Storia di Milano parte 2
Storia di Milano parte 2
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Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti, Filippo Maria
Dalla metà del secolo decimoquarto sino alla metà del secolo decimoquinto, per lo spazio di cento anni, la storia di Milano presenta come una figura colossale mal connessa, di cui ora si raccozzano ed ora cadono i pezzi; che però in nessuna parte mostra vaghezza od eleganza, ma rappresenta una figura truce e deforme. Tale fu l'indole di que' tempi e di que' governi, nei quali della virtù appena si conosceva il nome; sotto a principi che considerarono gl'interessi loro, non solamente staccati, ma opposti a quelli del loro popolo, che opprimevano e saccheggiavano anzi che governarlo. Ad onta però dei vizi de' sovrani, Milano s'andò arricchendo; si animò l'agricoltura, si aumentò sempre la popolazione, l'industria si moltiplicò. Perché la capitale d'un vasto impero, collocata in mezzo d'una fertile pianura, e comandata da un sovrano (che, malgrado l'atrocità, predilige sempre i suoi concittadini), non può a meno che non cresca. Morto il duca Giovanni Galeazzo, cadde la gran mole dello Stato sotto il governo di due minori. Giovanni Maria, primogenito e nuovo duca, aveva appena quattordici anni, e dieci e non più ne aveva Filippo conte di Pavia, di lui fratello minore. Sarebbe stato difficile in que' tempi il conservare illesa la dominazione, quand'anche il ducato di Milano fosse stato un principato antico, consolidato dalla opinione de' popoli, e la duchessa vedova tutrice fosse stata d'animo bastantemente elevato ed energico per sostenere il peso del governo. Ma oltre i mali inseparabili dalla minorità, lo Stato era un recente aggregato di conquiste, di usurpazioni, di compre; e nessun altro titolo v'era per convincere i popoli della legittimità della nuova dominazione, che la forza. Un diploma comprato da un debole e deposto imperatore, le male arti, le insidie e la più vergognosa mancanza di fede, questi erano i titoli che doveva far valere la vedova duchessa Catterina, donna avvilita d’animo; perché, per lo spazio di ventidue anni, costretta a soffocare colla dissimulazione il rammarico della rovina di suo padre e de' suoi fratelli, oppressi da quello stesso uomo ch'ella vedeasi giacere al suo fianco la notte, e al quale doveva simulare stima ed affetto. L'orrore del suo misero stato aveva ridotta la vedova principessa affatto incapace di reggere alla testa di una tale sovranità; ed all'animo abbattuto dalla lunga ed uniforme sofferenza de' mali, s'aggiugneva un colpo d'apoplessia già sofferto, che la rendeva ancora più inetta agli affari. I due giovani principi non avevano alcun prossimo congiunto che potesse reggere lo Stato; non un Consiglio appoggiato alla costituzione. La loro rovina era inevitabile. La reggenza cominciò coll'unione di alcuni generali e di alcuni cortigiani, i quali pretesero di formare il Consiglio, presso cui stava la sovranità, sotto il nome del duca Giovanni Maria. Questa unione d'uomini potenti e mal assortiti, di cui ciascuno null'altro aveva per fine che la propria fortuna, e null'altro aspettava se non l'occasione per approfittarsi della gioventù d'un principe per il quale nessuno aveva alcuno zelo; questa unione, dico, colle interne rivalità, e col disordine ed interno scompigliamento, diede in certo qual modo il segnale ai sudditi d'essere giunto il momento opportuno per liberarsi dal giogo ch'era stato aggravato da Barnabò, da Galeazzo, e recentemente dal primo duca, la dispotica dominazione de' quali non era durata abbastanza per far dimenticare l'antica libertà; se pure è possibile che si dimentichi mai, ogniqualvolta si soffre l'abuso del potere sovrano. I Rossi fecero ribellare Parma; Ugo Cavalcabò s'impadronì di Cremona; Giorgio Benzone si fece arbitro di Crema; Brescia se la prese a reggere Giovanni Rosone; Franchino Rusca s'eresse sovrano in Como; Giovanni da Vignate si pose a signoreggiare Lodi; e frattanto i generali del morto duca, che avevano combattuto per lui, ma non sotto di lui, niente affezionati alla sua memoria, andavano saccheggiando lo Stato e occupandone le città per proprio loro conto; come fece Facino Cane, che si rese padrone di Piacenza, di Tortona, di Alessandria, di Novara e di altre terre. (1403) Le armi de' collegati scacciarono i Visconti dalla Romagna, e così Bologna, Perugia ed Assisi vennero cedute al papa il giorno 25 agosto dell'anno 1403. Siena anch'essa scosse il giogo; e poco dopo si dovettero cedere ai Veneziani Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano l'anno 1404; frattanto che il marchese di Monferrato s'impadroniva di Casale e di Vercelli. In tale stato erano le cose, che, due anni dopo la morte del duca Giovanni Galeazzo (due anni appena dopo la real clamide disposta, la corona e lo scettro), i suoi figli tremavano, il primo rinchiuso in Milano colla duchessa sua madre nel palazzo di corte, custodito come un ostaggio in mezzo di una città che, divisa in partiti, tumultuava ogni giorno; e l'altro appiattato nel castello di Pavia e mal sicuro, perché nella città più di lui potevano i Beccaria: ed ecco il fine di tanta ipocrisia, di tanti maneggi, di tanta simulazione, e di tante violazioni di fede!
Il duca Giovanni Maria, mentre stavasene occulto nel palazzo ducale, nel tempo in cui i suoi Stati erano ceduti, invasi, saccheggiati, ovvero oppressi senza di lui saputa in suo nome, s'annoiò della compagnia della vedova duchessa sua madre, fors'anco per qualche buon ricordo che ella gli desse. Come la cosa andasse non lo sappiamo. La duchessa Catterina dovette staccarsi dal duca suo figlio, e si ritirò a Monza, per ivi passare il resto de' tristi giorni suoi; i quali ben presto terminarono il giorno 17 di ottobre dell'anno 1404. Questa morte si attribuì, non senza fondamento, allo stesso duca suo figlio; e le azioni della sua vita ci levano pur troppo l'inquietudine di essere o maligni o calunniosi nel sospettarlo. I consiglieri di quell'insensato duca non erano sazii mai della preda, e imponevano tributi, prestazioni e gabelle, per fare in ogni modo un buon saccheggio; ma non avendo assoldate truppe bastanti, né essendo ben organizzata la macchina politica, non sapevano con qual mezzo forzare i sudditi a pagare i tributi imposti, e allora ne immaginarono uno che prova l'indole di quel misero governo. (1406) E l'anno sexto sopra MCCCC, dice il Corio, Giovanne Maria in Milano dominante, il dicinove de febraro, in un giorno de Venere, ale XII ore, fu per parte del principe cridato che veruna persona non se odesse in iudicio per infine non fusse satisfacto ala solutione de le taglie imposte tanto in quello anno quanto dil preterito, e parimente che veruno notaro non celebrasse istrumento nel modo come scripto. Cospirava la fisica a rovina del popolo per una pestilenza che uccideva più di seicento persone al giorno . L'interno disordine in Milano giunse a tal segno, che i generali saccheggiavano le case de' ricchi cittadini, facevano i corsari, depredando le mercanzie che navigavano sul Po, e persino, impadronitisi del castello di Milano, scaricavano l'artiglieria sopra della città, nella quale pure vi stava lo stesso duca. Bastano questi fatti per concepire una idea precisa della minorità di quel principe; ed io mi credo lecito di trascurare una immensa serie di azioni cattive, uniformi e minute, che nulla ci insegnano di più, e inutilmente renderebbero sempre più meschino il racconto storico di que' tempi. Il duca Giovanni Maria era un impasto di stranissima ferocia. La crudeltà in lui sembra che nascesse non da vendetta né da impetuose passioni, ma piuttosto da mancanza di riflessione; come si vede ne' fanciulli, che atrocemente incrudeliscono contro i più deboli e timidi animali, senza avvedersene, poiché nulla pensando allo spasimo d'un vivente sensibile, unicamente si divertono nel fenomeno che producono, e si consolano della loro superiorità. Tale sembra che fosse il carattere di Giovanni Maria, il di cui sovrano piacere era quello di vedere sbranare gli uomini da robusti mastini, ch'egli nodriva per tale oggetto, nel tempo stesso in cui, timido ed imbecille, obbediva con sommessione a qualunque de' generali, i quali a vicenda comparendogli davanti colla forza, lo soggiogavano e lo rendevano pupillo, anche dopo terminata che fu l'età minore: sorta di principato pessima sopra tutte le altre; poiché le tirannie si commettevano, senza che il vero autore nemmeno compromettesse il suo nome. Giunto il duca all'età di vent'anni, il giorno 28 di gennaio dell'anno 1408 fece sbranare da' suoi cani Giovanni Pusterla, castellano di Monza, calunniandolo per la morte della duchessa Catterina. Questo innocente e nobile cittadino spirò satollando colle sue membra la fame di que' mastini nel luogo istesso ove, sessant'otto anni prima, aveva terminata la vita, con altro supplizio, Francesco Pusterla, regnando Luchino, siccome vedemmo. Fu consigliato il duca di scolparsi con tal sacrificio dall'accusa d'essere parricida. Bertolino del Maino spirò pure squarciato dai denti di que' mastini. Così cominciò il suo regno il duca Giovanni, terminata che fu la minorità! Il signor Carlo Malatesta, sovrano di alcune città, aveva a lui data in moglie Antonia Malatesta, sua nipote. Egli voleva pure illuminare il genero ed insegnargli i principii per governare lo Stato, e mostrarsi degno di comandare agli uomini; a tal fine, dovendo egli partirsene da Milano per reggere i propri Stati, lasciò al duca alcuni ricordi, i quali tuttora si conservano nell'archivio della città, e furono pubblicati dal benemerito nostro conte Giulini . La sostanza di questo testamento politico si può epilogare nel modo seguente. La crudeltà è sempre indecente, sempre odiosa, e non di rado funesta. I popoli debbono venerare nel sovrano l'immagine della Divinità, protettrice della innocenza, e placabile col pentimento. Si guardi il principe da coloro che cercano di rendergli sospetti i suoi congiunti o i provati suoi domestici; coloro sono suoi nemici. Risolva da sé il sovrano, ma negli affari ascolti prima l'opinione de' suoi consiglieri; così non accaderà una inconsiderata risoluzione. Meglio è perdonare che distruggere. I tributi s'impongano per vero bisogno, si ripartano con giustizia, si percepiscano con economia, e i cortigiani dieno l'esempio agli altri col pagarli. Non s'intraprendano guerre senza necessità. Non largheggi il principe nel donare superfluamente. Sia inviolabile nel mantenere la parola data, e imparziale per la giustizia. Le cariche si dieno al merito, non mai al prezzo. Nella scelta de' ministri si esamini di quale riputazione godano, e se la vita loro sia proba; chi non è buon marito, buon padre, buon padrone in sua casa, non sarà mai buon consigliere del sovrano. Agli stipendiati si corrisponda fedelmente la paga. Le antiche leggi patrie sieno venerate ed obbedite. Ai ribelli riconciliati si tenga d'occhio, ai pertinaci si tolga il potere. Questo è il transunto di tale memoria. S'ella fu destinata da Carlo Malatesta per illuminare il duca, non vi fu mai carta più inutile di questa. Se poi egli aveva null'altro in veduta che di lasciare una pubblica disapprovazione della condotta del nipote, non poteva scrivere meglio di così; perché indicò appunto tutte le massime dalle quali si allontanava quel principe. Andrea Biglia, nel libro secondo della sua storia, ci descrive la barbarie di Giovanni Maria. Genus illud nefandae necis quae canibus urgebatur, adversum plures intendit, tam ferme sanguinis sitiens, ut nullum fere diem per id tempus incruentum sineret . (1409) Il Corio racconta che molti inermi popolari avendo gridato pace, pace mentre il duca passava avanti della chiesa di Santo Stefano, ad istigazione di due perfidi suoi famigliari ordinò quel principe alle sue guardie di scagliarsi colle armi in quella misera ed inerme compagnia, il che fu eseguito; e di quegl'infelici oltra a ducento ne occiseno: ed inde fece proclamare, che sotto pena de la forcha veruno più non nominasse pace né guerra: anchora ordinò che gli sacerdoti ne la missa, in loco de pacem, dicessino tranquillitatem. Doppuoi essendo al prelato duca presentato avante uno figliolo de Giovanne da Pusterla memorato, forse in età de XII anni, intervenne questa maraviglia anzi miraculo, che, mettendo li cani addosso al fanciullo per squarciarlo, quello se gittò a terra chiamando al duca misericordia, il quale, più incrudelendo, se gli remisse uno ferocissimo cane, chiamato il guerzo, custodito per il Squarza Giramo, assai più che quello crudele contra il sangue humano, ed a suggestione dil quale lo principe molte persone per denti de suoi cani faceva lacerare. Questo cane adunque, per il canetero lassato, puoi che il fanciullo ebbe nasato, se fece a disparte. Ma il principe non per questo revocando la innata crudeltate, cominciò minaciar al Squarza che lo farebbe suspender per la gola; onde remettendo una crudelissima cagna per nome sibillina, parimente quella non volse molestar il fanciullo, che di continuo domandava perdono. Ma Giovanne Maria, più obstinato nel suo furore, comandò al malvagio canatero che scanasse lo innocente garzono, il che voluntiere exequendo, non ancora quegli cani volsino gustare dil suo sangue: ed in tal forma ne faceva morire, ed tanto in questa inaudita crudeltate se delectò, che sino la nocte andava per la cità con il Giramo, inventore de si inaudita sceleragine e favoregiato da lui per tanto horrendo maleficio, caciando il sangue umano come li cazatori ne boschi le sevissime fere. Così il Corio , il quale nella sua gioventù avrà inteso questi atrocissimi fatti da' vecchi che n'erano stati dolenti spettatori. Il Biglia poi scriveva le cose de' suoi tempi, e poteva essere testimonio di veduta. Ho voluto narrar questi orrori colle parole altrui, per risparmiare a me stesso la pena di descrivere cose tanto crudeli, e per togliere ogni sospetto sulla verità dei fatti.
La condotta del duca Giovanni Maria era quella d'un vero pazzo furioso; poiché nel mentre ch'egli insultava l'umanità, la giustizia, la natura istessa coi mastini, compagnia degna di un tal principe, egli sopportava che Facino Cane a suo pieno arbitrio non solamente dominasse Alessandria, Tortona, Novara ed altre terre, ma disponesse da sovrano, e in Milano ed in Pavia, ogni cosa a suo piacimento, per modo che il Biglia ci lasciò scritto: nec multo post Facinus Mediolanum advocatur, ut nihil jam illi ad utriusque dominium praeter nomen deesset, omnia uni parebant, omnia pro illius imperio statuebant, ne tanto quidem ad impensas juvenum relicto quod vitae satisfacerent . Appena i due giovani principi avevano di che mangiare. Il duca aveva fatta colla città di Milano una convenzione, la quale si trova nell'archivio della città, e venne pubblicata dal conte Giulini . In vigore di tal carta egli si sottopose in molta parte a que' limiti che presentemente fissa la costituzione della Gran Brettagna al sovrano, almeno per riguardo al tributo. Le regalie tutte le cedette alla città, alla quale diede in proprietà ogni sorta di carico non solo, ma persino gli stessi beni suoi allodiali; e ciò a condizione che la città gli sborsasse sedicimila fiorini al mese, ossia centonovantaduemila fiorini all'anno. Il primo duca aveva da tutto il suo Stato un milione e duecentomila fiorini all'anno ; ma ora non rimaneva a questo secondo duca se non Milano, e non era tenue quella somma per que' tempi. Né questo fu pure il limite a cui si tenne il duca. Volle che la città diventasse, in certo modo, anche amministratrice dei centonovantaduemila fiorini; e stabilì che per la sua persona se gli sborsassero ogni mese duemilacinquecento fiorini, per mantenimento della sua corte, cavalli, tavola e vestito: del rimanente la città doveva pagare ottomila fiorini di stipendio per ogni mese a cinquecento lance, tremila fiorini al mese per lo stipendio di mille fanti, mille altri fiorini al mese per la guardia del corpo, e millecinquecento fiorini al mese per soldo ai consiglieri ed ai giudici. Questo contratto (che dava una esistenza morale al corpo politico, creandolo legittimo percettore del tributo, e un essere vivente interposto fra il sovrano ed il suo popolo, avendo un debito fisso col primo, ed un dritto e una giurisdizione sul secondo) poteva essere una nobilissima beneficenza verso della patria in tutt'altro principe; ma era una stolida imbecillità in quel Giovanni Maria, incapace di governare. Tutto era in combustione e in disordine: Vulgus quidem, dice il Biglia, annonae copia delinitum; caeteri, quicumque bonorum civium loco essent, intolerandis tributis gravabantur... Multi vel publica vel privata licentia interfecti . Imali pubblici, l'odio contro l'infame duca, il profondo disprezzo che si era egli meritato, giunsero finalmente al colmo. (1412) I due fratelli Andrea e Paolo Baggi, ai quali il sovrano aveva fatto ammazzare un fratello chiamato Giovanni; Giovanni della Pusterla, nipote dell'infelice castellano di Monza sbranato da' cani, e cugino dell'altro disgraziato fanciullo scannato; Francesco e Luchino del Maino, cui il duca aveva fatto decapitare due fratelli, e sbranare da' cani Bertolino, loro parente, si collegarono, e varii altri ad essi si unirono per togliere dal mondo quel mostro crudele, pazzo, debole, imbecille e ferocissimo; e il giorno 16 di maggio dell'anno 1412 lo colsero, non si sa bene se nella chiesa di San Gottardo, ovvero in una sala di corte mentre s'inviava alla chiesa, e lo lasciarono sul momento morto dalle ferite. Il duca Giovanni Maria così terminò la obbrobriosa sua vita, nell'età giovenile di ventiquattro anni non per anco compiuti, dopo di aver portato il nome di duca per quasi dieci anni. La universale detestazione contro di lui si manifestò con segni inusitati, poiché nemmeno si volle rendere al di lui cadavere il vano onore della pompa funebre: e una donna della pubblica prostituzione fu la sola che diede un segno di pietà, gettandogli sopra un canestro di rose. L'infame Squarcia Giramo fu dalla plebe còlto e strascinato per le strade, indi appeso per la gola alla sua casa.
Alcuni de' nostri scrittori hanno preteso di farci credere che il duca Giovanni Maria coltivasse le belle lettere; se ciò mai fosse, ridonderebbe un tal fatto piuttosto in disonore delle lettere che in lode di quell'anima perversa; perché proverebbe che si può anche da un cuore insensibile gustare la venustà e la grazia del Petrarca, il che però sembra una contraddizione. So che la filosofia, le lettere, la musica, la pittura, le arti tutte hanno i loro ipocriti, come gli ha la virtù, come gli ha la religione; ma un giovine dissoluto che si diverte a far lacerare gli uomini dai cani, non è sulla strada d'alcuna ipocrisia.
Sarebbe un problema da esaminarsi tranquillamente da un uomo ragionevole e non ambizioso, se veramente Matteo Visconti abbia procurato un bene a se stesso e alla sua casa, innalzandosi al trono. Lo stesso Matteo I morì di rammarico per gl'interdetti e le scomuniche; Galeazzo I, suo figlio, cessò di vivere per i lunghi patimenti sofferti nel carcere; Stefano perì di veleno; Marco venne gettato da una finestra; Luchino fu avvelenato dalla moglie; Matteo II fu ucciso violentemente dai fratelli; Barnabò morì in carcere a Trezzo di veleno; Giovanni Maria fu trucidato. È una gran massa di sventure cotesta, accadute ad una famiglia in meno di cento anni! Nella condizione privata è ben difficile che ne accada altretanto. Azzone e Giovanni furono i due soli principi felici, perché sensibili, benèfici e virtuosi, ma fu breve il loro regno. Egli è vero però che questo seguito di miseri casi nacque per i vizi di que' sovrani; quando, nella serie di cinque secoli dell'augusta casa d'Austria non troveremo veruna traccia de' mali che in meno d'un secolo sopportarono i Visconti.
Il duca Giovanni Maria non lasciò figli: Juvenem his monitis imbuerunt, dice il Biglia, ut jam uxorem, si non repudiatam, certe pro dissociata haberet ; né della duchessa Antonia, figlia di Malatesta de' Malatesti, si è inteso più cosa alcuna. Filippo Maria era giunto all'età di vent'anni. Egli era il solo avanzo che rimanesse nella discendenza di Gian Galeazzo; ma se ne stava nascosto e pauroso nel castello di Pavia; solo spazio sicuro che gli restava sulla terra. Pavia, Milano e tutto il rimanente dello Stato, era occupato da piccoli sovrani. Quasi ogni città si era creato un conte. Il più potente fra questi nuovi divisori del dominio era, siccome dissi, Facino Cane, al di cui stipendio viveva una schiera di militi de' migliori di que' tempi, avvezza a vincere sotto il comando di Facino. Egli in fatti era il padrone di Milano, di Pavia, di Alessandria, di Novara, di Tortona e di altre terre; e non gli mancava altro che il titolo di duca. Anzi vi è tutta l'apparenza di credere che lo sarebbe diventato, e colle armi avrebbe ricuperato per se medesimo la successione del primo duca, poiché fu estinto Giovanni Maria, e nessun altro rimaneva che il timido Filippo Maria; ostacolo di mera opinione, facile a togliersi colla fede e colla morale di quel secolo d'orrore. Ma il potere supremo dispose altrimenti, e decretò che nel medesimo giorno 16 di maggio dell'anno 1412 Giovanni Maria morisse trucidato in Milano, e Facino Cane morisse in Pavia di natural malattia. Il momento era giunto al fine in cui i figli dell'oppresso Barnabò potessero far valere le loro ragioni. Non v'era forza che potesse far loro valida resistenza; e il governo civile di Milano era talmente sconnesso ed incerto, che nulla più doveva costare ad essi impadronirsene che lo stendervi la mano. In fatti Estore Visconti, figlio naturale di Barnabò, nato da Beltramola dei Grassi, negli ultimi anni del regno del duca Giovanni Maria s'era impadronito di Monza; e pare che da colà aspettasse il momento per rendersi signore di Milano; e così fece spirato che fu il duca. Siccome poi l'origine sua poteva dar luogo a chi volesse trovare illegittima la sua dominazione, così Estore si associò Giovanni Carlo Visconti, discendente legittimo del signor Barnabò, perché figlio di Carlo e di Beatrice d'Armagnac. Ebbero questi due (zio e nipote) un frate domenicano, chiamato Bartolommeo Caccia, che perorò e predicò tanto, che indusse il popolo di Milano a riconoscere Estore e Giovanni per sovrani; e tali durarono per un mese di tempo, cioè sino al giorno 16 di giugno dello stesso anno 1412. Questi apocrifi sovrani batterono moneta, in cui s'intitolarono bensì signori, ma non duchi di Milano; ed io ne ho nella mia raccolta. Tale era la situazione di Filippo Maria, che poteva assumere bensì il titolo di duca di Milano, ma non ne possedeva proprietà alcuna, e mancava d'ogni mezzo per deprimere gli usurpatori. Una sola via poteva aprirsegli per riascendere. Gli stipendiati di Facino Cane erano un corpo ragguardevole di bravi soldati, affezionatissimi al loro generale, e dopo la morte di esso alla di lui vedova Beatrice Tenda. Se il nuovo duca sposava questa vedova, da cui dipendevano alcune città e questo corpo di armati, era da sperarsi che quei militi, fedeli alla vedova, combattessero con impegno in favore del nuovo di lei marito. Tal consiglio provvidamente venne suggerito al duca Filippo Maria. Si entrò a trattar quest'affare; e quantunque la vedova Beatrice avesse l'età d'essere madre dello sposo che le veniva proposto, aderì all'offerta e sposò il giovine duca. Con tal atto si trovò il duca immediatamente padrone di Pavia, di Tortona, di Novara, di Alessandria e de' soldati di Facino. Il primo passo era quello di scacciare da Milano Estore Visconti. Quindi Filippo Maria, chiamati intorno di sé i fedeli stipendiati di Facino Cane, s'incamminò da Pavia a Milano. Que' militi intrepidi riguardavano il duca come un figlio del loro amato padrone, e fecero sì bene, che Estore dovette abbandonare la città appunto il giorno 16 di giugno, siccome ho detto; e ritiratosi nel castello di Monza venne ivi assediato, e dopo alcuni mesi vi rimase ucciso da un colpo di spingarda, che gli fracassò una gamba. Il cadavere di Estore Visconti si conserva incorrotto e visibile in un cortile di fianco alla chiesa di San Giovanni di Monza; e si riconosce la rottura della gamba. Appena fu padrone di Milano Filippo Maria, III duca, girò per la città, e mostrò al popolo umanità ed accoglienza. Ma quanti poté avere dei complici della morte del duca Giovanni Maria, tanti morirono col supplicio, e taluni squartati, e le loro membra inchiodati alle porte della città, e le teste, conficcate in cima di lunghe aste, vennero piantate sul campanile della piazza de' Mercanti. Le case de' congiurati furono abbandonate al saccheggio; e così cominciò il suo regno il duca Filippo Maria. Fra i militi di Facino Cane vi era un soldato di fortuna, Francesco Carmagnola, uomo di grand'animo, che aveva i talenti di un buon generale, e che colla superiorità del suo merito aveva dato persino gelosia al suo antico padrone, che pure era grande uomo di guerra de' suoi tempi. Il duca non era fatto per comandare in persona: egli era timido, inerte, superstizioso, amante della solitudine. Egli fortunatamente ascoltò il consiglio di Beatrice sua moglie, e collocò nel Carmagnola il comando e la confidenza. Francesco Carmagnola fu dichiarato conte; innalzato, arricchito e beneficato dal duca. Il conte Francesco alloggiava in Milano nel palazzo in cui ora si radunano i Corpi civici. Premeva al duca di riacquistare Lodi, città distante appena venti miglia da Milano. Giovanni Vignate s'intitolava conte di Lodi, e ne era il padrone. Una tregua si era sottoscritta fra il duca e lui; quindi il Vignate, fidandosi al gius delle genti, senza alcun sospetto veniva qualche volta a Milano. (1416) Egli un dì non ebbe timore di porre piede nel castello in cui stavasene appiattato ed invisibile il duca; ed ivi, il giorno 19 di agosto dell'anno 1416, venne a tradimento arrestato, malgrado la tregua, e trasportato a Pavia, ove fu riposto in una gabbia di ferro. Contemporaneamente le truppe ducali sorpresero Lodi e fecero prigionieri Luigi Vignate, figlio del conte; il padre ed il figlio passarono nelle mani del carnefice; e con tal mezzo il duca s'impadronì di Lodi. Loterio Rusca, signore di Como, credette di fare un buon contratto cedendo al Duca la sua sovranità per quindicimila fiorini d'oro. Crema ritornò in potere del duca, perché il nipote del conte di Crema, Giorgio Benzone, tradì suo zio e v'introdusse le armi ducali.
Stavasene il duca Filippo Maria inaccessibile nel castello di Milano, senza che mai fosse veduto nella città. Le strade di Milano, le mura istesse diroccavano, e si lasciavano senza riparazioni. Quel principe credeva all'astrologia; e questa era forse anco la sola norma della sua morale e di tutte le sue azioni. Quando la luna era in congiunzione col sole, egli s'intanava in qualche angolo del castello più solitario, e non voleva mai dare risposta, né permetteva nemmeno che alcuno la desse per lui. Aveva una macchina egregiamente lavorata; quest'opera di orologeria dinotava il movimento dei pianeti, e quest'era l'oggetto della più frequente osservazione del duca. Se taluno lo interpellava per avere i suoi ordini del momento che egli credesse infausto, o taceva, ovvero rispondeva soltanto: aspetta un poco. Egli aveva i suoi astrologi, i quali erano i più cari di lui consiglieri, e quelli che influivano più d'ogni altro nel governo dello Stato. Le forze del duca Filippo Maria ci vengono descritte da Andrea Biglia. Il conte Francesco Carmagnola era alla testa degli stipendiati ducali. Settecento cavalieri formavano la guardia del corpo: il Biglia li chiamava familiares. Due squadroni, ciascuno di settecento cavalieri, formavano due corpi di lance spezzate, lanceas laceras. Aveva altra cavalleria comune, in tutto quattromila cavalli. D'infanteria egli aveva allo stipendio mille uomini scelti, tutti coperti di lucidissime armature, qui totis armis lucerent; e il rimanente dei fantaccini, ben corredati, ascendeva a più di quattromila uomini . Tale armata si preparava a marciare contro del marchese di Monferrato; il quale, per evitare la guerra, cedette al duca Vigevano. (1418) Così il duca, da Beatrice Tenda, ottenne la ricuperata sovranità di Milano, Pavia, Lodi, Como, Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara; e da queste otto città e dall'armata ebbe i mezzi per dilatare nuovamente i confini dello Stato, siccome fece. Doveva il duca venerare la sua benefattrice più della stessa sua madre. A lei doveva tutto, persino l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente stata levata, se non aveva il di lei soccorso. Essa con tutto ciò soffrì il trattamento di essere (malgrado l'età sua e la sua virtù) dal marito incolpata d'avergli violata la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello, che era al di lei servizio. Questo giovine era veramente di amabile aspetto e di pari maniere; e talvolta la duchessa passava qualche ora con minore noia, facendolo suonare il liuto. Volle il duca che venisse imprigionata in Binasco l'infelice Beatrice Tenda; e il non meno disgraziato cavaliere fu parimenti posto nei ferri. Si fecero soffrire ventiquattro strappate di corda alla duchessa, come ci narra il Corio . Furono condannati e l'una e l'altro a perdere la testa sotto la scure; il che si eseguì in Binasco nell'infausta notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno 1418. Il Corio ci attesta che, per liberarsi dagli strazi della tortura, la duchessa incolpasse se medesima; ma poi, in presenza degli ecclesiastici che l'accompagnarono al patibolo, prima di sottoporvi il capo, chiamasse Iddio in testimonio dell'incolpabile sua innocenza. Ci dice il Biglia che il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virtù, sebbene in fine perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa, avanti il patibolo, da donna forte e virtuosa, rimproverasse la vile colpa all'Orombello, e protestando la innocenza propria, chiamandone testimonio Iddio, piegasse il capo alla mannaia. Fosse il peso d'un troppo grande beneficio insopportabile all'anima del duca; fosse ambizione, per cui si sdegnasse d'aver per moglie una che non era di famiglia sovrana; fosse noia d'avere una compagna d'un'età matura; fosse l'amore ch'egli già nutriva per Agnese del Maino, colla quale visse poi sempre, ed a cui null'altro mancò se non il nome di moglie; fosse una trama di qualche abbietto favorito, a cui non tornava bene che il duca ascoltasse fedeli consigli; fosse perfine ciò prodotto da qualche astrologica predizione che promettesse al duca felicità da un tal colpo; qualunque ne fosse il motivo, tale fu la mercede che Filippo Maria seppe rendere ai benefici ricevuti da quella sventurata donna. Trema la mano nello scrivere tali abbominazioni!
La città di Piacenza era stata occupata da principio da Facino Cane; poi se n'era preso il dominio Filippo Arcelli. Il fratello ed il figlio di questo signore caddero in potere del duca; il quale, memore di quanto col Fogliano aveva quarantasei anni prima fatto Barnabò, fece piantare a vista di Piacenza due forche, e fece intimare la resa a Filippo Arcelli, minacciandogli altrimenti di fare impiccare Bartolomeo e Giovanni, il fratello ed il figlio. Non credette Filippo che il duca volesse a tal segno disonorarsi, e ricusò di cedere la sovranità. Que' due illustri ed innocenti gentiluomini furono ben tosto impiccati, a vista della madre medesima, che da una finestra s'accorse dell'orribile sventura, e colle smanie accrebbe talmente l'intima desolazione del marito, che se ne uscì da Piacenza sconosciuto; e così quella città ritornò in potere del duca il giorno 13 di giugno dell'anno 1418. (1419) Bergamo era posseduta dai Malatesta; ma il conte Francesco Carmagnola la sorprese e la riacquistò al duca il giorno 24 di luglio l'anno 1419; il che vedutosi da Gabrino Fondulo, signore di Cremona, stimò di vendere al duca la sua sovranità per trentacinque mila fiorini, ossia ducati d'oro. Il marchese di Ferrara, Nicolò d'Este, cedette Parma al duca il giorno 28 di novembre l'anno 1420. Brescia da Pandolfo Malatesta fu ceduta al duca, il giorno 15 di marzo dell'anno 1421, per il prezzo di trentaquattromila fiorini d'oro. Tanto erano temute e fortunate le armi ducali sotto il comando dell'intrepido ed esperto conte Francesco Carmagnola, che portò questi l'assedio sotto di Genova; città che sessantotto anni prima s'era data a Giovanni arcivescovo, e che, dopo tre anni essendosi sottratta, inutilmente era sempre stata addocchiata dal primo duca. Il valoroso conte la costrinse alla resa; e il giorno 2 di novembre dello stesso anno 1421 capitolò la città e riconobbe per suo signore il duca di Milano. Filippo Maria prescrisse da buon astrologo l'ora e il momento in cui dovevasi fare la funzione del possesso di Genova . I Genovesi però quattordici anni dopo scossero nuovamente il giogo dei Visconti. (Il signor don Carlo de' marchesi Triulzi, cavaliere di moltissima erudizione, ha nella sua collezione di monete il fiorino d'oro di Genova regnandovi il duca Filippo Maria, ed io ho delle monete d'argento pure di Genova col nome e collo stemma del medesimo duca). Poi dal duca d'Orleans ebbe il Visconti per cessione Asti: città che da suo padre era stata, come dote della principessa Valentina, ceduta al conte di Valois trentacinque anni prima. Fece il duca altri acquisti nella Romagna, cioè Forlì, Imola, Faenza. (1424) A tale stato di grandezza era giunto il duca Filippo Maria l'anno 1424, che possedeva venti città acquistate colle nozze della infelice duchessa, e colla fede e col valore del conte Francesco. Le città erano Milano, Como, Brescia, Bergamo, Lodi, Crema, Cremona, Piacenza, Parma, Faenza, Imola, Forlì, Pavia, Alessandria, Tortona, Genova, Asti, Vercelli, Novara e Vigevano, tutte acquistate nel breve spazio appena di dodici anni. Avrebbe il duca sottomesse ancora le altre quindici città che gli mancavano per ricuperare lo Stato di suo padre; avrebbe fors'anco esteso ancora più in là i confini; se, tenendosi inaccessibile, invisibile e sempre attorniato da uomini da nulla, fra i quali il primo era certo Zanino Riccio, non avesse tagliato a se medesimo la mano destra col diffidare del conte Carmagnola, dopo le non interrotte prove del di lui animo. La superiorità dei talenti del conte, e la grandezza colla quale suggeriva i buoni consigli al suo principe, facevano tremar di paura gli abbietti uomini che attorniavano il duca. S'avvedevano ben essi che quel generale non avrebbe mai fatto lega né cogli astrologi, né coi parassiti che deludevano il sovrano. Formarono quindi il progetto di alienar l'animo del duca dal conte Carmagnola, e mentre il conte gli sottometteva le città, facevano malignamente risuonare all'orecchio di Filippo Maria l'amore dei soldati, la riverenza de' popoli sempre crescente verso del Carmagnola. Quindi ogni dì più rendevano timido il duca appiattato, invisibile ad ognuno, fuori che ad essi; a tal segno ch'ei non usciva dal castello di Milano, se non dalla parte solitaria dei campi; per di là passando al castello di Abbiategrasso, ove parimenti stavasene solitario ed occultato. Basta il dire ch'egli non venne mai in Milano, se non quella prima volta che ho detto. Bloccato in tal maniera il duca, nulla ei più sapeva degli affari, di quanto volevano dirgliene quei vili intriganti cortigiani. Costoro a poco a poco fecero nascere il pensiero nel duca di collocare il conte stabilmente al governo di Genova, finché gli tolse il comando dell'armata. Il conte da Genova andava scrivendo al duca, illuminandolo sul proposito degl'interessi del suo Stato, e lagnandosi de' torti. Ma le lettere nemmeno giugnevano al duca. Se ne avvide il conte, e lasciando Genova si portò alle porte del castello d'Abbiategrasso, chiedendo umilmente di essere ascoltato; ma gli venne risposto che esponesse le sue occorrenze a Zanino Riccio. Il Carmagnola alzò la voce colla speranza di essere inteso dal duca, e protestò che quel principe era attorniato da traditori e malvagi cortigiani. Le guardie avevano militato sotto di lui; sebbene animate ad arrestarlo, non l'osarono. Il conte allora, rimontato sopra il veloce destriero, su cui erasi ivi improvvisamente portato, forse si pentirà, disse, in breve il duca di non avermi ascoltato; e spronò il cavallo e disparve da un luogo dove non era stato senza pericolo; quindi per vie sicure se ne andò a Venezia, ove offrì i suoi servigi a quella repubblica, da cui vennero accettati con somma onorificenza.
Le avventure del conte Carmagnola sono interessanti. Il momento in cui sconsigliatamente volle il duca disgustare quel benemerito generale, fu quello in cui la fortuna dello Stato si cambiò; e laddove sino a quell'ora sempre la vittoria, le conquiste o le dedizioni avevano contrasegnati gli anni del suo regno, da quel punto cominciò a contrasegnarli colle inquietudini, colle sconfitte, colle umiliazioni e colle perdite. Appena era partito il conte, che il duca stese la mano confiscatrice su tutti i poderi suoi, e si riprese tutt'i doni che gli aveva fatti. Tese varie insidie per averlo prigione; ma non gli riuscirono. Tentò il veleno, e certo Giovanni Liprandi, milanese, che aveva per moglie una Visconti, provossi a Treviso di avvelenare il conte: il che verificato, perdé poi la testa a Venezia. A tali infami azioni s'abbassava il duca per consiglio di Zanino Riccio, e d'altri vigliacchi ed astrologi, pari a lui, mentre in vece con qualche onesto partito nulla sarebbe riuscito più facile che l'accomodarsi col Carmagnola, già affezionatissimo nel suo cuore al Visconti, siccome accade sempre di esserlo, quando si sono fatti insigni benefici, pe' quali amiamo il beneficato come cosa nostra. Il conte, pagato con tanta ingratitudine, insidiato in così bassa ed atroce maniera, conobbe non rimanergli più altro partito che l'operare da nemico. Egli adunque consigliò ai Veneziani di legarsi co' Fiorentini. Temevano i primi di perdere Verona e Vicenza, occupate recentemente sotto l'infame governo dell'ultimo duca. I Fiorentini vedevano già nuovamente inoltrata nella Romagna quella sovranità de' Visconti, che ventiquattro anni prima aveva esposto all'estremo pericolo la loro repubblica; quindi si unirono co' Veneziani. (1426) Il re Alfonso di Napoli si unì alle due repubbliche; ed il conte Francesco Carmagnola, l'anno 1426, ricevette solennemente dalle mani del doge di Venezia lo stendardo di San Marco, e venne dalla repubblica dichiarato capitano generale dell'armata terrestre, coll'assegnamento, cospicuo per que' tempi, di dodicimila annui fiorini, ossia ducati d'oro. Ciò fatto, il Carmagnola si portò sul Bresciano. Egli conosceva quel paese, poiché sei anni prima vi aveva guerreggiato per riacquistarlo al duca e scacciarne i Malatesti. Era celebre la battaglia ch’ei vinse l'anno 1420, il giorno 8 di ottobre; ora si trattava di acquistar Brescia ai Veneziani. Il conte ne scacciò l'armi del duca. Il comandante che Filippo Maria aveva posto alla testa delle sue armi invece del Carmagnola, era Guido Torello; uomo che non pareggiava i talenti del Carmagnola. Sotto del Torello combattevano Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, uomini di merito; ma il primo di questi due si sdegnava d'essere sotto il comando d'un generale ch'egli non credeva superiore a se stesso; l'altro era ancor giovine, focoso ed inesperto. Oltre ciò, passavano fra tutti e tre quelle rivalità che, tendendo a farsi reciprocamente scomparire, rovinavano il sovrano e lo Stato, del quale ad essi era consegnata la difesa. Presa Brescia, era da temersi che la guerra non s'avanzasse nel centro del dominio; e perciò dovette il duca richiamare le truppe dalla Romagna, e abbandonare per sempre Forlì, Imola e Faenza, che appena da due anni erano sue. (1427) Il conte Francesco Carmagnola diede una sconfitta ai ducali il giorno 11 ottobre 1427. Quasi tutti i generali del duca, e quasi tutti i suoi soldati rimasero prigionieri. Oltre i già nominati erano nell'esercito ducale altri generali, cioè il conte di Cunio Alberico da Barbiano , Cristoforo Lavello, Carlo Malatesta ed Angelo della Pergola; uomini che tutti avevano buon nome nella guerra. Conseguenza ne venne che Bergamo passò in potere de' Veneziani l'anno 1428. Così Zanino Riccio fece perdere al duca ed a' suoi successori non solo Vicenza e Verona, che si dovevano ricuperare, ma Brescia e Bergamo, e quasi tutta la terra ferma che possedette poi ed attualmente possede la repubblica di Venezia. Se il conte Carmagnola fosse stato d'animo costante, il duca Filippo Maria sarebbe rimasto con Zanino Riccio; anzi sarebbe stato abbandonato ben presto da quell'istesso infingardo, che non amava se non la fortuna del duca. Già Filippo Maria aveva dovuto cedere al duca di Savoia Vercelli, per contentarlo e non soffrire invasione anche da quella parte. Il marchese di Monferrato, i Fiorentini, i Veneziani ben presto gli toglievano il restante de' suoi Stati. Il Carmagnola, dopo la presa insigne dell'armata ducale, non aveva più contrasto: e Cremona, Crema, Lodi rimanevano, se lo voleva, in potere de' Veneziani. Ma quando vide il conte posto il duca a mal partito, cessò di far la guerra con vigore; anzi non servì più con buona fede i Veneziani. O foss'egli allontanato, per una ripugnanza dell'animo, dal portare così la distruzione ad un principe dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori e sotto del quale aveva acquistata la celebrità; ovvero fosse egli ancora nella fiducia che, umiliato il duca, venisse a fargli proposizioni di accomodamento, e gli sacrificasse i meschini nemici che avevano ardito di nuocergli, cioè i vilissimi cortigiani suoi; o qualunque ne fosse il motivo, il conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso de' procuratori veneti, e malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare, disarmati bensì, ma liberi al duca tutti i generali ed i soldati numerosissimi che aveva fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11 ottobre 1427. Il duca in pochi giorni armò di nuovo e rimontò questi militi, ed è molto degno di osservazione questo fatto, cioè che due soli artefici di Milano in pochi giorni gli diedero le armature per quattromila cavalli e duemila fanti, sapendosi che in que' tempi gli uomini si coprivano tutti di ferro; il che prova quanto si è accennato al capitolo duodecimo sulla grandiosa manifattura d'usberghi, d'elmi e d'ogni lavoro di ferro, che v'era in Milano. Anche i quattromila cavalli ben tosto li ritrovò il duca dalle razze del suo Stato; e così il Carmagnola poco dopo ebbe nuovamente di fronte quella stessa armata che aveva avuta inerme in suo potere. Il seguito delle sue imprese sempre più fece palese il suo animo, poiché trascurò tutte le occasioni, e, lentamente progredendo, lasciò sempre tempo ai ducali di sostenersi. (1432) In somma giunse a tale evidenza la cattiva fede del conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo, decapitato in Venezia, il giorno 5 di maggio dell'anno 1432, come reo di alto tradimento. Tale fu il fine che fece il conte Francesco; uomo che non aveva i vincoli sacri della patria e della famiglia, i quali ammorzarono la vendetta nell'animo di Coriolano; uomo che sarebbe un eroe, se non avesse macchiato l'ultimo atto della sua vita colla infedeltà.
Più ancora di quelle del Carmagnola interessano la storia di Milano le vicende di Francesco Sforza. Questi era romagnuolo. La di lui famiglia era di Cotignola. Il primo che s'era fatto qualche nome, era il di lui padre Giacomo Attendolo (tale era il vero di lui cognome); poiché, servendo questi sotto il comando del conte Alberico di Zagonara, da esso ebbe il sopranome Sforza, il quale passò nel di lui figlio Francesco, e divenne poi nome di casato. Francesco Sforza (che fu poi il quarto duca di Milano, e il più grand'uomo e il più gran principe del suo tempo) nacque in San Miniato, il giorno 23 luglio dell'anno 1401, ed ebbe per madre Lucia Trezania. Niente ancora vi era d'illustre in lui, se non l'ardor militare, ed il nome che nella milizia si era fatto suo padre. Egli aveva ventiquattro anni, allorché, sulla fama del valore da lui mostrato nel regno di Napoli, il duca lo invitò al suo stipendio, disgustato che ebbe il conte Carmagnola. Una delle prime imprese che Francesco Sforza ebbe in commissione dal duca, fu quella di soccorrere Genova, attaccata dai nemici; ma ne uscì con poca fortuna, poiché, innoltratosi imprudentemente e con inconsiderato impeto, fu malamente battuto e posto in fuga; per lo che il duca lo rilegò per due anni a Mortara, ove rimase privo di stipendio. Terminato il castigo, i cortigiani del duca, non saprei per qual motivo, cercarono di fargli entrare in grazia Francesco Sforza; e la cosa giunse a segno che, non avendo altri discendenti il duca, fuori che una figlia naturale chiamata Bianca Maria, pensò di darla a Francesco Sforza. Bianca Maria era nata da Agnese del Maino, colla quale viveva il duca come se fosse vera sua moglie. Quella donzella non aveva per anco finiti gli otto anni, allorché il duca, l'anno 1432, il giorno 13 di febbraio, stabilì il contratto di nozze. Considerava in quel momento il duca di farsi per adozione un figlio, al quale passare il suo Stato, e quindi interessarlo a difenderlo: figlio tanto più caro, quanto più quel meschino principe era lacerato nella solitudine da' timori che Zanino Riccio e i suoi pari facevano nascere contro de' generali; i quali naturalmente non si saranno degnati mai di mostrare deferenza a quella feccia di uomini da cui era il duca attorniato. Cercavano, innalzando lo Sforza, di umiliare il Piccinino, il Torello e gli altri. Ma poiché lo Sforza fu innalzato, la di lui ombra dispiaceva a quei raggiratori, temendo forse un avvenire cattivo per essi. E perciò si posero colle arti consuete a gettare il veleno nell'animo del principe, loro schiavo, e a fargli nascere il pentimento e la diffidenza, a segno che il duca pose delle insidie persino alla vita del disegnato suo genero. Francesco Sforza se ne uscì dalle mani del duca, si ricoverò presso de' Fiorentini, nemici de' Visconti, e si pose al loro stipendio. Si collegarono i Fiorentini e i Veneziani a danno del duca, e il generale comandante delle armi collegate fu lo stesso Francesco Sforza. Anche il papa aveva acceduto alla lega. Io non descriverò, nemmeno questa volta, le minute azioni militari. Dirò soltanto che gli affari del duca piegavano assai male. Il duca era giunto all'età di cinquant'anni. Egli era mostruosamente pingue, e la sanità sua diventava inferma. La vita inerte che menava, ed i sospetti continui fra quali veniva tenuto dagli officiosi nemici che aveva intorno, affrettarono la di lui morte; egli s'accorgeva della propria decadenza. I generali di questo invisibile sovrano (che non si era mai presentato una sol volta in vita al nemico, che dava e toglieva il favore a norma de' pianeti non solo, il che sarebbe a caso, ma dei maligni interessi di quei poltroni che gli stavano intorno) cominciarono a fare un accordo fra di loro per dividersi la sovranità. Il Piccinino divisava d'avere per sé Piacenza; il Sanseverino, Novara; Luigi dal Verme, Tortona; il Fogliano, Alessandria; altri, altro distretto. In somma il duca si trovò sotto di un cielo coperto da nubi procellose, che minacciavano da ogni parte. Il solo uomo capace di liberarlo nell’estrema angustia era Francesco Sforza. Rivolse i trattati a lui, e ben vedendo che troppo instabile appoggio sarebbe stato l'offerire al genero eletto il suo pentimento, gli offrì la sovranità del Cremonese e di Cremona sino da quel momento; pronto a dichiararlo conte e sovrano di essa, e a celebrare lo sposalizio di Bianca Maria. Accettò la proposizione Francesco Sforza, ma non si fidò di venire a Milano. (1441) Ma poiché consegnata gli venne la sovranità di Cremona, e poi ch'ivi fu sicuro, in Cremona stessa sposò Bianca Maria, il giorno 25 di ottobre dell'anno 1441. La sposa aveva diciasette anni, e lo sposo ne aveva quaranta. Il duca Filippo, sempre divorato da sospetti e dominato dall'astrologia, tornò a detestare lo Sforza a segno che fece uccidere da' suoi sicari Eusebio Caimo che aveva maneggiate le nozze di Bianca Maria; (1444) e quell'infelice cavaliere venne scannato in Duomo mentre pregava avanti l'altare di Santa Giuditta, il giorno 8 di aprile, l'anno 1444 . Tentò poi il duca di rapire colle armi Cremona, quantunque l'avesse data in dote a sua figlia; e buona parte di quel contado era già in potere delle sue armi. Il conte Sforza fu costretto d'impetrare l'aiuto de' Veneziani, i quali mandarono forze tali, che non solamente liberarono il Cremonese e lo restituirono al suo legittimo nuovo signore, ma tolsero al duca Treviglio, Caravaggio, Cassano ed altre terre, e si presentarono persino sotto le mura di Milano l'anno 1446. Il duca tremava nel suo castello di Milano, invocava persino con vili sommissioni la pietà del genero, e lo lusingava della eredità dello Stato. Francesco si mosse; lo difese: ma perdette Casalmaggiore, Soncino, Romanengo ed altre terre, che i Veneziani tolsero al conte, il quale loro non era stato fedele. Ogni minuta circostanza è interessante nel conte Sforza, che fu poi il quarto duca di Milano, non per testamento di Filippo Maria, ma per altre combinazioni, come vedremo più avanti, e fu lo stipite della seconda dinastia de' duchi di Milano.
Il Sassi e l'Argelati pretendono che il duca Filippo Maria amasse e proteggesse le lettere. Il Decembrio, che tanto minutamente ha scritta la di lui vita, e che fu testimonio delle azioni di lui, ci assicura diversamente: humanitatis ac litterarum studiis imbutos neque contempsit, neque in honore praetioque habuit, magisque admiratus est eorum doctrinam, quam coluit . Ci racconta lo stesso autore che Antonio Raudense aveva tradotte in italiano a Filippo Maria alcune vite degli uomini illustri, senza che il duca lo avesse mai nella sua grazia; sebbene quel traduttore gli rendesse intelligibili quei monumenti che il primo non poteva capire nella loro lingua originale. Francesco Barbula, poeta greco di qualche merito, rifugiatosi a Milano, non poté ottenere dal duca nemmeno il viatico per portarsi altrove. Ciriaco Anconitano, uomo di lettere, fu scacciato dalla corte del duca. Tutta la vita di quel principe ci dimostra ch'egli non era capace di sentire alcuna stima. Questa emozione non la provano se non le anime che la meritano.
Ci rimane un testimonio autentico della rozza imperizia di quel principe nelle monete battute durante il suo governo, nelle quali per lo più è scolpito il nome Filipus con due errori nel suo medesimo nome. Un altro solenne monumento ne abbiamo nella barbara poesia sotto la statua di Martino V, giacché sotto di un principe colto non si sarebbero posti i versi seguenti:
Cerne, viator, ave, hic stat imago simillima papae
Qui bonus Ecclesiam Martinus in ordine quintus
Pastor alit tibi, Roma etc...
Carminis est Bripius Joseph, ordinarius, auctor,
Doctor canonici juris, sacraeque magister
Teologiae etc.
come più diffusamente può vedersi nel Duomo, ove in segno d'onore venne collocata sopra la barbara iscrizione la non meno barbara statua, di cui si legge:
... Ast hic praestantis imaginis auctor
De Tradate fuit Jacobinus, in arte profundus,
Nec Prasitele minor, sed major farier auxim.
Non posso perdonare a taluno de' nostri autori storici, l'aver voluto paragonare ad Augusto il meschinissimo Filippo Maria, e farlo un protettore delle lettere e dei letterati. Egli era, convien dirlo, un principe da nulla. È vero che alcune epoche del regno di questo duca hanno un aspetto grandioso e brillante, né sembrano volgari. Quando le truppe ducali sotto del Carmagnola fecero prigioniere il comandante istesso nemico, Lodovico Migliorati, fu questi condotto a Milano, indi accolto dal duca con magnifica generosità; e poi da lui rilasciato onorevolmente libero e colmo di regali. Più illustre riuscì il fatto seguente. Il duca aveva preso parte in favore de' Francesi, che disputavano agli Spagnuoli il regno di Napoli. Ei fece uscire dal porto di Genova una flotta in aiuto dei Francesi, o, come allora dicevasi, degli Angioini contro degli Aragonesi. La flotta genovese fece sì bene, che prese i due re di Navarra e di Aragona; e con essi rientrò nel porto di Genova; togliendo i competitori alla casa d'Angiò. Il duca ordinò che questi illustri prigionieri venissero scortati a Milano, e il giorno 15 di settembre dell'anno 1435 Filippo Maria fu per questo insolito caso visibile, ed ammise alla sua udienza nel castello di Milano Alfonso, re d'Aragona; indi, il giorno 23 dello stesso mese fece lo stesso al re Giovanni di Navarra. I Genovesi, avendo acquistato que' due preziosi pegni, si aspettavano un riscatto proporzionato; ma il duca, dopo tre mesi, ne' quali e la corte e i più ricchi signori di Milano gareggiarono per onorare splendidamente i due monarchi, generosamente, il giorno 8 di ottobre dello stesso anno, li lasciò partire liberi. Tale atto fu tanto inaspettato e discaro ai Genovesi, che ben tosto si sottrassero dalla obbedienza del duca. Questi due fatti sembrano dinotare elevazione d'animo e generosità verso i vinti. Se mai però i consigli di Zanino Riccio, comprato da questi prigionieri, avessero cagionato tali determinazioni, si collocherebbero queste tranquillamente nella classe delle altre azioni volgari di Filippo Maria. Io credo anzi probabile che così accadesse; perché un uomo ed anche un principe può bensì non avere nel corso della sua vita che una sola occasione per far cose grandi, ma non può in due sole occasioni mostrare l'anima grande; la quale, quando v'è, in ogni giorno, in ogni fatto dà inizio di se medesima, abbellisce ogni azione, e persino ne' vizi istessi porta un non so che di maestoso e di sublime. Parmi probabile ancora che l'orrore della morte di Beatrice Tenda sia nato, piuttosto che da animo atroce, dalla solita docilità ai consigli di Zanino Riccio e de' suoi simili. Il pinguissimo solitario duca non era sanguinario né violento; e quei manigoldi astuti che volevano regnare col nome del duca, dovevano togliergli d'intorno una moglie saggia ed avveduta. La selvatichezza di questo principe giunse a tal segno, che sembra quasi incredibile. Egli invitò l'imperatore Sigismondo a ricevere la corona in Milano, dove, il giorno 25 di novembre dell'anno 1431, nella chiesa di Sant'Ambrogio fece la funzione l'arcivescovo Bartolomeo Capra. La cerimonia si eseguì tre ore prima dell'aurora, e non saprei per qual motivo non si celebrasse solennemente di giorno. Il duca destinò venti cortigiani a servire quell'augusto, e lo fece magnificamente trattare a spese sue per quasi un mese in cui dimorò in Milano; ma non visitò mai l'imperatore, né volle giammai concedere che l'imperatore lo visitasse, siccome desiderava. Il duca s'era occultato nel castello di Abbiate, e fu invisibile al solito. Né ciò può attribuirsi a verun rancore politico, perché anzi dell'imperatore istesso aveva il duca motivo di chiamarsi contento; mentre pochi anni prima, avendogli spedito Guarnerio Castiglione nell'Ungheria, per impetrare la conferma del diploma di Venceslao, venne esaudito; e con nuovo diploma, nella diocesi di Strigonia, in data del primo di luglio dell'anno 1426, Filippo Maria venne da quell'augusto riconosciuto duca e signore di tutto il paese concessogli già da Venceslao. Anzi nel tempo medesimo in cui Sigismondo era in Milano, aveva fatto marciare i suoi Ungheresi nel Friuli, per fare una diversione in favore del duca, ed ivi chiamare le forze de' Veneziani. È vero però che nella prima venuta fatta in Italia da Sigismondo, non v'era fra esso ed il duca buona corrispondenza; per lo che quell'augusto non s'arrischiò di entrare in Milano, sebbene avesse tenuta la strada di Bellinzona e di Como per discendere le Alpi. È celebre il fatto che allora accadde, e fu l'anno 1414, quando portatosi l'imperatore a Cremona per abboccarsi col papa Giovanni XXIII, mentre Gabrino Fondulo era padrone di quel distretto, ascesero l'imperatore ed il papa sulla rinomata altissima torre di quella città, e Gabrino poscia si mostrò pentito di non averli gettati da quella sommità, non per altro, se non per la fama che ciò gli avrebbe dato nella storia. Fu più umana l'ambizione di Erostrato, poiché almeno non distrusse che un tempio; ma fu meno perniciosa quella di Gabrino Fondulo, poiché nulla più cagionò fuori che un desiderio. Il duca Filippo Maria fece, durante il suo governo, una operazione di finanza, a mio parere assai bella, utile e semplice, e tale che fa maraviglia come siasi in quei tempi immaginata. Abolì un buon numero di minute gabelle, incomode a percepirsi, e rovinose per il popolo; svincolò i poveri, sopra dei quali cadevano singolarmente tai pesi; e per compensare il suo erario, senza apertamente imporre nuovo carico, accrebbe l'intrinseca bontà delle monete; e così tutti i tributi essendogli pagati colle nuove monete, venne a incassare tanto valore quanto bastò a compensargli le abolite gabelle. Il decreto è del giorno 24 di ottobre dell'anno 1436, e ce lo ha pubblicato il conte Giulini . Questa operazione ha qualche analogia coll'altra che quarantacinque anni prima aveva tentata il conte di Virtù, siccome nel capitolo precedente si è osservato; ma in questa non si fece ingiustizia ai creditori, né si trattò d'una mera addizione sul tributo, ma bensì della sostituzione d'un modo semplice e meno gravoso di quello che contemporaneamente veniva abolito. Il Decembrio, che ci ha descritta la vita del duca Filippo Maria, ci racconta, come un tratto di sublime accortezza, che il duca mischiava ne' suoi consigli uomini buoni ecattivi. In eligendis consultoribus, quos consiliarios vocant, mira astutia utebatur: nam viros probos et scientia praeclaros eligebat, hisque impuros quosdam, et vita turpes collegas dabat; ut nec illi justitia inniti, nec hi perfidia grassari possent, sed, continua inter eos dissensione, praesciret omnia . Se il consiglio ducale fosse un parlamento formato dalla costituzione per porre un limite all'autorità del duca, allora certamente sarebbe stata accortezza l'organizzarlo in modo che la interna dissensione lo distraesse dal travagliare al suo fine: ma il consiglio era formato per obbedire al duca e servire agl'interessi di lui, ed era ben infelice l'astuzia di comporlo in modo che, gli uni attraversando gli altri, diventasse inoperoso. Tristo colui che teme la virtù, e crede di doverla temperate col vizio!
Il regno di Filippo Maria durò per trentacinque anni di guerra quasi continua. Giammai i trattati di pace furono tanto insignificanti come allora; poiché il giorno dopo si violavano se conveniva, e la fede pubblica si considerò una parola senza alcuna idea. Non ho voluto fare la storia di molte marziali vicende troppo uniformi, la minuta notizia delle quali sarebbe un peso inutilissimo alla memoria, poiché nessun lume somministrerebbe, o per meglio conoscere lo stato de' tempi, o per l'arte militare medesima. Avrei pur bramato di trovare qualche germe almeno di virtù in que' tempi; ma l'ho cercato in vano. Le fisionomie degli uomini ch'ebbero parte negli affari pubblici, mi si presentarono tutte bieche ed odiose. La fede e la probità erano celate allora nell'oscurità di qualche famiglia, e nel magazzino dei negozianti. La virtù nasconde e copre la sua esistenza nell'asilo della privata fortuna per essere sicura contro i colpi del vizio, quand'egli è armato e trionfante come in que' tempi. Non può incolparsi a malignità di messer Niccolò Macchiavello s'egli ha dato per norma ai principi una pessima morale. Egli era un pittore che fedelmente ci rappresentava gli oggetti quali erano allora; la colpa sua è quella di non aver osato di esaminare la fallacia della politica che generalmente si praticava: io ne do la colpa alla mente, piuttosto che al cuore di quell'autore. Per vedere anche in piccolo la fede di que' tempi, aggiungo un fatto solo. Già dissi che il duca, l'anno 1419, aveva comprato da Gabrino Fondulo la città di Cremona, collo sborso di trentacinquemila ducati. Gabrino si era però riservato per sé Castelleone, luogo forte del Cremonese, ove tranquillamente da sei anni dimorava. Volle il duca possedere anche quella fortezza, la quale difficilmente avrebbe superata colle armi. Fu scelto Oldrado Lampugnano, amico di Gabrino, per tradirlo; e vi si prestò benissimo Oldrado. Si portò egli sul Cremonese con alcuni armati, mostrando commissione di visitare le terre del duca; e, fatto posa avanti Castelleone, spedì un uomo entro della fortezza, chiedendo un maniscalco per ferrare un cavallo, e frattanto lo incaricò di salutare il suo amico Gabrino, e dirgli che verrebbe ad abbracciarlo, se la fretta di proseguire il cammino non glielo vietasse. Gabrino Fondulo, disarmato e senza alcun sospetto, immediatamente uscì per salutare anche per un momento il creduto amico. Oldrado Lampugnano lo arrestò e lo tradusse a Milano: la famiglia del Fondulo fu posta nei ferri; il suo tesoro, nel quale si trovò anche una prodigiosa quantità di perle, fu confiscato; e Gabrino fu decapitato in Milano il giorno 21 di febbraio del 1425. Due anni dopo Oldrado Lampugnano, che aveva sacrificato la virtù e l'onore per ottenere la grazia del duca, perdette anche quella, e rimase colla esecrazione di se medesimo.
(1447) Il duca Filippo Maria morì il giorno 13 di agosto l'anno 1447, nel castello di Milano, dopo una settimana di malattia, nella quale non permise mai che alcun medico gli toccasse il polso. Egli morì con molta indifferenza. Corpulento sino alla deformità, da alcuni anni sentivasi opprimere dal peso proprio. La fortuna, da che aveva perduto il Carmagnola, eragli stata quasi sempre nemica; s'aggiugneva a questi mali la cecità, che da più mesi era in lui totale, sebbene simulasse di vedere: caecitatem sic erubuit, ut visum simularet, cubicularibus clamculum eum admonentibus , dice il Decembrio : onde, sebbene non oltrepassasse il cinquantesimoquinto anno, era ridotto come un vecchio decrepito. Io non ho accennato ancora le seconde nozze contratte dal duca colla principessa Maria di Savoia; poiché ella non ottenne se non se il nome di duchessa, e l'amica del duca fu sempre Agnese del Maino, madre di Bianca Maria; e si leggono in un antico messale che si conserva nella cospicua raccolta del signor don Carlo dei marchesi Trivulzi, le orazioni che allora si recitavano nella messa per quella compagna del duca, quasi ella fosse tale colla sanzione de' sacri riti . Il duca, senza eredi, senza prossimi parenti, così morì. Fu seppellito tumultuariamente nel Duomo. Se vivesse allora Zanino Riccio, nol so. L’erario, del duca venne saccheggiato da' suoi famigliari, i quali si divisero diciasettemila ducati d'oro. Francesco Sforza era nella Romagna, né poteva allegare titolo alcuno per il dominio di Milano. Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolommeo Moroni furono i capi dei Milanesi che progettarono di ricusare la signoria d'un solo come una pessima pestilentia, dice il Corio; ed avevano ben ragione di così risguardarla, poiché avevano provato che in dodici principi, due soli erano stati buoni, Azzone e Giovanni arcivescovo; tollerabili quattro, cioè l'arcivescovo Ottone, Matteo I, Galeazzo I e Luchino; e gli ultimi sei che finalmente erano succeduti, non presentarono che vizi e detestabili tirannie. La città adottò quel partito. Si demolì il castello di Milano, e molte città dello Stato imitarono quest'esempio, come vedremo nel seguito della storia. Così terminò la sovranità della casa Visconti e la discendenza di Matteo, la quale ebbe, senza interruzione, la signoria di Milano pel corso di centotrentasei anni, ed erano già trentaquattro anni da che grandeggiava per averla, quando l'ottenne.
Prima di terminar questo capitolo convien dare un'idea dello stato in cui trovossi Milano ne' tempi ultimi de' quali ho scritto. Le città possono talvolta crescere ed ingrandirsi anche sotto un odioso e viziato governo; purché i vizi di quello direttamente non offendano i principii e le cagioni della prosperità del popolo. Non furono vessati i sudditi con eccessivi tributi sotto Filippo Maria; la proprietà de' cittadini non fu violata; le guerre si fecero al di fuori, e la città non ebbe a soffrirne; la pestilenza, che andava girando, e più d'una volta, non lungi da Milano, non vi penetrò. Crebbe quindi la popolazione; si ammassarono le ricchezze in questa capitale d'un vasto dominio; si rivolsero i cittadini all’industria del commercio; giacché sotto di quel governo nessun uomo di mente poteva ambire altra carriera; e così Milano diventò una tanto poderosa città, sì che nacque il proverbio poi, che conveniva distruggere Milano per rinvigorire l'Italia, come ci annunziò un autore imparziale. Quid dicam de Mediolano, potentissima Italiae civitate, Galliaeque Cisalpinae metropoli; in qua tam multa, tamque diversa artificum genera, tantaque frequentia, ut inde vulgo sit natum proverbium, qui Italiam reficere velit, eum destruere Mediolanum debere . Andrea Biglia, scrittore di quel tempo, ci dà idea della popolazione di Milano: nempe ut facile existiment posse in ea civitate super triginta hominum millia armari ; e non sarebbe esagerazione il supporre che il solo dieci per cento della popolazione fosse atto alla milizia. Immenso fu il popolo che uscì incontro a papa Martino V, che venne da Costanza a Milano nell'ottobre del 1418. Il duca Filippo ebbe l'onore di avere a suoi ospiti in Milano un papa, un imperatore e due re, e questi due ultimi suoi prigionieri. Lo stesso Biglia ci dà una prova, ancora più precisa, delle forze della città di Milano in quel tempo. L'anno 1427, il Carmagnola, alla testa delle armi venete, aveva angustiato lo Stato del duca, il quale pensava ai mezzi per la difesa. Ho già detto come due soli artefici in pochi giorni somministrarono le armature per quattromila cavalli e ottomila fanti; ora, appoggiato al Biglia, dirò che la città di Milano si esibì di mantenere stabilmente diecimila uomini a cavallo e diecimila uomini a piedi, con questa sola condizione che il duca lasciasse alla città medesima la percezione di tutte le gabelle, e tributi di Milano e suo distretto, e che i tributi delle altre città tutte egli liberamente li percepisse per arricchire se stesso, o chi più gli fosse piaciuto. Oggidì, quand'anche si volesse fare un massimo sforzo, non si troverebbe il modo di mantenere la metà di quest'armata; e oggidì tanto un cavaliere, quanto un fantaccino costano meno assai di quello che allor si pagavano. Il Biglia perciò aggiugne: mirum dictu hoc solos Mediolanenses ausos polliceri, quod Florentia ac Venetiae aegre hac aetate praestarent fecissentque: tanta est hoc tempore unius urbis gens, tanta domi et apud exteros negotiandi consuetudo . Il nostro commercio solo con Venezia era grandiosissimo in quel torno. Tutto il commercio colle Indie Orientali si faceva dagl'Italiani in quei tempi, anteriori alla scoperta del Capo di Buona Speranza. Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Amalfi ed Ancona avevano l'impero de' mari, e quasi esse sole giravano non solamente il Mediterraneo, ma l'Oceano, e portavano le loro merci persino al Baltico; così che tutto il commercio dell'Europa era presso gl'Italiani. Le leggi amalfitane erano la base del gius marittimo. Venezia sola manteneva trentaseimila marinari ; numero sterminato per quel secolo, nel quale non s'intraprendevano viaggi di lungo corso, e la nautica non era ridotta alla perfezione attuale. Milano trasmetteva a Venezia i pannilani che da noi si fabbricavano, e riceveva da Venezia cotone, lana, drappi d'oro e di seta, droghe, legni da tingere, sapone, sali ed altre mercanzie. Queste mercanzie, che ricevevamo da Venezia in gran parte le spedivamo alla Francia, agli Svizzeri ed all'Impero, unitamente alle armature ed altri lavori. Il nerbo principale della nostra industria consisteva nella fabbrica de' pannilani e degli usberghi, scudi, lance ecc. Abbiamo un prezioso documento su tal proposito che merita esame, e questo è lo scritto di Marino Sanuto, che il Muratori, nostro maestro, ha tratto dalla biblioteca Estense e dato in luce . Il Sanuto scrisse le vite di alcuni dogi di Venezia, e riferisce l'aringa fatta nel gran consiglio dal doge Tommaso Mocenigo. Quello scrittore era posteriore di poco, ma asserì di avere trascritto i fatti dal libro dell'illustre messer Tommaso Mocenigo, doge di Venezia, d'alcuni aringhi fatti per dar risposta agli ambasciatori de' Fiorentini, che richiedevano di far lega colla signoria contro il duca Filippo Maria di Milano nel 1420. Il doge opinava che non convenisse ai Veneziani di rompere la pace col duca; ed in prova dimostrava l'utilità esimia che ridondava al commercio di Venezia dalla corrispondenza con Milano. Ser Francesco Foscari, procuratore, opinava l'opposto. Se vi è documento nella storia che meriti fede, certamente è questo; poiché l'occasione, il luogo, le persone ci debbono far credere che non avranno allegati che fatti costanti e sicuri. Asserì il doge che ogni anno da Milano si spedivano a Venezia quattromila pezze di panno, del valore di trenta ducati ciascuna, e di più si spedivano novantamila ducati d'oro, così che la somma in tutto ascendeva a duecentodiecimila ducati. Ciò appartiene alla sola città; poiché Monza separatamente ivi è registrata pel valore di centoquarantaduemila ducati di roba, e denari che spediva ogni anno a Venezia. Allora Milano e Monza, colla sola Venezia facevano la stessa parte del commercio che ora fanno Milano, il contado e le cinque città e province dello Stato; ed è notabile colla sola Venezia, poiché l'esteso commercio con Genova, colla Francia e colla Germania che allora avevamo, non entrava in quella somma. Dico la stessa parte, e dovrei dire molto più, se considerassi che il ducato allora era un pezzo di metallo assai più raro e più pregevole, come più volte ho ricordato. Questo basta per conoscere che verosimilmente v'era in Milano una popolazione di trecentomila abitanti; che v'erano sessanta fabbriche di lanificio; e che moltissima era tra noi l'industria e la ricchezza; come ci confermano tutti gli scritti posteriori, ricordando que' tempi della opulenza.
Contra di molti adoperò quel genere di nefanda strage che si eseguiva aizzando i cani, tanto sitibondo di sangue, che, senza spargerlo, non lasciava un solo giorno passare. R. I., tom. XIX, col. 32 E.
E non molto dopo Facino viene chiamato a Milano, cosicché nulla più ad esso mancava al dominio dell'una e dell'altra città se non che il solo nome; tutti obbedivano ad un solo, le cose tutte a norma del di lui comando stabilivano, non lasciandoci né pure per le spese dei giovani quanto bastasse al sostentamento della vita. Rer. Ital., tom. XIX, col. 34 E., 35 A.
Il volgo veramente (dice il Biglia) allettato era dall'abbondanza delle vettovaglie; ma gli altri tutti che passare potevano per buoni cittadini, aggravati erano da tributi intollerabili... Molti uccisi furono per effetto di pubblica e di privata licenza.
Al giovane diedero questi avvertimenti (dice il Biglia), che la moglie, se non pure repudiata, tenesse certamente come già da esso separata.
Quest'Alberico aveva per suo avo l'altro del quale si fece menzione nel capitolo IX. Si era confederato col duca; e siccome con ciò egli esponeva le proprie terre della Romagna (come in fatti vennero poi conquistate dalle armi pontificie), così Filippo Maria gli diede la signoria e contea di Belgioioso col castello, pro aliquali rependio, come leggesi nel diploma. Per assicurarsi poi che i Barbiani non ricuperassero i loro Stati, il papa investì della contea di Lugo la casa d'Este, già dipendente pel marchesato di Ferrara. Chi ha considerata la concessione di Belgioioso come una beneficenza del duca Filippo Maria, non ha posto mente a questo fatto. Pur troppo è vero che il duca non beneficò mai costantemente un uomo di merito.
Né sprezzò egli, né tenne in onore e in pregio gli uomini addottrinati negli studi delle lettere e delle scienze, e maggiormente ammirò, di quello che ei coltivasse la loro dottrina. Decembrio, cap. 42 e sg.
Salve, o viaggiatore, vedi, qui sta l'immagine somigliantissima di quel papa Martino, quinto nella serie, che, buon pastore per indole, resse la Chiesa a te Roma, ecc... Autore di questo carme è Giuseppe Brivio, ordinario, dottore di gius canonico e maestro di sacra teologia, ecc.
Ma l'autore di questa insigne immagine fu Giacobino di Tradate, profondo nell'arte, che io ardirei dire non minore, ma bensì maggiore di Prassitele.
Di mirabile furberia faceva uso nello scegliere i consultori, che nominati sono consiglieri; perciocché eleggeva uomini probi ed illustri per sapere; ed a questi dava per colleghi uomini scandalosi, affinché né quelli potessero appoggiarsi alla giustizia, né questi sviluppare la loro perfidia, ma egli prevenuto fosse di tutto, per la continua discordia che tra di essi regnava. Decembrio, cap. 34.
Tanto arrossì della sua cecità, che fingeva di vedere chiaro, avvertendolo segretamente i suoi camerieri.
Oratio super populum - Praetende, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti dexteram coelestis auxilii ut te toto corde perquirant, et quod digni postulant, assequantur. Per etc... - Super Syndonem - Fac, quaesumus, Domine, famulas tuas Blancham Mariam et Agnetem toto corde semper ad te accurrere, et tibi subdita mente servire, tuamque misericordiam suppliciter implorare, et tuis jugiter beneficiis gratulari. Per etc... - Super Oblata - Propitiare, Domine, supplicationibus nostris et has oblationes famularumque tuarum Blanche Mariae et Agnetis, quas tibi pro incolumitate earum offerimus, benignus assume, et ut nullum sit irritum votum, nullius vacua postulatio, praesta, quaesumus ut quod fideliter petimus, efficaciter consequamur. Per Dominum etc... - Praefatio - Aeterne Deus, in te sperantium consolator, et subditorum tibi mentium custos, inclina aures misericordiae tuae ad praeces humilitatis nostrae, et famulabus tuis Blanche Mariae et Agneti propitius adesse dignare. Veniat super eas spiritualis a te benedictionis ubertas, ut pietatis tuae repletae, muneribus in tua gratia, et in tuo nomine laete semper exultent. Per Christum etc... - Post Comunionem - Da, quaesumus, Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti in tua fide, et sinceritate constantiam, ut in charitate divina firmatae, nullis tentationibus ab earum integritate evellantur. Per etc...
(Orazione sopra il popolo. - Stendi, o Signore, te ne preghiamo, la destra del celeste aiuto alle tue ancelle Bianca Maria ed Agnese, affinché a te con tutto il loro cuore aderiscano ed ottengano quello che degnamente ricercano; per ecc. - Sopra la Sindone. - Fa, o Signore, te ne preghiamo, che le tue ancelle Bianca Maria ed Agnese sempre con tutto il cuore loro a te ricorrano, e a te servano con mente devota, e la tua misericordia supplichevolmente implorino, e possano un giorno mostrarsi grate col cuore ai tuoi benefizi; per ecc. - All'Offertorio. - Mostrati, o Signore, propizio alle nostre suppliche, e benigno ricevi queste obblazioni delle tue ancelle Bianca Maria e Agnese, che a te offeriamo per la loro salvezza; ed affinché irrito non sia alcun voto, né vana la preghiera di alcuno, concedi, te ne preghiamo, che quello che fedelmente chiediamo, efficacemente possiamo ottenere; per il Signore ecc. - Prefazio. - Eterno Dio, consolatore di coloro che in te sperano, e custode delle menti a te devote, piega le orecchie della tua misericordia alle preghiere della nostra umiltà, e degna di mostrarti propizio alle tue ancelle Bianca Maria ed Agnese. Venga sopra di esse la dovizia della spirituale tua benedizione, affinché, colmate dei doni della tua pietà, liete sempre esultino nella tua grazia e nel tuo nome; per Cristo ecc. - Dopo la Comunione. - Accorda, o Signore, te ne preghiamo alle ancelle tue Bianca Maria ed Agnese la costanza nella tua fede e nel sincero tuo servigio, affinché, confermate esse nell'amore divino, smosse non sieno giammai per alcuna tentazione dall'integrità di que' proponimenti, per ecc.).
Che dirò di Milano, potentissima città d'Italia, e metropoli della Gallia Cisalpina, nella quale tanto numerosi sono, e tanto diversi i generi degli artefici, tanto grande è la frequenza del popolo, che di là ebbe origine il volgare proverbio: Chi volesse ricomporre l'Italia, dovrebbe distruggere Milano. Kloch., de Ærario, lib. 2, cap. 36, p. 598. Norimbergae, 1671.
Cosicchéfacilmente si reputa che in quella città possano armarsi più di trentamila uomini. R. I., tom. XIX, p. 105.
Non sarà forse discaro a miei lettori ch'io aggiunga alcune osservazioni a quel bilancio del commercio, fatto dal Sanuto. Da Venezia ci si trasmettevano i cotoni: il valore de' cotoni allora era otto volte maggiore che non lo è di presente: le strade del commercio oggidì sono aperte, e ciascuna nazione procura, per vendere presto, di contentarsi d'un minor guadagno; allora i pochi che lo possedevano, erano arbitri del prezzo. Ho pure osservato che allora noi prendevamo appena la metà del cotone che adesso ci spediscono gli esteri; poiché le fabbriche delle bombagine e fustagni allora non esistevano presso di noi, e questa manifattura era de' Cremonesi. Questa odierna manifattura ci porterà più di settantamila gigliati per la vendita di trentamila pezze, che attualmente ne facciamo agli esteri. La seconda osservazione cade sul lanificio. La lana ce la vendevano i Veneziani allora più a buon mercato, cioè circa il sessanta per cento meno che non vale presentemente. È probabile che molte pecore si alimentassero su i nostri prati; e che la lana fina non ci venisse da Venezia. Lo stato intero di Milano spediva allora a Venezia cinquantamila pezze di panni. Ora le cose sono cambiate. Il lanificio, preso tutto insieme, costa allo Stato l'uscita di ducentocinquantamila zecchini ogni anno; i soli pannilani dobbiamo comprarli dagli esteri per settantamila gigliati. La terza osservazione risguarda la seta e suoi lavori; allora ne ricevevamo da Venezia di seta e drappi d'oro pel valore cospicuo di ducati ducentocinquantamila; naturalmente una buona porzione si sarà rivenduta. Oggidì però l'articolo della seta, computato tutto, darà in vece l'utilità d'un milione di ducati, ossia zecchini, ed è la principale ricchezza delle nostre terre. La quarta osservazione appartiene alle droghe; e per esempio di pepe e di cannella allora se ne introduceva assai più che non facciamo al dì d'oggi; e di questi capi allora nelle mense v'era maggiore consumo, e ciò oltre il commercio secondario che da noi se ne faceva col rivenderli. Oggidì consumiamo appena ottantamila libbre di pepe; il che ci fa pagare agli esteri ottomila ducati, ossia gigliati, ed allora ne compravamo per ducati trecentomila; cioè si spendeva allora in un anno per questo articolo quanto si spende appena in trentasei anni a' nostri giorni. Della cannella dico lo stesso; allora spendevasi il quadruplo in paragone de' tempi nostri, poiché ventimila libbre, che costano circa sedicimila zecchini, sono presso poco la quantità annua che oggidì ne consumiamo. In quinto luogo ho osservato che dello zucchero invece ne abbiamo notabilmente ampliato il consumo; giacché allora seimila centinaia ne ricevevamo, ed ora ne consumiamo sedicimila centinaia. Il prezzo altresì dello zucchero è notabilmente scemato in paragone di quello ch'era allora; poiché seimila centinaia valevano ducati novantacinquemila, ed ora sedicimila centinaia si comprano con settantamila ducati. L'uso del mele era comune in quei tempi; e vi si è poi sostituito lo zucchero, dappoiché le navigazioni alle Indie Orientali, e le copiose piantagioni d'America l'hanno reso una droga più comune. Cade la sesta osservazione sul sapone, per acquistare il quale allora spendevasi ducentocinquantamila ducati, cioè il decuplo di quello che ora spendiamo, ricevendone dagli esteri non più di circa quarantamila rubli; ma allora ne facevamo rivendita, e forse non v'erano alcune fabbriche nel paese che ora ne ha. L'ultima osservazione cade sopra un legno da tintura chiamato verzino, che allora era enormemente caro, e costava seicento volte più che ora non vale: ne ricevevamo allora migliaia quattro, valutate ducati centoventimila; ora ne riceviamo più di venti migliaia, le quali ci costano mille ducati d'oro; ma il Capo di Buona Speranza non fu scoperto se non l'anno 1497 da Vasco de Gama, sotto il re Emanuele IV di Portogallo, e l'America non fu scoperta dal Colombo che l'anno 1491.
Capitolo XVI
Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco Sforza
Prima ch'io narri gli avvenimenti della repubblica di Milano, vuolsi esaminare brevemente in quale stato trovavansi le potenze che avrebbero voluto signoreggiare sopra di noi. (1447) Colla morte del duca Filippo Maria era terminata la discendenza maschile di Giovanni Galeazzo Visconti, infeudata coll'imperatore Venceslao; e perciò il ducato (considerandolo come un podere) era devoluto all'imperatore. Se il destino delle città dipendesse dal solo diritto di proprietà ereditaria, l'imperatore solo, sulla base della pace di Costanza, avrebbe dovuto decidere di noi, o creando un nuovo duca, o nominando un vicario imperiale, ovvero, sotto quella denominazione che più gli fosse stata in grado, ponendo chi esercitasse la suprema dominazione dell'Impero su questa parte dell'Impero medesimo. Ma lo scettro imperiale era nelle deboli mani di Federico III, principe timido, indolente e minore della sua dignità; il quale nemmeno avrebbe potuto far valere le sue ragioni sull'Italia, oppresso, come egli era, dalle armate del re d'Ungheria. Il lungo regno di questo Cesare lasciò dimenticato nel Milanese il nome dell'Impero per più di quarant'anni dopo morto l'ultimo duca. La casa d'Orleans possedeva la città di Asti, portatale in dote dalla principessa Valentina, figlia del primo duca, conte di Virtù. V'era un piccolo presidio francese in quella città: ma la casa d'Orleans non regnava. Cinquantadue anni dopo ella ascese sul trono di Francia, e colle armi sostenne le sue pretensioni sul ducato di Milano, appunto come discendente dalla Valentina Visconti. Frattanto il re di Francia Carlo VII, occupato nel combattere contro gl'Inglesi, che avevano conquistate alcune province del suo regno, non aveva né mezzi né pensiero di rivolgersi a questa parte d'Italia in favore di suo cugino. Il papa Niccolò V, di carattere sacerdotale, non conosceva l'ambizione; e l'antipapa Felice V e il non affatto disciolto concilio di Basilea occupavano interamente la corte di Roma. Il trono di Napoli era incerto e disputato. I Veneziani e il duca di Savoia avevano formato il progetto di profittare dell'occasione; ed erano e finitimi e potenti e sagaci. La vedova duchessa di Milano, Maria di Savoia, era in Milano, e cercava di guadagnare un partito al duca di Savoia, di lei padre. I Veneziani avevano in Milano i loro fautori, e colle immense ricchezze possedevano i mezzi di sostenerli e secondarli colle armi. Il conte Francesco Sforza pareva che nemmeno dovesse porre in vista le insussistenti pretensioni della moglie e del suo primogenito, esclusi per la investitura imperiale dalla successione nel ducato. La condizione del conte era anche più degradata di quella del duca d'Orleans, attesa la viziata origine della Bianca Maria. Egli possedeva Cremona, recatagli in dote; comandava un possente numero d'armati; aveva il nome più illustre di ogni altro nella milizia di que' tempi. Ma un Romagnuolo, nato in Samminiato da Lucia Trezania, senza parenti illustri, e che non ebbe fra suoi antenati un nome degno di memoria, trattone suo padre (a cui il conte Alberico di Barbiano, sotto del quale militava, diede il sopranome Sforza), non pareva posto in condizione da disputare con alcuno la signoria di Milano, meno poi di prevalere. In questa situazione si trovò la città di Milano, quando, nel 1447, morì l'ultimo duca, ed ella intraprese a governarsi a modo di repubblica.
Appena aveva cessato di vivere Filippo Maria, che cominciarono a comparire nuove leggi e regolamenti sotto il nome de' capitani e difensori della libertà di Milano. Ilprimo proclama col quale annunziarono la loro dignità e il loro titolo, fu del giorno 14 agosto 1447, cioè il primo dopo la morte del duca. In esso questi capitani e difensori della libertà di Milano confermarono per sei mesi prossimi a venire il generoso Manfredo da Rivarolo de' conti di San Martino nella carica di podestà della città e ducato . Questi nuovi magistrati però non pretesero d'invadere tutta l'amministrazione della città; anzi lasciarono che i maestri delle entrate dirigessero le finanze e le possessioni che erano state del duca; e lasciarono pure che il tribunale di Provvisione regolasse la panizzazione, le adunanze civiche, l'annona e gli altri oggetti di sua pertinenza. I capitani e difensori, considerandosi investiti dell'autorità sovrana, riserbate al loro arbitrio le cose veramente di Stato, col dare, quand'occorreva, ordini al podestà, al capitano di giustizia, al tribunale di Provvisione ecc. pe' casi straordinari, lasciarono a ciascun magistrato la cura di provvedere, secondo i metodi consueti e regolari, a quanto soleva appartenere alla di lui giurisdizione . Questi capitani e difensori della libertà non avevano però ragione alcuna per comandare agli altri cittadini. S'erano immaginato un titolo, creata una carica, attribuita una autorità, addossata una rappresentanza tumultuariamente, per usurpazione e sorpresa, non mai per libera scelta della città. Se un virtuoso entusiasmo di gloria e di libertà avesse animati coloro ad ascendere alla pericolosa rappresentanza del sovrano, potevano, annientato ogni privato interesse, primeggiando il solo pubblico bene, andare cospiranti e unanimi, e adoperare così la forza pubblica col maggiore effetto per la pubblica salvezza. Ma come sperare che si accozzasse un collegio di eroi casualmente, in una città oppressa da una serie di sei pessimi sovrani? Mancava a questo corpo resosi sovrano, e la opinione di chi doveva ubbidire, e la coesione delle parti di lui medesimo; né era riserbato nemmeno ai più accorti il prevedere la poca solidità e durata di un tal sistema, manifestatamente vacillante. Già nel capitolo antecedente nominai i fautori principali del governo repubblicano, cioè Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolomeo Morone. Non era probabile che le altre città della Lombardia superassero il ribrezzo di farsi suddite di una città metropoli, governata a caso e senza una costituzione politica. In fatti due sole città, cioè Alessandria e Novara si dichiararono di essere fedeli a Milano; le altre o progettarono di voler governarsi a modo di repubblica indipendente, o posero in deliberazione a qual principe sarebbe stato meglio di offerirsi. In Pavia sola vi erano ben sette partiti; gli uni volevano Carlo re di Francia; altri, Luigi il Delfino; altri, il duca di Savoia; altri, Giovanni marchese di Monferrato; altri, Lionello marchese di Ferrara; altri, i Veneziani; altri, il conte di Cremona Francesco Sforza. Il Corio, che ciò racconta, non fa menzione dell'ottavo partito, che sarebbe stato quello di reggersi da sé e collegarsi in una confederazione di città libere; o meglio ancora unirsi in una sola massa e formare un governo comune. Né ciò pure terminava la serie de' mali del sistema. I banditi ritornavano alle città loro, occupavano i loro antichi beni, già venduti dal fisco ducale, e ne spogliavano gl'innocenti possessori. La rapina era dilatata per modo, che nessuno era più sicuro di possedere qualche cosa di proprio; la vita era in pericolo non meno di quello che lo erano le sostanze; il disordine era generale e uniforme; il che doveva accadere in una numerosa e ricca popolazione, rimasta priva del sistema politico, mentre con incerte mire tentava di accozzarne un nuovo. Il castello di Milano non poteva torreggiare sopra di una città che voleva essere libera e temeva un invasore; perciò con pubblico proclama si posero in vendita i materiali di quella ròcca .
Il conte Francesco Sforza, appena ebbe l'annunzio della morte del duca, s'incamminò diligentemente verso Milano, abbandonando la Romagna, ove si trovava. I Veneziani erano nella circostanza la più favorevole per impadronirsi del Milanese. Lodi, Piacenza ed altre città desideravano di vivere sotto la repubblica veneta. Francesco Sforza vedeva che i Veneziani erano i più potenti ad invadere e conquistare questo ducato, ch'egli aveva in mente di far suo; sebbene le circostanze non gli fossero per anco favorevoli a segno di palesarlo. Le forze de' Veneti già si trovavano nel Milanese prima che il duca morisse, il che accennai nel capitolo antecedente. E come pochi mesi prima s'erano essi presentati sotto le mura di Milano, e avevano devastato il monte di Brianza, così v'era ragionevole motivo per cui i Milanesi temessero l'imminente pericolo. Appena venti giorni erano trascorsi dopo la morte di Filippo Maria, che la repubblica milanese dovette eleggere un comandante capace di opporsi alle forze venete e salvarla; e questa scelta cadde nel conte Francesco Sforza, dichiarato capitano delle nostre armate . I denari de' Milanesi erano necessari per mantenere un corpo numeroso di soldati, e ai Milanesi era necessario un gran capitano, la cui mente e valore, opportunamente dirigendo la forza, li preservassero dall'invasione dei Veneti. Questi bisogni vicendevolmente unirono da principio lo Sforza e i repubblicani nascenti, se pure il nome di repubblica poteva convenire a una illegale adunanza, che governava senza autorità e senza principii.
Una prova della incertezza di quel governo la leggiamo nel proclama che i capitani e difensori della libertà pubblicarono in data 21 settembre 1447. Per ordine di questi vennero pubblicamente consegnati alle fiamme i catastri che servivano alla distribuzione de' carichi, affine di rallegrare il popolo ; e si credette fondo bastante per le spese pubbliche la spontanea generosità di ciascun cittadino. Appena due settimane dopo si dovette pensare al rimedio; e fu quello che i medesimi capitani e difensori arbitrariamente tassassero i cittadini a un forzoso imprestito . Si obbligarono poi i sudditi a notificare quanto possedevano sotto pena della confisca, invitando gli accusatori col premio; e ciò per formare nuovi catastri per ripartire i carichi . Cercavano questi incerti capitani e difensori l'opinione favorevole del popolo con mezzi rovinosi, e vi rimediavano poi con ingiusti e odiosi ripieghi. Alcune delle leggi che proclamarono, poiché danno una precisa idea dello spirito di quel governo e della condizione di que' tempi, non sarà discaro al lettore ch'io qui trascriva. Nei primi momenti della inferma Repubblica, incerti della loro autorità, privi di legale sanzione, in una città divisa in partiti, attorniata da città che non eranle amiche, coll'armata veneta che invadeva le sue terre, coi Savoiardi e Francesi, che minacciavano d'occuparlene dalla parte opposta, costretta a confidarsi al pericoloso partito di collocare nelle mani del conte Sforza il poter militare in così importante e seria situazione, pubblicarono un ordine il 18 ottobre 1447, rinnovando irremissibilmente la pena del fuoco ai pederasti . Gli uomini nei più pressanti disastri cercano l'aiuto della Divinità colla maggiore istanza, e a tal uopo credonsi di ottenerlo persino col sacrificio d'umane vittime. I Greci cercavano i venti col sangue d'Ifigenia; i Romani placavano il cielo seppellendo uomini vivi; i nostri, bruciando i peccatori. Le pazzie e le atrocità di un secolo si assomigliano alle pazzie e atrocità d'un altro, a meno che la coltura e la ragione, diffondendosi largamente, non indeboliscano i germi del fanatismo inerente all'uomo; e questa coltura, questa filosofia, contro la quale ancora v'è chi declama, formano appunto l'unica superiorità de' tempi presenti, Oggidì un popolo che aspiri a diventar libero e combatta per sottrarsi dall'imminente giogo, non pubblicherà certo una legge per proibire ai barbieri di far la barba ne' giorni festivi. Ha ben altro che fare chi si trova al timone della Repubblica fra la tempesta, che vegliare su di questi meschini e indifferenti oggetti; eppure allora si proclamò un bando cosiffatto .
Anco un'altra legge ho riscontrata in quei tempi, la quale merita d'essere ricordata, perché ci fa conoscere alcuni ripieghi politici, i quali volgarmente si credono d'invenzione di questi ultimi tempi, non erano punto sconosciuti negli stati d'Italia alla metà del secolo decimoquinto; cioè le pubbliche lotterie. Nel capitolo nono accennai come sino dall'anno 1240 s'era posta in uso da noi la circolazione della carta in luogo del denaro, e a tal proposito si facessero leggi assai opportune ; ora dall'editto del 9 gennaio 1448 verrà assicurato il lettore dell'antichità delle lotterie, ossia tontine, di quei tributi spontanei in somma ai quali si adescano i cittadini colla lusinga di arricchirli . Colle note potrà il lettore dalla sorgente istessa conoscere da quai principii fosse regolato quel governo, a qual grado fosse la coltura, a quale elevazione si trovasse la politica; né sulla asserzione mera dello storico dovrà persuadersi della infelicità di que' tempi.
Nell'archivio di città al registro B. leggonsi: 17 agosto 1447, ordine dei signori vicario e XII di Provvisione per adunare il consiglio dei novecento, onde prestino il giuramento i consiglieri che non avevano giurato. Foglio I, tergo. Altro dei medesimi vicario e XII, perché niuno ardisca di rompere le conche sopra i navigli o lo steccato di Cusago, dei 23 agosto 1447. Registro B, foglio 10, e sotto la data medesima, v'è altro editto de' suddetti sulla macina del grano, che proibisce a' mugnai la compra: pure il 24 agosto, altro simile editto del vicario e XII proibisce ai fornai di vendere a staio il pane di mistura; registro suddetto, foglio 2. Esso registro B. è pieno di editti del tribunale di Provvisione, l'ultimo dei quali è al foglio 408, contenente una proibizione di ascendere sopra il tetto del Broletto, in data 10 febbraio 1450, sedici giorni prima che Francesco Sforza si rendesse padrone di Milano; dal che si conosce che la giurisdizione ordinaria del tribunale di Provvisione in quel tempo di repubblica, o anarchia che ella si fosse, rimase intatta e continuata. Lo stesso io trovo essere accaduto al magistrato Camerale, ossia ai Maestri delle entrate, che conservarono la loro giurisdizione; ed uno dei primi editti di quell'interregno è del 20 agosto 1447, col quale si comanda che ciascuno paghi il tributo sulle merci alle porte della città. Veggasi registro B., foglio 6. Altro del 22 detto per la propalazione dei beni del defunto duca. Veggasi registro B., foglio 8, tergo. Ne è pieno quel registro sino al giorno 7 gennaio 1450, in cui il Magistrato Camerale ordinò che si pagasse il tributo della dovana, come dal citato registro al foglio 402.
Registro civico B, foglio 14, tergo, ove leggesi questa grida del 30 agosto 1447 per la demolizione e vendita del castello e delle gioie del duca.
Registro civico B, foglio 16, tergo, ove leggesi il proclama dei capitani e difensori della libertà, acciocché ogni persona atta a portare le armi si presenti a servire sotto il comando del signor conte Francesco, capitano generale, in data 3 settembre 1447.
Capitanei et defensores libertatis et excelsae Comunitatis Mediolani. - Prudentes concives carissimi nostri. Posteaquam omnipotens Deus noster, per transmigrationem de praesenti saeculo illustrissimi bonae memoriae principis ac domini nostri domini Filippi Mariae gratiam libertatis nobis venditando condonavit quod retinere et conservare omnibus modis et firma scientia statuimus, deliberavimus comuni consensu in adurendis libris, extractibus, quaternis, filzis, et scripturis inventariorum, taxarum, talearum, focorum, buccarum, onerisque salis, et aliorum quorumvis onerum signum dare, quo populus et plebs intelligant se post hac futuros immunes et exemptos ab angariis et gravaminibus ejusmodi. Indeque bonam spem de statu ipsius libertatis et hujus nostre reipublicae percipientes, gaudeant gratulenturque et debitas gratias agant proinde ipsi omnipotenti Deo nostro. Nec minus animum firment et disponant velle, quod olim inviti et coacti fatiebant, nunc sponte atque perlibenter fatiere, in exponendis videlizet, videlizet et exhibendis, juxta facultates, pecuniis, tum pro formando et conplendo thexauro gloriosissimi S. Ambrosii, patroni et protectoris nostri, tum pro expeditionibus genzium armigerarum Comunitatis praelibatae, quibus mediantibus non tantum libertatem nostram, ut caepta est, retinere conservareque valeamus, verum etiam rempublicam confirmare, locupletari, augere, et in dies melius ampliare atque dilatare, in confusionem eorum omnium qui satagunt huic inclitae Civitati omni conatu suo, suisque omnibus insidiis aemulari. Volumus igitur quatenus, facta electione statim duorum ex vobis, ordinetis quod ii duo simul, cujus infra nominatis inquirant et sibi exhiberi faciant quoscumque libros extractus, quaternos, filza, et scripturas omnes inventariorum, taxarum, talearum, focorum, oneris salis, et aliorum onerum cujusvis generis, spetiei, ac materiei fuerint. Et his bene ac iterum revolutis visisque ac diligentissime examinatis, retinendo eo sdumtaxat quibus videatur aliqua utilitas camerae prefatae Comunitatis, et territorio et singularium etiam aliquarum personarum, reliquos omnes ex praedictis igni palam et pubblice cremandos dari et committi faciatis, quo veluti spectaculo populus ipse pariter et plebs, voluptatem inde assumentes peringentem, exultare jubilareque possint, laudesque dare sancto memorato. Qui inclitam hanc urbem in felici et fausto statu semper servet atque tueatur.
Data Mediolani, die XXI septembris MCCCCXLVII.
Johannes de Mantegaxis - Stefanus de Gambaloytis - Cabriolus de Comite - Federicus de Comite - Johannes de Fossato - Francius de Figino - Johannes de Gluxiano - Jacobus de Cambiago Raphael - A tergo. Nobilibus et prudentibus concivibus carissimis nostris duodecim Provisionum excelsae Comunitatis Mediolani. Registro civico A, foglio 47.
(I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa comunità di Milano. - Prudenti concittadini nostri carissimi. Poiché l'Onnipotente Iddio nostro, per il passaggio da questa ad altra vita dell'illustrissimo principe e signor nostro Filippo Maria, di buona memoria, la grazia della libertà a noi liberalmente accordò, che noi stabilito abbiamo di ritenere e conservare in tutte le maniere e con fermo intendimento, di comune consenso abbiamo deliberato di abbruciare i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e le scritture degl'inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, delle bocche e dell'aggravio del sale, e di qualsivoglia altro aggravio, e di dare così un segno per cui il popolo e la plebe intendono che quind'innanzi saranno immuni ed esenti da simili angherie e gravezze. E quindi concependo buona speranza dello stato della libertà medesima, e di questa nostra repubblica, si rallegrino e si congratulino, e le dovute grazie rendano per questo allo stesso Dio Onnipotente Signor nostro. Né meno rafforzino l'animo loro, e dispongansi a volere in oggi spontaneamente e di buona voglia fare quello che altre volte loro malgrado e forzati facevano, cioè nel dar fuori, secondo le loro facoltà, il danaro, tanto per formare e compiere il tesoro del gloriosissimo sant'Ambrogio, patrono e protettore nostro, quanto per le spedizioni delle compagnie di armigeri della comunità predetta, per mezzo delle quali non solo la libertà nostra ritenere e conservare possiamo, come è incominciata, ma ancora confermare, arricchire ed aumentare la repubblica, e sempre giornalmente in meglio ingrandirla e dilatarla, a confusione di tutti coloro i quali si studiano con ogni loro sforzo e con tutte le loro insidie di rivalizzare con questa inclita città. Vogliamo adunque che, fatta la elezione, a due dei vostri subito ordiniate che essi due insieme, dei quali si inseriranno più abbasso i nomi, ricerchino e si facciano consegnare tutti i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e tutte le scritture degli inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, della gravezza del sale e di tutte le altre gravezze di qualunque genere, specie e materia esse fossero. E questi documenti, bene rivoltati una e due volte, e visti e diligentemente esaminati, con ritenere quelli soltanto nei quali si riconosca qualche utilità della camera della predetta comunità e del territorio, ed anche di alcune singole persone; tutti gli altri predetti documenti facciano palesemente e pubblicamente dare ed abbandonate al fuoco, perché sieno abbruciati, colla quale specie di spettacolo il popolo stesso parimente e la plebe pigliandone gratissimo piacere, possano esultare e giubbilare e tributare lodi al santo rammemorato, il quale quest'inclita città in felice e fausto stato sempre conservi e difenda.
Data a Milano, il giorno XXI settembre MCCCCXLVII.
Giovanni dei Mantegazii - Stefano dei Gambaloiti - Cabriolo del Conte - Federico del Conte - Giovanni di Fossato - Francio di Figino - Giovanni di Giussano - Giacomo di Cambiago Rafaele. - Su la coperta. Ai nobili e prudenti cittadini carissimi nostri i dodici delle Provvisioni dell'eccelsa comunità di Milano.)
Registro delle gride dal 1447 al 1450, nell'archivio civico, volume B., foglio 142, 212 e altrove, come dalle gride 30 agosto 1448 e 21 gennaro 1449, nella seconda delle quali si ricorre a ripartire i carichi per focolare.
Capitanei et defensores libertatis illustris et excelsae communitatis Mediolani. Dilecte noster. Ad solidandum, augendum, ornandum hujus nostrae caeptae libertatis optabilem statum, non magis conveniens quam necessarium arbitramur virtutum coli decentiam, abbominari vitiorum sordes; ita n. et suscepti a Deo muneris grati videbimur, et accumulatiores ab ejus omnipotentia gratiarum sperare poterimus largitiones. Animadvertentes igitur quam foedissimum et detestandum, quam horrendum sit innominabile Sodomiae crimen, existimantesque quod impunitas incentivum parit, deliquendique etiam malos efficere deteriores solet, deliberavimus, et mente nostra decreto stabili firmavimus hoc execrabile exitium nullatenus tollerare. Quamquam igitur ad detrahendos ab hoc scelestissimo crimine qui in eo maculati sunt, ad faciendum ne de caetero in tale crimen incidant posse satis et debere sufficere videntur constituta per sanctissimas leges ac statuta hujus civitatis, quam ita vulgarissimam ignorare quidem non debent, ignis poena, ut tamen eorum infamis turpitudo reddatur prorsus inexcusabilis, volumus et tibi mandamus, quatenus, his receptis, patenter ac pubblice, voce praeconis, divulgari per solita hujus civitatis loca facias, quod amodo quisquis cujusvis status et conditionis existat, sive terrigena, sive forensis, aut stipendiarius vel provisionatus, et generalite, quisquis se ab eo penitus caveat et abstineat crimine, nec illud committere audeat quoquomodo; sciens et ex certo tenens quod si dehinc illud incidisse comperietur, irremissibili profecto, juxta legum sanctiones, punietur ignis poena. Tuque deinde ad investigandum et inquirendum de hujusmodi sceleratis et diligentiam omnem, studium et curam adhibeas, et contra quoscumque quos amodo id crimen perpetrasse comperies, debite procedas, eos, jure justitiaque mediante, puniendo. In qua quidem re, quo magis vigil magisque diligens fueris, eo magis honori debitoque servies, et nostrae menti vehementissime complacebis. Et tu ab ejusmodi delictis malefactores se abstineant, volumus quod accusatoribus, seu denuntiatoribus ipsorum delictorum, cum bonis tamen inditiis, satis fiat pro qualibet vice, et teneantur secreti, de ducatis decem auri, ex et de bonis delinquentis, quam satisfactionem volumus per te et successores tuos fieri debere, omni exceptione et contradictione cessante. Scribimus etiam super hoc d. Bartolomeo Cacciae, capitaneo justitiae hujus civitatis, cumquo volumus habeas intelligentiam in fieri facendis proclamationibus praedictis - Mediolani, die XVIII oct. 1447.
(I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa comunità di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare, condecorare questo desiderabile stato della libertà che abbiamo ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario, il coltivare il decoro delle virtù, l'abbominare le brutture dei vizi; perciocché in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto donativo, e dalla di lui onnipotenza sperare potremo più liberale accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto sporco e detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi della sodomìa, e reputando che la impunità genera un incentivo, e i già infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo e confermammo di nostro avviso con durevole decreto, di non volere più in alcun modo tollerare questo esecrabile e rovinoso eccesso. Sebbene adunque sembri che a ritrarre da questo sceleratissimo delitto coloro che macchiati ne sono, ed a fare che più in avvenire non cadano in simile delitto, bastare dovrebbe la pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e dagli statuti di questa città, che come cosa divulgatissima ignorare certamente non debbono; tuttavia, affinché la loro infame turpitudine si renda totalmente inescusabile, vogliamo, e a te espressamente comandiamo, che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e pubblicamente colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi consueti di questa città: che quind'innanzi qualunque persona, di qualunque stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera, o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, né ardisca commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per certo che se si scoprirà che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente sarà punito colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge. E tu poscia dovrai adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare e ricercare questi scelerati, e dovrai procedere contra qualunque tu scoprissi in avvenire avere commesso questo delitto: punendolo a tenore di diritto e col mezzo della giustizia. Nella qual cosa quanto maggiormente sarai vigilante ed accurato, tanto più avrai servito al dovere ed all'onore, e meglio avrai secondato la nostra intenzione. Ed affinché gl'inclinati al male da questi delitti si astengano, vogliamo che agli accusatori o denunziatori di quegli stessi delitti, però con di buoni indizi, si accordi un premio per ciascuna volta, e si tengano segreti, il quale premio sarà di dieci ducati d'oro da levarsi su le facoltà del delinquente, la quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e da' tuoi successori, rimossa qualunque eccezione e contraddizione. Scriviamo pure intorno a questo al signor Bartolommeo Caccia, capitano di giustizia di questa città, col quale vogliamo che tu proceda d'intelligenza nel fare eseguire le predette proclamazioni. - Milano, il giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII.
Capitanei et defensores libertatis illustris et excelsae civitatis Mediolani - Visa requisitione barbitonsorum inclitae Urbis hujus pro confirmatione cujusdam eorum statuti et ordinis tenoris infrascripti, videlizet. Magnifici et excelsi domini hujus inclitae civitatis; barbitonsores, tum recta conscientia ducti, tum praesertim a religiosis confessoribus et animarum suarum consultoribus admoniti, deliberant ad celebrandum festivos dies et vacandum ab opere temporibus illicitis cum vestrae magnificentiae licentia, et assensu, statutum ordinem et edictum quod est tenoris infrascripti. Reverenter ideo supplicantes ut ad ipsum, quod quidem salutiferum et commendabile videtur, auctoritatem vestram interponentes, dignemini statutum hoc et ordinantionem patentibus literis confermare, validare, servarique et executioni mandari jubere, mandando etiam quibuslibet jusdicenti et offitialibus Mediolani, ad quos inde recursus habeatur, quatenus ad omnem requisitionem abatis Paratici dictorum barbitonsorum circa ipsius statuti observantiam et executionem, praestent omne juvamen, auxilium, et favorem opportunum. Item statuerunt et ordinarunt quod non liceat alicui magistro de dicta arte, habitanti in civitate vel suburgiis Mediolani, laborare, nec laborari facere de arte ipsa nec in apotecha seu domo habitationis suae nec extra, die aliquo festivo per sanctae matris ecclesiae tam Romanae quam Ambrosianae istitutiones celebrari ordinato nec etiam in ipsorum festorum vigiliis ubi vigiliae institutae reperiantur nec diebus sabati post horam vigesimam quartam ipsius vigiliae vel sabati, sub poena librarum duarum nuperiorum qualibet vice qua fuerit contrafactum, eamdemque poenam incidat quilibet famulus seu laborator de dicta arte qui sine licentia et contra voluntatem magistri sui laboraret contrafatiendo praesenti statuto, talisque famulus aut laborator de dicta arte non debeat nec possit de dicta arte aliqualiter laborare in civitate ipsa nec suburgiis nisi prius condempnationem ipsam solverit, et ante solutionem hujusmodi non debeat aliquis magister ipsius artis illi dare aliquod adiutorjum nec aliquem favorem sub eadem poena, si tamen evenerit quod ad horam vigesimam quartam dicti sabati aut vigiliae ut supra quispiam magister aut laborator inter manus aliquem haberet ante horam ipsam jam acceptum; eo casu tali prius accepto possit impune caeptam operam prosequi et finire, nec pro eo poenam incurrat; harumque omnium poenarum medietas applicetur fabricae majoris ecclesiae Mediolani et alterius medietatis duae partes dentur Paratico ipsorum barbitonsorum et reliqua tertia pars accusatori qui talem contrafactionem denuntiaret. Possunt quoque abbas dictae artis et sui offitiales qui per tempora erunt, defitientibus in praemissis opportunis probationibus; pro habenda in hiis veritate artare quemlibet magistrum et laboratorem ad juramentum si et prout viderit expedire. Et considerata in hoc devota et laudabili dispositione dictorum barbitonsorum, cum statutum ipsum, quod etiam per spectabiles dominos consiliarios justitiae prefatae comunitatis diligenter examinari fecimus et honestum et ad observantiam orthodoxae fidei nostrae atque mandatorum ecclesiae videatur tendere, ipsorum requisitioni praedictorum benigne volentes annuere, prasentium tenore, etiam ex certa scientia, statutum ipsum, quod in volumine etiam aliorum statutorum et ordinamentorum comunis Mediolani inseri et conscribi mandamus et volumus, gratum habentes, approbamus et confirmamus; mandantes propterea vicario et XII Provixionum ac aliis offitialibus antedictae comunitatis praesentibus et futuris, ad quos spectat et spectare possit et pro dicti statuti observatione recursum fuerit, quatenus ipsum statutum et ejus dispositionem inviolabiliter observare fatiant et ad omnem abatis Paratici ipsorum barbitonsorum requisitionem pro hujus statuti observantia et in contrafatientes debita executione omne prestent juvamen, auxilium et favorem opportunum, et hoc dummodo nichil exinde contra aliorum praefatae comunitatis statutorum et ordinamentorum dispositionem et in eorum detrimentum fiat vel sequatur. In quorum testimonium praesentes fieri registrarique jussimus, sigillique praefatae comunitatis munimine raborari. Dat. Mediolani, die sexto decimo aprilis MCCCCXLVII. Sign. Ambrosius. Il citato registro A, foglio 51, tergo.
(I capitani e i difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa città di Milano. - Veduta la richiesta dei barbieri di quest'inclita città, perché sia confermato certo loro statuto ed ordine; la quale petizione è del tenore seguente: Magnifici ed eccelsi signori di quest'inclita città; i barbieri, tanto guidati dalla retta coscienza, quanto ammoniti principalmente dai religiosi confessori e consultori delle loro anime, deliberarono di celebrare i giorni festivi, e di astenersi dalle opere nei tempi illeciti, proponendo, con licenza e consenso della vostra magnificenza, l'ordine stabilito e l'editto, che è dell'infrascritto tenore. Riverentemente adunque supplicano che ad esso, siccome salutifero e commendevole, come sembra, vi degniate d'interporre l'autorità vostra, e di confermare, convalidare e comandare che osservato sia e messo ad esecuzione, con lettere patenti questo statuto, e la relativa ordinazione, comandando altresì a qualunque giusdicente e agli ufficiali di Milano, ai quali in appresso si ricorresse, che a qualunque richiesta dell'abate del Paratico dei detti barbieri intorno all'osservanza ed all'esecuzione di quello statuto, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno. Così adunque stabilirono ed ordinarono che lecito non sia ad alcun maestro della detta arte, abitante nella città o nei sobborghi di Milano, lavorare né far lavorare di quell'arte, né nella bottega o nella casa di sua abitazione, né al di fuori, in alcun giorno festivo, ordinato da celebrarsi dalle istituzioni della Santa Madre Chiesa, tanto Romana, quanto Ambrosiana, e né pure nelle vigilie di quelle feste, qualora le vigilie trovinsi stabilite, nei giorni di sabbato dopo l'ora vigesimaquarta di quella vigilia o del sabbato, sotto pena di lire due delle nuovissime (il testo dice nuperiorum, ma forse dee leggersi imperialium), per ciascuna volta in cui si contrafacesse, e nella pena medesima incorra qualunque domestico o lavoratore della detta arte, il quale, senza licenza e contra la volontà del suo maestro, lavorasse in contravvenzione a questo statuto, e che tale domestico o lavoratore della detta arte, non debba né possa in alcun modo esercitare la detta arte nella città stessa e nei sobborghi, se prima non avrà pagata la stessa multa, ed avanti quel pagamento non debba alcun maestro della stessa arte accordargli alcun aiuto, né alcun favore sotto la medesima pena; se però avvenisse che alle ore ventiquattro del detto sabbato o di una vigilia come sopra, alcun maestro o lavoratore avesse tra le mani alcuno già ricevuto nella bottega avanti quell'ora, in quel caso possa proseguire sopra quell'individuo che avesse da prima ricevuto impunemente l'opera sua, e finirla senza incorrere in alcuna pena; e di tutte quelle pene la metà si applichi alla fabbrica della chiesa maggiore di Milano, e dell'altra metà due parti se ne dieno al Paratico degli stessi barbieri, e l'altra terza parte all'accusatore che denunziata avesse la contravvenzione. Possono altresì l'abate della detta arte ed i suoi ufficiali che saranno a quel tempo, mancando nelle premesse cose le opportune prove, affine di far emergere nelle medesime la verità, forzare qualunque maestro e lavoratore al giuramento, se e come sembrerà convenevole. E avendo noi considerata in questo la devota e lodevole disposizione dei detti barbieri, ed avendo considerato lo statuto stesso che ancora facemmo diligentemente esaminare dagli spettabili signori consiglieri di giustizia della predetta comunità, e vedendo che la richiesta dei petenti sembra tendere a cosa onesta ed alla osservanza della fede ortodossa nostra e dei comandamenti della Chiesa, volendo annuire benignamente alla richiesta dei predetti, col tenore delle presenti, anche per certa scienza, quello statuto, che comandiamo e vogliamo sia inserito e scritto anche nel volume degli altri statuti ed ordini del comune di Milano, come grato a noi riconoscendo, approviamo e confermiamo, comandando per questo ai vicari e ai XII delle provvisioni, e agli altri ufficiali della predetta comunità presenti e futuri, ai quali spetta o potrà spettare che, qualora per l'osservanza del detto statuto ad essi si ricorresse, facciano inviolabilmente osservare lo statuto medesimo e le sue disposizioni, e a qualunque richiesta dell'abate del Paratico degli stessi barbieri, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno per l'osservanza di questo statuto, e per la dovuta esecuzione verso i contravventori; e questo purché nulla si faccia o avvenga in conseguenza contro la disposizione degli altri statuti ed ordini della predetta comunità e in detrimento dei medesimi. In fede di che abbiamo comandato che si facessero e si registrassero le lettere presenti, e si confermassero col munirle del sigillo della predetta comunità. Dato in Milano, il giorno decimosesto di aprile MCCCCXLVII, Sottoscritto - Ambrogio.)
1448 die martis nono Januarii - Notitia sia a ciascuna persona como li illustri capitanei et difensori della illustre ed eccelsa nostra libertà vogliano dare via le borse de la ventura, le quale borse sono septe, della quale la prima harrà dentro ducati trecento contanti, la seconda ducati cento, la terza settantacinque, la quarta cinquanta, la quinta trenta, la sesta venticinque, la settima venti, e vogliono darle via a la ventura in questa forma, cioè: ciascuna persona de qual conditione, stato e grado voglia se sia, tanto forestiero come cittadino e contadino, et tanto clerico come layco, et maschi e femine, possano portare quelli ducati che a loro parirà o uno o due, como loro vorranno al banco de Xphôro figliolo di messere Stefano Taverna banchero, quale è stato lo inventore di questa cossa, el qual banco è per mezzo li ratti fuori del Broletto, lui ne farà nota nel suo libro fatto solo per questo, cioè a dì tale, la tal persona ha portati tanti ducati, uno o duy quelli che sarano, per volere guadagnare per ciascuno ducato una delle sopra scritte borse, secondo che Dio li darà buona ventura, e così farà nota de tutti quelli portaranno infina alla prima domenica di febraro prossimo, quale è il dì deputato a dare via le borse, in quello dì serano domandati tutti quelli haveranno messi li denari per guadagnare le borse, et si serà fatto tanti scritti per ciascuno quanti ducati harrano messo, li quali scritti haranno suxo il nome loro, e questi tal scritti serano messi in una corba suso una baltresca la quale sara posta su la piazza di Sancto Ambrosio onde è usato stare el banco di frate Alberto, acciocché ciascuna persona possa vedere mettere li scritti tutti in la corba, e vederli voltare tutti sotto sopra per lo dicto Xphôro thesaurario, deputato a questo, ovvero per persona fidata electa per li illustri capitanei, poi sarà tolto una altra corba, nella quale corba saranno messi altretanti scritti bianchi senza scrittura alcuna, salvi che in quelli sara sette scritti, che l'uno harrà scritto suxo la borsa trecento, l'altro la borsa de li ducati cento, e l'altro de la borsa de' ducati settantacinque, l'altro la borsa de li ducati cinquanta, l'altro la borsa de li ducati trenta, l'altro la borsa de li ducati venticinque, e l'altro la borsa de li ducati venti.
