Storia del giornalismo sportivo

 


Storia del giornalismo sportivo

 

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STORIA DEL GIORNALISMO SPORTIVO ITALIANO

 

 

1) I primi tentativi di stampa sportiva nell’Ottocento

 

La crescita del giornalismo sportivo italiano è sempre stata strettamente connessa ai cambiamenti politici e culturali della società, al punto da poter assistere ad un vero e proprio sviluppo simultaneo dei due fattori fra il 1870 e il 1950. Il giornalismo sportivo della seconda metà del XIX° secolo illustra principalmente e quasi esclusivamente quel complesso di nobili attività fisiche - come la ginnastica, la caccia, la scherma, l’alpinismo - che non rientrano certamente nell’attuale concezione di sport di massa. In quel periodo lo sport era quasi totale appannaggio di pochi eletti gentiluomini, che vedevano nell’attività fisica un insieme di reminiscenze ginnasiali e velleità umanistiche. Per questa ragione il più antico periodico sportivo italiano può essere considerato il “Bollettino trimestrale del Club Alpino di Torino” del 1865. Ma alla concezione moderna di giornale sportivo si avvicina maggiormente “La Ginnastica”, fondata il 1 gennaio 1866 e diventata organo ufficiale della Federazione Ginnica Italiana nel 1869. Questo perché il “Bollettino” di Torino, in gran parte impegnato in osservazioni geografiche e meteorologiche, concedeva minor spazio alla celebrazione dell’evento sportivo.


A seguito dell’introduzione dell’educazione fisica quale materia obbligatoria nella scuola da parte del ministro De Sanctis, sarà proprio la ginnastica l’elemento base del giornalismo sportivo dal 1878. La conseguenza è un vero e proprio fiorire di nuove testate tematiche. Nel gennaio 1884 nasce a Roma “L’educatore del corpo - Giornale illustrato - Ginnastica educativa teorico-pratica” per iniziativa di Fermo Michelotto, mentre è del 1887 “Il Ginnasiarca”, organo tecnico dell’educazione fisica in Italia. Obbiettivo della pubblicazione è fornire al lettore una maggior spiegazione dei programmi governativi sportivi, in questo caso ginnici. Il nobile intento della testate naufraga però molto presto, tanto che il 1° settembre 1887 l’uscita del giornale viene sospesa. Nel frattempo, nel 1881, viene introdotto nelle testate dei giornali, e diventa di uso comune, il termine sport. A marzo inizia le pubblicazioni a Roma la “Rivista degli sports nazionali” e ad ottobre a Milano il quindicinale “Lo Sport Illustrato” arricchito più tardi anche da una edizione romana, “Cronaca sportiva”.
Dal 1888 cambia nuovamente lo scenario sportivo italiano. Il ciclismo o meglio, il velocipedismo, inizia ad affermarsi sempre più, tanto da consentire la pubblicazione di periodici dedicati esclusivamente a questo sport. Il primo ad uscire allo scoperto è il fiorentino “Cappa e Spada”, ma la vera rivoluzione arriva alcuni anni più tardi, il 4 ottobre 1893. Ad intuire l’importanza dello sport, e in questo caso del ciclismo fra i lettori, è il Corriere della Sera privo fino a quel momento, come ogni giornale non tematico, di alcuna pagina sportiva. Il “Corriere” autorizza il proprio redattore Augusto Guido Bianchi a dar vita al settimanale “Il Ciclo”, che in realtà verrà pubblicato soltanto dopo gli avvenimenti ciclistici di maggiore importanza. Ma il successo è evidente, tanto da garantire alla testata, che nel frattempo ha cambiato il proprio nome in “La Bicicletta”, una tiratura di ben 25mila copie.

 

2) La nascita dei quotidiani sportivi
Milano, rimasta inizialmente dietro a Torino e Roma per la pubblicazione di giornali sportivi, raddoppia subito il suo sforzo editoriale. Questa volta l’impresa spetta all’altro quotidiano storico della città, “Il Secolo” dell’editrice Sonzogno, che incarica Eliseo Rivera di fondare “Il ciclista, rivista settimanale popolare illustrata di velocipedismo”. Si parte il 4 luglio 1895, ma in meno di un anno si assiste ad una nuova rivoluzione. L’Editrice Sonzogno invita Eugenio Camillo Costamagna, fondatore a Torino de “La Tripletta”, a trasferirsi a Milano ed a fondere il proprio settimanale con “Il Ciclista”. Il risultato è la nascita, il 3 aprile 1896, della “Gazzetta dello Sport”, primo giornale in Europa che tratta tutte le discipline sportive stampato inizialmente su carta verde e successivamente sulla storica carta rosa. La vita della “Gazzetta” cambia notevolmente nel 1898, quando Rivera viene arrestato dalla polizia umbertina come sovversivo e Costamagna chiama al suo fianco il romagnolo Morgagni, fautore delle numerose imprese organizzative sportive di inizio secolo promosse dal giornale, culminate con il primo Giro d’Italia del 1909. A sua volta Costamagna, alla fine dello stesso 1909, esce di scena rattristato dal crescente mercantilismo dell’organizzazione. La Gazzetta passa così nelle mani di Armando Cougnet che liquida i vecchi soci e si assume l’intero carico del giornale. Ma la gestione Cougnet dura poco, tanto che prima della guerra la testata passa all’editore Sonzogni. La “Gazzetta dello Sport” diviene quotidiano durante il Giro d’Italia del 1913 e, in via definitiva, solo dal 18 maggio 1919.
Non è un caso che, proprio al passaggio dal XIX° al XX° secolo, l’asse giornalistico italiano si sposti dalla direttrice Roma-Torino per passare sulla Torino-Milano. Fin da questo momento appare evidente il forte rapporto che intercorre fra la nascita sviluppo delle attività sportive e lo sviluppo socio-economico del paese. Da qui in avanti la stampa sportiva italiana esce dallo stadio pionieristico e si avvia alla sua piena maturazione tecnica. Nel 1902 Adolfo Cotronei e Vittorio Argento fondano a Napoli il settimanale “Tribuna sport”, prima voce meridionale del grande giornalismo specializzato che regalerà alcuni fra i migliori interpreti della professione giornalistica.
Tra il 1910 e il 1911, Roma si allinea con due periodici di un certo livello: “Lo Stadio” di Sante Bargellini e “L’Italia Sportiva” di Giuseppe Favia. Torino nel 1901 registra il primo numero de “La Stampa sportiva”, fondata da Nino Caimi e dall’avvocato Gatti-Gioia. Più avanti, nel 1913, Mario Nicola lancia la “Gazzetta del Popolo”.
Ma un anno prima era uscita un’altra pubblicazione di tipo particolarissimo, un settimanale di critica ed umorismo, il “Guerin Sportivo” fondato da Giulio Corradino Corradini, che nel settore specifico svolgerà una funzione vivacissima di polemica e di formazione professionale. Nondimeno Milano, in virtù del suo naturale dinamismo economico, conserva la piena iniziativa in campo editoriale. Nella primavera del 1903 il romanziere Umberto Notari lancia un settimanale mondano e sportivo “Verde e Azzurro”. Il nome non è casuale, poiché è stampato su carta azzurra con inchiostro verde. Tra i suoi collaboratori figurano grandi nomi della cultura, come il futurista Filippo Tommaso Marinetti ed Enrico Sacchetti.
Il notevole successo iniziale della pubblicazione spinge Notari a trasformare la sua creatura in quotidiano, ma alla distanza l’idea non paga, causando addirittura la chiusura del giornale nel giro di una stagione. Il fallimento fu dovuto probabilmente all’eccessivo intreccio di sport e mondanità, oggi lo chiameremmo gossip, in un periodo nel quale questi due aspetti della società erano quasi del tutto antitetici. Altre due iniziative milanesi si registrano nel 1905. L’editore Sonzogni incarica un giovane redattore del “Secolo”, Edgardo Longoni, di attuare un progetto lampo di quotidiano sportivo modellato sulla formula del parigino “Les Sports” e che si chiamerà, ma guarda un po’, “Gli Sports”. Longoni è costretto ad improvvisare nel giro di otto giorni un giornale di quattro pagine che esce per tutta la durata dell’esposizione del Sempione, ossia fino all’autunno successivo. L’avventura però dura poco, in quanto Longoni e Sonzogni decidono di abbandonare l’impresa. Ormai però la proliferazione dei giornali specializzati non ha più limiti; Milano pullula di settimanali e riviste come “Sport Giallo”, “Sportsman” o “Football”, rivista settimanale illustrata dedicata esclusivamente al calcio.
A questo processo contribuisce in maniera decisiva la prima guerra mondiale. Al ritorno dalla guerra il panorama psicologico e sociale della nazione è notevolmente mutato e l’agonismo sportivo, da episodica e stravagante passione di minoranze, diviene fenomeno di massa. Non più solo tecnica, ma oggetto di spettacolo. E questo avviene maggiormente in quei paesi che negli anni successivi arriveranno allo sviluppo di regimi totalitari, capaci di utilizzare lo sport come strumento di propaganda ideologica e politica, capace di fare presa sulle masse. Lo sport, specialmente in Germania ma anche in Russia e in Italia, diverrà una sorta di “oppio dei popoli”, capace di distogliere il pensiero dell’uomo dal dibattito e dal pensiero. A questo si aggiungerà una sorta di isterico entusiasmo per le imprese sportive, come nel calcio, nelle Olimpiadi e nelle manifestazioni ciclistiche.
Dal punto di vista editoriale la Gazzetta è in buona compagnia, infatti ad essa si affiancano altre testate a periodicità giornaliera. E’ il caso del “Corriere dello Sport” che nasce nel 1924 a Bologna e poi si trasferisce a Roma nel 1929 dove prende il nome di “Littoriale”. A guerra appena conclusa vedono la luce “Tuttosport” a Torino e “Stadio” a Bologna che esordiscono in edicola esattamente lo stesso giorno, il 30 luglio 1945. Si tratta dei quotidiani sportivi che arriveranno ai giorni nostri.

