Rivoluzione agricola

 

 


 

Rivoluzione agricola

 

I testi seguenti sono di proprietà dei rispettivi autori che ringraziamo per l'opportunità che ci danno di far conoscere gratuitamente a studenti , docenti e agli utenti del web i loro testi per sole finalità illustrative didattiche e scientifiche.

 

LA RIVOLUZIONE AGRICOLA E LO SVILUPPO DELLE CIVILTÀ ANTICHE

 

1. LA NASCITA DELL’AGRICOLTURA

 

Durante il periodo più antico della storia umana, compreso tra la scomparsa dell’ homo abilis (circa due milioni di anni fa) e il X millennio a.C., conosciuto come Paleolitico (“età della pietra antica”), l’uomo provvedeva al proprio fabbisogno alimentare sfruttando quei mezzi di sostentamento che la Terra offriva spontaneamente: caccia e raccolta erano le uniche attività economiche praticate (economia di prelievo).  I soli strumenti di cui l’uomo disponeva per sopravvivere erano rozzi utensili in pietra scheggiata e, a partire da circa un milione di anni fa, il fuoco. L’uomo dunque sopravviveva adattandosi all’ambiente. 
Le popolazioni paleolitiche erano dunque popolazioni nomadi, costrette dalla mancanza di risorse ad abbandonare il territorio in cui erano insediate e a trasferirsi in atre zone ancora integre e da sfruttare.

 

 

Nel X millennio a.C. l’uomo iniziò progressivamente ad abbandonare il suo comportamento tradizionale di cacciatore e raccoglitore per dedicarsi a produrre, attraverso l’agricoltura e l’allevamento, il cibo (economia di produzione): in questo modo divenne possibile sottrarsi alle costrizioni del nomadismo e stabilirsi in modo definitivo in un certo territorio. La sedentarizzazione poteva però verificarsi soltanto nel caso in cui si fosse raggiunto un equilibrio costante tra le necessità alimentari della popolazione e i mezzi disponibili per soddisfarle. Per questa ragione, i nomadi poterono decidere di non spostarsi più soltanto a due condizioni: che il territorio occupato garantisse in maniera duratura la quantità di cibo necessaria per sopravvivere e che vi fosse un modo per continuare a mantenere tale equilibrio anche nel caso che le risorse naturali avessero iniziato a esaurirsi (o la popolazione fosse aumentata a tal punto da renderle comunque insufficienti).
Fu l’invenzione dell’agricoltura a permettere che questa seconda condizione si realizzasse. Lo sviluppo di un’attività agricola completa e articolata in tutte le sue fasi (semina, mietitura, conservazione delle sementi) fu soltanto l’ultima tappa della cosiddetta agricoltura “predomestica”, una serie di esperienze agricole che, in una prima fase, gli uomini iniziarono ad associare alle consuete pratiche di caccia e raccolta. I primi tentativi vennero fatti in terre soggette ad allagamento e nelle vicinanze dei bacini fluviali: aree particolarmente fertili come la Siria del nord, la valle del Giordano, i bassipiani tropicali dell’Asia e dell’America, le regioni umide della Cina del sud. Le esperienze riuscite permisero la successiva domesticazione delle piante. La presenza di cereali domestici nel Vicino Oriente è stata rilevata a partire dall’8.800 a.C., a Tell Aswad, in Siria. Dunque, tra IX e VI millennio, l’agricoltura aveva già iniziato a


