Assiri

 

 


 

Gli Assiri

 

Verso il 1300 a.C. gli Assiri si espandono in Mesopotamia, in Siria e in Anatolia.
Gli Assiri sono uno stato militare; infatti gli Assiri riducono in schiavitù le popolazioni vicine al loro territorio. La regione dove vivevano gli Assiri non era molto fertile, di conseguenza fanno crescere il potere militare e si spostano per conquistare altri territori più fertili. Tra l’800 e il 650 a.C. gli Assiri dominano, cioè hanno il potere in tutto il Vicino Oriente. Ma non nasce uno stato unitario, così senza alleati, l’impero crolla dopo un attacco di popolazioni che si sono unite contro di loro.

 

http://www.italianoperlostudio.it/upload/documenti/Civilta%20della%20Mesopotamia.doc

 

 

Assiri

LEGGENDA DI GILGAMESCH
INTRODUZIONE


Che cos’è l’epopea di Gilgamesh? E’ uno dei più antichi poemi conosciuti e narra le gesta di un antichissimo e leggendario re sumero, Gilgamesh, alle prese con il problema che da sempre ha assillato l’umanità: la morte e il suo impossibile superamento.
L’epopea (o più semplicemente “il Gilgamesh”) è anteriore ai poemi omerici (VIII sec. A.C.) e ai Veda indiani (1500 a.C.). Le prime redazioni sumeriche del poema sono fatte risalire ad oltre il 2000 a.C. Documenti su Gilgamesh sono stati rinvenuti più o meno ovunque in Mesopotamia, ma anche al di fuori, come in Anatolia (Hattusa, capitale dell’impero ittita) o in Palestina (Megiddo).

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La terra tra i fiumi:

Per orientarvi meglio è bene osservare questa mappa dell’antica Mesopotamia.

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La terra che dai libri di storia conosciamo sotto il nome di Mesopotamia si chiama oggi Iraq e confina a nord con la Turchia, a ovest con la Siria e la Giordania, a sud con l’Arabia Saudita e a est con la Persia, l’odierno Iran.
I due fiumi che fecero di questa terra la culla di una civiltà, così come il Nilo per l’Egitto, nascono in Turchia. Essi sono l’Eufrate e il Tigri, scorrono da nord-ovest a sud-est e sfociano nel Golfo Persico. Secondo il mito babilonese della creazione, fu il dio Marduk a creare i due fiumi dagli occhi della dea madre Tiamat.
L’Assiria si estendeva a nord lungo il rapido corso del Tigri. La bassa Mesopotamia era occupata dalla Babilonia, ma prima ancora era suddivisa in due regioni. La più meridionale, delimitata a sud dal Golfo Persico era chiamata «paese di Sumer». L’altra era chiamata «paese di Akkad» da cui derivò il nome delle prime genti semitiche stanziatesi nel paese.
Il fatto che testi del Gilgamesh siano stati trovati non solo in Mesopotamia testimonia che fin dall’antichità fu avvertito l’enorme valore artistico di quest’opera: il Gilgamesh fu subito sentita come un’opera dalla portata universale. La dimostrazione di questo successo in antichità è data dall’elevato numero di documenti su Gilgamesh attualmente in nostro possesso, circa novanta dispersi fra i musei di tutto il mondo. Considerando che settant’anni fa il numero di testi disponibili era meno della metà, è probabile che nuovi documenti emergeranno dalle sabbie dell’Iraq.

 

NASCITA DEL POEMA
Essa corrisponde alla cosiddetta Epopea Classica o ninivita. Il nome ha origine dal luogo del ritrovamento: Ninive, capitale dell'impero assiro, dove si trovava una delle maggiori biblioteche dell'antichità: la biblioteca di Assurbanipal.

 

Questa redazione è la più lunga, la più complessa e la meglio conservata giunta ai giorni nostri. Infatti il Gilgamesh non è un'opera completa. I documenti a nostra disposizione sono spesso frammentari, scritti in lingue diverse, appartenenti a epoche diverse, e dal contenuto non sempre omogeneo. I testi furono scritti in cuneiforme, scrittura più adatta al tipo di supporto finale, argilla modellata in forma di tavoletta.
Nonostante le lacune, il quadro d'insieme dell'opera è ormai chiarito e costanti scoperte archeologiche consentono di aggiungere nuovi tasselli sia all'epopea Ninivita sia alle versioni più antiche, comprese quelle di epoca sumerica.
L'epopea classica risale a circa il 1200 a.C. ma ci è giunta nella posteriore redazione neoassira (ca. 700 a.C.). Essa è composta di dodici capitoli scritti in accadico (non sumerico, anche se luoghi e personaggi sono spiccatamente di Sumer) su altrettante tavolette.
L'epopea classica è frutto di un'elaborazione letteraria risalente addirittura agli albori della scrittura e che, per semplicità, ho suddiviso in quattro fasi.

 

Fase 1: i poemetti sumerici

Questi poemi scritti in sumerico risalgono al terzo millennio a.C. e presentano, indipendentemente uno dall'altro, temi o vicende che confluiranno nell'epopea classica. Non costituivano un corpus epico unitario. Infatti Gilgamesh, se vi compare, ha ruoli molto eterogenei (avventuriero, sovrano di Uruk, giudice dell'oltretomba, fratello di Ishtar dea dell'amore, ecc.).

 

Fase 2: il poema paleo-babilonese

Il primo vero tentativo di composizione epica unitaria sulle gesta del re di Uruk avvenne verso il 1800-1600 a.C., ovvero al periodo della prima dinastia di Babilonia con il suo re prestigioso Hammurabi noto per il "primo" codice delle leggi (i primi codici sono in realtà di epoca sumerica). Questa saga è detta poema paleobabilonese di Gilgamesh. Dal poema di Gilgamesh sono tratti questi splendidi versi che ammoniscono il protagonista ossessionato dalla ricerca dell'immortalità:
"Gilgamesh, dove vai? La vita che cerchi, non la troverai. Quando gli dei crearono l'umanità le assegnarono la morte, e tennero per sé la vita! Riempi il tuo stomaco, Gilgamesh. Fai festa giorno e notte, i tuoi vestiti siano puliti! Lava il tuo capo, lavati con acqua! Gioisci del bambino che ti tiene per mano, possa tua moglie godere di te. Questo è il destino degli uomini!" (riportati in Sap 2001, pp. 161-162)
Questi sono praticamente gli ultimi versi di quanto ci è rimasto del poema di Gilgamesh. Il protagonista, vagando alla ricerca del segreto per sfuggire alla morte, viene ammonito da Siduri, la taverniera di Shamash (dio della giustizia) per aver trascurato l'esercizio del potere cercando una chimera. Non sappiamo se il poema contenesse la narrazione del diluvio ma è certo che conteneva almeno l'incontro di Gilgamesh col lontano antenato che sopravvisse al Diluvio.

