Peste nera storia cause sintomi
Peste nera storia cause sintomi
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La Peste Nera
Nel maggio del 1349, una nave che era partita da Londra verso la fine di Aprile, fu rivista soltanto qualche settimana dopo, arenata su un promontorio sabbioso presso Bergen, in Norvegia. A bordo non c’era anima viva, nessun superstite in grado di riferire l’accaduto.
Dove la steppa asiatica raggiunge il Mar Nero, lungo la costa orientale della Crimea, sorge oggi la città di Feodosiya, uno squallido insediamento con le fattezze tipiche della decadenza post-sovietica, ma nel 1340 si chiamava Caffa e il governatore genovese risiedeva in un sontuoso palazzo che si affacciava sul porto. I genovesi avevano mutato Caffa da un primitivo villaggio di pescatori in una graziosa città con un ricco mercato ed eleganti palazzi in pietra.
Nel 1346 Caffa fu assediata dai tartari che scagliarono con le catapulte una grande quantità di cadaveri di appestati sulla città nella speranza che l’intollerabile fetore ne uccidesse gli abitanti.
La peste nera che da Caffa giunse in Europa dimostrò una vitalità straordinaria colpendo, nel giro di pochi anni, regioni lontanissime l’una dall’altra come la Cina, l’India, la Siberia, l’Iraq e l’Egitto.
Tra il 1347, anno dell’arrivo della peste in Sicilia e il 1352 quando giunse presso Mosca, l’Europa perse 25 milioni di persone, un terzo del totale della popolazione del tempo.
I contemporanei furono atterriti da un male straordinariamente letale, la speranza di vita crollò miseramente, l’apocalisse pareva annunciarsi.
La peste è una malattia tipica dei roditori. Gli esseri umani sono vittime collaterali. Le prede naturali della Yersinia Pestis sono le marmotte, i ratti, gli scoiattoli ed altre numerose specie di roditori. I roditori (e soprattutto le loro pulci) che in passato sarebbero morti in campagna senza arrecar danno, cominciavano ad essere trasportati in località lontane dai mercanti che si muovevano numerosi tra l’oriente e l’occidente. Le città medievali, molto più popolate di un tempo, erano ben adatte alla diffusione della malattia.
Altro fattore importante del contagio furono le condizioni igieniche. Il principale veicolo di infezione fu il topo comune, il Rattus Rattus, che si nutre dei rifiuti urbani e che popolava copioso le città del tempo. “La città rende gli uomini liberi”, dicevano i tedeschi nel medioevo, tuttavia la concentrazione di esseri umani, topi, mosche e immondizie in uno spazio ristretto chiuso da mura faceva della città medievale una specie di fogna a cielo aperto. Nella Parigi medievale i nomi di molte vie derivavano dalla parola merde: Rue Merdeux, Rue Merdelet, Rue Merdusson, Rue des Merdons e Rue Merdière. Altre strade prendevano i nomi dagli animali che venivano macellati: Champ Dolet, l’ecorcherie. In ogni città c’erano vie in cui i macellai, sporchi di sangue, squartavano, tagliavano e segavano, in mezzo a frattaglie di ogni genere e ai gemiti degli animali agonizzanti. Il sangue degli animali sgozzati inondava le strade, ammorbava l’aria e attirava torme di topi.
Il tipico sistema fognario urbano iniziava con canali di scolo a cielo aperto che convergevano verso canali più profondi e finalmente si gettavano in un punto di raccolta (di solito un fiume). Quasi sempre il sistema faceva affidamento sulla forza di gravità e sull’acqua piovana. Il tempo secco e i grandi mucchi di escrementi si accumulavano nei canali e nemmeno i temporali, quando scoppiavano, riuscivano a convogliarli lontano.
Il corpo degli uomini del medioevo era in condizioni simili alle strade delle città. Edoardo II (1284-1327) scandalizzò Londra quando fece ben tre bagni in tre mesi! Un cronista inglese dice che quando Tommaso Becket fu denudato, il suo corpo pullulava di vermi. I greci consideravano la pulizia una virtù essenziale e i romani ritenevano tanto importante l’igiene che avevano eretto terme simili a templi. I cristiani rivoluzionarono questa visione e iniziarono a giudicare le terme un luogo di lussuria e peccato. Sembra che sant’Agnese (morta a Roma nel 304 all’età di 13 anni) e Caterina da Siena (1347-1380) siano morte senza aver mai fatto un bagno. Anche san Francesco si lavava molto di rado. Anche se non vi è dubbio sul fatto che la Xenopsylla Cheopis, la pulce dei topi, sia stata il primo veicolo del contagio, è probabile che anche la pulce umana, la Pulex irritans, abbia avuto un ruolo importante.
