Etruschi
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La prima Italia
LE POPOLAZIONI DELL’ITALIA ANTICA
All’inizio del I millennio a.C. la penisola italiana era abitata da popolazioni diverse: al centro si erano insediati gli Etruschi, i Greci avevano colonizzato l’Italia meridionale e parte della Sicilia (Magna Grecia), mentre insediamenti fenici si trovavano lungo le coste occidentali della Sicilia e in Sardegna. A nord-est si insediavano i Veneti e a sud-est gli Iapigi, mentre tra le attuali Marche e il Lazio si erano stanziati Piceni, Umbri, Latini e Sabini. Più a sud, nella fascia campana, vivevano i Sanniti. Sull’origine del nome Italia lo storico e geografo greco Strabone (58 a.C. – 19 d.C.) afferma:
“Gli antichi chiamavano col nome di Italia l’Enotria, che si estendeva dalla stretto di Messina fino al golfo di Taranto e di Salerno; poi il nome passò a estendersi fino alle falde delle Alpi, arrivando a comprendere anche la parte della Liguria e la parte dell’Istria”.
IL problema delle origini DEGLI ETRUSCHI
A partire dal IX secolo a.C. si formò la prima grande civiltà italica: quella degli Etruschi, come li chiamavano i Romani, o Tirreni, com'erano detti dai Greci, o Rasenna, come loro stessi amavano definirsi. Gli Etruschi occuparono il vasto territorio posto fra il mar Tirreno e i fiumi Arno e Tevere, dove fondarono numerose città. Alcune di queste sono scomparse, come Veio, Cerveteri e Vetulonia; altre esistono ancora, come Tarquinia, Arezzo, Perugia e Volterra. Da questa regione, detta Etruria, gli Etruschi si andarono espandendo a nord fino alla Pianura Padana e a sud fin sulle coste campane. Gli Etruschi sono sempre stati considerati un popolo misterioso: in primo luogo per la loro lingua, che gli studiosi non hanno ancora potuto comprendere adeguatamente, soprattutto a causa della scarsità di documenti scritti a nostra disposizione; poi, per il problema della loro origine. Lo storico greco Erodoto attorno alla metà del V secolo a.C. sostenne che gli Etruschi provenivano dalla Lidia, in Asia Minore. Secondo lui, gli Etruschi avevano abbandonato quella regione verso il XIII-XII secolo a.C. a causa di una carestia. Secondo Dionigi di Alicarnasso (I secolo a.C.), invece, gli Etruschi erano indigeni, cioè originari dei luoghi che abitavano. L'ipotesi di una provenienza orientale sembra oggi la più probabile. Tuttavia, gli storici contemporanei ritengono che, se pure vi fu una migrazione dall'Oriente, dovette trattarsi di un fenomeno lento, non del trasferimento in blocco di un popolo e una civiltà, ma del progressivo inserimento di gruppi di immigrati nelle comunità già presenti nella penisola italica. Con tutta probabilità la civiltà etrusca nacque dall'incontro tra questi immigrati e la cultura villanoviana, caratterizzata da un abile uso del ferro, che si era sviluppato al termine del II millennio a.C. Il problema della "provenienza" della civiltà etrusca si può oggi considerare superato.
Una civiltà di poleis
Gli Etruschi seppero realizzare una società urbana evoluta, sostituendo gli antichi villaggi italici, fatti di rozze capanne, con delle vere e proprie città-stato (le poleis). Gli edifici delle città etrusche erano costruiti con pietre e mattoni. Ampie vie e spaziosi marciapiedi rendevano comoda la viabilità. Ogni polis era autonoma e indipendente ed era governata da un re chiamato lucumone che veniva controllato da un'assemblea di aristocratici. Ma tra il VI e il V secolo a.C. il potere del re si indebolì e si affermarono regimi di tipo repubblicano. Molte poleis erano riunite in una lega, un'alleanza religiosa e militare, proprio come avveniva in Grecia. La lega più importante era la dodecapoli (unione di dodici città) che univa le poleis principali. Tra il VII ed il VI secolo a.C. ne fecero probabilmente parte: Veio, Cerveteri, Tarquinia, Vulci, Orvieto, Chiusi, Vetulonia, Volterra, Perugia, Cortona, Arezzo e Fiesole. Ogni anno i rappresentanti delle poleis che facevano parte della dodecapoli si riunivano presso il Fanum Voltumnae, un santuario. In quell'occasione si celebravano anche dei giochi, analoghi a quelli panellenici. I rappresentanti delle poleis cercavano di accordarsi su di una politica estera comune, ma raramente vi riuscivano. L'unione della dodecapoli così più che politica fu religiosa.
Dall'apogeo alla decadenza
La civiltà etrusca raggiunse il massimo sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C. In quest'epoca gli Etruschi si imposero facilmente sulle popolazioni italiche più arretrate, giungendo a controllare tutta l'area compresa tra la Pianura Padana e la Campania. La stessa Roma tra il VII ed il VI secolo fu sottoposta al predominio degli Etruschi (molti aspetti caratteristici della civiltà romana derivano dagli Etruschi: alcuni settori in cui l'influenza etrusca fu particolarmente significativa furono l’edilizia, l’arte di bonificare le zone paludose, scavando numerosi canali, l’uso delle dighe per impedire lo straripamento dei fiumi e la costruzione di ampie cisterne per il rifornimento dell'acqua). Contemporaneamente le flotte etrusche assunsero il controllo delle principali rotte del Mediterraneo, in concorrenza con Cartagine e le città della Magna Grecia. La fiorente civiltà etrusca, però, si rivelò debole sul piano politico. La lega delle poleis etrusche non seppe mai trasformarsi in un forte Stato, capace di garantire un'unità politica ai territori controllati dagli Etruschi. Anzi, frequentemente le poleis erano in lotta tra loro.
Fonte: http://www.insegnareitaliano.it/documenti/Laboratorio%20docenti/storia/Gentile%20Giorgio/Dcoumenti/Dispensa%20-%20Gli%20Etruschi.doc
Autore: prof. Gentile Giorgio
Etruschi
IL PROBLEMA DELLE ORIGINI
Fin dall’antichità si è avuto degli Etruschi un concetto unitario, espresso anche nel nome che veniva dato loro: i Greci li chiamavano Tirreni, i Romani Tusci.
Vediamo quali fossero le opinioni degli antichi in merito alle origini di questo popolo:
- ERODOTO li diceva originari della Lidia, in Asia Minore. Da lì giunsero, al seguito di Tirreno, figlio di Ati, nel territorio italico degli Umbri.