diffondersi nelle vallate del Tigri e dell’Eufrate, in Messico, in Cina e sugli altipiani delle Ande.
Contemporaneo a quello dell’agricoltura fu lo sviluppo dell’allevamento: le società di cacciatori e raccoglitori, abbandonato il nomadismo, diedero inizio al domesticamento di quegli animali che erano soliti cacciare ed ebbero così la possibilità di disporre di riserve alimentari da associare a quelle fornite dalla coltivazione. Secondo alcuni storici non è da escludere che, in certe aree del globo, forme primitive di pastorizia abbiano preceduto la nascita delle attività agricole: sarebbe questo il caso dell’Africa.
POSSIBILI CAUSE DELLA RIVOLUZIONE AGRICOLA  Secondo l’archeologo Gordon Childe, il riscaldamento dell’atmosfera avvenuto alla fine delle glaciazioni (12.000 a.C. circa) avrebbe provocato un inaridimento dell’area compresa tra l’Africa del Nord e il Vicino Oriente; in quest’area selvaggina e vegetazione si sarebbero fatte più rade e l’uomo, per sopperire alla riduzione delle risorse, si sarebbe rivolto alla coltivazione. Altri archeologi hanno fatto appello a cause demografiche: il ricorso a nuove strategie produttive sarebbe stato la conseguenza di un aumento della popolazione che avrebbe fatto crescere i bisogni alimentari della comunità. Recentemente alcuni studiosi hanno formulato l’ipotesi che sia fattori culturali, sia psicologici abbiano determinato la rivoluzione agricola. L’idea è che per realizzare le trasformazioni tecniche ed economiche l’uomo abbia, dapprima, immaginato e rappresentato se stesso in modo differente. Perché questo potesse accadere è stato necessario che nell’uomo si sviluppasse una specifica capacità di pensiero, consistente nel “vedere” e progettare il proprio futuro, che gli psicologi chiamano concettualizzazione psichica. Secondo tali teorie, non sarebbero stati solo l’ambiente e le necessità materiali a spingere l’uomo a modificare il suo modo di vita: l’uomo stesso, piuttosto, avrebbe iniziato autonomamente a pensare e a progettare un rapporto diverso, più attivo, con la natura.

 

2. DAL VILLAGGIO ALLA CITTÀ

Una delle principali conseguenze della scoperta dell’agricoltura e della trasformazione di alcune comunità umane da nomadi a sedentarie fu la nascita dei primi villaggi stabili. Lavorare la terra, attendere la crescita delle piante per raccoglierne i frutti, rendeva necessario che gli uomini abitassero stabilmente vicino ai campi. Essi iniziarono così a costruire le prime abitazioni. I primi insediamenti avevano dimensioni limitate: 20 o 30 edifici, abitati da altrettante famiglie, costruiti con materiali diversi (mattone crudo, argilla e pietra o argilla e legno) a seconda della loro disponibilità. Non mancarono forme di insediamento sparso a case isolate, soprattutto lungo alcune vallate; fu tuttavia il modello urbano quello che si impose nelle prime civiltà agricole. I primi villaggi rurali, nati tra il VIII e il VII millennio a.C. in Giordania, in Palestina e in Turchia (Catal Húyúk), si ampliarono sino a raggiungere l’estensione di veri e propri centri cittadini.
POSSIBILI RAGIONI DELLA NASCITA DEI VILLAGGI   Gli uomini, diventati sedentari, scelsero di costruire le loro abitazioni vicine le une alle altre, di vivere in comunità. La ragione per cui questo avvenne va cercata in necessità di ordine economico e sociale. Alcuni lavori agricoli, come l’irrigazione dei campi, richiedevano collaborazione tra i coltivatori e anche la conservazione dei prodotti e la difesa delle scorte alimentari erano più facili all’interno di un villaggio, piuttosto che in una casa isolata. In secondo luogo, vivere insieme soddisfaceva l’esigenza di sentirsi parte di una stessa comunità, di fondare una propria identità sociale. Secondo alcuni storici, la pratica della delimitazione esterna del villaggio attraverso fossati e mura contribuiva a testimoniare al mondo esterno, in maniera simbolica, la “personalità” della comunità, oltre che a svolgere funzioni difensive.
Fino a quando rimane dominante un sistema di insediamento a villaggi, comunque, non è ancora possibile parlare di autentiche città urbane. Il villaggio, come si è appena detto, fu la struttura abitativa più funzionale, la più adatta a soddisfare certe esigenze di ordine organizzativo tipiche di un mondo esclusivamente agricolo.   