 

Fase 3: le saghe medio-babilonesi e il mito di Atramkhasis

Al poema di Gilgamesh si ispireranno le posteriori saghe redatte in lingue extra-babilonese (ittita, elamico, khurrico) e trovate in Anatolia, Siria, Israele a testimonianza dell'enorme fortuna del poema in antichità. Queste risalgono al periodo mediobabilonese (XIV-XII sec. a.C.) e contengono un "dettaglio" in più rispetto al poema: l'intera narrazione del Diluvio universale. Questa versione è incredibilmente simile a quella che troviamo nella Genesi biblica.
Le saghe mediobabilonesi più o meno si equivalgono nel contenuto ma sono assai diverse nella forma. Abbiamo per esempio, saghe in lingua diversa, saghe in prosa, altre in versi, oppure con estensione variabile da una all'altra.
Più o meno nello stesso periodo circolava un'edizione autonoma del diluvio, l'Atramkhasis (il Grande Saggio). Anche questa sarà utilizzata a modello dagli scribi assiri.

 

Fase 4: il canone

Riepilogando, le fasi letterarie che porteranno all'epopea di Gilgamesh sono le seguenti:

  •  poemetti sumerici (2500 a.C.)
  •  poema paleobabilonese di Gilgamesh (1700 a.C.)
  •  saghe mediobabilonesi di Gilgamesh e poema del Grande Saggio (1200 a.C.)

Intorno al XII secolo a.C. il materiale letterario (epico e mitologico) è pronto per una nuova risistemazione. Forse proprio in quest'epoca, al più tardi un secolo dopo, avvenne la compilazione in versi delle avventure di Gilgamesh secondo una struttura unitaria, giunta a noi nella tarda redazione assira (VIII sec. a.C.).
Se i testi delle origini erano caratterizzati da un forte contenuto mitico, il canone assiro è invece di contenuto mitico più rarefatto. Il canone è un’ opera arricchita nei contenuti, di imponente bellezza lirica e riflessione filosofica.
La qualità letteraria dell'opera fu tale che venne ricopiata, studiata, commentata e tradotta incessantemente fino al VII secolo. Qualcosa di molto simile avvenne anche per i poemi omerici, base culturale degli antichi greci. Proprio le copie più tarde dell'epopea, redatte nella capitale dell'impero assiro, grazie al loro migliore stato di conservazione consentirono agli studiosi una lettura completa della storia di Gilgamesh.

 

 

 

AUTORE DEL POEMA

Gli scribi assiri nel loro lavoro di ricopiatura furono molto zelanti. Infatti ogni biblioteca aveva i suoi cataloghi dove erano elencate tutte le opere presenti negli scaffali e il rispettivo numero di copie. Bisogna precisare che all'epoca non c'era il costume di dare un titolo alle opere. Ciò che veniva riportato nei cataloghi, ad indicazione di un'opera presente, era semplicemente la prima riga della composizione.

 

Ipotizziamo per un momento di poter consultare una biblioteca del primo millennio a.C. e di saper leggere l'accadico. Se questa biblioteca conserva qualche copia del Gilgamesh non dobbiamo cercarla sul catalogo come "Epopea di Gilgamesh" bensì come
"Di colui che vide ogni cosa"
che è appunto il primo verso della versione canonica. Supponiamo ora di entrare in una biblioteca del secondo millennio a.C. Il Gilgamesh andrà stavolta cercato sotto la voce
"Egli è superiore agli altri re"
che è il primo verso del poema paleobabilonese.
La cosa strabiliante è che, a differenza di molte opere dell'antichità, grazie ai cataloghi ritrovati nella biblioteca di Assurbanipal possiamo conoscere anche il nome dell'autore dell'epopea classica.
"Di colui che vide ogni cosa" è da attribuirsi a Sin-leqi-unnini, il prete esorcista
Il nome gotico di questo fantomatico autore significa "O Sin (=dio luna) accogli la mia supplica". Dato che la redazione ninivita è copia di una compilazione di epoca babilonese, Sinleqiunnini, ammesso che sia esistito, doveva essere uno scriba di Babilonia. Purtroppo siamo sicuri dell'esistenza di Sinleqiunnini così come siamo sicuri di quella di Omero.
Infatti da una delle tanti liste reali pervenuteci leggiamo
Durante il regno di Enmerkar era consigliere Nungalpiriggal
Durante il regno di Gilgamesh era consigliere Sinleqiunnini
(citato in Dag 1997 p. 77)
Quindi la tradizione attribuisce il resoconto delle avventure di Gilgamesh allo stesso consigliere del re di Uruk che sarebbe vissuto attorno al 2700 a.C.. Millenni prima di Babilonia! L'autorità di Sinleqiunnini come nume tutelare degli scribi era comunque indiscutibile al punto che spesso gli scribi si dichiaravano suoi discendenti firmando i documenti.
Oltre ai cataloghi gli scribi avevano l'abitudine di porre delle annotazioni in fondo alle tavolette. Tali annotazioni, chiamate  còlophon riportavano:

  •  il titolo (ossia la prima riga)
  •  il numero d'ordine della tavola (per lunghe composizioni che occupavano più di una tavola)
  •  il nome dello scriba ricopiatore (più eventuale riferimento all'antenato Sinleqiunnini)
  •  l'indicazione se l'opera era copiata da un originale più antico
  •  l'indicazione della serie (es. Serie di Gilgamesh)
  •  (solo nei colofoni ittiti) l'indicazione di ultima tavola. Ovvero "serie non finita" per una tavola non conclusiva dell'opera e "serie finita" per l'ultima tavola.