- ELLANICO li identifica coi Pelasgi, che guidati da un tale re Nanas (forse Ulisse?) approdarono al fiume Spina.
- ANTICLIDE concilia le due tesi precedenti affermando che Tirreno guidò in Italia i Pelasgi dalle isole egee di Lemno e Imbro.
- DIONIGI DI ALICARNASSO sosteneva invece la tesi dell’autoctonia, adducendo a prova di ciò l’antichità del popolo etrusco e il suo isolamento culturale e linguistico.
- Nicolas Fréret, nel 1753, propose la tesi dell’origine settentrionale degli Etruschi: sarebbero migrati in Italia attraverso le Alpi. In questo si appoggiava alla testimonianza di TITO LIVIO che affermava che nelle Alpi c’erano popolazioni che parlavano una lingua simile agli Etruschi, come i Reti. In realtà oggi sappiamo che si trattava di Etruschi della pianura rifugiatisi sulle montagne per sfuggire i Galli, nel V sec. a.C.
Tesi moderne in merito:
Tesi orientalizzante:
proposta da Brizio (1885), identifica gli invastori etruschi con i portatori della civiltà orientalizzante e gli Umbri di cui parla Erodoto con gli incineratori villanoviani. Questa tesi presenta delle sottili varianti: ad esempio, Pottier sostiene arrivarono dall’Adriatico e non dal Tirreno; Saflund attribuisce l’origine del villanoviano a una ondata egea, in cui collocano gli antenati etruschi da Lemno e Imbro.
Le prove a valore di questa tesi sarebbero i racconti di Erodoto e di Ellanico, la notizia contenuta nei testi egizi di un’invasione di cosiddetti Popoli del Mare che attaccarono l’Egitto sotto Ramses III (1230-1170) e il ritrovamento, a Lemno, di una stele del VI sec a.C. raffigurante un guerriero e con un’iscrizione simile all’etrusco.
La critica che si muove alla teoria è invece che il manifestarsi dell’orientalizzante in Etruria non giustifica necessariamente l’approdo di un popolo straniero (la cultura archeologica non necessariamente coincide con la cultura etnica). Il passaggio si può spiegare con gli scambi: le trasformazioni possono essere avvenute per via degli stranieri frequentatori, attirati dalle ricchezze minerarie della zona. Gli oggetti ritrovati nelle tombe sarebbero doni o materiale di scambio, non necessariamente di origine orientale, ma anche imitazioni di artisti orientali immigrati. Più tardi infatti molto di moda saranno i manufatti greci, ma non per questo si pensa a una colonizzazione etnica ellenica.
Tesi dell’autoctonia:
proietta indietro nel tempo la provenienza orientale degli Etruschi e ne spiega il carattere non indoeuropeo: gli Etruschi sono indigeni in Italia e quando arrivano gli indoeuropei restano isolati con la loro lingua. La toponomastica dimostra infatti l’esistenza nella penisola di un substrato linguistico più antico dei dialetti italici, affine all’etrusco.
Tesi settentrionalistica:
trova il suo fondamento nella ricostruzione pigoriniana: gli Etruschi, insieme ad altri popoli d’oltralpe, giunsero da nord, portando l’incinerazione, tipica dell’Europa centrale, in Italia. Si spiegherebbe così anche la differenza linguistica ed etnica tra Etruschi ed Italici.
Ogni teoria precedente avrebbe elementi positivi e negativi, ma l’errore in tutte le tesi è stato immaginare il popolo etrusco come un nucleo unitario fin dalla preistoria. Oggi prevale l’idea di un processo formativo cui hanno concorso diversi elementi etnici, linguistici, politici e culturali.
CRONOLOGIA
La fine della civiltà etrusca è facilmente individuabile, in quanto corrisponde con la compiuta romanizzazione. A seconda delle teorie si fa coincidere con la dittatura di Silla (80 a.C.) o il Bellum Perusinum di Ottaviano (40 a.C.)
Più difficile è indicarne un inizio. In questo caso si pensa a tre possibilità:
- villanoviano (dal IX sec a.C.): è una cultura che occupa siti che saranno poi etruschi, caratterizzata dai biconici funerari, con cippi in lingua etrusca
- proto-villanoviano (XII-X sec a.C.): cultura-premessa, caratterizzata dal rituale dell’incinerazione e da vasi di profilo biconico, in area tirrenica e padana orientale. Qui non si sa se siano già etruschi, dal momento che non ci sono iscrizioni e gli insediamenti non coincidono
- l’ipotesi dell’etruscologo Pallottino è legata alla cultura di Rinaldone: più antica del villanoviano, sarebbe riconducibile ad un popolamento proto-etrusco.
Quindi grosso modo la storia della civilità etrusca va dal IX sec. a.C. alla metà del I sec. a.C.
PROTOVILLANOVIANO (XII-X sec. a.C.)
I villaggi protovillanoviani si distinguono archeologicamente per alcune caratteristiche:
- distribuzione geografica nelle zone interne e lontane dal mare
- piccole dimensioni, in cima a colline scoscese, alla confluenza di due corsi d’acqua
Le capanne avevano la base scavata nel tufo, con canalette perimetrali e fori per i pali. Da un’economia basata essenzialmente sulla pastorizia, che aveva dato luogo a insediamenti stagionali, si passa a un potenziamento di attività stabili (agricoltura e allevamento). La produzione metallurgica era una componente fissa nelle zone ricche di miniere.
Per quel che riguarda il rituale funebre, a partire dal XII sec. a.C. comincia a prevalere la cremazione dei morti. Come cinerario veniva usato un biconico, coperto in genere da una scodella rovesciata.
Durante il X sec. a.C. avviene un fenomeno rivoluzionario: l’abbandono sistematico di questi villaggi e la nascita di nuovi (i futuri villaggi villanoviani). Questi sorgono vicino al mare (anche se non direttamente in riva), sono più grandi e ravvicinati e si trovano su alture piatte.
Per la formazione dei successivi villaggi villanoviani si sono creati due modelli interpretativi:
- Modello del Sinecismo: da più villaggi separati si giunge ad una unità. L’esempio è dato dal ‘field survay’ di Veio, che dimostra un popolamento spezzettato in più villaggi poi unificatisi nel VII sec. a.C.
- Modello dello Stadtwetung (‘del divenire città’): sempre nello stesso sito sono stati rilevati più addensamenti materiali, interpretati come inizio dell’occupazione. Probabilmente sul pianoro c’era già una certa unità e un ampio popolamento.
