Rivoluzione francese e Napoleone Bonaparte riassunto

 


 

Rivoluzione francese e Napoleone Bonaparte riassunto

 

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Rivoluzione francese e Napoleone Bonaparte riassunto

 

La rivoluzione francese

 

Gli antefatti

Durante il lungo regno di Luigi XV (1723-74) la situazione economica della Francia era andata progressivamente peggiorando: la guerra e i crescenti bisogni della vita di corte (Versailles) richiedevano l’imposizione di continue tasse. Per accrescere il gettito delle imposte e contenere il deficit di bilancio, il governo era ricorso a manovre finanziarie assai pericolose: concessione di alti tassi d’interesse sui prestiti dei cittadini, indiscriminata vendita di uffici pubblici, alterazioni del valore della moneta, riduzione arbitraria dei debiti dello Stato (bancarotta). Tutto questo perché le classi privilegiate (nobiltà e clero) erano riuscite, per interi decenni, a bloccare ogni provvedimento fiscale che estendesse anche a loro il peso tributario.  Le tasse erano prevalentemente pagate dai contadini e dalla borghesia. Nelle campagne il diritto di proprietà spettava ancora quasi interamente alla Corona, alla nobiltà e al clero. I contadini non erano più servi della gleba, come nel Medioevo, perché disponevano della libertà personale, però, non essendo proprietari di nulla, erano costretti a versare al clero le decime (cioè una parte dei prodotti dei campi), pagavano imposte e gabelle regie, erano obbligati dallo Stato a prestazioni di lavoro gratuite (corvées) per la costruzione di strade e caserme, ecc. Gli stessi nobili li obbligavano a pagare tasse sul commercio al minuto, pedaggi per l’uso di strade e ponti, tributi in natura, in denaro, in corvées. La borghesia si era arricchita notevolmente, ma non aveva alcun potere politico. Solo una piccola parte s’era procurata titoli nobiliari ereditari mediante l’acquisto degli uffici pubblici. Le piccole aziende manifatturiere si erano trasformate in opifici di vaste dimensioni. La ricchezza dovuta ai commerci, all’industria, alle società per azioni e agli istituti bancari aveva indotto la borghesia a chiedere la fine del regime del privilegio di clero e nobiltà, la libera disponibilità della terra, la piena libertà dei commerci (senza vincoli doganali e corporativi).

 

La rivoluzione

L’incapacità della monarchia (Luigi XVI) a dirigere dall’alto le istanze di rinnovamento dei ceti borghesi (dispotismo illuminato) rese inevitabile la convocazione degli Stati Generali, non convocati dal 1614 (non avevano potere legislativo ma solo consultivo). Il ministro delle finanze Necker si batté perché la borghesia (Terzo stato) mandasse all’Assemblea più delegati di quanti non potessero disporre nobiltà e clero messi insieme, di contro alla consuetudine che prevedeva invece, per ogni circoscrizione elettorale, la designazione di un candidato per ciascun ordine sociale. Nell’Assemblea la borghesia propose che il voto non fosse dato per ordine ma per testa (per avere la maggioranza) e che i lavori non si svolgessero in camere separate secondo gli ordini, ma in un’unica assemblea (per affermare la parità sociale dei delegati). Di fronte al rifiuto di nobiltà e clero, la borghesia si costituì in Assemblea Nazionale, proclamandosi rappresentante della volontà nazionale (giugno 1789).

La maggioranza dei delegati del clero, che provenivano da parrocchie rurali, decise di unirsi alla borghesia. Il re fece chiudere la Camera delle riunioni, ma il Terzo stato si trasferì in una sala adibita dalla Corte al gioco della pallacorda, giurando di riunirsi finché la Costituzione non fosse stabilita (Giuramento della Pallacorda). Il re ingiunse agli eletti di sciogliersi e di tornare a riunirsi l’indomani separatamente nelle sale assegnate a ciascun ordine. La borghesia non obbedì. Evitando di usare la forza, il re invitò clero e nobiltà a unirsi alla borghesia: l’assemblea così si proclamò Assemblea Nazionale Costituente.

Sospinto dagli aristocratici, Luigi XVI licenziò Necker e ammassò truppe mercenarie svizzere e tedesche nei pressi di Parigi. Il popolo di Parigi rispose occupando la Bastiglia, cioè la prigione per i condannati politici, simbolo dell’autorità assoluta del monarca. Il popolo creò nuovi organi di governo (a Parigi) e di difesa (la Guardia Nazionale, capeggiata da La Fayette, che già aveva combattuto a fianco degli insorti americani). L’esempio di Parigi viene seguito da altre città, che considerano la Costituente come l’unica vera fonte d’autorità. Nelle campagne si diffonde la “Grande Paura” dei nobili, che vedono le loro proprietà saccheggiate o espropriate dai contadini. Nell’agosto ‘89 l’Assemblea dichiara abolito il sistema feudale (corvées, decime), anche se vincola questa abolizione all’indennità che i contadini devono pagare ai nobili per le proprietà requisite.

L’atto di morte dell’ancien régime viene ratificato con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Principi fondamentali:

  • sovranità popolare,
  • diritti di libertà (opinione, stampa, religione, riunione),
  • uguaglianza giuridica,
  • tutela della sicurezza personale e della proprietà individuale.

 

La Costituente si preoccupò non solo di convogliare le forze popolari contro i ceti privilegiati, ma anche d’impedire che queste forze potessero dirigere il corso della rivoluzione. Venne perciò introdotto il principio della separazione dei poteri dello Stato:

    • quello esecutivo spettava al re, che aveva il diritto di veto, col quale poteva bloccare per 4 anni le decisioni dei rappresentanti eletti;
    • la borghesia si riservava l’assoluta preminenza nella funzione legislativa;
    • fu approvato il sistema monocamerale (cioè senza una Camera Alta da riservare alla nobiltà);
    • viene sancito il criterio censitario come condizione per l’esercizio dei diritti politici (solo i cittadini, cioè i maschi con almeno 25 anni di età, che pagassero un’imposta diretta pari a 3 giornate lavorative, potevano votare ed essere eletti).