Grazie quindi allo zelo dei bibliotecari babilonesi i primi scopritori e traduttori moderni della saga poterono stabilire il titolo originale ("Di colui che vide ogni cosa"), il numero di tavole che ne facevano parte (12) e quindi la lunghezza approssimativa dell'opera (ca. 3000 versi).

CONTENUTO DELL’OPERA


Sarebbe ingiusto etichettare l'epopea solo come una parabola della ricerca dell'immortalità. Le peripezie di Gilgamesh hanno risvolti etici, filosofici e antropologici affrontati con una tale maturità e bellezza poetica, che da tempo la critica letteraria ha elevato il poema al rango di capolavoro, accanto alle opere di Omero, Virgilio e Dante (1).
Un meritevole accenno ai suddetti temi sarebbe incauto senza tuttavia conoscere di cosa parla l'opera. Veniamo pertanto subito alla trama dell'epopea di Gilgamesh. L'opera è divisa in dodici capitoli, detti "tavole".

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Tavola I

L'opera inizia con un inno al re Gilgamesh e alla sua città, Uruk. I sudditi, viene detto, sono però vessati dal loro sovrano e si lamentano con gli dei. Il dio An, sovrano del firmamento, accoglie la supplica e, per dare sollievo al popolo, dispone la nascita di Enkidu. Costui è l'uomo selvaggio che vive con gli animali nella steppa, che potrà tenere a freno la smisurata potenza di Gilgamesh ma anche stargli accanto nei momenti di pericolo. Enkidu però deve essere prima educato alla civiltà. A questo compito provvede la prostituta sacra Shamkhat che gli insegna le basi della vita cittadina prima di condurlo a Uruk.
pagina dall'epopea: Prologo, l'eroe Gilgamesh

 

Tavola II

Enkidu giunge a Uruk in tempo per evitare che Gilgamesh varchi la soglia di una novella sposa. Infatti, a Gilgamesh, in quanto sovrano, spettava lo ius primae noctis, uno dei maggiori fattori di lagnanza popolare. Gilgamesh e Enkidu si fronteggiano ma la forza dei contendenti è paritaria, per questo cessano le ostilità e i due diventano fraterni amici. Gilgamesh, in cerca di fama e avventura, propone allora a Enkidu una spedizione nella foresta dei Cedri dove mille pericoli li attendono.
pagina dall'epopea: I giovani e gli anziani di Uruk

 

Tavola III

Gilgamesh convince gli anziani di Uruk ad appoggiare la missione. La madre Ninsun, sacerdotessa del tempio, tuttavia è angosciata della partenza del figlio. Ninsun leva un’intensa preghiera a Shamash, dio del sole, affinché protegga Gilgamesh dai pericoli. Dopo che gli artigiani di Uruk hanno forgiato le armi della missione i due eroi si mettono in viaggio.
pagina dall'epopea: La dea Ninsun e il dio Sole

 

Tavola IV (la "tavola dei sogni")

Il viaggio verso la foresta avviene in un clima di magica sospensione. Ogni sera, i due eroi, prima di coricarsi dal lungo cammino eseguono un sacrificio al dio Shamash. Un demone della sabbia, inviato dal dio, incanta Gilgamesh per fargli avere sogni premonitori. Contemporaneamente il demone infonde a Enkidu il potere di interpretare i sogni. I cinque sogni di Gilgamesh sono tutti a tinte fosche, ma ogni volta Enkidu li interpreta come segnali di buon auspicio da parte del loro dio protettore.
pagina dall'epopea: Primo sogno premonitore di Gilgamesh

 

Tavola V

Gilgamesh e Enkidu giungono nella foresta dei cedri e cercano i tronchi migliori da tagliare e portare a Uruk. Vengono scoperti dal mostro Khubaba, posto a guardia della foresta dal signore degli dei, Enlil. Il mostro maledice i due uomini, sperando d'impaurirli, ma gli eroi non indietreggiano e lo scontro ha inizio. Con l’aiuto di Shamash, Gilgamesh e Enkidu riescono a sopraffare il mostro che chiede pietà. Enkidu tuttavia avverte Gilgamesh che le parole del mostro contengono menzogna e sprona l’amico a finire la creatura. Il bottino è grande. Gli alberi sacri vengono tagliati e portati a Uruk.
pagina dall'epopea: La foresta dei cedri

 

Tavola VI

Gilgamesh è acclamato e Ishtar, dea dell'amore, osservando il sovrano in tutto il suo splendore se ne invaghisce. La dea scende a Uruk e propone a Gilgamesh di sposarla. L’eroe rifiuta la sua proposta in termini che oltraggiano la dea. Ishtar allora fa liberare il Toro Celeste che come una calamità si abbatte sulla città. Intervengono Gilgamesh e Enkidu che come in una corrida riescono a bloccare e uccidere il mostro. La gloria di Gilgamesh raggiunge l’apoteosi e mentre tutto il popolo lo acclama, Ishtar piange il Toro con le sue ancelle.
pagine dall'epopea: Gli amori di Ishtar, Uccisione del toro Celeste

 

Tavola VII

Spente le libagioni, Enkidu sogna il consiglio degli dei. L’olimpo non è contento ma offeso dai ripetuti sacrilegi. Enlil decreta che uno dei due eroi muoia. Poiché Gilgamesh ha sangue divino nelle vene, la pena ricade su Enkidu che cade in agonia. Gilgamesh è disperato, perché non può fare nulla per il moribondo che, vaneggiando, maledice la porta costruita col cedro della foresta e la prostituta che lo aveva introdotto alla civiltà. Shamash però rincuora Enkidu preparandolo al trapasso. In un ultimo sogno Enkidu ha la visione della Casa della Polvere, il regno dei morti dove è destinato.
pagina dall'epopea: Enkidu sogna il regno dei morti

 

Tavola VIII

Enkidu muore e Gilgamesh lo piange intonando un lamento funebre al quale si unisce tutto il popolo in lutto. Viene preparato un regale corredo funebre che accompagnerà il defunto nell’aldilà.
pagina dall'epopea: Il pianto di Gilgamesh per la morte di Enkidu

 