 

Le prime vere città sorsero, a partire dal IV millennio a.C., in regioni in cui le attività agricole avevano raggiunto un notevole grado di progresso: pianure solcate da grandi fiumi come il bacino del Tigri e dell’Eufrate in Mesopotamia, la vallata del Nilo in Egitto, quelle dell’Indo e del fiume Giallo rispettivamente in India e in Cina. Caratteristica comune di queste zone era l’estrema fertilità delle terre, favorita dall’abbondante presenza d’acqua e dalle periodiche alluvioni causate dallo straripamento dei fiumi, le cui acque, defluendo, lasciavano sul terreno spessi depositi di fango molto fertile (limo). Questi sistemi favorirono lo sviluppo dell’agricoltura, detta irrigua perché basata su sistemi di irrigazione che sfruttavano l’acqua dei grandi fiumi, dalle rese particolarmente elevate che permisero un forte aumento della produzione. L’incremento della popolazione e la conseguente espansione dei centri abitati furono le conseguenze più immediate; inoltre, le funzioni stesse degli insediamenti urbani cominciarono a mutare, a differenziarsi. Accanto ai villaggi comparvero città che funzionavano come veri e propri centri organizzativi e amministrativi, abitati non soltanto da contadini ma anche da persone che esercitavano altri mestieri: artigiani, tecnici, amministratori.


LA DIVISIONE DEL LAVORO E LA NASCITA DELL’ARTIGIANATO   Nel IV millennio, fu proprio la grande disponibilità di prodotti, e quindi la possibilità di accantonare una parte del raccolto dopo aver soddisfatto le esigenze alimentari dei contadini e quelle della semina, a consentire a parte della popolazione di abbandonare il lavoro nei campi per dedicarsi ad altre attività; in tal modo divenne possibile la divisone del lavoro.  Di vero artigianato si poté parlare soltanto quando le attività manifatturiere divennero compito specifico e riservato di alcun individui. Nei villaggi gli artigiani iniziarono a fabbricare oggetti e utensili per la comunità contadina in cambio dei prodotti agricoli necessari per il loro sostentamento. Nacquero così le prime forme di baratto.
LA CERAMICA  Una delle più antiche e principali attività artigianali che si svilupparono nelle prime società urbane fu quella della ceramica, cioè della produzione di oggetti attraverso la cottura dell’argilla. I vasi di terracotta apparvero nel VII millennio a.C. nelle pianure fluviali del Vicino Oriente, dove l’argilla era molto diffusa, e consentirono di conservare e trasportare i prodotti agricoli. Nacquero i prime piatti in ceramica e i primi torni, che resero possibile la conservazione dei cereali, diventati, con la nascita delle civiltà agricole, l’elemento base della dieta alimentare.
LA TESSITURA  Contemporaneo allo sviluppo della ceramica fu quello della tessitura. In origine gli artigiani tessili lavoravano essenzialmente le fibre vegetali, come il cotone e il lino; lana e seta comparvero soltanto più tardi, intorno al 1000 a.C., rispettivamente nell’Europa del nord e in Cina. Il telaio fu uno dei primi strumenti artigianali utilizzati dalle civiltà antiche. I più raffinati risultati dell’arte tessile furono raggiunti nell’antichità dagli Egizi, presso i quali già nel II millennio erano diffuse la tessitura a disegno, la tintura attraverso coloranti naturali e il ricamo.
LA METALLURGIA   La più importante tra le attività artigianali sviluppatesi dopo la scoperta dell’agricoltura fu però la metallurgia. Già vero la fine del Neolitico l’uomo lavorava, mediante martellatura, metalli malleabili come il rame e l’oro. Nel V millennio a.C. venne scoperta la possibilità di fondere il rame, mentre nel III millennio, nel Vicino Oriente, si iniziò a combinare il rame con lo stagno per produrre il bronzo; ma la scarsa disponibilità di rame e di stagno fece sì che per lungo tempo la metallurgia restasse un settore dallo sviluppo limitato. Essa fece un enorme passo avanti solo con la scoperta del sistema per produrre il ferro attraverso la fusione del suo minerale: i primi a riuscirvi furono, agli inizi del II millennio a.C., gli Hittiti, un popolo stanziato in Asia Minore.
LA GESTIONE IDRAULICA DEL TERRITORIO. LA CITTÀ COME CENTRO ORGANIZZATIVO   I fabbricanti di manufatti, così come gli amministratori e i tecnici, potevano nutrirsi perché il lavoro dei coltivatori produceva cibo anche per loro. Essi, d’altra parte, svolgevano mansioni di capitale importanza per l’economia di queste città fluviali: la fornitura di strumenti per il lavoro agricolo, la progettazione e la direzione di quelle opere di canalizzazione e di contenimento delle acque indispensabili per l’agricoltura irrigua. La gestione idraulica delle piene e dell’irrigazione non poteva essere efficace senza il lavoro coordinato di molte persone su spazi molto ampi. Fu per questo che le città, dove risiedevano amministratori e tecnici, assunsero nei confronti dei territori circostanti compiti direzionali: la rettifica dei corsi d’acqua esistenti e la costruzione di un sistema di dighe e sbarramenti, ad esempio, erano imprese che richiedevano la collaborazione di parecchi villaggi sotto un’unica guida. Le città divennero così i centri dominanti intorno ai quali gravitavano le attività di intere regioni: attività di natura economica, organizzativa e politica.
LA CITTÀ COME CENTRO DEL POTERE POLITICO  Tra le diverse teorie elaborate dagli studiosi per spiegare lo sviluppo istituzionale delle civiltà idrauliche, un posto di rilievo spetta alla necessità di organizzare in maniera efficace i lavori di irrigazione, di canalizzazione, di deviazione dei corsi d’acqua esistenti. Per fare ciò, sarebbe stata indispensabile la formazione di un potere centrale forte, capace di progettare e dirigere le operazioni, e un’unificazione politica dei territori.  