Anche nel caso di Tarquinia sinecismo e Stadtwetung convivono: fin dall’inizio c’è aggregazione, c’è un unico villaggio trainante, più attivo e più ricco. In questo senso il sinecismo non è un processo neutro, ma governato.
VILLANOVIANO (IX-VII sec. a.C.)
Nel 1853 Giovanni Gozzadini scopre nel podere di Villanovia (8 km circa a est di Bologna) duecento tombe caratterizzate da:
- rito della cremazione (uso proveniente dall’Europa centrale)
- deposizione dei resti ossei in vasi d’impasto (argilla non depurata, lavorata a mano e cotta a media temperatura) biconici, coperti da una ciotola
- presenza di oggetti di ornamento o comunque legati al defunto e di ceramiche d’impasto.
L’analisi delle impronte lasciate dalle capanne sul terreno mostra nel complesso l’adozione di una notevole varietà di soluzioni: piante rotonde, ovali, quadrate e rettangolari.
Meglio degli abitati conosciamo le necropoli. Abbiamo visto come il villanoviano sia caratterizzato da tombe individuali con cinerari di impasto nero biconici a motivi geometrici incisi, con un’ansa oppure due di cui una però spezzata, coperti da una ciotola o da un elmo.
Durante la fase iniziale il rito esclusivo è quello dell’incinerazione, sebbene vi siano attestazioni di inumazioni in fossa. Già nella fase più antica possono apparire, a chiusura dell’ossuario, al posto delle ciotole, elmi di terracotta e più tardi crestati, che riproducono esemplari bronzei. Particolare rilievo tra gli ossuari rivestono poi i modelli di capanna.
L’unità di stile è totale, le uniche differenze riguardano il sesso del defunto.
A partire dall’VIII sec. a.C., nel villanoviano evoluto, si perde uniformità: subentra il rituale dell’inumazione, i corredi funerari si articolano in più o meno ricchi, tramite gli oggetti contenuti: armi (indicano potere politico), morsi di cavallo (per i cavalieri, l’elite, o le loro mogli). Emergono alcune tombe in cui l’ideologia connessa con la guerra risulta ulteriormente enfatizzata con la deposizione di lance e spade, con la differenziazione tra corredi con lancia e corredi con lancia, spada ed elmo come copertura, che verosimilmente riflette un’organizzazione gerarchizzata. Probabilmente in questo periodo è emerso un gruppo oligarchico, grazie al controllo dell’accesso dei giacimenti metalliferi.
Da questo momento il passaggio dalla società protostorica villanoviana alla civiltà etrusca è molto accelerato: c’è sviluppo dei centri costieri e aumento della ricchezza.
La cultura villanoviana si trova in diverse aree:
- tirrenica: dell’Etruria propria, con corredi ricchi e influenze d’oltremare
- emiliana: dell’Emilia
- della zona di Verrucchio
- della provincia di Fermo
- della Campania (necropoli di Pontecagnano e di Capua)
- della Basilicata (Sala Consilina)
ETA’ ORIENTALIZZANTE (fine VIII-inizio VI sec. a.C.)
Il termine ‘orientalizzante’ è stato creato dalla storia dell’arte, per designare un fenomeno del linguaggio figurativo: l’abbandono del repertorio geometrico decorativo a favore di iconografie animali, vegetali e floreali, ispirate dal Vicino Oriente. L’espressione è poi diventata una categoria storiografica.
I modelli orientali si diffusero attraverso alcune tappe:
- Conquista di Siria e Fenicia da parte del re assiro Tiglath Pileser III, che causa l’emigrazione di Siriani e Fenici in Grecia e nel Mediterraneo orientale. Si tratta soprattutto di artigiani e commercianti che avevano già dimestichezza con quei luoghi. Sono loro a portare le prime forme di artigianato orientale in occidente.
- Fine dell’VIII sec. a.C.: migrazione degli Eubei verso la futura Magna Grecia. Anch’essi trasportano novità artigianali e artistiche.
- Metà del VII sec. a.C.: diffusione del nuovo gusto da parte degli Etruschi in area tirrenica.
Gli Eubei, i primi Greci giunti in Italia, prima di fondare Cuma, si fermarono sull’isola di Pithecusa (poi Ischia). Si trattava non di una città, ma di uno scalo portuale e mercantile, un emporion che viveva in funzione del passaggio di mercanti e navigatori.
Polluce, lessicografo del II sec. d.C., nel suo Onomasticon affermava che l’emporion era costituito da tre elementi essenziali: le botteghe, dove si immagazzinava e conservava il prodotto, le locande per l’accoglienza e i bordelli.
Lo scopo di queste realtà insediative era garantire la sicurezza del commercio. Fino all’VIII sec. d.C. gli scambi erano di carattere aristocratico: il nobile che possedeva la terra provvedeva alla diffusione dei prodotti presso gli altri nobili, con cui intratteneva rapporti. Da questo momento in poi, cambia il modello dello scambio: gli armatori mettono a disposizione le navi per la divulgazione dei prodotti. Nasce la professione del commerciante e anche il problema della sua sicurezza.
È proprio da questi empori, interetnici, che passa l’orientalizzante: qui arrivano oggetti e artigiani dall’Oriente, che poi addestrano le maestranze locali e insegnano le tecniche orientali.
Questo afflusso di uomini e idee, proveniente dal Mediterraneo orientale, introdusse fermenti nuovi e fecondi nella società etrusca, ancora in corso di strutturazione.
La connotazione guerriera per i personaggi maschili viene superata, per diventare un segno di status dei principi. Essi investivano il surplus delle loro risorse per l’acquisizione di beni suntuari, in modo da imitare il modus vivendi delle corti della Ionia asiatica e del Vicino Oriente. Di queste zone fu mutuato anche l’assetto monumentale delle residenze e delle tombe. Infatti, durante il periodo orientalizzante, nascono i primi palazzi. Tra essi, ad esempio:
- Palazzo di Murlo a Poggio Civitate, Siena
Non si trovava in un abitato etrusco, ma isolato in cima a una collina. L’alzato è perduto, probabilmente era in materiale leggero (vimini, argilla seccata al sole, legno). Si sono trovati i muretti di fondazione, le basi delle colonne e gli elementi fittili dei tetti.
La scuola di scavo americana sostiene si trattasse di un santuario, mentre per gli italiani si tratterebbe di un palazzo. Ci sono interpretazioni opposte anche sull’apparato delle decorazioni in terracotta che completavano l’edificio: secondo gli americani sarebbero figure divine e i bassorilievi, rappresentanti un banchetto e una processione nuziale, scene di vita quotidiana degli dei. Secondo gli italiani si tratterebbe invece della vita di personaggi illustri, principi.