Il re rifiutò l’abolizione dei diritti feudali, la suddetta Dichiarazione e la Monarchia costituzionale, ma una folla affamata si recò a Versailles per costringerlo ad approvvigionare la capitale, a ratificare le decisioni della Costituente e a trasferire la corte a Parigi. Questa parte di popolazione venne sempre più definendosi come Quarto Stato o Sanculotti, e i due circoli politici che esprimevano di più le sue esigenze erano i giacobini e i cordiglieri.

Intanto la Costituente, per fronteggiare la grave situazione finanziaria, prese la decisione d’incamerare i beni degli ordini religiosi a favore del demanio statale. L’esecuzione della vendita dei latifondi ecclesiastici fu affidata ai Comuni, ma siccome l’operazione era lunga e complessa, e l’erario aveva bisogno di soldi, l’Assemblea autorizzò il Tesoro ad emettere dei titoli di stato (assegnati) col valore di cartamoneta, garantiti dai beni espropriati. In tal modo chi comprava gli assegnati si sentiva strettamente legato agli esiti della rivoluzione. L’Assemblea inoltre abolì il clero regolare, trasformò quello secolare in funzionari stipendiati dallo Stato mediante la Costituzione civile del clero, la quale prevedeva il principio elettivo per tutti i gradi della gerarchia ecclesiastica, senza diritto di conferma canonica da parte del papa. Il clero si divise in due parti: costituzionali e refrattari (questi ultimi favorevoli al papa, che condannò sia la Dichiarazione che la Costituzione del clero).

Luigi XVI, dopo essere stato costretto a ratificare la Costituzione del clero, decide di fuggire dalla Francia, ma alla frontiera belga viene riconosciuto e arrestato. Il sistema della monarchia costituzionale entra in crisi: il re passa per un traditore della nazione, fomentatore di guerra civile e alleato delle potenze straniere antifrancesi.

Cordiglieri e giacobini ne approfittano per rivendicare maggiori poteri in seno all’Assemblea, la quale però al Campo di Marte (Parigi) fa sparare sulla folla, sospende la libertà di stampa e di riunione. L’Assemblea (ove dominano i girondini) cerca di superare la paralisi del movimento democratico in 3 modi:

  • fa credere all’opinione pubblica che la fuga del re era un rapimento tramato da controrivoluzionari;
  • si scioglie, trasformandosi in Assemblea Legislativa, eletta a suffragio censitario (impedisce a tutti quanti avevano fatto parte della Costituente di poter partecipare anche alla Legislativa);
  • dichiara una guerra preventiva all’imperatore d’Austria e Prussia.

 

Alla guerra contro Austria-Prussia si giunse per tre ragioni:

  • fame e disoccupazione dilagavano nel Paese;
  • gli ambienti di corte erano convinti che la Francia rivoluzionaria ne sarebbe uscita sconfitta;
  • gli ambienti rivoluzionari volevano esportare all’estero i loro principi politici.

 

Solo Robespierre e pochi giacobini erano contrari, temendo che la guerra segnasse la fine della rivoluzione. All’inizio, in effetti, il conflitto fu disastroso per la Francia: esercito male organizzato, ufficiali aristocratici non disposti a combattere con impegno, tradimenti continui della corte che complottava col nemico. La prima grande sconfitta fu quella di Verdun, che ebbe come effetto le stragi di settembre nelle carceri parigine: almeno 1300 detenuti politici conservatori vennero uccisi dalla folla in tumulto. Intanto la Comune insurrezionale di Parigi obbliga la Legislativa ad arrestare il re. La stessa Legislativa convoca una nuova Assemblea, la Convenzione Nazionale, che avrebbe dovuto trasformare il Paese in una Repubblica. La monarchia era finita. La Fayette si era consegnato agli austriaci. Pochi giorni dopo il massacro di settembre vi fu la grande vittoria francese a Valmy e la conquista del Belgio. Nella Convenzione, i girondini, che rappresentavano la medio-alta borghesia progressista, conservarono il governo del Paese (sostenevano la tesi federalista); a sinistra erano i giacobini (detti montagnardi), rappresentanti della piccola borghesia: essi riusciranno a far proclamare la Repubblica una e indivisibile, ed anche a far condannare a morte il re.

Nel ‘93 la Convenzione votò la Costituzione dell’Anno I della Repubblica: per la prima volta in Europa s’introdusse il principio del suffragio universale, sopprimendo la discriminazione censitaria dei cittadini in attivi e passivi, e attribuì il diritto di voto (segreto e diretto) a tutti i francesi maschi maggiorenni, prevedendo anche l’intervento assistenziale dello Stato a favore dei ceti indigenti. Questi principi non furono però applicati perché gli eventi internazionali favorirono l’avvento di una dittatura politica. Infatti, avendo occupato Belgio, Olanda, Savoia e altri territori, la Francia si vide coalizzare contro moltissimi paesi europei: Austria, Prussia, Inghilterra, Olanda, Spagna, Portogallo, Russia, Piemonte, Stato Pontificio. La Francia deve ritirarsi un po’ ovunque. All’interno scoppia la guerra civile in Vandea: alla miseria si era aggiunta la coscrizione obbligatoria che colpiva soprattutto i contadini più poveri.

Nella Convenzione, intanto, i montagnardi imposero ai girondini leggi di emergenza:

    • attribuire alla Convenzione tutti i poteri;
    • dittatura rivoluzionaria;
    • organo collegiale di controllo sul governo (Comitato di salute pubblica);
    • Tribunale rivoluzionario;
    • politica economica rigidamente centralizzata (blocco dei salari e dei prezzi).

I giacobini, con un colpo di stato, s’impadroniscono del potere e condannano a morte 21 deputati girondini. Cala il prestigio di Danton e sale quello di Robespierre e Saint-Just. I girondini rispondono scatenando varie insurrezioni nei dipartimenti e nelle grandi città; uccidono Marat. I giacobini attuano così la politica del Terrore:  

      • contro gli accaparratori di derrate e per il controllo della distribuzione dei generi alimentari di largo consumo creano la legge del Maximum, cioè un calmiere dei prezzi;
      • viene imposto il corso forzoso degli assegnati, la cui continua emissione li aveva fortemente svalutati;
      • viene soppressa stampa dissidente, chiusi i club antigiacobini, promulgata la legge dei sospetti, giustiziata la regina, repressa rivolta vandeana e tutte le rivolte girondine.