Da Caffa alle giungle del Vietnam anche la guerra ha sempre favorito la diffusione delle malattie. Infatti essa crea rifiuti che attirano i topi, i corpi sporchi attirano le pulci, lo stress indebolisce il sistema immunitario.
Il ruolo della malnutrizione è tuttora controverso. Comunque nelle pestilenze di India e Cina agli inizi del ventesimo secolo l’esperienza ha mostrato che la malnutrizione costituisce un fattore di rischio, in quanto danneggia il sistema immunitario del feto, causando una vulnerabilità che dura tutta la vita.
Per la Xenopsylla Cheopis il passaggio dal topo all’uomo è il frutto della disperazione. Il sangue umano non le è particolarmente gradito ma, se tutti i topi sono morti, non le resta altra scelta se non vuole morire di fame. La Xenopsylla Cheopis può sopravvivere per sei settimane senza cibo, quanto basta per essere trasportata per centinaia di chilometri. Una pulce infetta non può digerire bene il sangue che ha succhiato, così, afflitta da fame cronica, continua a mordere incessantemente diffondendo rapidamente il bacillo.
Negli esseri umani la peste può assumere tre forme cliniche:
- Peste bubbonica: è la più comune e viene trasmessa dalla pulce e ha un periodo di incubazione che varia dai due ai sei giorni. Il principale segno caratteristico è il bubbone ovoidale che si sviluppa nella regione dell’inguine, nelle ascelle e sul collo. Febbre acuta, vomito, diarrea, bava, vesciche, foruncoli la caratterizzano. Chi ne è colpito, a volte dà segni di delirio o altra pazzia, a volte cade in letargo, la pelle si cosparge di segni cinerei. Sembra che la peste medievale rendesse l’alito estremamente maleodorante. Il bubbone era terribilmente doloroso. Non curata ha un tasso di mortalità di circa il 50/60 %.
- Peste polmonare: si diffonde da persona a persona. Può accadere che, in alcuni casi di peste bubbonica, i bacilli creino delle metastasi nei polmoni, causando la peste polmonare. La vittima tossisce e sputa sangue e il virus si diffonde per via aerea. Questa forma è terribilmente letale, non curata raggiunge un tasso di mortalità prossimo al 99%.
- Peste setticemica: non dà scampo. Il bacillo delle peste entra direttamente nel sangue creando condizioni di gravissima tossicità.
Tutte le galee in fuga da Caffa divennero il palcoscenico di spettacoli orrendi. Ovunque c’erano persone che deliravano, che macchiavano i pantaloni con perdite anali sanguinolente; alcuni invocavano la madre, la moglie e i figli, altri maledicevano Dio. C’era chi trasudava pus dalle piaghe, altri erano colti da letargia mentre corpi enfiati di cadaveri rotolavano avanti e indietro sui ponti scossi dal rollio della nave.
Nell’ottobre del 1347 dodici galee genovesi attraccarono al porto di Messina, la peste nera era arrivata in Europa. In quel tragico autunno, a Messina molti morirono senza avere accanto un famigliare, un prete che ne ascoltasse la confessione o un notaio che prendesse nota delle ultime volontà. Solo i cani rimanevano fedeli ai padroni ammalati. In pochi mesi la peste raggiunse tutta l’isola uccidendo almeno un terzo della popolazione.
Con le stive piene di morti e agonizzanti i genovesi, espulsi da Messina, continuarono a navigare verso altri porti e così l’Europa occidentale iniziò a infettarsi senza rimedio. Genova stessa (che aveva provato a respingere le navi infette) era stata colpita a fine anno. Nei mesi successivi furono colpite Venezia, Firenze, Siena, Pistoia, Perugia, Orvieto solo per citare le città più importanti. Nel gennaio del 1348 la peste arrivò ad Avignone, nell’estate giunse a Roma.
Nel Medio Evo la settimana santa era tradizionalmente il periodo in cui si scatenava la violenza contro gli ebrei. A mano a mano che, nel corso dell’estate del ’48, la peste dilagava verso est attraverso la Francia, la Germania e la Svizzera, cominciò a diffondersi la voce che l’epidemia fosse frutto di un complotto ordito dagli ebrei. Tra l’estate del 1348 e l’inizio del 1349, fu sterminato un numero imprecisato, ma comunque molto elevato, di ebrei europei. Alcuni furono gettati in appositi falò, altri bruciati nel rogo, altri ancora arrostiti su griglie, mazzolati o chiusi in botti di vino e gettati nel Reno. Si parlò di un patto segreto tra ebrei e musulmani per sterminare i cristiani. L’ovvia obiezione che di peste morivano anche gli ebrei non valeva nulla per il popolaccio teso alla ricerca di un capro espiatorio e bramoso di mettere le mani sulla ricchezza degli ebrei. Alcuni governanti difesero le comunità ebraiche ma altri, temendo rivolte popolari, lasciarono che la plebaglia sfogasse la sua violenza.