In realtà la soluzione è molto semplice: per gli Etruschi la figura reale assorbiva in sé anche il potere regale, giudiziario e religioso, dunque la sua casa era anche un santuario (quelli sul tetto possono essere allo stesso modo antenati illustri e figure divine).
Che nel palazzo comunque si abitasse restano come prove i ritrovamenti di stoviglie, ceramiche e casalinghi di uso comune. Nel palazzo si svolgevano anche attività lavorative: si sono trovati scarti di lavorazioni, manufatti non finiti nell’ambito dei preziosi (oreficeria, avorio…)
Il modello del palazzo è chiaramente quello miceneo, che, parimenti, aveva funzione abitativa, religiosa e artigianale.
- Regia del Foro Romano
In età repubblicana sarà la sede di un sacerdote chiamato Rex Sacrorum. Egli conserva nel titolo di rex la memoria della parte religiosa del potere regale. In origine la Regia era la sede del re (egli abitava sul Palatino, ma questa era la sua sede ufficiale, simbolica, nel cuore statale della città).
Il fatto architettonico cruciale di questo palazzo è il grande cortile centale, su cui si affacciano i vani con portici a colonne. Anche qui si trovano terrecotte decorative, lastre a bassorilievo con animali e figure di minotauri.
Che fosse la sede del re ce lo dice un coccio di bucchero di un kantharos su cui è graffita la parola rex. La carica è in latino, ma la dinastia è etrusca.
I palazzi avevano tetti in tegole con rivestimenti in terracotta. Era questa una novità tecnologica importata dagli stranieri, che soppiantò i tetti di paglia locali.
Cicerone e Plinio raccontano che, intorno al 657 a.C. il corinzio Demarato lasciò la sua città, in seguito alla presa di potere del tiranno Cipselo, e cercò rifugio a Tarquinia, dove ottenne la cittadinanza e un matrimonio di alto livello (in Grecia non sarebbe mai potuto accadere) da cui nacque Tarquinio Prisco, futuro re di Roma. Questo episodio dimostra che in Etruria la regalità non aveva un legame etnico con la società e un re straniero non era considerato usurpatore. Plinio il Vecchio ci dice anche che Demarato era accompagnato da tre fictores (modellatori), artigiani specializzati. Furono loro a introdurre la modellazione della terracotta, poi utilizzata sui tetti.
EPOCA ARCAICA (580-70 a.C.)
Il quadro storico si evolve e si trasforma: c’è una più vasta navigazione e colonizzazione greca dall’Eolide e dalla Ionia asiatica e si assiste all’affermarsi dell’egemonia di Cartagine sulle colonie fenicie occidentali. Il risultato è il crearsi di antagonismi di potenze soprattutto nel mar Tirreno.
L’aumento della presenza greca, che vede anche il diffondersi in queste zone della civiltà della Ionia, ha per conseguenza per gli Etruschi una riduzione e poi scomparsa delle loro esportazioni; essi cercano quindi appoggio nel principale antagonista dei Greci: Cartagine.
Gli Etruschi apprezzano comunque lo stile elegante, morbido e raffinato introdotto dagli Ioni. Sarà questo il periodo più felice per l’arte etrusca: i caratteri ioni erano i più adatti alle esigenze comunicative, tanto che l’arte etrusca si identifica spesso col suo periodo ionico.
Esempi di questo nuovo stile si hanno con le cosiddette Hidriai Ceretane (seconda metà VI sec. a.C.), provenienti da un’unica bottega, di un caposcuola immigrato. Sono vasi decorati con tecnica a figure nere, con fregi ornamentali e figurativi. Lo stile è morbido, con graffiti raffinati che segnano il panneggio delle vesti.
Un sito etrusco che emerge in questo periodo e per certi versi paragonabile a quello di Pithecusa è Gravisca, porto di Tarquinia. Anche qui si sono trovate strutture interpretabili secondo lo schema dell’emporio, tra cui ad esempio un santuario dedicato a tre divinità femminili (Hera, Demetra, Afrodite) con pratica della prostituzione sacra. Qui sono presenti gli Ioni, sostituiti alla fine del VI sec. a.C. dai trafficanti di Egina.
All’interno della comunità etrusca si crea una stabile differenziazione sociale. Il particolare stile di vita che qualifica i signori tirreni comprende alcuni elementi essenziali e ricorrenti: lo sfoggio di insegne del potere politico-religioso e di ricchezza connotata da oggetti e cerimoniali esotici, l’esaltazione della genealogia, un rapporto privilegiato con la sfera della morte e con gli dei.
La crisi era però ormai alle porte e scoppiò con la creazione, da parte dei Focei di Marsiglia, di una colonia, Alalia, in Corsica, nel 562 a.C. Ne conseguì una reazione ostile, sia da parte dei Cartaginesi, sia da parte degli Etruschi, per il controllo del mare. I Focei avevano una concezione modernista del commercio: erano armatori e usavano monete di elettro (oro e argento). Cartaginesi ed Etruschi usavano invece ancora il baratto.
Un ulteriore accentuarsi dei contrasti fu causato dall’arrivo ad Alalia di nuovi fuggiaschi, provenienti da Focea assediata. La conseguenza fu la Battaglia del Mare Sardo nel 540 a.C. Vinsero i Focei, ma furono ugualmente costretti a lasciare l’isola, a causa delle ingenti perdite non compensabili dalla patria. Essi cercarono rifugio presso lo colonie greche dell’Italia meridionale e fondarono Velia, nella penisola del Cilento.
La conseguenza della guerra fu la creazione di un equilibrio nell’area tirrenica: gli Etruschi ebbero il controllo della Corsica orientale e ai Cartaginesi spettò il possesso della Sardegna costiera. I rapporti tra le due potenze sono amichevoli, come dimostrato dalle cosiddette Lamine auree di Pyrgi (fine VI – inizio V sec. a.C.), trovate nel 1964 nella fondazione di due templi, inchiodate su supporti lignei. Una lamina presenta un testo in alfabeto fenicio e lingua punica, l’altra in alfabeto greco e lingua etrusca, scritta da destra a sinistra; la terza lamina ha un testo etrusco più breve, una redazione più sintetica.
Questo il testo delle lamine:
“Alla divina Ishtar questo è il sacro luogo che ha fatto e donato Thefarie Veliana, melekh (re) di Kisra (Caere) nel mese di Zdebar come dono nel tempio e nel recinto, perché Ishtar ha favorito il re nel mese […], nel luogo della sepoltura e gli anni della statua della dea saranno tanti quanti queste stelle.”