 

Il governo giacobino, inoltre, eliminò il gruppo di Danton, accusato di eccessivo moderatismo, e il gruppo di Hébert, accusato di eccessivo estremismo; impose come religione di stato il culto dell’Essere Supremo; ma non riuscì a impedire il mercato nero né a garantire sufficienti salari al proletariato delle città. Le vittorie militari francesi fecero capire alla borghesia che non c’era più bisogno di una dittatura rivoluzionaria. La borghesia approfittò del fatto che i giacobini, eliminando i seguaci di Danton ed Hébert, si erano inimicati le masse popolari, per compiere un colpo di stato e rovesciare Robespierre e Saint-Just, accusati di voler imporre una tirannia personale (reazione termidoriana). La Convenzione Termidoriana abolì subito il calmiere dei prezzi e scatenò il terrore bianco contro i giacobini. Per evitare che i realisti riprendessero il potere, la Convenzione affida il governo a un Direttorio, dal quale emergerà la dittatura militare di Napoleone Bonaparte.

 

 

Napoleone e l’Europa

 

Subito dopo la reazione termidoriana della grande borghesia, che pose fine alla Rivoluzione francese, la Convenzione Nazionale stipulò trattati di pace col Granducato di Toscana, Prussia, Olanda e Spagna. La guerra contro la Francia era continuata dall’Impero d’Austria, che non voleva rinunciare ai Paesi Bassi austriaci occupati dalla Francia (in questo l’Austria era appoggiata dal Regno di Sardegna), mentre l’Inghilterra continuava a mantenere attiva la guerra sui mari. Fu così che il Direttorio (organo collegiale repressivo cui la Convenzione, sciogliendosi, affidò il governo del Paese) decise d’impegnare contro l’Austria tutto il potenziale bellico a disposizione.

Intanto nel continente europeo, sotto l’incalzare degli eventi francesi, le monarchie assolute e illuminate (con l’appoggio di nobiltà e clero) abbandonano la politica delle riforme, temendo ch’essa possa rivolgersi contro i loro interessi. Saranno gli eserciti francesi al seguito di Napoleone (che comandava un’armata in Italia nella guerra antiaustriaca) a fornire alle minoranze attive e coscienti della borghesia il sostegno della forza militare contro gli ordini privilegiati. Anche se l’occupazione militare dei francesi, il vassallaggio in cui saranno tenute le nuove Repubbliche create da Napoleone, la subordinazione delle attività economiche agli interessi francesi, determineranno nella borghesia liberale l’esigenza di affermare il concetto di nazione (cioè di repubblica indipendente anche dalla Francia).

Il fronte italiano, che nei piani strategici del Direttorio aveva solo rilievo secondario, diventò ben presto il teatro in cui si decise l’esito del conflitto tra Francia ed Austria. La nuova arte militare era basata sulla rapidità dell’azione offensiva accuratamente preparata e decisamente condotta. Il primo regno ad essere sconfitto fu quello sabaudo di Vittorio Amedeo III. Proseguendo l’offensiva, Napoleone occupò Lodi, Milano, Mantova, i ducati di Parma e Modena, la Toscana, lo Stato della Chiesa, mentre il regno di Napoli si ritirò dalla coalizione antifrancese. I governi repubblicani nel nord-Italia dopo aver dato vita a una Confederazione, crearono la Repubblica Cispadana; le province lombarde crearono la Repubblica Transpadana. Napoleone fuse le due Repubbliche creando la Repubblica Cisalpina, con capitale Milano, a capo della quale mise degli elementi moderati filofrancesi, vietando che si ponesse all’ordine del giorno la prospettiva dell’unificazione nazionale. Napoleone vedeva il problema italiano come uno strumento per la sua politica di prestigio personale, e per continuare a imporre esazioni in denaro e confische di opere d’arte. Intanto a Genova un’insurrezione giacobina portò alla formazione d’un governo filofrancese. A Roma, col pretesto dell’uccisione casuale d’un generale francese da parte della gendarmeria pontificia, i giacobini instaurano la Repubblica Romana e pongono fine al potere temporale del papa.

 

Napoleone assedia Verona e, spingendosi fino a pochi km da Vienna, obbliga gli austriaci a chiedere un armistizio. Con la pace di Leoben l’Austria rinuncia al Belgio e alla Lombardia, ottenendo in cambio Istria, Dalmazia e parte della terraferma veneta. Verona, sospinta da clero e nobiltà, insorge contro i francesi. Napoleone interviene pesantemente e nonostante che il governo oligarchico veneziano fosse abbattuto dopo pochi giorni dal partito giacobino, nel definitivo Trattato di Campoformio (1797), Napoleone cede Venezia all’Austria, ottenendo in cambio le isole IONIE, i possessi veneziani in Albania e altri territori. Altre Repubbliche filofrancesi si formano in Olanda e Svizzera.

Intanto il Direttorio aveva aderito al progetto di Napoleone che riteneva di poter fiaccare la resistenza dell’Inghilterra -rimasta sola tra le grandi potenze a continuare la lotta- isolandola dall’India e dagli altri suoi domini dell’Estremo Oriente. Di qui la spedizione militare contro il Sultanato d’Egitto, formalmente dipendente dall’Impero turco, ma di fatto comandato dalla forte casta feudale dei Mamelucchi. Napoleone vince alla battaglia delle Piramidi, ma l’Inghilterra, con l’ammiraglio Nelson, gli distrugge la flotta nella rada di Abukir, sicché fu reso impossibile il rifornimento e lo stesso rimpatrio del corpo di spedizione francese. Gli unici aspetti positivi dell’impresa egiziana furono la legislazione che Napoleone diede al Paese, sulla quale nascerà poi l’Egitto moderno, e lo studio di una commissione scientifica che portò alla decifrazione dei geroglifici egiziani.