Et questi scritti serano voltati molto bene sotto sopra tutti cum quelli non serano scritti. Poi el dicto Xphôro overo li deputati per l'illustri capitanei, stando di sopra la baltresca, vedando ogni persona, domanderà un qualche bono homo, metterà la corba quale haverà dentro li scritti de li huomini che harranno messi li denari de la mane dritta, e l'altra corba ne la quale serano gli altretanti scritti bianchi, et quelli sette de le borse metterà da la mane sinistra. E poi quello bono homo torrà suso alla ventura duy scritti, cioè l'uno fora de una corba con una mane, e uno fora de l'altra corba cum l'altra mane, tutti duy li scritti ad un tratto, e drieto a questo bono homo seranno due altre fidate persone ellecte da li illustri capitanei e non suspecte a persona alcuna l'uno de la mane dritta, l'altro da la mane sinistra, li quali torranno quelli duy scritti quali quello bono homo harà tolto suxo ogniuno da la sua parte e il lezeranno, odando ogni persona quelli tali scritti, verbi grazia l'uno scritto dirà Gioanni da Como, e l'altro nagotta, o vero bianco, quello tale Gioanni da Como per quello scritto serà fora di ventura de havere le borse, et serà infilzato, quello scritto che non avrà suxo nagotta, che sera bianco, sera scarpato; poi quello bono homo ne torra suxo duy altri scritti in quella medesima forma, et quelli duy leveranno verbi gratia l'uno scritto dirà Antonio da Pavia, l'altro serà bianco, similmente sera facto de questi duy, cioè l'uno infilzato, e l'altro scarpato. Et così andara quello bono homo tollendo suxo duy scritti per volta, tanto che torrà suso uno de li scritti de le borse; verbi gratia avrà tolto uno scritto che dirà Petro da Lecco farè, l'altro dirà la borsa di trecento ducati, quello Petro da Lecco avrà guadagnato quella borsa de li ducati trecento, la qual borsa subito in presentia de tutti sarà data per lo dicto Xphóro Taverna al dicto Petro da Lecco. Poi quello bono homo anderà tolendo suxo le scritte a duy a duy in fino che saranno tolti fora tutti quelli sette scritti delle borse et a chi toccarà la ventura, si sarà date le borse, come è dicto de la prima.
E pertanto anche pare che a chi sia possibile da mettere uno ducato fuosse poco savio a non metterlo, peroche una persona ricca a mettere uno ducato o duy o dece poco li serà sebene no avesse la ventura, avendola tanto migliora una persona mezzana, el simile a una persona povera che in estremo non fusse miserabile seria piuttosto da mettere che li altri, peroché per uno ducato che metta serbandolo in capo dell'anno non se ne accorgerà, a tanto in za come in la li bisogna stentare et lavorare, et se per ventura Dio li presentasse la grazia che avesse una de quelle borse, massime la magiore, non stentereve mai più, si che chi è savio porterà dinari, avisando tutti che li denari che avanzaranno et che se haveranno saranno della comunità nostra, si che quelli che non avranno la ventura delle borse, potranno far rasone averne donati a la comunitate uno ducato, el quale se po appellare averlo donato a se medesimo.
Et se fosse alcuna persona che non intenda bene vada al banco del dicto Xphôro Taverna tesaurario a questo, che in breve gliel darà ad intendere a bocca. - Innocentius Cotta Prior - fu pubblicato questo avviso da Antonio di Areno tubatore. - Gride dal 1447 al 1450, volume B., foglio 65 tergo.
Giornalmente sempre più ammirava tanto la di lui prudenza, la facondia e gli egregi costumi, quanto la bellezza della persona e la maestà del volto e del portamento. Simonetta, lib. 2, col. 202, R. I., tom. XXI.
Il citato Simonetta, lib. 1, col. 187 dice: Quo nuntio Franciscus gravissime affectus, dolorem immensum per summam constantiam supprimit, seque a lachrymis singultibusque continet. Sed quod maxime expediebat, suos a pugna, rejectis hostibus, revocat.
Dal quale avviso gravemente afflitto Francesco, con somma costanza l'immenso dolore comprime, e dalle lagrime e dai singhiozzi si rattiene. Ma i suoi soldati, il che era la cosa più importante, respinti essendo i nemici, dalla pugna richiama.
Agnese del Maino s'era ricoverata nella ròcca di Pavia, dove ella ebbe influenza bastante per rendere preponderante il partito di coloro che scelsero per loro principe il conte Francesco, genero di lei. Se il conte avesse accettata questa sovranità mentre era allo stipendio de' Milanesi, senza l'assenso loro, avrebbe mancato al dovere. Pavia era, ed è una parte dello Stato di Milano vicina ed importante. Il conte Francesco però fece conoscere che, attesa l'antica avversione, non sarebbe stato mai possibile di ottenere una sincera sommessione di Pavia ai Milanesi, che frattanto ella si offriva al duca di Savoia, ovvero ai Veneziani; e sarebbe stata impresa difficile lo sloggiarli poi da quella città munita, e pericoloso il lasciarveli: che non era possibile sbrattare il Po dalle navi venete, e sgombrarne lo Stato, esposto alle invasioni, se non possedendo Pavia, ove trovavansi gli attrezzi per quella navigazione. In somma persuase che l'interesse di Milano era, dover Pavia cadere piuttosto nelle sue mani che di alcun altro principe. Per tal modo, coll'assenso de' Milanesi, il conte Francesco diventò signore di Pavia; e così due città principali del ducato, Cremona e Pavia, una per dote, l'altra per dedizione, furono del conte Francesco.
Non sì tosto ebbe il conte acquistata Pavia, che s'innoltrò colle sue armi sotto Piacenza, occupata da' Veneziani, e se ne impadronì il giorno 16 dicembre 1447. Così, appena trascorsi quattro mesi dalla morte del duca, il conte s'era già reso padrone del corso del Po; padronanza la quale indirettamente lo rendeva arbitro di Milano, che non ha altro sale per i bisogni della vita, se non di mare, che conseguentemente deve navigare il Po. Frattanto i Francesi, che stavano al presidio di Asti, tentarono di occupare Alessandria e Tortona; ma vennero rispinti da Bartolomeo Coleoni, spedito loro incontro dal conte Francesco. Così, al terminare dell'anno in cui era morto Filippo Maria, il conte possedeva già una importante porzione del ducato.
I repubblicani, o, per nominarli con maggior proprietà, gli oligarchi milanesi conoscevano la loro situazione e il pericolo imminente di ricadere sotto la dominazione d'un uomo solo, cosa generalmente detestata; per ciò si rivolsero secretamente a fare proposizioni di accomodamento coi Veneziani: anzi si progettò una confederazione fra le due repubbliche per la difesa reciproca della loro libertà e signorie, offerendo a' Veneziani il dominio di Lodi, oltre quei di Bergamo e Brescia, che le armi venete avevano già conquistate sotto il regno dell'ultimo duca. Niente poteva accadere di peggio per attraversare la fortuna del conte. Quindi i partigiani di lui che trovavansi in Milano, mossero la plebe, rappresentando che non v'era più sicurezza se a venti miglia di Milano si collocavano i Veneziani; che quando meno ce lo saremmo aspettato, una sorpresa rendeva Milano suddita di San Marco e città provinciale e squallida; che non v'era più una sola notte tranquilla pe' Milanesi, se una così vergognosa cessione si facesse. La plebaglia, mossa da ciò, andava per le strade urlando: guerra, guerra contro de' Veneziani! e così vennero forzati gli usurpatori del governo, i capitani e difensori a lasciarne ogni pensiero in disparte. Frattanto il conte Francesco, sempre vittorioso, con molti e piccoli fatti d'arme avendo fatto sloggiare i Veneti dalle rive del Po, stava risoluto di movere sotto Brescia, e toglierla ai Veneti, che da ventidue anni la possedevano per conquista fattane dal Carmagnola, siccome vedemmo nel capitolo precedente. Presa una volta Brescia, non potevano più i Veneziani conservare Bergamo né Lodi, né altra parte delle loro conquiste. I nostri repubblicani allora cominciarono più che mai a temere, forse più de' nemici, il loro capitano generale; il quale se riusciva, come era probabile di rendersi padrone di Brescia, l'avrebbe acquistata per se medesimo, siccome aveva fatto di Piacenza; e per tal modo cerchiando Milano, l'avrebbe costretta, non che a rendersi, a impetrare la di lui dominazione. Si spedirono adunque ordini al conte, comandandogli che non altrimenti s'innoltrasse a Brescia, ma si portasse a Caravaggio e facesse sloggiare i Veneti da quel borgo. Il conte ubbidì. Nella sua armata eravi il Piccinino, generale emulo e nemico del conte: le operazioni militari o s'eseguivano lentamente, ovvero venivano attraversate: si lasciava penuriare il campo dello Sforza d'ogni sorta di foraggi e di viveri: l'armata veneziana che stavagli di fronte, era di dodicimila e cinquecento cavalli, oltre i fantaccini. Con tanti disavvantaggi egli venne a una giornata, che rese memorabile il 14 settembre 1448; poiché nei contorni di Mozzanica venne il conte còlto dai Veneziani talmente all'improvviso, che nemmeno ebbe tempo di armarsi compiutamente; onde si pose a comandare e diresse l'azione mancandogli i bracciali. L'insidiosa emulazione fu quella che rese inoperosi i drappelli di osservazione che egli aveva postati verso del nemico, il quale perciò poté cadere con sorpresa sull'armata del conte. V'erano, siccome dissi, il Piccinino ed altri sotto i di lui ordini, generali di cattivo animo. Il conte, mezzo disarmato, espose più volte se stesso al più forte della mischia, riconducendo i fuggitivi all'attacco, animando colla voce e coll'esempio i soldati; in somma tanto gloriosa fu quella giornata pel conte Francesco, che interamente disfece i Veneti, e tanti furono i prigionieri che ei fece, che fu costretto a congedarli per mancanza di vettovaglia. Vennero portate in Milano con una specie di trionfo le insegne di san Marco tolte ai nemici; e Luigi Bosso e Pietro Cotta, che erano al campo dello Sforza commissari, entrarono in Milano colle medesime, conducendo i più illustri prigionieri, fra i quali un Dandolo ed un Rangone.
Questa vittoria di Mozzanica dava sempre maggior motivo di temere lo Sforza; e il Piccinino, generale di credito, nemico del conte, cercava di accrescere il popolar timore, fors'anco sulla speranza di acquistare per se medesimo poi quella sovranità che ora faceva comparire esosa ed esecranda . Giorgio Lampugnano era, fra i più accreditati Milanesi, quegli che non si stancava di tenere animata la plebe contro del conte, rammentando i mali sofferti sotto i duchi, le gravezze imposte da' principi, le violenze esercitate dai cortigiani e favoriti. Ricordava la demolizione del castello di Milano, come un motivo per cui il conte avrebbe esercitata la vendetta su quanti vi ebbero parte; anzi come una cagione di nuovi aggravii, obbligandoci a riedificarlo con dispendio e scorno, ponendoci in bocca il freno, dopo che ci avesse fatti sudare nella fucina a formarlo. Proponeva il conte l'impresa di Brescia, la quale, dopo un tal fatto, era senza difesa, e così ripigliare ai Veneti quella parte del ducato che s'erano presa; ma non lo vollero i capitani e difensori della libertà. Tutte le proposizioni dello Sforza erano contraddette; i soccorsi d'ogni specie ritardati; le militari disposizioni attraversate. Il Piccinino primeggiava. Carlo Gonzaga aveva in Milano un poderoso partito, ed adocchiava il trono. Con Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, primarii fautori della libertà, si univa Vitaliano Borromeo, signore di somma significazione, perché, oltre la grandiosa opulenza del casato, possedeva in dominio quasi tutte le fortezze del lago Maggiore. Questi tre rivali partiti si univano contro l'imminente fortuna del conte; il quale, posto in tale condizione, ascoltò le proposizioni della repubblica veneta, e segretamente stipulò un trattato per cui egli si obbligò a restituire, non solamente quel che aveva invaso nel Bresciano e Bergamasco, ma Crema e il suo contado ai Veneziani; e che i Veneziani, in compenso, a fine di ottenere al conte il dominio di tutte le altre città che aveva possedute Filippo Maria, gli avrebbero stipendiati quattromila cavalli e duemila fanti, sborsandogli tredicimila fiorini d'oro al mese, sin tanto ch'egli non si fosse impadronito di Milano. Poiché il trattato fu concluso, il conte lo pubblicò nel suo esercito. Sì tosto che i Milanesi ebbero notizia di tale accordo, concluso fra il conte Sforza e i Veneziani, spedirono al di lui campo alcuni primarii cittadini, cercando con modi rispettosi di giustificare le cose passate, anzi offrendo ogni soddisfazione, salva sempre la Repubblica. Ma il conte aveva già presa palesemente la sua determinazione; e, senza mistero, espose ad essi le ragioni ch'egli asseriva competere e a Bianca Maria, di lui moglie, e a se medesimo e a' figli suoi, per la successione nel dominio di Filippo Maria, suo suocero: sé essere determinato a farle valere ad ogni costo. Che se i Milanesi, deposta la chimerica pretensione d'erigersi in repubblica, di buon grado riconoscevano lui per sovrano, egli avrebbe avuta cura della salvezza e felicità di ciascuno; che se, all'incontro, si fossero ostinati a sostenere una illusione di libertà, che, in sostanza, era una rovinosa oligarchia, doveano attribuire a loro stessi i mali che avrebbero sofferti, obbligandolo, suo malgrado, ad usare contro di essi la forza. Furono con tal risposta congedati i legati Giacomo Cusano, Giorgio Lampugnano e Pietro Cotta; e, mentre con tristezza s'incamminavano a recare questo poco favorevole riscontro alla loro patria, vennero dileggiati non solo, ma insultati e svaligiati dalla licenza militare di alcuni soldati sforzeschi. Intese ciò con isdegno il conte, e, prontamente rintracciati i malvagi soldati, convinti del delitto, immantinente furono impiccati; la roba al momento venne spedita ai legati, a' quali di più aggiunse il conte altri regali, per riparare quanto poteva il danno sofferto da essi. La nobile generosità del conte Francesco sorprese i legati.
I Veneziani spedirono le loro truppe a servire come ausiliarie al conte. La repubblica fiorentina inviogli i suoi legati, promettendogli amicizia. Il conte Francesco, reso per tal modo sicuro dalla parte di Venezia, immediatamente si mosse a circondare sempre più Milano. Da Pavia spinse le forze al castello d'Abbiategrasso, e lo costrinse bentosto alla resa. È memorabile il fatto che, mentre il conte Francesco conteneva i suoi, vietando loro il sacco della terra, a tradimento dalle mura vennegli scoppiata un'archibugiata. Gli Sforzeschi correvano per vendicarsi. Il conte, illeso, placidamente impedì che si facesse male a veruno. Fattosi padrone di Abbiategrasso, prese a sviare l'acqua del Naviglio, e per tal modo rese inoperosi i mulini di Milano. S'innoltrò a Novara, e se ne impadronì . I Tortonesi spontaneamente si diedero al conte. Vigevano pure spontaneamente lo volle per suo sovrano, discacciando i Savoiardi che l'occupavano; Alessandria fece lo stesso; Parma si assoggettò. Mentre le cose erano a tal segno, i Milanesi scelsero per loro comandante Carlo Gonzaga . Allora il Piccinino, che forse aveva adocchiata la signoria di Milano, vedendosi preferito il marchese Gonzaga, anzi che servire sotto di lui, passò ad offrirsi al conte Francesco Sforza. Egli era stato sempre, siccome dissi, emulo non solo, ma nemico e atroce nemico del conte; ciò nondimeno il conte lo accettò per suo generale, e gli accordò un onorevole stipendio. Due uomini volgarmente zelanti, certo Barile e certo Frasco, andavano animando il conte perché lo facesse uccidere, o per lo meno lo imprigionasse come irreconciliabile nemico, che, per necessità, simulava in quel momento, e che poi, al primo lampo di speranza di nuocergli, se gli sarebbe nuovamente avventato contro. Il conte Francesco rispose loro che vorrebbe piuttosto morire, anzi che violare la fede verso chi s'era abbandonato al suo potere. In fatti il Piccinino desertò poi con tremila cavalli e mille fanti; ma il tradimento non produsse altro effetto, che una macchia di più alla di lui fama, e un contraposto sempre più glorioso pel conte Francesco.
Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, grandi fautori dapprincipio per la libertà, s'erano cambiati ed erano diventati fautori del conte Sforza, o fosse ciò accaduto perché l'esperienza gli avesse convinti della impossibilità di adattare stabilmente alla nazione degradata un politico sistema, o fosse che la fortuna militare e le virtù grandi del conte, e le speranze sotto la sovranità di lui avessero mutate le loro opinioni. Carlo Gonzaga, che, sotto nome di capitano della repubblica, era animato dalla probabile ambizione di cingere la corona ducale di Milano, considerava i due primari partigiani dello Sforza come i primi nemici da spegnere. Intercettaronsi delle lettere in cifra, che Lampugnano e Bosso scrivevano al conte Francesco; s'interpretarono; si connobbe la trama di aprirgli le porte della città, e si destinò di consegnarli come ribelli al supplizio. La difficultà consisteva nel trovare il modo per riuscirvi; poiché i magistrati non avevano forze tali da contenere questi nobili, e si ricorse alla insidia. Si elessero il Lampugnano e il Bosso come oratori di Milano all'imperatore, per implorare il suo aiuto nelle angustie nelle quali la città era posta. Essi cercavano di procrastinare la partenza per essere mal sicure le strade; ma Carlo Gonzaga seppe sì bene fingere, che, apprestata loro una buona scorta d'armati, vennero indotti a portarsi a Como, dove assicurògli che sarebbesi sborsata loro una conveniente somma di danaro per inoltrarsi nella Germania e fare la commissione. Adescati così, caddero nell'insidia. Usciti appena dalla città, furono costretti dai soldati del Gonzaga a passare a Monza, ove Giorgio Lampugnano venne subito decapitato, e la sua testa, portata a Milano, fu esposta al pubblico. Indi, a forza di torture, Teodoro Bosso in Monza fu costretto a nominare i complici, a' quali tutti fu troncata la testa alla piazza de' Mercanti, e furono Giacomo Bosso, Ambrogio Crivello, Giovanni Caimo, Marco Stampa, Giobbe Orombello e Florio da Castelnovato. Vitaliano Borromeo, il di cui nome pure trovavasi fra i proscritti, poté uscire dalla città e salvarsi.
Oppressi per tal modo i primari del partito nobile, del quale poco si fidava il Gonzaga, e sollevata la plebe ad ambire il comando della Repubblica, il disordine e lo scompiglio divennero generali nell'interno della città. Artigiani, giornalieri, plebaglia la più sfrenata arrogantemente cominciarono a disporre e della vita e delle fortune altrui a loro piacimento. Giovanni da Ossona e Giovanni da Appiano si segnalarono colle tirannie, usurpandosi una dittatoria facoltà e il dominio della repubblica. Il Corio li chiama uomini iniquissimi e scellerati. Saccheggiare i granai de' proprietari delle terre; sforzare di notte con mano armata l'asilo delle private famiglie, rubando le gioie, gli argenti, e quanto v'era di meglio; costringere colla minaccia dell'oppressione i nobili agiati a manifestare e consegnare i denari che possedevano; quest'era la forma colla quale costoro percepivano il tributo col pretesto di mantenere l'armata a salvamento della Repubblica. Si pubblicò pena di morte a chiunque nominasse Francesco Sforza se non per dispregio, e si andava gridando che, piuttosto che a lui, si darebbero al Turco o al diavolo. I cittadini ragionevoli non ardivano nemmeno d'uscire dalle case loro sotto di un sì atroce governo. Per rimediare al disordine, Guarnerio Castiglione, Pietro Pusterla e Galeotto Toscano formarono un triumvirato, e si posero alla testa della città. Chiusero in carcere l'Ossona e l'Appiano. La plebaglia liberò dal carcere costoro; indi a furore insurgendo contro i triumviri, Galeotto Toscano venne scannato sulla piazza dei palazzo ducale; i due altri si sottrassero colla fuga. Altri furono trucidati, uomini di virtù e di merito. Le case de' migliori cittadini vennero saccheggiate: in somma la misera patria divenne orrendo teatro di sciagure.
In mezzo alle vicende e alle angustie della città stavasene in Milano la vedova duchessa, sposa un tempo di Filippo Maria, la quale, cogliendo l'opportunità, sparse la speranza che il duca di Savoia, di lei padre, venisse a dare soccorso ai Milanesi. In fatti il duca Lodovico di Savoia si affacciò a Novara per discacciarne gli Sforzeschi, ma con esito infelice. Il Piccinino, allorché vide comparire questo nuovo nemico al conte Sforza abbandonollo, seco traendo, siccome vedemmo, tremila cavalli e mille fanti, e alcune terre occupò, sorprendendone gli Sforzeschi. Il conte allora spedì un suo inviato a Milano a fine di persuadere i rettori a non avventurare una città bella, grande e ricca alla inevitabile sciagura d'un assalto; ma l'inviato non poté parlare se non a quei capi che non volevano abbandonare la loro chimerica sovranità. Il marchese Gonzaga, vedendo però le forze del conte, la posizione decisiva di lui, che possedeva quasi tutte le città del contorno, l'ascendente del valor suo e della scienza militare, pensò ai casi propri, e a trarre qualche profitto dalla conciliazione, prima che la necessità lo costringesse a perdere la carica di capitano dei milanesi senza verun compenso. Trattò col conte Francesco; e fu convenuto ch'egli passerebbe allo stipendio del conte.
I Milanesi, attorniati dallo Sforza, già padrone di Cremona, Parma, Piacenza, Pavia, Novara, Vigevano, e de' borghi e terre ancora più vicine; vedendosi abbandonati dal Gonzaga; non potendosi fidare sul Piccinino; nessuna speranza loro rimanendo nel duca di Savoia; in mezzo ai disordini, al saccheggio, alla licenza popolare; devastati, oppressi da' propri magistrati; non avendo un uomo solo di qualche merito nelle cariche, usurpate da' più violenti, e da chi meno conosceva l'arte di reggere una città, e meno forse degli altri si curava della felicità della patria; in tale misero stato si pensò da alcuni a conciliare la repubblica veneta colla nascente repubblica di Milano; il che, sebbene recentemente si foss'ella collegata col conte, non mancò del suo effetto. Stava domiciliato in Venezia Arrigo Panigarola, milanese, avendovi casa di negozio: costui venne incaricato d'invocare il senato veneto, amatore della libertà, in favore della patria. Fu ammesso il Panigarola a trattare. Egli con eloquenza mosse gli animi, descrivendo lo stato a cui erano ridotti i Milanesi, non per altro, se non perché ricusavano essi un giogo ingiusto e illegale, e volevano reggersi da sé con una libera costituzione. Turpe cosa, diss'egli, che i Veneziani, illustri difensori della libertà, si colleghino con un usurpatore, per porre i ceppi agl'Italiani, loro confratelli. Assicurò che se la Repubblica cessava di far loro guerra, se stendeva una mano adiutrice a questa nascente repubblica, dopo un tal beneficio, i Milanesi avrebbero amato e venerato i Veneziani come loro padri e Dei tutelari; che da una generazione all'altra ne sarebbe passata ai secoli la divozione e la gratitudine. Il discorso del Panigarola commosse gli animi; ma più ancora erano commosse le menti del senato dalle lettere che andava scrivendo il nobil uomo Marcello, il quale, per commissione della Repubblica, stava al fianco del conte. Testimonio della prudenza e del grand'animo del conte Sforza, ammiratore della imperturbabile fermezza di lui negli avvenimenti prosperi e avversi; vedendo la benevolenza somma che avevano per lui i soldati, non meno che i suoi sudditi, colpito continuamente dalla superiorità de' talenti suoi nel mestiere dell'armi, andava esso Marcello colle sue lettere intimorendo il senato, parendogli facil cosa che, poiché lo Sforza avesse acquistato Milano, pensasse poi a riunire le membra del ducato, e ricuperando Brescia, Vicenza e fors'anche Padova, ritornasse ad occupare quanto settantadue anni prima era soggetto al conte di Virtù, primo duca. Queste circostanze produssero l'effetto che: primieramente, i Veneziani trascurarono di spedire i convenuti soccorsi al conte; e gli stipendiari loro, che servivano nell'armata di lui, cambiando costume, più non volevano concorrere od esporsi; indi, senz'altro, abbandonarono il campo. Non faceva mestieri di tanto, perché il conte s'avvedesse del cambiamento de' Veneziani; i quali, per mezzo di Pasquale Malipiero, fecergli noto avere la loro repubblica fatta la pace coi Milanesi. Le condizioni erano, che tutto lo spazio compreso fra l'Adda, il Ticino e il Po rimanesse della repubblica di Milano, trattane Pavia, che si sarebbe lasciata al conte; e il rimanente dello Stato posseduto dal duca Filippo Maria passasse al conte Francesco Sforza. I Veneziani poi, oltre Brescia, Bergamo e Crema, rimanevano padroni di Triviglio, Caravaggio, Rivolta e altre terre del ducato.
Un tal partito non poteva convenire al conte, giacché la maggior parte del ducato e la capitale medesima venivagli sottratta, e se gli assegnava una sovranità di tante membra quasi staccate, estesa per lungo spazio, difficile a custodire. Si rivolse egli adunque ad accomodarsi col duca di Savoia, e colla cessione di alcune terre sull'Alessandrino e sul Novarese, si assicurò da quella parte. Indi, rivolgendosi ai Milanesi e Veneti, si pose a disputare con essi il ducato di Milano. Io non entrerò a descrivere i fatti d'arme; inutile materia per uno storico, a cui preme di conoscere lo spirito dei tempi, l'indole degli uomini, lo stato della società, e non di stendere i materiali per una tattica di poco profitto, atteso il cambiamento accaduto nella maniera di guerreggiate: basta dire che il conte Sforza in ogni parte si presentò abilissimo generale nel postare il suo campo, nel prevenire il nemico, nelle marce giudiziosamente condotte, nel cogliere il momento per attaccare, nel dirigere la battaglia, nel provvedere di tutto l'armata propria e impedire la sussistenza al nemico, nel conservare la militar disciplina, risparmiare quanto era possibile la miseria dei popoli, e nel tempo stesso conservarsi l'amore de' soldati, che giungeva sino all'entusiasmo. (1449) Con tai superiori talenti, con virtù tale ei circondò sì bene la città di Milano, che in breve tempo si manifestò lo squallore della carestia. Egli non volle spargere il sangue de' cittadini, né diroccare con macchine Milano; ma costringerla per la fame a darsi a lui. In somma egli concepì quel progetto medesimo sopra Milano, che il grande Enrico IV fece poi con Parigi; e molta somiglianza troverebbesi fra l'uno e l'altro di questi grandi uomini, se venissero al paragone. Le traversie che l'uno e l'altro dovettero soffrire ne' primi anni; i pericoli della vita che corsero per le insidie delle corti, nelle quali dovevano regnare poi; l'umanità, la popolarità, il valore, la perizia militare dell'uno e dell'altro sono degne di confronto. A Francesco Sforza mancò un più grande teatro sul quale mostrarsi, e spettatori più illuminati. Enrico ebbe per campo il regno di Francia, e per testimonio un secolo più colto .
La carestia fece nascere un generale disordine. Non v'era più chi volesse ubbidire. Quei che si erano arrogate le magistrature e il comando della città, erano considerati come buffoni del popolo. Il consiglio generale era stato composto da essi, scegliendo maliziosamente ad arte uomini inetti o del partito. Per dare apparenza al popolo che si vegliava al bene della città, i rettori fecero radunare il consiglio generale nella demolita chiesa di Santa Maria della Scala. Pietro Cotta e Cristoforo Pagani erano sulla strada in quel contorno: cominciarono questi a mormorare cogli astanti sulla spensierata condotta de' rettori e sulla dappocaggine de' consiglieri. A misura che passavano i cittadini, si trattenevano; e cominciò a formarsi un'unione di popolari malcontenti. Ben tosto corse il grido per i quartieri della città, come vicino alla Scala vi fosse unione di malcontenti, e da ogni parte concorsero nuovi popolari, in modo che i rettori e consiglieri si trovavano assai inquieti. Laonde spedirono Lampugnino da Birago, loro collega, per aringare il popolo, e, colle buone, pacificarlo, promettendo ogni bene. Ma Lampugnino ebbe pena a salvarsi. Comparve il capitano di Giustizia Domenico da Pesare, scortato da buon numero di cavalleria, e facendo mostrare al popolo i capestri; ma il popolo li pose tutti in fuga. La moltitudine de' malcontenti si creò due capi: Gaspare da Vimercato e il sopranominato Pietro Cotta. Altri signori spalleggiarono i malcontenti, come Giovanni Stampa, Francesco da Triulzio, Cristoforo Pagano suddetto, Marchionne da Marliano. Vi fu del sangue sparso; vennero espulsi i magistrati, occupato il palazzo, e distrutta l'organizzazione civile; se ne formò una tumultuariamente. I primarii cittadini, il giorno seguente, si radunarono nella stessa chiesa della Scala per deliberare qual partito si dovesse prendere. Alcuni volevano rimaner liberi e non ubbidire a verun principe. Altri, conoscendo l'impossibilità di formare una repubblica in mezzo a tanti e sì appassionati partiti, in una città nella quale le voci di patria e di ben pubblico non bastavano ad ammorzate le private mire, volevano un principe. Tutti però concordemente ricusavano i Veneziani. Si proponeva dagli uni il papa; da altri il re Alfonso; altri suggeriva il duca di Savoia; Gasparo da Vimercato propose il conte Francesco Sforza. Egli nel suo discorso fece vedere che la fame minacciava a giorni la morte; che né il papa né il re Alfonso né il duca di Savoia avevano mezzi per salvarci al momento, come chiedeva l'urgente necessità; che non rimaneva altro partito da scegliere che o i Veneziani o il conte. Sudditi de' Veneziani, non potevamo aspettarci se non che il destino d'una città secondaria e provinciale, sotto una dominazione che avrebbe temuta la nostra prosperità. Sotto del conte, valoroso, umano, benefico, nostro concittadino per la moglie, non dovevamo aspettarci un signore, ma un padre saggio, provvido, amoroso, da cui si sarebbe posto rimedio a' nostri mali. (1450) Il partito per il conte prevalse per acclamazione, e si spedì tosto ad avvisarlo . Due mesi prima che la città si rendesse allo Sforza, si pubblicò in Milano un proclama, col premio di diecimila zecchini a chi avesse ammazzato il conte Sforza, o mortalmente ferito . Così gl'imbecilli nostri legislatori si mostravano insensibili alla virtù, ignoranti della ragion delle genti, indegni per ogni modo di comandare agli uomini. Il conte Francesco Sforza teneva in tanta disciplina le sue truppe, che vietò loro di non offendere per niun modo le terre o le persone de' Milanesi, come si scorge dagli archivi dì città . Ma i nostri capitani e difensori, l'istesse armi che avean rivolte contro dello Sforza, le adoperavano ancora verso altri. Leggesi ne' registri di città la taglia di duemila ducati d'oro a chi condurrà a Milano Antonio e Ugolino fratelli Crivelli, i quali avevano ceduta la fortezza di Pizzighettone al conte Sforza . Leggesi la taglia di mille ducati a chi consegnerà Francesco Borro, che aveva ceduta allo Sforza la fortezza di Lodi.
Era circondata la città di Milano dai soldati dello Sforza, e custodita con tanta esattezza, che egli era impossibile di ricevere alimento veruno. Un moggio di grano si vendeva a venti zecchini S'eran vendute pubblicamente e mangiate le carni dei cavalli, degli asini, de' cani, de' gatti e persino de' sorci. Morivano sulle pubbliche strade alcuni cittadini di fame. In queste estremità, cioè tre giorni prima che Francesco Sforza diventasse padrone di Milano, i capitani e difensori della libertà pubblicarono un editto per la pudicizia e morigeratezza pubblica .
Oltre il Corio, che minutamente descrive la desolazione di que' tempi, e la miseria di quel governo, anche il Decembrio ce ne dà un'idea colle parole seguenti: - Mediolanensium res in deterius labi caepere. Nam duce destituti, dissidentibus inter se civibus, deteriora prioribus in dies pullulabant. Non pubblica numera a populo rite gubernari; non divites onera conferre; non jussa quisquam exsequi poterat; sed veluti tempestate disjecta classis, inundante pelago, hinc inde ferebatur. Si qua in residuis militibus spes affulserat, Caroli Gonzagae ambitione turbabatur, qui ad populi dominatum improbe aspirans, longa suspicione cuncta detinebat. Qua ex causa desperatione et pavore squallebant omnia. Conjurationes ad haec a quibusdam perpetratae majorem adhuc sollicitudinem singulis injecerant. Capti siquidem plerique nobilissimi Cives, et supplicio affecti sunt: Sed nec ullorum caede mali atrocitas leniri poterat... Boni praeterea, officiis exuti, nec sibi aut aliis prodesse utiles, silentio languebant; plebs vero, inter spem metumque conjecta, onus tolerabat, dominatus dumtaxat nomine exsultans . Questo veramente è uno de' tratti più compassionevoli e umilianti della nostra storia: vorrei poterla nobilitare esponendola; ma lo storico consecrato all'augusta verità, benché contro sua voglia, la scrive. Qual differenza mai fra Milano assediata dall'imperator Federico, e Milano bloccata da Francesco Sforza! Contro l'imperatore e contro tutt'i principi della Germania Milano si difende. Escono con valore i Milanesi dalle loro mura; si cimentano; piegano alfine traditi, soverchiati; e terminano con gloria, assicurando lo Stato della loro limitata libertà. Contro lo Sforza non v'è un tratto solo di vigore, non un lampo di civile prudenza. Uno spirito, ora cenobitico, ora insidiosamente timido e atroce, detta le leggi, dirige le azioni. Erano i nostri, tre secoli prima, agresti, rozzi, ma generosi, guerrieri e affezionati alla patria. I loro discendenti, degradati nella servitù di cattivi principi, sembrano un'altra nazione; e perciò il Secretario Fiorentino ebbe a dire: - Pertanto dico che nessuno accidente (benché grave e violento) potrebbe ridurre mai Milano o Napoli libere, per essere quelle membra tutte corrotte. Il che si vide dopo la morte di Filippo Visconti, che volendosi ridurre Milano alla libertà non potette e non seppe mantenerla . La città, colla mediazione di Gaspare da Vimercato, si rese a Francesco Sforza dopo trenta mesi e mezzo di anarchia, ossia d'un atroce disordine chiamato Repubblica. Le monete d'oro e d'argento battute in Milano in que' tempi hanno da una parte sant'Ambrogio, e dall'altra la Croce e la lettera M., colla leggenda Comunitas Mediolani, e lo stemma della città. Francesco Sforza entrò in Milano il giorno 26 di febbraio del 1450 . Coloro che si lagnano de' tempi presenti, ed esaltano la felicità de' maggiori, torno a dirlo e lo ridirò pure altra volta, non sanno la storia.
Capitolo XVII
Francesco I Sforza, duca di Milano
Appena il conte ebbe notizia che per quasi unanime voto degli affamati cittadini milanesi egli veniva proclamato signor loro e duca, volle cogliere il momento e senza dimora alcuna entrare nella città; giacché l'indugio non poteva essere di utilità se non ai Veneziani, ai quali fors'anco, per l'instabilità della moltitudine, avrebbero potuto ricorrere, qualora avesse egli tardato a soccorrerli di vittovaglia nella estremità della fame a cui erano ridotti. Postò egli adunque di contro alle schiere venete un corpo di armati valevole a contenerle, e immediatamente egli da Vimercato incamminossi a Milano alla testa d'un altro corpo di fedeli soldati, i quali, oltre le solite armi, vennero caricati sulle spalle e nelle tasche di quanto pane ciascuno poteva portare, con ordine di lasciarsi saccheggiare allegramente dalle affamate turbe milanesi. La strada da Vimercato a Milano era popolata da infinita turba, dice il Corio, singolarmente nelle dieci miglia vicine alla città. Fu uno spettacolo degno di un cuore sensibile quella pompa, nella quale non già primeggiava il fasto o l'alterigia d'un irritato vincitore, ma bensì l'affabile umanità di Francesco Sforza, che amichevolmente accoglieva le grida di allegrezza del popolo, nominava e salutava le conoscenze che aveva fatte sino da' suoi primi anni in questa quasi sua patria, ordinava ai valorosi soldati suoi di abbandonare ogni contegno militare e imponente, e fatti concittadini, di lasciarsi svaligiare dall'affamata moltitudine, che avidamente si satollava col loro pane; e fra le consolanti risa che faceva nascere l'inusitata mischia, fra le grida gioiose de' popoli che andavano esclamando: haec est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea , andò accostandosi alla città e vi entrò per Porta Nuova. Malgrado lo sterminato numero de' cittadini uscitogli incontro, dice il Corio, benché grande era stata la moltitudine che di fuori l'haveva salutato, molto maggiore era quella di dentro l'aspectava. Ognuno procurava di giungere a toccar la mano al conte nuovo duca; e tanta e tanto strettamente la moltitudine lo circondava, che il cavallo di lui parve portato sulle spalle de' cittadini. Andossene egli direttamente al Duomo per rendere alla Divinità il primo omaggio d'un avvenimento sì fausto per lui; ma non fu possibile ch'egli scendesse dal cavallo, e dovette così entrarvi e così orare: tanta era la immensità della turba e tanto era l'entusiasmo de' nuovi suoi sudditi! Dispose poscia il nuovo duca che da Pavia, da Cremona e da altri luoghi venisse portato quanto occorreva al vitto e ai comodi, e in tre giorni l'abbondanza comparve nella città. Tutto venne ordinato dal duca con paterna previdenza: pose al governo della città uomini probi e illuminati; intimò la pace, la sicurezza, il gaudio a ciascun Milanese; distribuì ai poveri larghi soccorsi di frumento; poi tornò al campo contro i Veneziani, i quali si ritirarono a quartiere, e così fece egli pure de' suoi. Ricevette l'omaggio di Bellinzona, Como e Monza, suddite de' Milanesi. Spedì i suoi ministri alle corti estere per dar loro avviso della nuova sua condizione. L'imperatore Federico III e Carlo re di Francia ricusarono di trattarlo qual duca, perché il primo non doveva riconoscere rivestito di quella dignità se non un discendente maschio legittimo de' Visconti investiti; e l'altro pretendeva dovuto il ducato ai discendenti della principessa Valentina. Gli altri principi lo riconobbero. Gli uomini più turbolenti e sediziosi, quei che avevano tiranneggiato il popolo nel tempo dell'interregno, vennero con umanità relegati nelle città vicine.
Non voleva il nuovo duca sgomentare i sudditi dominando sopra di essi con un potere illimitato, né che essi lo considerassero come un dispotico conquistatore. Sarebbe stato troppo repentino il passaggio dalla licenza alla servitù, e questo violento cambiamento avrebbe potuto facilmente cagionar poi de' pentimenti e de' moti nel popolo; nel qual caso un principe vi perde sempre, quand'anche giunga colla forza a reprimere ed a punire. Ciò conosceva ottimamente il saggio duca; e perciò volle che alla nuova dominazione di lui servisse di base un contratto, e che i sudditi lo considerassero sovrano e non despota. Questa prudente politica diresse il solenne contratto di dedizione, celebrato il giorno 3 di marzo 1450, nella villa del conte Giovanni Corio in Vimercato, essendone rogato il notaio Damiano Marliano; in vigore del qual atto venne concordato che le gabelle sarebbero state moderate, riducendosi la macina a soldi 12, il dazio del vino a soldi 4, e stabilendosi che non s'imporrebbero in avvenire nuove gabelle, anzi si abolirebbe quella del fieno; che il nuovo duca avrebbe fatto residenza in Milano, almeno per due terze parti dell'anno; che i tribunali avrebbero sempre in Milano la loro sede; che il prezzo del sale sarebbe stato lire 3 per ogni staio; che non si sarebbe imposto verun carico straordinario, eccetto quello di somministrar carri e guastatori per gli usi militari; che il solo podestà di Milano sarebbe stato forestiere, ma tutti gli altri uffici sarebbero confidati a' Milanesi; e alla vacanza di ogni carica la città avrebbe presentata la nomina di sei, fra i quali il duca avrebbe fatto la scelta, salvo però l'arbitrio a lui, in casi speciali, di scegliere anche altrimenti; che il duca avrebbe mantenuta la fede ai creditori di Filippo Maria; che si osserverebbero gli statuti civili e criminali e que' de' mercanti; che non si sarebbero impetrati privilegi dal papa né dall'imperatore senza il beneplacito del duca; che i soldati a piedi, a cavallo, saccomanni, uomini d'armi sarebbero partiti dalla città, dovendo essa restare immune dall'alloggiamento militare, eccettuati i contestabili alle porte; il duca però in casi speciali potrà deviare da questa regola. Questi sono i più importanti articoli del solenne contratto : indi il nuovo duca fece il pubblico ingresso dalla porta Ticinese, il giorno 25 marzo 1450 . Il nuovo duca era colla sua sposa Bianca Maria e col primogenito Galeazzo Maria. Un numero grande di matrone andarongli incontro pomposamente. Gli oratori delle città suddite, i nobili milanesi tutti sfoggiarono per rendere magnifico quell'ingresso.
Erasi preparato un maestoso carro e un baldacchino; ma un tal fasto non piacque a Francesco Sforza, che amava la gloria e non le apparenze teatrali; e, ricusandolo, disse: ch'egli in quell'ingresso s'incamminava al tempio per rendere omaggio al padrone dell'universo, avanti del quale gli uomini sono tutti eguali. Cavalcò egli adunque. La folla immensa del popolo, i ricchi arredi de' nobili, la magnifica parata degli uomini d'armi che precedevano, tutti coperti d'usberghi lucidissimi, il lusso de' loro illustri condottieri, tutto ciò formò uno spettacolo sorprendente. La cerimonia si fece al Duomo, ove smontato, il duca si pose una candida sopraveste: indi colle solennità de' sacri riti la duchessa e il duca vennero ornati col manto ducale fra gli applausi e i viva del popolo. Poi dagli eletti di ciascun quartiere ricevette il giuramento di fedeltà. Essi a lui consegnarono lo scettro, la spada, il vessillo, il sigillo ducale e le chiavi della città. Fatto ciò, il duca fece proclamare conte di Pavia il primogenito Galeazzo. Terminossi per tal modo la funzione in Duomo, seguendosi il rito de' duchi antecessori. Indi per cinque giorni volle il duca che la città vivesse in mezzo alle feste e alle allegrie. Danze, giostre, tornei di varie sorta, musica, spettacoli teatrali, lautissimi pranzi, tutto venne così giudiziosamente distribuito e con tal previdenza ed ordine eseguito, che si mostrò il duca la delizia della buona società e l'anima dei divertimenti. Egli creò molti cavalieri, scegliendo quei che più meritavano quest'onore, e tutti li regalò nobilmente. In somma Francesco Sforza, invincibile alla testa di un'armata, si mostrò il più giudizioso direttore delle feste, come si fece conoscere il principe più umano, giusto e benefico, reggendo in pace lo Stato.
Il papa Niccolò V, i Fiorentini, i Genovesi, i Lucchesi, gli Anconitani, i Sanesi, e varii altri Stati e principi d'Italia spedirono tosto i loro ministri per una onorevole ricognizione al nuovo duca. Il primo pensiero di questo principe fu di rialzare il castello di porta Giovia, demolito due anni prima, siccome dissi. Questa fortezza, fabbricata da Galeazzo II, era necessaria per la sicurezza del duca, il quale in una città piena di partiti, recentemente riscaldata dal nome di libertà, rendeva sempre pericolosa la residenza del nuovo principe, sprovveduto in fatti di legali fondamenti per succedere nel ducato. Ma nemmeno conveniva alla prudente accortezza del nuovo signore di palesare la inquietudine sua, né di lasciar conoscere al popolo apertamente una tale diffidenza; essendo cosa naturale alla moltitudine il non accorgersi delle forze proprie, se non pel timore altrui. Propose egli adunque alla città, come ostinandosi tuttavia i Veneziani nella guerra contro di lui e contro lo Stato, trovandosi Milano allora mal difesa dalle mura della circonvallazione, non convenendo di acquartierare l'armata nella città, resa esente dall'alloggio militare, non eravi modo alcuno di preservare la metropoli dai pericoli d'un assalto, se non ricoverando in luogo munito e forte un corpo di armati, in guisa da allontanare il nemico da simili tentativi. Propose quindi alla deliberazione della città medesima il determinare, se dovesse per tutela di lei riedificarsi il castello, assicurando nel tempo medesimo la città che vi sarebbe stato collocato per castellano non mai altri che un nobile milanese per tutti i tempi a venire. Questa moderazione di cercare l'assenso per una cosa ch'egli avrebbe potuto da se medesimo fare immediatamente; le maniere umanissime e nobilissime del duca; tante virtù militari e civili riunite in questo grand'uomo impegnarono i primari cittadini ad ottenergli la pubblica acclamazione per rialzare la demolita fortezza. Si fecero le adunanze del popolo in ciascuna parrocchia per deliberare su tale richiesta. La storia ci ha conservato un discorso tenuto in tale occasione da Giorgio Piatto, allora celebre giureconsulto. Egli era nell'adunanza della parrocchia di San Giorgio al Palazzo . Questi parlò così: «Se il virtuosissimo principe Francesco Sforza fosse immortale, come immortale ne sarà la sua gloria, io il primo fra i cittadini milanesi vorrei caricare sulle mie spalle le pietre e portarle al sito ove si propone d'innalzare il castello. Una fortezza sotto il felice governo d'un così provvido sovrano serve a ornamento della città, a tutela e sicurezza di ciascuno di noi. Ma, cittadini miei, verrà quel giorno in cui il nobilissimo duca Francesco piegherà sotto la universal condizione. I sovrani sono soggetti al destino dell'umanità; muoiono, e dopo un principe umano, benefico, provvido, siamo noi certi che vi succeda un altro principe erede di sue virtù? Una ròcca inespugnabile, che, torreggiando sulle case nostre, può incendiarle e distruggerle, in potere di un malvagio principe, lo rende arbitro assoluto di noi, di tutto il nostro. Appiattato in quel forte qual limite aver potranno le violenze, le estorsioni, la tirannia? Se innalziamo quella fortezza, noi imponiamo al collo de' nostri discendenti, come a tanti buoi, il giogo della servitù. I nostri figli malediranno un giorno noi, la nostra spensieratezza, la cecità nostra. Noi decretiamo la sciagura della patria, e rendiamo i nomi nostri esecrandi a' nostri discendenti. Che bisogno ha mai Francesco Sforza di una fortezza? I nostri cuori, i nostri petti gli offrono una più grande, più solida munizione di qualunque altra. Egli non ha bisogno di castelli per difendere la signoria. Infin che un solo di noi sarà in vita, combatterà contro chi tentasse di frastornarla. Cittadini miei, badatemi, parlo per me, parlo per ciascuno di voi, uniformatevi al mio suggerimento, e siate certi che per tal modo avremo sempre una delle due buone, o un principe retto o la libertà. I nostri nipoti ci benediranno, e vivranno lieti e felici, siccome lo siamo ora noi sotto il governo del clementissimo duca». Così parlò Giorgio Piatto, e non persuase veruno. Egli era uno de' pochi cittadini che avrebbero potuto reggere lo Stato nel tempo della repubblica, e che giacquero oscuri e inoperosi. L'unanime consenso della città concluse di pregare il duca di voler riedificare il castello, quale internamente scorgesi anco oggidì, cioè un vasto edificio quadrato con quattro poderose torri, ossia torrioni agli angoli ; fortissimi ripari che, sostenendo grossi pezzi di artiglieria, possono far volare le palle al disopra della città. Questo rialzamento della fortezza costò più di un milione di ducati, ossia di zecchini.
Il regno di Francesco Sforza fu breve, poiché durò sedici anni e non più. Egli non visse mai in pace, né poté pienamente rivolger l'animo alla parte del legislatore ed alla politica della nazione. Sarebbe troppo noioso il racconto delle minute azioni di queste guerre. Sopra tutto i Veneziani continuarono a muover le armi contro del nuovo duca. (1451) Pretendeva egli Bergamo e Brescia, possedute dai Visconti, e per solo diritto di conquista usurpate durante il dominio di Filippo Maria. Pretendeva Verona e Vicenza, come il retaggio della casa Scaligera, terminata nell'ava di sua moglie, cioè nella duchessa Catterina. Per lo contrario i Veneziani pretendevano di portare il loro confine all'Adda. Sedicimila cavalieri stavano in campo per la repubblica di Venezia, e diciottomila ne presentava all'opposto il duca Francesco. (1452) I Fiorentini erano collegati col duca, i Savoiardi colla repubblica veneta. Le ostilità non cessarono ancora per quattro anni da quella parte. (1453) Finalmente, innoltrandosi i Turchi, padroni di Costantinopoli, verso la Grecia e verso la Dalmazia, i Veneziani ricorsero alla mediazione di papa Niccolò V, affine di ottenere la pace col duca, onde poter rivolgere tutte le forze in loro difesa contro del Turco; (1454) il duca piegossi ai paterni uffici del sommo sacerdote, e, coll'opera del nobil uomo Paolo Balbo, ai 9 d'aprile del 1454, fu sottoscritta la pace di Lodi, celebre per noi, poiché oltre le ragioni della casa della Scala, alle quali rinunziò il duca, cedette pure i suoi diritti sopra Brescia e sopra Bergamo, anzi abdicò dal ducato la città di Crema e suo territorio, trasferendone il dominio nella repubblica veneta, che la possedette dappoi. Alle guerre in seguito che il duca ebbe co' Savoiardi, si pose termine con una pace che fissò il fiume Sesia per limite ai due Stati. Le città che formarono lo Stato sotto il dominio del conte Francesco primo duca Sforza, e quarto duca di Milano, furono quindici, cioè Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Novara, Alessandria, Tortona, Valenza, Bobbio, Piacenza, Parma, Vigevano, Genova e Savona. Queste due ultime città le acquistò lo Sforza nel 1464 per la cessione che gliene fece Luigi re di Francia; il che non bastando, colle armi sottomise Genova al suo potere. Come poi il re di Francia, Luigi XI avesse fatta questa cessione, dopo che il di lui padre Carlo VII aveva ricusato di riconoscerlo per duca, e come a questo segno pregiasse egli l'aiuto e l'amicizia dello Sforza, ce lo insegnano più autori. La Francia era immersa nella guerra civile; il re aveva collegati contro di lui il duca di Calabria, il duca di Borbone, il duca di Bretagna, il duca di Bari, il duca di Namur, i conti di Charolois, Dunois, Armagnac, Dammartin; e questa lega formata contro del re cristianissimo si qualificava la Lega del ben pubblico. Il re Luigi sommamente onorava Francesco Sforza, a tale che interamente si reggeva a norma de' consigli di lui. Il signor Gaillard, uno de' più accreditati scrittori francesi, dice a tal proposito - Les talens politiques de Sforce égaloient ses vertus guerrières. Louis XI, qui se connoissoit en hommes habiles, le consultoit comme un sage. Ce fut François Sforce qui lui traça le plan qu'il suivit pour dissiper la ligue du bien public: aussi Louis XI ne souffrit-il jamais que la maison d'Orleans, qu'il haïssoit, troublât Sforce dans la possession du Milanez . Il Corio dice che il re pregò Francesco Sforza, duca di Milano, che gli sporgesse adiuto; per lo che il duca preparò un valido esercito, e lo spedì nella Francia sotto il comando di Galeazzo Maria, conte di Pavia, di lui primogenito. In quell'esercito servivano da generali Gaspare Vimercato, Giovanni Pallavicino, Pier Francesco Visconti e Donato da Milano. Il duca di Savoia accordò il passaggio a quest'armata; la quale dal Delfinato passò nel Lionese, s'impadronì di Pierancisa, vi pose comandante Vercellino Visconti, indi, passato il Rodano, postossi sul Borbonese e servì il re con tanta fermezza e valore, che Sforzeschi più che huomini erano extimati, dice il Corio, e vennero costretti i collegati a sottomettersi al re; per lo che quel monarca, l'anno 1466, mandò al duca una solenne ambasciata per ringraziarlo di tanto beneficio: sono parole del Corio. Per tai motivi il re di Francia cedette al duca tutti i diritti suoi sopra Genova e Savona.
Ma Genova, siccome dissi, fu di mestieri sottometterla colle armi comandate dallo stesso Gaspare Vimercato che introdusse lo Sforza in Milano e fu nella spedizione di Francia. I Genovesi, assoggettati, spedirono a Milano ventiquattro oratori, accompagnati da più di dugento loro cittadini, e il duca accolse onorevolmente l'omaggio, spesandoli e alloggiandoli signorilmente .
Né soltanto co' Veneti, co' Savoiardi, colla Lega e co' Genovesi fu costretto a guerreggiare per mezzo de' suoi generali il nuovo duca; ma ben anco nel regno di Napoli, come ausiliario di Renato d'Angiò, mantenne le sue schiere. Renato pretendeva quel regno come figlio adottivo della regina Giovanna II, ed aveva seduto sul trono di Napoli come re, sintanto che il più fortunato di lui, Alfonso d'Aragona, ne lo scacciò, e si pose in suo luogo. Venne a Milano il re Renato, e lo accolsero il duca e la duchessa Bianca Maria colla dovuta magnificenza. Egli condusse una squadra di Francesi, i quali si unirono cogli Sforzeschi. Il Padre della duchessa, diciotto anni prima, aveva pure in Milano alloggiato il re Alfonso d'Aragona, rivale di lui; ma Alfonso vi dimorò come prigioniero, Renato come amico ed alleato. (1455). Le avventure poi del regno di Napoli terminarono facendo lo Sforza la pace col re Alfonso; e questa pace fu convalidata con due nodi di parentela. Alfonso duca di Calabria, nipote del re Alfonso e figlio di Ferdinando, sposò la principessa Ippolita, figlia del duca Francesco; e la principessa Leonora, figlia pure di Ferdinando, fu data in moglie a Sforza Maria, terzogenito del duca.
Frammezzo a' pensieri militari per difendere lo Stato e rivendicarne le usurpate membra, il duca Francesco non dimenticò mai le cure d'un padre benefico de' suoi popoli. Abbellì, ristorò e rese più vasto il palazzo ducale, fabbricato da Matteo I, ornato poscia da Azzone, rifabbricato da Galeazzo II, e cadente e quasi abbandonato allorché il duca Francesco divenne signore di Milano; poiché Filippo Maria, come vedemmo, non mai vi alloggiò. Riedificò maestosamente il castello di Porta Giovia, che tuttora è in piedi; sebbene cinto al di fuori di fortificazioni fattevi durante il governo della Spagna. (1456) Intraprese e condusse a fine la fabbrica dell'Ospedal Maggiore, aperto indistintamente a sollievo dell'egra umanità, senza risguardo a patria né a religione. Il Turco, l'ebreo, il cattolico, l'acattolico, purché siano ammalati e poveri; ivi trovano ricetto e assistenza. Intraprese in fine e condusse pure al suo termine la grand'opera del canale, ossia Navilio, che da Trezzo conduce a Milano le acque dell'Adda. Il Decembrio così ci assicura: - Conversus deinde ad excolendam urbem, vicis arenâ latereque constratis, Arcem Portae Jovis, populi tumultu antea disjectam, e fundamentis erigi magnificentissime curavit. Curiam etiam priscorum Ducum, vetustate fatiscentem, non solum restituit, sed ampliavit, ornavitque. Acquaeductum quoque ex Abdua, defosso solo, per viginti milliaria deduci jussit, quo agri finitimi irrigarentur, populoque necessariae copiae suppeterent . (1457) Questo canale, che chiamasi tra noi Naviglio della Martesana fu progettato l'anno 1457. Bertola da Novate fu l'ingegnere cui Francesco Sforza trascelse per quest'opera: egli era nostro cittadino milanese. Fu condotto a termine l'anno 1460 . Le principali difficoltà del progetto erano di derivare un ramo perenne d'acqua dall'Adda in un luogo di corso assai rapido, di continuare per alcune miglia il nuovo cavo in una costa sassosa, e di attraversare con esso il torrente Molgora e il fiume Lambro . Questo canale è sostenuto dapprincipio da un argine grandioso di pietra sino all'altezza di 40 braccia sopra il fondo dell'Adda. La lunghezza del canale e è circa di 24 miglia. Il torrente Molgora vi passa sotto un ponte di tre archi di pietra. Il Lambro vi sbocca dentro ad angolo retto, ed a foce aperta con tutte le piene, si scarica dalla parte opposta. Il canale, quale fu fatto dal duca Francesco, era più ristretto di quello che ora noi lo veggiamo, e venne adattato a questa più comoda guisa l'anno 1573. Il Naviglio sfogavasi per l'alveo del torrente Seveso, né entrava allora nella fossa della città, siccome per opera di Lionardo da Vinci si eseguì con somma maestria l'anno 1497, introducendovi sei sostegni ossia conche, invenzione allora novissima, e per mezzo di cui le barche ebbero il passaggio dal nuovo canale all'antico . Nondimeno, porzione dell'acqua cavata dall'Adda e condotta nel nuovo canale, entrava in Milano ad altri usi, come si prova da memorie conservate ne' registri della Città . Così nello spazio di sedici anni, in mezzo a guerre continue, malgrado la devastatrice pestilenza, la quale cominciò appunto colla di lui signoria l'anno 1450, e in Milano estinse trentamila abitatori, Francesco Sforza ci lasciò un canale navigabile, un grandioso e ricco spedale, due magnifiche fabbriche, il castello e la corte ducale, e le vie della città riattate.
Questi sono i pubblici monumenti che ci rimangono del nostro buon duca Francesco Sforza; ma la storia ci ha conservato de' tratti di lui, che più intimamente ancora ci palesano la di lui anima. Il Corio ce lo rappresenta così: Fu questo principe liberalissimo, pieno de humanitate, e mai veruno di mala voglia se partiva da lui; e singolarmente honorava li homini virtuosi e docti: contra gli homini semplici non exercitava alcuna inimicizia. Ma haveva in summo hodio li versuti e maliciosi. In nissuno fu maggiore observantia di fede: amò sempre la justizia e fu amatore de la religione: Ebbe eloquenza naturale, e nulla extimava gli astrologhi. La figura del duca era sommamente dignitosa. Negli atteggiamenti era elegante e nobile senza studio alcuno. La statura era più grande della comune degli uomini; e guardandolo alla fisionomia sola del volto, ognuno ravvisava in lui un uomo nato per comandare. Non vi fu chi lo superasse mentre fu giovine nella robustezza, ovvero nella agilità. Fu pazientissimo d'ogni disagio, caldo, freddo, fame, sete: tutto sopportava con volto sereno. In faccia al nemico non palesò mai, non che timore, ma nemmeno inquietudine; né mai si mostrò dolente per le ferite che riportò. Abitualmente visse sobrio in ogni cosa, moderato alla mensa, sempre semplice e frugale. Amava di pranzare in compagnia; ed oltre ai commensali, lasciava a moltissimi la libertà di visitarlo mentre era a mensa, ed ascoltava quanto ciascuno voleva esporgli con pazienza e bontà. Poco dormiva, ma quel poco non mai lo perdé, né per animo turbato, né per rumore alcuno: dormiva in mezzo a qualunque strepito. Egli era dotato di un ingegno penetrante e di una esimia prudenza, per modo che niente intraprendeva se prima diligentemente non l'avesse esaminato; ma poich'era deciso, con mirabile magnanimità e celerità incredibile l'eseguiva. Malgrado la scostumatezza di quei tempi egli fu sempre alieno dal disordine, né si lasciò sedurre alla lascivia. La virtù signoreggiollo per modo, che negli avversi casi non s'avvilì giammai; e quanto più gli venne prospera la fortuna, tanto più modesto mostrossi ed incapace di usar contumelia a' nemici; anzi nel corso intero di sua vita non si vendicò mai . Testimonio ne fu il conte Onofrio Anguissola, piacentino, il quale, capo della sedizione di Piacenza, colle armi del duca fu preso. Il duca lo fece custodire bensì, come era necessario, ma la custodia fu il solo male ch'ei dovette soffrire. Il Simonetta diffusamente c'informa del suo militare talento e della mirabile provvisione di lui anche nei dubbi eventi della guerra, e de' ritrovati impensati e opportuni che venivangli in mente per superare le difficultà, e della liberalità e beneficenza sua abituale e quasi organica e di temperamento. Umano e clemente fu sempre questo grand'uomo: pronto alla collera, tosto si conteneva, siccome è l'indole dei generosi; e colui al quale avesse fatto danno o con parole o altrimenti, non occorreva che chiedesse cosa alcuna; che il buon principe co' beneficii lo risarciva spontaneamente. Non amava i lodatori, e conosceva che questa è la maschera seducente colla quale il vizio insidiosamente si accosta al soglio. Non vi era cosa più sicura che la fede e la parola di Francesco. Così ce lo descrive il citato Simonetta, che termina con queste parole: sed illud certe ausim affirmare, post Cajum Julium Caesarem neminem fere habuisse Italiam reperies, quem jure possis cum uno Francisco Sfortia conferre. Qui quidem, cum vicisset semper, et victus fuisset numquam, ita diem obiit ut omnibus de se non minus desiderium, quam fletum relinqueret .
Già da due anni era stato idropico il duca, e sebbene ei nell'aspetto sembrasse ristabilito, soffriva nelle gambe, le quali anche talora si gonfiavano. Egli tentò qualche rimedio per ridurle alla loro figura di prima; e v'è chi attribuisce a tal cagione la quasi improvvisa di lui morte, accaduta con due soli giorni di malattia. (1466) Il giorno 8 di marzo dell'anno 1466, all'età di sessantacinque anni, dopo sedici anni di signoria, morì il duca Francesco Sforza. Tutta la città rimase squallida e desolata a tale inaspettata disgrazia: stimando ogniuno, dice il Corio, non solo havere perduto uno duca, ma uno colendissimo patre. La duchessa Bianca Maria, sebben colpita da questo impensato fulmine, s'era addottrinata coll'esempio del marito ad affrontare e sostenere l'avversa fortuna. Il figlio primogenito, Galeazzo Maria, in quel punto era nella Francia. Se la duchessa si abbandonava al femminil dolore, la casa Sforza perdeva la sovranità, alla quale mancava la sanzione imperiale. Ella si mostrò degna di essere stata moglie amatissima di Francesco Sforza: compresse il dolore; pensò a salvare i figli. Con animo virile, la notte medesima, appena spirato il duca, convocò un consiglio dei primari signori milanesi. Con poche, ma gravi e accomodate parole raccomandò loro l'ordine pubblico, la fede verso il sangue del duca. Scrisse immediatamente a tutti i principi d'Italia la perdita fatta, e richiese il favore di ciascun d'essi a pro del conte di Pavia, Galeazzo, suo primogenito. Poiché ebbe così adempiuti con magnanimità i doveri di sovrana e di madre, si pose ad eseguire quei di moglie, secondo l'usanza di que' tempi. Il cadavere del duca nel palazzo ducale si espose; e la vedova mai non si dipartì dal suo fianco, dando segni, come dice il Corio, d'incredibile amore. Il terzo giorno poi, ornato con tutte le insegne ducali, e cinto di quella spada la quale fortissimamente in tutte le victorie aveva usato , venne con magnifica pompa tumulato in Duomo.
Mentre l'imperatore Federico III venne di qua dall'Alpi, e si fece incoronare in Roma dal papa, egli non toccò nemmeno le terre soggette allo Sforza; non volendo pregiudicare alle ragioni dell'Impero col riconoscere per legittimo sovrano e duca l'usurpatore d'un feudo imperiale, ch'ei non aveva forze per difendere. Era questo un oggetto importante assai per la dominazione della casa sforzesca, di cui era mancato il sostegno e lo splendore. Galeazzo Maria, in marzo del 1466, allorché morì suo padre, era, siccome già dissi, nella Francia, comandando nel Delfinato l'armata che il duca aveva allestita in soccorso del re contro la Lega. Appena ricevé l'avviso che spedìgli la madre Bianca Maria, del cambiamento accaduto nella famiglia, confidò tosto il comando a Giovanni Scipione; e, travestitosi come un famigliare di Antonio da Piacenza mercatante, s'incamminò per la Savoia alla vòlta di Milano. Il giovane Galeazzo aveva ventidue anni; temeva le insidie del duca di Savoia, il quale sulla dominazione della casa Sforza pensava di ampliare il suo Stato. Se riusciva di acquistare Galeazzo Maria per ostaggio, potevasegli far comperare la libertà e il ducato con qualche notabile sacrificio. Malgrado il cambiamento del vestito e della condizione, convien credere che egli venisse riconosciuto, poiché, attorniato da una turba di persone, appena ei poté ricoverarsi nell'asilo di una chiesa; ed ivi dovette starsene tre giorni interi; e la seguente notte poi, mercé la cura di un fedele suo domestico, poté sottrasi colla fuga, e proseguendo il suo cammino per dirupi e balze non frequentate poté finalmente ridursi in salvo. Pare impossibile che, malgrado il ritardo de' tre giorni dell'asilo, Galeazzo Maria fosse in Milano dodici giorni dopo la morte del duca: ma io credo che sino d'allora vi fossero stazioni regolate pel cambio de' cavalli; tanto più che non si sarebbero potuti altrimenti trasmettere sollecitamente gli avvisi dall'armata ch'era nel Delfinato. Il nuovo duca Galeazzo Maria fece la solenne entrata per Porta Ticinese il giorno venti di marzo del 1466. Tutto lo Stato di Francesco Sforza, composto di quindici città nominate disopra, passò al nuovo duca Galeazzo Maria Sforza. (1467) I sovrani lo riconobbero. Il duca di Savoia, poiché vide il duca Galeazzo assicurato sul trono, pensò a stringere non solamente amicizia, ma parentela con esso lui. (1469). Si conchiusero le nozze; e il duca Galeazzo Maria sposò la principessa Bona di Savoia, il giorno 6 di luglio dell'anno 1468. Una sorella della duchessa Bona era sul trono di Francia; e per tal guisa Galeazzo Maria Sforza, nato in Fermo nella Romagna, il di cui avo cinquant'anni prima era un avventuriere, divenne cognato del re di Francia.
Capitolo XVIII
Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e della minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto duca
Quando uno Stato, anche vasto, sia accozzato insieme con male arti, con sorprese, con insidie, con tradimento, al morire del sovrano cessa il timore ne' sudditi e ne' vicini; e per poco che il successore sia debole o mancante d'artificio, si scompone, siccome avvenne della signoria che radunò il primo duca Giovanni Galeazzo. Ma quando per lo contrario la dominazione s'acquisti col valore personale, e si innalzi colla generosità delle virtù del sovrano, e siavi stato tempo bastante per imprimere nel cuore degli uomini la riverenza e l'amore che l'eroismo fa nascere, ancora dopo spento l'eroe, l'ammirazione e l'affezione de' popoli aiutano il figlio, come parte viva di lui, e malgrado i difetti e la poca somiglianza che egli abbia col padre, lo coprono colla di lui gloria. Così accadde al nuovo duca Galeazzo Maria, il quale poco imitò il magnanimo suo padre. Uno de' primi fatti di Galeazzo lo svela. La duchessa Bianca Maria, di lui madre, si era sempre dimostrata ottima moglie, ottima madre, donna di senno, di cuore e di mente non comune. Il duca Francesco perciò l'aveva onorata ed amata sommamente. Galeazzo doveva doppiamente il ducato di Milano a lei, e per nascita, e per l'accorgimento col quale aveva dirette le cose alla morte del duca Francesco; giacché, qualora non vi fosse stata alla testa della signoria una donna del merito di lei, difficilmente Galeazzo Sforza, assente, avrebbe trovata aperta la via del trono, dove poté placidamente collocarsi. La Bianca Maria co' saggi consigli e colla autorità regolava lo Stato unitamente al duca, quasi come correggente . L'ambizione, la seduzione di consiglieri malvagi fecero nascere la gelosia del comando; indi la visibile freddezza; finalmente la discordia palese tra il figlio ed una madre tanto benemerita. La vedova duchessa preferì la pace e il riposo ad ogni altra cosa, e divisò di portarsi a Cremona, città sua, perché recata da lei in dote, siccome vedemmo; ed ivi, lontana dalle contese, passare il rimanente de' giorni suoi, non avendo ella allora che quarantadue anni. Abbandonò la corte burrascosa di Milano; ma a Marignano con breve malattia terminò di vivere il giorno 23 ottobre 1468; e il Corio a tal passo soggiugne: se disse più de veneno che de naturale egritudine. Temeva il duca che, collocatasi a Cremona, ella potesse collegarsi co' Veneziani a danno di lui. Simili orrori non sogliono avere molti testimonii, e lo scrittore contemporaneo non può trasmettere ai posteri se non la pubblica opinione. Talvolta una maligna voglia di penetrare ne' misteri della politica segreta forma imputazioni calunniose alla fama altrui. Egli è però certo che tali nere vociferazioni non si spargono se non sopra di un principe di carattere non buono. Assolvasi Galeazzo dal parricidio, egli è sempre un ingrato verso di sua madre. Appena un anno dopo cessò di vivere Agnese del Maino, di lei madre ed ava del duca .
(1469-470) Il duca Galeazzo amava la pubblica magnificenza, e a tal fine comandò che si lastricassero le vie di Milano: il che non fu puocha graveza, ma quasi intollerabile danno, dice il Corio . Francesco di lui padre le fece riattare. Sarà stata una saggia provvidenza quella di lastricarle solidamente: ma tai riforme di lusso si fanno giudiziosamente e per gradi. (1471) La pompa del duca si palesò singolarmente nel maestoso viaggio ch'ei fece colla duchessa a Firenze l'anno 1471. Condusse egli un tal corredo, che oggidì nessuno de' monarchi d'Europa penserebbe nemmeno a simile teatrale rappresentazione. Il Corio ce la descrive minutamente; ed io la racconterò, perché simili oggetti danno idea del modo di pensare di que' tempi. I principali feudatari del duca ed i consiglieri gli fecero corte, accompagnandolo nel viaggio con vestiti carichi d'oro e d'argento; ciascun di essi aveva un buon numero di domestici splendidamente ornati. Gli stipendiari ducali tutti erano coperti di velluto. Quaranta camerieri erano decorati con superbe collane d'oro. Altri camerieri aveano gli abiti ricamati. Gli staffieri del duca avevano la livrea di seta, ornata d'argento. Cinquanta corsieri con selle di drappo d'oro e staffe dorate: cento uomini di armi, ciascuno con tale magnificenza, come se fosse capitano: cinquecento soldati a piedi, scelti: cento mule coperte di ricchissimi drappi d'oro ricamati; cinquanta paggi pomposamente vestiti: dodici carri coperti di superbi drappi d'oro e d'argento: duemila altri cavalli e duecento muli coperti uniformemente di damasco per l'equipaggio de' cortigiani. Tutta questa strabocchevole pompa andava in seguito del duca; ed acciocché non rimanesse nulla da bramare, v'erano persino cinquecento paia di cani da caccia, v'erano sparvieri, falconi, trombettieri, musici, istrioni. Tale fu il fasto di quel memorando viaggio, che doveva recare incomodo ed ai sudditi del viaggiatore ed agli ospiti. Questa superba comitiva nell'accostarsi a Firenze venne accolta con somma festa e onore da quel senato. I nobili e i primari della città si affacciarono i primi: indi molte compagnie di giovani in varie fogge uscirono ad incontrare il duca; poi comparvero le matrone; poi le giovani pulcelle, cantando versi in laude de lo excellentissimo principe, dice il Corio. Indi, accostandosi alla città, ricevettero gli ossequi de' magistrati; finalmente gli accolse il senato, che presentò al duca le chiavi della città. Entrò il duca con una sorta di trionfo, e venne collocato nel palazzo di Pietro dei Medici, figlio di Cosimo. Non accadde altra cosa degna d'essere raccontata; basti osservare che non poteva verun altro monarca essere onorato di più di quello che furono Galeazzo e la Bona in Firenze. Da Firenze passarono questi principi a Lucca; ove vennero accolti con somma pompa: anzi vollero i Lucchesi perfino aprire una nuova porta nelle mura della loro città, onde trasmettere ai tempi a venire memoria di questo magnifico ingresso. Da Genova poi ritornarono Galeazzo e la Bona a Milano. Oggidì, che i sovrani hanno nelle mani il potere per mezzo della milizia stabilmente stipendiata, non si curano più di abbagliare i popoli.
(1472) Poiché ritornò dal viaggio, il duca pensò a dare una moglie al di lui figlio primogenito Giovanni Galeazzo, bambino ancora di quattro anni. Questa fu Isabella d'Aragona, figlia del duca di Calabria Alfonso e d'Ippolita Sforza, conseguentemente germana cugina dello sposo. Queste nozze si pubblicarono l'anno 1472. Il duca era strettamente collegato col cardinale di San Sisto, nipote ed assoluto padrone di papa Sisto IV: l'oggetto della reciproca unione era la loro fortuna. Il duca doveva adoperarsi per fare papa il cardinale colla rinunzia dello zio. Il cardinale, asceso al sommo pontificato, doveva innalzare lo Sforza incoronandolo re d'Italia, ed aiutandolo a ricuperare tutte le città già possedute dal primo duca. I Veneziani non potevano essere contenti di un tal progetto che loro toglieva tutta la terra ferma. Malgrado lo studio di celare questa trama politica, convien credere ch'essi ne avessero qualche contezza. Il cardinale, ch'era stato magnificamente accolto in Milano, bramò di vedere Venezia; e quantunque cercasse di dissuadernelo il duca, egli volle insistere e passarvi. (1473) A tale proposito dice il Corio: da quello senato fu grandemente honorato, e per la intrinseca amicizia quale enteseno Veneziani havere lui con Galeazzo Sforza fu affirmato havergli dato il veneno; impero che in termine de puochi giorni, pervenuto a Roma, abandonò la vita . Ionon sono mallevadore de' sospetti di que' tempi: bastano però per far conoscere qual fede e quanta umanità regnassero, se così si giudicava dei governi. (1474) In mezzo ai sospetti di veleno, in mezzo alle asiatiche pompe, in mezzo ai gemiti de' popoli, oppressi dalla mole di tributi corrispondenti a quelle, l'anno 1474, il 15 marzo, venne a Milano il re d'Ungheria e di Boemia Mattia I. Egli s'era reso padrone dell'Ungheria, scacciandone Casimiro, figlio del re di Polonia, e s'era impadronito della Boemia, scacciandone Giorgio Podiebrad. Egli era stato in pellegrinaggio a San Giacomo di Galizia, e passava di ritorno a Milano. Galeazzo, che stipendiava cento cortigiani e cento camerieri, e pomposamente vestivagli, alloggiò l'ospite nel palazzo ducale colla magnificenza e profusione degna di lui. Mostrò a quel re il suo tesoro, valutato due milioni d'oro, oltre le gioie, le quali valevano circa un altro milione. Il re Mattia chiese un prestito dal duca: ed egli gli fe' consegnare diecimila ducati, ossia zecchini. Dopo lautissimo ed onorevolissimo trattamento prese commiato il re; e poich'egli fu nell'Ungheria, si lusingò il duca ch'egli avrebbegli concesso di comprarvi dei cavalli. (1475) A tal fine spedì nell'Ungheria Bernardino Missaglia, suo famigliare, con molta somma di denaro. Il re fece imprigionare il Missaglia, e tolsegli i denari confidatigli dal duca; a stento finalmente gli permise di ritornarsene a Milano: così narra il Corio . (1476) La fama della casa Sforza era giunta a segno che persino il soldano d'Egitto spedì al duca ambasciatori; e questi vennero a Milano nell'ottobre del 1476, accolti, alloggiati, regalati splendidamente dal duca. Il duca Carlo di Borgogna tentava d'impadronirsi della Savoia. Né alla Francia piaceva questo, né al duca Galeazzo; una bellicosa e potente nazione vicina non conveniva; e Galeazzo aveva di più per moglie Bona, principessa di Savoia. Il duca Galeazzo si collegò col re di Francia, indi spinse l'armata contro de' Borghignoni; e felicemente gli Sforzeschi fecero ritirare i nemici fino alle Alpi. Il rigido inverno non permise di portare più oltre l'impresa; onde il duca Galeazzo ridusse a quartiere i soldati, aspettando la primavera per ripigliare la guerra e discacciare affatto dall'usurpato paese i Borghignoni, e ritornarsene a Milano, ove di lì a poco morì.
Le circostanze della morte del duca Galeazzo Maria Sforza ci sono minutamente trasmesse dagli scrittori di quel tempo; e siccome sono feconde nelle loro conseguenze, io non le ometterò. Gli storici di quel tempo ci hanno lasciata memoria degli auguri sinistri pe' quali credettero presagita la sciagura di quel sovrano. Mentre il duca Galeazzo Maria trovavasi in Abbiategrasso, comparve una cometa, e questo è il primo infausto presagio. Il secondo fu che in Milano il fuoco prese nella stanza in cui egli soleva abitare. Ciò inteso, Galeazzo quasi più non voleva riveder Milano; pure vi s'incamminò, e mentre da Abbiategrasso cavalcava verso la città, tre corvi lentamente passarongli sul capo gracchiando, il che cagionogli tanto ribrezzo, che, poste le mani sull'arcione, rimase fermo; poi volle superarsi, e proseguendo venne a Milano. Così allora si pensava; e tali pusillanimità cadevano anche in uomini di coraggio militare, come era il duca. Conciossiaché l'uomo ardisce di affrontare un pericolo conosciuto, e cimentarsi contro altri uomini; ma contro potenze invisibili ed invulnerabili il sentimento delle proprie forze lo abbandona. Ai soli progressi della ragione siamo debitori noi viventi della superiorità nostra. Per lei siamo liberati da una inesauribile sorgente d'inquietudini; per lei finalmente sappiamo che la nebbia impenetrabile entro cui sta celato il nostro avvenire, è un benefizio della Divinità; e sappiamo per lei che la sommissione rispettosa ai decreti della provvidenza è il più saggio ed utile sentimento dell'uomo.
La vigilia di Natale, verso sera, il duca, secondo l'usanza, scese nella gran sala inferiore del castello, dove stava d'alloggio; ed a suono di trombe e con istupendissimo apparato vi scese colla duchessa Bona e co' suoi figli. I due fratelli del duca, Filippo ed Ottaviano, portarono il così detto zocco, e lo collocarono sul fuoco. Gli altri tre fratelli del duca erano assenti. Ascanio, in Roma; e Lodovico e Sforza, duca di Bari, erano rilegati da Galeazzo nella Francia. Così si soleva in que' tempi radunare la famiglia al Natale. Il giorno vegnente poi nuovamente radunossi con varii cortigiani, e il duca in circolo parlò della casa Sforza; e noverando i fratelli suoi, i cugini, i figli in numero di dieciotto, tutti di età fresca, osservò che per secoli non sarebbe finita. Pranzò in pubblico. Il giorno poi di santo Stefano dal castello s'incamminò a cavallo con tutto il corteggio per ascoltare la messa nella chiesa collegiata di detto santo, ove giunto, da tre nobili giovani venne con più pugnalate ucciso al momento. I congiurati furono Giovanni Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconti. I due primi erano cortigiani del duca. Giovanni Andrea finse di voler far largo al duca; ed avventandosegli pel primo, lo ferì nel ventre, e gl'immerse nuovamente il coltello nella gola. Frattanto Girolamo lo trafisse alla mammella sinistra, poi nella gola, indi nelle tempie. Carlo, nel tempo stesso, nella schiena, e nella spalla lo colpì con due ferite, pure mortali. Il duca appena poté esclamare: oh nostra donna! e cadde all'istante là nella chiesa. Così terminò la sua vita di duca Giovanni Galeazzo, il giorno 26 dicembre del 1476, dopo dieci anni di sovranità, all'età di trentadue anni. La serie di questa congiura è nota, e si è anche più conosciuta col dramma: la Congiura contro di Galeazzo Sforza; tragedia di sentimenti grandi, arditi, liberi; piena di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi; che ci rappresenta la tirannia co' suoi tratti odiosi, il fanatismo pericoloso, quando anche nasca da nobili principi; che interessa e sviluppa un'azione che è la sola della nostra storia posta sul teatro, e la presenta col costume de' tempi; tragedia che sgomenta le anime gracili, e scuote deliziosamente le energiche. La storia è adunque, che in Milano eravi un uomo d'ingegno, erudito, eloquente e di sentimenti arditi, che aveva nome Cola Montano: si dice ch'ei fosse Bolognese . Egli viveva col mestiere delle lettere, ed era un rinomato maestro, alla scuola di cui varii giovani nobili andavano per istruirsi. Taluno, assai versato negli aneddoti, mi asserì che questo Cola Montano fosse stato dileggiato dal duca Galeazzo Maria. Concordemente la storia c'insegna che Montano ne' suoi precetti sempre instillava nel cuore de' suoi nobili alunni l'odio contro la tirannia, la gloria delle azioni ardite, la immortalità che ottiene chi rompe i ferri alla patria, e la renda libera e felice. Egli animava gli alunni suoi a mostrare una virile fermezza, ad amare la vigorosa virtù, a cercar fama con fatti preclari. Poiché co' discorsi e cogli esempi della virtù romana ebbe trasfuso il fanatismo nelle vene bollenti degli scolari, egli coglieva l'occasione che il duca colla pompa accostumata passasse davanti la scuola; e trascegliendo i più ardenti ed audaci, mostrava loro un Tarquinio nel duca, ed una mandra di schiavi, buffoni effeminati ne' suoi magnifici cortigiani, veri sostegni della tirannia e pubblici nemici. Confrontavali co' Cartaginesi, co' Greci, co' Metelli, co' Scipioni romani. Giunti al grado del fervore al quale cercò di ridurli, collocò alcuni di essi al mestiere delle armi sotto Bartolomeo Coleoni, acciocché imparassero a conoscere i pericoli, ad affrontarli, a ravvisare le proprie loro forze . Condotta la trama al suo termine, finalmente furono trascelti quei che egli giudicò più adattati; e furono appunto Giovanni Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconti. Si pensò con un colpo ardito di liberare la patria, mostrando quando sarebbe facile l'impresa, purché i cittadini si ricordassero soltanto d'essere uomini. Avanti la statua di sant'Ambrogio venne congiurata la morte del tiranno Galeazzo Maria, usurpatore del trono, oppressore della libertà che pur godevasi ventisei anni prima, nimico della patria, impoverita colle enormi gabelle ed insultata col lusso di un principe malvagio. Così formossi segretamente la trama, che scoppiò prima che alcuno ne sospettasse. Giovanni Andrea Lampugnano, appena fatto il colpo, cadde poco lontano dal duca, ucciso da un domestico ducale. Girolamo Olgiato, che aveva ventitre anni, si sottrasse col favore della confusione, e ricoveratosi presso di un buon prete, aspettava di ascoltar per le vie della città gli applausi per l'ottenuta libertà, ed impaziente attendeva il momento per mostrarsi come liberatore della patria. Ma udendo invece gli urli e lo schiamazzo della plebe, che ignominiosamente strascinava per le strade il cadavere del Lampugnano, s'avvide troppo tardi dell'error suo, perdé ogni lusinga, e venne imprigionato. Dal processo che se gli fece, si seppe la trama. Non mi è noto qual fosse il fine di Cola Montano. L'Olgiato morì nelle mani del carnefice con sommo coraggio. Il ferro che colui adoperava, era poco tagliente; ma egli animò il carnefice, e lo s'intese pronunziare queste parole: stabit vetus memoria facti . Bruto, Cromwel, Olgiato hanno fatto a un dipresso la stessa azione. Il primo viene spacciato per un modello di virtù gentilesca: il secondo ha la celebrità di un atroce ambizioso: il terzo non ha nome nella storia. Le circostanze decidono della fama, singolarmente nelle azioni violente, le quali si biasimano, ovvero si lodano a misura del male, o del bene che produssero poi. Il Corio, che ci lasciò descritto il fatto, era testimonio di veduta; e come cameriere ducale, era nel seguito del suo sovrano, quando venne ucciso. Ei ci racconta i vizi del duca, anzi i suoi delitti. Galeazzo interpellò un povero prete che faceva l'astrologo, per sapere quanto tempo avrebbe regnato. Il prete diegli in riscontro ch'ei non sarebbe giunto all'anno undecimo. Galeazzo lo condannò a morir di fame. Egli per gelosia fece tagliar le mani a Pietro da Castello, calunniandolo come falsificatore di lettere. Egli fece inchiodare vivo entro di una cassa Pietro Drego, che così venne seppellito. Egli scherzava con un giovine veronese, suo favorito, e lo scherzo giunse a tale di farlo mutilare. Un contadino che aveva ucciso un lepre contro il divieto della caccia, venne costretto ad inghiottirlo crudo colla pelle, onde miseramente morì. Travaglino, barbiere del duca, soffrì quattro tratti di corda per di lui comando, e dopo continuò quel principe a farsi radere dal medesimo. Egli avea un orrendo piacere rimirando ne' sepolcri i cadaveri. Univa a tutte queste atrocità una sfrenata libidine, anzi una professione palese di scostumatezza, costringendo a prostituirsi anche a' suoi favoriti quelle che cedevano alle brame di lui. Avidissimo di smungere danaro ai sudditi, gli opprimeva colle gabelle, non mai bastanti alle profusioni del di lui fasto. Oltre la splendidissima corte, teneva il duca Galeazzo Maria duemila lance e quattromila fanti stabilmente al di lui soldo. Il Corio dice ch'egli amasse gli uomini probi e colti, e fosse sensibile alle belle arti: io non trovo che tali inclinazioni sieno combinabili colle antecedenti, e sicuramente nessun vestigio ne è rimasto del suo regno. Egli fu ben diverso dal buon Francesco di lui padre! I fratelli Baggi, Pusterla e del Maino avevano ucciso Giovanni Maria Visconti, duca di Milano, in San Gottardo, e vennero applauditi. Il destino del Lampugnano e dell'Olgiato fu opposto. Credo che la gloria del duca Francesco, la prudenza della duchessa Bianca Maria, l'eccesso del fasto di Galeazzo, e la memoria delle miserie sofferte nell'interregno della repubblica sieno state le cagioni della diversità. Sì l'uno che l'altro attentato furono commessi nella chiesa; come nella chiesa, anzi nel più sacro momento del rito, un anno dopo a Firenze Giuliano de' Medici ebbe il medesimo destino.
Di quei disordini così parla il Decembrio: - Interea Mediolanenses varie inter se fluctuabant. Quidam, victoria elati, Franciscum ad astra praecipuis laudibus ferebant; alii verbis dumtaxat libertatem praedicabant, verum impensè onus curamque detrectabant. Erant quibus servitus libertate potior videretur esse... Quibus autem vivendi cum principe consuetudo inerat, quo in numero vir insignis Petrus Pusterla et alii fuere, Franciscum, veluti Philippi filium et afflictis rebus succurrere potentem, magnopere laudabant. E contra, quibus mercatorum familiaritas et usus aderat, quorum minima pars fuit, Venetos, ut divinos quosdam homines, praeponendos dictitabant. Nihil in medium consulebatur; sed ut vulgo mos est, studia in contraria incerte scindebantur. Sic, confusis civium voluntatibus, plebs omnium ignorans, libertatis dumtaxat nomen sibi adsciverat, et nullo salubri consilio perducta, in optimum quemquam ferebatur, etc. - Rer. Italic. Script., tom. IX, column. 1040, cap. XXXV. Decemb. Vita Franc. Sfortiae.
Intanto i Milanesi variamente nei loro avvisi ondeggiavano. Alcuni, gonfi per la vittoria, con grandissime lodi Francesco agli astri sollevavano; altri con parole soltanto la libertà proclamavano, ma qualunque peso e cura avevano sommamente a schifo. Eranvi di quelli ai quali la servitù migliore sembrava della libertà... Coloro poi che consueti erano a vivere famigliarmente col principe, nel di cui numero erano l'insigne uomo Pietro Pusterla ed altri, Francesco grandemente esaltavano, siccome figliuolo di Filippo, ed il solo che soccorso prestare potesse in mezzo al disordine delle cose pubbliche. All'incontro coloro che famigliare consuetudine ed uso avevano coi mercadanti, i quali formavano la minima parte, andavano dicendo che i Veneti, come uomini in qualche modo divini, preferire dovevansi. Non si trattavano gli affari in adunato consiglio, ma come è costume del volgo, incerti i cittadini dividevansi in partiti gli uni agli altri contrari. Per tal modo, confuse essendo le volontà dei cittadini, la plebe, che tutto ignorava, il nome solo della libertà adottato aveva, e non guidata da alcun salutare consiglio, portavasi contro qualunque ottimo, ecc.
Novariam, Parmam, Dertonam, Alexandriam, aliasque urbes ditioni suae subdit. - Decembr. Vita Franc. Sfortiae, Rer. Ital., tom. XX, column. 1041, cap. XXXVI.
(Alla sua giurisdizione assoggettò Novara, Parma, Tortona, Alessandria ed altre città).
Il proclama è il seguente - (*) 1448 die XVI novembris - Li illustri signori capitanei et diffensori de la libertà de la illustre ed excelsa comunità di Milano. Considerate le summe et excelse virtute, probitate et magnanimitate et firma costantia d'animo, la experimentata et inconcussa fede et la longa experientia de le cose bellice et mestiero de arme, et lo braxado amore et admirabile devozione che porta et ha portato et demonstrato con admirabile opere et experientia infinite a questa illustre et excelsa comunità de Milano lo illustre et magnifico messere Carlo da Gonzaga cavallero et marchese etc. degnamente l'hanno constituto deputato, et electo capitano del popolo de questa illustre città, e de la libertate nostra gloriosa, acciocché possa provvedere et ordinare tutte quelle cose che siano a salute, tutela e conservazione del dicto populo et de la sancta libertà nostra. Il perché si ha facta publica crida per parte de li prefati signori capitani per notitia et mandamento a ciascheduno de quale grado, stato et conditione voglia se sia in la dicta città et borghi in li lochi consueti debia obedire a li commandamenti del prefato messere Carlo in tutte quelle cose che concernano il bene, l'honore, conservazione, tutela et augumento de la dicta comunità de Milano, et libertà, sotto pena pecuniaria et personale (a) usque ad ultimum suplitium inclusive, secondo si contiene ne la lettera del dicto capitaneo ad esso messere Carlo concessa per li prefati signori, (b) et ulterius, sotto pena all'arbitrio de li prefati signori capitanei a chi contrafarà a questa soa crida et intensione - (c) Joannes de Meltio prior - Raphael - Cridata ad scalas palatii et per loca solita civitatis per Bertolium de Forlivio trombettam, die Jovi 14 novembris, sono tubarum et pifferorum praemisso. Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 151 nell'archivio della città.
(*) 1448, il giorno XVI novembre.
(a) Fino all'ultimo supplizio inclusivamente.
(b)Ed ulteriormente.
(c) Giovanni di Melzo priore - Rafaele - Promulgataalle scale del palazzo, e per i soliti luoghi della città, da Bertolio da Forlì, trombetta, il giorno di giovedì 14 di novembre, premesso il suono delle trombe e dei pifferi.
In Milano le cose erano in cattivo stato. Non si può meglio conoscerle, che dalle carte autentiche di quei tempi; e tale è la lettera di Giovanni Teruffino ai signori Rafaele e Barnaba Adorni, genovesi, che ritrovasi nell'archivio di città - Codice C, fogl. 69. - Essa così dice: - (a) Magnifici Majores honorandissim.i, - Quamvis altro di nuovo non me occorra, tamen acciò non vi maravigliate che niente scriva, scrivarò poco da poi le altre lettere a voi scritte. Io non sono andato dalla excellentia del conte, tum peroché essa se lungo da qui, tum perla novitate de Francesco Piccinino occorse, ma avuto Maragnano, che spero con la gratia de Dio sera infra pochi dì, delibero di andare a la excellentia sua, tam per lo compromesso de Zenovesi ad Galeotto, quam per altro, e sono certo che la disposizione sua sia eadem. Io desidero che si manda ad executione lo facto de Bosco, secundo che altra volta ne dicesti. Li facti di Milano breviter hanno questa conditione. Frumento ghe pochissimo et hanno vetato quelli signori che pane di frumento non se venda, perciocché quello pocofrumento lo quale gli è restato voleno per li soldati, ma non gli può bastare per dexe; di segale e miglio hanno per tutto il mese che viene. Dapoi sette dì che FrancescoPiccinino e lo fratello andero a Milano non gli hanno dato dinari, eccetto che due mila ducati de molti promissi. Appropinquandosi apresso Milano la excellentia del conte come se bene, havuto Marliano, verosimile è che Milano non se tegnerà quindici dì per mancamento e de victuaglie, et de dinari, et de strame, e per infinita gente malcontenta. Dio governa la cosa in modo che questa nostra provincia habbia quiete. Bene valete - (b) Dat. Papiae, die XXVIII aprilis 1449. - Vester famulus Teruffinus - a tergo: Magnificis Majoribus honorandis Dominis Raphaeli et Barnabae Adornis et Petro Spinulae etc.
(a) Magnifici maggiori onorevolissimi.
(b) Dato in Pavia, il giorno XXVIII di aprile 1449. - Vostro servo Teruffino. Su la coperta: Ai magnifici maggiori onorevoli i signori Rafaele e Barnaba Adorni e Pietro Spinola, ecc.
Sei giorni prima che Milano accogliesse Francesco Sforza, Gaspare Vimercato uscissene dalla città con apparenza di volersi abboccare con Pandolfo Malatesta, comandante delle truppe di Venezia, e probabilmente concertò in vece la dedizione al conte. Il passaporto che gli si consegnò trovasi nel codice C, foglio 135 tergo, nell'archivio di città, e dice: - Per illustres dominos Capitaneos et defensores libertatis Illustris et Excelsae Comunitatis Mediolani concessa est licentia strenuo Gaspari de Vimercato exeundi hanc Civitatem cum famulis suis ad numerum usque octo, suisque valixiis, bulgis, rebus et bonis, et hoc tute, libere et impune, omnique reali et personali impedimento prorsus amoto, dummodo se non conferat ad partes hostiles, et vadat ad illustrem dominum Sigismundum Pandulphum de Malatestis Ariminensem ac illustrissimi dominii Venetorum etc. Capitaneum Generalem. Ambrosius Prior - Antonius, MCCCCL, dei XX februarii.
Dagli illustri signori capitani e difensori della libertà della illustre ed eccelsa comunità di Milano viene conceduta licenza al valoroso Gasparo di Vimercato di uscire da questa città con i suoi domestici fino al numero di otto, e con sue valigie, bolge, cose e beni, e questo sicuramente, liberamente ed impunemente, rimosso qualunque impedimento reale e personale, purché egli non si rechi alle parti dei nostri nemici, e vada dell'illustre signore Pandolfo dei Malatesta riminese, e capitano generale dell'illustrissimo dominio dei Veneti, ecc. Ambrogio Priore. - Antonio, MCCCCL, il dì X febbraio.
1449, die 27 mensis decembris. (1449, il dì 27 del mese di dicembre.) Al nome del Omnipotente et Eterno Dio et del gloriosissimo nostro patrone sancto Ambrosio deliberando li illustri signori capitanei et difensori della libertate che ciascuno quale metta la persona sua a pericolo per fare uno relevato servitio a tutta questa nostra patria, la quale è indegnamente afflicta da li nostri inimici, ne abbia merito e premio qual sia certo grande et honorevole, fanno noto a ciascuna persona di qualunque stato, grado et conditione se sia, che chi ammazzarà il perfido conte Francesco Sforza, overo ferirà mortalmente, guadagnarà ducati dece millia d'oro, e dece millia in possessione, quali instantemente gli serano numerati contanti, et dati; et se quella persona sera rebelle o bandezata sarà cavata de ribellione et de bando, et restituiti i soy beni, et havera li dicti premii, et se quella persona sera squadrero o conductero de gente d'arme o di majore conditione, ultra li dicti premii, gli sera dupplicata la conducta. Et sel serà soldato di menore conditione, ultra li dicti premii, gli sera dupplicata la conducta ut supra. Et appresso a questo se la cadesse alcuno mandare ad executione alcuni de li sopradicti partiti et per quello venisse ad esser morto, serano dati li dicti premii a suoi filioli o a suoi heredi indubitatamente, li quali seranno sempre ben veduti et ben tractati da questa prefata comunitate. Et sel fosse persona alcuna quale dubitasse de conseguire li dicti premii, o venga, o manda uno suo fidato secretamente da li prefati signori capitanei, gli sera facta tal chiarezza et segurezza chel sera ben certo e securo de conseguire li dicti premii, rimossa ogni minima dubitazione. - Petrus Prior - Cridata ad scalas palatii et super platea arenghi per Antonium de Arezio Tubetam, die sabbati 27 suprascripti mensis decembris, sono tubarum praemisso. (Pietro Priore. - Promulgata alle scale dei palazzo, e sopra la piazza dell'arringa da Antonio di Arezzo trombetta, il giorno di sabbato 27 del soprascritto mese di dicembre, premesso il suono delle trombe.) Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 121 archivio civico.
1450, die 23 februarii - (1450, il dì 23 febbraio.) Se in ogni tempo debbe cadauno voglia essere chiamato fidele e devoto cristiano guardarse da fare contro li comandamenti del nostro Signore Dio, molto più è necessario emendare la vita nel tempo della tribulazione et afflictione per impetrare gratia et misericordia da la divina bontà. Intendando aduncha li illustri signori capitanei et deffensori de la libertà nostra prohibire quanto sia possibile, etiam mediante le pene et punitione temporale, la disonestà et detestabile vita de quelli tengano femine e soa posta, et etiandio alcuni quali non temendo il juditio divino, presumano biastemare Dio e la sua gloriosa Madre et li suoi sancti e sancte, li quali duy gravissimi peccati grandemente et pubblicamente si commettono in questa città et in li borghi soi, non senza evidentissimo pericolo de provocare majore ira de Dio contra de noi tutti, denno fare crida et bando che niuno de qualuncha stato, grado, o conditione voglia se sia dal majore al più minimo ardisca ne presuma in questa città borghi et jurisdictione soa tenire in casa sua ne fora de casa femine o sia concubina a soa posta per qualuncha modo se sia, imo cadauno l'havesse o tenesse fra tri dì proximi li debbia avere cazate da se, et esse femine et concubine debiano levarsi et aut spazare la città, aut redurse in loco honesto et tale se intenda che facciano bona et correcta vita, sotto pena irremissibile de fiorini venticinque a cadun uomo quale sera trovato contrafare, tante volte da essere pagati, quante volte contrafarà, et a cadauna femina contrafaciente da essere scovata pubblicamente per tutta la città, e poi reducta al publico loco, o cazata fora de la città. Et similmente niuno, come è dicto, ardisca o presuma biastemare Dio, ne la sua gloriosissima Madre, ni etiandio sancto Ambrosio, nostro protectore et patrone, ni alcuno sancto o sancta sotto pena irremissibile, ultra le altre imposte altre volte, de fiorini vinti per cadauna volta a chi contrafarà, et a chi non potrà pagare o non pagarà la dicta pena infra tre dì sotto pena di sguasi tri di corda, vollero ancora et chiarisseno li prefati signori capitanei che cadauno non solo possa, ma etiandio debba accusare qualunque contrafarà li predicti duy casi; accusando, guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria, l'altro quarto sia delli poveri de Cristo et la mità sia della comunità, ma chi non accuserà, et sappia chi abbia contrafacto in tenire femine et biastemare come è dicto, cada in pena per cadauna volta de fiorini cinque et cadauno possa questi altri accusare et della pena si faccia come è dicto, di sopra. Ancora perché li prefati signori hanno ordinato et comandato che niuno debba zugare a zugo de dadi, tavole et cartexelle, ne lassare zugare in casa sua sotto la pena che contengono le cride fatte sopra di ciò; Adesso chiariscono et volleno che cadauno non solo possa, ma sia obbligato ad accusare qualunca contrafarà, ed accusando guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria et de li altri tri quarti se dispona et faccia come è dicto di sopra; ma non accusando et sappiando chi vi abbia contrafacto, cada in pena caduna volta del quarto quale devria guadagnare, et cadauno possa questi altri accusare et della pena se faccia ut supra - Ambrosius Prior - Marcolinus - Cridata ad scalas palatii et per loca solita civitatis per Matteum de Arezio tubetam, die lunae XXIII febbruarii suprascripti - (Ambrogio Priore - Marcolino - Promulgataalle scale del palazzo, e per i luoghi soliti della città da Matteo di Arezzo trombetta, il giorno di lunedì XXIII di febbraio soprascritto.) Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 136 archivio civico.
Le cose dei Milanesi cominciarono ad andare al peggio. Perciocché privi di duci, discordi essendo tra di loro i cittadini, giornalmente ripullulavano consigli peggiori dei primi. Non potevano le pubbliche gravezze dal popolo convenevolmente governarsi; non potevano i ricchi sostenere i pesi; non poteva alcuno eseguire i comandi: ma come una flotta dispersa dalla procella, qua e là la plebe era portata dalle onde accavallate. Se alcun raggio di speranza splendeva tuttora nei soldati che rimanevano, turbato era dall'ambizione di Carlo Gonzaga, il quale al dominio del popolo ingiustamente aspirando, tutte le cose con lungo sospettare intralciava. Per la qual cosa tutto era squallido per il timore e per la disperazione. Inoltre le congiure da alcuni tramate maggiore angustia ai singoli cagionata avevano. Conciossiaché presi furono ed al supplizio condotti molti nobilissimi cittadini. Ma né pure colla morte loro raddolcire potevasi l'atrocità della sciagura... I buoni inoltre, privati degli uffizi, incapaci a recare giovamento a se stessi e agli altri, languivano nel silenzio; la plebe poi, situata tra la speranza ed il timore, il peso tollerava, esultando per il nome solo di dominio. Vita Franc. Sfortiae, cap. XXXVII, Rer. Ital., tom. XX, col. 1041.
Nel fabbricar la casa de' signori Delfinoni vicino alla colonna di porta Nuova scavossi nel 1774 un sasso, su cui leggesi: Franciscus Sfortia Vicecomes, dux, et animo invictus et corpore, anno MCCCCL ad IIII Calend. Martias hora XX dominio urbis Mediolani potitus.
Francesco Sforza Visconti, duca, invitto d'animo e di corpo, l'anno MCCCCL il giorno IV avanti la calende di marzo all'ora vigesima s'impadronì del dominio di Milano.
Osservando come tutti i solenni ingressi e dei duchi e dei governatori e degli arcivescovi si fecero sempre dalla porta Ticinese, mi sembra probabile che quest'usanza discenda sino dai tempi de' Longobardi, quando Pavia fu la capitale e la città regia; e forse l'arcivescovo, dopo d'essere stato riconosciuto dal sovrano o suo luogotenente in Pavia, di là spiccavasi per la pubblica cerimonia. Quando s'assoggettò la chiesa milanese a Roma, e l'elezione e consacrazione si trasferirono in Roma, tutto cambiossi, fuori che questa avvertenza non s'ebbe di farlo entrare per la porta Romana.
Histoire de François I, roi de France, dit le grand roi et le père des lettres. Par M. Gaillard de l'Accadémie des Inscriptions et Belles Lettres. - A Paris, chez Saillant et Nyon, tome I, page 105.
Alloggiarono nel palazzo altre volte del conte Carmagnola, ora detto il Broletto in cui si radunano i corpi municipali.
Rivolto essendosi quindi all'ornato pubblico della città, e con arena e mattoni riparate avendo le strade, volle con somma magnificenza che dai fondamenti si erigesse il castello della porta di Giove, atterrato da prima per popolare tumulto. La corte altresì dei primi duchi, già cadente per vecchiezza, non solo ristabilì, ma ampliò ed arricchì di ornamenti. Comandò ancora che, scavandosi il terreno, dall'Adda si derivasse per venti miglia un acquedotto, per mezzo del quale i campi vicini fossero irrigati, e al popolo non mancassero le derrate necessarie. Decembrius, Vita Franc. Sfortiae, cap. XL, Rer. Ital., tom. XX, col. 1046.
Veggasi il Benaglio, Relazione istorica del magistrato, che riferisce il decreto del duca Francesco, che è il seguente: - (a) Franciscus Sfortia Vicecomes, dux Mediolani etc. Papiae Angleriaeque comes ac Cremonae dominus. Cum pro beneplacitis nostris et subditorum nostrorum comoditate fieri debere ordinaverimus Navigium discensarum ex Abdua ad hanc inclitam Civitatem nostram Mediolani, deputaverimusque nobilem virum Ruffinum de Prioris, aulicum nostrum praeclarissimum Commissarium, qui cum avisamentis ac partecipatione Bertolae de Novate, dilecti nostri Mediolani, habeat omnia expedire ed expediri facere quod ad dicti Navigii perfectionem attineat, eligendum duximus. Indi destina un tesoriere separato per quest'opera, a cui dalla ducal Camera debbasi sborsare illimitatamente qualunque somma, (b) Dat. Mediolani, die primo juli 1457. Veggasi pure il Settala, Relazione sul navilio della Martesana, ediz. del 1603, p. 59.
(a) Francesco Sforza Visconti, duca di Milano. ecc. conte di Pavia e di Angera, e signore di Cremona. Siccome per il nostro buon piacere e per il comodo dei nostri sudditi avevamo ordinato che si dovesse fare un naviglio che discendesse dall'Adda fino a quest'inclita città nostra di Milano, ed avevamo deputato il nobile Ruffino dei Priori, nostro illustrissimo commissario di corte, che, col consiglio e colla partecipazione di Bertola di Novate, diletto nostro cittadino milanese, debba spedire e fare spedire tutto quello che appartiene alla perfezione del detto naviglio, abbiamo giudicato di dover eleggere ecc.
(b) Dato in Milano, il dì primo di luglio 1457.
Così Paolo Frisi, nel secondo tomo delle sue opere stampato in Milano dal Galeazzi 1783, p. 465. L'immatura perdita che abbiamo fatto di quest'illustre nostro concittadino, mentre era nel pieno vigore della sua mente, ha privato noi e i posteri di maggiori ammaestramenti ch'egli ci avrebbe lasciati. Cessò di vivere il giorno 22 novembre 1784 per una cancrena procuratagli da un taglio, al quale sconsigliatamente venne sottoposto. Morì colla tranquillità d'un'anima virtuosa, e presentò all'avversa fortuna, come in vita così in morte, una virile costanza. L'uomo e l'autore in lui furono allo stesso livello. Il chiarissimo autore fece erigere a sua spese all'illustre matematico e filosofo Frisi, suo amico, un elegante monumento in marmo carrarese con iscrizione latina, nella chiesa di Sant'Alessandro de' cherici Reg. di San Paolo di questa nostra città; valendosi a questo effetto dell'opera del celebre scultore Franchi.
(Nota di A. F. Frisi).
Tutto ciò più esattamente può leggersi nell'opera del citato Frisi, libro terzo, capo terzo de' canali navigabili.
Nei registri civici delle lettere ducali del secolo XV, foglio 223, leggesi la concessione fatta dal ducal magistrato il 10 decembre 1471 di una bocca d'acqua del naviglio della Martesana da estraersi vicino al Redefosso, in beneficio dell'Ospedal grande e dei consorti Ghiringhelli, Bossi e Rebecchi, essendo commissario del naviglio l'ingegnere Pietro da Faino del Malpaga. Altre concessioni poi si trovano nei libri dell'ufficio Panigarola, Registro F., foglio 265. Vedesi accordata di più l'acqua al convento de' frati di Santa Maria degli Angioli, l'anno 1468, per ducal concessione. Il che mostra come sin d'allora entrasse l'acqua del Naviglio in Milano. Nell'ufficio degli statuti Panigarola trovasi pure il decreto di Bianca Maria, vedova duchessa e tutrice del duca Gio. Galeazzo, fatto li 11 settembre 1467, che invita ad acquistare dalla ducal camera l'acqua del naviglio della Martesana.
Simonetta, nella vita di Francesco Sforza, lib. XXXI. Rer. Ital. tom. XXI, col. 778 così dice: Ea autem utebatur ingenii acrimonia, ac gravitate, prudentia, atque consilio, ut nihil neque in bellicis neque in urbanis rebus iniret umquam quod minus fuisset diligentissime antea metitus, omnemque prospexisset eventum, et quod decreverat innata quadam animi magnitudine et incredibili celeritate conficiebat. Mirum dictu est quam abstineret illecebris, humanisque voluptatibus, atque cupiditatibus: et quod rarissimum in aliis invenies, cum neque in rebus adversis, si qua iniquitate fortunae acciderant, deprimebatur animo, ita ne in secundis quidem efferebatur. Quin potius, sicuti in adversis non frangebatur, ita etiam in prospera fortuna modestissimus semper fuit; et alios ab omni contumelia injuriaque continebat. Et ne id quidem mirum, cum omnibus de se praestaret exemplum, qui cum maxime vinceret, ultione non utebatur.
Era poi dotato di tale penetrazione d'ingegno, di tale gravità, prudenza e avvedutezza, che nulla intraprendeva giammai nelle cose tanto militari, quanto civili, che diligentissimamente, benché fosse piccola cosa, non avesse da prima considerato, e tutto ne avesse pronosticato l'evento; quelle cose poi che determinato erasi di fare, compieva con una certa innata grandezza d'animo e con incredibile celerità. Mirabile è a dirsi, quanto lontano si tenesse dalle seduzioni e dalle umane voluttà e cupidigie, e quello che rarissimo troverassi in altri, siccome nelle avversità, se mai alcuna per iniquità di sorte ne incontrava, non perdevasi di spirito, così né pure nelle prospere punto non insuperbivasi. Che anzi, siccome nelle cose avverse non si avviliva, così ancora nella prospera fortuna fu sempre modestissimo, e gli altri tratteneva da qualunque ingiuria o contumelia. Né questo invero è strano, mentre a tutti egli stesso porgeva l'esempio, e avendo questo grandissima forza, d'uopo non era che facesse uso di gastighi.
Ma oserei certamente affermare che, dopo Giulio Cesare nissun uomo troverassi avere avuto l'Italia, che a buon diritto si potesse col solo Francesco Sforza paragonare. Il quale per verità, vinto avendo sempre, né mai essendo stato vinto, finì i suoi giorni in modo che a tutti non meno lasciò un vivo desiderio, che un retaggio di lagrime. Rer, Italic. Script., tom. XXI, col. 779.
Francisci Cicerei Epistolar., vol. II, p. 174, Mediol. 1782, stampa dell'Imp. Monast. di Sant'Ambrogio.
Gli scrittori oltramontani conservano una memoria favorevole del re Mattia I. È da essi risguardato come un principe generoso, guerriero, politico, religioso, amico delle belle arti, uomo colto; ed a lui si attribuisce la biblioteca di Buda, corredata de' migliori libri greci e latini. Il Corio però narra avvenimenti accaduti ai suoi tempi e pubblici.
Di questo Cola Montano si trova nell'archivio pubblico un contratto ch'ei fece l'anno 1473 il 6 d'agosto, rogato dal notaro Antonio Zunico. Il contratto è con uno stampatore tedesco di Ratisbona chiamato Cristoforo, ed ha per oggetto una società per istampare. Si vede che Cola Montano era figlio di Giacomo, ed abitava sotto la parrocchia di San Rafaello; ma non si dice che fosse Bolognese.
Il merito principale nell'aver conservata la città tranquilla in mezzo a tale scossa improvvisa, l'ebbe Francesco Simonetta, che si chiamava Cicho Simonetta. Egli era stato il primo ministro e l'amico del duca Francesco; uomo di Stato e di molta virtù, e tale che, allorché Gaspare Vimercato, a cui Francesco in parte doveva e Milano e Genova, ardì parlargliene svantaggiosamente, il duca freddamente risposegli: essere tanto necessario a lui ed allo Stato Cicho, che s'ei morisse, ne avrebbe fatto fabbricare uno di cera. La vedova duchessa Bona lasciò che Cicho disponesse ogni cosa. Egli si servì del conte Giovanni Borromeo per tenere in calma la città. Il Borromeo possedeva la fiducia di ognuno, e il Corio dice che questo perhumanissimo conte era tanto abituato alla buona fede, che il pretendere da lui cosa alcuna contro la ragione, o contro la virtù, sarebbe stato lo stesso che volere strappare dalle mani d'Ercole la clava, suo malgrado. Fu tumulato Galeazzo Maria coll'ordinaria pompa ducale. La vedova lo fe' vestire col manto d'oro; e fece chiudere nel sarcofago tre preziose gemme. Il figlio primogenito Giovanni Galeazzo venne proclamato duca, sebbene in età di sei anni. Simonetta abolì tutte le gabelle imposte recentemente. Confermò gli stipendiati. Fece compra di grano, e ne fece largizioni alla plebe, che penuriava; e ciò sotto nome della duchessa Bona, dichiarata tutrice del nuovo duca. Simonetta reggeva tutto come segretario di Stato.
V'erano due supremi consigli. Quello di Stato si radunava nel castello avanti il sovrano o la tutrice; quello di giustizia si radunava nella corte ducale di Milano. Lodovico e Sforza, fratelli del defunto duca, immediatamente dalla Francia, ove tenevali rilegati il fratello Galeazzo, volarono a Milano; lusingandosi, come zii del duca, di prendere le redini del comando. Simonetta li destinò con onore a presedere al consiglio supremo di giustizia. Fremevano vedendosi così delusi; ma il marchese di Mantova e il legato pontificio, venuti per ufficio alla corte di Milano, tentarono di calmare i loro animi; e restò concluso che si pagassero ogni anno dodicimila e cinquecento ducati a ciascuno degli zii del duca, e che si assegnasse a ciascuno un palazzo in Milano, e così uscissero dal castello. I fratelli del duca Galeazzo, zii del vivente, erano cinque, cioè Sforza, Filippo, Lodovico, Ascanio e Ottaviano.
(1477). Genova si ribellò. Dodicimila uomini vennero spediti per sottometterla. Se ne confidò il comando a Lodovico ed Ottaviano, fors'anco per allontanarli. L'impresa riuscì bene, poiché, malgrado la vigorosa resistenza de' Genovesi, gli Sforzeschi se ne impadronirono; e il giorno 9 di maggio 1477 resero i Genovesi nuovamente omaggio al duca . Ritornarono a Milano Lodovico ed Ottaviano colla benemerenza di tale vittoria. Simonetta teneva l'occhio sopra di essi. Venne imprigionato un confidente di questi due principi, da cui seppe le trame che ordivano contro lo Stato. I due fratelli pretesero che il loro confidente venisse liberato; e ciò non ottenendo, posero mano alle armi, e sollevarono più di seimila persone in Milano. La duchessa e Simonetta stavasene nel castello; e in esso, dalla parte esterna, fecero entrare tutte le genti d'armi vicino a Milano, il che bastò per far deporre le spade. Ottaviano non volle fidarsi del promesso perdono, e se ne fuggì; e, giunto a Spino, vicino a Lodi, temendo di essere arrestato, si avventurò a passar l'Adda, e vi si affogò cadendo da cavallo, il che avvenne l'anno 1477. Egli aveva 18 anni; il di lui cadavere si ritrovò poi, e venne tumulato in Duomo. Simonetta fece formare un processo della sedizione, e risultò che gli zii del duca avevano tramato di togliergli lo Stato. Indi vennero relegati, Sforza, duca di Bari, nel regno di Napoli, Lodovico a Pisa, ed Ascanio a Perugia.
Sforza, trovandosi nel regno di Napoli, mosse il re Ferdinando in favor suo e de' fratelli; e naturalmente la principessa Ippolita, sorella de' relegati, vi avrà contribuito. Il re Ferdinando di Napoli animò i Genovesi a sottrarsi e prendere il partito degli esuli fratelli; animò gli Svizzeri a fare delle incursioni nel Milanese; Sforza duca di Bari, malgrado la relegazione, da Napoli passò nel Genovesato, ed ivi morì. (1479) Il ducato di Bari dal re di Napoli venne infeudato a Lodovico Sforza, detto il Moro, il quale con ottomila combattenti da Genova s'innoltrò nel Milanese, ed occuponne tutta la porzione sino al Po. Ciò accadde l'anno 1479. Lodovico però faceva dovunque gridare: viva il duca Giovanni Galeazzo, e protestava di aver mosse le armi in soccorso del nipote per liberarlo dalla tirannia del Simonetta e da' cattivi consiglieri. Il duca era fanciullo di dieci anni. La duchessa Bona era una bella principessa, e non per anco avea passata l'età della debolezza, ed era più donna che sovrana. Eravi alla corte certo Antonio Trassino, ferrarese, uomo di bassi natali, e stipendiato come scalco; giovane però di ornata ed elegante figura, al quale la duchessa senza riserva confidava tutto ciò che si faceva dal Simonetta e nel consiglio. Il Simonetta, sendosene avveduto, trascurava quell'indegno favorito; ma non osava di più. Trassino, che si vedeva rispettato da ognuno e dal solo Simonetta disprezzato, lo abborriva. Questo Trassino fu il mezzo per cui Lodovico segretamente si riconciliò colla duchessa. Improvvisamente Lodovico staccossi dal suo esercito, e comparve nel castello di Milano il giorno 7 di settembre 1479; il che sorprese il Simonetta. La duchessa e il duca lo accolsero come un cognato ed uno zio amico, e venne alloggiato nel castello. Cicho Simonetta venne accolto da Lodovico con apparente amicizia e stima, come un vecchio ministro benemerito; ma egli non si lasciò ingannare, e nel momento in cui poté abboccarsi colla duchessa, le disse: Signora, io perderò la testa, e voi lo Stato. (1480) E in fatti, il giorno 30 di ottobre del 1480, a Pavia, gli venne troncata la testa all'età di settant'anni; al quale destino, sebbene ingiusto, si piegò colla costanza e magnanimità che doveva coronare la virtuosa di lui vita. Cicho era fratello di Giovanni Simonetta, autore della storia sforzesca. E in vita e in morte Cicho si mostrò degno di essere stato l'amico di Francesco Sforza. Si fecero allora i quattro versi seguenti:
Dum fidus servare volo patriamque ducemque,
Multorum insidiis proditus, interii.
Ille sed immensa celebrari laude meretur,
Qui mavult vita, quam caruisse fide .
Come poi venisse abbandonato a così indegno destino un ministro tanto illibato ed illustre, ce lo dice il Corio; cioè per la fazione de' nemici, i quali giunsero a prendere le armi contra lo stesso Lodovico, avendo alla testa Federico marchese di Mantova, Guglielmo marchese di Monferrato, Giovanni Bentivoglio ed altri illustri personaggi, i quali obbligarono Lodovico a far imprigionare il Simonetta, che, malgrado la protezione e gli uffici di altri principi, venne abbandonato alla vendetta de' nemici che gli avea conciliati la passata fortuna, e fors'anco la stessa sua virtù.