Cosa possiamo dedurre da questo testo bilingue?
- In un santuario etrusco di una grande città, un sovrano locale ricorda una sua offerta votiva con un testo che fa tradurre anche in punico, per via dei rapporti molto stretti con i Cartaginesi
- Si tratta di un’operazione religiosa di significato politico: è una manifestazione di amicizia e gratitudine di un capo etrusco favorito dai Cartaginesi
- Il personaggio, in punico, è definito re, ma in etrusco no: è zilac non lucumone, quindi non è un re, ma un supremo magistrato, in un contesto ‘repubblicano’. Al tempo stesso, però, ha poteri regali, perché dagli stranieri si fa chiamare re.
A Caere, alla fine del VI sec. a.C., c’era una situazione istituzionale simile alla tirannide (presa di potere da parte di un cittadino che non può dirsi re, ma di fatto ne esercita i poteri). Forse è proprio per questo che si sottolinea la protezione della dea che rende legittimo il potere.
Nel 525 a.C. c’è un tentativo etrusco (fallito) di conquista di Cuma. Non si sa bene se il fatto si inquadri nei contrasti fra Greci ed Etruschi nell’area campana o se sia piuttosto un evento episodico con i caratteri di un’incursione di rapina o conquista sotto la guida di un capo, con seguaci dell’Etruria padana e altri di varie stirpi italiche.
Negli stessi anni si fondano le città marittime di Spina, per iniziativa di Felsina, Adria (città mista venetico-etrusca) e Verrucchio. Lo scopo di Spina è avere una posizione forte per lo scambio e un punto strategico sull’Adriatico.
Servio Tullio, indicato semplicisticamente dalle fonti latine, come successore di Tarquinio Prisco, fu forse, più che un re, un’autorità con caratteristiche da tiranno ed ebbe forti legami con la realtà etrusca. Secondo la versione ‘ufficiale’ nacque da una schiava, ma le fonti etrusche dicono cose diverse.
Servio, sarebbe stato un etrusco di nome Mastarna (cambiò nome una volta diventato re). Era compagno d’armi di Celio Vibenna, citato come eroe vulcente col fratello Aulo. Essi compirono azioni militari per prendere Roma (Celio diede il nome al colle conquistato). Non si sa se l’iniziativa fosse un tentativo egemonico di Vulci, ma la città se ne attribuì le glorie, come testimoniato dalla Tomba François.
Celio Vibenna fu catturato e quindi liberato da Mastarna, che favorì anche la presa di Roma, l’abbattimento dei Tarquinii. In seguito alla morte di Celio, il potere passò a Mastarna, tra i primo e il secondo venticinquennio del VI sec. a.C.
Mastarna ha il suffisso etrusco _na (‘discendente da’), ma va messo in relazione col latino magister. Possiamo quindi fare delle ipotesi:
- sarebbe un ‘amico del Maestro’, in senso militare (amico di Celio)
- richiamo al magister populi, che all’inizio della repubblica sostituisce il potere del re come magistratura suprema di dittatura. Forse c’era già nel VI sec. a.C. in opposizione all’ordine della dinastia dei Tarquini?
Le opere e la politica di Mastarna sono strettamente paragonabili a quelli dei tiranni greci: si tratta di un nobile che non fa gli interessi della democrazia ma del demos. Le riforme di cui si occupa sono:
- Riforma delle tribù: prima erano tre (Titienses, Lamnenses, Luceres). Lui ne crea quattro, con nomi topografici: Suburana, Palatina, Collina ed Esquilina. In questo modo intendeva forse allargare la comunità dei cittadini, favorire l’immigrazione.
- Riforma dell’esercito oplitico: prima era di tipo aristocratico, con pochi uomini. Ora diventa un esercito di cittadini. Mastarna crea cinque classi di fanteria, dalla più leggera (meno ricchi) alla più pesante (più ricchi).
- Fondazione dei comizi centuriati, per dare maggior peso politico ai cittadini
Si occupa anche di attività edilizia di carattere pubblico, immagine del suo prestigio e al fine di favorire il consenso dei cittadini.
MEDIOEVO ITALICO (V sec. a.C.)
La situazione documentaria è squilibrata, con riferimenti delle fonti storiografiche a fatti militari greci e romani più che etruschi.
La situazione archeologica è scarsa sul piano quantitativo e qualitativo, fatto da cui è dipesa la definizione di ‘medioevo italico’ per questo periodo.
Dal punto di vista storico generale il V sec. a.C. fu dominato dal confronto tra occidente (Greci) e Oriente (Persiani), attraverso le due guerre persiane (490 e 480 a.C.)
Avvenne un cambiamento di equilibri nel Tirreno: si assistette all’ascesa della potenza di Siracusa sotto i Dinomenidi: Gelone, allleato con Terone di Agrigento, battè i Cartaginesi nella battaglia di Imera del 480 a.C. Per i Greci questo rappresentò uno sdoppiamento delle vittorie ateniesi.
Nel 474 a.C. Ierone di Siracusa intervenne a Cuma, minacciata dagli Etruschi, e li vinse. Lo scontro non portò al totale e definitivo annientamento della potenza etrusca, ma alla sua sfera d’azione restò d’ora un poi precluso il Tirreno meridionale. In realtà questo dipese forse anche dalle condizioni e dalle trasformazioni socio-politiche delle città e dal variare dei loro rapporti.
Inoltre, a dimostrazione della vitalità economica e culturale ancora presente, c’è l’erezione del Tempio A di Pyrgi (470-460 a.C.). Sul frontone era rappresentato l’episodio finale della guerra dei sette contro Tebe, quando Tideo divora il cervello di Melanippo prima di morire colpito lui stesso. Athena era presente per donargli l’immortalità (contenuta in un vaso), ma inorridita per il gesto compiuto, gliela negò.
Perché rappresentare questa leggenda a Pyrgi? Si trattava probabilmente di un messaggio politico, volto a sottolineare gli orrori della guerra civile, fratricida.
Economicamente, questo periodo, è quello di maggior diffusione della ceramica attica in Etruria.
Nel VI sec. a.C. c’era stata una prevalenza di ceramiche greche ioniche (circa un 60%) accanto a quelle corinzie (20%). Nel secondo quarto dello stesso secolo c’era stata una crescita delle presenze attiche, con la ceramica a figure nere, fino a circa un 40%, arrivato al 60% alla fine del secolo. Il V sec. a.C. vedrà la completa egemonia della ceramica attica.