 

3) Lo sport entra nei quotidiani d’informazione
La caduta del fascismo coincide con l’incanutimento di molti grandi cronisti dell’epoca e col superamento di alcuni dei loro modi stilistici. Sia pure per via indiretta si riflette, in questo modesto spaccato della società, il mutato indirizzo culturale del paese. I nuovi giornalisti sono più smaliziati, più forti: cambia la mentalità, cresce il rigore morale, cresce la tendenza all’ironia e alla denuncia. Anche il giornale si modifica a causa della crescente competizione delle trasmissioni radiofoniche, delle prime trasmissioni televisive e dalla maggior presenza di quotidiani politici. E’ il prologo di una evoluzione infinita che non cesserà mai e che farà dei fogli sportivi i primi veri quotidiani popolari. Dalla cronaca alle inchieste, ai commenti, alle interviste, agli spogliatoi, alle storie, ai personaggi: è così che il giornalista di sport si ritroverà sempre in prima linea nell’evoluzione professionale.
Dal dopo guerra la lotta diverrà più serrata dato che, accanto ai quotidiani prettamente sportivi, cominceranno ad affiancarsi tutti gli altri quotidiani d’informazione, oramai dotati di una o più pagine sportive, generalmente concentrate nel numero del lunedì. I direttori che relegavano lo sport nelle pagine marginali iniziano a ricredersi partendo dal presupposto che molti spettatori significano tanti potenziali lettori. Il giornalista sportivo si ritrova sempre più spesso in prima pagina.
E’ però indispensabile, a questo punto, evidenziare una distinzione di fondo fra il numero del quotidiano sportivo del lunedì e l’edizione degli altri giorni. Quello del lunedì assomiglia ad un qualsiasi altro giornale, contenuti a parte, ricco di cronaca a scapito di commenti e approfondimenti. La situazione muta nel corso della settimana perché le cronache lasciano il passo ad interviste, indiscrezioni, previsioni, inchieste e pettegolezzi. Questa differenza fra i due tipi di giornale sportivo deriva direttamente dalla sua origine. In principio, il foglio specializzato nasce come settimanale allegato al classico quotidiano della domenica o del lunedì. Subito dopo si fa strada l’esigenza del secondo numero, messo in vendita abitualmente il venerdì o il sabato e dedicato alla presentazione delle gare. Si passa così al terzo numero settimanale, affisso generalmente il mercoledì, caratterizzato dal commento “a freddo”, dalle prime inchieste, da disegni e fotografie.

 

4) L’Italia si divide in quattro: un fatto mondiale
Cambia anche il lettore, diventato più frettoloso, avido e indiscreto, più curioso di informazione. Nonostante le sensibili difficoltà, il giornalismo sportivo vince la sua battaglia raddoppiando il numero dei quotidiani sportivi e le vendite giornaliere. Pochi anni dopo la fine della guerra, gli editori della “Gazzette dello Sport” prendono una decisione delicata affidando la direzione del quotidiano ad un giovane trentenne, Gianni Brera, di sicure qualità. Ma a rendere possibile la simultanea presenza di più testate sportive di alto livello, contribuisce una sorta di suddivisione territoriale degli interessi, anzi di fazioni, tipicamente italiana. I “quattro grandi” gravitano ognuno in una ben determinata area. “Tuttosport” a Torino e nella fascia tirrenica, “La Gazzetta dello Sport” a Milano ma un po’ in tutte le aree periferiche della nazione, “Stadio” a Bologna e nel versante adriatico, “Il Corriere dello Sport” a Roma e nel sud. Una situazione che non è riuscita a ripetersi in alcuna parte del mondo, dove i quotidiani sportivi faticano addirittura ad imporsi. E’ il caso degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e del Giappone, mentre in Spagna e in Francia sopravvive soltanto una singola grande testata.

