dominanti sono… rosso, nero e bianco

 

  • Quale significato simbolico ha ogni colore?

Rosso: simboleggia il caldo.
Nero: simboleggia la morte, la tristezza ecc.
Bianco: simboleggia la vita, la speranza e la purezza.

  • Illustra quale immagine naturale scaturisce dalla poesia.

L’immagine naturale che ne scaturisce è quella di un paesaggio marino in tempesta.

  • Quale rapporto si crea fra il paesaggio naturale e il casolare?

Il casolare viene visto come un’idea di speranza all’interno di un paesaggio che comunica solo tristezza.

  • Quale effetto ha ottenuto il poeta attraverso il paragone fra il casolare e l’ala di gabbiano?

Poiché il gabbiano è simbolo di libertà e di purezza,  il poeta paragonandolo al casolare ha attribuito tali qualità al casolare.

 

NEBBIA
Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l'alba,
da' lampi notturni e da' crolli,
d'aeree frane!

Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch'è morto!
Ch'io veda soltanto la siepe
dell'orto,
la mura ch'ha piene le crepe
di valerïane.

Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch'io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che danno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane
Che vogliono ch'ami e che vada!
Ch'io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane...

Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch'io veda il cipresso
là, solo,
qui, quest'orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.
Analisi testuale
Lo spazio:

  • La lontananza: è piena di cose che vanno tenute nascoste (vv. 1, 7, 13, 19 e 25), di cose morte (v. 8), che fanno piangere (v. 14), che «vogliono ch'ami e che vada» (v. 20). Per il poeta, quello che è lontano è dunque negativo, è qualcosa che deve essere represso, dimenticato, perché fa soffrire e, cosa interessantissima, perché costringe ad amare e «andare», ad uscire dal nido, cioè a vivere. Il poeta esprime la sua paura di fronte all'ignoto del mondo esterno.
  • La vicinanza: è composta da poche, essenziali presenze: una siepe (v. 9) e un muro (v. 11) che svolgono il ruolo di delimitare lo spazio ristretto intorno all'IO, due peschi e due meli (v. 15), una strada bianca (vv. 21-22), un cipresso (v. 27), un orto (v. 29) e un cane (v. 30), simbolo per eccellenza della fedeltà, dell'amicizia, della sicurezza. Questo piccolo mondo è lo spazio dell'IO, lo spazio privato e soprattutto protetto in cui rinchiudersi per evitare «le cose lontane», l'ignoto e la negatività del mondo esterno. Il «qui» del v. 30, che riassume in sé tutto il mondo vicino, è messo particolarmente in rilievo dal fatto che è posto ad inizio del verso, e che è rinforzato dal successivo «questo».

Altri temi importanti:

  • la nebbia, svolge un ruolo importantissimo perché è ciò che permette di separare questi due mondi, e quindi di assicurare al poeta la serenità. La nebbia svolge il suo ruolo protettivo grazie alla sua capacità di nascondere le cose, e quindi di rispondere al desiderio del poeta, più volte espresso, di non vedere (vedi la costante ripetizione del tema «Ch'io veda soltanto»).
  • La morte: riguardo alla morte il poeta prova dei sentimenti contraddittori. Da un lato per lui quello che è morto va celato e rimosso, perché triste e doloroso (vv. 6-7 e 13-14); ma dall'altro egli si sente legato ad essa perché sa che è l'ultimo, inevitabile rifugio dell'uomo. In altre parole, se è vero che la morte è triste e dolorosa perché racchiude un passato da dimenticare (le cose lontane), è altrettanto vero che essa è l'unica prospettiva indolore per l'uomo affranto, nella misura in cui gli offre un sonno, un riposo eterno. Il poeta sa che un giorno dovrà morire pure lui (dovrà fare «quel bianco di strada [...] tra stanco don don di campane» - vv. 21-24), e questa è la sola prospettiva che vuole intravedere per il proprio futuro («Ch'io veda là solo quel bianco di strada» - vv. 21-22). Ad accentuare questo aspetto positivo della morte come di un sonno eterno ed indolore abbiamo, nell'ultimo verso, la figura del cane fedele che sonnecchia. L'idea della stanchezza, del sonno e della morte si trovano così ad essere intimamente legate.
  • La natura: che sia vegetale, animale o minerale, ha un ruolo protettivo per il poeta, e tiene lontana la visione del pianto, del mondo esterno, violento e ostile. Così, la siepe, l'orto e i quattro alberi riempiono di dolcezza il nero pane del poeta, cioè la sua vita quotidiana; il cane fedele offre un immagine insieme di pace, affetto e protezione; la nebbia è un fenomeno meteorologico positivo; e, allo stesso modo, i «lampi notturni» e i «crolli d'aeree frane» della prima strofa, pur nelle loro sembianze violente, non toccano affatto il poeta, che ne trae unicamente una visione suggestiva.