Gli scambi con Atene, dopo Cuma, entrarono in crisi, ma non ci fu subito un crollo (ci vollero circa 40 anni), considerato che anche Atene aveva problemi per via della Guerra del Peloponneso.
L’unica eccezione fu Spina, dove la ceramica attica ebbe il suo picco nel terzo quarto del V sec. a.C. e non ebbe più cali. Questo perché si trovava sull’Adriatico, non intaccata dai problemi del Tirreno.
Dalla metà del V sec. a.C. si assistette a un declino dell’economia e della cultura dell’Etruria marittima, testimoniata dall’assenza di costruzioni templari, dalla scarsità e povertà delle tombe, dalla contrazione della produzione artigianale e dalla caduta delle importazioni di ceramica attica.
L’unica eccezione fu Populonia, che presentava in quell’epoca un buon mercato di acquisti dall’Attica, produzione di opere di metallo-tecnica artistica, tombe a edicola e l’inaugurazione della monetazione in monete auree, in luogo dello scambio.
Nel 453 a.C. Siracusa affrontò un’operazione offensiva contro gli Etruschi, avente per obiettivo la regione mineraria. In questo modo contava anche di ottenere, oltre alle miniere, un controllo sui centri del Tirreno settentrionale, di salvaguardare le posizioni conquistate in area campana e di reprimere la pirateria etrusca. Siracusa inviò quindi una flotta sull’isola d’Elba e operò saccheggi in Corsica.
In questo periodo di crisi, si sviluppò però anche la già presente importanza dei contatti tramite vie interne, proprio a causa delle difficoltà che esisteva a una libera espansione commerciale nel Tirreno. Fu così che trovarono sviluppo le città di Spina, Bologna, Marzabotto.
- Bologna (Felsina) esisteva già in epoca villanoviana. Ora è sede della cosiddetta Civiltà della Certosa, caratterizzata da stele scolpite a rilievo e arredi etruschi in bronzo
- Marzabotto nasce ora come centro carovaniero
- Spina fiorisce a partire dal VI sec. a.C. E’ centro di redistribuzione di merci provenienti dal commercio marittimo tramite scambi con l’entroterra. Spina aveva, con il suo sviluppo, adombrato la città di Adria. Ma quando nel IV sec. a.C. cominciò l’interramento di Spina, si assistette anche al suo declino e alla ripresa di Adria.
Per quel che riguarda l’Etruria meridionale, ci fu un’interruzione delle vie terrestri fra Etruria e Campania, a causa della politica autonoma dei centri del Lazio e dell’invasione dei Volsci.
Le città etrusche della Campania raggiunsero la maggior prosperità proprio nel V sec. a.C.: a Capua vi fu una produzione di terrecotte architettoniche e votive e di lebeti di bronzo con coperchi a figure, oltre a scuole di ceramisti di vasi a figure nere.
Nel Lazio vi fu l’avvento al potere di una oligarchia, quella della famiglia dei Fabii, antietruschi, che promossero infatti la lotta con Veio. La città aveva approfittato della precarietà di Roma, dopo la caduta dei Tarquinii, per estendere la propria influenza su Capena, Falerii e sulla riva sinistra del Tevere.
Il primo episodio di contrasto si ebbe nel 477 a.C. con una spedizione dei Fabii e del loro esercito personale, conclusasi con la Battaglia del torrente Cremera, in cui perirono tutti.
Nel 438 le ostilità si riaprirono, per la supremazia su Fidene, che avrebbe significato per Roma la chiusura della navigazione del Tevere verso Sabina e Umbria. Gli ambasciatori romani inviati a Fidene per reclamare la rottura del patto d’alleanza furono uccisi. Fu quindi ucciso il re veiente Tolumno e nel 426 a.C. la città di Fidene cadde.
Di nuovo, nel 406 a.C. si arrivò allo scontro e, stavolta, alla fine dello stato veiente, causato dalla rottura degli equilibri tra le città etrusche e dalle crisi politico-istituzionali interne delle stesse.
LE INVASIONI CELTICHE
Alla fine del VII sec. a.C. cominciarono anche queste immigrazioni, con i Biturgi, sotto Belloveso.
Le prime ondate nella Pianura Padana (Insubres e Cenomani) si ebbero nel VI sec. a.C., poi ci fu una progressiva e rapida saturazione della parte centrale della Pianura Padana a nord del Po. I Senones si stanziarono lungo il litorale adriatico.
All’inizio del IV a.C. i Galli (Boii e Lingones) si spinsero in Etruria, a Roma, in Puglia e alla metà dello stesso secolo occuparono l’Etruria padana.
IL IV sec. a.C.
Nel 391 i Galli invasero l’Etruria e Roma. Saccheggiarono Chiusi che resistette strenuamente, poi scesero lungo la valle del Tevere fino al territorio romano ancora scosso dalla guerra con Veio. In questa occasione i sacerdoti flamini, le vestali e i sacra (simboli della città) furono trasferiti a Caere.
Nonostante l’invasione e l’incendio gallico, questo è un momento di grande sviluppo per Roma, che colonizza Veio e vede fiorire la propria arte. Di questo periodo è la Cista Ficoroni da Palestrina (metà IV sec a.C.).
Tra 358 e 351 a.C. ci fu la guerra tra Roma e Tarquinia. Tarquinia era a capo della coalizine anti-romana, cui si unì tutta l’Etruria e anche i Falisci. Dopo una prima sconfitta romana e il sacrificio umano collettivo dei 300 prigionieri, la guerra si concluse con una tregua.
Seguirono una serie di guerre tra Roma e gli altri popoli italici:
- 340-338 a.C. Roma contro Campani, Volsci e Latini
- 327-290 a.C. Roma contro Sanniti
- 312-308 a.C. Roma contro tutti i popoli dell’Etruria, tranne gli Aretini. La posizione politica delle città etrusche si era modificata: Tarquinia aveva meno potere e le città settentrionali erano poco interessate al conflitto con Roma.
- 295 a.C. Battaglia di Sentino. Gli Etruschi si alleano con Umbri, Galli e Sanniti contro Roma.
IL III sec. a.C.