 

5) La radio e la tivù portano lo sport in giro per la penisola
L’avventura del giornalismo sportivo vero e proprio si incrocia, come detto, con i cambiamenti sociali di tutto un popolo. E, proprio nel corso del XX° secolo, la società ha vissuto una straordinaria rivoluzione tecnologica che ha pesantemente influenzato gli organi di informazione. Il quotidiano si è così trovato a lottare prima con due nuovi concorrenti, radio e televisione, poi recentemente con il mondo di Internet. Tutti “rivali” in grado di soddisfare il nuovo bisogno delle masse per esaltare l’immediatezza dell’informazione. La radio compie il suo trionfale ingresso nel mondo dello sport di massa il 23 marzo 1928. Quel lontano giorno Giuseppe Sabelli Fioretti, redattore della “Gazzetta dello Sport”, firma la prima radiocronaca di calcio della storia, scegliendo il successo dell’Italia sull’Ungheria per 4-3.
È l’inizio, ma c’è già chi osserva e capisce come far diventare la nascente radiocronaca un vero e proprio spettacolo. Quest’uomo è Nicolò Carosio. Nei primi anni trenta questo giovane siciliano si trasferisce in Inghilterra per motivi di lavoro e ascolta alla radio il racconto di una partita di calcio. L’idea è di Herbert Chapman, allenatore dell’Arsenal, capace di inventare un sistema per far comprendere, attraverso la radiocronaca, le varie fasi di gioco. Il pubblico che vuole seguire la partita “via etere” si può munire di una scacchiera suddivisa nei vari settori del campo di gioco e, attraverso la voce del radiocronista, seguire momento per momento l’evolversi della partita. Ciò che affascina il giovane Carosio è la voce, il modo particolare di seguire quella partita e di raccontarla. Tornato in Italia propone la propria idea ai vertice della neonata radio e convince i direttori inventando al momento la radiocronaca di una partita. Carosio inizia la sua avventura con la radiocronaca da Bologna di Italia-Germania 3-1. Con i suoi “gol” e “quasi gol”, e soprattutto con la descrizione in quella fortunata partita contro i tedeschi di un gol di Meazza, si crea il mito, non più Nicolò Carosio, ma “Nicoloccarosio”, una sorta di marchio di fabbrica. Da quel momento il giovane siciliano iniziò ad occupare le domeniche degli italiani con il racconto del secondo tempo della partita di cartello della giornata. Carosio, in un lungo periodo in cui la diffusione dei giornali era ancora inferiore a quella dei giorni nostri, divenne per molti giovani il simbolo vivente del calcio. A “laurearlo” come telecronista ci pensò la nascente televisione ancora alla prese con i vari problemi tecnici.
La nascita del calcio in tivù ha una data precisa: il 5 febbraio 1950. Al Comunale si gioca il big match fra la Juventus capolista di Boniperti e Parola, e il Milan diretto inseguitore con Buffon e il trio svedese. Per la cronaca stravinse per 7-1 il Milan che non riuscì però a contrastare la corsa dei rivali bianconeri verso lo scudetto. Ma, oltre che per il risultato, la partita rimane nella storia della televisione italiana perché rappresenta il primo tentativo di trasmettere una partita in tv. Ovviamente ci si trova nel campo della sperimentazione, dato che gli apparecchi televisivi erano pressoché sconosciuti al pubblico. Soltanto i primissimi televisori, in vendita nei negozi, potevano trasmettere questo evento accompagnato dalla telecronaca di Carlo Bacarelli. Quattro anni dopo la situazione era già mutata, e il televisore iniziava a fare breccia fra le passioni degli italiani. Così il 24 gennaio 1954 la Rai trasmise dallo Stadio San Siro di Milano l’incontro valido per le qualificazioni al Mondiale di Svizzera. La partita era Italia-Egitto, 5-1 con reti di Pandolfini, Frignani, Ricagni e doppietta di Boniperti. Il gol di Egisto Pandolfini verrà ricordato come il primo in diretta televisiva della storia italiana. Le voci narranti erano di Nicolò Carosio e Carlo Bacarelli, affiancati da Vittorio Veltroni, il papà di Walter.
Già prima di questa partita, e precisamente il 3 gennaio 1954, s’iniziano le trasmissioni della più “vecchia” e gloriosa trasmissione sportiva italiana, la “Domenica Sportiva”, evoluta poi da Enzo Tortora, dal 28 febbraio 1965, in un vero e proprio spettacolo serale antesignano degli odierni talk-show. Il 31 dicembre 1955 la Rai effettua la prima vera e propria trasmissione di un evento calcistico del campionato italiano in diretta. La data scelta è casuale, in quanto all’epoca i giocatori non avevano ancora diritto alla pausa di Natale e Capodanno. Partite trasmesse furono Roma-Atalanta 0-0 e, a seguire, Napoli-Fiorentina 1-1.
Il calcio in televisione festeggerà quindi il mezzo secolo di vita nel 2004, in occasione del campionato europeo che si terrà in Portogallo. Il 1954 è l’anno dei mondiali di Svizzera e, precisamente il 16 giugno 1954 l’allora nascente Eurovisione mandò in onda la partita inaugurale del campionato mondiale, allora Coppa Rimet, giunto alla quinta edizione. In quello stesso mese di giugno i televisori, in Italia, sull’onda lunga del mondiale, passano da 20 a 60 mila unità. Si comincia con la partita inaugurale Jugoslavia-Francia con gli jugoslavi che superano i francesi con un gol di Milutinovic, il primo visto anche al di fuori dello stadio in tutta Europa. Un fatto epocale, il calcio infatti superava le barriere dello stadio per cominciare ad affascinare un pubblico di dieci, cento, mille volte superiore a quello assiepato sulle gradinate. A quell’incontro ne seguirono altri otto. L’ultimo, ovviamente, riguardò la finale vinta dalla Germania sull’Ungheria in un clima denso di sospetti. Per quanto riguarda la missione italiana in Svizzera, le partite trasmesse furono due, entrambe contro i padroni di casa rossocrociati, per un totale finale di nove incontri. In entrambi i match l’Italia venne sconfitta per 2-1 e 4-1, ma le riprese televisive iniziarono a svolgere la futura funzione di “smascheratrice di errori”. Infatti l’arbitro brasiliano Viana, poi radiato, annullò ingiustamente nella prima partita una rete regolare di Lorenzi, sbarrando così la strada ad una possibile vittoria italiana per 2-1 sugli svizzeri.
I diritti televisivi sono altissimi per quel tempo: 3 milioni di franchi svizzeri, circa 400 milioni di lire del tempo, spettano alle sedici squadre finaliste, mentre un milione resta nelle casse degli organizzatori elvetici. Intanto i tempi, come le tecnologie, cambiano e la Rai si trova nel 1960 a fronteggiare il trionfo delle Olimpiadi di Roma.