 

3. LE CIVILTÀ FLUVIALI

LA MESOPOTAMIA   Tra il VI e V millennio la Mesopotamia, la pianura solcata dai fiumi Tigri ed Eufrate, era un immenso acquitrino soggetto a continue inondazioni. I primi insediamenti stabili, in quest’area, furono realizzati dai Sumeri nella zona intorno alla foce dei due fiumi, e poterono sorgere soltanto in seguito a un’opera di sistemazione idrica del territorio che, attraverso canali e bacini, consentisse la bonifica e il controllo delle acque. I Sumeri crearono una civiltà urbana caratterizzata dalla presenza di città stato indipendenti, rette da un re (lugal) proveniente dalla classe sacerdotale: questa governava la società sumera e gestiva le terre, i commerci, l’artigianato, i lavori idraulici. Il fulcro della vita cittadina era il tempio, residenza dei sacerdoti ma anche magazzino, mercato, luogo di culto e sede delle attività politiche. La civiltà sumera sviluppò l’artigianato e diventò una grande potenza commerciale; per ragioni economiche, inventò, intorno al 3000 a.C., la prima forma di scrittura, detta cuneiforme, al fine della trascrizione di cifre.
Intorno al 2350 a.C. il territorio dei Sumeri venne conquistato da un popolo di origine semita, gli Accadi, che, guidati dal re Sargon, seppero approfittare del frazionamento politico e dei contrasti esistenti tra le città sumere e diedero vita a uno stato unitario, di tipo imperiale, che fondò la sua potenza sul controllo dei traffici commerciali. L’impero accadico tuttavia si disgregò rapidamente di fronte a invasioni di nuovi popoli di stirpe indoeuropea provenienti dall’Asia centrale, gli Hittiti che, alle soglie del II millennio a.C., giunsero in Oriente e si stabilirono in Anatolia dando vita a un regno di straordinaria potenza militare.  Nel corso del XIII secolo a.C. gli Hittiti si scontrarono persino con gli Egizi, nella battaglia di Kadesh (1285). Il loro impero crollò verso il 1200 a.C. in seguito all’invasione di nuove genti di origine indoeuropea.
Dopo un periodo di rinascita della civiltà sumera, l’area mesopotamica vide la formazione di un nuovo impero a opera dei Babilonesi. Situata sulle rive dell’Eufrate, Babilonia riuscì a estendere il proprio dominio sui territori circostanti e, con il re Hammurabi che redasse il primo codice di leggi scritte della storia,unificò politicamente l’intera Mesopotamia. Nel 1146 altre popolazioni nomadi e seminomadi, gli Assiri, forti di una superiore tecnica militare, penetrarono in Mesopotamia e occuparono la stessa Babilonia, unificando in seguito tutte le regioni della Mezzaluna fertile.
L’EGITTO   A partire dal IV millennio a.C. si sviluppò un’altra importante civiltà fluviale, quella egizia. In Egitto il processo di sistemazione idrica del territorio avvenne in ritardo rispetto alla Mesopotamia ma fu presumibilmente più rapido, grazie al fatto che la vallata del Nilo era meno paludosa.  