Si assiste ancora a numerose schermaglie tra Roma e gli altri popoli:
- 294 a.C. presa di Ravenna
- 280 a.C. caduta di Vulci
- 265 a.C. caduta di Volsinii. Qui a causa di rivolte interne le elites chiesero aiuto a Roma, che fece però un intervento radicale: distrusse la città, trasferì gli abitanti a Bolsena (Volsinii Novi) e depredò il Fanum Voltumnae sede delle riunioni tra le città etrusche
- 241 a.C. distruzione di Falerii (Civita Castellana) con trasferimento della popolazione in una città vicina in pianura (Falerii Novi, S. Maria di Falleri)
I due casi di Volsinii e Falerii sono analoghi: in caso di contrasti interni Roma preferiva distruggere la città vecchia e ricostruirla in pianura, dove fosse più controllabile. L’atteggiamento non è però da generalizzare: era un comportamento eccezionale nei confronti delle elites locali, per evitare di sovvertire i rapporti nelle società delle città vinte. Altri interventi, soprattutto sulla fascia costiera, furono volti a distaccare le comunità etrusche dai loro tradizionali nodi di interesse marittimi e a garantire lo scorrimento strategico-commerciale romano verso la Liguria, anche attraverso colonie marittime:
- 273 a.C. fondazione di Cosa
- 260 a.C. ca fondazione di Pyrgi e Castrum Novum
- 247 a.C. fondazione di Alsium
- 245 a.C. fondazione di Fregene
Vulci venne smembrata e furono create delle prefetture soggette a Roma. Con Tarquinia vennero stretti dei patti di alleanza.
In Etruria settentrionale le città rimasero autonome. Il rapporto con Roma era regolato da alleanze, grazie alla diversa posizione geografica e forse per la complementarietà economica. Queste città raggiunsero, in questo periodo, il massimo sviluppo.
In questo stesso periodo Roma ampliò la sua potenza anche in altri territori:
- 275 a.C. vittoria a Beneventum su Pirro, chiamato in aiuto da Taranto, che fu presa
- 241 a.C. vittoria sui Cartaginesi che avevano aggredito i mercenari mamertini a Messina.
Roma prese possesso della Sicilia. Per il controllo di un territorio così lontano si escogitò il concetto di provincia: incarico, mandato amministrativo affidato dal Senato a un magistrato cui spetta l’amministrazione del territorio.
Nella seconda metà del III sec. a.C. l’espansionismo romano si orientò verso nord: nel 225 a.C. si ebbe la vittoria sui Galli a Talamone, poi a Casteggio. Con la presa di Milano si definì la conquista della Val Padana, che risolveva i problemi di approvvigionamento agricolo.
Tra 218 e 201 a.C. si scontrarono Roma e Cartagine. Quest’ultima tentò di avere l’appoggio delle popolazioni italiche. Si schierarono con lei Galli e città meridionali (dopo la vittoria di Canne), ma Etruschi, Umbri, Piceni e le colonie latine rimasero con Roma. Il cartaginese Annibale fu sconfitto e dovette rinunciare al possesso della Spagna.
Nonostante la ‘conquista’ romana delle città etrusche, perpetrata entro la prima metà del III sec. a.C., la civiltà etrusca continuò a persistere e resterà viva fino alla definitiva annessione di Roma avvenuta nel I sec. a.C. Vi fu anzi, tra le due realtà, una certa integrazione. Alcuni fenomeni della tarda etruscità si possono spiegare come fenomeni del divenire della civiltà romana:
- le opere figurate accolgono l’arte ellenica tramite la mediazione di Roma
- economia: adozione della moneta fusa (aes grave); centuriazione delle terre (latifondi); centri industriali avanzati (metallurgia estrattiva a Populonia e lavorativa ad Arezzo)
L’Etruria fu integrata nel sistema romano. Si costruirono strade a rapida comunicazione: la Via Aurelia sulla costa, la Via Clodia nel retroterra di Caere e Tarquinia, la Via Cassia verso l’Etruria del nord e la Via Flaminia nel territorio falisco verso l’Umbria)
LA FINE DELLA CIVILTA’ ETRUSCA
Tra 91 e 89 a.C. vi fu la Guerra Sociale, perché gli alleati volevano diventare romani. Gli Etrusdhi non entrarono nella coalizione. Nel 90, con la Lex Iulia fu offerta la cittadinanza a chi deponeva le armi e a chi non si era schierato. In questo modo l’intera Etruria passò sotto la diretta sovranità di Roma. Fu l’inizio di una fase di rottura degli equilibri stabilitisi nel periodo della confederazione romano-italica, specie in rapporto alle guerre civili. Silla ebbe reazioni violente nei confronti degli Italici (compresi gli Etruschi) schierati con Mario: le elites furono abbattute e le loro terre confiscate (83-82 a.C.). Fu la fine delle iniziative delle oligarchie etrusche ed italiche.
Nel 40 a.C. con la Guerra Perugina che vedeva opporsi Ottaviano e Lucio Antonio avvenne la definitiva scomparsa dell’antica nobiltà etrusca locale.
Da questo momento in poi vi fu l’Etruria fu integrata nel quadro della romanità. Si continuò a parlare etrusco, ma in sede letteraria divenne piano piano una lingua morta.
Durante l’età di Augusto le tradizioni e le sopravvivenze del mondo etrusco divennero oggetto di riflessione rievocazione: si valorizzarono le antiche città dell’Etruria con nuove colonizzazioni, si sancì il concetto unitario di Etruria tramite la creazione della VII Regione d’Italia.
Con Claudio si restaurò la disciplina etrusca.
L’Etruria campana fu divisa in una dodecapoli sul modello dell’Etruria propria, con capitale Capua.
Fonte: www.saecula.it/public/aree/etruschi/storia.doc
a cura di Gabriella Gavioli
link a sito web : www.saecula.it
La civiltà degli Etruschi si è sviluppata nell’Italia centro-settentrionale fra il 1000 e il 600 a.C. ed ha esercitato una grande influenza sulla cultura dell’impero romano. |
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Gli studiosi hanno ricostruito molti aspetti del mondo degli Etruschi, ma lo studio della civiltà etrusca è difficile perché la loro scrittura non è ancora stata decifrata.