 

6) Tutto il calcio minuto per minuto

Questo avvenimento aveva imposto alla radio una presenza contemporanea su più campi, in impianti diversi, con ovvia alternanza di radiocronache in funzione dell’evolversi dei vari avvenimenti. Il passo successivo era l’applicazione di questa tecnologia al calcio. “Tutto il calcio minuto per minuto” debutta il 3 gennaio 1960 con una formula innovativa, collegamento con quattro stadi di A e uno di B, rimasta tuttora vincente. L’unico dubbio iniziale riguardava la durata dei collegamenti dagli stadi. Si doveva scegliere se lasciare libertà di intervento ai radiocronisti oppure basarsi su collegamenti a scadenza prefissata. Prevalse la seconda possibilità.
Ma per Guglielmo Moretti, ideatore del programma, non fu facile convincere la dirigenza Rai sulla bontà del prodotto. Moretti visse e lavorò in Francia per diversi anni, e da questo paese importò in Italia il “format” del programma già ampiamente collaudato dalle radio pubblica francese. Per mesi trovò molte resistenze in Italia, soprattutto da parte dei tecnici che tenevano in modo particolare alla pulizia del segnale. Alla fine l’idea di Moretti prevalse e il programma si rivelò subito un successo, accentuato ancor di più dalla correzione alla formula apportata da Enrico Ameri, con il quale venne introdotta la libertà di intervento per i gol e le azioni salienti. Facevano parte di quello storico staff, Carosio, Martellini, Ameri, Ciotti, Ferretti, Gomez, Pasini, Cannavò, poi futuro direttore della “Gazzetta dello Sport” e corrispondente Rai dal Cibali di Catania. Più tardi arrivarono Luzzi, la voce della Serie B, Cucchi e Gentili, i quali rappresentano attualmente i radiocronisti di punta della Rai.
L’aspetto debole della trasmissione fu rappresentato, per alcuni anni, dall’obbligo di mandare in onda alla radio soltanto il secondo tempo delle partite. Si dovrà aspettare fino al 1977 prima che Carraro, presidente della Lega, conceda il permesso per trasmettere in diretta radiofonica anche il primo tempo. Si temeva per l’afflusso del pubblico e per questo, sulle prime, fu proibito realizzare vere e proprie radiocronache dai campi nei primi 45 minuti.
Alla radio intanto era esploso anche il “fenomeno ciclismo”, interpretato magistralmente dai racconti di un altro grande giornalista italiano, Mario Ferretti. Il lavoro e la passione di questo giornalista sono stati oggetto di un intervento di Sergio Zavoli al Circolo della Stampa di Milano nel ’97. “Che cosa occorreva per diventare giornalisti sportivi al tempo di Mario Ferretti, leggenda del passato? Certo l’inclinazione, l’attitudine, la cosiddetta vocazione, ma poi anche delle qualità per così dire tecniche. Occorreva saper parlare, saper improvvisare, avere dell’immaginazione, della comunicativa e qualche malizia, perché quel che non si vedeva attraverso il racconto si abbellisse, si ingrandisse, diventasse così ammiccante da supplire appunto alla cecità. E la sorella cieca questo mestiere lo fece a suo odo molto bene. Perché Mario Ferretti indovinava sempre i tre arrivati in qualunque arrivo del Tour e del Giro? Per un fatto tecnico, non certo per la sua abilità fabulatoria, perché avrebbe potuto costruire il discorso più affascinante del mondo, ma se avesse sbagliato l’ordine di arrivo per ciò stesso non sarebbe stato un giornalista. Mi accorsi che nella cronaca diretta dava il nome del primo arrivato quando questi ancora non era arrivato, e, quindi a un metro, due, persino tre dalla linea di arrivo, il secondo e il terzo perché con un colpo d’occhio ne coglieva la sagoma nel momento in cui sfrecciava via.”

 

7) Il Processo alla tappa
Ad appassionare l’ascoltatore erano quindi le imprese dei grandi, quelli che facevano direttamente la storia della tappa e della corsa. L’avvento di Zavoli alla conduzione delle trasmissioni ciclistiche, modifica però le abitudini. “Quando cominciai ad occuparmi di ciclismo capii che bisognava rappresentarlo in un modo che non era appartenuto neppure alla radio, ed ebbi la grande fortuna di far coincidere la partenza di questa rubrica con l’arrivo sulla scena  di grandi personaggi per quel tempo: Gimondi, Adorni, Motta. Ma poi mi accorsi che mentre il campione si illustrava da sè, c’era poi tutto un mondo intorno al campione che non solo l’aiutava a vincere, ma che era il grande coro che in questa tessitura dell’evento sportivo aveva una parte assolutamente di primo piano. La figurina che si muove nella periferia dell’evento, che ha dietro la sua piccola storia e che giustifica quella presenza, non solo non attira l’interesse di chi è avvezzo a fare i grandi ritratti, ma sfugge persino al cronista il quale ha la tentazione di inseguire piuttosto il campione che il piccolo atleta. In fondo arrivare secondi non è una sconfitta, è già onorevole l’intenzione di lottare, di darsi un traguardo. Questa era la moralità de il “Processo alla tappa”. La tv ha ricevuto in eredità il lascito di un ciclismo raccontato dai grandi del giornalismo e della letteratura, che sapevano esaltare il fascino di impreziosire fatica, solitudine, volontà.
A questo schema narrativo la tv ha sovrapposto la propria impronta rappresentativa, caratterizzata dalla riproduzione delle immagini e della loro moltiplicazione. Ha così avuto luogo un processo di progressiva dilatazione degli spazi della rappresentazione; col passare del tempo si sono allungati i tempi di copertura "indiretta" delle fasi di gara, e soprattutto sono aumentate le trasmissioni volte a creare l’attesa dell’evento, a fornire una ricostruzione sempre più dettagliata e poi un commento sempre più articolato. Il primo anno ufficiale della televisione italiana, il 1954, fu caratterizzato da alcune trasmissioni "eccezionali", fra queste la Milano-Sanremo del 19 marzo 1954 vinta da Rik Van Steenbergen. In quell’edizione ben 3 équipe di trasmissione, con telecamere fisse, furono destinate alla produzione: una posizionata a San Lorenzo a mare, un’altra a Capo Berta e l’ultima all’arrivo. Nello stesso anno arrivò in tv anche il Giro d'Italia, garantendo al pubblico l'arrivo in diretta di ben 7 tappe, e la possibilità di vedere anche il riassunto di ogni tappa intorno alle 23 dello stesso giorno. La rivoluzione arriva il 31 agosto 1958 a Reims, nel corso del campionato mondiale. Nasce infatti la telecamera mobile, frutto dell’interazione fra un automezzo dotato di telecamera e un elicottero con funzione di ponte radio-tv. Al giorno d'oggi le cose sono cambiate moltissimo sia dal punto di vista tecnologico che da quello dell'offerta tv, tanto che nel Giro d‘Italia 1998 la programmazione giornaliera fu di 4 ore e 30 minuti. Inoltre Rai3 dedicava ben 2 ore e 40 alle cosiddette "trasmissioni di contorno": fra queste, a partire dal 1998, anno del ritorno del Giro d’Italia in casa Rai, spicca il "Processo alla tappa”, riedizione del mitico programma di Zavoli del 1962, condotta da Claudio Ferretti.