Tavola IX

Gilgamesh è sconvolto dalla morte del compagno e s’interroga se anche lui dovrà un giorno perire nello stesso modo. In cerca di una risposta abbandona Uruk disperato, vagando per la steppa affamato e derelitto. Giunge fino alla porta di una montagna sorvegliata da creature metà uomo e metà scorpione. I guardiani mostruosi riconoscono in lui carne divina e lo lasciano passare. Gilgamesh attraversa l’oscurità della montagna e all’uscita si ritrova nello splendente giardino di Shamash dove diamanti e lapislazzuli crescono sugli alberi.
pagina dall'epopea: Incontro con gli uomini-scorpione

 

Tavola X

Il giardino di Shamash è sorvegliato dalla vivandiera Siduri che commossa dalle implorazioni di Gilgamesh gli spiega come raggiungere l’antenato Utnapishtim, reso immortale dagli dei per aver superato la prova del diluvio universale. Incontrato il traghettatore Urshanabi, Gilgamesh può attraversare le acque della morte che separano la dimora di Utnapishtim dal resto dell’umanità. Gilgamesh infine raggiunge l’antenato che però non ha alcun segreto di lunga vita da rivelare.
pagina dall'epopea: Il destino dell'uomo nelle parole di Utanapishtim

 

Tavola XI (la "tavoletta del Diluvio")

Gilgamesh non crede a Utnapishtim. L’antenato racconta allora come riuscì a salvarsi dal grande diluvio. Fu solo al termine di questa calamità, scagliata dagli dei per sopprimere gli uomini, che si creò l’unica situazione in cui fu garantita vita eterna ad un mortale. Gli dei, infatti, riunitisi in consiglio per decidere il destino di Utnapishtim, lo elessero a loro pari destinandolo a vivere lontano dal mondo. Fu quindi grazie a un consiglio divino che Utnapishtim divenne immortale, ma tale consiglio non potrà mai ripetersi per Gilgamesh. Il re di Uruk prova allora a sottoporsi alla prova del sonno per mostrare di meritare una simile possibilità, fallendo però miseramente. Gilgamesh si sente sconfitto, ma Utnapishtim gli fa un ultimo dono prima del viaggio di ritorno: la pianta dell’irrequietezza che restituisce vigore al fisico.
Sulla strada per Uruk, Gilgamesh fa una sosta in un'oasi lasciando incustodita la pianta magica. Quanto basta affinché un serpente, possa avvicinarsi e divorare la pianta, perdendo la pelle e ridiventare giovane. A Gilgamesh non rimane che accettare il suo destino mortale e tornare a Uruk dove riprende l’esercizio del potere con i suoi strumenti: il pukku e il mekku (il tamburo e la bacchetta della guerra).
pagina dall'epopea: Il racconto del diluvio (vedi anche la pagina Giuda-Israele)

 

Tavola XII

I lamenti delle vedove fanno cadere il pukku e il mekku agli inferi. Enkidu (di nuovo vivo, come in un flashback) si accolla il compito di recuperare gli arnesi del potere. Gilgamesh raccomanda a Enkidu di rispettare tutti i tabù degli inferi per garantirsi il ritorno. Purtroppo Enkidu infrange i tabù e viene intrappolato. Gilgamesh riesce a far liberare Enkidu grazie all’aiuto di Shamash che intercede presso Nergal, signore dell’oltretomba. Ma Enkidu è già morto come apprende Gilgamesh quando al suo cospetto torna solo un’ombra. Nel corso dell’ultimo incontro col vecchio compagno di avventure, Enkidu spiega il destino degli abitanti dell’oltretomba.

 

Gilgamesh incalza Utnapishtim (1-7)

Gilgamesh parlò a lui, al lontano Utnapishtim:
"Io guardo a te, Utnapishtim,
le tue fattezze non sono diverse, tu sei uguale a me,
si, tu non sei diverso, uguale a me sei tu!

 

Il mio animo è tutto proteso a misurarsi con te,
e tuttavia il mio braccio è inerme contro di te!
Perciò dimmi: come sei entrato nella schiera degli dei,
ottenendo la vita?".

 

5

Comincia il racconto del diluvio (8-19)

Utnapishtim parlò a lui, a Gilgamesh:
"Una cosa nascosta, Gilgamesh, ti voglio rivelare,

 

e il segreto degli dei ti voglio manifestare.
Shuruppak - una città che tu conosci,
che sorge sulle rive dell'Eufrate -
questa città era già vecchia e gli dei abitavano in essa.
Bramò il cuore dei grandi dei di mandare il diluvio.

10

Prestarono il giuramento il loro padre An,
Enlil, l'eroe, che li consiglia,
Ninurta il loro maggiordomo,
Ennugi, il loro controllore di canali;
Ninshiku-Ea aveva giurato con loro.

 

15

L'aiuto di Enki (29-47)

Le loro intenzioni (quest'ultimo) però le rivelò
ad una capanna:
"Capanna, capanna! Parete, parete!
Capanna, ascolta; parete, comprendi!
Uomo di Shuruppak, figlio di Ubartutu,
abbatti la tua casa, costruisci una nave,

20

abbandona la ricchezza, cerca la vita!
Disdegna i possedimenti, salva la vita!
fai salire sulla nave tutte le specie viventi!
La nave che tu devi costruire -
le sue misure prendi attentamente,

25

eguali siano la sua larghezza e la sua lunghezza - ;
tu la devi ricoprire come l'Apsu".
Io compresi e così io parlai al mio signore Enki:
"L'ordine, mio signore, che tu mi hai dato,
l'ho preso sul serio e lo voglio eseguire.

30

Che cosa dico però alla città, agli artigiani e agli anziani?"
Enki aprì la sua bocca,
così parlò a me il suo servo:
"Tu, o uomo, devi parlare loro così:
'Mi sembra che Enlil sia adirato con me;

35

perciò non posso vivere più nella vostra città
non posso più porre piede sul territorio di Enlil.
Per questo voglio scendere giù nell'Apsu, e là abitare
con il mio signore Enki.
Su di voi però Enlil farà piovere abbondanza,
abbondanza di uccelli, abbondanza di pesci.