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L’ORIGINE DEGLI ETRUSCHI
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LA SOCIETÀ ETRUSCA |
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Gli Etruschi riuscirono anche a migliorare l’agricoltura, che produceva molto. Per migliorare la produzione agricola costruirono dei canali per far scorrere l’acqua stagnante e bonificarono molti terreni. Anche i Romani fecero lo stesso. In questo modo riuscirono a coltivare terreni paludosi , come la Maremma e la zona del basso Po. Fino a quel momento nessuno aveva potuto coltivare quei terreni, dove gli Etruschi piantarono soprattutto grano e orzo. Sui terreni in collina invece piantarono la vite e l’olivo, che erano piante importanti. |
LE PAROLE
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Grazie al commercio e all’agricoltura che erano molto sviluppati gli Etruschi vivevano bene, e questo fece crescere la popolazione.
fonte: www.reteintercultura.it/attachments/192_07_GliEtruschi.doc |
Autore del testo: non indicato nel documento di origine
La donna etrusca
La donna nella società etrusca
CONDIZIONI SOCIALI
La donna all’interno della civiltà etrusca, a differenza del mondo latino e greco, godeva di una maggiore considerazione e libertà: se per i latini la donna doveva essere lanifica et domiseda, cioè seduta in casa a filare la lana, e su cui il pater familias (il capofamiglia) aveva il diritto di morte qualora fosse stata sorpresa a bere del vino, per gli Etruschi ella poteva partecipare persino ai banchetti conviviali sdraiata sulla stessa kline (letto) del suo uomo, assistere ai giochi sportivi ed agli spettacoli, bere vino, curarsi del proprio corpo. Non più analfabete, ma anzi colte, esse allevavano addirittura i figli senza preoccuparsi di sapere chi ne fosse il padre. Erano, questi, comportamenti da cortigiane, e nessuna seria matrona romana si sarebbe mai permessa simili libertà.
Tutto questo era così scandaloso per i Romani che non esitarono a identificare questa eguaglianza tra uomini e donne come indice di scarsa moralità da parte delle donne etrusche: a Roma addirittura dire “etrusca” era sinonimo di “prostituta”.
Ma la condizione sociale della donna nella civiltà etrusca era veramente unica nel panorama del mondo mediterraneo, e forse ciò derivava dalla diversa stirpe dei popoli, pre-indoeuropei gli etruschi, indoeuropei latini e greci.
La donna poteva perfino trasmettere il proprio cognome ai figli, soprattutto nelle classi più elevate della società. Nelle epigrafi talvolta il nome (oggi diremmo il cognome) della donna appare preceduto da un prenome (il nome personale), segno del desiderio di mostrarne l’individualità all’interno del gruppo familiare, a differenza dei Romani che ne ricordavano solo il nome della gens, della stirpe. Tra i nomi propri di donna più frequenti troviamo Ati, Culni, Fasti, Larthia, Ramtha, Tanaquilla, Veilia, Velia, Velka, i cui nomi appaiono incisi sul vasellame migliore di casa o accanto alle pitture funerarie.
Nell'ultima fase della storia etrusca, quando l'influenza culturale greca si fece sentire in modo più deciso nelle arti e sui costumi, le donne etrusche persero parte della propria indipendenza.
Alcune raffigurazioni della donna etrusca:

MODA
Le donne etrusche godevano di grandi libertà anche nel modo di vestirsi. In genere usavano una tunica lunga fino ai piedi, solitamente di stoffa leggera pieghettata o decorata ai bordi; sopra di essa portavano un manto colorato più pesante. Tra l'abbigliamento femminile troviamo anche gonne, casacche, corpetti. Le calzature più comuni erano sandali. Prima del V secolo le donne usavano portare un copricapo: il più diffuso era una calotta di lana, ma ne esistevano di molte fogge: a punta, conici, a cappuccio, a falde larghe; spesso identificavano l'appartenenza di coloro che li portavano ad una precisa classe sociale. A partire dal V secolo a.C. prevale l'uso di andare a capo scoperto e molte donne ricorrevano alle più svariate acconciature: lunghi, pioventi, a coda, annodati o intrecciati dietro le spalle, in seguito lasciati cadere a boccoli sulle spalle, infine annodati a corona sul capo o raccolti in reticelle o cuffie. L'abbigliamento era completato da gioielli di squisita fattura, orecchini, collane, bracciali, fibule, pettorali, nella cui produzione gli Etruschi erano maestri.

RELIGIONE
Anche nel campo religioso è possibile notare la frequente considerazione della donna:
Alcune fonti documentano che, nella prima fase del dominio etrusco, la religione onorava un’unica figura femminile, presente in numerosi culti e conosciuta con diversi nomi: Mater Matuta, Feronia, Bona Dea, Fortuna e infine Tanaquilla.
FAMIGLIA
Per quanto riguarda il ruolo della donna nella famiglia etrusca, vi sono diverse situazioni a seconda dell’appartenenza ad una diversa classe sociale: in una famiglia di classe sociale elevata, che poteva permettersi delle serve, la padrona non aveva attività particolari da svolgere fatta eccezione per le attività personali. Per esempio la cucina era completamente nelle mani delle serve che portavano sia pani e focacce che minestre e zuppe sulla mensa di tutti i giorni. A testimonianza della comoda vita delle padrone vi sono le immagini della “Tomba Giolini I” di Orvieto (nella foto), che mostrano la preparazione del banchetto dei servi mentre la comoda padrona assiste distesa sul letto del consorte.
“Tomba Giolini I” di Orvieto
LA FILATURA E LA TESSITURA
A parte la preparazione e la cottura dei cibi, le attività domestiche peculiari della donna etrusca (anche di elevato ceto sociale) erano la filatura e la tessitura della lana e delle fibre vegetali (lino). Già in epoca villanoviana i corredi delle tombe femminili contengono frequentemente rocchetti e fuseruole di ceramica e, talvolta, fusi di bronzo. L'attività della tessitura, del resto, è documentata negli scavi degli abitati da numerosi pesi da telaio, di norma realizzati in terracotta in forma troncopiramidale, oppure costituiti da semplici ciottoli (il telaio vero e proprio era invece interamente di legno). Alcune antiche scene figurate, per esempio sul tintinnàbulo di bronzo di Bologna (VII sec. a.C., nella foto sotto), riproducono le diverse fasi di lavorazione delle fibre tessili, in particolare della lana. Dopo essere stata cardata, cioè pulita e pettinata, quest'ultima veniva attorcigliata in fili grezzi e poi filata con il fuso (in legno, osso o bronzo); il filo così ottenuto, avvolto sui rocchetti, era quindi utilizzato per la tessitura, eseguita per lo più mediante telai verticali, nei quali i fili erano tenuti in tensione, a gruppi, dagli appositi pesi.
Tintinnàbulo di bronzo di Bologna (VII sec. a.C.)
fonte: http://www.google.it/url?sa=t&source=web&cd=8&ved=0CE4QFjAH&url=http%3A%2F%2Fgold.bdp.it%2Fdatafiles%2FBDP-GOLD00000000001B162D%2FLA%2520DONNA%2520ETRUSCA.doc&ei=9jXFTazgEIjBtAb58ZmTDw&usg=AFQjCNEOF2P1ZyDTGUSd9NTMi6IHfiOAdw
fonte: gold.bdp.it/datafiles/BDP.../LA%20DONNA%20ETRUSCA.doc
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