Il papa, Clemente VI, aveva acquistato ad Avignone un nuovo cimitero, concesso l’assoluzione dei peccati ai morenti, tolto il divieto dell’effettuazione delle autopsie affinché i medici potessero indagare la causa del male, condannato gli attacchi contro gli ebrei con una bolla dai toni durissimi. Il papa si rifugiò in una tenuta fuori città e trascorse parecchio tempo nelle proprie stanze seduto in mezzo a due fuochi scoppiettanti. I fuochi erano stati accesi su consiglio dei medici, convinti che il calore avrebbe purificato l’aria infetta. Il sistema funzionò soltanto perché i fuochi tenevano lontane le pulci.
Un altro fenomeno inquietante fu quello dei flagellanti, che dilagarono nell’Europa centrale tra la fine del 1348 e l’inizio del 1349. Essi offrivano alle folle la loro “sacra rappresentazione” di sangue, dolore e redenzione. Nell’avvicinarsi a ogni città o villaggio, la schiera si annunciava con un impressionante coro di voci profonde. Alla vista dei flagellanti – scalzi, incappucciati, con mantelli bianchi ornati di croci rosse – la gente implorava: “salvateci!” Alcuni spettatori piangevano, donne in estasi si stringevano le mani al petto, alcuni portavano i loro morti per farli benedire. Gli ebrei si nascondevano dal momento che i flagellanti erano violentemente antisemiti. Entrati nella chiesa, i flagellanti si spogliavano sino alla cintola e si colpivano violentemente sulla schiena nuda. Quindi il Maestro dei flagellanti si aggirava tra i caduti colpendo alla cieca con una frusta dotata di punte di ferro affilate come aghi. Talvolta accadeva che una punta si conficcasse così profondamente nella carne che poteva essere estratta solo con un violento strattone. Successivamente, a un ordine del maestro, i flagellanti riprendevano a frustarsi sino a quando ricadevano a terra per l’ultima volta. Allora i presenti si aggiravano tra i penitenti singhiozzanti e sanguinanti, appoggiando i fazzoletti sulle ferite aperte. Poi, mentre la gente si strofinava il volto col sangue dei flagellanti il Maestro leggeva la “Lettera Divina”, un duro ammonimento all’intera umanità.
La flagellazione come espiazione di colpe collettive ebbe inizio in Italia nel 1260, quando la penisola fu colpita da una serie di carestie, epidemie e guerre. Dall’Italia il fenomeno si diffuse in Germania. La Chiesa aveva condannato il fenomeno, intuendone la pericolosità politica (i flagellanti si credevano santi e non obbedivano più alla gerarchia, verso la quale furono a volte violenti), ma da allora ogni volta che si verificava una catastrofe grave, bande di flagellanti tedeschi spuntavano improvvisamente dal nulla. Essi uccidevano gli ebrei ovunque riuscissero a trovarne. Il papa Clemente VI condannò con decisione il movimento.
I flagellanti si impegnavano a frustarsi tre volte al giorno per trentatrè giorni (un giorno per ogni anno di vita di Gesù). Poiché ai pellegrini era proibito lavarsi, radersi o cambiarsi d’abito, le colonne dei flagellanti divenivano ottimi veicoli di diffusione della peste. Così le autorità si decisero a stroncare il fenomeno con la forza.
La medicina del tempo era impotente di fronte alla peste. I medici seguivano ancora gli insegnamenti del greco Ippocrate per il quale la salute era condizionata dall’equilibrio nel corpo umano dei suoi quattro elementi costitutivi (sangue, bile nera, bile gialla e flegma). L’aria cattiva era pericolosa perché rompeva l’equilibrio degli umori del corpo. Così, prima di effettuare una visita, i medici si coprivano la testa con una maschera simile alla testa di un pellicano. Nel lungo becco veniva posto un profumo che avrebbe dovuto contrastare gli effetti dei miasmi.