40

Egli vi regalerà ricchezza e raccolto.
Al mattino egli farà scendere su di voi focacce,
di sera egli vi farà piovere una pioggia di grano".

 

45

La costruzione dell'arca (48-88)

Appena l'alba spuntò,
si raccolse attorno a me tutto il paese;

 

il falegname portò la sua ascia,
il giuncaio portò il suo ...
I giovani uomini [ ]
le case [ ] le mura di mattoni.
I fanciulli portarono pece.

50

Il povero [ ] portò il necessario.
Al quinto giorno disegnai lo schema della nave;
la sua superficie era grande come un campo,
le sue pareti erano alte 120 cubiti.
Il bordo della sua copertura raggiungeva anch'esso 120 cubiti.
Io tracciai il suo progetto, feci il suo modello:

55

suddivisi la superficie in sei comparti,
innalzai fino a sette piani.
La sua base suddivisi per nove volte.
Nel suo mezzo infissi pioli per le acque;
scelsi le pertiche e approntai tutto ciò che serviva alla sua costruzione:

60

tre sar di bitume grezzo versai nel forno,
tre sar di bitume fine impiegai;
tre sar di olio portarno le persone portatrici dei canestri.
Tranne un sar di olio che il niqqu ha consumato,
e due sar di olio messi da parte dal marinaio.

65

Come approvvigionamento macellai buoi,
giorno dopo giorno uccisi pecore;
mosto, birra, olio e vino
gli artigiani bevvero come fosse acqua del fiume,
essi celebrarono una festa come se fosse la festa del Nuovo Anno!

70

Al sorgere del sole io feci un'unzione;
al tramonto la nave era pronta.
Il varo della nave fu molto difficile;
corde per il varo furono lanciate sopra e sotto;
due terzi di essa stavano sopra la linea d'acqua.

75

Tutto ciò che io possedevo lo caricai dentro:
tutto ciò che io possedevo di argento lo caricai dentro,
tutto ciò che io possedevo di oro lo caricai dentro,
tutto ciò che io possedevo di specie viventi le caricai dentro:
sulla nave feci salire tutta la mia famiglia e i miei parenti,

80

il bestiame della steppa, gli animali della steppa,
tutti gli artigiani feci salire.
L'inizio del diluvio me lo aveva indicato Shamash:
"Al mattino farò scendere focacce, la sera farò piovere
una pioggia di grano;
allora sali sulla nave e chiudi la porta!".

 

85

Il diluvio distrugge ogni forma di vita (89-134)

Venne il momento indicato:

 

al mattino scesero focacce, la sera una pioggia di grano.
Io allora osservai le fattezza del giorno:
al guardarlo, il giorno incuteva paura.
Entrai dentro la nave e sprangai la mia porta.
Al marinaio Puzur-Amurri, il costruttore della nave,

90

regalai il palazzo con tutti i suoi averi.
Appena spuntò l'alba,
dall'orizzonte salì una nuvola nera.
Adad all'interno di essa tuonava continuamente,
davanti ad essa andavano Shullat e Canish;

95

i ministri percorrevano monti e pianure.
Il mio palo d'ormeggio strappò allora Erragal.
Va Ninurta, le chiuse d'acqua abbatte.
Gli Anunnaki sollevano fiaccole,
con la loro luce terribile infiammano il paese.

100

Il mortale silenzio di Adad avanza nel cielo,
in tenebra tramuta ogni cosa splendente.
Il paese come un vaso egli ha spezzato.
Per un giorno intero la tempesta infuriò,
il vento del sud si affrettò per immergere le montagne nell'acqua:

105

come un'arma di battaglia la distruzione si abbatte
sugli uomini.
A causa del buio il fratello non vede più suo fratello,
dal cielo gli uomini non sono più visibili.
Gli dei ebbero paura del diluvio,
indietreggiarono, si rifugiarono nel cielo di An.

110

Gli dei accucciati come cani si sdraiarono la fuori!
Ishtar grida allora come una partoriente,
si lamentò Belet-Ili, colei dalla bella voce:
"Perché quel giorno non si tramutò in argilla,
quando io nell'assemblea degli dei ho deciso il male?

115

Perché nell'assemblea degli dei ho deciso il male,
dando, come in guerra, l'ordine di distruggere le mie genti?
Io proprio io ho partorito le mie genti
ed ora i miei figli riempiono il mare come larve di pesci".
Allora tutti gli dei Anunnaki piansero con lei.

120

Gli dei siedono in pianto.
Secche sono le loro labbra; non prendono cibo!
Sei giorni e sette notti
soffia il vento, infuria il diluvio, l'uragano livella il paese.
Quando giunse il settimo giorno, la tempesta, il diluvio
cessa la battaglia,

125

dopo aver lottato come una donna in doglie.
Si fermò il mare, il vento cattivo cessò e il diluvio si fermò.
Io osservo il giorno, vi regna il silenzio.
Ma l'intera umanità è ridiventata argilla.
Come un tetto è pareggiato il paese.

 

130

 La missione esplorativa degli uccelli (135-154)

Aprii allora lo sportello e la luce baciò la mia faccia.
Mi abbassai, mi inginocchiai e piansi.
Sulle mie guance scorrevano due fiumi di lacrime.
Scrutai la distesa delle acque alla ricerca di una riva:
finché ad una distanza di dodici leghe non scorsi un'isola.

135

La nave si incagliò sul monte Nisir.
Il monte Nisir prese la nave e non la fece più muovere;
un giorno, due giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere;
tre giorni, quattro giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere;
cinque giorni, sei giorni, il monte Nisir prese la nave
e non la fece più muovere.

140

Quando giunse il settimo giorno,
feci uscire una colomba, la liberai.
La colomba andò e ritornò,
un luogo dove stare non era visibile per lei, tornò indietro.
Feci uscire una rondine, la liberai;

145

andò la rondine e ritornò,
un luogo dove stare non era visibile per lei, tornò indietro.
Feci uscire un corvo, lo liberai.
Andò il corvo e questo vide che l'acqua ormai rifluiva,
egli mangiò, starnazzò, sollevò la coda e non tornò.