 

8) Signore e signori, la moviola!
Nel 1967, sul fronte televisivo, si ha una nuova svolta con la nascita della moviola introdotta e commentata da Carlo Sassi. Il primo caso riguardò un “gol non gol” di Rivera in un derby milanese. Da quel giorno le moviole, che rappresentano la sublimazione del ralenty, hanno proliferato su ogni rete divenendo un punto di forza di tutte le trasmissioni sportive. L’ultima evoluzione si deve a Filippo Grassia, fra l’altro presidente dell’Unione Stampa Sportiva Italiana, che nel ’99 ebbe l’idea di creare la “Moviola alla radio” subito dopo la fine delle partite e raccontare le fasi più delicate delle partite. Logicamente a RadioRai dopo “Tutto il calcio minuto per minuto”. Nel ’68 nasce, per opera di Maurizio Barendson, “Sprint”, progenitore dell’attuale “Dribbling”. Poi Barendson fonda con Paolo Valenti il sempreverde “Novantesimo minuto”, che tiene banco ancora oggi, e nel 1976 “Domenica Sprint”. Il quadro delle maggiori trasmissioni televisive legate al calcio e, in particolare, al campionato, si completa nel 1980 con il “Processo del lunedì”. Molti si attribuiscono la paternità dell’idea, ma senz’altro il migliore interprete della trasmissione è stato Aldo Biscardi, capace di traghettare senza problemi il programma dalla Rai a Mediaset, da Tele+ a TMC.

 

9) Il calcio vive in tivù e viceversa
La grande e crescente offerta di calcio e sport in televisione rispondeva, comunque, alle esigenze degli spettatori. Nel 1979 la Rai diffondeva 552 ore di telecronache, di cui 129 di solo calcio. Nel corso degli anni il tipo di programmazione è cambiato radicalmente. Sempre secondo Zavoli, “In televisione è finita l’era delle inchieste. E’ finita perché il palinsesto deve misurarsi ormai sulla  base di una tale velocità di proposte di consumo delle idee e dei consensi, che deve essere ritrattabile, smontabile e rimontabile in continuazione. E la presenza di un’inchiesta diventa ingombrante. Io, insieme a Martellini, realizzavo “Senza freni”, che era la rubrica giornaliera di intrattenimento sul Giro, quando sentii Ferretti che invitato a stendere una sorta di cronaca della giornata diede questo titolo ad un suo pezzo: “Buonanotte maglia rosa”. Ecco, questo in televisione non si poteva fare, se mi fosse mai venuto in mente di spendere 5 minuti dedicando questo tempo ad immaginare come si può addormentare una maglia rosa, avrei dovuto aspettare di essere richiamato all’ordine da uno dei mie direttori. Io non credo in una televisione pedagogica che debba prendere per mano chi la vede, ma in una tv capace di fornire materiali di riflessione e indurre in qualche modo ad essa con un plus di notizia rispetto a quello che da l’immagine.”
Nel 1995 si arriva al numero di 1732 ore di sport, di cui ben 232  dedicate al calcio, alle quali bisogna aggiungere le 517 ore trasmesse dalle reti Mediaset. La domenica è diventato il giorno nazionale consacrato alla pratica della discussione sportiva seguito a ruota dai giorni che ospitano le partite internazionali delle coppe europee. Gli eventi sportivi di grande livello attirano sempre maggiori quote di pubblico. Per Italia-Argentina, semifinale dei Mondiali 1990, gli spettatori furono 27.537.000; Italia-Bulgaria, semifinale del Mondiale 1994, fu seguita da 25.866.000 spettatori. In 19.673.000 videro la finale di Coppa Campioni del 1989 tra Milan e Steaua Bucarest e 19.042.000 la finale di Champions League del 1996 Juventus-Ajax. I dati testimoniano l’ormai stretto legame fra grande calcio e tv. A consolidare questo rapporto arrivano le aste per i diritti televisivi, inizialmente quasi ininfluenti per le casse delle società sportive ma che al giorno d’oggi si inseriscono nel bilancio come una delle voci fondamentali. Nel 1989-1990 i miliardi della tivù, cioè della sola Rai, erano 60,5. Nel triennio successivo arrivarono a 108,3. Nella stagione ’95-’96 i diritti televisivi superarono per la prima volta la fatidica quota dei 200 miliardi. Il penultimo contratto ha portato nelle casse dei club 447,3 miliardi. L’ultimo ha superato la quota dei mille miliardi grazie agli investimenti delle piattaforme digitali che trasmettono in pay-tv e pay-per-view.

 