Poco tardò a verificarsi il rimanente del vaticinio del Simonetta. (1481) Il favorito della duchessa Trassino, accecato, siccome avviene alle anime basse, dalla prospera fortuna, mancando ai riguardi ch'egli doveva verso Lodovico, venne scacciato nel 1481, e portò seco a Venezia un tesoro di gioie e di denaro. La duchessa si avvilì talmente, che rinunziò a Lodovico la tutela con un atto solenne , sperando con ciò di rimaner libera, ed uscendo dallo Stato rivedere il favorito: ma il primo uso che Lodovico fece del potere confidatogli, fu d'impedirle l'uscita dallo Stato, e ad Abbiategrasso venne arrestata. Così Antonio Trassino, senza saperlo, fu quegli per cui la casa Sforza poi perdette lo Stato, i Francesi occuparono il ducato, gl'Imperiali gli scacciarono; e si formò un nuovo ordine di cose per tutta l'Italia, come in appresso vedremo. Le debolezze di una donna, e la bella figura di uno scalco fecero maggior rivoluzione nel destino d'Italia, di quello che non avrebbe fatto un gran monarca od un conquistatore.
(1482) L'Italia si pose in armi l'anno 1482, e per due anni ne sopportò i mali. Il re di Napoli Ferdinando e i Fiorentini erano collegati cogli Spagnuoli. I Veneziani, il papa e i Genovesi erano riuniti nel contrario partito. Il papa abbandonò poscia i Veneziani e si unì agli Sforzeschi. Non nuoce punto l'ignoranza di questi minuti avvenimenti guerreschi; anzi la scienza di essi è atta soltanto a caricare confusamente la memoria, a scapito degli avvenimenti degni della nostra attenzione. V'era in Milano un partito contrario a Lodovico il Moro; alcuni per compassione della duchessa Bona, altri per avversione al carattere ambizioso di Lodovico, altri per vendicare le ceneri del virtuoso Simonetta, altri in fine per la naturale lusinga di viver meglio. (1485) Venne cospirato di togliere dal mondo Lodovico Sforza; e fu concertato che il giorno 7 di dicembre l'anno 1485, venendo egli, secondo il costume, alla chiesa di Sant'Ambrogio, quivi fosse trucidato. Il colpo andò a vuoto; atteso ch'egli vi fu bensì, ma entrovvi per una porta alla quale non eranvi le insidie. Se ciò non accadeva, egli spirava trafitto come il fratello, come il duca Giovanni Maria, come Giuliano, fratello di Lorenzo de' Medici. Non credo che i Gentili abusassero a tal segno de' sacri templi.
(1489) Il duca di Bari Lodovico il Moro, poiché Giovanni Galeazzo, suo nipote, duca di Milano, giunse all'età di venti anni nel 1489, pensò di accompagnarlo colla principessa Isabella di Aragona, a cui era già stato promesso dal defunto duca. Ermes Sforza e il conte Gian Francesco Sanseverino furono destinati ambasciatori alla corte di Napoli per tal solenne inchiesta. Il Calco ce ne rappresenta la pompa. Erano questi accompagnati da trentasei giovani nobili milanesi. Fra essi vi fu una gara meravigliosa nel cambiare vestiti magnifici; chi dieci, chi dodici e chi sedici domestici conduceva seco, nobilmente vestiti di seta, con gemme e perle all'armilla del braccio sinistro. L'usanza di queste armille, ossia braccialetti gemmati, costava assai; poiché i padroni ne avevano al loro braccio del valore di settemila fiorini d'oro, ossia zecchini. Il Calco dice che veramente sembravano tanti sovrani, e portavano collane pesantissime d'oro della grossezza di un pollice. Questa comitiva giunse a Napoli, ed era composta di circa quattrocento persone. Tutto ciò che mostra il costume dei rispettivi tempi, debbe aver luogo nella storia . Perciò riferirò il magnifico pranzo che si presentò in Tortona alla sposa, a guisa di un'accademia poetica. Ogni piatto era presentato da una persona vestita poeticamente, e l'abito era relativo alla cosa che presentava. Giasone compariva portando il vello d'oro rapito in Colco. Febo offeriva il vitello rapito dalla mandra di Admeto. Diana poneva sulla mensa Atteone trasformato in cervo; e come la Dea avea cambiato un uomo in un animale, augurava che questi si trasformasse in uomo nel seno d'Isabella. Orfeo presentò diversi uccelli, ch'ei diceva essergli volati intorno per l'armonia della sua cetra or ora, mentre sull'Appennino cantava le divine sue nozze. Atalanta portava il cinghiale caledonio, da tanti secoli custodito, offrendo volentieri a sì illustre principessa quel trionfo, riportato in faccia di tutta la gioventù della Grecia. Iride venne poi offrendo un pavone tolto dal carro di Giunone, e rammentò il destino di Argo. Ebe, figlia di Giove e ministra di nettare ed ambrosia tolta dalla cena de' Numi, porse i vini più pregiati. Apicio dagli Elisii portò i raffinamenti del gusto, formati di zucchero. I pastori d'Arcadia presentarono varie cose di latte, giuncate, ricotte, caci, ecc. Vertunno e Pomona posero sulla mensa frutti rarissimi, perché era inverno. Poi le Najadi, Dee dei fonti, portarono pesci. Glauco portò frutti e pesci marini. Il Po, l'Adda, Silvano offerirono i pesci de' fiumi e laghi maggiori. Terminata la mensa, proseguì uno spettacolo composto degli attori medesimi, allusivo alle nozze. I costumi erano allora, come si scorge, ingentiliti e quasi troppo ricercati e rimoti dalla natura. Però si conosce che generalmente doveva essere colta la nobiltà del paese, e sapere la favola e gustare la poesia. La maggior parte di questi personaggi presentò le vivande cantando versi appropriati. Ciò hassi dal Calco. La sposa da Vigevano venne al castello di Abbiategrasso; d'onde sul canale detto Naviglio grande passò a Milano il giorno primo di febbraio del 1489, accompagnata dalla duchessa Bona, dal duca di Bari Lodovico, da don Fernando d'Este e da molti altri signori e matrone della più illustre nascita, e dagli oratori di quasi tutt'i principi d'Italia. Il giorno 2 febbraio uscirono gli sposi dal castello in abito bianco; ed alle staffe eranvi il conte Giovanni Borromeo e Gianfrancesco Pallavicino, primari vassalli. Lodovico il Moro cavalcava in seguito alla testa dei principali ministri. Le vie erano tutte coperte dal castello al Duomo di parati magnifici. Così celebraronsi le nozze del sesto duca Giovanni Galeazzo Sforza. Queste nozze ci fanno dubitare che allora forse Lodovico non avesse in mente il progetto di usurparsi il ducato di Milano.
Lodovico reggeva lo Stato come governatore a nome del duca, e nelle monete eravi da una parte l'immagine del duca: Johannes Galeaz Maria Sfortia Vicecomes Dux Mediolani Sextus, e dall'altra l'immagine di Lodovico colla leggenda: Ludovico Patruo gubernante. Ma questo governatore sotto varii pretesti rimosse dalle fortezze i castellani affezionati del duca, e sostituì uomini interamente dipendenti da esso Lodovico. (1491) Poi pensò ad ammogliarsi; e l'anno 1491, al 31 gennaio, condusse a Milano la sua sposa la principessa Beatrice d'Este. Ella aveva diecisette anni, Lodovico contava il quarantesimo . Si fecero pompe grandissime per queste nozze, e il Calco le descrive. Allora l'abito de' dottori collegiati era più allegro di quello che ora lo sia; purpureis vel coccineis togis fulgentes comparvero in quelle feste; e gli abiti delle matrone erano falcatis infra ubera pectoribus, ac pallio, ritu gabino, dextro ab humero lævum in latus subducto . Avevano le matrone un lungo strascico, ed era pomposo, elegante e grave il loro vestito, in guisa che ballavano con graziosa lentezza: modice et venuste , dice il Calco. Per questi sponsali si fecero pure magnifiche giostre; et il pretio de sì illustrata giostra per egregia virtute hebbe Galeazo Sanseverino e Giberto Borromeo.
Poste a convivere insieme le due principesse, cioè la duchessa Isabella e la principessa Beatrice duchessa di Bari, nacquero de' dissapori. Isabella, come moglie del duca regnante, pretendeva d'essere sola sovrana; e che Beatrice fosse considerata suddita. Isabella era figlia di un re. Beatrice, moglie del tutore del duca, considerava la duchessa come la pupilla. L'avo d'Isabella era Ferdinando, nato da illegittima unione. Le meschine vicende della casa di Aragona nel regno di Napoli erano argomenti di cronologia contraposti all'illustre sangue estense . (1492) Il fatto di tai domestici partiti fu che Lodovico il Moro si rese padrone dell'erario, e passò a disporre il tutto da sé. Promuoveva alle cariche, faceva le grazie, appena lasciava al nipote il nome di duca. Il duca Giovanni Galeazzo e la duchessa Isabella scarsamente erano alimentati e penuriavano di ogni cosa, sebbene fosse già stata feconda la duchessa d'un bambino, nato in febbraio 1491. Posta in tale angustia la Isabella, trovò modo di renderne informato Alfonso, di lei padre. Il re di Napoli spedì a Lodovico il Moro i suoi oratori, i quali, con somme lodi innalzando quanto come tutore aveva fatto, conclusero chiedendogli che abbandonasse il governo dello Stato al duca Giovanni Galeazzo, che già contava il vigesimoterzo anno dell'età sua. Lodovico trattò con onorificenza gli oratori del re Ferdinando, avo della duchessa: ma sul proposito di rinunziare al governo non die' risposta alcuna.
(1493) Dopo di ciò Lodovico il Moro attentamente osservava i movimenti del re di Napoli. Seppe che si allestiva un'armata contro di lui, e si preparava una flotta a cui doveva comandare Alfonso, padre della duchessa, principe valoroso e prudente. A un tal nembo avrebbe potuto resistere Lodovico colle forze proprie, se avesse potuto fidarsi de' sudditi che governava. In ogni governo vi è sempre un buon numero di malcontenti, essendo le voglie de' popoli sempre maggiori del potere sovrano; e questi malcontenti avrebbero abbracciato il partito del loro sovrano, l'oppresso duca Giovanni Galeazzo, di cui la condizione moveva a pietà, sì tosto che si fosse avvicinata un'armata a sostenerlo. Conveniva suscitare un potente nemico all'Aragonese re di Napoli, e distoglierlo così dal pensiero degli Stati altrui, per difendere il proprio. Carlo VIII, re cristianissimo, era nel bollore dell'età; aveva ventiquattro anni; amava le imprese grandi; era capace di riscaldarsi l'animo. Lodovico, che avea vissuto alcuni anni nella Francia e conosceva la nazione, formò il progetto di far prendere le armi al re Carlo, per ricuperare il regno di Napoli. Spedigli come ambasciatore Carlo Barbiano, conte di Belgioioso, il quale lo animò a scacciare da Napoli gli usurpatori aragonesi, e rivendicando le ragioni della casa di Angiò, unire quel regno alla corona di Francia. Il re aveva già in mente di frenare i Turchi, che minacciavano la cristianità: e nessun paese era a ciò più vantaggioso, quanto il napoletano. Oltre a ciò si rappresentò al re Carlo, che il denaro di Lodovico, le sue milizie erano agli ordini suoi; i desiderii de' Napoletani erano per lui; i principi d'Italia, il papa, i Fiorentini, i Veneziani, tutti avrebbero favorita l'impresa. Così offerivasi a Carlo VIII di rinnovare nell'Italia la memoria di Carlo Magno. Già i Turchi minacciavano la Dalmazia e l'Ungheria. La gloria di salvare i regni cristiani era riserbata al primogenito fra i cristiani, il re di Francia. In tal guisa il conte di Belgioioso destramente persuase il re. Vinse colle maniere accorte e col denaro di Lodovico alcuni primari favoriti. L'impresa venne decisa, e il re, convocati gli Stati a Tours, pubblicò la guerra pel regno di Napoli; ed ivi anticipatamente distribuì i feudi di quel regno, e si appropriò il titolo di re di Gerusalemme e di Sicilia, oltre quello di re di Francia. Alcuni ministri francesi, per comandare più liberamente colla lontananza del re, applaudirono. Vi era chi conosceva non essere facile l'impresa; essere il re Ferdinando avveduto; essere valoroso Alfonso di lui figlio; aver essi il fiore della milizia al loro stipendio; essere tuttora dubbioso qual partito prenderebbero il papa, i Fiorentini e i Veneziani; doversi temere l'imperatore Massimiliano e il re di Spagna Ferdinando, pronti forse ad invadere la Francia, se ella rimaneva sprovveduta.
Lodovico si adoperò per togliere le dissensioni fra Massimiliano imperatore e Carlo VIII. Senza di ciò poteva il re cristianissimo venir costretto a retrocedere per difendere la Francia. Massimiliano era animato contro il re Carlo, che gli aveva ripudiata la figlia, e tolta la sposa ed una provincia. Lodovico cominciò a dar timore a Massimiliano, che Carlo VIII in Roma non si facesse incoronar dal papa imperatore; giacché quell'augusto non per anco avea fatta cotesta cerimonia. Indusse il re Carlo ad usare tutti gli ossequi all'imperatore. Finalmente Lodovico coll'imperator Massimiliano concluse di dargli in moglie la principessa Bianca Maria di lui nipote, figlia del duca Galeazzo. Concertò coll'imperatore di essere egli dichiarato duca di Milano; e quattrocentomila fiorini d'oro, ossia zecchini, vennero pagati all'imperatore. Le nozze della Bianca Maria seguirono nel Duomo di Milano il giorno l° dicembre 1493, avendo qua spediti i suoi procuratori Massimiliano. Così Lodovico liberò il re Carlo dal timore di una sorpresa de' Cesarei. Colla Spagna pure seguì l'accordo; per cui si cedettero a Ferdinando ed Isabella Perpignano e Roncilione. Assicuratosi per tal modo Carlo VIII la quiete interna, si dispose a passar le Alpi. Lodovico il Moro era un usurpatore, ma lo era grandiosamente. Egli si era sottratto alla morale, ed erasi scelta per giudice quella funesta ragion di Stato, che suol preferire i misfatti illustri alla oscura virtù. Arbitro fra l'imperatore e il re di Francia, dà una nipote per moglie al primo; fa passare il re nell'Italia. La scena ch'ei rappresentò sul teatro di Europa, è da monarca assai superiore alla condizione di un semplice duca di Milano. Poiché il re Ferdinando di Napoli vide il fulmine che stavagli imminente, spedì a Lodovico il Moro Camillo Pandone, pregandolo acciocché volesse allontanare il re Carlo dalla impresa, e promettendogli di essere pronto dal canto suo a guarentire a Lodovico tutto quello che più gli fosse piaciuto pel Milanese. Il conte Carlo di Belgioioso da Parigi volò in cinque soli giorni nella Lombardia ; ed a nome del re di Francia venne a proporre a Lodovico una perpetua confederazione, offerendogli anche il principato di Tàranto. Ma il saggio conte, da ministro fedele, cercò di sconsigliare Lodovico, mostrandogli l'incertezza della impresa e il pericolo dell'Italia e suo, qualora mai riuscisse. Lodovico, accettando i consigli del conte e le offerte del re Ferdinando, avrebbe potuto gloriosamente usurpare il dominio; egli volle nondimeno persistere nel primo impegno. Perché poi ricusasse quell'ottimo partito e preferisse una guerra pericolosa al godimento tranquillo dello Stato, non lo dice la storia. Forse egli non si fidò del re Ferdinando, né delle forzate offerte di lui; sicché, passato il timore, non dovesse nuovamente vederselo nemico. Forse egli ascoltò le personali passioni più che non si conviene ad un sovrano; e l'odio contro la casa di Aragona, o la benevolenza verso gli amabili Francesi, presso i quali era vissuto, prevalsero ai sentimenti che doveva adottare come uomo di Stato. Il vero motivo non si sa: unicamente ci è noto che Lodovico promise al re Carlo di Francia cinquecento uomini d'arme, quattro navi, dodici galere, il suo erario e la sua persona. (1494) Inutilmente il papa Alessandro VI spedì emissari nella Francia per frastornare la venuta del re. Lodovico se ne avvide: ed animò il re Carlo a non differire, acciocché i Napoletani, il papa e i Fiorentini non avessero tempo di radunare un'armata e disputargli i difficili passi degli Appennini. Il re Carlo VIII si ritrovò in Asti il giorno 11 di settembre 1494. Poi, il giorno 14 ottobre, nel castello di Pavia venne magnificamente accolto da Lodovico il Moro. Ivi il re visitò il duca Giovanni Galeazzo, ammalato di consunzione, e non senza qualche suspecto, dice il Corio; l'infermo raccomandò alla pietà del re Francesco suo figlio e la duchessa sua moglie; e fra pochi giorni terminò la sua vita al 22 ottobre nella età di venticinque anni . Il di lui figlio Francesco poi visse nella Francia e fu abbate di Marmoutiers. Lodovico somministrò al re non poca somma di denaro. Corio dice della morte del duca, che parve ad ognuno crudele cosa che, non attingendo anche il vigesimoquinto anno di sua etate, come immaculato agnello, senza veruna causa fusse spinto dal numero de' viventi. Il re di Francia si mostrò sensibile a tal morte. Volle in Piacenza, ove lo seppe, onorare il defunto con funerali, e vestì gran numero di poveri col danaro suo; il che fu forse cagione onde fosse da Lodovico fatto trasportare in Milano e tumulare in Duomo colle cerimonie consuete l'infelice nipote, che fu il sesto duca di Milano; non perché abbiavi comandato giammai, ma perché ne portò il titolo; e le monete coniate ed i diplomi spediti furono in di lui nome e colla di lui effigie.
Capitolo XIX
Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta del re di Francia Lodovico XII
Lodovico aveva il diploma imperiale che lo dichiarava duca di Milano; ma lo teneva nascosto. Già vedemmo che l'imperator Federigo non concesse mai il ducato di Milano né a Francesco Sforza né a Galeazzo Maria. Giunto alla suprema dignità dell'impero Massimiliano I, ei ne conferì il ducato, non già al primogenito dell'ucciso Galeazzo, ma al tutore di esso, Lodovico il Moro. Il diploma venne spedito in Anversa il giorno 5 settembre 1494. In esso diploma dichiara quell'angusto che preferiva Lodovico, perché esso fu generato da Francesco Sforza mentre possedeva il ducato; il che non poteva dirsi di Galeazzo. Pare che avrebbe dovuto l'estensore del diploma omettere questa cavillazione, superflua presso l'imperatore, che non riconosceva altri duchi di Milano, se non i nominati ne' cesarei diplomi. Con altro diploma 8 ottobre 1494, dato pure in Anversa, l'imperatore dichiara che Lodovico gli facesse istanza per ottenere l'investitura del ducato in favore di Giovanni Galeazzo; ma che l'imperatore Federigo, suo padre, ed egli lo aveano ricusato, perché praefatus Joannes Galeaz ipsum ducatum et comitatum a populo Mediolanensi recognovit, quod quidem fuit in maximum Imperii praejudicium; et quia est de consuetudine Sacri Romani Imperii neminem unquam investire de aliquo statu sibi subjecto, si eum de facto sibi usurpavit, vel ab alio recognoverit . Lodovico, mentre in segreto possedeva questi diplomi imperiali, convocò nel castello i primari dello Stato; e notificando la morte seguìta del duca Giovanni Galeazzo, propose loro d'acclamare per duca Francesco, bambino primogenito del defunto. Il presidente della camera Antonio Landriano vi si oppose, attesa l'età del fanciullo: e ricordando le inquietudini della minorità passata; lo stato d'Italia col re Carlo alla testa d'un armata; i pericoli imminenti, propose che Lodovico medesimo fosse da riconoscersi duca, come quel solo che nelle procelle attuali poteva difendere lo Stato. Nessuno ardì di uniformarsi alla proposta di Lodovico; e il voto del Landriano venne secondato da tutti. Ben tosto, uscendo dal consiglio, lo proclamarono duca nel mentre appunto che nel Duomo, allo spettacolo dell'estinto Giovanni Galeazzo, esposto colla pompa funebre allo sguardo di ognuno, si versavano lagrime di compassione sul misero di lui fato. La vedova duchessa Isabella, coi poveri bambini suoi, stavasene in Pavia, rinchiusa entro una stanza, ricusando la luce del giorno, giacendo per tristezza sulla nuda terra, in mezzo a lugubri abbigliamenti. Ivi intese una tale proclamazione, che toglieva la sovranità anche ai meschini avanzi del giovine suo sposo, e poneva il colmo al trionfo della rivale duchessa Beatrice. (1495) Quando il popolo invidia la condizione de' signori grandi, ha egli sempre ragione? Due ministri imperiali vennero a Milano per conferire la dignità ducale a Lodovico; ed era appunto allora che si compieva il secolo in cui la stessa cerimonia erasi fatta per il primo duca. Il giorno 26 maggio del 1495, alla porta del Duomo, con stupende cerimonie, dice il Corio, ornarono Lodovico del manto, berretta e scettro ducale, sopra un eminente trono. Giasone del Maino, celebre legista, pronunziò l'orazione; poscia si andò a Sant'Ambrogio; d'unde in castello, dove furono celebrati li stupendi triumphi quanto a nostro secolo fussino d'altri; così il Corio.
Stacchiamo lo sguardo, almen per poco, dai tristi avvenimenti della politica, rimiriamo oggetti più ameni, cioè i progressi che la coltura fece presso di noi sotto il governo di Lodovico il Moro. Lodovico dapprincipio fabbricò il vastissimo claustro del Lazzaretto secondo l'uso di que' tempi; ma in appresso egli pose all'architettura per maestro il Bramante da Urbino, alla pittura, Leonardo da Vinci. Questi grandi uomini erano cari a Lodovico. Sotto la scuola di quest'ultimo si formarono Polidoro da Caravaggio, Cesare da Sesto, Bernardo Luino, Paolo Lomazzi, Antonio Boltrasio ed altri, dai quali ebbe vita ed onore la scuola milanese. L'architettura era ne' primi anni sotto Lodovico resa elegante bensì, ma conservava capricciosi ornamenti, siccome scorgevasi nella facciata della casa de' signori conti Marliani . Poi s'innalzò il magnifico tempio della madonna di San Celso; si eresse la facciata del palazzo arcivescovile; si fabbricò il chiostro, veramente nobile e grandioso, dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio ; e così si esposero allo sguardo pubblico modelli di bella architettura. Lodovico grandiosamente stipendiava gli abili artisti e gli uomini d'ingegno; accordava loro piena immunità da ogni carico; animava i progressi della coltura. Demetrio Calcondila, Giorgio Merula, Alessandro Minuziano, Giulio Emilio erano fra noi gl'illustri letterati protetti e beneficati dal Moro. Bartolomeo Calco, segretario di Stato ed uomo colto, per secondare il genio del suo principe, instituì le scuole pubbliche, le quali sino a' giorni nostri ne portano il nome. Tommaso Grossi eresse e dotò altre pubbliche scuole per gratuita istituzione della gioventù; e queste pure conservano il nome del loro fondatore. Tommaso Piatti, che sommamente era in favore presso Lodovico, instituì pubbliche cattedre di astronomia, geometria, logica, lingua greca ed aritmetica. Con tali beneficenze pubbliche si otteneva l'amicizia di Lodovico; il che certamente fa sommo onore alla memoria di lui. Non è dunque da meravigliarsi se di que' tempi le belle lettere venissero in fiore, e se da quella scuola uscissero poi Girolamo Morone, di cui accaderà in breve ch'io parli, Andrea Alciato e Girolamo Cardano. Scrivevano allora la storia patria Tristano Calco, memorabile per l'elegante stile latino, e per la molta accuratezza; Bernardino Corio, inelegante scrittore bensì, e credulo compilatore delle antiche favole, ma accurato e fedele espositore delle cose de' tempi più vicini. Allora la poesia, la musica, tutte le belle arti ebbero vita e onore. Il cavaliere Gaspare Visconti in quella età scriveva rime degne di leggersi . Ecco quasi per saggio tre sonetti di lui fra i molti che ho esaminati. Il primo, singolarmente nei due quaderni, mi pare assai robusto e poetico.
Rotta è l'aspra catena e il fiero nodo
Che l'alma iniquamente già mi avvinse;
Rotto è il gruppo crudel che il cor mi strinse,
Onde mia sorte ne ringrazio e lodo.
Fuor del pensiero ho l'amoroso chiodo,
Che poco meno a morir mi sospinse;
E il volto che nel petto amor mi pinse,
Lì dentro è casso, e senza affanni or godo.
Ringrazio il cielo, il qual m'ha liberato
Dalla cieca prigion, piena d'orrore,
Dove gran tempo vissi disperato.
E quando a sé pur mi rivogli amore,
Me leghi a un cuor che sia fedele e grato,
Ch'io servirò per fino all'ultim'ore.
L'altro sonetto seguente parmi assai leggiadro, e ci fa vedere che l'allegria e la sociabilità erano conosciute da que' nostri antenati. Anco un'altra osservazione sul costume ci si presenta; ed è che, usando allora le gentildonne abiti pesantissimi di broccato, non potevano altrimenti ballare e vivacemente, come ora si costuma; ma unicamente potevano moversi con graziosa lentezza, modice et venuste, siccome nel capitolo precedente vedemmo : perciò Gaspare Visconti, nel seguente sonetto, fra i pregi delle ballerine, annovera il mover lenti lenti i piedi. Ecco il sonetto:
Io vidi belle, adorne e gentil dame
Al suon di soavissimi concenti
Co' loro amanti mover lenti lenti
I piedi snelli, accese in dolci brame.
E vidi mormorar sotto velame
Alcun degli amorosi suoi tormenti,
Dividersi, e tornare al suono intenti,
E cibar d'occhi l'avida sua fame;
Vidi stinger le mani, e lasciar l'orme
Dolcemente stampate in lor non poco,
E trovarsi in due cor desio conforme.
Né mirar posso così lieto giuoco,
Ch'a pensier lieto alcun possa disporme
Senza colei che notte e giorno invoco.
D'un altro genere, men elevato sì, ma pregevole per la facilità, è il sonetto seguente ch'ei scrisse a messer Antoniotto Fregoso, da cui veniva avvisato che una indiscreta vecchia non cessava d'infamarlo. Così rispose:
Omai, Fregoso, io son come il cavallo
Che porta il tuon delle pannonie schiere,
O come quel qual usa il schioppettere,
Che al bombo del schioppetto ho fatto il callo
Riprenda pur la plebe ogni mio fallo,
Che tanto fa il suo dir quanto il tacere,
Qual son l'opere mie, quale il volere,
Chi il vero intende, apertamente sallo.
Che diavol sarà poi con questa femmina,
La qual non altra cosa che zizania
Nel steril orto del rio volgo semina!
Sola sé stessa infin, non altri lania;
E quanto più suo pazzo error s'ingemina,
Tanto a chi sa, dimostra più sua insania.
Dal fine d'un sonetto ch'egli scrisse alla Beatrice d'Este si conosce qual ascendente quella principessa avesse sull'animo di Lodovico:
Donna Beata, e spirito pudico,
Deh, fa benigna a questa mia richiesta
La voglia del tuo sposo Lodovico.
Io so ben quel che dico:
Tanta è la tua virtù, che ciò che vuoi
Dello invitto suo cor disponer puoi .
Di questo magnifico e generoso cavaliere aurato, Gaspare Visconti, consigliere ducale, evvi pure un poema stampato per magistro Philippo Mantegatio, dicto el Cassano, in la excellentissima cittade de Milano, nell'anno Mcccclxxxxv, a dì primo de aprile. Questo poema ha per titolo: Paulo e Daria amanti. Non v'è traccia che meriti di seguirne la lettura. Vi sono però alcune ottave passabili, come:
Messer Luchino in segno di letizia
Fece ordinar un bel torneamento,
E de' compagni della sua milizia
Ne scelse appunto al numero ducento;
Ciascun de' quali ha forza e gran divizia;
Milanese ciascun, pien d'ardimento;
Che allor Milano al marzial negozio
Molto era intento e non marciava in ozio
Giunto era il giorno al tornear proposto
Da Luchin di Milan, signor e padre,
Qual credo fosse a' quindici d'agosto.
Quando vennero in campo ambe le squadre
Ognun quanto più può, fa del disposto,
Con sopraveste e fogge alte e leggiadre,
All'uso pur di quel buon tempo prisco,
Ch'ogni ornamento suo pagava el fisco.
La compagnia d'Èstor tutta ross'era;
L'altra di Dario candida si vede,
Che de' Visconti la divisa vera
Bianca e rossa è, se al ver si presta fede, ecc.
Il Corio ci descrive l'urbanità, l'opulenza, il raffinamento e il lusso della corte di Lodovico, prima che sventuratamente promuovesse l'invasione dei Francesi. Spettacoli, giostre, tornei occupavano l'ozio felice di que' tempi, ne' quali quel signore compariva il più rispettato principe d'Italia. L'ambasciator veneto Ermolao Barbaro, spettatore di quei' tornei, compose i seguenti versi conservatici dal Corio:
Cum modo constratos armato milite campos
Cerneret, expavit pax, Ludovice, tua.
Et mihi: surge inquit; circum sonat undique ferrum,
Me meus ejectâ Conditor arma parat.
Te rogo per Veneti sanctissima jura Senatûs,
Occurre ingenti, si potes, exitio.
Tunc ego: pone metum, Dea; te Lodovicus adorat,
Numine plus gaudet, quam Jovis, ille tuo.
Nec tu bella time, simulacra et ludrica sunt haec;
Misceri hoc tantum convenit arma loco.
I nunc, et coelo terras cole, Diva, relicto;
Sin minus, hic pro te sufficit, alta pete,
Sforciadasque tuos terrâ defende marique,
Et belli et pacis artibus egregios .
Frutto di questa universale coltura promossa dal duca e dalla giudiziosa scelta ch'egli sapeva fare degli uomini di merito, fu la riunione del canale della Martesana con l'altro antico, cavato del Tesino. Lionardo da Vinci, siccome ho accennato al capitolo decimosettimo, con sei sostegni superò la differenza del livello di circa tredici braccia, e rese la navigazione comunicante dal Tesino all'Adda. L'invenzione dei sostegni a gradino era appunto di quel tempo; e i primi modelli in questo genere si sono veduti nei navigli di Bologna e di Milano. Così dice il sullodato Paolo Frisi .
Il sistema del governo allora era questo. Lodovico aveva quattro segretari. Bartolomeo Calco era alla testa degli affari di Stato; egli apriva le lettere dei principi esteri; disponeva le risposte; dirigeva il carteggio co' ministri alle corti estere; trattava coi ministri forestieri residenti in Milano. Aveva sotto di sé varii cancellieri, uno per Francia, uno per Germania, uno per Venezia, e così dicendo. Il reverendo Jacopo Antiquario era segretario per le cose ecclesiastiche, per le spedizioni de' benefizi e cause dipendenti. Giovanni da Bellinzona era segretario per gli affari di giustizia e singolarmente criminali. Giovanni Jacopo Terufio aveva gli affari della camera, e fissava la lista delle spese de' salariati ed altre costanti, spedendole ai Magistri delle entrate, ossia a quel corpo che oggidì chiamasi Magistrato, accioché ne facesse seguire alle scadenze i pagamenti. Questi quattro segretari avevano i loro dipartimenti nel castello, ordinaria residenza del duca . Le entrate del duca ascendevano, tutto compreso, a seicentomila annui zecchini . Delle gioie da monarca che Lodovico il Moro possedeva, le quali diede in pegno per averne danari, quattro pezzi sol bastano per darcene idea. Da un manoscritto antico conservato nella grandiosa collezione del signor principe di Belgioioso d'Este , ciò ho rilevato. La carta si intitola: Zoye impegnate che erino dell'illustrissimo signor Lodovico Sforza - El balasso chiamato el Spino, estimato ducati venticinquemille. El rubino grosso con la insegna del Caduceo, de carati 22. Con una perla de carati 29, estimati ducati venticinquemille. La punta grossa di diamante, estimata ducati venticinquemille. La perla grossa pesa con l'oro den. 6, gra. 9, vale ducati diecimille. Il Corio ci descrive Lodovico Sforza come uomo di molto ingegno, d'aspetto veramente maestoso, di contegno nobile e singolarmente pacato mai sempre, anche nelle occasioni nelle quali è più difficile il conservarsi tale. Le immagini che ci rimangono di lui, ci rappresentano appunto una fisionomia corrispondente, ed anche nel conio delle monete di allora si conosce la eleganza e maestrìa d'ogni bell'arte.
Ripigliamo il filo della storia. I Francesi, entrati nell'Italia sotto il loro re Carlo VIII, la trascorsero come un fulmine dalle Alpi sino al regno di Napoli, di cui quasi senza contrasto s'impadronirono. Nessun riguardo usarono sulle terre del duca; anzi a Pontremoli uccisero varii del paese, ed alcuni degli stipendiati del duca. Cominciò allora, ma tardi, ad accorgersi Lodovico del vortice pericoloso in cui si era voluto immergere. Il duca d'Orleans in Asti non dissimulava punto d'essere quella l'occasione opportuna per far valere le ragioni della principessa Valentina, di lui ava, sul ducato di Milano. Il re Carlo si presenta a Firenze, e senza ostacolo se gli aprono le porte. Passa a Roma; indi, in tredici giorni, scaccia da Napoli e dal regno gli Aragonesi, ai quali appena erano rimaste alcune città marittime. Questo fatto veramente memorando e romanzesco, benché verissimo, sbigottì tutti gli Stati d'Italia. Ma il tempo lasciò loro ripigliar animo. L'armata francese insolentita per tanta fortuna, disprezzava troppo gli abitatori del paese. Non avevano limite alcuno le violenze di ogni genere. La rapina era senza nemmeno un velo di pudore. La virtù e la bellezza si credevano un prezzo giusto della conquista. Nessun asilo era sicuro contro della scostumatezza del vincitore. Il nome francese in pochi giorni divenne odioso a tutto il regno; ed il re Carlo trovossi mal sicuro e incerto di avere la comunicazione libera colla Francia. Il duca di Orleans mosse le sue genti dalla città di Asti verso Novara, e inaspettatamente la occupò; spiegandosi senza mistero di prendere egli per sé il Milanese, come discendente dalla Valentina. Lodovico Sforza, costernato per tal rovescio, mal sicuro dei sudditi (presso i quali la morte dell'innocente duca Giovanni Galeazzo, la depressione della misera duchessa Isabella, il supplizio del Simonetta, l'usurpato dominio e la comperata investitura erano argomenti di avversione, malgrado le altre molte sue eccellenti qualità), Lodovico Sforza adunque in tal condizione si abbandonò d'animo a segno, che divisò di ricoverarsi in Aragona, ed ivi privatamente finire i giorni suoi, di che tenne discorso col ministro di Spagna residente in Milano. Ma Beatrice d'Este lo rianimò, s'intromise e lo costrinse a pensar da sovrano. Si formò una nuova lega fra il papa, i Veneziani e il duca di Milano. Sollecitamente riunirono le loro milizie per la comune salvezza dell'Italia. Le forze si postarono verso gli Appennini, attraverso dei quali dovevano passare i Francesi. Il re immediatamente partì da Napoli, lasciando in quel regno varii presidii nelle fortezze, e conducendo seco circa quindicimila uomini. Il papa si ricoverò in Ancona. Passò il re dalla Romagna e dalla Toscana, e giunto fra le angustie de' monti a Val di Taro, ivi ritrovò circa dodicimila soldati della nuova lega. Per un araldo il re fece significare ai collegati di maravigliarsi, trovando impedito il passaggio, non cercando egli se non di ritornarsene in Francia, pagando col suo denaro i viveri. Risposero i collegati che non lo avrebbero permesso, se prima non si restituiva Novara, indebitamente sorpresa. Ritornò l'araldo dicendo, che il re intendeva di passare senza condizione veruna; e che in caso di rifiuto ei si sarebbe fatta la strada sopra i cadaveri degl'Italiani. Questi risposero al re Carlo, che non si sarebbe egli spianata la via così facilmente, come gli era accaduto a Napoli, che lo aspettavano alla prova. Seguì poscia un'azione sanguinosa da ambe le parti, in cui però nessuna ebbe compiuta vittoria. Il re non si aprì l'uscita, né rimase oppresso. Conobbe però il re Carlo che l'impresa non era sì facile, quanto se l'era immaginato. Spedì un araldo chiedendo tregua per tre giorni, onde seppellire i cadaveri, e i collegati l'accordarono per un giorno e mezzo. In sì fatto labirinto trovavasi il re cristianissimo, donde ne uscì il giorno 8 di luglio 1495, fingendo di attaccare l'armata della lega, e frattanto ponendosi in marcia per uno stretto mal custodito dalla parte della Trebbia, e così ritornossene nel suo regno con poca gloria: poiché il re aragonese di Napoli, il quale erasi ricoverato nell'isola d'Ischia, ben tosto ricomparve nella sua capitale, dove fu con applauso e festa ricevuto; ed i presidii francesi, mancando di soccorso, attorniati da un popolo nemico, dovettero un dopo l'altro abbassare le armi e rendersi. Lo storico Voltaire si è lasciato sedurre dall'amor nazionale a segno di essere ingiusto cogl'Italiani in raccontando questa spedizione del suo re; quasi che effeminati, molli, degradati, non vi fosse più fra di noi né coraggio né valor militare. Gli storici contemporanei d'Italia sono una manifesta prova dei traviamenti dell'autore francese nella decantata sua opera sulla storia generale; traviamenti che io appunto ho notati, perché in moltissimi altri luoghi, riscontrandolo, hollo trovato tanto vero ed esatto, quanto elegante pensatore.
(1496) Il duca Lodovico, quantunque liberato dall'imminente pericolo, non avea peranco riacquistato quel robusto vigor d'animo, senza di cui non si preserva lo Stato negli eventi contrari. Fortunatamente la duchessa Beatrice poté far le sue veci. Si raccolsero i confederati a scacciare il duca d'Orleans da Novara. Ivi Beatrice d'Este vedeva schierarsi gli armati al suo conspecto, dice il Corio. Novara ritornò al duca. I Francesi abbandonarono il paese. La pace venne sottoscritta. Così in un anno cominciò e finì la rapidissima spedizione di Carlo VIII, senza verun frutto pei Francesi, anzi con loro danno e con danno dell'Italia. Cessato appena il pericolo dei Francesi, nacquero le solite rivalità fra gli Stati d'Italia. I Fiorentini volevano assoggettar Pisa. I Pisani si offersero al duca Lodovico, il quale, per non offendere i Fiorentini, non volle accettarli. I Pisani si esibirono ai Veneziani; e questi, sebbene formalmente non gli accettassero, destramente posero in Pisa un presidio. Lodovico, signore di Genova e dell'isola di Corsica, da Genova dipendente, non mirò con indifferenza tal fatto, per cui le forze marittime venete potevano acquistare nuovi appoggi nel mar Tirreno. Pisa era considerata città imperiale. Il duca spedì all'imperatore Massimiliano Marchesino Stanga, animandolo a passare nell'Italia e soccorrere Pisa. Poi, nell'anno medesimo 1496, egli e la duchessa Beatrice sua moglie per Bormio si portarono incontro a quell'augusto a Malsio, e seco lungamente concertarono la spedizione. Per lo che l'imperatore per la Valtellina sen venne a Como; indi a Meda venne accolto dal duca e dalla duchessa Beatrice con pompa conveniente. Ivi concorsero gli oratori di quasi tutt'i principi d'Italia. Perché l'imperatore non volesse veder Milano non lo so. Egli per Abbiategrasso, Vigevano e Tortona passò a Genova, d'onde per mare passò a Pisa, e festosamente vi fu accolto. Nessun altro frutto nacque da tale comparsa. L'imperatore ritornossene in Germania. Così il duca Lodovico fece comparire inutilmente nell'Italia il re di Francia prima, poi l'imperatore. (1497) Al cominciar dell'anno 1497 accadde al duca Lodovico Sforza la maggiore disgrazia; e fu che il 2 di gennaio la duchessa Beatrice d'Este morì di parto, lasciandogli due figli, Massimiliano di cinque anni, e Francesco di quattro. La duchessa morì nell'età di ventitré anni. Donna di animo virile; l'ascendente di cui reggeva la volontà del marito. Lodovico, dopo un caso sì funesto, non visse che in mezzo alle disgrazie, siccome vedremo, e non ne dimenticò mai la memoria. Vennero celebrate le solenni pompe funebri alla duchessa nella chiesa delle Grazie, dove fu tumulata: et quivi fine al septimo giorno con la nocte, senza interposizione pur de uno quarto d'hora, si celebrarono messe e divini officii, il che veramente fu cosa di non puocha admiratione, dice il Corio. Il mausoleo di marmo colla statua di lei costò più di quindicimila ducati d'oro. Quella statua giacente scorgesi oggidì nella chiesa della Certosa presso Pavia, a canto ad una simile del di lei marito Lodovico, come si è accennato più sopra. L'anno del lutto fu tristissimo per l'infelice vedovo duca, privato della cara amica, unica confidente e reggitrice de' suoi pensieri. L'uso sin d'allora era di stendere i parati neri su tutti gli addobbi di corte. Terminato appena l'anno, l'inaspettata morte del re di Francia Carlo VIII, che non lasciava figli maschi, fe' passar la corona sul capo del duca d'Orleans Lodovico XII, primo principe del sangue, discendente dal re Carlo V. L'ava di Lodovico XII fu appunto la Valentina Visconti, figlia del primo duca di Milano Giovanni Galeazzo. Il re nuovo di Francia pretendeva que' diritti che non poteva allegare Carlo VIII, che da lei non discendeva; ed il nuovo re aveva chiaramente già palesata co' fatti la volontà di farli valere. Il re aveva trentasei anni; e come duca d'Orleans assumeva il titolo di duca di Milano.
I Veneziani, il papa Alessandro VI e il nuovo re di Francia Lodovico XII si collegarono. I Veneziani pretendevano il Cremonese e la Gera d'Adda; per modo che i confini loro si stabilissero quaranta braccia lontani dalla sponda sinistra dell'Adda, rimanendo il fiume colle due sponde al ducato di Milano. Il papa pretendeva Imola, Forlì, Pesaro e Faenza, per formarne uno Stato al duca di Valentinois Cesare Borgia, suo figlio. Il re di Francia pretendeva il regno di Napoli e il Milanese. (1498) Si collegarono promettendosi vicendevole assistenza; ed il trattato si sottoscrisse in Blois il giorno 25 di marzo dell'anno 1498 . Il re di Francia aveva ottenuto dal papa Alessandro VI di ripudiare Giovanna, duchessa di Berrì, figlia di Luigi XI, re di Francia, che da ventitre anni eragli moglie; e così poté sposare la vedova di Carlo VIII, Anna di Bretagna, che gli recava la Bretagna in dote. Per tal benemerenza Cesare Borgia fu creato duca di Valentinois, e furongli promesse la città della Romagna, che possedevansi dai signori della Rovere. Soprastava un tal nembo sul capo del già abbattuto duca Lodovico, quando, per parte del re di Francia, gli venne fatta proposizione di lasciargli godere il ducato sin ch'ei fosse vissuto, e per due anni ancora lo godessero dopo sua morte i di lui figli, a condizione che frattanto egli sborsasse ducentomila ducati d'oro al re di Francia. V'era di più la condizione che qualora Lodovico XII non avesse figli, non si turbasse il dominio dei successori dello Sforza. L'affare venne proposto nel consiglio del duca. Il tesoriere ducale Landriano altamente opinò, che mai non si dovesse accettare un tale progetto, poiché con ducentomila ducati ve n'era abbastanza, a parer suo, per far la guerra per ducent'anni al re di Francia. La bravata era senza fondamento; pure il duca vi si uniformò. Quando poscia ne venne in seguito la eversione totale dello Stato, un gentiluomo milanese, che nominavasi Simone Rigoni, affrontò l'adulatore Landriano, per cui lo Stato e la patria erano in rovina, e lo uccise . (1451) I Francesi avevano un punto di appoggio di qua dalle Alpi nella città di Asti; ed ivi il re Lodovico XII fece passare un grosso esercito, e ne diede il comando a Gian Giacomo Trivulzio, valoroso soldato, illustre Milanese, nemico personale del duca Lodovico Sforza, da cui gli erano stati confiscati i beni. Questo comandante aveva la cognizione del paese, un partito, una passione sua propria per abbattere il duca; avea servito già nella spedizione di Carlo VIII; era in somma il più opportuno generale che il re di Francia potesse scegliere a questa impresa. Il duca non poteva fidarsi né delle forze proprie, né della volontà dei sudditi, per le ragioni già accennate. I soccorsi da Napoli o da Firenze erano incerti e rimoti. L'imperatore Massimiliano, nipote del duca, era di buona fede impegnato per lui; ma il pericolo sovrastava a giorni. Il duca scelse il partito di abbandonare lo Stato e seco condurre nel Tirolo i figli, ricorrendo a quell'augusto. I Veneziani s'avanzavano dalla parte d'Oriente; dall'opposta s'innoltravano i Francesi sotto del Trivulzio: non v'era tempo a consigli. In quel punto venne presentata al duca una lista di quindici primari signori del paese che tramavano contro di lui, e tenevano segreta corrispondenza col nemico.
I fatti erano avverati. Il duca non volle far male alcuno a coloro che avea beneficati ed amava. Prima di abbandonar Milano egli portossi dalla duchessa Isabella, le cedette il ducato di Bari, le chiese il di lei figlio Francesco per salvarlo e condurlo seco nella Germania; ma la duchessa nol consentì. Pensò Lodovico il Moro di confidare il castello di Milano ad un uomo di provata fede, giacché dalla difesa di esso dipendeva la sovranità. Nel castello era riposto l'archivio ducale, vi erano tutte le preziose suppellettili della duchessa Beatrice e degli antecessori, valutate centocinquantamila ducati. V'era un presidio di duemila ottocento fanti, milleottocento pezzi d'artiglieria, e abbondantissime vittovaglie e munizioni di guerra. Lodovico divisò di affidarne il comando a Bernardino da Corte. Il cardinale Ascanio Sforza, fratello, e il Sanseverino l'avvertirono di non fidarsi di colui. (1499) Ma il duca non badò loro, e fattolo a sé chiamare, lo dichiarò castellano; indi, umanissimamente abbracciandolo, gli disse: io vi confido la più preziosa fortezza del mio Stato, difendetela per soli tre mesi, e se dentro questo spazio non vi manderò soccorso, disponetene come giudicherete a proposito; il che accadde nel giorno memorabile 2 settembre 1499. Ciò fatto, il duca verso sera uscissene dal castello, e diè congedo a' molti signori ch'erano disposti ad accompagnarlo. Altra cura aveva nell'animo, suggerita dall'intimo del cuore, la quale non poteva essere che frastornata dai vani omaggi de' sudditi. Non poteva allontanarsi da Milano senza sentire che si allontanava dall'amata spoglia della Beatrice, a cui destinò l'ultima visita. Cavalcò alle Grazie; volle rivedere la tomba e l'effigie della perduta sposa. I sentimenti di natura si rinvigoriscono a proporzione che dileguansi le larve della fortuna. Non poteva staccarsene e costretto pure a partirsene, più volte si rivolse a mirare il monumento della sua tenerezza e del dolor suo. Immediatamente di là s'incamminò a Como; d'onde pel lago passò nella Valtellina. Indi per Morbegno, Sondrio, Tirano, Bormio, Bolzano e Brixen passò ad Inspruck, residenza dell'imperatore Massimiliano. Prima però d'imbarcarsi sul lago di Como, il duca, da una loggia in Como, si presentò al popolo, e feceda quel luogo pubblicamente noti i sentimenti suoi, dicendo: «Che la fortuna avversa l'aveva ridotto a quel duro passo di abbandonare lo Stato, senza ch'egli avesse luogo a rimproverarsi imprudenza o spensieratezza alcuna. Che l'unico motivo di tale ingrato destino egli doveva riconoscerlo dalla perfidia di coloro ne' quali sventuratamente aveva riposta la più sincera fidanza. Egli confessava di essersi ingannato nella scelta, e di essersi con troppo buona fede lasciato sedurre da que' visi mascherati i quali attorniano i sovrani. Il male era fatto. In quel punto egli andava co' suoi figli a ricoverarsi presso dell'augusto Massimiliano; giacché s'egli avesse preteso in quel punto di opporsi alla prepotente armata de' Francesi invasori, avrebbe fatto versare il sangue umano senza probabilità veruna di preservare lo Stato dalla inevitabile occupazione. Ch'egli dall'imperatore si prometteva ogni soccorso, e pei stretti vincoli di sangue che lo univano a quel monarca, e per la giustizia della sua causa, che interessava l'Impero in favore di sé, come feudatario del medesimo. Che gli onori già concessigli dalla cesarea maestà erano una caparra del buon successo; sicché sperava fra poco di rivedere la patria con una armata bastante a liberarla dall'usurpazione del re di Francia. Raccomandò ai sudditi di accomodarsi ai tempi, di non eccitare con intempestivo zelo la vendetta de' Francesi, onde al suo ritorno potessero accoglierlo come loro padre, giacché egli li considerava tutti come suoi figli». La presenza di spirito di parlare in pubblico, e di parlarvi in tanto angustiosa occasione, e sì acconciamente, fanno conoscere che l'amore di Lodovico per le lettere e le belle arti non era una principesca vanità, ma sentimento di un uomo colto e d'ingegno. Mentre ancora stava il duca parlando dalla loggia ai Comaschi, erano già penetrati i Francesi ne' sobborghi di Como, con animo di farlo prigioniero; ma per buona sorte avvisato, appena ebbe tempo di balzare in una barca e recarsi a Bellagio.
Gian Giacomo Trivulzi, che da alcuni anni era esule dalla patria, entrò in Milano come generalissimo dell'armata francese il giorno 6 di settembre, quattro giorni dopo che il duca l'aveva abbandonata. Egli si portò solennemente al Duomo a ringraziare l'Arbitro delle cose, di un avvenimento gloriosissimo per esso lui. Tre giorni dopo l'armata francese venne in Milano; e furono collocate le truppe a San Francesco, a Sant'Ambrogio, all'Incoronata. La licenza militare de' giovani soldati francesi era somma in ogni genere; e il Trivulzio pensò di contenerla con fermo rigore nella disciplina. Il Corio ci racconta che per un pane violentemente rapito, due soldati guasconi vennero tosto appiccati a due piante fuori della porta Ticinese; che un altro Francese, per aver rubata una gallina, venne immediatamente appeso; che al Pontevetro sul momento venne appeso un Francese che aveva rubato un mantello; e che ivi pure, senza riguardo né indugio, fu fatto appiccare un cavalier francese, monsieur di Valgis, che aveva poste le mani violentemente sopra di una zitella. Ciò serviva ad impedire quei disordini che avevan reso odioso il nome francese nel regno di Napoli quattr'anni prima; e serviva pure a conciliare la benevolenza de' nazionali verso del comandante. Ma il posseder Milano, mentre una fortezza, quale era il castello, era presidiata validamente dagli Sforzeschi, era un pericolo anzi che un vantaggio. Una vigorosa uscita degli Sforzeschi poteva essere funesta ai Francesi sparsi ne' conventi. Pensò dunque il Trivulzio di corrompere Bernardino da Corte castellano, giacché la strada di un formale assedio doveva esser lunga, di evento dubbioso, di molto dispendio e diminuzione delle forze francesi. Il vilissimo Bernardino da Corte, senza nemmeno aspettare un apparente assedio cominciato, pattuì il prezzo del suo tradimento, e si divisero le ricchezze depositate nel castello fra il Trivulzio, il Corte e varii altri complici. Il Corio ci racconta che tal novella arrivasse all'orecchio dell'infelice duca mentre egli cavalcava fra i Grigioni prima di giungere nel Tirolo; ma siccome il tradimento si eseguì e manifestò il giorno diecisette di settembre del 1499, cioè quattordici giorni dopo che Lodovico era già partito da Como, mi pare più verosimile la cronaca del Grumello, che dice: et ritrovandosi epso Ludovico in la cita di Insprucho in sua camera, assentato sopra il suo lecto, parlando co' suoi gentilhomini di riacquistar el stato suo di Milano, hebe nuova del perduto castello suo di porta Giobia. Leggendo le lettere recepute, intendendo nuova pessima, stando sopra di sé, non parlando come fusse muto, alciando gli occhi al cielo, disse queste poche parole; da Juda in qua non fu mai il maggior traditore di Bernardino Curzio; et per quello giorno non mosse altre parole .
Resasi per tal modo l'armata francese padrona in un baleno del ducato di Milano, il re Lodovico XII immediatamente scese dalle Alpi; il 21 settembre fu a Vercelli, il 23 a Novara, il 26 a Vigevano, che egli eresse in marchesato e lo conferì al Trivulzio, che assunse il titolo di marchese di Vigevano e vi batté monete. Questo marchesato gli fu dal re dato in compenso dell'artiglieria del castello di Milano, che doveva essere per metà del Trivulzio. Lodovico XII entrò solennemente in Pavia il giorno 2 di ottobre, e il giorno 6 dello stesso mese fece il suo pomposo ingresso in Milano, per Porta Ticinese. Gli ambasciatori dei Veneziani, Fiorentini, Bolognesi, di Siena, di Pisa e di Genova conducevano seco loro un seguito di seicento cavalli, e andarono incontro al re. Il re aveva seco il duca di Savoia, il marchese di Monferrato, il cardinale di San Pietro in Vincola. Tutto il clero in abiti pontificali precedeva. Poi venivano i carriaggi, riccamente coperti, trenta del duca di Savoia, quarantadue del cardinale anzidetto, sessantaquattro del re. Moltissimi altri carriaggi, coperti d'oro e di seta, di altri distinti personaggi. Poi cento suonatori di trombe con altri musici. Quindi venivano i paggi, otto di Savoia, quattro del duca di Valentinois, dodici del re, magnificamente corredati, con arnesi d'argento anche sotto i piedi de' cavalli. Poi quattrocento fanti reali, in uniforme giallo e rosso, armati di picche. Poscia il capitano della guardia a cavallo, alla testa di mille e venti cavalieri, che avevano tutti uniforme verde e rosso, e sul petto ricamato l'Istrice, divisa che Lodovico aveva assunta. Questi mille e venti uomini a cavallo erano tutti di statura stragrande. Appresso venivano ducento gentiluomini a cavallo, armati e vestiti superbissimamente. Da ultimo veniva il re sopra di un bellissimo destriero. Il re era vestito di bianco, coi contorni di pelliccia, e portava in capo la berretta ducale di Milano. Egli marciava sotto di un baldacchino di broccato d'oro e bianco, preceduto dal generale Gian Giacomo Trivulzio col bastone dorato in mano. Il baldacchino era portato da otto dottori e fisici di collegio, vestiti di scarlatto, col bavero di pelli di vaio. Giunto il re al ponte vicino alle colonne di San Lorenzo, dove era in allora la porta della città, ricevette le chiavi che gli presentò il contestabile di quella porta. Il contestabile s'inginocchiò; ed il re, toccandolo sopra le spalle collo scettro che avea nella destra, lo creò cavaliere. Il contestabile baciò lo scettro, e continuò il re il suo cammino processionalmente sino al Duomo. Seguivano il re i cardinali di Burges, San Pietro in Vincula e di Rohan, e gli ambasciatori di Napoli, Savoia, Estensi, Mantovani, e i disopra nominati. Il giorno seguente, cioè il 7 di ottobre, il re volle assistere ad una solenne messa dello Spirito Santo in Sant'Ambrogio; indi si pose a conversare co' nobili milanesi più da gentile signor forestiere, che da monarca. Lodovico XII allora viveva come farebbe un buon sovrano ai tempi nostri. Egli fu a godere di balli e pranzi presso molti de' nostri. Il giorno 15 ottobre fu ad una magnifica festa di ballo e cena da messer Francesco Bernardino Visconte in Porta Romana. Il giorno 18, messer Francesco Trivulzio, commendatore di Sant'Antonio, gli diede un pranzo . Il giorno 20, a nome della città di Milano, fugli imbandito un pranzo nella corte vicina alDuomo. Le pareti della gran sala erano coperte di drappo celeste, ricamato a gigli d'oro; vi si trovarono convitate quaranta damigelle ; v'intervennero motti ambasciatori, illustri personaggi e principi, fra i quali il duca di Valentinois e il duca di Savoia, i marchesi di Monferrato e di Saluzzo, il cardinale Orsini. Una festa di ballo terminò quella giornata. Il re, sempre cortese e affabile, accettò di levare al sacro fonte un bambino del conte Lodovico Borromeo; andò a visitare la contessa Bona Borromeo, partoriente, al di lei giardino fuori di porta Tosa; volle darle in dono una collana d'oro del prezzo di cinquecento ducati, e volle cenare da lei. Lodovico XII alloggiò nel castello, e si trattenne per tal modo in Milano ventisette giorni, essendone partito il 3 di novembre del 1499 .
Giunto a Vigevano, il re Lodovico, prima di ripassar le Alpi e rivedere il suo regno, volle piantare un nuovo sistema politico nel Milanese. Quindi, in data del giorno 11 novembre 1499, in Vigevano, volle pubblicare un editto perpetuo . Primieramente stabilisce che nella città di Milano risieda un governatore suo luogotenente, nobile, cospicuo e militare, da cui dipenda tutto ciò che concerne la guerra, e che abbia la plenaria podestà sulle città, borghi e terre, per la loro conservazione, come se fosse il re. Secondariamente stabilì che vi fosse un gran cancelliere forastiero e custode del sigillo, e nel tempo stesso presidente del senato. In terzo luogo che non vi fossero più due consigli, uno di Stato, l'altro di giustizia; ma un solo supremo consiglio col nome di Senato, sotto la presidenza dell'anzidetto gran cancelliere. Volle che i senatori fossero di professioni diverse, cioè due prelati, quattro militari, e il rimanente dottori, de' quali alcuni volle che fossero forastieri. Queste cariche furono dichiarate perpetue e indipendenti dal governatore; anzi stabilì il re che il solo senato dovesse giudicare de' casi ne' quali un senatore avesse meritato il congedo. Concesse al senato la facoltà di confermare o infirmare i decreti del re, di accordare ogni dispensa; e che tutte le grazie, donativi, privilegi o editti di giustizia o di polizia emanati dal trono, fossero di nessun valore, se non venivano interinati dal senato. Comandò che qualunque sentenza del senato si eseguisse, e che gli atti fossero in nome del re . Al senato medesimo affidò la scelta de' professori dell'università di Pavia. Finalmente creò due nuove cariche, un avvocato fiscale e un procurator fiscale. Nominò poi governatore e suo luogotenente Gian Giacomo Trivulzio, marchese di Vigevano e maresciallo di Francia; gran cancelliere il vescovo di Luçon, Pietro di Saverges; senatori, Antonio Trivulzio, vescovo di Como, Girolamo Pallavicino, vescovo di Novara; i militi Pietro Gallarate, Francesco Bernardino Visconte, conte Gilberto Borromeo ed Erasmo Trivulzio; i dottori Claudio Leistel, consigliere del parlamento di Tolosa, Gian Francesco Marliano, Michele Riccio, Gian Francesco Corte, Gioffredo Caroli, consigliere del parlamento del Delfinato, Giovanni Stefano Castiglione, Girolamo Cusano, Antonio Caccia. L'avvocato fiscale fu Girolamo Morone, uomo di cui più volte avrò in seguito a far menzione; ed il procurator fiscale fu Giovanni Birago. Ciò fatto, il re ripassò le Alpi conducendo seco il conte Francesco Sforza, figlio dell'estinto duca, fanciullo di otto anni, il quale dappoi sempre visse in Francia tranquillamente ed agiatamente come un ricco gentiluomo, godendo l'abbazia di Marmoutiers. La duchessa Isabella si staccò in tal guisa per sempre dal figlio; ed ella pure partissene da Milano, e visse a Bari nel regno di Napoli, seco conducendo le due figlie Bona ed Ippolita; la prima delle quali fu sposata da Sigismondo re di Polonia, l'anno 1518. Così terminò la discendenza dell'infelice sesto duca Giovanni Galeazzo Sforza.
La condotta del re Lodovico XII non poteva essere più giudiziosa per rendersi affezionati i nuovi sudditi. Egli affidò la suprema autorità alle mani di un nazionale. Visse colla maggiore affabilità, quasi da privato conversando. Stabilì un senato colle facoltà da me ricordate. Con tal sistema la forza militare rimase unicamente in potere del luogotenente, e così sciolta e pronta senza alcuna formalità alla difesa dello Stato. La vita e la libertà e le sostanze dei sudditi rimasero all'ombra di una moderata monarchia, dipendenti da quel senato, composto di molti senatori, di stato differente; per modo che non era da temersi che la violenza entrasse a prendere giammai il nome della giustizia. La pietà degli ecclesiastici, l'onore de' militari, l'accurata ponderatezza dei dottori, vicendevolmente doveano contenere i privati affetti. Il gran cancelliere, senza il sigillo del quale non valeva alcun decreto, poteva riferire nel senato, indipendentemente dal governatore, que' tentativi che per avventura il governatore proponesse a danno della civile libertà di alcuno, e così eluderli. Il governatore, non potendo da sé punire i senatori, dovea però vegliare sopra di essi, e col diretto carteggio alla corte dovea prevenire l'abuso che mai o il senato o gli individui di esso facessero della autorità. Per una provincia rimota, alla testa di cui si voglia porre un suddito, non pare possibile l'architettare un sistema più ragionevole di questo, e convien dire che tale ei fosse, se malgrado le variazioni che vi si fecero guastandolo, pure, anche sotto diverse dominazioni, si sostenne poi per secoli.
Capitolo XX
Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e governo del re di Francia Lodovico XII, fino alla lega di Cambrai
(1500) Poiché il re Lodovico XII ebbe abbandonato Milano per ritornarsene nel suo regno, una porzione dell'armata francese s'incamminò verso della Romagna per togliere Imola e le altre città promesse al duca di Valentinois, dalle mani del conte Girolamo della Rovere. Il duca di Valentinois era figlio di Alessandro VI, il conte Girolamo era figlio di Sisto IV. È facile l'immaginarsi quai dovessero essere i costumi di que' tempi, se tali esempi diedero anche i poscia graduati al sommo sacerdozio. Doveva quindi quel corpo di Francesi innoltrarsi ad occupare il regno di Napoli. Divenne così meno imponente nella Lombardia la nuova forza conquistatrice. Il governatore maresciallo Trivulzio stabilì la sua residenza nella corte vicino al Duomo, avendovi una guardia di trecento Tedeschi. Malgrado la severità della disciplina usata dal Trivulzio, siccome accennai, non era possibile il prevenire ogni disordine. Un Francese pose violentemente le mani sopra di una contadina che portava il pane a cuocere al pubblico forno in Lardirago, terra lontana da Pavia cinque miglia. La contadina si difese robustamente. Il Francese non volea desistere. Accorse il di lei padre con un bastone. Il Francese lo stese morto. Varii contadini si scagliarono sull'uccisore, che dovette soccombere. Un corpo di Francesi postato nel contorno sopravenne; saccheggiò la terra, bruciò le case, impiccò varii. In Milano pure si cominciarono a vedere delle tumultuarie adunanze di malcontenti. La plebe in Porta Ticinese si attruppò e gettò a terra i banchi ai quali si riscuotevano le gabelle. Il governatore Trivulzio vi si recò; e dopo di avere inutilmente procurato che badassero alle di lui parole, diè mano alla spada, e, secondato da' suoi domestici, uccise alcuni e molti altri rimasero assai mal conci. L'affare non terminava così, se messer Francesco Bernardino Visconte, signore sommamente autorevole, non vi accorreva. Si abolirono alcune gabelle, venne sedato quel disordine; ma non perciò rimase quieta la città. Frate Girolamo Landriano, generale degli Umiliati, messer Leonardo Visconte, e messer Alessandro Crivello, proposto di San Pietro all'Olmo, animavano la plebe contro del nuovo governatore Trivulzio. Lodovico il Moro accostatosi a Como, col favore dei cittadini v'era rientrato, ed eransi espulsi i Francesi. Ivi s'andavano radunando Tedeschi e Svizzeri allo stipendio sforzesco. Il giorno 27 di gennaio 1500 si cominciò a conoscere nella città una inquietudine che minacciava la sedizione. Il Trivulzio pose dell'artiglieria sulla torre che allora sosteneva le campane del Duomo, e si premunì in corte; ma trovandosi ivi mal collocato, e nel centro di una città mal contenta, pensò di ricoverarsi nel castello. Il popolo violentemente se gli oppose; giacché temevasi che, giuntovi, non adoperasse quell'artiglieria sulla città. Il Trivulzio parlò al popolo, lagnandosi di non essere profeta nella sua patria. Mostrò essere pazzia l'ostinarsi a voler essere piuttosto sudditi di un picciolo principe, ramingo, bisognoso, e che smunga i popoli colle gabelle, anzi che ubbidire ad un monarca generoso, potente, ricco... Le grida insultanti del popolo non gli permisero di continuare il discorso, e non senza pericolo; sicché appena gli riuscì di ricoverarsi nuovamente in corte. Poco dopo, il popolo pose le barricate alle imboccature delle strade, e tutte le finestre ebbero provvisione di sassi ed altre materie, per offendere i Francesi. Fra le lettere di Girolamo Morone una ve n'è del 4 marzo 1500, in cui, descrivendo a Girolamo Varadeo quest'incontro, dice del Trivulzio: che in tantam prorupit iracundiam, ut prudentiam omnem abjecisse videretur... seroque cognovit humanitatem et mansuetudinem, saeviente populo, magis quam vim et arrogantiam proficere . Vi fu chi rimproverogli di aver tre facce, come ne portava lo stemma ; fugli rinfacciato di essere egli ribelle al suo sovrano , subdolo, traditor della patria, e dovette soffrire tutto ciò da una moltitudine di seimila persone armate, il che si scorge nella citata lettera. A tale stato si ridussero gli affari de' Francesi poco dopo partito il re.
Frattanto Lodovico il Moro (che in Inspruck era stato accolto umanamente e con sensibilità dall'imperator Massimiliano) non aveva omessa cosa alcuna affine di accelerare il suo ritorno nella patria. Vero è che nell'avversa fortuna quel principe non seppe mostrare quel vigor d'animo e quella serenità di mente, che solo possono farci reggere fra le sventure e superarle. Egli da Inspruck spedì Ambrogio Bugiardo per Bari, e Martino Casale per Pesaro, colle istruzioni a ciascuno di portarsi a Costantinopoli. Questa commissione fu data a due, e per vie separate, acciocché uno almeno potesse eseguirla. Voleva che a di lui nome animassero il Turco a passare nell'Italia ed aiutarlo a ricuperare Genova, promettendo di unirglisi per far la guerra ai Veneziani. Parrebbe incredibile questo partito, se il Corio non ci avesse stampate le istruzioni dalle quali furono accompagnati que' due ministri . Ma la protezione dell'imperatore procurò allo Sforza soccorsi più reali e solleciti; essendosi per ordine suo radunato un valente corpo di Svizzeri e di Tedeschi. Questi l'aspettavano ne' confini; e trovandosi, siccome accennai, diminuite le forze dei Francesi, pel corpo di milizia spedito all'impresa d'Imola sotto il comando dell'Allegre, riuscì facil cosa al duca di nuovamente presentarsi; e le inquietudini del popolo ne furono opportuna occasione. Messer Sanseverino comandava quattromila fanti svizzeri. All'accostarsi di questi, il Trivulzio abbandonò Milano. Il giorno 4 di febbraio 1500 il duca Lodovico rientrò in Milano per Porta Nuova, cinque mesi e due giorni dopo che l'ebbe abbandonata. Tutti i corpi politici gli andarono incontro. Mentre il duca Lodovico passava verso la Scala, dove oggidì è il teatro, venne avvisato che i Francesi, padroni del castello, facevano una sortita; il che alquanto lo sconcertò. Nulladimeno vi si pose ordine, ed egli proseguì l'intrapreso cammino al Duomo, d'onde passò ad alloggiare nella corte, su cui l'artiglieria del castello, sebbene operasse, non poté far danno, per esserne premuniti i tetti. Un giorno solo rimase Lodovico in Milano: egli passò a Pavia, lasciando al governo di Milano il cardinale Ascanio suo fratello.
"Mentre bramo salvar la patria e il duce,
Da scaltri traditor son tratto a morte.
Ma celebrar lui debbe immensa lode,
Che, per serbar la fè, sprezzò la vita."
Queste nozze erano già state concertate undici anni prima, cioè nel 1480, mentre la sposa, figlia d'Ercole d'Este, aveva sei anni.
Coi petti ritagliati al disotto delle mammelle, e col pallio alla maniera gabina, scendendo dall'omero destro al lato sinistro.
Il Corio dice: Lodovico Sforza, già inducto da Hercule Estense e da la mugliere, in tutto cominciò aspirare alo intero governo dil Stato; all'anno 1489. Rispetto poi alle rivalità dice, all'anno 1491, Quivi tra Isabella mogliere dil duca e Beatrice, per volere ciascuna de loro prevalere ad altra tanto di loco et ornamento quanto in altra cosa una tanta emulazione e sdegno cominciò tra ambe due, che finalmente, come sarà demostrato nella parte seguente, sono state causa de la totale eversione dil suo imperio.
Il Corio lo attesta all'anno 1493; il che conferma quanto antecedentemente accennai sulla venuta di Galeazzo Maria dalla Francia a Milano, cioè che vi fossero stazioni regolate pel cambiamento de' cavalli.
Antonio Grumello, nella cronaca MS, che ritrovasi presso il signor principe Alberigo di Belgioioso d'Este al foglio II, disse: Ritrovandosi il gallico re in la città de Pavia el intexo Jo. Galeaz Sfortia, ducha di Milano, esser gravemente infermo di una febbre tossichata, vuolse sua maestà vederlo: el prelibato ducha humanamente salutando sua maestà, et re gallico confortandolo a la salute, et che sua maestà mai hera per mancharli. Vedendo Jo. Gz. Sfortia esser al fine di sua vita, ricomandato el suo unigenito figliuolo Francesco Sfortia, conte di Pavia, al gallico re, pregando sua maestà lo voglia aceptare per suo figliolo et con humanissime parole fu acceptato da esso re gallico, et non dubitasse che mai hera per mancarli e mantenerlo in stato felicissimo.
Il prefato Giovanni Galeazzo riconobbe dalpopolo milanese il ducato stesso e la contea, il che tornò in grandissimo pregiudizio dell'Impero, e perché è di consuetudine del Sacro Romano Impero di non mai investire alcuno di qualche Stato da esso dipendente, se questo egli usurpò col fatto, e da altri lo abbia riconosciuto. Il Corio gli dà per extensum all'anno 1494.
Cambiata, l'anno 1783 per servire al monte di Santa Teresa, recentemente collocatovi. E qui vuolsi notare che gli scudi in bianco marmo rappresentanti i duchi di Milano, che servivano di ornato alla facciata di questa casa, furono preservati dal nostro storico, e collocati in ordine nel primo cortile della sua casa paterna, ivi dicontro. (Il Continuatore).
La chiesa della madonna di San Celso è veramente il primo monumento e il più antico di esatta architettura. La facciata dell'arcivescovado e il palazzo dell'arcivescovo si formarono dall'arcivescovo Guido Guido Antonio Arcimboldi. Il claustro di Sant'Ambrogio si fabricò dal cardinale Ascanio Sforza. Veggasi il Lattuada, Descrizione di Milano, tom. IV, p. 308. Due altre chiese si fabbricarono in que' tempi, cioè la Rosa e la Passione, meritevoli di essere osservate. Anche la cupola delle Grazie è di quei tempi, e si assomiglia alla prima maniera della casa Marliani.
Raccolta Milanese stampata presso Antonio Anelli 1756, 2 vol. in 4° Nel primo volume, dal foglio 2 fino al 22, trovansi parecchi sonetti di messer Gaspare Visconti, con alcune notizie intorno all'autore. (Nota di A. F. Frisi).
Di questi broccati pesantissimi se ne veggono tuttora in un vecchio paramento che conservasi presso i Domenicani delle Grazie. La statua di Beatrice d'Este, che è nella Certosa di Pavia, ci mostra la ricchezza e il peso di quei vestiti di allora. L'immagine di Beatrice vedesi pure in un quadro della scuola di Lionardo a Sant'Ambrogio ad Nemus. Ella vi è in ginocchio coi due suoi figli Massimiliano e Francesco, e collo sposo Lodovico il Moro.
Queste poesie furono da me copiate da un antico codice manoscritto originale dell'autore medesimo, il quale si custodisce fra molti altri manoscritti nella pregevolissima collezione del signor principe Alberico di Belgioioso d'Este. In esso leggonsi più centinaia di sonetti ad imitazione del Petrarca. Leggesi pure una commedia in ottava rima dello stesso Visconti; poesie, a dir vero, di poco valore.
L'autore Gaspare Visconti mori all'età d'anni 38, il giorno 8 di marzo l'anno 1499. Vedi Argelati Biblioth. Scriptor. Mediolan., tom. II, parte prima, col. 1604.
«Sparsi i campi al veder d'armi e d'armati,
Scossa, tremò tua pace, o Lodovico;
Sorgi, a me disse, tutt'intorno suona
Il ferro ostil, e me cacciata in bando:
L'armi dispon chi mi ripose in seggio.
Pei santissimi dritti ora te invoco
Del veneto senato, e me del sommo,
Se il puoi, periglio a liberar t'appresta.
Risposi allor: No, non temere, o Diva,
Lodovico t'adora, e del tuo Nume,
Più ancor di quel di Giove, egli gioisce.
Né già guerre temer, che ne son queste
Sol le sembianze e i simulati giuochi:
Né qui armeggiar, se non a pompa, lece.
Or dunque vanne, e abbandonando il cielo,
Orna la terra, o almen, poiché tue veci
Compier questi sol può, se in l'alte sedi
Ami recarti, in terra e in mar difendi
Gli Sforza fidi, in guerra e in pace egregi».
Tutte queste notizie sono tratte dal vol. I, num. 17 della collezione illustre del signor principe Belgioioso d'Este. Quell'antico MS. contemporaneo dice di quest'ultimo segretario camerale: se faceva per esso secretario uno quaterneto de tutti li salariati, quale se faceva sottoscrivere da l'excelentia del duca, insieme con un rotulo, che se domandava la lista grande de li salariati, in la quale per via de summario, era descripto tutta la spesa del Stato, la quale se mandava inclusa in una lettera ducale expedita per el dicto secretario alli magistri de le entrate ordinarie et thesaurero, commettendoli che facesseno fare la expeditione de li pagamenti secundo era annotato in esso quaterneto et lista alli tempi debiti et secundo l'ordine de la corte; e così si faceva.
2 Il Prato asserisce che le entrate ducali ascendessero nel 1399, a ducati ossia zecchini settecento ottantamila. Il Corio all'anno 1492, dice seicentomila. Da un MS. gentilmente mostratomi dal chiarissimo signor presidente conte Carli, le ducali entrate allora erano zecchini 424,472; io mi sono attenuto al Corio, supponendo che il minor calcolo comprenda le sole entrate ordinarie. Paragonata poi l'estensione dello Stato d'allora, le opere grandiose che si intraprendevano, con seicentomila ducati, se ne dedurrà una nuova conferma di quello che in più luoghi ho indicato, cioè sul valore de' metalli nobili maggiore assai in que' tempi che non lo è ai giorni nostri. Un uomo con cent'once d'oro oggidì è meno ricco di quello che lo fosse allora uno che ne possedesse cinquanta.
Oltre il Corio, veggasi Gaillard, Histoire de François Premier. - Edizione seconda di Parigi, presso Saillant et Nyon 1769, tom. I, p. 137.
Il Tesoriere era allora il presidente della camera, e cotesto Landriano che adulò il duca, fu il medesimo che nel Consiglio ducale lo fece acclamare, ad esclusione del legittimo successore.
Veggasi la Cronaca di Antonio Grumello pavese. MS. del signor principe di Belgioioso d'Este, foglio 19, tergo, e foglio 20.
Giovanni Andrea da Prato è l'autore che io scelgo per guida, or che il Corio cessa di raccontare. Da esso Prato, che conservo manoscritto, ho tratti i minuti avvenimenti che ho creduto di non omettere, poiché mostrano il carattere di quel buon principe.
Perpetuo edicto et inviolabili decreto... statuimus, ordinamus, et lege perpetuo valitura stabilimus.
(Con perpetuo editto e decreto inviolabile... stabiliamo, ordiniamo e vogliamo, con legge che debba valere in perpetuo)
Damus et concedimus per praesentes potestatem seu auctoritatem decreta nostra ducalia confirmandi, et infirmandi, dandi omnes quascumque dispensationes, Statutorum et ordinatorum confirmationes etc. E rispetto alle concessioni del Re medesimo dice: nisi prius fuerint in dicto senatu nostro praesentatae, interinatae, et verificatae, nullius firmitatis, effectus vel momenti esse poterunt; easque, tam concessas quam concedendas, decerminus per praesentes et irritas inanes.
(Diamo e concediamo, colle presenti, podestà o sia autorità di confermare e di annullare i nostri decreti ducali, di concedere ogni qualunque dispensa, di confermare gli statuti e le ordinazioni ecc... Se da prima non saranno nel detto senato nostro presentate, interinate e verificate, non potranno essere di alcuna forza, effetto e conseguenza; e colle presenti dichiariamo irrite e nulle, tanto le già concedute, come quelle che potessero concedersi).
Proruppe in ira così grande, che sembrava avere perduta tutta la prudenza.... E tardi conobbe che, tumultuando il popolo, più vantaggiosa riesce l'umanità e la mansuetudine, che l'arroganza.
Egli era al servigio degli Aragonesi in Napoli, mentre essi minacciavano Lodovico Sforza: quando poi Carlo VIII conquistò quel regno, il Trivulzio si pose allo stipendio della Francia, e molta parte ebbe nell'aprire il varco al re nei passi di Fornuovo alla Val di Taro.
Del Corte così scrive il Guicciardini al lib. IV, raccontando il prezzo ch'egli ottenne; ma con tanta infamia, e con tanto odio, eziandio appresso ai Francesi, che, rifiutato da ognuno come di fiera pestifera, e abbominevole il suo commercio, e schernito per tutto dove arrivava con obbrobriose parole, tormentato dalla vergogna e dalla coscienza, potentissimo e certissimo flagello di chi fa male, passò non molto poi per dolore all'altra vita.
Dee cagionar maraviglia il vedere come senza spargersi quasi sangue umano, ritornassero gli Sforzeschi ad impadronirsi di Milano, e ne scacciassero i Francesi. Vero è, com'è notato più sopra, che l'armata francese erasi indebolita per la spedizione dell'Allegre; vero pure è che sedicimila Svizzeri e mille corazzieri tedeschi s'erano uniti allo stipendio del duca Lodovico; che non mancava il duca né d'artiglieria né di corrispondenti munizioni: ma pure potevasi disporre colle truppe francesi un campo e disputare almeno l'ingresso nel Milanese allo Sforza. Ciò non si fece per le rivalità consuete fra i primi generali e ministri. Gian Giacomo Trivulzio era, come si è detto, luogotenente del re e governatore. Ma i primari Francesi, mal sofferendolo, attraversavanlo in ogni cosa. Il conte di Lignì, uomo di somma autorità nella guerra, disponeva le cose per modo, che appena lasciava al Trivulzio il titolo di governatore. Il vescovo di Luçon, gran cancelliere e presidente del senato, bramava non meno dell'altro la rovina del Trivulzio. Si voleva che gli affari andassero male a segno, che il re fosse costretto di togliere al Trivulzio la dignità. Di ciò scrive minutamente Girolamo Morone a Girolamo Varadeo, in data del 31 dicembre 1499 . Questo illustre nostro cittadino Morone in seguito ebbe molta parte negli avvenimenti pubblici del Milanese e dell'Italia, come vedremo. Fu veramente uomo grande, di un giudizio esatto, di penetrante ingegno, e tale che in ogni secolo, e presso qualunque nazione avrebbe potuto primeggiare; il che non si può dire di molti. Lodovico XII nel nuovo piano politico aveva creato un avvocato fiscale, il quale per ufficio avesse cura e tutela delle ragioni del principe, sì per gl'interessi camerali, che per la giurisdizione rispetto a' feudi, alla corte di Roma e ad ogni altra competenza. Questo avvocato del principe aveva la facoltà d'intervenire a qualunque adunanza, in cui potesse avere interesse la giurisdizione sovrana; né potevasi dai tribunali determinare, se prima su tai punti non avesse esposte le sue ragioni l'avvocato del re. A questa carica volle Lodovico XII promovere un nobile milanese, che ne avesse il talento; e scelse il giovane Girolamo Morone, mosso dalla buona fama che correva di lui, senza ch'ei lo sognasse nemmeno. Tant'egli era alieno dal pensarlo, che vennegli l'annunzio per parte del re, mentre egli, ritirato in una villa, stavasene lontano dalla tumultuosa rivoluzione che cagionava nella città la venuta de' Francesi. Morone nelle sue lettere descrive il fatto. Egli eseguì assai bene il proprio ufficio finché dominarono i Francesi. Partiti questi, egli rimase in Milano senza inquietudine, perché senza colpa. Il duca Lodovico lo chiamò, e lo accolse con somma cortesia. Gli propose di volerlo spedire a Roma ed a Napoli per ricercare soccorsi contro de' Francesi; e lo avvisò di prepararsi ad eseguire questa commissione. Il Morone ringraziò il duca dell'onore che voleva fargli; ma considerandosi ancora assai giovine ed imperito per affari di Stato, supplicò per essere dispensato da una commissione che difficilmente sarebbe riuscita con buon servizio del duca e con onore di lui. Il duca Lodovico graziosamente replicò che il senno del Morone era virile se l'età era fresca, e che sperava sarebbe ottimamente riuscito. Il Morone soggiunse al duca che né il papa né il re di Napoli si sarebbero fidati di lui, attesoché dai Francesi era stato beneficato, e che questo solo bastava a renderlo un negoziatore infelice. Nemmeno a ciò s'arrese il duca, replicando che la confidenza ch'egli mostrava di avere in esso lui, avrebbe convinti e il papa e il re per modo che avrebbero liberamente trattato seco. Vedendo il Morone deluso ogni sotterfugio, con sommessione dichiarò ch'egli avrebbe data la vita pel servizio del suo natural principe; ma che egli sentiva una ripugnanza invincibile a far cosa alcuna in danno de' Francesi, dai quali era stato favorito. Lodovico lodò la virtù del Morone, lo congedò, ma si conobbe che non ne rimase contento: profecto rationis efficacia victus, manum dedit; attamen, dum me dimisit, eum mihi subiratum dignovi, quoniam, ut scis, principes quod volunt, nimium velle solent, et ut plurimum quod juvat magis, quam quod decet, cogitant . Le lettere del nostro Morone si trovano nella biblioteca del fu conte di Firmian, e meriterebbero di veder la luce, poiché sono l'opera di un uomo di Stato, che ebbe fra le mani i principali affari d'Italia de' tempi suoi; e conseguentemente servono di molto aiuto per la storia.
Lodovico il Moro stette per due settimane a Pavia per ivi radunare le sue soldatesche, le quali s'andavano ogni dì aumentando, mercé gli Svizzeri e Tedeschi che scendevano dalle Alpi e si ponevano allo stipendio di lui. Milano frattanto era inquietata dalle scorrerie che tentavano i Francesi acquartierati nel castello, malgrado la custodia del cardinale Ascanio; volavano di tempo in tempo le palle sulla città: avvenimento che cinquant'anni prima avea preveduto il buon Giorgio Piatto. Il duca, avendo più di sedicimila Svizzeri, mille corazzieri tedeschi e molta cavalleria italiana, forz'era che tentasse qualche azione. Egli mancava di denaro, né poteva lungamente mantenere al suo stipendio quest'armata. I Francesi dell'Allegre da Imola ritornarono per unirsi ai compagni. Dalla Francia era spedito nuovo rinforzo sotto il comando del duca della Tremouille; non v'era speranza pel Moro, se non nella rapidità di approfittare dell'occasione favorevole. Dispose adunque d'impadronirsi di Vigevano, e da Pavia partitosi ai 20 di febbraio 1500, il giorno 25 se ne rese padrone. Per animare i suoi egli aveva loro promesso il saccheggio di quella città, e gli Svizzeri avevano raddoppiati con tal mercede i loro sforzi. Ma il duca amava quel luogo, e non ebbe cuore di vedere eseguita la rovina di que' cittadini. Fece distribuire a ciascun soldato un ducato d'oro, di che rimasero tutti assai malcontenti. Poi Lodovico Sforza co' suoi si inoltrò verso Mortara, otto miglia distante da Vigevano, e collocò le tende in faccia del Trivulzio. I Francesi erano alquanto sbigottiti dai prosperi eventi dello Sforza; gli Sforzeschi per questi medesimi erano animosi. Francesco Sanseverino, uomo che avea un nome nella milizia, animava il duca a cogliere l'occasione e venire tosto a giornata, prima che un nuovo corpo di Svizzeri e il duca de la Tremouille rendessero formidabile il nemico; ma il duca, sempre incerto e mancante di energia, rispondeva esser meglio il vincere temporeggiando, che tentare l'incerta fortuna di una battaglia; la qual massima non poteva essere più fuori di luogo che in bocca d'un principe gli Stati di cui sieno occupati da un nemico potente, e che non avea per liberarsene altro mezzo che una momentanea armata, senza un erario con cui tenerla quanto occorresse allo stipendio; giacché il cardinale Ascanio, per raccogliere danaro, era ridotto a far coniare moneta cogli argenti delle chiese di Chiaravalle, del Duomo, di Sant'Eustorgio, di San Francesco e di San Marco. Ma il duca Lodovico non aveva ereditati i talenti militari del duca Francesco suo padre. Egli era un principe colto bensì, ma non un eroe; principe di vaste idee anzi che di grandi e solide, snervato dall'avversa fortuna, privato della duchessa, abbandonato a consigli vacillanti. Avrebbe dovuto cimentarsi coll'armata francese; ma invece levò le tende e trasportò il suo campo sotto Novara, che era in poter de' Francesi sotto il comando del conte di Musocco, figlio del maresciallo Trivulzio. Il duca promise il sacco di Novara; il che era in quei' tempi un diritto militare, allorché per assalto e senza capitolazione veniva presa una città. Alcuni cittadini novaresi segretamente intrapresero a concertare col Moro per introdurlo nella città. Novara era assai ben munita, né facil cosa era l'impadronirsene. La prima condizione che i cittadini vollero, fu quella di aver salve le cose loro. Il duca, contentissimo per sì inaspettato mezzo, che spianava ogni ostacolo, a tal condizione aderì, e così entrarono gli Sforzeschi in Novara; sicché a stento poté appena per la porta opposta correre a salvamento quel presidio. Ciò accadde il giorno 20 di marzo 1500. I soldati si posero a saccheggiare a norma della parola datane loro dal duca; ma egli nuovamente lo proibì; il che sempre più alienò da lui l'animo di quell'armata, composta di soldati che non aveano legame veruno col duca; gente collettizia, radunata allora allora per la speranza di far bottino, e che vedevasi delusa e quasi schernita dal duca, malgrado la sua parola, e malgrado anche i loro diritti militari.
Mentre Lodovico Sforza stavasene co' suoi entro Novara, il di cui castello tuttavia era in mano dei Francesi, il ministro del re di Francia alla dieta del corpo elvetico, Antonio Brissey, maneggiava il colpo decisivo, per cui il suo re, senza contrasto, rimanesse duca di Milano. Gli scrittori sinora hanno rappresentata la prigionia del Moro come un tradimento degli Svizzeri; ed hanno offeso con ciò, non solamente il carattere de' fedeli ed onorati Elvezii, ma la verità e il buon senso, che non permetterebbe mai di credere che sedicimila uomini si unissero per tradire chi li paga . Le lettere del Morone ci svelano come seguisse il fatto . Poiché fu Lodovico in Novara, i Francesi s'accrebbero; e molta gente venne dalla Svizzera sotto le loro bandiere. S'avvide allora il duca del male che avea fatto non ascoltando i consigli del Sanseverino; e, come dice il Morone: se ipsum arguere, propriamque vecordiam accusare non cessabat, nec quid consilii caperet satis intelligebat . Galeazzo Visconti era il ministro del duca alla dieta elvetica, ed ivi non cessava di animare quella sovranità a cogliere l'onorevole occasione di dar la pace alla Lombardia. Solo che la dieta lo volesse, doveano cessare al momento le ostilità; giacché le forze principali dei due eserciti consistevano negli Svizzeri, che avevano bensì la libertà di vendere i loro militari servigi alla potenza che più era in grado a ciascuno; ma conservavano sempre il carattere di sudditi della dieta, alla quale non avrebbero potuto mancare, se non sacrificando l'onore, la patria, i parenti e i loro poderi. Bastava un ordine supremo agli Svizzeri dei due eserciti, per cui si vietasse loro di combattere, che la sospensione d'armi era al momento fatta. Bastava spedire abili negoziatori che, a nome della sovranità elvetica frapponendosi, conciliassero la pace; e per necessità doveano l'una e l'altra parte piegarsi e ricevere in certo modo la legge. Il progetto era nobile, umano e grande. Fu aggradito. Si spedirono gli ordini sovrani per due corrieri alle due armate. Si trascelsero dodici deputati, i quali venissero a dar la pace. Assicurato di ciò il duca, si collocò in Novara. Ma il destrissimo Antonio Brissey corruppe il corriere che portava il decreto all'armata francese, per modo ch'ei s'appiattò in un villaggio per più giorni, mentre l'altro corriere spedito al Moro diligentemente accelerava il suo cammino. Così doveva accadere che gli Svizzeri sforzeschi ricevessero il comando di non combattere, ed i Francesi non lo ricevessero. Di ciò venne sollecitamente avvisato il Trivulzio. Qualche notizia ne ebbe anche il Moro, leggendosi nella cronaca del Grumello: Essendo una sera Ludovico Sforcia in camera sua, in Novara, poco prima di essere preso, giocando a scacho con Franchasso Sanseverino; et essendo in epsa camera Almodoro, suo favorito astrologo, et Jo. Stephano Grimello co' suoi fratelli, gionse una spia a lui, quale li parlò in le orecchie uno poco di tempo, che niuno intendere poteva. Giochando epso Ludovico Sforcia alzando gli occhi a lo Almodoro astrologo, disse queste parole: - Almodoro, Johane Jacobo Trivulcio ha dicto che, avanti passino giorni quindici, sero prigione del Gallico Re; che dicesi da voi? Dette risposta Almodoro che il Trivulcio non diceva vero, perche non si ritrovava alcuno pianeto per il qual si potesse coniecturar tal cosa che sua Signoria havesse ad esser prigione, anzi victoriosissimo. Giunse agli Svizzeri sforzeschi il divieto sovrano che proibiva loro di battersi. L'armata francese, il giorno 4 di aprile, si pose in marcia e si collocò un miglio distante da Novara, in modo da impedire al duca ogni soccorso di viveri. I Francesi gli presentarono la battaglia; e il duca non sapeva comprendere come ciò fosse, poiché, dal decreto recato agli Svizzeri suoi, vedevasi che un consimile ordine contemporaneamente si spediva agli Svizzeri nemici. Tentò varie strade per far notificare agli Svizzeri della Francia l'ordine dei loro sovrani, ma la vigilanza de' Francesi lo impedì. Non aveva provvisione di viveri in Novara; e forz'era sloggiare i Francesi, per non perirvi di fame. Invano il duca chiese agli Svizzeri il loro aiuto, che nol potevano prestare senza fellonia. Essi soltanto si offersero a schierarsi bensì in ordine di battaglia, acciocch'egli co' Tedeschi e cogl'Italiani che aveva staccato, si potesse, volendo, aprirsi vigorosamente una strada e ricoverarsi in Milano, dove il cardinale Ascanio teneva cinto il castello con diecimila uomini, ed erano vicini nuovi soccorsi dell'imperatore. I Tedeschi e gl'Italiani, che il Moro seco aveva in Novara, erano ottomila uomini, picciolo corpo bensì a fronte dell'armata francese, ma bastante per una impetuosa incursione che lo ponesse in salvamento. Così venne stabilito. Ma usciti appena gli Svizzeri da Novara e trovatisi a fronte dei nemici, nemmeno sostennero quell'apparenza; ed improvvisamente piegando le loro bandiere e riponendole nel sacco, abbandonarono il posto; il che pose in tal disordine gli ottomila Tedeschi e Italiani, che, sorpresi, volsero le spalle, e, disordinatamente fuggendo, si ricovrarono di bel nuovo entro le mura di Novara, dove fu costretto di ricoverarsi frettolosamente il duca. Mancavano i viveri pel giorno seguente. La notte si trattò fra il Ligny e il duca, e si concertò una capitolazione. Il giorno vegnente, cioè il memorando giorno 10 aprile 1500, il Trivulzio la disdisse e dichiarò nulla, pretendendo che mancasse nel generale francese la facoltà di concertarla. Un onorato capitano albanese, che trovavasi nell'armata del duca, lo consigliò di montare sul di lui cavallo barbero, di prodigiosa fortezza e velocità, sul quale sicuramente si sarebbe portato a Milano; ma il duca, timido, avvilito, non seppe risolversi. Si rivolse invece a pregar gli Svizzeri che lo vestissero come uno de' loro fantaccini, acciocché sconosciuto, potesse evitare la prigionia. Capitolarono gli Svizzeri sforzeschi co' nemici, ed ottennero di liberamente tornarsene al loro paese. Mentre uscivano da Novara gli Svizzeri, e con essi il duca travestito, un araldo a nome del duca uscì da Novara, e si portò dal generale Ligny per confermare la capitolazione. Sperava il Moro con tale astuzia di occupare frattanto i generali francesi e distorgli dal sospettare la fuga di lui. Lodovico, attorniato da sedicimila Svizzeri, era già fuori della città, e consolavasi credendosi in salvo, senza avere con veruna capitolazione abdicate le sue ragioni. Il cardinale di Rohan comandò all'armata francese di porsi in ordine di battaglia, acciocché gli Svizzeri dovessero sfilate due a due attraverso. V'è chi crede che lo stesso comandante svizzero sforzesco avesse tradito il duca, avvisandone il cardinale. La faccia dei sovrani è nota, e corre sulle loro monete. Il Moro venne scoperto, tanto più facilmente, quanto che egli per la statura eccedeva la comune, e pel fosco colore del volto ebbe per sopranome il Moro. Nella lettera il Morone dice: infelix Ludovicus, qui non oris, non majestatis quam in vultu semper habuit, non proceritatis habitum mutare potuerat, licet vestes commutasset, agnitus apprehensusque fuit . Quel drappello di cavalleria sforzesca che trovavasi in Novara, còlto il momento in cui i Francesi ebbero preso il duca, facta statim eruptione si salvò, attraversando l'armata francese; il che mostra qual fosse il partito che avrebbe dovuto prendere il duca.
Appena fu il duca nelle mani de' Francesi, che, in quel medesimo umiliante arnese da fantaccino svizzero, fu condotto alla presenza del comandante Gian Giacomo Trivulzio. Pareva che la presenza di quel principe, già suo sovrano, ora suo prigioniero, dovesse eccitarenell'animo del Trivulzio, non già la collera, ma la compassione. La perduta sovranità, e l'abbiezione presente, la prigionia dovevano eccitare in un cuor generoso la brama di alleggerire i mali del suo avverso destino, non di aggravarli. Convien dire che non fosse mosso da questi principii l'animo del maresciallo Trivulzio, poiché duramente allora gli rinfacciò il bando che gli aveva dato. Passò il duca in custodia del duca de la Tremouille, il quale, rispettando la sventura di lui, lo providde di abiti e di quanto conveniva alla di lui condizione . Il giorno 17 d'aprile, che fu venerdì santo, partì da Novara per la Francia, abbandonando per sempre l'Italia. Il duca de la Tremouille con trecento cavalli lo scortava. Passando per Asti, lo sventurato Lodovico dovette ascoltare mille ingiurie dal popolaccio affollato, che gli avrebbe fatto insulti anche maggiori, se la nobile generosità francese non l'avesse impedito. Arrossiva il disgraziato principe, cadevangli amare ed inutili lagrime, scoppiavagli il cuore, onde a Susa cadde in tal languore, che convenne sospendere per qualche giorno il cammino, che poi ripigliossi. Onde, passate le Alpi e condotto in Francia, fu dapprima collocato nella torre dei Gigli di San Giorgio nel Berry. Ivi poté corrompere poi i custodi, e, nascosto sotto il fieno d'un carro, uscì dalla ròcca: ma, al suo solito, mancando pure di ardimento in quella occasione, si smarrì ne' boschi vicini, e fu nuovamente raggiunto. Quindi, in più stretta custodia collocato nel castello di Loches, finì i suoi giorni nel 1508, ai 27 di maggio, nell'anno cinquantesimosettimo di sua vita. Principe a cui furono rimproverate le morti del duca Giovanni Galeazzo, e dell'onorato e venerando Cicho Simonetta; ma che nel rimanente fu un sovrano sincero, generoso, liberale, amico del merito, conoscitore dei talenti, promotore della coltura in ogni genere, tenero marito, padre affettuoso, principe capace di amicizia e di benevolenza, e tale insomma che probabilmente venne spinto dal predominio altrui a macchiarsi contro sua voglia. Come politico poi, o come militare, convien confessare ch'ei mancava intieramente di talento, e che non mostrò nemmeno di avere condotta alcuna. Fluttuante, incerto, pare che i soli casi momentanei determinassero le sue azioni, senza avere un costante principio; il che rese gli ultimi fatti suoi meschini agli occhi di ognuno. Così terminò lo splendore della casa Sforza, che durò cinquant'anni e non più; giacché, come vedremo, assai breve e povera comparsa fecero dappoi i due figli di Lodovico, Massimiliano e Francesco, ch'ei lasciò ricoverati nella Germania presso dell'imperatore. Il cardinale Ascanio fu preso e condotto parimenti nella Francia. Gli stipendiati sforzeschi che rimanevano in Milano, si sbandarono. Sulla prigionia del duca Lodovico si coniò la medaglia in cui, al rovescio della testa del maresciallo Trivulzi, leggesi: Expugnata Alexandria, delecto exercitu, Ludovicum Sfortiam ducem expellit, reversum apud Novariam sternit, capit . Il maresciallo Trivulzio aveva, siccome vedemmo, molti nemici. Il tumulto accaduto in Milano sotto il governo di lui doveva condurre il re Lodovico XII a confidare in altra mano la suprema dignità, siccome fece, dichiarando suo luogotenente e governatore il cardinale di Rohan, che si chiamava il cardinale d'Amboise. Nemmeno per tre mesi il Trivulzio durò governatore. Per pochi mesi pure tenne questa carica il cardinale, a cui fu successore, nell'anno medesimo 1500, il signore du Benin. Entrò in Milano il Trivulzio il giorno 15 aprile, e andossene ad alloggiare in sua casa , non più in corte. Il cardinale, il giorno 17 di aprile, entrò come governatore. È facile l'immaginarsi quale fosse l'inquietudine de' Milanesi in tale rivoluzione, disperando di più rivedere il loro natural principe, e temendo la vendetta de' Francesi, offesi nell'ultima rivoluzione. In fatti, il cardinale pretendeva dalla città ottocentomila scudi, ossia dodicimila marche d'oro, in rifacimento delle spese fattesi per ricuperare lo Stato. La pena fu poi ridotta a soli trecentomila scudi, e nemmeno di quest'ultima somma se ne portò tutto il carico, poiché, trattine centosettantamila scudi effettivamente pagati, mercé di un regalo di gioie del valore di ottomila scudi d'oro fatto alla regina Anna di Brettagna, moglie del re Lodovico XII, ella impetrò dal sovrano suo sposo il dono del rimanente.
Dalla presa del duca Lodovico sino al 1507, poco o nulla accadde nel Milanese che meriti luogo nella storia, fuori che gli Svizzeri si resero padroni di Bellinzona, ed il re di Francia accondiscese a lasciarne loro il dominio. Negli anni 1502 e 1503 la pestilenza venne a Milano da Roma e fece strage. Quest'era la undecima volta, dal nono secolo in poi, in cui Milano fu esposta a tal miseria; avendo io osservate memorie di pestilenza negli anni 883, 964, 1005, 1244, 1259, 1361, 1373, 1400, 1406 e 1485. Nel secolo XVI, del quale ora scrivo, più volte vi penetrò, come vedremo. (1507) L'anno 1507, il giorno 24 di maggio, Lodovico XII, per la seconda volta, venne in Milano. Egli si era impadronito di Genova e fece il solenne ingresso, andandogli incontro, oltre il clero e i corpi pubblici, ducento giovani vestiti di drappo di seta celeste, ricamato a gigli d'oro. Il re entrò per Porta Ticinese sotto diversi archi trionfali, essendo le vie tutte coperte di tela, magnificamente parate. Così erano le vie sino al castello, dove terminò l'entrata. Eranvi in seguito de' carri dorati, a foggia de' trionfi dei Romani antichi. Il re stava sotto a baldacchino di drappo d'oro, con corteggio immenso di principi, marchesi, conti, sei cardinali, e quattro altri ne vennero il giorno seguente, in tutto dieci cardinali. Il re visse in Milano coll'affabilità istessa dell'altra volta; andava ai pranzi, e fu da Galeazzo Visconti, da messer Antonio Maria Pallavicino; e sopra ogni altro si ricorda il festino veramente magnifico che diede Gian Giacomo Trivulzio al re ed alla corte, in cui sedettero più di duecento gentiluomini, cinque cardinali e centoventi damigelle milanesi. Inoltre vi furono tavole imbandite per quattrocento arcieri reali, ed altretanti domestici e cortigiani; onde più di mille convitati sedettero alle mense del Trivulzio: e ciò, essendo la stagione favorevole, seguì il 27 di maggio, sotto sale posticcie, piantate lungo il corso di Porta Romana. Indi vi si ballò e s'ebbe il divertimento delle maschere. Al re singolarmente piacque una bellissima giovine, Catterina di San Celso, che cantava, suonava e ballava sorprendentemente, ed aveva somma grazia, ingegno e vanità di conquiste.
Fra i varii spettacoli che in quella occasione si videro, uno ve n'ebbe il quale minacciò di cagionare degli inconvenienti. Il giorno 14 giugno 1507 fu destinato ad una rappresentazione militare. Il giorno precedente cadeva la solennità del Corpus Domini, ed il re, con sette cardinali, col duca di Savoia, e i marchesi di Monferrato e Mantova, e una schiera di ministri esteri, aveva decorata la solita processione. La comparsa militare consisteva nel mostrare l'attacco di una fortezza. Erasi accomodato, a foggia di una ròcca, a quest'oggetto, il palazzo dove soleva dimorare il governatore, ch'era Carlo, gran maestro d'Amboise, succeduto al cardinale di Rohan . A difendere il forte, stavano esso governatore, il marchese di Mantova e il maresciallo Trivulzio, con cento uomini d'armi. L'attacco si faceva con forti bastoni, e tanto fu l'ardore, che alcuni vi rimasero morti, molti feriti; e la cosa era talmente impegnata, non volendo alcuna delle due parti cedere, che, per evitare una funesta scena, dovette il re in persona porsi di mezzo. Un mese e mezzo dimorò il re Lodovico questa seconda volta in Milano, d'onde partissene il giorno 11 luglio alla vòlta di Savona, per abboccarsi col re di Spagna, e concertar il matrimonio della sorella del duca di Nemours con quel re. I Veneziani, vedendo che il re Lodovico XII si era con facilità impadronito di Genova, cominciarono a temere questo potentissimo vicino, che aveano incautamente invitato ed assistito. Mossero delle pratiche per animare l'imperator Massimiliano, il quale aveva alla sua corte i due esuli principi Massimiliano e Francesco, figli del duca prigioniero. Non poteva il capo dell'Impero considerare mai come legittima l'invasione fatta dal re di Francia nel Milanese. Il feudo non passava nelle femmine, e quindi era viziato il titolo su cui fondavasi il re. Veramente ancora più viziato era quello che poteva mostrare Francesco Sforza; poiché la Bianca Maria, nella sua origine, aveva una macchia, della quale era immune la Valentina. Ma appunto per questo, quell'augusto avea, con nuova investitura, costituito duca Lodovico secondogenito, acciocché l'investitura mostrasse l'arbitrio cesareo nella scelta. Oltre poi l'augusta maestà dell'Impero, nel cuore di Massimiliano parlavano i moti del sangue in favore dei due giovani principi oppressi. (1508) Lusingato adunque Massimiliano del favore de' Veneziani, si presentò ai difficili passi dell'Adige per discendere dal Tirolo nella Lombardia; e, col pretesto di passar poi a Roma per farsi incoronare, scacciar prima i Francesi dal ducato di Milano. Ma trovò opposizione tale de' Veneziani, che dovette tornarsene. Egli mosse le armi contro i Veneti, ed essi occuparono le terre imperiali di Gorizia e Trieste. Questi furono gli ultimi motivi che determinarono la famosa lega di Cambrai l'anno 1509; lega in cui il papa, l'imperatore, il re di Francia, il re di Spagna, e vari altri minori principi Gonzaghi, Estensi, ecc., si unirono a danno della prepotente repubblica veneta; lega per cui Venezia fu nel punto di perire, e per cui ricevette un colpo siffatto, che più non le fu possibile riascendere alla primiera grandezza. Era egli meglio per Venezia l'avere per confinante un principe di forze moderate, come lo Sforza, ovvero un re di Francia? Sulla casa Sforza essa acquistò Brescia, Bergamo e Crema. Il tempo cambia i principi, e le repubbliche immortali seguitano sempre la stessa politica. Un successore debole sul trono di Milano accresceva nuove spoglie ai Veneti; Cremona, la Gera d'Adda terminarono in mano de' Veneti... Quantunque, era forse un bene per Venezia l'accrescere tanto lo Stato suo? E se, invece di farsi delle città suddite, ella ne avesse fatte altretante alleate e partecipi della veneta libertà, dando la cittadinanza veneta ai vinti, come i Romani... forse rinasceva Roma nel seno dell'Adriatico. Mi si perdoni questa digressione. Facil cosa è giudicare dagli effetti, siccome fa lo storico; ma gli uomini di Stato, costretti ad antivedere, sono dalle apparenze sedotti facilmente. L'oggetto di questa unione si era che il papa togliesse alla Repubblica le città marittime della Romagna; l'imperatore acquistasse Verona, Vicenza e Padova; il re di Francia riunisse al Milanese Crema, Bergamo e Brescia. Gli altri principi tutti avevano concertata la porzione che lor doveva appartenere dello spoglio de' Veneziani.
I Veneziani radunarono un esercito di sessantamila uomini; e ne confidarono il comando al conte Bartolomeo d'Alviano. Si presentarono i Veneti all'Adda. Di contro comparve il governatore di Milano gran maestro Carlo d'Amboise, con una men forte armata. I Veneziani posero il fuoco a Treviglio; il loro comandante voleva prendere Lodi e Milano, od almeno tentarlo prima che giugnesse il re di Francia, il quale con nuovi armati passava le Alpi; ma i provveditori veneti non lo permisero. (1509) Comparve Lodovico XII in Milano il giorno l° di maggio del 1509, e fu questa la terza volta. Vi dimorò otto giorni; indi co' suoi s'incamminò alla vòlta di Cassano. Egli avea al suo seguito da cento de' primi gentiluomini milanesi, che seco conducevano più di mille cavalli corredati con maravigliosa magnificenza; e questi combattevano a proprie spese senza stipendio; su di che il Prato: al vedere quelle cavalcanti compagnie sì di Francesi come di Milanesi, con i sajoni quasi tutti di broccato d'oro sopra le fulgenti armi, avendo il re, vestito di bianco, nel mezzo, era veramente uno obstupescere l'occhio del riguardante. Giunse il re a Cassano; si pose di fronte ai Marcheschi. I Veneziani erano vantaggiosamente accampati alla sinistra riva dell'Adda, che scorreva avanti al loro campo. Voleva il re arditamente passare il fiume ed attaccarli, ma Giovan Giacomo Trivulzio lo sconsigliò da questo temerario partito a fronte di una numerosa armata, provveduta di molta artiglieria. Il re fece de' ponti, e su di essi passarono i Francesi; ciò accadde il 10 maggio 1509. V'erano il Trivulzio, La Palisse, il duca di Bourbon. Il conte Bartolomeo d'Alviano voleva attaccare i Francesi al momento in cui stavano passando il fiume; e si lagnò de' provveditori veneti, che gli strappavano dalle mani la vittoria e lo esponevano poi alla rovina. Non permisero i provveditori che scendesse dal suo campo trincerato. Il re pose il suo accampamento col fiume alle spalle e fece rompere i ponti, acciocché i soldati sapessero che non rimaneva scampo alcuno colla fuga. I Veneziani si ritirarono verso Caravaggio. Il 14 maggio 1509 si posero in marcia i Francesi. I Veneziani avevano circa ventimila fanti e mille uomini d'armi. Fra i primi nell'attaccare furono i nostri Milanesi. Il fatto seguì fra Agnadello e Mirabello. Rimasero sul campo sedicimila persone. Alcuni dissero persino ventimila. L'Alviano fu ferito. Ventitre pezzi di grossa artiglieria vennero in potere de' Francesi. Molti Veneziani rimasero prigionieri. Il poco che rimase dell'armata marchesca fuggì verso Brescia. Dopo questa insigne sconfitta d'Agnadello, del 14 maggio, i Francesi presero Caravaggio il 16; il giorno 18 maggio Bergamo si sottomise al re; e il giorno 23 maggio Brescia pure conobbe il re di Francia per suo signore. Crema nel mese istesso si sottomise. Tale fu l'impressione che fece la vittoria di Agnadello, che Verona, Vicenza e Padova portarono al re le chiavi, e il re le fece consegnare agli ambasciatori del re de' Romani, come città a lui appartenenti.
Dopo un così rapido corso di vittorie il re Lodovico XII, il giorno 1° di luglio, entrò in Milano con una sorta di trionfo. Girò da San Dionigi dietro la fossa per entrare solennemente da Porta Romana, che allora era al ponte; e da Porta Romana al castello erano le case coperte di panni di razza, con li padiglioni sopra; come dice il Prato, che descrive la pompa essere stata tale, che ardiva paragonarla ai trionfi de' Romani antichi. Vi erano quattro archi trionfali, e l'ultimo sulla piazza del castello, il quale, fra gli altri belli, era bellissimo, d'altezza di più di cinquanta braccia, disopra avendo di rilievo la imagine del re, sopra un cavallo tutto messo a oro, di maravigliosa grandezza, con due giganti a canto, e tutte le commesse battaglie intagliate e dipinte, che era una bellezza a vedere, e più superba cosa saria stato, se la subita venuta del re non avesse il mezzo dell'opera intercisa; così il Prato. Il re era preceduto da carri dorati, che rappresentavano le città sottomesse, alla foggia de trionfi romani. S'era preparato un magnifico carro trionfale, tutto dorato e condotto da quattro cavalli bianchi, coperti superbamente di ricamo, e scortato da ventiquattro pomposi custodi; ma il re non volle ascendervi e rimase a cavallo, corteggiato da gran numero di principi, conti e marchesi, ducento gentiluomini francesi, e molti gentiluomini milanesi sì superbamente vestiti, che il più domestico abito era semplice broccato; così il Prato. Il re poco dopo tornò in Francia .
Mentre i Francesi riunivano al ducato di Milano Brescia, Bergamo e Como, l'imperatore possedeva Verona, Vicenza e Padova; e il papa s'era reso padrone di Ravenna, Cervia, Imola, Faenza, Forlì, Rimini e Cesena. Ma, come accade sempre alle forze collegate, che i separati interessi de' soci le scompongono ben tosto, così riuscì ai Veneziani di riprendere Padova. Poco dopo, segretamente il papa fece pace co' Veneziani, ed ottenne la signoria delle città che avea conquistate nella Romagna, con di più il patto che la Repubblica non mai occupasse Ferrara. Così, mancando il papa di fede alla Lega, questa cessò, e ciascuno si rivolse a provvedere a' casi suoi.
Capitolo XXI
Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca
Dopo la vittoria di Agnadello, il re di Francia Lodovico XII aveva ottenuta dall'imperatore Massimiliano l'investitura del ducato di Milano collo sborso di centocinquantacinquemila scudi d'oro . Così quell'augusto parve che sagrificasse i due suoi cugini germani, Massimiliano e Francesco Sforza, spogliandoli di quel diritto ch'ei medesimo aveva dato ad essi nell'investitura di Lodovico il Moro, loro padre. Ma se le circostanze momentanee consigliarono un tal partito, in forza della lega di Cambrai, considerata per un mostro politico; cambiate queste, ben tosto gl'interessi di ciascun potentato ripigliarono il loro vigore; e nello Sforza preferì Cesare un principe stretto parente e protetto da lui, ad un rivale formidabile, quale era il re di Francia. (1510) Il papa Giulio II, staccatosi dalla lega, unitosi co' Veneziani, teneva segrete pratiche cogli Svizzeri, a fine di scacciare dal Milanese i Francesi, o d'inquietarli per lo meno. Quella nazione bellicosa e confinante, cinta da montagne altissime, poteva con improvvise incursioni sorprendere, e, rispinta, ancora ricoverarsi fra le rupi native fuori da ogni pericolo di offesa. Dopo di avere gli Svizzeri occupata Bellinzona nella rivoluzione in cui Lodovico il Moro fu preso, resi padroni di quella ròcca, in addietro posseduta dai duchi di Milano, non solamente si videro àrbitri di invadere la sottoposta pianura del Milanese, ma formarono disegno di occuparne una porzione. Il papa, che aveva già l'animo rivolto a Parma e Piacenza, città state sempre unite al ducato di Milano, a fine di staccarle ed appropriarsele come città comprese anticamente nell'esarcato di Ravenna, e nella donazione che la contessa Matilde aveva fatta alla Santa Sede, adescò gli Svizzeri a staccare altresì dal ducato medesimo Lugano, Locarno e Mendrisio, tre distretti i più vicini alle Alpi. Animò i Grigioni ad acquistar Bormio e la Valtellina. Il principal motore presso gli Svizzeri fu Matteo Scheiner, uomo di nascita plebea, dapprincipio maestro di scuola, indi curato, poi canonico di Sion, piccola città del Vallese, uomo di una impetuosa eloquenza e di un carattere violento, ostinato ed appassionatamente nemico dei Francesi, fatto per le armate più che pel sacerdozio, il quale, per testimonianza di Varilas, sforzò col ferro alla mano il suo capitolo a nominarlo coadiutore; e fatto indi vescovo di Sion, rese celebre il suo nome per le imprese militari e per la somma influenza che ebbe presso gli Svizzeri, e conseguentemente negli affari di que' tempi, ne' quali gli Svizzeri avevano moltissima parte; uomo perfine, che dal papa, per sempre più rendersi amici gli Svizzeri, fu creato cardinale, e dagli scrittori chiamasi il cardinale di Sion. Nel mese di settembre del 1510 gli Svizzeri fecero una incursione dal ponte della Tresa a Varese. I Francesi erano sparsi nei presidii di Brescia, Peschiera e altre fortezze, che ora sono dello Stato veneto. Cinquecento lance stavano a fronte dell'esercito veneziano. Altre cento lance francesi erano passate ausiliarie del duca di Ferrara, minacciato dal papa, il quale aveva accordato co' Veneziani, ch'essi non gl'impedirebbero di impadronirsi di quella città, togliendola agli Estensi. Il qual progetto non riuscì allora a Giulio II; ma ottantasette anni dopo, cioè nel 1597, Clemente VIII Aldobrandino lo ridusse a compimento. I Francesi non avevano quindi forze bastanti per impedire simili scorrerie degli Svizzeri; i quali, dopo di avere saccheggiate le terre, si ricoverarono prima dell'inverno sulle loro Alpi. (1511) Ma l'anno seguente, cioè 1511, sedicimila, secondo il Guicciardini, o venticinquemila Svizzeri, secondo il Prato, scesero dalle loro montagne, occuparono di bel nuovo Varese, s'innoltrarono a Gallarate, a Rho, e si presentarono fin sotto le mura di Milano il giorno 14 dicembre 1511. Ma non avendo costoro artiglieria, non passarono più oltre; anzi, incamminatisi verso la loro patria, lasciarono devastate od arse le terre di Bresso, Affori, Niguarda, Cinisello, Desio, Barlassina, Meda ed altre. Queste incursioni rendevano sempre più deboli le intraprese de' Francesi e contro i Veneziani e contro del papa, che già consideravasi come aperto nemico del re di Francia. Quai fossero i pensieri di papa Giulio II in quest'affare, si vede nel Guicciardini . Avea il pontefice, dice egli, propostosi nell'animo, e in questo fermati ostinatamente tutti i pensieri suoi, non solo di reintegrare la Chiesa di molti Stati i quali pretendeva appartenersegli, ma oltre a questo, di cacciare il re di Francia di tutto quello possedeva in Italia, movendolo la occulta ed antica inimicizia che avesse contro lui, o perché il sospetto avuto tanti anni si fosse convertito in odio potentissimo, o la cupidità della gloria di essere stato, come diceva poi, liberatore d'Italia dai barbari. I Francesi non avevano nell'Italia se non mille e trecento lance e ducento gentiluomini , parte a Brescia, parte a Bologna, parte a Faenza.
Il governatore di Milano e comandante delle armate francesi nell'Italia era il gran maestro Carlo d'Amboise di Chaumont, il quale, nel 1505, era succeduto al signore du Benin; e questi aveva avuti due altri prima di lui, il maresciallo Trivulzio e il cardinale di Rohan. Questo quarto governatore morì di malattia in Coreggio, il 10 marzo 1511, e venne trasportato solennemente in Milano il 31 di esso mese. Il Prato ci descrive quel corredo funebre. Due cavalli coperti di velluto nero, ricamato d'oro, portavano il sarcofago, similmente coperto, con sopra la collana d'oro di San Michele. Precedevano cinque cavalli coperti sino a terra di velluto nero. Sul primo eravi un paggio con in mano la lancia: sul secondo, altro paggio portando un bastone dorato; sul terzo, un simile con mazza dorata; sul quarto il paggio aveva sul capo l'elmo dorato, e nella mano lo stocco; il quinto cavallo era a sella vuota, collo stocco pendente dall'arcione, ed era condotto a mano. Veniva poi la cassa di piombo, portata e coperta come ho scritto; seguitavanla i soldati e cortigiani, tutti in lutto, con abiti sino a terra, e con certi cappucci in capo, con cui quasi elefanti mi sembravano, dice il Prato. Indi seguivano quattrocento poveri, vestiti di nuovo, con torce nere in mano; poi quanti preti e frati v'erano in Milano, venivangli dietro con torce in mano. Il Duomo, ove la pompa finì, era tutto coperto di panni funebri, ed ornato di torce in sì gran numero, che una non era più di due braccia discosta dalle altre. Stavano alle porte alcuni che gettavano denaro ai poveri. La funzione fu magnifica. Il cadavere poi privatamente fu trasportato in Francia. Tali singolarità meritano luogo nella storia, perché ci rappresentano i costumi ed il lusso dei tempi. L'onorare le ceneri de' trapassati sembra cosa quasi naturale all'uomo, poiché sino da' più remoti secoli se ne scorgono le tracce; e le nazioni selvagge eziandio ne hanno dato esempio. L'estinguere questo pietoso sentimento sarebbe difficilissimo e forse un cattivo progetto. Il limitare la profusione di tai pompe sembra conforme ad una saggia legislazione. Se questo affetto poi di preservare la spoglia e perpetuar la memoria delle persone che ci furono care, si rivolga in favor delle belle arti, animando la scultura, merita incoraggiamento e lode. Nel secolo XVI cominciò tra noi una severa e poco avveduta vigilanza contro siffatti monumenti, e se ciò non fosse stato, avremmo assai più ornati i nostri sacri templi di riconoscenti memorie de' cittadini, e del progresso delle belle arti, che non abbiamo.