150

 Sacrifici propiziatori del superstite (155-176)

Feci allora uscire ai quattro venti tutti gli occupanti
della nave e feci un sacrificio.
Posi l'offerta sulla cima di un monte.
Sette e sette vasi vi collocai:
in essi versai canna, cedro e mirto.
Gli dei odorarono il profumo.

155

Gli dei odorarono il buon profumo.
Gli dei si raccolsero come mosche attorno all'offerente.
Dopo che Belet-Ili fu arrivata
innalzò in alto le sue grandi 'mosche' (=lapislazzuli)
che An aveva fatto per la sua gioia:
"Voi, o dei, siete come i lapislazzuli del mio collo!

160

che io ricordi sempre questi giorni e non li dimentichi mai!
Gli dei vengano all'offerta,
ma Enlil non venga all'offerta,
perché egli ha ordinato avventatamente il diluvio,
destinando le mie genti alla rovina!".

165

Dopo che Enlil fu arrivato,
vide la nave e si infuriò,
d'ira si riempì il suo cuore verso gli dei Igigi:
"Qualcuno si è salvato? Eppure nessun uomo
doveva sopravvivere alla distruzione".
Ninurta aprì la sua bocca e disse, così parlò ad Enlil l'eroe:

170

"Chi può aver escogitato ciò se non Enki?
Solo Enki conosce ogni arte!".

175

 

La ricerca dell'immortalità di Gilgamesh può apparire come un avventuroso mito, come quello, per esempio, degli Argonauti a caccia del vello d'oro. Ma se l'epos di Giasone ha richiesto secoli di reinterpretazioni per emergere in tutto il suo senso tragico (come nella Medea di Euripide), l'epos di Gilgamesh è  contenuto all'ennesima potenza già nei primi poemetti sumerici. Questo epos sviluppato con estrema sensibilità nel canone, si articola su quattro temi principali: il viaggio, la tradizione culturale, il tema della coppia, il tema della morte.

assiri

 

 

 

 

 

Il tema del viaggio

Molti critici vedono nell'opera un percorso educativo del protagonista attraverso i luoghi del poema. La parabola di Gilgamesh evidentemente doveva essere d'insegnamento per i destinatari dell'opera. Leggiamo nel bellissimo prologo:
Gilgamesh vide ogni cosa, ebbe esperienza di ogni cosa, in ogni cosa raggiunse la completa saggezza... (tav. I)
E' inteso che questo è un giudizio a posteriori del narratore dato che, inizialmente, Gilgamesh è
...uno scalpitante toro selvaggio, le sue armi sono sempre sollevate e al suono del suo pukku debbono accorrere i suoi camerati. Giorno e notte il suo comportamento è oppressivo (tav. I)
La società di Uruk si lamenta invocando addirittura l'intervento di An, dio del firmamento, affinché Gilgamesh la lasci in pace. L'ego prevaricatore del sovrano impedisce il corretto svolgersi delle attività commerciali (perché i sudditi sono impegnati nella guerra o nel consolidamento della mura della città) e sociali (perché al sovrano spetta lo ius primae noctis).
Gilgamesh è assetato d'azione e d'avventure ma a metà del poema perde la sua spavalderia. Uruk non è più un ovile accogliente (appellativo frequente della città sumerica) perché non ha saputo proteggere l'amico Enkidu dal "destino dell'umanità". L'eroe deve abbandonare Uruk perseguitato da profonde inquietudini. E' uno strappo antropologico denso di significati. A Uruk tutto era agio e sicurezza; fuori da Uruk c'é solo fame, freddo e solitudine.
Gilgamesh deve viaggiare a lungo, perché lontana è la dimora di chi può dargli delle risposte. L'oracolo è un antenato, Utnapishtim, reso immortale dagli dei per meriti eccezionali. La necessità del viaggio è enunciata persino con ridondanza, come suggerisce l'appellativo di Utnapishtim, "il lontano".
La metafora del viaggio educativo si dispiega anche attraverso la scansione del tempo. Prima smisurata e mitica (vedi la rapidità con cui Gilgamesh ed Enkidu procedono verso la Foresta dei Cedri), poi umanizzata e resa con enorme precisione (vedi le "doppie ore" che scandiscono il faticoso cammino attraverso l'oscurità per giungere alla luce di Shamash, tav. IX). Nella prima parte del poema Gilgamesh vive quindi in una dimensione irreale e appartata dal resto della società che non lo comprende.
Per contrasto, la seconda parte del poema ci presenta un Gilgamesh in una dimensione reale e soprattutto sociale. Rivelatore è il discorso di Gilgamesh al battelliere Urshanabi durante il viaggio di ritorno a Uruk. Un discorso fatto di inedite buone intenzioni verso i sudditi:
«Urshanabi, questa è la pianta dell'irrequietezza;
grazie ad essa l'uomo ottiene la vita.
Voglio portarla ad Uruk e voglio darla da mangiare
agli anziani e sperimentare la pianta.
Il suo nome sarà "l'uomo anziano ringiovanirà"» (tav. XI)
Il viaggio dell'eroe culmina con la conquista (o la consapevolezza) della dignità del sovrano. Il re sumerico non deve mai prescindere dai propri doveri, da cui dipende l'esistenza stessa della comunità.

 