Inoltre le piene del fiume erano circoscritte e prevedibili, anche se assai violente. I primi insediamenti agricoli in Egitto, concentrati lungo il corso del Nilo, risalgono al V millennio a.C. In questa fase il territorio egizio era suddiviso in due diversi regni, l’Alto Egitto (corrispondente al corso alto del fiume) e il Basso Egitto (corrispondente alla zona del delta). Molto presto però l’Egitto assunse le caratteristiche di un regno unitario, guidato da una forte autorità centrale capace di dirigere con efficacia le opere idrauliche: nacque così la prima, grande organizzazione statale unitaria della storia. In Egitto i centri urbani non conobbero la crescita e la diffusione che ebbero invece in Mesopotamia: se si eccettuano le due grandi metropoli Menfi e Tebe, l’Egitto rimase terra di fattorie e di villaggi rurali. Il fenomeno è dovuto al fatto che le principali attività economiche furono sempre concentrate nelle mani dello Stato, che le gestiva direttamente; non vi erano quindi le condizioni perché grandi città emergessero. L’assetto politico ed economico dello Stato egizio fu caratterizzato dunque da un forte centralismo, incarnato dall’autorità del sovrano, il faraone, che occupava il vertice della scala gerarchica ed era considerato una divinità, in quanto figlio del dio Sole. Al di sotto del faraone stavano i funzionari pubblici, incaricati di amministrare la giustizia, il fisco, i lavori idraulici, l’esercito e di governare le varie province. I funzionari provenivano solitamente dalla nobiltà e dalla classe sacerdotale, e tra di essi un posto di rilievo era riservato agli scribi, gli specialisti della scrittura geroglifica cui spettavano la registrazione dei fatti economici e la redazione dei documenti pubblici. Artigiani, mercanti, soldati e contadini completavano la piramide sociale insieme agli schiavi, il livello più basso della società egizia, costituito da prigionieri di guerra e da persone indebitate.
La fonte principale dell’economia egizia fu l’agricoltura irrigua, praticata nelle terre fertili situate nelle fasce parallele al corso del Nilo e nella zona della foce. La pressione demografica non fu mai tale da richiedere la totale messa a coltura delle terre. Per non ostacolare i lavori agricoli, i villaggi vennero edificati fuori dai coltivi e, per la stessa ragione, i cimiteri furono collocati ancora più all’esterno, nel deserto o ai margini delle grandi città. L’artigianato ebbe un’importanza secondaria in Egitto; il commercio ebbe una dimensione locale (gli scambi avvenivano in gran parte sotto forma di baratto), e le importazioni principali erano rappresentate dal legname proveniente dal Libano.
La civiltà egizia elaborò importanti conoscenze nell’ambito dell’ingegneria, dell’agrimensura, della meteorologia, della medicina e dell’architettura. Un altro elemento tipico della civiltà egizia consiste poi nella religiosità: seguaci di una religione politeista popolata di dei, essi credevano nella sopravvivenza dell’anima dopo la morte, a patto che il defunto conservasse il proprio corpo e l’aspetto che aveva avuto in vita. Per questa ragione si sviluppò un particolare culto dei morti, che prevedeva l’imbalsamazione del corpo, la costruzione di tombe considerate come case nelle quali il defunto avrebbe vissuto per l’eternità (le mastaba e le piramidi), e la sepoltura, assieme al cadavere, di oggetti, cibo, vestiti, suppellettili necessari per la vita ultraterrena.