10) Calcio-tivù: legame miliardario e indissolubile
E’ la storia del grande calcio che vende l’anima alla tivù per denaro e che dalla tivù finirà per essere fagocitato fino a divenirne preda ambita. I miliardi in palio sono centinaia. Nella stagione in corso le società di A e B finiranno per portare a casa oltre 1.300 miliardi fra campionato e coppe europee. Quelli relativi alla prima voce sono 1.043, di cui 134 per il campionato in chiaro, 91 per la coppa Italia, 743 per il campionato in criptato di A, 20 per quello criptato di B e 55 per le vendite all’estero.
In Italia le due società leadership nella gestione dei diritti televisivi criptati, Tele+ e Stream, non hanno badato a spese pur di trasmettere in pay-per-view e pay-tv tutte le partite di calcio di A e B. Le due aziende sono diventate le azioniste di riferimento del calcio italiano, nonostante i conti terribilmente in rosso degli ultimi anni, per una quota superiore al 60% degli introiti. Il prodotto calcio ha comunque, fino ad ora, creato debiti in tutta Europa. Per questa ragione Murdoch e Colaninno, proprietari al 50% di Stream, hanno aderito all’idea di unirsi con Tele+ per realizzare economie di scala. La nuova società manterrà comunque il nome di Tele+.
Nel 2000 le perdite sono state pesanti: 220 milioni di euro per Tele+ a fronte di 1,8 milioni di abbonati, 355 milioni di euro per Stream nonostante gli 820 mila abbonati. La fusione permetterà alla nuova società di ridurre gli investimenti sul calcio che si presume calino del 25%. Le televisioni a pagamento faranno ancora fatica per qualche anno a far quadrare i conti e pareggiare gli investimenti. Al momento gli abbonati fra pay-tv e pay-per-view sono circa un milione e 500 mila, il 6% del popolo televisivo. Quelli del digitale vero e proprio sono il 4% (dati Auditel). Nel 2001, secondo l’osservatorio della Makno, la percentuale degli abbonati alla tv a pagamento salirà al 9%, poco più di due milioni di famiglie. Nel 2003 potrebbe esserci un accelerazione. I motivi di questa lenta crescita sono da collegare a quattro fattori fondamentali; la giovane età di chi si avvicina allo sport a pagamento e quindi non dispone di particolari risorse economiche; la proliferazione di canali generalisti nel nostro paese; l’abitudine, tutta italiana, di vedere la tv senza pagare; il numero altissimo, oltre un milione, di card taroccate.
L’investimento è divenuto nel tempo così oneroso da costringere la Lega di A e B a cancellare il pilastro della contemporaneità delle partite per venire incontro alle esigenze delle tivù a pagamento. Il calendario prevede un anticipo al sabato alle 20,30 (ma fino alla stagione scorsa ce n’era un altro alle 15) e un posticipo la domenica sera sempre alle 20,30. Ma non c’è solo la A in diretta tivù. C’è pure la B che, a dispetto di ascolti e abbonamenti modesti, presenta un anticipo il venerdì sera e un posticipo il lunedì sera. La C manda in onda una partita il lunedì sera su Raisat con un seguito non indifferente. E il campionato nazionale dilettanti, che ha ripreso la vecchia dizione di Serie D, sta trovando un accordo con la Rai per irradiare una gara il martedì sera. A gennaio un suo incontro è stato trasmesso perfino da Eurosport. I giorni centrali della settimana sono invece occupati dalle sfide di coppa Italia, coppa Uefa e soprattutto Champions League. E non è finita qui perché le partite dei campionati esteri, con predilezione per la Premier League inglese, la Liga spagnola, la Premier Division francese e la Bundesliga, impazzano sulle reti a pagamento, e non solo, a cavallo della domenica.
Alla fine tutta questa presenza di calcio in tv ha portato allo smantellamento dei palinsesti delle giornate di campionato. All’estero, specie in Spagna e in Inghilterra, le tv a pagamento hanno fatto spostare alcuni incontri di campionato in orari prima impensabili. Come nel caso del big match della Premier League fra Manchester United e Liverpool, disputato il 4 marzo alle 11.30. In Italia c’è stato soltanto un esperimento, fra Parma e Juventus, mandato in onda alle 13 di domenica 9 gennaio su Stream. E, continuando il discorso sugli orari, come non ricordare la finale di Coppa del Mondo di Usa’94 disputata a mezzogiorno con oltre 40 gradi di temperatura per favorire gli ascolti in Europa? Per lo stesso motivo alcune finali dell’atletica leggera a Los Angeles ’84 e poi ad Atlanta ’96 si svolsero in orari assurdi, al di fuori di ogni parametro fisiologico.
Ora si cerca di attirare nuovo pubblico aumentando la spettacolarità delle discipline ma stravolgendone la tradizione. Così il problema della durata ha portato l’introduzione del tie-break nel tennis, dove si gioca al meglio dei 3 set solo nei tornei del Grande Slam, e alla cancellazione del cambio-palla nel volley.
Tornando al calcio, i network, impossibilitati dagli ordinamenti dell’Unione Europea a interrompere il gioco con brevi spot di 7 secondi, vorrebbero delle pause per trasmettere pubblicità e rifarsi degli onerosi investimenti. L’idea riguarderebbe l’inserimento di due time-out obbligatori per tempo oppure la suddivisione della partita in quattro frazioni di 22-23 minuti ciascuna. Ma l’International Board ha già negato il proprio consenso, timoroso di irretire gli appassionati e ottenere nel lungo periodo più svantaggi che vantaggi. Il calcio si differenzia dagli sport americani proprio per la continuità dell’azione che non permette intrusioni. Perfino la moltiplicazione dei “primi piani” o dei “replay” non piace a quegli appassionati che amano vivere il calcio in ogni sua fase.
Il calcio di Inghilterra, Italia, Germania, Francia e Spagna vale già oggi più del basket, del baseball e dell’hockey su ghiaccio negli Stati Uniti. Basta dare un’occhiata ai relativi incassi: 1.122 miliardi di lire a stagione per la National Basket Association; 705 per la Major League Baseball; 226 per la National Hockey League. Di un altro pianeta la National Football League che incassa 4.158 miliardi di lire l’anno dalle cinque emittenti cui ha ceduto i diritti delle partite in chiaro e criptato. Il contratto settennale, firmato nel ’98, vale 29.106 miliardi di lire. In totale i contratti delle quattro leghe valgono quasi 38 mila miliardi. Il resto arriva dagli sponsor istituzionali e tecnici con i secondi che pagano più dei primi nei grandi club: Nike e Adidas versano oltre 20 miliardi a testa a Inter e Milan contro i 12-15 dei “main sponsor” Pirelli e Opel.

 

11) L’avvento di Internet
Ma la frontiera dello sport è in costante avanzamento, tanto che ormai iniziano ad affermarsi nuovi mezzi di comunicazione. Fra questi merita un posto di rilievo Internet. Le società di basket sono rimaste sbalordite quando hanno toccato con mano che i diritti Internet, mai presi in considerazione fino a tempi recenti, valevano più del doppio di quelli venduti alla Rai per 2 miliardi. Con questa cifra, ritenuta perfino eccessiva, i dirigenti della tivù di stato avevano acquisito la possibilità di trasmettere una partita di A1 in analogico su Rai3 o in digitale su Raisat. Per i club, tormentati da bilanci pesantemente in rosso, una manciata di quattrini da dividere in tante piccole parti: niente a che vedere con i 1.300 miliardi piovuti sul calcio. Di qui la prossima esplosione dei diritti digitali che consentiranno la trasmissione delle partite su Internet con abbondanza grafica. E’ vero che oggi le immagini sono scadenti per via di una modesta risoluzione, ma domani saranno pari a quelle televisive. E Internet, piccolo particolare, è già oggi visibile su qualsiasi teleschermo. La prima vera prova di trasmissione multimediale è avvenuta in occasione di Scozia-Inghilterra: in analogico, digitale, Internet, pay-per-view e chiaro. Sky Sports 2 e Bbc hanno irradiato la partita in versione analogica: la prima in diretta e a pagamento, la seconda in differita e in chiaro. Sky Extra ha utilizzato invece la tecnologia digitale per trasmettere l’incontro a pagamento offrendo ai telespettatori la possibilità di scegliere l’inquadratura preferita e di richiedere replay a volontà. Di qui la differenza sostanziale con l’analoga offerta in pay-per-view. Come se non bastasse, la sfida è stata inviata in diretta su Internet da BSkyB che ha fatto uso di un sistema di trasmissione in simultanea.
Dietro l’angolo c’è, o c’era?, la Superlega europea. All’alba del 2000 i responsi inducono qualche riflessione. Se gli abbonamenti alla pay-tv e alla pay-per-view, in Italia, sono in costante ascesa, il pubblico allo stadio è in flessione. I dati di affluenza di entrambe le serie restano sensibilmente inferiori a quelli del ‘90-’91 e ‘91-’92, cioè all’indomani del Mondiale disputato nel nostro paese. Negli ultimi dieci anni l’Italia è stata la sola grande del calcio a subire un decremento di pubblico pari all’11,4%. Il discorso è generale. Nel 2000 l’unica nazione a registrare un aumento di pubblico è stata l’Inghilterra che può vantare il miglior rapporto d’Europa fra capienza degli impianti sportivi e pubblico presente: ben 13 dei 14 primi posti di questa speciale classifica sono occupati da squadre britanniche, con l’unica eccezione rappresentata dai tedeschi del Friburgo al 10° posto.
In attesa di capire come sarà lo sport su Internet, il calcio diviene un compagno abituale dei telefonini con sms oggi e immagini domani. Basta avere pazienza. In fondo siamo nel terzo millennio.