Poiché Giulio II ebbe mancato di fede al re di Francia, staccandosi dalla lega ed unendosi coi Veneziani, movendo gli Svizzeri, ed accostandosi agli Spagnuoli, alcuni cardinali, o partitanti della Francia, o malcontenti per la vita assai più militare che ecclesiastica del sommo pontefice, si radunarono in Pisa, ove si andava formando un concilio per deporlo, e dichiarar vacante la Santa Sede. In Pisa non si credendo eglino bastevolmente sicuri, passarono alcuni cardinali a Milano colla idea di quivi congregare il concilio. Come fossero accolti, lo scrive il Guicciardini : Ma a Milano i cardinali, seguitando per tutto il dispregio e l'odio dei popoli, avrebbero avute le medesime o maggiori difficoltà; perché il clero milanese, come se in quella città fossero entrati, non cardinali della chiesa romana, soliti a essere onorati e quasi adorati per tutto, ma persone profane ed esecrabili, si astenne subitamente da se stesso dal celebrare gli uffizi divini, e la moltitudine, quando apparivano in pubblico, gli malediceva, gli scherniva palesemente con parole e gesti obbrobriosi, e sopra gli altri il cardinale di Santa Croce, riputato autore di questa cosa. Il cardinale di Santa Croce, spagnuolo, era uno dei primi autori di tale scisma. I nostri ecclesiastici, immediatamente dopo la loro venuta, cessarono di celebrare le sacre funzioni, considerando come soggetta all'interdetto la terra ove abitavano questi prelati. Il governo comandò loro di continuare nel solito ministero; ed il Prato ci avvisa che i monaci Benedettini, Cisterciensi e Lateranesi per non aver voluto ubbidire, ebbero i militari posti ad alloggiare sulle loro terre. (1512) Il giorno 4 gennaio 1512 si radunò nel Duomo questo concilio. Il cardinale di Santa Croce cantò la messa pontificale: il cardinale Sanseverino ed un altro cardinal francese servivano da diacono e suddiacono; v'erano altri due cardinali assistenti, e ventisette colle mitre bianche in testa, altri vescovi, ed altri abbati. Trattossi di portare giudizio su papa Giulio; ed eravi per notaio, che scriveva gli atti del concilio, un messer Ambrogio Boltraffo. Tenne varie sessioni questo concilio, ed in una del giorno 21 d'aprile venne dichiarato il sommo pontefice sospeso dalla sua dignità papale. Di tutto ciò fa menzione il Prato.
Né già i pericoli che stavano d'intorno a Giulio II limitavansi a questa scarsa e dispregiata congregazione, già dal papa scomunicata e resa obbrobriosa o ridicola ai popoli. Il pericolo assai maggiore stava riposto nel valor militare del duca di Nemours, Gastone di Foix, nipote per parte di madre del re Luigi XII, fatto governatore e capitano generale dopo la morte del gran maestro di Amboise. Questo giovine eroe, all'età di soli ventidue anni, mostrò i talenti di un gran generale. Dal Milanese vola a soccorrere Bologna, assediata da don Pietro di Navarra, e lo sorprende prima ch'egli abbia nemmeno notizia ch'ei marciasse a quella vòlta; lo pone in fuga, batte la retroguardia di lui; rende libera Bologna. Coglie il momento di questa impresa il conte Luigi Avogadro, e, profittando della assenza de' Francesi, apre le porte di Brescia a' Veneziani, i quali occupano Brescia e s'innoltrano sino al Mincio. Al momento parte Gastone dal Bolognese, si affronta al Mincio coi nemici, che gliene disputano il passo, e li disperde; si presenta a Bergamo e la prende; si presenta a Brescia, e se ne rende padrone; e tutta questa maravigliosa serie di fatti si eseguisce in pochi giorni. Il 29 di febbraio prese Bergamo, il l° di marzo prese Brescia; al quale proposito il Guicciardini scrive : Fu celebrato per queste cose per tutta la Cristianità con somma gloria il nome di Fois, che con la ferocia e celerità sua avesse in tempo di quindici dì costretto l'esercito ecclesiastico e spagnuolo a partirsi dalle mura di Bologna, rotto alla campagna Giampagolo Baglione con parte delle genti dei Veneziani, ricuperata Brescia con tanta strage de' soldati e del popolo, di maniera che, per universale giudizio, si confermava non avere già parecchi secoli veduta Italia nelle opere militari una cosa somigliante.
Questa presa di Brescia servì di argomento al signor di Belloy per la tragedia che intitolò: Gaston et Bayard, nella quale l'Avogadro apparisce come un ribelle del suo legittimo sovrano, e traditore della patria, e gl'Italiani vi figurano miseramente il personaggio di gente senza virtù alcuna. I Bresciani da ottantatre anni vivevano sudditi della repubblica veneta; quando, nel 1509, furono assoggettati alla forza dell'armi francesi. Il conte Avogadro tentò di liberare se stesso e la patria da un giogo straniero, e riconsegnarsi al nativo suo principe. Il governo poi che i Francesi facevano della di lui patria, suggeriva di liberarla da quella infelicità . Il grado di longitudine sotto cui siamo nati su questa sferoide, non dovrebbe cagionate diversità di partiti: l'uomo virtuoso e dabbene è patriota de' suoi simili sparsi per ogni clima, ed è forestiere al suo vicino malvagio e vizioso. L'infelice conte Avogadro terminò miseramente i suoi giorni sul patibolo, ed i suoi figli, tradotti a Milano, per mano del carnefice finirono pure la vita. V'è chi incolpa Gastone di Foix di avere voluto contemplare la morte di questi infelici, che avrebbero un nome glorioso, qualora avessero avuta la fortuna delle armi, e sarebbero stati coronati da quella gloria medesima che ottennero di que' tempi alcuni Francesi scacciando gl'Inglesi, che avevano occupate le province della Francia. Il saccheggio di Brescia recò poi a Milano la pestilenza, che per due anni vi restò.
Dopo ch'ebbe di volo sottomesse le città di Bergamo e Brescia, il duca di Nemours Gastone di Foix passò per Milano; indi rapidamente marciò a Ravenna. È celebre la battaglia che vi si diè il giorno 11 d'aprile, che in quell'anno fu il giorno di Pasqua, cioè quaranta giorni dopo la presa di Brescia; ed è notissima non meno la morte che vi trovò Gastone, dopo di avere riportata una compiuta vittoria; né appartiene alla storia ch'io mi sono limitato a scrivere, la precisa narrazione di tai fatti. Marc'Antonio Colonna comandava nella città di Ravenna; il viceré di Napoli Pietro di Navarra aveva il comando degli Spagnuoli; sotto di lui serviva Fabrizio Colonna. I collegati pontificii erano millesettecento uomini di armi e quattordicimila fanti. Usarono allora i pontificii de' carri falcati . I Francesi avevano, sotto il comando del duca di Nemours, il marchese di Ferrara e il cardinale Sanseverino. Oltre il duca di Foix, che vi fu ucciso, rimasero sul campo il signor d'Allegre con suo figlio, il signor Molard, sei capitani tedeschi, il capitano Maugiron, il barone di Grammont, e più di duecento gentiluomini di nascita distinta. Se tale sciagura non veniva a rovesciare tutt'i disegni de' Francesi, il papa Giulio II correva rischio grande di perdere lo Stato, e di ubbidire al sinodo tenutosi in Milano. Ma una giornata cambiò totalmente l'aspetto degli affari, e il languente comando de' Francesi passò nelle mani del signor de la Palisse, che può essere collocato nella serie de' governatori di Milano, ed è il sesto. La spoglia del duca di Nemours venne trasportata a Milano e sospesa entro di un sarcofago di piombo fra una colonna e l'altra del Duomo, siccome eranlo i duchi di Milano. La cassa venne coperta come lo erano le altre pure, con uno strato magnifico di broccato soprarizzo, dice il Prato: eranvi ricamati i gigli d'oro; pendeva la spada pontificia col fodero d'oro, acquistata a Ravenna; v'erano collocati all'intorno il vessillo del papa e quindici altre bandiere, prese in quella battaglia. Ma lo spirito feroce di partito e la superstizione non lasciarono tranquille le ceneri di questo giovine eroe; gli Svizzeri, i quali, come or ora vedremo, s'impadronirono in breve di Milano, entrati nel Duomo, sormontandosi l'un l'altro, scomposero, rovesciarono quel monumento, e le spoglie vennero disperse. Cambiatasi poi nuovamente la fortuna, e ritornati i Francesi, fu innalzato un mausoleo magnifico di marmo alla memoria di questo principe, e collocato nella chiesa delle monache di santa Marta. Di questo mausoleo or non ne rimane che la statua, sotto della quale si legge l'iscrizione seguente:
SIMVLACRVM GASTONIS FOXII
GALLICARVM COPIARVM DVCTORI
QVI IN RAVENNATE PRAELIO CECIDIT ANNO
MDXII
CVM IN AEDE MARTAE RESTITVENDA
EIVS TVMVLVS DIRVTVS SIT
HVIVSCE COENOBII VIRGINES
AD TANTI DVCIS IMMORTALITATEM
HOC IN LOCO COLLOCANDVM CVRAVERE
ANNO MDLXXIV
I bassi rilievi che adornavano la tomba, vennero, non saprei per qual destino, rotti e divisi; alcuni se ne veggono nella deliziosa villa di Castellazzo, altri sono presso alcuni privati. Sempre più si conosce che un buon libro è il solo monumento durevole, col quale un uomo sia sicuro di tramandare ai secoli venturi la memoria di se medesimo: i marmi, gli edifizi, le pubbliche fondazioni, tutto si scompone e disperde; ma Orazio aveva ragione di scrivere, ch'egli s'innalzava un monumento co' versi suoi più durevole de' bronzi .
Dopo la battaglia di Ravenna, in cui si disse che rimasero morti sul campo ottomila fanti e mille cavalieri pontificii, e prigionieri il viceré di Napoli don Pietro di Navarra, il cardinale dei Medici, il marchese di Pescara, Fabrizio Colonna, il marchese di Padule, il figlio del principe di Melfi, don Giovanni Cardona ed altri; l'armata francese, sebbene vincitrice, si trovò talmente rovinata, che il cavaliere Bayard, nella lettera citata, assicura che in cento anni di tempo la Francia non poteva risarcire la perdita che aveva fatta. Dopo questa tal battaglia, il papa Giulio II sempre più si strinse co' Veneziani per discacciare i Francesi, i quali a nome del concilio avevano cercato di occupar la Romagna. L'interesse dei Veneziani consigliavali a dar mano alla rovina dei Francesi per ricuperare Brescia e il restante della terra-ferma, e collocar sul trono di Milano un principe da cui non dovessero temere invasione. Innoltrò il papa i suoi maneggi coll'imperatore Massimiliano per restituire il ducato di Milano a Massimiliano Sforza, cugino dell'imperatore medesimo. L'imperatore, con un proclama, richiamò alla patria tutti i Tedeschi che militavano nell'armata francese; e questi abbandonarono i loro stipendi, resi poco sicuri; e sempre più s'indebolirono le forze comandate dal signor de la Palisse. Dall'attività di papa Giulio II gli Svizzeri incessantemente animati, scesero questi nuovamente in Italia; e profittando della confusione e debolezza de' Francesi, occuparono i tre baliaggi di Lugano, Locarno e Mendrisio, i quali continuarono a possedere gli Svizzeri dappoi, come al presente. I Grigioni s'impadronirono di Chiavenna, Bormio e della Valtellina, attualmente possedute da essi. Il papa occupò Parma e Piacenza . In questo stato di cose il signor de la Palisse si ricoverò a Pavia, città forte, e, abbandonò Milano. Il consiglio generale de' novecento si radunò per dare le ordinarie provvidenze alla città, e porre qualche riparo alla pestilenza che l'affliggeva. Gli Svizzeri, sotto il comando del cardinale di Sion, invadono lo Stato in nome della Santa Lega: occupano Cremona, indi Lodi: si unisce al cardinale svizzero il vescovo di Lodi Ottaviano Sforza, cugino di Massimiliano. Milano riconosce la Santa Lega il giorno 16 giugno: il giorno 20 giugno entra il vescovo di Lodi in Milano come luogotenente del duca Massimiliano. Il papa libera la città di Milano dall'interdetto, in cui la considerava incorsa per esservisi ricoverati i cardinali suoi nemici. L'assoluzione venne il giorno 6 di luglio, e quella fu l'ottava volta in cui Milano si trovò in siffatta circostanza . I Francesi, non essendo numerosi a segno di custodire Pavia, l'abbandonarono, e per la fine del 1512non ve ne rimasero se non ne' castelli di Milano e di Cremona.
Massimiliano Sforza dall'età di nove anni sino al vigesimoprimo era stato esule dalla patria e ricoverato sotto la protezione dell'imperator Massimiliano, suo cugino. Egli, scortato dal cardinale di Sion e dagli Svizzeri, entrò solennemente in Milano il giorno 29 dicembre 1512. L'ingresso si fece al solito da Porta Ticinese con più di cento gentiluomini che lo precedevano, usciti ad incontrarlo con un abito uniforme, composto dei colori medesimi che il duca aveva scelti per sue livree, cioè pavonazzo, giallo e bianco. I gentiluomini però, oltre l'essere vestiti di seta, erano altresì ricamati d'oro; per lo che non si potevano confondere co' domestici del duca. Il duca cavalcava vestito di raso bianco trinato d'oro; portavangli il baldacchino i dottori di collegio. Cesare Sforza, fratello naturale del duca, portava immediatamente avanti di esso la spada ducale sguainata. Lo seguitavano il vescovo Valese cardinale di Sion, e i legati del re de' Romani, del re di Spagna e di altri sovrani. Non mancarono a tal funzione i soliti archi trionfali. Egli finalmente andò a risiedere nella corte ducale; giacché il castello, nel quale solevano alloggiare i duchi, era in potere de' Francesi. Il potere ducale Massimiliano lo ricevette dagli Svizzeri; e, come dice Guicciardini : Il cardinale (Sedunense lo chiama il Guicciardini, ed è il vescovo di Sion), in nome pubblico degli Svizzeri gli pose in mano le chiavi, ed esercitò quel dì, che fu degli ultimi di dicembre, tutti gli atti che dimostravano Massimiliano ricevere la possessione da loro; il quale fu ricevuto con incredibile allegrezza di tutti i popoli per il desiderio ardentissimo di avere un principe proprio, e perché speravano avesse a essere simile all'avolo o al padre, la memoria dell'uno de' quali per sue eccellentissime virtù era chiarissima in quello Stato, nell'altro il tedio degl'imperi forestieri aveva convertito l'odio in benevolenza.
(1513) Giulio II, il primo motore degli avvenimenti de' tempi suoi, quel papa che, coll'usbergo sul petto e l'elmo in capo, diresse l'assedio della Mirandola, e vi entrò per la breccia, terminò la sua vita la notte dal 20 al 21 di febbraio del 1513. Questo colpo cambiò nuovamente le combinazioni politiche in Europa. I Veneziani, che tre anni prima, per ricuperare la terra ferma occupata da' Francesi uniti coll'imperatore, avevano cedute al papa le città marittime della Romagna, ascoltarono le proposizioni che fece loro la Francia, la quale prometteva ad essi la terraferma, Verona, Vicenza, Brescia, Bergamo e Crema, e con tali condizioni si collegarono con Lodovico XII nel trattato di Blois 13 marzo . Con tale nuova confederazione si obbligavano i Veneziani ad assistere il re per ricuperare il Milanese; ed il re obbligavasi ad aiutare la Repubblica per riacquistare le terre della Romagna perdute colla lega di Cambrai. Contro del papa si mossero parimenti gli Spagnuoli; ed il viceré di Napoli s'impadronì di Parma e di Piacenza, sebbene per poco, costretto a restituirle al papa . Mentre si andava disponendo nella Francia una nuova invasione nel Milanese, a respingere la quale forz'era rivolgere le spalle a' Veneziani collegati colla Francia, il duca Massimiliano Sforza si abbandonava alla molle lascivia, che appena si perdona ai principi sicuri nel loro Stato. Per festeggiare il soggiorno che la marchesa di Mantova faceva in corte col nostro duca, ad altro non pensava egli che a giuochi ed a pompe, quasi ch'ei fosse nel seno della pace. Fece fare, fra le altre cose, un torneamento; il che accadde il giorno 13 di febbraio 1513, dimenticandosi che nel castello stavano i Francesi. Il duca vide, per le palle di cannone ch'essi gli fecero piovere sulla corte, che aveva inopportunamente scelto il tempo ed il luogo . Questo principe non sembra che avesse alcuna energia né elevazione d'animo; egli spensieratamente portava il titolo di duca, e in mezzo all'umiliazione propria ed alla miseria de' sudditi pensava a passar giocondamente il suo tempo. Donava feudi, donava regalie, regalava denaro, roba, a tutti i suoi favoriti con profusione, in guisa che aveva sempre l'erario esausto. Donò a Girolamo Morone la contea di Lecco: la città di Vigevano al cardinale di Sion; Rivolta e la Ghiara d'Adda ad Oldrado Lampugnano. Coteste sue profusioni facevansi da esso lui come se nulla fossero, dice il Prato, il quale si esprime a tal proposito così: ma poco delle dicte cose curandosi il duca nostro, facea, como dice il proverbio, manco roba, manco affanni; et solo attendeva a piaceri; unde essendo venuto a Milano la moglie del marchese di Mantova con alquante sue zitelle, o per meglio dire ministre di Venere, tanto piacere de conviti e de balli e de altri che io non scrivo, se prendea assieme con lo effeminato viceré di Spagna, che era una cosa a ogni sano judicio biasimevole, et non so se mi dica una parola, tuttavia, essendo dicta da Salomone nella Cantica, la posso dir anch'io: Veh tibi terra cuius rex est puer ! Così il Prato. Ma chi è fanciullo a ventun'anni, non è giunto mai a diventar uomo. Questa scioperatezza dovea ricadere a danno de' sudditi, ai quali forza era d'imporre maggiori aggravii; e non osandolo fare da sé il duca Massimiliano, prima di accrescere la gabella del sale di trenta soldi ogni staio, ne impetrò dal papa il permesso; della qual supplica ho letta io stesso una copia, scritta di quei tempi e conservata nella signorile raccolta de' manoscritti nell'insigne archivio Belgioioso d'Este, e dice così: Beatissime Pater: - Manifesta est et satis nota apud S. V. immoderata nimium longe lateque dominandi ambitio, et aliena indebite usurpandi cupiditas Gallorum regis, adeo ut non modo principatum Mediolanensem, verum et universae Italiae subjugandae omnibus votis aspirare videatur: e conclude alla fine: quare ad B. V. confugere cogor pro re quae (sic) in evidentem totius Italie commodum cedet et mihi et tam immensae publicae necessitati consulet; etiam supplicando quatenus, in praemissis opportune providendo, B. V. auctoritate Apostolica qua fungitur, motu proprio, ex certa scientia et de plenitudine potestatis etiam absolutae, licentiam potestatem et auctoritatem indulgere dignetur in universa ditione ducatus Mediolani imponendi praedictas additiones solidorum triginta pro stario salis etc . Né ciò bastando, delegò il duca Bernardino ed Enea Crivelli per esigere dai feudatari uno straordinario tributo . Vendé persino i due canali navigabili, il Naviglio grande e quello della Martesana alla città di Milano . In un sol mese vendette tante regalie, che ne incassò dugentomila ducati; alienazioni tutte fatte in ragione del sette per cento . Impose nuovi aggravii sopra di ogni ruota di mulino, accrebbe i tributi sopra le terre irrigate . I sudditi, al paragone del governo francese conobbero quanto avessero peggiorato sotto di questo sventato principe naturale. Lodovico XII, re di Francia ne' tredici anni ne' quali signoreggiò nel Milanese, non impose alcuna taglia né tributo straordinario. Fu un buon principe, moderato nelle spese, popolare, amante dell'ordine e della giustizia. Egli piantò nel Milanese quel sistema di governo che durò sino a' tempi nostri. Questo monarca prima di regnare era dominato dall'amore; la gioventù, la grazia, la bellezza lo seducevano: poiché salì sul trono, seppe frenarsi, e nobilmente signoreggiare sopra di se medesimo. Ei meritò dai posteri il glorioso nome di Padre del popolo. Il paragone colla spensierata condotta del duca Massimiliano era svantaggioso pel successore.
Non sarà discaro a' miei lettori, s'io sottopongo a loro sguardo lo specchio delle spese fisse che si facevano sotto il duca Massimiliano dall'erario ducale. Questo prezioso aneddoto, siccome molt'altri, fu da me tratto dall'insigne collezione pocanzi ricordata .
Spese dello stato di Milano sotto il duca Massimiliano Sforza
Pensioni agli Svizzeri |
ducati |
100,000 |
Alle guardie de' castelli di Milano, Cremona, Novara, guardia della corte, e capitano di giustizia |
» |
72,000 |
Alla gente d'armi |
» |
74,600 |
Alla compagnia del Bregheto, computata la provvisione sua |
» |
3,000 |
Al signor Manfredo da Coreggio, per esso e cavalli cento |
» |
6,800 |
Alla casa ducale, computata la stalla |
» |
26,000 |
Spese delli cavallari |
» |
8,000 |
Agli oratori e famigli cavallanti |
» |
12,000 |
Alla munizione e lavoreri ducali |
» |
12,000 |
Alle guardie delle fortezze, oltre le dette disopra |
» |
6,000 |
Spese straordinarie |
» |
25,000 |
Officiali salariati |
» |
25,000 |
Vestiario del duca |
» |
30,000 |
Spese di Sanità |
» |
4,000 |
Elemosine ducali |
» |
2,000 |
Staffieri del duca |
» |
660 |
Trombetti |
» |
540 |
Interessi passivi di debiti |
» |
10,000 |
Ristauri per guerra e peste |
» |
6,000 |
Lettere e bollettini di esenzione |
» |
2,000 |
Beneplacito del duca |
» |
5,000 |
A conto del signor duca di Bari |
» |
3,350 |
Legna e altro per la cancelleria ducale e camera |
» |
2,000 |
Al signor Giovanni e a Maddalena Lucrezia per suo vivere |
» |
1,700 |
Annuali ed obblazioni |
» |
500 |
|
|
________ |
|
ducati |
438,150 |
Le rendite poi del duca a quel tempo veggonsi nel codice medesimo ascendenti a scudi d'oro del sole 499,660, soldi 64, denari 8. Ora computati gli scudi del sole com'erano, una mezza doppia, e i ducati in valore di un gigliato, apparisce che il duca aveva ogni anno una spesa eccedente di più di ventiquattromila ducati, quand'anche nelle spese di capriccio ei non avesse ecceduto.
I Francesi adunque, nel numero di dugento uomini d'armi e ventimila fanti, sotto il comando di Luigi de la Tremouille e del maresciallo Trivulzio, superate le Alpi, scesero verso lo Stato di Milano. A tal nuova i Veneziani si accostarono e si resero padroni di Pizzighettone, di Martinengo e di Cremona. Molti fra i sudditi del duca, malcontenti del governo di un tal principe, bramavano di ritornare sotto il dominio del re Lodovico XII. Un tumulto popolare si eccitò in Pavia, un simile contemporaneamente comparve in Alessandria. Già queste due città non avevano aspettato l'arrivo de' Francesi per considerarsi suddite della Francia. Messer Sacramoro Visconti, che aveva il comando degli Sforzeschi posti a bloccare il castello di Milano, lasciava segretamente che entrassero di notte le vittovaglie ai Francesi del presidio; il che scoperto, egli si ricoverò nella Francia, ed ebbe dal re la collana, pregevolissima allora, dell'ordine di San Michele. In somma le cose andavano come forz'era pure che andassero sotto di un principe sfornito di mente e di cuore che lo innalzassero sugli uomini volgari, e lo mostrassero degno di comandare agli altri uomini. Gli Svizzeri però vollero sostenere questo duca, e con ciò conservarsi non solamente i baliaggi che avevano occupati, ma il dominio del Milanese, che realmente esercitavano già sotto il nome del duca Massimiliano. Si radunarono ne' contorni di Novara nel numero di diecimila, a quanto scrive il Guicciardini , o settemila, come scrive il Prato; e il giorno 6 di giugno del 1513 assalirono l'armata francese con tanto impeto e sì impensatamente, che, quasi per sorpresa impadronitisi dell'artiglieria de' nemici, la rivoltarono contro de' Francesi medesimi; e questo arditissimo impeto sgomentò talmente i Francesi (i quali s'immaginarono essere sopraggiunta una nuova armata di patriotti svizzeri), che senza consiglio si abbandonarono alla fuga; e da un drappello di fantaccini, senza cavalleria, senza artiglieria venne siffattamente distrutto un corpo di armata, che si contarono rimasti sul campo ben diecimila de' Francesi, ed il rimanente con somma sollecitudine ripassò le Alpi. Così gli Svizzeri in quel luogo medesimo ove tredici anni prima erano stati accusati di aver tradito il padre, avendo a fronte lo stesso Trivulzi, in quello stesso luogo, e contro del generale medesimo, col loro valore mantennero lo Stato al figlio Massimiliano Sforza, e ripararono l'onore delle loro armi e della fedeltà loro. Il Prato attribuisce quella sciagura de' Francesi al disprezzo che imprudentemente essi fecero de' loro nemici; non supponendo possibile ch'essi ardissero di provocar l'armata francese. Attribuisce però singolarmente allo sbigottimento che ebbe colla sorpresa il comandante supremo la Tremouille, il poco onore che in quella giornata si fecero le armi francesi; ed il Trivulzio, costretto a fuggire cogli altri, andava ripetendo, a quanto il Prato scrive, noi fuggiamo et la victoria è nostra. Nella Francia la Tremouille vide, non senza carico di vituperio, cassato il suo nome dalla lista dei stipendiati, la qual cosa non avvenne al Trivulzio; ma sia come si voglia, la fuga fu vituperosa . Gli Svizzeri raccolsero in quella giornata un prezioso bottino, avendo perduti i Francesi tutti i loro attrezzi. Dopo un tal fatto i Veneziani sgombrarono il paese; ritornarono le cose come se nulla fosse accaduto; e il duca, acceso d'una passione degna del suo animo, si recò a stanziare nei contorni di Pavia per vagheggiare una mugnaia che vi stava domiciliata .
La gloria delle armi francesi non poteva essere riparata nell'Italia con nuovo esercito, poiché gl'Inglesi avendo allora appunto mossa la guerra a Lodovico XII, ei doveva adoperare le sue forze per impedire i progressi di trentamila Inglesi e ventitremila Tedeschi, i quali erano spediti nella Francia da Enrico VIII e Massimiliano Cesare collegati. Quindi i pochi Francesi che stavano al presidio de' castelli di Milano e di Cremona, esausti di munizioni e di viveri, oppressi da miserie, disperando soccorso, cedettero le fortezze ed uscirono, salve le persone e robe loro. Il castello di Milano per tal modo venne in potere dello Sforza il giorno 19 novembre 1513, e da quel giorno non rimase più dominazione alcuna nell'Italia al re Lodovico XII. (1514) Ma lo Sforza altro di duca non conservò che il titolo; vivendo egli meschinamente come un ostaggio sotto la tutela degli Svizzeri, e sopra tutto del terribile cardinale di Sion, il quale col nome del duca adoperava ogni mezzo per cavar denaro dai popoli, abbandonati ad un'anarchia militare; e così senza alcun memorabile avvenimento passò l'anno 1514. (1515) L'anno seguente 1515 incominciò colla morte del re Lodovico XII senza figli, e colla incoronazione di Francesco I, l'avo paterno del quale era zio paterno del defunto, anche egli discendente dalla principessa Valentina Visconti. Il nuovo re era nel ventesimoprimo anno dell'età sua. Trovò la Francia in pace pel trattato seguito poco prima della morte di Lodovico XII. Il suo primo pensiero fu di ricuperare il Milanese; ed a fine di radunare nell'erario quanto bastasse alla spedizione, pose, con esempio infausto, in vendita le cariche della giudicatura della Francia. Si collegò nuovamente co' Veneziani. Dichiarò reggente del governo la duchessa d'Angoulême sua madre; e si dispose a venire egli stesso alla testa della sua armata nel Milanese. Il duca prese al suo stipendio, in qualità di capitano delle genti d'armi, Prospero Colonna. E come tutto ciò che dà idea de' costumi di quei tempi deve aver luogo nella mia storia, così io non ometterò un magnifico convito che il Colonnese imbandì in quella occasione, e di cui ci lasciò memoria il Prato. Ciò seguì il giorno 20 di febbraio 1515. Il duca e i cortigiani furono invitati, ed inoltre trentasei damiselle milanesi, dice il Prato. Fabbricò apposta un superbo salone di legno, riccamente dorato e dipinto, e dagli architetti fu stimato cosa notandissima, come dice il nostro scrittore. Quattro ore durò la mensa. Si continuava il costume di servire in piatti separati ciascuno degli invitati. Ognuno avea una pernice, un fagiano, un pavone, un pesce, ecc.; contemporaneamente dinanzi a ciascuno si riponeva una finta pernice, un fagiano, un pavone, un pesce finti, o di marzapane, o d'altra materia, dorati, inargentati, ecc., e vi furono abbondanti e deliziose pastiglie ed acque odorose. In fine della cena comparve un finto gioielliere che recava collane, braccialetti ed altri vezzi di gemme e d'oro; presentò le sue preziose merci alle damigelle, come se cercasse venderle; ed allora il Colonnese s'intromise quasi volesse rendersi mediatore dei contratti, e con generosa urbanità regalò ciascuna delle convitate senza far mostra di regalarle. Ciò veramente fu materia di non picciolo valore, e dice il Prato che venisse fatto al solo fine per potere la sua amata senza biasimo d'infamia con le proprie mani presentare. Il che dimostra quanto venissero rispettate le damigelle e il costume. Cose siffatte sembrano romanzesche; ma contemplate saggiamente dimostrano una nazione ingentilita e generosa. La mattina vegnente ciascuna delle invitate ricevette un canestro inargentato con entro la colazione. Al duca fece egli recare venticinque carichi di selvaggiume.
Poco giovava alla difesa dello Stato la scelta di un magnifico e galante generale; conveniva avere un'armata, e gli Svizzeri s'impegnarono a difenderlo colla paga di trecentomila ducati. Comparvero in Milano dodici commissari per ricevere anticipatamente la promessa paga. Il duca pubblicò una imposizione per riscuotere dai sudditi questa eccessiva tassa. Sotto il regno di Lodovico XII non s'era mai pagato, se non i tributi costituzionali. Un'arbitraria tassazione, per tal modo dispoticamente comandata, commosse gli animi de' cittadini. L'editto si pubblicò il giorno 8 di giugno del 1515. Sembrò questa una vera oppressione. La città fece presentare le sue preghiere al cardinal di Sion, precipuo motore di simili risoluzioni; ma l'inflessibile prelato non diè orecchio a verun moderato partito. La città si pose in tumulto; alcuni Svizzeri furono uccisi; alcuni Milanesi pure rimasero morti in una zuffa alla sala della piazza dei Mercanti. E come si avvicinavano i Francesi, ed il partito de' malcontenti con tale notizia si rianimava, così il duca fu costretto con nuovo proclama a disdire l'imposta taglia. Si entrò a trattare. La città di Milano comprò dal duca il Vicariato di provvisione, la giudicatura delle strade e quella delle vettovaglie collo sborso di cinquantamila ducati, di che stesero pubblico documento, il giorno 11 di luglio 1515, i notai Stefano da Cremona e Paolo da Balsamo. Da quel contratto ebbe origine poi la nomina che la città di Milano presentava al principe od al suo luogotenente, di alcuni cittadini, dai quali esso trasceglieva chi gli era in grado alle accennate cariche, che cominciarono allora ad essere privativamente appoggiate ai così detti patrizi milanesi. Con questi cinquantamila ducati, cioè colla sesta parte soltanto della somma loro promessa, ritornarono i commissari svizzeri al loro paese. Nella dieta nazionale si pose in deliberazione, se meglio convenisse l'accettare le pensioni che offeriva con molta istanza il re Francesco, ovvero proseguire all'impegno di mantenere Massimiliano Sforza duca di Milano; ed il secondo prevalse, avendo gli Svizzeri profittato più de' Francesi nemici colla recente sconfitta data loro presso Novara, di quanto ne avrebbero ottenuto se fossero stati loro alleati. A ciò s'aggiunse poi la considerazione, che, fin tanto che Massimiliano Sforza rappresentava il personaggio di duca di Milano, non sarebbe mancata occasione e mezzo di costringere la città allo sborso della promessa paga, e di maggiori ancora. In pochi giorni quarantamila Svizzeri scesero dai loro monti, e si radunarono verso Novara. Il cardinale di Sion tanto dispoticamente e con tanta atrocità comandava in Milano, che, sospettando egli di Ottaviano Sforza, cugino del duca e vescovo di Lodi, che avesse delle pratiche co' nemici, nulla rispettando il carattere di consanguinità col sovrano, né la persona del vescovo, crudelmente per mero sospetto lo fece torturare con quattordici tratti di corda; il che narrato viene dal Prato, e dalla cronaca manoscritta di Antonio Grumello, pavese . Il Prato nota persino il giorno in cui ciò avvenne, che fu il 21 di maggio 1515, e racconta che il vescovo spontaneamente veniva al castello per corteggiare il duca, quando quivi fu arrestato, rinchiuso nella ròcca, ed aspramente torturato a fine di chiarirsi s'egli mai avesse tramato contro lo Stato. Dopo due settimane, non risultando dai processi altro che la innocenza del vescovo cugino del duca, fu il vescovo tradotto nella Germania, d'onde l'infelice prelato passò a Roma. Tali erano i costumi e le opinioni d'allora; tali i pensieri di un cardinale, di un vescovo di Sion, verso d'un figlio d'un sovrano, di un vescovo, di un innocente. Gli uomini presso a poco son sempre stati gli stessi; ma questo presso a poco è il vantaggio della generazione vivente. Invidii chi non sa la storia i tempi antichi. Benediciamo Dio, di vivere in un secolo in cui le passioni e i vizi degli uomini sono (almeno in apparenza) meno atroci, e meno sfacciatamente insultano la virtù. Racconta il Prato che il duca Massimiliano, vedendo il duca di Bari Francesco (questi era fratello minore del duca, che regnò dopo lui; ed il titolo di duca di Bari nella casa Sforza era proprio del secondogenito) starsene pensieroso, appoggiato ad una finestra, improvvisamente se gli avventò dicendogli: Monsignore, io so che voi mirate a farvi duca di Milano; ma cavatevelo dalla fantasia, che io vi prometto da leale signore che io vi farò morire. A tale minaccia, senza dubbio non meritata, rispose il fratello colla riverenza ch'ei doveva al suo signore; ma il duca, sospettoso, ingiusto, depresso, timido, violento, non meritava certo di essere sovrano.
Capitolo XXII
Di Francesco I re di Francia, e suo governo nel ducato di Milano
Il buon re di Francia Francesco I radunò un'armata formidabile, e si preparò a discendere egli stesso nell'Italia. Accrebbe sino a millecinquecento il corpo delle sue lance, numero per que' tempi esorbitante; allestì un imponente corredo d'artiglieria; prese al suo stipendio diecimila Lanschinetti, seimila fanti della Gheldria; radunò diecimila Guasconi : in somma, formò una terribile armata con quindicimila uomini d'armi, quarantamila fantaccini, tremila pionieri ossia guastatori , e nell'esercito si contarono più di ottantamila persone . Il contestabile di Bourbon aveva il comando della vanguardia. Il re s'era riserbato il comando del corpo di battaglia; al duca d'Alençon aveva affidata la retroguardia; Lautrec, Navarra, Gian Giacomo Trivulzi, la Palisse, Chabanne, d'Aubigny, Bayard, d'Imbercourt, Montmorency, i più illustri che militavano sotto le insegne di Francia, tutti gareggiavano per combattere sotto del giovane e coraggioso loro re. Reso istrutto il duca di tai preparativi, e di forze di gran lunga superiori alle sue, le quali senza dimora s'andavano innoltrando, mentre egli aveva alle spalle i Veneziani, combinati a di lui danno, affidò a Prospero Colonna dugento uomini d'armi e quarantamila Svizzeri. Non conveniva aspettare nella pianura della Lombardia un esercito fortissimo, animato dalla presenza del re; ed era sperabile l'arrestarlo colle forze affidate al Colonna. Quindi, da saggio comandante, ei s'innoltrò nelle difficili strette delle Alpi, nei contorni di Susa, ed ivi, impadronitosi de' luoghi eminenti, si dispose a disputare con molto vantaggio il passo all'armata nemica. Egli era acquartierato a Villafranca, vivendo sicuro che i Francesi dovessero presentarsi a Susa. In fatti, due strade sole erano conosciute allora onde passare dal Delfinato nell'Italia; una pel monte di Ginevra, l'altra pel monte Cenis; e tutte due si univano a Susa. L'esercito francese, avvisato come in quelle angustie de' monti l'aspettassero i nemici, disperando di superarli, era in procinto di abbandonare l'impresa: ma il maresciallo Gian Giacomo Trivulzi, che già una volta aveva conquistato alla Francia il Milanese, ebbe il merito di farglielo acquistare anco in quella seconda occasione. Egli divisò una nuova strada affatto impensata; e, coll'aiuto di alcuni cacciatori nazionali, trovò il modo d'evitare il passo di Susa, e di guidare l'armata per Saluzzo. Così entrò in Italia l'armata francese: e Prospero Colonna, mal servito dagli esploratori, venne sorpreso e fatto prigioniere da que' Francesi ch'egli supponeva di là dai monti. Così, scesa nella pianura senza contrasto, si avvicinò l'armata francese quasi alla vista di Milano. Il duca si ricoverò nel castello. La città spedì i suoi deputati al re Francesco I, che gli accolse umanamente. La città di Milano però non era disposta a ricevere presidio; ed il maresciallo Trivulzio, avendo procurato impensatamente d'introdurvene da Porta Ticinese, la plebe si pose in armi. Il duca, consigliato da Girolamo Morone a giovarsi di quel movimento popolare, uscì con parte del presidio per sostenere il popolo; per lo che, conoscendo il Trivulzio che l'impresa non era tanto facile quanto l'aveva sperata, con qualche uccisione de' suoi, si ritirò all'armata, ch'era accampata a Boffalora. Il duca, per sempre più animar la plebe, fece proclamare ch'egli voleva affidar le chiavi della città al suo popolo; che in avvenire voleva rendere immuni i cittadini da ogni aggravio, e che i pesi dello Stato dovevano portarli i ricchi e i nobili. Contemporaneamente vennero cacciati i nobili dalle magistrature municipali, e collocate persone le più accette alla plebe. L'odio ereditario contro de' nobili si manifestò con eccessi d'ogni sorte. La plebe, sensibile alle prepotenze ed al fasto orgoglioso de' magnati, non ebbe limite, dappoi che venne sciolta ad agire, anzi animata. La roba, la vita de' nobili non rimase più sicura; e il duca, arbitrariamente, esigeva esorbitanti sussidi dai facoltosi, usando ridire spesse fiate: essere meglio rovinare ch'essere rovinato. Così procurò egli d'impegnare in sua difesa il numero maggiore e i più determinati sudditi, come quelli che poco hanno da perdere.
Se dall'una parte questa imponente e vigorosa comparsa del re in Italia cagionava molta inquietudine al partito dello Sforza, non lasciava dall'altra di valutarsi il numero e la risolutezza degli Svizzeri, pronti a discendere, e l'animo de' popolani del paese, che già s'era manifestato. Quindi in Gallarate s'erano introdotti da ambe le parti discorsi d'accomodamento ; anzi erasi al punto di stabilire la pace, collo sborso di grosse pensioni del re di Francia agli Svizzeri; e gli articoli principali, che già sembravano accordati, erano: che il Milanese fosse del re di Francia; che gli Svizzeri e i Grigioni restituissero al ducato le valli che avevano occupate, cioè Lugano, Mendrisio, Locarno, Valtellina, ecc.; che il re assegnasse a Massimiliano Sforza il ducato di Nemours, ed un'annua pensione di dodicimila franchi: che gli concedesse una principessa del sangue reale in moglie, e gli desse la condotta di cinquanta lance al servigio della Francia . Ma il cardinale di Sion troncò i discorsi di accomodamento. Egli condusse in Milano, il giorno 10 di settembre del 1515, un corpo di Svizzeri numeroso. Cotesto cardinale compariva militarmente in habito de bruno seculare,come dice il Prato; e gli Svizzeri vennero eccitati a combattere colla grandiosa promessa di ottocentomila ducati d'oro, se vincevano. Della qual somma il ministro del re di Spagna, residente a Milano, ne promise dugentomila a nome del suo monarca, ed a nome del papa Leone X dugento altri mila ne furono promessi; cosicché al duca rimaneva il peso di quattrocento mila ducati. Gli Svizzeri, gloriosi per la sconfitta data, due anni prima, a Novara ai Francesi sotto il comando de la Tremouille, si consideravano il terrore de' monarchi, e tenevansi la vittoria sicura. Il re, vedendo inevitabile il tentar la fortuna delle armi, avendo consumati i viveri de' contorni di Magenta, Corbetta e Boffalora, marciò coll'armata, prima a Binasco, indi passò a Pavia; finalmente pose, in settembre, il suo campo a Marignano. Le scorrerie de' Francesi venivano sotto le mura della città, e, non solamente da quella parte che risguardava la loro armata, ma persino sulla strada di Monza, per lo che non eravi sicurezza nell'uscire da Milano.
Il giorno 14 di settembre 1515 divenne famoso nella storia per la battaglia di Marignano, da alcuni anche detta di San Donato. Il Prato ci racconta, come venuta la chiarezza del dì, cominciarono essi (Svizzeri) ad uscire per Porta Romana; et durò il loro passaggio sino alle ventidue ore, il che prova il loro numero, con animo tale, che non pareva già che a guerra, ma più presto a certi segni di vittoria andassero, et con essi era il cardinale. Il re di Francia aveva seco lui sei ambasciatori svizzeri, i quali stavano trattando della pace; per lo che l'attacco fu una vera sorpresa pei Francesi, e potrebbe chiamarsi anche un'insidia oltraggiosa al gius delle genti, se il corpo elvetico non fosse un aggregato di più distinte sovranità. I cantoni di Uri, Swit e Undervald, i quali privatamente possedevano Bellinzona e le province acquistate sul ducato di Milano, dovevano preferire il rischio della battaglia, anzi che cedere le loro conquiste: gli altri cantoni, dai quali non si cercava nella pace sagrifizio alcuno, non avendo che l'utilità delle pensioni dalla Francia promesse, dovevano preferire la pace ai pericoli di una giornata. In fatti, gli Svizzeri di Berna, Soletta e Basilea ricusarono di marciare contro de' Francesi; ma destramente ingannati coll'avviso che la vittoria era già decisa pe' loro compatriotti, essi, per non ritornare alle case loro colla vergogna di non aver partecipato alla gloria degli altri, e per non perdere la porzion loro del bottino, che già si tenevano sicuro, sull'esempio di quanto era loro toccato a Novara col la Tremouille, si unirono e marciarono a San Donato. Il progetto era di vincere con impeto la prima resistenza de' Francesi: impadronirsi, come era seguìto a Novara, dell'artiglieria, e adoperarla contro del re. Guicciardini, Gaillard, Prato vanno concordi nella descrizione di quanto v'è di essenziale in questo fatto, che decise totalmente in favore del re, e che fu una delle più ostinate e sanguinose battaglie che si sieno date. Cominciò la mischia il giorno 14 settembre, due ore prima del tramontar del sole . Durò ferocemente sino alle quattro ore della notte, non volendo né cedere i Francesi, né ritirarsi gli Svizzeri. Le tenebre si accrebbero al segno, che fu indispensabile il cessare, pioché non si distinguevano più gli amici dai nemici. Il re profittò di quell'intervallo, spedì ordine all'Alviano, comandante de' Veneti, acciocché si presentasse tra Milano e San Donato. Passò il re il rimanente della notte, animando e disponendo i suoi, e giacque in riposo sopra un cannone. Al comparire dell'aurora, più accaniti che mai, ritornarono al loro impeto gli Svizzeri, ed i Francesi con fermezza lo sostennero e rispinsero. Si sparse voce fra gli Svizzeri che l'Alviano marciava per coglierli alle spalle. Laonde, spossati dalla enorme fatica, disperando di superare i Francesi comandati dal loro re, vedendosi in pericolo di ritrovarsi fra due fuochi, piegarono alla vòlta di Milano. Affermava il consentimento comune, dice il Guicciardini , di tutti gli uomini, non essere stata per moltissimi anni in Italia battaglia più feroce... Il re medesimo, stato molte volte in pericolo, aveva a riconoscere la salute più dalla virtù propria e dal caso, che dall'aiuto de' suoi... in maniera che il Triulzio, capitano che aveva vedute tante cose, affermava questa essere stata battaglia, non di uomini, ma di giganti; e che diciotto battaglie alle quali era intervenuto, erano state, a comparazione di questa, battaglie fanciullesche. Vi si contarono morti sul campo più di quindicimila Svizzeri e seimila Francesi. Il Trivulzi vi corse pericolo: ei s'era impegnato fra le alabarde e le aste nemiche per salvare un suo alfiere, già circondato dagli Svizzeri; ebbe ferito il cavallo, il suo elmo privato de' pennacchi; era ridotto al punto di essere oppresso dal numero, se non veniva un drappello de' suoi, che lo trasse a salvamento. Il re ebbe il cavallo ferito, e nella persona ricevé molte contusioni, e vi combatté come ogni altro soldato: vi si distinsero il contestabile di Bourbon, il conte di San Pol. Il conte di Guise ricevette molte ferite; rimase sul campo Francesco di Bourbon, fratello del contestabile, che aveva il titolo di duca di Castelleraud; vi rimasero morti parimenti Bertrando di Bourbon Carenci, un fratello del duca di Lorena e del conte di Guise, il principe di Talmont, i conti di Sancerre, di Bussi, d'Amboise, di Roye ed altri . Il cavaliere Bayard, quegli che aveva e meritava il titolo di Cavaliere senza tema e senza macchia, in quella memorabile azione fece prodigi di valore, per modo che il re di Francia medesimo, Francesco I, dopo ottenuta la vittoria, volle ivi sul campo essere creato cavaliere per mano del valoroso Bayard. Gli Svizzeri mal conci sopravissuti a quella carneficina ritornarono a Milano, ed io li rappresenterò colle volgari, ma ingenue parole adoperate da un merciaio che allora aveva bottega aperta in Milano, e si chiamava Gian Marco Burigozzo: tanto che fu la rotta a questi poveri Sviceri, et se comenzorono a voltare, et vennero a Milano quelli pochi che erano avanzati, et tutti avevano bagnate le gambe, et questo era perché il signor Giovan Jacopo, come astuto capitano, venendo li Sviceri in campo su un certo prato, et lui li dette l'acqua, per modo che la fu una gran ruina a quelli poveri Sviceri, tanto che a Milano non se ne vedeva altro se non ammalati et homeni maltrattati, in modo che pareva che costoro fusseno stati in campo dieci anni, tutti polverenti dal mezzo in suxo, et dal mezzo in giuxo bagnati, tanto che li homeni de Milano, vedendo tanta desgrazia, tutti si miseno sulle porte ovver botteghe, chi con pane, et chi con vino, a letificar li cori di questi poveri homini, et questo facevano a honor di Dio, et per tutto questo dì non cesorno de venire poveri Sviceri, tutti malsani, et il più sano durava fatica a star su in piedi .
Dopo la battaglia di Marignano il duca si ricoverò nel castello di Milano con bastante presidio. Il cardinale di Sion prese seco il duca di Bari Francesco, e lo condusse alla corte imperiale, dove era stato educato, riserbandolo a tempi migliori pel caso che Massimiliano rimanesse in potere de' Francesi, che il cardinale odiava irreconciliabilmente. Gli avanzi di Marignano si ricoverarono nelle loro montagne svizzere, e così il Milanese rimase sgombrato ed aperto al dominio del re, tranne i castelli di Milano e di Cremona. Si vociferava non per tanto della disposizione di cinquanta altri mila Svizzeri a venire in soccorso del duca. Era recente la memoria di quanto aveva saputo fare Giulio II; e non era da fidarsi di Leone X, che gli era succeduto nel sommo sacerdozio. Un regolare assedio al castello di Milano, ben provveduto di viveri e di munizioni, portava molti mesi di tempo, ne' quali i maneggi della politica potevano annientare i vantaggi dal valore e dal sangue francese ottenuti nella recente segnalatissima vittoria. Voleva la ragione di Stato che il re offerisse a Massimiliano Sforza i compensi che egli avesse saputo chiedere, purché cedesse il castello di Milano, rinunziasse alle pretensioni sul ducato, e riconoscesse il re Francesco per duca di Milano. Girolamo Morone, che stavasene nel castello col duca, fu mediatore di quest'accordo. Massimiliano Sforza rinunciò al re di Francia il ducato di Milano, gli consegnò il castello, passò a terminar da privato i suoi giorni nella Francia con trentaseimila scudi di pensione, che assegnogli il re, il quale oltre a ciò s'obbligò di pagargli i debiti. Al Morone il re promise di farlo senatore e regio auditore. Il giorno 8 di ottobre del 1515 venne ceduto il castello ai Francesi; e non erano ancora compiuti i due anni da che n'erano usciti. E così terminò la sovranità di Massimiliano Sforza, il quale per poco più di tre anni rappresentò la figura dell'ottavo duca di Milano; principe che venne definito assai bene dal Gaillard nella vita di Francesco I re di Francia colle seguenti parole: à juger de lui par sa conduite, il paroit que c'étoit un prince foible, fait pour être gouvernè. Ni politique, ni belliqueux, on ne l'avoit vu ni préparer sa defense par les intrigues du cabinet, ni commander ler armées qui combattoient pour lui. Il sembloit que la querelle du Milanès lui fût étrangère. Mais il eut du moins le mérite d'avoir renoncé de lui même à un rang au quel il n'étoit point propre, et de ne l'avoir jamais regretté dans la suite. Egli passò nella Francia, dove sette anni prima era morto Lodovico suo padre; vi campò quindici anni, essendo poi morto a Parigi il giorno 10 di giugno del 1530. Il re Francesco I volle mantener la promessa data per Girolamo Morone, il quale forse s'aspettava d'essere fatto senatore del senato di Milano: ma il re temeva il talento di quest'uomo, e non doveva dimenticare che Francesco Sforza era salvo: perciò lo destinò a risedere nel parlamento della provincia di Bresse, la quale forma una porzione del regno di Francia fra la Borgogna, la Franca Contea, la Savoia e il Viennese: alla quale onorevole destinazione mostrò di ubbidire il Moroni, e fingendo d'incamminarsi al nuovo suo destino, strada facendo, sviò e ricoverossi nel Modanese .
Nel tempo stesso in cui si assicurò il re di Massimiliano Sforza, e s'impadronì delle fortezze del Milanese, mosse colla maggiore sollecitudine i suoi maneggi per concertarsi col papa Leone X, detto prima il cardinal Giovanni de' Medici, che combatté a Ravenna contro dei Francesi. Sommamente stava a cuore al pontefice l'assicurare alla sua casa in Firenze quella sovranità che effettivamente godeva, sebbene sotto apparenza di repubblica, e sempre per se medesima precaria. Il re si fece garante di mantenere il governo di Firenze nel sistema in cui si trovava. La città di Bologna, e per la sua grandezza e per la situazione vantaggiosa, premeva al papa di possederla assai più di quello che dovessero interessarlo Parma e Piacenza. I Francesi avevano mantenuti i Bentivogli nella signoria di quella città, anche cogli ultimi fatti del duca di Nemours, che ne aveva discacciati i pontificii, i quali l'assediavano. Il re si mostrò disposto ad abbandonare i Bentivogli, e guarentire Bologna alla Santa Sede. In compenso il papa doveva riconoscere il re come sovrano del ducato di Milano, e restituirgli Parma e Piacenza, come due città dipendenti dal ducato. Così venne concertato, ed il trattato venne sottoscritto in Viterbo il giorno 13 di ottobre 1515.
Quantunque i Francesi possedessero Milano sino dal giorno 17 settembre, il re, sin che non ebbe la dedizione del castello, volle risedere a Pavia, ed in Milano dimorava il contestabile di Bourbon, luogotenente e governatore a nome del re. Resosi poi padrone del castello, il re fece la sua solenne entrata in Milano il giorno 11 d'ottobre 1515. Lo corteggiavano il duca di Savoia, il duca di Lorena, il marchese di Monferrato, il marchese di Saluzzo, e varii altri signori, tutti partecipi della battaglia di San Donato. Alla porta Ticinese gli si presentarono i delegati della città, i quali gli offersero lo scettro ducale, la spada e le chiavi della città. Il re era a cavallo, vestito di ferro, con un manto di velluto celeste a gigli ricamati d'oro. Avanti se gli portava una spada sguainata; dodici gentiluomini milanesi lo fiancheggiavano. Dugento gentiluomini francesi, coperti di ferro e con ricchissimi manti, venivangli in seguito. Poi mille fantaccini tedeschi armati, condotti dai loro capitani riccamente ornati, venivangli in seguito. Chiudeva la marcia un corpo di cavalleria. Giunti alla notizia dell'imperator Massimiliano questi avvenimenti, egli spedì a Milano un suo ambasciatore al re di Francia per interpellarlo con qual titolo egli occupasse il ducato di Milano. Il re indicogli la sua spada; giacché non essendo egli discendente dell'ultimo investito, cioè Lodovico XII, non aveva alcun altro titolo da addurre fuori che l'essere discendente ei pure dalla Valentina, madre del di lui avo Giovanni conte d'Angoulême; il quale titolo non era adattato ai principii dell'Impero, né alle leggi del feudo instituito da Venceslao, siccome transitorio ne' soli discendenti maschi. Se l'interpellazione fatta da Cesare aveva l'apparenza di un feciale spedito a intimare la guerra, la risposta del re aveva il significato della disposizione sua per difendersi. Il re, per rassodare sempre più la buona corrispondenza col pontefice, concertò d'abboccarsi con esso a Bologna; partì da Milano, dopo di esservi dimorato cinquantatre giorni, il 3 del mese di dicembre, e il giorno 14 dello stesso mese e dello stesso anno 1515, in Bologna, col papa Leone X si stabilì il concordato famoso, per cui, abolita nella Francia la prammatica sanzione, venne spogliato il corpo della chiesa Gallicana de' suoi immemorabili possessi, e si regalarono il re e il papa vicendevolmente la roba altrui. Non mai per addietro gli ecclesiastici francesi avevano pagate a Roma le annate, ed il re donò al papa il dritto di farselepagare. Le nomine ed elezioni de' vescovadi erano di competenza dei rispettivi capitoli delle cattedrali per diritto stabilito dai canoni conciliari; ed il papa invece donò al re di Francia queste nomine. Inutilmente i parlamentari del regno fecero le loro rimostranze; inutilmente le fece il clero gallicano in corpo: poiché si volle ad ogni modo che il concordato fosse posto in esecuzione. (1516) Dopo ciò, ne' primi giorni di gennaio il re partì dall'Italia, ove lasciava per la forza delle sue armi, per la fama della sua vittoria, e per i negoziati col papa e co' Veneziani una dominazione apparentemente sicura e tranquilla. Lasciò il duca di Bourbon suo governatore e luogotenente in Milano.
Frattanto però l'ostinatissimo cardinal di Sion moveva ogni mezzo alla corte imperiale per determinare Cesare a scendere nell'Italia. Varii Milanesi, avversi alla dominazione francese, dimoravano negli Svizzeri, e procuravano di promovere gl'interessi della casa Sforza, tuttora intatti nella persona del duca di Bari Francesco, il quale non aveva abdicata, come aveva fatto il maggior fratello Massimiliano, la ragione sua alla successione nel ducato di Milano. La fiera risposta data dal re alla intimazione imperiale, sembrava che obbligasse quell'augusto a prendere il partito suggerito dal cardinale. Così appunto seguì, e nel 1516 l'imperatore Massimiliano scese in persona dal Trentino alla testa di sedicimila Lanschinetti, quattordicimila Svizzeri, e un nerbo poderoso di cavalleria. Il maresciallo di Lautrec abbandonò Brescia, ch'ei teneva bloccata. I Francesi, vedendo l'imperatore che si accostava per impadronirsi di Milano, né potendo difendere i borghi, presero il partito terribile di porvi il fuoco. Furono inceneriti i sobborghi di Porta Romana, Porta Tosa e Porta Orientale. L'imperatore, il giorno 3 di aprile 1516, minacciò un assalto a Milano, ne intimò la resa, vantossi di voler rinnovare la memoria di Federico Barbarossa; ma il contestabile di Bourbon prese sì bene le sue misure temporeggiando, che l'imperatore, mancando di denaro, gli Svizzeri minacciarono di abbandonarlo. Il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, informato di ciò e della inquietudine che ne provava l'imperatore, scrisse al colonnello Staffer, comandante degli Svizzeri imperiali, una lettera da cui risultava un concerto di tradire Massimiliano Cesare, e consegnarlo al contestabile; e questa carta venne confidata ad uno il quale appostamente si lasciò prendere. Poiché ebbe letto un tal foglio, l'imperatore talmente gli prestò fede, che, sotto apparenza di andare a prender denaro a Trento, se ne partì; e la sua armata, mancando di comandante, e, ciò che per essa era ancora peggio, di danaro, si sbandò a saccheggiare Lodi e Sant'Angelo, e da' Francesi venne poi discacciata. Così terminò con poca gloria una impresa incominciata in guisa di doversene aspettare tutt'altro fine. Brescia fu da' Francesi tolta agl'Imperiali. I Francesi operavano come ausiliari de' Veneziani; ma non ci fu modo di prendere Verona, difesa valorosamente da Marc'Antonio Colonna, degno nipote di Prospero. Lautrec la assediava. I Veneziani, collo sborso di centomila scudi, ottennero dall'imperatore, che abbandonasse Verona; e fra l'imperatore, i Veneziani e i Francesi venne segnata la pace. Così i Veneziani riacquistarono la terra-ferma . Si fece la pace fra il re e gli Svizzeri. Si accordò un perdono generale, acciocché tutt'i Milanesi che avevano preso partito contro della Francia, ed erano esuli e confiscati, ritornassero pacificamente ne' loro diritti nella patria. Si impose una tassa straordinaria per pagare le somme promesse agli Svizzeri; ed il maresciallo Trivulzio obbligava i cittadini ricchi ad imprestar denaro al regio erario, carcerandoli se ricusavano. Tali conseguenze portava la mancanza di un catastro, sul quale ripartire i carichi delle terre. I nostri vecchi credevano che quella oscurità fosse un bene; quasi che meglio fosse un tributo arbitrariamente estorto colla forza militare, esercitata odiosamente sopra alcuni cittadini più accreditati, anzi che un proporzionato riparto sulle facoltà di ciascuno; e, quasi che la influenza che la difficoltà di riscuoterlo può avere onde evitarlo, sia paragonabile col disordine di tal forma di riscossione, inevitabile quando le urgenze pubbliche lo esigono.
Il principio del regno di Francesco I, poi che fu in pace, promise un ridente avvenire ai Milanesi; e il duca di Bourbon, generoso e magnanimo principe, governatore e luogotenente del re, procurò di rendersi affezionati gli animi di questi nuovi sudditi, e far loro dimenticare con un felice governo e i suoi naturali principi, e i mali sofferti. Il senato di Milano, che tanto a dire quanto esso re (dice il Prato), ordinò che venissero stimati i danni sofferti da' cittadini per le case incenerite ne' borghi, e sulla relazione degl'ingegneri commise ai tesorieri del re di risarcirli. Ma le angustie dell'erario non permisero che interamente fossero indennizzati. In oltre il contestabile di Bourbon donò alla città il dazio della macina, che si valutava allora diecinovemila ducati di annua entrata; e donò pure il dazio del vino minuto, d'annua rendita di settemila ducati. Nacque disparere fra i ventiquattro rettori della città. Alcuni proposero di abolire questi due aggravii, perché venisse sollevato il popolo, e non si accumulasse denaro nella cassa pubblica, d'onde sovente, col titolo di prestito, i rettori medesimi lo sviavano per non più restituirlo, abolendo così il nome di un molesto aggravio. Tal proposizione era di pochi; i più si opponevano; la disputa era impegnata, ostentando l'uno e l'altro partito il nome di patria e di pubblico bene, siccome è l'uso. Né accadde allora ciò che pure succede, cioè che, mentre due partiti cozzano e guerreggiano, entri una più scaltra, o più potente persona di mezzo ad usurparsi la cosa disputata. Venne ordine in nome del re alla città di non disporre di tai regalie, intendendo il sovrano di conservare intiera la corona ducale. In vece però di que' due tributi il re assegnò diecimila ducati annui alla città, da convertirsi in opere di pubblico beneficio. L'ordine del re è in data del 7 luglio 1516, e contiene: Christianissimus rex, animo revolvens fidelitatem et integritatem quam cives Mediolanenses erga Suam Majestatem habuerunt, et damna intolerabilia, quae passi fuerent, libere praedictae civitati donat atque concedit summam ducatorum decem milium annui et perpetui redditus, per manus receptoris civium recipiendos a mercaturae datiariis, quae quidem summa in commodum et utilitatem praedictae civitatis tantummodo et non aliter convertatur . Poipassa a stabilire che la metà di questa somma s'impieghi ogni anno per formare un canale sotto la direzione del vicario e dei Dodici di Provvisione; ducento annui ducati si lasciano da distribuire all'arbitrio del vicario e Dodici suddetti; e quattromila e ottocento si distribuiranno chiamando col vicario e Dodici anche quattro dottori di collegio de' fisici, quattro negozianti e quattro nobili deputati dello spedale. Ogni anno il ricettore renderà i suoi conti al magistrato camerale, chiamandovi il vicario e i fiscali . Era vicario di provvisione Bernardo Crivelli . Gli architetti idraulici che s'impiegarono, furono Bartolomeo della Valle e Benedetto Missaglia. Si cercò di fare un canale che ci rendesse comoda la navigazione col lago di Como. Primieramente si esaminò la valle di Malgrate, e risultò impossibile, perché conveniva scavare un canale profondo trenta braccia per più d'un miglio, e ciò sotto il fondo del lago di Civate; e protraendo il canale sino al lago di Pusiano per imboccare il Lambro, che ne esce, conveniva sprofondare il Lambro cento braccia e dieci once. Perciò abbandonarono quella idea, e si rivolsero ad esaminare se meglio convenisse cominciare il canale sotto Airuno, e trovando che ivi dovevasi sprofondare centosessantadue braccia per attraversare quella costa, ne lasciarono pure anche tale idea. (1517) Poi, l'anno seguente, esso Missaglia con altri ingegneri, Giovanni Simone della Porta e Giovanni Balestrieri si posero ad osservare la Valle del Seveso, che comincia a Cavallasca, e passa per Lentate, e viene a Milano. Trovarono che per essa non era sperabile di condurre un canale per l'angustia e le alte rive che in più luoghi s'incontrano; e ciò quando anche vi fosse stato modo d'introdurvi le acque del lago di Como, cosa assai difficile e pel livello, e per le montagne frapposte; ed anche questo pensiero per tai motivi fu giudicato inutile. Visitarono una valle presso Chiasso, e non trovarono modo di aprirvi un emissario che ricevesse le acque del lago di Como. A Como presso a Sant'Agostino si argomentarono di potervi aprire un emissario, imboccando la valle del Fiume Aperto e dell'Acqua Negra, ma calcolate le molte emergenti difficoltà, senza fare alcuna livellazione, riconobbero ineseguibile anche questo progetto. Tentarono poscia se da Porlezza a Menaggio si potessero unire i laghi di Lugano e di Como; la distanza è di sei miglia, ma conveniva discendere dal primo cento braccia per entrare nel lago di Como, e lo trovarono impossibile. La Tresa, emissario del lago di Lugano, che sfogasi nel lago Maggiore, fu trovata povera di acque e di caduta impetuosa, e giudicata perciò indomabile. Esaminarono a Porto ed a Cò di Lago se potessero estraersi le acque ed incanalarle per la Lura verso Seregno, d'indi poi a Milano; e ciò pure non trovarono espediente. Ritornarono a tentare di fare un emissario nell'Adda, visitarono se mai per Oggionno e Valmadrera si potesse incanalare l'acqua verso Rovagnate, ovvero nel Lambro; ma senza profitto, né speranza, rinunciarono a quel partito. Ripigliarono l'esame sotto Airuno, e passata la costa, alta, come dissi, braccia centosessantadue, videro che si sarebbe potuto condurre un canale per Cernusco Lombardone, indi Usmate, poi ad Arcore: ma tutto con sommo dispendio. Questo fu il progresso per cui si determinarono il Missaglia e il della Valle a progettare per rendere navigabile l'Adda da Brivio a Trezzo. La città supplicò, perché s'impiegassero i cinquemila zecchini nel rendere navigabile l'Adda, invece di scavare di nuovo un emissario, e da ciò si prometteva abbondanza di calce, legna e carbone. Era riserbata quest'opera ai nostri giorni, mercé la protezione ed attività del passato governo.
Queste beneficenze del re animarono la città di Milano a spedire a Parigi alcuni deputati con una supplica al re in cui proposero alcuni stabilimenti. Essa distesamente vien riferita nel manoscritto del Prato. Io ne esporrò quanto vi è di più importante. Si chiedeva dalla città di Milano che il governatore e luogotenente non avesse né direttamente né indirettamente ingerenza alcuna nelle cose di giustizia tanto civile quanto criminale; che nessuna autorità egli avesse negli affari delle regalie, e nemmeno facoltà di proclamare editti; ciò che il re non volle accordare. Accordò egli bensì che nessun comandante militare potesse nelle città di presidio o nei castelli esercitare giurisdizione sopra i cittadini. Si conosce da quanto trovasi in quella supplica, che di que' giorni i questori, i quali dovevano giudicare delle questioni fra gl'impresari e il popolo, non erano di rado soci secreti degl'impresari medesimi; onde essendo costoro ad un tempo giudici e parte, non vi era più modo agli oppressi di trovare giustizia; su di che la città implorò la sovrana provvidenza. Essi poi, come ministri camerali, all'occasione di confische (le quali in quella età di frequente cambiamento di dominazione, col pretesto di fellonia non erano rare) occupavano indistintamente tutto il patrimonio e del reo e de' consanguinei che vivessero indivisi con lui, e quindi gl'innocenti si trovavano costretti a dispendiosissime liti, dalle quali erano prima rovinati che ottenessero la loro porzione devastata. Fa poi ribrezzo maggiore il conoscere da quella supplica quanto ingiusta e crudele fosse la procedura criminale esercitata in quell'epoca da coloro che avevano una carica di capitano di giustizia. Questo supremo giudice, assistito dal suo vicario e da quattro fiscali, procedeva servato et non servato jure comuni . Vi fosse o non vi fosse il corpo del delitto, questo non arrestava la procedura. Il primo atto del processo era citare formalmente il tal cittadino, acciocché si presentasse all'esame. In questo esame non di rado veniva il cittadino posto ai tormenti, e quindi cum terrori sit omnibus officium illud (dice il Prato), molti chiamati all'esame, per sottrarsi fuggivano, e poi si condannavano come contumaci anche gl'innocenti. Da questi aggravi chiesero i deputati che venisse liberata in avvenire la città; ed il re comandò al senato di proporre i rimedii. Se colle livellazioni fatte sulla pianura del ducato, alcuni uomini di quel secolo acquistarono diritto alla stima e riconoscenza de' loro nipoti e successori, i togati di quei tempi cominciarono a farci conoscere che quella loro arte cui definiscono: ars boni et aequi, justi atque injusti scientia , è un'arte affatto staccata dal senso morale. Da quella carta istessa impariamo che allora più non si univa il consiglio dei novecento, ma era di centocinquanta il consiglio generale della città di Milano; e que' centocinquanta nobili rappresentavano veramente la loro patria, poiché da quella erano eletti a parlare e ad agire per essa. Il metodo della elezione era questo. Ogni parrocchia si radunava e nominava due sindaci. Tutti i sindaci poi di ogni porta si radunavano ed eleggevano quattro. Questi quattro eletti da ciascuna delle sei porte, ossia de' sei rioni o quartieri della città, si univano e formavano i ventiquattro elettori. Da questi poi nominavansi venticinque nobili per ciascuna porta, i quali formavano il consiglio della città, a cui era concessa la nomina del vicario di provvisione, scelto dal collegio de' giureconsulti, la nomina de' due assessori, scelti pure dal collegio medesimo, e quella degli altri nobili per le giudicature della città e pel tribunale di provvisione. Essi tuttavia formavano la terna, e la scelta facevasi dal luogotenente e governatore dello Stato. Ma quella forma di elezione terminò due anni dopo; e per un fatto dispotico del governatore Lautrec, vennero da esso lui nominati sessanta nobili, ai quali commise di rappresentare il consiglio generale della città ; e così continuarono dappoi i successori nel governo a nominare, senza opera della città, a misura che vacavano; ed il ceto dei sessanta decurioni (l'adunanza de' quali dicevasi la Cameretta), durò fino all'epoca della repubblica Cisalpina.
La plebe era superstiziosa e violenta oltre modo; e ne fecero la prova i monaci di San Simpliciano, i quali nell'anno 1517, avendo scoperte alcune urne, ed esposti i corpi creduti di San Simpliciano, di San Martino, di San Siro ed altri santi; ed essendo per disgrazia caduta in que' dì una grandine dalla quale vennero flagellate e devastate le nostre campagne; col modo di ragionar volgare attribuendosi il fenomeno fisico allo sdegno dei santi, i quali bramassero riposo ed oscurità, anzi che luce e movimento; e traducendosi i Benedettini siccome rei di sacrilegio e di pubblica sciagura; non furono essi più sicuri non solamente nelle piazze e per le vie della città, ma nemmeno nel loro monastero; e dice il Prato ch'essi furono sì sconciamente battuti, che tal fu di loro, che vi lasciò non solamente la cappa, ma et la forma di quella. Né la supposta empietà di cavare dalla tomba i santi bastava a spiegare allora cagion della grandine. La inquisizione non volle starsene oziosa; volle trovar delle streghe colpevoli di quel turbine, e volendolo efficacemente, se ne trovano sempre. Alcune infelici donnicciuole avevano dei segni, quai fossero non lo sappiamo; bastarono però a farle splendidamente gettar nel fuoco. Si ascolti il Prato: anche da li segni le quali, judicate dalla inquisizione per strie, furono in quelli medesimi dì a Ornago et a Lampugnano sul monte di Brianza a gran splendore arse. Convien dire che anche nel ceto ecclesiastico allora l'ignoranza fosse grande; e merita d'essere riferito a tal proposito un fatto singolare che ci vien raccontato e dal Prato e dal Burigozzo. Un uomo sen venne a Milano grande, sottilissimo per l'estrema magrezza, che, andando scalzo, vestito di rozzo panno, a capo scoperto, non portando camicia, vivea con pane di miglio, erbaggi ed acqua, e dormiva sulla nuda terra. Costui, presentatosi alla curia arcivescovile, chiese il permesso di predicare; ma siccome egli era laico e non fregiato di alcun ordine ecclesiastico, gli venne ciò negato. Malgrado ciò egli cominciò nel Duomo a parlare al popolo, e continuò per un mese a farlo ogni giorno con tanta grazia di lingua, che tutto Milano vi concorreva . Egli prese un tal ascendente col favor del popolo, che nessuno poteva fargli contrasto; e nella chiesa del Duomo disponeva come se ne avesse titolo. Le costui prediche versavano singolarmente nel rimproverare la corruttela degli ecclesiastici; i quali, indifferenti per la religione, col di lei manto altro non bramavano se non ricchezza, autorità e comodi; non mai sazi di onori, di latifondi, di voluttà, nimici delle sante regole de' loro istitutori, alieni dalla carità, dallo studio de' libri sacri, dalla cura del bene altrui, dalla pazienza, dalla umiltà, dai travagli; cose tutte che pure sono di obbligo dello stato a cui sono sublimati; e quindi in vece di animare i laici alla virtù col loro esempio, sono la cagione della corruttela universale de' costumi. Così con veemente eloquenza questo uomo laico cercava di scuotere gli ecclesiastici. I preti non si mossero; ma i frati non furono tanto pazienti; e que' di Sant'Angelo l'accusarono come sedizioso, fautore segreto de' nimici del re. Egli, interrogato dal maresciallo Trivulzi e dal presidente del senato, fu trovato un uomo semplice, pio, ed affatto diverso da quello che era stato rappresentato. Insensibilmente poi questo amor popolare, prodotto dalla eloquenza e dalla austerità, sempre imponente, della vita, svanì; ed il romito dopo sei mesi, senza alcun romore, se ne partì. Era costui dell'età di trent'anni, Toscano; aveva nome Girolamo; dotto assai nelle sacre pagine. Tutto ciò il Prato. Di costui il Burigozzo dice che era di Siena, di bella persona, e nobile: era vestito de panno tanè, haveva le brazza discoperte et le gambe nude senza niente in testa, con la barba lunga, ed haveva dissopra un certo mantelletto a modo de sancto Giovanni Battista. Se mi si permette una conghiettura, parmi che questa straordinaria missione fosse un avviso salutare degl'imminenti torbidi luttuosi che nacquero pochi mesi dopo nella Germania contro degli ecclesiastici; e che riuscirono, come ognun sa, all'infausto dissidio dei protestanti e dei pretesi riformati.
Quod ad Rempublicam attinet, jam licet omnibus intueri quod in magno omnia ancipiti, seu potius praecipiti pendent. Sfortianos constat sexdecim milium peditum delectum ex Elvetiis fecisse, mille cataphractos ex Germania Burgundiaque contraxisse, tormenta aenea, machinas, pilas, pulveresque coemisse, atque comunis opinio est quod medio januario superatis Alpibus Gallos invadent, atque eos pellere aut profligare conabuntur. E contra comes Lignyaci, cujus in re bellica auctoritas suprema est (licet proregis nomen Jo. Jacobo Trivultio datum sit) omnes cataphractos apud Comun cogit.... E continua a spiegate le disposizioni per la difesa, che facevansi dai Francesi; cujus exitum utinam Mediolanenses (quae foret insolita eorum prudentia) expectarent! At plurimi sunt, maxime ex Gibellina factione, qui, more impatientes, jamjam civitatem scindere, amicos, affinesque unire, armaque capere non dubitant, quod dicant memoratum Trivultium statuisse capita ipsius Gibellinae factionis perdere, alios obsides in Galliam mittendo, alios proscribendo, alios in custodiis habendo; dicentes propterea se, armatos, vim vi repellere velle, hujusmodique armis non in regis perniciem aut damnum, sed tuitionem et salutem, si expediat, se usuros jactantes. Huic quasi seditioni fomentum non exiguum praestant memoratus Lignyaci comes et Lucionensis episcopus, Senatus Cancellarius et justitiae, ut ajunt, caput; qui ambo, ut sunt Trivultii aemuli, aegre ferunt quod apud eum remaneat illud nudum proregis nomen; sperantque hac ratione Regem coactum iri ut Trivultium deponat, cum intelliget, eo etiam solam sceptri imaginem retinente, seditionem extingui minime posse: iique ambo, quasi fatentes eam esse pravam et subdolam Trivultii mentem in Gibellinos, quam ipsi verentur, nec affirmantes longè alienam esse regis voluntatem, qui nullo discrimine omnes Gibellinos Guelfosque habet, non reprehendunt, sed quadam taciturnitate probant, Gibellinosque armari ac stipari, seditionem in dies magis et magis augeri; quum et Trivultius et omnes fere Guelfi partes ejus secuti, non minus quam Gibellini, se muniant clientibus et armis, et vim nedum repellere, sed etiam inferre parent. Prosiegue antivedendo i mali, che ne nacquero in fatti, e conclude la lettera così: tunc, inquam, cognosceremus quanto subjectis populis salubrius sit contendentibus de imperio principibus, spectatores, quam auxiliatores esse.
(Per quello che spetta alla repubblica, si può ora da tutti riconoscere, che tutte le cose pendono in uno stato dubbioso o piuttosto precipitoso. Egli è certo che gli Sforzeschi hanno arruolato sedicimila fanti tra gli Svizzeri raccolti; mille cavalli di grave armatura dalla Germania e dalla Borgogna, comperati cannoni di bronzo, macchine, palle e polvere, e la comune opinione è che alla metà di gennaio, superate avendo le Alpi, assaliranno i Francesi, e si studieranno di cacciarli o di sconfiggerli. All'opposto il conte di Ligny, cheha il supremo comando nelle cose militari (benché il nome di vice-re sia dato a Giovan Giacomo Trivulzio)tutti i suoi cavalli di pesante armatura riunisce presso Como... Il di cui esito volesse il cielo che i Milanesi (il che sarebbe una prudenza in essi insolita), aspettassero! Ma moltissimi sono, massime della fazione ghibellina, che, impazienti di ritardo, non dubitano già a quest'ora di dividere la città, di riunire i loro amici e congiunti, e di pigliare le armi, perché dicono che il memorato Trivulzio abbia stabilito di rovinare i capi della stessa fazione ghibellina, mandandone altri ostaggi in Francia, altri proscrivendo, altri ritenendo nelle prigioni; soggiungendo per questo che essi, armati, respignere vogliono la forza colla forza, e vantandosi che di queste armi si serviranno non già a discapito o danno del re, ma qualora occorra alla loro difesa e salvezza. A questa specie di sedizione prestano non piccolo fomento il già nominato conte di Ligny ed il vescovo di Luçon, cancelliere del senato, e capo, come dicono, della giustizia, i quali, essendo l'uno e l'altro emuli del Trivulzio, mal soffrono che presso di esso rimanga quel nome nudo di vicerè, e sperano che per questa ragione il re sarebbe forzato a deporre il Trivulzio, qualora venisse a sapere che, ritenendo la sola immagine dello scettro, la sedizione non potrebbe estinguersi, ed essi, quasi confessando ambidue essere quella intenzione trista e subdola del Trivulzio contra i Ghibellini, la cosa che essi temono, né asserendo molto lontana da quello la volontà del re, che tutti i Ghibellini e i Guelfi riguarda senza alcuna differenza; non riprendono, ma anzi con un certo silenzio quelle mosse approvano, e che i Ghibellini si armino e si rafforzino, e che la sedizione giornalmente a maggior grado si accresca; mentre anche il Trivulzio e tutti quasi i Guelfi seguaci del di lui partito, non meno che i Ghibellini, si muniscono di partigiani e di armi, e non solo si preparano a respignere la forza, ma anche ad adoperarla… Allora dissi, conosceremmo quanto più salutare sia ai popoli suggetti l'essere spettatori che non ausiliari dei principi che dell'Imperio contendono).
Vinto certamente dall'efficacia dell'argomento, prestò la mano; tuttavia, mentre mi congedò, conobbi che egli era quasi sdegnato; giacché come tu sai, i principi quello che essi vogliono, sogliono volerlo di troppo, e ben sovente pongono mente piuttosto a quello che giova, che non a quello che conviene. Così nella lettera 28 febbraio 1500, a Giovannangelo Selvatico.
Se stesso non cessava di rimproverare, e di accusare la propria pusillanimità, né ben sapeva a quale consiglio si appigliasse.
L'infelice Lodovico, che non aveva potuto cangiare i lineamenti del viso né l'aspetto della maestà, che sempre ebbe nel volto, né la sua figura principesca, benché le vesti mutate avesse, conosciuto fu e preso.
Gli presentò sei vestiti, due di stoffa d'oro, due d'argento, due di seta con altretanti giubboni, e paia sei calze di scarlatto, e dodici camisce di renso, con scarpe e berrette similmente d'oro. Queste minuzie, riferite dal Prato, danno idea del vestire di quei tempi, e fors'anco della cura maggiore che si aveva per l'apparenza, che per la mondezza, non frequentemente allora cambiandosi le vesti che immediatamente ci toccano.
Espugnata avendo Alessandria, distrutto l'esercito, caccia il duca Lodovico Sforza, e tornato presso Novara, lo sconfigge e lo fa prigioniero.
Avendo io fatte molte ricerche, anni sono, sulle regalie alienate dai sovrani di questo Stato, o donate ai sudditi, ho osservato che al tempo del duca Filippo Maria si cominciò a staccarle, ed ho trovate cinque vendite e quattordici donazioni. Quel principe, non avendo eredi, cominciò a largheggiare. Poi, sotto Francesco I, fu il più gran colpo di distacco, contandosi sedici vendite, e ben quarantaquattro donazioni di regalie. Anche sotto Francesco Sforza s'introdusse il patto di abdicare in alcune vendite di regalie, la ragione fiscale di ricuperarle al prezzo medesimo. Le donazioni non furono mai tante poi, quanto sotto Francesco, che doveva rendere accetta la signoria, che mancava in lui di legitima ragione; ma sotto Lodovico il Moro in vece grandiose furono le vendite, delle quali ne ho contate settantaquattro. Tutto il secolo XVI fu più moderato. Non è da maravigliarsi che il duca Filippo Maria, ultimo di sua casa, donasse largamente le regalie annesse alla sovranità e destinate a sostenerla. Oltre quelle che, pel terminare delle famiglie, nel corso di tre secoli saranno rientrate nel ducale patrimonio, ne rimanevano tuttora in mano di privati quattordici, dieci anni sono. Né vi è pure da maravigliarsi, se dieci anni fa rimanessero ben quarantaquattro donazioni di regalie fatte da Francesco Sforza, che voleva appoggiare la sua donazione alla benevolenza ed al consenso de' popoli.
Nella cinta del muro intorno alla chiesa di San Dionigi vi si pose una lapida con queste parole: Lodovicus, Galliarum rex et Mediolani dux, parta de Venetis victoria, hic equum ascendit, ut in urbe triumpharet.
Lodovico, re di Francia e duca di Milano, ottenuta avendo la vittoria su i Veneti, qui montò a cavallo onde nella città trionfasse.
Leggasi l'Apologia che ne ha fatta l'abate Francesco Marucchi nella tragedia intitolata: L'Avogadro.
Lettera del Cavaliere Bayard a Lorenzo Aleman, suo zio, stampata in fine della tragedia del signor Belloy citata.
SIMVLACRO DI GASTONE DI FOIX
CONDOTTIERO DEGLI ESERCITI FRANCESI
CADVTO NELLA BATTAGLIA DI RAVENNA NELL'ANNO
MDXII
ESSENDO NELLA RESTAVRAZ. DELLA CHIESA DI S. MARTA
DISTRVTTA LA DI LVI TOMBA
LE VERGINI DI QVESTO MONASTERO
ALLA IMMORTALITA' DI SI' GRANDE CAPITANO,
IN QVESTO LVOGO LO FECERO COLLOCARE
NELL'ANNO MDLXXIV
Mathieu Skeiner, cardinal de Sion, le boute-feu de la Sainte Ligue, lui qui joua dans toutes ces guerres le véritable rôle de l'Alecto de Virgile; ce Prêtre sanguinaire eut la lâcheté de faire exhumer le Héros de la France, sous prétexte de l'absurde excommunication lancée contre le ennemis du pape. Les François et beaucoup d'Italiens, souhaitoient alors à JulesII et au cardinal Skeiner, autant de droiture, de justice, d'honneur et de bonté, qu'en avoit eu le Prince, dont ils osoient ainsi damner l'âme et outrager les cendres. Belloy.
Veggasi Guicciardini, lib. 4. - Muratori, Annali, all'anno 1512. - Istoria del dominio temporale della Chiesa sopra Parma e Piacenza, ediz. roman., p. 122. - Du Mont, Code Diplomat., T. IV, P. I., pp. 137 e 173. - Angeli, Ist. di Parma, lib. V. - Alberti, Descriz. d'Ital., p. 369.
Beatissimo Padre. - Manifesta ed abbastanza nota è presso la Santità Vostra la smoderata ed eccessiva ambizione di dominare in lungo e in largo, e la cupidigia di usurpare indebitamente l'altrui del re de' Francesi, cosicché non solo sembra aspirare con tutti i suoi desiderii al principato milanese, ma anche al soggiogamento di tutta l'Italia: (e conclude alfine) per la qualcosa io sono forzato di ricorrere alla Beatitudine Vostra, per cosa che caderà ad evidente vantaggio di tutta l'Italia, e a me provvederà in una così grande pubblica calamità; supplicando altresì affinché, provvedendo alle premesse cose, la Beatitudine vostra, coll'autorità apostolica della quale è investita, di moto proprio, per certa scienza e per pienezza della podestà anche assoluta, si degni di accordare licenza, podestà ed autorità di imporre in tutta la giurisdizione del ducato di Milano le predette aggiunte di trenta soldi per ogni staio di sale, ecc. Miscellanea MS., vol. I, n. 9.
Il contratto di questa vendita, fatta il giorno 11 luglio 1515, trovasi nell'Archivio Civico, e si scorge che il reddito del Naviglio grande si considerò di non più che annue lire 1200.
Havuto nova Maximiliano Sforza ducha di Milano, et il cardinale elveticho del preparato exercito gallico et del preparato exercito veneto (dopo morto Lodovico XII) per la imprexa de lo imperio Mediolanense; facto suo consulto de resistere a tanto impeto unito contra esso imperio, il cardinale, per levar ogni suspecto qual haveva a lo epischopo laudense Sforzescho, qual gubernava lo imperio Mediolanense, fece prendere esso epischopo et condurlo prigione nel castello di Porta Giobia, dove subito posto alla tortura li fu dato squassi quattordici di corda, et altro non poteno havere da esso epischopo, MS. Belgioioso, fogl. 79, tergo, e 80.
Lib. I, f. 6. L'ingenuità di questa Cronaca appare dalla semplicità e barbarie medesima colla quale è scritta. L'autore era un merciaio, che, avendo bottega in Milano, si compiaceva di registrare gli avvenimenti del suo tempo. Corre manoscritta questa Cronaca di Gian Marco Burigozzo, e comprende gli avvenimenti dal 1500 al 1544. È curiosa la maniera colla quale termina: come vedrete nella Cronica de mio figliolo, imperciocché per la morte che mi è sopragiunta non posso più scrivere. Queste parole verosimilmente vennero aggiunte dal figlio, il quale o non compose poscia la continuazione della Cronaca, ovvero se la compose ella non è giunta a mia notizia; di questa Cronaca mi accadrà più volte in seguito di servirmene.
Hyeronimo Morono dette zanze al gallico re d'andar in la citate de Brixio senatore, secondo la mente dil re, et stato alquanti giorni in la città Mediolanense, fu significato ad esso Morono dovesse pigliar il cammino de la Gallia transalpina ed andar al suo offitio, dove esso Morono, charichato sei cariaggi de le sue tutte bone robe, pigliò il camino di lo Apenino. Gionto appresso allo Apenino pigliò il camino de le montagne de Genovese et poi di Modena, et in quella fece dimora per alquanti anni, et il gallico re fu piantato dal Morono. Cronaca di Antonio Crumello, pavese. MS. Belgioioso, fogl. 83, tergo.
Giovio, lib. VI, Storia. - Gaillard, Storia di Francesco I re di Francia, tom. I, cap. III. - Prato.
Il re cristianissimo, volgendo nell'animo la fedeltà e la integrità che i cittadini milanesi mostrarono verso Sua Maestà, e i danni intollerabili che essi sopportarono, liberamente dona e concede alla predetta città la somma di diecimila ducati di rendita annua e perpetua, esigibili per mano del ricevitore della città dai gabellieri delle mercatanzie, la quale somma sia convertita soltanto ad utilità della città predetta, e non altrimenti.
Il contestabile duca di Bourbon, governatore e luogotenente del re, venne richiamato per uno di quegl'intrighi, i quali non son rari nelle corti, quando il monarca non giudichi co' suoi principii, ma si lasci indurre ad abbracciare i partiti che destramente gl'insinuano le persone che se gli accostano più da vicino. La duchessa di Angoulême aveva molto ascendente sull'animo del re suo figlio. Non minor potere aveva nel cuore di quel giovine e vivace sovrano la contessa di Chateau-Briant, che era nel fiore dell'età, il fiore della bellezza e della grazia; ed era amata dal re . La duchessa favoriva il duca di Bourbon, senza ch'egli se ne avvedesse, per inclinazione naturale; la contessa bramava che si desse a Lautrec, di lei fratello germano, il comando nell'Italia delle armi francesi. Perciò nel 1517 egli venne a Milano governatore, e fu il settimo. Odetto di Foix, signore di Lautrec, maresciallo di Francia, era cugino e compagno d'armi del celebre Gastone di Foix. Alla battaglia di Ravenna egli fu de' pochi che non l'abbandonò, quando, per uno sconsigliato ardimento, si scagliò incontro alla sua morte. Si batté, lo difese quanto un uomo solo lo poteva contro di una folla di armati. Lautrec gridava agli Spagnuoli, mentre combatteva, avvisandoli che Gastone era il fratello della regina loro. Ferito egli pure in più guise, giacque creduto morto a canto a Gastone. Riconosciuto poi, ed assistito, ripigliò Lautrec il suo vigore, e sotto del contestabile continuò a dar saggi del suo valor militare. Le ferite che Lautrec aveva ricevute sul viso nella battaglia di Ravenna, l'avevano reso di aspetto truce e deforme; né il di lui carattere contrastava colla fisionomia . (1518) Lautrec, governatore di Milano, mal sofferiva il maresciallo Trivulzio, il quale viveva con una magnificenza reale, ed era più considerato nella città, che non lo fosse Lautrec. Trivulzio era maresciallo, era stato governatore, aveva acquistato alla Francia il Milanese, viveva indipendente. Il perché venne accusato e indicato per sospetto, per essere egli il capo della potente fazione de' Guelfi, e per essersi fatto ascrivere alla naturalizzazione elvetica, e perché il di lui nipote serviva i Veneti. Queste accuse del Lautrec vennero nell'animo del re malignamente rinforzate dalla contessa di Chateau-Briant, la favorita di quel monarca. Trivulzio, franco e sensibile, informato dell'attentato, al momento partì; e quantunque avesse ottant'anni, nel cuore dell'inverno, superate le Alpi, si presentò alla corte di Francia, dove però non poté avere udienza dal re. Questo rispettabile vecchio si fe' condurre in luogo per cui doveva passare il monarca; e poiché fu alla distanza di essere ascoltato, disse: Sire, degnatevi di accordare un momento d'udienza ad un uomo che s'è trovato in diciotto battaglie al servigio vostro e dei vostri antenati. Il re, sorpreso, lo guarda, lo ravvisa, e passa oltre senza far motto. Tale fu la mercede di quarant'anni di servigi resi alla Francia. Trivulzio si ammalò gravemente. Il re gli fece fare delle scuse; ed il Trivulzio gli rispose che era sensibile alla bontà del re, ma che lo era stato pure ai rigori, ed il rimedio era tardo . Frattanto il Lautrec profittò dell'assenza del Trivulzio per arrestare a Vigevano la vedova ed i figli del conte di Musocco, nuora e nipoti del Trivulzio. Il maresciallo fu sepolto a Bourg de Chartres, sotto Montlehery, dove aveva trovata la corte, e dove morì . Burigozzo dice ch'ei morì il giorno 4 di dicembre del 1518. Nel vestibolo di San Nazaro Maggiore della nostra città avvi un tempio di assai grandiosa e nobile architettura, intorno al cui architrave veggonsi collocate in alto le tombe della famiglia Trivulzio; il qual edifizio credesi fatto fabbricare dal maresciallo, la tomba del quale sta nel mezzo, colle due sue mogli poste ai lati; e sta scolpito: QUI NVNQVAM QVIEVIT HIC QVIESCIT. TACE . Della sconoscenza ed ingratitudine del re Francesco I ne scrive anche il Prato; havendo non una, ma due et tre volte, dic'egli, con tanta fatica et arte in bona parte dato il stato di Milano a Francesi, ed hora ne ha pagato di sì meritevole guiderdone. Il Trivulzio fu un gran soldato, un signore magnifico, e d'animo reale. L'ambizione sua però fu rivolta più a soggiogare i nemici viventi, ed a vendicarsene, che a procacciarsi una fama generosa presso la posterità. Ei non temette la voce imparziale della storia. È tristo quel popolo che è dominato da un ambizioso che non la teme! Trivulzio, con la sua ambizione, rovinò la patria, scaccionne i naturali suoi duchi, e la immerse nelle miserie che l'afflissero per più di un secolo. Egli non ha diritto veruno alla nostra riconoscenza.
Dell'atrocità di que' tempi, e degli effetti dell'ignoranza e delle torture può esserne pure chiara testimonianza il fatto orribile di Isabella da Lampugnano, la quale, il giorno 22 di luglio del 1519, sulla piazza del castello, fu arruotata viva ed abbruciata. Si credette che per sola crudeltà ella colle lusinghe si facesse venir in sua casa i bambini, e loro togliendo il sangue, gli salasse e divorasse. Si asserì che la cosa venisse a sapersi, perché una gatta di lei fu osservata avere in bocca la mano d'un bambino: Fu subito detenuta, dice il Prato, et stata per alcun tempo perseverante ne' tormenti horribili, negando sempre il vero, finalmente confessò il tutto. La logica non permette di credere che si commettano siffatti orrori per sola crudeltà e senza un fine. La cognizione del cuore umano nemmeno consente di crederne preferibilmente capace una donna, più sensibile alla compassione che non è l'uomo. La ragione e la sperienza ci dimostrano che questa è una prova di più, che coll'uso dei tormenti horribili finalmente si costringe un innocente ad accusarsi di qualunque più chimerico delitto. Ci accaderà di trattarne più diffusamente, mi lusingo, in avanti, proseguendo la storia.
La condizione de' Milanesi era assai infelice sotto il duro e dispotico governo del maresciallo Lautrec: aggravii indiscreti, indiscretamente percepiti: patiboli, confische, proscrizioni; quest'era l'arte colla quale colui governava. Io non riferirò quanto ne scrivevano gl'Italiani di quel tempo, che potrebbe forse anco credersi dettato dallo spirito di partito nazionale. Brantome così parla nella vita di Lautrec. On dit qu'avant qu'il fust chassé de Milan, venoient au roy plusieurs nouvelles et plaintes de luy, et qu'il estoit trop sévère et mal propre pour un tel gouvernement.... mais pour gouverner un état il n'y estoit bon. Madame de Chasteaubriant, soeur de mons. de Lautrec... en rebatit tous les coups, et le remettoit tousjours en grace. E lostorico Gaillard, nella vita di Francesco I re di Francia, dice: le maréchal de Lautrec gouvernoit depuis long temps le Milanés avec une rigueur bien contraire à la clemence de son maître. Les proscriptions avoient depeuplé Milan. Les bannis étoient en si grand nombre qu'on les voit jouer un rôle dans l'histoire, se rassembler, former des entreprises, et susciter beaucoup d'affaires aux François. On remarqua que la plus part de ces bannis étoient les plus riches citoyens du Milanés . Fu ben diverso il regno di Lodovico XII da quello di Francesco I, non già per cattiva indole di quest'ultimo, ma perché, sotto il nome suo spensieratamente lasciava in balìa d'un favorito il destino de' sudditi. In quel torno morì il nostro celebre Bernardino Corio , d'anni sessanta, e fu l'anno 1519. Quattro anni prima lo storico Tristano Calco lo avea preceduto.
Capitolo XXIII
Vicende infelici de' Francesi. Francesco II Sforza, riconosciuto duca di Milano. Venuta in Italia di Francesco I re di Francia, ed assedio di Pavia.
(1519) L'odioso governo che il Lautrec faceva dello stato di Milano aveva fatto emigrare un buon numero di cittadini, o per sottrarsi alla violenza o per aspettare un miglior tempo, sotto un meno arbitrario governo. Girolamo Morone, il quale era l'âme de toutes les intrigues, et le véritable chef des mécontens , dispose che questi esuli malcontenti si radunassero in Reggio di Lombardia, città che allora era posseduta dal papa, e quest'adunanza avea per oggetto l'espulsione de' Francesi dall'Italia, e lo stabilimento della casa sforzesca sul trono di Milano, col riconoscere per duca Francesco, duca di Bari, fratello del duca Massimiliano, e figlio del duca Lodovico Maria. Per comprendere quali apparenze vi fossero da concepire quest'idea, conviene dare un'occhiata alle combinazioni politiche generali di que' tempi. L'imperator Massimiliano avea terminata la sua vita il giorno 12 di gennaio 1519, e, malgrado gli uffici della Francia, era stato eletto imperatore il re di Spagna Carlo, il quale rese poi nelle serie de' cesari famoso il suo nome di Carlo V. Questo monarca, nel vigore del ventesimo anno dell'età sua, favorito dalla natura d'un animo attivo, elevato, passionato per farsi un nome, favorito dalla fortuna, che gli avea dati i regni delle Spagne, quei delle due Sicilie, la Fiandra, l'Olanda e gli stati della Germania; questo imperatore potente, appena innalzato al trono cesareo, rivolse lo sguardo all'usurpato dominio di Francesco I nel Milanese, feudo imperiale dominato dal re senza investitura o dipendenza dall'Impero. Nella Germania le nuove dottrine di Lutero s'andavano spargendo; già varii sovrani le proteggevano; e correva rischio il papa di perdere del tutto la Germania, se Carlo V, vigorosamente opponendosi, non avesse posto al bando dell'Impero il promotore de' nuovi dommi, il quale sarebbe stato facile, dandogli qualche dignità o qualche modo onesto di vivere, di farlo pentire degli errori suoi, dice il Guicciardini , se il cardinal Gaetano, legato apostolico, colle ingiurie e colle minacce non l'avesse spinto al disperato partito che prese dappoi. Il papa per questo gravissimo oggetto della Germania avea bisogno di tenersi amico l'imperatore. Il papa non perdeva di vista Ferrara, Parma e Piacenza, e, collegandosi con Carlo V per discacciare i Francesi da Milano, otteneva di staccare nuovamente dal ducato di Milano queste due città, già usurpate da Giulio II, e di consegnare il rimanente del ducato a Francesco Sforza. Segretamente si andava concertando la lega fra Carlo V e Leone X. Francesco Sforza stavasene a Trento. L'imperatore gli assegnò centomila scudi, ed ottantamila gliene assegnò il papa, colle quali somme poté assoldare degli Svizzeri, a ciò aiutato dal cardinal di Sion . I Fiorentini, il marchese di Mantova entravano nella lega contro dei Francesi. Motto confidavano e Cesare e il papa sulla buona volontà de' Milanesi, l'affetto dei quali molto doveva contribuire all'esito della guerra. E questo motivo fu quello per cui dal Morone vennero essi chiamati a Reggio, di che veggasi l'opera, poco sinora conosciuta, ma che merita di esserlo, del Sepulveda: de Rebus gestis Caroli V imp. et regis Hisp., autore contemporaneo, che scriveva i fasti del monarca al quale serviva, e dal quale anche a voce poteva chiedere istruzione de' fatti che esponeva in buon latino nel di lui regno. Della qual opera v'era bensì la tradizione nella Spagna, ma a caso venne a trovarsi manoscritta soltanto l'anno 1775, e si publicò dalla regia stamperia di Madrid nel 1780, sotto la direzione della reale accademia di storia .
(1520) Il maresciallo di Foix, ossia Lautrec, informato di questa unione che si andava facendo in Reggio, quantunque le intelligenze fra il papa e l'imperatore fossero segrete, senza rispetto alla pace vigente, invase a mano armata il Reggiano, e si accostò alla città con animo di sorprendere i Milanesi forusciti. Il Guicciardini storico era allora comandante di Reggio, e seppe rendere vano il progetto de' Francesi, le violenze de' quali, commesse in quella infruttuosa spedizione, sono da lui medesimo descritte. Un tal fato, seguìto nel seno apparente della pace e ad insulto delle terre del papa, cagionò negli animi sempre maggiore il ribrezzo verso della dominazione francese, che sconsigliatamente il Lautrec aveva reso disgustosissima ai popoli. (1521) Questa incauta scorreria sul reggiano seguì nel 1521, ed un fenomeno fisico, accaduto poco dopo in Milano, si combinò sgraziatamente pei Francesi onde alienarne sempre più gli animi degl'Italiani, colla persuasione di essere la stessa divinità manifestamente nimica della dominazione francese. Erano stati poco prima scomunicati dal papa Leone X gl'invasori del Reggiano . La vigilia appunto di San Pietro, cioè il giorno 28 di giugno del 1521, due ore prima che tramontasse il sole, essendo il cielo quasi sgombro, da una nuvola si scagliò un fulmine sulla massiccia torre di marmo che stava sulla porta del castello di Milano. Quivi era a caso collocata una porzione di polvere, destinata a spedirsi alle altre fortezze dello Stato, che dal Gaillard si fa ascendere a dugentocinquantamila libbre. Prese fuoco, e la esplosione fu orrenda. Il comandante del castello, signor di Richebourg, e trecento soldati francesi acquartierati vi rimasero sepolti . La torre era, come attesta il Guicciardini di marmo, bellissima, fabbricata sopra la porta, nella sommità della quale stava l'orologio, il che produsse la rovina quasi totale del castello; e la piazza del castello, sulla quale in quel punto trovavansi molti al passeggio, rimase coperta di cadaveri e di tanti sassi, che pareva cosa stupendissima ; alcuni sassi di smisurata grandezza volarono lontani più di cinquecento passi. Il Burigozzo così descrive il fatto: ma a dì 28 zugno 1521, che fu la vigilia de Santo Pietro, a due ore prima di notte, venne uno horribile tempo da sorte che la sajetta dêtte in el torrazzo in mezzo alla fazada del castello, dove gli era gran quantità de polvere da bombarda, talmente che quella torre sino al fondamento fu fracassata, et portò prede grandissime sino al mezzo della piazza, e tutto el castello se squassò, adeo che per la ruina grande che fu, moritte el capitaneo et da rôcca et da castello, sotto le prede qual ruinorno, et moritte innumerabile altra gente, d'onde questo fu una gran cosa. E il Grumello riferisce il fatto nel modo seguente: A dì 28 junio 1521 da hore 23 dêtte la saietta in la torre de le hore del castello di Porta Giobia de Milano, cossa stupendissima et da non credere chi non la vide, et io la vidi con gli occhii levar la media parte de dicta torre et li fondamenti insiema et portarla oltra il revellino et la fossa, et gittarla in su la piazza de dicto castello, et hebe occixo li doi castellani et il cavalero Vistarino, quale hera ditenuto in prigione in epso castello, et foreno occixi la più parte de le gente herano habitante in detto castello. Le ruine de le stancie et tecti et muraglie non ne dicho niente. Più ruina fece Iddio in un momento in epso castello, che non haveria facto l'artellaria dil re gallico in un anno. De le ruine facte di fora dil castello non ne scrivo, como ruinamenti de tecti, de ecclesie, caxe, rompimenti di catenazi, de botteghe, invedriate, cose admirande . Di questo disastro ne scrive un'altra cronaca citata dal Lattuada , ed è di Bernardino Forni di Gallarate. Il papa non tralasciò di far ravvisare la vendetta di San Pietro in questo avvenimento; e questo ancora contribuì non poco a sgomentare i partigiani francesi, e ad animare sempre più i loro avversari. Quindi còlta l'opportunità della violenza fatta sulle terre pontificie, e datane ai Francesi tutta l'odiosità, su pubblicò senz'altro la lega, e si radunò verso Bologna la già disposta armata.
Il papa Leone X spedì seicento uomini d'armi papalini, toscani e mantovani. Seicento altri uomini d'armi ne fece marciare da Napoli l'imperatore Carlo V. Diecimila fantaccini vi erano, parte italiani, parte spagnuoli, ed ottomila fantaccini oltramontani . Prospero Colonna comandava l'armata della lega pontificia; sotto di lui comandava Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara; ed era già in modo distinto in quell'armata Antonio da Leiva, soldato di fortuna, il quale ebbe poi molta influenza nel Milanese, come si vedrà. Il conte Guido Rangoni, Giovanni de' Medici, principe della casa di Toscana, Girolamo Morone, vi si trovarono parimenti. A questa armata si unì un corpo di Svizzeri condotti dall'ostinatissimo cardinale di Sion . L'armata de' collegati prese Parma. Gli Svizzeri stipendiati da Lautrec mancando di paga lo piantarono, dice Guicciardini. I collegati, dopo ciò, poco penarono ad impadronirsi del Milanese. Lautrec tentò invano a Vaprio di disputar loro il passaggio dell'Adda. Giovanni de' Medici, montato su d'un cavallo turco, arditamente fu il primo a passar l'Adda, il che animò l'esercito a seguirlo. Lautrec si ricoverò in Milano, dove arrivato, o per non perder l'occasione di saziar l'odio prima conceputo, o per mettere con l'acerbità di questo spettacolo terrore negli animi degli uomini, fece decapitare pubblicamente Cristofano Pallavicino; spettacolo miserabile per la nobiltà della casa, e per la grandezza della persona, e per l'età, e per averlo messo in carcere molti mesi innanzi alla guerra . Questo illustre signore, parente della casa Medici, forse in odio del papa mandato dal Lautrec al patibolo, aveva settantacinque anni . Dopo l'affare di Vaprio, Lautrec entrò in Milano il giorno 10 di novembre 1521, e il giorno 11, due ore avanti giorno, venne il Pallavicino decapitato sulla piazza del castello di Milano. Egli era stato fatto prigione con insidia dal fratello di Lautrec, ch'era compare di lui. Stavasi Cristoforo Pallavicino nel suo castello di Buffetto dove accolse l'insidiatore . Già sino dal giorno 6 di luglio il di lui nipote Manfredo Pallavicino era stato squartato vivo sulla medesima piazza del castello, e le sue membra poste sulle porte della città; et a molti altri gentiluomini milanexi, placentini, et dil Stato fureno tagliate le teste . Bartolomeo Ferreri, a detta del Guicciardini, insieme col di lui figlio, aveva terminati per mano del carnefice i suoi giorni. Insomma il Gaillard dice: le mareschal de Foix se ressasia de vengeances cruelles, et combla le désespoir des malheureux Milanois, le suplice fut le partage de tous ceux, qui avoient eu les moindres relations avec Moron .
Frattanto che il crudele Lautrec inferociva in Milano, l'armata de' confederati s'accostò alla città. Io, come sempre, così al presente tralascio di annoiare il lettore colla esatta descrizione delle mosse e dei minuti avvenimenti marziali. Pare che gli scrittori prendano un piacer singolare ad internarsi colle descrizioni in siffatte carneficine, e nelle gloriose sceleraggini della guerra. La filosofia c'insegna a non abituarci a mirare con insensibilità simili sciagure; e forse il bene dell'umanità suggerirebbe di non consecrarle alla gloria, ma di punirle col silenzio degli storici. L'armata de' collegati s'impadronì di Milano il giorno 19 di novembre 1521. Vi entrarono Prospero Colonna, il cardinale dei Medici, il marchese di Mantova, ignorando quasi i vincitori, dice Guicciardini, in qual modo o per qual disordine si fosse con tanta facilità acquistata tanta vittoria. Molte case vennero saccheggiate dagli Spagnuoli col pretesto che fossevi roba de' Francesi. Venne proclamato duca Francesco II Sforza, e Girolamo Morone vi comparve governatore in nome di lui. Lautrec lasciò nel castello di Milano un presidio francese, sotto il comando del capitano Mascaron, di nascita guascone. Cremona pure conservò nel castello i Francesi sotto il comando di Janot d'Herbouville; Como, Lodi, Pavia, Alessandria, Piacenza e Parma vennero tosto in potere della lega. Appena Leone X ebbe la nuova d'essersi occupate dalle armi pontificie le città di Parma e di Piacenza, e d'essere in potere della lega lo stato di Milano, e proclamato lo Sforza, ch'ei morì improvvisamente, all'età di quarantaquattro anni, il giorno l° di dicembre 1521, non senza sospetto di veleno, per cui venne carcerato Barnabò Malaspina, suo cameriere, deputato a dargli da bere. La morte del sommo pontefice, che aveva somma influenza negli affari appena innoltrati, cagionò non lieve inquietudine negli animi.
(1522) Al momento che gli avvenimenti cominciarono a mostrarsi prosperi, Francesco Sforza, il quale coi denari somnistratigli da Cesare e dal papa, aveva presi al suo stipendio seimila Tedeschi dal Tirolo, passò nella Lombardia; e come dice Sepulveda: Franciscus quoque Sfortia, quem Germanorum sex milia sequebantur, Mediolanum pervenit, singulari civitatis gratulatione; e ne adduce il motivo, perché era vir de cujus humanitate, temperantia et justitia, magna erat hominum opinio . Da Trento passò pel Veronese senza ostacolo con seimila fanti tedeschi, ai quali i Veneziani non fecero opposizione, indi per il Mantovano, Casalmaggiore e Piacenza portossi a Pavia. Lautrec e alcuni corpi veneziani s'erano posti a Binasco per impedire la venuta a Milano del duca; ma lo Sforza, còlto opportunamente il tempo, passò a Milano il giorno 4 aprile 1522. Dove è incredibile a dire con quanta letizia fosse ricevuto dal popolo milanese, rappresentandosi innanzi agli occhi degli uomini la memoria della felicità con la quale era stato quel popolo sotto il padre e gli altri duchi sforzeschi, e desiderando sommamente di avere un principe proprio, come più amatore de' popoli suoi, come più costretto ad avere rispetto e fare estimazione dei sudditi, né disprezzarli per la grandezza immoderata; e la cronaca del Grumello: fece la intrata in la città Mediolanense con allegria, et tutto il populo con sonar di campane, sparare di artellaria, parendo ruinasse il mondo. Mai fu visto, ne audito tanto triumpho. Cosse da non creder fureno facte per epsa repubblica mediolanense di allegria di Francisco Sforcia suo duca, et domandando denari el Sforcia per paghare lo exercito cexario, da gentiluomini, marchatanti, plebei et poveri herano portati danari, collane, argento; ogniuno portava qualche cossa per far danari, che mai fu visto tanta dimostrazione di amore, et di tutto hera tenuto bono conto, et a tutti quali havevano dato danari, collane, argento, fu a tutti facta la restituzione per Francisco Sforcia, et così fu dato pagha allo exercito cexareo, et ogniuno fu di bono animo di combattere contro i Galli .
Frattanto Lautrec co' suoi Francesi, con ottomila Svizzeri, e coi Veneziani s'era ricoverato a Monza, ove eranvi il Montmorenci, il maresciallo Chabannes, il Bastardo di Savoia, il gran scudiere Sanseverino, il duca d'Urbino, Pietro di Navarra , ed altri illustri personaggi. L'armata della Lega, sotto il comando di Prospero Colonna, aveva posto gli alloggiamenti alla Bicocca, luogo situato fra Milano e Monza, e lontano circa quattro miglia della città; il luogo era vantaggioso per la difesa. Lautrec aveva sin da principio avvisato il re, ch'ei non avrebbe potuto difendere lo Stato contro l'armata che si andava formando, a meno che non gli venissero spediti soccorsi dall'erario, onde stipendiare un numero conveniente di Svizzeri; e dalle lettere era bensì stato assicurato di riceverlo, ma realmente mai non l'ebbe. Egli teneva animati gli Svizzeri, mancanti de' loro stipendii, con promesse di imminente arrivo di danaro; ma essi, già troppo lungo tempo delusi, più non badavano alle lusinghe; e minacciavano di abbandonarlo e ritirarsi alle loro case. Il signor di Brantome, nella vita di Lautrec, ricorda il fatto dell'illustre cavaliere Bayard a Pamplona, dove essendosi ammutinati gli Svizzeri che erano sotto i suoi ordini, egli, colla sua gendarmeria, benché non numerosa, seppe reprimerli. Lautrec in vece, secondandoli, volle tentare una giornata: la tentò il 27 di aprile 1522, venne battuto e rispinto e perdette il Milanese. Brantome lo condanna per non aver preso almeno il partito di starsene sulla difesa, aspettando nuovi soccorsi. A me sembra che il Lautrec abbia operato senza prudenza; s'ei vinceva, avevano i collegati quattro miglia distante una città amica dove ricoverarsi; se perdeva, era tosto abbandonato dagli Svizzeri; i Veneziani freddamente l'avrebbero secondato, ei rimaneva con un drappello di Francesi appena bastante per ricondurlo nella sua patria. Come andasse quell'affare ce lo dicono minutamente più autori. Francesco Sforza era in Milano. Avvisato che i Francesi si movevano verso de' collegati, fece dar campana a martello in Milano, dove, e per odio verso de' Francesi, e per amore verso del duca, al momento uscirono quanti cittadini potevano armarsi per combattere; e seimila se ne contarono: Jussis igitur Sfortia popularibus omnibus arma sumere, peditum armatorum sex millia, et item quadringentos equites educit: cum his ad Bicocham in via, quae ducit Modoetiam, consistit . Ed il Grumello dice: mai fu visto tanto populo correr alle arme, et il frate predicator di Santo Marco con il crocefisso in mane facendo animo a Milanexi volessero combatter, che era il giorno de la victoria et ch'hera certifichato che vincerebbono senza alchun dubbio. El Sforcia, unito suo exercito, ussite de la città Mediolanense, et pigliò il cammino de la Bichocha con sua ordinanza . Oltre i seimila cittadini milanesi armati, che sortirono a piedi in seguito del duca, quattrocento lo accompagnarono a cavallo . Il duca co' suoi giunse prima che cominciasse l'attacco. Egli si pose alla difesa di un ponte, ed ivi infatti si scagliò col maggiore impeto il maresciallo di Foix: ma sebben penetrasse, venne rispinto poi con tanto disordine, che la battaglia diventò un macello, poiché dal ponte non potendovi passare che tre uomini di armi di fronte, e ammucchiandosi per la smania di uscire in salvo, si trovarono talmente stretti i nemici, che nemmeno fu loro possibile il difendersi; quindi la maggior parte vennero tagliati a pezzi. I Veneziani poco si mossero e rimasero quasi spettatori Lautrec aveva fatto coprire di croci rosse il corpo di battaglia: questa era la divisa de' collegati, che sperava di sorprendere. Ma Prospero Colonna, informato di ciò, fece porre a' suoi un manipolo d'erba sull'elmo, e così venne delusa l'astuzia. Tremila Svizzeri rimasero sul campo. Gli altri il giorno seguente abbandonarono l'armata. La battaglia della Bicocca èrimasta nella memoria dei Francesi, i quali, per significare che un sito costerebbe molto sangue, e gioverebbe poco acquistandolo, soglion dire: c'est une bicocque. La conseguenza di tal giornata fu che i Francesi intieramente perdettero il Milanese. I Francesi occuparono Lodi, ma ne furono scacciati il dì 3 maggio 1522; indi perdettero Pizzighettone, poi Genova il giorno 23 giugno. Non rimase ai Francesi che il castello di Milano, che evacuarono poi il giorno 15 d'aprile dell'anno seguente, ed il castello di Cremona , il quale durò più tempo nelle loro mani. Le bandiere acquistate alla Bicocca si collocarono in trionfo nel Duomo.
Ad animare il popolo molto giovò un frate Agostiniano, che il Guicciardini chiama Andrea Barbato . Costui, eloquente predicatore, mosso fors'anche dal sagacissimo Morone, aveva preso sopra del popolo quel predominio, che ebbe già in prima frate Jacopo de' Bussolari in Pavia, come vedemmo nel secondo tomo, cap. XIII; e senza ricorrere ai secoli trasandati, come l'ebbe in Napoli il gesuita Pepe, il quale, padrone del popolaccio, a forza di biglietti stampati con alcune parole pie, ammassò tanto da far gittare una statua d'argento di naturale grandezza. Egli dal pulpito annunziò la morte del proposto Lodovico Antonio Muratori, padre e maestro della critica e della erudizione, onore dell'Italia, e lo annunziò Franco Muratore, e nemico della vergine, nemico de Mamma mia. Lostesso spirito mosse a declamare altri da que' pulpiti contro Pietro Giannone, costretto a perdere la patria, e ridotto a terminare i suoi giorni in un carcere in pena d'averli spesi ad onore dell'Italia, patria nostra, sedotta dalla interessata e sediziosa voce d'un sacro declamatore. Morone conobbe quanta utilità poteva cagionare un tal mezzo, e l'adoperò. Questo frate si pose a predicare con applauso, anzi con entusiasmo universale in Milano, e confortava i Milanesi a difendersi contro dei Francesi, che stavano per discendere dalle Alpi, ricordando che se erano stati crudeli per lo passato, ora per odio e vendetta di aver abbracciato il principe naturale, non si sarebbero saziati di carneficine, né appagati con tutto l'oro, ed avrebbero con più ferocia rinnovata memoria del Barbarossa. Ricordava gli esempi de' valorosi antenati, assicurava la salute eterna a chi moriva colle armi in mano per difesa della patria e del suo legittimo sovrano. Comparve sommamente animato il corpo de' cittadini milanesi formato dalla milizia urbana. Era meraviglioso l'odio del popolo milanese contro ai Francesi, maraviglioso il desiderio del nuovo duca; per le quali cose, tollerando pazientemente qualunque incomodità, non solo non mutavano volontà per tante molestie, ma messa in arme la gioventù, ed eletti per ciascuna parrocchia capitani, concorrendo prontissimamente giorno e notte le guardie... alleggerivano molto le fatiche dei soldati.