 

4. LA NASCITA DELLE ATTIVITÀ COMMERCIALI

 

LA NASCITA DEL COMMERCIO  Lo sviluppo dell'artigianato fu alla base della nascita del commercio. Quando nell'ambito di una comunità la produzione di certi beni diventò appannaggio esclusivo di determinate categorie professionali fu indispensabi­le procedere, tra i membri, allo scambio dei prodotti ri­spettivamente posseduti. Inizialmente le prime forme di commercio avevano carattere locale, si svolgevano tra membri della stessa comunità e non si allontanavano dal modello del baratto. Presto, però, il fenomeno della divisione del lavoro giunse a interessare intere regioni, intere comunità: certe zone finirono con lo specializzarsi nella produzione di alcuni prodotti trascurandone altri, anche in relazione alle materie prime e alle conoscenze tecnologiche di cui disponevano. Le varie regioni, a questo punto, cominciarono a scambiare tra loro ciò che avevano in abbondanza con i prodotti che non possedevano. Il commercio si estese rapidamente, diventando un’attività economica irrinunciabile e redditizia, grazie alla quale emersero nuove figure professionali, i mercanti, che si occupavano di rifornire le varie comunità dei beni richiesti.  

 

LA CITTÀ COME CENTRO DI SCAMBI I grandi centri urbani assunsero un’altra importante funzione, quella del mercato. Sia gli scambi a livello locale sia quelli su scala regionale, infatti, si svolgevano solitamente nelle città principali, nelle piazze, nei templi o nei negozi concentrati intorno al centro cittadino. Qui confluivano i compratori dai villaggi circostanti e le merci provenienti da altri luoghi. Furono i mercanti a incaricarsi del trasporto di queste merci, attraverso itinerari terrestri, fluviali e marittimi talvolta molto lunghi, difficili e pericolosi.
LA CIVILTÀ COMMERCIALE DEI FENICI  I Fenici, un popolo proveniente dal Golfo Persico, si stanziarono nel corso del III millennio sulla costa siro–palestinese, un’area ricca di insenature naturali ma povera di terre coltivabili. Le condizioni ambientali, unite alla grande disponibilità del legname necessario per costruire le navi, orientarono la civiltà fenicia verso le attività mercantili (commercio marittimo).  Per favorire i commerci i Fenici fondarono colonie lungo la costa nordafricana e nel Mediterraneo occidentale (Sicilia, Sardegna e Spagna): inizialmente esse erano semplici scali marittimi dei quali le navi avevano bisogno di rifornirsi di merci o per lavori di riparazione, ma col passare del tempo si trasformarono in veri e propri centri urbani caratterizzati da un’intesa attività di scambio. Marsiglia, Malaga, Cartagine, Palermo, Marsala e Cagliari furono alcune tra queste colonie. Sempre per esigenze commerciali, i Fenici inventarono l’alfabeto fonetico, che rispetto alla scrittura cuneiforme e geroglifica risultava assai più semplice e fu dunque più accessibile a più ampi strati sociali.   
GLI EBREI   Nell’area siro–palestinese, agli inizi del II millennio a.C., si stabilirono anche gli Ebrei, un popolo di pastori nomadi proveniente dalla Mesopotamia. A causa di una grave carestia essi abbandonarono queste terre ed emigrarono in Egitto, dove rimasero per circa 400 anni in condizioni di semischiavitù, per poi fare ritorno in Palestina, dove crearono una civiltà sedentaria, agricola e commerciale (commercio terrestre). Gli Ebrei furono i fondatori dell’unica religione monoteistica del mondo antico, fondata sulla credenza in un unico Dio, Jahwèh. Di fronte alle continue aggressioni da parte dei popoli confinanti, gli Ebrei si riunirono in uno stato unitario, il Regno d’Israele, che sotto la guida del re David completò la conquista della Palestina e stabilì la capitale a Gerusalemme. Alla morte dell’ultimo re Salomone lo Stato ebraico si divise in due parti; entrambi i regni vennero successivamente conquistati dalle popolazioni mesopotamiche. Da allora ebbe inizio la diaspora, ovvero la dispersione del popolo ebraico nel mondo. 
LA CIVILTÀ MINOICA  Tra 2000 e 1500 a.C. circa fiorì, sull’isola di Creta, la civiltà minoica. Grazie alla sua posizione, al centro delle rotte marittime tra Asia, Europa e Africa, Creta divenne il perno dei commerci nel Mediterraneo e ne assunse il totale controllo. La civiltà urbana minoica era caratterizzata dalla presenza di molte città stato rette da un sovrano. L’impero commerciale cretese iniziò a declinare intorno al 1500 a.C. in seguito a un terremoto che distrusse buona parte delle città, e crollò definitivamente verso il 1400 a.C. di fronte all’invasione degli Achei, una popolazione indoeuropea che, dopo aver conquistato il Peloponneso in Grecia, estese la propria supremazia a tutta l’area dell’Egeo.