In Europa invece la spedizione spinse Russia e Turchia a unirsi con l’Inghilterra, seguite da Austria e Napoletano. Quest’ultimo aprì le ostilità della IIa coalizione antifrancese, attaccando la Repubblica Romana, ma la reazione francese fu così violenta che fu occupato anche il Regno Borbonico, mentre il re Ferdinando IV si rifugiava in Sicilia. Si forma la Repubblica Partenopea. Grande successo invece ebbe l’offensiva austro-russa iniziata nel ‘99. Tutte le conquiste militari francesi e i governi repubblicani sorti in Italia caddero l’uno dopo l’altro. Napoleone reagisce compiendo a Parigi un colpo di stato per abolire il Direttorio e ottenere poteri assoluti. Con la vittoria di Marengo (1800), Napoleone intraprende la seconda campagna d’Italia e recupera quasi tutti i territori perduti. Si forma una Repubblica Italiana con Napoleone presidente. L’Inghilterra, rimasta sola e resasi conto che la politica di Napoleone era sempre meglio di quella giacobina, è disposta con la Pace di Amiens (1802) a rendere quasi tutte le colonie tolte in quegli anni alla Francia. Napoleone ne approfitta per farsi proclamare Primo Console a vita (1802). Stipula anche un Concordato con la Chiesa cattolica, i cui punti salienti sono:

    • il papa riconosce la Repubblica come governo legittimo di Francia,
    • Napoleone riconosce il cattolicesimo come religione maggioritaria della nazione (i Consoli sono tenuti a professarne il Credo),
    • il papa ottiene le dimissioni di tutti i vescovi e la possibilità d’istituire canonicamente i loro successori,
    • Napoleone ottiene la fedeltà al governo di tutti i nuovi vescovi e che i vescovi nominino solo i parroci graditi al governo,
    • i beni espropriati alla Chiesa durante la Rivoluzione Francese non vengono restituiti (in cambio il governo assicura uno stipendio al clero).

 

La politica interna di Napoleone fu tutta favorevole alla grande borghesia:

      • fece preparare un nuovo catasto per meglio distribuire le imposte,
      • eliminò le imposte dirette e ripristinò numerose imposte indirette,
      • favorì i monopoli della produzione,
      • ristabilì la schiavitù nelle colonie americane,
      • impedì le lotte operaie per i miglioramenti salariali,
      • ripristinò la consuetudine del garzonato,
      • fece approvare il Codice Civile.

Nel 1804 Napoleone si fa incoronare a Parigi Imperatore dei francesi, ripristinando il principio monarchico e creando una nuova aristocrazia imperiale. A questo punto l’Inghilterra organizza una IIIa e IVa coalizione antifrancese, con l’appoggio di Russia, Svezia, Austria e Napoletano. Ma entrambe le coalizioni vengono sbaragliate da Napoleone in grandi battaglie: Ulma, Austerlitz, Jena. I risultati furono che la Russia si alleò con la Francia, l’Austria (con Vienna occupata) dovette cedere tutto il Veneto al Regno d’Italia (e Dalmazia-Istria alla Francia). Due fratelli di Napoleone ebbero il Napoletano e l’Olanda. Finisce il Sacro Romano Impero (1806), sostituito da una Confederazione del Reno, creata da Napoleone.

La volontà di piegare l’Inghilterra alla pace suggerì a Napoleone l’idea del Blocco continentale (1807): egli chiuse l’intero continente europeo agli scambi commerciali con l’Impero britannico. Ma questo Blocco fu un fallimento, perché:

1) si sviluppò il contrabbando,

2) l’Inghilterra s’impadronì dei territori dei paesi alleati della Francia (ad es. Olanda),

3) i popoli che avevano visto in Napoleone un “liberatore” ora gli sono ostili.

 

Napoleone, per far rispettare il Blocco, è costretto a:

1) decretare la fine del Regno d’Etruria,

2) occupare militarmente Roma e imprigionare Pio VII,

3) occupare il Portogallo,

4) detronizzare dal regno di Olanda il fratello Luigi.

 

Mentre attraversava la Spagna per raggiungere la frontiera portoghese, Napoleone trae l’occasione di un colpo di stato imponendo alla Spagna il fratello Giuseppe, sostituendolo nel Napoletano col cognato Gioacchino Murat. La popolazione spagnola però si ribella rivendicando la propria tradizione monarchica e cattolica. L’Inghilterra, aiutando militarmente il Portogallo, finisce con l’appoggiare anche la Spagna, che però conseguirà decisivi successi solo verso il 1812. Nel frattempo Austria e Prussia cercarono di realizzare la Va coalizione, ma con la vittoria francese di Wagram essa fallì. L’imperatore d’Austria fu costretto ad acconsentire che la propria figlia andasse sposa a Napoleone (senza figli maschi), il quale così s’imparentò con la più prestigiosa dinastia d’Europa.

Nel 1812 Napoleone intraprende la campagna di Russia. Il pretesto sta nella violazione del Blocco. Il motivo reale sta nella volontà di occupare tutta l’Europa orientale, nella convinzione di poter realizzare una “guerra lampo”. Napoleone sottovalutò il fatto che la popolazione locale, pur oppressa dal regime feudale, vedeva in lui l’Anticristo venuto a profanare la “Santa Russia” (motivi nazionalistici e religiosi). I russi ebbero la meglio perché non attaccarono per primi, non si fecero agganciare ma indietreggiarono di continuo facendo terra bruciata alle spalle dei francesi. Con l’occupazione di Mosca, Napoleone sperava che lo zar chiedesse l’armistizio. Invece lo zar, attendendo l’inverno, costrinse l’armata francese, priva di viveri, a ritirarsi. Fame, freddo, stenti e il ritorno offensivo dei russi uccisero più di mezzo milione di francesi.

La VIa coalizione si formò subito: Austria, Russia, Prussia e Inghilterra sconfissero Napoleone a Lipsia. Nel Napoletano, Murat, pur di conservare il trono, si allea con l’Austria. Napoleone non era appoggiato neppure dalla borghesia francese, che chiese la restaurazione della dinastia borbonica. Egli dovette abdicare nel 1814, ritirandosi in esilio nell’isola d’Elba. Alla Francia di Luigi XVIII (fratello di Luigi XVI) con la pace di Parigi vennero riconosciuti i confini del 1792. In Italia rientravano gli austriaci nel Lombardo-Veneto e i borboni spagnoli nel Napoletano.

Il ritorno dei Borboni in Francia aveva scontentato molte classi sociali; era aumentata la disoccupazione; gli aristocratici miravano a vendicarsi; ufficiali e soldati napoleonici erano stati smobilitati senza essere reimpiegati. Napoleone rientrò a Parigi cacciando Luigi XVIII. Le grandi potenze costituirono la VIIa coalizione e sconfissero Napoleone a Waterloo (1815), relegandolo a Sant’Elena, isola sperduta dell’Atlantico. Vi morirà nel 1821; Murat non riuscirà a sollevare i meridionali contro il governo borbonico: morirà fucilato.