Per i luminari cattedratici di Parigi la causa principale della peste era una sfavorevole congiunzione astrale. Secondo il medico musulmano Ibn al-Khatib per evitare la peste bisognava evitare l’esposizione ai venti del sud, portatori dei miasmi. Per il medico John Colle il rimedio contro l’aria infetta era un’aria ancora più infetta. Così molte persone iniziarono ad accovacciarsi ai bordi delle latrine puzzolenti per inalare i miasmi. Un altro medico musulmano Ibn Khatimah (che, ligio alla credenza islamica, non credeva al contagio) consigliava di sottoporsi a salassi per purgare le impurità del corpo. Per Gentile da Foligno i salassi dovevano durare sino allo svenimento!
A Winchester i cittadini chiesero che fosse scavata una fossa fuori dalle mura per seppellire i cadaveri che impestavano l’aria, ma il vescovo si oppose perché il giorno della resurrezione le persone sepolte avrebbero rischiato di essere dimenticate.
Gli unici consigli utili furono la dieta (solo perché favoriva il funzionamento del sistema immunitario) e il fuoco (perché teneva lontane le pulci).
Naturalmente i medievali avevano capito che la peste era contagiosa ed evitavano i contatti con gli ammalati e con i loro oggetti, che spesso venivano bruciati.
Un bel giorno dopo che Mosca fu devastata dalla peste nel 1352, la cristianità scoprì che la peste se n’era andata. Vita e allegria, che per tanto tempo erano state bandite, chiesero a gran voce di rifarsi. I superstiti bevevano fino ad ubriacarsi, fornicavano spudoratamente, spendevano con prodigalità, mangiavano con ingordigia, si vestivano in modo stravagante. Matteo Villani, il cronista fiorentino, scrisse: “Ci si sarebbe aspettati che coloro che la bontà divina aveva risparmiato…sarebbero diventati migliori, più umili, virtuosi e devoti (…). E invece… accadde esattamente l’opposto.”
Eppure la festa non durò a lungo. Nel 1361 ci fu una nuova e grave epidemia di peste, così una terza scoppiò nel 1369 e in avanti sino al 1720 l’Europa fu colpita, a intervalli quasi regolari da nuove ondate della malattia. Eppure nessuna di queste epidemie fu grave come quella del 1347.
La peste aveva sterminato, nel 1352, un terzo della popolazione europea. Le città divennero più piccole e i campi non coltivati divennero numerosi, così come ponti pericolanti, fattorie abbandonate, frutteti invasi dalle erbacce. Ovunque il segno della morte e della desolazione. Le “danze macabre”, cerimonie in cui la morte appariva come una scanzonata danzatrice desiderosa di danzare con chiunque, furono il segno di un nuovo rapporto con la morte. L’uomo tardo-medievale si aspettava di morire presto e dopo una lunga e atroce agonia. Il senso della fugacità della vita si acutizzò.
Un altro effetto della cronica mancanza di manodopera fu che il costo della manodopera e di tutto ciò che era frutto del lavoro crebbe terribilmente. Verso il 1375 i prezzi dei generi alimentari si stabilizzarono e quindi iniziarono a scendere, vista la diminuzione della domanda. Tutti gli altri generi continuarono ad aumentare o si stabilizzarono in alto. La nobiltà terriera fu la classe sconfitta, poiché i “proletari” scoprirono che la loro unica merce di scambio, il lavoro, aumentava di valore e di conseguenza aumentava anche il loro tenore di vita. La servitù della gleba scomparve quasi del tutto. I contadini, se non erano soddisfatti delle condizioni proposte dal feudatario, potevano semplicemente spostarsi in altri luoghi, certi di trovare proposte migliori.
Nel mezzo secolo successivo alla peste nera le rendite agricole salirono poichè, ormai, si coltivavano solo le terre più fertili.
I nobili reagirono imponendo leggi che rendessero illegale rifiutare un impiego o rompere un contratto di lavoro. Essi aumentarono, inoltre, le tasse dei contadini causando, in Inghilterra, la terribile rivolta del 1381.
Il brusco declino della forza lavoro costituì uno stimolo per la costruzione di nuovi strumenti che permettessero di risparmiare sulla manodopera. Gli alti salari fecero impennare il costo dei libri (un libro costava quanto una casa) proprio in un periodo, il 1400, che ne richiedeva in quantità. In questo modo avvenne la comparsa dei caratteri a stampa di Gutemberg. Nel settore minerario nuove pompe consentirono a un minor numero di minatori di scavare gallerie più profonde, nuovi sistemi di salatura consentirono ai pescherecci di stare più a lungo in mare con un equipaggio più piccolo.
Anche lo sviluppo delle armi da fuoco deve essere, almeno in parte, spiegata come un sistema per sfruttare meglio l’efficacia dell’azione dei soldati, i cui salari erano aumentati. I mulini, che prima erano usati solo per la macina dei cereali, vennero usati anche per altri scopi, come la follatura dei tessuti e il taglio della legna.