Il duca Francesco Sforza l'anno 1522 confermò il senato; stabilì che venisse composto di ventisette senatori, cioè cinque prelati, nove cavalieri e tredici dottori. L'editto è del giorno 18 maggio 1522 . Questo corpo ebbe in quella occasione la pienissima podestà di procedere, e giudiziariamente, ed anche per la via della equità: possitque ea omnia quae justitiae et aequitatis . Creato, siccome vedemmo, nel principiare del secolo XVI, egli, sebbene mutata la forma e ridotto a soli undici giureperiti, de' quali nove soli sedenti, durò sino alla primavera del 1786 per lo spazio di ducent'ottantacinque anni. Gaillard, nella sua assai bella storia del re Francesco I, ci informa di varii aneddoti, i quali hanno relazione immediata cogli avvenimenti accaduti nel Milanese. Lautrec, siccome accennai, aveva da bel principio chiesto soccorsi di denaro al re, protestandosi incapace di far fronte ai collegati senza di questo mezzo, per mantenere l'armata ed accrescerla cogli Svizzeri. Il re credeva che Lautrec avesse ricevuti quattrocentomila scudi, ch'egli aveva comandato se gli spedissero; e restò sorpreso, allorché intese da Lautrec in sua discolpa che nulla eragli giunto, e che i Francesi erano creditori dello stipendio di diciotto mesi. L'ordine l'avea dato il re ad un vecchio ed onorato ministro di somma integrità, che il re chiamava padre suo, cioè al sopraintendente Saint-Blançay, il quale, interpellato dal suo monarca sulla spedizione di quella somma, tremando e sbigottito, gli significò che la duchessa d'Angoulême l'aveva obbligato a consegnarle i quattrocentomila scudi, comandandogli il segreto, e rendendosi ella mallevadrice delle conseguenze. Il povero ministro aveva la polizza segnata dalla duchessa, da cui appariva lo sborso fattole. Sin qui si scorge un intrigo di corte per fare scomparire Lautrec, fratello della favorita, a costo della perdita d'una provincia e del sangue di migliaia d'uomini. Luisa di Savoia, madre del re, e duchessa d'Angoulême, secondò due personali passioni, l'avidità del denaro, e la gelosia di comandar sola nell'animo del re suo figlio. Qualche cosa ancora di peggio manifestò ella poi, quando chiamò mentitore il SaintBlançay, e sostenne che que' denari erano un capitale suo, che se le restituiva. L'orrore poi va al colmo, sapendosi che quell'onoratissimo vecchio ministro venne impiccato a Montfaucon . (1523) La duchessa d'Angoulême, nel 1523, aveva quarantasette anni, nudriva qualche passione pel duca di Bourbon, contestabile di Francia, avendo essa contribuito a fargli avere degli onori, dovuti alla nascita e merito suo, ma che il re da se medesimo dati non gli avrebbe, attesa la nessuna conformità fra l'umore vivace del re e la grave fierezza del duca; aveva trentaquattro anni il contestabile, allorquando le attenzioni della vedova duchessa d'Angoulême divennero sì pressanti, che ei lasciò chiaramente scorgere quanto importune gli fossero. La duchessa era tanto bella, quant'era possibile all'età sua. Ma ella avea l'anima tanto bassa e plebea, che pensò di vendicarsene, o di ridurre il duca a capitolare con lei promuovendogli de' mali. Cominciò a fargli sospendere le pensioni. Il duca non se ne lagnò, anzi a dispetto di lei accrebbe il fasto e la pompa, per mostrare quale ei fosse indipendentemente dai soldi del re. Il contestabile invitò il re alla sua terra di Moulins, e lo accolse con feste splendidissime . La duchessa fece proporre al contestabile la sua mano; egli sdegnò e derise queste nozze. Allora la donna in furore, adoperando il cancelliere di Francia Duprat, uomo nemico del contestabile, creatura della duchessa, e degno di tal protettrice, intentò una lite a nome del re al contestabile per ispogliarlo di tutti i suoi feudi, il Borbonese, l'Auvergne, la Marche, il Forêt Beaujolis, Dombres e molte altre signorie. La lite cominciò collo spogliare il contestabile, e porre i suoi beni sotto sequestro. Egli era il secondo principe del sangue reale, il primo pel suo merito e contestabile del regno. Carlo V, che avea l'occhio sulla Francia, colse il momento opportuno, e, per mezzo del conte di Beaurein, fece al contestabile le più vantaggiose proposizioni: si trattava d'invadere la Francia, e colle armi spagnuole dare al contestabile la sovranità delle terre sue, con aggiunta di altre: contemporaneamente Arrigo VIII dovea invadere altre province, sulle quali l'Inghilterra avea delle pretensioni. Così il re di Francia diventava un principe da non più contrastare a Carlo V. La trama venne scoperta. Il contestabile, a stento, travestito, si pose in salvo nella Franca Contea. Il re Francesco avrebbe voluto che il parlamento di Parigi fosse sanguinario contro i complici, e lo mostrò tenendo un letto di giustizia, e rimproverando al medesimo le sue mitigate sentenze. Coloro che credono siffatti intrighi di corte invenzione dei tempi a noi più vicini, leggano meglio la storia. Così debbe accadere ogniqualvolta un principe d'animo debole si lasci dominare; e peggio poi, se da due opposti partiti. La duchessa d'Angoulême voleva comandar sola. La contessa di Chateau-Briant voleva aver parte al comando. Il duca di Bourbon, prendendo il partito di Carlo V, comparve un fellone. In fatti egli lo era. Coriolano pure per altra cagione tale si mostrò. Se non posso far l'apologia del duca di Bourbon, posso almeno compiangerlo; egli meritava un miglior destino. Gli storici nostri l'hanno insultato oltre il dovere.
Frattanto gli affari de' Francesi andavano ogni dì peggiorando. Il presidio francese nel castello di Milano, il giorno 15 d'aprile 1523, avea ceduto il suo posto, custodibus partim morbo absumtis, partim morae taedio inopiàque cibariorum adactis , dice Sepulveda . Non rimaneva più alcuno spazio occupato dai Francesi, trattone il castello. Il loro comandante Janot d'Herbouville, signore di Bunon, era morto. Erano in tutto quaranta Francesi, e trentadue essendone periti, i soli otto che rimanevano si obbligarono con giuramento di non ascoltare mai proposizione di rendersi, e diciotto mesi si sostennero. Così almeno ce n'assicura lo storico Brantôme . I Veneziani, vedendo andare così alla peggio gli affari del re di Francia, informati della indole del re, distratto dalle occupazioni, immerso ne' piaceri, dominato a vicenda da due donne, conobbero che erano passati i tempi del buon Lodovico XII, e che l'essere collegati colla Francia non poteva essere loro di verun giovamento, anzi riusciva di molto pericolo, attese le minacce del potentissimo ed attivissimo Carlo V. Veramente non aveano i Veneziani alcun plausibile pretesto per mancare alla lega che univali colla Francia; ma la Francia istessa, quattordici anni prima, colla lega famosa di Cambrai aveva insegnato ad essi a sostituire al codice del gius delle genti quello della convenienza. Il re di Francia in oltre era minacciato d'una invasione per parte degl'Inglesi. A ciò si aggiungeva la moderazione che Cesare mostrava, consegnando al duca Francesco Sforza le fortezze acquistate dai Francesi, il che toglieva dall'opinione l'inquietudine che un monarca troppo potente, occupando il Milanese, nol ritenesse, e li rendesse confinanti d'una terribile sovranità. Tutto ciò mosse i Veneziani a collegarsi coll'imperatore, col papa Adriano, Francesco Sforza, i Fiorentini, i Sanesi e i Lucchesi. S'obbligarono a somministrare seicento uomini d'armi, altretanti cavalleggeri e seimila fanti per la difesa dello stato di Milano; e Carlo V si obbligò a difendere tutte le possessioni de' Veneziani nell'Italia. Tal confederazione seguì nel mese di luglio del 1523 .
La duchessa d'Angoulême voleva che si ricuperasse il ducato di Milano, come lo bramava pure il re; ma voleva che l'onore di quest'impresa venisse accordato all'ammiraglio Bonnivet, e il re al solito accondiscese. Trentamila fanti e duemila uomini d'armi furono posti in marcia sotto il comando di Bonnivet, creatura della duchessa d'Angoulême; e questo Bonnivet fu poi cagione della totale irreparabil rovina de' Francesi e della prigionia dello stesso re, siccome vedremo. Il vecchio generale de' collegati Prospero Colonna, non trovandosi forte a segno di sostener l'impeto di quest'armata, che s'incamminava verso del Milanese, divise ne' presidii i soldati. Diè Pavia da comandare al Leyva, per sé tenne il comando di Milano. Mentre si disponeva questa invasione, il duca Francesco Sforza fu in pericolo colla sua morte di lasciare più libero il campo alle ragioni del re di Francia; poiché, venendo egli da Monza a Milano a cavallo, ed avendo ordinato alle sue guardie di stargli lontane per non soffrire la polve che alzavano col calpestio, se gli accostò Bonifazio Visconti, giovine di nobilissima famiglia, e giunto ad un quadrivio, a tradimento sfoderò una daghetta e tentò di percuotere il duca nella testa; ma il movimento del cavallo fe' sì che appena leggermente lo ferì sulla spalla. Questo Bonifazio era assai domestico dell'eccellenza del duca, dice Burigozzo, il quale asserisce essere accaduto il fatto nel giorno 21 d'agosto 1523. L'assassino profittò del velocissimo suo corsiero, e poté salvarsi nel Piemonte . Il duca ritornossene a Monza. Per Milano si sparse nuova che il duca fosse morto o moribondo, e ciò produsse una vera desolazione ne' cittadini. Tre giorni dopo il duca venne a Milano. L'ammiraglio Bonnivet, senza contrasto alcuno, entrò nel Milanese, e direttamente si presentò sotto le mura di Milano per assediarla; ma la plebe era ardentissima con l'animo e con le opere contro ai Francesi, dice Guicciardini ; e il Gaillard scrive: l'infaticable Moron, plus utile au duc de Milan, que les plus habiles généraux, encourageoit et les bourgeois et les soldats, veilloit à l'approvisionnement de la place, à l'avancement des travaux, et faisoit de plus repentir les François de ne lui avoir point tenu parole . La comparsa de' Francesi sotto Milano seguì verso la metà di settembre; intrapresero l'assedio; ma il giorno 12 di novembre cominciò a cadere gran copia di neve, e continuò un tempo cattivissimo per tre giorni. Le opere che aveano scavate i Francesi, erano impraticabili a cagione del fango profondo. Assai malvestiti erano i Francesi, e non era possibile che reggessero a questa stagione; quindi il giorno 14 di novembre 1523, dopo otto settimane di assedio, si ritirarono ricoverandosi a Rosate ed Abbiategrasso . Bonnivet voleva ripassare le Alpi, e per assicurarsi la ritirata propose a Prospero Colonna una tregua; ma il Colonna non diede retta a tal partito, quantunque l'ammiraglio francese avesse interposta a favor suo la mediazione di madonna Chiara, famosa per la forma egregia del corpo, ma molto più per il sommo amore che le portava Prospero Colonna ; il quale innamorato aveva ottanta anni , ed in fatti fra pochi giorni spirò in Milano il 28 dicembre 1523 , essendogli succeduto nel comando il vicerè di Napoli Carlo Lannoy. Circa a quel tempo venne a Milano il duca Carlo di Bourbon, già contestabile di Francia, e luogotenente e governatore del Milanese sette anni prima; indi, in questo stesso anno 1523, col carattere di luogotenente generale cesareo.
(1524) Rimanevano i Francesi acquartierati ad Abbiategrasso, non senza molestia della città, la quale riceve una buona parte della provvisione dal canale detto Naviglio, che passa appunto in Abbiategrasso, quindi quella via rimaneva intercetta, a meno che non se ne facesse sloggiare i Francesi. Il duca, amato e riverito da' suoi Milanesi, pensò a questa impresa. I Milanesi avevano somministrati novantamila ducati al loro buon principe, che ne avea bisogno per difendersi . Nel mese di aprile del 1524 il duca Francesco II, con una scelta squadra de' suoi Milanesi, marciò ad Abbiategrasso, e impetuosamente per assalto se ne impadronì , e poco dopo l'ammiraglio Bonnivet ripassò i monti, e così terminò questa spedizione . Sgraziatamente però terminò per Milano la vittoria di Abbiategrasso, poiché eravi la pestilenza; ed i Milanesi vincitori la portarono nella patria, la quale pestilenza fu una delle più funeste e micidiali. La strage maggiore seguì nei mesi caldi di giugno, luglio ed agosto del 1524 . La cronaca del Grumello dice: et fu un pessimo sacco per la città Mediolanense. Apichata fu peste crudelissima in epsa città per le robe amorbate d'epso castello portate in dicta cittate, si existima moressero de le anime octanta millia, et più presto de più che di mancho ; e Burigozzo fa ascendere la mortalità a più di centomila persone. Una cronaca originale, che si conserva in Pavia presso la nota famiglia de' conti Paleari, intitolata: Relazione delle cose successe in Pavia dall'anno 1524 al 1528, del molto magnifico signor Martino Verri, dice che in Milano, per la pestilenza del 1524, morirono la metà delle persone, e quella durò per tutto il mese di agosto. Il Sepulveda asserisce che più di cinquantamila uomini vi perirono . Il Bescapè, nella vita di san Carlo, dice: ut amplius quinquaginta millia hominum in urbe interirent, praeter alios innumerabiles qui in oppidis desiderati sunt . Questa insigne disgrazia forma una epoca per la storia di Milano. Se per lo passato la città, ricca, popolata, presentò i suoi cittadini animosi e non indegni della stima altrui, dopo questo colpo fatale la città stessa, misera, spopolata, languente, non mostrò più se non pochi cittadini, oppressi nell'animo, e destinati per le sciagure de' tempi a invidiare la sorte de' loro parenti uccisi dalla pestilenza. Così in fatti vedremo; e pur troppo duolmi di dover occupare l'animo mio delle luttuose avventure che dovrò riferire .
Carlo V per dare al re di Francia di che occuparsi nel suo regno, senza pensare al Milanese, spedì un corpo d'armati oltre i Pirenei. S'impadronì di Fonterabia, che si arrese al contestabile di Castiglia Inigo Velasco. Il comando di quell'armata venne in apparenza affidato al duca Carlo di Bourbon, e, secondo il trattato, dovevano occuparsi Forêt Beaujolis, Bourbonnois, Auvergne ed altri feudi del duca, il quale voleva rapidamente marciare a Lione, e così di slancio accupare la Francia meridionale, promessagli da Carlo V, confidandosi molto nel cuore de' suoi sudditi, sdegnati contro l'ingiustizia del re, ed affezionati a lui ed alla sua casa. Ma Carlo V temeva ch'egli, poiché avesse ottenuto l'intento, non si accomodasse col re. Pescara eragli a fianco, e ne attraversò l'idea. Si progettò di occupare le fortezze poste alle spiagge, acciocché l'armata per mare avesse la sussistenza, la quale sarebbe stata in pericolo di esserle intercetta, qualora avesse dovuto passar per le gole de' Pirenei. Si pose l'assedio a Marsiglia. Il re di Francia, animato dall'ammiraglio Bonnivet, si dispose a portare in persona la guerra nel Milanese. Questo colpo, che sembrava ardito ed inconseguente, nacque da uno di que' segreti di Stato, i quali rare volte si indovinano dal pubblico; perché non sono parti di una sublime politica, alla quale soglionsi attribuire forse con troppa generosità tutte le risoluzioni de' gabinetti; e rare volte trovansi scrittori informati o coraggiosi a segno di pubblicarli. Il segreto di questa risoluzione ci vien palesato dallo storico Brantome nella vita dell'ammiraglio Bonnivet. Bonnivet fece venire al re la smania di vedere la signora Clerici, la più bella donna d'Italia, la quale esso ammiraglio aveva conosciuto ed amata in Milano prima che ne partissero i Francesi .
L'armata francese, che scese dalle Alpi, guidata dal suo re in persona, era composta di duemila uomini d'armi, tremila cavalli leggieri, ventimila fanti, metà francesi e metà svizzeri, seimila fanti tedeschi e cinquemila fanti italiani . Alla metà di ottobre del 1524 passò le Alpi. A tal nuova, quantunque Milano fosse resa deserta dalla pestilenza, e mancante affatto di ogni provvisione, i pochi cittadini che rimanevano, offersero al loro principe Francesco II la vita e le sostanze: ma il duca, seguendo anche il consiglio di Girolamo Morone, suo gran cancelliere, ringraziò i cittadini, conoscendo che non era più il tempo di opporsi, e che nella debolezza di allora si sarebbe provocato inevitabilmente l'ultimo eccidio della patria comune.
Comandò dunque il duca ai Milanesi che non irritassero i nemici, piegassero ai tempi, e confidassero nell'aiuto della Divinità e nella fortuna di Cesare. Egli partì da Milano il giorno 3 di ottobre, e si collocò a Soncino nel Cremonese col viceré di Napoli Carlo Lannoy. Il re di Francia entrò nel Milanese il giorno 23 ottobre 1524. Si trattenne a Vigevano, e spinse a Milano il marchese di Saluzzo . Tutto ciò seguì senza contrasto alcuno e senza spargimento di sangue, poiché pochi erano gli armati, e il fiore di questi si ricoverò in Pavia sotto il comando di Antonio Leyva . Ben è vero che il Bourbon e il Pescara, appena intesero la marcia del re, che, abbandonando Marsiglia, per le riviere marittime passarono per aspri colli , e con mirabile celerità volarono con rinforzo alla difesa del Milanese, e in venti marce, vicenis castris, dice Sepulveda , si trovarono a Pavia nel giorno medesimo in cui il re giunse a Vercelli, cioè il giorno 20 di ottobre anzidetto . I Francesi, impadronitisi della città di Milano, posero l'assedio al castello, presidiato da seicento spagnuoli. Dice il Guicciardini che il re dispose con laude grande di modestia e benignità, che ai Milanesi non fosse fatta molestia alcuna . Il povero nostro merciaio Burigozzo, ch'era testimonio di vista, scriveva che i Francesi facevano tanto male per Milano, che non saria possibile a poter narrare, e de robare et de logiare senza discrezione, et non tanto il logiare, ma volevano le spese et denari, et andavano in le caxe dove li era buon vino et lo voleveno, et così d'altro, ecc. Pavia era stata riparata; era luogo assai forte, ed ivi eranvi ricoverati i soldati migliori. Il re si propose d'impadronirsene, sicuro che, fatto un tal colpo, ei si rendeva assoluto padrone del Milanese. Ma tale era l'avversione che il crudele Lautrec aveva stampata negli animi de' popoli per la dominazione francese, che tutti i cittadini, i mercanti, le donne istesse esponevano la vita per difendersi, contro de' Francesi; il che si vide prima in Milano, poi in Pavia; dove, postovi l'assedio dal re, talmente erano amici e confidenti i cittadini co' soldati, che vivevano come fratelli, s'esponevano ai pericoli, tutti indistintamente, soldati e cittadini; il denaro de' cittadini era offerto per accontentare i soldati che non avevano paghe; i mercanti di panno vestivano i soldati, acciocché reggessero al freddo, e vedevansi prodigi di valore e di buona armonia. La cronaca del Verri descrive un fatto in cui i soli cittadini respinsero i Francesi, i quali da Borgo Ticino per un sotterraneo erano penetrati al disopra del ponte levatoio; e, sbigottiti dalla sorpresa alcuni pochi Tedeschi che vi stavano in fazione, essendo essi fatti prigioni, i soli cittadini, diceva, si opposero, e diedero tempo al Leyva di accorrere co' suoi, senza di che Pavia era presa. Il Tegio ci racconta che una delle più illustri matrone, Ippolita Malaspina, marchesa di Scaldasole, non si sdegnò con quelle belle e bianche mani portare le ceste piene di terra al bastione, e con parole ornate e piene di efficacia accendere li animi de cittadini e de' soldati alla difesa. Tanto male poté fare al suo re il Lautrec, da rendere inespugnabile per l'animosità de' cittadini una città, che ne' combattimenti di dominazione accaduti prima e poi, non comparve mai una fortezza molto importante!
Il re da principio, profittando dell'ardore dei suoi soldati, cercò d'impadronirsi di Pavia con assalti impetuosissimi e replicati, poi, vedendosi vittoriosamente respinto e disperando di ottenere la città col mezzo, si pose a battere le mura coll'artiglieria per diroccarle ed aprirsi la strada; ma le rovine del giorno si andavano con maravigliosa avvedutezza riparando la notte dagli assediati, che, con fascine, cementi, travi, terra, riempivano i vani che s'andavano formando. Fra le altre prove della sconsigliata condotta del re, vi è quella che mancogli la polve per continuare nell'impresa, e se il duca di Ferrara non gliela somministrava, egli era costretto a desistere . Vedendo inutili gli assalti, delusa l'azione dell'artiglieria, si rivolge al progetto di sviare il Tesino da Pavia, ed inalvearlo tutto nel Gravellone, col mezzo d'una chiusa posta al luogo ove si divide il fiume in due correnti. Il progetto fu d'un tenente della compagnia d'uomini d'arme del signor d'Alençon, che aveva nome Silly baglì di Caen. Se riusciva il progetto, il re presentava le sue forze dal lato debole della città, marciando nel letto del fiume; ma una piena rovesciò la chiusa. Si tentò la seduzione; ma in vano. Finalmente fu costretto il re di cambiare l'assedio in un blocco, ed accontentarsi di cingere la città, aspettando che venisse costretta a cedere per mancanza di viveri. Questa è la serie degli avvenimenti presa nel suo tutto, e questo è il transunto di quanto si raccoglie dal Tegio, dal Guicciardini, dal Gaillard, dalle cronache del Grumello, del Verri e d'altri. Ma siccome per le conseguenze un tal assedio si rese famoso, e forma una epoca memorabilissima, non solo della storia d'Italia, ma della patria nostra singolarmente, così anch'io ne scriverò alcune particolarità, di quelle che soglio ommettere ne' casi comuni. All'oriente di Pavia, cioè a San Giacomo, a Santo Spirito, a San Paolo, a Sant'Apollinare stavano i quartieri degli Svizzeri allo stipendio de' Francesi; al nord stavano i Francesi, acquartierati a Mirabello e Pantalena; da ponente stavano alloggiati alla badia di San Lanfranco il re di Francia e il re di Navarra; a San Salvadore alloggiava il principe di Lorena co' Svevi e Grigioni; a mezzodì finalmente custodivano i posti, sotto il comando del marchese di Saluzzo e di Federigo di Bozzolo, gli Italiani misti co' Francesi . Il giorno 8 novembre in tre luoghi era aperta la breccia, tanto era possente e replicato l'insulto di grossissima artiglieria! Tentarono dalla parte orientale l'assalto, e già due insegne francesi erano saliti sopra la rottura piantandovi le bandiere, e furono bravamente rispinti e rovesciati nella fossa. Contemporaneamente il re diresse l'attacco dalla parte occidentale. Fu impetuosissimo, e volle accorrervi il comandante don Antonio de Leyva. Vennero scacciati i Francesi, lasciando più di trecento morti sotto quelle mura . Né sempre stettero sulla difesa gli assediati; fecero anzi delle uscite, fra le quali una ne scrive la cronaca di Martino Verri, per cui s'innoltrarono sino a Campese, e tagliarono a pezzi dodici insegne di bellissima gente, onde ricoveraronsi nella città carichi di bottino, trasportando due pezzi d'artiglieria. Il presidio di Pavia era di seimila soldati .
In mezzo a tai felici successi però i Tedeschi presidiati in Pavia, mancando di paghe, si mostrarono malcontenti; fecero quanto potevano i Pavesi radunando denaro per acquietarli. Il Leyva fece battere l'argenteria sua in forma di denaro, stampandovi il nome proprio ; ma non bastavano questi sforzi a formare una somma corrispondente al loro credito. Il giorno 22 di novembre tumultuarono a segno di minacciare che avrebbero aperte le porte al nemico. Il comandante di questi Tedeschi aveva nome Azarnes , ed era l'autore principale di tal emozione . Il viceré Lannoy, informato di tal pericolo, raccolse a stento tremila ducati d'oro; tant'era la penuria in cui trovavasi l'armata, e per fargli entrare in Pavia si servì dell'opera di due semplici fantaccini spagnuoli, i quali cucirono nella sottoveste questa somma, e comparvero al campo francese come disertori, ed ivi, còlto il momento d'una uscita che fecero gli assediati, s'immischiarono nella zuffa, e nel ritirarsi che fecero i Cesariani, con essi entrarono in Pavia, e consegnarono il denaro al Leyva. La fede, l'onore, il nobile sentimento di questi due uomini mi ha fatto bramare di sapere i loro nomi; ma in varii scritti da me esaminati ho trovata bensì la virtuosa azione, ma non i due nomi che meritavano luogo nella memoria de' posteri. Con questo sebben tenue soccorso, distribuito come un pegno del maggiore che aspettavasi per una sovvenzione dei Genovesi, si calmarono gli animi; e pienamente poscia venne ristabilita la tranquillità colla morte dell'Azarnes, procuratagli, come sembra, dal Leyva, insidiosamente e per veleno. I costumi de' tempi si conoscono dai fatti non solo, ma dal modo ancora col quale gli storici li raccontano. Senza verun sentimento di ribrezzo un tale attentato del Leyva si descrive come un rimedio prudentemente adoperato da lui .
Era impaziente il re d'impadronirsi di Pavia, e lo doveva essere, perché frattanto s'andavano accrescendo le forze de' Cesariani, siccome vedremo. Non giovando gli assalti, essendo delusa e riparata l'azione dell'artiglieria, reso vano il progetto di deviare il Tesino, allontanata la speranza di ottenere colla fame una città di cui il presidio colle frequenti scorrerie, per lo più fortunate, riportava nuovi soccorsi, pensò a vincere corrompendo il comandante. Questa avventura sarà da me riferita colle parole del Tegio. Il primo giorno di dicembre il re di Francia mandò entro la città un frate dai zoccoli, a cui soleva ogni anno confessarsi Antonio da Leva, ad esso Leva che gli persuadesse a volerli dare la città, che altrimente esso, con tutti i suoi, sarebbe stato tagliato a pezzi con tutti li cittadini, e distrutta tutta la città sino alli fondamenti, non lasciando di fare tutte quelle crudeltà che si potessero; il che s'egli avesse voluto fare, oltra molto tesoro, gli avrebbe ancora donate molte buone entrate nello stato di Milano: la cui ambasciata avendo bene isposta il frate, Antonio da Leva, salito in gran collera, proruppe in tai parole: Se tu non fossi nunzio regale, e tale, come io ho sempre creduto, di buoni costumi et di santità di vita, io ti farei oggi finire la tua vita sopra la forca: non pigliar mai più tale impresa; per hora vanne senza veruna offesa; e dirai alla regia maestà ch'io mi maraviglio molto di quella, che abbi mandata una tal ambasciata a me, il quale ho sempre anteposto la fede a qualunque magistrato o dignità ed oro. Sia lontano da me ogni nome di perfidia e di traditore; ch'io accetterei piuttosto qualunque sorte di crudel morte. Pavia è di Cesare, e data al sapientissimo Francesco Sforza, duca di Milano, e quella mi sforzarò di conservargliela con ogni cura, studio e diligenza, e di rendergliela. Malgrado però l'industria e il valore degli assediati i viveri erano assai pochi in Pavia. Si vendevano alle macellerie carni di cavalli e d'asini. Una gallina si vendeva per un ducato d'oro, le uova si vendevano venticinque soldi l'uno. Mancava il burro, non v'era lardo né olio; di che Tegio minutamente c'informa. Tutto soffrivasi da' cittadini però, anziché ubbidire nuovamente al dominio di un re che Lautrec aveva reso odiosissimo. In mezzo alla pubblica miseria Matteo Beccaria, il giorno 12 dicembre 1524, insultò l'umanità, dando un convito magnifico agli ufficiali del presidio. Il Tegio lo racconta come una magnificenza nel modo seguente. Lavate prima le mani con acqua nanfa, posto in tavola primamente focaccine fatte col zuccaro et acqua rosata, e marzapani et offellette e pane biscotto; lo scalco portò poi fegati arrostiti di capponi, galline, et anitre, aspersi con sugo di aranci, e lattelli di vitello, e cotornici e tortore molto grasse, arrostite nello spiedo; terzo, furono portati pavoni e conigli arrosto, e varii piattelli di carne di manzo trita, condita con zenzevero, canelle e garofani; da poi capponi e lonze di vitello a rosto, con piattelli di carne di caprioli, con uva in aceto composta. Poi petti di vitello, capponi a lesso, con tortellette di formaggio e cinamomo, coperte con bianco mangiare, ovvero sapore composto con mandorle, zucchero e sugo di limone; poco da poi teste di vitello condite con passule e pignoli, e gran pezzi di carne di manzo, con senape e ulive; da poi colombi, anatre, lepretti acconci con pere, limoni e aceto. D'indi a poco furono portati porcelletti arrosto intieri, coperti di salsa verde; poco appresso papari grassi, cotti con cipolle e pepe; dopo lo scalco fece portare i latticini e fritelle fatte a modo tedesco; e cose fatte di cacio di molte sorti. Ultimamente si posero mirabolani, citrini, kebuli, e corteccie di cedro e zucche confettate. Ho tralasciato il pane bianco come neve, e vini bianchi e rossi, al nettare o all'ambrosia non cedenti, di che i Tedeschi maravigliosamente se ne godevano e con grande stupore. V'erano molti cantori e suonatori di varie sorti con trombe e tamburi, che rallegrarono molto i convitati, nel qual mangiarono certamente più di trecento uomini. Oggidì si conosce meglio la virtù, e meglio s'imparano i doveri sociali. Un pazzo che facesse altretanto, avrebbe la esecrazione pubblica, e l'autore che lo riferisse, non lo farebbe certamente con lode.
Continuazione di Pietro Custodi
Prefazione del continuatore
Allorquando l'anno 1804, nelle Notizie premesse alle Opere Economiche del conte Pietro Verri nella Raccolta degli Scrittori classici italiani di Economia Politica (tomo XV della Parte Moderna) mi dolsi della sfortuna accaduta alla di lui Storia di Milano, di essere stata mutilata e interpolata da mano inesperta per la metà del secondo volume della edizione originale, e spiegai il desiderio che fosse una volta restituita nella sua integrità; era ben lungi dal prevedere che dopo tanto intervallo di tempo avrebbe il caso recato a me l'incarico di riformare e di compiere questo lavoro. E quando vidi che gli editori della ristampa della storia, confidando nella mia buona volontà, nel chiudere il terzo volume contrassero col pubblico l'impegno di dare riveduto e compito per mia mano il restante dell'opera, me ne incaricai di buon grado senza che ben sapessi ciò che si sarebbe potuto da me mantenere, e mentre non abbastanza conosceva sino a qual segno avrei potuto giovarmi de' materiali lasciati dal conte Verri, né quanto avrebbe importato la riforma del centone del canonico Frisi. Il che feci, per quella costanza di affetto e di venerazione che mi unirono all'autore nell'ultimo periodo della sua vita, e per un dovuto ricambio della benevolenza con cui mi distinse, benché io avessi allora oltrepassato appena i ventiquattro anni; e da ciò altronde ne venne che soltanto alcuni mesi dopo la fatta promessa mi trovai posto in grado di dare incominciamento all'opera, coll'essermi stati dal figlio dell'autore, istruito e cortese cavaliere, comunicati i manoscritti contenenti le prime tessere da quello predisposte per il proseguimento della storia. Ho quindi dovuto protrarre quasi d'un anno l'allestimento di questo quarto volume; né altro da me si è potuto per compensarne il ritardo, se non che adoperarvi la possibile diligenza onde reggesse con minore vergogna al paragone del lavoro che lo precede.
Nella seguente esposizione intorno all'opera del conte Verri e al merito di essa, e di quanto si è fatto dal canonico Frisi e da me per proseguirla, sarò possibilmente breve, e per tal modo con minor noia de' lettori riuscirò più presto a sdebitarmi.
§ I. - Della storia del conte Verri
Pietro Verri pubblicò nel 1783 il primo volume in 4° della sua Storia di Milano. Treanni dopo, avendo ottenuto quel riposo da ogni pubblico incarico, che per oscure cabale era desiderato non meno da lui, che da chi doveva concederlo, pareva che egli avrebbe con alacrità progredito nel suo lavoro; ma il disgusto che ne avea preso, e di cui si dirà in seguito, ne lo allontanò; sicché dalle sue carte non si ha traccia che se ne sia di nuovo occupato, se non nell'ultimo anno della sua vita, nel quale intraprese la stampa del secondo volume, che era giunta alla pagina 208, e fino all'epoca del 1524, allorquando, nella notte del 26 giugno 1797, cessò improvvisamente di vivere, essendo in età prossima all'anno settantesimo. Il canonico Anton-Francesco Frisi, fratello dell'insigne matematico e filosofo di questo nome, che sopravegliava all'eseguimento della stampa, s'incaricò pure di compiere il volume, e lo continuò con quell'esito del quale si renderà conto nel § III.
Dopo di avere trascorsa la miglior parte della sua vita in difficili e importantissime incumbenze in servigio del sovrano e del suo paese, e dopo di essersi meritato l'estimazione del pubblico come letterato di fino gusto, e scrittore profondo di filosofia e di economia politica, il Verri si preparò alla sua opera storica, esaminando con somma pazienza le farraginose cronache comprese nell'insigne collezione del Muratori, gli storici patrii che il precedettero, e in ispecie il conte Giulini, cui rese la dovuta lode e il tributo della propria riconoscenza nella prefazione alla Storia; e gli spogli che si propose di farne, distinse e classificò in tre grossi volumi in foglio, tutti scritti di sua mano, il primo de' quali intitolò Cronache, e comprende i tempi anteriori al secolo XV, e un altro Annali per i tempi posteriori, ordinati per decennio. In un terzo volume scrisse gli estratti politici ed economici, senza titolo speciale, e aventi la sola data del 1777. In quest'ultimo fece nota di quanto le sue letture gli offersero concernente il governo della città, le famiglie illustri, i tributi, la popolazione, il commercio, le monete, l'agricoltura e l'industria, le ricchezze e il lusso, la giurisdizione del clero, le usanze e i costumi, e lo stato delle lettere e delle arti. Rare volte ne' suoi estratti dà forma di abbozzo ad un frammento di storia, ma per la massima parte sono nudi sommari od epoche di fatti rimarchevoli, scritti a volo di penna, e talvolta frammischiati di frizzi spontanei, suggeritigli dalla sua naturale giovialità e schiettezza. Onde porre chi legge in situazione di formarsene una chiara idea, ne riporterò i pochi frammenti che seguono.
Anno 1188... V'erano in tutto in Milano sei monasteri di frati e sette di suore. Al giorno d'oggi siamo assai più divoti, e se non vi fosse la Giunta Economale lo saremmo ancora di più.
1515. Morì Tristano Calco, né poté condurre a fine la Storia di Milano. Il conte Giulini è morto pure a mezzo il suo lavoro. Sarebbe uno sproposito insigne se io pure facessi questa cattiva creanza di abbandonare a mezzo i miei cortesi lettori. Per servir bene la nobiltà loro bisogna passeggiare più che non faccio; mangiare più sobriamente di quello che non soglio; lasciar andare il mondo comodamente col suo moto: e allora staremo bravamente sani e saldi, ricordandoci che nostro padre è morto di ottantotto anni, e nostro avo di novantadue. Esempi imitabili veramente!
1621. Il 31 marzo muore Filippo III in età di anni quarantatre. Morì per etichetta. Era convalescente, e si trovava a sedere nel suo consiglio. Una bragiera di fuoco lo incomodava; era assente l'ufficiale, cui spettava maneggiare il fuoco; il re non volle moversi dal suo posto; nessuno ardì di guastare l'ordine di corte, trasportando la bragiera: infine il mamalucco morì.
Di siffatti spogli egli giovossi nello scrivere la Storia, senza più essere costretto ad interrompere l'ordine e la scorrevolezza del suo dettato per rintracciare nelle fonti i fatti e le discussioni di essi. Che tale fosse il suo intento nella paziente e noiosa opera di formare quegli spogli, apparisce chiaro dal vedersi ch'essi concernono esclusivamente gli antichi e bassi tempi; e nel volume degli Annali, che unico si estende oltre di quelli, dal principio del secolo XVI in poi, le materie vanno rendendosi sempre più scarse, a segno che, per gli ultimi due secoli, si risolvono in nude note cronologiche, e queste pure incomplete, sparse raramente di qualche racconto di fatti parziali o di cenni caratteristici di alcuni personaggi. E specialmente intorno ai fatti del secolo XVI, di cui stava occupandosi nel proseguimento del suo secondo volume, varii lunghi frammenti avea scritto l'autore, in separati fogli, da inserirsi poi agli opportuni luoghi, diversi de' quali mi furono mostrati dall'autore stesso mentre gli scriveva, come li avrà veduti il canonico Frisi; ma di quelli non esiste più traccia.
Condusse il conte Verri il suo lavoro con sobria erudizione, con fina critica e con moderata filosofia, quale si conveniva alla condizione dell'illustre autore, e allo scopo da lui propostosi di ammaestrare dilettando. Sprezzò le assurde e magnifiche favole delle origini municipali, oggetto di comune ridicolo, compensato e reso muto in ciascun municipio dal pericolo di un eguale ricambio; svolse dalle tenebre de' primi e de' bassi tempi le istituzioni, le sorti, i costumi che diedero luogo allo sviluppamento della successiva nostra civiltà, talvolta nei fatti peggiore della prisca barbarie; chiarì la prepotenza dei pochi a rendere sottomessa la massa della nazione, e la reazione di questa, resa forte per l'industria, il commercio, l'unione, per ristabilire l'egualità delle condizioni, siccome è il voto della natura nella egualità della specie. Dimostrò le vicende del clero, prima favoreggiato dai popoli come mediatore di pace, di concordia, di consolazione; poi accarezzato dai sovrani come strumento per abbassare l'orgoglio e contenere il soverchiar de' magnati; quindi costituitosi difensore de' popoli contro le pretese e le vessazioni del partito imperiale; reso in seguito audace per l'acquistato ascendente, giunto a riclamare per sé maggiori prerogative di quelle contrastate ai nobili e agl'imperatori; e infine, nella lotta tra esso e i sovrani d'accordo coi popoli, sceso a moderare l'esorbitanza delle sue pretese, e a limitarsi per gradi ad una preminenza di considerazione, che sola gli è dovuta. Narrò come lo stato di Milano, primo tra gli altri d'Italia, al pari di essi, per la libera scelta, per i compri voti, per l'aperta forza, passò alla piena obbedienza di coloro che, a riguardo de' propri meriti e della dignità del casato, erano stati promossi ai consigli ed alla direzione delle forze del comune; come i popoli furono per lungo tempo zimbello dell'ambizione, de' raggiri e de' tradimenti de' loro nuovi tiranni; e come questi furono successivamente con giusta vicenda traditi e sottomessi da tiranni maggiori, e per ultimo tutti assorbiti nel vortice delle grandi monarchie, che avrebbero pur recato ai popoli la pace da tanto tempo sospirata, se non avessero scelta l'Italia a teatro delle loro interminabili querele, non che de' capricci e della rapacità de' loro generali e governatori. Era entrato l'illustre autore a svolgere gli accidenti di quest'infausto periodo della nostra storia, quando, sorpreso dalla morte, fu causa che al canonico Frisi e a me toccasse l'incarico di un proseguimento, ingrato e difficile per il soggetto, e assai più pericoloso per il confronto.
Non gli sfuggì la massima rammentata da Robertson nella Prefazione all'Istoria dell'America, che chi scrive gli avvenimenti delle epoche rimote, non merita la confidenza del pubblico, se non avvalora con testimonianze le proprie asserzioni. E nel produrre queste testimonianze fu egli esattissimo, non affastellando le citazioni altrui, alla foggia di un suo invidioso censore, che ci occuperà nel § II, ma attingendole alle fonti, dopo che, non fidando alla critica altrui, l'aveva affinata al crogiulo del suo sperimentato criterio. Opportuno fu in ciò il suo avvisamento, ed ottimo sarebbe riuscito, se egli vi avesse aggiunto una diligenza di più, lasciando scorrevole e piana la sua narrazione, e riservando alle note le discussioni e le testimonianze, specialmente in lingue straniere, sicché queste non fossero d'inciampo ai lettori, con rendere quindi necessario per una non piccola parte di essi l'espediente adottato dagli editori della presente ristampa, di far eseguire da abile mano ed aggiungere in pie' di pagina la traduzione dei frequenti passi di latinità, per lo più barbara, che si incontrano nel testo. Dei due metodi di scrivere la storia, intorno ai quali è da tanti secoli contrastata e disputata la preferenza, egli prepose all'aridità delle cronache la spontanea e ragionata esposizione de' fatti, quale è sporta dalla natura nella famigliarità del discorso, dove il racconto si trova frammischiato colle riflessioni suggerite all'opportunità dall'esperienza e dall'ingegno del narratore. E in vero, il pretendere che la narrazione sia arida e circoscritta ai nudi fatti, è contrario al principale istituto dello storico, che è d'istruire cogli esempi, mentre nissuno contenderà che novanta almeno sopra cento lettori sono incapaci di concordare e commentare ciò che leggono; laddove per la maggior parte possono appropriarsi e far tesoro per il loro ammaestramento delle riflessioni che trovano pronte e naturalmente esposte frammezzo e come conseguenze delle cose narrate. Colla riunione di tante doti di talento, di dottrina, di esperienza e di filosofia, non è da stupirsi se Verri è riuscito a primeggiare fra il popolo degli storici particolari dell'Italia; ché ben popolo può chiamarsi lo sterminato loro numero, a segno che il semplice catalogo di essi raccolto dal Coleti in un grosso volume in 4° appena ne racchiude circa la metà. Ed egli, che sapeva quanto ingente fatica avesse sostenuto e quali difficoltà superate per porgere a' suoi paesani, scevro d'ogni spino, il racconto degli avvenimenti patrii e delle gesta de' loro maggiori, non può dirsi al certo troppo presuntuoso se si lusingò di meritarsi da essi qualche significazione di aggradimento. Per ben giudicare quindi delle sue doglianze, conviene ricordarci del di lui carattere, che, fortificato per il sentimento de' molti suoi meriti, era vivamente ambizioso di estimazione e di lode, e che s'egli ebbe la prima nel segreto de' buoni, che mai non mancano anche nella più trista società, non ebbe della seconda alcuna palese testimonianza. L'abate Isidoro Bianchi, nell'Elogio storico del nostro autore (p. 210), dice che, disgustato per tale ingratitudine, fu in procinto di dare al fuoco gli esemplari del primo volume della storia e le preziose memorie preparate per proseguirla, e che ne fu distolto dagli uffici degli amici. Io non posso far fede di tanto; so bensì che in più luoghi degli scritti da lui lasciati appaiono gli onorati suoi sdegni e le sue doglianze; e basterà di qui riferire come un saggio, quanto scrisse sulla coperta del rammentato volume delle sue Cronache:
Per la fatica di molti anni, per molte spese fatte per consegnare nelle mani dei Milanesi una storia leggibile della loro patria, e un libro che senza rossore potessero indicare ai forestieri curiosi d'informarsene, io non ho avuto dalla città di Milano nemmeno un segno che s'accorgesse ch'io abbia scritto. Ma già lo sapeva prima d'intraprendere un tal lavoro, e conosceva rerum dominos gentemque togatam. Nella Toscana, nella terra-ferma veneta e nella Romagna vi è sentimento di patria e amore della gloria nazionale. Ivi almeno una medaglia, una iscrizione pubblica, un diploma d'istoriografo, qualche segno di vita si darebbe, se non altro per animare alla imitazione. Ma noi viviamo languendo in umbra mortis. Non si sapeva il nome di Cavalieri; l'Agnesi è all'Ospedale; Frisi e Beccaria non hanno trovato in Milano che ostacoli e amarezze. Il sommo bene di chi ardisce di far onore alla patria è se ottiene la dimenticanza di lei. Io forse l'ho ottenuta...
§ II. - Giudizi della detta storia
Il Conte Verri, per ciò che appare da' di lui scritti, mostrò di occuparsi soltanto della critica fatta ad un passo della sua storia dal canonico Mario Lupi, dotto antiquario di Bergamo. Nell'osservare quanto scarse e sterili sieno le memorie rimasteci del secolo decimo, e la diligenza del conte Giulini intorno ad esse, egli aveva soggiunto nel tomo I, p. 57 della prima edizione, che
ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio scrittore, gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica da lui sopportata, è coll'esatta critica adoperata esaminando fatti che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di que' tempi, e per la possibilità che servano a beneficio di private persone; sebbene non siano materiali servibili per tesserne una storia.
Era chiaro in questo passo l'intendimento dell'autore, che non contendeva il merito di cotali ricerche, ma solo dolevasi della poco utile mêsse che se n'era conseguìta. Ma il canonico Lupi, qual chi è avvezzo a misurare l'importanza dei lavori dalla fatica impiegatavi, riguardò il concetto del Verri come una sentenza di riprovazione degli studi antiquari, e alla colonna 1040 del suo Codice Diplomatico sortì colla seguente doglianza: Propterea miror vehementer clarissimum Comitem Petrum Verri, in recentissima sua Mediolanensi Historia, p. 57, tradidisse, hujusmodi monumenta ad historiam harum aetatum nihil conferre, quod quidem adeo absonum mihi videtur, ut fateri cogar me ignorare quidnam historiae nomine clarissimus auctor intelligat . Simeritò quindi una nota di risposta, dataci imperfetta dal canonico Frisi e riprodotta intiera in questa edizione, che può leggersi al capitolo vigesimosesto di questo quarto volume.
Qualora si prescindesse dall'avvertire che avevasi a fare con un soggetto che avea trascorsa la più gran parte e la migliore della sua vita tra le lettere, la filosofia e le gravi incombenze di alte e difficilissime magistrature, altre e più sode avvertenze potevano esser fatte intorno alla sua opera storica, e alcuna se ne fece, ma con quella moderazione che si addice agli uomini veramente dotti parlando di persona rispettabilissima. Non meno l'abate Cisterciense Angelo Fumagalli, che il conte Gian-Rinaldo Carli, l'uno nelle Antichità longobardico-milanesi, e il secondo nelle Antichità italiche rimarcarono e dimostrarono l'esagerazione sostenuta dal nostro autore, d'essere stata Milano pressoché distrutta dalla vendetta del generale de' Goti Uraia. Scarsa nella Storia di Milano, più che non potevasi, è la parte storica e politica delle dominazioni barbare, e alla sterilità delle notizie si aggiunse per i tempi dei Longobardi l'adozione de' volgari pregiudizi intorno alla loro rozzezza e brutalità, dimostrate insussistenti da una critica più diligente e più severa; per i quali due oggetti merita particolar lode un altro patrizio, il marchese Giuseppe Rovelli, il quale, nelle Dissertazioni Preliminari della sua Storia di Como, con meno alti voli, ma con più pazienza, illustrò in particolare la legislazione de' Barbari che tra noi dominarono. Mentre s'incontrano nella Storia del Verri varie discussioni di fatti oscuri o disputati, condotte con isquisita diligenza, quale tra le altre è quella delle lunghe e sanguinose contestazioni agitate tra il clero milanese nei secoli IX e X per il celibato de' preti, alcune inesattezze vi si rimarcano all'opposto, pure in argomenti parziali; e basterà il citarne alcuni esempi. 1. Il severo e ingiusto giudizio dato del governo della repubblica milanese succeduta alla morte del duca Filippo Maria Visconti, riportando con affettato studio le minuzie delle ordinarie prescrizioni municipali, che sole per caso furono a notizia dell'autore, e non le varie utili istituzioni, non la sagacità, il vigore e la costanza degl'istantanei provvedimenti, non le leghe destramente conchiuse co' sovrani esteri, non il valor militare in più occasioni dimostrato; con aggiungere per tal modo verso quel breve governo il peso di non meritati rimproveri al torto, già per sé grandissimo, di essere rimasto succombente. 2. L'avere seguìto la volgare opinione che attribuisce a Leonardo da Vinci l'invenzione de' sostegni, necessari a compensare il diverso livello delle acque, per far comunicare la navigazione del naviglio della Martesana con quella del naviglio grande per mezzo della fossa che circuisce la città, mentre è provato che que' sostegni ingegnosissimi esistevano più anni prima che il Vinci venisse ai servigi del duca di Milano. 3. L'asserzione che fosse stato eretto nella chiesa di Santa Marta il monumento sepolcrale di Gastone di Foix, scolpito da Agostino Busti, benché consti che questo insigne lavoro, di cui tante belle parti si conservano tuttora in più luoghi, non sia mai stato ridotto a compimento; e infine la troppo facile giustificazione del tradimento usato in Novara dagli Svizzeri a danno del duca Lodovico Maria Sforza, dal quale erano stipendiati, d'onde venne la di lui miserabile prigionia, che non ebbe fine se non colla morte: giustificazione così gratuita, che neppure fu adottata dagli storici svizzeri, ultimo dei quali è il Mallet. Ma queste inesattezze sono tanto più scusabili, ove si rifletta che la polvere degli archivi copriva ancora nella massima parte i documenti che sarebbonsi potuti allegare a difesa e ad illustrazione di quella procellosa triennale Repubblica, ecclissata poi dalla vittoria e dalla magnificenza del nuovo governo sforzesco; che l'insussistenza degli altri due fatti riferibili alle arti lombarde risulta per prove emerse posteriormente all'epoca in cui il Verri scriveva; e che l'indebita apologìa delle milizie svizzere, le quali in allora, per la facilità di mercanteggiare i loro servigi, per la loro venalità, rapacità ed incostanza, potevano a ragione chiamarsi gli Albanesi del secolo XV, è soltanto ripetibile dalla soverchia fede prestata all'autorità di quell'ambizioso intrigante di Girolamo Morone, che avea per abito d'immischiarsi in tutto e di vantarsi di tutto sapere.
Une très-belle et honeste dame que le roy aimoit, et faisoit son mary cocu, di lei dice Brantome nel discorso sopra il maresciallo di Lautrec.
È da vedersi Apostolo Zeno nelle sue Dissertazioni Vossiane, tomo II, sul merito della storia del Corio da molti a torto disprezzata. Così pure Justi Vicecomitis pro Bernardino Corio Dissertatio. Giusto Visconte è il finto nome del P. Mazzucchelli C. R. Somasco, il cui elogio trovasi nel Giornale de' Letterati d'Italia.
Nec parvi momenti apud Leonem Carolumque ea ratio fuit, quod Sfortiarum nomen in magna gratia esse apud omnes fere populares Mediolanensis ditionis constabat, quorum studium ad bellum conficiendum magno usui fore non dubitabatur. Quibus rebus proponendis et commemorandis Hieronymus Moronus civis Mediolanensis, vir magni consilii et auctoritatis, per litteras et nuncios principes italicos ad bellum pro Francisco Sfortia, cujus erat valde studiosus, suscipiendum e Tridento cohortabatur: Mediolanenses vero ut a rege Gallorum, cui Moronus erat infensus, deficerent, cunctis rationibus sollicitabat. - Johannis Genesii Sepulvedae Cordubensis Opera cum edita tum inedita, accurante Regia Historiae Academia - Matriti, ex Typographia Regia, anno 1780. - Vol. I, pp. 124 et 125.
(Né di poco vigore fu presso Leone e Carlo quella ragione, che il nome degli Sforza sisapeva essere in gran favore presso tutto quasi il popolo della giurisdizione milanese, del quale non dubitavasi che l'attaccamento sarebbe il grande aiuto per la guerra che fare dovevasi. E a proporre e rammemorare queste cose contribuiva Girolamo Morone, cittadino milanese, uomo di alto consiglio e di grande autorità, il quale con lettere e con avvisi da Trento esortava i principi italiani ad intraprendere la guerra per Francesco Sforza, al quale era molto attaccato. I Milanesi poi con tutti gli argomenti esortava il Morone a staccarsi dal re dei Francesi, al quale egli era avverso. - Opere di Giovanni Genesio Sepulveda, diCordova, tanto edite, quanto inedite, pubblicate per cura della Regia Accademia di Storia. - Madrid, dalla Regia Tipografia, 1780.)
Così dice il Gaillard, tomo II, p. 209. Il Guicciardini dice più di centocinquanta fanti, lib. XIV. Mi attengo al Francese, perché l'esatta relazione sarà stata data anzi al re, che al governatore di Reggio.
Anche Francesco Sforza, che seguitato era da seimila Tedeschi, giunse a Milano con singolare rallegramento della città, (e ne adduce il motivo) perché era uomo della cui cortesia, temperanza e giustizia, grande era l'opinione nel popolo.
Avendo adunque comandato lo Sforza a tutto il popolo di pigliare le armi, menò fuori seimila armati e così pure quattro cento cavalli, e con questi fermossi alla Bicocca sulla strada che conduce a Monza. Sepulveda, p. 131.
Veggasi il MS. del senatore Visconti nella Collezione Belgioioso d'Este, pp. 181 e 195. Nella Collezione medesima, MS. Miscellanea, tom. I, num. 21, si legge il contratto per la somministrazione del sale fatto fra il duca e Domenico Saulo, genovese. Ogni anno s'introducevano circa staia 330 mila sale, metà rosso e metà bianco, di Tortosa a soldi 20 lo staio posto alle gabelle. Col ducato a lir. 5 potrà il Saulo estrarre 6000 some metà frumento e metà riso fatto, e ciò gratis. Pagherà il Saulo al duca per onoranza annue lire 25 mila; le tratte però non siano libere, se non sinché il frumento non passi nel prezzo lire 5, 10. Se il Saulo da Venezia farà consegnare st. 150 mila sale Cipro, sarà tenuto in computo di quello di Genova, e similmente pagato.
Brantôme, Vie de Francois Premier, dice che Saint-Blançay en paya la menestre par après, car il fut pendu à Montfaucon.
Essendo i custodi in parte consunti da malattia, in parte sfiniti per tedio della lunghezza e per inopia dei cibi.
Sebbene Gaillard, tom. III, p. 117, dica seguìta la morte di Prospero Colonna il 30 dicembre, io credo al Burigozzo, che vivea allora in Milano, e la dice seguìta il 28.
In questa ritirata morì in un fatto d'armi fra Gattinara e Romagnano il cavaliere Bayard, illustre per la magnanimità, per la fede e per il valor suo. Di esso molto parlano le storie di que' tempi.
Sfortia ipse cum Mediolanensium non contemnenda manu. Expugnatoque ponte quo Ticinus ad Abbiagrassum committitur (nam et hic gallico praesidio tenebatur), oppidum ipsum magno impetu oppugnare aggreditur, captumque, deleto praesidio, militibus diripiendum permisit, atque ea victoria laetus, Mediolanum cum praeda magna quidem, sed Mediolanensibus perniciosa revertitur; pestis enim, quae Abbiagrassum afflixerat, Mediolanum ex contagione tam vehementer invasit, ut supra quinquaginta hominum millia ex hac urbe, grassante morbo, absumerentur - Sepul., p. 149.
(Lo Sforza medesimo con un numero non ispregievole di Milanesi. Ed espugnato il ponte che trovasi sul Ticino presso Abbiategrasso, (perciocché anche questo tenuto era da presidio francese), quel borgo stesso con grande impeto si accigne ad assalire, e preso avendelo e distrutto il presidio, ai soldati ne concedette il saccheggio; e lieto di quella vittoria, torna a Milano con grande preda bensì, ma ai Milanesi perniciosa; perciocché la peste, che Abbiategrasso aveva afflitto, invase Milano con un contagio ditale veemenza, che più di cinquantamila uomini di questa città, imperversando quel morbo, perirono.
Che più di cinquantamila uomini nella città perirono, oltre innumerabili altri che mancarono nei villaggi. Lib. IV, p. 175.
Milan n'étoit plus cette ville florissante, qui suffisoit autrefois à sa defense, et dont les bourgeois étoient autant de soldats. Les ravages qui avoient été faits par la peste l'avoient changée en un vaste désert. Gaill., tom. III, p. 184.
Ce fut luy seul qui conseilla au roy de passer les monts, et suivre monsieur de Bourbon, ayant laissé Marseille, non tant pour le bien et service de son maître, que pour aller revoir une grande dame de Milan, et des plus belles, qu'il avoit faite pour maitresse quelques années devant, et en avoit tiré plaisir, et en vouloit retaster. J'ay ouy dire ce conte à une grande dame de ce temps-la, et mesme qu'il avoit fait cors au roy de cette dame, (qu'on dit que s'appelloit la signora Clerice, pour lors estimée des plus belles de l'Italie), et luy en avoit fait venir l'envie de la voir, et coucher avec elle: et voilà la principale cause de ce passage du roy, qui n'est à tous connuë. Ainsi, la moitié du Monde ne sçait comment l'autre vit; car, nous cuidons la chose d'une façon, qui est de l'autre. Ainsi, Dieu qui sçait tout, se mocque bien de nous.
Veggasi l'opera di Francesco Tegio, fisico e cavaliere, stampata in Pavia per Giovanni Andrea Magri, 1655, intitolata: Pavia assediata da Francesco I Valois, re di Francia.
Vix dum erant Caesariani Mediolano per portam quae Romana dicitur, ordine servato, ne profectio similis fugae videretur, digressi, cum per Ticinensem et Vercellensem Galli succedebant; nec tamen rex ipse Mediolanum est ingressus, sed, imposito praesidio, quod arcem simul obsideret, paucis diebus ante novembris kalendas exercitum, oppugnandi gratia, Papiam inducit. Sepulveda, pp. 153 e 154.
(Appena erano usciti i Cesariani da Milano per la porta che si nomina Romana, mantenendo buon ordine, affinché l'andata loro simile non sembrasse ad una fuga, che per la porta Ticinese e Vercellina sottentrarono i Francesi; né tuttavia il re stesso entrò in Milano, ma postovi presidio, che al tempo stesso assediare dovesse il castello, pochi giorni avanti le calende di novembre l'esercito, affine di combattere, condusse a Pavia).
La Cronaca di Martino Verri dice che nello stesso giorno in cui il re passò il Tesino dalla parte d'Abbiategrasso, gl'Imperiali lo passarono alla Stella sul Pavese.
Secondo Gaillard il duca di Ferrara somministrò polvere pel valore di ventimila fiorini d'oro, e cinquantamila ne somministrò effettivi. La Cronaca del Grumello dice che vennero sotto la scorta del Bonneval trasportate cento some di polvere da Ferrara al campo del re. Il Sepulveda dice: Alfonsus Æstensis, Ferrariae dux, ad Papiae commodiorem expugnationem petenti regi amicitiae gratia ex maxima scilicet copia submittebat. Alfonsus enim tormentis fabricandis oblectabatur, atque ejus artificii scientissimus erat.
Alfonso d'Este duca di Ferrara, affine di espugnare più comodamente Pavia, al re, che ne lo richiedeva in virtù dell'amicizia, in grandissima quantità (polvere da cannone)somministrava. Perciocché Alfonso dilettavasi di fabbricare cannoni, e in quel genere di artifizi era sapientissimo.
Tegio; e il Sepulveda dice: ter milites irrumpere jussi, conatique, ter a Caesarianis, magno accepto detrimento, repulsi.
(Tre volte i soldati ricevettero l'ordine di assalire, e fecero i loro sforzi; tre volte daiCesariani furono con grande perdita respinti.)
Hoc oppidum Antonius Leiva costudiendum susceperat, ibidem Germanorum qui agmen nostrum subsequebantur ad quinque millibus, Hispanisque circiter quingentis et quadringentis equitibus retentis. Ita cum huc quoque Caesariani pleraque tormenta et plurimum bellici apparatus contulissent, recepta Papia, bellum confectum fore rex sibi persuadebat. Sepulveda.
(Questa città aveva preso a difendere Antonio Leiva, ritenuti avendo colà circa cinquemila dei Tedeschi, che l'esercito nostro seguivano, e circa cinquecento Spagnoli e quattrocento cavalli. Così avendo anche colà i Cesariani trascinati molti cannoni e grandissimo apparato di guerra, il re persuadevasi che, ottenendo egli Pavia, la guerra sarebbe finita.)
Germanos qui erant in Papiae praesidio, quamvis obsidionis initio oppidanorum sumtibus alerentur, stipendium tamen efflagitare, urbem, nisi sibi satisfiat, hostibus sese tradituros minitantes. Sepulveda, p. 156.
(I Tedeschi che erano nel presidio di Pavia, sebbene al cominciare dell'assedio fossero nutriti a spese dei cittadini, lo stipendio tuttavia con istanza chiedevano, minacciando di cedere la città ai nemici, se non accordavasi la loro domanda.)
Accepta excusatione, parvaque pecunia, aequo animo ad bellum confectum stipendii solutionem expectarunt, praesertim post ipsorum praefecti mortem, qui per eos dies ardentissima febri correptus, nec sine veneni suspicione interiit: Sic enim increbuit Antonium hac ratione voluisse sine tumultu ancipiti malo mederi, eo scilicet sublato de medio, qui seditionis auctor fuisse putabatur. Sepulveda, p. 158. Il Bugatti nella Storia Universale, libro VI, con indifferenza uguale, dice: havendogli rimediato la subita morte del loro colonnello, tolto di mezzo destramente, per essere il primo in sospetto di tradigione.
(Ammessa avendo la scusa e ricevuto un poco di danaro, di buon animo accordansi ad attendere il pagamento dello stipendio alla fine della guerra, massime dopo la morte del loro prefetto, il quale in que' giorni, assalito da ardentissima febbre, morì non senza sospetto di veleno; perciocché così la voce si sparse, che Antonio avesse voluto in quel modo rimediare a un doppio male senza tumulto, cioè togliendo di mezzo quello che autore della sedizione riputavasi.)
Perciò mi maraviglio grandemente che il chiarissimo conte Pietro Verri nella sua recentissima Storia Milanese, abbia insegnato, non essere quei monumenti di alcun giovamento a tessere la istoria di quelle età: il che veramente tanto strano mi sembra, che costretto sono a confessare di non sapere quello che il chiarissimo autore intenda sotto il nome di Istoria.
Un nuovo censore surse contro la storia del Verri nel cavaliere Carlo de' Rosmini, non tanto per quello che ne scrisse sotto il velo più trasparente, che per quello che non scrisse. Questo letterato, conosciuto con distinzione come scrittore diligente di varie istruttive biografie, si produsse di recente con un'altra voluminosa Storia di Milano. Qualche giornalista, e più delle parole di esso, la non curanza del pubblico, l'ha certamente posta più al basso che intrinsecamente non merita, come fatica di lunga lena, diligente in più luoghi e con dettato abitualmente piano e dignitoso, se non fosse guasto dalla coda spesso impiombata dei lunghi e strascicanti periodi per una troppo servile imitazione del suo modello, il Guicciardini. E a questi soli pregi dee star contento chi avrà la pazienza di leggerlo; ché degli altri molti richiesti dagli uomini dotti di tutti i tempi negli scrittori di storie, e per cui i buoni storici sono sì rari, cominciando dall'imparzialità, si farebbe inutile ricerca in que' quattro grandi volumi. I torti del cavaliere Rosmini verso il conte Verri sono varii e gravi: non lo citò mai, e quel ch'è più, il criticò talvolta senza nominarlo. Il primo rimprovero, come di semplice ommissione, potrebb'essere trasandato, senza quel suo peccaminoso compagno; quantunque abbia pur esso la sua dose di malizia in un'opera, come la sua, lardellata quasi ad ogni pagina di copiose citazioni, dove ha per costume di affastellare l'un dopo l'altro i cronisti della Raccolta del Muratori, e il Bosso e il Calco e il Corio e il Giulini e perfino il Ripamonti, il quale ognun vede che, fuori de' tempi in cui visse, è di una stupenda autorità. Abuserei della pazienza dei lettori se volessi estendermi a dimostrare come e quante volte attinse egli all'opera del Verri, non citandola; onde mi circoscriverò a recare un solo esempio della sua seconda colpa, ma sarà di tale evidenza, che renderà superfluo il dirne di più. Fu quell'esempio già in parte allegato dall'autore dei tre Articoli critici intorno alla storia del Rosmini inseriti nella Biblioteca Italiana (fascicoli LXXXII, LXXXIII e LXXXV, di ottobre e novembre 1822, e gennaio 1823), scritti con savia e sobria dottrina e brusca risolutezza; se non che ai lettori imparziali parvero essi troppo turgidi e rimbombanti, e più strepitosi nel minacciare che nel ferir forti. Il passo del cavaliere Rosmini, in cui è evidente l'allusione al capitolo decimosesto della storia di Verri, è preso dal libro undecimo, al quale diede questo incominciamento:
Qualche moderno storico, per servire ai tempi in che fioriva, e per coprire la viltà di palpare i viventi colla non pericolosa baldanza di mordere i trapassati, ha ripreso come ingiusto ed insensato l'unanime consentimento de' Milanesi, dopo la morte del duca Filippo Maria Visconti, di sottrarsi ad ogni soggezione di principe, e puerili, stolte e cenobitiche ha dichiarate le leggi che i capitani e difensori della libertà, la Repubblica rappresentanti, intorno al buon governo di essa han pubblicate: ec.
La critica essendo chiarissima, non ha bisogno di commenti; vediamone l'applicazione. Verso la fine di giugno 1797, quando fu sorpreso dalla morte, era giunto il Verri alla metà della stampa del suo secondo volume; e dal vedersi che il funesto caso interruppe nello stesso tempo la stampa e lo scritto, per modo che tosto dopo ha dovuto il canonico Frisi dar mano al proseguimento del lavoro, è chiaro che l'autore faceva progredire nella stampa a misura che innoltravasi nel dettato della storia; cosa tanto più eseguibile da esso per la somma facilità sua nello scrivere, nota a quanti lo conobbero. Questa osservazione servirà a confermare il successivo mio discorso: intanto suppongasi ch'egli abbia composto quel capitolo, ch'è il primo del suo secondo volume (terzo di questa edizione) durante l'antico governo austriaco: quali erano sotto di esso i potenti che l'autore settuagenario voleva blandire? Forse i ministri, de' quali era disgustato? Forse i nobili, coi quali ben poco simpatizzò? Altronde, quale sorta di blandimento poteva esser quello che ancora non conoscevasi, e che anzi andava ad esser reso pubblico dopo che quei ministri non erano più tra noi, dopo che i nobili avevano perduta ogni prerogativa? - Tutto pertanto induce a persuaderci che quella parte di storia, quella specie di satira de' mondi confusi, discordanti, tumultuari di uomini recentemente ordinati ad istituto di Repubblica, fu scritta dopo gli sconvolgimenti politici incominciati nel maggio 1796; e siccome sotto le nuove istituzioni doveva essere pubblicata, così se pur v'era un'allusione, era quella di fare ciò che i Francesi direbbono una parodìa dei nuovi e strani ordini che allora chiamavansi governo. Scopo era questo consentaneo al carattere imparziale e franco di Verri, scopo degno del suo libero e forte animo, perché non senza pericolo. E gli sdegni che nel profondo del petto gli fervevano per i deliri di quel tempo, e che a stento comprimeva, de' quali io e i pochi altri suoi confidenti eravamo continui testimonii, ben potevano aver avuto forza di farlo declinare dalla severa imparzialità dello storico, per dare un'indiretta lezione di saviezza a' suoi concittadini, del pari che si tentò da pochi altri, e tra questi dal noto autore de' Romani in Grecia. Una più seria doglianza a difesa della estimazione di un amico infelice debb'essere da me fatta contro il signor Rosmini, e risguarda i molti documenti ch'egli aggiunse alla sua storia del Magno Trivulzio, e alla posteriore di Milano, limitati all'epoca sforzesca. Non è che verità il dire che la ricerca, il rinvenimento, la scelta di que' molti pregevoli atti, è dovuta soltanto alla diligenza e al noto spontaneo zelo per i progressi de' buoni studi delle antichità patrie di don Michele Daverio, che, fino alla cessazione del regno d'Italia, presiedette alla direzione del ricchissimo archivio di governo, detto di San Fedele, dove la mole preziosa di tutte le carte precedenti dalla dinastìa degli Sforza trovavasi concentrata e pressoché intatta; e che il cavaliere Rosmini appena salutò di uno sguardo alcuni de' copiosi documenti stati trascritti ed editi a grandi spese dal suo generoso mecenate: la quale cortesia egli rimeritò allora in più lettere (ch'io possiedo) con profuso rendimento di grazie, ma nessuna menzione ne fece poi nel pubblicarli; egli che si smania nel mostrarsi riconoscente verso le viventi illustri persone che il fornirono di minimi aneddoti, i quali con affettata premura inserì almeno nelle note della sua prolissa istoria; egli che non avea dimenticato il nome di quegli cui di tanto era debitore, avendolo citato alla pagina 305 del volume II, come raccoglitore di alcune Memorie stampate, però stortamente indicandolo come archivista della città; egli che in tutte le sue opere, e più nella storia di Milano, si mostra con ragione così tenero dell'osservanza de' precetti della buona morale, tra i quali al certo non è l'ultimo quello di dare a ciascuno il suo e la gratitudine de' beneficii, e che tanto s'incollerisce allorquando si avviene in esempi contrari; egli infine che, per la famigliare educazione di persona ben nata, e per il consorzio di distinti signori che l'ammisero alla loro dimestichezza, avrebbe dovuto avere avvezzato il proprio animo a quella cortesia che piuttosto abbonda anzi che mostrarsi scarsa nel rimeritare, almeno con officiose parole, i servigi che si ricevono. E sia questa una specie di funebre olocausto, che l'occasione offerì e l'amicizia tributa alla memoria di Michele Daverio, che, fuori del torbido de' tempi in cui visse, e in altro paese, avrebbe gioito della stima dovuta al candore della sua anima, alle sue sociali e domestiche virtù, alla purissima e fervida smania che il commoveva per il bene della sua patria; ...benché in essa pochissimi sapranno ch'egli abbia finito di subitanea morte la sua mondana carriera in Zurigo nei primi giorni del cadente anno.
Un'altra censura fatta al conte Verri, non parziale alla storia, ma estesa a tutte le sue opere, è quella di essere licenzioso scrittore in fatto di lingua. La difesa ch'egli fece a sé e a' suoi colleghi nel noto foglio periodico il Caffè, come pretendenti ad un illimitato arbitrio, provocò gli sdegni di un giudizioso ma intemperante critico, Giuseppe Baretti; il quale, dalla sua famigerata Frusta letteraria in poi, continuò fino alla morte l'incessante suo chiasso per questa, a suo dire, imperdonabile arroganza. Verri, in que' primi ardimenti del suo ingegno scriveva da filosofo, non da grammatico; forse errò nel menarne vanto; ma nel calore di una fazione di guerra, quale era quella propostasi dagli animosi e illustri giovani della società del Caffè contro i parolai e i pedanti, come misurare le mosse a compasso e pretendere che non trascendasi? Consimili cose erano state da me dette nelle Memorie biografiche che ho fatto precedere agli Scritti scelti del Baretti, pubblicati nel 1822, e sembravami di avere con ciò servito abbastanza alla giustizia e all'imparzialità; né credeva che fosse necessario di ripetere ad ogni passo sempre lo stesso avvertimento, imitando il costume de' legali nelle dispute forensi colle parole solenni, come le avrebbero chiamate i giureconsulti romani, d'impugno, nego, ec., per modo che il non opporle si avesse per una confessione dell'assunto dell'avversario. Ma così non parve all'anonimo che in due estratti inseriti nella Biblioteca Italiana (numeri CII e CXII) rese conto di quel mio lavoro; e nell'estratto II, non contento di quanto io aveva scritto a correzione delle invettive del Baretti nei capi X e XVI e in una nota all'articolo 25 del capo XIX delle citate Memorie, altreannotazioni pretese che da me lombardo si fossero fatte a difesa de' lombardi ingegni. Premesso incidentemente ch'io non ho l'onore di appartenere alla Lombardia se non per la scelta del domicilio, essendo nato in un borgo del Novarese, non so con quale logica si pretenda che le lodi e le difese degli autori debbano prendere incitamento dall'accidentale affinità del municipio, anzi che dalla ragione; e forse che, conseguenza di questa logica, fu che l'autore di quegli estratti, per non essere Lombardo, ha creduto di potersi dipartire nel secondo di essi dalla decenza serbata nel primo, e per cumulare qualche critica di più asserì che raro è unicamente ciò che è inedito, e che di cose inedite appena un terzo si contiene in quella mia collezione; delle quali osservazioni dirò soltanto che nella prima farneticò, e nell'altra mentì apertamente, non essendo questo il luogo di estendermi in più copiose parole.
§ III. - Continuazione del canonico Frisi
Avendo il conte Verri lasciata interrotta la sua storia circa alla metà del secondo volume, siccome si è detto, il canonico teologo Anton-Francesco Frisi si assunse di proseguirla, e la condusse per la successione di quarant'anni sino al pontificato del cardinale arcivescovo Carlo Borromeo, chiudendo il suo lavoro col di lui elogio dettato colle parole di un vescovo francese e di un dottore della Sorbona, e mettendo in luce il volume nel 1798. Ne scrisse quindi un terzo volume, nel quale la storia è continuata fino al 1750; e questo, che ha la data del 1813, rimase inedito e si conserva nell'archivio della casa Verri. Nella nota alla p. 208 del vol. II, dove il Frisi ci avvisa dell'interruzione del lavoro per la morte dell'illustre autore, soggiunse: Al compimento di esso mi sono data la pena di fedelmente raccogliere la più parte di quanto segue da alcuni tomi in foglio manoscritti ritrovati presso il defunto. Avendo io, vivente l'autore, avuto il comodo di vedere quei tomi, aveva potuto convincermi che l'asserita fedeltà non reggeva; quindi nelle Notizie che scrissi intorno alla vita e alle opere di Pietro Verri, colla franchezza che si conviene alla manifestazione del vero, diedi pubblico rimprovero al Continuatore (tomo I, p. 38 di quest'edizione) «di aver violato la protesta da lui fatta di trascrivere fedelmente i frammentidell'autore, mentre osò di mutilarli». Sopravisse tredici anni ancora il canonico Frisi, cioè fino al 20 luglio del 1817, e riputando la difesa impossibile, non aprì mai bocca su quell'accusa, non ostante che ben conoscesse l'opera nella quale fu pubblicata, e ch'egli cita alla p. 211 del rammentato tomo III inedito della sua Continuazione. Ho voluto estendermi in questi dettagli, mentre qualche lettore superficiale avrebbe potuto appormi a viltà l'accingermi a combattere un morto; né senza la presente occasione avrei più parlato di lui; e nella necessità di parlarne e di giustificare la mia asserzione, il farò più compendiosamente che mi sarà possibile.
Non è colpa del canonico Frisi se, per la diversità dell'educazione e degli studi, e, diremo anche, per la sproporzione de' talenti, si trovò egli inferiore di forze a sostenere lodevolmente un carico che l'amicizia e la stima per l'illustre defunto gli fecero assumere; e così se egli, credendo di far meglio, stemperò in circonlocuzioni e frasi contorte e floscie il testo chiaro, preciso, robusto, evidente del Verri; se, come canonico e teologo, tanto nel proseguimento stampato che nel tomo manoscritto, modificò o tacque ciò che di sfavorevole incontrava in argomenti di giurisdizione ecclesiastica, riducendo il suo lavoro ad un perpetuo panegirico de' governatori e degli arcivescovi di Milano, se avendo trovato nelle memorie del Verri le incisioni di quattro figure di danzatori ed una lunga di lui nota intorno ai balli e ai teatri della fine del secolo decimosesto, non ha potuto resistere alla bramosìa di pubblicarle, e per riuscirvi trasportò la nota racconciata a suo modo dall'anno 1598, cui spettava, al 1545, con manifesto anacronismo; e se, vagando per tutta la storia dell'Europa, impinguò il suo testo con lunghi riempitivi presi dal Guicciardini e dal Muratori, senza riguardo al savio precetto del Verri nel tomo I, ove dice: Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma unicamente quella di Milano, né per ora né in seguito mi stenderò mai sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione che ebbero colla nostra città. Siccome sbagli innocenti debbono pure riguardarsi nel lavoro del Frisi diverse inesattezze di epoche o di nomi; quale è per esempio quella a p. 248, dove con aperta distrazione di mente fa condurre da Lannoy, noto generale di Carlo V, un esercito francese in Italia in servizio della Lega; quella alla p. 263, nell'avere indicato Francesco I qual possessore tuttavia di una buona parte del Milanese, invece del duca Francesco II, come dice il Verri con più proposito; quella di aver detto alla P. 269 che Clemente VII creò cardinale il figlio del gran cancelliere Morone nel 1542, mentre quel papa era morto fino dal 1534; e del pari l'altra, a p. 358, che il governatore duca di Sessa fosse giunto in Milano in marzo dell'anno 1558, laddove il signor Salomoni, nelle sue Memorie storico-diplomatiche, p.147, ha provato che quel duca nel mese di giugno era ancora in Madrid: errore suo proprio, benché minimo, non essendovi traccia di esso ne' manoscritti del conte Verri.
Ma nelle ultime centosettantadue pagine del seguente volume della storia di Milano, che comprendono l'opera del Frisi, s'incontrano ben più gravi alterazioni in confronto de' frammenti che di quell'epoca in gran copia ci rimangono nei manoscritti del Verri; alterazioni eseguite il più delle volte avvertitamente per coscienziosi riguardi, e talvolta pure senza un fine espresso e per la sola cagione di non avere inteso il suo testo. Porgerò alcuni esempi delle une e delle altre. Delle copiose memorie raccolte dal Verri intorno alla celebre battaglia di Pavia, il suo continuatore molte ne traspose, altre ne ommise e in generale le confuse. Alla p. 225 dice che il re di Navarra comprò la libertà dai militi cesariani del marchese di Pescara per settemila scudi; laddove furono questi pagati dal marchese ai soldati per avere il re in proprio potere, e quindi sottoporlo ad un esorbitante riscatto. Riferisce a suo modo, alla p. 228, le sollecitazioni allo spergiuro fatte al re di Francia da chi meno il doveva; e mutila alla p. 231 il racconto delle trattative per la lega italica, tacendo l'assicurazione data dal papa al Pescara di poter mancare di fede all'imperatore, benché fosse provata colla testimonianza di un prelato, lo storico Sepulveda. Invece di riportare, alla p. 240, i fatti che sono ne' manoscritti del Verri, per mostrare la situazione disperata nella quale trovavansi i Milanesi nel 1526, li tace in gran parte, ed accenna seccamente le uccisioni notturne: i fatti all'opposto recano maggiore convincimento, oltre che danno alla storia un interesse drammatico. Con notabile mala fede ha mutilato, alla p. 242, il transunto della risposta di Carlo V al breve del papa, trasmessogli per mezzo del suo nunzio Baldassare Castiglione; ed a convincersene basta il confronto del suo e del mio testo, il qual ultimo è preso letteralmente dai manoscritti del Verri. Nel racconto dell'assassinio legale del Maraviglia, alle pp. 284-286, oltre le stemperature con cui il Frisi sconciò abitualmente il testo del suo autore, ne travolse pure il senso. Verri dice:
Sembra che il duca, sempre sotto gli occhi e la sorveglianza di Antonio de Leyva, non potesse sopportare la meschina figura che faceva, e cercasse pure qualche mezzo per liberarsi da sì umiliante condizione, e a ciò debba attribuirsi la brama di avere un ministro del re di Francia, col quale all'occasione prendere un concerto; ma inopportunamente svelatasi la cosa, siasi il duca ridotto al miserabile partito di tradire atrocemente il dovere più sacro a fine di disarmare lo sdegno dell'imperatore.
Il Frisi, volendo variare, secondo il suo costume, ne inverte del tutto il senso, dicendo stranamente... Ma sciaguratamente svelatasi la cosa, siasi il duca ridotto al miserabile ripiego di non si curare dei patti solennemente giurati con Cesare, e di cercare a ogni modo pretesti di romperla seco lui, ed impegnarlo in nuove guerre col di lui gran rivale Francesco I. Se non si avessero altre prove della cultura d'ingegno del canonico Frisi, a giudicarlo dal riferito passo, si dovrebbe conchiudere ch'ei non capiva quello che leggeva né quello che scriveva.
Un'altra insigne prova degli stravolgimenti usati dal continuatore sia la seguente: Il Verri, nelle Osservazioni sulla tortura, § II,entrando a parlare della peste dell'anno 1630, dice: La storia di questa sciagura conviene cominciarla da un dispaccio che dalla corte di Madrid venne al marchese Spinola, allora governatore. Il dispaccio era firmato dal re Filippo IV, ec. Il Frisi dà la colpa a quel dispaccio di tutti i danni recati dalla peste; e se la famiglia del conte Verri non avesse avuto il buon giudizio di lasciar manoscritto il terzo tomo della storia, il pubblico avrebbe letto nel compendio di quelle osservazioni ivi inserito il detto passo, tramutato come segue: «un dispaccio che dalla corte di Madrid venne in questo tempo al marchese Spinola, governatore dello Stato di Milano, rese fatalmente quella pestilenza una delle più spietate che rammemori la storia, avendo essa distrutti niente meno che due terze parti di cittadini. Il dispaccio era firmato dal re Filippo IV, ec.», e prosegue quindi la narrazione come sta nell'opera di Verri.
Ancora un esempio, e darò fine. Negli Annali riportò il Verri, sotto l'anno 1617, il racconto di una misera cameriera, stata bruciata come strega per avere ammaliato il senatore Melzi. Il Frisi l'ommise nel manoscritto del suo terzo tomo, e lasciò negli Annali del conte Verri l'annotazione di averlo fatto avvertitamente, perché molte principali persone vi fanno poco buona figura, e la notizia della strega non interessa la storia. Interessava meno la storia la nomenclatura de' ballerini e de' balli del secolo decimosesto; eppure per non ommetterla le diede un posto fuor di luogo, anticipandola di cinquant'anni. Il vero è che quella nomenclatura faceva conoscere i costumi piacevoli de' nostri maggiori; e il racconto della strega mostrava per il contrario l'ignoranza e i costumi barbari di essi, anche nelle classi più eminenti. Sia però onore ai nostri tempi, poiché se due secoli fa chi aveva il supremo potere, si compiaceva nel far arrostire i suoi simili, e il riputava uno dei più sacri suoi doveri, la moda è talmente passata, che si ha vergogna di parlarne. Tale è l'effetto dei progressi dell'incivilimento, di ridurre alle forme del vero gl'idoli della fantasia, come li direbbe il gran cancelliere Bacone, liberando così gli uomini dalla tirannia delle false opinioni armate del potere, le quali, dopo di averli oppressi per secoli, sono poi riconosciute per assurdità. Così avvenne del diritto preteso dai papi di essere arbitri dei troni, sciogliendo i popoli dall'obbedienza; del possesso in cui per sì lungo tempo si mantenne il clero, di non contribuire ai pesi dello Stato che lo proteggeva; del feudalismo de' nobili, del diritto di tenere schiavi gli uomini, dell'esistenza delle streghe e perfino degli indemoniati.
§ IV. - Del mio lavoro
L'opera da me impiegata fu di due maniere. Per l'epoca dal 1525 al 1565, intorno alla quale esisteva la stampa del Frisi, mi circoscrissi a ristabilire nella loro integrità le parti spettanti al Verri col confronto delle minute da lui lasciateci; e dove lui trovai mancante di questa scorta, ridussi il testo alla dicitura che mi è sembrata più naturale e conveniente, seguendo l'ordinario lume della critica, che facilmente mi ha insegnato a distinguere lo stile stemperato e da predica, ed a sostiturgli quello di una spontanea e compendiosa narrazione. Il confronto che voglia farsi tra la stampa frisiana e la mia, ne mostrerà la somma differenza. Il togliere, l'aggiungere, il mutare fu opera di lunga lena e di gran noia, e quel ristauro importò una fatica assai maggiore, che non sarebbesi usata nel fare di nuovo. E il fu ancora di più, attesa la fedeltà propostami di conservare scrupolosamente il testo del Verri, e perfino qualche trascuratezza di lingua, riflettendo che l'emendare questi nêi nel solo quarto volume avrebbe recato difformità in confronto degli altri; e sono altronde macchie lievissime nel nostro storico presso qualunque lettore che nelle storie richieda, come principal merito, pensieri, nervo, stile, e non badi che per ultimo alle parole.
La stessa scrupolosa fedeltà ho osservato nell'inserire nel mio successivo lavoro i frammenti che ho trovato servibili nelle note del mio autore; ed oltre il fatto già accennato dell'uccisione del Maraviglia, e il ragguaglio dello stato in cui erano in Milano l'arte del ballo e del teatro al termine del secolo decimosesto, suoi sono i racconti del fine tragico della contessa di Celano, dell'ingresso in Milano dell'arciduchessa sposa del re Filippo III, della legazione a Roma del senatore Giambattista Visconti, della cameriera del senator Melzi bruciata nel 1617 come strega; la nota sul carattere de' nobili circa la metà del secolo decimosettimo i fatti della condizione di Milano sotto il governatore Ponze di Leon; i caratteri del conte di Fuentes, del duca d'Ossuna e di alcuni ministri sotto il governo della casa d'Austria; la relazione della venuta e dimora in Milano dei Gallo-Sardi nella guerra del 1733, e dell'imperatore Leopoldo II nel 1791. In tutti questi frammenti non v'è altro di mio se non che pochi adattamenti estrinseci per connetterli e conformarli al corpo della narrazione; ma il fondo dei fatti, e in gran parte anche le parole appartengono al conte Verri. Anzi fino alla metà circa del secolo decimosettimo non ho voluto riportare altri fatti, fuorché quelli accennati da esso nelle sue Memorie, come destinati per il proseguimento della storia; ma li riscontrai alle fonti, e diedi loro quello sviluppamento che l'autore solevasi riservare nel dar forma al suo lavoro. Perciò ho intralasciato più cose che poteva avere pronte, e che (per valermi di una frase d'uso, benché poco modesta) avrebbero potuto illustrare maggiormente l'opera, come, per esempio, l'esposizione de' tributi straordinari imposti allo stato di Milano nei regni infausti e turbolenti di Carlo V e di Filippo II, per cui il solo Mensuale fu quadruplicato sotto diversi nomi; mostrare che in que' sovrani l'ambizione e l'alterigia erano pareggiate dall'indifferenza sulla sorte de' popoli, sicché le guerre erano per sistema intraprese e condotte senz'alcuna predisposizione per gli approvvigionamenti e per le paghe, e gli eserciti vivevano di rapina e a discrezione a carico de' miseri sudditi; estendermi in maggiori prove dell'annichilamento di tutte le sorgenti della prosperità pubblica, allorché i flagelli fisici, la fame e la peste, si collegarono coll'inerzia e coll'indolenza quasi asiatica de' re successivi e colla brutale onnipotenza de' governatori; svolgere l'influenza esercitata sulla nazione dalla lunga durata e dalla scandalosa pubblicità delle controversie giurisdizionali, e altri fatti recarne, quali furono quelli col vescovo di Pavia per la dipendenza metropolitana, di che tratta Bernardo Sacco, e per l'immunità de' coloni ecclesiastici, che diede occasione a un celebre consulto del Menochio, allora presidente del senato.
Se le accennate ed altre ommissioni furono volontarie, di altre diverse hanno debito le circostanze; ma sarebbe ora superflua cura il farne discorso. Chiuderò quindi desiderando che, nell'accingersi a giudicarmi, di due cose siano avvertiti i miei lettori: l'una, che loro si presenta l'opera di un novizio in questa parte di studi; l'altra, che vogliano disporsi ad una moderata aspettazione dal lato dell'importanza de' fatti che ho avuto a narrare, i quali non avrei potuto rendere più copiosi e interessanti, se non imitando il comune difetto degli scrittori di storie particolari, coll'innestare nel mio lavoro i fatti della storia generale.
24 dicembre 1825.
PIETRO CUSTODI
Capitolo XXIV
Battaglia di Pavia.
Il re Francesco I rimane prigioniero. È condotto a Madrid. Sua liberazione.
Vicende in questi tempi della lega di Francesco Il Sforza, duca di Milano, e di Girolamo Morone
Leone X, alleato di Carlo V, avea terminata la vita, siccome si è detto di sopra, nel tempo appunto in cui si otteneva lo scopo della Lega col discacciare i Francesi dalla Lombardia. Adriano VI, suo successore, nel breve suo pontificato d'un anno e mezzo, o poco più, si mostrò piuttosto sacerdote che sovrano. Clemente VII Medici, cugino di Leone X, fu creato sommo pontefice, mentre i Francesi, sotto Bonnivet, se ne ritornavano al loro paese, dopo un tentativo infelice per occupar Milano. Dovevasi ognuno promettere che questo papa mantenesse la lega; poiché ei da cardinale l'aveva formata; ma così non avvenne. Clemente VII si unì col re Francesco I, promettendogli il regno di Napoli, e ricevendo dal re la guarenzia dello Stato Ecclesiastico e della repubblica fiorentina per la casa Medici. Tutto però segretamente si fece nel tempo in cui durava l'assedio di Pavia. (1525) Frattanto il vicerè Lannoy aveva sprovveduto il regno di Napoli di soldati, i quali erano in marcia alla vôlta del Milanese; laonde il re staccò il principe Stuardo di Scozia, duca d'Albania, con ducento lance, seicento cavalleggieri e quattromila fanti, e comandògli di marciare verso Napoli per occupare quel regno; la quale sconsigliata impresa lo indebolì poscia a fronte de' nemici, e fu una delle cagioni delle rovina della sua armata e della perdita della sua libertà. Il Lannoy non si curò di far correre dietro al duca d'Albania, e unicamente rese avvisati i comandanti de' presidii del Napolitano per la difesa; per tal modo schivò il pericolo di perdere il Milanese col Napoletano, e poterono le forze rivolgersi tutte al soccorso di Pavia. La marcia de' Francesi attraverso lo Stato pontificio, il transito delle munizioni fatto per Piacenza e Parma, possedute dal papa, svelarono tosto agl'Imperiali che il papa s'era unito col re; sebbene non apertamente si fosse dichiarato di essere lui nimico dell'imperatore Carlo V. Pensò il re di rinforzare la sua armata, ordinando che i suoi Francesi acquartierati in Savona marciassero a Pavia, senza avvertire che dovendo coteste milizie passare ne' contorni di Alessandria, presidiata da' Cesariani, non erano sicure nella loro marcia. In fatti Gaspare del Maino, comandante di quel presidio, fece prigioniere tutto quel corpo. Frattanto al Lannoy giunsero dodicimila Lanschinetti tedeschi, e quindi si trovò alla testa di diciottomila fanti, settecento uomini d'armi ed altretanti cavalleggieri. I dodicimila Tedeschi erano comandati da Giorgio di Frandsperg, uomo di statura colossale, di forza prodigiosa, di gran coraggio, Luterano passionato; il quale venne a quell'impresa coll'idea di far onta al papa, ed a tal fine portava seco un cordone d'oro in forma di capestro, e lo mostrava dicendo: a ogni signore ogni onore. Così mentre da malaccorto il re Francesco, coll'indebolirsi, andava preparando la propria sciagura, i nemici si rinforzavano. Al difetto di prudenza nel re si aggiungevano la trascuratezza dei capi dell'esercito, e l'indisciplina de' soldati. Bernardo Tasso, padre dell'immortale Torquato, si ritrovava nell'armata del re di Francia, mentre era sotto Pavia, ed in una lettera al conte Guido Rangone, così gli scrive: Questo esercito mi pare con poco governo, con molta licentia, et più grande di numero che di virtù. Poca speranza gli è rimasa di poter pigliare la città, hora che i nemici si vanno avvicinando ; e poco dopo: questo esercito mi pare piuttosto pieno d'insolenza che di valore... Io più tosto temo che spero del successo di questa impresa; et quello che più mi fa temere è, che veggio che apertamente Sua Maestà s'inganna nelle cose più importanti, giudicando il suo esercito maggior di numero, et quel de' nemici minore di ciò che in effetto sono... Io vedo questo campo con quel poco ordine che era quando i nemici eran lontani; né a questa troppa sicurtà so dare altro nome che imprudentia o temerità. Guicciardini , presso a poco, dice lo stesso: Risedeva il peso del governo dell'esercito presso all'ammiraglio; il re, consumando la maggior parte del tempo in ozio o in piaceri vani, né ammettendo faccende o pensieri gravi, dispregiati tutti gli altri capitani, si consigliava con lui: vedendo ancora Anna di Momoransi, Filippo Ciaboto di Brione, persone al re grate, ma di picciola esperienza nella guerra: né corrispondeva il numero dell'esercito del re a quello che ne divulgava la fama, ma eziandio a quello che ne credeva esso medesimo.
Ho procurato d'indagare come mai il duca Francesco Sforza, principe che non mancava di valore, s'accontentasse di starsene quasi ozioso nel Cremonese, mentre si disponeva il gran fatto d'armi che doveva decidere del destino dello Stato suo. L'armata cesarea era comandata dal vicerè di Napoli don Carlo Lannoy: ivi trovavasi il duca di Bourbon, ivi il famoso don Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, ivi il marchese del Vasto; ed il duca Sforza, che alla Bicocca e ad Abiategrasso aveva superati coraggiosamente i nemici, ora erasi limitato a sgombrare il fiume Po da ogni comunicazione co' Francesi. Non mi è accaduto di trovare che alcuno degli scrittori avesse la medesima curiosità. Quindi o convien supporre che gl'Imperiali per gelosia e sospetto non lo bramassero, ovvero ch'egli non vedesse di sua convenienza il trovarsi in un esercito, nei suoi Stati, senza averne il comando, e senza nemmeno avere il titolo di generale al servigio di Cesare.
Ai sovradetti indebolimenti dell'armata francese aggiungasi che Sant'Angelo sul Lambro era presidiato da ottocento Francesi, sotto il comando di Pirro Gonzaga, e da ducento cavalieri. Fu preso d'assalto; e il marchese di Pescara fu il secondo che ascese le mura, ed ebbe l'abito forato da due archibugiate; la guarnigione uscinne disarmata, coll'obbligo di non servire per un mese. Casal Maggiore era occupato da' Francesi sotto il comando di Giovanni Lodovico Pallavicino, che lo presidiava con duemila fanti e quattrocento cavalli. Alessandro Bentivoglio, alla testa di un corpo d'Italiani fece, con un fatto d'armi, prigioniero il Pallavicino, caduto da cavallo, e disperse affatto il presidio francese. Prima che si avanzasse l'armata cesarea a Pavia, conveniva, assicurarsi le spalle e non lasciar dietro i Francesi in que' due luoghi, d'onde difficoltavano le provvisioni. Se i Francesi avessero avuta la stessa precauzione, non si sarebbero inoltrati a Pavia, lasciando presidiata Alessandria da Gaspare del Maino, il quale, siccome ho accennato pocanzi, batté e disarmò un corpo di duemila soldati, che erano in marcia venendo dalla Francia per unirsi al re. Oltre a questi primi danni, cioè al distacco del Principe Stuardo di Scozia, spedito verso Napoli, alla perdita di due presidii di Sant'Angelo e Casal Maggiore, alla perdita di duemila sorpresi verso Alessandria, un nuovo accidente sventurato accadde al re e forse più gravoso, cioè che quattromila soldati grigioni, che erano al di lui stipendio, se ne partirono quasi improvvisamente. Giovanni Giacomo Medici, che s'era reso signore del castello di Musso, con insidie s'era altresì reso padrone di Chiavenna, città importante dei Grigioni. Per la qual cosa con lettere della loro Repubblica vennero immediatamente chiamati i Grigioni in soccorso della patria, sotto pena di infamia e di confisca. Così l'esercito francese si ridusse di numero quasi uguale al cesareo.
Il duca di Borbone e il marchese di Pescara ricevettero frattanto il rinforzo di ottomila Tedeschi. Fecero radunare le truppe che tenevano acquartierate in Cremona, Lodi ed altri luoghi; formarono un corpo di ventiduemila fanti, oltre i cavalli, e per Sant'Angelo marciarono a Pavia, e si collocarono vicini e di fronte al campo francese, cosicché le guardie avanzate nemiche si parlavano. Il Guicciardini scrive che Pescara s'avviò per la battaglia sotto Pavia con settecento uomini d'arme, settecento cavalli leggieri, mille fanti italiani, e più di sedicimila tra Spagnuoli e Tedeschi. Ivi si mantennero per venti giorni, mettendo in allarme e inquietando i Francesi, ut primum metu ac sollicitudine vexarent, deinde cum vanum timorem consuetudine remisissent, securiores offenderent, ubi visum esset vero praelio lacessere . Il re Francesco stava ben munito nel suo campo, situato nel parco, il quale, essendo cinto di mura, non dava accesso a' Cesarei, se non per alcune porte ben presidiate da' corpi avanzati francesi. Sperava il re che, stando a fare la guerra difensiva, e guadagnando tempo, l'armata imperiale, mancante di stipendio e mal provveduta di tutto, dovesse sciogliersi da sé medesima. Infatti i comandanti cesarei temevano lo stesso, e perciò deliberarono di commettersi alla fortuna d'una battaglia . Allora i soldati erano mercenari e liberi. Nessun bottino potevano sperare i Francesi debellando i Cesariani, mancanti di tutto. Per lo contrario sommo profitto avevano in vista i Cesarei battendo i Francesi, il re, i principali signori del regno, tutti radunati con immense ricchezze e pompe, e ciò oltre il profitto del riscatto di sì illustri prigionieri. I Francesi avevano la presenza del loro re ad animarli, l'ambizione di segnalarsi sotto de' suoi sguardi, ma l'armata non era per la maggior parte di Francesi; v'erano Tedeschi, Svizzeri, Italiani, Spagnuoli, ed oltre a ciò, i più erano affatto mercenari e gregari. Perciò la condizione de' Cesarei era migliore d'assai. Il quartiere del re stava a Mirabello, delizia de' duchi di Milano. Il campo era cinto di terrapieno con fossa, fuori che da un lato, che si credeva bastantemente munito col muro del parco. Il marchese di Pescara, che da ogni canto osservava la posizione del re, s'avvide che poco custodivano i Francesi quella parte che credevano più sicura pel riparo del muro. Se il muro si gettava a terra, il che non era difficile, era aperto l'adito ad impadronirsi di Mirabello.
Confermatisi il duca di Borbone e il marchese di Pescara nella risoluzione di avventurare la battaglia, passarono di concerto col comandante di Pavia Antonio Leyva, e si fissò il giorno di san Mattia, 24 febbraio, giorno di gala per essere l'anniversario della nascita di Carlo V. Frattanto negli otto precedenti giorni gli Imperiali incessantemente, anche di notte, diedero l'allarme ai Francesi, e col favore dello strepito di trombe e de' timpani guastarono per qualche tratto le mura del parco, sicché alla minima scossa cadessero poi. Queste mosse ingannarono i Francesi, che credettero uno de' molti falsi allarmi anche l'attacco importante del giorno 24. Per essersi gl'Imperiali accostati così d'appresso al campo francese, il te tenne un consiglio nel quale Luigi d'Ars, il Sanseverino, il Galiot de Genouillac, il maresciallo di Chabannes, il maresciallo di Foix, e il famoso la Tremouille opinarono che fosse da abbandonarsi il blocco di Pavia e ritirarsi a Binasco; ma prevalse il Bonivet, secondato dal Montmorenci, da San Marsault e da Brion, i quali adularono l'inclinazione del re, che già aveva promulgato per l'Europa, che o prendeva Pavia, o vi periva .
L'ammiraglio Bonnivet ebbe il comando di quella giornata. Il campo francese, esteso più di tre miglia, era postato in guisa che impediva l'ingresso da ogni parte in Pavia, comunicava col parco di Mirabello, e dominava vantaggiosamente la campagna. Il duca d'Alençon col corpo di riserva era a Mirabello; la prima linea era comandata dal maresciallo di Chabannes, il corpo di battaglia lo era dal re. Il marchese di Pescara si determinò di entrare pel parco di Mirabello, e di soccorrere Pavia, con questa mira che, se i Francesi scendevano dal campo per difendere il parco, perdessero il vantaggio della loro posizione, ed egli dêsse loro battaglia; se non dipartivansi, facil cosa era il superare il duca d'Alençon, ed alla vista de' Francesi portare tutto il soccorso a Pavia. Tre ore prima del giorno il marchese di Pescara si mise in ordine per attaccare il re. Divise l'esercito in più corpi. Il primo lo diede ad Alfonso d'Avalo, marchese del Vasto, di lui nipote, composto di cinquemila fanti e cinquecento cavalli. Il secondo a Giorgio Frandsperg, di quattromila fanti. Un corpo di riserva fu affidato al nipote del viceré di Napoli. Il viceré Lannoy comandava un corpo di cavalli. Un altro corpo di cavalli lo comandava il duca di Borbone. Altri minori drappelli dispose il Pescara, i quali al cominciare l'attacco si trovarono alle spalle dei Francesi, alle diverse porte del muro del parco. Il marchese avea fatto porre a tutti i suoi una camiscia sopra le armi, perché nella oscurità della notte si potessero conoscere fra di loro: stratagemma imitato nella Slesia nel 1757. Prima dell'alba del 24 febbraio, mentre si avanzavano a Mirabello, gl'Imperiali fecero de' finti attacchi con molto fragore d'artiglieria, acciocché non si sentisse quanto accadeva a Mirabello. All'aurora si videro gli Spagnuoli entrati nel parco per un'apertura assai larga, fatta la notte precedente con tal destrezza e silenzio, dice il Bugati , che appena da' nemici fu udito il rumore. Il marchese di Pescara, innanzi a tutti, colla maggior parte della fanteria italiana e spagnuola, diede dentro tra le guardie francesi; il duca di Borbone, guidando la sua cavalleria, s'innoltrò da altra parte del parco verso i quartieri del re cristianissimo, ma trovò che il re e i suoi erano marciati contro il Pescara. Don Alfonso d'Avalos, marchese del Vasto, s'impadronì di Mirabello. Un suo distaccamento era già alle porte di Pavia, ma Brion, mandato dal duca d'Alençon, lo batté. Galiot de Genouillac, che si era reso illustre nella battaglia di Marignano, profittò del momento, e collocò una poderosa artiglieria contro quel vano delle mura del parco per dove entravano gl'Imperiali, la quale talmente gli scompigliò, che disordinatamente si ricoverarono in un luogo basso per essere salvi da' colpi del cannone. Il re, invece di combattere contro il marchese del Vasto, per tal modo isolato, sconsigliatamente uscì dal vano, e si diradò per la campagna con tutta la gendarmeria; così l'artiglieria del Genouillac dovette cessare per non offendere il suo re. Gl'Imperiali s'avvidero dell'errore da questi commesso. Il duca di Borbone co' Lanschinetti, il marchese di Pescara cogli Spagnuoli, il viceré Lannoy cogl'Italiani attorniarono il re. Il marchese del Vasto venne a prenderlo alle spalle. Il Leyva vigorosamente uscì da Pavia, lasciando il magnifico e valoroso Matteo Beccaria alla difesa della città. Allora il maresciallo di Chabannes accorse a soccorrere il re, e se gli pose al fianco destro col corpo ch'egli comandava. Il duca d'Alençon formò un'ala sinistra al re. Fra il re e Chabannes v'erano le Bande Nere, cinquemila, tutte veterane tedesche, che avevano combattuto a Marignano. Il duca di Suffolk Rosabianca le comandava. Così fra il re e il duca di Alençon vi era un corpo di diecimila uomini svizzeri comandati dal colonnello Diespach. Un corpo di Lanschinetti, guidati dal duca di Bourbon, sconfisse totalmente le Bande Nere. Il conte di Vaudemont, il duca di Suffolk rimasero estinti sul campo. Borbone si rivolse poi contro il corpo di Chabannes, che rimaneva staccato. Il bravo Clermont d'Amboise cadde morto, e il maresciallo di Chabannes terminò di vivere nel modo seguente. Egli ebbe ucciso sotto di sé il cavallo. Vecchio com'era, cercò di combattere a piedi; ma Castaldo, luogotenente del Pescara, lo fece prigione. Castaldo conduceva in luogo sicuro il suo prigione; un capitano spagnuolo, per nome Buzarto, osservò Chabannes, il più bel vecchio del suo secolo, nobile, magnifico, e riconobbe che doveva essere un signore di distinzione, di cui diverrebbe lucrativo il riscatto; pretese di essere associato al Castaldo, che lo ricusò; e il Buzarto con una archibugiata gettò morto il maresciallo di Chabannes, dicendo: ebbene, non sarà dunque né mio né tuo . Così terminò i suoi giorni questo illustre francese, che s'era trovato a Fornovo nel 1495, ad Agnadello nel 1509, a Ravenna nel 1512, dove comandò, morto il duca di Nemours, a Marignano, alla Bicocca, ec. Egli aveva il soprannome di gran maresciallo di Francia.
Il re faceva prodigi di valore, e si riconosceva da un manto di tela d'argento (cotte d'armes), e dal cimiero fregiato di copiose e lunghe piume. Di sua mano egli uccise Castriotto, marchese di Sant'Angelo, ultimo discendente degli antichi re d'Albania, che contava per suo avo paterno Scanderbeg. Il re si batté lungamente con un gentiluomo della Franca Contea, per nome Andelot, e lo ferì nella faccia. Il marchese di Pescara con mille e cinquecento archibugieri Baschi piombò sulla gendarmeria del re. Costoro, scaricato l'archibugio, con mirabile disinvoltura si nascondevano, caricavano, e ritornavano a ferire. Il re, per coglierli, dilatò i suoi gendarmi; e gli archibugieri, penetrati e sparsi per entro, in meno d'un'ora rovinarono il corpo invincibile della gendarmeria francese. La Tremouille cadde ferito nel cranio e nel cuore. Il gran scudiere Sanseverino cadde moribondo. Guglielmo di Bellai Langey, vedendolo cadere, scese da cavallo per dargli soccorso: non ho più bisogno d'alcun soccorso, disse il moribondo, pensate al re, e lasciatemi morire. Luigi d'Ars, il conte di Tournon caddero morti. Il conte di Tonnerre appena poté essere riconosciuto fra i morti, tante erano le ferite della sua faccia! Il barone di Trans stavasene all'ala sinistra sotto il comando del duca d'Alençon, assai malcontento di dover trovarsi nella inazione. Il figlio suo unico era nel corpo del re, e, dopo d'aver combattuto ed esaurite le sue forze, si ritirò presso del padre. Il barone di Trans gli chiese dove fosse il re: Nol so, rispose, ansante e grondante di sudore, il figlio. Va e sappilo, disse il padre severamente, arrossici di non lo sapere. Il figlio Trans s'ingolfa fra i combattenti, s'accosta al re, e per un colpo d'archibugio cade a' suoi piedi.
Il duca Carlo d'Alençon, primo principe del sangue, in vece di porgere soccorso al re, si ritirò colla sua ala di cinquecento cavalieri , e fu il primo a vituperosamente fuggire ; se non fu maliziosamente (dice il Bugati) , come tennero alcuni, aspirando egli ad esser re, morto che fosse il re Francesco. Tagliò il ponte di legno che poco di sotto a Pavia era fabbricato a San Lanfranco, acciocché non l'inseguissero i Cesarei. Perciò molti Francesi, ivi giunti sulla speranza di passarvi sicuri all'altra sponda, dovettero avventurarsi ai gorghi del fiume e sommergervisi; poi v'erano a forza spinti dai fuggitivi, che colla fiducia stessa correvano sulle loro tracce, e vi si affogavano . Gli Svizzeri, vedendo scoperto il loro fianco sinistro per la ritirata del duca, e credendosi a tradimento sacrificati all'odio dei Tedeschi di Frandsperg e Sith, che marciavano loro incontro, non vi fu più modo di tenerli. Diespach disperatamente si scagliò solo a farsi uccidere dai soldati di Frandsperg. Abbandonato il re a pochi, perirono intorno di lui il maresciallo di Chaumont, d'Amboise, Estore di Bourbon, il visconte di Lavedan, Francesco conte di Lambesc, fratello del duca di Lorena e del conte di Guise, ed una moltitudine di valorosi cavalieri. Il Bastardo di Savoia, gran maestro di Francia, vi morì. Il maresciallo di Foix, col braccio fracassato e mortalmente ferito, galoppava furiosamente per rinvenire l'ammiraglio Bonivet, al quale attribuiva il disastro, per traforarlo col braccio che gli rimaneva, e morire contento d'aver vendicato la Francia; ma perdette tanto sangue, che cadde, e fu portato a Pavia, dove morì nella casa della contessa di Scaldasole. Bonivet, vedendo perduta ogni speranza, si scagliò quasi inerme fra i Lanschinetti del duca di Borbone, e si fece uccidere. Il duca di Borbone bramava di far prigioniere Bonivet, e vedendolo steso morto esclamò: Ah misero, tu sei cagione della rovina della Francia e della mia!
Il re, tenuto sempre di vista onde farlo prigione, rimase solo in faccia de' nemici, avendo un parapetto di morti avanti di sé. Raggiunto in un prato paludoso da un colpo di fucile, gli cadde finalmente sotto il cavallo. Egli aveva due ferite in una gamba. Caduto che fu, venne attorniato da un nembo di soldati; Tedeschi e Spagnuoli se lo disputavano. Il re, ferito come era anche in fronte, combattendo a piedi, si difendeva colla mazza di ferro. Per buona sorte sopragiunse il Lannoy, al quale egli si arrese prigioniero; e fu opportuno il di lui arrivo, poiché altrimenti correva pericolo il re di essere fatto in pezzi, tanta era la voglia che ciascuno aveva di possedere un tal prigioniero. Due cavalieri spagnuoli, Giacomo ossia Diego d'Avila e Giovanni Urbieta Biscaino, conosciuto chi egli era, lo aiutarono a salire a cavallo; ma il d'Avila gli tolse la spada, e l'Urbieta la collana del toson d'oro . Il re rimase spogliato di quanto aveva di prezioso. La di lui sopraveste fu squarciata in cento parti, e i pennacchi dell'elmetto reale furono spaccati in minimi frammenti, gloriandosi ciascuno di portare una memoria di così illustre presa. Don Carlo Lannoy, smontato da cavallo, baciò rispettosamente la mano al re inginocchiandosi; altretanto fecero i primi signori che ivi sopragiunsero. Questa memorabile battaglia non durò due ore; e rimasero in essa estinti novemila del campo francese. I feriti e prigionieri furono, oltre il re di Francia, Enrico d'Albret, re di Navarra, il gran Bastardo di Savoia, il principe di Lorena, l'Ambricourt, Bonavalle, San Polo, Galeazzo e Bernabò Visconti, Federico Gonzaga da Bozzolo, Girolamo Aleandro, vescovo di Brindisi e nunzio del papa, e varii altri signori. Degli Imperiali solo mille e cinquecento rimasero morti, con due soli capitani di conto, cioè don Ugo di Cardona, e Ferrante Castrioto, marchese di Sant'Angelo.
Il re cristianissimo con molto rispetto fu condotto all'alloggiamento del viceré don Carlo Lannoy a San Paolo; dove, medicate le ferite, scrisse alla duchessa d'Angoulême, sua madre, quella breve e terribile lettera: Signora, tutto è perduto, fuor che l'onore. Ilduca di Borbone presentò al re magnifiche vesti per disarmarsi; ed al pranzo il viceré Lannoy lo servì, presentandogli il catino da lavar le mani, il marchese del Vasto versò l'acqua, il duca di Borbone lo sciugatoio. Il Borbone lasciava cader le lagrime, mirando prigioniero il re. La sera il re volle che Lannoy e Vasto cenassero seco. Pescara venne ad osservarlo senza pompa e con modeste maniere, e piacque al re sopra ad ogni altro. Gli si concessero i suoi paggi, si ricuperarono abiti, camiscie e molte cose rappresagliate, che i soldati medesimi generosamente presentarono, e fra queste una coppa d'oro, in cui soleva bere il re, ed una croce di oro che papa Leone gli aveva posta al collo in Bologna, e così venne nobilissimamente trattato come se fosse stato, non che libero, ma nella stessa sua reggia . Tre giorni stette nel monastero di San Paolo il prigioniero Francesco I; indi il 28 di febbraio, fu condotto nella fortezza di Pizzighettone, e collocato nella Rocchetta, col gran maestro di Francia, il duca di Montmorenci, ove dimorò sino al 18 maggio. Così il Grumello ; il quale aggiugne che ne' giorni che ivi stette, sintanto che venissero da Spagna gli ordini, il re giuocava a varii giochi et maxime al ballono. IlMuratori, ne' suoi Annali, ne accerta altresì che al re Francesco furono concessi per sua compagnia venti de' suoi più cari, scelti da lui tra quelli ch'erano rimasti prigionieri . Una vittoria così compita, con tanta strage dell'esercito francese, e poca perdita degl'Imperiali, è troppo naturale che producesse quanto afferma il Bugati , vale a dire che tutto il campo francese restasse in preda de' soldati, et più de gli Spagnuoli, per cotal vittoria fatti sì ricchi et sì insolenti, quanto altra fiera milizia che più fosse in Italia, minacciando apertamente di cacciar di Stato il duca di Milano, se presto non gli soddisfaceva di quante paghe dovevano avere, e che i Francesi abbandonassero Milano in un momento. Anzi v'è chi scrisse che il grido di questa vittoria fu tale, che nel giorno medesimo restò libera dai Francesi, non solo la città, ma tutto il ducato. Giunta a Madrid la gran nuova della presa del re cristianissimo e della disfatta terribile del suo esercito, il re augusto Carlo V non permise che si facesse pubblica allegrezza, ed ei medesimo seppe contenersi a segno, che meritò l'ammirazione: nullam ex more gratulationem publice fieri passus est, nec ipse laetitia exultavit, sed gaudium moderate pro sua gravitate tulit . Il Tegio riporta la traduzione della lettera che la reggente Luisa, madre del re, scrisse a Carlo V in quella occasione, ed è come segue; A monsignor mio buon figlio l'imperatore Carlo - Monsignore mio buon figlio, dopo che io ho udito e saputo da questo gentiluomo presente, portatore di questa mia, la fortuna la quale è occorsa a monsignore il re mio figlio, io rendo grazie a Dio di questo ch'egli sia capitato nelle mani di quel principe del mondo che io più amo, sperando che la imperiale Maestà vostra ne debba tenere quel buon conto per lo mezzo del sangue, confederazione e lignaggio il qual è tra voi e lui, et in caso che questo avvenga (come io tengo per certo) ne seguirà un gran bene et universale a tutta la cristianità dall'amicizia e riunione di voi due; e perciò, mio signore e figlio, io vi supplico che lo abbiate per raccomandato, e che in questo mentre comandiate ch'egli sia ben trattato come il grado vostro e suo lo richiede, e commettiate che egli sia servito in tal maniera ch'io possa spesso intendere del suo ben stare e della sua sanità, e così facendo, voi vi obbligherete una madre, la quale d'ogni ora voi avete così nomata: et ancora vi prego che ora voi vi mostriate padre per affezione, come io a voi madre per dilezione. Da San Giusto in Lione, il terzo giorno di marzo 1525. - La vostra humil madre Lovisa. Fra i prigionieri fatti in questa battaglia di Pavia, il principe di Bozzolo Federico Gonzaga, corrotte le guardie, si pose in salvo. Il conte di San Polo, principe del sangue, creduto morto, venne mutilato da un soldato imperiale col taglio di un dito per levargli un anello; il dolore gli fece dar segni di vita, e poté palesare al soldato chi egli era, il quale per godere solo del prezzo del riscatto, lo custodì incognito, lo guarì dalle sue ferite, e l'accompagnò in Francia. Il marchese di Pescara avea comprato dai militi cesariani il re di Navarra per settemila scudi, e lo teneva suo prigioniero nel castello di Pavia, cercando settantamila scudi per il riscatto. Ma i fratelli Lonate, gentiluomini pavesi, colle scale di corda, lo liberarono; indi lo scortarono con cavalli e servi sino in Francia. Essi perdettero la patria; il re diede loro nella Francia con che vivere .
Tanta felicità delle armi cesaree eccitò ben presto negli animi di quasi tutti i principi d'Italia un ragionevole timore d'essere l'uno dopo l'altro oppressi e soggiogati dal vicino esercito; ond'è che, dopo varii ripieghi, specialmente progettati tra Clemente VII ed i Veneziani, stimò più opportuno il pontefice di stabilire una concordia cogli Imperiali per mezzo di Gian-Bartolomeo da Gattinara, ministro di Cesare in Roma, restando conchiuso quest'accordo, il 1° di aprile 1525, pubblicato poi nel dì 10 di maggio dello stesso anno. Le condizioni principali di questo trattato, nel quale fu compreso Francesco Sforza qual duca di Milano, furono la scambievole difesa del ducato di Milano e degli Stati pontificii, compresa Fiorenza coi Medici che vi dominavano, e la contribuzione di centomila ducati da darsi dai Fiorentini, con che le truppe cesaree partissero dai quartieri occupati nelle terre di Parma e Piacenza. I Veneziani, a' quali era stato lasciato il luogo d'entrarvi, intese le mire del re inglese di collegarsi colla regina, madre del re prigioniero, sospesero di determinarsi ad alcun partito. Frattanto gl'insorti lampi di speranza per la tranquillità dell'Italia lasciavano luogo a qualche angustia d'animo ne' ministri cesarei sulla sicurezza del re Francesco in Pizzighettone. Infatti il Lannoy ragionevolmente sospettava che il re da Pizzighettone non venisse o tolto per subornazione di qualche generale, o per tumulto de' soldati, mal pagati e vinti dalla umanità del re, o per effetto di qualche unione de' principi italiani, e singolarmente dello Sforza, il quale poteva acquistarsi un sicuro godimento dello Stato col liberare Francesco I, o coll'opera del duca di Borbone, che potevasi riconciliare con tale beneficio. Forse questi sospetti del viceré Lannoy accelerarono nell'animo di Carlo V la risoluzione di volere al più presto in Ispagna tradotto il re prigioniero. Lannoy, vedendo il re impaziente della sua liberazione, colse l'opportunità di persuadergli che in un'ora di colloquio coll'imperatore si sarebbe terminato ciò che portava degli anni, trattato ministerialmente. Quindi fecegli desiderare di andare in Ispagna. Tutto fu segretamente concertato, fingendosi di condurlo a Napoli per custodia più sicura. Venne destinato a scortare il re in Ispagna, a preferenza del marchese di Pescara, a cui principalmente dovevasi la insigne vittoria di Pavia. Preferenza ingiuriosa, e che perciò produsse nel Pescara una palese malcontentezza di Cesare, ed un'inimicizia aperta col Lannoy, da cui poscia derivarono gravi conseguenze. Pertanto, sul fine di maggio, scrive il Muratori , scortato esso re da trecento lance e da quattromila fanti spagnuoli, fu menato a Genova, dove, imbarcatosi con dieci galee genovesi ed altretante franzesi, ma armate dagl'imperiali, in compagnia del viceré Lanoy, arrivò poscia a Madrid; dopo però di essere stato per qualche tempo rinchiuso nella fortezza di Xsciativa nel regno di Valenza, dove i re di Arragona anticamente custodivano i rei di Stato, siccome è concorde testimonianza degli storici. Il capitano Alarçon fu assegnato custode del re, da quando, prigioniero, fu tradotto a Pizzighettone, fino al termine del suo destino in Madrid. La permanenza del re in Pizzighettone fu di settantanove giorni, quanti se ne contano dal giorno 28 febbraio sino al 18 maggio, in cui accadde il suo trasporto in Ispagna .