 

Fonte: http://blog.reteluna.it/comunicazionelecce/wp-content/uploads/2009/03/riassunti-storia-contemporanea.doc

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Rivoluzione francese e Napoleone Bonaparte riassunto

La rivoluzione francese in breve

La crisi dell’Antico Regime

1787 - A causa della crisi finanziaria, è proposta una riforma economica che avrebbe dovuto eliminare i privilegi fiscali di clero e nobiltà. Si verifica una “rivolta nobiliare” (1787): le classi privilegiate si oppongono all’interno dei Parlamenti (in particolare, in quello di Parigi).
1788 - La carestia del 1788 provoca l’aumento del prezzo dei cereali e del pane, causando disordini e malcontento.
1788 – Luigi XVI fissa la convocazione degli Stati Generali per l’anno successivo. Il Consiglio del re accorda il raddoppiamento dei voti del Terzo Stato (“questione del raddoppio”), ma rimane incerto sulla questione della votazione per testa.

La prima fase della Rivoluzione (1789-91): il trionfo dei moderati.

1789
Maggio 1789 – Inaugurazione degli Stati Generali.
Giugno 1789 – Giuramento della Pallacorda. Nasce l’Assemblea Nazionale Costituente.
Luglio 1789 – La “rivoluzione municipale”. Alla notizia del licenziamento di Necker, la borghesia reagisce, raccogliendo intorno a sé anche le masse popolari (il cui malcontento era alimentato dall’alto prezzo del pane). Presa della Bastiglia.
Agosto 1789 – La “Grande Paura” e la “rivoluzione antifeudale”.
Agosto 1789 – Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (che sarà premessa alla Costituzione del 1791).
Riorganizzazione amministrativa della Francia (dalle Intendenze ai Dipartimenti) e decentramento. Abolizione della venalità delle cariche.

1790
Novembre 1790 – Costituzione civile del clero.

1791
Giugno 1791 - Fallita fuga del re, riconosciuto a Varennes. Scissione dei foglianti dai giacobini.
Luglio 1791 – Eccidio del Campo di Marte.
Settembre 1791 –Il re approva la Costituzione. La Costituente si scioglie; è eletta l’Assemblea Legislativa, di carattere moderato, composta dai foglianti, da una maggioranza di “costituzionali” (privi di una chiara linea politica e oscillanti tra i due estremi), dalle minoranze dei girondini e dei giacobini.

 

 

La “seconda rivoluzione” e la proclamazione della Repubblica (1792).

1792
Aprile 1792 - Dichiarazione di guerra all’Austria.
10 Agosto 1792 – La “seconda rivoluzione”: insurrezione popolare e instaurazione del Comune insurrezionale. Incarcerazione del re.
Settembre 1792 – Vittoria francese di Valmy e instaurazione della Convenzione (la nuova assemblea), che decide l’abolizione della monarchia. Nella Convenzione, i girondini, con l’appoggio del Centro (Palude), formano la maggioranza; a sinistra, la Montagna è formata da giacobini e cordiglieri.
Novembre 1792 – La Rivoluzione si estende: la Convenzione promette aiuto ai popoli che rivendicheranno la propria libertà.

Il Terrore e la dittatura giacobina (1793-94)

1793-1794

Gennaio 1793 – Processo e condanna a morte di Luigi XVI.
Prima Coalizione: 2russica, Austria, Russia, Spagna, stati italiani (Regno di Sardegna, Stato della Chiesa, Granducato di Toscana e Regno di Napoli).
Rivolta antirivoluzionaria in Vandea.
Aprile- giugno 1793 – Istituzione del Tribunale rivoluzionario e del Comitato di salute pubblica; maximum (calmiere) dei grani; epurazione dei girondini. La Convenzione approva la Costituzione dell’anno I.
Luglio 1793 – Charlotte Corday assassina Marat.
Settembre 1793 – Legge dei sospetti.
Giugno 1794 – “Grande Terrore”. La vittoria di Fleurus fa apparire inutile il Terrore.

La reazione termidoriana (1794-96)
1794-1796

Luglio 1794 – Robespierre e Saint-Just sono ghigliottinati.
Eliminazione dei giacobini e fine del Terrore.
Terrore bianco e abolizione del calmiere.
Ottobre 1795 – Costituzione dell’anno III.
Maggio 1796 – Congiura di Babeuf

 

LA RIVOLUZIONE FRANCESE - APPROFONDIMENTI

La Rivoluzione e la guerra.
Attraverso la guerra,la Rivoluzione esporta i suoi problemi politici e la sua dialettica interna. Dopo Varennes, i sovrani desiderano ardentemente un conflitto seguito da una disfatta francese, come ultima possibilità della propria restaurazione; essi immaginano una Francia indebolita, disunita per la rivoluzione.
Per lo stesso motivo, Robespierre si oppone alla guerra, sostenendo che “gli avvenimenti militari distraggono il popolo dalle deliberazioni politiche che interessano le basi essenziali della sua libertà e fanno sì che presti minore attenzione alle sorde manovre degli intriganti […]; la guerra è buona per gli ufficiali militari, per gli ambiziosi, per gli agitatori, per la coalizione dei nobili, degli intriganti, dei moderati che governano la Francia […]. [Gli uomini che si conquisteranno una specie di reputazione di partiottismo] si guadagneranno il cuore e la fiducia dei soldati per legarli più fortemente alla causa del realismo e del moderatismo”.
Di fronte al disfattismo reale e aristocratico, invece, il patriottismo rivoluzionario rende la guerra popolare e la circonda dell’aureola di una missione universale. Il sentimento nazionale diventa l’elemento unificatore della “grande nazione”, fondendo classi illuminate e classi popolari. La filosofia dei Lumi, che aveva conquistato, fino ad allora, solo un pubblico ristretto (élite di aristocratici illuminati e di borghesi) e quasi del tutto urbano, penetra nelle masse popolari delle città e delle campagne, proprio attraverso il sentimento nazionale. I Francesi hanno, per primi, integrato le masse popolari e lo Stato; la loro esperienza costituisce l’opposto del dispotismo illuminato, in quanto la realizzazione dei Lumi non avviene, con essa, ad opera dei re (dall’alto), ma grazie a un nazionalismo democratico (coinvolgimento delle masse).