 

 

NOVEMBRE

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
Che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
E del prunalbo l’odorino amaro
Senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
Di nere trame segnano il sereno,
E vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
Sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
Odi lontano, da giardini ed orti,
Di foglie un cader fragile. È l’estate,
Fredda, dei morti.

 

Ci troviamo in una giornata di novembre. Il sole è così limpido, così mite è la temperatura, che per un istante ci dimentichiamo dell’inverno che è appena iniziato e avvertiamo in fondo al nostro cuore l’odore soave del biancospino, cioè un tipico profumo primaverile. Ma, nonostante tutto, gli alberi sono spogli, le piante stecchite. Vuoto è il cielo senza uccelli e cinguettii. Intorno c’è un silenzio spento, nel quale i sensi avvertono i rumori più remoti. E’ l’estate di San Martino, detta anche estate dei morti.
In quest’ambientazione, Pascoli “tesse” la sua poesia: “Novembre”.
La prima strofa rende l’impressione di un’improvvisa primavera, ma la seconda ribalta la prima e, intessuta da una fitta trama di parole chiave (secco, stecchite, vuoto, cavo, tonante..) avvia verso la conclusione e legittima il tono della terza. Quest’ultima è tutta incentrata sulla constatazione di una fredda legge di morte come unica e vera realtà che rimane dopo la momentanea, effimera, illusione di colori e profumi primaverili.
La poesia può esser, però, vista sotto un’altro aspetto.
Le tre strofe sono l’immagine delle “stagioni della vita umana”. Nella prima strofa c’è la rappresentazione della fanciullezza; tutto è descritto con aggettivi soavi che rendono la strofa dolce e spensierata, come l’animo di un bambino.
Nella seconda si raggiunge la maturità; in mezzo a “ricordi di dolcezza” (come il sereno) ci sono nuove preoccupazioni, c’è la presa di coscienza di una solitudine che accompagna la vita dell’uomo e della caducità della vita umana.
Infine, nella terza ed ultima strofa, si raggiunge la vecchiaia, periodo in cui “l’angelo della morte” accompagna l’uomo in lunghe passeggiate immerse nel silenzio, nella solitudine, verso la via del non-ritorno.
Pascoli inserisce anche, nella seconda strofa, una critica “vellutata” alla società che lo ha accompagnato a quel tempo:
“..[…] cavo al piè sonante
                   Sembra il terreno”.
Con queste parole, l’autore critica i suoi contemporanei per non esser stati capaci di ascoltare le sue parole.
Essi sono paragonati al terreno, dove il suo “piè sonante” non trova segni di vita. Pascoli bussa alle loro porte, ma nessuno è disposto ad ascoltarlo; come quel seme carico di vita che cade in un terreno infertile e muore, così le sue parole sembrano non esser ascoltate.
Proprio per questo il componimento è “SIMBOLISTA”. Pascoli traduce l’essenza della poesia con dei simboli in modo farla apprezzare soltanto a coloro che sono disposti ad “esser fecondati”.  

 

Fonte: http://itcgramsci.altervista.org/download/italiano/12_giovanni_pascoli.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

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