12) I grandi del giornalismo sportivo italiano

 

Gianni Brera.

Giovanni Luigi Brera, detto Gianni, è considerato a giusta ragione il più celebre e grande dei giornalisti sportivi italiani. Il numero uno. Nel giorno della morte, avvenuta in un incidente stradale nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1992, tra i ricordi di Indro Montanelli, Pilade Del Buono, Gianni Mura e tante altre famose penne del nostro Paese, qualcuno ha scritto che Brera ha lasciato un'eredità senza eredi. Partiva dalla cronaca per arrivare alla letteratura, al canto più autentico della poesia. L'Arcimatto curato sul Guerin Sportivo, giornale che diresse dal 1967 al 1973, al pari della Bocca del Leone o di altre fortunate rubriche oggi tradotte in libri di grande successo, hanno segnato il giornalismo sportivo nel profondo. Cancellò la retorica, aprì ad altri settori  dell'informazione, sposò l'epica e la mitologia per spiegare di terzini e goleador.
Nato a San Zenone Po, in provincia di Pavia, l'8 settembre 1919, figlio
del segretario della sezione socialista, Brera aveva iniziato la carriera giornalistica come collaboratore del Popolo d'Italia prima dello scoppio della guerra. Nel 1945 arriva alla Gazzetta dello Sport come redattore di atletica leggera e poi corrispondente da Parigi. Ne diventò direttore nel 1950, dopo aver collaborato per varie stagioni al Guerin Sportivo. Ed è proprio dalle colonne di quest'ultimo che coniò termini destinati a entrare nei vocabolari di tutto il mondo come quello di "libero" o "uruguagio" e che tenne a battesimo soprannomi leggendari: da Rombo diTtuono per Riva all'Abatino per Rivera , passando per Bonimba-Boninsegna. Passò al Giorno di Baldacci nel 1956, sposando l'irriverenza e la modernità del foglio voluto da Enrico Mattei.
Da lì, il salto al Giornale di Montanelli sin dalla nascita nel 1974 e quindi, nella scia dei quotidiani sperimentali, il passaggio all'ultima nata, la Repubblica di Eugenio Scalfari nel 1978, due anni dopo il varo del tabloid. Ci fu anche una discussa esperienza televisiva, nei primi Anni 90, al Processo del lunedì, chiamato a sostenere l'ingrato ruolo di garante della qualità. Le sue opinioni, spesso basate su convinzione etnologiche e sempre corredate da dotte dissertazioni di culinaria e caccia (le sue passioni al pari dell'immancabile fumo), hanno spaccato l'Italia. Decideva delle sorti dei commissari tecnici e rimane storica l'antipatia reciproca con Gino Palumbo, con il quale non mancò anche uno scontro fisico. Fu autore di vari libri: dalla Storia critica del calcio italiano al Corpo della ragassa (da cui è stato tratto un famoso film con Ornella Muti), da Herrera a Coppi e il diavolo, superlativo libro-intervista scritto con il suo campione preferito.

 

Giovanni Arpino.

"C'era una luce viperina nelle chiome degli alberi ritagliati contro il tramonto". Basterebbe l'inizio di Azzurro tenebra, il più importante libro di Giovanni Arpino dedicato al calcio (in occasione dei Mondiali del 1974), per comprendere tutta la qualità letteraria e la grandezza magistrale dell'autore. Un romanziere prestato per almeno una ventina d'anni al calcio, fino all'apice del successo italiano di Spagna 82 e della contemporanea rottura consumata, in un casinò iberico, con il sodale di sempre Gianni Brera. Il pallone è stato comunque la grande passione di Arpino, colorata di bianconero. Della Juve fu infatti tifoso, sostenitore e cantore. Bruno Quaranta gli ha dedicato un libro pochi anni fa: "Stile e stiletto. La Juve di Giovanni Arpino". Come a dire che quella bandiera, al pari delle lettere o del suo Piemonte, non l'abbandonò mai, fino alla morte, avvenuta a Torino nel 1987, in coincidenza con il novantesimo compleanno di Madama.
Scrittore, saggista e giornalista, Giovanni Arpino era nato a Pola il 27 gennaio 1927, figlio del colonnello Tommaso, per trasferirsi in gioventù a Bra. E proprio nel paese del cuneense, il futuro autore di La suora giovane e altri capolavori di questo dopoguerra, passò alcuni dei momenti più belli e formativi della sua esistenza. L'apporto di Bra lo si intuisce dalle pagine de "Gli anni del giudizio". Ma accanto alla letteratura, che lo porterà a firmare opere come L'ombra delle colline (premio Strega nel 1964), Randagio è l'eroe (1972) , il Fratello italiano (premio Campiello nel 1980), La sposa segreta (1983), sopravvisse in Arpino un amore smisurato per la carta stampata e in particolare per la Stampa, compagna di una vita. Anche nella parentesi al Giornale di Montanelli non aveva mai smesso di scrivere di Torino e della sua più importante creatura, la Juve appunto.
Un personaggio schivo, sincero fino all'irriverenza. A chi lo lodava per le sue opere che finivano per essere recitate in teatro o al cinema, ripeteva brusco: "Consideratemi un autore defunto". E invece non ha smesso di essere vivo anche dopo la sua scomparsa. Una delle più famose antologie italiane di letteratura recita nell'edizione di due anni fa: "La sua scrittura si caratterizza per la varietà dei registri, dall'elegiaco all'ironico e al grottesco". Questo fu Arpino.

Antonio Ghirelli. Intellettuale, studioso emerito del calcio, Antonio Ghirelli rappresenta mezzo secolo di storia del giornalismo italiano, sportivo ma non solo.
Eppure allo sport, in mezzo a tante altre esperienze che l'hanno portato su alcune delle sedie più importanti della nazione, ha sempre guardato ed è sempre tornato, in ultimo come attuale editorialista del Corriere dello Sport. La sua è una cultura europea, cosmopolita, formata alla scuola napoletana di Chiaia, nell'onda del crocianesimo più puro e della grande lezione della storia, cui ha dedicato diversi testi: da quello dedicato alla cronologia della sua città fino ai dittatori del secolo breve.