La “seconda rivoluzione”
Il primo agosto del 1792 era stato reso noto il Proclama di Coblenza, il manifesto con cui il generale prussiano Brunschwick minacciava la distruzione di Parigi se fosse stato fatto del male ai sovrani francesi; tale proclama accrebbe l’indignazione popolare contro il re, che era già stato denunciato di tradimento, in seguito al ritrovamento di documenti che attestavano la sua collaborazione con i nobili emigrati e i sovrani stranieri. Le oscillazioni dei girondini (che cercavano di trattare con la monarchia) provocarono una vera e propria insurrezione popolare, diretta dalle sezioni parigine, che portò all’incarcerazione del re.
La decisione finale sulla sorte del re fu demandata alla nuova assemblea costituente (la convenzione), eletta a suffragio universale, che decise l’abolizione della monarchia e preparò la nuova Costituzione (la Costituzione del 1793, o “dell’anno I” della Repubblica).
L’insurrezione popolare dell’agosto del 1792 non portò soltanto alla fine della monarchia, ma portò anche all’insediamento, a Parigi, al posto della precedente amministrazione comunale, del Comune insurrezionale, un comitato cittadino che fu riconosciuto dalla stessa Assemblea legislativa. Il Comune insurrezionale rappresenta un vero e proprio esempio di democrazia diretta. Le cariche assegnate ai rappresentanti, infatti, erano di breve durata e facilmente revocabili; il popolo esercitava un continuo controllo sull’azione dei rappresentanti, attraverso le petizioni e la propria attiva presenza alle riunioni. Contro la teoria della divisione dei poteri, nel Comune insurrezionale la sovranità era una e indivisibile, sotto l’ispirazione delle dottrine di Rousseau sulla volontà generale, cui dovevano essere alienati tutti i diritti.

Il Terrore e la dittatura giacobina
Lo scontro decisivo tra girondini e giacobini avvenne nel giugno del 1793. La Convenzione fu circondata dalla Guardia Nazionale, che arrestò i deputati e i ministri girondini. Le motivazioni della sconfitta dei girondini risiedevano nella loro condotta politica equivoca e oscillante (erano stati esitanti, ad esempio, con il re), nell’aver appoggiato la guerra e nell’essere stati al servizio della sola borghesia; conformemente alla loro politica liberista, infatti, si erano levati contro tutte le rivendicazioni dei sanculotti e le misure straordinarie reclamate dalla situazione di guerra (come, ad esempio, il calmiere).
Dal giugno 1793 al luglio 1794, la Francia fu guidata dai Montagnardi e da Robespierre, che avevano creato, a differenza dei girondini, un vero e proprio “fronte popolare”. Robespierre, infatti, accolse le richieste popolari: la pena di morte contro gli accaparratori, la leva in massa e la formazione di un esercito popolare, la fissazione di un calmiere generale. Di fronte alla pressione popolare, fu approvata anche la Legge dei sospetti, che permetteva ai giudici di condannare gli imputati anche solo in base a una semplice denuncia. La lotta contro i moderati fu condotta anche in campo religioso: fu portata avanti una vera e propria opera di scristianizzazione; solo a dicembre Robespierre , preoccupato dei possibili effetti negativi sulle masse popolari, mese un freno alla scristianizzazione, per istituire il culto dell’Essere supremo.
Robespierre cominciò a colpire i suoi avversari, sia gli estremisti (gli Arrabbiati di Roux e gli Esagerati di Hébert), che i più moderati (gli Indulgenti di Danton) e instaurò una vera e propria dittatura giacobina, retta sul principio della democrazia sociale e dell’ideale rousseauiano di una società di piccoli produttori. Egli, infatti, non era contrario la proprietà privata tout court, ma contro i privilegi; la legislazione sociale giacobina, quindi, stabilì la spartizione dei beni comunali e la vendita in piccoli lotti dei beni degli emigrati, per favorire la formazione della piccola proprietà, senza arrivare all’uguaglianza dei beni. Furono stabiliti anche il diritto all’assistenza e l’istruzione pubblica. Gli ideali di Robespierre erano fondati sull’esaltazione delle virtù repubblicane e sul culto dell’Essere Supremo; lo strumento essenziale per il mantenimento dell’ordine, però, fu il Terrore!

La Costituzione dell’anno III (1795)
La Costituzione dell’anno III era di tono moderato; era preceduta da una Dichiarazione dei diritti ispirata a quella del 1789: erano affermati i diritti della libertà, dell’uguaglianza, della sicurezza e della proprietà. Nella Dichiarazione, però, erano affermati anche alcuni doveri, che si fondavano su due principi: “non fate agli altri ciò che non vorreste che fosse fatto a voi” e il mantenimento della proprietà. Non vi erano più menzionati i diritti sociali (l’obbligo della società di garantire a tutti i mezzi di sussistenza, il diritto all’istruzione e quello all’insurrezione contro il governo dispotico), che avevano, invece, fatto la propria comparsa nella Dichiarazione dei diritti apposta alla Costituzione dell’anno I (1793); quest’ultima, infatti, sebbene fosse rimasta inattuata, rappresentò la fase più avanzata della Rivoluzione e un modello per le generazioni successive.
La Costituzione dell’anno III sostituiva il suffragio universale con il suffragio censitario di doppio grado (cittadini attivi ed elettori); si tornava, quindi, ai toni moderati della Costituzione del 1791, ma con alcune importanti differenze: 1) avevano diritto di voto tutti coloro che pagavano le imposte dirette (il suffragio era, quindi, più largo); 2) si manteneva la forma repubblicana; 3) si manteneva la divisione dei poteri, ma il potere legislativo era affidato a un’assemblea non più monocamerale, ma bicamerale (Consiglio degli Anziani – deputati con più di 40 anni d’età - e Consiglio dei Cinquecento – deputati di almeno 30 anni d’età). Il potere esecutivo era affidato a un Direttorio di 5 membri scelti dall’assemblea; per eliminare un pericoloso centro di potere popolare, Parigi fu divisa in 12 arrondissements (dipartimenti amministrativi che stravolgevano la vecchia ripartizione basata sulle sezioni rivoluzionarie).