Il papa Clemente VII, poco fidando nella precaria convenzione di Roma, cominciò a temere che Carlo V, coll'occasione di venire ad essere incoronato, non s'impadronisse della Romagna, e fors'anco della stessa Roma, facendo rivivere le antiche pretensioni; il che non poteva avere ostacolo, singolarmente colla dominazione ch'egli avea del regno di Napoli. Il papa anche temeva per Firenze, la quale era già divenuta una signoria della casa Medici. I Veneziani erano pure atterriti da una tanto prevalente grandezza dell'imperatore, e temevano che non cercasse di rivendicare le città della terra ferma, altre volte costituenti parte del ducato milanese. In queste circostanze, era in Roma ambasciatore di Francia Alberto Pio, conte di Carpi, signore di nascita illustre, al quale i Cesarei avevano usurpato la contea; uomo di molta sagacità ed eloquenza, e pratico de' politici affari. Questi, con intelligenza della duchessa d'Angoulême, madre del re prigioniero, gettò i primi fondamenti d'una lega per opporsi alla dominazione dell'imperatore nell'Italia. Tutto si maneggiò segretamente. Il papa ed i Veneziani non bastando, si tentò di far entrare nella lega il re d'Inghilterra Arrigo VIII. Gl'interessi del re sarebbero stati quelli di unirsi anzi con Carlo V, e mentre era il re di Francia di lui prigioniero, smembrare la Francia, togliendone la Provenza in favore del duca di Borbone, e la Brettagna ed altri Stati pretesi dalla corona d'Inghilterra, invadendoli contemporaneamente Arrigo stesso. Così veniva depressa per sempre la potenza dei rivali francesi, ed assicurato il dominio dell'Italia a Cesare. Ma le pubbliche mire cedettero anche allora, come suole comunemente accadere, alle passioni personali. Era il re Arrigo VIII sdegnato contro di Cesare, perché, avendo Carlo V sposata, d'anni sette, la principessa Maria d'Inghilterra, sua figlia, non la volle da poi per moglie, preferendole Isabella, figlia del re di Portogallo, e, come dice Sepulveda : Propter injuriam neglectae filiae, quam Carolo citra legittimam et maturam aetatem cum spopondisset, non ille quidem neglexit, sed justis de causis Isabellae, Portugalliae regis Emmanuelis filiae, posthabuit . Quindi è che Arrigo s'unì col papa, co' Veneziani, co' Francesi per far argine alla troppo estesa potenza dell'imperatore. Fattasi la lega, che si volle chiamare Santa, per esservi alla testa il papa, cominciò questa col dare al re prigioniero consigli veramente poco santi, benché utili per quel momento: Nullam fidem, nullum jusjurandum, nullos obsides dare recuset, modo se vindicet in libertatem; facile enim fore jurisjurandi veniam a pontifice maximo, principe conspirationis, qui hanc ipsam veniam ultro deferat, impetrare : così il succennato Sepulveda .
Carlo V venne in chiaro della lega, per avere i collegati tentato di trarre dal loro partito Fernando d'Avalos marchese di Pescara, vincitore del re Francesco, il quale a quel tempo era mal contento dell'imperatore, perché, senza riguardo ai segnalati servigi da lui resi alla corona, avea confidato al Lannoy la custodia e la trasmissione a Madrid del re di Francia. Anzi si era lasciato credere al Pescara, che da Genova il re si dovesse trasportare a Napoli; né egli seppe il destino del re, se non quando lo seppe ognuno. Questa diffidenza e questa ingratitudine di Carlo V, avevano lacerato l'animo sensibile del marchese di Pescara. Il marchese era Italiano; e la nazionale gelosia tra Spagnuoli ed Italiani fu la cagione di un mistero inopportuno ed ingiurioso. Perciò Girolamo Morone, gran cancelliere del ducato, ed intimo consigliere del nostro duca, uomo di molta eloquenza, dignità e dottrina , fu dai collegati incaricato ad aprire discorso col marchese di Pescara. Sepulveda ne riferisce il transunto . Ricordò il Morone al Pescara, che a gran proposito era l'occasione; che tutti i principi italiani erano pronti a far causa comune per la patria; che altro non mancava se non un capitano d'animo, di cuore, di sperienza, di celebrità, degno d'essere posto alla testa di un'armata; che il marchese di Pescara era quegli che ciascuno eleggeva; che il servigio ch'egli avrebbe reso all'Italia, oltre la gloria, non sarebbe stato senza degna mercede, poiché, scacciati i barbari, né rimanendo più alcun dominio straniero in Italia, ed assicurato Francesco Sforza e stabilito libero duca di Milano, il premio dell'invitto marchese sarebbe stato il possedimento del regno di Napoli . Non è dubbio, prosiegue il Guicciardini , che tali consigli sarebbero facilmente succeduti, se il marchese di Pescara fosse in questa congiunzione contro Cesare proceduto sinceramente. Ilmarchese di Pescara ascoltò la proposizione con apparente favore; soltanto mostrò d'avere avanti gli occhi la fortuna e la potenza di Carlo V, e le difficoltà da superarsi. Si protestò interessatissimo per la salute della patria. Per lo che il Morone gli svelò il piano della lega già fatta fra il papa, i Veneti, i Fiorentini, lo Sforza, il re Arrigo d'Inghilterra ed il regno di Francia. Il Pescara destinò di tenerne più comodamente discorso in casa, attesoché questo primo cenno se gli era dato sulla spianata del castello di Milano. Ma diffidando egli di un'impresa dipendente da tanti interessi combinati, e facili a sciogliersi, concepì il piano di comparire fedele all'imperatore, ed ottenere in premio il ducato di Milano, col pretesto della fellonia di Francesco Sforza . All'intento quindi di aver le prove dell'ordita trama, nascose Antonio de Leyva dietro i parati della stanza, ed ivi insidiosamente indusse il Morone a palesargli il piano della lega. Comunicato il fatto a Cesare, questi lodò la condotta del marchese di Pescara, il quale, per non romperla col Morone, mostrossi pronto, soltanto che venissero tolte le inquietudini ch'egli provava internamente col tradire l'imperatore che lo stipendiava; al che si tentò dal papa di rimediare. Pontifex, fallacibus quibusdam, sed a juris specie ductis argumentis, Marchioni persuadere nititur id facinus ab ipso pie atque sancte patrari posse . Gli ordini di Cesare volevano che venisse imprigionato il Morone per avere giuridicamente le prove della lega, e soprattutto contro il duca Francesco Sforza. In questo mentre si ammalò il marchese in Novara, e chiamò a sé il Morone, nella persona del quale si può dire che consistesse l'importanza di ogni cosa . Il Morone, che se ne diffidava, e di cui aveva detto al Guicciardini non essere uomo in Italia né di maggiore malignità né di minor fede del marchese di Pescara, volle un salvo condotto da lui; il quale poiché ebbe ottenuto, in compagnia di Antonio da Leyva cavalcò a Novara il giorno 14 di ottobre 1525. Visitato che ebbe il marchese e congedatosi da lui, mentre il Morone salutava il Leyva nell'anticamera per andarsene, questi gli disse: venite a casa con noi; ilMorone ringraziò dell'invito; il Leyva ripigliò: voi ci verrete, essendo prigioniero dell'imperatore . In tutto questo fatto il Pescara si disonorò. Egli adoperò l'industria d'uno sbirro, anziché mostrare l'animo nobile e franco d'un illustre capitano. Proposizioni di cotal fatta o non si dà luogo a farle, o, fatte, si accettano, o, dispiacendo, la lealtà vuole che diasi avviso di abbandonare il progetto, o di doverlo altrimenti palesare. Carlo V non ebbe torto diffidando del Pescara. Chi è capace di servire da sbirro, è capace di mancar di fede . Il marchese di Pescara morì poi il 3 dicembre di quell'anno, di morte sospetta . Il duca Francesco Sforza spedì a Novara il senatore Jacopo Filippo Sacco per ottenere la libertà del suo gran cancelliere, ch'egli dichiarava innocente verso l'imperatore; ma il Pescara fieramente rispose, che Morone era reo, e che reo era non meno Francesco Sforza. Datosi principio agli esami, nei quali, per via di tormenti, si venne in chiaro di ogni disegno de' congiurati ; e poscia da Novara tradotto il Morone a Pavia, quivi in presenza del Pescara e del Leyva furono compiti i processi; la risultanza de' quali fu che il Morone fosse condannato a perdere la testa. Nelle memorie manoscritte del Moroni trovasi l'apologia ch'ei fece di sé medesimo colla data del 25 di ottobre, undici giorni dopo la sua carcerazione. Mostra dapprima che, non essendo egli né vassallo né suddito all'imperatore, ma bensì del duca di Milano, non poteva riconoscere nel Pescara e nel Leyva veruna legittima giurisdizione sopra di sé. Poi, ricordando d'essere suddito non solo, ma gran cancelliere del duca, dichiara che senza una perfidia manifesta e una infame violazione de' suoi doveri, ei non poteva svelare i segreti del suo naturale sovrano. In seguito espone un prospetto della vita propria e della condizione presente degli affari pubblici; e con tanta energia, con tanta evidenza si difese, che, giunto a morte il marchese di Pescara, ordinò nel testamento all'erede marchese del Vasto di supplicare Carlo V per la liberazione del Morone. Ma il tardo buon volere del Pescara poco avrebbe giovato a scampare il Morone dalla morte, se non fosse venuto in pensiero al duca di Borbone, tornato di recente in Italia, di mettere a prezzo il di lui riscatto; onde gli offerse la libertà mediante il pagamento di ventimila ducati. L'irregolarità del giudizio e l'improvvisa proposta fecero credere al Morone che tutto fosse una finzione, ma sentendo che erasi già eretto il palco per la esecuzione della capitale sentenza, pagò, e fu liberato dal carcere. La carica però di gran cancelliere venne trasferita nel conte di Landriano, Francesco Taverna.
Questa pericolosissima sciagura del Morone ebbe origine dallo sdegno per le esorbitanti vessazioni con cui l'armata imperiale smungeva lo stato di Milano. Francesco Sforza non aveva che il nome di duca, sebbene l'imperatore avesse preso le armi per lui. L'imperatore avea posto un tributo di centomila ducati sul Milanese, indi chieste somme esorbitanti allo Sforza per l'investitura . Inoltre il duca, vedendo vessati sopramodo i suoi sudditi dall'esercito cesareo, avea fatto un accordo col marchese di Pescara di pagargli altri centomila ducati, con che, represse tutte le estorsioni, si prendesse egli la cura di provvedere l'esercito di viveri e di stipendi .
La somma di queste disavventure ed oppressioni del duca Francesco si fu che, giovandosi il marchese di Pescara ed Antonio de Leyva dei progetti manifestati da Girolamo Morone, fecero, in un congresso tenuto in Pavia, sentenziare di fellonìa il duca Sforza, dichiarato sovrano del Milanese l'imperatore Carlo V. In conseguenza della quale dichiarazione il marchese di Pescara fece domandare allo Sforza il castello di Milano, quello di Cremona ed altri, presidiati dal duca. Il povero duca appena cominciava a riaversi da una malattia mortale, quando gli venne fatta sì terribile intimazione dall'abate di San Nazaro. Ricusò egli di dare al Pescara i due nominati castelli: bensì accordò gli altri, e disse che se l'imperatore voleva anche quelli, e a lui fosse constato, non solamente i castelli, ma lo Stato eziandio e la vita gli avrebbe dato; ch'egli era sempre stato ed attualmente era innocente e fedele a Cesare, e sperava che tale sarebbesi fatto conoscere. Si lagnò del suo destino, che, bambino ancora, lo aveva portato esule lontano dalla patria, colla prigionia e rovina del padre; poi, ricuperato appena lo Stato nella sua adolescenza, il re di Francia ne lo aveva balzato. Finalmente, fatto prigione il re, mentre credeva veder pacifici i sudditi e ristorati dai sofferti lunghi danni, mentre credevasi tranquillo, ecco una mortal malattia, ecco una calunnia a rovinarlo. A malgrado di siffatte querele il marchese di Pescara volle entrare in Mlano. Lo Sforza chiedeva soltanto che si aspettasse la risposta di Sua Maestà cesarea; che se quella comandava che egli fosse privato dello Stato, era pronto a tutto cedere. Il Pescara ricusò di aspettare, mandò tremila Tedeschi ad assediare il castello, ove il povero duca s'era ricoverato, e da mille altri Tedeschi e cinquecento Spagnuoli fece occupare Cremona . I nostri cronisti proseguono a dire che il duca, assediato nel castello di Milano, faceva spesse sortite con grave danno de' Cesariani, mentovando un curioso cambio di prigionieri: il duca rimise liberi cinquanta Lanschinetti per cinquanta vitelli .
In queste turbolenze e desolazioni dello Stato di Milano, la disegnata lega pensava seriamente a prevenire il pericolo di divenire bersaglio delle vendette di Cesare, e Cesare stesso non ne ignorava gli sforzi ed i pericoli; laonde, per allontanare il turbine che andavasi formando, rivolse l'animo a trarre il pontefice in una nuova alleanza per distaccarlo della contraria; il che tuttavia non ebbe effetto per volersi troppo pretendere da ambe le parti. Uno però degli accordi più importanti a quest'oggetto fu il trattato conchiuso della liberazione del re Francesco, mosso l'imperatore a ciò fare dal vedere collegati contra di sé tutti i principi d'Italia. Ma l'affare, per la esorbitanza delle condizioni, andò lento. Perciò, scrive il Muratori , esso re, mal sofferendo questa gran dilazione, e forse più per non averlo mai l'imperatore degnato di una visita, cadde gravemente infermo, sino a dubitarsi di sua vita. Allora fu che l'augusto Carlo, non per generosità, ma per proprio interesse, andò a visitarlo, e di sì dolci parole e belle promesse il regalò, che a questa sua visita fu poi attribuita la di lui guarigione. È qui da notarsi col Guicciardini che Carlo V operò col suo prigioniero, come Ponzio Sannita co' Romani alle Forche Caudine. Non l'oppresse né lo trattò con generosità. Conveniva o lasciar libero il re Francesco colla generosità di un gran monarca, scortandolo con pompa ed onore sino a' suoi confini, senza condizione alcuna e senza fasto insultante; ovvero conveniva tenerlo prigioniero, e frattanto invadere la Francia, staccarne porzione pel duca di Borbone, invitare Enrico VIII a staccarne altretanto; indi lasciare sul rimanente del regno un re liberato dalla prigionia e tributario dell'imperatore. Carlo V prese il partito di mezzo, che riuscì, come sempre, il peggiore. Vi fu chi gli consigliò il primo generoso spediente; ed il parere di quell'accorto politico fu ricusato come un'idea romanzesca dalla pluralità del consiglio di Stato. La condizione de' monarchi è tale, che debbesi ascrivere a molta lode dell'imperatore Carlo V che avesse uno nel suo consiglio capace di pronunziare una tale opinione. In vece si ritenne prigioniero il re; ebbe questi a soffrirne due malattie, dovette sopportarne molte umiliazioni, sottoscrisse un trattato vergognoso, e a Carlo V non lasciò poi che una carta inutile, scritta da un inimico irreconciliabile. (1526) Nel giorno adunque 17 di gennaio (epilogherò questa grand'epoca colle succose parole del Muratori) dell'anno 1526, e non già di febbraio, come ha il Guicciardino e il Belcaire, suo gran copiatore, seguì in Madrid la pace fra que' due monarchi, con aver ceduto il re a Cesare tutti i suoi diritti sopra il regno di Napoli, Milano, Genova, Fiandra ed altri luoghi, e con obbligo di cedergli il ducato della Borgogna con altri Stati, per tacere tante altre condizioni, tutte gravosissime al re cristianissimo. Il gran cancelliere Mercurino da Gattinara, siccome quegli che detestava sì fatto accordo, ben prevedendo quel che poscia ne avvenne, con tutto il comando e l'indignazione di Cesare, non volle mai sottoscriverlo, allegando non convenire all'uffizio suo l'approvar risoluzioni perniciose alla corona. Il tempo comprovò per vero il suo giudizio. Fu poi, nel principio di marzo (altri vogliono il giorno 21 di febbraio) condotto il re ai confini del suo regno, e rimesso in libertà; e consegnati per ostaggio a Carlo V il Delfino e il secondogenito del cristianissimo, finché fosse, entro un tempo discreto, data piena esecuzione al concordato, con obbligarsi il re di tornare personalmente in prigione quando non si eseguisse.
Capitolo XXV
Francesco II Sforza bloccato nel castello di Milano.
Sollevazioni e stato miserabile de' Milanesi.
Campo della Lega a Marignano.
Morte del Borbone, e saccheggio di Roma.
Disfatta de' Francesi. Pace di Cambrai
(1526) Continuava il duca Francesco Sforza a starsene bloccato nel castello di Milano, d'onde coll'artiglierie, non che colle uscite, inquietava gli assedianti. Nella città comandavano Antonio de Leyva e Alfonso d'Avalo marchese del Vasto, succeduti al Pescara, e anche l'abate di San Nazaro. La plebe amava il superstite unico rampollo de' principi sforzeschi. La sua bontà, il valore che aveva dimostrato, la memoria delle guerre e dei mali sofferti sotto un'estranea dominazione, la serie delle sue sventure, la oppressione in cui tenevasi, tutto disponeva l'animo del popolo ad odiare i Cesariani. S'aggiunse la vessazione incessante colla quale il Leyva ed il marchese del Vasto imponevano taglie, oltre il peso dell'alloggio degl'indiscretissimi soldati. Per lo che, saccheggiate le terre, esausti i sudditi, emigrati i coloni, tutto portava all'impazienza, onde colla forza rispingere la forza. Così accadde; e forse correva il pericolo di una totale distruzione l'armata cesarea, se i nobili avessero secondati i movimenti popolari, invece di reprimerli. Il giorno 24 aprile del 1526 cominciò a rumoreggiare la plebe verso il Cordusio, per avere i fanti della guardia di corte commesse delle violenze nella casa di un popolare, il quale gli discacciò a sassate. I fanti vennero soccorsi da altri compagni, i vicini si unirono in armi; si fece un grido nel contorno: all'armi, all'armi, e si dilatò. Il giorno 25 il movimento divenne maggiore; la plebe sforzò le porte della corte, e poiché erano chiuse, le bruciò; rimasero molti morti, dal castello si fece una sortita, gli Spagnuoli erano confusi. Un solo uomo di autorità si pose a governare il movimento popolare, e fu messer Pietro da Pusterla, il quale fu forse il solo nobile che prese questo partito: così il Burigozzo. Accerta poi il Grumello che il popolare derubato al Cordusio era un artigiano sellaro; che venne dal popolo saccheggiata la corte; bruciate tutte le carte che vi si trovavano; forzate le carceri, e data la libertà ai prigionieri. Antonio de Leyva e il marchese del Vasto si appiattarono ne' loro alloggiamenti in Porta Comasina, facendo barricare con carri le strade all'intorno, presidiandole e ponendovi artiglieria. Il popolo tutta la notte fu in armi, e alla più larga imboccatura delle strade barricate con grande animoso impeto si spinse; ma i cannoni l'obbligarono a piegare. Dal castello fecero un'uscita gli Sforzeschi verso Porta Vercellina, ma la sostennero i tremila Tedeschi che custodivano il passo. Le truppe cesaree ch'erano di fuori, parte chiamate, parte accorse all'annuncio del tumulto, irruppero nella città, e la strada chiamata dell'Armi (ossia degli Armorari)perché vi si trovavano molte officine e fondachi d'armi, in allora doviziosissimi, posero a sacco . S'interpose Francesco Visconte, uomo di somma autorità, e venne fatto in nome di Cesare un proclama, per cui dichiarossi che non si sarebbero mai più imposte taglie, che non si sarebbe castigato alcuno pel tumulto seguìto, né posto quartiere in città per nessun soldato, fuori che la guardia del castello; che nessun Lanschinetto sarebbesi veduto girare per la città, se non per necessità, ed unicamente colla spada e nessun'altr'arme.
I capitoli per timore accordati dal Leyva e dal marchese del Vasto non potevano rendere affezionato il Popolo ai soldati, né questi al popolo; e la memoria delle violenze usate, e della pertinace ostilità per cui si teneva bloccato il duca, teneva pronti ad avvampare di nuovo i principii di una guerra civile. Una sera, andando Antonio de Leyva per la contrada de' Bigli, vide un giovane con un giubbone di velluto verde, e gli disse: Che fai qui? vieni con me. Il Leyva era scortato da sessanta fucilieri. Il giovane rispose che non voleva altrimenti venire, e si pose in fuga; i satelliti del Leyva lo uccisero. Un altro giovane, sentendo il rumore, uscissene di casa colla spada, e venne pure ucciso dai satelliti; altri concorrendo, si fece un grido: Italia, Italia! Il dì 16 di giugno il tumulto fu assai grande, e tutta la notte fu la città sulle armi, e si sparse sangue alla Scala e in Porta Vercellina, e si fecero barricate attraverso le vie della città con travi, fascine, botti, ec.; e la domenica, 17 giugno, essendo gli Spagnuoli collocati sul campanile del Duomo, donde facevano i segnali, la plebe si avventò contro la guardia di corte, ed il capitano di essa, fingendosi favorevole ai Milanesi, diede loro il Santo, colquale contrasegno li assicurò che quei del campanile l'avrebbero consegnato senza opporsi. La plebe credette, e spedì un certo Macasora, il quale salì, credendosi sicuro col nome del Santo; ma in riscontro ebbe un'archibugiata, che lo distese morto: il che veduto dal popolo, tanto sdegno prese pel tradimento, che, posto gran fuoco sotto di quella torre, arrostì coloro che la presidiavano, indi s'impadronì del capitano, e lo ammazzò tra il campanile e la guardia di corte. Vi rimasero morti centotto soldati. Gli Spagnuoli diedero fuoco a diversi quartieri della città, alla Scala, alle Cinque Vie, al Bocchetto. La plebe allora si smarrì, tanto più che non aveva alcuno alla testa che la reggesse; e molti cittadini, entrati nelle stalle del marchese del Vasto, montarono su que' cavalli e fuggirono lungi da Milano. Pareva Troia. Ardeva molta parte della città, ciascuno era occupato a salvare la sua roba, gli Spagnuoli ed i Lanschinetti rubavano e disarmavano: tutto era rovina . Il Bugati così descrive la situazione della nostra città circa questo tempo: Stava allora la città di Milano tutta sotto sopra, essendo ogni giorno i Milanesi alle mani cogli Spagnuoli et co' Tedeschi, per le insopportabili gravezze et mali portamenti, in maniera che per tre notti (per intervallo di qualche giorno) si combatté continuo, aiutando i suoi fin le donne dalle finestre... Raffreddati i petti de' Milanesi, et deposte le armi per aver promesso il Leyva e il Vasto di non imporre al popolo più gravezza, pian piano detti capitani astutamente fecero venire alla città il restante delle copie loro, sparse per varii luoghi dello Stato, et rompendo ogni fede, accrebbero le taglie maggiori ai mercanti et a tutti quelli che parve loro, eseguendo i soldati proprii le commissioni: il che fu cagione che rinnovarono i tumulti, e si venne all'arme. Ma assaltata la città davanti et da dietro, cioè da quelli dell'assedio et dalla nuova milizia entrata, che prese le porte, stettero sotto i Milanesi, parte banditi, altri proscritti, altri imprigionati, altri tormentati, et altri assassinati: di sorte che non fu ingiuria, oltraggio, danno et crudeltà che i Milanesi non soffrissero dagli Spagnuoli et da Tedeschi .
Fino dal giorno 17 maggio 1526 erasi fatta la lega in Cugnac fra il papa, il re di Francia ed i Veneziani, per liberare l'Italia da tante ostilità, ricuperare il ducato di Milano a Francesco Sforza, e ridurre in libertà i figli del re, ostaggi di Carlo V. Abbiamo da Sepulveda che Francesco I, appena liberato dalla prigionia e giunto nel suo regno, trovò un breve del papa, in cui, dopo essersi rallegrato della sua liberazione, lo esorta che, siccome ha ricuperato coll'integrità del regno la libertà del corpo, così dovesse riprendere la libertà dell'animo, al fine di provvedere alla dignità e al comodo proprio, e al bene pubblico del regno; che nel tempo della sua prigionia avesse fatta qualche promessa per forza o per timore, quella non era da attendersi: Qua in re, ne forte, impeditus religione, timidius ageret, se illum jurejurando; si quod forte Carolo ad suam fidem adstringendam dedisset, auctoritate apostolica liberare; proinde quasi re integra, nullo jurejurando, nulla fide data, fortiter de suis rebus statueret. Multa praeterea in hanc, ut gentium, sic divino juri adversam sententiam, mandatis, per epistolam, addit, omnia persecutus quibus ille ad negligendum jus gentium, fallendamque fidem produci posse videretur . Ilre, contentissimo per questo breve, aderì alla lega, approvò quanto aveva fatto il suo ambasciatore in Roma, Alberto Pio; e, caldo per la voglia che si scacciassero onninamente dall'Italia tutti gli Spagnuoli e Cesarei, accondiscese a questo ancora: Ne Gallo quidem regi ullum esset in Italos imperium, sed annuis tributis esset contentus aureorum millium quinquaginta, quae ipsi a duce mediolanensi, septuaginta vero quae a rege neapolitano, Italorum suffragio deligendo, penderentur . Ilgiorno 24 di giugno, dedicato a san Giovanni Battista, giorno solenne per Firenze, patria e sovranità del papa, era destinato dalla santa lega a portar la guerra nel Milanese, per soccorrere il duca Francesco, rinchiuso nel castello di Milano già da sette mesi. Il duca d'Urbino, Francesco Maria, comandava le truppe de' Veneziani, e Giovanni Medici le pontificie. Clemente VII però non volle comparire aggressore, e scrisse a Carlo V un breve, rammemorandogli le attenzioni che gli aveva usate, le ingiurie che da esso aveva sofferte, il mancare ai trattati, l'ambizione di conquistare l'Italia, e turbare la pace de' cristiani, torti ch'egli attribuisce all'imperatore, dicendo che, dopo d'avere senza alcun profitto tentata ogni via per calmarlo, costretto, suo malgrado, a prendere le armi, attestava Dio che lo esortava a pensare a dar pace, ed ascoltare sentimenti più umani, e provvedere alla propria fama. Questo breve venne spedito al nunzio presso di Cesare, ch'era l'elegante prosatore e poeta Baldassare Castiglione. Tre giorni dopo il papa si pentì d'aver fatte delle accuse insussistenti, et alteram epistolam mittit aequiorem et moderatiorem perpaucis verbis in eamdem sententiam, sed calumniis ex parte sublatis , acciocché, se era in tempo, sopprimesse il primo breve e presentasse quest'ultimo; ma il Castiglione avea già eseguito il primo comando. L'imperatore pubblicò la lettera del papa e la risposta, la quale conteneva che non era stato superato dai benefizi del papa; anzi nulla aver fatto il papa che non contenesse l'utilità del papa istesso. Avere santamente osservato Cesare i trattati. Aver sempre operato per la tranquillità e la pace fra' cristiani; non mai aver fatto la guerra se non provocato. Si maravigliava come il sommo pontefice facesse menzione di turbamento della pubblica pace, nel mentre ch'ei stesso, in mezzo alla quiete universale, aveva sollecitate le città e i principi cristiani alla guerra, e il re di Francia a violare i trattati e gli stessi giuramenti; la qual sorta di consigli non pareva si dovesse aspettare da quello che rappresenta il vicario di Cristo, autor della pace. Finalmente rispondeva che, se il papa brama la pace, ciò dipende da lui; lasci le armi che ha imbrandite a danno proprio e dei suoi, e l'imperatore si dichiara pronto ad ogni equa condizione di pace. Se poi, invece di voler la pace, persiste a promovere il disordine, l'imperatore se ne appella al futuro sacro ecumenico Concilio, e prega il sommo pontefice, in un tempo che lo rende necessario alla religione per le dissensioni teologiche, e alla repubblica cristiana per la sua tranquillità, a volerlo convocare; e ne lo prega in nome di Dio immortale. Che se ricusava d'ascoltarlo, Cesare, autorizzato dal rifiuto e dalle leggi, si sarebbe servito del suo potere per porre rimedio a tanti pubblici mali. Tale è il transunto del cesareo manifesto che allora venne pubblicato, e che si riferisce dal Sepulveda .
Durante questo carteggio tra il papa e Carlo V, i Veneziani, comandati dal duca d'Urbino, presero Lodi per sorpresa, e con segreta intelligenza di Lodovico Vistarini, stipendiato cesareo, che tradì il suo padrone. I Pontificii a tale annunzio passarono il Po a Piacenza e si unirono co' Veneti; e tutti di concerto posero il campo a Marignano. Frattanto i cittadini milanesi, spogliati delle armi e costretti ad alloggiare nelle loro case i soldati, che ne depredavano a man salva ogni cosa, furono ridotti a tali estremi, che non rimaneva altro rimedio, fuorché cercare di fuggirsi occultamente da Milano, perché il farlo palesamente era proibito. Onde, per assicurarsi di questo, molti dei soldati, massimamente spagnuoli, perché nei fanti tedeschi era più modestia e mansuetudine, tenevano legati per le case molti de' loro padroni, le donne e i piccoli fanciulli, avendo anche esposto alla libidine loro la maggior parte di ciascun sesso ed età. Però tutte le botteghe di Milano stavano serrate; ciascuno aveva occultate in luoghi sotterranei o altrimenti recondite le robe delle botteghe, le ricchezze delle case, gli ornamenti delle chiese... d'onde era sopra modo miserabile la faccia di quella città, miserabile l'aspetto degli uomini, ridotti in somma mestizia e spavento; cosa da muovere ad estrema commiserazione, ed esempio incredibile della mutazione della fortuna a quegli che l'avevano veduta poco innanzi pienissima di abitatori, e per la ricchezza dei cittadini e per il numero infinito delle botteghe ed esercizi, per l'abbondanza e dilicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le superbe pompe e sontuosissimi ornamenti così delle donne come degli uomini, e per la natura degli abitatori, inclinati alle feste ed ai piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia, ma floridissima e felicissima sopra tutte le altre città d'Italia . In Milano non vi era che penuria e desolazione; e la fuga stessa non era sufficiente presidio, poiché gli Spagnuoli diroccavano le case dei cittadini che altrove ricoveravansi. Riuscì tuttavia di conforto ai Milanesi l'impensata spedizione da Madrid del duca di Borbone con centomila ducati per le paghe dell'esercito, sembrando loro che tale sussidio potesse mitigare in parte tante gravezze ed acerbità. Egli avea la promessa dall'imperatore di essere investito del ducato di Milano, qualora ne scacciasse lo Sforza . Il Borbone, che sotto Francesco I dieci anni innanzi era stato governatore di Milano, venne accolto come un padre dai Milanesi, che da lui solo speravano la cessazione de' mali enormi cui erano sottoposti. Il Guicciardini reca per esteso le supplicazioni fattegli dai principali cittadini milanesi , ai quali il duca rispose commiserando la loro infelicità; ma aggiunse che il solo mezzo di tenere in freno i soldati era quello di pagarli; che non bastando il danaro che avea seco recato per soddisfare gli stipendi arretrati, gli abbisognavano ancora diecimila ducati, paga d'un mese, mediante la qual somma avrebbe fatta uscire dalla città tutta la soldatesca. Con molto stento si radunò questa somma dai Milanesi, e il duca, nel riceverla, promise di far uscire dalla città i soldati, aggiungendo che se mancava, Dio lo facesse perire la prima volta che si presentasse al nemico. Siconsiderò dal volgo come una punizione celeste la morte che Borbone incontrò poi nello scalare le mura di Roma nel 1527, perché non fu leale alla fatta promessa. Guicciardini conviene che il duca di Borbone diede le disposizioni perché fosse tolto l'alloggiamento militare dalla città; ma ciò non ebbe effetto, o non tenendo conto Borbone della sua promessa, o non potendo, come si crede, resistere alla volontà e alla insolenza dei soldati, fomentati anche da alcuni de' capitani, che volentieri o per ambizione o per odio, difficoltavano i suoi consigli .
Intanto il duca Francesco II trovavasi a mal partito, mancando omai di viveri nel suo castello. Quindi fece uscire ducento uomini di notte, i quali attraversarono, dove meno era custodito, il passo, e quasi tutti giunsero all'armata de' collegati, rappresentando loro la estremità alla quale era ridotta la guarnigione, alleggeritasi anche a tal fine con questa diminuzione. S'avanzarono verso Milano i collegati, e posero il quartiere al Paradiso, di contro a Porta Romana. Dopo tre giorni Giovanni Medici si presentò alla porta, e co' cannoni cominciò a tentare di atterrarla e farsi adito. I Cesarei invece spalancarono la porta. Questo fatto sorprese gli aggressori, i quali, temendo insidia, non osarono di entrare; all'opposto uscirono i Cesarei e fecero piegare il Medici co' suoi; per lo che l'indomani tornarono i collegati a scostarsi ed a ristabilire il campo a Marignano, aspettando il soccorso degli Svizzeri che stava per mandare la Francia. Sicché l'infelice Francesco Sforza, mancando totalmente di viveri, de' quali appena era rimasta la provvisione di un sol giorno, si trovò costretto ai 24 luglio di rendere il castello di Milano per capitolazione, salva la vita, la libertà e la roba sua e di buon numero di nobili che quivi avevano voluto correre la fortuna del loro principe. Nella capitolazione erasi convenuto che la città di Como si lasciasse allo Sforza con trentamila annui ducati, infino a che Cesare avesse conosciute e giudicate le accuse fatte alla fedeltà del duca; ma ceduto ch'ebbe il castello, se gli mancò dai Cesarei alla promessa. Il duca Francesco passò nel campo degli alleati, indi a Lodi, nella quale città, cedutagli dai Collegati, ratificò per istrumento pubblico la Lega Italica stabilita nel congresso di Cugnac. Breve fu la dimora dello Sforza in Lodi, mentre giunti finalmente a Marignano quattordicimila Svizzeri assoldati dalla Francia in soccorso degli alleati, non fu loro difficile, dopo diversi attacchi e vigorose ripulse, di costringere Cremona alla resa. Questa seguì ai 25 settembre del 1526, coll'uscir libero il presidio, a patto che per un anno non guerreggiasse nella Lombardia. Cremona fu pure dai Collegati consegnata al duca Francesco Sforza. Alla nuova dell'arrivo del rinforzo svizzero a Marignano, con che l'esercito della Lega s'accrebbe a più di trentamila fanti, oltre la cavalleria parimenti superiore di numero alla Cesarea, le forze imperiali, limitate a cinquemille Spagnuoli, quattromila Tedeschi e circa seimila cavalieri, si accamparono fuori di Milano, onde star meglio in guardia contro un nemico tre volte più poderoso e una città male affetta.
Oltre gli Svizzeri venuti in rinforzo dell'armata collegata, non indugiò il re di Francia in quel torno a spedire in aiuto di essa, giusta i patti, quattromila Guasconi, quattrocento corazzieri, e quattrocento cavalleggieri sotto il comando del marchese Michele Antonio di Saluzzo. L'imperatore Carlo V, per impedire la guerra, col mezzo di Ugo Moncada, avea fatto al papa Clemente la proposizione di dargli lo stato di Milano in deposito, frattanto che si esaminasse la causa dello Sforza; che se egli fosse conosciuto innocente, subito gli si consegnasse il ducato; se poi fosse giudicato fellone, allora Cesare ne avrebbe investito, non già Ferdinando suo fratello, ma il duca Carlo di Borbone: tanto era egli alieno dal volerselo appropriare. Ma Clemente VII, confidando nella Lega, nemmeno questo partito volle ascoltare . Il Moncada si portò verso il regno di Napoli, si unì ai Colonnesi, fece una scorreria in Roma; il papa tremava in castel Sant'Angelo senza soldati e senza viveri; né sperando altronde pronto soccorso, cercò allora l'amicizia di Cesare, e richiamò le sue truppe.
Intanto che il pontefice, seguendo il suo costume, si piegava a nuovo partito a seconda degli avvenimenti, l'esercito della Lega, reso potente pei successivi rinforzi pervenutigli, si lusingava di espugnar Milano colla fame, cingendola da più lati per chiudere ogni adito alle vittovaglie, quando seppe che Giorgio Frandsperg nel Tirolo radunava un armamento in soccorso degli Imperiali; il quale infatti nel mese di novembre discese dal Tirolo in Italia con tredici in quattordicimila fanti tedeschi, radunati colle promesse di gran preda; e per il Mantovano giunse a Borgoforte sulla riva del Po. Cambiaronsi allora le speranze dei Collegati, e passarono dalla guerra offensiva alla difensiva, in modo che il duca d'Urbino, lasciati in Vaprio i Francesi e gli Svizzeri sotto il comando del marchese di Saluzzo, accorse col restante dell'esercito a far argine ai Tedeschi; ma il pronto accorrere dei Collegati non valse a trattenerli, mentre essi piombarono sul Piacentino, non curandosi di Milano, già ridotto all'estrema indigenza, risoluti di passare al saccheggio di Firenze e di Roma. Quest'esempio eccitò ben presto un'egual brama nei soldati cesarei accampati nel Milanese: e l'estrema scarsezza dei viveri fra di noi fece nascere un generale fermento ne' soldati, che attribuivano al papa i disagi e i mali che sofferivano, e costrinsero i comandanti a marciare con essi a quella vòlta . Il Borbone, confidato il Milanese al Leyva, si pose alla loro testa. I soldati l'adoravano. Egli soleva dir loro: Figliuoli miei, sono un povero cavaliere, non ho un soldo, né voi ne avete: faremo fortuna insieme. Una così impensata e potente irruzione di queste forze riunite costernò maggiormente l'animo di Clemente VII, sì che acconsentì ad una tregua di otto mesi coll'imperatore, stipulata coll'opera del vicerè Lannoy, luogotenente cesareo per l'Italia. Spedì allora il Lannoy incontro agli Imperiali coll'ordine di non inoltrarsi, atteso l'armistizio concluso, sotto pena d'infamia. Ma l'armata, pronta a marciare senza capitani, minacciò di uccidere chi parlasse di ordini contrari. Sepulveda porta opinione che il Borbone accettasse il comando di questa armata per disperazione di miglior partito, attesa l'assoluta deficienza degli stipendi; al che concorda eziandio il Grumello .
(1527)Partì adunque da Milano il Borbone verso la metà di gennaio del 1527, e andò ad unirsi verso Piacenza coi Tedeschi di Giorgio Frandsperg, seco conducendo cinquecento uomini d'arme, molti cavalli leggieri, quattro o cinquemila Spagnuoli, e circa duemila fanti italiani; i quali, uniti co' tredici o quattordicimila fanti del Frandsperg, formarono un potentissimo esercito; e d'accordo si proposero, come fecero, d'inoltrarsi a Firenze ed a Roma, depredando e saccheggiando per via tutte le città e luoghi del loro passaggio. Il Frandsperg si ammalò in cammino, e fu trasportato a Ferrara per farsi curare. Chi il disse colà morto di apoplessia nel mese di marzo 1527 , fu indotto in errore, mentre trovansi lettere di questo capitano dei Tedeschi, in data di Milano, delli 25 luglio dell'anno seguente . Il Borbone, costante nel suo proponimento, messosi alla testa di tutta quell'armata, attraversò rapidamente gli Appennini, e s'incamminò verso Firenze. La qual città trovando egli, fuor d'ogni suo avviso, ben munita e pronta alla difesa, avendo l'armata della Lega vicina, neppur tentò di accostarvisi . Giunto sotto Roma, il duca spedì un araldo chiedendo al papa che mandassegli alcuno per concertare seco le condizioni della pace. Ma nemmeno si permise che l'araldo entrasse in città: tanto credevansi il papa e i Romani sicuri, perché i Cesarei, senza artiglieria e mancanti di tutto, non potevano fare assedio né persistere, essendo vicino e pronto al soccorso l'esercito confederato. Questa estremità di miseria de' Cesarei fu appunto motivo della presa di Roma, poiché la tentarono con sommo impeto, da disperati.
Sembra che Carlo V nulla sapesse della spedizione intrapresa dal suo esercito d'Italia contro Roma, né che fosse in sua potere di liberare il papa. L'esercito era composto di gregari stranieri, che non erano sudditi dell'imperatore, che non erano pagati da lui, e che non conoscevano se non i loro generali, e il Borbone sopra tutti. Le armate allora erano collettizie, e radunate per un tempo e per un oggetto determinato. Il viceré Lannoy, a nome dell'imperatore, tentò invano di distogliere il duca di Borbone dall'impresa, ed altamente riclamava l'osservanza della tregua da lui fatta con Clemente VII in nome cesareo. A Carlo V né dovea né poteva piacere la mossa del Borbone e dell'esercito suo verso di Roma, se non per altro, perché nessun utile egli ritraeva dalla oppressione del papa, e sommo odio acquistavasi presso tutta la cristianità.
Per vessarli da prima col timore e coll'agitazione; quindi, dopo che essi si sarebbero colla consuetudine spogliati di quel vano timore, offenderli con maggiore sicurezza, allorché fosse sembrato opportuno assalire i nemici con vera battaglia. Sepulveda, p. 166.
In Pavia mancava la polvere. Perciò i Cesarei staccarono sessanta cavalieri spagnuoli, ciascuno dei quali portava all'arcione un sacchetto di polvere. Questi, incamminatisi verso Pavia, caduti in mezzo ai Francesi, dieder loro a credere d'esser del signor Gian Giacomo Medici; al che venne prestata fede, e così portarono quel soccorso a Pavia. Le truppe del Medici servivano la Francia, come presentemente farebbero le truppe leggieri di Ussari, Croati, Ulani, Calmucchi, Cosacchi; e, poco avvezze alla militare disciplina, erano sconosciute all'esercito, col quale guerreggiavano colle scorrerie, anzi che colla riunione in un solo corpo d'armata. Il Medici, ferito d'archibugiata in una coscia il 20 febbraio, mentre cercava di rappresagliare alcuni Pavesi, fu trasportato a Parma per essere medicato, e così evitò fortunatamente il destino della battaglia 24 febbraio. (Cronaca di Martino Verri, e Tegio).
Bugati (lib. VI, p. cit.) dice che il d'Alençon, giunto di lungo in Francia, convinto di malvagio animo contro il suo re, gli fu poi tagliata la testa. Ilche è dimostrato falso dai Maurini: Art de vèrifier les dates, p. 573, i quali scrivono che nel tempo della prigionia del re Francesco I il conte d'Alençon, Carlo Borbone, avo di Enrico IV, fu capo del Consiglio di Reggenza nella Francia.
Non soffrì che gli si facesse pubblicamente, secondo il costume, alcuna congratulazione, né egli si abbandonò all'allegrezza, ma la gioia moderatamente sostenne colla sua gravità. Sepulveda, p. 171.
Per cagione dell'ingiuria della figlia negletta, la quale essendo stata promessa a Carlo non ancora giunta a legittima e matura età, egli realmente non trascurò, ma per giuste cagioni pospose ad Isabella, figliuola di Emanuele re di Portogallo.
Che non ricusi di dare alcuna fede, alcun giuramento, alcun numero di ostaggi, purché in libertà possa ricuperarsi; perciocché facilmente potrà impetrare l'assoluzione del giuramento del pontefice massimo, capo della congiura, il quale ultroneamente egli stesso quell'assoluzione concederà.
P. 177. Sibi esse in animo, si qua ratione iniri possit, Italiam a crudeli dominatu et intolerabili avaritia Barbarorum in libertatem asserere; de quorum in Italos animo, fideique eorum in se opinione, si non aliunde Marchio didicisset, tamen domestico, suoque exemplo potuisse nuper edoceri, cum de transvehendo in Hispaniam Gallorum Rege tam diligenter fuisset a Carolo Caesare celatus, propter suspectam ipsius, ut caeterorum Italorum, fidem. Qua Barbarorum suspcione Itali, si qua ratio dignitatis haberetur, satis sui officii admoneri possent; nam cui dubium esse suspicionem illam ex timore barbarorum ortam, ne Itali resipiscant aliquando, et vires suas orbi reliquo, adsit modo concordia, non tolerandas agnoscont, et memores veteris majorum gloriae, unanimes ad arma concurrant, et Italiam, ab ipsis Barbaris servitute oppressam, vindicent in libertatem?
(Avere in animo, se in qualche modo far si potesse, di liberar l'Italia dalla crudele dominazione ed intollerabile avarizia de' Barbari; del cui animo contro gl'Italiani e della opinione che quelli avevano della loro fede, se il marchese non ne fosse altronde ammaestrato, avrebbe potuto con domestico ed anzi suo proprio esempio recentemente istruirsi, quando fu così diligentemente tenuto al buio da Carlo Cesare intorno al trasportare in Ispagna il re di Francia, a motivo della sospettata fede di lui e degli altri Italiani. Dalla qual sospezione de' Barbari gl'Italiani, se alcun riguardo di dignità si avesse, sarebbero abbastanza avvertiti del dover loro: imperocché a chi poteva esser dubbio, nascere quella sospezione dal timore concepito dai Barbari, che gl'Italiani non faccian senno una volta e conoscano essere le proprie forze, purché siavi fra loro concordia, irresistibili al resto del mondo, e memori dell'antica gloria dei maggiori, corrano unanimi all'armi, e rivendichino in libertà l'Italia, oppressa dal servaggio degli stessi Barbari?)
Praemium suae virtutis, consensu Italiae, regnum Neapolitanum accepturus: (Che ricevuto avrebbe, col consentimento dell'Italia, in premio del suo valore il regno napoletano): Sepulveda, p. 178. Notisi che il Pescara era Italiano bensì, ma la casa d'Avalos, originaria di Catalogna, era spagnuola, stabilita in Napoli dagli avi suoi sotto Alfonso I, avanti la metà del secolo XV.
Il pontefice, con alcuni argomenti fallaci, ma dedotti da una specie di diritto, si sforza di persuadere al marchese che piamente e santamente poteva da esso commettersi quella sceleratezza. Sepulveda, p. 181.
La risposta di Cesare a Catilina, che lo invita ad associarsi a lui, è nobilissima: Je ne peux te trahir, n'exige rien de plus. Catilina, de M. de Voltaire, acte II, sc. 3.
Intentatis tormentis, conjuratorum consilia plenius et apertius indicata. (Adoperati i tormenti, conosciuti più ampiamente e chiaramente i disegni de' congiurati) Sepulveda, p. 1182.
Il duca Francesco II in un suo editto si doleva nel seguente modo delle proprie sciagure: Franciscus Secundus Sfortia Vicecomes, Dux Mediolani, etc. Posteaquam Divina Clementia, et sacratissimi Caroli Caesaris auxilium ad avitum paternumque Mediolanense restituti fuimus Imperium, tanta nos temporum calamitas et bellorum vis undique afflixit, ut difficile hactenus dijudicare possimus plus ne felicitatis in adipiscendo Statu, an eo jam adepto miseriae simus assecuti. Nam post Status recuperationem singulis annis renovato ab hostibus nostris bello, et quidem semper graviori atque acerbiori, perturbati adeo et vexati sumus, ut de nostra ac subditorum salute saepe numero fuerit pene desperatum; et ne ullum nobis respirandi tempus reliqueretur, accessit pestis post hominum memoriam saevissima etc. Passa indi a dire che, dovendo egli sborsare all'imperatore Carlo V la tassa per l'investitura del ducato, quindi impone che ogni feudatario o possidente fondi donati dal sovrano paghi il frutto di sei mesi del suo feudo o podere (MS. Belgioioso, Miscellanea, vol. I, num. 4). Dalla carta poi num. 6 dello stesso codice vedesi che impose anche un testone, ossia uno zecchino per focolare, et le subventione quale intendemo ne facciano tutte le persone ecclesiastiche del dominio nostro, eccettuati li reverendissimi cardinali.
(Francesco II Sforza Visconti, duca di Milano, ec. Poiché per divina clemenza e per l'aiuto del sacratissimo Carlo Cesare fummo ristabiliti nell'avito e paterno milanese dominio, tanto ci afflisse da tutte le parti la calamità dei tempi e l'impeto delle guerre, che difficilmente finora possiamo giudicare, se maggiore felicità conseguita abbiamo nell'acquistare lo Stato, o maggiore miseria dopo l'acquisto ottenuto. Perciocché, dopo di aver recuperato lo Stato, rinnovata essendo ogni anno dai nemici nostri la guerra, e sempre ancora più grave e più acerba, per tal modo fummo turbati e molestati, che più volte si perdette quasi la speranza della salute nostra e di quella dei sudditi; ed affinché alcun momento di respiro non ci fosse conceduto, si aggiunse una peste la più crudele che mai a memoria di uomini si provasse, ec.)
Nella qual cosa, affinché, forse trattenuto dalla religione, troppo timidamente non si conducesse, egli da quel giuramento, se alcuno per avventura dato ne aveva a Carlo per assicurare la sua fede, coll'autorità apostolica lo scioglieva; e quindi non altrimente che se la cosa fosse intatta, non dato alcun giuramento né alcuna fede, con fermezza stabilisse intorno agli affari suoi. Molte cose aggiunse inoltre in questa sentenza, non meno al diritto delle genti che al divino contraria, co' suoi mandati per lettere, tutti raccogliendo gli argomenti coi quali sembrava potersi indurre a trascurare il diritto delle genti ed a mancare di fede.
Che neppure il re francese ottenesse alcun dominio su gli Italiani, ma contento fosse degli annui tributi di cinquantamila ducati d'oro che pagati ad esso sarebbono dal duca di Milano, e di altri settanta che pagati sarebbono dal re napoletano, da eleggersi coi suffragi degli Italiani. Sepulveda, p. 188.
E mandò altra lettera più equitativa e più moderata, che in pochissime parole racchiudeva un eguale sentimento, ma tolte di mezzo in parte le calunnie.
Dopo la vittoria di Pavia il Borbone erasi recato a Madrid. L'imperatore voleva alloggiarlo con distinzione, e chiese al marchese di Villena il suo palazzo per l'alloggio di quel principe. Il marchese rispose: Non posso ricusar cosa veruna alla Maestà Vostra: unicamente la supplico di concedermi, che sloggiato ch'egli ne sia io, l'abbruci, come luogo infetto di perfidia e indegno d'essere abitato da uomini d'onore. GliSpagnuoli generalmente così giudicavano del contestabile duca di Borbone.
Borbonius, posteaquam nec a militibus ut ab incepto itinere ac proposito desisterent impetrare, nec eos, ut erat, stipendio non suppetente, praecarius imperator, coercere posset, non putavit nec ad suum officium et dignitatem, nec ad Caroli Caesaris rationes interesse ut ipse quoque ab exercitu discederet, ne si tanta multitudo sine imperio ferretur, obvia quaequae devastans atque diripiens, in omnem injuriam et maleficium intolerantius irrueret, et pontificiae ditionis populis, contra inducias factas et Caroli Caesaris voluntatem, longe gravius noceretur. Sepulveda, p. 215.
Ritrovandosi il Borbone di pessimo animo per non haver da dar paga allo exercito di Cexare, como più et più fiate li avea promisso, hebe deliberato di levar suo exercito de la Romandiola et pigliar il camino di la città di Florencia, pensando di aver danari da essa Repubblica. Grumello, fogl. 163.
[Il Borbone, poiché non poté impetrare dai soldati che dall'intrapreso viaggio e dal disegno proposto desistessero, né credette di poterli costringere, essendo egli precario comandante, mentre non correano le paghe, né giudicando che fosse convenevole al suo ufficio e alla sua dignità, anzi importante per i diritti di Carlo Cesare, che egli ancora dall'esercito non si partisse, affinché una truppa così numerosa, rimasta senza comando, non si portasse a devastare i luoghi che incontrava, o facesse qua e là irruzione in modo più intollerabile, rubando con ogni sorta d'ingiustizie e di malvagità, e si nuocesse così assai più gravemente, malgrado la tregua stabilita e la volontà di Carlo Cesare, ai popoli della giurisdizione pontificia, ec.]
Memorie storiche di Monza e sua corte, del canonico Antonio Francesco Frisi, tom. I, cap. XVII, p. 198, e tomo II, docum. 254, p. 230.
Mentre il duca di Borbone aveva condotte a Roma le principali forze di Cesare, e che stavasene il Leyva a Milano con pochi armati, i Veneziani s'innoltrarono, lo Sforza uscissene dal Cremonese, e si pensò di cogliere il momento per discacciare l'imperiale potenza dall'Italia. Anche il re cristianissimo a tempo assai opportuno, cioè verso la fine di luglio, mandò in Italia Odetto di Fois signore di Lautrec, con mille uomini di armi e ventiseimila fanti. Passò questi le Alpi con apparenza di liberare il papa; ma si trattenne in Lombardia, prese Alessandria e Vigevano, e s'impadronì della Lomellina. Genova pure ritornò a' Francesi, che ne affidarono il comando al maresciallo Teodoro Trivulzio. Tutte le altre fortezze erano rimesse nelle mani di Francesco Sforza, perché i Veneziani e gli altri collegati non avrebbero tollerato che rimanessero in potere de' Francesi. Lautrec pose l'assedio a Pavia. Il conte Lodovico Barbiano di Belgioioso la difendeva con diecisette bandiere d'Italiani, ma non complete, e tutti non formavano più di mille combattenti. Lautrec batteva la parte più forte, cioè il castello, affine di prendere tutto in un sol colpo. I cittadini pavesi odiavano i Francesi, e combattevano come soldati. Respinsero tre assalti con gloria, e nove insegne tolsero ai nemici. Il conte Lodovico ne rese informato il comandante supremo don Antonio Leyva, che governava Milano, e quello gli mandò a dire, che avendo fine a quell'ora riportato tanto onore e gloria contra i nemici, gli pareva ben fatto, e così lo consigliava, anzi gli comandava, per aver lui pochissima gente in aiuto della difensione di essa città, che vedesse col miglior modo che avesse saputo ritrovare, di lasciare la città in preda ai nemici, uscendone lui con la sua gente a salvamento; suadendoli ancor questo per il meglio con questa ragione, che, saccheggiando i nemici la città di Pavia, si sarebbero poi la maggior parte di loro dispersi con li bottini fatti in essa città, andando alle loro patrie ricchi, laonde non si sarebbero poi fatto stima di ritornar più al soldo de' Francesi, di modo che esso Lotrecco, ritrovandosi poi per detta causa con niuno ovver pochissimo esercito, sarebbe stato sforzato a lasciar l'impresa di gire a Napoli, come aveva supposto, la qual era di più importanza e di maggior danno che la perdita d'essa città. Avendo dunque avuto detto conte Barbiano detto avviso, anzi comandamento espresso, subito ricercò di avere e così ottenne da' Francesi salvo condotto . S'impadronirono pertanto i Francesi di Pavia il giorno 5 di ottobre del 1527; e a pretesto di espiar essi la precedente disfatta e la presa del loro re, la città fu crudelmente posta a sacco, e poco mancò che non rimanesse affatto distrutta. Il Lautrec il 18 ottobre abbandonò Pavia rovinata, e lasciando Milano bloccata e mancante di viveri, s'avviò a Piacenza, dove aggiunti alla Lega i duchi di Ferrara e di Mantova, proseguì la sua marcia alla vôlta di Napoli. Giovandosi il Leyva della partenza di Lautrec, uscì da Milano, respinse alcuni corpi nemici e s'impossessò di Novara, scacciandone il presidio sforzesco coll'aiuto di Filippo Torniello.
L'unico vantaggio che risultò da questi alternanti successi furono le trattative di pace intraprese tra l'imperatore Carlo V e Francesco I re di Francia. Ma sì bella speranza si dileguò quasi appena mostratasi; tantoché nel giorno 25 di gennaio del 1528 gli ambasciatori della Francia intimarono in nome della Lega nuova guerra all'imperatore, e si riaprì più terribile che mai questo marziale teatro, specialmente ad esterminio della misera Lombardia. L'imperatore, vedendo il re di Francia mancare francamente alle promesse e ai giuramenti, prese il ministro francese da solo a solo in Granata, e dissegli: Dica al suo re, ch'egli manca alla parola che mi ha data a Madrid, e pubblicamente e da solo; ch'egli non opera rettamente, né da un uomo bennato; e se lo nega, mi esibisco di provare in persona a lui la verità, e terminare la controversia col duello. Questa commissione diè luogo alla missione di due famose lettere tra i due sovrani, che ci furono conservate dallo storico Sepulveda .
P. 263 e sgg. - Sono esse le seguenti: «Franciscus Rex Gallorum Carolo Romanorum imperatori designato Hispaniorumque regi, salutem.
Renuntiatum mihi est a legatis quos ad te de pace misi, te, conditiones aequissimas aspernantem, excusationem attulisse, quod ego istinc violata fide profugerim; quamobrem ut meae famae consulam, quae falsis a te obtrectationibus et calumniis graviter impetitur hanc ad te provocandi causa epistolam mittere constitui. Nam licet nemo cui sint custodes impositi, data fide teneatur, qua ratione id meum factum vel sola purgari posset; tamen meae famae consultum esse cupiens, cuius magnam semper habui habeboque dum vita supererit rationem, ut hominum de me opinioni satisfaciam, sie tecum agere decrevi. Si me fidem datam violasse jactasti, vel jactas, aut contempta fama quidquam fecisse quod virum nobilem, bonae famae studiosum non deceat, te turpiter mentiri dico, et quoties dixeris mentiturum. Quoniam igitur falso meam famam laedere conatus es, nihil ampius mihi scribas, sed locum certamini idoneum, tutumque deligito; ego arma utrique deferam. Ac ne quid posthac femere in meam contumeliam voce vel scripto jactes, Deum hominesque testor per me non state quominus inter nos controversia singulari certamine dirimatur. Vale. Lutetiae, quinto kal. aprilis, Anno MDXXVIII».
«Carolus Romanorum imperator designatus, Germaniae Hispaniarumque Rex, Francisco Gallorum Regi S. D.
Epistolam tuam, cui dies erat adscriptus ad quintum kal. aprilis, mihi reddidit Gienna, caduceator tuus, sexto, idus junii, longo scilicet intervallo, ad quam eadem fere quae eidem caduceatori dixeram, rescribam. Quod legatis et caduceatoribus quos ad me de pace misisti, quaedam ad tuam contumeliam pertinentia me tibi, purgandi causa, jactasse scribis, ego nec caduceatorem tuum quemquam vidi praeter eum, qui Burgos ad me venit ut tuis verbis bellum nobis indiceret, nec erat cur me tibi, quem nunquam per injuriam offenderam, purgarem; te autem si nihil aliud, tua certe ipsius culpa accusat et condemnat. Quod autem fidem quam mihi dederas me requirere dicis, est, ut ais: requiro enim illam quam mihi Madritii foedere dedisti, te in meam potestatem, ut meum captivum, justo bello captum, rediturum nisi, liberatus, pacta conditionesque foedere acceptas perfecisses, ut scriptura publica tuaque manus testimonio est. Me vero jactasse te contra fidem datam ex custodia profugisse commentitium est; non ego in hoc tuam perfidiam esse dico, sed in eo quod foedus non servas, et jusjurandum fallis, in quo nulla est necessitatis excusatio: quam enim quisque fidem hosti dederit, temporibus adductus, hanc ut praestet jus gentium esse constat, et proborum hominum consuetudinem, qua sublata, tollitur ratio bella semel conflata sine summa hominum pernicie dissolvendi. Quod vero si te dico aut dixero fidem datam violasse aut contemta fama quidquam fecisse quod virum nobilem et bonae famae studiosum non deceat, me turpiter mentiri, et quoties dixero mentiturum, ego, quam sis coeteris in rebus quae ad me non pertinent boni nominis studiosus et officii cultor, non laboro; illud citra mendacium affirmo, quod fidem quam mihi Madritii tum publice, palamque, tum privatim separatimque dedisti, fallas, quod pacta foederaque et jusjurandum violes, te nec boni viri, nec generosi munere fungi; hoc si tu verum esse negabis, scriptura publica tuaque manu redarguente, non ego tuam illiberalem, vixque gregario milite dignam orationem imitatus, te turpiter mentiri dicam, quamquam hoc, me tacente, res ipsa loquitur, tuumque tibi factum, plurimum ab oratione discrepans, aperte dicit: profiteor autem me, ut caeterorum Christianorum sanguini parcatur, tecum de veritate armis viritim disceptaturum et controversias diremturum, ad quod dumtaxat te, qui cum meus captivus sis, pugnare cum altero praeter meam voluntatem communibus legibus prohiberis, idoneum reddo. Quod me amplius ad te scribere vetas, sed aequum tutumque pugnae locum praebere, teque dicis arma utrique deportaturum; patiaris oportet haec ad te scribi, tuaque malefacta, dum res postulat, memorari. De loro certaminis conditionem accipio, daboque operam, quantum erit in me, ut loco injuria omnesque absint insidiae. Erit autem idoneus locus, ut jam nunc nobis condicatur, in confinio regnorum nostrorum ad parvum sinum qui est inter Fonterabiam et Andajam, qua parte, et qua ratione inter nos convenerit, et ad parem conditionem tutamque ab insidiis rationem pertinere visum fuerit; quem locum nihil est quod recuses, cum ibidem et tu dimissus fueris, et filios foederis obsides tradideri; quo ex utraque parte viros nobiles et rei militaris peritos mittere licebit, quorum judicio omnia quae ad parem pugnandi conditionem pertinebunt, et utrius sit arma utrique deligendi, quod ego potius meum esse dico quam tuum, et dies pugnae et caetera quae ad negotium conficiendum faciant, constituantur. Tuum igitur erit ad haec primo quoque tempore respondere; quod si ultra quadragesimum quam tibi haec epistola reddita fuerit distuleris, jam omnes intelligent per te stare quominus singulari praelio decernatur. Vale Ex Montisone, pridie nonarum julii, Ann. Christi nati MDXXVIII».
Il Re Francesco non volle accettare la lettera, dichiarando che nessuna risposta avrebbe ricevuta, se non conteneva le uniche parole del luogo e del tempo pel duello.
Francesco, re de' Francesi, a Carlo destinato imperatore dei Romani e re di Spagna, salute.
Dai legati che a te ho spedito intorno alla pace, mi è stato riferito che tu, sprezzando le più eque condizioni, hai addotto la scusa che io di costà, violando la fede, sia fuggito; per la qual cosa, geloso di provvedere alla mia fama, gravemente da te attaccata con falsi rimproveri e calunnie, ho stabilito di mandarti questa lettera provocatoria. Perciocché, sebbene alcuno al quale sono date guardie per custodirlo, non sia tenuto alla data fede, per la quale ragione, anche sola, quello che da me fu fatto potrebbe purgarsi da qualunque taccia, tuttavia, bramando di meglio provvedere alla mia fama, della quale ebbi sempre ed avrò, finché vita mi rimanga, grandissima cura, ho stabilito di agire teco in questo modo, affinché all'opinione pubblica intorno alla mia persona soddisfaccia. Se tu ti vantasti, oppure ti vanti ch'io violata abbia la fede data, o che, sprezzatore della fama, alcuna cosa io abbia fatto che non degna sia di uomo nobile e della buona fama curante, dico che turpemente tu menti, e mentirai qualunque volta tu lo dicessi. Poiché adunque falsamente la mia fama ti sei sforzato di offendere, più non iscrivermi alcuna cosa, ma scegli un luogo al certame idoneo e sicuro: io porterò le armi per ambidue. E affine che più in avvenire di alcuna cosa non ti vanti temerariamente a mia contumelia, in voce né in iscritto, chiamo in testimonio Dio e gli uomini, che da me non dipende che la controversia tra noi diffinita non venga con singolare certame. Sta sano. Parigi, il quinto giorno delle calende di aprile dell'anno MDXXVIII.
Carlo, imperatore dei Romani designato, re della Germania e Spagne, a Francesco, re de' Francesi, salute.
La lettera tua, colla data del quinto giorno delle calende di aprile, recommi Gienna, araldo tuo, il dì sesto degl'Idi di giugno, dopo cioè un lungo intervallo, alla quale le stesse cose a un dipresso risponderò che già dette aveva alla stesso araldo. Quanto a quello che tu ora scrivi, che cogli ambasciatori e cogli araldi che a me mandasti intorno alla pace, io mi sia vantato di alcune cose che tornavano a tua contumelia affine di scusarmi, io né mai vidi alcun tuo araldo, fuorché quello che venne da me in Burgos, affinché colle parole a noi la guerra intimasse, né ragione vi aveva che io mi scusassi con te, che mai ingiustamente offeso non aveva: quanto a te, se pure niun'altra cosa, certamente la tua stessa colpa ti accusa e ti condanna. Quanto poi alla fede che data mi avevi, e che tu dici che io ora reclamo, la cosa è come tu dici; perciocché reclamo quella fede che a me con un trattato desti in Madrid, che tu esistente in mio potere, come mio prigione, pigliato in giusta guerra, saresti tornato, qualora, fatto libero, non avessi adempiuto i patti e le condizioni in quel trattato accettate, come lo attestano la scrittura pubblica e la soscrizione fatta di tua mano. Che io poi mi sia vantato che tu fossi dal carcere fuggito contra la data fede, ella è una pretta impostura: non dico io già che in questa consista la tua perfidia, ma bensì in quello soltanto che il trattato non mantieni, ed il giuramento hai violato; nel che addurre non si può alcuna scusa pet titolo di necessità: conciossiaché quella fede che chiunque data avesse ad un nemico dalla necessità de' tempi indotto, questa certamente egli dee prestare per diritto delle genti e per la consuetudine degli uomini probi, tolta la quale si toglie ancora la ragione di troncare le guerre una volta insorte, senza grandissima strage degli uomini. In quanto poi a quello che tu dici, che io villanamente mentisca, qualora io dica o pure dirò che tu hai violata la fede data, o che, sprezzando la fama, hai fatta cosa indegna di uomo nobile e della buona fama sollecito, che tante volte mentirò, quante volte il dirò; io non mi curo punto che tu sii in tutte le altre cose che a me non appartengono, studioso del buon nome e adempitore dei dovere; quello bensì senza alcuna menzogna affermo, che tu manchi alla fede che mi desti in Madrid, tanto in pubblico ed in palese, quanto privatamente ed in separato colloquio; che tu violi i patti e i trattati e il giuramento, ed in questo non ti mostri né uomo onesto né generoso: se tu negherai che questo sia vero, la scrittura pubblica e la tua mano deponendo contra di te, non imiterò già io la tua maniera di parlare illiberale e degna appena di un fantaccino, dicendo che tu menti turpemente, sebbene questo, anche in mezzo al mio silenzio, viene annunziato dalla cosa medesima, ed il tuo fatto, troppo dissonante dal tuo parlare, apertamente lo dichiara; professo tuttavia la massima che io, affinché si risparmi il sangue degli altri cristiani, teco verrò su la verità delle cose a discutere colle armi, e a definire le controversie; al che solamente, essendo tu mio prigioniero, e quindi dalle leggi comuni impedito dal pugnare con alcuno senza mio volere, ti rendo e ti dichiaro idoneo. Siccome poi mi vieti di scriverti piú oltre, ma m'inviti ad assegnare un luogo convenevole e sicuro alla pugna, e dici che tu le armi per l'uno e per l'altro porterai, è d'uopo che tu soffra che queste cose ti si scrivano e si rammemorino, mentre la cosa stessa il richiede, le tue azioni sconvenevoli. Io accetto la condizione relativa al luogo del duello, che, per quanto da me potrà dipendere procurerò che riparato sia da qualunque offesa, e che lontane sieno tutte le insidie. Sarà poi idoneo il luogo, a ciò che da noi venga fin d'ora stabilito, sul confine dei regni nostri, in quel piccolo seno che è situato tra Fontarabia e Andaia, da quella parte e in quel modo che tra noi si converrà e che sembrerà appartenere all'eguaglianza delle condizioni e alla sicurezza delle insidie. Il qual luogo tu non puoi in alcun conto ricusare, giacchè colà tu fosti lasciato libero e i figliuoli dèsti in ostaggi del trattato: in quel luogo dall'una e dall'altra parte sarà lecito il mandare uomini nobili e periti delle cose militari, al di cui giudizio si rimetteranno tutte le cose appartenenti alla parità delle condizioni nella pugna, e da essi saranno scelte le armi per ciascuno, il che a me piuttosto che a te si apparterrebbe, e stabiliti saranno il giorno della pugna e le altre cose tutte che servire possono alla conclusione di questo affare. A te dunque tocca il rispondere quanto prima a queste domande; che si ritarderai oltre il quarantesimo giorno dopo che questa lettera ti sarà rimessa, intenderanno tutti da te solo dipendere che in singolare certame non si definisca la controversia. Stà sano. Da Montisone, il giorno avanti le none di luglio dell'anno della natività di Cristo MDXXVIII.
Continuatore della Stor. Eccl. del Fleury, tom. XIX, lib. 131. § 10, p. 211.
Memorie storiche di Monza e sua corte, del canonico Antonio Francesco Frisi, tom. I, cap. XVII, p. 198, e tomo II, docum. 254, p. 230.
Vedendo il duca di Borbono non essere alchuno rimedio di aver danari da essa città, per dar paga allo exercito cexareo, affamato et quasi perso, hebbe facta deliberatione di pigliar il cammino di Roma. Così Grumello, al luogo citato.
Fogl. 163 tergo.
Cronaca MS. di Martino Verri.
P. 263 e sgg. - Sono esse le seguenti: «Franciscus Rex Gallorum Carolo Romanorum imperatori designato Hispaniorumque regi, salutem.
Renuntiatum mihi est a legatis quos ad te de pace misi, te, conditiones aequissimas aspernantem, excusationem attulisse, quod ego istinc violata fide profugerim; quamobrem ut meae famae consulam, quae falsis a te obtrectationibus et calumniis graviter impetitur hanc ad te provocandi causa epistolam mittere constitui. Nam licet nemo cui sint custodes impositi, data fide teneatur, qua ratione id meum factum vel sola purgari posset; tamen meae famae consultum esse cupiens, cuius magnam semper habui habeboque dum vita supererit rationem, ut hominum de me opinioni satisfaciam, sie tecum agere decrevi. Si me fidem datam violasse jactasti, vel jactas, aut contempta fama quidquam fecisse quod virum nobilem, bonae famae studiosum non deceat, te turpiter mentiri dico, et quoties dixeris mentiturum. Quoniam igitur falso meam famam laedere conatus es, nihil ampius mihi scribas, sed locum certamini idoneum, tutumque deligito; ego arma utrique deferam. Ac ne quid posthac femere in meam contumeliam voce vel scripto jactes, Deum hominesque testor per me non state quominus inter nos controversia singulari certamine dirimatur. Vale. Lutetiae, quinto kal. aprilis, Anno MDXXVIII».
«Carolus Romanorum imperator designatus, Germaniae Hispaniarumque Rex, Francisco Gallorum Regi S. D.
Epistolam tuam, cui dies erat adscriptus ad quintum kal. aprilis, mihi reddidit Gienna, caduceator tuus, sexto, idus junii, longo scilicet intervallo, ad quam eadem fere quae eidem caduceatori dixeram, rescribam. Quod legatis et caduceatoribus quos ad me de pace misisti, quaedam ad tuam contumeliam pertinentia me tibi, purgandi causa, jactasse scribis, ego nec caduceatorem tuum quemquam vidi praeter eum, qui Burgos ad me venit ut tuis verbis bellum nobis indiceret, nec erat cur me tibi, quem nunquam per injuriam offenderam, purgarem; te autem si nihil aliud, tua certe ipsius culpa accusat et condemnat. Quod autem fidem quam mihi dederas me requirere dicis, est, ut ais: requiro enim illam quam mihi Madritii foedere dedisti, te in meam potestatem, ut meum captivum, justo bello captum, rediturum nisi, liberatus, pacta conditionesque foedere acceptas perfecisses, ut scriptura publica tuaque manus testimonio est. Me vero jactasse te contra fidem datam ex custodia profugisse commentitium est; non ego in hoc tuam perfidiam esse dico, sed in eo quod foedus non servas, et jusjurandum fallis, in quo nulla est necessitatis excusatio: quam enim quisque fidem hosti dederit, temporibus adductus, hanc ut praestet jus gentium esse constat, et proborum hominum consuetudinem, qua sublata, tollitur ratio bella semel conflata sine summa hominum pernicie dissolvendi. Quod vero si te dico aut dixero fidem datam violasse aut contemta fama quidquam fecisse quod virum nobilem et bonae famae studiosum non deceat, me turpiter mentiri, et quoties dixero mentiturum, ego, quam sis coeteris in rebus quae ad me non pertinent boni nominis studiosus et officii cultor, non laboro; illud citra mendacium affirmo, quod fidem quam mihi Madritii tum publice, palamque, tum privatim separatimque dedisti, fallas, quod pacta foederaque et jusjurandum violes, te nec boni viri, nec generosi munere fungi; hoc si tu verum esse negabis, scriptura publica tuaque manu redarguente, non ego tuam illiberalem, vixque gregario milite dignam orationem imitatus, te turpiter mentiri dicam, quamquam hoc, me tacente, res ipsa loquitur, tuumque tibi factum, plurimum ab oratione discrepans, aperte dicit: profiteor autem me, ut caeterorum Christianorum sanguini parcatur, tecum de veritate armis viritim disceptaturum et controversias diremturum, ad quod dumtaxat te, qui cum meus captivus sis, pugnare cum altero praeter meam voluntatem communibus legibus prohiberis, idoneum reddo. Quod me amplius ad te scribere vetas, sed aequum tutumque pugnae locum praebere, teque dicis arma utrique deportaturum; patiaris oportet haec ad te scribi, tuaque malefacta, dum res postulat, memorari. De loro certaminis conditionem accipio, daboque operam, quantum erit in me, ut loco injuria omnesque absint insidiae. Erit autem idoneus locus, ut jam nunc nobis condicatur, in confinio regnorum nostrorum ad parvum sinum qui est inter Fonterabiam et Andajam, qua parte, et qua ratione inter nos convenerit, et ad parem conditionem tutamque ab insidiis rationem pertinere visum fuerit; quem locum nihil est quod recuses, cum ibidem et tu dimissus fueris, et filios foederis obsides tradideri; quo ex utraque parte viros nobiles et rei militaris peritos mittere licebit, quorum judicio omnia quae ad parem pugnandi conditionem pertinebunt, et utrius sit arma utrique deligendi, quod ego potius meum esse dico quam tuum, et dies pugnae et caetera quae ad negotium conficiendum faciant, constituantur. Tuum igitur erit ad haec primo quoque tempore respondere; quod si ultra quadragesimum quam tibi haec epistola reddita fuerit distuleris, jam omnes intelligent per te stare quominus singulari praelio decernatur. Vale Ex Montisone, pridie nonarum julii, Ann. Christi nati MDXXVIII».
Il Re Francesco non volle accettare la lettera, dichiarando che nessuna risposta avrebbe ricevuta, se non conteneva le uniche parole del luogo e del tempo pel duello.
Francesco, re de' Francesi, a Carlo destinato imperatore dei Romani e re di Spagna, salute.
Dai legati che a te ho spedito intorno alla pace, mi è stato riferito che tu, sprezzando le più eque condizioni, hai addotto la scusa che io di costà, violando la fede, sia fuggito; per la qual cosa, geloso di provvedere alla mia fama, gravemente da te attaccata con falsi rimproveri e calunnie, ho stabilito di mandarti questa lettera provocatoria. Perciocché, sebbene alcuno al quale sono date guardie per custodirlo, non sia tenuto alla data fede, per la quale ragione, anche sola, quello che da me fu fatto potrebbe purgarsi da qualunque taccia, tuttavia, bramando di meglio provvedere alla mia fama, della quale ebbi sempre ed avrò, finché vita mi rimanga, grandissima cura, ho stabilito di agire teco in questo modo, affinché all'opinione pubblica intorno alla mia persona soddisfaccia. Se tu ti vantasti, oppure ti vanti ch'io violata abbia la fede data, o che, sprezzatore della fama, alcuna cosa io abbia fatto che non degna sia di uomo nobile e della buona fama curante, dico che turpemente tu menti, e mentirai qualunque volta tu lo dicessi. Poiché adunque falsamente la mia fama ti sei sforzato di offendere, più non iscrivermi alcuna cosa, ma scegli un luogo al certame idoneo e sicuro: io porterò le armi per ambidue. E affine che più in avvenire di alcuna cosa non ti vanti temerariamente a mia contumelia, in voce né in iscritto, chiamo in testimonio Dio e gli uomini, che da me non dipende che la controversia tra noi diffinita non venga con singolare certame. Sta sano. Parigi, il quinto giorno delle calende di aprile dell'anno MDXXVIII.
Carlo, imperatore dei Romani designato, re della Germania e Spagne, a Francesco, re de' Francesi, salute.
La lettera tua, colla data del quinto giorno delle calende di aprile, recommi Gienna, araldo tuo, il dì sesto degl'Idi di giugno, dopo cioè un lungo intervallo, alla quale le stesse cose a un dipresso risponderò che già dette aveva alla stesso araldo. Quanto a quello che tu ora scrivi, che cogli ambasciatori e cogli araldi che a me mandasti intorno alla pace, io mi sia vantato di alcune cose che tornavano a tua contumelia affine di scusarmi, io né mai vidi alcun tuo araldo, fuorché quello che venne da me in Burgos, affinché colle parole a noi la guerra intimasse, né ragione vi aveva che io mi scusassi con te, che mai ingiustamente offeso non aveva: quanto a te, se pure niun'altra cosa, certamente la tua stessa colpa ti accusa e ti condanna. Quanto poi alla fede che data mi avevi, e che tu dici che io ora reclamo, la cosa è come tu dici; perciocché reclamo quella fede che a me con un trattato desti in Madrid, che tu esistente in mio potere, come mio prigione, pigliato in giusta guerra, saresti tornato, qualora, fatto libero, non avessi adempiuto i patti e le condizioni in quel trattato accettate, come lo attestano la scrittura pubblica e la soscrizione fatta di tua mano. Che io poi mi sia vantato che tu fossi dal carcere fuggito contra la data fede, ella è una pretta impostura: non dico io già che in questa consista la tua perfidia, ma bensì in quello soltanto che il trattato non mantieni, ed il giuramento hai violato; nel che addurre non si può alcuna scusa pet titolo di necessità: conciossiaché quella fede che chiunque data avesse ad un nemico dalla necessità de' tempi indotto, questa certamente egli dee prestare per diritto delle genti e per la consuetudine degli uomini probi, tolta la quale si toglie ancora la ragione di troncare le guerre una volta insorte, senza grandissima strage degli uomini. In quanto poi a quello che tu dici, che io villanamente mentisca, qualora io dica o pure dirò che tu hai violata la fede data, o che, sprezzando la fama, hai fatta cosa indegna di uomo nobile e della buona fama sollecito, che tante volte mentirò, quante volte il dirò; io non mi curo punto che tu sii in tutte le altre cose che a me non appartengono, studioso del buon nome e adempitore dei dovere; quello bensì senza alcuna menzogna affermo, che tu manchi alla fede che mi desti in Madrid, tanto in pubblico ed in palese, quanto privatamente ed in separato colloquio; che tu violi i patti e i trattati e il giuramento, ed in questo non ti mostri né uomo onesto né generoso: se tu negherai che questo sia vero, la scrittura pubblica e la tua mano deponendo contra di te, non imiterò già io la tua maniera di parlare illiberale e degna appena di un fantaccino, dicendo che tu menti turpemente, sebbene questo, anche in mezzo al mio silenzio, viene annunziato dalla cosa medesima, ed il tuo fatto, troppo dissonante dal tuo parlare, apertamente lo dichiara; professo tuttavia la massima che io, affinché si risparmi il sangue degli altri cristiani, teco verrò su la verità delle cose a discutere colle armi, e a definire le controversie; al che solamente, essendo tu mio prigioniero, e quindi dalle leggi comuni impedito dal pugnare con alcuno senza mio volere, ti rendo e ti dichiaro idoneo. Siccome poi mi vieti di scriverti piú oltre, ma m'inviti ad assegnare un luogo convenevole e sicuro alla pugna, e dici che tu le armi per l'uno e per l'altro porterai, è d'uopo che tu soffra che queste cose ti si scrivano e si rammemorino, mentre la cosa stessa il richiede, le tue azioni sconvenevoli. Io accetto la condizione relativa al luogo del duello, che, per quanto da me potrà dipendere procurerò che riparato sia da qualunque offesa, e che lontane sieno tutte le insidie. Sarà poi idoneo il luogo, a ciò che da noi venga fin d'ora stabilito, sul confine dei regni nostri, in quel piccolo seno che è situato tra Fontarabia e Andaia, da quella parte e in quel modo che tra noi si converrà e che sembrerà appartenere all'eguaglianza delle condizioni e alla sicurezza delle insidie. Il qual luogo tu non puoi in alcun conto ricusare, giacchè colà tu fosti lasciato libero e i figliuoli dèsti in ostaggi del trattato: in quel luogo dall'una e dall'altra parte sarà lecito il mandare uomini nobili e periti delle cose militari, al di cui giudizio si rimetteranno tutte le cose appartenenti alla parità delle condizioni nella pugna, e da essi saranno scelte le armi per ciascuno, il che a me piuttosto che a te si apparterrebbe, e stabiliti saranno il giorno della pugna e le altre cose tutte che servire possono alla conclusione di questo affare. A te dunque tocca il rispondere quanto prima a queste domande; che si ritarderai oltre il quarantesimo giorno dopo che questa lettera ti sarà rimessa, intenderanno tutti da te solo dipendere che in singolare certame non si definisca la controversia. Stà sano. Da Montisone, il giorno avanti le none di luglio dell'anno della natività di Cristo MDXXVIII.
Sepulveda, p. 281.
Lib. XVIII, pp. 70 e 71, e Cronaca MS. del Burigozzo.
Grumello, fogl. 181.
Guicciardini, lib. XIX, p. 85, e sg.
Guicciardini, lib. XIX, p. 97.
Fogl.159 all'anno, 1526.
P. 286.
Per dare un'idea del merito di Girolamo Morone trascriverò alcuni squarci delle lettere di lui, che tuttora si conservano manoscritte. Nel 1507 il Morone vegliava su quanto facevasi in Costanza, acciocché gli Svizzeri non ascoltassero le proposizioni dell'Imperatore Massimiliano, ma perseverassero nella fede col re di Francia, duca di Milano. Su di ciò scrisse al gran maestro, Carlo d'Amboise, luogotenente e governatore: «Fuit conventus Constantiensis acriter perturbatus ambigua subdolaque Helvetiorum responsione, nullamque eorum rationem habendam censuit: dissimulandum tamen judicavit, ne eo magis Regi jungantur, quo se ab Imperio neglectos perspiciant. Sed jam dissimulatio ipsa dissimulari amplius non potest, innotuitque omnibus Helvetiis nullam Caesarem in eis fidem reponere, nec stipendia eis daturum, et quando Caesaris legati capitaneos, vexilliferos, preditesque Helvetiorum conscribunt, risum jam omnibus parant. Nec tacent pueri, illos descriptos quidem esse, stipendiatos minime. Igitur quod Helvetios attinet, res in tuto est; habebimus eos, si voluerimus, supra spem numerosiores et fideliores. At inter principes legatosque Germaniae eo usque deventum est, ut promiserint Caesari subministrare stipendia semestria octo millium equitum et viginti quinque millium peditum in Italicam expeditionem traducendorum, quam in mensem februarii differendam censuerunt, ut interea pecuniae, arma et caetera ad bellum necessaria parari possint. A principibus illis quos noris, certior factus sum opera sua dilationem interpositam fuisse, quod eam putent rebus regiis valde profuturam; pollicitique sunt se curaturos, quod milites nec eodem tempore convenient, nec de bello gerendo concordabunt, sed alius alium longo intervallo sequetur, contrariisque sententiis inter se dissidebunt, et potius ad servandam formam, quam ad bellum Regi inferendum progredientur; laudantque ut in claustris Italis praesidia ponantur, cum non dubitent Caesaris exercitum, si aliquantisper in montanis oris arceatur, brevi dilapsurum. Haec illi; sed isthaec ex eorum parte incerta sum, ex nostra autem sine Venetis haud fieri possunt. Quare repeto quod Rex Venetos adsciscat oportet. Vale. Turregi, IV Idus augusti MDVII».(*)
Il Moroni era affezionato al re Lodovico XII, dal quale senza ch'ei vi pensasse era stato collocato nella importante carica di avvocato fiscale. Era stato discepolo di Giorgio Merula. Descrivendo egli in una sua lettera a Giacomo Antiquario, del l° novembre 1499, la sua sorpresa nel vedersi fatto avvocato fiscale, prosiegue così: «Quare si quid huius muneris assumptione peccatum est, vides non consulte, nec mea voluntate, nisi coacta, factum, et potius fatorum necessitati, quam ambitioni, aut culpae tribuendum est. At quaeso videamus quid sit hac in re non probabile: an illud ipsum quod Gallis inserviam? Quasi non oporteat ut omnes illis serviamus, aut quasi caeteri cives, etiam primates, munia etiam majora ab eisdem non ambiverint, et Sfortianam memoriam non abjecerint etiam ii de quibus Sfortiani meritissimi sunt, et qui summis magistatibus et honoribus, auspiciis eorum, functi sunt. An vero forte ipsa officii vis, et fiscalia jura tuendi necessitas, suapte natura odiosa, te commovit? Sed age; nosti mores meos ad obsequendum pronos; nosti illam quam in me admirari soles vim, maledicta de me refellendi, consilia et gesta mea justificandi. Dabo operam ut plurimum prosim, nemini obsim, et si cui nocendi necessitas fuerit, minus laedam, quam alius quilibet fecisset, hacque ratione efficiam, ut ille, quasi modeste et necessario damnificatus, beneficium abs me propterea accepisse putet. Quod si vereris ne a forensi exercitatione repente nimis discesserim, scito magnam esse hujus muneris cum illo similitudinem, majoremque exposci ab advocato Fisci quam ad aliis proptitudinem et rerum copiam, quod plerumque de subitis et insuetis casibus extempore sibi disserendum est, et quo magis excelso ipse loco eminet, auditoresque sunt illustriores, eo magis ornate facundoque colloquio declamare orareque eum oportet; ob id, vel invitus, cogor longe majorem operam rhetoricae studiis navare, quam si in foro cum Bartolis et Baldis permansissem. At non videris rebus Gallicis diuturnitatem polliceri, durumque mihi fore auguraris, cum magistratus fastum gustavero, privatam vitam agere, et quasi ad forensem formulam redire. Ædepol! Non licet mihi pronosticari, neque Italica libertas quando vindicari possit divinare; verumtamen Venetorum, Helvetiorumque foedera, quae Regis arbitrio pendere accepi, multum mihi ad longinquitatem facere videntur; nec, si vera loqui fas est, conjectura in praesentiarum assequi licet, quibus Galli viribus aut quando Italia pelli possint. Sed sit breve, quantum lubet illorum imperium; talem me ostendam in magistratu virum, tantum in communi prodero, tantamque Gallis ipsis dominis fidem praestabo, quod successor, quicumque fuerit, et bene de me concipiet, et obsequia mea non aspernabitur. Ubi vero aut temporum qualitas, aut dominantis mores me a republica amoveant, non erit mihi grave, praestantissimorum virorum imitatione, quibus idem contigit, ad honestum me otium convertere, et ad prima studia redire; domesticoque tuo et parentis mei exemplo utar, qui cum ritus et instituta Sfortianorum, in quibus educati estis, jamque obduruistis, exuere et commutate nequeatis, laudatissimam tamen et jucundissimam vitam in otio ducitis, tantasque praecedentis dignitatis retiquias retinetis, ut pauci sint qui praesenti gloriae vestrae non aemulentur etc.».(**)
In una lettera che il Morone scrisse il 27 dicembre del 1499 a Girolamo Varadeo, si vede con quanta chiarezza e verità conoscesse gli affari pubblici, e prevedesse l'esito infelice, che ebbero poi i tentativi immaturi di Lodovico il Moro per discacciare Lodovico XII dal Milanese: «Equidem in bonam partem accepi quod ad me scripsisti, ne tanta rerum Gallicarum fiducia ducar, quod Sfortianos contemnam, de quibus feliciora eventa sperari ais; neque enim pro tua in me benevolentia quodpiam mihi suaderes quod e re mea fore non existimares, nec pro tua prudentia vanis rumoribus aut figmentis fidem adhiberes. Ego etiam ex Thoma fratre nonnulla acceperam de Ludovici Sfortiae et amborum cardinalium motibus, quodque propediem novum et magnum exercitum contracturi sunt, cataphractos scilicet Germanos, Burgundosque conducturi, et peditum Helvetiorum delectum in civitate Coriae facturi; jamque machinas et caetera ad usum belli quam maximi paravere: et quod suspicionem auget, ipse frater, me insalutato et quidem inscio, Mediolano excessit, et ut audio, ad eos pergit, futurus eis in omni fortuna comes: quod utique facinus hoc tempore non commisisset, nisi aliqua intellexisset, quae eum in meliorem spem erexissent. Veruntamen, quaeso, pro tua sapientia et rerum usu cogita et diligentius mente revolve quem exitum sit habiturus hic, quem diximus, Sfortianorum motus, quem sententia mea tumultuarium esse oportet. Peculium Ludovici et Ascanei perexiguum est, si rem et gentem illam respicis; quod provincia ardua est, locaque sunt expugnanda situ atque arte munitissima, quibus adversarius Gallorum rex, potens et ferox, non facile, nec brevi tempore pelli poterit; exercitusque Germanorum, cessantibus forsan stipendiis, vix durare poterit. Spes autem quae de habendis suppetiis a civibus et populis haberi videtur, semper mihi vana et periculosa visa est, quod ut plurimum privata comoda publicis anteferre, et ad tributi nomen obdurescere consuevimus. Caesar non multam opem ferre potest, eamque etiam in praesentia praestare non licet per inducias quas cum Gallis fecit, et in kal. junii duraturas. Helvetii nuper foedere Gallis obstricti sunt, quod eos tam repente violaturos minime crediderim, et quoscumque ex iis Sfortiani contraxerint collectitios et profugos esse oportet. Praeter hos, nullos habent Sfortiani fautores, adversarios vero et hostes plurimos; Venetos in primis, eo formidabiliores quod sunt viciniores, auxiliaque eorum in promptu sunt; praeterea Alexandrum, Florentinamque rempublicam et Januensem, ac Bononiensem, Lucensem, Pisanum, Senensemque regulos, Gallis amicos et auxiliares fore nemo ignorat. Ipsos etiam Ferrariae ducem et mantuae Marchionem, quorum alter Ludovici socer, alter sororius est, cum rege conspirare intellexi. Quid igitur? Profecto videntur mihi Sfortiani provinciam viribus suis longe imparem aggredi, atque immature nimis belli fortunam tentare etc.».
(*) Fu il concilio di Costanza gravemente turbato dalla risposta ambigua e maliziosa degli Svizzeri, e fu d'avviso che non se ne dovesse tenere alcun conto: giudicò tuttavia che fosse d'uopo di simulare, affinché al re tanto più non si unissero, quanto più si vedessero dall'Imperio negletti. Ma già non è più possibile il dissimulare la stessa dissimulazione; e a tutti gli Svizzeri noto si rendette, che niuna fede Cesare in essi ripone, né è disposto ad accordare ad essi stipendi; ed allorché i legati di Cesare scrivono i nomi dei capitani, de' vessilliferi e dei fanti elvetici, muovono a tutti il riso. Né tacciono i fanciulli medesimi, che quelli sono bensì coscritti, ma non stipendiati. Per quello adunque che appartiene agli Elvezi, la cosa è al sicuro; gli avremo se pure li vorremo, oltre ogni speranza, numerosi e fedeli. Ma tra i principi e legati della Germania si è venuto fino a questo punto, che a Cesare promisero di fornire i semestrali stipendi di ottomila cavalli e venticinquemila fanti che passare potessero nella spedizione italica, la quale furono d'avviso di differire sino al mese di febbraio, affinché intanto preparare si potessero i danari, le armi e tutte le altre cose necessarie alla guerra. Da quei principi che tu conosci, sono stato informato che per opera loro è stata interposta la dilazione, perché la reputano agl'interessi del re assai vantaggiosa, ed hanno promesso altresi di procurare che i soldati né allo stesso tempo si riuniranno, né andranno d'accordo sul modo di fare la guerra, ma gli uni seguiranno gli altri con lungo intervallo, e con opposti pareri verranno tra di loro a discordia, e si avanzeranno piuttosto per una certa formalità che per muovere la guerra al re. Lodano pure e approvano che nelle gole dell'Italia si pongano presidii, non dubitando essi che l'esercito di Cesare, qualora respinto venga, anche debolmente, nelle gole de' monti, in breve si scioglierà. Queste cose dicono essi, ma queste dalla parte loro sono incerte, e dalla nostra poi non possono farsi senza i Veneti. Laonde ripeto che il re dee far di tutto per attaccarsi i Veneti. Sii sano. Zurigo, il quarto giorno delle idi di agosto, MDVII.
(**) Per la qual cosa, se l'assumere questa carica si è in alcun modo peccato, tu ben vedi che non è a bella posta né per mia volontà, se non forzata, che questo si è fatto, e piuttosto attribuire dovrebbesi ad una fatale necessità che ad ambizione o a colpa manifesta. Ma vediamo di grazia qualcosa v'abbia in questo che approvare non si debba: forse quello stesso titolo che io servo ai Francesi? Come se necessario non fosse che tutti ad essi servissimo, e come se tutti gli altri cittadini, anche primari, maggiori cariche ancora da essi non avessero ambite, e la memoria degli Sforza postergata non avessero anche coloro dei quali gli Sforza sono sommamente benemeriti, e che sotto i loro auspici hanno esercitate altissime magistrature e goduti sommi onori! Forse che la stessa gravità dell'ufficio e la necessità di difendere i fiscali diritti, odiosa di sua natura, ti commuove? Ma via: tu conosci i miei costumi inclinati all'ossequio; tu conosci quella forza che in me stesso suoli ammirare, di respignere le censure che contra di me si lanciano, di giustificare i miei consigli, le mie azioni. Io mi studierò di fare che molto giovamento io possa arrecare, non nuocere ad alcuno; e se pure sarò costretto a nuocere, meno il farò di quello che qualunque altro fatto avrebbe, ed in questo modo operando, farò si che quello, siccome danneggiato con moderazione e per la sola necessità, credasi di avere da me ricevuto beneficio. Che se tu temi che troppo repentinamente io mi sia allontanato dall'esercizio forense, sappi che con quello la nuova mia carica ha grandissima simiglianza, e che maggiore prontezza ed erudizione si richiede dall'avvocato del Fisco, che non dagli altri, parché ben sovente trattare egli dee estemporaneamente di casi subinanei ed impensati, e quanto più eccelso è il luogo in cui egli splende, quanto più illustri sono gli uditori, tanto più è d'uopo che egli declami e perori con facondo ed ornato sermone; per questo, anche a mio malgrado, forzato sono ad attendere maggiormente agli studii della rettorica, che se nel fòro rimasto io mi fossi coi Bartoli e coi Baldi. Ma tu non sembri promettere una lunga durata al regime dei Galli, e mi predichi che grave mi riuscirà, dopo di avere gustato il fasto della magistratura, menare una vita privata, e quasi tornare alle formule forensi. Per verità a me non è lecito il pronosticare né l'indovinare quando mai possa rivendicarsi la libertà italica: tuttavia i trattati coi Veneti e cogli Svizzeri, che ho udito pendere interamente dall'arbitrio del re, mi sembrano molto contribuire alla diuturnità; né, se è lecito dire il vero, si può al presente conoscere per congettura, da quali forze i Francesi, o in qual tempo dall'Italia possano essere cacciati. Ma sia quanto si vuole breve il loro dominio, tale io mi dimostrerò nella magistratura, tanto in generale io gioverò, tanta fedeltà serberò agli stessi padroni francesi, che il successore, qualunque egli fosse, buona idea di me concepirà, né sprezzerà i miei ossequi. Qualora poi, o la qualità dei tempi, o i costumi del dominante, me dalla gestione della cosa pubblica allontanassero, grave non mi riuscirà, ad esempio de' chiarissimi uomini ai quali toccò una sorte eguale, il passare ad un onesto ozio, il tornare ai primi miei studi; e mi gioverò del familiare tuo esempio e di quello del padre mio, i quali lasciare non potendo nè cangiare i riti e le istituzioni degli Sforza, nei quali siete stati educati e già indurati, tuttavia una vita onorevolissima e giocondissima nell'ozio conducete, e si grandi reliquie ritenete della precedente dignità, che pochi sono i quali non portino invidia alla vostra gloria presente, ec.
(***) Io veramente pigliai in buona parte quello che a me scrivesti, affinché guidato io non sia da tanta fidanza delle cose francesi, che gli Sforzeschi disprezzi, dei quali tu dici sperarsi più felici eventi; né certamente per la benevolenza colla quale mi riguardi, alcuna cosa tu potresti persuadermi che non reputassi alla mia situazione convenevole, né per la tua prudenza fede presteresti a vani rumori o a finzioni. Io ancora dal mio fratello Tommaso alcune cose udite aveva intorno al movimenti di Lodovico Sforza, e dell'uno e dell'altro dei cardinali, e che ben presto erano per riunire un nuovo e grande esercito, per arruolare cavalli di pesante armatura, Tedeschi e Borgogni, e per formare uno stuolo di fanti svizzeri nella città di Coira, e già prepararono le macchine e le altre cose tutte che fanno d'uopo per una grandissima guerra; e quello che mi accresce il sospetto è che lo stesso fratello mio, senza congedarsi da me ed anche all'insaputa mia, parti da Milano, e, come mi si dice, da essi se ne va onde rimanere loro compagno in qualunque fortuna; la quale stravaganza egli non avrebbe commesso certamente, se udite non avesse alcuno cose che a migliore speranza sollevato lo avessero. Ora però ti prego che colla tua sapienza e colla tua pratica delle cose vogli più diligentemente rivolgere nella mente, e considerare quale esito sia per avere quel movimento degli Sforzeschi del quale abbiamo parlato, e che a mio avviso debb'essere tumultuario. L'erario di Lodovico e di Ascanio debb'essere poverissimo, qualora tu riguardi la cosa in sé stessa, e tutta quella gente di cui abbisognano: più ancora osserva che la provincia è ardua, ed espugnare si debbono luoghi per la loro situazione e per le opere dell'arte munitissimi, dai quali l'avversario loro, re de' Francesi, potente e feroce, non facilmente né in breve tempo potrà essere cacciato, e l'esercito dei Tedeschi, mancando forse gli stipendi, appena potrà mantenersi. La speranza poi che sembra aversi di ottenere soccorsi dai cittadini e dai popoli, mi è paruta sempre vana e pericolosa; perché più sovente i privati comodi si antepongono ai pubblici, e al nome di tributo siamo accostumati a indurire i cuori nostri. Cesare non può recare loro molto aiuto, né questo al presente potrebbe né pure prestare, per la tregua che conchiuse coi Francesi, e che durare dee fino alla calende di giugno. Gli Svizzeri di recente si sono legati in alleanza coi Francesi, la quale alleanza io non crederei che essi fossero per violare si repentinamente, e tutti quelli tra essi che arruolati si fossero dagli Sforza, essere non potrebbono se non soldati collettizi e disertori. Fuori di questi, altri fautori non hanno gli Sforzeschi, ma hanno bensi moltissimi avversari e nemici; prima di tutti i Veneti, tanto più formidabili, quanto più sono vicini, e che pronti sono i loro aiuti; inoltre Alessandro, la repubblica Fiorentina e la Genovese, ed i regoli di Bologna, di Lucca, di Pisa e di Siena, i quali, amici dei Francesi, non può dubitarsi che saranno ausiliari loro. Anche lo stesso duca di Ferrara e lo stesso marchese di Mantova, dei quali l'uno è suocero, l'altro cognato di Lodovico, io ho udito che col re di Francia cospirino. Che dunque? A me sembra certamente che gli Sforzeschi un'impresa assumano di gran lunga sproporzionata alle loro forze, e che troppo immaturamente vogliano tentare la sorte dell'armi, ec.
Coronatorum noningenta millia intra decennium. Sepulveda, p. 291.
Guicciardini, lib. XIX.
Paolo Giovio, nella Vita Alphonsi ducis Ferrariae.
Lib. III, fogl. 70, tergo.
Lib. VI.
Lib. IV, fogl. 73 e 74.
Bened. Giovio, Hist. Patr., lib. 1, in fine. - Galeazzo Capella, de bello Mussiano, lib. II.
Burigozzo, lib. IV, fogl. 78 e 79.
Muratori, all'anno 1533, p. 280.
Cfr. cap. II. È ovvio il comprendere che ivi si parla del cavalliere Alessandro Verri, fratello dell'autore.
(Il Continuatore.)
In Milano trovasi anche al presente una contrada che porta il nome di questo casato, come lo sono altre, dette dei Visconti, degli Stampi, dei Moroni, Porroni, Resta, Piatti, Medici, Bigli, ec.
Trattano di questo fatto Montaigne, Essais, lib. I, cap. 9 des Menteurs. - Il du Bellay, Mémoires, lib. IV. - Arnold. Ferron., lib. VIII. - Valois e Beaucaire, lib. XX, num. 50, e Gaillard, Vie de François I, tom. IV, p. 246, da cui viene citata la lettera scritta su tal proposito da Francesco I al suo ambasciatore d'Inghilterra, del 16 luglio 1533.
Annali, al 1534, p. 285. - Vedi Tatti, Annali di Como, decade III. - Giulini, Annali d'Alessandria. - Cicereio, Epistolae, tom. II, p. 123, e un MS. presso il signor don Carlo Trivulzi, intitolato: Memorie fossane.
Lib. IV., fogl. 82-83.
Ercole Gonzaga.
Guicciardini, lib. XX. - Muratori, Annali, 1534, p. 287.
La morte del duca Francesco II Sforza viene fissata dai Maurini (Art de vérifier les Dates, p. 840) al giorno 24 di ottobre del 1535; dal Bugati, p. 827, nel fine di ottobre; dal Morigia (Storia di Milano, p. 105), all'ultimo di ottobre, e finalmente da altri, il 2 novembre. Sebbene io non creda di tanta importanza per il progresso delle umane cognizioni il dilucidare simili oggetti, quanto per avventura lo crede il signor canonico Lupi di Bergamo, che in un volume in foglio stragrande ha fatto conoscere d'aver consunta la sua vita, e adoperata la sua inesausta pazienza per indovinare simili punti, realmente indifferentissimi per conoscere bene la storia, nondimeno, per trovare la verità con minor tempo e pena possibile, ho fatta ricerca nell'archivio arcivescovile, ed ivi nel diario A del 1534 al 1580, al fogl. 36, tergo, ho trovata l'annotazione che il duca Francesco II morì il giorno 1° di novembre 1535. Se il signor canonico avesse ben intesa la p. 57 ch'ei cita del mio primo volume, e se egli distinguesse la cronologia della storia, non si sarebbe fatte le meraviglie ch'egli, innocentissimamente, si è fatte alla colonna 1040 del suo immenso tomo. Il Muratori, padre e maestro della erudizione d'Italia, pubblicò nella sua opera Rerum Italicarum Scriptores i materiali per la storia italiana, e non sono della specie di quelli che vorrebbe il chiarissimo signor canonico ch'io trovassi buoni a tal uso. Se mai alcuno leggerà l'opera del signor Lupi, sappia che altra storia di Milano, ch'ei mi pone in confronto, è stata da me donata alla biblioteca Ambrosiana, dove ciascuno che il voglia potrà profittarne.
Cap. XV.
Lib. IV, fogl. 89 e 90.
Lattuada, Descrizione di Milano, tom. IV, p. 7.
Lattuada, tom. III, p. 98.
Burigozzo, all'anno 1535, lib. IV, fogl. 86.
Morigia, nella di lei Vita.
Morigia, Storia di Milano, p. 105.
Lib. V.
Tom. IV, p. 273 e sg.
Burigozzo, lib. IV, fogl. 92 e 93.
Su di ciò veggansi Beaucaire, lib. XXI, num. 22 e sg. - Sleidan, Commentar., lib. X. - Mèmoires de Langey, lib. V. - Gaillard, tom. IV, p. 305 e sg.
Burigozzo, lib. IV, fogl. 92.
Lib. V.
In mezzo a intollerabili dolori di un morbo miserando, con tutte le membra contratte e totalmente assiderate.
Veggansi le Mèmoires de Bellay, lib. VIII. - Sleidan, Comment., lib. X. - Mèmoires de Langey, lib. VII. - Beaucaire, lib. XXI, num. 52. Gaillard, Vie de Franc. I, tom. IV, p. 449 e sg.
Du Mont, Corps Diplomat.
Burigozzo, lib. IV, fogl. 102.
Bugati, lib. VII, p. 866.
Du Mont, tom. IV, part. II, p. 290. - Appartiene a quest'anno la seguente memoria che leggesi scolpita in marmo in Vermezzo, terra del Milanese: MDXL., Annus hic bisextilis fuit, et luminare majus fere totum eclipsavit. A septimo idus novembris ad septimum usque aprilis idus nec nix nec acqua visa de coelo cadere: attamen praeter mortalium opinionem, Dei clementia, et messis et vindemia multa. L'ecclissi seguì il 7 aprile e fu centrale, come può vedersi a suo luogo nella grand'opera intitolata: L'art de vèrifier les Dates; ma il totale ecclisse fu visibile soltanto verso il polo artico. Una simile siccità avvenne dall'ottobre del 1733 fino al maggio del 1734, a segno che le sorgenti ed i fiumi si disseccarono, e si penava a macinare il grano; e tuttavia fu abbondante il raccolto. Poi, dal 30 novembre 1778 fino al 3 maggio 1779, non cadde mai neve né acqua, e, malgrado questi cinque mesi di aridità, il raccolto fu egualmente copioso. Pare adunque che la siccità del verno giovi alla feconda vegetazione delle nostre terre.
MDXL Quest'anno fu bisestile e il luminare maggiore quasi tutto si ecclissò: dal settimo giorno delle idi di novembre fino al settimo delle idi di aprile, né neve, né acqua si è veduta cadere dal cielo. Tuttavia contra l'opinione de' mortali, per clemenza di Dio, e la messe e la vendemmia furono abbondanti.
Burigozzo.
Robertson, Storia di Carlo V, tom. II, p. 293.
Bellati, Serie de' governatori di Milano, p. 2, nota 3.
Somaglia, Alleggiamento dello Stato di Milano, articolo Mensuale, p. 160.
Somaglia, Alleggiamento, ecc.; Relazione del Censimento del 1750, capp II e IV.
Veggasi la di lui Vita, scritta dal suo segretario Goselini.
Ripamonti, p. 118. - Casati, Annotationes ad Epistolas Francisci Cicerei, tom. II, p. 25.
Lunig, Codex Italiae diplomat., tom. I, sect. III, class. I, cap, I, nn. 51 e 52. - Gaillard, Vie de François I, tom. V, p. 399.
Storia Univ., libro VII, p. 960.
Vedi il tom. I, cap. I, p. 74.
Bugati, Storia Universale, lib. VII, p. 970 e 971. Lattuada, tom. IV, p. 452.
Bugati, Stor. Univ., lib. VII, p. 994.
Quest'insigne deposito è disegno dell'immortale Michel Angelo Buonarroti, eseguito da Leone Aretino, milanese, e da esso terminato nel 1564 al prezzo di settemila ed ottocento scudi d'oro, oltre le sei colonne donate da Pio IV. Ciò rilevasi dall'istrumento di convenzione per questa grand'opera, seguìta il 12 settembre 1560, tra il cardinale Moroni e Gabrio Serbellone a nome di Pio IV, e Leone Aretino, figlio di Giovanni Battista, milanese, della parrocchia di San Martino in Nosigia. Così nell'archivio di casa Medici, cartella segn. C. I., num. 8. - (Nota dell'abate Frisi).
Dumont, Corps diplomatique.
Camillo Sitoni in Chronic. Coll. Judic., citato dal Lattuada, tom. IV, p. 10.
Saxius, De studiis mediolanensibus, cap. XI, col. 48.
Lattuada, tom. V, p. 441.
Bugati, Storia Universale, lib. VII, p. 965.
De mutatione nominis, oratio ec. coram senatu habita; Mediolani, 1541 e 1547, in 4°. - Argellati, Bibl. Script. Mediol., tom. II, col. 839 e sgg.
Lattuada, Descrizione di Milano, tom. V, p. 170.
De vita et rebus gestis Caroli S. R. E. cardinalis tit. S. Praxedis, archiep. Mediol., libri VII. Carolo a Basilica Petri, praeposito gen. Congr. Cler. Reg. S. Pauli, auctore. Ingolstadii, ex officina Davidis Sartorii, 1592, lib. I, pp. 25 e 26.
Pei quali, mentre li possedeva, insigne, e dopo averli rinunziati più ancora insigne egli fu.
Lattuada, tom. III, p. 197.
Bescapé, Vita, cit., p. 27.
Idem, loc. cit.
Oltrocchi, nelle note alla versione latina della Vita del cardinale Borromeo, scritta da Gio. Pietro Giussani; Milano, 1751, lib. I, col. 51, nota (b), e col. 52, nota (d). Ecco letteralmente il testo: (*) Eadem qua Carolus tegebatur umbella Gubernator ad Antistitis laevam impari gressu equitans, ut medius ex umbella postrema equus extaret. Ita scribit Carolus ad Cardinalem Novocomensem... Et fusius ad Altempsium Cardinalem triduo post in hanc sententiam scripsit: '"... Me praecipue Gubernatoris religio et pietas sibi devinxit, quem mei et Pontificis observantissimum nactus summopere recreor". Indi conchiude l'annotatore: (**) Tanta itaque fuit omnium Ordinum in eo excipiendo pompa, ut Hieronimus Vida, invidiosa ferme sententia, testatum fecerit biduo post in epistola, "tanta Borromeum celebritate exceptum, ut vix a regali pompa differret".
(*) Sotto il baldacchino medesimo dal quale Carlo era coperto, il governatore, a sinistra del prelato, cavalcava con minor passo acciò la metà del cavallo rimanesse fuori per di dietro dal baldacchino. Così scrive Carlo al cardinale di Como... E più copiosamente scrisse tre giorni dopo al cardinale Altemps in questi termini: «...Sopratutto la religione e la pietà del governatore a lui mi strinse, il quale sommamente rallegromi aver trovato di me e del pontefice devotissimo».
(**) Tanta fu dunque la pompa di tutti gli ordini nell'accoglierlo, che Gerolamo Vida, certo con invidiosi termini, attestò in una lettera data due giorni dopo, con tanta celebrità essere stato accolto il Borromeo, che appena si distingueva da una regia pompa
Storia di varii conclavi, cominciando da quello del 1522, in cui Adriano VI fu dato successore a Leon X, fino al conclave del 1592, in cui fu eletto Clemente VIII: Manoscritto esistente presso il signor principe di Belgioioso d'Este.
Lattuada, tom. IV, p 7, e tom. V, pp. 261 e 433. - Giussani, Vita di san Carlo, lib. III, cap. I.
Bescapé, opera citata, p. 56,e gli altri storici contemporanei.
Oltrocchi, nelle Note alla Vita latina di San Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 144, nota (d).
Praesidiis ante paratis, si quis forte promulgationi vellet resistere: Bescapé, p. 55.
Predisposti i mezzi pel caso che alcuno volesse per avventura resistere al bando.
Res longe gravissima iis (Praepositis) videbatur ex eo statu quem sibi proposuerant cum ei se Ordini addixerunt, ademptis beneficiis quae consueta coeterorum via obtinuerant, tantis detractis commodis et facultatibus, ad eam vitam compelli, in qua et tenue esset quo quis uteretur, et idipsum non esset proprium, quaeque severis aliis contineretur institutis. Nihil enim minus sive ipsi, sive parentes iis dignitatibus quaerendis fortasse spectaverant, quamvis spectare debuissent, quam monasticam coenobiticam disciplinam. Sed quemadmodum vulgo de aliis fieri solet sacerdotiis quae legibus eiusmodi coenobiticis libera sunt, id sibi suisque comparare plerumque studuerant, quod vitae commoditati nobilitatique sustentandae deserviret. Cognati quoque ipsi, qui Praepositorum opes ad familiae suae splendorem pertinere videbant, easque ad juniores eiusdem familiae deinceps transferendas sperabant, sancitas leges, quantum poterant, dissolvere conabantur. Bescapé, p. 56. - Vedansi anche il Rossi, Vita latina di san Carlo, lib. II, cap. XIV, col. 145-146,e Bugati, Storia Universale, lib. VIII, p. 1079.
Sembrava loro (a' Proposti) cosa eccessivamente gravosa che, da quella condizione la quale si erano proposta quando abbracciarono quell'ordine, tolti loro i benefizi, che avevano per la consueta via di tutti gli altri ottenuti, e levati loro tanti commodi e facoltà, fossero ridotti a quella vita in cui e tenue era ciò che da ciascuno doveva usarsi, e quest'esso non proprio, e la quale veniva raffrenata da altre severe istituzioni. Imperocché a nulla avevano, sia essi che i loro parenti, mirato meno nel ricercare queste dignità (benché avessero dovuto mirarvi) che alla monastica cenobitica disciplina. Bensì come suole comunemente avvenire rispetto agli altri sacerdozi, che da siffatte cenobitiche leggi sono liberi, aveano per lo più posto la mira a procacciarsi tal cosa che giovasse a sostentamento dei comodi della vita e della nobiltà. I congiunti altresì, che le ricchezze dei proposti vedevano rivolte allo splendore delle loro famiglie, e speravano quelle trasferire in appresso ad altri più giovani delle stesse famiglie, sforzavansi di mandare a vuoto, per quanto potevano, le stabilite leggi.
Bescapé, p. 40.
Bescapé, pp. 42 e 49.
Id., pp. 65, 66 e 68.
Tiraboschi, Vetera Humiliatorum Monumenta, tom. I, dissert. VIII. De Humiliatorum extinctione, p. 416.
MS. esistente nella cospicua collezione del signor principe Belgioioso d'Este, che ha per titolo: Processo per la coniura fatta dai frati Umiliati, ecc.
Il vescovo di Lodi, delegato pontificio per il processo dell'archibugiata, fu Antonio Scarampi; e parte dell'esame fatto dal cardinale Borromeo venne pubblicata dal P. Branda nella Confutazione de' Ragionamenti apologetici del dottore Baldassare Oltrocchi. Pavia, 1755 alla p. 245.
Manoscritto citato.
At fuere etiam, qui dum cauti atque intelligentes svideri perverse vellent, in maximam inciderent temeritatem, Caroli id fuisse artificium ut sibi opinionem quaereret sanctitatis. Bescapé, p. 77.
Ma furonvi anche di quelli i quali, nel voler apparire perversamente acuti ed intelligenti, caddero nella massima temerità di pensare, questo essere stato un artificio di Carlo per acquistare riputazione di santo.
La Bolla d'abolizione è nel Bollar. Roman., tom. II, fogl. 328. - Vedansi Bescapé, p. 87. - Latuada, tom. V, p. 260. - Tiraboschi, tom. I, dissert. VIII, p. 427.
Bescapé, luogo citato.
Oltrocchi, nota b alla Vita latina di san Carlo, lib. II, cap. 28, p. 210. - Latuada, tom. I, p. 190 e sgg.
Art de vérifier les Dates, art. Philippe II.
Bescapé, pp. 102 e 103 - Lettera del cardinale di Como all'arcivescovo Borromeo, che leggesi nella Confutazione de' Ragionamenti apologetici pubblicali dal dottor Baldassare Oltrocchi, p. 436.
Cronaca del marchese Lorenzo Isimbardi, di varii successi dal 1569 in avanti: MS. presso la casa Isimbardi in Pavia.
Bescapé, p. 224.
Vedi Gaspare Bugati, Fatti di Milano al contrasto della peste. - Giacomo Filippo Resta, Vera narrazione del successo della Peste. - Cicerei, Epist., tom. II, p. 248.
Bugati, Aggiunta alla sua Storia Universale, Milano, 1571, p. 167.
Pp. 145, 146, 147 e 173.
Bescapé, p. 145. - Lattuada, tom. III, p. 122.
Vedi gli storici della sua Vita, e specialmente il Bescapè pp. 193, 194, 195, 290, e 363; e inoltre il Latuada, tom. IV pp. 47, 68, 212, 318, e tom. V, pp. 111, 262, 407; e il Bugati, Aggiunta, ecc., p. 143.
Lettera 4 luglio 1579, tra le Lettere del glorioso arcivescovo di Milano san Carlo Borromeo, cardinale di Santa Prassede. Lugano, per l'Agnelli, 1762.
Cronaca citata, all'anno 1580.
Sotto il contestabile di Castiglia fu stampato, nel 1597, il libro: Quaderno de varias escrituras en las deferencias de Jurisdiciones ecclesiastica y real del estado de Milan.
Atti della visita del cardinale Federico Borromeo del 1608.
Bianconi, Guida di Milano, pp. 122 e 157.
Lattuada e Manconi, p. 79.
Lattuada, tom. V, p. 284.
Fr. Cicereji, Opera, tom. II, p. 183.
Il seguente avviso fu dal vicario di Provvisione distribuito agli eletti per l'entrata della regina: «Volendo questa città di Milano ricevere con tutti quei segni di riverenza e d'onore che si devono la serenissima principessa, moglie del principe nostro signore, la cui venuta in breve s'aspetta, ha stabilito, fra le altre cose, che si eleggano ducento e più cavalieri nobili, di età di quattordici anni in su, che vadino ad incontrarla, vestiti a spese loro, tutti di seta bianca et oro come meglio a ciascuno parerà, purché habbino calze abborsate con tagli, et calzette di seta bianca, berretta di velluto nero solio con piume bianche, spade, pugnali et azze dorate in spalla, ogni cosa guernita di velluto solio bianco, et scarpe di corame bianco. E perché fra queste si trova eletta la persona di V. S., d'ordine anche di sua eccellenza, l'avvisiamo di tale elezione, assicurandoci che per servire al proprio signore e principe naturale e alla patria insieme, per i quali è tenuta ogni persona a spendere non solo le facoltà, ma il sangue e la vita ancora, ella accetterà volontieri questo carico e onore, col provvedersi dei vestimenti et ogni altra cosa necessaria, nel modo che di sopra s'è detto di qua alli 25 di novembre presente, al più tardi, acciocché quando giungerà sua altezza, la quale si ha nuova certa che di già è partita, si trovi V. S. pronta insieme con gli altri a fare il suddetto compimento. Avvisandola che sua eccellenza ha dichiarato il signor marchese di Caravaggio capo di questi nobili, e avvertendola che contra gli inobbedienti ha ordinato che si proceda alla pena di cinquecento scudi, e maggior pena ancora all'arbitrio suo, alla quale saranno tenuti i padri per i figliuoli. Né si admetterà alcuna escusazione, perché S. E. così comanda, Anzi ha ordinato che quelli che sono uomini di arme, entrino in questo numero, esentandoli da quel carico per adesso. E per rispetto delle azze potrà V. S. far ricapito dal spadaro al segno del Leon d'oro nella contrada dei Spadari.