Anche gli ospedali cominciarono ad assumere l’aspetto moderno. Prima della peste gli ospedali servivano soltanto ad isolare gli ammalati. Dopo l’epidemia tentavano, perlomeno, di curarli. Un importante innovazione furono le corsie. I pazienti affetti dalla stessa malattia furono sistemati negli stessi locali. Anche l’igiene pubblica venne controllata meglio. Si istituì la “quarantena”.
Il lungo periodo di epidemie ebbe profondi effetti sulla religiosità. La gente, delusa dall’incapacità delle autorità ecclesiastiche di opporsi all’epidemie, iniziò a desiderare un rapporto più diretto e personale con Dio. Nuove sette ereticali, come i Lollardi in Inghilterra, fecero al loro apparizione. Questo “disinganno” nei confronti dell’autorità ecclesiastica favorì i germi che avrebbero portato, più tardi, alla riforma protestante.
Nell’autunno del 1347, quando la peste giunse in Europa, il continente era stretto nella morsa di un immobilità economica e intellettuale. La grande disponibilità delle risorse per i sopravvissuti, il bisogno di sostituire con nuovi sistemi la manodopera mancante scacciò l’inerzia. L’Europa emersa dalla spaventosa carneficina della peste nera era un continente rinnovato e purificato.
La peste in Sardegna
La peste giunse in Sardegna alla fine del 1347 o all’inizio del 1348 e fece molte vittime nel cagliaritano. Dopo la Sicilia la nostra fu una delle prime terre occidentali ad essere colpite dal morbo e, forse, proprio a causa di ciò i Doria, vincitori ad “Aidu de Turdu” (presso Bonorva) dei Catalano-Aragonesi, desistettero improvvisamente dall’assedio di Sassari e tornarono, i più, a Genova, permettendo al governatore del regno di Sardegna, Rambaldo de Corbera, di rientrare a Sassari. Nel 1375 ci fu una nuova pestilenza che produsse grosse perdite demografiche ed alla quale si deve la morte di Mariano IV d’Arborea. Pare che anche la morte di Eleonora d’Arborea, nel 1403, fosse dovuta alla peste. Numerose altre pestilenze colpirono nei secoli successivi la Sardegna. La più documentata fu quella del 1652. Portata da una tartana catalana che attraccò nel porto di Alghero, dilagò in tutta la parte settentrionale dell’isola e giunse, in seguito, anche a Cagliari. Il suo ricordo sta nella sagra di S. Efisio che si rinnova ogni anno il 1° maggio per il voto pronunciato l’11 luglio 1652 dai consiglieri della città di Cagliari.
Fonte: http://www.liceicarbonia.it/LettureProposteBrunoEtzi/terza/La%20Peste%20Nera.doc
Autore del testo: non indicato nel documento di origine
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La peste. Trasfigurazione letteraria: dall’antichità ai giorni nostri
In relazione alla consegna che vi ho trasmesso qualche giorno fa, accludo qualche suggerimento e qualche indicazione sul lavoro di ricerca che svolgerete.
Peste, come sapete, prende il suo nome dall’aggettivo latino peius, con il significato di peggiore: La peste, infatti, è la malattia peggiore, perché divora la popolazione, sottrae alle comunità i capofamiglia e decima la forza lavoro, mettendo in ginocchio tanto l’economia di una singola famiglia quanto quella di vasti territori.
Nella stesura del vostro lavoro, potrebbe essere interessante introdurre l’argomento chiarendo alcuni aspetti della natura del morbo. Quanti tipi di peste esistono? È chiaro che la peste di cui parla Lucrezio è diversa da quella raccontata da Manzoni ne I promessi sposi. Raccogliendo, magari, qualche stimolo/indicazione dalla docente di Scienze, potreste ricercare informazioni scientifiche sul morbo in sé e poi esplorare la sua trattazione letteraria.
La peste nell’antichità
Sono numerose le testimonianze di peste nell’epoca classica. La prima citazione letteraria di peste riguarda l’epidemia scoppiata nel campo degli Achei a causa dell’ira di Apollo per l’affronto recato al suo sacerdote Crise, come narra Omero in Iliade I, 43 – 61. La peste qui si catena con le frecce del dio e quindi appare qui più come manifestazione mitica che reale.
Il tragediografo Sofocle, per restare nel tema, descrive la diffusione del male a Tebe; esso si verifica alal morte del re della città, Laio, ucciso da uno sconosciuto. Prende il suo posto lo straniero Edipo, che sale al trono e sposa la regina Giocasta. Egli si rivela essere in realtà figlio di Laio e Giocasta; la peste rappresenta allora un simbolo della colpa di Edipo, uccisore del padre e sposo della madre, che si estende ai suo concittadini.