Il Manifesto degli Uguali
Il Manifesto degli Uguali, redatto da Maréchal nell’aprile del 1796, può essere considerato il manifesto programmatico della Società degli Uguali, fondata da Babeuf e Buonarroti contro la reazione termidoriana. Nel Manifesto si proponeva il ritorno alla politica giacobina, ma con ulteriori aperture in senso socialista ed egualitario. In esso si dichiarava che “la Rivoluzione francese non è che l’avanguardia di un’altra rivoluzione più grande”, che doveva andare oltre l’uguaglianza dei diritti, per affermare l’uguaglianza dei beni. Si voleva superare, cioè, la semplice richiesta di una riforma agraria (divisione delle terre), per realizzare una vera e propria economia collettivista, in cui i frutti della terra dovevano essere portati al magazzino comune:
“Noi miriamo a qualcosa di più equo della divisione delle terre (o legge agraria):il bene comune o la comunità dei beni. Non più proprietà privata della terra: la terra non è di nessuno. Noi reclamiamo, vogliamo il godimento comune dei frutti della terra: i frutti appartengono a tutti”.

 

Fonte: http://www.webalice.it/alessiacontarino/cronologia%20rivoluzione%20francese.doc

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Rivoluzione francese e Napoleone Bonaparte riassunto

L’ETA’ NAPOLEONICA (1799-1815)

CRONOLOGIA ESSENZIALE:
1799: Colpo di stato del 18 brumaio
1801: Concordato con la Chiesa cattolica
1802: Napoleone primo console
1804: Napoleone imperatore; codice civile
1805: Inizio blocco continentale
1806: Fine Sacro Romano Impero Germanico; fine della feudalità in Sud d’Italia
1813: Sconfitta a Lipsia; esilio sull’isola di Sant’Elena
1815: Fine dell’età napoleonica; congresso di Vienna

NAPOLEONE IN FRANCIA:
Verso la fine del XVIII secolo Napoleone rappresentava uno dei ranghi più alti dell’esercito ed era posto al servizio del Direttorio. Più volte contribuì a sedare le numerose rivolte monarchiche che si ebbero sul territorio francese. Precedentemente Napoleone era già conosciuto in seguito alla battaglia da lui stessa condotta a Tolone contro i giacobini. Il generale quindi in questo periodo gioca un ruolo fondamentale come stabilizzatore politico: non ci si deve dimenticare del fatto che in Francia era in corso una vera e propria guerra civile tra l’estrema sinistra e l’estrema destra. Per quanto riguarda la sua valenza in campo di battaglia non ci sono dubbi: grazie a lui, infatti, la Francia riuscì a sconfiggere l’Austria durante la campagna d’Italia, nonostante una strategia del Direttorio fallimentare. Sempre durante questa campagna dimostrò anche il suo sempre maggior peso politico, soprattutto con la firma della pace di Campoformio sotto condizioni da lui stesso imposte, anteponendo in questo modo i suoi interessi (Nord Italia) davanti a quelli del Direttorio (Area del Reno). In poche parole Napoleone rida ordine e coesione (1), mantenendo tuttavia le conquiste fondamentali (2) a livello istituzionale della Rivoluzione.
(1) Al fine di controllare le rivolte e i conflitti tra le diverse fazioni, Napoleone ricorse alla polizia segreta e alla censura: si ha, infatti, la chiusura di ben 60 diverse testate appartenenti all’area della sinistra. Oltre a ciò costituisce una rete burocratica ed amministrativa straordinaria e caratterizzata da una fortissima solidità. In questo disegno viene conferito forte potere al ministro dell’interno che deve sottostare esclusivamente a Napoleone e che controlla direttamente i prefetti sparsi su tutto il territorio francese, i quali, a loro volta, eleggono i sindaci, abrogando la rappresentatività locale ed abbandonando il decentramento girondino. Come afferma giustamente H. Taine “la Francia torna ad essere una caserma come con Luigi XIV”. Napoleone, inoltre, raggiunge un compromesso con gli aristocratici fuggiti all’estero durante la Rivoluzione: quest’ultimi possono rientrare in territorio francese ma devono giurare fedeltà all’imperatore e riconoscere le confische rivoluzionarie.
Inoltre riesce anche a colmare la frattura avutasi durante la Rivoluzione (istituzione statale del clero) con la Chiesa cattolica: il clero viene nuovamente istituito. Tuttavia è doveroso sottolineare il carattere giurisdizionalista del concordato: Infatti Napoleone nominava i vescovi per poi essere approvati da Roma. Questa restaurazione, in teoria contro i principi rivoluzionari, è di fondamentale importanza perché la Chiesa, come già nel Medioevo, è un elemento di unione sociale. L’imperatore francese è anche il responsabile della chiusura della terza sessione dell’Institut de France (scienze sociali), al fine di evitare la nascita e lo sviluppo di una classe intellettuale opposta ideologicamente al regime napoleonico. E’ da qui che si sviluppa una concezione negativa degli ideologi, visti come una fonte di danneggiamento per la società. Nonostante l’imperatore abbia estremamente limitato le libertà delle masse popolari, tuttavia ne mantiene il consenso grazio all’utilizzo del plebiscito in occasione della conferma del suo incoronamento ad imperatore del 1804. Napoleone, infatti, è convinto che la popolazione debba essere protagonista della storia e, quindi, debbano essere tenute sotto controllo (modello bonapartista).
(2) Per integrare le novità rivoluzionarie, Napoleone pubblica nel 1804 un nuovo Codice civile, nel quale vengono sanciti i rapporti tra lo Stato ed il privato cittadino. Grande importanza viene conferita alla libera proprietà e all’affermazione secondo cui il soggetto giuridico è l’individuo. Inoltre si ha anche la creazione di un sistema educativo avanzato, al fine di originare una futura classe dirigente legata al regime. Sempre in tale contesto si ha una riforma relativa all’apparato fiscale e al sistema monetario che diventano incredibilmente rigorosi. Vengono ritirati gli assegnati e la carta moneta circolante, ed istituita la Banca nazionale francese ed il Franco germinale. Napoleone inoltre introduce nuovamente le imposte dirette che colpiscono prevalentemente le masse (abolite con la Rivoluzione) e diminuisce quelle indirette (catasto), favorendo in questo modo la classe imprenditoriale e borghese. Infine 2/3 del debito pubblico accumulato venne restituito ai creditori mediante titoli di credito la cui speculazione venne abolita mediante regole più severe.