Et inoltre sarà V. S. contenta di ritrovarsi in casa del suddetto signor marchese martedì prossimo, che sarà alli 3 del presente mese, dopo il desinare, per intendere quanto se le vorrà dire in questo particolare».
In Milano, alli 2 di novembre 1598.
Sott. Il vicario e dodici di Provvisione eletti dai
signori sessanta, ec.
«Gio. Jacomo Chiesa».
Le grazie d'Amore, di Cesare de' Negri, milanese, detto il Trombone: Milano, presso Ponzio e Piccaglia, 1604 in fol., p. 12 e sg.
Libro citato, p. 35.
Opera citata, p. 13.
P. 25.
Trattato di Scientia d'arme, con un dialogo di filosofia, di Camillo Agrippa, milanese: Roma, presso Antonio Blado, stampatore apostolico, in 4°.
Negri, opera citata, p. 14.
P. 287
Siècle de Louis XIV, cap. XXV.
Stato della repubblica Milanese l'anno 1610, MS. del citato senatore, esistente nell'archivio dell'illustre casa Belgioioso d'Este; Cap. dei Governatori, fog. 331, tergo. - Di quest'opera dà conto l'Argellati nella Biblioteca degli scrittori milanesi.
Ut aditus et reditus a justitia ad clementiam facillimi certissimique paterent, viam hanc e Regia ad Praetorium aperuit.
Philippo III, Hispaniarum Rege potentissimo, imperante, D. Petrus Enriquez Azevedius, Fontium Comes, externi belli victor domestici extinctor invictus, dextera amabilis, sinistra formidabilis... carcerum fores regiae curiae objecit, ut principis advigilantis oculus fidissima est justitiae custodia.
Latuada, tom. V, p. 26 e sg.
M. del senator Visconti, fogl. 279.
Visconti, MS. citato, fogl. 337.
Philippo III, Hispaniarum et Indiarum Rege, Mediolani Duce, Regnante, D. D. Petrus de Enriquez Azevedius, Provinciae Mediol. Gubernator et Fontium Comes, opere hoc praeclaro Verbani et Larii huc deductas aquas irriguo navigabilique Ticino ac Pado immiscuit, ubertatem et jucunditatem agrorum, artificum studia, publicas ac privatas opes accessu et commercio facili amplificando.
MS. suddetto, fogl. 284, tergo.
MS. citato.
Quanto quis servitio promptior, opibus et honoribus extollebatur.
(Quanto più pronto era taluno alla servilità, più era innalzato di ricchezze e d'onori).
Visconti, nel citato MS. fogl. 349.
MS. suddetto, fogl. 350.
Caterina Medici, che viene chiamata «impurissima femmina, strega e fattucchiera funestissima, avvelenatrice inumanissima; che da quattordici anni, abbiurata la religione cristiana, e obbligatasi al principe delle Tenebre, ha frequentato i luoghi infernali e i conciliaboli de' demonii, li ha nefandamente adorati, e danzato, mangiato e giaciuta con essi; e con arti diaboliche e veneficii ha tratto o procurato di trarre molti uomini ad amarla, ed ha affascinati ed uccisi molti bambini col sottrarre dai loro corpicelli il vital sangue; e finalmente tali e tanti delitti ha commesso, che il senato, nell'udire il racconto, inorridì. Perciò statuitole un termine alla difesa, e fatta difendere d'ufficio (poiché nessuno si presentò per farlo), questa sacrilega e detestabil donna fu condannata, previa la tortura ad arbitrio della curia per la manifestazione d'altri delitti e dei complici, ad essere, con mitra in capo, avente l'iscrizione del reato, e cinta di figure diaboliche, condotta al luogo del pubblico patibolo sopra un carro, percorrendo le vie principali della città, tormentata, durante il cammino, con tenaglie roventi, e per ultimo bruciata. E avendo la detta strega confessato molte cose pertinenti all'ufficio della Santa Inquisizione, il senato ordinò che fusse prima consegnata al rev. padre inquisitore, il quale, compite le cose da compirsi, l'abbia a riconsegnare all'egregio capitano di giustizia». Così nella sentenza, di cui ecco il tenore: Retulit in Excellentissimo Mediolani senatu egregius capitaneus justitiae longam atque integram seriem et processum causae instructae adversus impurissimam foeminam, Catharinam Mediceam, Papiensem, strigem lamiamque teterrimam, et veneficam immanissimam, quae ex pluribus et perspicuis inditiis ac testimoniis atque ex propria confessione, cognita est jam supra annos quatuordecim cristianam fidem ejurasse, seque principi Tenebrarum devinxisse, tartarea loca, daemonum conciliabula una cum alijs strigis et lamiis frequentasse, eos nefarie adorasse, et cum eis saltasse et comessatam fuisse ac concubuisse; multosque homines diabolicis artibus et veneficiis in sui amorem traxisse, vel certè trahere studuisse; multos item infantes, subtracto e corpusculis vitali sanguine, fascinasse atque necavisse... Demum tot ac tanta scelera patrasse, ut senatus ipsa audiendo cohorruerit. Retulit pariter idem capitaneus statum fuisse praedictae mulieri aliquod spacium ad se defendendum, quo in tempore cum nihil egerit, curiam de ea in suffragium ivisse, sententiamque suam protulisse, quam ibidem recitavit, judicioque eiusdem excellentissimi ordinis submisit. Qui misertus ac pertaesus harum calamitatum artiumque infernarum, quae passim jam per Urbem hanc et Provinciam universam grassantur, statuit ad exemplum etad terrorem huiusmodi monstrorum maxime pertinere ut huic sacrilegae et detestandae mulieri digna malefactis suis supplicia erogentur. Omnibus igitur et singulis rebus suprascriptis diligenter ac maturae perpensis, censuit praedictam Catarinam Mediceam, denunciata morte, super aliis criminibus et criminum sociis torquendam arbitrio Curiae, habitaque pro repetita et composita seu confrontata... plaustro imponendam, mitratamque ad infamiam, cum inscriptione criminis, ac figuris diabolicis redimitam, ad locum pubblici patibuli trahendam esse per regiones Urbis insigniores, atque interim pluries forcipe candenti... vellicandam donec eo pervenerit, ibique demum flammis concremetur... Verum quia praedicta Lamia multa fassa est quae ad cognitionem Sanctae Inquisitionis Offici pertinent, censet idem Senatus eam prius tradi debere rev. P. inquisitori, ut prefectis perficiendis ipsam egregio capitaneo justitiae restituat. - Signat. Io. Baptista Saccus. Questa sentenza fu eseguita il 4 marzo 1617, e avendo essa la data del 4 di febbraio, è da credere che il mese che trascorse prima dell'esecuzione siasi consumato presso il Santo Officio. Il fatto è il seguente:
Nell'autunno del 1616 il senatore Melzi si ammalò con dolore allo stomaco; non aveva febbre, ma inappetenza, poi dimagrò e perdette il sonno. Il medico che lo assistiva, era il fisico collegiato Giacomo Angelo Clerici, ma vennero consultati anche i due fisici di collegio Lodovico Settala e Giambattista Selvatico. Erano passati due mesi da che languiva per quest'incomodo il senatore, quando venne, verso la metà di dicembre, a visitarlo il capitano Vacallo, il quale, vedendo che il senatore aveva per cameriera Catterina Medici, da lui altre volte conosciuta, avvertì il senatore essere quella una famosissima strega, e la peggiore che si potesse trovare, poiché aveva maleficiato lui mentre stava in sua casa. Due figlie del senatore, monache in San Bernardino, informate di questo, si fecero mandare i cuscini del di lui letto, e vi trovarono dei nodi di piume e filo con carboni e pezzetti di legno, i quali portati al curato di San Giovanni Laterano, ch'era esorcista, furono tosto giudicati opera diabolica di stregheria. Si venne in formalità ad abbruciarli nella stanza del senatore cogli esorcismi, e mentre si bruciavano, crebbero i dolori allo stomaco dell'ammalato. Allora il dottor collegiato Lodovico Melzi, figlio del senatore, imprigionò in una stanza di casa Catterina Medici, e le disse che si sapeva già ch'ella aveva maleficiato il senatore, e che o lo disfaccia; se no, per giustizia si sarebbe fatta abbruciare. Ed a principio negò essa Catterina... Il processo non dice con quai terrori venne poi costretta quell'infelice ad accusare sé medesima, ma si vede che si accusò prima che fosse posta prigione. Si pretendeva che fosse marcata diabolicamente sulla schiena, ed ella asserì che potevano essere state le coppette tagliate. Il curato di San Giovanni Laterano venne a due ore di notte, e, dopo di averla esorcizzata, la obbligò a stendersi per terra, ed ei, calpestandola, le pose un piede sul collo, e, in quella positura l'obbligò a rinunciare alle supposte promesse fatte al diavolo.
Il motivo per cui il capitano Vacallo si credeva maleficiato fu perché, avendo in sua casa questa Catterina Medici, n'era innamoratissimo, onde si consigliò col P. Scipione Carrera, col P. Albertino e col signor Girolamo Omati, e mi levarono di casa la detta Catterinetta, et la menarono nel refugio: et le notti seguenti volsi morire di spavento, de tremori et de passione di cuore, et gridavo che pareva mi fosse strepato il core, et così penai tutta la notte. Et la mattina seguente andai dal curato di San Giovanni Laterano et li confessai quanto passava, et lui, dopo havermi letto et esorcizato, mi disse che ero malamente maleficiato; et venne a casa mia, et nel letto et piumazzo trovò molte porcarie, et fra le altre cose un filo lungo al circolo del mio capo con sopra tre nodi distinti, uno stretto, l'altro meno e il terzo più vano, et mi disse detto curato che se il terzo nodo si stringeva più, sarei stato sforzato a sposarmi con detta Catterina o morire. Et veramente a me pareva che se avessi havuto tutto il mondo da una parte, et dall'altra la detta Catterina, havrei pigliato lei et lasciato tutto il mondo. Egli se ne partì da Milano per andare in Ispagna, e mentre andavo a Genova per andare a Spagna, pareva che io fossi menato alla forca, et colà mi venne tentazione di getarmi nel mare, et mi venivano certe passioni di cuore come fossi stato per morire.
Mentre la Medici stava rinchiusa in una stanza nella casa del Melzi, e assediata da una moltitudine di domestici e famigliari, venne forzata a insegnare il modo per guarire il senatore, ed ella disse: che bisognava tor una fascia nuova et con essa misurare il signor senatore per larghezza et per lunghezza, et farli porre tre volte le braccia in croce prostrato prima in letto con la pancia in giù; et che lei lo aurebbe levato dal letto facendogli dire in quell'istante tre Pater et tre Ave Maria da duoi figliuoli vergini a onore della Santissima Trinità, et che lei nell'atto che havesse levato il signor senator dal letto con la fascia sotto la pancia avrebbe detto: - Chi leva Senic et chi la sanità: - et che in tal modo il maleficio restava disfatto, et il signor senatore sarebbe guarito.
Il medico Lodovico Settala, esaminato il giorno 28 dicembre 1616, avendo egli circa sessantaquattr'anni, espone così: «Io più d'una volta ho sentito dal signor senatore che pativa dolori di stomaco stravaganti, che all'improvviso sopragiungevano et all'improvviso si partivano, restando libero come se non avesse avuto male, e che pure non vi dava alcuna occasione: per la qual cosa domandò aiuto e a me e al signor medico Clerici, perché s'andava ogni giorno smagrendo e consumandosi. Facessimo colleggio dieci o dodici giorni fa, nel quale, sebbene attentissimo alla cura come a male naturale, restassimo però con qualche maraviglia della maniera dei dolori; poiché, sendo così stravaganti, ci pareva esservi dentro cosa che ben bene non si poteva ridurre a soli principii naturali; sendo ancora che lui non haveva mai avuto febbre. Ma da pochissimi giorni in qua mi fu detto che si era scoperto quella malattia havere origine da causa sopranaturale, sendosi scoperta in casa sua una donna sospetta di strega. Per il che subito me ne andai dal detto signor senatore per intendere i particolari e certificarmi della verità di questo, confermandomi nel mio dubbio primiero delle stravaganze de' passati accidenti, potendoli ridurre a questa causa soprannaturale delle malìe, tanto più havendone visto molti altri esempi in questa città, ne' quali essendoci noi affaticati in vano con rimedii naturali, scoperti poi esser causati da malìe, si rendevano curabili con esorcismi soli, e intesi come questa donna aveva confessato la verità di aver fatto i maleficii a questo signore. Anzi di più, sendosi trovato presente alla mia visita un religioso esorcista di molto valore, mi disse havere scoperto questa donna essere strega famosa e professa, anzi essere delle segnate e marcate del demonio, e però non mi maraviglio che il male del detto signor senatore non cedesse». Lo stesso medico Settala, in altro esame, così disse: «Considerando io la qualità de' dolori che ha il detto signor senatore, la continuità loro, la parte offesa che è tutto il ventricolo, parte principalissima che comunica col cuore, ch'è destinata dalla natura ad uso necessariissimo, cioè alla preparazione e digestione de' cibi, dico tale infermità esser tale, che senza dubbio alcuno era per apportar la morte per la veemenza de' dolori, per l'impedimento delle azioni e per l'impedimento del dormire; che già si vedeva per il principio della magrezza e della consumazione della carne. Anzi credo io certo questi maleficii non esser fatti ad amorem, come spesse volte si fanno, ma ad mortem, come sogliono le maghe promettere al diavolo tanto l'anno; perché, per la lunga esperienza che ho avuto in varii casi occorsimi, i maleficii ad amorem portano accensione di spiriti, commozione di sangue, passione di cuore, alienazione qualche volta di mente, con desiderii carnali, et in particolare con rabbiosi affetti verso alcuno; non dolori di stomaco, non simili accidenti, in tutto contrari, se non qualche volta per errore fatto da qualche maga non esperta, come non è verisimile esser costei; havendo inteso dall'esorcista che con lei a lungo ha trattato, costei essere strega pratica et professa et marcata, che vuol dire esser dottorata in simil arte. E perciò concludo tali maleficii più tosto esser stati ad mortem, come sogliono, come ho detto, fare e promettere in grazia del demonio. E questo è quanto posso dire, côlto dall'esperienza e pratica che ho avuto in simili casi, e per quello che ho letto ne' gravi scrittori che di questa materia trattano».
Questa infelice doveva avere circa quarantaquattro anni quando fu giuridicamente assassinata. Ella era nata in Brono da Giovanni de' Medici, maestro di scuola. Da principio negli esami si dichiarava innocente, poi venne tormentata, e il decreto del senato fu: (*)1617 die decima januarii. Senatus mandavit ad relationem Egregii Capitanei Justitiae dictam Catharinam Torturae subjici debere, adhibita ligatura canubis ac etiam taxillo, arbitrio curiae, pro habenda ulteriori veritate, ac etiam super aliis; e nel giorno stesso 10 gennaio esaminata, (**) negat scire quid sit ludum vulgo Barilotto, negat etiam scire formam liberandi D. Senatorem a praedicto maleficio. Negat che il demonio fosse assistente ec. Redarguta, perseverat in negativa... Tunc fuit et comminata tortura ad formam ec. ubi non dicat veritatem... Respondit non ho fatto altro... et cum propterea fuerit ei funis brachio dextero applicata, et iam stringeretur, dicit: dirò la verità, fatemi desligare; et sic soluta ec... e allora recitò una lunghissima fila di Barilotti e maleficii i più pazzi e strani.
(*) 1617, il dì 10 gennaio. Il Senato, per relazione dell'egregio capitano di Giustizia, comandò doversi sottoporre alla tortura la detta Caterina, adoperando la legatura di canape ed anche il randello, ad arbitrio della Curia, per avere l'ulteriore verità, ed altresì sopra altre cose.
(**) Nega sapere che cosa sia il gioco volgarmente detto Barilotto; nega pure di sapere il modo di liberare il signor Senatore dal predetto malefizio. Nega che il Demonio fosse assistente, ec. Redarguita, persiste nella negativa... Allora le fu minacciata la tortura nella forma ec., quando non dica la verità... Rispose, non ho fatto altro... ed essendole perciò applicata la fune al braccio, destro, e già strignendosele, disse: dirò la verità, fatemi desligare; e cosi sciolta ec.
Bianconi, Nuova Guida di Milano, p. 258.
Bosca, De origine et statu Bibl. Ambr., lib. II, p. 561. -Saxius, De studiis literariis Mediol., cap. XII, col. 54. -
Al tempo dell'arcivescovo Federico Bortomeo, e in parte per la sua influenza, vide Milano ricostruita la chiesa di Santo Stefano sul disegno di Aurelio Trezzi; eretta la vasta chiesa di Sant'Alessandro, disegno di Lorenzo Biffì o Binago, barnabita; non che l'altra di San Giuseppe presso la Scala, opera dell'architetto Francesco Richini; fabbricati il convento de' Carmelitani Scalzi, e il monastero di San Filippo Neri; chiamati i Somaschi a San Pietro in Monforte, ed aperte nell'anno stesso della biblioteca Ambrosiana le scuole Arcimbolde presso la chiesa di Sant'Alessandro, avendone fornito i mezzi un legato di monsignor Giambattista Arcimboldi, chierico di camera di Clemente VIII. In quelle insegnavano dapprima i Barnabiti umanità e rettorica, vi aggiunsero, nel 1625, la grammatica, e dieci anni dopo la filosofia, la morale e la teologia. Per cura del cardinale, nel predetto anno 1625, fu pure nobilmente riedificata la chiesa di Santa Maria Podone, posta dirimpetto al palazzo della sua famiglia.
Le controversie giurisdizionali si suscitarono a diversi intervalli anche sotto il cardinale Federico; ma appena fu egli assunto all'arcivescovato, si mosse alle pratiche di un sincero accordo: al qual fine delegò per conferire co' ministri regi i monsignori Carlo Bescapè e Marsilio Landriani, vescovo il primo di Novara, l'altro di Vigevano, savii e dotti uomini. In seguito, col consenso del re cattolico, venne rimesso l'esame a Clemente VIII per uno stabile trattato di concordia. Il sommo pontefice mostrò molto impegno; le congregazioni tenevansi avanti di lui, ed erano frequenti; l'arcivescovo di Milano fu chiamato ad intervenirvi, e stette quattr'anni in Roma; ma quantunque il papa abbia vissuto ancora ott'anni dacché si incominciarono queste pratiche, morì nel 1605 senz'aver nulla conchiuso. Gli fu sostituito Paolo V. Le troppo famose sue contese coi Veneziani, e l'interdetto che fulminò contro quella Repubblica mostrarono tosto che poco si aveva a sperare da esso per la concordia giurisdizionale del Milanese, la quale infatti fu protratta di molti anni ancora; e finalmente sollecitata con infinite cure e sommi dispendii dal cardinal Federico in Milano, a Roma, a Madrid, fu segnata nel 1615, sancita due anni dopo dal re e dal papa, e pubblicata il 19 febbraio del 1618, senza quasi aver effetto per le nuove contestazioni che immediatamente dopo sopravennero. Esse ebbero origine dalla pretesa degli ecclesiastici che il privilegio dell'immunità si estendesse ai loro coloni. Gli amministratori rurali vi si rifiutarono, perché il carico sostenuto dai soli laici sarebbe riuscito insopportabile a cagione del tributo sovrimposto per le guerre del Piemonte. I membri del clero, insorgendo l'uno dopo l'altro, intimarono e promulgarono le censure ecclesiastiche contro i deputati, consoli e sindaci de' comuni; i parrochi ricusarono di amministrar loro i Sacramenti, i vescovi di assolverli dalle censure, se non previo il ristauro dei danni e data cauzione di astenersi per l'avvenire. Il senato di Milano s'indirizzò al re esponendo di aver maturamente esaminato l'affare, ed essere l'opinione più vera e più generalmente ricevuta che sia in podestà del principe di esigere la colletta dai coloni della Chiesa sul valore dei frutti ad essi spettanti; così osservarsi in altre province; e così pure essersi osservato in tempi poco rimoti in molte parti di questo dominio, e in tutti molti anni addietro. Contuttociò, vedendo il senato che i vescovi e lo stesso sommo pontefice persistevano nelle censure, né sapeva come rimoverli dal loro proposito, né con quali mezzi difender contro di essi i laici che perseveravano nell'esigere i carichi, invocava in tali angustie le prescrizioni di Sua Maestà . Il re Filippo III, con dispaccio dal 2 febbraio 1619, prescrisse che dove lo esiga il servizio militare per la difesa dello Stato, anche nelle case de' coloni ecclesiastici si pongano a quartiere i soldati, e che pure i detti coloni siano sottoposti al tributo, limitandolo all'ottava parte de' frutti. Stabilì in quelle altre norme, che poi lascia al governo d'ampliare o restringere col parere del senato, come si sarebbe trovato conveniente per acquietare gli ecclesiastici. Il governatore duca di Feria più volte intervenne in senato a trattare di ciò, e si concluse di spedire a Roma un senatore. Fu questi il più volte nominato Giambattista Visconti, che vi si recò col fiscale Schiaffinati, e molto appoggio ebbe dal duca d'Albuquerque, allora ministro di Spagna alla Santa Sede. Ma a Roma non si fece altro se non tenerli a bada. S'andavano riunendo delle congregazioni per guadagnar tempo, e frattanto si faceva agire a Madrid il nunzio apostolico col debole re. Il governatore duca di Feria consultava tutto col senato. Gl'invidiosi, che il senatore Visconti aveva e meritava, perch'era uomo d'ingegno e di lettere, come si conosce dal suo scritto, mal sofferendo la commissione datagli dal governatore, e attraversandone l'esito, facevano che il senato desse pareri atti a rompere le negoziazioni, che si sciolsero in fatti. A Roma si sapevano le consulte del senato dai cardinali prima che il Visconti ricevesse le lettere corrispondenti.
Fervevano ancora quelle moleste contese, allorché venne di nuovo ad affliggere i Milanesi la pestilenza, e più sterminatrice di quella che avevano sofferto cinquantaquattro anni avanti. (1629) Per soprabbondanza di mali fu dessa preceduta dalla carestia e accompagnata dai disastri della guerra che combattevasi nel vicino Piemonte. La plebe di Milano, ridotta a pascersi d'erba e nel pericolo di morir di fame, siccome alcuni se ne trovarono morti per le strade , diede il sacco ai prestini, ed assalita la casa del signor Lodovico Melzi, vicario di Provvisione, e atterratene le porte, fu in procinto di assassinarlo . Il consiglio generale della città si affrettò di approvvigionare di grano il Lazzaretto fuori di Porta Orientale, e colà raccolse la più mendica plebe; né bastando quel vastissimo recinto al numero eccessivo degli affamati, destinò allo stesso fine lo spedale della Stella. Si distinse in questa pubblica calamità l'arcivescovo Borromeo coi soccorsi di cui fu prodigo, sì che meritossi d'esser chiamato il padre dei poveri . Ma le incessanti querele di que' mendichi a pretesto della cattiva qualità del pane, la loro insubordinazione, i loro feroci clamori, facendo temere più gravi eccessi, indussero il governo della città a scioglierli dai loro pietosi ergastoli, restituendoli tutti alla beata libertà del mendicare. Fra una turba sì grande di popolo, estenuata dalla fame ed oppressa da ogni genere d'indigenza, la peste che sopragiunse non potea trovare più pronti veicoli per diffondere rapidissimamente il mortal suo veleno. Questa volta fu essa recata in Italia dalle truppe imperiali per la guerra di Mantova, e un soldato milanese di quell'esercito, venuto a visitare i suoi, la recò in Milano nel novembre del 1629. Sì egli che gli abitanti della casa dove alloggiò, tutti morirono; e queste furono le prime vittime . (1630) La casa fu isolata da ogni comunicazione; ma poco più vi si badò; e le feste, che anche in tanta miseria si celebrarono nel principio del seguente anno per la nascita dell'infante primogenito di Spagna , fecero che facilmente quel funesto avviso fosse posto in dimenticanza. Il fatal vulcano rimase sopito, o almeno diede segni non osservati fino al mese di marzo, quando l'esplosione si fece in un tratto violenta ed invase tutte le parti della città. Il popolo, compreso dallo stupore, s'attenne per lungo tempo al partito che più s'accomodava alla sua ignoranza e pigrizia, il non credere; e allorché fu tratto d'inganno per lo spaventevole moltiplicar de' malati e de' morti, e col produrre agli occhi di tutti i marciosi cadaveri, esponendoli lungo le vie, o facendoli condurre intorno ammucchiati e scoperti sui carri, si abbandonò ad ogni sorta di deliri e di eccessi. Quell'ostinata e prolungata incredulità lasciò libero al contagio di estendersi immensamente, e fu in ciò secondata dall'indolenza dapprima, poi dagli scarsi, inefficaci o improvvidi ordini de' magistrati. La lunga successione de' cattivi governi avea fatto dilatare l'avvilimento, l'inerzia, la stolidezza dalla plebe alle classi superiori, per modo che in quelle difficilissime circostanze il consiglio generale, il tribunale di Provvisione, quello di Sanità, il senato, il governo, tutti non si mostrarono che plebe, ed ebbero con essa comuni le stravaganze e i vaneggiamenti. Tranne il ricoverare gli appestati nel Lazzaretto, nessun altro opportuno provvedimento fu adottato in quest'occasione di quelli che pure il furono nella peste del 1576. A reggere quella repubblica di appestati fu delegato un frate con illimitata autorità, il padre Felice Casati, guardiano de' Cappuccini di porta Orientale . «Si è comandata con una mal intesa pietà una processione solenne, nella quale si radunarono tutti i ceti de' cittadini, e trasportando il corpo di san Carlo per tutte le strade frequentate, ed esponendolo sull'altare maggiore del Duomo alle preghiere dell'affollato popolo, prodigiosamente si comunicò la pestilenza alla città tutta, ove da quel momento si cominciarono a contare sino novecento morti ogni giorno» . Il cardinale arcivescovo avea ricusato di aderirvi, ma tali furono le sollecitudini e le istanze, che, quasi forzato, vi acconsentì . Il Ripamonti ci fa fede che da quel giorno la pestilenza ha acquistato tal forza e predominio, che veramente corrispondeva al suo nome . E soprabbondando il numero degli appestati che presentavansi ogni giorno al Lazzaretto, arrivarono ad essere un tempo nel detto luogo quattordicimila e cinquecento annoverati, restandone più volte le centinaia di fuori attorno a quella fossa, aspettando che la morte facesse loro qualche luogo . Per la qual cosa fu duopo erigere de' Lazzaretti sussidiari a San Barnaba al Fonte, a San Vincenzo in Prato e alla Trinità. Un altro ne fu fatto disporre dal cardinale arcivescovo nel seminario della canonica per gli ecclesiastici.
Ma il delirio più scandaloso e ch'ebbe più tragici effetti, fu quello delle unzioni venefiche. La storia ci attesta che si è prestata credenza a questa sciocca cagione in altri contagi, ed abbiamo veduto che l'opinione ne corse anche nella peste del 1576. Ora a darle maggior voga venne un dispaccio del re Filippo IV, che avvisava il governatore di far invigilare che non s'introducessero nel Milanese alcuni uomini portatori di unguenti pestiferi, ch'erano stati veduti in Madrid e di là fuggiti . Queste precedenze erano più che sufficienti perché si asseverasse che siffatte unzioni già facevansi in Milano, e così avvenne. Un editto del tribunale di Sanità, del 19 maggio, asserendo il fatto per indubitato, promise il premio di ducento scudi a chi avrebbe data certa notizia de' rei, e di più l'impunità al denunciante qualora fosse uno de' complici, ma non il principale . Poche settimane dopo, per racconto di donne, si divulgò che il commissario della sanità Guglielmo Piazza era stato veduto a far tali unzioni; egli confessò ne' tormenti che l'unto gli era somministrato dal barbiere Gian-Giacomo Mora; e questi e molti altri sono pur carcerati e tormentati. La compassionevole narrazione di questo nefando processo è già nota ; e qui basterà il dire che il Piazza e il Mora, e altri non pochi, dichiarati rei di un delitto impossibile, furono condannati ad essere condotti al patibolo su di un alto carro; ad aver nel cammino arse le carni da tenaglie roventi, tagliata la mano destra; indi fracassati dalla ruota, e intessuti ancor vivi fra le gaviglie della ruota stessa, scannati dopo sei ore, finalmente abbruciati, e sparse le ceneri al vento. Tutto ciò fu eseguito; e stando i miseri fra le mani del carnefice si protestarono innocenti innanzi al popolo, e di morir volontieri per gli altri peccati loro, ma di non avere mai esercitata l'arte di ungere, né aver pratica di veleni o sortilegi . Quanto possedevano quelle due vittime fu confiscato; la casa del Mora, distrutta dai fondamenti, e sull'area di essa eretta una colonna per pubblico decreto dichiarata infame, accompagnata da un'iscrizione in marmo per tramandare la memoria del fatto alla posterità. E la posterità l'ha giudicato: nel 1778 la colonna si trovò clandestinamente atterrata; l'iscrizione fu levata di poi, la casa rifabbricata; onde non rimane più traccia visibile dello scelerato giudizio . Né il Piazza e il Mora, e i molti soci ch'ebbero nel processo furono soli sacrificati al fanatismo del volgo e all'ignoranza togata. Si volle scoprire un distributore d'unzioni anche tra gli appestati del Lazzaretto, Gian Paolo Rigotto, il quale andò al patibolo li sette di settembre, e l'accompagnò il padre Felice, cappuccino, con un altro padre Teatino, che là dentro amministrava li Sacramenti; et affermarono questi che, al solito degli altri, aveva costui rivocata la confessione e sin all'ultimo fiato protestato di morire innocente . Quali tempi, quai giudici, e quanto infelice nazione! A compiere l'orrenda scena basterà che si sappia aver quella pestilenza mietuto centoquarantamila vite di cittadini milanesi, secondo il più moderato calcolo che desunse il Ripamonti dalle tabelle del tribunale della sanità , mentre il Somaglia l'accresce di altre quarantamila. La città non fu del tutto sana che circa due anni dopo, nel 1632.
Le persone notabili morte ne' decorsi trent'anni furono frà Paolo Moriggia, Gesuato, autore di molte opere mediocri o cattive sulle Antichità Milanesi, morto nel 1605, d'anni settantanove; Carlo Bescapè, vescovo di Novara, che morì il 6 ottobre 1615, contando sessantacinque anni di età e ventidue di episcopato, uomo assai dotto e pio, e il più sincero scrittore della vita di san Carlo, benché ne fosse famigliarissimo e ammiratore; e Giovanni Pietro Carcano, morto il 5 agosto 1624, che destinò le sue molte ricchezze a beneficare splendidamente lospedale Maggiore e la chiesa metropolitana di Milano, e ad erigere un monastero di vergini, dette dal nome del fondatore le Carcanine. Chiude questa lista necrologica il più grande e il più utile cittadino del suo tempo, il cardinale arcivescovo Federico Borromeo, che cessò di vivere il 21 settembre del 1631, nell'età di circa anni sessantasette.
Capitolo XXXI
Successione di governatori.
Guerre nel Piemonte, nella Valtellina e in Lombardia. Morte del re Filippo IV.
Governo del duca di Ossuna. Morte del re Carlo II.
Sacre e pie fondazioni, e morti di persone distinte.
Nel progredire di questa storia, la materia che debbo trattare quasi mi scoraggisce. Sterile ed ingrata necessariamente per la condizione del paese dopo l'estinzione de' principi sforzeschi, lo diviene ancora maggiormente, giacché alla mancanza de' fatti storici va succedendo quella dei grandi caratteri, rimarchevoli per sublimi virtù o per vizi illustri; onde il vasto, fertile e già ricco stato di Milano in quest'epoca non può essere rappresentato da una più vera imagine di quella di un gran podere, quasi in ira al cielo e agli uomini, abbandonato dalla non curanza di uno sconosciuto padrone, all'imperizia e al capriccio dei succedentisi amministratori. Nel corso di quasi settant'anni, su cui versa questo capitolo, i buoni governatori furon rari, e per maggiore sventura del paese sono quelli che vi fecero più breve dimora. I danni del Milanese crebbero per le guerre che ripetutamente si suscitarono in questo intervallo nella Valtellina e nel Piemonte, tanto per i campeggiamenti e le rapine degli eserciti, quanto per doverli provvedere di viveri e di soldo, giacché se anche ne' migliori tempi di Carlo V e di Filippo II ben poco danaro era qui spedito dalla Spagna, a quest'epoca non poteva aspettarsene sussidio veruno; non bastando neppure le scarse rendite di quell'indolente e degenerata nazione a saziare l'avarizia de' favoriti e de' cortigiani. Tali poi furono gli effetti di più di un secolo di cattivo governo straniero, dell'agricoltura in più luoghi abbandonata, della scoraggiata industria, della sofferta fame e di due pestilenze sterminatrici, che rese esauste tutte le sorgenti della pubblica prosperità: la popolazione per la penuria del vivere non poté riprodursi; e Milano che da lungo tempo e per tutto il secolo decimoquinto fu ricca, florida e popolosa di oltre trecento mila abitanti, nel decimosettimo non giungeva a centomila, e in questo limite se ne stette quasi stazionaria, mentre l'indistruggibile fertilità del suolo impedì all'ignoranza e al mal volere degli uomini di farla maggiormente retrocedere.
(1632) Il vacante arcivescovato di Milano fu, il 28 novembre del 1632, conferito dal papa Urbano VIII al patrizio milanese Cesare Monti, già insignito della dignità di patriarca d'Antiochia e nunzio apostolico nella Spagna, e nell'anno seguente fatto cardinale. E poiché la storia civile non ci offre altra occasione di parlar di lui, soggiungeremo ch'egli resse la chiesa milanese con pace e dignità per quasi diciotto anni, fece ridurre a compimento le chiese del Lentasio e di Sant'Agnese, stabilì il conservatorio di Santa Febronia per le figlie povere, eresse la chiesa e il convento di Concesa e il monastero di Santa Maria di Loreto, istituì il seminario di Monza, e, morendo, legò per testamento agli arcivescovi suoi successori una scelta raccolta di ducentoventun quadri, il di cui catalogo leggesi presso il Latuada , e che, riordinata e ristaurata pochi anni sono da mano maestra, forma tuttora un magnifico ornamento al palazzo arcivescovile.
(1633) Nel 1631 era tornato al governo di questi Stati don Gomez Suarez di Figueroa e Cordova, duca di Feria; ma dopo due anni avendo egli dovuto, d'ordine del re cattolico, recarsi in Germania in soccorso dell'imperatore Ferdinando II con un esercito di diecimila fanti e mille e cinquecento cavalli, parte Spagnuoli e Lombardi, e parte Napoletani, venne in suo luogo il cardinale infante di Spagna, fratello del re; ma non rimase al governo che circa un anno, essendo passato a governare le Fiandre. Dal poco che ci rimane delle sue leggi, appare ch'egli avea di mira l'esatta amministrazione della giustizia. I successivi governatori fino al 1670 furono il cardinale Egidio Albornoz, il marchese don Diego di Leganes, il duca d'Alcalà, il conte don Giovanni di Sirvela, il marchese di Velada, don Bernardino Fernandez de Velasco, contestabile di Castiglia, il conte di Haro, don Luigi Benavides, marchese di Caracena, il cardinale Teodoro principe Trivulzi, il conte di Fuensaldagna, il duca di Sermoneta, don Luigi de Guzman Ponze di Leon, il marchese d'Olias e Mortara, e don Paolo Spinola, marchese de los Balbases, duca del Sesto. Sono in trentasei anni quattordici governatori, tra i quali il marchese di Caracena durò per otto anni, e il conte di Fuensaldagna per quattro. L'inettitudine, l'inesperienza, il breve governo, la distrazione delle guerre furono cagione che que' signori fecero poco bene al paese, e lasciarono intatti i disordini, se pure non li accrebbero. Gioverà a dare un'idea del loro modo di governare il sapersi che mentre le provincia, rovinata dai disastri della peste, dalle lunghe guerre e dalla pessima e tenebrosa amministrazione, esigeva i più seri provvedimenti, il marchese di Caracena non trovò altro di meglio a fare per il ben pubblico che vietando alle meretrici di andare in carrozza ai corsi, e il conte di Fuensaldagna, di proibire che anche nel carnevale si ballasse dopo la mezza notte, e che alcuna donna si mascherasse da uomo, o uomo da donna. Quel marchese accrebbe le fortificazioni del castello di sei mezze-lune. Più importanti furono i provvedimenti del governatore Ponze di Leon. All'intento di soccorrere alle angustie del pubblico banco di Sant'Ambrogio, che, disordinato e soccombente sotto il peso de' suoi debiti, avea ridotto alla metà il pagamento degl'interessi, ordinò, con decreto del 18 luglio 1662, che i fondi e i dazi destinati dalla città di Milano per dote di quello, passassero in libera amministrazione di una congregazione da lui delegata; con che per allora fu assicurata la pubblica fede. Egli fu autore di un altro insigne beneficio a suggerimento del conte Bartolommeo Arese, presidente del senato, personaggio di gran senno ed influenza, ed amantissimo del suo paese, l'instituzione del così detto Rimplazzo. Esso regolava l'alloggiamento militare sotto la direzione di un provveditore generale, il quale forniva d'alloggio l'esercito in tempo di pace ad un determinato prezzo per ciascuna razione da pagarsi in via d'imposta sopra tutto lo Stato, secondo la fatta ripartizione. Così furono procurati opportuni e comodi alloggiamenti alle truppe, liberati i pubblici e i cittadini dalle vessazioni, e assicurata l'uguaglianza del carico. Ma questo Ponze di Leon era uomo sì arbitrario e violento, che, senza rispetto alla giurisdizione de' tribunali e del senato facea esercitare la giustizia a suo piacere: e ne basti un esempio. Un cieco, conosciuto col nome di Alessandrino, andava cantando per le vie della città una canzone popolare, in cui deridevansi gli Spagnuoli. Il governatore se lo fece condurre innanzi, gli fe' dar a bere e volle udir la canzone; indi ordinò che immediatamente fosse condotto alla piazza de' Mercanti, ed alla mezza notte, a porte chiuse, fosse impiccato e subito seppellito. Egli stesso nel giorno vegnente a comune terrore, fece dare pubblicità alla sentenza ed all'esecuzione. È però da confessarsi che i tempi erano convenienti per simili violenze; e i nobili in ispecie, resi brutali dall'ignoranza, invasi dalla boria spagnuola e degradati dalla prepotenza valorosa de' loro avi, eransi abituati alla prepotenza facinorosa, che col mezzo di mani mercenarie procacciasi comoda e senza pericolo la vendetta, la quale infame costumanza si mantenne in vigore fin oltre la metà del secolo scorso . Per siffatte prepotenze la città di Milano era in tanto disordine, che i privati cautamente si facevano scortare per le strade da uomini armati. Persino il residente del gran duca di Toscana, Gian-Francesco Rucellai, in Porta Vercellina, verso mezzodì, venne assalito da molti armati, Per cui, dopo valida resistenza, costretto a sottrarsi al maggior numero, il governatore e il senato, mancando di altro mezzo, fecero pubblicare che chiunque suddito del re cattolico avesse in quest'occasione prestata assistenza al residente, sarebbe stato dalla maestà sua assai gradito; e il marchese Annibale Porroni lo fece servire da certo capitano Ampio con un centinaio di bravi, e, così scortato, il residente prese congedo dal governatore, dall'arcivescovo e dal presidente del senato. La stessa scorta lo accompagnò fino a Piacenza; il fatto avvenne nel 1656 .
Sopra un volumetto che contiene gli atti dell'indicata controversia, prezioso MS. esistente nella biblioteca Ambrosiana, trovasi scritto di mano propria del cardinale Federigo: Questo libro costa centomila scudi; con che è venuto egli a dichiarare le spese fatte per venire a capo della concordia. - (Nota del canonico Antonio Francesco Frisi).
La consulta è del 9 agosto 1618, ed ha questo principio: (*) Cum ecclesiastici paulatim, unus post alium, adversus impositionem onerum pro parte colonica bonorum Ecclesiae insurgerent, comminando et promulgando censuras contra deputatos, comules et syndicos Communitatum...; et cum parochi ecclesiarum recusarent Sanctissima Sacramenta Deputatis ministrare, Episcopi verò absolutionem a Censuris denegarent nisi refectis damnis..., et nisi praestita cautione quod in futurum ab ea abstinuissent; senatus, omnibus denuo attente consideratis, pro eo quod pertinet ad Justitiam, licet non desint qui Ecclesiae partes tueantur, cognovit tamen veriorem et magis receptam sententiam hanc esse, ut possit princeps Collectam exigere a colonis Ecclesiae pro valore fructuum ad eos spectantium, et ita servari in aliis provinciis: immo vero ita jamdiu servatum fuisse in multis huius Dominii partibus, et in omnibus a multis annis citra. Sed vidit etiam episcopos et ipsum summum pontificem ita persistere in censuris, ut neque per nos ab eis removeri possint ullis rationibus, neque nobis remedia ulla supersint, quibus defendere ab illis valeamus laicos in exactione onerum perseverantes, necque nostram quasi possessionem in qua sumus, satis tueri ec... e termina quindi concludendo: (**) Reliquum est ut Majestas Vestra, re tota intellecta, quid nobis inter has angustias agendum sit praescribere dignetur.
Essendoché gli ecclesiastichi a poco a poco, un dopo l'altro, contro la imposizione degli aggravii per la parte colonica dei beni della Chiesa insorgevano, minacciando e promulgando censure contra i deputati, consoli e sindaci delle comunità... ed essendoché i parrochi delle chiese ricusavano di amministrare i Santissimi Sacramenti ai deputati, e i vescovi poi negavano l'assoluzione dalle censure, se pria non erano risarciti i danni, e se non si prestava sicurtà che in futuro da quella si sarebbono astenuti: il Senato, ogni cosa di nuovo attentamente considerata, per quello che appartiene alla giustizia, benché non manchino di quelli che difendono le parti della Chiesa, riconobbe tuttavia essere più vera e più assentata questa sentenza che possa il principe esigere la colletta dai coloni della Chiesa pel valore dei frutti loro spettanti; e così essere l'osservanza in altre province, che anzi così essere stata già da lunga pezza la pratica in molte parti di questo Dominio, ed in tutte molti anni addietro. Ma vide altresì che i vescovi ed il sommo pontefice stesso così persistono nelle censure che né si possono per noi rimuovere da esse con veruna ragione, né a noi rimedio alcuno sopravanza col quale possiamo difender da quelle i laici perseveranti nell'esazione degli aggravii, né difendere abbastanza il nostro quasi possesso in cui siamo ec.
(**) Rimane che la Maestà Vostra, ogni cosa considerata, si degni prescrivere che cosa dobbiamo fare fra queste angustie.
Ripamonti, p. 50 e seg. Nel citato Diutile, scritto da un medico-chirurgo, essendovi notate le visite di Santa Corona, leggesi MS. quest'annotazione: «1629, 7 novembre. Nel bettolino di San Francesco sul corso di Porta Comasina, passato il Carmine, morì improvvisamente uno venuto da luogoinfetto. Non si conobbe ch'ei fosse morto di peste. Fra alcuni giorni l'oste e garzoni s'ammalarono e morirono».
Si fecero giuochi, tornei, allegrezze grandi. Si cantò il Te deum a Santa Maria presso San Celso. Sulla piazza del Duomo si diede un fuoco artificiale stupendo, che rappresentava il monte Etna. Il ragguaglio ed il disegno della macchina sono stampati. Il gesuita Emanuele Tesauro, celebre maestro d'eloquenza in que' tempi, recitò la orazione; e per dare un'idea del solo modo di scrivere, ne riporterò alcuni tratti. Fra le altre cose disse: Ma che in questi anni, meglio che in altri, sia la fortuna appassionata per questa casa reale, facciane fede, non altri, l'abbattuta eresia della Germania, sopra cui, passando la ruota dell'austriaca fortuna, hormai le ha frante le armi e tolto il fiato. O giustissimi sdegni e trionfali vendette della zelante fortuna! Tempo fu che, ritardato il valor della doglia, assai più attese la fortuna dello Impero a medicar le ferite de' suoi con la prudenza, che a ferire i rubelli con la spada: a guisa di perita nocchiera, che non potendo correre un vento intiero, corre una quarta. Ma ora al prospero soffio dell'austro gonfia tutta la vela, scorrendo liberamente, non pure il Reno e 'l Danubio e l'Albi, ma il gelato mare di Dania; anzi ne' monti ongarici et boemi per un mar di sangue rubello felicemente veleggia (p. 12). Egli, lodando il conte d'Olivares, dice che trasse il nome dagli olivi, perché ne' consigli di guerra et di pace dell'una et dell'altra Pallade merta l'oliva. Finalmente del nato bambino ci narra ch'è figlio delle Grazie, candidato dei paterni regni, gemma incomparabile della maggior corona del mondo, fondamento delle speranze, speranza et voto dei popoli, humano angioletto et mortal Dio. Il panegirico è pieno di passi d'Orazio, di testi di Platone di allusioni alle favole, di esagerazioni e adulazioni, e, sebbene recitato in San Celso, non vi è tratto veruno né del candore evangelico, né perfino di religione.
In una patente del tribunale di Sanità, sottoscritta dal presidente Giovanni Sfondrati e dal cancelliere Giacomo Antonio Tagliabò, del 20 maggio 1632, che conservavasi presso de' padri Cappuccini di quel convento, si legge che il padre Felice Casato, guardiano, comandò nel Lazzaretto per commissione del tribunale di Sanità, e cominciò alli 30 marzo con carico di reggente e governatore di detto Lazzaretto, con ampla autorità concessagli da questo tribunale di comandare, ordinare, provvedere e fare tutto quello che dalla singolare sua prudenza fosse stimato necessario;... havendo avuto sotto il suo governo et comando tal'hora più di sedicimila anime, et governato nel detto spatio di tempo centomila persone e più ec.».
Così il conte Verri verso la fine del § II dell'opera intitolata: Osservazioni sulla tortura, e singolarmente su gli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche, alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l'anno 1630. Questo scritto, ch'era rimasto inedito per riguardi di famiglia onorevoli all'autore, fu per la prima volta pubblicato come un'Appendice alle Opere Economiche del conte Pietro Verri, nella Raccolta degli Scrittori Classici Italiani di Economia politica, Parte Moderna, tom. XVII.
Memorie delle cose notabili successe in Milano intorno al male contagioso l'anno 1630, ec., raccolte da D. Pio La Croce, p. 54. Un fanatismo simile a questo si vide in Mosca, allorquando, l'anno 1771, la pestilenza recatavi dalla guerra co' Turchi desolava quella città. Il popolo si pose in mente che un'imagine miracolosa dovesse liberarlo, e la folla del concorso comunicò la pestilenza ai sani, e accrebbe la sciagura. L'arcivescovo di Mosca, uomo illuminato e umano, che avea sottratto l'imagine al popolo, dovette nascondersi per schermirsi dal suo furore; ma le turbe forzarono il monastero ov'erasi ricoverato, o lo trucidarono. - Veggasi Levesque, Histoire de Russie, tome V, Paris, 1782, p. 133.
Ragguaglio dell'origine e giornali successi della peste di Milano, dal 1629 al 1632, di Alessandro Tadino ec.,lib. II, cap. 15 e 30, pp. 57 e 100.
L'editto, pubblicato dal Lattuada (Descrizione di Milano, tom. III, p. 322), è il seguente: «Avendo alcuni temerari o scelerati avuto ardire di andare ungendo molte porte delle case, diversi catenacci di esse e gran parte dei muri di quasi tutte le case di questa città con unzioni, parte bianche e parte gialle, il che ha causato negli animi di questo popolo di Milano grandissimo terrore e spavento, dubitandosi che tali unzioni siano state fatte per aumentare la peste che va serpendo in tante parti di questo Stato; dal che potendone seguire molti mali effetti et inconvenienti pregiudiziali alla pubblica salute: a' quali dovendo li signori presidente e conservatori della Sanità dello stato di Milano per debito del loro carico provedere, hanno risoluto, per beneficio pubblico e per quiete e consolazione degli abitanti di questa città, oltre tante diligenze sin qui d'ordine loro usate per mettere in chiaro i delinquenti, far pubblicare la presente grida, con la quale promettono a ciascuna persona di qualsivoglia grado, stato e condizione si sia, che nel termine di giorni 30 prossimi a venire dopo la pubblicazione della presente metterà in chiaro la persona o le persone che hanno commesso, favorito, aiutato, o dato il mandato, o recettato, o avuto parte o scienza, ancorché minima, in cotal delitto, scudi ducento de' denari delle condanne di questo tribunale; e se il notificante sarà uno de' complici, purché non sia il principale, se gli promette l'impunità, e parimente guadagnerà il suddetto premio. Et a questo effetto si deputano per giudici il signor capitano di giustizia, il signor podestà di questa città et il signor auditore di questo tribunale, a' quali o ad uno di essi averanno da ricorrere i propalatori di tal delitto, quali, volendo, saranno anche tenuti secreti. Dat. in Milano 19 maggio 1630.
Firm. M. Antonius Montius Praeses.
Sott. Jacobus Tagliabos, Cancellar.»
Darò qui la studiata e non inelegante iscrizione latina che leggevasi scolpita in una gran tavola di marmo, e il faccio ancor più volentieri perché nella prima edizione della citata Opera sulla tortura, contro la manifesta intenzione dei tre superiori magistrati che sancirono quel legale assassinio, è mancante de' loro nomi, e così mutila fu poscia ristampata.
HIC VBI HÆC AREA PATENS EST
SVRGEBAT OLIM TONSTRINA
JO. JACOBI MORÆ
QVI FACTA CVM GVLIELMO PLATEA PVB. SANIT. COMMISSARIO
ET CVM ALIIS CONSPIRATIONE
DVM PESTIS ATROX SÆVIRET
LÆTHIFERIS VNGVENTIS HVC ET ILLVC ASPERSIS
PLVRES AD DIRAM MORTEM COMPVLIT
HOS IGITVR AMBOS HOSTES PATRIÆ IVDICATOS
EXCELSO IN PLAVSTRO
CANDENTI PRIVS VELLICATOS FORCIPE
ET DEXTRA MULCTATOS MANV
ROTA INFRINGI
ROTÆQVE INTEXTOS POST HORAS SEX JVGVLARI
COMBVRI DEINDE
AC NE QVID TAM SCELESTORVM HOMINVM RELIQVI SIT
PVBLICATIS BONIS
CINERES IN FLUMEN PROJICI
SENATVS JUSSIT
CUIUS REI MEMORIA ÆTERNA VT SIT
HANC DOMVM SCELERIS OFFICINAM
SOLO ÆQVARI
AC NVMQVAM IN POSTERUM REFICI
ET ERIGI COLVMNAM
QVÆ VOCETVR INFAMIS
IDEM ORDO MANDAVIT.
PROCUL HINC PROCVL ERGO
BONI CIVES
NE VOS INFELIX INFAME SOLVM
COMMACVLET
M DC. XXX. KAL AVGVSTI.
R. iustitice capitaneo |
Præside senatus ampliss. |
Præside pubblico sanitatis |
JO. BATT. VICECOMITE |
JO. BABT. TROTTO |
MARCO AN. MONTIO |
Nel luogo di questo spazio
Sorgeva altre volte la barbieria
Di Giovan Giacomo Mora
Il quale con Guglielmo Piazza pubblico Commissario di Sanità
E con altri avendo conspirato
Mentre imperversava atroce pestilenza
Con venefici unguenti qua e là applicati
Molti a cruda morte spinse
Entrambi pertanto nemici della Patria giudicati
Comandò il Senato
Che sopra di un elevato carro
Abbrostiti da prima con tanaglia rovente
E mutilati della mano destra
Colla ruota fossero infranti
E nella ruota intrecciati dopo sei ore scannati fossero
E quindi abbruciati.
Ed affinché nulla rimanesse di uomini tanto scelerati
Confiscati i beni
Volle che le ceneri gettate fossero nel fiume.
Della qual cosa onde eterna sia la memoria
Questa casa, officina di sceleratezza
Lo stesso Ordine decretò
Che adeguata fosse al suolo
Né mai potesse in avvenire rifabbricarsi
E si ergesse una colonna
Che detta fosse infame
Lungi adunque lungi di qua
Obuoni cittadini
Affinché l'infelice infame suolo
Non vi contamini.
M. DC. XXX.
Alle calende di agosto
Essendo
R. capitano di giustizia |
Presid. amplis. del senato |
Pubbl. presid. della sanità |
GIO. BATT. VISCONTI |
GIO. BATT. TROTTI |
MARCO ANT. MONTI |
Coniectura tamen aestimatioque communis fuit, centum quadraginta millia capitum fuisse quae perierunt, reperique ita prescriptum in tabulis rationibusque iisdem, unde haec mihi petita sunt omnia quae retuli. Ripamonti, lib. IV, p. 228.
Fu tuttavia congettura ed opinione comune, che centoquarantamila anime fossero perite, e così trovai registrato nelle tavole e conti medesimi dai quali trassi tuttoche ho riferito.
Si conosce il costume de' tempi e singolarmente l'orgogliosa opinione de' nobili, i quali si consideravano di natura diversa degli uomini della plebe, dal viglietto seguente, che il signor don Pietro attorno una scrittura data da ti Paolo Besozzi in confidenza ad Fossani ha ritrovato in sua casa come originale di un simile che un di lui antenato scrisse a certo Paolo Besozzi: «Intendo andare alcuni pochi, alla quale non posso adequatamente rispondere per non essere arrivata alle mie mani. Pure, con quei dogmni che sono necessari alla gente vilissima e poco pratica delle corti e del trattare civile, ti dico che è solito de' buffoni e solo lor proprio privilegio farsi pari e superiori a' lor maggiori, lasciando di dargli i dovuti titoli, e presumendo di arrogarli alle loro vilissime persone, ma, innaveduti, si scordano di quel che veggono tutto dì praticarsi, che, stanchi i maggiori delle loro buffonerie e arroganze, non per vendetta, ma con animo tranquillissimo li fanno ricordare; altre volte danno di mano ad un bastone per pigliarsi spasso delle loro carni. Il simile farò con te io infrascritto non conoscendoti l'essere e il procedere tuo al merito, e nella qualità ed essere mio altra obbligazione. - 6 luglio 1649 - Antonio Francesco Fossani affermo ec.» - (Nota del Verri)
(1637) Reso libero da que' due nemici il governatore marchese di Leganes, e trovandosi al comando di dieciottoniila fanti e quasi cinquemila cavalli per rinforzi avuti dalla Spagna, dalla Germania e da Napoli, si decise a spingere con vigore la guerra nel Piemonte, colla lusinga di facili progressi per la morte accaduta del duca Vittorio Amedeo, lasciando due figli in età infantile sotto la tutela della madre. Prese quindi il forte di Breme nella Lomellina, invase il Monferrato e assediò Vercelli. (1638) Poi, collegatosi col cardinale Maurizio e col principe Tommaso, zii del piccolo duca, applicò a diverse imprese, vagando per il Piemonte, finché, accintosi all'acquisto di Casale di Monferrato con segreta intelligenza della vedova duchessa di Mantova, venne ivi raggiunto dall'esercito francese comandato dal maresciallo d'Harcourt, e posto in piena rotta colla perdita della cancelleria (1640), delle argenterie, della cassa regia, de' cannoni e d'ogni equipaggiamento, rinvenuti dai vincitori nel campo di San Giorgio verso Pontestura. (1641) Il marchese di Leganes fu richiamato. Ma più che da questa sconfitta, venne il re di Spagna determinato a tal passo dai gravi turbamenti insorti nell'interno della monarchia, la sollevazione dei Catalani e la ribellione del duca Giovanni di Braganza, la quale produsse poi la separazione del Portogallo dalla Spagna, avendo la sorte delle armi e i fini politici delle altre potenze persuaso il riconoscimento legittimo di quel ribelle. (1652-1645) Per questi avvenimenti l'esercito francese reso più animoso, unito a Savoiardi, ridusse in breve tempo gli Spagnuoli alla difensiva, e, ricuperate di seguito le fortezze del Piemonte, penetrò nello stato di Milano, prese Tortona e Trino, indi, varcata la Sesia, Vigevano. La costernazione fu grandissima in Milano. Il governatore marchese di Velada accorse a Mortara, a Novara e ai passi della Sesia a far fronte ai nemici, i quali, per la difficoltà delle vittovaglie, si ritirarono; (1646) nel principio del nuovo anno, anche Vigevano fu ricuperato. Né i danni de' Milanesi si ristrinsero alla paura. La devastazione delle campagne ove seguirono gli osteggiamenti, le vettovaglie somministrate agli eserciti nemici ed amici, gli approvvigionamenti e le opere di difesa alle fortezze minacciate, e il soldo delle truppe che per intiero dovevasi fornire dal paese, furono tali pesi, che più non bastando a supplirvi le ordinarie rendite e le contribuzioni straordinarie, si ebbe ricorso all'alienazione de' dazi ed altri diritti regali. In quest'anno e ne' quattro seguenti si fecero le più grandiose vendite delle regalie, che mai fossero fatte per l'addietro o in seguito. Dal prospetto che se ne stese nell'anno 1772, quando per ordine dell'imperatrice Maria Teresa furono tutte ricuperate alla regia camera, si riconobbero centosessantasei regalie vendute in que' quattro anni: quasi la terza parte delle alienazioni si fecero allora. Durante tutto il secolo precedente e fino alla metà del XVII se ne alienarono sole cinquantuna. Nel rimanente di quel secolo si trovò comodo, e forse fu necessità, di proseguire in siffatte vendite; e dall'anno 1649 al 1700 ne furono distratte altre centosessantanove.
(1647) Il cardinale Mazzarino, succeduto al defunto cardinale Richelieu nella suprema direzione del regno di Francia, accrebbe un nuovo fomite alla guerra in Italia coll'essere riuscito a far entrare nella lega contro gli Spagnuoli Francesco I d'Este, duca di Modena. Perciò i Gallo-Estensi occuparono con grandi forze Casalmaggiore, che tennero per due anni, e assediata inutilmente Cremona, disertarono il Cremonese. Ma la vigorosa resistenza opposta dal governatore marchese di Caracena, l'occupazione da esso fatta di più terre del modenese, e gli uffici dei duchi di Mantova e di Parma indussero il duca di Modena a rappacificarsi colla Spagna. (1649) Liberati dalle angustie di questa nuova guerra potettero i Milanesi prestarsi più alacremente a festeggiare l'arrivo della loro sovrana, l'arciduchessa Marianna d'Austria, che da Vienna recavasi a Madrid, sposa del re Filippo IV. Essa fece il suo ingresso in Milano il 30 maggio del 1649, il quale è così descritto dal Brusoni : Entrò la regina privatamente in Milano per Porta Tosa, a causa delle grandissime pioggie che diluviarono in quei giorni; e fece poscia la sua solenne entrata per Porta Romana, incontrata dal marchese di Caracena, governatore, con tutti i tribunali, e dal clero in processione. Il governatore, messo piede a terra, presentò alla Maestà Sua diciotto cavalieri, coperti di scarlatto guernito di brocato, e altri sessanta, vestiti di tela d'argento, destinati a servirla. Dopo che, collocata sovra una chinea da' duchi di Machedea e di Terranova, venne salutata da una salva di mille e ducento mortaletti e da tutto il cannone della città. Per tutte le contrade e le piazze per le quali passò la regina, oltre agli addobbi che le adornavano, si vedevano spallierate le milizie della città e dell'esercito sotto i loro maestri di campo e generali, con vaghissima e superba mostra. Fu servita fino al Duomo, e poscia al palazzo di sua abitazione, con ordine e pompa veraramente regia e maravigliosa. Fermossi la regina per alcuni giorni in Milano con Ferdinando IV re d'Ungheria e di Boemia, suo fratello, onorata dai principi d'Italia o personalmente o per ambasciatori. Durante la sua dimora mostrò di commiserare la sorte di don Odoardo di Braganza, fratello del nuovo re di Portogallo, e benemerito dell'imperatore suo padre, il quale da sette anni gemeva in stretta carcere nella rocchetta di quel castello; e forse sarebbesi a di lui favore interposta presso il re suo sposo, se in quel tempo appunto non fosse morto dopo brevissima malattia . (1650) Il 16 di agosto dell'anno seguente morì pure il cardinale arcivescovo Cesare Monti, in di cui vece fu promosso alla sede arcivescovile monsignore Alfonso Litta. Questo prelato, nel lungo pontificato di vent'ott'anni, accrebbe di comodi ed ornamenti il seminario Maggiore, ristaurò il cadente seminario della Canonica, ed aggiunse nuovi redditi al collegio de' Nobili. Negli affari ch'ebbe a trattare in corte di Roma e ne' varii conclavi ai quali intervenne, si meritò lode di zelo e d'accorgimento; e nelle emergenze di dispareri giurisdizionali si condusse generalmente con moderazione; che se nel fatto che vado a narrare si mostrò dapprima animato da soverchio calore, non fu tardo a piegarsi al più maturo consiglio della saviezza.
Era stato ucciso con una pistolettata il cavaliere Uberto dell'Orto su la porta del procuratore Gadolini, vicino a San Giorgio in Palazzo. Il sospetto cadeva sopra un Landriani che si pose nell'asilo di San Nazaro. Il governatore Ponze di Leon ordinò che il Landriani venisse ad ogni modo imprigionato, e gli sbirri lo presero sull'altare mentre s'era attaccato al tabernacolo. L'arcivescovo ne fece fare acerbe doglianze, accolte dal governatore trascuratamente. Minacciò scomuniche e interdetti, ma il governatore non gli badò. Fece intimare il primo monitorio al capitano di giustizia Clerici, e fu sprezzato. Intimò il secondo monitorio, che venne accolto come il primo. Venne un prete per intimare il terzo monitorio, e gli alabardieri del capitano di giustizia lo ferirono. L'arcivescovo era smanioso. Il governatore gli fece dire che se scomunicava avrebbe fatto impiccare alle porte dell'arcivescovato il Landriani. Stando così le cose, entrò di mezzo il presidente del senato, Bartolommeo Aresi; e persuase all'arcivescovo pensieri più miti, poiché alle chiese si deve rispetto, ma non per ciò che servano di ricovero agli scelerati; che in Venezia non si conosceva immunità, ed eravi anche per le scomuniche l'esempio di Venezia stessa nell'interdetto di Paolo V; e in fine che questi privilegi, non avendo altro appoggio che la tolleranza del re di Spagna, non conveniva di compromettere la dignità sua con maggiore insistenza. Il qual unico partito fu seguitato dalla saviezza dell'arcivescovo. Il papa Alessandro VII, nella promozione di cardinali che fece nel principio del 1664, vi comprese anche il coraggioso monsignor Litta, quantunque la prudenza gli suggerisse di tenerselo in petto fino a men sospetta occasione ; onde la di lui promozione non fu pubblicata che dopo due anni.
Il Milanese trovavasi ridotto alla condizione più compassionevole per i danni e gli eccessivi dispendi cagionati dalla guerra. (1651) Avendo esaurito ogni mezzo di dar danari, e sopracaricato di debiti, al di cui soddisfacimento non bastavano le continuate vendite delle regalìe, l'avere impegnato le sue rendite ne' partiti Balbi e Ceva, e le sovvenzioni procuratesi coll'erezione del monte di San Carlo, fu duopo staccare dallo Stato Pontremoli col suo distretto, vendendolo al gran duca di Toscana. Venne in seguito da Madrid una regia carta di pien potere, per obbligare ed anche vendere qualunque fondo camerale, estendendosi questa facoltà anche alla concessione de' feudi. Farà sorpresa ai lettori che in sì estreme angustie non siasi mai pensato al più semplice e natural rimedio, il metter fine a una guerra che durava da tanti anni più o men viva, regolata dal solo capriccio, senza piano o stabile condotta, in cui erano sì rari i tratti di valore e di perizia militare nei capi, e nella quale null'altro v'era di certo se non che la distruzione degli averi e delle vite dei sudditi. Ma questo pensiero troppo ripugnava ai fini personali de' governatori di questo Stato, ai quali premeva di perpetuarsi (come dice opportunamente il Muratori) nel lucroso mestiere di comandare un'armata. (1652)Perciò il marchese di Caracena non ebbe ritegno di destare il quasi sopito incendio con muoversi e discacciare i Francesi da Casale di Monferrato, giovandosi del favore che incautamente gli prestava in questo progetto il duca Carlo II di Mantova, padrone di quella città, e che, per il matrimonio di sua sorella Leonora coll'imperatore Ferdinando III, erasi necessariamente affidato al partito spagnuolo. La mossa improvvisa fu coronata da un felice esito, e nel principio d'autunno sì la città che i forti caddero in potere degli Spagnuoli. (1653)Ma ciò ch'erasi temuto, avvenne; mentre appena due mesi dopo, i Francesi, sollecitamente rinforzati, calarono ad infestare il territorio alessandrino e trascorsero fino alle porte di Novara. I due eserciti altro non fecero per la maggiore parte dell'anno seguente che starsi vicendevolmente in osservazione per esser pronti ad ostare dall'una parte e dall'altra a qualunque avanzamento. Il torbido e impaziente Caracena profittò di questa calma per muover briga al duca di Modena col pretesto di chiedere spiegazioni per le milizie che assoldava e il fortificare di Brescello. (1655)Invaso il territorio del duca, minacciò di assediare quella piazza e di bloccar Reggio; ma le copiose pioggie della primavera e il crescere del Po lo costrinsero a levar il campo, e a ripassare il fiume precipitosamente dopo una spedizione di soli venti giorni, e di aver ridotto un amico sospetto a divenire nemico dichiarato. E di là appena a due mesi trovò ben molto più a fare in casa propria, mentre il principe Tommaso di Savoia alla testa di un esercito francese, che si disse forte di dieciottomila fanti e settemila cavalli, passato il Ticino dalla parte di Vigevano, cominciò a scorrere il territorio milanese, portando dovunque il terrore e la desolazione. La città di Milano, in cui la confusione era cresciuta per le monache suburbane che, in folla e tumultuariamente, vi si ricoverarono, fu presidiata e possibilmente munita per la difesa, e i sacerdoti nelle chiese esortavano i cittadini a prender l'armi. Fortunatamente la furia francese declinò da questa direzione, e si rivolse all'assedio di Pavia. Varii accidenti concorsero a liberare il marchese di Caracena dal cattivo passo, ove dalla sua imprudente temerità era stato condotto. I Francesi, distratti nello scortare fino in Piemonte un grosso convoglio di bestiami predati nella Lomellina, furono tardi nell'investire la città mentre era meno provveduta de' mezzi di difesa. Un rinforzo di trecento cavalli sotto il conte Galeazzo Trotti, generale della cavalleria di Napoli, che, passando per caso da Mortara, si unì al presidio di Pavia, l'inaspettato avvicinamento dal Finale di alcune truppe spedite dalla Spagna, l'essere rimasto ferito da una palla di falconetto il duca di Modena, che fu trasportato in Asti, la malattia sopragiunta al principe Tommaso nella sua grave età di oltre sessant'anni, tutte queste cause, alle quali si aggiunse la difficoltà delle vittovaglie per gli appostamenti fatti dal Caracena a Cassine sulla strada di Pavia, e ne' castelli di Binasco e Chiarella, determinarono i Francesi a levare improvvisamente l'assedio, ch'era durato dal 22luglio al 15settembre, abbandonando nel campo una immensa quantità di attrezzi militari, di viveri e di bagagli. L'esercito gallo-estense si ritirò parte nel Modenese e parte a Torino col principe infermo, il quale il 22del seguente gennaio se ne morì. (1656)Le rimostranze che i Milanesi fecero giungere al trono del sovrano, produssero il richiamo del marchese di Caracena, che passò al governo dell'armi in Fiandra, sotto il supremo comando di don Giovanni d'Austria, figlio naturale del re cattolico.
L'allontanamento di quell'ambizioso governatore, se sparse di qualche balsamo le esulcerate piaghe della misera Lombardia, non valse a impedire il nuovo incendio di guerra che si suscitò tosto dopo il ritorno del duca di Modena da Parigi, ov'erasi recato appena fu sano della sua ferita. Prima impresa de' collegati fu l'investire Valenza sul Po, che, ostinatamente difesa, dovette arrendersi il 7 di settembre. (1658) Nei due anni successivi, stando le armi spagnuole unicamente sullo schermirsi, molti danni sofferse lo stato di Milano dalle scorrerie nemiche; quando, nel 1658, l'accorto ed audace duca Francesco venne in risoluzione di condurre la sua parte d'esercito, che consisteva in settemila fanti e cinquemila e ottocento cavalli, a' quartieri d'inverno sul Mantovano. Il duca di Mantova, sorpreso all'improvviso, invocò e ottenne dal governatore di Milano qualche soccorso di truppe, ma insufficiente; laonde fu costretto a stipulare la propria neutralità, ciò che l'espose alla collera dell'Imperatore e lo privò del titolo di vicario dell'Impero. Resi sicuri per questa convenzione dal lato del duca di Mantova, i Gallo-Estensi minacciarono di penetrare nel cuore della Lombardia col passaggio dell'Adda, fiume distante sole dieciotto miglia da Milano. Il governatore munì in fretta le fortezze di Pavia, Lodi, Pizzighettone e Cremona, e fortificò varii posti sul fiume tra Lodi e Rivolta, e da Castelleone a Cassano. Le acque della Muzza, spezzato l'argine, furono travolte in Adda per ingrossare il fiume. Ma il duca di Modena, superato per sorpresa il passo a Rivolta, si stabilì con tutto l'esercito sulla riva opposta, e si fece appoggio del forte e ben munito castello di Cassano, che gli si arrese. Valicata l'Adda, si accinsero tosto i vincitori a deviare le acque del naviglio della Martesana, facendo con una mina rovinare il suo sostegno; e una parte dell'esercito, sotto gli ordini del duca di Noailles, spinse le sue ricognizioni fino ai sobborghi di Milano, e si ripiegò con sì buon ordine che neppure fu inseguita. Si riunì quindi col restante dell'esercito per Marignano a Sant'Angelo, e tutt'insieme avviaronsi ad aprire le comunicazioni del Ticino più dirette e più brevi col Piemonte. Tragittato il fiume il 1° di agosto, cinsero d'assedio Mortara, che dopo quindici giorni si arrese; indi presero Vigevano, di cui distrussero le fortificazioni perché non servissero agli Spagnuoli nel prossimo inverno. Il conte di Fuensaldagna, governatore di Milano, che, come un'opportuna diversione, avea tentato di prendere per sorpresa la città di Valenza, ne era stato respinto con grave perdita. La morte inaspettata del duca di Modena, avvenuta in Santià il 14 ottobre, essendo in età di soli quarantott'anni, pose fine alle vittorie dei Francesi. Successe negli Stati paterni e nel generalato dell'armi collegate il giovane duca Alfonso IV. Principe d'animo più mite, acconsentì a pacificarsi colla Spagna a vantaggiose condizioni, limitandosi ad una perfetta neutralità, nel qual partito fu indotto dallo stesso ministro francese il cardinale Mazzarino, che stava negoziando lo stabilimento di una pace generale tra la Francia e la Spagna, la quale, conchiusa il 7 novembre dello stesso anno, è celebre sotto il nome di pace de' Pirenei.
(1661) Dopo la pubblicazione della sospirata pace cominciò a respirare l'oppresso popolo milanese, il quale ottenne pure di veder limitata l'obbligazione dell'alloggiamento militare a quattromila fanti e duemila cavalli, con reale dispaccio 30 novembre del 1661. A questo beneficio tenne dietro il Rimplazzo, ossia la sistemazione del riparto dell'alloggiamento, di cui si è di sopra parlato, ove si discorsero in compendio le successioni de' governatori. (1665) Null'altro ci si offre di notabile fino al 1665, in cui giunse in Milano la nuova che il re di Spagna Filippo IV aveva pagato l'inevitabile tributo alla natura, essendo morto il 17 settembre in età di sessant'anni. Principe pio, ma dominato quasi per tutta la sua vita da un pessimo ministro, il conte d'Olivares, che soltanto poco tempo prima di morire privò della sua grazia. Principe detto grande dall'adulazione, e in fatti grandissimo nelle disavventure, per aver regnato continuamente frammezzo alla miseria pubblica, cui non volle o non seppe mai sovvenire, e circondato dal pubblico malcontento; onde si vide successivamente spogliato del Portogallo e del Rossiglione, ribellata la Catalogna, in continua agitazione l'Aragona, conculcata la sua autorità dalla più infima plebaglia di Napoli, avvolta nella desolazione e in continue mormorazioni la Lombardia; e finalmente, dopo tanto sangue sparso e tanti tesori profusi dal padre e dall'avo, costretto a dar la pace agli Olandesi ed a riconoscerne l'indipendenza. Gli succedette l'unico figlio Carlo II, in età di quattr'anni, sotto la tutela della madre, che fu l'ultimo, egualmente inetto e pur esso mal fortunato rampollo di quella famiglia.
Magnifici furono i funerali celebrati in Milano per il defunto re. Nel seguente anno ebbero i Milanesi occasione di facile rallegramento nelle feste fatte per l'arrivo dalle Spagne, di passaggio per Vienna, dell'infante donna Margherita d'Austria, sposa dell'imperatore Leopoldo. Il governatore fece per ciò ristaurare splendidamente il palazzo ducale. (1668) Senza rispetto per la miseria pubblica, il lusso sfoggiato dalla nobiltà spagnuola e milanese, e dagli ambasciatori de' sovrani d'Italia nel ricevimento di quella principessa, fu straordinario: e basti per un esempio, che il conte Filippo d'Agliè, ministro del re di Sardegna, si mostrò con un seguito di trecento persone, e il pomposo corteggio di cento tiri-a-sei. Due anni dopo morì il governatore Ponze di Leon, e dopo tre mesi di governo morì pure il suo successore Francesco de Oronco, marchese de Olias, Mortara e San Reale. Fu allora mandato il duca del Sesto don Paolo Spinola, marchese de los Balbases, il quale appena trascorso un anno cedette la carica a don Gaspare Tellez Giron, duca d'Ossuna, nome reso celebre dal di lui avo don Pietro, vice-re di Napoli. La regina vedova lo spedì governatore a Milano, per consiglio del gesuita Everardo Nitard, confessore, ch'essa avea condotto dalla Germania, e ciò per allontanarlo da don Giovanni d'Austria, ch'erasi insinuato nella confidenza del piccolo re. Governò per quattro anni. Quello che siamo per dire di lui è preso da un raro libretto, venuto allora in luce, che, quantunque sia principalmente un epilogo di scandalose storielle tendenti alla diffamazione di alcune gentildonne e cavalieri milanesi, contiene varii fatti storici che hanno tutta l'apparenza della verità . Fu assai pomposa l'entrata ch'ei fece in Milano. Precedevano alcune compagnie di cavalleria colla pistola alla mano, la corazza sul petto e la celata in capo. Poi venivano più di cento cavalli, carichi di arredi, coperti di panno scarlatto trinato d'oro, e colle funi di seta intrecciate di oro. Ogni cavallo aveva un palafreniere che lo conduceva, vestito in uniforme scarlatto, trinato d'oro e pennaccio nel cappello. Poi venivano i cavalli del duca, coperti pure di scarlatto trinato d'oro, con simili palafrenieri. Indi seguivano i carabinieri, con lucidissime armature e ricchi ornamenti. In seguito in magnifica gala cavalcavano i gentiluomini milanesi, accompagnati da numeroso stuolo de' loro palafrenieri. Poi venivano tre carrozze del duca superbissime. Il carro e le ruote erano intagliate con sommo lusso, e tutto il legno dorato e i ferri smaltati; i cerchi delle ruote erano d'argento, e gli apparenti e rilevati chiodi nella prima erano d'oro, nelle due altre d'argento dorato; l'interno delle carrozze era tutto ricamato a profusione d'oro. Donna Mizia, moglie del duca, era nella prima carrozza con due sue figlie, e il duca cavalcava, superbamente bardato, alla portiera destra, costeggiati dalla guardia svizzera. Veniva in seguito la compagnia delle lance, indi altra soldatesca. La corte era stata mobigliata da esso duca in modo che un monarca non avrebbe potuto avere di più.
Questa pompa sorprendente annunziava nel nuovo governatore un personaggio ricchissimo o un ladro; forse fu l'uno e l'altro. Per ogni mezzo egli cercava di far danari; il conte Antonio Trotti, per essere eletto generale, dovette sborsargli ottantamila genovine . Il consiglio secreto procurò di porvi qualche argine; ne furono portate forti rimostranze a Madrid, per cui il duca una volta succombette, avendo dovuto disfare dodici capitani che aveva creati di suo capriccio. Dovette pur scomparire un altra volta, e pare a torto. Un suo domestico avea percosso un cane della principessa Trivulzi, e i domestici di essa lo uccisero. Il duca ordinò al capitano di giustizia la carcerazione degli omicidi; il capitano si portò nella casa della principessa e li fece imprigionare. La principessa era Spagnuola, spedì un corriere alla corte, venne l'ordine che dovessero i detenuti ricondursi nella casa Trivulzi, e il capitano di giustizia ne chiedesse scusa. Così rovesciavasi ogni idea di giustizia e di buon governo per una raccomandazione. Scemato per tal modo il rispetto verso il governatore, si videro affisse delle satire contro di lui; e non potendosi trovare indizio dell'autore, malgrado i premii proposti, il duca ebbe ricorso a un negromante, il qual ciurmatore fece credere che un frate fosse il colpevole. Per caso nominò un frate contro cui, secondo le opinioni religiose di que' tempi, non si poteva altro castigo imporre che il bando; e l'ebbe il padre Giudici, crocifero, sulla prova del mago, ben pagato per questo. Il duca non era né affabile né cortese; era violento, capriccioso, orgogliosissimo, giuocatore vizioso, scostumato, rapace: così ce lo dipinge l'autore. Come vivessero i popoli sotto il di lui governo e quali esempi ricevessero, è facile comprenderlo. Se recò maraviglia in Milano il trovarsi quattordici lire nella tesoreria generale alla partenza del duca del Sesto, molto più fece sorpresa l'erario totalmente esausto lasciato dall'Ossuna in tempi meno infelici. I costumi della nobiltà milanese erano allora assai ritirati e gelosi. Fu cosa che spiacque, e che non ebbe seguito, una conversazione che il duca d'Ossuna aprì una sola volta.
(1674-1698) Dalla partenza del duca d'Ossuna nel 1674 fino al termine del secolo, vide Milano succedersi cinque governatori, che tutti trapassarono insignificanti, il principe di Ligne, i conti di Melgar e di Fuensalida, il duca di San Lucar, marchese di Leganes , e don Carlo Enrico di Lorena, principe di Vaudemont, che, venuto nel 1698, durò nel governo per otto anni. Quest'ultimo abbellì la corte ducale, introdusse società fra i nobili inselvatichiti, fece conoscere costumi gentili e colti, e la nazione passò dalla rusticità al libertinaggio. È celebre la memoria della villa fuori di Porta Orientale, la Belingera, ove quel principe passava l'estate; i giardini erano frequentati da cavalieri e dame. Prima non conversavano i due sessi se non tra prossimi parenti. Il conte Verri, che ci ha lasciati questi cenni, ci è pure testimonio di avere egli stesso ascoltate le declamazioni sul costume allora corrotto. Nello stesso periodo di tempo si succedettero tre arcivescovi, e furono i cardinali Federico Visconti nel 1681, Federico Caccia, eletto nel 1693, ma che trovandosi nunzio a Madrid, si è recato alla sua sede soltanto tre anni dopo, e Giuseppe Archinto nel 1699, che resse poi per tredici anni la Chiesa milanese. Intorno alla solenne entrata che fece in Milano il cardinale arcivescovo Caccia l'11 dicembre del 1696, abbiamo un libro pubblicato dal segretario del consiglio generale de' LX decurioni, Baldassare Paravicini . Può esser grato alla boria municipale il sapere che in tale occasione fu mandato a Roma ambasciatore della città di Milano il conte Uberto Stampa, il quale era cavaliere d'Alcantara, maestro di campo nelle armate spagnuole, e sedeva nel consiglio secreto. Il duca di Medina-Celi, ambasciatore cattolico in Roma, gli diede ogni assistenza, così pregato dalla città. Lo Stampa partì per Roma, accompagnato dal conte Vincenzo Ciceri e da don Guido Brivio. L'ambasciatore del re cattolico e i prelati nazionali spedirongli incontro le loro mute, i cardinali gli spedirono i loro gentiluomini, e l'ambasciatore milanese andò all'udienza del papa Innocenzo XII coll'ombrella e cuscino di velluto nero trinato d'oro. Egli entrò con spada e cappello e presentò le credenziali della citta. Visitò i cardinali e venne da essi visitato, come lo fu anche dall'ambasciatore cesareo e da altri ministri esteri.
Nel restante di questo secolo rimase il Milanese quasi libero dalle guerre, se non che la cessione di Casale nel Monferrato fatta alla Francia dal duca di Mantova Ferdinando Carlo, e l'occupazione di quella città da parte de' Francesi sotto gli ordini del marchese di Boufflers e del signore di Catinat, obbligarono la Spagna a far più grosso l'esercito in Italia; col quale poi prese parte alla guerra suscitatasi nel 1690 tra la Francia e Vittorio Amedeo di Savoia in causa delle aderenze da lui strette coll'imperatore, da cui era stato innalzato al rango di re, e successivamente per essersi questo sovrano, con un'improvvisa mutazione di partito, nel 1696, confederato di nuovo colla Francia, avanzandosi minaccioso alla testa di un forte esercito di Francesi alle frontiere della Lombardia, e avendo cinta d'assedio Valenza; dal quale pericolo fu questa provincia inaspettatamente salvata dalla neutralità stipulatasi nel trattato di Vigevano del 7 ottobre, mediante il pagamento di trecentomila doppie, ripartite a carico de' principi italiani, de' Genovesi e Lucchesi, e degli altri minori vassalli dell'Impero. Ma pur troppo avremo ad occuparci nel seguente capitolo de' fieri turbini di guerra addensatisi e scoppiati sulla misera Italia, attesa la morte del re Carlo II, con cui si estinse la linea austriaca de' sovrani di Spagna. Questo principe, che all'età di sedici anni, sdegnando di stare sottomesso alla tutela della regina Marianna sua madre, l'avea rilegata indecorosamente in un monastero; che due anni dopo, nel 1679, condusse in isposa Maria d'Orleans, nipote del re di Francia Luigi XIV, per cui si fecero grandi feste in Milano, colla quale convisse dieci anni, essendo morta senza successione; (1700) trasse poscia una vita neghittosa ed infermiccia fino al primo giorno di novembre del 1700, in cui nell'età di soli trentanove anni fu rapito dalla morte.
Oltre le sacre e pie fondazioni dovute alla munificienza de' cardinali arcivescovi Monti e Litta, di cui abbiamo fatto cenno, si ha a commendare l'istituzione fatta, nel 1637, dal patrizio Giovanni Ambrogio Melzo di un luogo pio, che portava il di lui nome, per distribuire ai poveri; specialmente vergognosi, larghi sussidii di viveri, panni per decentemente coprirsi, e varie doti per il collocamento di oneste zitelle . La chiesa di Santa Maria alla Porta fu ricostruita nel 1652 sul nobile disegno di Francesco Richini, essendo concorso alla spesa con ragguardevol somma il conte Bartolommeo Aresi, che n'era parrocchiano. Lo stesso conte, dopo di aver giovato colle sue ricchezze all'abbellimento o al ristauro di varie altre chiese, sì dentro che fuori della città, eresse, nel 1665, nella basilica Porziana di San Vittore, col disegno di Gerolamo Quadrio, la ricca cappella gentilizia dedicata alla Vergine Assunta . Quattro anni dopo fu ridotta a compimento la chiesa della Vittoria a spese del cardinale Omodeo, che vi aveva una sorella, essendone architetto Giambattista Paggi . Nel 1674 si eresse il monastero delle Carmelitane Scalze; nel 1688, essendo caduta la basilica Naboriana, detta poi di San Francesco, fu rialzata con maggiore eleganza e maestà; e nel 1698 si fabbricarono i nuovi sepolcri dell'ospedale Maggiore, essendo il maestoso portico di essi stato perfezionato ventisette anni dopo da Giambattista Annone, ricco mercante di seta, che non avea prole. Infine, in occasione del solenne ingresso del cardinale arcivescovo Federico Visconti, fu demolita l'antica facciata del Duomo, che rimaneva tre arcate più interna della facciata presente.
Primo tra le persone distinte mancate di vita in questo tratto di tempo ci si presenta quel Lodovico Settala, protomedico, che sì male ha figurato nel processo della strega, da cui si disse ammaliato il senator Melzo; ma la sua credulità alle arti magiche, quasi generale in allora, non gli toglie il merito di uomo dottissimo in più scienze e anche nella politica, e di essersi col massimo zelo adoperato in favore de' suoi concittadini nelle pestilenze del 1576 e del 1630. Egli morì il 12 settembre del 1633, nell'anno ottantesimo della sua età, essendo nato il 27 febbraio 1552 . Circa la fine del 1641 cessò di vivere il canonico Giuseppe Ripamonti, autore di molte opere, descritte dall'Argellati : cattivo ragionatore, buon latinista, cronista inesatto, ma sincero espositore delle cose de' suoi tempi . Bonaventura Cavalieri, allievo del Galileo e di Benedetto Castelli, autore della Geometria degl'Indivisibili, maestro di Stefano degli Angeli e del Torricelli, lasciato oscuro nella sua patria, dove soltanto gli fu offerto dalla filantropia del cardinale Federico Borromeo un posto di dottore nel nuovo collegio dell'Ambrosiana, del tutto estraneo a' di lui studi, morì professore in Bologna il 3 dicembre del 1647, di soli quarantanove anni . Il conte Bartolommeo Arese, più volte nominato, uomo di grand'ingegno e destrezza, che fu per molti anni reggente nel supremo consiglio d'Italia, e quindi presidente del senato, dopo di essere stato assai volte adoperato in commissioni difficilissime ed importantissime, giunto all'anno sessantesimoquarto di età, finì di vivere il 23 settembre del 1674. Essendo prossimo agli ottant'anni, terminò pure il mortal corso il 16 febbraio 1680 il canonico Manfredo Settala. Era figlio dell'illustre protomedico Lodovico. Fu allevato a Siena. Viaggiò l'Italia, la Sicilia, l'Egitto, Cipro, Candia, Negroponte, Costantinopoli, Smirne, la Siria, e ritornò in patria ricco di cognizioni, scrivendo bene più lingue e conoscendo le orientali. Possedeva la musica, aveva molta abilità delle sue mani, e moltissimo ingegno e amore delle curiosità naturali o esotiche. Fu egli che formò il museo tuttora celebre sotto il suo nome, descritto da Paolo Maria Terzago e da Pietro Francesco Scarabelli, e del quale fece dono alla biblioteca Ambrosiana . Il di lui funerale fu decorato con orazione recitata dal padre Giambattista Pastorino, gesuita, e il marchese Giovanni Battista Visconti descrisse e stampò la relazione di queste solenni esequie. «Pare che allora (dice il conte Verri) vi fosse qualche senso di stima e di gratitudine verso di un cittadino che onorava la patria». Il 22 aprile del 1699 morì infine, di sessantanove anni, il segretario del senato Carlo Maria Maggi. Avea fatto i suoi studi in Bologna, e vissuto lungamente nella gioventù in Roma e Napoli. Era dotto nella letteratura greca, latina e italiana; dee però la sua maggiore celebrità alle commedie e poesie che scrisse nel dialetto milanese, in cui con tanto corredo di sapere non è maraviglia se sia così ben riuscito. Non dee escludersi da questa lista necrologica un Milanese d'altissimo ingegno e meritevole di compassione più pe' suoi deliri che per le sue tristi vicende, il cavaliere Giuseppe Francesco Borri. Egli fu il Cagliostro del secolo XVII. Eretico, visionario, alchimista, medico, ebbe la sorte di guarire in Roma il duca d'Estrées, dato per ispedito dagli altri medici, e per di lui interposizione gli fu cambiato il perpetuo carcere nella prigionia in castel Sant'Angelo, dove morì di settant'anni, il 20 agosto 1695 .
Capitolo XXXII
Cause della guerra detta di Successione.
Guerra in Italia.
Morte dell'imperatore Leopoldo I, cui succedè il figlio Giuseppe I. Liberazione di Torino.
Il principe Eugenio di Savoia governatore di Milano, conquistato dagl'Imperiali. Carlo VI imperatore.
Nuova guerra d'Italia. Pace di Vienna
Mentre, essendo tolta ogni speranza di successione, declinavano rapidamente la salute e la vita del re di Spagna Carlo II, l'ambizione delle principali potenze di Europa non fu lenta a predisporre macchine e leghe onde ripartirsi i possedimenti della vasta monarchia spagnuola; e già fino dal mese di marzo del 1700, dopo una negoziazione di due anni, il re di Francia avea conchiuso un trattato col re d'Inghilterra e gli Olandesi, in cui, tra l'altre disposizioni, aveasi convenuto che il Milanese fosse dato al duca di Lorena invece della Lorena, che dovea incorporarsi alla Francia. Ma diversi erano i titoli che si allegavano dai sovrani esteri, e specialmente dal re di Francia e dall'imperatore, in appoggio delle loro pretese , e giova di riferirli brevemente.
Di due prime figlie avute dal re Filippo IV, le infanti Maria Teresa e Margherita, la prima era stata data in isposa al re cristianissimo Luigi XIV, la seconda all'imperatore Leopoldo I. Per volere del padre l'infante Maria Teresa aveva rinunciato alle ragioni che le competevano al trono di Spagna, ciò che all'altra figlia non era stato richiesto. In conseguenza da entrambi que' sovrani aspiravasi alla successione; dal re di Francia, a favore dell'unico suo figlio il Delfino, riputando inattendibile la rinuncia; e dall'imperatore, per l'arciduca Carlo, che gli era nato nel 1685. Conoscendosi che il re Carlo II si avvicinava al termine della sua vita, crebbero gl'intrighi e le pratiche dalle due parti. Per trovarsi libero all'imminente nuova lotta, non ostante la memorabile vittoria di Zenta, conchiuse l'imperatore col Gran Turco la tregua di Carlowitz. Il re di Francia, all'opposto, strinse con fina astuzia un nuovo trattato con l'Inghilterra e l'Olanda, di cui base era lo smembramento della Spagna, non perché questo avesse effetto, ma al solo fine che la nazione spagnuola, per ciò sbigottita, si volgesse a favorire la successione del Delfino, siccome avvenne. Aggiunse a questo maneggio due altre arti, la promessa che, premorendo il re di Spagna, il Delfino ne avrebbe sposato la vedova, e una dichiarazione procuratasi dal papa, che giudicava prevalente la pretesa della Francia e convenevole al bene comune. Questa dichiarazione finì di vincere l'animo irresoluto dell'infermo re di Spagna, per cui, il 2 ottobre del 1700, istituì, con secreto testamento, erede di tutta la monarchia spagnuola Filippo di Borbone, duca d'Anjou, secondogenito del Delfino, in tanto che non cessava di assicurare l'imperatore della sua predilezione. (1701) Manifestatasi la testamentaria disposizione dopo la morte del re Carlo II, avvenuta, come si disse, il primo giorno del successivo novembre, non era ancora la corte imperiale rinvenuta dalla sorpresa per questo inaspettato avvenimento, che il duca Filippo, proclamato in Parigi re delle Spagne col nome di Filippo V, era di già partito per Madrid, dove fece il suo solenne ingresso il 14 del seguente aprile. L'imperatore oppose a questo fatto la pubblicazione di un manifesto, in cui dimostrava la prevalenza delle sue ragioni, intanto che dalle due parti preludevasi all'imminente guerra coi più formidabili apparecchiamenti.
I Gallo-Ispani, avendo per generalissimo il duca di Savoia, sotto il comando del maresciallo di Catinat, marciarono alle rive dell'Adige per opporsi all'esercito imperiale, che, sotto gli ordini del principe Eugenio di Savoia, giovane in allora di circa trent'anni, si avanzava rapidamente. L'opposizione riuscì inutile, poiché il principe Eugenio, lasciato il nemico in disparte, per strade credute impraticabili, discese senz'ostacolo, il 9 luglio, nella pianura veronese, e dieciotto giorni dopo, valicato il Mincio, si stese nelle ubertose campagne del Bresciano, e mise a contribuzione lo Stato di Mantova. (1702) Il maresciallo di Villeroi, mandato in successore al Catinat con un rinforzo di nuove truppe, trovò gl'Imperiali trincerati a Chiari, e volendo forzarli, fu battuto colla perdita di circa diecimila uomini tra morti, feriti e prigionieri; indi, appena uscito da' quartieri d'inverno, si lasciò sorprendere e far prigione in Cremona, benché gl'Imperiali non abbiano potuto riuscire ad impossessarsi della città. Nuovi rinforzi vennero spediti di Francia col principe di Vendome, al quale tenne dietro lo stesso re Filippo V per dar maggior vigore alle offese colla sua presenza. Corteggiato dal governatore principe di Vaudemont, egli fece il suo solenne ingresso in Milano il 23 giugno, e dopo pochi giorni si trasferì al campo. L'esito della battaglia di Luzzara, per cui ricuperarono Guastalla, riconfortò i Gallispani; e il re Filippo V, tornato a Milano e trattenutovisi per alquante settimane, sul principiare dell'inverno si restituì in Ispagna. Anche il principe Eugenio partì per Vienna, lasciando al comando dell'esercito imperiale il maresciallo conte Guido di Staremberg. (1703) Egli vi giunse opportuno per essere impiegato a rendere più vigorosa e più corta la guerra in Ungheria contro il ribelle Ragotki, intanto che la corte di Vienna dava uno sviluppo più vasto al piano della guerra contro la Francia, collegandosi da una parte colla regina Anna d'Inghilterra e col re Pietro II di Portogallo, e dall'altra facendo inclinare a suo favore la versatilità della casa di Savoia, per cui il duca Vittorio Amedeo, scosso, tra le altre cause, dalle laute promesse degl'Imperiali, ed irritato dall'insultante jattanza de' generali francesi, e dallo sprezzo con cui erano trattati gli affari suoi dai ministri di Versailles , accedette alla nuova lega. In ricompensa della sua adesione, nelle solenni stipulazioni degli 8 novembre gli fu promessa dall'Austria tutta la porzione del Monferrato spettante al duca di Mantova, le città di Alessandria e Valenza, la Lomellina e la Valsesia, e oltre ciò un sussidio mensile di ottantamila ducati di banco. E già fino dal 12 settembre l'imperatore Leopoldo e il di lui figlio Giuseppe, re de' Romani, aveano ceduto all'arciduca Carlo ogni loro diritto sopra la monarchia spagnuola, ond'egli assunse il titolo di re col nome di Carlo III; nel mentre che un forte esercito inglese e imperiale radunavasi verso le frontiere francesi nel Belgio, sotto gli ordini di due sommi capitani, il duca di Marlborough e il principe Eugenio, dai quali fu poi nell'anno seguente vinta la celebre battaglia d'Hochstedt, in cui settantamila Francesi, comandati dal maresciallo di Tallard, ebbero una piena sconfitta.
(1704) Mosso il re di Francia dal doppio intento di deviare il turbine che assembravasi verso le sue frontiere del Reno, e di vendicarsi del duca di Savoia, spedì contro di questi il duca di Vendome, di cui prima istruzione e mossa fu di intercettargli le comunicazioni collo stato di Milano. Il maresciallo conte di Staremberg, coi soccorsi che fu pronto a condurre in Piemonte per l'interdetta e malagevole strada del lago Maggiore, fece più commendevole la sollecitudine che notabile il vantaggio; tanto era il contrasto delle forze nemiche. Queste si estesero e stabilironsi successivamente in una gran parte del Piemonte. Trino, Vercelli, Susa, la Brunetta, le città d'Ivrea e d'Aosta, e il forte di Bard caddero in loro potere.(1705) Verrua e Guerbignano, piazze assai forti, strette di lungo assedio e difese con vigore, dovettero pur cedere. Il duca di Savoia fu obbligato di ritirarsi a Civasso, e lasciar Crescentino in mano ai nemici. Non mancava che di assediar Civasso perché fosse libero ai Gallispani di penetrare fin sotto Torino. La politica che reggeva allora il gabinetto austriaco, era evidente, di lasciare che il nuovo amico e il natural nemico egualmente si consummasser o sicché il primo restasse in fede, o, quando mai se ne dipartisse, non fosse temibile, e l'altro, assalito poi con forze intiere, potesse facilmente esser vinto. Ma quando il duca di Savoia trovavasi ormai ridotto a non poter dir proprio che lo spazio occupato dallo stanco e infiacchito suo esercito, vide la corte di Vienna che un più lungo temporeggiamento poteva mettere in pericolo la somma delle cose, per cui si decise a rispedire in Italia il principe Eugenio con nuove forze, senza che l'imperatore Leopoldo potesse vederne l'esito, avendo cessato di vivere il 5 maggio nell'età di quasi sessantacinque anni, succedendogli nell'impero il figlio Giuseppe I.
Il principe Eugenio, coll'usata sua celerità, per la via di Roveredo si condusse sul territorio di Brescia prima che il nemico si fosse trovato in tempo d'impedirglielo. I due eserciti si scontrarono il 16 agosto a Cassano, dove seguì un'aspra ed ostinata battaglia, della quale sì l'uno che l'altro si attribuirono la vittoria. Ne fu bensì effetto che nessuna impresa importante venne più tentata da essi per il resto dell'anno. (1706) Anzi il principe Eugenio, dopo un fatto sfavorevole sostenuto a Lonato al principio della nuova campagna, stimò prudente di ritirarsi sul Tirolo, finché, raggiunto dagli aspettati rinforzi, ripassò l'Adige il 6 di luglio con un esercito di trentamila uomini. Quasi contemporaneamente il duca Luigi d'Orleans, nipote del re, e il maresciallo di Marsin, successori del duca di Vendome, ch'era passato al comando dell'armi francesi in Fiandra, giunsero al campo che assediava Torino, e di là scesero nel Mantovano, dove il principal nerbo del loro esercito erasi concentrato. Il principe Eugenio trasse abilmente partito dalla esitazione che suole preoccupare i corpi guerreggianti al mutarsi del supremo capitano, e posto il Po di mezzo tra esso e la maggior oste nemica, giunse al Finale di Modena, entrò vittorioso in Reggio, e a grandi marce giungendo in Piemonte verso la fine d'agosto, congiunse il florido esercito alle poche spossate milizie che rimanevano al duca di Savoia, di lui cugino. Parve all'audacia e alla fidanza francese indecoroso di levar l'assedio di Torino senza tentare la sorte di una battaglia, e questa avvenne il 7 novembre. Dopo di essersi fieramente e a lungo combattuto dalle due parti sotto i trinceramenti stessi degli assedianti, i Gallispani furono vinti e rotti colla perdita di quattromila e cinquecento morti e settemila prigionieri, contando tra i feriti il duca d'Orleans e il maresciallo di Marsin, che morì il giorno dopo. Centocinquanta cannoni, un'immensa quantità di attrezzi militari, tutto l'attendamento, molt'argenteria e la cassa vennero in potere de' vincitori. E la costernazione e il terrore erano a tal segno, che i Francesi non d'altro si curarono che di ripassare l'Alpi precipitosamente per le vie più brevi, lasciando esposta l'altra parte del loro esercito che trovavasi nella Lombardia e nel Modenese. Questa sconsigliata condotta rese ad essi estremo ed irreparabile il danno della sofferta sconfitta, e ai nemici loro rapidissimo il progresso della vittoria. Circa due settimane dopo, quasi tutto il Piemonte era stato ricuperato, la Lombardia conquistata, avendo il duca di Savoia e il principe Eugenio fatto il loro ingresso in Milano il 24 dello stesso mese di settembre. Anche Pavia, Pizzighettone, Alessandria, Tortona e Casale di Monferrato, dopo breve resistenza, si arresero. (1707). Il principe Eugenio fu dall'imperatore Giuseppe I nominato governatore dello stato di Milano e suo capitano generale in Italia, e tra i primi suoi atti fu la proclamazione di Sua Maestà il re Carlo III in duca di Milano. Né solo in Italia avea la vittoria disertato dalle armate francesi, mentre fin dal 23 maggio avean essi egualmente perduta la battaglia di Ramillies; e fu allora osservato che se la battaglia d'Hochstedt avea fatto perdere ai Francesi il paese dal Danubio al Reno, la battaglia di Ramillies li avea scacciati dalle Fiandre, e per quella di Torino perdettero l'Italia. E le piazze forti che in essa erano tuttavia custodite dai loro presidii, cioè il castello di Milano, Mantova, Cremona, Sabbionetta, Mirandola e il Finale di Genova, dovettero essere sgombrate e rimesse agl'Imperiali per la convenzione conchiusa in Milano il 13 marzo del 1707 tra il principe Eugenio e i plenipotenziari gallispani, ratificata il dì seguente in Mantova dal principe di Vaudemont, e il 16 in Torino dal duca di Savoia. Questo fine ebbe la prima guerra d'Italia del corrente secolo, dove l'imperizia e l'avversa fortuna concorsero a fare che l'ambiziosissimo Luigi XIV e il di lui nipote Filippo V tutto vi perdessero, costretti a lasciarlo a chi poco prima non vi possedeva un palmo di terreno. Secondo la varia sorte dell'armi diversa fu pur quella de' minori principi italiani, che s'erano fatti ausiliari delle potenze belligeranti; e mentre la famiglia Gonzaga, dopo quattro secoli di sovranità, posta al bando dell'Impero, fu per sempre spogliata di tutti i suoi Stati, il duca di Modena non solo ricuperò per intiero i suoi dominii, ma acquistò in seguito la Mirandola; e gli Stati del duca di Savoia vennero ampliati coll'aggregazione di Valenza e di Alessandria e loro territorii, della Lomellina e della Valsesia, staccate secondo i patti dal ducato di Milano; contro il quale smembramento varie rimostranze furono fatte dal magistrato de' decurioni milanesi all'imperial corte, e inutilmente, come era da attendersi, mentre alle supreme ragioni di Stato e all'interesse generale della monarchia non potevano opporre che titoli di convenienza municipale. L'imperatore volle anzi abbondare in generosità verso un alleato che tanto gli fu utile; ed avendo l'armata navale inglese presa l'isola di Sardegna e posta a di lui disposizione, la cedette al duca di Savoia; e del pari gli compiacque, benché con minore spontaneità, coll'acconsentire all'occupazione da esso pretesa de' feudi del Monferrato e di alcune parti di territori del contado di Vigevano, per cui lo stato di Milano ebbe a soffrire una nuova limitazione. (1711) Null'altro avvenne di memorabile per i Milanesi ne' successivi tre anni, se non che l'inaspettato passaggio per la capitale del re Carlo III, che recavasi ad occupare il trono imperiale col nome di Carlo VI, attesa l'immatura morte dell'imperatore Giuseppe I, avvenuta di vaiuolo, il 17 aprile del 1711, nell'età di soli trentatré anni. Egli entrò in Milano accompagnato dalle dimostrazioni convenzionali di apparato, di festeggiamento e di tripudio, solite a praticarsi in tali occasioni. I principi d'Italia, tra i quali si distinse il sommo pontefice Clemente XI, il complimentarono per mezzo di ambasciatori straordinari, felicitandolo, non solo come imperatore, ma altresì come re delle Spagne, benché fosse in quelle parti sul declinare della sua fortuna. Lasciò Milano il 10 novembre, per recarsi a Francoforte sul Reno, dove, circa un mese dopo, fu colle consuete solenni cerimonie incoronato.
(1712) Le mutate circostanze persuasero le potenze guerreggianti a' pensieri di pace. (1713) Al qual fine, i loro plenipotenziari, nel mezzo dell'inverno, si unirono in congresso ad Utrecht, e, dopo nove mesi di trattative, fu dapprima conciliata una sospensione d'armi, seguìta poscia dalla pace, conchiusa l'11 aprile del 1713. Il 2 di questo mese entrò in Milano l'imperatrice, che dalla città di Barcellona andava a raggiungere il consorte in Vienna, lasciando abbandonata la Catalogna a' suoi nuovi destini. Le tennero dietro varie migliaia di esuli spagnuoli; per provvedere alla cui sussistenza, fu staccato dal Milanese il Finale, venduto alla repubblica di Genova per un milione e duecentomila pezze da lire cinque di Milano, riservato il vano titolo di feudo all'Impero. (1717) Distratto il principe Eugenio nella nuova guerra in cui erasi impegnato l'imperatore in sussidio de' Veneziani contro il Gran Turco, nel corso della quale l'accostumata sua prodezza ed intelligenza si distinse colla vittoria di Petervaradino, indi colle conquiste di Temeswar e di Belgrado, risolvette di rinunziare al governo dello Stato di Milano; laonde fu supplito dal conte Luigi di Vendomo, poscia da una real giunta dei primari magistrati, e in fine dal principe Massimiliano Carlo di Lewenstein, che incominciò il suo governo nel gennaio del 1717. L'avvenimento più rimarchevole ne' fasti di quest'anno per la felicità della casa austriaca, e per il futuro bene de' popoli, fu la nascita dell'imperiale arciduchessa Maria Teresa, accaduta il 13 maggio. Se la filosofia, scrisse l'abate Paolo Frisi , non avesse già dissipate le vanità de' civili pronostici, si sarebbe preso per un augurio felice che la nascita di Maria Teresa fosse stata preceduta di pochi mesi dalla vittoria di Petervaradino. Il vero augurio del regno di essa fu la bontà naturale del suo cuore, la prontezza e la vivacità dell'ingegno, la fermezza del carattere, e l'applicazione agli affari, che mostrò sino dalla sua prima gioventù.
La prima intrapresa del governatore principe di Lewenstein in Milano, fu la costruzione del teatro di corte, ch'era stato consunto dalle fiamme il 5 gennaio 1708, e che, dopo avere sussistito per quasi sessant'anni, soggiacque ad un'uguale sciagura il 24 febbraio del 1776. Né d'altro poté occuparsi, essendo stato sorpreso dalla morte il 26 dicembre dello stesso anno. Questo fu il nono governatore morto durante il suo governo, dopo estinta la linea de' duchi sforzeschi. Gli otto antecessori furono il cardinale Caracciolo, il duca di Albuquerque, il marchese d'Ayamonte, il conte di Fuentes, don Ambrogio Spinola, il cardinale Trivulzi, don Luigi Ponze de Leon, e il marchese d'Olias e Mortara. Lewenstein fu tumulato in San Gottardo; gli antecessori lo furono in Duomo, a Santo Stefano, alla Scala, alla Pace, a San Celso, ai Cappuccini di Porta Vercellina. (1719) Gli fu dato in suo successore il conte Gerolamo di Colloredo, che giunse al suo posto sul finire della primavera del 1719. Egli cinse di sbarre la fossa interna della città, a difesa de' passeggeri, e, dopo sei anni di buon governo, partì in cattivo stato di salute per recarsi a morire a Vienna, succedendogli il maresciallo conte Daun.
La nascita d'una terza figlia avendo quasi tratto di speranza l'imperatore Carlo VI di aver prole maschile, s'indusse egli a stabilire con solenne atto, conosciuto sotto il nome di Prammatica Sanzione, una legge di successione, per la quale in mancanza di maschi, sono chiamate le figlie con ordine di primogenitura; legge garantita non solo dalla dieta dell'Impero, ma pur dall'Olanda, dalla Francia, dalla Spagna e dall'Inghiterra, e più efficacemente lo è stata in seguito dalla forza dell'armi. (1725) Una segreta convenzione stipulata il 30 aprile 1725 tra Carlo VI e Filippo V confermò al primo tra gli altri vantaggi in Italia il possedimento dello stato di Milano; il che diede causa ai Lombardi di sinceri tripudii, fondandosi, più che nelle sempre incerte speranze dell'avvenire, nella lunsinga della stabilità della condizione presente. (1729) Questi fausti presagi furono sconvolti da un turbine improvviso, avendo la prossima estinzione delle famiglie regnanti de' Farnesi negli Stati di Parma e Piacenza, e de' Medici in Toscana ravvivate le pretese dell'imperatore Carlo VI, contro le quali la Francia, la Spagna e l'Inghilterra convennero in secreto trattato, conchiuso in Siviglia il 9 novembre del 1729. Perciò da ogni parte si pose cura agli apprestamenti guerreschi, e l'imperatore si mostrò nell'attitudine più imponente. Per di lui ordine il governatore conte Daun fece ristaurare le piazze forti del Mantovano e del Milanese, radunò magazzini copiosissimi, e si accinse con ogni diligenza ad ammassar denaro. L'esercito imperiale in Italia, accresciuto con rinforzi venuti di Germania, fu presto numerosissimo, e si disse ascendere a sessantamila fanti e ventimila cavalli. (1730) Il conte di Mercy, generalissimo, lo distribuì in un accampamento continuo lungo il Po, da Ostiglia sino a Pavia, avendo fatto centro in Cremona per il deposito delle vittovaglie e d'ogni corredo militare. Così, quantunque le ostilità non abbiano incominciato che assai tempo dopo e per effetto di altri ravvolgimenti politici, la Lombardia soggiacque a tutti i danni della più aspra guerra guerreggiata. La diaria, convenuta pagarsi dallo Stato per la difesa del paese, fu aumentata dalle tredici alle sedicimila lire al giorno, per cui ascese ad annui cinque milioni e ottocentoquarantamila lire milanesi. Nella ripartizione di un sussidio straordinario di quattordici milioni di fiorini imposto alla monarchia, due milioni dovette contribuire l'Italia austriaca. I frequenti passaggi delle truppe, le requisizioni de' generi e in ispecie dell'avena accrebbero i dispendii e le vessazioni. Tutte le casse pubbliche erano esauste, e la regia camera sospese i pagamenti ai creditori che per l'indisputata liquidità de' loro titoli erano detti di giustizia. A questi mali s'aggiunse che fino dal 1726 i creditori, o come chiamavansi i Reddituari de' monti di San Carlo, per conseguire almeno una parte de' loro redditi, aveano dovuto accondiscendere alla riduzione de' capitali al sessanta per cento, e degl'interessi dal cinque al tre, e che da più anni l'intiera provincia soggiaceva al sopracarico delle spese per il nuovo censimento, le quali dal 1718 al 1733 salirono alla somma di sei milioni. Altri minori aggravii s'introdussero in allora; essendo stata privata la camera de' mercanti di Milano dell'antichissimo possesso di avere un proprio corriere per la corrispondenza nella Germania, e stabilita la nuova gabella di francare le lettere, laddove prima si pagava soltanto al riceverle, non a spedirle.
(1733) In questo stato di guerra senza guerra aperta si durò per tre anni, fino al 1733, quando l'influenza esercitata dalla corte imperiale per l'elezione del re di Polonia Federico Augusto III, in onta de' maneggi del gabinetto di Francia, fu il grano di polvere che mancava a far accendere la mina, da tanto tempo accumulata, e mentre altresì l'esercito austriaco in Italia, pocanzi sì formidabile, erasi, per varie cause, di molto diminuito. Questa volta la politica della corte austriaca fu vinta dall'astuzia e dalla simulazione degli avversari. Il re di Francia Luigi XV, il re Filippo V di Spagna e il nuovo re di Sardegna Carlo Emmanuele si collegarono, il 16 settembre, con segreto trattato di alleanza contro la maestà cesarea; e fu questo talmente segreto, che gli armamenti intrapresi dal re sardo si riputarono in Vienna fatti in difesa propria e dello Stato di Milano contro i Francesi, al segno che, avendo lo stesso re chiesto di estrarre dal Milanese circa trecentomila moggia di grano, dai ministri imperiali fu tosto ordinato che vi si acconsentisse. E in quest'erronea opinione stettero così ostinati, che quando il conte Daun, chiarito dall'inviato cesareo in Torino della contratta lega, della quale il re di Sardegna era stato eletto generalissimo, ne diede avviso alla corte, non fu creduto. Spedì corrieri, spedì suo figlio, tutto fu riguardato e deriso come un sogno e un terror panico del governatore; e la procella sopragiunse tanto precipitosa, che appena egli ebbe tempo di porsi in salvo, rifugiandosi a Mantova il 22 ottobre. A tale inaspettato sconvolgimento tutti i ministri e il paese furono in costernazione. I sessanta decurioni di Milano si radunavano ogni giorno: si destinò la milizia urbana alla custodia delle porte della città, si fece una processione a Sant'Ambrogio, e si concertò come avevasi a far buon viso ai nuovi padroni. Il 2 novembre i delegati di Milano rendettero omaggio al re di Sardegna presso Abbiategrasso, accolti con distinzione, avendo voluto che si coprissero; e furono tenuti due ore con lui, mentre sfilavano otto battaglioni francesi e quattro savoiardi destinati ad occupare la città. Dopo la presa di Pizzighettone, l'11 di dicembre, il re fece la solenne entrata in Milano, e due giorni dopo vi giunse il maresciallo Villars, che avea ottantatré anni. V'erano nella città oltre duemila ufficiali con alloggio presso i privati, dal qual peso i patrizi tennero se stessi esenti. (1734) Il castello, bloccato dapprima, dopo quattordici giorni di aperto assedio si arrese il 2 gennaio, trovandosi il presidio, per le perdite fatte e la molta diserzione, ridotto a novecento uomini. La città ebbe a soffrire qualche danno e ben maggior paura dalle artiglierie degli assediati; ed oggetto di grave doglianza fu per essa successivamente la tassa imposta a' facoltosi in determinate somme, da pagarsi fra otto giorni, in via di prestito al sei per cento, onde soddisfare al debito arretrato per la diaria. Fra quelli, i più tassati furono il presidente Clerici per lire centocinquantamila, il conte di Brono per altretante, il conte Brentano e Pietro Andreoli in lire centomila per ciascuno. Ma pochi pagarono, e la successione degli avvenimenti fece lasciare questo espediente in dimenticanza.
I Gallo-Sardi, quanto furono celeri nell'invasione, altretanto si mostrarono lenti nell'approfittare degl'improvvisi riportati vantaggi, e della sorpresa e debolezza degl'Imperiali, che in tutto non avevano in Italia quattordicimila uomini. Si lasciò loro il tempo di riprender lena, di raccogliere le sparse, benché tenui forze de' diversi presidii, e di far di Mantova il centro d'unione de' soccorsi spediti in fretta dalla Germania. Anche il re di Sardegna fu sollecito ad accrescer forze all'esercito collegato colle copiose leve eseguite, non meno ne' suoi stati della Savoia e del Piemonte, che nel ducato di Milano, dove, non ostante l'avversione del volgo ai Piemontesi e ai Francesi per antiche gare ed animosità, il reclutamento fu numeroso. Avvenne sul finire dell'anno la battaglia campale di Guastalla, egualmente gloriosa per le due parti, ma senza esito decisivo. Però il partito imperiale in Italia soggiacque ad un colpo funesto per la spedizione marittima partita di Spagna alla conquista de' regni di Napoli e di Sicilia a favore dell'infante don Carlo. Entrò questi in fatti vittorioso in Napoli, il giorno 15 maggio, donde era fuggito il viceré conte don Giulio Visconti, e cinque giorni dopo venne proclamato re delle due Sicilie fra gli urli d'applauso e di tripudio di quella plebe sfrenata e salvaggia, abituata da tanti secoli a festeggiare i presenti e a maledire chi si ritira, quando l'occasione non le sia propizia per fargli un male maggiore. (1735) All'uscire da' quartieri d'inverno l'armata cesarea si trovò accresciuta di alquante migliaia di soldati, che retrocedevano da Napoli col capitano generale duca di Montemar, e all'opposto giunse di Francia in Milano, verso la fine di marzo, il maresciallo di Noailles, e ai primi di maggio in Cremona il re di Sardegna. Incalzati gl'Imperiali dai Gallo-Sardi, furono dal loro maresciallo Koningsegg, con lodatissima provvidenza , concentrati verso il Tirolo, avendo prima posto in salvo i bagagli, i malati, i cannoni, e ogni altro attiraglio e impedimento militare. Gli succedette nel comando il generale conte di Kevenhüller, al tempo del quale null'altro accadde fuorché la conquista della Mirandola, riuscita al duca di Montemar, intanto che gli alleati consumavano il tempo e le forze nel blocco di Mantova. Questa lentezza, non accostumata al carattere delle due nazioni, non era senza mistero; e questo fu in parte svelato, allorché, il 16 dicembre, il duca di Noailles spedì al conte di Kevenhüller il gradevole avviso di una sospensione d'armi, la quale fu tosto seguìta dalla pace. Questo esito era stato preparato dai segreti maneggi del cardinale di Fleury, primo ministro del re cristianissimo, cui si trovò pronto ad aderire il gabinetto austriaco, che dalla sbilanciata sua fortuna era ridotto a più moderati consigli. La somma delle cose convenute sul terminare del 1735 nei celebri preliminari di Vienna, e tosto dopo ratificata nel congresso di Parigi, fu la seguente. I ducati di Lorena e Bar vennero ceduti e aggregati alla Francia, e il regno delle due Sicilie confermato al re Carlo di Borbone. Al duca di Lorena Francesco Stefano fu assegnato in cambio il gran ducato di Toscana, e stante lo svantaggio del cambio, gli fu data da Cesare la lusinga di un partito di più alta importanza, che ebbe poi effetto. Il re di Sardegna, oltre il Monferrato, l'Alessandrino, la Lomellina e la Valsesia, acquistati nel 1707, ottenne le città e i territori di Novara e Tortona, con nuova diminuzione dello stato di Milano. A queste condizioni ebbe l'imperatore la conferma o la restituzione del Mantovano e della restante parte del Milanese, la cessione di Parma e Piacenza, e la garanzia della prammatica sanzione. (1736) Le corti di Madrid, di Napoli e di Torino trovarono nella reale convenienza di questi patti un congruo risarcimento all'offeso amor proprio per non essere state consultate, e vi aderirono. Successivamente le città di Parma e Piacenza furono lasciate libere dalle armi dell'infante don Carlo, cedute agl'Imperiali dai Gallo-Sardi Cremona e Pizzighettone, e il 7 di settembre la città di Milano, avendo alcuni giorni prima il re di Sardegna licenziata e ringraziata la giunta di governo istituita durante la conquista, col proclama che si riporta nella nota . Fu certamente onorevole per questa Giunta l'essere stata confermata dal conte di Kevenhüller, supremo comandante cesareo in Italia fino all'arrivo, che seguì il 17 dicembre, del nuovo governatore capitano generale conte Otto Ferdinando Traun, al di cui governo vennero uniti il ducato di Mantova e quello di Parma e Piacenza, sotto la denominazione di Lombardia austriaca. Altri due avvenimenti memorabili di quest'anno furono la morte del maggior capitano di quel tempo, il principe Eugenio di Savoia, avvenuta in Vienna il 21 aprile, essendo egli in età di anni settantadue, e le nozze faustissime seguìte il 12 del precedente febbraio tra l'arciduchessa Maria Teresa, primogenita dell'imperatore Carlo VI, già entrata nell'anno diciottesimo, e il principe di Lorena Francesco Stefano, che ne avea ventisette; con che le illustri case di Lorena e d'Austria si unirono in un solo tronco.