Tra le testimonianze più importanti possiamo trovare :
Tucidide, La guerra del Peloponneso II, 50 – 53
Lucrezio, De rerum natura VI, 1138 – 1286
Virgilio, Georgiche III, 478 – 492
Ovidio, Metamorphoses VII, 552 -560
Seneca, Oedipus, 52 – 70
Chiavi di lavoro :
- Ricava dalle descrizioni contenute dei testi le caratteristiche del motivo della peste attraverso l’individuazione delle parole e delle immagini chiave.
- Organizza il lavoro segnalando, per ogni brano, i sintomi fisici della peste sugli animali, poi quelli sugli uomini, le conseguenze morali della peste, le conseguenze sociali e le prese di posizione dell’autore.
- Confronta la descrizione di Tucidide con quella di Lucrezio.
- La peste può avere connotati simbolici?
- Qual è il ruolo del morbo nel contesto delle Georgiche?
La peste nelle letterature moderne
Il tema della pestilenza non cessa di interessare la letteratura. Lo scrittore Paolo Diacono, nella Historia Langobardorum II, 4 – 5, ci racconta la terribile epidemia sviluppatasi in Liguria. Anche in epoca moderna nuovi flagelli, tra i più violenti, si diffondo in Europa.
1348 : la “peste nera”
1566 – 1567 : la “peste di San Carlo Borromeo”
1630 : la peste raccontata da Manzoni ne I promessi sposi
1665 : la “peste di Londra”.
Testimonianze :
Giovanni Boccaccio, Decameron, Giornata prima. Introduzione
Francesco Berni, Rime, 52 e 53. Capitolo primo e secondo del la peste.
Alessandro Manzoni, I promessi sposi. Capp. XXXI – XXXVIII
Daniel Defoe, Diario dell’anno della peste
Edgar Allan Poe, Re Peste (Storia che contiene un’allegoria)
Albert Camus, La peste
Chiavi di lavoro :
- Ricerca il testo moderno segnalato e leggilo integralmente.
- Confronta il testo moderno con i modelli latini, per scoprire se esistono analogie o se si evincono differenze sostanziali.
- Quali sono gli elementi che collegano il testo moderno con le tematiche del suo autore e con il contesto culturale in cui è nato?
- Dopo aver letto il romanzo La peste, esamina le reazioni dei personaggi nei confronti della malattia
Immagini della peste
Potreste corredare il vostro lavoro con la trattazione dell’iconografia della peste e con l’analisi di qualche film ad essa dedicato. Tra gli altri
Danny Boyle, 28 giorni dopo, 2002
Ingmar Bergman, Il settimo sigillo (ovviamente…), 1956.
Lars Von Trier, Epidemic,,1987
Luis Puenzo, La peste, 1992
Mario Monicelli, L’armata Brancaleone, 1966
Roger Corman, La maschera della morte rossa, 1964
Sidney Salgow, Ubaldo Ragona, L’ultimo uomo sulla terra, 1963
Terry Gilliam, L’esercito delle 12 scimmie, 1995
Riepilogo : cosa serve per completare al meglio questo lavoro
Occorre dunque seguire una scaletta ben precisa su cui lavorare.
- La peste : definizione scientifica e storia del morbo.
- La peste nell’antichità. Svolgete una panoramica dei testi che vi ho suggerito o di altri che trovate, in cui, cioè, spiegate, brevemente, quanto avete letto di ogni singolo brano.
- La peste nell’antichità. Scegliete in particolare uno dei brani ed approfondite la trattazione, magari seguendo le “chiavi di lavoro” che ho indicato in questo foglio.
- La peste nelle letterature dell’età moderna. Svolgete la panoramica sui brani che avete ritrovato (chiaramente, potete ricercare anche altro materiale oltre quello che vi ho già indicato), come al punto 2.
- La peste nelle letterature dell’età moderna. Scegliete uno dei brani ed approfondite l’argomento.
- La peste di Albert Camus : l’ultima epidemia. Quali differenze riscontri con le altre narrazioni delle epoche passate? Inoltre, ecco la domanda decisiva: la peste raccontata da Camus è immaginaria. Essa è un simbolo. Di cosa?
- Sezione iconografica. Riflessione sulle immagini delle peste.