NAPOLEONE IN EUROPA:
Napoleone, in Europa, risultò, fino alla sconfitta di Lipsia del 1813, un grande generale sempre di successo. Le ragioni di tutto ciò sono molteplici:
(1) Napoleone ha nominato ai più alti gradi dell’esercito ufficiali esperti ed estremamente validi, ai quali delegare importanti funzioni di strategia militare.
(2) Viene restituita un’antica pratica relativamente alle scorte alimentari: quest’ultime infatti venivano sequestrate in loco, senza la necessità di trasportarle in continuazione. Ciò garantiva una migliore e più rapida manovrabilità delle truppe.
(3) L’esercito al comando di Napoleone era un esercito patriottico, mosso da uno spirito nazionale (i soldati difendono i valori della propria patria e si sentono partecipi di una missione storica)
(4) Il successo di Napoleone è anche stato influenzato positivamente dalle forze rivoluzionarie presenti in gran parte dei paesi europei. Tutto ciò si nota specialmente in Italia, dove il generale francese è accolto come un liberatore. Tuttavia con il blocco continentale adottato dalla Francia contro l’Inghilterra danneggia l’ammirazione delle forze rivoluzionarie verso il generale francese, che incominciò ad essere visto come un elemento di oppressione. Quest’ultimo aspetto è dimostrato dalla diffusione di sette segrete anti-napoleoniche e del contrabbando

L’opera di Napoleone in Francia è stata davvero innovatrice. Oggi, gran parte della storiografia, vede il Primo Console francese come un importante elemento di innovazione e di modernizzazione in Europa. Questa sua influenza positiva può essere studiata in due casi distinti:
(1) Geopolitica: Durante l’età napoleonica viene completamente revisionato l’assetto geopolitica europeo secondo gli interessi francesi. Infatti la Francia estende notevolmente il proprio dominio (Belgio, Olanda, Catalogna, Piemonte, Toscana) e si circonda di stati satelliti o di stati nazionali autonomi, ma controllati in modo estremamente rigido (Regno d’Italia, Regno di Napoli, Gran ducato di Varsavia, Regno di Spagna, Confederazione del Reno). Tuttavia, in gran parte di quest’ultimi stati, incominciano a prevalere forti spiriti nazionali che si oppongono vivamente alla dominazione o all’influenza francese.
(2) Istituzioni: Napoleone in Europa esporta in primo luogo le conquiste della Rivoluzione Francese ed in particolar modo i diritti borghesi (uguaglianza degli uomini, libertà, inviolabilità della proprietà privata…), grazie soprattutto all’imposizione del Codice Civile anche al di fuori dei territori strettamente francesi. Tuttavia il dominio napoleonico ha conseguenze positive anche sulle istituzioni economiche e politiche: per quanto riguarda il primo aspetto, si può notare come Napoleone abbia abolito gran parte delle arcaicità economiche presenti in Europa, come la feudalità nel Sud d’Italia; per quanto riguarda il secondo aspetto il generale francese è stato un elemento essenziale per la prosecuzione dello sviluppo degli stati nazionali.

NAPOLEONE IN ITALIA (1796-1815):
Il dominio francese in Italia può essere studiato in due intervalli di tempo distinti: il primo tra il 1796 e il 1799; il secondo tra circa il 1805 ed il 1815.
Il primo interavallo è caratterizzato dalle cosiddette Repubbliche giacobine o gemelle. In questo periodo si vede la nascita a Reggio Emilia del Tricolore e, ben più importante, dello spirito e della coscienza nazionale, come dimostra il bando di un concorso per intellettuali il cui scopo è l’organizzazione di uno Stato italiano senza assolutismi ed unitario. Tuttavia questa riorganizzazione italiana fallì. Secondo Vincenzo Cuoco (intellettuale napoletano) la ragione di tutto ciò derivava dal fatto che con Napoleone si era avuta una rivoluzione passiva, dal momento che i mutamenti sono stati introdotti da forse esterne e quindi facilmente sradicabili. Oltre a questa motivazione, senz’altro veritiera, troviamo anche il “Sanfedismo”, cioè movimenti reazionisti delle masse popolari conservatrici, che si oppongono fortemente alla modernizzazione ed in particolare, come afferma lo storico De Felice, e diventano intolleranti di fronte alle incertezze dei governi giacobini (distribuzione delle terre confiscate…).

Il secondo intervallo di tempo è ancora caratterizzato da un’Italia divisa, ma senza dubbio semplificata. Essa, infatti, presenta una fascia occidentale sotto il diretto controllo francese; una fascia centro-occidentale (Lombardia, Veneto, Romagna e Marche) chiamata Regno d’Italia; il Regno di Napoli (prima sotto il controllo di G. Bonaparte e poi di Murat); il Regno di Sardegna (Savoia); il Regno di Sicilia (Borboni). La presenza francese in questo caso aiuta specialmente il Sud d’Italia, dove si assiste, nel 1806, alla fine della feudalità (il diritto diviene erga omnes e vengono mantenuti solo i diritti reali), ma anche alla nascita di una burocrazia impersonale (abolizione della venalità degli uffici) e alla confisca dei demoni pubblici (terreni ad uso collettivo) per poi essere quotizzati e ridistribuiti (soprattutto alla borghesia). Sempre al Sud si assiste allo sviluppo di uno Stato giurisdizionalista dal momento che diviene l’unico ente in grado di raccogliere le imposte ed emanare le leggi.

Se dovessimo stendere un breve schema sui vantaggi e gli svantaggi dovuti al dominio napoleonico, capiremo come i primi supereranno i secondi: Infatti se da un lato il blocco continentale dimostra il primato degli interessi francesi rispetto a quelli alleati (Italia come fonte di materie prime per la Francia), dall’altro si nota come con Napoleone si abbia avuto una semplificazione ed unificazione del mercato, con conseguente maggior numero di occasioni di guadagno da parte della borghesia, ed una forte modernizzazione civile.

 

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