 

Fonte: http://doctorgei.interfree.it/appunti/storiantica.doc

 

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

 


 

Rivoluzione agricola

1700

La rivoluzione agraria

La campagna                               


Nel 1700 in Inghilterra inizia la rivoluzione agraria.
Si parla di rivoluzione agraria perché l’agricoltura cambia moltissimo. In questo periodo, infatti, migliorano le tecniche usate per coltivare la terra e si iniziano ad usare nuove colture e nuove macchine.
La rivoluzione agricola porta ad un aumento della produzione di cibo, così l’alimentazione delle persone migliora e cresce il numero di abitanti (= aumento demografico). 

rivoluzione agricola            rivoluzione agricola              


Millet: La spigolatura .                                                 Ora et labora: la preghiera nei campi.

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Miniere e fonderie in Inghilterra. 


Innovazioni tecnologiche           


Nella seconda metà del settecento, in Inghilterra, gli strumenti agricoli usati dai contadini nelle campagne cambiano e sono sostituiti con nuove macchine, costruite nelle industrie. Se prima i contadini usavano solo animali e attrezzi di ferro o di legno per lavorare la terra, ora nuove macchine come le seminatrici, le trebbiatrici e le mietitrici vengono sempre più usate. Queste nuove macchine non usano più la forze degli uomini o degli animali, ma la forza delle macchine.              



rivoluzione agricola   rivoluzione agricola                  

La mietitrice meccanica inventata da Mac Cormick.            La battitura del grano con la macchina a vapore (Francia, 1875).   


rivoluzione agricola                
Una mietitrice dotata di rastrelli automatici: l'uomo seduto sul retro contribuiva ad equilibrare la macchina e contemporaneamente sorvegliava il lavoro.      

    

Nuove colture

             
Nel 700 gli uomini iniziano a coltivare nuove piante e alcune nuove coltivazioni, come il mais, la patata e la barbabietola da zucchero.

Queste coltivazioni avevano un'alta resa e si inserivano perfettamente nei nuovi sistemi di rotazione. 

rivoluzione agricola  rivoluzione agricola                                                                                                                             
Mais                                                                      

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barbabietola                                                                                


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rivoluzione agricola                                                          





La rotazione quadriennale

                
Mentre per tutto il medioevo e l'età moderna la coltivazione della terra si basava sulla rotazione triennale, verso la metà del settecento in Inghilterra si diffuse un nuovo sistema, la rotazione quadriennale, che aumentò in modo considerevole la produzione agricola, consentì di allargare la superficie coltivata e migliorò la fertilità dei terreni.      



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LA ROTAZIONE TRIENNALE

                                                                                                                                                          
La rotazione triennale consisteva nel coltivare solo due parti di un appezzamento di terreno, lasciando a riposo (a maggese) la terza, riservata a magro pascolo per il bestiame.
Il terreno riacquistava così fertilità, ma si potevano sfruttare solo due terzi della superficie coltivabile. 




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LA ROTAZIONE QUADRIENNALE

Con la rotazione quadriennale due parti del terreno vennero adibite alla produzione di cereali, la terza di leguminose e la quarta a prato. In questo modo si potevano sfruttare tre quarti della superficie coltivabile.
Con questo sistema la produzione agricola aumentò in modo considerevole, si allargò la superficie coltivata, si sviluppò l'allevamento del bestiame, crebbe la fertilità del terreno   

 


Fonte: http://www.cde-pc.it/documenti/inter/testi/rivoluzione%20agraria.doc                                                                       

 

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

 

 

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