Fonte: http://www.liceocavalieri.it/public/classi/archiviorisorse%5CLa%20peste.doc
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La carestia del 1315-1317 e il ristagno economico
La crisi del Trecento si manifestò innanzitutto con la fame, prima ancora che con la tristemente celebre ondata di peste. Molti storici hanno iniziato a supporre un eccessivo aumento della popolazione rispetto alle risorse producibili: nei secoli precedenti l'aumento delle derrate prodotte si era avuto grazie alla coltivazione di nuovi terreni, che verso la fine del Duecento erano giunti alla saturazione. Né è una prova la presenza di insediamenti anche in zone disagiate (montagne, zone paludose, ecc.) dove si produceva con grosse difficoltà, ma anche quel contributo era necessario (tutti insediamenti che vennero poi abbandonati nel corso del secolo con la diminuzione demografica dando origine al fenomeno dei villaggi abbandonati). Il clima più freddo e più umido peggiorò i raccolti e esponeva la popolazione, soprattutto i bambini, alle malattie da raffreddamento.
Si manifestava così, nei ceti subalterni, una fetta di popolazione denutrita, abituata da generazioni a nutrirsi quasi esclusivamente di cereali, che dovette soccombere al primo prolungato rialzo dei prezzi dovuto ai cattivi raccolti degli anni 1315-1317. La "Grande carestia" fu il primo sintomo di una situazione in peggioramento, della quale, naturalmente, i contemporanei non potevano avere consapevolezza.
La ricca Europa duecentesca secolo non era già stata immune dalle carestie, solo che esse avevano coinvolto alcune zone circoscritte, ai cui bisogni si era potuto provvedere facendo affluire derrate alimentari da altre aree non colpite. Nel 1315-17 la carestia invece si manifestò in maniera disastrosa in quasi tutto il continente e in contemporanea. Si erano infatti susseguite delle condizioni climatiche negative (inverni rigidi e prolungati, estati eccessivamente piovose, alluvioni e grandinate), danneggiando ripetutamente i raccolti. I prezzi dei cereali aumentarono vorticosamente, provocando la morte per denutrizione di molte persone e di parecchio bestiame. È stato calcolato che nella città di Ypres, tra il maggio e il novembre 1316, morirono quasi tremila persone su una popolazione di 20-25.000 unità[2].
Una nuova ondata di carestia si abbatté sull'Europa nel decennio 1340-1350.
Nelle città la crisi si manifestò con il ristagno della produzione e dello smercio di alcuni prodotti (soprattutto tessili), e con uno stallo dei rapporti tra moneta aurea e d'argento, che aveva visto un minor richiesta dell'oro, segno della cattiva salute dei traffici internazionali. Un grave collasso finanziario si ebbe a Firenze, il maggiore centro finanziario della penisola, quando nel 1342-1346 fallirono a catena alcune grandi compagnie commerciali (dei Bardi, dei Peruzzi, degli Acciaiuoli) a causa dell'insolvenza di re Edoardo III d'Inghilterra, sconfitto nella Guerra dei Cent'Anni.
La peste nera
Il vero e proprio tracollo europeo si ebbe con l'arrivo di una durissima ondata di pestilenza, pare proveniente dalla Cina (dove c'era stata una grave pandemia nel 1333), che nel 1347 arrivò in Europa tramite le rotte commerciali, in particolare, pare, tramite le navi genovesi che facevano la spola tra Mar Nero e Mediterraneo per il commercio del grano. La pandemia si diffuse nelle zone portuali, arrivando a Messina e poi nelle città sul Tirreno, per poi spargersi ovunque.
L'epidemia era arrivata in Italia e nel Mediterraneo occidentale nell'autunno del 1347 per poi "congelarsi" durante i mesi invernali. Da marzo a maggio il contagio divenne allucinante, con le città che assistevano al progredire verso di esse del contagio terrorizzate di scoprire da un momento all'altro i segni della comparsa del male. Per tre lunghi anni la pandemia falciò il continente, fino all'estate del 1350 compresa.
Le cause dirette della pestilenza furono investigate solo nel XIX secolo, individuando almeno tre tipi di infezioni (polmonare, setticemia e ghiandolare o "bubbonica", che forse infierirono contemporaneamente. Quella bubbonica in particolare dava segni evidenti (i "bubboni") e si trasmetteva tramite i parassiti veicolati dai ratti all'uomo. L'epidemia fu particolarmente violenta per la debolezza endemica di larghe fette di popolazione denutrite e con il sistema immunitario depresso, e per le precarie condizioni igieniche di molti centri urbani sovraffollati. La comparsa dei sintomi (bubboni nella zona ascellare e inguinale, macchie nere, fino all'espettorazione di sangue), gettavano la popolazione nel terrore quali segni di sicura morte.