Frisi, Tomo Terzo, ossia Continuazione della Storia di Milano, MS. Presso la casa Verri; p. 336-339.
Ha per titolo: Il governo del duca d'Ossuna dello stato di Milano: in Colonia, appresso Battista della Croce, 1678, di p. 123, in 12°.
Allorché fu qui soppressa l'Inquisizione, si trovò nell'archivio di essa la comissione data all'arcivescovo di Valenza, inquisitore generale in tutti i regni e dominii di Sua Maestà Cattolica, all'inquisitore generale di Milano di ricevere il giuramento di questo governatore, come bargello maggiore (Alguazil mayor) del Santo Officio, e il processo verbale dell'esecuzione. Questo secondo documento, che può bastare ad un'erudita curiosità, è come segue: «Nella città di Milano, nel giorno 5 del mese di marzo dell'anno 1697, il rev. P. Maestro frà Prospero Leoni, inquisitor generale dello stato e dominio di Milano, in virtù della commissione dell'eccellentissimo signor don frà Giovanni Tommaso de Rocaberti, arcivescovo di Valenza, inquisitore generale, ricevette il giuramento nelle dovute forme di giustizia da S. E. il signor Diego Filippo di Gusman, duca di S. Lucar la Maggiore, affinché bene, fedelmente e diligentemente sii per usare e per esercitare l'uffizio di Barigello Maggiore del Santo Ufficio dell'Inquisizione della città di Siviglia, nella quale è stato nominato dal detto eccellentissimo signor inquisitore generale, e che osserverà il secreto di tutto ciò che S. E. saprà, vedrà, intenderà e gli sarà conferito riguardo al Sant'Ufficio dell'Inquisizione, che esattamente si deve conservare, e che aiuterà e favorirà i suoi ministri; e promise di ciò fare e adempire, e fu avvisato delle pene e censure poste nelle lettere pubblicate dal Sant'Ufficio contro quelli che non osservano il secreto: e S. E. lo firmò, essendo testimonii don Giuseppe de Zambrana, cavaliere dell'ordine di San Giacomo, don Giovanni di Villamor e don Giovanni Saller, tutti tre abitanti in questa città.
Firm. Il duca di San Lucar, |
= Frà Prospero Leoni |
Sott. Frà Angelo Battiani, vicario generale del Sant'Officio di Milano, in luogo di segretario del medesimo Santo Tribunale».
Vita del presidente Arese. Colonia, 1681, in 12°. - Argellati, Bibl. Script. Med., tom. I, pars. II, col. 88 e sgg.
Argellati, Biblioth., ec., tom. II, pars. I, col. 1328e sgg. - Bosca, De origine et statu bibliothecae Ambrosianae, lib. V.
Brusoni, Storia d'Italia, Torino, 1680, lib. XXIX, p. 724 e sgg. - Bayle, Argellati, Mazzucchelli, Tiraboschi, ec.
Ottieri, Istoria delle guerre avvenute in Europa, ec., dal 1696 al 1725, tom. I. - Storia della Lombardia Austriaca, MS. del conte reggente senatore Gabriele Verri, tomo IV. - Frisi, Continuazione della Storia di Milano, tom. II, MS. p. 398 e sgg.
Il re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, ec ec.
«Illustre Giunta di governo: L'esecuzione degli articoli preliminari firmati in Vienna fra S. M. imperiale e S. M. cristianissima, il dì 3 di ottobre dell'anno scaduto, a cui abbiamo voluto dal canto nostro contribuire, portando ora l'evacuazione di cotesto ducato delle armi alleate, eccettuatine il Novarese e Tortonese, che da' medesimi ci sono stati destinati pria che questa sortisca intieramente il suo effetto, onde abbia a sciogliersi questo consesso, che essendo stato da noi con singolare studio prescelto fin dal cominciamento per l'onorevole non meno che importante incarico del governo che gli avevamo confidato, ha così lodevolmente corrisposto alla nostra aspettativa: vogliamo, per soddisfare a que' sentimenti di stima che nelle diverse occasioni ci ha dato un giusto motivo di concessione, assicurarlo de' medesimi, e del pieno nostro aggradimento per la servitù che ci ha resa.
«Il zelo per una ben nota amministrazione di giustizia, ed il particolare interessamento che tutti e cadauno di voi ha fatto conoscere, non meno pel sollievo di cotesti popoli, che nel sostenimento de' loro giusti diritti e prerogative, avendo secondato le nostre mire, siccome eccitò in noi que' sentimenti, così ci lascia una grata rimembranza di quelle pubbliche cure e sollecitudini, che ad un tale oggetto avete impiegate. Di tanto noi stessi abbiamo voluto accertarvi, pregando di più il Signore che vi conservi e vi ricolmi delle sue benedizioni.
«Torino, l° settembre 1736.
Segnat. C.EMANUELE
Sott. ORMEA».
Ne' decorsi trentasei anni vide la città di Milano un solo nuovo arcivescovo, monsignor Benedetto Erba Odescalchi, già nunzio apostolico in Polonia e poco dopo promosso al cardinalato. Egli fu eletto il 18 aprile del 1712 in luogo del defunto cardinale Giuseppe Archinto, e resse la chiesa milanese per anni ventiquattro, finché, nel 1736, reso inabile per un insulto apopletico, rinunziò al pontificato. Nell'anno seguente alla sua installazione diede questo prelato il conservatorio di Santa Sofia all'istituto della Visitazione, ed aperse il collegio degli Obblati missionari annesso all'insigne chiesa di Rhò. Sotto di lui fu aperto da' Barnabiti in Milano, nel 1723, il collegio de' Nobili, col nome di collegio imperiale; nel 1724 si stabilirono le Orsoline presso Santa Maria alla Porta; nell'anno seguente si è fabbricata la chiesa di Campo-Santo; e in fine nel 1735 si viddero erette le chiese di San Bartolomeo e di San Pietro Celestino, e ridotta a compimento quella di San Francesco di Paola, tutte col disegno dell'architetto Marco Bianchi, romano , il quale colle linee curve e coi cartocci, benché non disgiunti da una certa maestà, rese un abbondante tributo al cattivo gusto che andava allora dilatandosi nella pratica dell'architettura.
Capitolo XXXIII
Morte dell'imperatore Carlo VI, al quale succede negli Stati ereditari la primogenita Maria Teresa. Altra guerra in Italia, ch'ebbe fine colla pace in Acquisgrana. Condizione e governo della Lombardia. Giuseppe II imperatore; sue riforme. Breve regno e morte di Leopoldo II.
(1737) Restituito lo stato di Milano in seno alla pace, fu necessariamente, per varii anni, privo di avvenimenti degni di essere ricordati, per cui appena si ha a far parola dell'ingresso in Milano del nuovo cardinale arcivescovo, Carlo Gaetano Stampa, accaduto il 10 maggio del 1737. Il 6 luglio dello stesso anno morì Giovan-Gastone, ultimo gran duca di Toscana della casa Medici, succedendogli, per le precedute convenzioni, il duca di Lorena, sposo dell'arciduchessa Maria Teresa. È non meno meritevole di ricordanza la morte, accaduta in Milano, del gesuita Tommaso Ceva, nella grave età d'ottantotto anni. I piacevoli suoi costumi, i suoi versi latini, qualche produzione matematica, e il suo buon gusto nelle belle lettere, del quale ci fan prova i precetti conservatici dal Muratori nella di lui Vita, lo resero uomo distinto. (1739) Due anni dopo, l'arciduchessa Maria Teresa d'Austria e il gran duca Francesco di Lorena, di ritorno dai loro Stati di Toscana, onorarono, nel mese di maggio, la città di Milano colla loro presenza, e furono accolti cogli accostumati festeggiamenti. (1740) L'anno 1740 fu di funesto presagio per l'Italia, mentre all'esito infelice della guerra turchesca, colla perdita di Belgrado, si aggiunse, il 20 ottobre, la morte dell'imperatore Carlo VI, essendo d'anni cinquantacinque, dopo una malattia di soli tre giorni. Con esso ebbe fine la linea maschile dell'augusta casa d'Austria, la quale, nel corso di quattrocentosessantasette anni, diede al romano Impero sedici cesari e sei re alla Spagna. Appena divulgata la funesta nuova, l'arciduchessa Maria Teresa, come primogenita, secondo la prammatica sanzione, fu proclamata e riconosciuta regina d'Ungheria e di Boemia, e principessa sovrana di tutti i regni e Stati già appartenenti all'augusto genitore. Due suoi dispacci, spediti due giorni dopo la di lei assunzione al trono, giunsero in Milano; col primo de' quali ordinava la celebrazione de' funerali e le dimostrazioni del lutto per l'estinto monarca; e col secondo confermò il conte Traun in governatore dello Stato. Con altro dispaccio del 7 dicembre annunziò a questa città la generosa risoluzione di aver promosso il real consorte a coreggente in tutti gli acquistati dominii, senza lesione della sovranità o pregiudizio della prammatica sanzione. (1741) Di là a pochi mesi ebbero i sudditi lombardi motivo di nuova allegrezza per la notizia della successione assicurata alla casa austriaca, colla nascita di un arciduca primogenito, avvenuta il 13 marzo, che fu poi l'imperatore Giuseppe. Il conte Verri, mosso da ciò che quest'augusto prometteva nell'aurora del di lui regno, registrò nelle sue Memorie la nascita di esso, appellandolo il Giusto e l'Amico degli uomini. Ma dietro quest'aura di prosperità, e sotto quest'apparenza di ciel sereno, sorgeva minacciosa la più funesta procella, suscitata dalla concorde ambizione di tanti altri sovrani, per dividersi il ricco patrimonio di tanti regni. Stromento immediato riputavasi il re di Sardegna; e il caso volle che, per lasciarlo maggiormente libero di seguire gl'impulsi della sua politica, morisse a quel tempo la regina Elisabetta Teresa. Non fu tarda la corte di Vienna a proporgli un nuovo parentado colle nozze dell'arciduchessa Marianna, secondogenita del defunto Carlo VI; ma una tale proposizione non ebbe effetto: benché per questa volta la fede serbata all'Austria si trovò di accordo cogl'interessi della sua corona. Vide allora l'augusta Maria Teresa essere inevitabile il turbine di una guerra accanita, e imminente lo scoppio; sì che, come al più pronto rifugio, prese la memorabile risoluzione di ricorrere alla magnanimità della nazione ungherese; e, coll'occasione che il 25 di giugno fu essa coronata in Presburgo, si presentò agli Ordini della nazione, nuovamente radunati, tenendo fra le braccia il reale infante, della sola età di due mesi, e con tale dignità ed energia perorò per la sua causa, che da quell'assemblea, commossa fino alle lagrime, ottenne un unanime sfoderar di sciabole, accompagnato dal noto giuramento: Moriamur pro rege nostro Maria Theresia.
(1742) La prima esplosione della procella seguì nella Germania, cumulandosi allo sforzo dell'armi gli effetti delle macchinazioni politiche. Nello stesso tempo che l'invasa Boemia apriva ai nemici le porte della sua capitale, gli elettori, radunati a Francoforte, proclamavano all'Impero il duca di Baviera, col nome di Carlo VII. Intanto la Lombardia era minacciata dagli Spagnoli, partiti dal Napoletano e radunatisi in Romagna, ai quali fece fronte il governatore di Milano, maresciallo conte Traun, possentemente sussidiato dal re di Sardegna, avendo instituita, per rappresentarlo nell'amministrazione dello Stato, una real giunta di governo. La milizia civica fu posta a presidiare il castello; nella quale onorevole incumbenza durò per dieci mesi. Quasi contemporaneamente un altro esercito spagnuolo invase la Savoia; il che costrinse il re sardo ad accorrere alla difesa de' propri Stati. (1743) Il 23 dicembre di quest'anno morì, più che sessagenario, l'arcivescovo cardinale Stampa, cui dal sommo pontefice Benedetto XIV, il 15 del successivo giugno, fu sostituito l'arciprete della chiesa metropolitana, Giuseppe Pozzobonelli, promosso tre mesi dopo al cardinalato: onorificenza ormai consueta ai titolari di questa sede arcivescovile. Circa la metà dell'anno, videro pure i Milanesi cambiato il loro governatore, il quale passò al comando degli eserciti in Germania, lasciando in queste parti grata memoria dei suo discreto ed onorato procedere, della sua moderazione ed affabilità, del suo disinteresse, e di molta carità verso i poveri ; ed ebbe in successore il principe Giorgio Cristiano di Lobkowitz, che tosto si recò al campo contra gli Spagnuoli, confermando la giunta di governo già stabilita. Né a ciò limitandosi la previdenza di Maria Teresa, si fece forte nel trattato di Worms, firmato il 12 settembre, co' sussidii navali e pecuniarii dell'Inghilterra, estesi anche al re di Sardegna, suo alleato; e, per viepiù tenersi questo in fede, acconsentì di eseguire a suo favore un terzo smembramento dello stato di Milano, concedendogli Bobbio, Voghera e Vigevano coi loro territorii, per modo che l'intiero corso del Ticino, del lago Maggiore al suo confluente nel Po, fosse la linea di confine tra i due Stati; e di questa concessione venne il re di Sardegna posto in possesso nel principio del seguente anno. (1744) I consigli dell'attenta sovrana erano pure secondati dalla fortuna, venendo la guerra in Italia condotta con tale indolenza dai Gallo-Ispani, che consumarono l'intiera estate nell'inutile investimento di Cuneo; onde ha quella potuto mantener grossi e concentrati i suoi eserciti per un maggiore sforzo nella Germania. (1745) Sopragiunse ancora più fausta per essa la morte avvenuta in Monaco, il 20 febbraio del 1745, di Carlo VII, il quale, sebbene non sia mai stato che una larva d'imperatore, era tuttavia di continuo e grave inciampo a' suoi disegni. Fu quindi facile alla di lei destrezza di far eleggere al trono imperiale il proprio consorte duca di Lorena, il quale infatti fu incoronato a Francoforte il 4 ottobre, e prese il nome di Francesco I.
Queste felici combinazioni politiche, certamente influenti al buon esito definitivo della gran lotta, non valsero a dissipare la fiera procella che da tanto tempo ci sovrastava. Le corti di Francia e di Madrid, costanti nel proponimento di fondare una seconda sovranità borbonica in Italia in vantaggio dell'infante don Filippo, strinsero ad Aranjuez un trattato colla repubblica di Genova, obbligandosi a pagarle un sussidio mensile di centomila scudi , e si decisero ad assalire con una massa preponderante di forze l'esercito austro-sardo, al di cui comando era venuto di recente il conte di Schulembourg in vece del principe di Lobkowitz, il quale era stato pure separatamente supplito nel governo della Lombardia dal tenente maresciallo conte Gian Luca Pallavicino, con titolo di ministro plenipotenziario e autorità di governatore. Attesa l'alleanza coi Genovesi, nuovi rinforzi francesi e spagnuoli ebbero facile e sicuro il passo per la via d'Oneglia, ed unitisi col nerbo militare già esistente, e coi contingenti di Napoli, di Modena e di Genova, fecero centro in Acqui. Fra tutti ascendevano a settantamila combattenti, comandati da Francesco III duca di Modena, dal general conte di Gages e dal maresciallo di Maillebois. Di là il duca di Modena, scacciati gli Austro-Sardi da Savona, da Novi e da Tortona, si diresse alla conquista di Piacenza e Parma; nel mentre che il conte di Gages, con tremila granatieri e qualche cavalleria, gettato un ponte sul Po alla Stella verso Belgioioso, nella notte del 22 settembre sorprese Pavia, essendosi quel presidio ritirato in fretta nel castello. A tale nuova il conte di Schulembourg, comandante gli Austro-Sardi accampati in Bassignana, mandò tosto a presidiare il castello di Milano, e con tutta la sua artiglieria per la Pieve del Cairo si appressò a Vigevano, ed incalzato da' nemici, ritirossi quindi verso Casal-Monferrato. Queste mosse difensive lasciarono luogo all'infante don Filippo d'investire Alessandria e Valenza, di acquistar Asti ed altri castelli in que' contorni; e di estendersi a suo piacere nella Lombardia, abbandonata anche dal plenipotenziario conte Pallavicino, ch'erasi rifugiato in Mantova.
Mentre i supremi comandanti della lega nemica, radunati in Pavia, divisavano di progredire nelle operazioni militari coll'occupar Modena e Reggio, riservando il facile conquisto di Milano come una conseguenza dell'assicurata vittoria, giunse loro un ordine pressante dalla corte di Madrid di eseguirlo di preferenza e senza ritardo. Ciò procedeva dall'impazienza della regina Elisabetta di accelerare lo stabilimento dell'infante suo figlio, e procurargli un dovizioso appanaggio; e con questa improvvida risoluzione si lasciò il campo alla fortuna austriaca di risorgere in Italia. Occupate pertanto le rive del Ticino, il conte di Gages fece avanzare l'esercito verso Milano, dove il 16 dicembre entrò il generale di Camposanto con molti fanti e cavalli e parte degli equipaggi del principe, e in egual tempo due altri corpi furono spediti a prender possesso di Lodi e di Como. Mancando ancora la grossa artiglieria per intraprendere l'assedio del castello, munironsi di palafitte le strade interne che a quello conducevano, e le due vicine porte della città furono murate. Il vicario di Provvisione co' delegati civici si trasferì, il 18 dicembre, a Magenta, per adempire alla solita cerimonia della presentazione delle chiavi all'infante don Filippo, il quale nel giorno seguente entrò con gran pompa nella città. È inutile il dire che la popolazione si mostrò giuliva e plaudente, che la nobiltà e le magistrature si presentarono al novello principe col sorriso sul labbro e con sommo rispetto, e ch'egli accolse i loro omaggi con graziosa clemenza. Questi uffici e siffatte dimostrazioni sono di tutti i tempi; fu però speciale di quella circostanza la grida pubblicata il 24 dicembre dalla Giunta interinale allora instituita, con cui fu aumentato il valore di tutte le monete correnti, e valga per saggio il filippo stabilito al prezzo di lire otto: col qual ordine il nuovo governo fece prova di essere o ignorante o truffatore.
(1746) Ma benché gli Spagnuoli fossero in possesso della capitale e si estendessero per un gran tratto di paese, gli Austriaci tenevano, oltre il castello di Milano, Pizzighettone, Cremona e Mantova; il re di Sardegna occupava la cittadella di Alessandria, e il principe di Lichtenstein erasi ritirato col suo corpo verso Trino e Crescentino, donde poteva agire di concerto coll'esercito austro-sardo non molto di là discosto. Inoltre l'imperatrice regina, pacificatasi opportunamente sulla fine di dicembre col re di Prussia, si trovò libera di spedire copiosi sussidii di gente in Italia; i quali, a malgrado de' rigori dell'inverno, giunsero in febbraio sul Mantovano e senza far posa, oltrepassato il Ticino, recaronsi al campo del principe di Lichtenstein. Con tali aiuti il principe, unitamente ai Piemontesi, ha potuto sorprender Asti, liberare Alessandria, riprender Acqui e stringere i nemici tra Gavi e Novi, senza però essere riuscito a toglier loro le comunicazioni col Genovesato e coi Napoletani. Da un altro lato il tenente maresciallo conte Pallavicino, che comandava nel Mantovano, avanzossi alla destra del Po verso Guastalla, rinforzò la parte dell'esercito ch'era nel Cremonese, e ricuperò Modena. Nel corso di queste operazioni, che andavano rendendo sempre peggiori le sorti della federazione nemica, l'infante don Filippo passava il tempo in Milano, ristorandosi dai disagi de' campi ne' tripudii delle feste e de' teatri, finché, avendo gli Austriaci riacquistato Codogno e Lodi, e spinte le loro scorrerie fino alle porte di quella metropoli, il generale conte Gages fu costretto, nella notte precedente al 19 marzo, di annunziare al real principe la necessità di una pronta partenza; la quale fu eseguita nell'alba seguente con tale precipitazione e scompiglio, che, se fosse avvenuta dopo la perdita di una battaglia campale, non poteva essere più disastrosa. Così, dopo soli tre mesi di effimera occupazione spagnuola, tornò la Lombardia sotto il dominio austriaco, e tosto riassunse le cure del governo la real Giunta, che il conte Pallavicino aveva eretta nella città all'atto di abbandonarla. I primi ordini da quella emanati, che ora, per i posteriori esempi, sarebbero riguardati per abituali ed indifferenti, riuscirono allora di sorpresa nel pubblico. Prescrivevasi in uno di essi che, nel termine di tre giorni, dovessero notificarsi tutti gli effetti, danari o mobili spettanti agli Spagnuoli, e che presso alcuno degli abitanti esistessero; e, con altro, erano dichiarati invalidi e nulli tutti gli atti seguiti nel tempo dell'invasione nemica. E a questa nullità fu data una sì precisa esecuzione, che, avendo l'infante don Filippo, ad istanza della contessa donna Clelia Grillo Borromeo, dama allora celebre per coltura e vivacità di spirito, fatta grazia della vita a un chierico Didino, condannato alle forche per causa d'omicidio con ruberia, volle il senato che si eseguisse la sentenza. Si è proceduto altresì con molto rigore contro le persone che prestarono favore ai nemici; e diverse ne furono punite con varie pene, tra le quali si conserva ancor viva la ricordanza del conte Giulio Antonio Biancani, uno de' questori del magistrato ordinario di Milano, che da una commissione speciale, autorizzata dall'augusta sovrana, fu condannato al taglio della testa ed alla confisca de' beni, come disertore e fellone.
Dopo lo sgombramento di Milano, abbandonarono di seguito i Gallispani il restante della Lombardia, ritirandosi a Piacenza. Verso la stessa città furono incalzati gli altri loro corpi che occupavano Guastalla, Reggio e Parma. Un fatto d'armi, avvenuto il 15 giugno, al collegio di San Lazaro presso Piacenza, e un altro, il 9 agosto, a Rottofredo, entrambi vantaggiosi agli Austriaci, decisero la piena ritirata de' collegati, resa ancor più sollecita per la notizia ricevuta a Voghera della morte del re Filippo V. Onde, per la stessa via della Riviera di Ponente, che sette mesi addietro aveano percorso, avanzandosi gonfi di tante speranze, non più si ristettero finché giunsero nella Provenza. La repubblica di Genova, che aveva aperto e favorito il passaggio ai nemici, non doveva andare impunita. Investita per mare e per terra, si arrese, e fu occupata dagli Austriaci. Ma questi presto la perdettero, essendone scacciati dalla popolazione, irritata per l'eccesso delle contribuzioni e delle vessazioni, ed eccitata clandestinamente dall'influenza francese; né dee tacersi che, a stancare per tal modo la pazienza de' Genovesi, fu principale stromento un nobile italiano, il marchese Botta Adorno di Pavia, che comandava gl'Imperiali. (1747) Egli fu allora privato d'ogni comando; ed essendo poi stato trasferito al governo delle Fiandre, venne colà egualmente in esecrazione, così che, non ostante la protezione della corte, dovette esserne rimosso. Questo ministro era attaccatissimo agl'interessi dell'augusta padrona, ma avea la sfortuna di rendersi ovunque sommamente odioso, e parea nato a posta per far sorgere de' tumulti . Per l'esito della guerra in Italia, era il gabinetto austriaco pressato da due opposte cure: avrebbe voluto trarre pronta vendetta dello smacco di Genova, che offendeva l'onor delle sue armi, non meno per le cause che negli effetti; e l'incalzava la brama di portare il flagello della guerra nel paese del nemico. Fece dar opera all'uno e all'altro divisamento, e nessuno gli riuscì. Furono senza buon esito i campeggiamenti nella Provenza, per la novità dei luoghi, per la difficoltà de' viveri, per le scarse forze; e mancò del pari l'impresa di Genova, per essere stata condotta senz'unità di piano, fra la rivalità delle corti e la gelosia de' comandanti. Né i Francesi e gli Spagnuoli si distinsero con alcun fatto memorabile, se si eccettua il funesto capriccio del maresciallo di Bellisle di aver voluto far superare a forza i trinceramenti del Colle dell'Assietta, tra Exilles e Fenestrelle, difesi valorosamente dagli Austro-Sardi sotto gli ordini de' conti di Colloredo e di Bricherasco, senz'altro esito che di avere sagrificato infruttuosamente cinquemila francesi, e insieme con essi il proprio fratello. Questa vittoria fu, a buon dritto, festeggiata con varii Te Deum sì in Piemonte che in Lombardia .
Se la perdita di Genova fu cagione della disgrazia del generale Botta Adorno, il non averla ricuperata portò il richiamo del comandante supremo, conte di Schulembourg, cui venne sostituito il conte di Traun, e del ministro plenipotenziario, conte Gian Luca Pallavicino, caduto forse in sospetto per essere di nascita Genovese, entrambi partiti per Vienna a render conto del loro operato. Per il governo della Lombardia fu creata una real Giunta, composta del gran-cancelliere, conte Beltrame Cristiani, stato assunto a questa carica fino dal 1744, dai presidenti del senato e dei magistrati ordinario e straordinario, ed altri otto soggetti. Lasciò il Pallavicino fama d'uomo disinteressato e magnifico, ed eguale la mantenne allorché, di là a tre anni, restituito in grazia, tornò alla primiera carica in Milano. Nel triennio intermedio a questi due suoi governi, la carica congiunta di governatore e di capitano generale della Lombardia austriaca fu coperta dal conte Ferdinando Bonaventura di Harrach, venuto il 19 settembre. Egli fu un buonissimo signore, senza fasto, umano, amico dell'ordine e della tranquillità, nemico delle novazioni. La contessa di lui consorte, giovane, vivace, e anche bella e galante, diffuse l'allegria nel paese, e introdusse la moda di cavalcar le dame anche in città, e di girare pe' palchi le maschere al carnevale .
Non solo l'Italia, ma l'Europa intiera era stanca ed estenuata dalla guerra, laonde l'ambizione dovette ricevere la legge dalla necessità. (1748) Tutti i sovrani erano, nel loro cuore, concordi nel voler la pace, e per conseguirla meno svantaggiosa, fecero un ultimo sforzo, ponendosi ciascuno nell'attitudine più guerresca. Fu essa sottoscritta in Acquisgrana dai ministri plenipotenziari delle varie potenze, e il 23 ottobre il fu dal conte di Kaunitz per l'imperatrice regina, la quale, per quel trattato, conservò tutti gli Stati ereditari, ad eccezione della Slesia e della contea di Glatz, cedute alla Prussia; ricuperò i Paesi Bassi, ma rinunziò alle conquiste che avea fatte in Italia; cedette i ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, da erigersi in sovranità a favore dell'infante don Filippo, e confermò le cessioni fatte al re di Sardegna. (1749) L'esecuzione di questo trattato, quanto all'Italia, rese necessario un parziale congresso, apertosi nel mese di dicembre in Nizza di Provenza, che tutto sistemò con buon ordine, per cui, nella seguente primavera, eseguite le rispettive cessioni e ripristinazioni, ha potuto anche la nostra Lombardia gustare i beneficii della pace, dietro la quale avea per otto anni inutilmente sospirato. (1752) E per viepiù consolidarla, strinse l'augusta Maria Teresa un trattato di alleanza e di commercio coi re di Spagna e di Sardegna, sottoscritto ad Aranjuez il 27 aprile del 1752 , al quale accedettero in seguito (come era stato loro riservato) il re delle Due Sicilie, il gran duca di Toscana e il duca di Parma. In quello, oltre la reciproca garanzia e difesa di quanto ciascuno possedeva, fu stipulato che, in caso di ostile aggressione, dovessero, due mesi dopo esserne richiesti, accorrere in soccorso della potenza minacciata con un determinato numero di truppe, che non poteva esser minore, per ognuna delle tre principali potenze, di ottomila fanti e quattromila cavalli; quanto al re delle Due Sicilie, di quattromila uomini di fanteria e milleduecento di cavalleria; e di mille uomini a piedi e cinquecento a cavallo per parte dell'infante don Filippo; con facoltà inoltre di dare, invece di soldati, ottomila fiorini d'Impero al mese per ogni mille uomini a piedi, e ventiquattromila per altrettanti a cavallo, da essere rimessi mese per mese ne' banchi di Genova fino al termine della guerra. E per riguardo al commercio, si convenne che i rispettivi sudditi godrebbero presso le altre potenze contraenti de' maggiori privilegi accordati alle nazioni amiche. In particolare poi si conchiusero dall'imperatrice colle corti di Napoli e di Parma alcuni vicendevoli matrimonii, da pubblicarsi ed eseguirsi a suo tempo, e si fissò che tanto il regno delle Due Sicilie, quanto il gran ducato di Toscana, formassero in avvenire due secondogeniture della casa d'Austria e di quella di Borbone del ramo spagnolo, reversibili alle rispettive discendenze, onde avessero sempre il proprio sovrano naturale. (1753) Anche la situazione familiare della casa ducale d'Este, ridotta ad un'unica figlia e fuori di speranza di aver altra successione, non fu trascurata dalla perspicacia del ministero austriaco; e, più destro o più fortunato del gabinetto di Parma, che mirava allo stesso intento, riuscì a stipulare una convenzione, per la quale le corti di Vienna e di Modena strettamente si collegarono, a condizione che la principessa Beatrice, figlia del principe ereditario Ercole Rinaldo, ed erede presuntiva di tutti i dominii estensi, nata il 7 aprile 1750, sposerebbe l'arciduca terzogenito, e a questi sarebbe stata conferita la carica di governatore e capitano generale della Lombardia austriaca, da essere supplita durante la sua minore età dal duca di Modena Francesco III. E tuttociò ebbe immediato effetto, a segno che questo principe, trasferitosi a Milano il 4 gennaio 1754, entrò tosto in possesso della sua nuova dignità, e il conte Beltrame Cristiani, ch'ebbe il merito di aver negoziato quel vantaggioso partito, dalla carica di gran cancelliere del governo, che fu soppressa, venne promosso a quella di ministro plenipotenziario nella Lombardia. Con distinti trattati furono regolati inoltre i confini col re di Sardegna, col duca di Parma, cogli Svizzeri e co' Veneziani. Ma le amichevoli intelligenze e i varii vincoli di parentela e d'interesse contratti colla Spagna e colle potenze italiane non avrebbero bastato a rendere sicura l'Italia nell'emergenza di nuove guerre in Europa, se non riuscivasi a rendere anche la Francia partecipe di siffatti accordi; e a quest'oggetto avendo rivolto l'Austria ogni suo intendimento, vi riuscì con pari felicità: e l'alleanza fra le due corti per tanto tempo rivali, che sempre più si consolidò, se non ha meritato un'unanime approvazione ne' rapporti degli interessi eminenti della monarchia, fu senza dubbio del più deciso vantaggio per la quiete d'Italia. Un altro oggetto della saggia previdenza di Maria Teresa fu di antivenire al caso, benché rimoto, della successione al trono imperiale, la quale restava quasi assicurata alla sua discendenza se avesse potuto far nominare l'arciduca Giuseppe, suo primogenito, in re de' Romani. Ma questo progetto, messo in campo circa l'epoca di cui trattiamo, e caldamente favoreggiato dall'Inghilterra, potea con difficoltà essere accolto dagli elettori per l'età del principe, che appena giungeva ai dodici anni, ed ebbe un insuperabile contradittore nel re di Prussia, onde soltanto nel 24 maggio 1764, dopo la pace d'Hubertsburgo, che pose fine alla famosa guerra de' sette anni, ha potuto aver esecuzione; abbastanza però ancora in tempo, mentre l'imperatore Francesco I morì l'8 agosto dell'anno seguente. Questo avvicendamento di combinazioni politiche, con tant'arte preparate e condotte ad un solo scopo, fu cagione che la pace d'Italia non fosse più turbata per il corso continuo di quarantotto anni fino al 1796; e tanto la rammentata disastrosissima guerra de' sette anni, che l'altra per la successione nella Baviera, e la turchesca, unicamente un'influenza pecuniaria esercitarono nell'austriaca Lombardia per i sussidii che ha dovuto somministrare. Per la qual causa, congiunta ai buoni ordini introdotti, de' quali siamo per parlare, e alla tranquilla indole degli abitanti, ebbero pur merito i Lombardi d'essersi mantenuti in una costante obbedienza e fedeltà, allorché, per le riforme dell'imperatore Giuseppe II, eransi ribellati i Paesi Bassi, fervevano gli Stati ereditari, e sì altamente querelavansi gli Ungheri, che fu duopo accondiscendere a' loro gravami.
È gradito incarico allo storico imparziale, dopo di aver dovuto narrare i vizi e gli errori de' potenti e la conseguente oppressione e l'impoverimento de' popoli, di poter talvolta ricreare la mente propria e quella de' lettori colla rappresentazione di tempi meno infelici, e col racconto di un genere di pubblica amministrazione più consentaneo alla dignità e al ben essere degli uomini. Questa lode è meritamente dovuta al regno di Maria Teresa, la quale, a malgrado delle lunghe guerre da cui era bersagliata la monarchia, sì mostrò costantemente intenta a dar migliori ordini ai varii rami del suo governo. E fu in ciò provvidamente secondata dalla sorte, mentre, avendo risoluto di liberarsi del referendario Bartenstein, che colla sua prepotente arroganza avea svergognato la diplomazia austriaca sotto Carlo VI, assunse, nel 1753, al supremo ministero il conte, indi principe Antonio Venceslao di Kaunitz-Rietberg. Questo grand'uomo, nato nel 1711, che resse con gloria per lo spazio di quasi quarant'anni i consigli della casa d'Austria, era dotato di molto ingegno, d'uno zelo instancabile e di somma integrità; abile negoziatore, profondo dissimulatore senza parerlo, impenetrabile ne' suoi secreti, ma ricco d'amor proprio, e perciò presontuoso ed altiero: così ci è descritto dal Coxe sulla fede de' documenti ufficiali del ministero inglese. Ei possedeva a tal segno la confidenza della sua sovrana, che, essendo ella piissima, ha potuto tuttavia intraprendere e compire con mano ferma le riforme più delicate nelle materie ecclesiastiche. Per ciò che concerne la Lombardia, il compimento del catastro delle proprietà fondiarie, come base della giusta ripartizione del principale tributo, occupò le prime cure dell'imperatrice regina. Questa grande opera, tentata quasi due secoli prima dagli Spagnuoli con informi elementi, instaurata nei primordii della dominazione austriaca, era rimasta interrotta, dopo la spesa di più milioni, per le vicende belliche del 1733. Fu riassunta nel 1749 coll'erezione di una nuova giunta del censimento, cui fu dato a presidente un dottissimo giureconsulto, Pompeo Neri, espressamente chiamato dalla Toscana, ove copriva la carica di secretario del consiglio di reggenza. Nello stesso tempo fu questi incaricato di esaminare i mezzi più opportuni per una sistemazione del corso delle monete, colla quale fosse posto rimedio al gravissimo danno che si soffriva dal pubblico per il valore arbitrario di esse. A tal fine molte conferenze si tennero e molti esperimenti furono allora eseguiti, di concerto colla real corte di Torino, dove un altro gran ministro, il conte Giambattista Bogino, fece ogni sforzo perché il provvedimento da adottarsi fosse a comune beneficio esteso a tutta l'Italia. Però le corte viste e le piccole gelosie fecero riuscire a vuoto la saggia proposizione; onde questo gravissimo oggetto, rimasto allora deserto, con principii più sicuri, ma circoscritto alla sola Lombardia, fu poscia sistemato soltanto nel 1778.
(1758) Erano quasi ridotti al loro termine i lavori del censimento colle assidue cure di nove anni, quando, essendo stato il Neri richiamato a Firenze, la Giunta fu sciolta, e costituita una governativa delegazione; a questa fu dato l'onore di proclamare il compimento dell'opera, e s'incominciò nel 1760 a ripartire il tributo prediale sul nuovo catastro. Contemporaneamente alla partenza del presidente Neri, Milano rimase priva di un altro illustre ministro, il plenipotenziario conte Beltrame Cristiani, morto il 31 luglio, dopo una lunga malattia, che lasciò alternare speranza e timore. La sua morte fu da uomo senza la minima imbecillità. Spedì gli affari con mente serena fino all'ultimo giorno. Egli da un'umile condizione col suo merito e colla sua prudenza giunse al sommo grado di essere padrone del Milanese. Gli fa onore il ricordare ch'egli cominciò nel 1725 come podestà di Borgonuovo, feudo del marchese Giandemaria di Parma. Poi fu impiegato in Piacenza, dove il conte Trotti, governatore, lo conobbe e lo fece conoscere ai comandanti degli eserciti austriaci che guerreggiavano. La fermezza del carattere, la sagacità de' ripieghi, la fedeltà sua, gli utili servigi che rese, lo fecero ben presto ammirare. Il duca di Modena, incautamente unitosi agli Spagnuoli, avendo abbandonato i suoi Stati, ne fu commesso il governo al Cristiani, che seppe accontentare l'imperatrice, il duca e il paese. Popolare e disadatto nel suo aspetto, distratto talvolta e balbuziente, senza fasto, e memore sempre del suo primo stato, cercò di placare l'invidia, e l'implacabile superò coll'ingegno. Fu spedito a Vienna colla lusinga che la grossolana figura, anche sucida per l'uso del tabacco da masticare, dovesse spiacere alla imperatrice regina, e che l'ignoranza del tedesco e del francese lo dovesse far comparire un meschino curiale. Ma egli superò il sorriso che avea destato fra le colte persone, e l'imperatrice gli si rese affetta dopo che gli ebbe parlato. Egli non poteva sperare di essere governatore di Milano per difetto de' natali. Le aderenze colla casa di Modena gli diedero occasione di formare il progetto di far venire a governar stabilmente il Milanese il duca Francesco III col titolo di amministratore. Il duca s'annoiava a Modena, amava il soggiorno di Milano, e questo se gli offriva nel luminoso carattere di amministratore del governo, con soldo assai cospicuo, con tutti gli onori, purché lasciasse ogni cura al Cristiani e concedesse la principessa Beatrice sposa a un arciduca. Si presentò dall'altra parte all'imperatrice un matrimonio per un figlio cadetto, e con esso gli stati di Modena, Reggio, Mirandola, Massa e Carrara. Richiedevasi l'animo del conte Cristiani per condurre a termine e fermare tali idee. Questo sempre più gli acquistò il cuore e la confidenza dell'augusta sovrana, della quale teneva delle firme in bianco da riempire, occorrendo un dispaccio. Sin ch'egli visse, lasciò tutte le apparenze al duca, che ognuno credeva che comandasse. Questi mezzi, uniti alla sua mente e operosità, lo fecero trionfare de' nemici. Era uomo generoso, e fedele alla sua parola. Aveva la politica grande, e non pareva né imbarazzato né circospetto. Era capace di domandare scusa anche ad un povero, se in un impeto di collera l'avesse ingiustamente offeso. Chi riceveva un'ingiustizia da lui per precipitazione o prevenzione, era sicuro, non solamente d'essere risarcito, ma di fare qualche fortuna. Non era per altro né colto, né sensibile in conto alcuno al merito di un letterato o d'un artista. Sapeva il latino, l'italiano, la legge e un po' di storia e nulla più; ma sapeva l'arte di conoscere gli uomini.
(1759) Fu dato in successore al conte Cristiani nella carica di ministro plenipotenziario nella Lombardia il conte Carlo di Firmian, che giunse in Milano, il 16 giugno del 1759. Figlio cadetto di una famiglia nobile tirolese, egli avea passato la sua gioventù in Roma come aspirante nella carriera prelatizia senza far fortuna. Di carattere pusillanime e di scarsi talenti, amava più la rappresentazione che gli affari, ed avea l'arte di coprire le qualità che non possedeva, colla compostezza, colle scarse e misurate parole, e con un officioso sussiego. In altri tempi, quando i governatori erano i despoti e i legislatori del paese, questa mediocrità poteva nuocere; ma dacché il conte di Kaunitz fu assunto al supremo ministero della monarchia, le disposizioni legislative e di buon governo procedevano dall'alto, e i ministri nelle province divennero semplici referendarii ed esecutori; onde tutto il male che poteva farsi da essi, limitavasi a qualche sfavorevole relazione alla corte, e a qualche abuso di minuta polizia, della quale erano lasciati árbitri. Durante il ministero del conte di Firmian furono eseguite le più importanti riforme; e in queste si fecero procedere di pari passo le materie civili e le ecclesiastiche. Si fece sparire ciò che ancora rimaneva delle immunità personali e reali del clero; si proibirono le carceri private alle comunità religiose; fu abolito l'asilo sacro: istituzione incompatibile coi nuovi tempi, e per lo più scandalosa nella pratica. (1762-1768) Il Santo Ufficio dell'Inquisizione venne soppresso. Si limitò la giurisdizione ecclesiastica e il diritto di acquistare alle mani-morte, e si sottoposero le spedizioni di Roma alla cautela del regio Exequatur, senza il quale non potevano essere eseguite ; fu delegata una Giunta per le materie ecclesiastiche miste , cui fu poscia sostituita una Giunta economale , con giurisdizione privativa ed inappellabile; s'instituì in fine una Giunta subalterna per la riforma dei luoghi pii e delle parrocchie ; e queste diverse disposizioni, dopo l'esperienza di sei anni, furono dall'autorità sovrana definitivamente stabilite e confermate .
(1769) Forse il caso e forse la precoce antiveggenza dell'imperatore Giuseppe II a raffermare gli animi de' sudditi, fu cagione del primo viaggio che fece quel sovrano in Italia. Partito da Vienna sul fine di febbraio sotto il nome di conte di Falkenstein, che conservò sempre ne' viaggi successivi, trascorse senza fermarsi Mantova e Firenze, e fu diritto a Roma con piccolissimo seguito, dove dopo Carlo V nissun altro cesare erasi mostrato. L'improvviso arrivo, la modestia dell'accompagnamento, l'affabilità de' modi, il rifiuto d'ogni pomposa onorificenza furono argomenti di generale sorpresa e meraviglia. Giuseppe II, osservate le cose più insigni di Roma e di Napoli, visitate le nuove fortezze costrutte sull'Alpi dal re di Sardegna, si trattenne nel ritorno nella sua Lombardia nel 23 giugno al 15 luglio. Egli vi si fece ammirare come amico dell'ordine e della giustizia, desideroso del pubblico bene, nemico degli abusi, di un'attività straordinaria, e singolarmente ricco di utili cognizioni. E poiché i fatti parziali sono tavolta pù instruttivi di un'intiera storia, così non è da tacersi che quel sovrano, il quale appena ebbe dalla madre nella prima gioventù il potere di ordinare tutto ciò che concerneva l'esercito, ad imitazione del sistema prussiano volle introdotta la coscrizione militare in tutti gli stati austriaci, ad eccezione de' Paesi Bassi, dell'Ungheria, del Tirolo e del Milanese . Avendo, nella visita de' monasteri fatta in Milano, osservato che le monache non occupavansi se non di poco utili esercizi, mandò ad esseuna gran quantità di tela affinché ne preparassero camicie per i soldati . Una inclinazione guerriera, associata ad un istinto di beneficenza e di novità, fu infatti il caratteristico di questo sovrano.
E le riforme proseguivano. Fino dal 1765 era stato creato un supremo consiglio di economia: in quasto dicastero, trasformato poscia in magistrato politico camerale, sedettero successivamente gli uomini che maggiormente onorarono il paese, Gian-Rinaldo Carli, Cesare Beccaria e Pietro Verri. (1770) Si eresse un nuovo monte dei creditori camerali, che, dal nome della sovrana, si disse di Santa Teresa, e in esso furono trasportati i creditori del monte civico e del banco di Sant'Ambrogio, salvo a quelli che non amassero il nuovo investimento di ritirare fra un mese i loro capitali . Si ordinò che nello stesso monte fossero versate le somme di riscatto dei debiti di mani-morte, de' quali era permessa la redenzione ; e vi furono pure inscritti a credito de' possessori, coll'interesse del sei per cento, i capitali rappresentanti i dazi, i pedaggi e le altre gabelle d'ogni sorta, che nel corso di due secoli e mezzo erano stati venduti, e che furono rivocati alla regia camera . L'esame delle entrate e delle spese delle diverse amministrazioni dello Stato e de' pubblici, che da prima era generalmente avvolto nel mistero, confuso e arbitrario, fu ridotto in un solo centro e ad un metodo uniforme coll'istituzione di una Camera de' conti ; e fu una prova del merito di essa, frammezzo a tante mutazioni successive, la continuata sua sussistenza. Per fine, le pubbliche finanze, che nella sola vista di servire al bisogno presente erano state, nel 1751, date in appalto ad una compagnia di speculatori, i quali, da una condizione oscura, salirono poi a grandi onori e richezze, furono per esse gradatamente richiamate allo Stato; prima, nel 1766, coll'averle ridotte ad una Ferma mista, con un terzo di utili e un rappresentante regio; e quindi, nel 1771, con una piena emancipazione, che recò inoltre al regio erario centomille zecchini di maggiore beneficio. (1771) Questo lucro servì all'appannaggio del reale arciduca Ferdinando, che nell'anno stesso si stabilì in Milano, dove il 16 ottobre contrasse, secondo le convenzioni, il matrimonio colla principessa estense Maria Beatrice Riccarda, ed entrò nell'esercizio della carica di governatore e capitano generale della Lombardia. Né perciò si restituì a' suoi dominii il vecchio duca di Modena, che lo avea fino allora rappresentato; ma alternando la sua dimora tra Milano e la sua villeggiatura di Varese, morì in quest'ultima, di ottantadue anni, il 22 febbraio del 1780. A questo tempo ebbe pure effetto un'istituzione di grande e permanente utilità, il pio albergo Trivulzio, aperto ai poveri de' due sessi che hanno oltrepassata l'età di sessant'anni. Benché questo stabilimento sia in origine dovuto alla privata munificenza, fu esso dalla provvidenza sovrana assai favoreggiato, sia coll'assenso prestato per i beni soggetti a vincolo feudale e assegnatigli in dote, sia coll'unire a quello l'antico ospitale de' vecchi e con altre proficue assistenze . Si vide allora una celebre donna dedicarsi spontaneamente in quell'albergo alla soprintendenza del quartiere femminile, e poscia ella stessa ricoverarvisi per essere più pronta a que' servizi. Fu dessa Maria Gaetana Agnesi. Nata in Milano, di nobile famiglia, nel 1718, educata alle lettere e nello studio delle matematiche dal dottissimo e modesto Ramiro Rampinelli, avea di trent'anni pubblicate le sue Istituzioni analitiche, che, neppure avvertite in patria, riscossero altissime lodi dalle primarie società scientifiche dell'Europa. Visse poi il restante della lunga sua vita nell'albergo Trivulzi, indifferente alla dimenticanza de' suoi concittadini, dividendo ogni sua cura tra le assunte opere di pietà e gli studi sacri, ai quali erasi intieramente dedicata, finché tardi venne la morte a raggiungerla nell'ottantesimoprimo anno della sua età.
(1773-1779) La presenza e l'attività del reale arciduca diedero moto a provvedimenti più immediatamente utili al paese. Ne' sette anni dal 1773 al 1779 si prepararono colla maggiore maturità i lavori, che diedero poi all'Italia nella moneta milanese i più bei tipi e il più ben calcolato sistema monetario che allora si conoscesse . Si instituì un magistrato generale degli studi, e l'università di Pavia fu riorganizzata, ampliata, arricchita ; e salì poi ad altissima fama pei sommi uomini che onorarono le sue cattedre, Tissot, Gian-Pietro Frank, Mascheroni, Spallanzani, Volta. Milano che, fino dal 1766, avea avuta una specola astronomica, fondata sotto la direzione di Ruggiero Boscovich, vide quella ampliata dopo la soppressione de' Gesuiti nel 1773, data una nuova e più ampia consistenza alle loro scuole col titolo di real Ginnasio, raccolta e aperta al pubblico con gran dispendio nel loro collegio di Brera una copiosissima biblioteca, e applicati i beni di essi alla pubblica struzione. Le scuole Palatine, nelle quali era stata eretta qualche anno addietro una cattedra di economia pubblica col titolo di Scienze Camerali (seconda in Italia, dopo quella di Napoli, instituita da un privato filantropo), n'ebbero un'altra per ammaestrare nell'esercizio dell'atte notarile ; all'instituzione della quale succedette il provvidissimo stabilimento di un generale archivio per la custodia degli atti de' notari civili di tutto il ducato . Nel 1773 venne fondato presso le scuole dì Sant'Alessandro un museo di storia naturale e di mineralogia, e di là a tre anni si vide eretta una Società Patriottica per i progressi dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture, con una dotazione per i premii da distribuirsi annualmente, e l'assegno di un terreno per gli esperimenti : fondazione di gloriosa ricordanza per i beneficii da essa recati al paese, e di cui è comune vergogna il trascurato repristinamento dacché e Firenze e Torino e Verona hanno restituito in fiore le loro società e accademie agrarie. Nello stesso anno , dopo quasi tre secoli trascorsi in isterili progetti e in infelici tentativi, fu resa perfetta la navigazione dall'Adda a Milano coll'apertura del canale detto di Paderno, tagliato nel margine del monte, per cui le navi dal bacino di Lecco scendono liberamente nell'antico naviglio della Martesana. Le arti e le manifatture ebbero più sorta d'incoraggiamenti con premii, con privilegi, con sovvenzioni in danaro. E tra le belle arti l'architettura in ispecie godette del più deciso favore. Era di già stato chiamato da Napoli il migliore architetto che allora avesse l'Italia, Luigi Vanvitelli, a dirigere gl'importanti ristauri che si fecero nel palazzo di corte per l'arrivo del reale arciduca . Si chiamò poscia il più distinto de' suoi discepoli, Giuseppe Piermarini di Foligno, il quale cogli esempi de' molti nobili lavori che eseguì nel corso di più di vent'anni , potentemente in ciò sussidiato dagli abili professori ed allievi della nuova accademia delle belle arti, restituì in onore l'architettura tra noi, purgandola di quanto ancora le rimaneva degli stupri Borromineschi, benché né l'uno né gli altri fossero riusciti ad elevarla alla maestà dei grandi modelli. Sono opere di Piermarini la regia ducale corte, la real villa di Monza, il compimento del palazzo di Brera, il monte di Santa Teresa, il nuovo gran teatro costruito dove esisteva la collegiata della Scala, di cui ritenne il nome, compito nel 1778, e l'altro della Canobbiana, aperto al pubblico nell'anno seguente. I privati signori si volsero, com'è il solito, a corteggiare il gusto di chi presiedeva al governo dello Stato, imitandolo; onde si viddero più antichi palazzi ristaurati o rinnovati, e tra questi meritano speciale menzione i due palazzi del principe e del conte generale di Belgioioso, l'uno eretto circa i tempi di cui parliamo, sotto la direzione di Piermarini, l'altro nel 1790 (salito poi all'onore di real villa) dall'architetto Leopoldo Polack, di cui bell'opera fu pure la facciata dell'insigne tempio di Rhò, ch'era stata lasciata imperfetta dal celebre Pellegrini.
Gli effetti di un tal regime illuminato e benefico erano rapidi e progressivi. La popolazione accrescevasi; le moderate imposizioni, e l'impiego della parte di esse eccedente le spese dello Stato, in opere pubbliche di strade, canali, fabbriche di ogni sorta, nell'arricchire le biblioteche, i musei, i gabinetti scientifici, in sovvenzioni e premii a promovere l'agricoltura e le manifatture, diffondevano l'istruzione, l'agiatezza e la prosperità in tutte le classi: beati tempi, allora non conosciuti né apprezzati abbastanza, non tanto per la naturale abitudine degli uomini di adattarsi al bene con indifferenza, quanto per l'apatìa propria dei Lombardi, e che, per la forza di più secoli di pessimo governo, era divenuta in essi una seconda natura. (1780) Tuttavia fu questa vinta dalla forza de' benefizi; e i Milanesi, che avevano già dato prova di affettuosa sensibilità verso la loro sovrana quando nel 1767 era stata posta dal vajuolo in grave pericolo della vita, accorrendo in folla ai tridui, che allora celebraronsi in tutte le chiese, mostrarono un sincero dolore all'inaspettato annunzio ch'essa avea cessato di vivere per idropisia di petto il 29 novembre del 1780. Essa avea sessantatré anni, quaranta de' quali ne trascorse tra le cure del governo de' vasti suoi dominii. Si mostrò costante e prudente, non meno nella contraria che nella prospera fortuna. Economa per abito, sapeva all'opportunità essere liberale. Fu zelante osservatrice della religione, e amante della giustizia; ma diede un'importanza eccessiva alle minute pratiche di quella, e si mostrò talora intollerante; dava pure facile orecchio alle segrete delazioni, e con predilezione occupavasi de' piccoli affari. Ebbe perciò alcuna volta a lagnarsi di essersi ingannata nelle sue scelte, e che le sue intenzioni fossero state male intese o mal eseguite. Con tutto ciò il regno di Maria Teresa è il secolo d'oro dei popoli della casa d'Austria . In essa si estinse l'illustre casa d'Absburg, dopo però di essersi quasi propaginata e già riprodotta in quella di Lorena, ora regnante. Il conte Gherardo d'Arco, Paolo Frisi e monsignor Turchi ne scrissero l'elogio, e ognuno di questi dotti uomini vi si mostrò quale doveva essere, colto e giudizioso patrizio, scrittore filosofo, frate panegirista.
L'indole del successore, l'augusto Giuseppe II, inclinato fervidamente a beneficare i suoi sudditi, temperò il danno della fatal perdita; se non che l'impeto e la precipitazione con cui soleva operare, resero spesso spiacevole, e talvolta agli occhi del volgo travisarono il beneficio. Con non lunghi intervalli si susseguirono tre altre morti, che per la Lombardia furono memorabili. (1782) La prima è quella del ministro plenipotenziario conte di Firmian, avvenuta il 20 giugno del 1782. Alcuna cosa già si disse del di lui carattere, al che poco rimane ad aggiungere. La sua autorità che, ne' primi dieci anni fu sufficientemente estesa in molti oggetti di minuto dettaglio, si attenuò dopo la venuta del reale arciduca. La di lui bontà permise che alcuni suoi scrivani favoriti abusassero della sua confidenza. Coloro che confondono la bibliomanìa coll'amore delle lettere il tennero e il dissero un mecenate. I Milanesi lo compiansero. Fu sostituito al conte di Firmian il conte di Vilzek, personaggio mediocre al pari di quello, e che lasciò fama di non aver fatto né bene né male. (1783) Nel seguente anno morì pure il cardinale arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli, dopo di avere presieduto alla chiesa Milanese per il lungo corso di anni quaranta: prelato saggio, attento e unicamente occupato del sacro suo ministero. Il 1° settembre dell'anno medesimo gli fu dato in successore monsignore Filippo Visconti, in di cui lode basterà il dire che ne' tempi burrascosi successivi al 1796 egli si meritò di essere pubblicamente difeso da un vecchio filosofo, il conte Pietro Verri, contro le forsennate invettive de' demagoghi rivoluzionarii. (1784) Non molto dopo morì l'insigne letterato e matematico Paolo Frisi, che, non potendo soffrire gl'incomodi di una fistola dolorosa, si sottopose ad un'operazione che in brevissimi giorni, in ancor fresca età, il trasse al sepolcro. Il poc'anzi citato conte Verri, di lui amico, supplì alla solita noncuranza della città, onorata dalla nascita e dagli studii di quell'uomo illustre, tessendo di lui un nobile elogio, ed ergendogli un modesto monumento in Sant'Alessandro, chiesa de' Barnabiti, alla di cui congregazione aveva il defunto appartenuto per qualche tempo.
Istoria politica, ecclesiastica e militare del secolo XVIII, dell'abate Francesco Beccatini. Milano, 1796, vol. II, lib. II, p. 167. - Bonamici, De bello Italico.
Sì questo che gli altri caratteri de' governatori, dati in questo capitolo, sono presi dalle Memorie del conte Verri.
Questo trattato leggesi non solo nelle Raccolte diplomatiche, ma anche nella citata Storia del secolo XVIII dell'abate Beccatini; vol. II, pp. 164 e 165.
Esposizione dell'Operato degli esecutori testamentari del principe, Trivulzi, 31 marzo 1791; in fol.- Sulla porta del pio albergo leggesi la seguente iscrizione:
ALENDIS IN CONTVBERNIO PAVPERIBVS
VIRIBVS SENIOQVE FRACTIS
ANT. PTOLOM. TRIVVLTIVS
S. R. I. ET. VALLIS MESVLCINAE PRINCEPS
AEDES HAS SVAS
VNA CVM CENSV ET PRAEDIIS
REGIAE CLIENTELAE OBNOXIIS
M. THERESIA AUG. ANNVENTE
SVPREMA VOLVNTATE LEGAVIT
IV VIRI EIDEM EXEQVENDAE DELECTI
PIIS VSIBVS APTAVERVNT
CICDCCLXXI
A nutrire in convitto i Poveri
Grami per età e di forze
ANT. TOLOMEO TRIVULZI
Del S. R. I. e della Valle Mesolcina Principe
Queste sue case
Insieme con capitali e poderi
Soggetti a regio feudo
Con assenso dell'AUG. M. TERESA
Legò per testamento
I quattro esecutori della sua ultima volontà
Ai voluti pii usi le adattarono
nel M.DCC.LXXI
Appare in essi ad ogni passo il suo amore per l'ordine, per il buon servigio e per il pubblico bene; e, nella certezza di farne un gradito dono ai lettori, si riportano in pié di pagina .
Disposizione di S.M.I.A. l'imperatore Giuseppe II ai capi de' dipartimenti, sul modo di trattare gli affari pubblici; data in dicembre 1783, prima della sua partenza per l'Italia.
Sono già tre anni dacché ho assunto il governo della monarchia, e in questi con non poca fatica, sollecitudine e pazienza ho esposto i miei principii e le mie intenzioni; né mi sono accontentato di ordinare agli altri, ma ho lavorato io stesso per scoprire e bandire i pregiudizi derivati da inveterate consuetudini. Quindi ho cercato d'insinuare a tutti l'amore che nutro per il bene generale dello Stato.
Ho dato a tutti i capi dei dipartimenti la mia confidenza, e tutta l'autorità sopra i loro subalterni, come pure la scelta dei medesimi. Ho però sempre ricevute le rappresentanze e sentita la verità, che mi è sempre cara, non solo dai presidenti, ma anche dagli altri; e a quest'oggetto sono sempre stato pronto a sentire i loro rapporti e dilucidare i loro dubbi.
Ma oltre di ciò trovo di mio dovere, per quel vero zelo che in tutte le operazioni ho consacrato al bene dello Stato, di seriamente promuovere l'adempimento di quelle massime e di quegli ordini che non senza mio dolore veggo ancora tanto negletti; dal che ne derivò la necessità di emanare tanti replicati comandi: perché i capi de' dipartimenti eseguiscono così meccanicamente e servilmente le loro incombenze, che ben lontani di aver di mira il bene dello Stato e di farlo intendere a chi conviene, altro non fanno che quel puro necessario, che appena basta per non essere processati e deposti dai loro impieghi.
Perciò, chiunque brama continuare nel mio servigio nei dicasteri aulici ed in provincia, come presidente, vice-presidente, cancelliere, consigliere, capitano circolare, intendente, ec., tanto nell'economico, come nel civile o militare, dovrà esattamente uniformarsi ai seguenti miei ordini:
1° Ciascuno d'ora innanzi, giusta il confidatogli dipartimento, dovrà rilevare nei registri tutte le sovrane Normali e Risoluzioni, raccoglierle e leggerle con quello studio e con quella attenzione che basti per impossessarsi del vero e legittimo loro senso e degli oggetti a cui tendono.
2° L'esperienza ha già pur troppo provato che non pochi, in vece di cercare nelle sovrane Risoluzioni il sostanziale e di penetrarne il vero senso, spiegarlo secondo le massime generali d'equità e sollecitarne l'eseguimento, le prendono in senso opposto, senza domandarne le opportune spiegazioni, e renderne intese le persone che vi potrebbero contribuire; anzi per lo contrario a queste si rilasciano istruzioni senza principio, oscure ed ineseguibili, non considerando che il sovrano co' suoi ordini palesa semplicemente le sue massime e i suoi sentimenti, e che i dicasteri aulici e provinciali sono espressamente costituiti per meglio spiegare i di lui voleri, e mettere in pratica tutti quei mezzi che tendono al loro più sollecito ed accurato adempimento. Se a questa indolenza non si ponesse riparo, sarebbe non solamente inutile, ma anche assai dannoso alla economia dello Stato il mantenere tanti dicasteri aulici e provinciali, e tanti subalterni a sì gravi spese, non per altro che per produrre maggiori confusioni, ed arrestare piuttosto che promuovere l'amministrazione degli affari. Se dunque i tribunali si tengono alla sola esecuzione materiale, se non agiscono e non accudiscono meglio alle loro funzioni, sarebbe spediente di congedarli, e così risparmiare dei milioni per diminuire le contribuzioni dei sudditi, nel qual caso senza tant'impiegati le relazioni potrebbero essere direttamente rimesse alla corte dei governatori e capitani circolari; quindi stampati gli ordini sovrani, decidere degl'interessi de' particolari con maggior vantaggio del sistema presente; in forza del quale, dopo una lunga circuizione, ben sovente comparisce un'insipida ed insignificante relazione di un capitano circolare, e questa tal qual viene, dall'aulico dipartimento si rassegna alla corte, senza alcun dettaglio e senza istruzione o spiegazione. Del medesimo se ne spediscono in provincia le Risoluzioni, cosicché tutto questo giro ad altro non serve che a perder tempo, e a salariare una truppa di persone per minutare, rivedere, copiare e finalmente soscrivere le carte. Ma se, come spero e seriamente voglio, in avvenire tutti questi individui salariati dalla corte si applicheranno con tutte le loro forze allo studio del loro ufficio, all'eseguimento degli ordini ed allo schiarimento delle loro commissioni, allora il loro numero e il loro soldo sarà opera della sovrana paterna cura, dalla quale ogni individuo della monarchia ne ritrarrà il suo utile e vantaggio.
3° Da ciò ne segue che ciascun impiegato deve avere un tale interessamento e premura negli affari del suo uffizio, che non deve misurare il suo lavoro a ore, giornate e pagine, ma deve impiegare tutte le sue forze nell'eseguire le sue incombenze come si deve, e come esige il suo giuramento. E quando non avrà incombenze pressanti, allora prenderà quel respiro che le circostanze permetteranno, ma che qualunque sia, gli sarà tanto più dolce qualora sia certo d'aver fatto il suo dovere. Chi non avrà premura per il servizio della patria e de' suoi concittadini, chi non ne procurerà il bene con particolar zelo, questi non è fatto per gl'impieghi pubblici, e non è degno di portare que' titoli onorifici, né di percepire assegnamenti.
4° L'interesse proprio è la rovina degli affari ed il delitto più imperdonabile in chi serve lo Stato. Oltre all'avidità del denaro, vi sono anche degli altri riflessi che inducono gl'impiegati a tacere o palliare la verità, a negligentare i proprii doveri, a procrastinare gli affari e ritardare il vero bene. Chiunque è reo di tale delitto, è un soggetto pericoloso nel servizio dello Stato; siccome lo è pure quegli che vede il disordine e non lo palesa, e va col reo di concerto per motivi d'interesse e di connivenza. Un presidente che tollera tali mancamenti in un subalterno, è un perfido che non merita alcun riguardo o misericordia; un subalterno che non denunzia un suo superiore mancante in officio, tradisce il sovrano e la patria.
5° Chi serve allo Stato non deve occuparsi in oggetti estranei alla sua carica, in affari personali, in divertimenti che lo distolgano dal suo officio principale: quindi non deve puntigliarsi in contese d'autorità, in etichette di cerimoniali o preminenza di rango. Chi opera meglio per ottenere il fine primario, chi è il più zelante, chi sa conservare il miglior ordine tra i suoi subalterni, quegli è il più distinto ed il più rispettabile. Deve ad ogni uomo saggio importar poco se un altro impiegato tratti con lui degli affari piuttosto con l'una o con l'altra delle diverse formalità che si usano nelle cancellerie, se si presenti in abito di cerimonia o di confidenza. Deve anzi procurare di guadagnarsi la piena confidenza de' subalterni, essere paziente e indulgente coi deboli e cagionevoli; e siccome non ha da sorpassare come bagatelle le cose sostanziali, così non deve far caso di tutte le minuzie, ma aver di mira l'essenziale in tutti gli affari. Allora insomma sarà degno di presiedere ad un dipartimento, quando saprà presiedere a tutti i subalterni che ne formano i diversi rami.
6° Siccome è dovere d'ognuno di dare sicure relazioni, e giudicare di tutti i fatti giusta le massime fondamentali, con dire francamente il suo parere, così è pur dovere di un ministro dello Stato ch'egli pensi ad abolire gli abusi che impediscono il vero adempimento degli ordini, a scoprire i trasgressori e finalmente a tutto quella ch'è di maggior vantaggio dei suoi concittadini, al servizio dei quali noi siamo tutti destinati. Esige il buon ordine che il subalterno possa produrre il suo parere al suo superiore, il quale deve convenirlo e correggerlo da padre, se s'inganna; ma se trova che il parere del subalterno sia bene appoggiato, deve approfittarne. Ogni presidente sarebbe degno di punizione se si portasse altrimenti, e rigettasse per amor proprio o per capriccio le utili riflessioni de' suoi subalterni, senza far loro giustizia.
7° Il dovere d'ogni presidente è ch'egli noti tutto l'inutile e superfluo e ne proponga l'abolizione, siccome pure è dovere del subalterno di proporre al suo capo le cose che imbarazzano gli affari, gli allontanano dallo scopo primario, e cagionano scritture inutili con perdita di tempo; affinché si levino tali impedimenti, e non siano inutilmente impiegate le mani di quelli che hanno bisogno del tempo per pensare ad oggetti di maggior importanza.
8° Siccome il bene non può essere che un solo, cioè quello che forma la felicità generale; siccome tutte le province della monarchia formano un solo tutto e collimano ad un sol fine, così debbono cessare fra le province, le nazioni e i dipartimenti tutte le gelosie e tutti i pregiudizii, che hanno cagionato tante inutili scritture. Deve essere una massima fissa, che il corpo civile è come il naturale, in cui ogni parte deve contribuire alla salute del tutto e il tutto a quella delle parti: non si deve perciò avere riguardo a nazione o a religione, e come tutti fratelli, in una monarchia uno deve aiutar l'altro.
9° Falsamente si conoscono, e spesso vengono confuse fra di loro le diverse parti dell'amministrazione, e i doveri che ne risultano. Pricipiando dal sovrano, si crede che basti per essere più moderato, ch'egli non riguardi la proprietà dello Stato e dei sudditi come sua propria, e non s'immagini che la Provvidenza abbia creati per lui tanti milioni d'uomini: ma deve altresì pensare che appunto egli stesso per servire questi milioni è stato dalla Provvidenza elevato all'eminente suo posto. Tra' ministri poi quello vien creduto di coscienza più delicata, il quale per rendersi grato al suo sovrano non medita che di aumentare il di lui tesoro. Entrambi credono adempire bastevolmente il loro dovere, se considerano l'entrate dello Stato come un interesse che a loro riviene a giusto titolo dallo Stato medesimo, e perciò si danno tutte le pene possibili affinché l'interesse del suo capitale sia portato al maggior grado. Così lo stato civile considera in tempo di pace il militare, destinato per le conquiste e per allontanare i nemici, come una vera sanguisuga dello stato contribuente; e all'incontro il soldato si crede in diritto di conseguire dal paese il maggior vantaggio. Il doganiere non pensa se non ad aumentare l'entrate delle confidategli finanze, e quello che per conto regio presiede alle miniere, cerca solamente di aumentare il liquefatto metallo e di cavarlo colla minor spesa possibile. Finalmente il giudice si applica solamente a mantenere l'autorità delle leggi e le formalità della giustizia.
Questi sono i principali soggetti che regolano l'amministrazione di uno Stato; ed appunto perché non pensano che a sé stessi in particolare, e mai al bene in generale, perciò giudicano con massime falsissime del maneggio degli affari.
Lo stato militare è composto di più migliaia di persone formate e mantenute per il bene dello Stato. Il poco di salario che hanno, lo consumano nel paese; il poco che il paese loro somministra in natura, cioè nutrimento, vestiario, ad eccezione di pochi capi, si produce, si manifattura e si fabbrica in paese: anzi il congedo dei soldati procura alle arti e all'agricoltura un maggior numero di mani e le facilitazioni dei matrimoni. Le Finanze non vengono da me considerate sotto lo stesso aspetto che vengono prese dal maggior numero; io considero che, siccome le imposizioni e l'uso delle pubbliche entrate dipende dall'arbitrio del sovrano e del dipartimento delle sue finanze, così ogni individuo che ha delle possessioni ed ha mezzi di procurarsi la sussistenza nel paese, non dee confidare con cieca fiducia il suo patrimonio lasciatogli dai parenti o acquistato col suo sudore e industria nelle mani del sovrano; ma al contrario deve soltanto contribuire ciò che è assolutamente necessario per mantenere l'autorità, la sicurezza, l'amministrazione della giustizia, l'interno buon ordine e l'avanzamento di tutto il corpo, del quale ognuno forma una parte. Io credo adunque che, eccettuati i surriferiti oggetti, il monarca non debba prodigare nulla, ma che debba levare le contribuzioni nel modo meno gravoso, e badare al bene dello Stato in tutte le sue parti; ch'egli sia obbligato di render conto a tutti e a ciascuno individuo dell'uso delle finanze, e debba rinunziare per fino alla predilezione verso certe persone, anzi verso gli stessi bisognosi, sebbene sia questa una delle principali virtù di chi è benestante, perché il sovrano non è che un puro amministratore delle rendite dello Stato; e nel resto, non gli è lecito di soccorrete i bisognosi che col suo proprio patrimonio, in qualità di particolare.
Che se, dopo d'aver provveduto all'esigenza della monarchia in tutte le parti, potesse il principe fare delle riguardevoli diminuzioni nelle imposte, egli è obbligato di farlo, mentre ciascun cittadino non è obbligato di contribuire che per il puro necessario e non per il superfluo dello Stato.
Così un presidente delle dogane deve considerare i dazi come un puro mezzo di regolare il commercio e l'industria nazionale, e deve riflettere che la diminuzione eventuale della finanza daziale viene sicuramente e doppiamente ricompensata, allorché avrà accresciuti i mezzi dell'interna industria de' sudditi, e promossi i loro vantaggi con giusta distribuzione.
Quindi la mira del presidente di finanze deve solamente tendere a proibire i contrabandi, e diminuire l'introduzione delle merci forastiere, siccome dannosa al mantenimento dei sudditi. Così il direttore delle miniere deve considerare la produzione de' metalli come una fabbrica nella quale ciascun lavoratore o possessore delle miniere ha il diritto di ritrarne il suo maggiore profitto, senza essere sforzato di rinunziare alla sua propria convenienza per fornire una maggior quantità di metallo o di sale.
Così finalmente il giudice non deve averdi mira tanto la forma, quanto l'esercizio della giustizia; e siccome la parola Giustizia comprende in sé la maggior equità, così deve pensare al più sollecito e meno dispendioso servizio dello Stato.
10° Negli affari dei servizi dello Stato non deve avervi alcuna influenza né l'inclinazione né l'avversione personale: e, in quella guisa che i diversi caratteri e le diverse maniere di pensare nella umana società non impediscono che gli uni contraggano amicizia con gli altri, così negli affari deve regnarvi l'armonia, e ognuno deve avere per oggetto la loro esatta e fedele esecuzione.
Questo è il dovere de' superiori verso i loro subalterni. Quelli che sono poi in egual rango e carattere fra di loro, devono avere la stessa attività e assiduità negli affari, e lavorare insieme d'accordo, senza puntigli di preminenze o d'etichette. Devono trattare frequentemente e convenire fra di loro, e uno instruire l'altro, senza lamentarsi l'uno dell'altro; anzi dimenticarsi di tutto per far avanzare l'affare di cui si tratta. Essi devono scambievolmente perdonarsi le loro debolezze, compatirsi a vicenda, trattarsi da amici e da fratelli, e tutti tendere di conserva al medesimo scopo.
11° L'amor proprio non deve accecare nissuna persona addetta al servizio dello Stato, in guisa che uno abbia vergogna d'imparare qualche cosa dall'altro, sia suo pari o suo inferiore. La buona riuscita che farà taluno nelle sue operazioni deve far tanto piacere agli altri compagni e confratelli, quanto a lui per aver contribuito alla meta principale, cioè al miglior servizio dello Stato.
12° La spedizione degli ordini, le domande, ed i rapporti che occorreranno da farsi fra i rispettivi uffici, e le risposte non devono essere riservate materialmente, come sin'ora, per i soli giorni di consiglio, tanto più se si tratta di casi d'importanza; ma quello stimolo che spinge ognuno a fare il suo dovere, deve animarlo ogni giorno senza perdita di tempo.
13° Essendo un punto essenzialissimo che gli ordini vengano bene intesi e bene eseguiti, e che gl'individui vengano ben conosciuti, giudicati, e impiegati secondo la loro maggiore o minore capacità, perciò ogni anno, od ogni volta che vi sia sospetto non esservi in qualche provincia il buon ordine, o che vi si operi lentamente o contra il fine proposto, è indispensabile che il signor presidente stesso o un commissario, mandato sul luogo provinciale o al generale comando, esamini le circostanza, provi gli ufficiali impiegati, ascolti ognuno, tolga i disordini, ammonisca tutti, e mi annunzi le risultanti difficoltà d'importanza, e si dimettano dall'impiego que' soggetti che saranno ritrovati incapaci. Nella stessa guisa i governi provinciali dovranno procedere verso i comitati o capitanati circolari, o andando i governatori nel luogo in persona, o mandando un fido commissario ad osservare negli uffici subalterni tutto quello che i dicasteri aulici osservano verso di loro; prendendo massimamente di mira che siano ben tenuti i protocolli e ben osservati gli ordini prescritti.
In occasione di tali ricerche specialmente debbono rettificarsi le liste de' buoni diporti degli ufficiali, con rilevare la stima che godono presso il pubblico i diversi impiegati. Nella stessa conformità i comiti e vice-comiti e i capitani circolari debbono invigilare sopra i commissari circolari e giudici loro sottoposti, e fare la visita ogni anno sul luogo, formando dappertutto la lista de' buoni e perfetti uffiziali, massimamente sopra i due seguenti punti, cioè se hanno eseguito accuratamente i comandi, e se siano uomini ragionevoli e giusti; giacché que' signori che non possono amministrare personalmente i loro beni, e perciò debbono affidarsi ai loro prefetti e fattori, facendosi mallevadori delle loro azioni, saranno, dalla corte obbligati di congedarsi, qualora si trovino in essi dei disordini.
14° Ogni buon ufficiale dello Stato ed onesto uomo, in tutti i suoi piani di rettificazione e di miglioramenti, che conducono al ben generale in materia d'imposizione e contribuzioni, deve riflettere ai mezzi più utili, più semplici e economici di promovere l'azienda; non deve pensare al suo personale interesse e beneficio, proponendo quello che gli è di comodo e rigettando quello che gli è gravoso; ma deve sempre misurarsi giusta il gran principio ch'egli sia un semplice individuo del corpo intiero, che il vantaggio del maggior numero dei sudditi vale più del suo e di ogni particolare, anzi più di quello dello stesso sovrano considerato come persona particolare; deve finalmente riflettere che procurando il comun bene procura anche il suo proprio, e quand'anche non partecipasse dell'utile comune sul principio, ne sarà poi partecipe in seguito.
Queste sono in breve le mie intenzioni, all'eseguimento delle quali mi obbliga il dovere e la persuasione. Io sarò il primo a metterle in pratica sicuramente, ed il proprio mio esempio servirà a comprovare la realtà delle mie parole. Chi dunque pensa come penso io e come dee pensare un vero servo dello Stato, si dedicherà intieramente al di lui servizio, mettendo da parte ogni particolar riflesso; e allora comprenderà facilmente la forza de' miei principii, e non troverà, come io non la trovo, difficultà nell'eseguirli.
Quegli però che non aspira se non all'utilità e onorifico annesso al suo impiego, e che considera il servizio dello Stato come una cosa accessoria, farà meglio disimpiegarsi a tempo e rinunciare ad una carica per la quale egli non è fatto e della quale non è degno, essendo necessario per il bene dello Stato di avere un'anima fervorosa, e rinunciare totalmente a sé stesso e ai suoi comodi.
Questo è tutto ciò che trovo opportuno di far sapere a tutti, acciò il tanto essenziale governo dello Stato venga da ognuno che sarà destinato a promoverlo, portato alla sua perfezione.
Sign. GIUSEPPE.
Martens, Recueil diplomatique, tom. III, p. 732. - Coppi, Annali d'Italia, tom. I, p. 152.
Coppi. loc. cit., p. 155. - Editto 20 febbraio 1785.
Grida 17 febbraio 1767.
Grida 5 agosto 1771.
Grida 22 aprile 1772.
Coppi, Annali, tom. I, p. 158.
Disposizione di S.M.I.A. l'imperatore Giuseppe II ai capi de' dipartimenti, sul modo di trattare gli affari pubblici; data in dicembre 1783, prima della sua partenza per l'Italia.
Sono già tre anni dacché ho assunto il governo della monarchia, e in questi con non poca fatica, sollecitudine e pazienza ho esposto i miei principii e le mie intenzioni; né mi sono accontentato di ordinare agli altri, ma ho lavorato io stesso per scoprire e bandire i pregiudizi derivati da inveterate consuetudini. Quindi ho cercato d'insinuare a tutti l'amore che nutro per il bene generale dello Stato.
Ho dato a tutti i capi dei dipartimenti la mia confidenza, e tutta l'autorità sopra i loro subalterni, come pure la scelta dei medesimi. Ho però sempre ricevute le rappresentanze e sentita la verità, che mi è sempre cara, non solo dai presidenti, ma anche dagli altri; e a quest'oggetto sono sempre stato pronto a sentire i loro rapporti e dilucidare i loro dubbi.
Ma oltre di ciò trovo di mio dovere, per quel vero zelo che in tutte le operazioni ho consacrato al bene dello Stato, di seriamente promuovere l'adempimento di quelle massime e di quegli ordini che non senza mio dolore veggo ancora tanto negletti; dal che ne derivò la necessità di emanare tanti replicati comandi: perché i capi de' dipartimenti eseguiscono così meccanicamente e servilmente le loro incombenze, che ben lontani di aver di mira il bene dello Stato e di farlo intendere a chi conviene, altro non fanno che quel puro necessario, che appena basta per non essere processati e deposti dai loro impieghi.
Perciò, chiunque brama continuare nel mio servigio nei dicasteri aulici ed in provincia, come presidente, vice-presidente, cancelliere, consigliere, capitano circolare, intendente, ec., tanto nell'economico, come nel civile o militare, dovrà esattamente uniformarsi ai seguenti miei ordini:
1° Ciascuno d'ora innanzi, giusta il confidatogli dipartimento, dovrà rilevare nei registri tutte le sovrane Normali e Risoluzioni, raccoglierle e leggerle con quello studio e con quella attenzione che basti per impossessarsi del vero e legittimo loro senso e degli oggetti a cui tendono.
2° L'esperienza ha già pur troppo provato che non pochi, in vece di cercare nelle sovrane Risoluzioni il sostanziale e di penetrarne il vero senso, spiegarlo secondo le massime generali d'equità e sollecitarne l'eseguimento, le prendono in senso opposto, senza domandarne le opportune spiegazioni, e renderne intese le persone che vi potrebbero contribuire; anzi per lo contrario a queste si rilasciano istruzioni senza principio, oscure ed ineseguibili, non considerando che il sovrano co' suoi ordini palesa semplicemente le sue massime e i suoi sentimenti, e che i dicasteri aulici e provinciali sono espressamente costituiti per meglio spiegare i di lui voleri, e mettere in pratica tutti quei mezzi che tendono al loro più sollecito ed accurato adempimento. Se a questa indolenza non si ponesse riparo, sarebbe non solamente inutile, ma anche assai dannoso alla economia dello Stato il mantenere tanti dicasteri aulici e provinciali, e tanti subalterni a sì gravi spese, non per altro che per produrre maggiori confusioni, ed arrestare piuttosto che promuovere l'amministrazione degli affari. Se dunque i tribunali si tengono alla sola esecuzione materiale, se non agiscono e non accudiscono meglio alle loro funzioni, sarebbe spediente di congedarli, e così risparmiare dei milioni per diminuire le contribuzioni dei sudditi, nel qual caso senza tant'impiegati le relazioni potrebbero essere direttamente rimesse alla corte dei governatori e capitani circolari; quindi stampati gli ordini sovrani, decidere degl'interessi de' particolari con maggior vantaggio del sistema presente; in forza del quale, dopo una lunga circuizione, ben sovente comparisce un'insipida ed insignificante relazione di un capitano circolare, e questa tal qual viene, dall'aulico dipartimento si rassegna alla corte, senza alcun dettaglio e senza istruzione o spiegazione. Del medesimo se ne spediscono in provincia le Risoluzioni, cosicché tutto questo giro ad altro non serve che a perder tempo, e a salariare una truppa di persone per minutare, rivedere, copiare e finalmente soscrivere le carte. Ma se, come spero e seriamente voglio, in avvenire tutti questi individui salariati dalla corte si applicheranno con tutte le loro forze allo studio del loro ufficio, all'eseguimento degli ordini ed allo schiarimento delle loro commissioni, allora il loro numero e il loro soldo sarà opera della sovrana paterna cura, dalla quale ogni individuo della monarchia ne ritrarrà il suo utile e vantaggio.
3° Da ciò ne segue che ciascun impiegato deve avere un tale interessamento e premura negli affari del suo uffizio, che non deve misurare il suo lavoro a ore, giornate e pagine, ma deve impiegare tutte le sue forze nell'eseguire le sue incombenze come si deve, e come esige il suo giuramento. E quando non avrà incombenze pressanti, allora prenderà quel respiro che le circostanze permetteranno, ma che qualunque sia, gli sarà tanto più dolce qualora sia certo d'aver fatto il suo dovere. Chi non avrà premura per il servizio della patria e de' suoi concittadini, chi non ne procurerà il bene con particolar zelo, questi non è fatto per gl'impieghi pubblici, e non è degno di portare que' titoli onorifici, né di percepire assegnamenti.
4° L'interesse proprio è la rovina degli affari ed il delitto più imperdonabile in chi serve lo Stato. Oltre all'avidità del denaro, vi sono anche degli altri riflessi che inducono gl'impiegati a tacere o palliare la verità, a negligentare i proprii doveri, a procrastinare gli affari e ritardare il vero bene. Chiunque è reo di tale delitto, è un soggetto pericoloso nel servizio dello Stato; siccome lo è pure quegli che vede il disordine e non lo palesa, e va col reo di concerto per motivi d'interesse e di connivenza. Un presidente che tollera tali mancamenti in un subalterno, è un perfido che non merita alcun riguardo o misericordia; un subalterno che non denunzia un suo superiore mancante in officio, tradisce il sovrano e la patria.
5° Chi serve allo Stato non deve occuparsi in oggetti estranei alla sua carica, in affari personali, in divertimenti che lo distolgano dal suo officio principale: quindi non deve puntigliarsi in contese d'autorità, in etichette di cerimoniali o preminenza di rango. Chi opera meglio per ottenere il fine primario, chi è il più zelante, chi sa conservare il miglior ordine tra i suoi subalterni, quegli è il più distinto ed il più rispettabile. Deve ad ogni uomo saggio importar poco se un altro impiegato tratti con lui degli affari piuttosto con l'una o con l'altra delle diverse formalità che si usano nelle cancellerie, se si presenti in abito di cerimonia o di confidenza. Deve anzi procurare di guadagnarsi la piena confidenza de' subalterni, essere paziente e indulgente coi deboli e cagionevoli; e siccome non ha da sorpassare come bagatelle le cose sostanziali, così non deve far caso di tutte le minuzie, ma aver di mira l'essenziale in tutti gli affari. Allora insomma sarà degno di presiedere ad un dipartimento, quando saprà presiedere a tutti i subalterni che ne formano i diversi rami.
6° Siccome è dovere d'ognuno di dare sicure relazioni, e giudicare di tutti i fatti giusta le massime fondamentali, con dire francamente il suo parere, così è pur dovere di un ministro dello Stato ch'egli pensi ad abolire gli abusi che impediscono il vero adempimento degli ordini, a scoprire i trasgressori e finalmente a tutto quella ch'è di maggior vantaggio dei suoi concittadini, al servizio dei quali noi siamo tutti destinati. Esige il buon ordine che il subalterno possa produrre il suo parere al suo superiore, il quale deve convenirlo e correggerlo da padre, se s'inganna; ma se trova che il parere del subalterno sia bene appoggiato, deve approfittarne. Ogni presidente sarebbe degno di punizione se si portasse altrimenti, e rigettasse per amor proprio o per capriccio le utili riflessioni de' suoi subalterni, senza far loro giustizia.
7° Il dovere d'ogni presidente è ch'egli noti tutto l'inutile e superfluo e ne proponga l'abolizione, siccome pure è dovere del subalterno di proporre al suo capo le cose che imbarazzano gli affari, gli allontanano dallo scopo primario, e cagionano scritture inutili con perdita di tempo; affinché si levino tali impedimenti, e non siano inutilmente impiegate le mani di quelli che hanno bisogno del tempo per pensare ad oggetti di maggior importanza.
8° Siccome il bene non può essere che un solo, cioè quello che forma la felicità generale; siccome tutte le province della monarchia formano un solo tutto e collimano ad un sol fine, così debbono cessare fra le province, le nazioni e i dipartimenti tutte le gelosie e tutti i pregiudizii, che hanno cagionato tante inutili scritture. Deve essere una massima fissa, che il corpo civile è come il naturale, in cui ogni parte deve contribuire alla salute del tutto e il tutto a quella delle parti: non si deve perciò avere riguardo a nazione o a religione, e come tutti fratelli, in una monarchia uno deve aiutar l'altro.
9° Falsamente si conoscono, e spesso vengono confuse fra di loro le diverse parti dell'amministrazione, e i doveri che ne risultano. Pricipiando dal sovrano, si crede che basti per essere più moderato, ch'egli non riguardi la proprietà dello Stato e dei sudditi come sua propria, e non s'immagini che la Provvidenza abbia creati per lui tanti milioni d'uomini: ma deve altresì pensare che appunto egli stesso per servire questi milioni è stato dalla Provvidenza elevato all'eminente suo posto. Tra' ministri poi quello vien creduto di coscienza più delicata, il quale per rendersi grato al suo sovrano non medita che di aumentare il di lui tesoro. Entrambi credono adempire bastevolmente il loro dovere, se considerano l'entrate dello Stato come un interesse che a loro riviene a giusto titolo dallo Stato medesimo, e perciò si danno tutte le pene possibili affinché l'interesse del suo capitale sia portato al maggior grado. Così lo stato civile considera in tempo di pace il militare, destinato per le conquiste e per allontanare i nemici, come una vera sanguisuga dello stato contribuente; e all'incontro il soldato si crede in diritto di conseguire dal paese il maggior vantaggio. Il doganiere non pensa se non ad aumentare l'entrate delle confidategli finanze, e quello che per conto regio presiede alle miniere, cerca solamente di aumentare il liquefatto metallo e di cavarlo colla minor spesa possibile. Finalmente il giudice si applica solamente a mantenere l'autorità delle leggi e le formalità della giustizia.
Questi sono i principali soggetti che regolano l'amministrazione di uno Stato; ed appunto perché non pensano che a sé stessi in particolare, e mai al bene in generale, perciò giudicano con massime falsissime del maneggio degli affari.
Lo stato militare è composto di più migliaia di persone formate e mantenute per il bene dello Stato. Il poco di salario che hanno, lo consumano nel paese; il poco che il paese loro somministra in natura, cioè nutrimento, vestiario, ad eccezione di pochi capi, si produce, si manifattura e si fabbrica in paese: anzi il congedo dei soldati procura alle arti e all'agricoltura un maggior numero di mani e le facilitazioni dei matrimoni. Le Finanze non vengono da me considerate sotto lo stesso aspetto che vengono prese dal maggior numero; io considero che, siccome le imposizioni e l'uso delle pubbliche entrate dipende dall'arbitrio del sovrano e del dipartimento delle sue finanze, così ogni individuo che ha delle possessioni ed ha mezzi di procurarsi la sussistenza nel paese, non dee confidare con cieca fiducia il suo patrimonio lasciatogli dai parenti o acquistato col suo sudore e industria nelle mani del sovrano; ma al contrario deve soltanto contribuire ciò che è assolutamente necessario per mantenere l'autorità, la sicurezza, l'amministrazione della giustizia, l'interno buon ordine e l'avanzamento di tutto il corpo, del quale ognuno forma una parte. Io credo adunque che, eccettuati i surriferiti oggetti, il monarca non debba prodigare nulla, ma che debba levare le contribuzioni nel modo meno gravoso, e badare al bene dello Stato in tutte le sue parti; ch'egli sia obbligato di render conto a tutti e a ciascuno individuo dell'uso delle finanze, e debba rinunziare per fino alla predilezione verso certe persone, anzi verso gli stessi bisognosi, sebbene sia questa una delle principali virtù di chi è benestante, perché il sovrano non è che un puro amministratore delle rendite dello Stato; e nel resto, non gli è lecito di soccorrete i bisognosi che col suo proprio patrimonio, in qualità di particolare.
Che se, dopo d'aver provveduto all'esigenza della monarchia in tutte le parti, potesse il principe fare delle riguardevoli diminuzioni nelle imposte, egli è obbligato di farlo, mentre ciascun cittadino non è obbligato di contribuire che per il puro necessario e non per il superfluo dello Stato.
Così un presidente delle dogane deve considerare i dazi come un puro mezzo di regolare il commercio e l'industria nazionale, e deve riflettere che la diminuzione eventuale della finanza daziale viene sicuramente e doppiamente ricompensata, allorché avrà accresciuti i mezzi dell'interna industria de' sudditi, e promossi i loro vantaggi con giusta distribuzione.
Quindi la mira del presidente di finanze deve solamente tendere a proibire i contrabandi, e diminuire l'introduzione delle merci forastiere, siccome dannosa al mantenimento dei sudditi. Così il direttore delle miniere deve considerare la produzione de' metalli come una fabbrica nella quale ciascun lavoratore o possessore delle miniere ha il diritto di ritrarne il suo maggiore profitto, senza essere sforzato di rinunziare alla sua propria convenienza per fornire una maggior quantità di metallo o di sale.
Così finalmente il giudice non deve averdi mira tanto la forma, quanto l'esercizio della giustizia; e siccome la parola Giustizia comprende in sé la maggior equità, così deve pensare al più sollecito e meno dispendioso servizio dello Stato.
10° Negli affari dei servizi dello Stato non deve avervi alcuna influenza né l'inclinazione né l'avversione personale: e, in quella guisa che i diversi caratteri e le diverse maniere di pensare nella umana società non impediscono che gli uni contraggano amicizia con gli altri, così negli affari deve regnarvi l'armonia, e ognuno deve avere per oggetto la loro esatta e fedele esecuzione.
Questo è il dovere de' superiori verso i loro subalterni. Quelli che sono poi in egual rango e carattere fra di loro, devono avere la stessa attività e assiduità negli affari, e lavorare insieme d'accordo, senza puntigli di preminenze o d'etichette. Devono trattare frequentemente e convenire fra di loro, e uno instruire l'altro, senza lamentarsi l'uno dell'altro; anzi dimenticarsi di tutto per far avanzare l'affare di cui si tratta. Essi devono scambievolmente perdonarsi le loro debolezze, compatirsi a vicenda, trattarsi da amici e da fratelli, e tutti tendere di conserva al medesimo scopo.
11° L'amor proprio non deve accecare nissuna persona addetta al servizio dello Stato, in guisa che uno abbia vergogna d'imparare qualche cosa dall'altro, sia suo pari o suo inferiore. La buona riuscita che farà taluno nelle sue operazioni deve far tanto piacere agli altri compagni e confratelli, quanto a lui per aver contribuito alla meta principale, cioè al miglior servizio dello Stato.
12° La spedizione degli ordini, le domande, ed i rapporti che occorreranno da farsi fra i rispettivi uffici, e le risposte non devono essere riservate materialmente, come sin'ora, per i soli giorni di consiglio, tanto più se si tratta di casi d'importanza; ma quello stimolo che spinge ognuno a fare il suo dovere, deve animarlo ogni giorno senza perdita di tempo.
13° Essendo un punto essenzialissimo che gli ordini vengano bene intesi e bene eseguiti, e che gl'individui vengano ben conosciuti, giudicati, e impiegati secondo la loro maggiore o minore capacità, perciò ogni anno, od ogni volta che vi sia sospetto non esservi in qualche provincia il buon ordine, o che vi si operi lentamente o contra il fine proposto, è indispensabile che il signor presidente stesso o un commissario, mandato sul luogo provinciale o al generale comando, esamini le circostanza, provi gli ufficiali impiegati, ascolti ognuno, tolga i disordini, ammonisca tutti, e mi annunzi le risultanti difficoltà d'importanza, e si dimettano dall'impiego que' soggetti che saranno ritrovati incapaci. Nella stessa guisa i governi provinciali dovranno procedere verso i comitati o capitanati circolari, o andando i governatori nel luogo in persona, o mandando un fido commissario ad osservare negli uffici subalterni tutto quello che i dicasteri aulici osservano verso di loro; prendendo massimamente di mira che siano ben tenuti i protocolli e ben osservati gli ordini prescritti.
In occasione di tali ricerche specialmente debbono rettificarsi le liste de' buoni diporti degli ufficiali, con rilevare la stima che godono presso il pubblico i diversi impiegati. Nella stessa conformità i comiti e vice-comiti e i capitani circolari debbono invigilare sopra i commissari circolari e giudici loro sottoposti, e fare la visita ogni anno sul luogo, formando dappertutto la lista de' buoni e perfetti uffiziali, massimamente sopra i due seguenti punti, cioè se hanno eseguito accuratamente i comandi, e se siano uomini ragionevoli e giusti; giacché que' signori che non possono amministrare personalmente i loro beni, e perciò debbono affidarsi ai loro prefetti e fattori, facendosi mallevadori delle loro azioni, saranno, dalla corte obbligati di congedarsi, qualora si trovino in essi dei disordini.
14° Ogni buon ufficiale dello Stato ed onesto uomo, in tutti i suoi piani di rettificazione e di miglioramenti, che conducono al ben generale in materia d'imposizione e contribuzioni, deve riflettere ai mezzi più utili, più semplici e economici di promovere l'azienda; non deve pensare al suo personale interesse e beneficio, proponendo quello che gli è di comodo e rigettando quello che gli è gravoso; ma deve sempre misurarsi giusta il gran principio ch'egli sia un semplice individuo del corpo intiero, che il vantaggio del maggior numero dei sudditi vale più del suo e di ogni particolare, anzi più di quello dello stesso sovrano considerato come persona particolare; deve finalmente riflettere che procurando il comun bene procura anche il suo proprio, e quand'anche non partecipasse dell'utile comune sul principio, ne sarà poi partecipe in seguito.
Queste sono in breve le mie intenzioni, all'eseguimento delle quali mi obbliga il dovere e la persuasione. Io sarò il primo a metterle in pratica sicuramente, ed il proprio mio esempio servirà a comprovare la realtà delle mie parole. Chi dunque pensa come penso io e come dee pensare un vero servo dello Stato, si dedicherà intieramente al di lui servizio, mettendo da parte ogni particolar riflesso; e allora comprenderà facilmente la forza de' miei principii, e non troverà, come io non la trovo, difficultà nell'eseguirli.
Quegli però che non aspira se non all'utilità e onorifico annesso al suo impiego, e che considera il servizio dello Stato come una cosa accessoria, farà meglio disimpiegarsi a tempo e rinunciare ad una carica per la quale egli non è fatto e della quale non è degno, essendo necessario per il bene dello Stato di avere un'anima fervorosa, e rinunciare totalmente a sé stesso e ai suoi comodi.
Questo è tutto ciò che trovo opportuno di far sapere a tutti, acciò il tanto essenziale governo dello Stato venga da ognuno che sarà destinato a promoverlo, portato alla sua perfezione.
Sign. GIUSEPPE.
Regio dispaccio 9 aprile 1781.
Regio dispaccio degli 8, e grida del 25 maggio 1781.
Grida del 17ottobre 1781.
Grida 8ottobre 1781. Legge e costituzione sui matrimoni 17settembre 1784, e dilucidazioni 22giugno 1785.
Regio dispaccio 9 maggio 1782, e grida 6gennaio 1783.
Regio dispaccio 30 maggio 1782, e grida 20febbraio 1783.
Piano 19 novembre 1784, regolamento 27giugno 1786.
Regolam. 25aprile e 27dicembre 1785; 3aprile e 11 giugno 1787.
Grida 18aprile 1786.
Editto 26settembre 1786.
Editto 24dicembre 1786.
Piano 11febbraio e grida 13 marzo 1786.
Codice dei Delitti e delle Pene; Vienna e Roveredo, 1787, Parte I, §§ 20 e 53.
Ivi, §§ 25 al 27.
Ivi, § 16.
Ivi, § § 42 e 46.
Ivi, §§ 24 e 39.
Ivi, §§ 30 e 32.
Codice citato, parte II, § 61.
Ivi, §§ 63, 72, 74, 76 e 80.
Ordini 24 gennaio 1786.
Risoluzione di S.M. 4 ottobre, ed editto 31 ottobre 1787; editti 30 luglio e 2 agosto 1788.
Grida 31 ottobre 1787.
Ordini 11 ottobre 1768, 30 dicembre 1778, 15 settembre 1779.
Gride 31 marzo e 24 aprile, 8 luglio 1788.
Gride 25 maggio e 25 settembre 1786.
Gride 26 gennaio 1768, 28 gennaio 1769, 15 febbraio e 30 dicembre 1771, 11 maggio 1775, 15 novembre 1781, 19 febbraio 1784 e 24 ottobre 1785.
Editto 9 dicembre 1786, regolamento e tariffe ec. in fogl.
Ordini 2 e 22 dicembre 1786, 29 gennaio, 30 marzo, 6 agosto e 19 ottobre 1787; 4 e 15 febbraio e 18 marzo 1788, 31 ottobre 1789.
Grida 4 aprile 1786.
Piano di regolamento per le farmacie della Lombardia austriaca: Milano, 1788, in 49. - Piano di regolamento del direttorio medico-chirurgico; come sopra, in 4°.
Codice di S. M. l'imperatore Giuseppe II, tradotto dal tedesco da Bartolommeo Borroni; Milano, presso Galeazzo, 1787 e sg., vol. X, in 8°.
Coxe, Storia della casa d'Austria, tom. VI, cap. CXXIV.
Idem, Storia citata, cap. CXXVIII e CXXIX.
R. dispaccio 6 maggio 1790.
R. dispaccio 30 gennaio 1791, portante le sovrane Risoluzioni sulle dimande de' pubblici ecc.
Citato real dispaccio 30 gennaio 1791; editti 20 gennaio e 25 luglio dello stesso anno.
Editto 20 marzo 1791; Piano del magistrato politico camerale ec. in fol.
Grida 23 agosto 1785; decreto 24 gennaio 1791.
Veggansi la sua lettera circolare agli altri sovrani dell'Europa, in data di Padova 6 luglio 1791, e la sua dichiarazione fatta unitamente al re di Prussia, data in Pilnitz, il 27 agosto dello stesso anno. Coxe, Storia ec., tom. VI, capitolo CXXXIII.
Coxe, luogo citato. - Bossi, Storia d'Italia, tom. XIX, p. 411.
(1786-1789) Le cose ecclesiastiche, argomento favorito in allora del ministero austriaco e prediletto dall'imperatore, furono in quell'anno soggetto di tanti ordini, editti, regolamenti, che sembrava che, dopo il molto ch'erasi già operato da venticinque anni in poi, nulla ancora si fosse fatto. Fino dal 1782 erasi dato mano a sopprimere i conventi e monasteri, specialmente i più ricchi, come Certosini, Cisterciensi, Olivetani e simili. Fattesi ora le soppressioni più numerose, s'intimò un'egual sorte alle monache, quando non si prestassero a rendersi utili nell'educazione femminile ; e talmente prevalse l'abitudine al tedio dell'ozio claustrale, che il più gran numero preferì di essere soppresso, rendendosi generalmente oggetti di ludibrio per l'imperizia de' costumi sociali, e a molti di compassione. Si espulsero i seminaristi elvetici dal loro collegio, e vi s'installò il consiglio di governo. Fu stabilito un nuovo compartimento delle Parrocchie; si determinò lo stipendio de' parrochi, e sulle rendite de' regolari soppressi fu supplito alle mancanti congrue; si vietò l'ordinazione de' cherici quando non avessero fatto il corso de' loro studi nel seminario generale eretto in Pavia; tutti i consorzi, che vari e sotto diversi nomi esistevano presso le chiese, furono aboliti, salve le confraternite della carità o della dottrina cristiana, che si dissero poi del Santissimo . Una legge sontuaria fu emanata pe' funerali , la tumulazione nelle chiese, già dapprima abrogata , fu di nuovo proibita severamente, sostituendovi i cimiteri da erigersi fuori dell'abitato . Il numero de' giorni festivi fu ridotto; limitate le funzioni sacre e le processioni, vietate le novene, le ottave, i tridui; fissato il tempo di suonare le campane, e l'orario per tener aperte le chiese . Queste minuzie, bensì opportune, ma disdicenti alla maestà del sovrano, spiacquero al volgo più che le grandi riforme, sparsero di ridicolo i di lui regolamenti, e giustificarono il frizzo di Federico II, re di Prussia, che usava chiamarlo: mio fratello il sagrista. Provvedimenti che più generalmente ottennero la pubblica soddisfazione, furono la sistemazione de' dazi e l'erezione delle scuole normali. La prima, contro il solito, procedette per gradi, e non fu fissata che dopo lunghi e maturi esami; durò quindi più che ogni altra. Si fece precedere l'abolizione dei dazi intermedi tra i territorii dell'una e dell'altra città; si soppressero varie minute gabelle locali, di sostratico, di pascolo, sui quadrupedi, detta della dogana viva, su molti prodotti indigeni, sulle manifatture, sui pellami, sulle telerie, sul sapone, sui nastri e perfino sugli zolfanelli . Fu quindi pubblicata una nuova tariffa daziaria, con lo stabilimento di un dazio unico e la libertà dell'interna circolazione delle merci . L'istruzione elementare erasi in addietro abbandonata alla tirannìa de' pedanti; si volle rendere ragionevole, più generale ed uniforme; il che si ottenne colle scuole normali, benché abbiasi voluto fare una distinzione tra il povero e il facoltoso, prescrivendo per quest'ultimo. l'obbligo di un meschino annuo pagamento , abrogato poscia nel 1791. Non furono trascurati l'ornato e la decenza della città, e ciò che spetta alla polizia amministrativa. Le case furono numerizzate, le lampade dell'illuminazione poste per le strade, formato un giardino pubblico dove prima era il ritiro delle Celestine. La libera circolazione ed esportazione de' grani fu proclamata e regolata . Non meno le farmacìe, che l'esercizio della medicina e della chirurgia ebbero una nuova sistemazione . Con saggio intendimento fu deciso di togliere la mendicità questuante, ma non si provvide a sufficienza per renderla operosa. Perciò i cittadini con compassione ed isbigottimento videro gli agenti della Police dare la caccia ai pitocchi per le strade e strascinarli in carcere; ma per risparmiare il pane che consumavano, rilasciavansi in breve con giuramento di non più mendicare; quindi, con quasi ridicola vicenda, imprigionavansi di nuovo per aver contravvenuto al giuramento, costretti dalla necessità. Prima di dar mano a tante mutazioni, e frattanto che si eseguivano le più clamorose, si trovò conveniente che il reale arciduca governatore partisse per un viaggio. Egli lasciò la sua residenza il 29 dicembre 1785; andò da Genova a Nizza, dove passò l'inverno; poi dopo un viaggio in Francia, Inghilterra e Germania, ritornò in Milano la sera del 16 dicembre dell'anno successivo. La popolazione, riguardando la sua assenza come una disapprovazione delle fatte novità, gli andò incontro con immenso concorso.
Questo generale sconvolgimento, e ricostituzione degli ordini di uno Stato, non operavasi nella sola austriaca Lombardia; anzi non fu che l'applicazione ad essa di quanto erasi già posto in pratica nella Germania. I motupropri, gli editti, le istruzioni, i regolamenti, i decreti furono colà del pari così varii e moltiplicati, che colla loro unione si formò una raccolta assai voluminosa . Né queste altresì erano le sole cure che occupavano l'ardente, inquieto e risoluto animo del sovrano. Nel breve e tumultuario suo regno di dieci anni, egli impegnò gravi discussioni coll'Olanda per la libera navigazione della Schelda; assistette nell'acquisto importantissimo della Crimea l'imperatrice delle Russie, che male il rimeritò; drizzò le più diligenti macchine politiche ad impossessarsi della Baviera in cambio de' suoi Paesi Bassi, e ne rimase deluso per l'astuzia e l'opposizione del vecchio re di Prussia; e mentre già trovavasi in gravi imbarazzi per la ribellione dei Fiamminghi, la brama di partecipare colla Russia allo smembramento della Turchia l'impegnò improvvidamente in una guerra disastrosa e disgraziata che divorò uomini e tesori, per i cui danni inestimabili non ebbe specie di compenso, e nel corso della quale l'onore dell'armi fu appena salvato dalla vittoria sociale di Rimnick, e dalla presa di Belgrado, seguìta il 9 ottobre 1789. Fu questa una scarsa consolazione all'animo afflitto e abbattuto dell'imperatore per l'offeso amor proprio, per la delusa ambizione, per le perturbazioni e disobbedienze interne, essendo esausti e malcontenti i popoli, più province rovinate dalla guerra, e vuoto l'erario, (1790) I disagi del corpo nei campeggiamenti militari, ai quali infaustamente ha voluto prender parte nella guerra turchesca, la soverchia applicazione agli affari, e le angustie e le afflizioni morali aveano logorato la robustezza del suo fisico temperamento, e lo ridussero a morire di consunzione il 20 febbraio del 1790, essendo appena giunto all'età d'anni quarantanove. Sembra che Giuseppe II avrebbe dovuto essere fra i sovrani il più facile ad essere giudicato, perché fece più fatti; pure fu quello su cui i giudizi rimasero più divisi, perché le sue opere erano talvolta fra sé contraddicenti, e perché le passioni, una religione male intesa, e gli offesi interessi presero parte a que' giudizi. Tutti si accordano nell'attribuirgli un carattere dispotico, inflessibile, irrequieto, novatore. Era economo e temperante, avea modi disinvolti e famigliari, e discorsi insinuanti. In generale le sue intenzioni furono migliori che i fatti, e questi, migliori dei modi usati nell'eseguirli. Chi disse ch'egli avea voluto procurare la felicità dei sudditi a colpi di bastone, disse il vero con acerbe parole. Uno de' primi suoi atti fu, nel 1780, l'abolizione della servitù feudale ne' suoi stati della Germania. Fece costruire a grandi spese strade e canali, incoraggì il commercio e le manifatture, e rese aperte e libere le comunicazioni tra le province. Protesse, senza ostentarlo, le lettere e le scienze in tutti i suoi Stati, instituì cattedre, scuole, biblioteche, o accrebbe le esistenti; promosse la libertà della stampa e la pubblica istruzione; e, per una delle sue abituali contraddizioni, proibì ad ognuno dei suoi sudditi il visitare paesi esteri prima di aver compito i ventisette anni . Non ostante le sua filantropia, le sue massime diplomatiche si trovarono al livello di quelle de' gabinetti di Berlino e di Pietroburgo. Ebbe pure rimprovero di simulazione e di doppiezza, non meno nelle relazioni cogli esteri che coi propri sudditi . Il molto bene che fece e le sue utili riforme, benché duramente eseguite, male accolte, contrastate, e in parte rivocate, furono un seme che fruttificò largamente, e un frutto certissimo e indistruggibile sarà quello per cui la magia e la tirannia delle opinioni vennero dissipate per sempre. Più amara fu la ricompensa raccolta dall'autore di tanti cangiamenti, mentre n'ebbe dispiaceri infiniti, e prima di morire vidde ne' varii suoi dominii disdegnate le sue riforme, generale il malcontento per i danni di una guerra sconsigliatamente intrapresa e peggio condotta, e sordo, ma sensibile, fra i sudditi un fermento, che esprimeva il bisogno di cangiar sorte.
Restituire la calma fra i popoli, metter fine alla guerra e ad ogni spesa straordinaria, ristaurare le fonti della rendita, furono le prime cure di Leopoldo II, giunto in Vienna il 12 marzo. Dopo di aver formato nel lungo governo di venticinque anni la felicità della Toscana, egli recava sul trono austriaco la più bella riputazione di un sovrano filosofo e filantropo, ed ebbe in questa il miglior mediatore per riuscire nel suo intento. Eletto il 30 settembre all'Impero, ricevette il 15 novembre la corona d'Ungheria, e partì da Buda pienamente riconciliato con quella generosa nazione. Ristabilì come poté e gli parve la sua autorità nelle province belgiche; e nell'estate seguente fermò la pace co' Turchi, con restituir loro Belgrado e le altre conquiste. In questa sistematica riconciliazione del sovrano de' suoi sudditi la Lombardia non fu trascurata. I corpi civici furono invitati ad esporre in iscritto le loro rimostranze, e queste furono recate a Vienna dai deputati loro, colà espressamente chiamati . (1791) Né tardarono ad essere conosciute le sovrane risoluzioni . La congregazione dello Stato di Milano, abolita nel 1786, venne repristinata. Si confermarono le prerogative ai corpi civici. L'amministrazione de' luoghi pii fu restituita ai capitoli e alle congregazioni, conservato in Milano il corpo elemosiniere. Soppresse le intendenze politiche provinciali, ne furono delegate le incumbenze ai pretori; così la polizia di Milano passò nelle attribuzioni del capitano di giustizia. Fu modificato il regolamento per le scuole normali, e queste rese gratuite indistintamente . A tali provvidenze seguì dappresso una nuova sistemazione del governo, coll'erezione di una conferenza governativa e la repristinazione del magistrato politico camerale, cui furono aggregate le attribuzioni del soppresso consiglio . Anche i Mantovani furono rimandati contenti, coll'essersi separata l'amministrazione della loro provincia da quella del Milanese, alla quale era stata aggregata sei anni avanti, colla sola dipendenza dal governo generale della Lombardia . Ho creduto di dover esporre con un preciso dettaglio la storia sommaria della legislazione austriaca in questo paese, incominciando dal regno di Maria Teresa, per più ragioni. Primieramente perché finora questo lavoro non era stato fatto; inoltre perché corre di quella una confusa celebrità, mentre i contemporanei in generale, per la rapida successione, e l'affastellamento delle cose, se ne formarono un'idea poco diversa da quella del caos; e finalmente perché, oltre qualche nascita o morte di persone illustri, e qualche caso o istituzione patria, le fasi e i fatti dell'amministrazione interna sono i soli elementi per la storia di uno Stato di provincia. Ché se quelli tra i miei lettori, non avvezzi a siffatte discussioni, a questa parte della mia narrazione si saranno annoiati, io confesso con verità che ben più di essi mi sono annoiato scrivendola.
In quest'anno, per la morte della principessa Maria Teresa Cibo Malaspina, vedova del duca di Modena Francesco III e signora del ducato di Massa e Carrara, la di lei figlia Maria Beatrice, consorte del reale arciduca Ferdinando, le succedette in que' dominii. Nel mese di aprile venne l'imperatore in Italia, accompagnando a Firenze il suo secondogenito Ferdinando, nuovo gran duca di Toscana. Passò da Venezia, dove ritrovossi col re e colla regina di Napoli; nel ritorno dalla Toscana visitò Mantova, indi Cremona, Lodi, Pavia, e il 28 maggio entrò in Milano. Ammise primo all'udienza l'arcivescovo, quindi il ministro plenipotenziario, poi il comandante delle armi; in seguito tutti ad un tratto i consiglieri, e finalmente in corpo i ciambellani. La vita che menò in Milano era uniforme. Alla mattina visitava i pubblici stabilimenti, poscia ammetteva chiunque all'udienza. Nell'anticamera vi era tutta la cortesìa, e il primo venuto era il primo introdotto, col solo riguardo che le donne precedevano. La sera poche volte fu in teatro, e fu veduto a piedi girare per le strade della città colla sola compagnia di due arciduchi suoi figli, che seco avea condotti. Questo principe non amava di accostarsi né i magnati, né i militari, né i prelati, né alcuna persona che si desse per importante; e preferiva di ammettere alla familiarità persone che non avessero pretensione alcuna. Era co' suoi figli affettuoso senza sovranità, ed essi lo trattavano come un amico. Visitò minutamente le carceri, ma non fece liberare alcuno. Parve che le opinioni teologiche e le teorie criminali fossero le due cose che sopra le altre lo interessassero. Si trattenne in Milano fino alla sera del 28 giugno. Partendo lasciò il popolo a sé affezionato, ed ha potuto conoscerlo dalla folla accorsa alla partenza, e dalle voci che mostravano desiderio della sua felicità e brama del suo ritorno.
Né egli, né il popolo sapevano che salutavansi per l'ultima volta. Non era per anco tornato a Vienna che s'avvide della mala riuscita delle pratiche da lui mosse per frenare il torrente della rivoluzione di Francia a difesa di una sorella e di un cognato che sedevano su quel trono , e d'essersi tirato addosso la guerra che voleva evitare. (1792) Essendo in quest'angosciosa agitazione d'animo, egli esalò in Vienna il 1° di marzo l'ultimo fiato, in tre soli giorni di malattia, dopo due anni del nuovo regno, e circa quarantacinque di età. Chi il disse morto di malattia di petto, chi di dissenteria; e come è costume del volgo nel giudicare delle morti precipitose dei grandi, non mancò chi pretese di attribuirla ad una causa straordinaria . Egli lasciò i popoli più tranquilli, ma angustiati dalle esigenze dei preparativi guerreschi, e agitati per la prospettiva di un procelloso e sinistro avvenire. E non s'ingannarono; mentre l'eredità che da lui conseguirono il successore e i sudditi, furono ventidue anni di guerre distruggitrici e di calamità senza fine e senza esempio. Fu principe di carattere pacifico, affabile, amante dell'ordine e dell'economia. Col suo fratello e antecessore ebbe comune il rimprovero di essere stato troppo amico delle novazioni e troppo minuzioso ne' regolamenti, come la lode di avere fondato tra i popoli un migliore governo. Più del fratello rispettò la pubblica opinione, e non meno fermo di lui, si mostrò più avveduto e più prudente. La stima che lasciò di sé come imperatore, fu inferiore a quella che aveasi acquistato come gran duca. A giustificare questa differenza possono allegarsi più cause: la brevità del nuovo regno, la confusione e gli imbarazzi in cui l'ha trovato, la somma difficoltà de' tempi, che preludevano al più grande sconvolgimento politico, e alla successiva più grande catastrofe che abbia mai veduto il mondo; ma quando si osservi che ne' fatti pubblici di que' due anni (che pure molti ne operò) non fece mostra Leopoldo di alcun lampo di quel genio che sfavillò di sì bella luce nella Toscana, sembra potersi accostare di più alla verità, dicendo che il nuovo teatro delle sue azioni fu per esso troppo vasto; e avvenne di lui ciò che sarebbe accaduto nel regno delle belle arti a Giulio Clovio, miniatore eccellentissimo, se la sorte lo avesse costretto ad eseguire le gigantesche imprese di Michelangelo.
Gride 26 gennaio 1768, 28 gennaio 1769, 15 febbraio e 30 dicembre 1771, 11 maggio 1775, 15 novembre 1781, 19 febbraio 1784 e 24 ottobre 1785.
Ordini 2 e 22 dicembre 1786, 29 gennaio, 30 marzo, 6 agosto e 19 ottobre 1787; 4 e 15 febbraio e 18 marzo 1788, 31 ottobre 1789.
Piano di regolamento per le farmacie della Lombardia austriaca: Milano, 1788, in 49. - Piano di regolamento del direttorio medico-chirurgico; come sopra, in 4°.
Codice di S. M. l'imperatore Giuseppe II, tradotto dal tedesco da Bartolommeo Borroni; Milano, presso Galeazzo, 1787 e sg., vol. X, in 8°.
Fonte: http://itiaho.altervista.org/Library/My_eBooks/Verri_Pietro/Storia_Milano2.doc
Autore del testo: Pietro Verri
Pietro Verri nasce a Milano nel 1728 da una famiglia nobile e conservatrice. Passa la sua infanzia e la sua adolescenza in vari istituti religiosi finché, nel 1749, non manifesta la sua ribellione nei confronti dell'ambiente nel quale era cresciuto. Contrariato dalla decisione del padre di fargli intraprendere gli studi giuridici, nel '59 parte come volontario per la Guerra dei Sette Anni ma, non riuscendo a sopportare l'ambiente militare, si congeda l'anno dopo. A Milano, insieme con il fratello Alessandro, Paolo Frisi, Cesare Beccaria, Carli e Secchi, fonda un'accademia, la Società dei Pugni, che per due anni, dal 1764 al 1766, redige la rivista “Il Caffè”, un periodico di stampo illuministico tra i più vivaci ed innovativi dell'ambiente milanese: un periodo di fervido lavoro per il Verri, il quale si dedica sia alla redazione degli articoli per Il Caffè, sia alla composizione di opere varie, tra cui "Il Discorso sulla felicità" (1763). Sciolto il gruppo della rivista, il Verri comincia a lavorare per l'amministrazione austriaca, un lavoro che non lo gratifica né da un punto di vista personale, né da un punto di vista ideale, anche se, proprio in questo periodo, riprende a scrivere moltissimo. Lo scoppio della Rivoluzione francese riaccende in lui le speranze e l'invasione napoleonica lo porta a ricoprire cariche nella Municipalità provvisoria, nonostante il suo atteggiamento poco incline al giacobinismo. Muore nel 1797.
fonte: http://www.itchiavari.it/lettere/letteratura_italiana/1700/Verri/Verri-Biografia.doc
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