Il tema culturale

Il buon governo è solo uno dei due effetti dell'eredità di Utnapishtim. Infatti il prologo anticipa come la saggezza acquisita da Gilgamesh al termine dell'epopea si manifesterà in un puro gesto culturale:
egli fece incidere tutte le sue fatiche su una stele di pietra (tav. I)
Nell'atto della scrittura, la cui invenzione è attribuita secondo un mito a Enmerkar, nonno di Gilgamesh, si condensa tutta la sapienza sumerica. Con la scrittura nasce la storia, non solo quella di Gilgamesh, ma di tutto il genere umano:
solleva la tavoletta di lapislazzuli e leggila:
vi è la storia di quell'uomo, di Gilgamesh che
sperimentò ogni possibile sofferenza (tav. I)
Il senso della storia traspare non solo nella registrazione scritta degli eventi ma anche nel recupero dei templi distrutti dal Diluvio (di cui Utnapishtim fu testimone oculare):
dopo aver raggiunto Utnapishtim, che abita in un lontanissimo luogo,
Gilgamesh restaurò i centri di culto distrutti dal diluvio (tav. I)
In conclusione l'epopea è un viaggio di formazione durante il quale un eroe mitico diventa eroe culturale. L'esperienza di Gilgamesh condensa conquiste storico-culturali dei sumeri. Egli sa scavare pozzi nel deserto
dopo trenta leghe di marcia si fermarono per la notte
essi scavarono un pozzo davanti a Shamash
e riempirono d'acqua i loro otri (tav. IV)
taglia i cedri dei Monti Libano per usarli come materiale da costruzione a Sumer
Gilgamesh abbattè gli alberi ed Enkidu raccolse i ciocchi
«Amico mio è stato abbattuto un meraviglioso cedro,
io voglio fare con esso una porta...» (tav. V)
inventa la corrida
Enkidu affrontò il Toro Celeste
e lo prese per la sua spessa coda
e Gilgamesh colpì il Toro con mano ferma e sicura
egli immerse la spada tra le corna e i tendini della nuca (tav. VI)
si improvvisa speleologo
Gilgamesh entrò nella porta della montagna
egli ha percorso una doppia ora
densa è l'oscurità, non vi è alcuna luce
e non gli è concesso di vedere nulla dietro di sé (tav. IX)
escogita la navigazione a vela
Gilgamesh e Urshanabi fecero salpare la nave e si misero in viaggio.
«Stai indietro Gilgamesh! Prendi un palo,
le acque della morte non devono sfiorare la tua mano [...]».
Quando Gilgamesh esaurì tutti i pali
lui e Urshanabi si spogliarono dei loro vestiti
e li legarono con la cintura attorno all'albero della nave (tav. X)
e la pesca sottomarina
Gilgamesh aprì un foro e si legò ai piedi grandi pietre,
si immerse nell'abisso e prese la pianta che punse le sue mani,
slegò quindi le grandi pietre che aveva ai piedi
e così il mare lo fece risalire fino alla sponda (tav. XI)
Ma l'epopea è ricchissima di dettagli che ne fanno un'enciclopedia di Sumer. Il testo spiega (o suggerisce) come i templi accoglievano gli orfani, perché sul calendario c'erano due feste di Anno Nuovo, perché i pastori vivevano in tende. Si affrontano la prostituzione e i costumi sessuali, la pratica oracolare dell'incubazione (tav. IV) e non mancano dimostrazioni eziologiche (perché i serpenti fanno la muta, ecc.).

 

Il senso della vita

Abbiamo accennato al passo dove Siduri redarguisce Gilgamesh su come dovrebbe comportarsi piuttosto che dar la caccia a segreti divini senza risposta. Il destino dell'uomo è segnato dalla mortalità (come racconta il finale dell'Atramkhasis, poema babilonese del diluvio) e Utnapishtim lo ricorda nei seguenti versi:
tutto assomiglia alle libellule che sorvolano il fiume
il loro sguardo si rivolge al sole,
e subito non c'è più nulla
(tav. X, vv. 315-317)
anche se Gilgamesh medesimo ne ha sentore all'inizio del poema
L'umanità conta i suoi giorni
e qualunque cosa faccia è vento
(tav II, lacuna al v. 200 circa integrata in Sap 2001 p. 55)
Nessuno può oltrepassare i limiti della vita, e si sa dall'etimologia che limite è in corrispondenza biunivoca con necessità. La necessità (ananke) non è una divinità vera e propria, quanto piuttosto il riconoscimento di una forza cosmica superiore alle cose, superiore allo stesso destino di uomini e dei (fato = Namtar in Mesopotamia, la Moira in Grecia, poi personificata in tre entità: Atropo che fila, Cloto che avvolge e Lachesi che recide il filo della vita umana).
Tuttavia Gilgamesh non accetta questa situazione, forse ingannato dalla somiglianza fisica con l'antenato. Ma Utnapishtim vuole convincere Gilgamesh con la parabola del diluvio, al termine della quale si svolse l'emblematica adunanza divina che promuove Utnapishtim tra gli dei.
(Enlil) ci benedisse:
"Prima Utnapishtim era uomo,
ora Utnapishtim e sua moglie siano simili a noi dei.
(tav. XI, vv. 191-196)
Ma nessuna sessione di Anunnaki si può tenere per Gilgamesh, negandogli d'ufficio l'immortalità! Rimprovera infatti l'eroe del diluvio a Gilgamesh:
...ed ora chi potrà far radunare per te gli dei
in modo che tu trovi la vita che tu cerchi?
(tav. XI, vv. 198-199)
La volontà di sopravvivenza di Gilgamesh è rivelatrice di uno stato d'animo che vive la precarietà quotidiana con ansia di sopravvivenza. Questo stato d'animo è comune in Mesopotamia come in Grecia. Ricordo l'esempio di Admeto che inseguito da Thanatos chiede al padre di rinunciare alla vita in vece sua, ma il rifiuto del vecchio padre Ferete non ammette repliche:
“la vita è breve ma è così dolce”
(v. 695 Alcesti)

O nelle parole di Eracle:
Tutti gli uomini devono soggiacere alla morte, e non c’è uno tra i mortali che sappia se domani sarà ancora vivo: perché l’oscuro cammino della sorte non è cosa che si possa insegnare, né si coglie grazie a un’arte. Dunque ora che hai ascoltato e appreso da me tutto questo, cerca di divertirti, bevi, pensa alla tua vita giorno per giorno e affidati alla sorte. (v. 785-… Alcesti)
Di stesso tenore è l’ammonimento dei cittadini ateniesi a Ioalo, vecchio compagno di avventure di Eracle:
Il tempo non ha ancora spento il tuo ardore: esso è giovane, ma il corpo è sfinito. Perché ti affatichi inutilmente in imprese che ti nuoceranno e ben poco potranno giovare alla nostra città? All’età che hai, devi riconoscere l’errore e rinunciare all’impossibile: la giovinezza non troverai modo di riacquistarla (702-708 Eraclidi)
Sono ammonimenti che ricordano da vicino le parole di Siduri nel poema paleobabilonese. L'adunanza divina che Gilgamesh auspica è tuttavia di cattivo auspicio. Gilgamesh dovrebbe ricordarsi di Enkidu che, prima di cadere in agonia, chiese di spiegargli l'incubo presagio di morte:
Amico mio, perché i grandi dei erano a consulto?
(tav. VI, v. 188)
Nei miti sumeri la riunione degli dei a consiglio è generalmente fonte di sventure! La cronaca del consiglio è interpolata nella tav. VII dal canto ittita di Gilgamesh:
An, Enlil, Ea e Shamash erano radunati a consiglio e An disse a Enlil: "Poiché hanno ucciso Humbaba, che custodiva la foresta dei Cedri, uno dei due dovrà morire". Allora Shamash rispose a Enlil, all'eroe: "Fu per tuo ordine che uccisero il Toro Celeste e Humbaba: dovrà dunque Enkidu morire benché sia innocente?". Enlil si rivolse furibondo a Shamash: "Proprio tu osi dire questo, che te ne andavi con loro tutti i giorni come uno di loro?".
(da San 1994, p. 115)
Come sottilmente ha osservato Jan Kott il porre in questione l'equità di un verdetto emanato degli dei riuniti in consiglio - come Shamash - è molto umano e umanamente toccante.