Nato nel 1922 a Napoli, inizio la carriera come corrispondente di Milano Sera per poi passare alla Gazzetta dello Sport. Nel 1950, ecco la direzione del Calcio illustrato, cui faranno seguito quelle di Tuttosport, che porta a record di vendite, e del Corriere dello Sport, in quest'ultimo caso per ben due volte. Affianco al lavoro in redazione, produce quello di ricercatore attento: nel 1955 esce infatti la "Storia del calcio in Italia", che verrà via via ristampato, con pubblicazione anche in questi ultimi anni.
Poi si dedica ai fatti socio-politici: nel 1962, in coincidenza con i Mondiali cileni, denuncia lo stato d'illegalità di quel Paese; più tardi assume la direzione dei fogli politici "il Globo" e "il Mondo". Socialista da sempre, segue Sandro Pertini al Quirinale come responsabile dell'ufficio stampa. Incarico che ricopre a Palazzo Chigi quando Bettino Craxi diventa presidente del Consiglio. Nel 1986 è direttore del Tg2 e, nel computo politico, va infine inserita la direzione dell'Avanti.

 

Gino Palumbo.

Il suo enorme contributo si riassume in una parola: "palumbismo". È il termine che indica il genere giornalistico che ha decisamente trionfato negli ultimi vent'anni. Gusto popolare, una certa forza attribuita ai titoli e alle dichiarazioni dei protagonisti diretti dello sport, il palumbismo ha lasciato un'impronta vivissima nei giornali odierni. Gino Palumbo, nato a Cava dei Tirreni nel 1921, consacrò la formula come responsabile dei servizi sportivi del Corriere della Sera e ancora di più, dal 1976 al 1983, come direttore della Gazzetta dello sport. Vi arrivò nel passaggio della proprietà dagli Agnelli ai Rizzoli e la lasciò indicando in Candido Cannavò il suo ideale successore. Non sbagliò nemmeno quella mossa.
Dicevo degli umori popolari. Leggenda vuole che il miglior interprete della scuola napoletana formata attorno al gruppo intellettuale Chiaia (ne facevano parte anche Antonio Ghirelli e Maurizio Barendson) viaggiasse solo su mezzi pubblici per trovare ispirazione nei discorsi della gente comune. Certo è che seppe raccogliere come nessuno le pulsioni e gli amori  degli italiani, consacrate nel milione e 400mila copie vendute per la vittoria mundial d'Italia. Si batté sempre per lo spettacolo, in luogo del catenaccio sostenuto da Brera, con il quale ebbe pure un memorabile scontro. E cercò di trasportare nel giornalismo sportivo le nozioni apprese anche in altri settori. Infatti, la sua è stata una delle carriere  professionali più complete: a 15 anni, dopo un articolo inviato al "Littoriale", entra a collaborare nella redazione napoletana della Gazzetta, dopodiché - nel 1948 - diventa redattore sportivo della Voce e l'anno successivo passa al Mattino.
Ma il salto avviene negli Anni 60, quando si trasferisce a Milano. Entra al Corriere della Sera, dove sale tutti i gradini dell'organigramma fino alla vicedirezione e alla direzione nel '74 del Corriere d'informazione, pomeridiano di via Solferino. La consacrazione arriva con la Gazzetta, al cui distacco non riuscirà a sopravvivere. Quattro anni dopo l'addio alla rosa, muore a Milano. Chi gli ha lavorato accanto ricorda soprattutto una sua frase: “Penso sempre e solo ai lettori”.

 

Bruno Roghi.

Bruno Roghi è stato il più famoso giornalista italiano a cavallo della guerra. Già prima del conflitto mondiale fu inviato di punta della Gazzetta dello Sport, dove era entrato nel 1921 come redattore per diventarne direttore 15 anni dopo. La sua celebrità la deve ad alcuni roboanti reportage dall'Africa fascista. Proprio la ricchezza della scrittura, unita alla capacità impagabile di scavare dentro gli eventi, fu il valore aggiunto di Roghi, nato a Sanguineto, provincia di Verona, nel 1894. La sua prosa lo portò, nel 1932, a partecipare con successo al concorso letterario dei Giochi olimpici di Los Angeles. Quattro anni prima, come recita la sua biografia, aveva partecipato anche al concorso letterario dei Giochi olimpici di Los Angeles. Come per Brera, anche la modernità della sua scrittura fece sì che molti modi di dire venissero mutuati dal suo linguaggio. I suoi resoconti verranno letti da almeno due differenti generazioni.
Dopo il 1945, Bruno Roghi epura in fretta gli incroci con il precedente regime, dirigendo ben preso Tempo Sport, il Corriere dello Sport dal 1947 al 1960 e - dal 1961 al 1962 - il torinese Tuttosport. Gli studi giovanili di avvocato, dopo un approccio lasciato cadere con la musica, ne fecero un punto di riferimento per l'intera categoria anche nelle battaglie contrattuali e deontologiche: tra il 1950 e il 1958 guidò l'Unione stampa sportiva italiana (USSI). Nella produzione letteraria, al di là delle migliaia di articoli, compaiono anche vari libri: La palla della principessa, Allegro assai, Tessera verde in Africa orientale, Nella luce di fiamma Olimpia, Olimpia. Muore a Milano nel 1962 all'età di 68 anni.

 

Sergio Zavoli. La sua lezione è ancora mandata a memoria dai giovani colleghi della tv. Come Maurizio Barendson o Paolo Valenti, il ravennate Sergio Zavoli rimane
nella storia della Rai come uno dei pochi "costruttori" di un modello informativo. Asciutto ma non scarno di notizie, rigoroso nell'approfondimento e nella semplicità di esposizione, nei suoi 78 anni di vita ha scritto alcuni dei migliori documentari apparsi sul piccolo schermo, dalle inchieste sul terrorismo (La notte della Repubblica) allo sport. Dal 1962 al 1967, infatti, creò e condusse il Processo alla tappa, progenitrice (intelligente) dei moderni processi televisivi. Interviste ai protagonisti, utili anche a fornire lo spaccato di un paese fatto ancora di dialetti e gregari, voce sempre pacata ma ferma nel giudizio, ispirò molti colleghi in quegli anni e anche dopo. Non ha mai amato però i troppi consensi.

 

La carriera di Zavoli è una sola bandiera: la Rai. Vi entra nel 1947, lavorando al Giornale radio diretto da Antonio Piccone Stella. Gira per l'Italia, raccontando piccole storie per spiegare l'universo maggiore. Ne è una prova Scartamento ridotto o, nel 1954, Notturno a Canosso, che gli vale il Premio Italia. Lo bissa nel 1957 con Clausura, inchiesta tradotta in sei lingue. L'approdo dalla sorella cieca alla televisione ne ha consacrato la grandezza, a cominciare dai servizi per il rotocalco Tv7. Quindi la Guerra di Algeria (1962), il ricordato Processo alla tappa, Un codice da rifare (1970) e Nascita di una dittatura (1972). All'interno della Rai ha ricoperto numerosi incarichi dirigenziali, alcuni di primissimo piano: condirettore del Tg1 nel 1969, direttore del Gr1 nel 1976, presidente della Rai dal 1980 al 1986. Un grande.

 

Fonte: http://www-3.unipv.it/scienzemotorie/public/6605sto_giornalismo_sportivo.doc

 

A cura di Filippo Grassia, presidente dell’USSI (Unione Stampa Sportiva Italiana) dal 1991 al 2001. Con la collaborazione di Giovanni Gentile e Matteo Marani

 

 

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