Gli studi parlano di una mortalità media del 25% della popolazione, con picchi (in Germania, in Francia e in Italia), del 30-35% e oltre. Alcune aree vennero anche inspiegabilmente risparmiate, come il milanese.
La pandemia terminò la fase acuta tra il 1350 e il 1351, permanendo però allo stato endemico e ricomparendo in successive ondate fino alla successiva pandemia del 1630. La popolazione europea non si riprese dal tracollo fino almeno al Settecento. Tra le conseguenze vi furono lo spopolamento delle aree impervie, con i contadini migrati a riempire gli spazi vuoti nelle aree più fertili in pianura e in collina, e la crisi dei piccoli proprietari terrieri, che vendendo i loro terreni favorirono la concentrazione delle proprietà in un minor numero di mani. I ceti dirigenti, in alcune zone, si allontanarono dal controllo diretto della terra, preferendo affidarla in affitto o secondo altri contratti (come la mezzadria in Toscana) e vivendo di rendita. Le condizioni di vita del ceto rurale peggiorarono comunque notevolmente e si andò formando una specie di "proletariato" rurale.
Conseguenze devozionali
La disordinata religiosità che fu animata dalla sensazione di terrore e di disorientamento a fronte dell'inspiegabile susseguirsi di calamità e sciagure (carestie, epidemie, guerre, l'avanzata dei Turchi o dei Tartari), fu permeata da elementi apocalittici e irrazionali, che credevano in un'azione diabolica congiunta e particolarmente efficace. La fine del mondo e la venuta dell'Anticristo sembravano più vicine che mai e si cercarono dei nemici da combattere, che erano, oltre ai cattivi cristiani, gli ebrei e le streghe, contro le quali si scatenò una vera e propria "caccia".
Della sensibilità religiosa imbevuta di paura si approfittarono i predicatori popolari, che fecero incrementare le donazioni alla Chiesa e l'acquisto di indulgenze. La paura per la morte, visibile nei frequenti dipinti di "trionfi della morte", "danze macabre" e "incontro dei tre vivi e dei tre morti", era un sentimento nuovo ed era drammatizzata dal confronto con i prosperi secoli immediatamente precedenti. proliferavano gruppi e confraternite di penitenti, più o meno eterodosse, mentre in Italia e in Fiandra nacque la devotio moderna, con rappresentanti come Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Enrico Suso e Tommaso da Kemps. Essa promuoveva un'adesione religiosa meno formale e più legata ad aspetti intimi e personali, intesa come un valore essenzialmente umano. L'opera più importante di questa corrente fu l'Imitazione di Cristo, tra i più celebri trattati di meditazione cristiana di tutti i tempi.
Le rivolte
Alle carestie, le epidemie, la riduzione degli spazi a coltura cerealicola in favore di coltivazioni più redditizie, le vessazioni del ceto fondiario, vanno aggiunte le guerre che erano frequenti in tutta Europa e che si tramutavano talvolta in razzie, saccheggi e assedi a lungo termine con una destabilizzazione della società.
L'aggravarsi delle condizioni di vita dei ceti subalterni nelle campagne produsse inizialmente un flusso di persone verso le città, dove erano almeno presenti alcune istituzioni caritatevoli che gli assicuravano un minimo di sostentamento giornaliero. Ciò causò un sovrappiù di manodopera che minacciò i ceti subalterni cittadini. Il malessere verso una situazione divenuta ormai insostenibile fu all'origine di rivolte un po' in tutta Europa, sia nelle campagne che nelle città, a partire dai ceti più umili che talvolta riuscivano a coinvolgere anche frange più agiate, come i piccoli artigiani o i produttori subalterni.
In Fiandra si erano registrate rivolte già nel primo trentennio del Trecento, mentre le campagne francesi vennero battute tra 1315 e 1360 dalle folle dei pastoureaux ("pastorelli") e, tra il 1356 e il 1358, dalla jacquerie, dove i contadini inferociti misero al rogo parecchi castelli ed aggravarono la situazione già difficile durate la guerra dei Cent'Anni. Nel 1356 dilagò a Parigi una rivolta capeggiata dal "prevosto" dei mercanti Etienne Marcel.
Tra il 1351 e il 1378 si ebbero le rivolte dei Ciompi a Perugia, a Siena e a Firenze. In Inghilterra si ebbe una dura rivolta cristiano-popolare nel 1381, capeggiata da Wat Tyler e John Ball, che si ribellarono al duro regime fiscale imposto dal re a causa della lunga guerra contro la Francia.
Fonte: http://www.itchiavari.it/lettere/storia_2/appunti_36.doc
Autore del testo: Giuseppe Guidotti
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