 

Fonte: http://www.digila.it/public/iisbenini/transfert/Saccani/CLASSI%20SECONDE%20BeC%2020102011/LEGGENDA%20DI%20GILGAMESCH.doc

 

Assiri

LA CIVILTA' DEGLI ASSIRI
TEMPO: DAL 1° MILLENNIO AL VII SECOLO A.C

 

TERRITORIO: Gli Assiri erano un popolo nomade che proveniva dalla Siria cioè la Mesopotamia del nord.
Da molti secoli si erano insediati lungo il corso del fiume Tigri, tra le pianure mesopotamiche.
RELIGIONE:gli Assiri riconoscevano come divinità superiore il Dio nazionale Assur, dio del sole e padre delle altre divinità come: Ninurta e Ishtar.
Assur era rappresentato da un disco solare alato e ritenuto il principale protettore degli Assiri.
Gli dei erano raffigurati in forme umane e aiutavano il re in guerra.

LAVORO: Gli Assiri erano agricoltori, allevatori e artigiani.
Coltivavano grano e orzo e allevavano bovini, ovini e suini.
I contadini rendevano fertili i terreni aridi, irrigandoli con l’acqua attraverso una fitta rete di canali.
Coltelli, asce e utensili per il lavoro agricolo erano costruiti con schegge di ossidiana, (vetro vulcanico molto tagliente) e calcedonio (un tipo di quarzo).
Il vasellame di ottima qualità e decorato con eleganti motivi, era in argilla cotta.
Gli Assiri furono tra i primi popoli a saper lavorare il ferro.
Nel II millennio a.C. gli Ittiti, abitanti delle terre vicino agli Assiri, furono i primi a lavorare il ferro aiutandoli così a saperlo modellare. I fabbri infatti conoscevano la metallurgia e costruivano armi, frecce, coltelli, lance, ma anche grandi quantità di utensili da lavoro, con vanghe e aratri per dissodare il terreno.
Si procuravano metalli preziosi, bestiame, schiavi e altri prodotti non con il commercio, ma depredando i popoli sconfitti.
ALIMENTAZIONE: il grano era conservato in grandi vasi di argilla coperti di bitume.
Coltivavano cereali soprattutto orzo, molte varietà di frutta e verdura, piante aromatiche e olivi.
Essi allevavano anche animali da cortile oltre a bovini, ovini e cammelli.
ABBIGLIAMENTO: l’indumento base era il perizoma di pelle e di stoffa.
Su di esso si indossava una tunica, sopra a questa si poteva portare una mantellina rettangolare, ai suoi lati erano attaccate le frange, mentre al centro c’era un’ apertura per infilare la testa.
Furono i primi in Oriente a coltivare la pianta del cotone.
ABITAZIONE: gli Assiri abitavano in villaggi agricoli e in città di grandi dimensioni, come Ninive
e Nimrud e molti centri minori.
Ninive era la città più importate del regno Assiro e vi risiedeva il re.
Aveva circa 80.000 abitanti e una cinta di mura lunga 12 km.
Le case comuni erano fatte di mattoni di argilla, coperte da tetti a terrazza o a cupola; le stanze, con il pavimento in terra battuta, erano costruite intorno a un cortile interno.

TRASPORTO: I cammelli venivano utilizzati anche per trasportare le merci.
I cavalli venivano utilizzati solo dai soldati, infatti erano famosi come spietati guerrieri.

SCUOLA: I funzionari assiri avevano imparato dai Sumeri la scrittura cuneiforme, che incidevano su tavolette d’ argilla con una cannuccia di legno.
La lingua assira e la scrittura cuneiforme erano però molto complesse.
La gente comune preferiva usare una lingua più semplice, l’ aramaico, e una scrittura che si basava su caratteri alfabetici scritta con inchiostro su rotoli di tela.
TECNOLOGIA: A Ninive sono state trovate circa 25.000 tavolette d’argilla che costituivano la biblioteca del re Assurbanipal.
Queste tavolette testimoniano tutte le conoscenze dei popoli mesopotamici. Gli Assiri furono i primi a lavorare il ferro verso il 1.000 a.C.
ORGANIZZAZIONE SOCIALE: Gli Assiri formarono un grande impero facendo continue guerre contro i popoli vicini.
I territori conquistati entravano a far parte dell’ impero assiro e i popoli sconfitti venivano sottomessi e obbligati a pagare tributi agli Assiri.
L’ impero era dominato da un unico re che si riteneva scelto dagli dei per governare e per dare prosperità al popolo.
Il re aveva potere su tutti, emanava le leggi, stabiliva i giorni della semina e del raccolto e stabiliva le tasse.
La popolazione era composta da: i guerrieri, i nobili e i sacerdoti, che risiedevano nelle città e possedevano grandi proprietà terriere; il popolo, con molti contadini e pochi artigiani; i servi.
Le donne non avevano nessun diritto né libertà, erano importanti solo per mettere al mondo un gran numero di guerrieri; potevano essere acquistate e vendute.
I prigionieri di guerra erano utilizzati come schiavi.


Fonte: http://www.giuseppina.org/classequarta/STORIA/assiri/gliassiri.htm 

 

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